Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/12/2025
L’ex Ilva serve, la cura c’è: vento e idrogeno verde
La vera opportunità per Taranto e la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi lo sviluppo delle rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Soluzioni tampone basate sul gas sono miopi e fallaci. Un piano industriale pubblico per evitare una grave perdita per l’intera industria italiana.
Il percorso verso una siderurgia sostenibile e il dibattito sul futuro dell’ex ILVA di Taranto, con il suo drammatico intreccio di posti di lavoro a rischio e impatto ambientale, continuano a riproporsi ciclicamente, rivelando, a livello governativo, il perpetuare dell’assenza di una visione prospettica, unica in grado di fornire una soluzione che non ripeta il passato di inquinamento e progressivo smantellamento dell’impianto. Contro questo destino disegnato lo scorso 16 ottobre si è svolto con successo lo sciopero generale dell’intera ex ILVA e del tema della riconversione ambientalmente sostenibile di Taranto si è occupato il 17 ottobre un convegno di Legambiente, all’interno del quale è stato presentato uno studio dell’Università di Bari verso tale direzione. Taranto rappresenta molto più dell’emergenza nazionale, che pure è: è il simbolo della centralità della siderurgia per un Paese industrializzato, e della necessità di mantenere una capacità produttiva in un momento di profonda trasformazione degli assetti politici e tecnologici del mondo. Troppo spesso, nel fiume di parole che da anni circonda l’ex ILVA, si perde di vista la centralità dell’acciaio nella società attuale e futura, materiale centrale in qualunque settore dell’industria manifatturiera che non è possibile relegare ad un più o meno glorioso passato. La questione, del tutto irrisolta nel caso di Taranto, non è se sia necessario produrre acciaio, ma come farlo in modo sostenibile per l’ambiente e per il territorio.
L’acciaio è una lega metallica composta principalmente di ferro e carbonio, quest’ultimo in quantità inferiori all’1,7%. Simbolo stesso dell’industrializzazione, ancora oggi l’acciaio rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Viene prodotto rimuovendo chimicamente l’ossigeno dai minerali di ferro, il processo tradizionale avviene ad alta temperatura, con formazione di anidride carbonica. Nel 2024 la produzione di acciaio grezzo mondiale è stata di 1,88 miliardi di tonnellate, con 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂ emessa, tra il 7 e l’11 % delle emissioni globali. Circa 200 milioni di tonnellate di emissioni provengono dall’Europa. Queste sono le cifre globali della siderurgia. Il tutto in un quadro normativo e tecnologico in piena evoluzione all’interno del quale l’Italia, con le sue ripetute e disastrose cessioni della siderurgia ex pubblica, nei fatti appare aver rinunciato ad avere un ruolo attivo. Un ruolo che solo un intervento sistemico, non lasciato alle buone volontà dei passati come di futuri acquirenti industriali, può garantire.
Prendendo spunto dallo sciopero del gruppo ex ILVA del 6 ottobre scorso e dal convegno di presentazione del report sulla riconversione di Legambiente, questo testo si propone di fare chiarezza su cosa è la produzione di acciaio, affrontando il tema della riconversione sostenibile della siderurgia attraverso qualche spiegazione delle tecnologie e dei processi che possono guidare la transizione. L’obiettivo è fornire gli strumenti per comprendere di cosa si parla, oltre il rumore di fondo che da troppo tempo caratterizza la questione dell’ex ILVA.
Le condizioni al contorno: l’Emission Trading System e il Carbon Border Adjustement Mechanism
La Comunità Europea regola le sue emissioni di anidride carbonica (dette anche emissioni di carbonio) attraverso un meccanismo di commercio detto Emissions Trade System (ETS). Questo è un sistema “cap-and-trade” (tetto e scambio) nel quale la Comunità fissa un limite massimo alle emissioni totali consentite per impianti ad alta intensità energetica (tra i quali la siderurgia). Il tetto stabilito si riduce nel tempo. Nello scambio vengono allocate o vengono messe all’asta delle “quote di emissione”, le quali, nel caso di non utilizzo, possono esser vendute alle aziende che emettono più delle quote loro precedentemente assegnate. Si crea in questo modo un mercato delle emissioni, nel quale la CO₂ emessa assume una quotazione economica portando, conseguentemente, ad un aumento dei costi di produzione. È previsto che il meccanismo assuma forme via via più stringenti nel tempo con la graduale riduzione delle quote di emissione gratuite, secondo un percorso di eliminazione (phase-out) ben preciso, stabilito nel pacchetto “Fit for 55”.
A partire dall’inizio nel 2026 è prevista una riduzione lineare delle quote gratuite, per finire con la loro eliminazione nel 2034. L’ingresso di prodotti da Paesi non soggetti al sistema ETS verrà regolato da un meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism-CBAM) con il quale saranno tassate le importazioni di merci carbon-intensive (come nel nostro caso l’acciaio). Questo per evitare lo spostamento delle produzioni verso Paesi con regole più deboli. Il CBAM imporrà un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio (e altri beni) pari a quello che l’importatore avrebbe pagato se il prodotto fosse stato fabbricato sotto l’ETS europeo. Con il CBAM la siderurgia europea perde la protezione interna dovuta alle quote gratuite, guadagnando al contempo una protezione alla frontiera contro la concorrenza estera.
Già oggi, ancora in presenza delle quote di assegnazione gratuite, il prezzo della CO2 vale circa 80-90 €/tonnellata (2023-2024) un valore che le proiezioni della Commissione UE, come quelle di analisti indipendenti, indicano già essere pari alla metà del valore in grado di rendere profittevoli gli investimenti in tecnologie verdi nelle attività siderurgiche. Raggiunto tale valore non sarà più economicamente sostenibile la produzione d’acciaio per vie tradizionali, spingendo la siderurgia verso la trasformazione green sia per obbligo normativo che per convenienza economica. La combinazione di CBAM ed ETS, nella prossima assenza di quote gratuite, crea così il quadro per una siderurgia europea decarbonizzata e competitiva. Ed è in tale quadro che si stanno muovendo colossi europei quali Tyssen Krupp, o progetti di sviluppo molto avanzati come Hybrit.
La produzione tradizionale: altoforno e convertitore finale
Il percorso dell’acciaio ha inizio dal minerale di ferro, costituito principalmente da ematite e magnetite. Il minerale grezzo viene successivamente frantumato, arricchito e agglomerato con sostanze fondenti per poi essere processato nell’altoforno. Quest’ultimo è un reattore chimico verticale dove a temperature che superano i 2.000°C il minerale viene trasformato in ghisa. Il processo è guidato dalla presenza di carbone che reagisce chimicamente con il minerale alle diverse temperature dell’altoforno, perdendo gradualmente ossigeno e producendo ferro e anidride carbonica. Le sostanze fondenti, fondamentalmente calcare, estraggono le impurità formando la ganga ed ulteriore emissione di CO₂.
Il prodotto di questo processo è ghisa, ferro con alto contenuto di carbonio disciolto (3-4%), fragile e non utile per la maggior parte delle applicazioni. La trasformazione finale in acciaio avviene in convertitori, sorta di crogiuoli dove viene insufflato ossigeno puro, che estrae il carbonio disciolto nel fuso producendo ancora CO₂. Il materiale residuo, ora acciaio, contiene a questo punto un tenore di carbonio inferiore al 2%.
Complessivamente il processo di produzione vede 2 tonnellate di CO₂ emessa per ogni tonnellata di acciaio prodotto. È questo l’impatto dell’acciaio primario da altoforno, strettamente connesso alla tecnologia di produzione. È questo che rende necessario il cambiamento dell’intero assetto produttivo. Ed è questo, infine, che ha visto finora fallire ogni ingresso di imprese private all’ex ILVA di Taranto.
L’alternativa all’altoforno: il forno elettrico
Nelle discussioni attuali attorno alla siderurgia la parola chiave appare essere il forno elettrico ad arco (Electric Arc Furnace – EAF), definito alternativa “verde” all’altoforno. La realtà, tuttavia, è più complessa. Nelle tecnologie correnti il forno elettrico si nutre di materiali di riciclo, prodotti da un’economia circolare certamente positiva nel caso dell’acciaio, ma con limiti tecnologici nella qualità dell’acciaio finale prodotto. Il cuore del processo EAF è il rottame ferroso. A differenza dell’altoforno, che partendo da minerali deve compiere un articolato processo chimico di riduzione, il forno elettrico fonde semplicemente un materiale che è già acciaio. Il forno elettrico è strategico nell’economia del riciclo, e circa il 60% di acciaio europeo è prodotto in tal modo, con l’UE leader mondiale nel riciclo, con un tasso del rottame che supera l’80%. La media globale è ben più bassa, attestandosi intorno al 30-35% della produzione globale. Economie come la Cina e l’India, che dominano la produzione mondiale, si basano ancora pesantemente sull’altoforno per soddisfare una domanda di acciaio primario in crescita esplosiva. In sintesi, su circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio prodotto globalmente ogni anno, poco meno di 1/3 proviene dalla rifusione dei rottami in un forno elettrico. Essendo il rottame un materiale “sporco” dal punto di vista metallurgico, l’acciaio riciclato ha tuttavia dei limiti nella qualità del prodotto finale. Durante i suoi cicli di vita, contaminanti diffusi quali rame, stagno, cromo, nichel ed altro si accumulano nel bagno di acciaio fuso rendendo l’acciaio fragile e non adatto ad applicazioni critiche come, ad esempio, le lamiere per automobili o le travi per grandi infrastrutture. A questo si aggiunge il fatto che la domanda di acciaio primario è in crescita, trainata dai Paesi in via di sviluppo e dalla insufficienza del rottame disponibile su scala globale.
Ecco perché il forno elettrico EAF non può sostituire l’altoforno, ma deve essere integrato in un processo più complesso, in maniera tale da costituire una nuova tecnologia di produzione. È qui che interviene un “nuovo” materiale di cui da un po’ di tempo si sente la denominazione. Si tratta del DRI (Direct Reduced Iron, ferro da riduzione diretta).
Il ferro da riduzione diretta
Il DRI, o Ferro da Riduzione Diretta, non è un semplice “nuovo” materiale di partenza da immettere nel forno elettrico, ma il prodotto di processo chimico completamente alternativo all’altoforno. Comprendere il DRI è la chiave per capire il cambio che la siderurgia richiede.
