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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2025

Acciaierie d'Italia - Il piano di Bedrock prevede migliaia di tagli

L’unica cosa sicura è che sarà una apocalisse occupazionale.

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, che ha consultato più fonti convergenti, la proposta di Bedrock Industries per l’ex Ilva prevederebbe la conservazione di duemila addetti a Taranto e di altri mille addetti nel resto dell’Italia, fra gli stabilimenti di Novi Ligure e di Genova Cornigliano e i servizi logistici e commerciali sparsi nella penisola, antica vestigia di quella che fu il secondo gruppo siderurgico a ciclo integrale europeo.

Tremila salvati, dunque. E gli altri? Purtroppo, gli altri, sommersi. A seconda dell’assetto finale, nella visione di ristrutturazione cruenta di Bedrock, gli addetti che dovranno uscire definitivamente dal perimetro sono compresi fra i settemila e i settemila e cinquecento. Le stesse fonti consultate da Il Sole 24 Ore confermano che Bedrock avrebbe quantificato la sua offerta finanziaria in una cifra tonda: un euro.

Le medesime fonti, inoltre, descrivono l’offerta dell’altro fondo americano, il semisconosciuto Flacks Industries che è comparso sulla scena pochi giorni fa in cordata con gli altrettanti semisconosciuti slovacchi di Steel Business Europe, come poco più di una manifestazione di interesse, nella sua esilità e nella sua poca determinatezza.

L’offerta di questo secondo fondo americano sarebbe accomunata, peraltro, all’offerta di Bedrock da una caratteristica: anche Flacks offre un euro. A questo punto, diventa chiaro che l’ex Ilva non ha nessuna possibilità di conservare la propria integrità industriale. E diventa altrettanto chiaro che, a tredici anni dall’arresto di Emilio Riva e dei suoi collaboratori e della – già allora di fatto – nazionalizzazione forzata, l’intero percorso definito dalla magistratura di Taranto (e di Milano) e assecondato da tutti i governi che si sono succeduti ha portato, appunto, a uno scenario apocalittico. Uno scenario, peraltro, su cui adesso dovranno pronunciarsi molti protagonisti della vicenda.

Prima di tutto il governo Meloni. I precedenti proprietari, gli indiani di Arcelor Mittal, hanno fatto causa allo Stato italiano chiedendo oltre due miliardi e mezzo di danni. I commissari, che naturalmente operano in coordinamento e su impulso del governo, non hanno ancora fatto alcuna azione legale contro Arcelor Mittal.

Sono passati mesi e mesi. Evidentemente o Arcelor Mittal ha fatto tutto benissimo o non c’è la volontà di muoversi contro Arcelor Mittal. È stata indetta una prima gara. La prima gara si è svolta regolarmente. Ha prevalso il consorzio azero imperniato industrialmente su Baku Steel e finanziariamente sulla compagnia pubblica del gas, la Socar.

Il governo Meloni ha di fatto riscritto, dopo la gara, il piano industriale dell’ex Ilva con un piano verde al cento per cento. Niente più ciclo integrale. Solo forni elettrici. Nessuno ha mai visto un numero sui fondi pubblici necessari: zero ingegnerizzazione finanziaria, anche solo sulla carta. Serviva una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, per mantenere stabile il ciclo energetico di forni elettrici e preridotto: il Signor Bitetti, sindaco della città, e il Signor Emiliano, presidente della Regione Puglia, hanno assecondato chi non la voleva.

È stata rifatta la gara. Baku Steel si è girata dall’altra parte. E sarà già tanto se non farà causa allo Stato italiano. Alla prima gara aveva partecipato il ramo minore della famiglia Jindal. Gli indiani hanno scelto di non presentarsi nemmeno loro: meglio provare a rilevare le attività tedesche di Thyssen Krupp. In Germania non ci sono giudici a Berlino e il governo, là, ha la disponibilità di finanziare la decarbonizzazione.

In Italia, la costante dell’intera vicenda è stata l’occhiuta vigilanza del Mef che, impegnato a mantenere l’equilibrio dei nostri precari conti pubblici, non ha mai accettato che l’ex Ilva potesse essere abbondantemente finanziata nella decarbonizzazione con soldi statali.

Peraltro, i fondi americani chiedono proprio questo: una marea di fondi pubblici, in una quantità difficile da quantificare. Per mantenere, appunto, in vita un’impresa da tremila addetti.

A questo punto della vicenda, il problema diventa industriale: la nostra manifattura, che già da dieci anni importa acciaio per infrastrutture, per componentistica e per aviazione dall’Asia mentre una volta se lo procurava a Taranto, sa che avrà una maggiore dipendenza dai fornitori stranieri.

