Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2025

L’ex Ilva serve, la cura c’è: vento e idrogeno verde

di Franco Padella

La vera opportunità per Taranto e la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi lo sviluppo delle rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Soluzioni tampone basate sul gas sono miopi e fallaci. Un piano industriale pubblico per evitare una grave perdita per l’intera industria italiana.

Il percorso verso una siderurgia sostenibile e il dibattito sul futuro dell’ex ILVA di Taranto, con il suo drammatico intreccio di posti di lavoro a rischio e impatto ambientale, continuano a riproporsi ciclicamente, rivelando, a livello governativo, il perpetuare dell’assenza di una visione prospettica, unica in grado di fornire una soluzione che non ripeta il passato di inquinamento e progressivo smantellamento dell’impianto. Contro questo destino disegnato lo scorso 16 ottobre si è svolto con successo lo sciopero generale dell’intera ex ILVA e del tema della riconversione ambientalmente sostenibile di Taranto si è occupato il 17 ottobre un convegno di Legambiente, all’interno del quale è stato presentato uno studio dell’Università di Bari verso tale direzione. Taranto rappresenta molto più dell’emergenza nazionale, che pure è: è il simbolo della centralità della siderurgia per un Paese industrializzato, e della necessità di mantenere una capacità produttiva in un momento di profonda trasformazione degli assetti politici e tecnologici del mondo. Troppo spesso, nel fiume di parole che da anni circonda l’ex ILVA, si perde di vista la centralità dell’acciaio nella società attuale e futura, materiale centrale in qualunque settore dell’industria manifatturiera che non è possibile relegare ad un più o meno glorioso passato. La questione, del tutto irrisolta nel caso di Taranto, non è se sia necessario produrre acciaio, ma come farlo in modo sostenibile per l’ambiente e per il territorio.

L’acciaio è una lega metallica composta principalmente di ferro e carbonio, quest’ultimo in quantità inferiori all’1,7%. Simbolo stesso dell’industrializzazione, ancora oggi l’acciaio rappresenta oltre il 90% dell’intera produzione di metalli raffinati nel mondo. Viene prodotto rimuovendo chimicamente l’ossigeno dai minerali di ferro, il processo tradizionale avviene ad alta temperatura, con formazione di anidride carbonica. Nel 2024 la produzione di acciaio grezzo mondiale è stata di 1,88 miliardi di tonnellate, con 3,7 miliardi di tonnellate di CO₂ emessa, tra il 7 e l’11 % delle emissioni globali. Circa 200 milioni di tonnellate di emissioni provengono dall’Europa. Queste sono le cifre globali della siderurgia. Il tutto in un quadro normativo e tecnologico in piena evoluzione all’interno del quale l’Italia, con le sue ripetute e disastrose cessioni della siderurgia ex pubblica, nei fatti appare aver rinunciato ad avere un ruolo attivo. Un ruolo che solo un intervento sistemico, non lasciato alle buone volontà dei passati come di futuri acquirenti industriali, può garantire.

Prendendo spunto dallo sciopero del gruppo ex ILVA del 6 ottobre scorso e dal convegno di presentazione del report sulla riconversione di Legambiente, questo testo si propone di fare chiarezza su cosa è la produzione di acciaio, affrontando il tema della riconversione sostenibile della siderurgia attraverso qualche spiegazione delle tecnologie e dei processi che possono guidare la transizione. L’obiettivo è fornire gli strumenti per comprendere di cosa si parla, oltre il rumore di fondo che da troppo tempo caratterizza la questione dell’ex ILVA.

Le condizioni al contorno: l’Emission Trading System e il Carbon Border Adjustement Mechanism

La Comunità Europea regola le sue emissioni di anidride carbonica (dette anche emissioni di carbonio) attraverso un meccanismo di commercio detto Emissions Trade System (ETS). Questo è un sistema “cap-and-trade” (tetto e scambio) nel quale la Comunità fissa un limite massimo alle emissioni totali consentite per impianti ad alta intensità energetica (tra i quali la siderurgia). Il tetto stabilito si riduce nel tempo. Nello scambio vengono allocate o vengono messe all’asta delle “quote di emissione”, le quali, nel caso di non utilizzo, possono esser vendute alle aziende che emettono più delle quote loro precedentemente assegnate. Si crea in questo modo un mercato delle emissioni, nel quale la CO₂ emessa assume una quotazione economica portando, conseguentemente, ad un aumento dei costi di produzione. È previsto che il meccanismo assuma forme via via più stringenti nel tempo con la graduale riduzione delle quote di emissione gratuite, secondo un percorso di eliminazione (phase-out) ben preciso, stabilito nel pacchetto “Fit for 55”.

A partire dall’inizio nel 2026 è prevista una riduzione lineare delle quote gratuite, per finire con la loro eliminazione nel 2034. L’ingresso di prodotti da Paesi non soggetti al sistema ETS verrà regolato da un meccanismo di aggiustamento alla frontiera (Carbon Border Adjustment Mechanism-CBAM) con il quale saranno tassate le importazioni di merci carbon-intensive (come nel nostro caso l’acciaio). Questo per evitare lo spostamento delle produzioni verso Paesi con regole più deboli. Il CBAM imporrà un prezzo del carbonio sulle importazioni di acciaio (e altri beni) pari a quello che l’importatore avrebbe pagato se il prodotto fosse stato fabbricato sotto l’ETS europeo. Con il CBAM la siderurgia europea perde la protezione interna dovuta alle quote gratuite, guadagnando al contempo una protezione alla frontiera contro la concorrenza estera.

Già oggi, ancora in presenza delle quote di assegnazione gratuite, il prezzo della CO2 vale circa 80-90 €/tonnellata (2023-2024) un valore che le proiezioni della Commissione UE, come quelle di analisti indipendenti, indicano già essere pari alla metà del valore in grado di rendere profittevoli gli investimenti in tecnologie verdi nelle attività siderurgiche. Raggiunto tale valore non sarà più economicamente sostenibile la produzione d’acciaio per vie tradizionali, spingendo la siderurgia verso la trasformazione green sia per obbligo normativo che per convenienza economica. La combinazione di CBAM ed ETS, nella prossima assenza di quote gratuite, crea così il quadro per una siderurgia europea decarbonizzata e competitiva. Ed è in tale quadro che si stanno muovendo colossi europei quali Tyssen Krupp, o progetti di sviluppo molto avanzati come Hybrit.

La produzione tradizionale: altoforno e convertitore finale

Il percorso dell’acciaio ha inizio dal minerale di ferro, costituito principalmente da ematite e magnetite. Il minerale grezzo viene successivamente frantumato, arricchito e agglomerato con sostanze fondenti per poi essere processato nell’altoforno. Quest’ultimo è un reattore chimico verticale dove a temperature che superano i 2.000°C il minerale viene trasformato in ghisa. Il processo è guidato dalla presenza di carbone che reagisce chimicamente con il minerale alle diverse temperature dell’altoforno, perdendo gradualmente ossigeno e producendo ferro e anidride carbonica. Le sostanze fondenti, fondamentalmente calcare, estraggono le impurità formando la ganga ed ulteriore emissione di CO₂.

Il prodotto di questo processo è ghisa, ferro con alto contenuto di carbonio disciolto (3-4%), fragile e non utile per la maggior parte delle applicazioni. La trasformazione finale in acciaio avviene in convertitori, sorta di crogiuoli dove viene insufflato ossigeno puro, che estrae il carbonio disciolto nel fuso producendo ancora CO₂. Il materiale residuo, ora acciaio, contiene a questo punto un tenore di carbonio inferiore al 2%.

