L’unica cosa sicura è che sarà una apocalisse occupazionale.
A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, che ha consultato più fonti convergenti, la proposta di Bedrock Industries per l’ex Ilva prevederebbe la conservazione di duemila addetti a Taranto e di altri mille addetti nel resto dell’Italia, fra gli stabilimenti di Novi Ligure e di Genova Cornigliano e i servizi logistici e commerciali sparsi nella penisola, antica vestigia di quella che fu il secondo gruppo siderurgico a ciclo integrale europeo.
Tremila salvati, dunque. E gli altri? Purtroppo, gli altri, sommersi. A seconda dell’assetto finale, nella visione di ristrutturazione cruenta di Bedrock, gli addetti che dovranno uscire definitivamente dal perimetro sono compresi fra i settemila e i settemila e cinquecento. Le stesse fonti consultate da Il Sole 24 Ore confermano che Bedrock avrebbe quantificato la sua offerta finanziaria in una cifra tonda: un euro.
Le medesime fonti, inoltre, descrivono l’offerta dell’altro fondo americano, il semisconosciuto Flacks Industries che è comparso sulla scena pochi giorni fa in cordata con gli altrettanti semisconosciuti slovacchi di Steel Business Europe, come poco più di una manifestazione di interesse, nella sua esilità e nella sua poca determinatezza.
L’offerta di questo secondo fondo americano sarebbe accomunata, peraltro, all’offerta di Bedrock da una caratteristica: anche Flacks offre un euro. A questo punto, diventa chiaro che l’ex Ilva non ha nessuna possibilità di conservare la propria integrità industriale. E diventa altrettanto chiaro che, a tredici anni dall’arresto di Emilio Riva e dei suoi collaboratori e della – già allora di fatto – nazionalizzazione forzata, l’intero percorso definito dalla magistratura di Taranto (e di Milano) e assecondato da tutti i governi che si sono succeduti ha portato, appunto, a uno scenario apocalittico. Uno scenario, peraltro, su cui adesso dovranno pronunciarsi molti protagonisti della vicenda.
Prima di tutto il governo Meloni. I precedenti proprietari, gli indiani di Arcelor Mittal, hanno fatto causa allo Stato italiano chiedendo oltre due miliardi e mezzo di danni. I commissari, che naturalmente operano in coordinamento e su impulso del governo, non hanno ancora fatto alcuna azione legale contro Arcelor Mittal.
Sono passati mesi e mesi. Evidentemente o Arcelor Mittal ha fatto tutto benissimo o non c’è la volontà di muoversi contro Arcelor Mittal. È stata indetta una prima gara. La prima gara si è svolta regolarmente. Ha prevalso il consorzio azero imperniato industrialmente su Baku Steel e finanziariamente sulla compagnia pubblica del gas, la Socar.
Il governo Meloni ha di fatto riscritto, dopo la gara, il piano industriale dell’ex Ilva con un piano verde al cento per cento. Niente più ciclo integrale. Solo forni elettrici. Nessuno ha mai visto un numero sui fondi pubblici necessari: zero ingegnerizzazione finanziaria, anche solo sulla carta. Serviva una nave rigassificatrice nel porto di Taranto, per mantenere stabile il ciclo energetico di forni elettrici e preridotto: il Signor Bitetti, sindaco della città, e il Signor Emiliano, presidente della Regione Puglia, hanno assecondato chi non la voleva.
È stata rifatta la gara. Baku Steel si è girata dall’altra parte. E sarà già tanto se non farà causa allo Stato italiano. Alla prima gara aveva partecipato il ramo minore della famiglia Jindal. Gli indiani hanno scelto di non presentarsi nemmeno loro: meglio provare a rilevare le attività tedesche di Thyssen Krupp. In Germania non ci sono giudici a Berlino e il governo, là, ha la disponibilità di finanziare la decarbonizzazione.
In Italia, la costante dell’intera vicenda è stata l’occhiuta vigilanza del Mef che, impegnato a mantenere l’equilibrio dei nostri precari conti pubblici, non ha mai accettato che l’ex Ilva potesse essere abbondantemente finanziata nella decarbonizzazione con soldi statali.
Peraltro, i fondi americani chiedono proprio questo: una marea di fondi pubblici, in una quantità difficile da quantificare. Per mantenere, appunto, in vita un’impresa da tremila addetti.
A questo punto della vicenda, il problema diventa industriale: la nostra manifattura, che già da dieci anni importa acciaio per infrastrutture, per componentistica e per aviazione dall’Asia mentre una volta se lo procurava a Taranto, sa che avrà una maggiore dipendenza dai fornitori stranieri.
Il problema è anche politico e civile, al limite dell’ordine pubblico: i sindacati dovranno gestire uno dei più violenti crack della nostra storia, e non sempre basta il metadone dei sussidi e della Cig. Il problema è anche sanitario e ambientale: al netto del paradosso che oggi non esiste in Europa un impianto con il livello di tecnologie ecologiche dell’ex Ilva, il rischio è che l’acciaieria si trasformi in una immensa (e ben più grande) Bagnoli, dove lo Stato ha operato già con pessimi risultati.
Il problema potrebbe assumere infine contorni noir, nella zona grigia fra economia e criminalità: perché, se le cose andranno veramente male, Taranto diventerà – nei suoi giganteschi apparati industriali - una miniera da smontare, riciclare, fare a pezzi, vendere per gli imprenditori più spregiudicati e per gli imprenditori già pregiudicati.
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27/09/2025
L'ex Ilva Acciaierie d'Italia va verso gli USA
Baku Steel, company azera che aveva vinto la gara prima che si decidesse per un bando bis, ha già detto di non essere più interessata. E secondo gli ultimi rumors anche gli indiani di Jindal Steel International sarebbero pronti a tirarsi indietro dalla partita per l'acquisizione degli asset di Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria, compreso lo stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto.
E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.
Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.
Fonte
E quindi? Le indiscrezioni delle ultime ore danno sul tavolo soltanto due offerte provenienti da fondi di investimento americani: Bedrock Industries e Flacks Group. Le due proposte statunitensi, in competizione tra loro, hanno quindi origine finanziaria, non industriale, e dovrebbero quindi – ma siamo nel campo delle ipotesi e del condizionale – appoggiarsi a partner operativi, magari acciaieri italiani. I quali però potrebbero puntare a singoli "pezzi" del gruppo AdI, come lo stabilimento di Genova Cornigliano, ma non alla fabbrica tarantina le cui difficoltà sono note.