Il DRI è ferro metallico prodotto dalla estrazione chimica dell’ossigeno dal minerale allo stato solido. Questo avviene in assenza di fusione del metallo, attraverso un gas in grado di reagire con l’ossigeno presente nel minerale solido. Il DRI ottenuto ha un aspetto spugnoso e poroso (da cui il nome “ferro spugna”) perché la rimozione dell’ossigeno dagli ossidi di partenza e in assenza di fusione lascia dei vuoti nella struttura microscopica del materiale. Il DRI è ferro metallico per l’85-95%, con ossido residuo (3-8%), carbonio (0,5-2%) e scorie (3-5%). Il materiale è piroforico e quindi per renderlo facilmente maneggiabile e facilitarne trasporto e stoccaggio è compresso in pani densi e non più piroforici. A differenza dell’altoforno, che “mangia tutto”, il processo DRI è più sensibile ed esigente. Fondamentali sono gli ossidi di partenza, che devono possedere purezza e proprietà fisiche superiori. La forma di partenza è costituita da pellets, sorta di palline con una buona uniformità dimensionale (10-15 mm) e composizionale, ottenute agglomerando polvere di minerale di ferro finemente macinata (concentrato) e “cotte” ad alta temperatura evitando la fusione. Questa forma garantisce una permeabilità ottimale al passaggio del gas riducente all’interno del reattore DRI. Il tenore di ferro deve essere il più alto possibile, idealmente maggiore del 67%, mentre i contaminanti minerali debbono essere in quantità minimali o nulle. Rispetto all’altoforno, i requisiti del materiale di partenza sono stretti e ben definiti, rappresentando essi stessi un elemento fondamentale di differenziazione dal processo tradizionale.
Nelle discussioni sul futuro dell’ILVA appare finalmente anche il termine DRI, ma insieme a questo, come un fantasma fossile, aleggia lo spettro del gas naturale, ad occhi distorti visto come chiave di volta per il processo di ambientalizzazione. Ma ancora una volta la realtà è più complessa e il gas naturale non è la soluzione.
Il DRI a gas naturale
Quando si parla di produrre “ferro spugna” o DRI su larga scala, la tecnologia che domina il panorama attorno alla questione ILVA di Taranto parla di gas naturale. Questo idrocarburo ha un ruolo non solo come fonte energetica, ma fornisce anche la “chimica” necessaria per strappare l’ossigeno dal minerale. A questo gas, in maniera miope, appare da tempo affidarsi l’orizzonte istituzionale di ambientalizzazione della siderurgia primaria italiana.
Come funziona la produzione di DRI con il gas naturale? Il processo non inizia direttamente nel forno di riduzione. Il gas naturale, composto principalmente da metano, deve subire una trasformazione preliminare in reazione con acqua. In un apposito reattore detto reformer, il metano viene fatto reagire con vapore acqueo ad alta temperatura. Viene prodotto un gas, detto syngas, costituito da una miscela di monossido di carbonio e idrogeno. È il syngas che viene fatto reagire con minerale di ferro in pellet, portato a temperature comprese tra gli 800 e i 1.050°C. Il syngas attacca il minerale, ne estrae l’ossigeno e forma il ferro DRI solido e spugnoso pronto per essere fuso in un forno elettrico.
Anche qui il punto cruciale, ancora una volta, è costituito dalle emissioni. Con il DRI a gas naturale, l’anidride carbonica non è un semplice sottoprodotto accidentale ma è intrinseca alla reazione chimica stessa. Ogni volta che una molecola di CO, prodotta da metano, riduce il minerale, genera una molecola di CO₂. Questa è la fonte principale di emissioni, e la sua produzione è inevitabile in questo schema chimico. Altra CO₂ viene emessa dalla combustione, necessaria per generare il calore che alimenta il reformer e mantiene il reattore alla temperatura operativa. Considerando le emissioni indirette, legate all’energia elettrica che fa funzionare pompe, compressori e altri ausiliari, abbiamo che per ogni tonnellata di DRI prodotta con syngas ottenuto da metano l’atmosfera si carica di 1,2 – 1,6 tonnellate di CO₂. Se è vero che è un netto miglioramento rispetto alle quasi 2 tonnellate dell’altoforno, è altrettanto chiaro che questa rimane una tecnologia lontana dall’essere la soluzione definitiva per un’acciaieria a zero emissioni. La sopravvivenza economica del DRI ottenuto da gas è legata a un “paracadute” normativo destinato a sparire: le quote di emissione di CO₂ gratuite assegnate dall’Unione Europea. Man mano che le aziende saranno costrette a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo di produzione del DRI a gas naturale schizzerà alle stelle, erodendone rapidamente la competitività. Il conto alla rovescia per il DRI a gas naturale è già iniziato. La sua finestra di opportunità come tecnologia-ponte è determinata dal prezzo crescente del carbonio e dalla scadenza delle agevolazioni. Investire oggi in un nuovo impianto DRI a gas naturale senza un piano chiaro per la rapida conversione all’idrogeno verde significa rischiare di ritrovarsi in una condizione velocemente antieconomica.
Il DRI ad idrogeno
Il processo che utilizza idrogeno verde è il solo che può essere definito quale meta realistica per la decarbonizzazione dell’acciaio primario. Il concetto è radicale: sostituire completamente il gas naturale con idrogeno verde, e cioè prodotto esclusivamente da elettricità rinnovabile.
Il processo centrale avviene in un elettrolizzatore, un apparato alimentato da corrente elettrica che scompone le molecole d’acqua in idrogeno ed ossigeno. Il processo richiede circa 50 kWh di energia elettrica per produrre un chilogrammo di H₂. L’idrogeno verde viene immesso direttamente nel reattore di riduzione diretta, dello stesso tipo di forno utilizzato per il gas naturale. All’interno, a temperature tra gli 800 e i 1.050°C, avviene la reazione che trasforma il minerale. L’idrogeno strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro, producendo la sola emissione di vapore acqueo. Dal reattore fuoriesce un “DRI verde”, identico nell’aspetto al suo predecessore fossile, ma con emissioni di CO₂ azzerate, in quanto la reazione chimica produce solo vapore acqueo e non anidride carbonica. Le emissioni di combustione sono azzerate in quanto non c’è combustione di idrocarburi. Il calore necessario può essere generato elettricamente o recuperando e riciclando i gas del processo stesso, sempre alimentati da energia rinnovabile. Le emissioni indirette possono essere azzerate.
Se l’intero sistema (elettrolizzatore e ausiliari dell’impianto) è alimentato da elettricità rinnovabile, anche queste emissioni si annullano. In sintesi, la produzione di una tonnellata di “DRI verde” può virtualmente avvenire con zero tonnellate di CO₂ emesse direttamente dal processo.
Le uniche emissioni residue, che possono essere ulteriormente mitigate, sono quelle legate all’estrazione e al trasporto del minerale di ferro. Questo processo trasforma la siderurgia da uno dei principali responsabili delle emissioni globali a un’attività potenzialmente a impatto climatico nullo.
La Puglia, le fonti rinnovabili e l’idrogeno verde per una siderurgia pulita
La Puglia è la regione italiana leader nelle rinnovabili, avendo un totale di 7,36 GW di potenza rinnovabile installata (fotovoltaico più eolico). A tale potenza corrisponde una produzione stimata di 16,5 TWh annui di energia pulita. Tuttavia la Puglia ha ancora un’enorme capacità di crescita: entro il 2030 potrebbe raddoppiare la potenza installata, raggiungendo una capacità produttiva tra i 28 e i 36 TWh annui (1 TWH=1000000 kWh). Il fotovoltaico è destinato a trainare questa crescita, con progetti di agri-voltaico e comunità energetiche che potrebbero portare la produzione da fonte solare a 12-15 TWh. L’eolico a terra, già robusto a 9 TWh, può puntare sul “repowering”, sostituzione dei generatori obsoleti, per arrivare a 14 TWh. Completa il quadro l’eolico offshore, con progetti in sviluppo che potrebbero contribuire con almeno ulteriori ulteriori 3-6 TWh annui. In questo quadro il surplus energetico può trasformarsi in una concreta opportunità per la riconversione industriale.
Una produzione realistica di acciaio nell’ex ILVA di Taranto si può assestare tra i 4 e i 6 milioni di tonnellate annue. Considerando un consumo di 50-55 kg di H₂ per tonnellata di DRI prodotto questo porta ad una valutazione di 200.000-300.000 tonnellate annue di idrogeno, con un corrispondente consumo di energia tra i 10 ed i 15 TWh/annui, un valore di circa la metà del potenziale rinnovabile previsto nella regione al 2030. Questi numeri, come ben sottolineato all’interno dello stesso convegno di Legambiente, evidenziano con chiarezza che la riconversione sostenibile dello stabilimento è tecnicamente possibile, ma richiede lo sviluppo di un sistema energetico dedicato, con concreti investimenti in impianti rinnovabili ed elettrolizzatori. La Puglia possiede le potenzialità tecniche per supportare questa transizione, ma è evidente che un’operazione di questa portata non può realizzarsi senza un piano strategico nazionale che integri organicamente lo sviluppo delle rinnovabili con la riconversione industriale. Qualunque altra soluzione, definita più o meno opportunamente “tampone”, non potrà che portare l’acciaio di Taranto fuori da ogni competitività di mercato. Come abbiamo visto, e come sottolineato dai relatori, il tempo della riconversione possibile sta velocemente scadendo.
Per una visione pubblica della transizione
L’approccio finora seguito per la riconversione dell’ex ILVA di Taranto – basato sulla ricerca di un investitore privato che risolvesse definitivamente la questione – si è rivelato del tutto fallimentare. I continui tentativi di affidare a soggetti privati l’onere della transizione ecologica di un impianto strategico, per di più in assenza di un quadro chiaro di sostegno pubblico e di lungo periodo, hanno prodotto solo delusioni e ulteriore incertezza. Come sottolineato nella descrizione delle tecnologie e ben riportato nel convegno di Legambiente, la transizione sostenibile della produzione di acciaio è tecnicamente possibile, ma consiste in una azione complessa da giocare su più piani, che ha bisogno di un sistema tecnologico integrato non limitato alla acciaieria in quanto tale. L’inserimento del solo forno ad arco, magari alimentato con DRI derivante da metano o, peggio, comprato imbricchettato da produttori esterni o ancora peggio da solo acciaio di recupero, non copre le necessità di un Paese che voglia mantenere la strategicità della produzione di acciaio primario. Come ben sottolineato nel convegno, la trasformazione dell’acciaieria ha necessità radicali, che riguardano, oltre alla fabbrica, anche la produzione energetica e il territorio a monte, la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo per il DRI a valle. E riguardano la gente che nel territorio e nella fabbrica vive e lavora.
