Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2024

“La chimera”: una fiaba ai tempi della devastazione

La chimera (2023) di Alice Rohrwacher si ambienta in un momento di transizione per l’Italia: l’inizio degli anni Ottanta, un periodo in cui, insieme a un’atmosfera tipicamente anni Settanta, cominciano ad emergere le tracce di una devastazione che, gradatamente, si sta allargando sul paese. Sono gli anni dell’economizzazione e della spettacolarizzazione delle esistenze degli individui e degli spazi che li accolgono, gli anni dell’edonismo e del qualunquismo, delle televisioni private e del berlusconismo galoppante. C’è una scena del film in cui si può notare una netta opposizione tra passato e presente, tra un passato che si trova sotto terra e un presente alla luce del sole: in una costa laziale devastata da discariche, raffinerie e industrie, il protagonista Arthur, insieme alla banda di tombaroli di cui fa parte, scopre delle antiche tombe etrusche ancora intatte, con splendidi affreschi che si dileguano (come in Roma di Federico Fellini) al contatto con l’aria esterna. Se il passato appartiene alla sfera del sacro, il presente è lo spazio della devastazione paesaggistica e culturale: non si esita, infatti, a violare le antiche vestigia in nome del tornaconto economico. I contemporanei (l’Italia dell’economizzazione avanzante) hanno devastato con discariche e raffinerie un tratto di spiaggia che era considerato sacro dagli antichi, un luogo scelto per la sepoltura.

Arthur, come il poeta Gorciakov in Nostalghia (1983) di Andrej Tarkovskij, giunge, angosciato da feroci nostalgie e malinconie, in un paesino italiano, intento a ricercare – sembra – unicamente la bellezza estetica del passato (ad alcune ragazze in treno dirà infatti che il loro profilo assomiglia agli antichi affreschi etruschi) fino a configurarsi quasi come un antico cavaliere, protagonista di antiche canzoni popolari (e, in scorci di metacinema, un menestrello canta in ottava rima le sue gesta) oppure di una fiaba anacronisticamente ambientata nella contemporaneità. Arthur, probabilmente inglese, dopo essere uscito di prigione ritorna nella piccola comunità di un paese italiano dove era stato tempo prima ed è subito considerato come uno “straniero”; la sua diversità emerge anche in un particolare potere che lo caratterizza come personaggio per certi aspetti fantastico: quello, cioè, di riuscire a scoprire i luoghi dove si trovano le tombe antiche grazie ad un suo particolare rituale di rabdomanzia che lo fa sprofondare in un malessere fisico. Le stesse ambientazioni e gli stessi luoghi, indefiniti e tratteggiati in modo fantastico, sembrano del resto rimandare ad una fiaba cinematografica: il rituale paesano dei ‘befani’, certi momenti di festa comunitaria ancora non imbruttita dallo spettacolo, spazi marginali e baraccopoli tratteggiate come regge, ville semi abbandonate e stupende intrise di oggetti desueti e lontani, comunità femminili che vivono come in un incanto, fuori dalla brutale società patriarcale italiana. È uno spazio indefinito e fiabesco ma pur sempre intriso fin nel profondo della realtà di quegli anni: Arthur percorre strade deserte e periferiche sulle quali si stagliano i cartelloni pubblicitari dell’industria (la stessa delle raffinerie e delle discariche) che sembra monopolizzare la zona anche sponsorizzando sagre popolari e concerti mentre, alla fine del film, le baraccopoli vengono demolite sotto il controllo dei vigili urbani. Anche se non assistiamo alla spettacolarizzazione esasperata dello spazio, pure di quello più squallido e periferico, che ci racconta, ad esempio, Fellini in Ginger e Fred (1986), si capisce che la devastazione del paese si sta allargando a macchia d’olio, una devastazione che non conosce alcun rispetto per la natura, il paesaggio, i beni culturali.

Eppure, ed è questa una delle grandezze del film, non tutto appare perduto in questa distruzione perché sembrano ancora esistere sentimenti autentici, rapporti interpersonali ancora basati sulla fiducia reciproca. Molto intensi sono i momenti, già ricordati, in cui un poeta menestrello, accompagnandosi con la chitarra, canta in ottava rima le avventure di Arthur, rivisitate e proiettate in una dimensione mitica e fiabesca. In questi attimi, la combriccola di amici pare unita da sentimenti autentici e genuini, ancora mille miglia lontani dall’abbrutimento offerto dagli spettacoli televisivi e dal rampantismo della “Milano da bere”. Siamo in una fiaba che, insieme a quanto detto sopra, mostra anche il volo degli uccelli come un evento magico e misterioso scrutato con gli occhi antichi degli aruspici e che sembra una citazione di diverse sequenze di Uccellacci e uccellini (1963) di Pier Paolo Pasolini. Al di fuori della fiaba c’è però la realtà e, in quei primi anni Ottanta, la devastazione e la distruzione del paese non hanno davvero conosciuto nessun momento magico o incantato.