Una matassa complicata, se non di più, quella che dovrà sciogliere il Mimit, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso e che ha gestito il bando internazionale. Da qui alla fine della giornata i dati da cui ripartire saranno definiti; ma l'esito del caso Ilva rimane ancora incertissimo.
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18/09/2025
JSW a caccia dell'acciaio europeo?
Il gruppo indiano Jindal Steel & Power ha presentato un'offerta non vincolante per l'acquisizione di ThyssenKrupp Steel Europe. L'operazione, che si inserisce in una strategia di produzione di acciaio "verde" in Europa, prevede un investimento miliardario per il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) in Germania.
Intanto, sul fronte italiano, la gara per l'ex Ilva di Taranto vede ancora in corsa, oltre a Jindal, il fondo di investimento americano Bedrock Industries. Per ora, lo scenario di un "curve out" ("spezzatino") degli asset italiani sembra ancora una ipotesi, quantunque adesso più plausibile.
Il destino dell'ex Ilva rimane quindi legato a queste due offerte, che rappresentano approcci molto diversi, un'integrazione strategica su scala europea da parte di Jindal e un piano di risanamento finanziario e industriale da parte di Bedrock.
16 Settembre 2025. ThyssenKrupp AG ha annunciato di aver ricevuto un'offerta non vincolante da Jindal Steel International per l'acquisizione della sua divisione siderurgica, ThyssenKrupp Steel Europe (TKSE).
Il Consiglio di Amministrazione di ThyssenKrupp ha confermato il ricevimento della proposta e ha dichiarato che la esaminerà attentamente. L'Azienda ha sottolineato che l'analisi si concentrerà in particolare sulla sostenibilità economica, sulla continuità della transizione "verde" e sulla salvaguardia dell'occupazione presso i siti produttivi tedeschi.
Jindal ha confermato di aver presentato l'offerta attraverso la sua divisione internazionale. La proposta include l'impegno a investire oltre 2 miliardi di euro per completare il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) a Duisburg e per costruire nuovi forni elettrici ad arco. L'azienda ha espresso la volontà di entrare in un dialogo costruttivo con il management di ThyssenKrupp e con i rappresentanti dei lavoratori, promettendo di preservare l'eredità storica dell'azienda e di accelerare la sua trasformazione in un leader dell'acciaio a basse emissioni.
IG Metall, il sindacato tedesco, ha accolto positivamente l'offerta, definendo Jindal un "investitore strategico e orientato alla crescita".
17 Settembre 2025. I media internazionali e i comunicati stampa hanno fornito ulteriori dettagli sul contesto dell'offerta.
È emerso che l'offerta di Jindal si inserisce nella visione ampia di consolidamento e decarbonizzazione del settore siderurgico europeo, con il gruppo indiano che mira a sfruttare la propria catena di approvvigionamento di materie prime e lavorazioni, per rafforzare la posizione competitiva di ThyssenKrupp.
Nota a margine.
L'acquisizione di un'entità di grandi dimensioni come ThyssenKrupp da parte di Jindal potrebbe essere oggetto di un esame rigoroso da parte della Commissione Europea per verificare che non crei un monopolio o una posizione dominante sul mercato che danneggi la concorrenza. Se le autorità competenti dovessero ritenere che l'operazione limiti la concorrenza, potrebbero richiedere modifiche all'accordo o addirittura bloccarlo. In passato, per esempio, una proposta di joint venture tra ThyssenKrupp e Tata Steel è stata bloccata dalla Commissione Europea proprio per timori sulla concorrenza.
Fonte
Intanto, sul fronte italiano, la gara per l'ex Ilva di Taranto vede ancora in corsa, oltre a Jindal, il fondo di investimento americano Bedrock Industries. Per ora, lo scenario di un "curve out" ("spezzatino") degli asset italiani sembra ancora una ipotesi, quantunque adesso più plausibile.
Il destino dell'ex Ilva rimane quindi legato a queste due offerte, che rappresentano approcci molto diversi, un'integrazione strategica su scala europea da parte di Jindal e un piano di risanamento finanziario e industriale da parte di Bedrock.
16 Settembre 2025. ThyssenKrupp AG ha annunciato di aver ricevuto un'offerta non vincolante da Jindal Steel International per l'acquisizione della sua divisione siderurgica, ThyssenKrupp Steel Europe (TKSE).
Il Consiglio di Amministrazione di ThyssenKrupp ha confermato il ricevimento della proposta e ha dichiarato che la esaminerà attentamente. L'Azienda ha sottolineato che l'analisi si concentrerà in particolare sulla sostenibilità economica, sulla continuità della transizione "verde" e sulla salvaguardia dell'occupazione presso i siti produttivi tedeschi.
Jindal ha confermato di aver presentato l'offerta attraverso la sua divisione internazionale. La proposta include l'impegno a investire oltre 2 miliardi di euro per completare il progetto di riduzione diretta del ferro (DRI) a Duisburg e per costruire nuovi forni elettrici ad arco. L'azienda ha espresso la volontà di entrare in un dialogo costruttivo con il management di ThyssenKrupp e con i rappresentanti dei lavoratori, promettendo di preservare l'eredità storica dell'azienda e di accelerare la sua trasformazione in un leader dell'acciaio a basse emissioni.
IG Metall, il sindacato tedesco, ha accolto positivamente l'offerta, definendo Jindal un "investitore strategico e orientato alla crescita".
17 Settembre 2025. I media internazionali e i comunicati stampa hanno fornito ulteriori dettagli sul contesto dell'offerta.
È emerso che l'offerta di Jindal si inserisce nella visione ampia di consolidamento e decarbonizzazione del settore siderurgico europeo, con il gruppo indiano che mira a sfruttare la propria catena di approvvigionamento di materie prime e lavorazioni, per rafforzare la posizione competitiva di ThyssenKrupp.
Nota a margine.