Complessivamente il processo di produzione vede 2 tonnellate di CO₂ emessa per ogni tonnellata di acciaio prodotto. È questo l’impatto dell’acciaio primario da altoforno, strettamente connesso alla tecnologia di produzione. È questo che rende necessario il cambiamento dell’intero assetto produttivo. Ed è questo, infine, che ha visto finora fallire ogni ingresso di imprese private all’ex ILVA di Taranto.

L’alternativa all’altoforno: il forno elettrico

Nelle discussioni attuali attorno alla siderurgia la parola chiave appare essere il forno elettrico ad arco (Electric Arc Furnace – EAF), definito alternativa “verde” all’altoforno. La realtà, tuttavia, è più complessa. Nelle tecnologie correnti il forno elettrico si nutre di materiali di riciclo, prodotti da un’economia circolare certamente positiva nel caso dell’acciaio, ma con limiti tecnologici nella qualità dell’acciaio finale prodotto. Il cuore del processo EAF è il rottame ferroso. A differenza dell’altoforno, che partendo da minerali deve compiere un articolato processo chimico di riduzione, il forno elettrico fonde semplicemente un materiale che è già acciaio. Il forno elettrico è strategico nell’economia del riciclo, e circa il 60% di acciaio europeo è prodotto in tal modo, con l’UE leader mondiale nel riciclo, con un tasso del rottame che supera l’80%. La media globale è ben più bassa, attestandosi intorno al 30-35% della produzione globale. Economie come la Cina e l’India, che dominano la produzione mondiale, si basano ancora pesantemente sull’altoforno per soddisfare una domanda di acciaio primario in crescita esplosiva. In sintesi, su circa 1,9 miliardi di tonnellate di acciaio prodotto globalmente ogni anno, poco meno di 1/3 proviene dalla rifusione dei rottami in un forno elettrico. Essendo il rottame un materiale “sporco” dal punto di vista metallurgico, l’acciaio riciclato ha tuttavia dei limiti nella qualità del prodotto finale. Durante i suoi cicli di vita, contaminanti diffusi quali rame, stagno, cromo, nichel ed altro si accumulano nel bagno di acciaio fuso rendendo l’acciaio fragile e non adatto ad applicazioni critiche come, ad esempio, le lamiere per automobili o le travi per grandi infrastrutture. A questo si aggiunge il fatto che la domanda di acciaio primario è in crescita, trainata dai Paesi in via di sviluppo e dalla insufficienza del rottame disponibile su scala globale.

Ecco perché il forno elettrico EAF non può sostituire l’altoforno, ma deve essere integrato in un processo più complesso, in maniera tale da costituire una nuova tecnologia di produzione. È qui che interviene un “nuovo” materiale di cui da un po’ di tempo si sente la denominazione. Si tratta del DRI (Direct Reduced Iron, ferro da riduzione diretta).

Il ferro da riduzione diretta

Il DRI, o Ferro da Riduzione Diretta, non è un semplice “nuovo” materiale di partenza da immettere nel forno elettrico, ma il prodotto di processo chimico completamente alternativo all’altoforno. Comprendere il DRI è la chiave per capire il cambio che la siderurgia richiede.

Il DRI è ferro metallico prodotto dalla estrazione chimica dell’ossigeno dal minerale allo stato solido. Questo avviene in assenza di fusione del metallo, attraverso un gas in grado di reagire con l’ossigeno presente nel minerale solido. Il DRI ottenuto ha un aspetto spugnoso e poroso (da cui il nome “ferro spugna”) perché la rimozione dell’ossigeno dagli ossidi di partenza e in assenza di fusione lascia dei vuoti nella struttura microscopica del materiale. Il DRI è ferro metallico per l’85-95%, con ossido residuo (3-8%), carbonio (0,5-2%) e scorie (3-5%). Il materiale è piroforico e quindi per renderlo facilmente maneggiabile e facilitarne trasporto e stoccaggio è compresso in pani densi e non più piroforici. A differenza dell’altoforno, che “mangia tutto”, il processo DRI è più sensibile ed esigente. Fondamentali sono gli ossidi di partenza, che devono possedere purezza e proprietà fisiche superiori. La forma di partenza è costituita da pellets, sorta di palline con una buona uniformità dimensionale (10-15 mm) e composizionale, ottenute agglomerando polvere di minerale di ferro finemente macinata (concentrato) e “cotte” ad alta temperatura evitando la fusione. Questa forma garantisce una permeabilità ottimale al passaggio del gas riducente all’interno del reattore DRI. Il tenore di ferro deve essere il più alto possibile, idealmente maggiore del 67%, mentre i contaminanti minerali debbono essere in quantità minimali o nulle. Rispetto all’altoforno, i requisiti del materiale di partenza sono stretti e ben definiti, rappresentando essi stessi un elemento fondamentale di differenziazione dal processo tradizionale.

Nelle discussioni sul futuro dell’ILVA appare finalmente anche il termine DRI, ma insieme a questo, come un fantasma fossile, aleggia lo spettro del gas naturale, ad occhi distorti visto come chiave di volta per il processo di ambientalizzazione. Ma ancora una volta la realtà è più complessa e il gas naturale non è la soluzione.

Il DRI a gas naturale

Quando si parla di produrre “ferro spugna” o DRI su larga scala, la tecnologia che domina il panorama attorno alla questione ILVA di Taranto parla di gas naturale. Questo idrocarburo ha un ruolo non solo come fonte energetica, ma fornisce anche la “chimica” necessaria per strappare l’ossigeno dal minerale. A questo gas, in maniera miope, appare da tempo affidarsi l’orizzonte istituzionale di ambientalizzazione della siderurgia primaria italiana.

Come funziona la produzione di DRI con il gas naturale? Il processo non inizia direttamente nel forno di riduzione. Il gas naturale, composto principalmente da metano, deve subire una trasformazione preliminare in reazione con acqua. In un apposito reattore detto reformer, il metano viene fatto reagire con vapore acqueo ad alta temperatura. Viene prodotto un gas, detto syngas, costituito da una miscela di monossido di carbonio e idrogeno. È il syngas che viene fatto reagire con minerale di ferro in pellet, portato a temperature comprese tra gli 800 e i 1.050°C. Il syngas attacca il minerale, ne estrae l’ossigeno e forma il ferro DRI solido e spugnoso pronto per essere fuso in un forno elettrico.

Anche qui il punto cruciale, ancora una volta, è costituito dalle emissioni. Con il DRI a gas naturale, l’anidride carbonica non è un semplice sottoprodotto accidentale ma è intrinseca alla reazione chimica stessa. Ogni volta che una molecola di CO, prodotta da metano, riduce il minerale, genera una molecola di CO₂. Questa è la fonte principale di emissioni, e la sua produzione è inevitabile in questo schema chimico. Altra CO₂ viene emessa dalla combustione, necessaria per generare il calore che alimenta il reformer e mantiene il reattore alla temperatura operativa. Considerando le emissioni indirette, legate all’energia elettrica che fa funzionare pompe, compressori e altri ausiliari, abbiamo che per ogni tonnellata di DRI prodotta con syngas ottenuto da metano l’atmosfera si carica di 1,2 – 1,6 tonnellate di CO₂. Se è vero che è un netto miglioramento rispetto alle quasi 2 tonnellate dell’altoforno, è altrettanto chiaro che questa rimane una tecnologia lontana dall’essere la soluzione definitiva per un’acciaieria a zero emissioni. La sopravvivenza economica del DRI ottenuto da gas è legata a un “paracadute” normativo destinato a sparire: le quote di emissione di CO₂ gratuite assegnate dall’Unione Europea. Man mano che le aziende saranno costrette a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa, il costo di produzione del DRI a gas naturale schizzerà alle stelle, erodendone rapidamente la competitività. Il conto alla rovescia per il DRI a gas naturale è già iniziato. La sua finestra di opportunità come tecnologia-ponte è determinata dal prezzo crescente del carbonio e dalla scadenza delle agevolazioni. Investire oggi in un nuovo impianto DRI a gas naturale senza un piano chiaro per la rapida conversione all’idrogeno verde significa rischiare di ritrovarsi in una condizione velocemente antieconomica.