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09/07/2020

Estrattivismo pandemico

di Alexik

Ci avevamo sperato, dal chiuso delle nostre case, osservando sorpresi l’aria della pianura padana tornare trasparente, la biodiversità riapparire e la fauna selvatica avventurarsi, timida, attraverso il cemento degli spazi urbani.

Toccavamo con mano, durante il lockdown, la dimostrazione di come sarebbe bastato fermare questo sistema di produzione, questo modello di mobilità, questo consumo insensato di roba inutile, perché la natura cominciasse a riprendersi ciò che è suo.

Avevamo sperato che fosse diventata chiara a tutti la possibilità concreta di un cambiamento radicale, ma sapevamo, in cuor nostro, che avevamo vissuto solo una fragile tregua nell’aggressione del capitale agli ecosistemi e ai territori, un rallentamento che precede la rincorsa.

Ed anche che come tregua aveva fin troppe eccezioni.

Segnali provenienti da tutto il mondo ci avvertivano che gran parte delle attività di maggiore impatto sull’ambiente e sulle comunità non solo stavano proseguendo ‘as usual’, ma approfittavano della pandemia per espandersi e riorganizzarsi.

Segnali che andavano tutti nella stessa direzione, delineando una dimensione mondiale del fenomeno, con una serie di caratteristiche ricorrenti, come – per esempio – l’inclusione sistematica nell’elenco dei ‘servizi essenziali’ di attività ad altissimo impatto ambientale e sociale.

Molti settori impattanti non hanno conosciuto fasi di arresto, ed hanno continuato ad operare anche quando si sono trasformati in fulcri di contagio, trasmettendolo alle comunità dei territori dove operavano.

Il lockdown non li ha colpiti, ma piuttosto li ha sottratti al controllo delle popolazioni e dei militanti, costretti in casa e privati della libertà di movimento, e sempre più soggetti ad aggressioni favorite dal coprifuoco: violenze poliziesche, arresti arbitrari e, soprattutto in America Latina, esecuzioni extragiudiziali.

In generale la militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il mondo con il pretesto della pandemia, è stata un poderoso deterrente per le proteste sociali e ambientali, facendo da copertura per la violenza selettiva contro gli attivisti, dispensando cariche e sgomberi su presidi e manifestazioni.

Una violenza che non potrà che intensificarsi, perché ciò che si prepara per il futuro è un ulteriore salto di qualità nello sfruttamento della Natura, che ci verrà venduto come l’unica scelta possibile per ‘riattivare l’economia’ di fronte alla recessione mondiale che viene.

La devastazione ambientale è ... un “servizio essenziale”?

Una molteplicità di governi ha esentato dal blocco della produzione per l’emergenza Covid le imprese estrattive, minerarie e petrolifere, la costruzione di grandi opere e di infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi o per la produzione di energia, sebbene non abbiano nulla a che fare con il soddisfacimento dei bisogni immediati delle popolazioni colpite dalla pandemia.

In Italia è stata inserita fra i ‘servizi essenziali’ la costruzione del gasdotto TAP/Snam, grazie alla libera interpretazione del dettato del DPCM del 22 marzo, che dava il via libera al proseguo delle attività di trasporto e distribuzione del gas.

Una misura che, a buon senso, si riferiva alle reti distributive già esistenti e funzionanti, ma che con una evidente forzatura è stata estesa anche ai cantieri in corso d’opera.

Sulla “essenzialità” di un nuovo gasdotto, va detto che nel solo mese di aprile 2020 i consumi di gas in Italia sono calati di oltre il 23%, circa 1,3 miliardi di metri cubi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, seguendo un forte trend negativo già visibile dal novembre scorso.

Comunque, in piena pandemia, i lavori di avanzamento nelle province di Lecce e di Brindisi sono continuati a pieno ritmo, spiantando altri uliveti, aprendo voragini, attingendo dal sottosuolo enormi quantità di acqua, inquinando le falde, e tuttora continuano in spregio ad ogni normativa visto che il 20 maggio scorso al TAP è scaduta anche l’Autorizzazione Unica.