L'acquisizione di un'entità di grandi dimensioni come ThyssenKrupp da parte di Jindal potrebbe essere oggetto di un esame rigoroso da parte della Commissione Europea per verificare che non crei un monopolio o una posizione dominante sul mercato che danneggi la concorrenza. Se le autorità competenti dovessero ritenere che l'operazione limiti la concorrenza, potrebbero richiedere modifiche all'accordo o addirittura bloccarlo. In passato, per esempio, una proposta di joint venture tra ThyssenKrupp e Tata Steel è stata bloccata dalla Commissione Europea proprio per timori sulla concorrenza.
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14/09/2025
[Contributo al dibattito] - Sfida tra Jindal e Bedrock per l’ex Ilva di Taranto
La competizione per l'acquisizione di Acciaierie d'Italia, ex Ilva, si sta intensificando, con due contendenti principali rimasti in lizza dopo il recente ritiro di un concorrente. I candidati in corsa, la Jindal Steel & Power dall'India e la Bedrock Industries dagli Stati Uniti, portano sul tavolo due strategie fondamentalmente diverse, che riflettono la loro natura di operatore industriale e di fondo di investimento. Il destino del più grande polo siderurgico d'Europa, con le sue complesse problematiche ambientali e finanziarie, è appeso a una decisione governativa che dovrà soppesare attentamente queste due visioni contrastanti.
Il ritiro di Baku Steel Company, l'azienda azera precedentemente in gara, ha ristretto il campo. Nonostante un'interpretazione iniziale suggerisse che il ritiro fosse legato alla ferma opposizione del Comune di Taranto all'installazione di una nave rigassificatrice, il sindaco della città, Piero Bitetti, ha categoricamente smentito tale ipotesi, senza però fornire ulteriori dettagli. L'assenza di un rigassificatore, tuttavia, è un fattore rilevante e stringente nel processo di decarbonizzazione, un aspetto cruciale sottolineato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. La scadenza per la presentazione delle offerte è stata prorogata (manca solo l'ufficialità, ma tutto sembra indicare questa soluzione) dal 15 al 26 settembre, un'azione voluta dal ministero per dare ai candidati il tempo necessario per adeguare la documentazione alle rigorose condizioni di decarbonizzazione imposte dal governo.
Parallelamente, il sindaco Bitetti ha accennato alla possibilità di presentare ricorso contro l'Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), un'azione sostenuta dai Verdi all'interno della sua maggioranza. Sebbene la decisione dipenda dalla solidità legale del ricorso, l'obiettivo dichiarato è accelerare la dismissione degli impianti a carbone, riducendo l'impatto inquinante e contribuendo al risanamento ambientale. La complessità della situazione legale e ambientale aggiunge un ulteriore strato di sfida per chiunque si aggiudicherà l'azienda.
L'offerta di Jindal Steel & Power è l'espressione di una visione orientata all'integrazione e alla competenza industriale. In quanto azienda siderurgica di rilievo globale, Jindal vanta una profonda esperienza nel settore, che intende sfruttare per assorbire lo stabilimento di Taranto nel suo ecosistema produttivo internazionale. Questo approccio si fonda su una conoscenza tecnologica e un know-how specifico acquisiti attraverso la gestione di complessi progetti industriali.
La strategia di Jindal per Acciaierie d'Italia prevede la conversione degli impianti esistenti in ottica di sostenibilità. L'azienda indiana ha già investito con successo in tecnologie di decarbonizzazione, come l'idrogeno verde e la riduzione diretta del ferro (DRI), e si propone di replicare questo modello a Taranto. La gestione dello stabilimento sarebbe diretta e operativa, concentrata sull'efficienza produttiva, la logistica e la gestione del personale. Dal punto di vista finanziario, Jindal potrebbe attingere a risorse interne e all'esperienza maturata nella gestione di progetti industriali complessi, integrando tali fondi con capitali esterni per sostenere gli ingenti investimenti necessari alla riconversione. La proposta si presenta quindi come una soluzione che unisce l'esperienza tecnica a una solida base economica.
Bedrock Industries, in qualità di fondo di investimento specializzato nel settore dei metalli, propone un'alternativa strategica. Il suo interesse primario non risiede nella gestione operativa quotidiana, ma nella ristrutturazione finanziaria e nella valorizzazione degli asset. L'obiettivo è acquisire un'azienda in difficoltà per risanarla, renderla redditizia e, potenzialmente, rivenderla in futuro con un profitto. Questo modello di investimento, sebbene orientato a una riorganizzazione strutturale, si distingue dall'approccio di un operatore industriale.
A differenza di Jindal, Bedrock non possiede l'esperienza diretta nella gestione di un impianto siderurgico. Pertanto, la sua strategia si baserebbe sulla nomina di un management dedicato o sulla creazione di partnership per attuare il piano industriale, mantenendo un ruolo di supervisione e controllo finanziario. Per finanziare il percorso di decarbonizzazione, Bedrock si affiderebbe in gran parte a capitali esterni, prestiti bancari e fondi pubblici. La capacità di attuare la riconversione degli impianti sarebbe quindi strettamente legata alla disponibilità di tali finanziamenti, con una gestione del rischio più focalizzata sull'analisi dei costi-benefici che sulla creazione di un polo industriale integrato e a lungo termine.
Non può essere esclusa la "soluzione a spezzatino". Sebbene sia Jindal che Bedrock siano formalmente in corsa per l'acquisizione dell'intero gruppo, le loro proposte potrebbero evolvere in offerte per singole parti dell'azienda. Questo approccio permetterebbe a diversi gruppi di acquisire settori specifici di Acciaierie d'Italia, con l'obiettivo di renderli funzionali e sostenibili a sé stanti. Se si realizzasse, questa frammentazione dell'azienda cambierebbe radicalmente il suo futuro, potenzialmente accelerando la conversione degli impianti più inquinanti, però rischiando di compromettere la coerenza e l'integrazione del polo siderurgico nel suo complesso.
La scelta tra le due offerte e la possibile frammentazione riflette una decisione fondamentale per il governo italiano. Da un lato, la Jindal propone una soluzione basata sulla gestione diretta e sulla competenza industriale, che potrebbe garantire una continuità produttiva a lungo termine e un'integrazione in un contesto siderurgico globale già consolidato. Dall'altro, l'approccio di Bedrock offre una soluzione di risanamento finanziario, che mira a rendere l'azienda redditizia attraverso la ristrutturazione, ma con un rischio legato alla dipendenza da capitali esterni e a un potenziale disimpegno in futuro. La decisione finale determinerà non solo il futuro di Acciaierie d'Italia, ma anche il percorso che l'intera industria siderurgica italiana intraprenderà nei prossimi anni. La scelta, pertanto, non riguarda solo l'acquirente, ma la visione stessa del futuro industriale e ambientale del Paese.