Il DRI ad idrogeno

Il processo che utilizza idrogeno verde è il solo che può essere definito quale meta realistica per la decarbonizzazione dell’acciaio primario. Il concetto è radicale: sostituire completamente il gas naturale con idrogeno verde, e cioè prodotto esclusivamente da elettricità rinnovabile.

Il processo centrale avviene in un elettrolizzatore, un apparato alimentato da corrente elettrica che scompone le molecole d’acqua in idrogeno ed ossigeno. Il processo richiede circa 50 kWh di energia elettrica per produrre un chilogrammo di H₂. L’idrogeno verde viene immesso direttamente nel reattore di riduzione diretta, dello stesso tipo di forno utilizzato per il gas naturale. All’interno, a temperature tra gli 800 e i 1.050°C, avviene la reazione che trasforma il minerale. L’idrogeno strappa l’ossigeno dagli ossidi di ferro, producendo la sola emissione di vapore acqueo. Dal reattore fuoriesce un “DRI verde”, identico nell’aspetto al suo predecessore fossile, ma con emissioni di CO₂ azzerate, in quanto la reazione chimica produce solo vapore acqueo e non anidride carbonica. Le emissioni di combustione sono azzerate in quanto non c’è combustione di idrocarburi. Il calore necessario può essere generato elettricamente o recuperando e riciclando i gas del processo stesso, sempre alimentati da energia rinnovabile. Le emissioni indirette possono essere azzerate.

Se l’intero sistema (elettrolizzatore e ausiliari dell’impianto) è alimentato da elettricità rinnovabile, anche queste emissioni si annullano. In sintesi, la produzione di una tonnellata di “DRI verde” può virtualmente avvenire con zero tonnellate di CO₂ emesse direttamente dal processo.

Le uniche emissioni residue, che possono essere ulteriormente mitigate, sono quelle legate all’estrazione e al trasporto del minerale di ferro. Questo processo trasforma la siderurgia da uno dei principali responsabili delle emissioni globali a un’attività potenzialmente a impatto climatico nullo.

La Puglia, le fonti rinnovabili e l’idrogeno verde per una siderurgia pulita

La Puglia è la regione italiana leader nelle rinnovabili, avendo un totale di 7,36 GW di potenza rinnovabile installata (fotovoltaico più eolico). A tale potenza corrisponde una produzione stimata di 16,5 TWh annui di energia pulita. Tuttavia la Puglia ha ancora un’enorme capacità di crescita: entro il 2030 potrebbe raddoppiare la potenza installata, raggiungendo una capacità produttiva tra i 28 e i 36 TWh annui (1 TWH=1000000 kWh). Il fotovoltaico è destinato a trainare questa crescita, con progetti di agri-voltaico e comunità energetiche che potrebbero portare la produzione da fonte solare a 12-15 TWh. L’eolico a terra, già robusto a 9 TWh, può puntare sul “repowering”, sostituzione dei generatori obsoleti, per arrivare a 14 TWh. Completa il quadro l’eolico offshore, con progetti in sviluppo che potrebbero contribuire con almeno ulteriori ulteriori 3-6 TWh annui. In questo quadro il surplus energetico può trasformarsi in una concreta opportunità per la riconversione industriale.

Una produzione realistica di acciaio nell’ex ILVA di Taranto si può assestare tra i 4 e i 6 milioni di tonnellate annue. Considerando un consumo di 50-55 kg di H₂ per tonnellata di DRI prodotto questo porta ad una valutazione di 200.000-300.000 tonnellate annue di idrogeno, con un corrispondente consumo di energia tra i 10 ed i 15 TWh/annui, un valore di circa la metà del potenziale rinnovabile previsto nella regione al 2030. Questi numeri, come ben sottolineato all’interno dello stesso convegno di Legambiente, evidenziano con chiarezza che la riconversione sostenibile dello stabilimento è tecnicamente possibile, ma richiede lo sviluppo di un sistema energetico dedicato, con concreti investimenti in impianti rinnovabili ed elettrolizzatori. La Puglia possiede le potenzialità tecniche per supportare questa transizione, ma è evidente che un’operazione di questa portata non può realizzarsi senza un piano strategico nazionale che integri organicamente lo sviluppo delle rinnovabili con la riconversione industriale. Qualunque altra soluzione, definita più o meno opportunamente “tampone”, non potrà che portare l’acciaio di Taranto fuori da ogni competitività di mercato. Come abbiamo visto, e come sottolineato dai relatori, il tempo della riconversione possibile sta velocemente scadendo.

Per una visione pubblica della transizione

L’approccio finora seguito per la riconversione dell’ex ILVA di Taranto – basato sulla ricerca di un investitore privato che risolvesse definitivamente la questione – si è rivelato del tutto fallimentare. I continui tentativi di affidare a soggetti privati l’onere della transizione ecologica di un impianto strategico, per di più in assenza di un quadro chiaro di sostegno pubblico e di lungo periodo, hanno prodotto solo delusioni e ulteriore incertezza. Come sottolineato nella descrizione delle tecnologie e ben riportato nel convegno di Legambiente, la transizione sostenibile della produzione di acciaio è tecnicamente possibile, ma consiste in una azione complessa da giocare su più piani, che ha bisogno di un sistema tecnologico integrato non limitato alla acciaieria in quanto tale. L’inserimento del solo forno ad arco, magari alimentato con DRI derivante da metano o, peggio, comprato imbricchettato da produttori esterni o ancora peggio da solo acciaio di recupero, non copre le necessità di un Paese che voglia mantenere la strategicità della produzione di acciaio primario. Come ben sottolineato nel convegno, la trasformazione dell’acciaieria ha necessità radicali, che riguardano, oltre alla fabbrica, anche la produzione energetica e il territorio a monte, la produzione di idrogeno verde e il suo utilizzo per il DRI a valle. E riguardano la gente che nel territorio e nella fabbrica vive e lavora.

Sul fronte del lavoro il cambio di tecnologie comporterà anche una riduzione del personale impiegato direttamente nell’acciaieria, ma la forte espansione delle rinnovabili e l’inserimento degli elettrolizzatori può più che compensare le perdite dirette e di indotto nella fabbrica. È evidente che la complessità e i costi di questa trasformazione richiedono una regia pubblica forte e consapevole. Per questo motivo appare del tutto miope e controproducente l’enfasi posta su soluzioni intermedie come l’ambientalizzazione a gas naturale, tecnologia che ben presto andrà a finire su un binario morto. Presentare il DRI a gas come soluzione, in assenza di qualunque percorso di transizione veloce verso l’idrogeno verde, significa ignorarne i limiti strutturali: non solo mantiene una dipendenza dai combustibili fossili, ma produce comunque emissioni significative di CO₂, condannando l’impianto a diventare velocemente non competitivo, con l’aumento del prezzo del carbonio e la scomparsa delle quote gratuite europee.