Il cantiere è andato avanti nonostante fosse stata  messa in quarantena una delle navi utilizzate da TAP per l’analisi dei fondali, è proseguito nonostante l’infortunio mortale di un giovane operaio, e nonostante la richiesta di sospensione per motivi di sicurezza da parte di sette sindaci salentini, motivata dall’avvicendarsi nei turni di centinaia di lavoratori, le cui condizioni sono state così descritte da un operaio ai microfoni RAI:

Quelli della sicurezza hanno le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica e il rischio di contagio è altissimo: in uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo nemmeno i 20 centimetri di distanza uno con l’altro”.

Dello stesso tenore la denuncia di due deputate del gruppo misto:

Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma”.

Uscendo dal Belpaese e attraversando l’oceano, una simile declinazione del concetto di ‘servizio essenziale’ la ritroviamo in Messico, dove il governo progressista presieduto da Andrés Manuel López Obrador ha ritenuto – nel paese latinoamericano con il più alto numero di morti di Covid (più di 25mila) dopo il Brasile – che la priorità nazionale fosse quella di autorizzare a colpi di decreto l’inizio dei lavori per la costruzione del ‘Tren Maya’.

Si tratta di una linea ferroviaria ad alta velocità lunga circa 1.500 chilometri che dovrebbe avere lo scopo di far scorazzare i turisti attraverso cinque Stati messicani, da Palenque a Cancun, con prezzi prevedibilmente al di fuori della portata della maggior parte degli abitanti dello Yucatan.

L’operazione è ad altissimo impatto ambientale e sociale in termini di esproprio di terre, espulsione e delocalizzazione delle comunità (prevalentemente indigene), deforestazione, prosciugamento delle sorgenti, distruzione di  habitat ed ecosistemi, interruzione e sbarramento dei percorsi degli animali selvatici e dei collegamenti fra i villaggi.

Il tracciato della linea ferroviaria vorrebbe impattare su 709 siti archeologici,  attraversando 15 aree naturali protette, fra cui la Reserva de la Biosfera de Calakmul (Campeche), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, dove vive l’80% delle specie vegetali dello Yucatan. Assieme alla Reserva de Sian Ka´an (Quintana Roo), anch’essa minacciata dal Tren Maya, ospita centinaia di specie animali.1

Tutto questo viene messo a rischio da un’infrastruttura enorme, che sarà finanziata per il 90% da capitali privati (in buona parte internazionali), costruita ad uso e consumo degli interessi degli appaltatori e dei settori immobiliare, turistico (resort, grandi catene alberghiere), agroindustriale ed energetico.

Un’infrastruttura che promette devastazioni maggiori, perché è solo un tassello di un progetto di interconnessione più vasto della stessa penisola, e che comprende aeroporti, autostrade, assieme a nuovi gasdotti, raffinerie ed alla costituzione di Zone economiche speciali, aree deregolamentate e defiscalizzate dove è massimo l’arbitrio contro i lavoratori e la natura.

Sulla popolarità di una simile opera, probabilmente lo stesso López Obrador nutriva qualche dubbio, tanto da volerne affidare la realizzazione di ampi tratti direttamente all’esercito.

Infatti il progetto ha incontrato una fiera opposizione popolare, con in prima fila l’EZLN e i movimenti indigeni, anticapitalisti e antipatriarcali, che per ora hanno segnato un punto a favore: qualche giorno fa un tribunale ha accolto la richiesta del popolo Maya Chol, determinando la sospensione definitiva di «qualunque opera che non sia di puro mantenimento delle vie già esistenti», per l’intero periodo di emergenza sanitaria.

Il Tren Maya è rimasto temporaneamente in sospeso, ma il Messico presenta altri fronti aperti.

Il Governo infatti è tornato alla carica con il Corridoio Transistmico, un mega progetto di trasporto merci intermodale che dovrebbe collegare il Golfo del Messico all’Oceano Pacifico attraverso l’istmo di Tehuantepec.

Si tratta di un sistema interamente finalizzato all’integrazione e allo scambio sul mercato mondiale, che attraverserà gli stati di Oaxaca e Veracruz.

Il corridoio, che prevede una linea ferroviaria AV, strade, porti, la costruzione di un gasdotto, l’ampliamento della raffineria di Minatitlan, lo sviluppo di 10 nuove aree industriali e l’istituzione di una ‘Zona franca’, oggi viene sbandierato dal ministero dello sviluppo economico messicano come la via per uscire dalla crisi causata dal Covid-19.

Ma i militanti delle comunità sanno bene che il corridoio non è la via d’uscita, ma la crisi:

Le persone vedranno e saranno colpite da tutti i problemi e dai rischi che una strada ad alta velocità genera, con l’interruzione del traffico di persone e animali. Le strade bloccheranno i sentieri naturali.