Fonte
Il ritiro di Baku Steel Company, l'azienda azera precedentemente in gara, ha ristretto il campo. Nonostante un'interpretazione iniziale suggerisse che il ritiro fosse legato alla ferma opposizione del Comune di Taranto all'installazione di una nave rigassificatrice, il sindaco della città, Piero Bitetti, ha categoricamente smentito tale ipotesi, senza però fornire ulteriori dettagli. L'assenza di un rigassificatore, tuttavia, è un fattore rilevante e stringente nel processo di decarbonizzazione, un aspetto cruciale sottolineato dal ministro delle Imprese, Adolfo Urso. La scadenza per la presentazione delle offerte è stata prorogata (manca solo l'ufficialità, ma tutto sembra indicare questa soluzione) dal 15 al 26 settembre, un'azione voluta dal ministero per dare ai candidati il tempo necessario per adeguare la documentazione alle rigorose condizioni di decarbonizzazione imposte dal governo.
Parallelamente, il sindaco Bitetti ha accennato alla possibilità di presentare ricorso contro l'Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia), un'azione sostenuta dai Verdi all'interno della sua maggioranza. Sebbene la decisione dipenda dalla solidità legale del ricorso, l'obiettivo dichiarato è accelerare la dismissione degli impianti a carbone, riducendo l'impatto inquinante e contribuendo al risanamento ambientale. La complessità della situazione legale e ambientale aggiunge un ulteriore strato di sfida per chiunque si aggiudicherà l'azienda.
L'offerta di Jindal Steel & Power è l'espressione di una visione orientata all'integrazione e alla competenza industriale. In quanto azienda siderurgica di rilievo globale, Jindal vanta una profonda esperienza nel settore, che intende sfruttare per assorbire lo stabilimento di Taranto nel suo ecosistema produttivo internazionale. Questo approccio si fonda su una conoscenza tecnologica e un know-how specifico acquisiti attraverso la gestione di complessi progetti industriali.
La strategia di Jindal per Acciaierie d'Italia prevede la conversione degli impianti esistenti in ottica di sostenibilità. L'azienda indiana ha già investito con successo in tecnologie di decarbonizzazione, come l'idrogeno verde e la riduzione diretta del ferro (DRI), e si propone di replicare questo modello a Taranto. La gestione dello stabilimento sarebbe diretta e operativa, concentrata sull'efficienza produttiva, la logistica e la gestione del personale. Dal punto di vista finanziario, Jindal potrebbe attingere a risorse interne e all'esperienza maturata nella gestione di progetti industriali complessi, integrando tali fondi con capitali esterni per sostenere gli ingenti investimenti necessari alla riconversione. La proposta si presenta quindi come una soluzione che unisce l'esperienza tecnica a una solida base economica.
Bedrock Industries, in qualità di fondo di investimento specializzato nel settore dei metalli, propone un'alternativa strategica. Il suo interesse primario non risiede nella gestione operativa quotidiana, ma nella ristrutturazione finanziaria e nella valorizzazione degli asset. L'obiettivo è acquisire un'azienda in difficoltà per risanarla, renderla redditizia e, potenzialmente, rivenderla in futuro con un profitto. Questo modello di investimento, sebbene orientato a una riorganizzazione strutturale, si distingue dall'approccio di un operatore industriale.
A differenza di Jindal, Bedrock non possiede l'esperienza diretta nella gestione di un impianto siderurgico. Pertanto, la sua strategia si baserebbe sulla nomina di un management dedicato o sulla creazione di partnership per attuare il piano industriale, mantenendo un ruolo di supervisione e controllo finanziario. Per finanziare il percorso di decarbonizzazione, Bedrock si affiderebbe in gran parte a capitali esterni, prestiti bancari e fondi pubblici. La capacità di attuare la riconversione degli impianti sarebbe quindi strettamente legata alla disponibilità di tali finanziamenti, con una gestione del rischio più focalizzata sull'analisi dei costi-benefici che sulla creazione di un polo industriale integrato e a lungo termine.
Non può essere esclusa la "soluzione a spezzatino". Sebbene sia Jindal che Bedrock siano formalmente in corsa per l'acquisizione dell'intero gruppo, le loro proposte potrebbero evolvere in offerte per singole parti dell'azienda. Questo approccio permetterebbe a diversi gruppi di acquisire settori specifici di Acciaierie d'Italia, con l'obiettivo di renderli funzionali e sostenibili a sé stanti. Se si realizzasse, questa frammentazione dell'azienda cambierebbe radicalmente il suo futuro, potenzialmente accelerando la conversione degli impianti più inquinanti, però rischiando di compromettere la coerenza e l'integrazione del polo siderurgico nel suo complesso.
La scelta tra le due offerte e la possibile frammentazione riflette una decisione fondamentale per il governo italiano. Da un lato, la Jindal propone una soluzione basata sulla gestione diretta e sulla competenza industriale, che potrebbe garantire una continuità produttiva a lungo termine e un'integrazione in un contesto siderurgico globale già consolidato. Dall'altro, l'approccio di Bedrock offre una soluzione di risanamento finanziario, che mira a rendere l'azienda redditizia attraverso la ristrutturazione, ma con un rischio legato alla dipendenza da capitali esterni e a un potenziale disimpegno in futuro. La decisione finale determinerà non solo il futuro di Acciaierie d'Italia, ma anche il percorso che l'intera industria siderurgica italiana intraprenderà nei prossimi anni. La scelta, pertanto, non riguarda solo l'acquirente, ma la visione stessa del futuro industriale e ambientale del Paese.
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12/02/2021
Terni - I lavoratori della Treofan hanno occupato la fabbrica
Di fronte al fallimento dell’ultimo tentativo di mediazione con la proprietà – la multinazionale indiana Jindal – i lavoratori della Treofan martedi hanno deciso di occupare la fabbrica. Mentre dentro lo stabilimento ci si organizza per tenerlo occupato, una delegazione di lavoratori si è recata fuori dai cancelli dello stadio, in concomitanza della partita tra Ternana e Casertana, per sollecitare ulteriormente l’opinione pubblica della città sulle sorti di una fabbrica che rischia di compromettere il futuro di 142 famiglie.