Sul fronte del lavoro il cambio di tecnologie comporterà anche una riduzione del personale impiegato direttamente nell’acciaieria, ma la forte espansione delle rinnovabili e l’inserimento degli elettrolizzatori può più che compensare le perdite dirette e di indotto nella fabbrica. È evidente che la complessità e i costi di questa trasformazione richiedono una regia pubblica forte e consapevole. Per questo motivo appare del tutto miope e controproducente l’enfasi posta su soluzioni intermedie come l’ambientalizzazione a gas naturale, tecnologia che ben presto andrà a finire su un binario morto. Presentare il DRI a gas come soluzione, in assenza di qualunque percorso di transizione veloce verso l’idrogeno verde, significa ignorarne i limiti strutturali: non solo mantiene una dipendenza dai combustibili fossili, ma produce comunque emissioni significative di CO₂, condannando l’impianto a diventare velocemente non competitivo, con l’aumento del prezzo del carbonio e la scomparsa delle quote gratuite europee.
La vera opportunità per Taranto e per la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi indissolubilmente lo sviluppo delle energie rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Il potenziale energetico della regione, ben superiore a quello odierno, può e deve essere finalizzato strategicamente verso un obiettivo preciso: creare una filiera dell’idrogeno verde dedicata alla decarbonizzazione dell’acciaieria. Come anche chiesto dal sindacato, tutto questo porta a definire come urgente e non più rinviabile la definizione di un piano industriale pubblico che assuma la conversione a idrogeno verde dell’ex ILVA come un progetto nazionale strategico, coordinando gli investimenti nel potenziamento delle rinnovabili in Puglia con la costruzione di elettrolizzatori dedicati e guidando la transizione tecnologica verso il DRI a idrogeno, unica strada per una siderurgia primaria a zero emissioni, competitiva e duratura.
Solo un intervento pubblico determinato e dotato di visione prospettica può spezzare il circolo vizioso dei fallimenti, trasformando Taranto da simbolo del degrado ambientale in uno dei poli europei per l’acciaio verde, con ricadute positive sull’occupazione, l’ambiente e l’intero sistema industriale nazionale.
Fonte
01/07/2025
[Contributo al dibattito] - “Piano per l’ex Ilva fuori tempo massimo, troppi nodi irrisolti. Si azzeri tutto e si ricominci daccapo"
Oggi ospitiamo la riflessione a voce alta dell'Ing. Angelo Racca, che nella sua vita professionale è stato nella Italimpianti s.p.a. per l’ufficio di Taranto dal ’74 con il ruolo di direzione tecnica e Project Management di grandi lavori nel settore dell’impiantistica siderurgica e in particolare per la ricostruzione degli altofomi n. 3 e n. 5 e Colate continue n.4 e n. 5 dell’Italsider di Taranto.
di Angelo Racca
Mi dispiace esprimere valutazioni critiche sull’analisi dell’Ing. Incalza relativa all’attuale situazione del Centro Siderurgico di Taranto e, quindi, della Siderurgia italiana.
Ho sempre considerato l’Ing. Ercole Incalza un Manager di alto livello per ciò che ha fatto nella guida di grandi interventi infrastrutturali di interesse nazionale, ma anche per le capacità di analisi delle criticità degli eventi strutturali e infrastrutturali in essere. Tuttavia la sua citata analisi, pur ribadendo concetti e proposte condivisibili già espressi in passato, temo intervenga fuori tempo massimo e ai limiti, se non fuori, del contesto che si è venuto a creare.
Prescindo al momento dall’attribuzione delle colpe della situazione attuale: analisi corretta e condivisibile, ma del tutto sterile se si vuole contribuire alla risoluzione delle problematiche in essere.
Valuto inoltre anche l’intervento del Sottosegretario Mantovano, citato dall’Ing. Incalza, fuori tempo massimo: in qualità di Uomo politico di origini pugliesi, e quindi doverosamente in possesso di una cultura siderurgica, responsabile inoltre del Copasir, si accorge solo adesso che si stava procedendo ad una vendita al buio di uno Stabilimento dichiarato, anche a fronte di provvedimenti legislativi, di rilievo/interesse strategico nazionale. Mi immagino che abbia ricevuto dal Ministro competente rassicurazioni in proposito con il possibile utilizzo del “golden share”, ma sappiamo quanto sarebbe aleatorio questo utilizzo.
E veniamo alla situazione attuale che presenta diversi aspetti che si intersecano tra di loro determinando un inestricabile intreccio degli eventi:
1) Il Ministro Urso sta facendo pressione sul Sindaco di Taranto (e altri Enti locali) per la sottoscrizione di un Accordo di Programma al solo dichiarato scopo di ottenere l’AIA, condizione necessaria (ma non sufficiente) per evitare che il Tribunale di Milano sentenzi la chiusura dello Stabilimento. Intanto inserisce nell’accordo vincoli che, se sottoscritti, ipotecano scelte future non sufficientemente valutate sul piano tecnico, tecnologico, logistico e progettuale, ma di notevole impatto sul territorio.
2) Lo stesso Accordo prevede il raggiungimento dell’obiettivo finale consistente nella realizzazione di 3 forni elettrici e 3 DRI (impianti di Riduzione Diretta per la produzione di preridotto) entro il 2039. Intanto per almeno 5 o 6 anni (valutazione ottimistica) si dovrà produrre ghisa con gli altoforni Afo1 – Afo2 – Afo4 a condizione che:
2.1) Venga concessa l’Autorizzazione Integrata Ambientale, con la quale l’ex ILVA potrà continuare a far funzionare gli impianti (ivi compresi cokerie, agglomerato, altoforni e acciaierie) per almeno altri 12 anni e produrre fino a 6 MLT/anno, che si rifaccia alle regole europee senza le attuali eccessive prescrizioni (cosa non scontata).
2.2) Il Governo Italiano ottenga una proroga dalla Comunità Europea delle quote gratuite di CO₂ (cosa non scontata), altrimenti i costi dell’acciaio prodotto a Taranto sarebbero altissimi e quindi fuori mercato.
2.3) Afo1 – Afo2 – Afo4 siano in grado di produrre 6 MLT/anno a partire dal 2025, cosa oggettivamente non possibile perché è prevista a breve una lunga fermata per importanti interventi di manutenzione dei tre altoforni e Afo1 è addirittura sotto sequestro. L’efficienza futura di questi altoforni poi è tutta da dimostrare.
3) Quindi cerchiamo di esaminare le attività e gli interventi da effettuare sugli impianti dello Stabilimento nel transitorio che va dal 2025 al 2039, sui quali la bozza di Accordo di programma disinvoltamente sorvola:
3.1) Innanzitutto vanno finanziati e realizzati gli interventi relativi alle centinaia di prescrizioni dell’AIA, già oggi considerati eccessivamente onerosi ma per i quali pare non siano possibili “sconti”.
3.2) È possibile che ci sarà, per quanto già detto, un periodo non breve di fermata contemporanea dei tre altoforni, per cui non ci sarà produzione di ghisa e presumibilmente in quel periodo, per non chiudere lo stabilimento, si procederà all’acquisto di bramme dal mercato per alimentare gli impianti di laminazione, ma c’è il rischio che i costi di produzione faranno lievitare i prezzi del prodotto a livelli fuori mercato.
3.3) Il piano di sostituzione graduale degli altoforni con forni elettrici + DRI, pur se sommariamente espresso nell’Accordo, conta sulla durata di almeno un altoforno per almeno 12 anni; questo vuol dire che per almeno un altoforno non basta un intervento di manutenzione ordinaria o straordinaria, ma occorre eseguire un vero e proprio “Rifacimento”, come quelli che si eseguivano una volta che assicuravano appunto a questo impianto una vita di 10÷12 anni. Ciò comunque vanifica l’aspettativa di produrre 6 MLT/anno con i tre altoforni per 5 anni a partire dal 2025.
3.4) Alcuni aspetti dello stato dell’assetto impiantistico e delle aree esistenti sono completamente sottaciuti dall’Accordo quali ad es. (oltre agli Afo) lo stato degli impianti che dovrebbero assicurare una produzione ipotizzata di almeno 6 MT/anno da oggi all’anno di entrata in funzione del primo forno elettrico (ad es. batterie di forni a coke, linee di agglomerazione, acciaierie, ma anche gli impianti di laminazione e vorrei citare anche i tubifici che hanno sempre assicurato in passato la produzione a più alto valore aggiunto e di mercato). Visto il livello di gestione della manutenzione messo in atto dalla Mittal, ma anche dalla successiva AS, è realistico prevedere la necessità di eseguire importanti e costosi interventi di manutenzione e messa in sicurezza.
4) Facciamo chiarezza inoltre sulla questione “acciaio green”; la “completa decarbonizzazione” al momento è un’utopia o comunque non c’è alcuna garanzia che si possa attuare nei tempi previsti dall’Accordo di programma perché:
4.1) Tutti i progetti europei di siderurgia a idrogeno stanno fallendo o almeno rallentando per l’eccessivo costo di produzione dello stesso idrogeno.
4.2) Solo NIPPON STEEL sta iniziando a programmare la produzione di preridotto da ossidi di ferro utilizzando, al posto del gas naturale, l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili (eolica o fotovoltaica) tramite elettrolizzatore.
4.3) È il futuro ma non ancora alla portata dei produttori di acciaio sul piano tecnologico-industriale-imprenditoriale nemmeno per le siderurgie più evolute come quella giapponese. Infatti la stessa NIPPON STEEL continua ad investire nelle miniere di carbone da coke.
5) Per inciso inoltre ricordiamo che, per errori procedurali, DRI d’Italia dovrà rifare la gara di appalto per la progettazione e costruzione a Taranto dell’Impianto di preridotto che servirà ad alimentare i futuri forni elettrici.
Fonte
12/08/2024
Palazzina LAF (2023) di Michele Riondino
Perché prende le distanze dalle produzioni di “impegno civile” intrise di buoni propositi che troppo spesso si diluiscono in narrazioni manichee; perché sulla base di questo si inserisce nella nuova fecondità che da alcuni anni sta caratterizzando il cinema italiano, segnatamente quello di genere, ma soprattutto perché, al posto di parlare genericamente di “lavoro”, parla esplicitamente di lavoratori e padroni, facendo nomi e cognomi.
A partire dall’ILVA di Taranto dei Riva, in quegli anni – siamo nella seconda metà dei ‘90 – da poco subentrati alla proprietà pubblica dell’IRI.
Non è una cosa da poco in un Paese in cui il dibattito pubblico subisce una moderazione soffocante ed esplicita perché non bisogna disturbare chi fa impresa.