Il problema è anche politico e civile, al limite dell’ordine pubblico: i sindacati dovranno gestire uno dei più violenti crack della nostra storia, e non sempre basta il metadone dei sussidi e della Cig. Il problema è anche sanitario e ambientale: al netto del paradosso che oggi non esiste in Europa un impianto con il livello di tecnologie ecologiche dell’ex Ilva, il rischio è che l’acciaieria si trasformi in una immensa (e ben più grande) Bagnoli, dove lo Stato ha operato già con pessimi risultati.

Il problema potrebbe assumere infine contorni noir, nella zona grigia fra economia e criminalità: perché, se le cose andranno veramente male, Taranto diventerà – nei suoi giganteschi apparati industriali - una miniera da smontare, riciclare, fare a pezzi, vendere per gli imprenditori più spregiudicati e per gli imprenditori già pregiudicati.

Fonte

28/09/2025

Ex Ilva: si apre la via della "finanziarizzazione all'americana"

Il bando per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia (ex Ilva) si è chiuso con un esito che riflette una profonda criticità strategica. Delle 10 offerte, solo 2 – quelle del fondo statunitense Bedrock Industries e della cordata Flacks Group/Steel Business Europe – mirano all'acquisto dell'intero complesso. Le restanti 8, invece, propongono un preoccupante frazionamento degli impianti, nella logica dello “spezzatino”. Questo scenario, dominato da operatori finanziari esteri e da proposte parziali, evidenzia il rischio concreto di uno spostamento verso la logica della finanziarizzazione, in netta opposizione al modello europeo di codecisione industriale (Mitbestimmung), basato su sostenibilità e stabilità sociale.

L'interesse dei fondi d'investimento si inserisce in una logica di private equity che, pur potendo offrire una soluzione tampone per la cronica crisi di liquidità e debito, non assicura una strategia industriale di lungo periodo. Tuttavia, ad onor del vero, non tutti i “fondi” operano con orizzonti brevissimi; alcuni mirano perfino a una ristrutturazione profonda e definitiva. Comunque questa logica, orientata alla massimizzazione del valore per gli stakeholder e alla prospettiva di un rapido disinvestimento (exit), rischia di subordinare le complesse esigenze industriali, occupazionali e ambientali di Taranto alla mera valorizzazione finanziaria dell'asset.

I Commissari straordinari dovranno valutare le offerte tenendo in altissima considerazione gli aspetti legati al lavoro diretto e indotto, gli impegni di decarbonizzazione e l'entità degli investimenti occorrenti. Tali criteri, imposti dal Governo, non collimano perfettamente con la rapidità e la selettività tipiche delle decisioni dettate dal capitale finanziario. Il ridotto numero di offerte ottenute per l'intero apparato industriale riflette la gravità della situazione che incombe sull'ex Ilva e spiega gli orientamenti verso soluzioni parziali o, nel caso dei grandi fondi, verso una ristrutturazione della contabilità e dei bilanci. Questa tendenza si scontra apertamente con il modello di sostenibilità integrata e concertazione sociale adottato in una realtà come Duisburg, in Germania.

In quel contesto, senza dubbio diverso da quello italiano, la siderurgia è trattata come un asset strategico di interesse comune. Così la “codecisione” (Mitbestimmung) e il massiccio intervento pubblico guidano insieme la transizione tecnologica verso l'idrogeno “verde”, garantendo il mantenimento occupazionale e un risanamento strutturale. L'approccio puramente finanziario rischia di prediligere soluzioni a breve termine, come l'accelerazione dell'uso dei forni elettrici (EAF), però alimentati da gas fossile e non da energie rinnovabili e pulite. Il modello tedesco, al contrario, punta direttamente alla sostenibilità globale con l'idrogeno “verde” e al traguardo della neutralità climatica.

L'elevato numero di offerte parziali, che includono attori noti del panorama industriale italiano, rende adesso più concreta l'ipotesi di una vendita a pezzi. Tale scenario complicherebbe la gestione totale e la strategia unitaria di decarbonizzazione, che, nel caso, deve rimanere un imperativo assoluto. La sfida per il Governo, oltre a trovare un acquirente, è definire rigorosamente la qualità dell'intervento. Accettare un capitale privato, seppur necessario per il risanamento finanziario, non può equivalere a una cessione in bianco delle priorità ambientali e occupazionali. La vera sovranità strategica non si esercita tramite la nazionalizzazione fine a sé stessa, bensì si impone attraverso un'intesa vincolante col Governo, che leghi indissolubilmente il sostegno (pubblico e privato) al raggiungimento degli standard di sostenibilità europei. In assenza di tale fermezza, il rischio è che l'Ex Ilva venga ottimizzata finanziariamente e rivenduta, lasciando allo Stato l'onere ineludibile delle esternalità ambientali e sociali.