La Jindal rigettando l’accordo con i sindacati, ha decretato l'indisponibilità a trovare una soluzione pacifica alla vertenza, motivo per cui ora, si prepara la durissima battaglia legale che porterà la multinazionale di fronte ai giudici italiani e saranno chiamati a rispondere.
Ieri si è riunito il tavolo tra ministero del Lavoro e dello Sviluppo, sindacati, liquidatore e avvocati di Jindal. L’azienda ha chiesto un’ulteriore proroga dei tempi della procedura di messa in liquidazione della società, in scadenza oggi, per provare a raggiungere un accordo tra le parti. Una settimana di tempo per salvare i posti di lavoro e scongiurare 142 licenziamenti.
Ma mentre si tratta, rimane fondamentale la salvaguardia dei macchinari, indispensabili per garantire la possibilità di continuità produttiva. Per questo prosegue l’occupazione della fabbrica.
Fonte
La Jindal rigettando l’accordo con i sindacati, ha decretato l'indisponibilità a trovare una soluzione pacifica alla vertenza, motivo per cui ora, si prepara la durissima battaglia legale che porterà la multinazionale di fronte ai giudici italiani e saranno chiamati a rispondere.
Ieri si è riunito il tavolo tra ministero del Lavoro e dello Sviluppo, sindacati, liquidatore e avvocati di Jindal. L’azienda ha chiesto un’ulteriore proroga dei tempi della procedura di messa in liquidazione della società, in scadenza oggi, per provare a raggiungere un accordo tra le parti. Una settimana di tempo per salvare i posti di lavoro e scongiurare 142 licenziamenti.
Ma mentre si tratta, rimane fondamentale la salvaguardia dei macchinari, indispensabili per garantire la possibilità di continuità produttiva. Per questo prosegue l’occupazione della fabbrica.
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12/07/2020
Le crisi dell’industria e la strategia dello stallo
La recessione ha dato alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni e rivedere piani industriali già approvati. La strategia del governo è prendere tempo, rallentando un declino che appare ormai inesorabile.
Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.
Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.
Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.
Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.
In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.
Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.
Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.
Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.
A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.
In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.
Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.
Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.
La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.
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Durante i mesi di lockdown, non è quasi passato giorno senza che al ministero dello Sviluppo economico (Mise) si riunisse un tavolo di crisi. Si è trattato di riunioni virtuali, in videoconferenza, per evitare assembramenti e contagi trasversali tra amministratori delegati, funzionari governativi e rappresentanti sindacali. A quelle più importanti ha partecipato pure il ministro pentastellato Stefano Patuanelli. I verbali degli incontri raccontano di una strategia dello stallo che diluisce e rallenta il decorso dell’inesorabile declino industriale italiano, senza però che questa serva a fermarlo o a invertire la rotta.
Anzi, subito dopo la riapertura, la Jabil, un’azienda che produce componenti elettronici, ha fatto capire come sarebbe stato il futuro industriale dell’Italia dopo la pandemia, compiendo il primo passo di quella che rischia di essere una lunga stagione di licenziamenti e ristrutturazioni. Alla fine di maggio la multinazionale americana ha licenziato in tronco 190 dipendenti dello stabilimento di Marcianise, nel Casertano, senza concedere la cassa integrazione per il coronavirus prevista dalla legge e senza rispettare il divieto di licenziamenti fino alla fine dell’estate deciso dal governo. Nella lista delle persone da mandare via la multinazionale americana non aveva riguardo per nessuno: c’erano marito e moglie entrambi dipendenti, il consorte di una donna già incentivata all’esodo negli anni passati e pure il genero di un imprenditore ucciso dalla camorra. Di fronte alle proteste per l’insensibilità dei manager d’oltreoceano, il 3 giugno l’azienda ha fatto una parziale marcia indietro, concedendo gli ammortizzatori sociali senza però recedere sul taglio del personale. Il 21 giugno, in una nota unitaria i sindacati confederali si sono detti “fortemente preoccupati per gli ulteriori cali di commesse”, anticamera della dismissione o di nuovi tagli.
Un anno fa, i tavoli di crisi aperti al Mise erano 144, appena cinque in meno. A spulciare l’elenco, si scopre che poco o niente è cambiato. Anche alcuni casi che sembravano in via di risoluzione, come quello della Bekaert di Figline Valdarno o della ex Embraco torinese, rimangono delle piaghe aperte, appena tamponate dagli ammortizzatori sociali. La recessione post-pandemia concede alle aziende un alibi perfetto per giustificare tagli, chiusure e delocalizzazioni già previste, e per non rispettare accordi siglati e piani industriali approvati, spesso scaricando i debiti sulle aziende dell’indotto e sullo Stato. Dalla Whirlpool di Napoli che chiuderà a fine ottobre mandando a casa 450 operai alla Porto Industriale Cagliari Spa, dalla Blutec di Termini Imerese alla Bosch di Bari, quasi 300 mila lavoratori rischiano il posto entro l’autunno. Ottantamila di questi sono nel settore metalmeccanico e per questo la Fiom-Cgil chiede il blocco dei licenziamenti.
Il governo sembra impotente, ma soprattutto non pare avere una strategia per mantenere le produzioni in Italia o per indirizzare su un altro binario un modello di sviluppo fondato sull’industria pesante e sulla manifattura. Emblematico è il caso della Whirlpool, che da un anno prova a lasciare lo stabilimento di Napoli, un piccolo gioiello con standard tecnologici e produttivi nordeuropei, per spostare la produzione di lavatrici dal sud Italia verso la Polonia e la Cina, dopo aver già ridimensionato il polo casertano di Carinaro trasformandolo in un deposito di pezzi di ricambio. Il 16 gennaio, in una riunione al ministero dello Sviluppo economico l’amministratore delegato per l’Italia, Luigi La Morgia, ha sostenuto che l’impianto di Napoli perde venti milioni di euro all’anno e non c’è più la sostenibilità economica per la produzione di lavatrici. Chi era presente ricorda una frase del ministro pentastellato Stefano Patuanelli che ha fatto storcere la bocca ai rappresentanti dei lavoratori: “Non ho strumenti per fermare una multinazionale”.