La vera opportunità per Taranto e per la Puglia risiede in una strategia integrata che leghi indissolubilmente lo sviluppo delle energie rinnovabili alla produzione di idrogeno verde per la siderurgia. Il potenziale energetico della regione, ben superiore a quello odierno, può e deve essere finalizzato strategicamente verso un obiettivo preciso: creare una filiera dell’idrogeno verde dedicata alla decarbonizzazione dell’acciaieria. Come anche chiesto dal sindacato, tutto questo porta a definire come urgente e non più rinviabile la definizione di un piano industriale pubblico che assuma la conversione a idrogeno verde dell’ex ILVA come un progetto nazionale strategico, coordinando gli investimenti nel potenziamento delle rinnovabili in Puglia con la costruzione di elettrolizzatori dedicati e guidando la transizione tecnologica verso il DRI a idrogeno, unica strada per una siderurgia primaria a zero emissioni, competitiva e duratura.

Solo un intervento pubblico determinato e dotato di visione prospettica può spezzare il circolo vizioso dei fallimenti, trasformando Taranto da simbolo del degrado ambientale in uno dei poli europei per l’acciaio verde, con ricadute positive sull’occupazione, l’ambiente e l’intero sistema industriale nazionale.

Fonte

28/09/2025

Ex Ilva: si apre la via della "finanziarizzazione all'americana"

Il bando per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia (ex Ilva) si è chiuso con un esito che riflette una profonda criticità strategica. Delle 10 offerte, solo 2 – quelle del fondo statunitense Bedrock Industries e della cordata Flacks Group/Steel Business Europe – mirano all'acquisto dell'intero complesso. Le restanti 8, invece, propongono un preoccupante frazionamento degli impianti, nella logica dello “spezzatino”. Questo scenario, dominato da operatori finanziari esteri e da proposte parziali, evidenzia il rischio concreto di uno spostamento verso la logica della finanziarizzazione, in netta opposizione al modello europeo di codecisione industriale (Mitbestimmung), basato su sostenibilità e stabilità sociale.

L'interesse dei fondi d'investimento si inserisce in una logica di private equity che, pur potendo offrire una soluzione tampone per la cronica crisi di liquidità e debito, non assicura una strategia industriale di lungo periodo. Tuttavia, ad onor del vero, non tutti i “fondi” operano con orizzonti brevissimi; alcuni mirano perfino a una ristrutturazione profonda e definitiva. Comunque questa logica, orientata alla massimizzazione del valore per gli stakeholder e alla prospettiva di un rapido disinvestimento (exit), rischia di subordinare le complesse esigenze industriali, occupazionali e ambientali di Taranto alla mera valorizzazione finanziaria dell'asset.

I Commissari straordinari dovranno valutare le offerte tenendo in altissima considerazione gli aspetti legati al lavoro diretto e indotto, gli impegni di decarbonizzazione e l'entità degli investimenti occorrenti. Tali criteri, imposti dal Governo, non collimano perfettamente con la rapidità e la selettività tipiche delle decisioni dettate dal capitale finanziario. Il ridotto numero di offerte ottenute per l'intero apparato industriale riflette la gravità della situazione che incombe sull'ex Ilva e spiega gli orientamenti verso soluzioni parziali o, nel caso dei grandi fondi, verso una ristrutturazione della contabilità e dei bilanci. Questa tendenza si scontra apertamente con il modello di sostenibilità integrata e concertazione sociale adottato in una realtà come Duisburg, in Germania.

In quel contesto, senza dubbio diverso da quello italiano, la siderurgia è trattata come un asset strategico di interesse comune. Così la “codecisione” (Mitbestimmung) e il massiccio intervento pubblico guidano insieme la transizione tecnologica verso l'idrogeno “verde”, garantendo il mantenimento occupazionale e un risanamento strutturale. L'approccio puramente finanziario rischia di prediligere soluzioni a breve termine, come l'accelerazione dell'uso dei forni elettrici (EAF), però alimentati da gas fossile e non da energie rinnovabili e pulite. Il modello tedesco, al contrario, punta direttamente alla sostenibilità globale con l'idrogeno “verde” e al traguardo della neutralità climatica.

L'elevato numero di offerte parziali, che includono attori noti del panorama industriale italiano, rende adesso più concreta l'ipotesi di una vendita a pezzi. Tale scenario complicherebbe la gestione totale e la strategia unitaria di decarbonizzazione, che, nel caso, deve rimanere un imperativo assoluto. La sfida per il Governo, oltre a trovare un acquirente, è definire rigorosamente la qualità dell'intervento. Accettare un capitale privato, seppur necessario per il risanamento finanziario, non può equivalere a una cessione in bianco delle priorità ambientali e occupazionali. La vera sovranità strategica non si esercita tramite la nazionalizzazione fine a sé stessa, bensì si impone attraverso un'intesa vincolante col Governo, che leghi indissolubilmente il sostegno (pubblico e privato) al raggiungimento degli standard di sostenibilità europei. In assenza di tale fermezza, il rischio è che l'Ex Ilva venga ottimizzata finanziariamente e rivenduta, lasciando allo Stato l'onere ineludibile delle esternalità ambientali e sociali.

«Il frazionamento, o “spezzatino” – commenta il Sociologo del lavoro, Raffaele Bagnardi – rappresenta un rischio strategico gravissimo. Il polo siderurgico integrato dell'Ex Ilva funziona da sistema compatto, dove ogni impianto è interdipendente dagli altri, specialmente nella prospettiva del Ciclo Integrale e della sua sostenibilità tecnologica. Frazionare gli asset complicherebbe enormemente la gestione e renderebbe quasi impossibile l'attuazione di una strategia unitaria di decarbonizzazione, che richiede investimenti massicci e coordinati su tutta l'impiantistica produttiva. Il rischio è creare isole operative scollegate, lasciando il fardello delle parti meno profittevoli – come ad esempio le bonifiche e la salute – interamente a carico dello Stato».

«La “spezzatino” – continua Bagnardi – si presenta come una soluzione solo apparentemente semplice, destinata a scontrarsi con ostacoli rilevanti di natura finanziaria, legale, sociale e occupazionale. La suddivisione patrimoniale dell'azienda richiederebbe una complessa gestione delle passività pregresse, in particolare a causa dell'enorme debito accumulato e degli oneri necessari alle bonifiche. Per tale ragione, è altamente improbabile che gli investitori siano disposti ad acquisire singole unità produttive che includano l'integrale responsabilità per le passività ambientali pregresse. Inoltre, la ricollocazione della forza lavoro in diverse entità proprietarie potrebbe comprometterne l'unità contrattuale. Ciò richiederebbe, oltre a una profonda riorganizzazione industriale, una vera e propria ricomposizione del tessuto sociale, rendendo necessario un coordinamento interistituzionale di portata e articolazione senza precedenti». 

«La CIGS – conclude Bagnardi – non può essere un mero artifizio sociale in attesa di dismissioni o di recupero dei costi. Deve essere, invece, pur considerando le difficoltà congiunturali, un elemento di politica attiva della manodopera. Il modello tedesco ci insegna che la riqualificazione del personale è sempre parte integrante della pianificazione industriale. Passare dagli altiforni a carbone all'idrogeno “verde” non significa semplicemente licenziare, vuol dire riconvertire le competenze di migliaia di lavoratori verso nuove funzioni e nuove procedure. Perciò una strategia economica, specie se orientata al lungo periodo, deve essere vincolata da un preciso e deciso Accordo di Programma con lo Stato.»