Tutta l’infrastruttura che deve essere costruita attorno a una ferrovia prenderà il controllo della terra delle persone, rovinerà la loro vita naturale e li impoverirà di più. Approfondirà la disuguaglianza economica nell’area. Pochi, pochissimi, ne trarranno beneficio, e la stragrande maggioranza, ancora una volta, vedrà deprezzare il valore della propria attività e della propria terra, che servirà solo da piattaforma di passaggio
”.

Così come le comunità Zapotecos e Ikoots, riunite nella Asamblea de Pueblos de Istmo en Defensa de la Tierra, sanno che il megaprogetto, la cui costruzione verrà presidiata dalla Guardia Nazionale per garantire la serenità degli imprenditori, “porterà una nuova ondata di violenza, repressione, saccheggio, spoliazione, militarizzazione e guerra per i beni naturali”.

E le comunità Ikoots conoscono la violenza: l’hanno appena subita a San Mateo del Mar (Oaxaca), che dista solo 30 km da Salina Cruz, uno dei terminali del corridoio.

Un’epidemia di violenza

Il 21 giugno scorso, militanti dell’Unione delle Agenzie e delle Comunità Indigene Ikoots, mentre si avviavano a una riunione, si sono fermati presso ciò che sembrava un posto di blocco sanitario per il Covid-19, e invece era un’imboscata. Attaccati con armi da fuoco per ore da un gruppo armato legato ad un politico locale, in 15 sono stati assassinati, anche dopo esser stati torturati, lapidati, bruciati vivi. Molti sono rimasti feriti.

La comunità  ikoots ha una lunga storia di lotte e di opposizione ai grandi parchi eolici, lotte che hanno intralciato anni fa molti interessi speculativi nella regione.

Ma negli ultimi tempi, le aggressioni contro gli ikoots sono aumentate nel contesto dell’inizio di lavori per il corridoio, in particolare l’ampliamento dei frangiflutti e delle scogliere del porto di Salina Cruz, ai quali si oppone la maggioranza delle comunità poiché questo implicherebbe l’irreversibile alterazione dell’ecosistema lagunare, sul quale basano la loro vita e la loro cultura ancestrale. (Continua)

Note:

1) Ana Esther Cecena, Josué Vega, Avances de Investigacion, Tren Maya, Observatorio Latinoamericano de Geopolitica, dicembre 2019, pp. 52.

Fonte

10/11/2019

Abissi d’acciaio

di Alessandra Daniele

L’Ilva non è un’eccezione. Un incidente, un’aberrazione. È il paradigma esatto del capitalismo.

l’Ilva non è un malfunzionamento del sistema, è il default mode.

Quel sistema che ti costringe a scegliere fra lavoro e salute, letteralmente fra la borsa e la vita, e poi ti toglie entrambe.

Che devasta e avvelena qualsiasi territorio, trasformandolo in un deserto marziano. Terrasformando il pianeta fino a renderlo inabitabile.

Che controlla in varia misura tutti i media, che quindi attaccano in branco non gli assassini, ma chi ha osato mettere in discussione per un attimo la loro licenza di uccidere.

Che riduce la democrazia a una farsa patetica, fatta di nazionalisti che speculano comprando azioni delle multinazionali, ed ecologisti che tassano l’aranciata e depenalizzano l’amianto.

Abbiamo dato denti d’acciaio al peggiore istinto predatorio della specie umana.

Denti che dilaniano la carne.

“L’Ilva vale un punto e mezzo di PIL”. Le vite umane non valgono un cazzo.

Gli abbiamo dato occhi elettronici che ci fissano da miliardi di schermi.

“Questi social sono gratuiti, e lo saranno sempre”. Se qualcosa ti viene offerto “gratis”, significa che la merce in vendita sei tu. La tua identità, le tue opinioni, i tuoi dati sensibili.

Gli abbiamo dato un braccio metallico che schiaccia i governi nazionali come quelle lattine vuote che sono.

Il Capitale ha le tre stimmate di Palmer Eldritch.

Avanza nei deserti marziani che crea al suo passaggio, spacciando il suo narcotico Chew-Zed mediatico da miliardi di schermi.

I polli di Renzi (e Grillo, e Salvini) possono solo beccarsi e cavarsi gli occhi a vicenda, mentre il braccio metallico li tiene tutti per le zampe a testa in giù.

È il nazifascismo che non “sta tornando” perché non se n’è mai andato.

Il nazifascismo che marchia le vite con un codice a barre, e delocalizza i lager in Africa e in Asia.

Il nazifascismo delle Acciaierie Krupp che ha vinto la guerra, e non ha mai spento le sue fornaci.

Ma la guerra continua.

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