In realtà, uno strumento per costringere la Whirlpool a non delocalizzare ci sarebbe. È il Piano industriale 2019-2021, firmato il 25 ottobre 2018 allo stesso Mise dall’allora ministro Luigi Di Maio, dai rappresentanti dell’azienda, dai sindacati e dalle Regioni che ospitano gli stabilimenti italiani. L’accordo prevede, in cambio di ammortizzatori sociali e incentivi economici, un investimento di 17 milioni di euro per creare a Napoli un polo per la produzione di lavatrici di alta gamma. L’accordo è stato messo in discussione dalla multinazionale americana dopo appena sei mesi, senza nessuna obiezione dal ministero di via XX Settembre. Il 31 maggio 2019, la multinazionale americana ha annunciato ai sindacati che la fabbrica sarebbe stata chiusa di lì a qualche mese. “Ci mostrarono un grafico con tutti gli stabilimenti europei, solo quello napoletano era barrato con una X rossa”, ha ricordato Vincenzo Accurso, rappresentante sindacale della Uilm. Poco dopo, i lavoratori hanno ricevuto una lettera nella quale veniva annunciato il loro trasferimento a un’altra società, la Passive refrigeration solutions (Prs), una “start up” dai finanziatori sconosciuti, senza neppure un sito web e che non ha mai prodotto nulla, con sede al numero 16 di corso Elvezia a Lugano. Nulla più che una “bucalettere”, una casella postale, come l’hanno definita i media svizzeri.
Il governo ha creduto alle parole della Whirlpool senza chiedere all’amministratore delegato di sostanziare le perdite della succursale napoletana mostrando i bilanci. Al termine della riunione di metà gennaio, il ministro dello Sviluppo economico ha proposto di dare un mandato all’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, per cercare un compratore. L’amministratore delegato La Morgia, un pescarese di 43 anni che aveva cominciato la scalata ai vertici dell’azienda proprio come direttore dello stabilimento partenopeo, ha acconsentito. Il 16 marzo lo stesso Arcuri è stato poi nominato dal governo commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 e al Mise nessuno si è più occupato della Whirlpool. La fabbrica chiuderà i battenti il 31 ottobre e a via XX Settembre pensano ancora che la salvezza potrebbe arrivare dalla società “bucalettere” di Lugano.
Non è andata meglio per le acciaierie, dove si assiste a un progressivo smantellamento senza che da nessuna parte ci siano piani di riconversione di alcun genere. Se Jindal a Piombino stenta a decollare e a Trieste il 9 aprile la Ferriera ha spento l’altoforno, all’Ilva di Taranto il 5 giugno Arcelor Mittal ha presentato l’ennesimo piano industriale: un documento di cinquecento pagine nel quale la multinazionale prevede un calo della produzione a sei milioni di tonnellate l’anno, utilizzando tre altiforni su cinque, e 3.200 esuberi, ai quali vanno aggiunti i 1.800 lavoratori già in cassa integrazione che l’azienda aveva promesso di reintegrare. Anche in questo caso il Covid-19 c’entra poco, perché l’azienda ha approfittato dell’emergenza virus per confermare i tagli già previsti ed evitare di riassorbire i cassintegrati di lunga data delle aree a freddo, come previsto dall’accordo stipulato al momento dell’acquisto.
Il 28 maggio, agli Acciai Speciali Terni l’amministratore delegato Massimiliano Burelli ha spiegato in videoconferenza al ministro Patuanelli che per quest’anno “stimiamo un calo del 35 per cento di acciaio fuso rispetto al milione di tonnellate che ci eravamo posti come obiettivo”, “una riduzione delle spedizioni dell’80 per cento” per il tubificio e “tra il 30 e il 40 per cento” per il “freddo”, destinato alle filiere dell’auto e degli elettrodomestici. Alle storiche acciaierie ternane, nonostante il progressivo ridimensionamento, lavorano ancora 2.350 persone e una loro crisi sarebbe un vero e proprio terremoto per una città che da più di un secolo ruota attorno alla fabbrica.
A Terni è esplosa pure la crisi della Teofran, un’azienda che produce film alimentari e impiega centocinquanta persone. I proprietari, il gruppo indiano Jindal, hanno già chiuso lo stabilimento di Battipaglia, nel Salernitano, mandando a casa ottanta lavoratori e spostando i macchinari verso altri stabilimenti all’estero, e ora potrebbero apprestarsi a fare lo stesso in Umbria. Qui nel giro di un anno si è passati da una produzione di mille tonnellate ad appena duecentoquaranta, nonostante le richieste siano aumentate perché molte aziende che producono biscotti e merendine hanno dovuto sostituire le confezioni preparate per le Olimpiadi e gli Europei di calcio, sospesi a causa del Covid-19. L’11 giugno i lavoratori hanno scioperato e il 17 l’azienda si è presentata al tavolo convocato al Mise con un piano industriale diverso da quello inviato ai sindacati. L’amministratore delegato Manfred Kaufmann ha mostrato delle slide nelle quali si evidenziava la crisi del settore e una contrazione dei volumi prodotti, annunciando un taglio di dodici posti di lavoro.
In coincidenza con il lockdown, è esplosa pure la crisi del terzo gruppo italiano, le Acque Minerali Italiane (Ami) del gruppo Pessina. Il 28 febbraio l’Ami ha chiuso improvvisamente gli stabilimenti di San Gemini e Amerino, da dove escono le omonime acque e pure l’Aura, la Fabia e la Grazia, spedendo gli 86 dipendenti in cassa integrazione. Motivo: mancavano i tappi per chiudere le bottiglie, tutte di plastica perché la linea del vetro che per decenni aveva caratterizzato il marchio Sangemini era già stata fermata un anno fa dagli acciacchi e dall’assenza di manutenzione. L’azienda non aveva soldi per pagare i fornitori. Il 2 marzo, a impianti fermi, la società ha presentato al tribunale di Milano una richiesta di concordato preventivo “in bianco”. Il 12 marzo, azienda e sindacati si sono riuniti in videoconferenza con il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli per discutere della situazione. L’amministratore delegato Massimo Pessina ha annunciato la riapertura al 60 per cento dello stabilimento di San Gemini e promesso un piano industriale entro il 18 giugno. Gli operai sono tornati al lavoro il 16 marzo, ma la produzione a scartamento ridotto, su una sola linea, ha fatto quasi sparire le acque umbre dagli scaffali dei supermercati. Nemmeno a dirlo, dopo tre mesi del piano industriale non c’era ombra.