La palla è ora nelle mani dei Commissari e del Governo, che, compatibilmente con le tempistiche, i vincoli UE sugli aiuti di Stato, e i procedimenti giudiziari, sono chiamati a scegliere appunto tra la finanziarizzazione immediata e il modello di sviluppo concertato a lungo termine; quest'ultimo più vicino all'idea europea dell'acciaio.

Fonte

13/11/2022

La COP27 ed il “neo-colonialismo verde”

Il 7 novembre si è aperto il COP27, in Egitto, che si chiuderà questo venerdì 18 novembre.

Dopo avere tradotto e pubblicato il puntuale intervento di Naomi Klein che, prima dell’inizio del summit, metteva in luce le complicità occidentali con la gigantesca operazione di greenwashing e di azzeramento di ogni voce critica da parte del regime militar-poliziesco di Al Sisi, abbiamo cercato di fare emergere il punto di vista “non governativo” delle popolazioni africane e le loro rivendicazioni che rischiano di essere puntualmente disattese dalla politica neo-colonialista dell’Occidente.

Continuando su questo tracciato, proponiamo una intervista a Hamza Hamouchene, datata 6 novembre, curata dalla rete britannica Middle East Solidarity Network (MENA), che ha pubblicato una serie di interessanti interventi sulla lotta per la giustizia climatica e la democrazia.

Hamza Hamouchene è un ricercatore ed attivista algerino, che scrive per differenti testate internazionali, il quale sottolinea come – anche a causa della crisi ucraina – nei paesi del Nord Africa: “stiamo assistendo a un’espansione degli interessi sui combustibili fossili, non a una vera e propria transizione”, dentro una logica neo-coloniale che riguarda sia la grande truffa dell’“idrogeno verde” che le lo sfruttamento dell’energia solare.

L’intervistato definisce correttamente questa pratica: “neo-colonialismo verde”.

Una dinamica che va di pari passo con il processo di privatizzazione dei settori locali dell’energia a beneficio delle multinazionali.

Ma la sua, non è solo una denuncia puntuale, ma un invito all’azione, a cominciare da dove ha origine il problema.

“I lavoratori e le persone del Nord globale” dice Hamouchene “devono esercitare pressione sulle multinazionali che hanno sede in città come Londra e Parigi. Non permettiamo loro di andare a saccheggiare le risorse del Sud globale e di portare avanti i progetti sui combustibili fossili, oltre che di commettere crimini ambientali e di accaparrarsi le terre.

Occorre fare pressione qui, nel Nord globale. E fare pressione anche sulla questione del trasferimento di ricchezza e di tecnologia. Una transizione rapida non può avvenire senza trasferimento di tecnologia.”


Buona lettura.

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“La COP ha prodotto 3 decenni di chiacchiere vuote”: un’intervista a Hamza Hamouchene

Parliamo con il ricercatore-attivista algerino Hamza Hamouchene, coordinatore del programma per il Nord Africa del Transnational Institute, di come il processo della COP venga utilizzato per coprire l’espansione delle infrastrutture per i combustibili fossili invece di spingere per una transizione verso le energie rinnovabili.

La COP27 si aprirà il 7 novembre in Egitto. La regione mediorientale è in prima linea per quanto riguarda alcuni degli impatti del cambiamento climatico. Quali sono, secondo te, le questioni chiave che dovrebbero essere affrontate nei colloqui della COP?

Il cambiamento climatico è già una realtà in Nord Africa e Medio Oriente, e nella regione araba in generale. Sta già minando le basi sociali, economiche ed ecologiche della vita nella regione.

Stiamo assistendo a enormi impatti dovuti a siccità, scarsità idrica, incendi, innalzamento del livello del mare ed erosione delle coste in moltissimi paesi. La regione araba è una delle prime vittime di questi processi, è in prima linea nella crisi climatica e nei suoi impatti.

Per me il processo della COP, con i suoi 27 cicli di negoziati finora, ha prodotto tre decenni di chiacchiere vuote. Tutte queste COP hanno fallito. O, come le ha descritte l’attivista svedese Greta Thunberg, sono “bla, bla, bla”.

Non credo che risolveranno la crisi climatica e non credo che metteranno in atto soluzioni adeguate e giuste che aiutino i Paesi e le comunità impoverite del Sud globale ad affrontare la questione.

Per quanto riguarda le questioni e le priorità che devono essere messe sul tavolo, almeno nelle priorità del movimento globale per la giustizia climatica e delle organizzazioni progressiste nella regione e al di fuori di essa, la prima è la questione della democratizzazione.

Non si può avere giustizia climatica senza democrazia, senza spazi civici di discussione e dibattito. La COP27 si svolge in una dittatura militare in cui decine di migliaia di prigionieri politici sono in carcere, in un clima di repressione e soppressione delle libertà. Questo pone delle domande che non possiamo ignorare e che devono essere collegate alle questioni di giustizia climatica.

L’altra questione che a mio avviso deve essere affrontata è quella delle perdite e dei danni. Molti paesi del Sud globale stanno già affrontando gli impatti del cambiamento climatico: le persone muoiono, vengono sfollate, i mezzi di sussistenza vengono distrutti.

Occorre tenerne conto e aiutare queste popolazioni non con ulteriori debiti, ma con trasferimenti di ricchezza e di tecnologia per aiutarle ad adattarsi alla crisi climatica e per aiutarle nella necessaria transizione globale e rapida verso le energie rinnovabili.

Stiamo parlando di riparazioni climatiche e debiti climatici che devono essere messi all’ordine del giorno.

Quali sono, a tuo avviso, gli obiettivi dei vari regimi della regione in questo particolare momento, sia in termini di negoziati sul clima che di relazioni, ad esempio, con altre potenze come quelle europee, statunitensi, russe e cinesi?

Si tratta di una domanda complessa, ma vediamo un po’ di analizzare i dettagli della realtà degli adattamenti climatici nella regione, i fondi investiti negli sforzi di adattamento al clima e la realtà della “transizione energetica”.

Questa frase è tra virgolette perché in questo momento i regimi che sfruttano i combustibili fossili, come l’Algeria, continuano a trivellare, esplorare ed esportare gas, soprattutto nell’attuale contesto della guerra in Ucraina, che ha esacerbato la crisi e in un certo senso ha fatto deragliare qualsiasi sforzo verso una transizione in quei paesi.

Abbiamo visto come l’UE abbia cercato di convincere molti governi della regione a esportare gas, compresi il regime algerino e quello egiziano, nonché lo stato coloniale di Israele. In realtà si tratta solo di gas nel breve e medio termine. E non si tratta di transizione.

Ecco perché molti studiosi e attivisti affermano che stiamo assistendo a un’espansione energetica, non a una “transizione energetica”.

È giusto dire che la COP stessa, lungi dal ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, sta giocando un ruolo nel consolidare l’espansione del gas?

La COP 22 si è svolta in Marocco nel 2016 ed è stata l’occasione per la monarchia marocchina di rendere “ecologici” i suoi crimini, il suo inquinamento e la sua occupazione del Sahara occidentale.