L’esordio alla regia di Riondino, quindi, si smarca dalle formule di pellicole come 7 minuti o Il capitale umano mostrandosi più interessato all’esperienza artistica di Elio Petri, in particolare, all’inclinazione del regista romano di non fare sconti ad alcun soggetto ed ambiente descritto nei suoi film e spesso rappresentato con toni marcatamente sopra le righe (come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Palazzina LAF, dunque, sul palcoscenico mostruoso dell’immenso stabilimento siderurgico e della consunta periferia tarantina, illumina un momento essenziale dei decenni smarriti, quegli anni ‘90 in cui la società italiana vive sulla propria pelle l’affastellarsi di una serie impressionante di criticità sistemiche:
- la sconfitta storica del movimento comunista internazionale che lascia la classe operaia orfana di riferimenti teorici e valoriali avanzati in grado di metterla al riparo dalle derive reazionarie di un individualismo becero ed ignorante, di cui è intriso il soggetto di Caterino Lamanna interpretato con intensità da Riondino;
- la deflagrazione della classe dirigente (il Basile interpretato da Germano), che non più “limitata” dall’esistenza di un modello di sviluppo antitetico a quello capitalista, si abbandona senza remore a predazioni economiche e soprusi ferini contro i lavoratori (culminanti nel “reparto confino palazzina LAF” che costituisce il cardine di tutta la narrazione) dando forma a un quadro che ha un solo denominatore comune, la desolazione;
- l’incalzante crisi economica e industriale prodotta dall’unione tra apertura internazionale dei mercati e dismissioni delle partecipazioni statali. Un combinato disposto che in quegli anni registra la sconfitta del sindacalismo confederale, di cui la pellicola mette in risalto l’incapacità di leggere i riassetti produttivi e farvi fronte con una proposta alternativa e di lotta, ma soprattutto di fare argine nei confronti delle derive centrifughe tra lavoratori che a mezzo demansionamento, precipitano nell’atomizzazione tra operai e impiegati e poi tra presunti scansafatiche e dediti al proprio lavoro, cioè all’interesse aziendale, anche quando i turni sono scadenzati dai morti sulle linee produttive.
Non ci sono mostri ed eroi in Palazzina LAF, ma una crisi di civiltà che 25 anni fa riusciva ancora a trovare un precario puntello nell’azione della magistratura, un elemento che oggi dobbiamo invece considerare del tutto normalizzato. Lo dimostra la stessa storia vera a cui il film è più che ispirato: il processo per mobbing (il primo in Italia) a carico dei vertici Ilva di allora, dopo 8 anni di procedimento nei tre gradi di giudizio produce condanne a 1 anno e 6 mesi per Emilio Riva e 1 anno e 8 mesi per Luigi Capogrosso, non un gran che considerando il danno subito dai 79 lavoratori oggetto del confinamento nella Palazzina LAF.
Questo era il 2006. Oggi, 18 anni dopo, gli sfruttati di questo Paese sono ancora in attesa che dal processo per la strage del Ponte Morandi di Genova escano delle responsabilità al primo grado di giudizio...
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28/06/2024
L'ex Ilva di Taranto nuoce alla salute
L’acciaieria di Taranto, la seconda più grande d’Europa, potrebbe dunque chiudere i battenti, temporaneamente, in ragione della tutela della salute e dell’ambiente.
Spetterà ai giudici nazionali fare le valutazione del caso e procedere alle decisioni necessarie, ma intanto i giudici lussemburghesi tracciano la via da seguire in materia di diritto.
Il pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue è solo l’ultimo atto di una storia infinita.
Nel 2019 la Corte europea dei diritti dell’uomo (organismo internazionale non Ue) ha accertato che l’acciaieria provocava significativi effetti dannosi sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona, condannando l’Italia a porre rimedio. La Commissione europea aveva aperto il dossier sull’impianto industriale di Taranto già sei anni prima, nel 2013, per chiedere di renderlo meno inquinante.
“La sentenza della Corte di Giustizia Europea pone dei punti chiari ed imprescindibili, dicendo che, accanto alla valutazione del danno ambientale, va messa quella sanitaria. Inoltre, questa pronuncia bacchetta l’Italia e dice no al ricorso indiscriminato alle proroghe dell’Aia” scrivono in una nota Francesco Rizzo e Sasha Colautti dell’Esecutivo Confederale Usb.
“Questa pronuncia dà la possibilità al Tribunale di Milano di bloccare, in presenza di determinate condizioni, l’attività produttiva. Alla luce di tutto ciò, attendiamo una tempestiva convocazione dal Governo per discutere del futuro dei lavoratori e delle famiglie degli stessi, che operano in tutti i siti siderurgici italiani del gruppo” – affermano i due sindacalisti dell’Usb da anni interni ed impegnati nella vicenda dell’ex Ilva di Taranto – “Bene quindi la pronuncia della Corte che parla chiaro, ma il Governo italiano sia finalmente consequenziale, convocando i sindacati e individuando una strada che tenga insieme il rispetto della salute e dell’ambiente da un lato, e dell’occupazione dall’altro”.
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30/12/2023
Ex Ilva. Tre opzioni prospettate. La scelta a Mittal, governo immobile
Tre le opzioni prospettate: la prima è che il socio privato decida di investire; la seconda, exit strategy, è che si concluda un accordo per accompagnare Arcelormittal fuori e per sostituirlo con un altro socio provato; la terza è, in caso di mancato accordo, l’amministrazione straordinaria.
La cosa che più ci preoccupa è che, in ogni caso, la decisione viene lasciata proprio ad Arcelormittal. Il Governo non riesce a fare altro che ribadire ancora una volta che questa situazione è frutto della cattiva gestione della vertenza ad opera dei precedenti Governi.
Noi riteniamo che questo non può continuare ad essere l’alibi per non fare nulla, e per non lavorare in maniera incisiva ad una soluzione.
Noi siamo estremamente preoccupati perché alcune aziende non hanno ancora pagato le tredicesime, perchè ci sono migliaia di lavoratori in cassa integrazione e ordini degli appalti scaduti e non ancora rinnovati.
Quindi rischiamo che l’8 la trattativa venga affrontata con un carico non indifferente sulle spalle del Governo. Governo che non ha assolutamente preso in considerazione la possibilità di una quarta ipotesi, quella suggerita da noi, e quindi di rescindere il contratto immediatamente e di allontanare subito, senza se e senza ma, Arcelormittal.
Le organizzazioni sindacali verranno nuovamente convocate il 9 o il 10 al massimo, per essere messe al corrente dell’esito dell’assemblea dell’8 gennaio.
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29/12/2023
Mobbing, sfruttamento e arroganza padronale: una panoramica su “Palazzina LAF”
A partire dallo scorso 30 novembre è disponibile nelle sale cinematografiche italiane il film “Palazzina LAF”. Con la regia di Michele Riondino, alla sua prima esperienza da regista, e la partecipazione di attori quali lo stesso Riondino, Elio Germano e Vanessa Scalera, questo film è tratto dal libro “Fumo sulla città” dello scrittore Alessandro Leogrande. Ambientato nel 1997, ripercorre una delle prime vicende riconosciute in Italia come mobbing, nel quadro di uno fra i maggiori casi di speculazione, danni a salute della popolazione e ambiente nel nostro paese: quello dell’ILVA di Taranto (oggi denominata Acciaierie d’Italia). Le vicende narrate testimoniano la fase immediatamente successiva alla privatizzazione avvenuta nel 1995 dell’ILVA stessa, in precedenza Italsider e di proprietà statale, e in quegli anni acquisita dalla famiglia Riva.
La trama del film: ristrutturazione aziendale come condanna dei lavoratori
Nel contesto descritto, i padroni e i dirigenti della fabbrica, tra cui Giancarlo Basile, capo del personale interpretato da Elio Germano, attuano una feroce condotta antisindacale, sottoponendo a continue minacce di ritorsioni gli iscritti a un sindacato o chiunque fosse critico nei confronti della gestione aziendale. Sono infatti diverse le persone scontente per una ristrutturazione che viene pagata sulla pelle dei lavoratori, anche in termini di orari di lavoro insostenibili, che causano sempre più spesso incidenti mortali. Molti dei lavoratori considerati “scomodi” vengono trasferiti nella cosiddetta Palazzina LAF (in quanto adiacente al laminatoio a freddo), un vero e proprio reparto confino, ritenuto però dalla gran parte degli operai un paradiso di ozio e svago che garantisce a chi vi viene collocato uno stipendio pressoché senza lavorare.
Al contrario, a chi vi è stanziato non viene assegnata alcuna mansione e, impossibilitati a lavorare o divagarsi, questi lavoratori sono costretti a una vera e propria detenzione per tutta la giornata lavorativa in un ambiente angusto, sovraffollato e fatiscente, sottoposti a continue vessazioni verbali e fisiche dalle guardie giurate con cui l’azienda li sorveglia a vista. La reclusione nella palazzina rappresenta un vero e proprio incubo per i lavoratori che vi risiedono, molti dei quali presentano evidenti disturbi psicologici, tra cui depressione, episodi di rabbia incontrollata e uno stress pari, se non superiore, ai loro colleghi che effettivamente svolgono lavori.
Nella speranza di essere ricollocati e poter abbandonare quello che ormai considerano un carcere, i lavoratori, che nel corso del film aumentano progressivamente (da 48 a 79), si rivolgono ai sindacati. Tuttavia, la dirigenza aziendale si mostra irremovibile, cercando un pretesto per licenziare i sindacalisti e promettendo ai lavoratori un ricollocamento solo qualora questi (per lo più impiegati) avessero accettato un demansionamento e incarichi dal massimo rischio per i quali non sarebbero stati adeguatamente formati.
Proprio per “spiare” i lavoratori e i sindacalisti, i padroni scelgono Caterino Lamanna, un operaio addetto alla manutenzione della fornace, chiedendo a questo di infiltrarsi e riferire ogni informazione utile ad ostacolare un’opposizione alle politiche societarie, con la promessa di aumenti di livello, salariali e vari altri benefici.
I risultati delle grandi privatizzazioni negli anni 1990
Il contesto in cui le vicende dell’ILVA si svolgono è quello degli anni 1990, contraddistinti dal grande processo di dismissione del patrimonio pubblico e del settore statale dell’economia italiana operato tanto dai governi del centro-destra (Berlusconi), quanto da quelli del centro-sinistra (D’Alema e Prodi), avvenuta di concerto con lo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dello stato sociale, frutto della nuova strategia della borghesia italiana che mirava a massimizzare così la propria competitività nella cornice del mercato unico. Talvolta mettendo a disposizione addirittura incentivi statali, i governi hanno proceduto a svendere a grandi fondi speculativi i principali beni pubblici, che, seppur in assenza di un precedente controllo operaio e senza pertanto che quei beni fossero mai stati realmente a disposizione del benessere collettivo, passavano così apertamente nelle mani di gruppi imprenditoriali privati che rinnegavano anche nominalmente qualsiasi forma di finalità sociale, piegando la produzione a pure logiche di bilancio e di profitto.