Rischia grosso pure il polo degli occhiali, che impiega 18 mila persone tra il Bellunese e il Friuli. Nei primi tre mesi dell’anno, le vendite di occhiali sono calate del 21,4 per cento e la Safilo si è vista cancellare una commessa di duecento milioni di euro da parte di Dior per la produzione di occhiali di lusso. La multinazionale di origini italiane, dal 2009 di proprietà del fondo olandese Hal, ha così deciso di tagliare duecentocinquanta posti a Martignacco, in Friuli, quattrocento nella fabbrica di Longarone, nel bellunese, e altri cinquanta a Padova, e di spostarsi in Cina. Il 25 maggio ha annunciato un accordo con Ports Asia, una holding cinese dalla quale ha ottenuto “una licenza decennale per il design, la produzione e la distribuzione di occhiali da sole e montature da vista”. Il 29 maggio, ultimo giorno di lavoro a Martignacco, gli operai hanno lasciato la fabbrica tappezzandola di messaggi. “Abbiamo lavorato fino all’ultimo pezzo con le lacrime agli occhi nonostante sapessimo che oggi avremmo scritto la parola fine”, si leggeva su un post-it incollato a una vetrata.
Il Covid-19 ha fatto emergere pure la profonda sofferenza del settore calzaturiero. Negli ultimi mesi hanno presentato richiesta di concordato “in bianco” la Conbipel, un’azienda astigiana controllata dal fondo americano Oaktree e con negozio principale in corso Buenos Aires a Milano, la Pittarosso di Legnano, controllata dal fondo Lion Capital, e la torinese Scarpe&Scarpe. In tutti e tre i casi, il pre-fallimento è stato motivato con la chiusura dei negozi a causa del Covid-19 e l’azzeramento delle vendite, anche se in realtà tutte avevano una pesante situazione debitoria alle spalle. A rischiare il posto sono in totale circa seimila dipendenti.
La strategia del governo è prendere tempo, allungando i tempi della cassa integrazione e bloccando i licenziamenti, con l’intenzione di diluire le crisi nel tempo e non farle precipitare tutte insieme, accompagnando il declino italiano senza invertirne la rotta.
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09/07/2020
Terni - La Treofan chiude. Gli operai bloccano le merci e la strada
Continua lo stato di agitazione dei lavoratori della Treofan di Terni in una delle fasi più critiche delle trattative tra sindacati e la multinazionale indiana Jindal. Quest’ultima dopo aver dichiarato di voler vendere il sito produttivo di Terni, adesso sembra prendere tempo. Ma i lavoratori non si fidano, sono in sciopero dal 29 giugno e da ieri bloccano le merci in entrata e uscita e la strada davanti alla fabbrica.
Il Mise, è stato informato del costante svuotamento di ordini e prodotti alla Treofan di Terni (fino ad arrivare dai primi mesi del 2020 alla fermata per 12-13 giorni al mese della laccatrice, il macchinario che produce film ad alto valore aggiunto). La proprietà, la Jindal, la spiega con la perdita di ordini e clienti. Ma altri dati indicano l’esatto contrario e cioè che le produzioni sono state trasferite nei siti di Brindisi e di Virton (Belgio), i quali stabilimenti hanno avuto un incremento dei volumi produttivi inversamente proporzionale a quelli di Terni.
Il giornale locale Umbria 24 riferisce che un messaggio arrivato nella notte allertava lavoratori e sindacati della volontà, da parte dell’azienda, di forzare il blocco delle portinerie, per consentire nuovamente l’uscita dei prodotti finiti, con l’intervento, se necessario della polizia. Ma i lavoratori hanno ritenuto che per convincere la proprietà a investire ancora su Terni, la strada sia proprio questa: far marciare gli impianti bloccando però i rotoli di film di polipropilene dentro il magazzino. Già ieri un camion è stato respinto e lasciato andar via senza il carico.
Al blocco hanno partecipato anche attivisti di Potere al Popolo, con un loro striscione di solidarietà con i lavoratori.
Fonte
Il Mise, è stato informato del costante svuotamento di ordini e prodotti alla Treofan di Terni (fino ad arrivare dai primi mesi del 2020 alla fermata per 12-13 giorni al mese della laccatrice, il macchinario che produce film ad alto valore aggiunto). La proprietà, la Jindal, la spiega con la perdita di ordini e clienti. Ma altri dati indicano l’esatto contrario e cioè che le produzioni sono state trasferite nei siti di Brindisi e di Virton (Belgio), i quali stabilimenti hanno avuto un incremento dei volumi produttivi inversamente proporzionale a quelli di Terni.
Il giornale locale Umbria 24 riferisce che un messaggio arrivato nella notte allertava lavoratori e sindacati della volontà, da parte dell’azienda, di forzare il blocco delle portinerie, per consentire nuovamente l’uscita dei prodotti finiti, con l’intervento, se necessario della polizia. Ma i lavoratori hanno ritenuto che per convincere la proprietà a investire ancora su Terni, la strada sia proprio questa: far marciare gli impianti bloccando però i rotoli di film di polipropilene dentro il magazzino. Già ieri un camion è stato respinto e lasciato andar via senza il carico.
Al blocco hanno partecipato anche attivisti di Potere al Popolo, con un loro striscione di solidarietà con i lavoratori.
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03/02/2019
Piombino. Il gruppo Jindal non mantiene gli impegni alle acciaierie
Jindal è un nome che ormai per molti lavoratori italiani sta diventando un incubo. E’ il caso della Treofan, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, ma è anche il caso delle Acciaierie di Piombino acquisite dal gruppo siderurgico indiano. Per essere precisi si tratta di due fratelli Jindal diversi, ma le conseguenze sui lavoratori alle loro dipendenze cominciano a somigliarsi un po’ troppo.