«Il frazionamento, o “spezzatino” – commenta il Sociologo del lavoro, Raffaele Bagnardi – rappresenta un rischio strategico gravissimo. Il polo siderurgico integrato dell'Ex Ilva funziona da sistema compatto, dove ogni impianto è interdipendente dagli altri, specialmente nella prospettiva del Ciclo Integrale e della sua sostenibilità tecnologica. Frazionare gli asset complicherebbe enormemente la gestione e renderebbe quasi impossibile l'attuazione di una strategia unitaria di decarbonizzazione, che richiede investimenti massicci e coordinati su tutta l'impiantistica produttiva. Il rischio è creare isole operative scollegate, lasciando il fardello delle parti meno profittevoli – come ad esempio le bonifiche e la salute – interamente a carico dello Stato».

«La “spezzatino” – continua Bagnardi – si presenta come una soluzione solo apparentemente semplice, destinata a scontrarsi con ostacoli rilevanti di natura finanziaria, legale, sociale e occupazionale. La suddivisione patrimoniale dell'azienda richiederebbe una complessa gestione delle passività pregresse, in particolare a causa dell'enorme debito accumulato e degli oneri necessari alle bonifiche. Per tale ragione, è altamente improbabile che gli investitori siano disposti ad acquisire singole unità produttive che includano l'integrale responsabilità per le passività ambientali pregresse. Inoltre, la ricollocazione della forza lavoro in diverse entità proprietarie potrebbe comprometterne l'unità contrattuale. Ciò richiederebbe, oltre a una profonda riorganizzazione industriale, una vera e propria ricomposizione del tessuto sociale, rendendo necessario un coordinamento interistituzionale di portata e articolazione senza precedenti». 

«La CIGS – conclude Bagnardi – non può essere un mero artifizio sociale in attesa di dismissioni o di recupero dei costi. Deve essere, invece, pur considerando le difficoltà congiunturali, un elemento di politica attiva della manodopera. Il modello tedesco ci insegna che la riqualificazione del personale è sempre parte integrante della pianificazione industriale. Passare dagli altiforni a carbone all'idrogeno “verde” non significa semplicemente licenziare, vuol dire riconvertire le competenze di migliaia di lavoratori verso nuove funzioni e nuove procedure. Perciò una strategia economica, specie se orientata al lungo periodo, deve essere vincolata da un preciso e deciso Accordo di Programma con lo Stato.»

La palla è ora nelle mani dei Commissari e del Governo, che, compatibilmente con le tempistiche, i vincoli UE sugli aiuti di Stato, e i procedimenti giudiziari, sono chiamati a scegliere appunto tra la finanziarizzazione immediata e il modello di sviluppo concertato a lungo termine; quest'ultimo più vicino all'idea europea dell'acciaio.

Fonte

27/09/2025

L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA

Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.

E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.

Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.

Fonte

14/09/2025

[Contributo al dibattito] - Sfida tra Jindal e Bedrock per l’ex Ilva di Taranto

La competizione per l'acquisizione di Acciaierie d'Italia, ex Ilva, si sta intensificando, con due contendenti principali rimasti in lizza dopo il recente ritiro di un concorrente. I candidati in corsa, la Jindal Steel & Power dall'India e la Bedrock Industries dagli Stati Uniti, portano sul tavolo due strategie fondamentalmente diverse, che riflettono la loro natura di operatore industriale e di fondo di investimento. Il destino del più grande polo siderurgico d'Europa, con le sue complesse problematiche ambientali e finanziarie, è appeso a una decisione governativa che dovrà soppesare attentamente queste due visioni contrastanti.

Il ritiro di Baku Steel Company, l'azienda azera precedentemente in gara, ha ristretto il campo. Nonostante un'interpretazione iniziale suggerisse che il ritiro fosse legato alla ferma opposizione del Comune di Taranto all'installazione di una nave rigassificatrice, il sindaco della città, Piero Bitetti, ha categoricamente smentito tale ipotesi, senza però fornire ulteriori dettagli. L'assenza di un rigassificatore, tuttavia, è un fattore rilevante e stringente nel processo di decarbonizzazione, un aspetto cruciale sottolineato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. La scadenza per la presentazione delle offerte è stata prorogata (manca solo l'ufficialità, ma tutto sembra indicare questa soluzione) dal 15 al 26 settembre, un'azione voluta dal ministero per dare ai candidati il tempo necessario per adeguare la documentazione alle rigorose condizioni di decarbonizzazione imposte dal governo.