La stessa storia si è ripetuta con la COP27 e si ripeterà con la COP28, che si terrà negli Emirati Arabi Uniti. Il governo egiziano la sfrutterà come opportunità per presentarsi come “sostenibile” e per mascherare le continue violazioni dei diritti umani, l’autoritarismo, lo sfruttamento e l’espropriazione delle persone.

Il governo egiziano sta cercando di posizionarsi come “hub energetico” nella regione per esportare energia in Europa. Non si tratta solo di energia rinnovabile, ma anche di gas, idrogeno verde e petrolio.

Quindi, in realtà stiamo assistendo a un’espansione degli interessi sui combustibili fossili, non a una vera e propria transizione. Questo è ovviamente legato agli accordi che si stanno verificando con le multinazionali, con le aziende straniere e con i governi occidentali.

Puoi parlarci un po’ dell'”idrogeno verde”, perché si è parlato molto di un carburante alternativo più pulito?

È esattamente come l’hai descritta tu: un’illazione. E la vedo come una porta di servizio per l’industria dei combustibili fossili per continuare a operare. Infatti, nel breve e medio termine non verrà prodotto “idrogeno verde”, ma idrogeno blu e grigio dal gas.

L’idrogeno blu è fondamentalmente idrogeno ricavato dal gas, con CO2 catturato e immagazzinato da qualche parte, quindi l’industria dei combustibili fossili fa parte delle attività di lobbying a livello di UE. Aziende come Shell, Total, ENI spingono per economie basate sull’idrogeno perché sanno che continueranno a sfruttare ed estrarre gas.

L’UE sta elaborando tutti questi piani, creando una “strategia dell’idrogeno” e insieme alle aziende coinvolte, da Siemens a ENI, vuole che i Paesi del Nord Africa producano “idrogeno verde” e costruiscano nuovi impianti di energia rinnovabile – solare ed eolica – da esportare.

Stiamo quindi assistendo all’ennesima riproduzione della stessa mentalità neocoloniale, con questi paesi che tornano a svolgere il ruolo di estrattori di risorse naturali a basso costo da esportare.

Nel frattempo, i costi sociali, economici ed ecologici vengono esternalizzati a quei paesi. I progetti di idrogeno verde avranno bisogno di molta terra, acqua ed energia.

Invece di utilizzare l’energia verde per produrre elettricità per i propri scopi, per progredire verso la propria transizione verde, i paesi nordafricani la impiegheranno per salvaguardare la sicurezza energetica dell’UE e per aiutare l’UE a raggiungere i propri obiettivi climatici.

Se vai in giro per Londra vedrai la pubblicità di Octopus Energy che si vanta di avere un parco solare in Marocco che produce energia pulita. Stai dicendo che si tratta di una ripetizione dello stesso schema del passato?

A mio avviso si tratta dello stesso schema coloniale che vede il flusso illimitato di risorse naturali a basso costo dal Sud del mondo al Nord del mondo, compresa l’energia verde questa volta.

Mentre la fortezza Europa costruisce le proprie recinzioni e i propri muri e lascia che le persone muoiano nel Mediterraneo o vengano giustiziate e massacrate quando cercano di oltrepassare quei muri. Lo abbiamo visto di recente a Melilla, nel nord del Marocco.

Ad esempio, in Tunisia c’è TuNur, di proprietà di una società britannica, Nur Energy. In collaborazione con alcuni capitalisti tunisini e maltesi, l’azienda sta costruendo un enorme impianto solare da 4,5 Gigawatt per esportare energia in Europa, compreso il Regno Unito.

Ho seguito questo progetto. Nel 2017 e nel 2018 hanno detto chiaramente e apertamente di volere quell’energia per l’esportazione, non per gli utenti locali. La Tunisia dipende per l’energia dall’Algeria e dal gasdotto che la attraversa per arrivare in Italia.

Non è forse neocolonialismo questo? La priorità non dovrebbe essere quella di produrre energia verde per il consumo locale? Per soddisfare il fabbisogno energetico locale? Per esercitare una sorta di sovranità?

Un altro progetto proposto dall’ex-CEO di Tesco è Xlinks. Si tratta di una collaborazione con un’azienda saudita chiamata Acwa Power. Anche in questo caso, l’idea è quella di esportare elettricità verde dal sud del Marocco tramite cavi sottomarini fino al Regno Unito. Si tratta di un progetto che costa circa 30 miliardi di dollari.

Viene da chiedersi da dove provengano questi soldi. Perché questi progetti non pensano alle esigenze locali, alle comunità locali, al trasferimento di tecnologia e ad aiutare i marocchini nella loro transizione ecologica? Per me questo è semplicemente neocolonialismo verde.

Quale potrebbe essere una strategia alternativa? Come si fa a mettere insieme i pezzi della questione della democrazia e delle libertà politiche con la questione della transizione energetica?

La maggior parte dei progetti che ho citato sono partenariati pubblico-privati, che è un eufemismo per dire privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite.

In sostanza, stiamo assistendo a una tendenza globale, ben articolata nella regione, a privatizzare il settore delle energie rinnovabili, a liberalizzare il settore energetico e a dare molto più potere e influenza alle multinazionali e al settore privato.

Per me l’alternativa è avere la proprietà pubblica delle infrastrutture energetiche e dei progetti energetici. Dobbiamo considerare l’energia come un diritto. Le persone devono avere accesso all’energia. Deve essere definita come un diritto, non come una merce.

La proprietà pubblica va di pari passo con la democratizzazione. Ciò significa coinvolgere le comunità locali. Coinvolgere i lavoratori, compresi quelli delle industrie dei combustibili fossili, nel processo decisionale relativo a questi progetti, nel dare forma a una transizione che funzioni per tutti, senza necessariamente espropriarli delle loro risorse e della loro terra.

Naturalmente, non si tratta di un processo lineare. Sarà pieno di tensioni e contraddizioni, si commetteranno errori e si dovranno accettare compromessi. Ma se le comunità e i lavoratori sono alla base di questi progetti, il processo sarà più fluido.

Abbiamo bisogno di un sistema di valori diverso, che veda l’energia come un diritto, che veda il coinvolgimento delle comunità in modo radicale, partecipativo e democratico al centro di questa giusta transizione.

Infine, cosa pensi che i sindacalisti e gli attivisti in luoghi come la Gran Bretagna dovrebbero sostenere e quali richieste dovremmo fare al nostro governo su questi temi?

Penso che, prima di tutto, si debba sostenere la proprietà pubblica dell’energia e la de-mercificazione del settore energetico, soprattutto nell’attuale crisi climatica.

La finestra si sta chiudendo e una transizione energetica rapida e urgente deve avvenire il prima possibile. Il settore privato non è in grado di fornire risultati su questo fronte, ma deve essere di proprietà delle autorità pubbliche, delle comunità e dei lavoratori.

L’altra cosa che vorrei sottolineare è che i lavoratori e le persone del Nord globale devono esercitare pressione sulle multinazionali che hanno sede in città come Londra e Parigi. Non permettiamo loro di andare a saccheggiare le risorse del Sud globale e di portare avanti i progetti sui combustibili fossili, oltre che di commettere crimini ambientali e di accaparrarsi le terre.

Occorre fare pressione qui nel Nord globale. E fare pressione anche sulla questione del trasferimento di ricchezza e di tecnologia. Una transizione rapida non può avvenire senza trasferimento di tecnologia.

Fonte

19/03/2021

"No oil" - Un cambio di paradigma che impone un altro sistema

Il mondo cambia. E questo cambia anche le idee. Ma prima di tutto cambiano i modi di produrre, i protagonisti, i poteri. Che hanno bisogno di idee forti, altrimenti debbono accontentarsi di “narrazioni” che durano poco.