In diverse delle aziende che hanno subito questo destino si è assistito a gravi casi di speculazione, anche tramite il ricorso a fondi pubblici, vicende che hanno condotto a ristrutturazioni aziendali che non permettevano alcun rispetto del diritto al lavoro.
L’Italsider era proprio una di quelle aziende di proprietà statale, attraverso l’IRI, con il suo stabilimento di Taranto che fu inaugurato il 10 aprile 1965. Con il pretesto di una crisi del settore siderurgico, l’ILVA (che aveva assunto questo nome nel 1988) fu prima smembrata, con la chiusura o svendita degli impianti a diversi gruppi, e poi del tutto privatizzata con l’acquisto del polo di Taranto da parte del Gruppo Riva. Proprio in questo periodo la nuova proprietà si macchia di vari reati ambientali e di inquinamento, oltre ad organizzare un vero e proprio sistema punitivo per i dipendenti, da cui le vicende della Palazzina LAF.
Non è un caso se la privatizzazione delle aziende pubbliche, in un contesto di liberalizzazioni che proseguì per molti anni, abbia portato a speculazione, devastazione, condotte antioperaie, attacco ai diritti e al benessere della collettività. Lungi dal ritenere che la mera proprietà pubblica di determinati asset strategici nell’economia nazionale possa, in assenza del potere ai lavoratori, garantire benessere, o addirittura una tappa verso una società strutturalmente diversa da quella odierna (il ruolo dello Stato in economia ha piuttosto rappresentato in Italia un uso della spesa pubblica a sostegno del processo di concentrazione del capitale privato), è impossibile non riconoscere come sul piano occupazionale e dei diritti la stagione delle liberalizzazioni abbia rappresentato un peggioramento, legato al più ampio arretramento in Italia del movimento operaio, del sindacalismo confederale e dei partiti che di esso si facevano interpreti.
Tutto ciò che ne consegue, tra cui le vicende narrate in Palazzina LAF, non può pertanto prescindere da una lettura di quegli anni, in un cui veniva meno la necessità per i governi borghesi di garantire una gestione, almeno all’apparenza, “sociale” tramite welfare e proprietà pubblica di parte dei mezzi di produzione a cui i governi stessi erano costretti dalla presenza di un blocco socialista che desse forza a un’alternativa socialista alla barbarie del capitalismo. Nel nostro paese, proprio grazie alla disorganizzazione della classe operaia, questo processo di dismissione di elementi “palliativi” ha rappresentato un salto di qualità per una società che strutturalmente si fonda sul profitto, in barba a qualsiasi finalità sociale della produzione.
Le conseguenze della divisione tra i lavoratori
La figura di Caterino e il suo rapporto con gli altri lavoratori mostrano in maniera cinica ma efficace la strategia padronale di frammentare la classe lavoratrice, creando divisioni, spesso pretestuose quanto artificiali, sulla base della mansione, del salario e dell’anzianità. Caterino è infatti un lavoratore disilluso, che non vede possibile un miglioramento delle proprie condizioni materiali se non nel compiacimento delle richieste padronali, tanto da essere preda della retorica dell’interesse aziendale, anche a scapito dei suoi colleghi.
Come tutti gli operai dell’acciaieria, Caterino non vede di buon occhio chi lavora nella Palazzina LAF, riservando loro atti di scherno, provocazione e derisione. Infatti, lui prova invidia, che genera in lui risentimento e voglia di rivalsa, per i lavoratori della Palazzina LAF, che considera privilegiati in quanto percepiscono, senza lavorare, uno stipendio superiore al suo, che rischiava ogni giorno la vita alle batterie. Per chi lavorava nel suo reparto, infatti, le morti sul lavoro erano una realtà quotidiana.
Vi sono infine i lavoratori impiegati nella vigilanza privata di stanza nel complesso industriale, che, incapaci di percepire e provare risentimento per le condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori confinati nella palazzina, diventano lo strumento che consente ai padroni di mantenere un clima di intimidazione, timore, violenza verbale e fisica.
È proprio la divisione tra i lavoratori della fabbrica a renderli ricattabili. Infatti, l’atomizzazione che le politiche aziendali sono riuscite a produrre e l’individualismo imperante nella società capitalistica fanno sì che ciascun lavoratore, se non i più coscienti, non veda nei suoi pari un compagno nella lotta per la conquista di condizioni migliori. Questa realtà è stata descritta in un’intervista anche da Elio Germano, secondo il quale la corsa al profitto genera conflittualità tra i lavoratori, impedendo a questi di lottare insieme, e individuando il proprio nemico negli altri lavoratori, piuttosto che nel datore di lavoro.
La necessità di un sindacalismo conflittuale
Una figura importante in tutto l’arco narrativo del film è quella di Renato Morra, un sindacalista che cerca in varie maniere di mobilitare i lavoratori. A partire dall’organizzazione di uno sciopero contro le frequenti morti sul lavoro, Morra attira su di sé le attenzioni dei dirigenti della fabbrica, che a più riprese cercano di “assoldare” lavoratori, tra cui Caterino, per incastrarlo, se non addirittura per creare ad arte prove di violazioni disciplinari, al fine di licenziarlo e sbarazzarsene.
Senza alcun dubbio la figura di Morra lascia trasparire una sincera volontà di migliorare le condizioni di lavoro degli operai, e, in seguito, di “liberare” i lavoratori della Palazzina LAF, che gli si erano rivolti nella speranza di poter abbandonare quel luogo. Il suo ruolo nella trama è pertanto sicuramente positivo. Tuttavia, fin da subito è possibile riscontrare alcune contraddizioni che impediscono a Morra di restare in contatto con gli altri lavoratori e di organizzarli in una lotta.
In primo luogo, i lavoratori non ritengono all’altezza la risposta sindacale alle morti sul lavoro (emblematica è l’affermazione di Caterino, secondo il quale quando muore un operaio i sindacati si limiterebbero a fare mezz’ora di sciopero, senza quindi incidere realmente); in secondo luogo, Morra non riesce a contrastare le politiche societarie, in quanto il suo sindacato era firmatario degli accordi di ristrutturazione aziendale (ciò lascia intuire che, realisticamente, il sindacato in questione fosse uno tra i confederali) che consentivano ai padroni, in tutta la loro arroganza, di disporre dei lavoratori a loro piacimento.
La debolezza, se non la compromissione aperta in taluni casi, dei principali sindacati che hanno scelto la via della concertazione, piuttosto che quella della conflittualità, è ciò che rende ai lavoratori, preda della propaganda borghese, inviso lo strumento stesso del sindacato, vedendo come inutile o perfino ostile uno degli elementi fondamentali della lotta di classe.
Seppur il film non vi faccia riferimento esplicito, la necessità di un sindacalismo conflittuale, che sappia contrapporre a concertazione e collaborazionismo la lotta di classe sui luoghi di lavoro, è evidente dalla pellicola. Si evince che proprio la lotta può far pesare la forza dei lavoratori sui padroni, mentre al contrario la concertazione non fa che “anestetizzare” le lotte, producendo rassegnazione e disillusione per quei sindacalisti, che altrimenti vengono visti come individui dediti esclusivamente alla ricerca di soldi e tessere, come afferma Caterino in apertura.
Il mobbing come violenza fisica e psicologica sui lavoratori
Come anticipato in apertura, il film trae spunto dai fatti realmente avvenuti presso gli stabilimenti tarantini dell’ILVA tra fine anni 1990 e inizio anni 2000, uno dei primissimi casi riconosciuti come mobbing in Italia.
Per oltre due anni, i lavoratori confinati non hanno svolto alcuna attività lavorativa e per un certo periodo sono stati tenuti a casa col pagamento dello stipendio. In seguito sono finiti in cassa integrazione, scaduta il 30 novembre 2001: tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 una minima parte di loro è rientrata nel ciclo produttivo insieme ad altri lavoratori che erano in CIGS (cassa integrazione guadagni straordinaria). Una parte dei 70 lavoratori, a causa di queste vessazioni, ha subito danni psicologici e persino fisici (come testimoniato da un articolo de “La Repubblica” dell’8 dicembre 2001).
A seguito di una nota del locale ispettorato del lavoro, originata da una richiesta pervenuta dal Ministero del Lavoro che doveva predisporre una risposta ad un’interrogazione parlamentare, il 19 febbraio 1998 venne avviata un’inchiesta, che condusse alla condanna per violenza privata a due anni e tre mesi di reclusione di Emilio Riva, presidente del consiglio di amministrazione dell’ILVA, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento di Taranto, e un caporeparto, Antonio Bon, oltre alla condanna di altri sette imputati, tutti capireparto, a pene minori, a partire da nove mesi di reclusione. Le condanne sono arrivate in primo grado il 7 marzo 2002, in appello il 10 agosto 2005. La sentenza del Tribunale di Taranto rileva come gli imputati:
«Minacciavano i lavoratori in questione, in maniera diretta ed indiretta, e quantomeno in forma implicita, che, ove non avessero accettato la proposta novazione del rapporto di lavoro con declassamento dalla qualifica di impiegato a quella di operaio con conseguente mutamento peggiorativo delle mansioni relative, i predetti sarebbero stati trasferiti (trasferimento poi attuato) alla “Palazzina Laf”, ove era sicuramente prevedibile la inevitabile sottoposizione ad un regime lavorativo umiliante e peggiorativo rispetto alle aspirazioni legittime dei dipendenti, al miglioramento e alla tutela delle loro attitudini professionali e consistente nella mancata assegnazione di qualunque tipo di incarico e attività operativa, sì da dover trascorrere, peraltro in un ambiente non decoroso e trascurato, le ore prescritte in una situazione di assoluta inerzia, lesiva della dignità dei lavoratori stessi, con ciò determinando da un lato il prevedibile ed inevitabile peggioramento delle capacità professionali delle parti lese e, dall’altra, l’avvilimento del loro legittimo diritto ad espletare un’attività lavorativa decorosa e confacente ai principi tipici di un equilibrato rapporto di lavoro, subordinando il ripristino di un normale rapporto alla accettazione della “proposta” di novazione, lasciando perdurare a tempo indeterminato la negativa situazione descritta a fronte del perdurante diniego opposto dagli interessati.»