Parallelamente, il sindaco Bitetti ha accennato alla possibilità di presentare ricorso contro l'Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), un'azione sostenuta dai Verdi all'interno della sua maggioranza. Sebbene la decisione dipenda dalla solidità legale del ricorso, l'obiettivo dichiarato è accelerare la dismissione degli impianti a carbone, riducendo l'impatto inquinante e contribuendo al risanamento ambientale. La complessità della situazione legale e ambientale aggiunge un ulteriore strato di sfida per chiunque si aggiudicherà l'azienda.

L'offerta di Jindal Steel & Power è l'espressione di una visione orientata all'integrazione e alla competenza industriale. In quanto azienda siderurgica di rilievo globale, Jindal vanta una profonda esperienza nel settore, che intende sfruttare per assorbire lo stabilimento di Taranto nel suo ecosistema produttivo internazionale. Questo approccio si fonda su una conoscenza tecnologica e un know-how specifico acquisiti attraverso la gestione di complessi progetti industriali.

La strategia di Jindal per Acciaierie d'Italia prevede la conversione degli impianti esistenti in ottica di sostenibilità. L'azienda indiana ha già investito con successo in tecnologie di decarbonizzazione, come l'idrogeno verde e la riduzione diretta del ferro (DRI), e si propone di replicare questo modello a Taranto. La gestione dello stabilimento sarebbe diretta e operativa, concentrata sull'efficienza produttiva, la logistica e la gestione del personale. Dal punto di vista finanziario, Jindal potrebbe attingere a risorse interne e all'esperienza maturata nella gestione di progetti industriali complessi, integrando tali fondi con capitali esterni per sostenere gli ingenti investimenti necessari alla riconversione. La proposta si presenta quindi come una soluzione che unisce l'esperienza tecnica a una solida base economica.

Bedrock Industries, in qualità di fondo di investimento specializzato nel settore dei metalli, propone un'alternativa strategica. Il suo interesse primario non risiede nella gestione operativa quotidiana, ma nella ristrutturazione finanziaria e nella valorizzazione degli asset. L'obiettivo è acquisire un'azienda in difficoltà per risanarla, renderla redditizia e, potenzialmente, rivenderla in futuro con un profitto. Questo modello di investimento, sebbene orientato a una riorganizzazione strutturale, si distingue dall'approccio di un operatore industriale.

A differenza di Jindal, Bedrock non possiede l'esperienza diretta nella gestione di un impianto siderurgico. Pertanto, la sua strategia si baserebbe sulla nomina di un management dedicato o sulla creazione di partnership per attuare il piano industriale, mantenendo un ruolo di supervisione e controllo finanziario. Per finanziare il percorso di decarbonizzazione, Bedrock si affiderebbe in gran parte a capitali esterni, prestiti bancari e fondi pubblici. La capacità di attuare la riconversione degli impianti sarebbe quindi strettamente legata alla disponibilità di tali finanziamenti, con una gestione del rischio più focalizzata sull'analisi dei costi-benefici che sulla creazione di un polo industriale integrato e a lungo termine.

Non può essere esclusa la "soluzione a spezzatino". Sebbene sia Jindal che Bedrock siano formalmente in corsa per l'acquisizione dell'intero gruppo, le loro proposte potrebbero evolvere in offerte per singole parti dell'azienda. Questo approccio permetterebbe a diversi gruppi di acquisire settori specifici di Acciaierie d'Italia, con l'obiettivo di renderli funzionali e sostenibili a sé stanti. Se si realizzasse, questa frammentazione dell'azienda cambierebbe radicalmente il suo futuro, potenzialmente accelerando la conversione degli impianti più inquinanti, però rischiando di compromettere la coerenza e l'integrazione del polo siderurgico nel suo complesso.

La scelta tra le due offerte e la possibile frammentazione riflette una decisione fondamentale per il governo italiano. Da un lato, la Jindal propone una soluzione basata sulla gestione diretta e sulla competenza industriale, che potrebbe garantire una continuità produttiva a lungo termine e un'integrazione in un contesto siderurgico globale già consolidato. Dall'altro, l'approccio di Bedrock offre una soluzione di risanamento finanziario, che mira a rendere l'azienda redditizia attraverso la ristrutturazione, ma con un rischio legato alla dipendenza da capitali esterni e a un potenziale disimpegno in futuro. La decisione finale determinerà non solo il futuro di Acciaierie d'Italia, ma anche il percorso che l'intera industria siderurgica italiana intraprenderà nei prossimi anni. La scelta, pertanto, non riguarda solo l'acquirente, ma la visione stessa del futuro industriale e ambientale del Paese.

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