La crisi dell’Occidente neoliberista era evidente dal 2007, quando l’esplosione della bolla dei mutui subprime – concessi, negli Usa, pure a chi non aveva lavoro, reddito o altri beni – travolse i giganti della finanza internazionale (Lehmann Brothers, la più grande).

Da allora la ripresa è stata parziale, lentissima, incerta, incompleta. La pandemia, gestita da cani feroci non disponibili a perdere neanche un giorno di produzione, ha dato un colpo di maglio a quel modello, mettendo in evidenza la maggiore efficacia e resilienza dei sistemi a dominanza pubblica, anziché privatistica. Cina in primo luogo, ma non solo.

Del resto solo un avaro imbecille poteva credere che si potesse salvare l’economia e il Pil senza pensare a salvare soprattutto la popolazione, la sua salute, le attività “meno interessanti” sul piano finanziario.

Mentre ancora non si intravede una vera via d’uscita da questo tunnel – le mutazioni del virus Covid-19 promettono un futuro fatto di vaccinazioni di massa, ripetute a distanza di pochi mesi l’una dall’altra – si individua invece con molta chiarezza il terreno su cui verrà giocata la sfida dell’egemonia globale tra l’Occidente neoliberista e la potenza emergente, la Cina del “modello misto pubblico-privato”.

Un notevole editoriale di Guido Salerno Aletta su TeleBorsa fissa i termini della competizione: il passaggio da un’economia basata sugli idrocarburi come forza motrice fondamentale a un’altra fondata sulle energie rinnovabili.

Si tratta di realizzare un cambio di paradigma tecnologico, scientifico, infrastrutturale e persino culturale. Non in omaggio a una “coscienza ambientalista”, che palesemente il capitalismo mondiale non può nutrire, ma alla più fisica crisi ecologica planetaria e al rapido esaurimento delle riserve di gas e petrolio (più del secondo che del primo).

Quelle che 50 anni fa – ai tempi del Club di Roma, 1972 – erano previsioni scientifiche e discorsi da ambientalisti utopisti, ora sono variabili numeriche da inserire in equazioni che orientano gli investimenti e, soprattutto, la costruzione fisica dell’apparato industriale adatto a questo cambio di paradigma.

Quando si passa, però, dal mondo delle equazioni a quello fisico, i problemi si moltiplicano e quello che sembrava facile rischia di diventare impossibile. È facile insomma sbagliare strada, investimento, scommessa. Se poi “l’ambiente” in cui si prendono le decisioni è dominato dagli interessi privatistici di un certo numero – non immenso – di multinazionali, la probabilità di errore è più alta.

Prendiamo ad esempio la merce-pivot del ‘900 industriale: l’automobile. Per oltre un secolo – il secolo più veloce della Storia, quanto ad innovazione tecnologica – la motorizzazione è rimasta inchiodata al motore a scoppio, in versione benzina-diesel-gas.

Il futuro prossimo, quasi il presente, è l’auto a trazione elettrica. Sembra l’uovo di Colombo, ma è meno semplice (ed ecologico) di quel che sembra. L’energia elettrica da conservare nelle batterie, infatti, non esiste in natura. Va prodotta.

Ma al tempo stesso vanno chiuse e sostituite le (decine di migliaia, nel mondo) centrali elettriche che funzionano a gas-petrolio-carbone-nucleare. L’idroelettrico e il solare sono ovviamente una soluzione per quanto riguarda il rifornimento generale del sistema e l’infrastruttura. Ma si riuscirà a produrre in quel modo la quantità di energia che serve non solo per far viaggiare le auto ma tutto il sistema industriale e le infrastrutture civili? Sistemi che, va ricordato, consumano molto più delle auto...

Ma anche le automobili presentano qualche problema serio. I minerali rari per costruire le batterie adatte (litio, ecc.) sono per l’appunto rari e concentrati in poche aree del pianeta (Cile, Bolivia, Australia, Argentina, Cina). Le riserve attuali stimate – 14 milioni di tonnellate – garantiscono 165 volte il consumo di litio avvenuto nel 2018 (85.000 tonnellate). Ma se tutte le automobili (e i furgoni, i tir, ecc.) del mondo dovranno andare in elettrico, allora il consumo annuale si moltiplicherà di n volte, riducendo in proporzione gli anni in cui quelle riserve saranno utilizzabili.

Senza contare poi la problematicità, rispetto ai modelli di utilizzo normale delle quattro ruote, di dover attendere qualche ora (da 3 a 5) per fare il pieno ogni 4-500 chilometri.

Dunque già si immagina il passaggio rapido alla motorizzazione ad idrogeno. Assolutamente ecologico, certo. Anche l’idrogeno ha però il difetto di non esistere in forma libera in natura, mentre è presente quasi in ogni combinazione chimica. Dunque anche l’idrogeno va prodotto.

Fin qui, allo scopo, sono state trovate due tecniche: a) l’elettrolisi dell’acqua, b) il reforming del gas. Il secondo metodo ha il difetto, appunto, di usare ancora il gas (liberando CO2 al momento della produzione). Il primo, invece, potrebbe utilizzare l’energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili.

Anche questo metodo ha però un handicap, rappresentato dal secondo principio della termodinamica: «È impossibile realizzare una macchina termica il cui rendimento sia pari al 100%» o, (detto grossolanamente), “ogni trasformazione di energia da uno stato all’altro avviene con perdita”.

Il cosiddetto “idrogeno verde”, insomma, implica una certa dissipazione dell’energia prodotta, ragion per cui sarebbe razionale fare un calcolo generale di costi e benefici su certe scelte (l’energia elettrica che va sprecata nella trasformazione in idrogeno potrebbe magari essere più utilmente sfruttata in altro modo).

Torniamo alla dimensione puramente economica, però.

Trasformazioni industriali di queste dimensioni richiedono non solo quantità di capitali piuttosto consistenti (e forse ci sono), ma anche una capacità-volontà di progettazione e pianificazione che fa a cazzotti con il modus operandi dell’impresa privata e dunque del sistema creato per difenderla (il neoliberismo).

Qui sta il “vantaggio strategico” del sistema cinese rispetto a quello occidentale. E non è un caso che proprio nel campo dei brevetti industriali “ecologici” si registri una assoluta prevalenza orientale.

La pratica corrente nell’Occidente, sia negli Usa che nella UE, è l’incentivo ad adottare tecnologie green. Di natura fiscale, oppure come contributo diretto, ma sempre individualizzato alla singola azienda, che resta libera di scegliere qualsiasi soluzione. Senza una coerenza di sistema.

Perciò è vero: “con il no oil, è tutto da rifare”. Ma tutto significa ragionare in termini di sistema, decidendo come ridisegnarlo e senza lasciare alcuna libertà strategica alle singole imprese. Che perseguono un solo scopo, notoriamente.

Questa crisi pone oggettivamente la necessità di una cambio di sistema, una transizione al socialismo. Non solo per una questione di “giustizia sociale”, ma di efficacia ed efficienza. Per assicurare, insomma, un futura all’umanità.


Dopo il carbone, il petrolio ed Internet, è la quarta Rivoluzione industriale

Guido Salerno Aletta – Editorialista dell’Agenzia Teleborsa

L’America non ha scelta: se vuole battere la sfida della Cina e la concorrenza dell’Europa, deve cambiare ancora una volta i paradigmi della produzione ed i parametri di convenienza nella raccolta e nell’impiego dei capitali. Puntando, naturalmente, a riprendere la supremazia geopolitica globale, compromessa da decenni di guerre che l’hanno sfiancata economicamente.