A Piombino infatti dopo tante promesse e alle prime difficoltà la Jindal, ha diminuito l’attività lavorativa del 30% scaricandone le conseguenze sui lavoratori. Quali speranze possono esserci per i lavoratori in cassa integrazione ormai da anni?
Troppe sono le preoccupazioni, è arrivato il momento del rispetto degli impegni presi, sia da parte del nuovo imprenditore indiano Jindal sia per quanto riguarda le istituzioni, Regione e governo in testa.
Se, da una parte, le tempistiche previste dall’accordo di programma (firmato quest’estate) sembrano al momento rispettate, dall’altra non possiamo non denunciare alcuni segnali che ci inducono a pensare che i veri e propri investimenti, indispensabili per far ripartire gli impianti, sono ben lontani da essere effettuati.
A seguito del passaggio a JSW per molti soggetti sia sindacali che istituzionali, la vertenza di Piombino sembrava ormai risolta e oggi ci ritroviamo cosi.
Per USB è arrivato il momento di sollecitare tutti gli attori in campo, affinché gli accordi presi siano rispettati. In questo senso registriamo anche la palese mancanza di interesse da parte del governo che non ha ancora speso una parola rispetto alla situazione di Piombino.
L’acciaieria potrà ripartire solo e soltanto se ognuno farà la sua parte ed è evidente che al momento le incognite sono veramente troppe.
In un momento come questo in cui la richiesta dell’acciaio è diminuito, il governatore Enrico Rossi deve portare a Piombino i soldi promessi per poter iniziare le piccole bonifiche, perché hanno diritto di poter lavorare anche i lavoratori in cassa integrazione da ben quattro anni a casa e il governo deve iniziare a pensare di fare come alla Irisbus, mettere delle risorse e non essere assente.
Oggi, quando ancora pagano i soliti, i responsabili ci sono e hanno nome, cognome e sigle: sbandierare un accordo beffa, un accordo dove i lavoratori fanno addestramento con la ricompensa a fine mese della cassa integrazione, è veramente uno schiaffo ai diritti dei lavoratori. Tutto questo con un accordo sindacale, corredato da quasi festeggiamenti. L’azienda chiede ancora sacrifici, perché le spese sono molte per portare avanti questo stabilimento. Come al solito i lavoratori pagheranno di conseguenza e sarà tagliato il 30% del monte ore.
Le multinazionali sono queste e Jindal che non è la famiglia dei lavoratori porterà avanti il progetto?
Dopo aver sentito applausi al Metropolitan, dopo aver sentito che siamo tutti una famiglia, dopo la festicciola di Natale effettuata dall’azienda per i lavoratori corredata dai sindacati, ci ritroviamo al punto di partenza e ci facciamo questa domanda: ma Jindal sarà in grado di sostenere il progetto annunciato al cinema Metropolitan?
Abbiamo sempre annunciato che l’unico scopo di Jindal era superare i dazi e crediamo che questo obbiettivo sia stato raggiunto, ma colare acciaio?
Crediamo che i lavoratori debbano restare tutti uniti e chiameremo a breve una grossa mobilitazione per il rispetto dei ruoli e degli impegni sia dell’azienda che del governo.
Fonte
A Piombino infatti dopo tante promesse e alle prime difficoltà la Jindal, ha diminuito l’attività lavorativa del 30% scaricandone le conseguenze sui lavoratori. Quali speranze possono esserci per i lavoratori in cassa integrazione ormai da anni?
Troppe sono le preoccupazioni, è arrivato il momento del rispetto degli impegni presi, sia da parte del nuovo imprenditore indiano Jindal sia per quanto riguarda le istituzioni, Regione e governo in testa.
Se, da una parte, le tempistiche previste dall’accordo di programma (firmato quest’estate) sembrano al momento rispettate, dall’altra non possiamo non denunciare alcuni segnali che ci inducono a pensare che i veri e propri investimenti, indispensabili per far ripartire gli impianti, sono ben lontani da essere effettuati.
A seguito del passaggio a JSW per molti soggetti sia sindacali che istituzionali, la vertenza di Piombino sembrava ormai risolta e oggi ci ritroviamo cosi.
Per USB è arrivato il momento di sollecitare tutti gli attori in campo, affinché gli accordi presi siano rispettati. In questo senso registriamo anche la palese mancanza di interesse da parte del governo che non ha ancora speso una parola rispetto alla situazione di Piombino.
L’acciaieria potrà ripartire solo e soltanto se ognuno farà la sua parte ed è evidente che al momento le incognite sono veramente troppe.
In un momento come questo in cui la richiesta dell’acciaio è diminuito, il governatore Enrico Rossi deve portare a Piombino i soldi promessi per poter iniziare le piccole bonifiche, perché hanno diritto di poter lavorare anche i lavoratori in cassa integrazione da ben quattro anni a casa e il governo deve iniziare a pensare di fare come alla Irisbus, mettere delle risorse e non essere assente.
Oggi, quando ancora pagano i soliti, i responsabili ci sono e hanno nome, cognome e sigle: sbandierare un accordo beffa, un accordo dove i lavoratori fanno addestramento con la ricompensa a fine mese della cassa integrazione, è veramente uno schiaffo ai diritti dei lavoratori. Tutto questo con un accordo sindacale, corredato da quasi festeggiamenti. L’azienda chiede ancora sacrifici, perché le spese sono molte per portare avanti questo stabilimento. Come al solito i lavoratori pagheranno di conseguenza e sarà tagliato il 30% del monte ore.
Le multinazionali sono queste e Jindal che non è la famiglia dei lavoratori porterà avanti il progetto?
Dopo aver sentito applausi al Metropolitan, dopo aver sentito che siamo tutti una famiglia, dopo la festicciola di Natale effettuata dall’azienda per i lavoratori corredata dai sindacati, ci ritroviamo al punto di partenza e ci facciamo questa domanda: ma Jindal sarà in grado di sostenere il progetto annunciato al cinema Metropolitan?
Abbiamo sempre annunciato che l’unico scopo di Jindal era superare i dazi e crediamo che questo obbiettivo sia stato raggiunto, ma colare acciaio?
Crediamo che i lavoratori debbano restare tutti uniti e chiameremo a breve una grossa mobilitazione per il rispetto dei ruoli e degli impegni sia dell’azienda che del governo.
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