Le pratiche di mobbismo sono solo uno dei numerosi esempi di prevaricazione e abuso di potere sul luogo di lavoro, spesso finalizzate a creare un ambiente ostile al lavoratore, costringendolo alle dimissioni e all’abbandono del lavoro stesso o all’accettazione di un ridimensionamento della propria figura professionale. Se nel periodo all’incirca coincidente con i fatti narrati in Palazzina LAF perfino il Parlamento Europeo, lungi dal rappresentare un attore neutrale nel conflitto tra capitale e lavoro, riconosceva come tra il 2000 e il 2001 «l’8% dei lavoratori dell’Unione europea, pari a 12 milioni di persone, è stato vittima di mobbing sul posto di lavoro, e che si può presupporre che il dato sia notevolmente sottostimato», in Italia l’Eurispes rilevava come i lavoratori italiani mobbizzati ammontavano a un milione e mezzo (su 21 milioni di occupati), pari al 7,1%.
Ancora oggi il mobbing è considerato uno dei principali determinanti della riduzione del benessere lavorativo a livello mondiale ed in grado di causare nelle vittime non solo problemi di salute mentale, come ad esempio depressione, ansia, idee suicidarie, alterazioni del ritmo sonno-veglia, ma anche di influenzare il decorso di malattie cardiovascolari, e diabete. L’assenza nel nostro paese di una fattispecie di reato specifica contro il mobbismo, oltre a non contribuire ad arginare queste pratiche ostili ai lavoratori, rende ad ogni modo lo studio del fenomeno in Italia farraginoso, nonché le statistiche incomplete e scarsamente aggiornate.
Esempi di casi a cui la giurisprudenza ha riconosciuto pratiche mobbiste riguardano situazioni di emarginazione, demansionamento, inattività coatta, denigrazione, dequalificazione, discriminazione professionale, terrorismo psicologico, umiliazioni e pressioni psicologiche, intento lesivo diretto alla persecuzione e moltre altre situazioni analoghe.
Purtroppo, come testimonia il film, quella del mobbing è una pratica spesso sottovalutata o non denunciata come abusatrice da parte dei lavoratori: questo avviene da una parte per una difficoltà da parte dei lavoratori nel reagire alle diverse forme con cui l’oppressione padronale si può esplicare nei luoghi di lavoro; dall’altra per una vera e propria assuefazione ai soprusi commessi dal padronato stesso, in un contesto in cui, in assenza di una prospettiva politica o sindacale che rilanci la centralità del proletariato e la lotta per la conquista di diritti sociali, caporalato e arroganza padronale diventano per i proletari stessi la normalità e l’unica prospettiva in una società all’insegna di precarietà e sfruttamento.
Negli anni immediatamente successivi alla sentenza sull’ILVA, secondo una ricerca dell’IREF del 2004, il 70,4% dei lavoratori italiani dichiarava di non conoscere il fenomeno del mobbing. Nel film, Caterino stesso, convinto che la prospettiva di guadagnare stipendi maggiori senza dover lavorare sia un’utopia, si rende conto solo con il passare del tempo che la vita nella Palazzina LAF è in realtà un inferno.
Per i padroni il profitto conta più delle vite
La cornice del film è una città, Taranto, avvelenata da diossina e amianto, in cui è ormai raro morire di vecchiaia e non ammalarsi per la presenza di sostanze tossiche prodotte dall’acciaieria, tanto che vivere nei quartieri della città più vicini alla fabbrica è considerato una vera e propria condanna a morte. Lo stesso Caterino, a più riprese nel film, inizia a mostrare sintomi di problemi respiratori, verosimilmente per il lavoro che svolge.
I dati di malattie contratte o riscontrate dai residenti della provincia di Taranto sono strazianti: l’ONA (Osservatorio Nazionale Amianto) riporta come si registrano il 400% in più di casi di tumore tra i lavoratori impiegati nelle fonderie ILVA, ma anche il 50% di malattie tumorali in più tra gli impiegati dello stabilimento, esposti solo in modo indiretto, oltre al fatto che tra 1993 e il 2015 il 40% (472 su 1191) dei casi nella Puglia di mesotelioma, un tumore causato esclusivamente dall’amianto, sono stati diagnosticati nella sola città di Taranto.
L’inquinamento prodotto dalla fabbrica non risparmia neanche i bambini: infatti, sempre secondo l’ONA, a Taranto si registra un +54% di incidenza delle malattie tumorali nei bambini e un +21% di mortalità infantile (0 – 14 anni), con un dato ancora più drammatico nei quartieri Tamburi e Paolo VI, adiacenti all’acciaieria, dove risulta maggiore del 70% rispetto alla media della città; inoltre, secondo lo studio epidemiologico Sentieri tra il 2002 e il 2015 sono nati 600 bambini malformati, “con una prevalenza superiore all’atteso calcolato su base regionale”, oltre a più di 40 tumori in età pediatrica e nel primo anno di vita.
Nonostante la nota condizione a cui i residenti di Taranto sono costretti, l’inquinamento atmosferico nella città aumenta di anno in anno. Come rilevato dall’ARPA Puglia, la media di benzene, composto tossico che genera il cancro, nell’aria è in costante crescita. Tra gennaio e novembre 2022 il valore medio delle rilevazioni era pari a 3,3 microgrammi per metro cubo, un valore superiore alle medie rilevate dal 2019 al 2021. Nel 2019 infatti il valore medio era di 1,3 μg/m3, nel 2020 di 2,8 μg/m3 e infine nel 2021 di 2,9 μg/m3
L’ONU ha riconosciuto l’impianto siderurgico dell’ILVA tra le aree più degradate e inquinate del mondo, nonché definito la produzione degli stabilimenti come una vera a propria violazione dei diritti umani a danno dei cittadini tarantini.
I motivi per cui questo stato di cose perdura a Taranto sono le logiche di profitto da parte delle dirigenze aziendali che si sono susseguite negli anni, insieme al costante ricatto occupazionale legato alla falsa contrapposizione tra occupazione e diritto alla salute. Questo è quanto avvenuto ad esempio nel dicembre 2019 a seguito di una sentenza del Tribunale di Taranto che stabiliva il sequestro e lo spegnimento dell’altoforno 2 (uno dei tre su quattro in funzione), con la conseguente messa in cassa integrazione straordinaria da parte di ArcelorMittal, proprietaria degli stabilimenti, di 3500 operai a seguito della sentenza (la decisione fu in seguito annullata dal tribunale del riesame in accoglimento del ricorso presentato dall’ILVA).
L’elevata mortalità, la devastazione ambientale, le morti sul lavoro sono quindi da attribuire solamente alla gestione padronale dei mezzi di produzione, come testimoniano le parole di Aldo Romanazzi, uno degli impiegati “scomodi” per l’azienda: «Il nostro acciaio serve a costruire la ricchezza di qualcun altro. A noi ci lasciano solo la mondezza…»
Un crudo spaccato di un sistema di sfruttamento
Alla luce di quanto detto, il film Palazzina LAF ha l’indubbio merito di portare all’attenzione del grande schermo una serie di tematiche operaie e di denunciare fenomeni che i lavoratori, in molti casi inconsapevolmente, si trovano a vivere. Non è infatti consueto che le tematiche del lavoro siano affrontate in maniera altrettanto precisa e realistica, in tutta la loro crudezza. La visione del film, il cui giudizio è del tutto positivo, è pertanto consigliata per avere non solo un quadro su una vicenda che ha fatto storia nella giurisprudenza e nel diritto del lavoro italiano, ma anche per comprendere meglio quali sono le logiche sostenute dal padronato, quando vengono richiesti, come spesso accade, sacrifici ai lavoratori nel nome dell’interesse aziendale o di ristrutturazioni che gioveranno solo ai profitti di chi sfrutta ogni giorno il lavoro di milioni di persone.
24/12/2023
Il pacco del Governo Meloni
Austerità. Il Governo Meloni – in perfetta continuità con i Governi precedenti – si appresta a varare una manovra fiscale sotto il segno dell’austerità, ossia fatta di tagli alla spesa pubblica e maggiori tasse, perché opera nel solco della compatibilità con l’Unione europea e riserverà le poche risorse concesse dalla rigidità dei vincoli di bilancio a padroni e padroncini che rappresentano il blocco sociale di riferimento di qualsiasi governo di centro-destra. Questa politica economica del governo era già stata messa nero su bianco nella NADEF, ancor prima del rientro del PSC (ormai alle porte): il Governo ha già fatto i compiti a casa, ricevendo persino i complimenti della Commissione per l’intensità dell’aggiustamento di bilancio prospettato per il 2023 e per il triennio successivo. Inoltre, è notizia di queste ore che l’accordo raggiunto sul Patto di Stabilità e Crescita va al di là delle peggiori previsioni: l’Italia fa finta di avere ottenuto un successo con i piani di rientro spalmati su 7 anni per i paesi impegnati con le famigerate “riforme”, ma in realtà i meccanismi di controllo saranno molto più stringenti ed efficaci rispetto alle regole attuali, costringendo i paesi come l’Italia a ridurre il rapporto debito/PIL al ritmo dell’1% l’anno. Ma soprattutto, il disavanzo “consentito” ogni anno sarà dell’1,5% (oggi può arrivare al 3%); vuol dire, in pratica che l’Italia dovrà registrare avanzi primari ad un ritmo ancora più elevato di quanto già fatto registrare negli ultimi 15 anni (con conseguente rallentamento dell’economia).
Pensioni. Per il 2024 l’austerità pensionistica, già suggellata nel 2023, sarà pienamente confermata ed anzi verrà rafforzata.
- Si conferma anche per il prossimo anno, con qualche lieve rimodulazione al rialzo o al ribasso a seconda delle fasce di reddito, il taglio draconiano, già stabilito per il 2023, della percentuale di indicizzazione per le pensioni superiori a quattro volte il minimo INPS. In concreto significa che, per le pensioni uguali a superiori a circa 2100 euro lordi al mese (circa 1600 euro netti), non viene riconosciuta una piena indicizzazione alla dinamica dei prezzi, ma percentuali decrescenti al crescere della pensione fino ad un minimo al di sotto del 30% dell’inflazione per le pensioni più alte. Non è difficile capire come si tratti di una misura fortemente punitiva, priva di alcuna giustificazione se non la volontà di far cassa sulla pelle dei pensionati in nome dell’austerità di bilancio e che sortisce effetti distributivi dirompenti in tempi di alta inflazione.