Donald Trump, ritirando gli Usa dall’Accordo di Parigi sul Clima e con le sue battaglie commerciali tutte incentrate sui dazi, si era chiuso in un mondo senza futuro. Anche il suo slogan “Make America Great Again” riproponeva un modello produttivo e di competizione globale in cui l’America chiedeva un impossibile ritorno al passato, diversamente da Reagan che aveva squadernato il mondo imponendo nuovi paradigmi tecnologici e di competizione.

La chiave di tutto è la Green Economy.

Dietro la sfida della decarbonizzazione dell’economia, dietro l’abbandono dei combustibili fossili, carbone, petrolio e gas, per passare alle forme di produzione di energia pulita c’è il solito vento che soffia dalla costa americana del Pacifico.

Torna ad essere impetuoso: dietro la Tesla, dietro i finanziamenti che le sono stati concessi fin dai tempi di Obama ed il rinnovato mito dell’auto elettrica che rimpiazza i vecchi motori a benzina ed a gasolio, ci sono sempre gli stessi progetti. Dominare il mondo attraverso la definizione di nuovi paradigmi.

Quella degli ambientalisti californiani è una battaglia che va avanti da decenni: sin dagli anni Ottanta chiedevano il passaggio all’auto elettrica, il famoso ZEV (Zero Emission Vehicle) e mandavano in giro per il mondo le immagini del “buco dell’ozono” (Ozone Layer Depletion) imponendo la eliminazione dei gas CFC (Clorofluoricarburi) dalle confezioni spray e dalle ricariche dei condizionatori.

Era troppo presto per scommettere sulle tecnologie ambientali e sui motori elettrici: troppi investimenti per risultati in prospettiva assai modesti, e soprattutto nessun vantaggio strategico nella competizione con l’URSS: l’Amministrazione Reagan preferì puntare sulla sfida militare basata sullo Scudo spaziale, pompando l’ICT (Information Communication Technology).

Migliaia di miliardi di dollari furono investiti dal Pentagono su queste tecnologie, e per la prima volta il reclutamento militare si diresse agli studenti universitari delle facoltà scientifiche: di lì a poco, centinaia di start-up si affollarono nel settore di Internet, ed un nuovo indice di Borsa, il Nasdaq, fu creato a New York per dare visibilità al nuovo segmento tecnologico.

Fu il trionfo, ed anche la bolla finanziaria delle Dot-com, che esplose nei primi mesi del 2001: raccoglievano enormi quantità di capitale in giro per il mondo, ma non facevano utili.

Nonostante quel disastro di Borsa, da allora il mondo è cambiato: le tecnologie informatiche americane e le società che le hanno presidiate, da Microsoft ad Apple, fino ai nuovi colossi delle piattaforme social come Facebook ed ai sistemi di vendita in rete come Amazon ed e-Bay, per non parlare dei sistemi innovativi di fornitura di servizi come Airbnb ed Uber, hanno conquistato il mondo.

Due grossi limiti hanno caratterizzato questo sviluppo, che avrebbe dovuto rinnovare nel XXI Secolo la supremazia americana: su Internet girano dati, suoni ed immagini, ma ben pochi soldi; la manifattura dei terminali, dai personal computer agli smartphone ha preso la via dell’Oriente, come già successe a partire dagli anni Sessanta per le radio a transistor, i registratori a cassette, i lettori di Dvd, fino ai televisori a schermo piatto.

I soldi si fanno soprattutto con la produzione degli apparati terminali e non con la diffusione dei contenuti. Solo le piattaforme e-commerce, come Amazon oppure Airbnb, sono remunerative, ma sono aperte alla concorrenza agguerrita.

La bilancia commerciale americana ha mostrato così un crescente e strutturale passivo sia nei confronti delle produzioni manifatturiere tradizionali che di quelle innovative, dalle automobili alla elettronica di rete e di consumo.

Lo scandalo del Dieselgate fu il campanello d’allarme: in America, l’industria automobilistica tedesca era stata messa nel mirino.

Passare alle auto a trazione elettrica, passando per quelle ibride, abbatte il valore di un secolo di investimenti nel settore motoristico e meccanico che hanno reso le automobili tedesche famose nel mondo per affidabilità. Crea problemi immensi dal punto di vista della produzione e della distribuzione della energia elettrica per la ricarica delle batterie.

Deve essere chiaro un punto: gli Usa non si candidano affatto a divenire il nuovo e più grande produttore automobilistico del mondo. Si accingono ad erigere barriere nuove, tecniche e fiscali, alla importazione di veicoli a propulsione tradizionale. Creano una competizione che abbatte i vantaggi precedenti, imponendo investimenti colossali ai concorrenti: li sfianca, si allontana sfidandoli su un nuovo terreno invece di affrontarli sul loro, come fecero i Curiazi nella sfida con gli Orazi.

Anche il tema delle batterie elettriche che devono alimentare le auto, e soprattutto il dibattito sui materiali assai scarsi in natura che sono necessari per produrle, è un terreno di scontro solo temporaneo: in prospettiva, c’è la tecnologia delle celle a combustibile alimentate ad idrogeno. E non è un caso che il vero scontro è sulla filiera della produzione di idrogeno verde, che esclude completamente l’uso di combustibili fossili.

L’idrogeno verde verrebbe ottenuto mediante l’elettrolisi dell’acqua, usando l’energia elettrica ottenuta da fonte solare: è una soluzione ingegnosa per “accumulare” in modo stabile l’energia elettrica solare che altrimenti rischia di essere dispersa.

L’idrogeno verde è una sorta di “batteria ecologica” in cui si conserverebbe stabilmente l’energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili, in vista di un suo utilizzo successivo con le celle a combustibile che a loro volta lo “ri-trasformano” in energia elettrica.

In questo modo, si supererebbe il gravissimo problema derivante dalla incertezza nel tempo e della accumulazione della energia elettrica da fonte solare: basta una nuvola, e tutto si ferma.

Limitare, sostituire, ed in prospettiva bandire la produzione di energia da fonti fossili significa ridisegnare completamente gli equilibri geopolitici:

- la Russia ed in generale i Paesi dell’Opec, per non parlare dell’Iraq e dell’Iran, che traggono la loro forza economica dalla vendita di petrolio e di gas, saranno fortemente penalizzati economicamente, e si ridurrà il loro peso politico e strategico, sia nei confronti dell’Europa che della Cina;

- gli Usa, che di recente hanno conquistato l'indipendenza energetica con lo sfruttamento dei depositi di scisto, sanno bene che si tratta di un risultato poco duraturo per via del rapido esaurimento dei pozzi e dell’elevato costo di estrazione: li usano strumentalmente, in vista dell’inevitabile abbandono;

- la Cina, che ha avuto un vantaggio competitivo utilizzando prevalentemente il carbone, a costo di livelli di inquinamento elevatissimi, perderà questa leva di prezzo. Anche il legame con la Russia tenderebbe in prospettiva ad affievolirsi.

Dal punto di vista della finanza, si apre un mondo nuovo come ai tempi di Internet: è un settore nuovo che ha bisogno di investimenti colossali, perché investe praticamente tutto il sistema di produzione e di distribuzione dell’energia. I Green Bond potrebbero diventare una forma redditizia di impiego dei capitali.

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