- La condizione legata all’accesso anticipato alla pensione tramite quota 103 peggiora drasticamente. Rispetto al 2023, infatti, per chi va in pensione con quota 103 (62 anni + 41 di contributi) vi sarà: a) un ricalcolo della parte di pensione ancora legata al calcolo retributivo, che avverrà ovviamente con il sistema contributivo e porterà a decurtazioni significative; b) la pensione non potrà comunque eccedere la cifra di 2272 euro lordi (prima era 2800), ovvero circa 1700 euro netti; c) dilatazione del tempo delle finestre di accesso (con ulteriore rimando di alcuni mesi dell’effettiva ricezione della prima pensione); Vengono inaspriti i requisiti di accesso a opzione donna (da 60 a 61 anni), già fortemente ristretti per il 2023 e limitati ad una platea rigidamente selezionata; sono resi più severi anche i requisiti anagrafici per l’APE sociale; è anticipato di due anni l’adeguamento dei requisiti per la pensione anticipata (dal 31-12 2026 al 31-12 2024).
- C’è un altro inasprimento drastico, questa volta dei requisiti per l’accesso alla cosiddetta pensione anticipata solo contributiva (64 anni di età + 20 di contributi), riservata cioè ai lavoratori “contributivi puri”, ovvero coloro che andranno in pensione soltanto con il sistema contributivo perché hanno iniziato a versare contributi dopo il 1996 (una platea per ora ristretta, ma che crescerà nel tempo). Il requisito per accedere alla pensione anticipata solo contributiva è che l’assegno pensionistico sia almeno tre volte il minimo INPS (prima era 2,8 volte), penalizzando così i pensionati più poveri che non possono godere di questo diritto; inoltre, l’assegno non potrà eccedere le cinque volte il minimo INPS (2840 euro lordi al mese), fino al raggiungimento dei 67 anni di età. Viene agganciato inoltre all’evoluzione della speranza di vita non solo il requisito anagrafico, ma anche quello contributivo (cosa non prevista dalla legge Fornero).
- In conclusione, l’impianto complessivo dell’attuale sistema pensionistico italiano, così come plasmato prima dal governo Draghi e poi dal governo Meloni in due anni di legislatura risulta per gran parte degli aspetti peggiorativo rispetto alla situazione prevista dalla Legge Fornero.
Sanità. Abbiamo già spiegato come l’austerità abbia devastato la sanità pubblica. La nuova manovra aumenta il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) di 3 miliardi per il 2024, 4 miliardi per il 2025 e 4,2 miliardi per il 2026, salendo rispettivamente a 134 miliardi (2024), 135,3 miliardi (2025) e 135,5 miliardi (2026). Per il 2024, 2,4 miliardi (80%) sono destinati ai rinnovi contrattuali del personale dipendente e convenzionato, lasciando pochissime risorse per le altre priorità. Non è previsto un piano straordinario di nuove assunzioni (mancano 30 mila medici e 250 mila infermieri), indispensabile per rilanciare la sanità pubblica, che dopo il Covid presenta criticità drammatiche. Questi numeri si traducono in una riduzione del finanziamento pubblico in termini reali: dal 2025 gli aumenti nominali non coprono nemmeno gli aumenti legati all’inflazione, traducendosi in meno macchinari, meno farmaci, peggioramento del servizio. Sono confermate anche le stime della NADEF 2023 sulla spesa sanitaria per il triennio 2024-2026, con riduzione del rapporto spesa sanitaria/PIL, che precipita nel 2026 al 6,1% (molto al di sotto della media europea, in Germania e Francia siamo al 10%).
Reddito di Cittadinanza. Il Governo cancella il sostegno a 900mila famiglia, come segnala anche (addirittura) Bankitalia. Il taglio del reddito colpisce in particolare le fasce più deboli della popolazione, cioè le stesse maggiormente colpite dall’inflazione (che ammonta a un enorme 18% cumulato negli ultimi 3 anni) che pesa maggiormente sui più poveri, per i quali è maggiore la quota di spesa destinata a beni energetici ed alimentari, cioè i beni con la crescita dei prezzi maggiore. Approfondimenti qui.
Fisco. La mancetta del taglio al cuneo fiscale è confermata per il 2024 per i redditi fino a 35mila euro: sappiamo che queste risorse finiscono direttamente nei profitti delle imprese nel medio periodo, persino a detta di economisti liberisti come Boeri e Perotti (approfondimenti qui e qui). Verranno ridotte, in futuro, le aliquote IRPEF da 4 a 3 (una riduzione delle aliquote significa sempre minore progressività, e quindi un regalo ai più ricchi). Aumentano i trattamenti di favore per i redditi non da lavoro (es. estensione del regime della cedolare secca, regimi forfettari, etc.). Cade nel ridicolo, inoltre, l’imposta sugli extraprofitti per le banche (che al posto di pagare l’imposta possono accantonare i soldi fra le loro riserve) e imprese energetiche.
Autonomia differenziata. Le diseguaglianze aumenteranno anche su base territoriale, con il progetto dell’autonomia differenziata (la “secessione dei ricchi”), come il Governo promette di fare già da gennaio. Le Regioni più ricche punteranno a trattenere una quota maggiore del proprio “residuo fiscale” (cioè, la differenza fra le imposte riferibili alle attività economiche svolte sul proprio territorio e la spesa pubblica relativa agli stessi territori). In questo modo si indebolisce la funzione redistributiva che è proprio alla base di un sistema fiscale, e si dirà definitivamente addio all’idea che qualsiasi cittadino italiano ha diritto (almeno per le prestazioni essenziali) alla stessa quantità e qualità di prestazioni a prescindere da dove è nato o vive.
Rinnovo dei contratti pubblici. I contratti del pubblico impiego sono scaduti il 31 dicembre 2021, e dunque le retribuzioni dei lavoratori sono ancora quelle fissate a suo tempo, a fronte comunque di una inflazione a due cifre che ha ridotto pesantemente il già magro potere di acquisto dei lavoratori pubblici. La Legge di Bilancio destina 3 miliardi per il 2024 e 5 per il 2025. Queste risorse sono del tutto insufficienti per garantire un adeguato rinnovo contrattuale. A fronte di un’inflazione che sfiora il 18% nel triennio, servirebbero non meno di 31 miliardi di euro, mentre le risorse sin qui stanziate sono una piccola goccia nell’oceano. Sempre più vincitori di concorso dovranno rinunciare al posto, a causa dei costi insostenibili nelle grandi città (con conseguente malfunzionamento dei servizi pubblici), e il Ministro Zangrillo in tutta risposta se ne esce con la retorica del “posto figo” (mentre Salvini precetta in continuazione).
Politiche industriali: non c’è praticamente nulla. L’articolo 52 rafforza l’accesso al credito per l’export delle imprese, l’articolo 53 definisce i limiti del credito di imposta per le imprese che vogliono investire nella nuova ZES unica del Mezzogiorno. L’articolo 55 finanzia i Contratti di Sviluppo per 190 mln di euro nel 2024 e 210 per il 2025. Infine, l’articolo 56 estende e modifica le garanzie SACE per gli investimenti produttivi e infrastrutturali a parziale fallimento di mercato. In materia di energia si registra solamente lo stanziamento di 400mln di euro per il bonus sociale elettrico per il primo trimestre del 2024, mentre si dice addio al Servizio di maggior tutela. In materia di politica industriale ed energia il numero contenuto di provvedimenti si spiega parzialmente col recente varo di tre decreti specifici in questi ambiti, che costituisce una pessima prassi legislativa che finisce col frammentare eccessivamente gli interventi creando un quadro estremamente complesso e di difficile interpretazione. E a proposito di politica industriale, due parole sull’ILVA. Su un impianto di interesse strategico per il paese, un Governo autodefinito sovranista è appeso ai capricci di una multinazionale indiana con sede in Lussemburgo, ed è impegnato a trovare una soluzione utile solo a coprire con soldi pubblici i debiti accumulati in questi anni da un privato che macina utili sulla salute dei cittadini e lasciando in cassa integrazione circa la metà dei lavoratori. Il risultato? Alla fine, non sarà tutelato né il diritto alla salute, né un obiettivo di politica industriale, né obiettivi sociali di occupazione nel Mezzogiorno. Il tutto, peraltro, con un enorme esborso di soldi pubblici
Revisione del PNRR. È un punto legato indirettamente alla legge di bilancio. Tale revisione è infatti parte integrante della manovra economica del governo, e sposta circa 20 miliardi di euro di risorse destinandole prevalentemente alle imprese (12 miliardi di soliti incentivi automatici, regali ai profitti, 5 miliardi alle imprese del settore energetico per il REPowerEU), lasciando le briciole alle misure sociali (750 milioni per la Missione Salute del PNRR).
Le uniche misure della manovra sono un mero rifinanziamento di
interventi già in corso, tutti interventi che non servono a ribaltare il
paradigma degli scorsi decenni.
Il governo dimostra ancora una
volta di essere forte con i deboli e debole coi forti, implementando
alacremente l’agenda di austerità dei governi precedenti, con
l’aggravante di un ulteriore salto di qualità nel favorire gli interessi
dei ceti più abbienti e nella riduzione dell’intervento pubblico e
delle risorse destinate a scuola, sanità e sostegno ai redditi più
bassi.
03/12/2023
“Palazzina Laf” e i reparti confino. Un aiuto a non dimenticare
“Palazzina Laf” è ambientato nel 1997 nello stabilimento ILVA di Taranto in una storia di sfruttamento, degrado, guerra tra poveri in una fase tumultuosa di dismissioni del patrimonio industriale pubblico, di privatizzazioni che nel campo strategico della siderurgia fu contrassegnato dal disgraziato avvento di Riva.
Esiste una differenza storica tra il tipo di repressione mostrata nel film e quella che fu portata avanti negli anni ’50: nella fabbrica illustrata dal lavoro di Riondino il confino in un “reparto-ghetto” è associato una forma sottile di violenza privata (con il sindacato che annaspa), concluso con una sentenza che riconosceva, per la prima volta in Italia, il reato di “mobbing”.
La storia delle repressioni padronali – governative – poliziesche di cinquant’anni prima fu una storia tutta politica, di isolamento degli attivisti, di licenziamenti brutali destinati a spezzare concentrazioni giudicate pericolose, di invenzioni di “sindacati gialli” e di spionaggio a livello industriale come dimostrò un famoso caso poi denunciato alla Fiat.
La Fiat può essere considerata l’epicentro di queste tristi vicende (cfr. Pugno e Garavini “Gli anni duri della FIAT”) la storia dell’OSR, l’Officina Sussidiaria Ricambi che inizia il 15 dicembre 1952, a Torino, quando la Fiat di Valletta mandò l’elettricista Pietro Baldini a sistemare un piccolo stabilimento, in Via Peschiera, per preparare l’apertura di una nuova officina.
L’apertura della nuova sezione venne spiegata con generici motivi tecnici, ma presto fu chiaro che la direzione non aveva alcun effettivo interesse per l’attrezzatura e la produttività del nuovo stabilimento: la Fiat di Valletta vi destinò 130 lavoratori per motivi politici e sindacali. Erano quasi tutti comunisti, più qualche socialista.
Nel gergo aziendale erano stati catalogati come “facinorosi” ed erano tutti attivisti dell’unico sindacato, la FIOM, che si opponesse allora allo strapotere della azienda torinese.
La Fiat, nella lotta contro l’organizzazione operaia, cercava di decapitare il movimento di classe nei suoi stabilimenti concentrando in un vero e proprio ghetto gli attivisti più impegnati, e si preparava ad eliminare tutti coloro che non si fossero piegati alle discriminazioni ed ai soprusi, additandoli ai benpensanti come vagabondi per il minor rendimento dovuto alle pietose condizioni del macchinario.
La FIAT intesa come apripista di un quadro complessivo che ha segnato l’intera ripresa dell’industria italiana: una ripresa pagata completamente dalla classe operaia.
Erano gli anni più bui della reazione, ma quelli dell’O.S.R (ribattezzata dagli operai Officina Stella Rossa) non mollarono, smascherando le manovre del monopolio torinese davanti all’opinione pubblica italiana, tanto che la commissione parlamentare di inchiesta nelle fabbriche visitò l’O.S.R. e parlò con gli operai per una intera giornata.
Fallì anche il tentativo di disgregare la compattezza dei lavoratori con l’immissione di una ventina di elementi provocatori, e quando nel dicembre 1957 gli operai furono tutti licenziati e l’officina venne chiusa, perfino il consiglio comunale di Torino, che pure era di maggioranza centrista, condannò all’unanimità il comportamento della Fiat: la tenace resistenza degli operai della O.S.R. aveva reso impossibile a chiunque chiudere gli occhi sul carattere di discriminazione dei licenziamenti.
Anche a Savona accaddero episodi analoghi sia all’ILVA come alla Scarpa e Magnano: le due fabbriche più importanti di una città industriale dove all’epoca (comprendendo le officine di Vado Ligure) gli operai di fabbrica erano circa 10.000.
Savona fu colpita in pieno da una forte recessione occupazionale concentrata negli stabilimenti ILVA, messi in crisi dalla scelta di costruire il grande centro siderurgico “Oscar Sinigaglia” a Genova Cornigliano: scelta avvenuta proprio nel quadro di quella ricollocazione complessiva dell’intervento pubblico in economia cui si accennava e che rappresentò il punto di forza dell’interventismo democristiano nella gestione dell’economia della ricostruzione. Savona si trovò al centro di questo tipo di episodi.
A Savona tutta la Città si unì in un vero e proprio afflato corale per difendere il proprio patrimonio industriale.
L’Amministrazione Comunale di sinistra si schierò totalmente dalla parte degli operai (l’ILVA risultò occupata per molti mesi nell’inverno 1951) formando con il sindacato un blocco fortemente coeso e puntando anche su di una certa qualità di proposta e su di una grande capacità di attivizzazione sociale, tale da coinvolgere larga parte della Città nella difesa dei posti di lavoro: molti ricorderanno come nel corso dei grandi scioperi che contraddistinsero quel periodo risultava spontanea l’adesione di commercianti e artigiani.
Alla fine, siamo nella prima metà degli anni’50, nell’ambito di un rafforzamento dell’intervento dello Stato in alcuni settori strategici dell’industria con l’allargamento del sistema di Partecipazioni Statali (nel 1956 fu istituito un apposito Ministero) strettamente collegato alla crescita di potere della corrente fanfaniana della DC, Savona uscì sicuramente ridimensionata nella sua presenza industriale ma ancora in possesso dei suoi settori più significativi.
Il declino vero e proprio si avviò nel decennio successivo soprattutto accumulando ritardo sul piano del know-how e avviandosi il fenomeno determinante della “fuga dei cervelli”, soprattutto in esito della vertenza dell’elettromeccanica nel 1960 con il trasferimento a Bergamo dei più importanti quadri tecnici della Scarpa e Magnano trasformata in Magrini – Galileo.
A partire dai primi anni cinquanta e per tutto il decennio fino al '68-'69 si spegne l’incantesimo, la grande fabbrica è caserma o prigione nascondendo i luccichii del boom. Lo spirito geometrico della grande fabbrica si alimenta di ordine e di regolarità e si serve della repressione; il tempo rigorosamente calcolato non ammette vuoti, nello sfruttamento intensivo e scientifico e per chi si ribella ci sono esilio e confino.
La grande ristrutturazione è affrontata mandando a casa le lettere di licenziamento consegnate a mezzanotte dalle guardie della sicurezza per evitare l’immediata reazione degli operai. Il film di Riondino pur nella diversità dei fatti ci aiuta a non dimenticare.
Fonte
25/09/2022
I dossier industriali che il prossimo governo dovrà affrontare sin dal primo giorno
In campagna elettorale Giorgia Meloni ha in più occasioni espresso la sua contrarietà alla cessione (di cui il Tesoro manterrebbe comunque una quota significativa), rimarcando come la decisione dovrebbe essere presa dal prossimo governo. Il problema è che nel frattempo la compagnia continua a perdere, circa 2 milioni di euro al giorno. In estate i dati di traffico sono migliorati ma meno rispetto al resto del mercato. Da sola Ita non vola con le sue ali e la ricerca di un partner pare una scelta obbligata. A meno che il nuovo governo non voglia davvero tentare l’ennesimo e improbabile rilancio, con costi elevati ed alti rischi. Alitalia prima ed Ita Airways dopo sono già costate alle casse pubbliche oltre 13 miliardi di euro.
Il gruppo bancario Monte dei Paschi di Siena intanto continua la sua lotta per la sopravvivenza. La scorsa settimana l’assemblea dei soci ha dato il via libera a un nuovo aumento di capitale da 2,5 miliardi di euro, quasi 10 volte l’attuale valore in borsa della banca (il Tesoro, che controlla ancora il 64%, dovrà versare circa 1,6 miliardi). I soldi serviranno innanzitutto per finanziare il piano di riduzione dell’organico che prevede 4mila uscite e quindi, in prospettiva, ridurre i costi della banca. Subito prima dell’assemblea Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia, aveva detto: “È un momento difficile ed è meglio aspettare il nuovo governo”. In queste settimane il leader della Lega Matteo Salvini ha più volte prospettato l’intenzione di fare di Mps “il perno di un terzo polo bancario concentrato sulle Pmi”. Secondo Salvini Mps è in grado di reggersi sulle sue gambe e può dar vita ad una serie di aggregazioni. I mercati non sono così ottimisti visto che da inizio anno il titolo ha perso il 67% a fronte di cali tra il 7 e il 19% dei principali concorrenti italiani.
La partita della ricapitalizzazione è solo alle battute iniziali. Dalle prime indicazioni non pare che ci sia una corsa degli investitori a partecipare. L’amministratore delegato Luigi Lovaglio deve trovare 900 milioni di euro di capitali privati e permettere così al Tesoro, che può intervenire solo a condizioni di mercato, di sottoscrivere la sua quota senza violare la normativa sugli aiuti di Stato. Operazione tutt’altro che semplice in una fase di mercato complicata e dominata dall’incertezza. Incontri informali sono già in corso mentre il road show vero e proprio partirà dopo il lancio dell’aumento fissato per il prossimo 10 ottobre. La banca sta lavorando al prospetto informativo, in cui dovrà dettagliare un quadro preciso di tutti i rischi che l’investimento comporta. Tra i punti critici che Mps dovrà evidenziare nel prospetto figurano quelli legali, ossia 3,7 miliardi di richieste danni per le informazioni date al mercato negli scorsi anni. In cambio dell’assunzione di un rischio il piano di Mps promette 700 milioni di utili prima delle tasse nel 2024.
In questi giorni Telecom Italia ha aggiornato nuovi minimi storici in borsa dove un’azione si scambia a 0,18 euro. Il governo di Draghi ha discusso per mesi l’ipotesi di una fusione tra la rete a banda ultralarga di Telecom con quella di Open Fiber. Open Fiber è controllata al 60% da Cassa Depositi e Prestiti, braccio finanziario del ministero del Tesoro, che attende il nuovo governo per fare la sua mossa sulla rete. Giorgia Meloni non è contraria alla creazione di una struttura unica ma FdI ha anche messo a punto un piano che prevede che Cdp si ricompri tutta Telecom Italia per poi rivendere la divisione di telefonia per abbattere il debito, ripagare l’operazione e mantenere il controllo della rete. Bisogna, naturalmente, fare i conti anche con i desideri degli altri azionisti. In primis i francesi di Vivendi che possiedono il 23,9% di Tim e valutano questa partecipazione almeno 31 miliardi di euro.
L’ex Ilva di Taranto continua la sua lenta agonia. La produzione è la metà dei livelli potenziali, 3mila persone sono in cassa integrazione. L’acciaieria (al 30 giugno) doveva pagare ad Eni (controllata al 30% dal Tesoro) bollette energetiche per 258 milioni di euro. In arretrato sono anche 100 milioni di euro di pagamenti ai fornitori dell’indotto che ora minacciano il blocco. Gli impianti rimangono sotto sequestro con facoltà d’uso. Una volta che questa situazione si sbloccherà Invitalia, società del Ministero dell’Economia, dovrebbe rilevare un’altra quota di Acciaierie d’Italia da ArcelorMittal, salendo al 60% e controllando così la società. Il decreto Aiuti bis ha stanziato 1 miliardo di euro per sostenere le casse di Acciaierie d’Italia, il Dl Aiuti ter un altro miliardo per la de carbonizzazione. Rischiano di non essere gli ultimi.
L’Ilva, impresa energivora per eccellenza, soffre il balzo dei costi energetici. Ma in seria difficoltà sono anche un centinaio di piccoli operatori (tra i 5mila e i 50mila clienti) che non producono direttamente ma acquistano gas ed energia e poi rivendono ai clienti. I grossisti hanno stretto sulle condizioni di vendita e in molti si trovano sforniti di gas. In Germania il governo ha deciso di nazionalizzare il colosso Uniper, di proprietà della finlandese Fortum, strozzato dalla riduzione delle forniture russe. Per assicurare il rispetto dei contratti Uniper è stata costretta a reperire il gas mancante sui mercati pagando prezzi altissimi senza poterli traslare sui clienti che hanno tariffe bloccate per un determinato periodo di tempo.
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