Nella giornata di ieri, nel porto di Piombino una nave del Ministero della Difesa ha scaricato una enorme quantità di materiale bellico, decine di mezzi militari e container contenenti, probabilmente, esplosivo.
Oltre il danno del rigassificatore, Piombino è stata trasformata in un vero e proprio HUB del traffico di armi. Questa volta sono stati coinvolti dei lavoratori della acciaieria JSW e della Piombino Logistics, dato che una parte del materiale bellico è stata trasportata all’interno dello stabilimento siderurgico e caricata su rotaia su un treno merci che sembra destinato ad arrivare alla stazione di Palmanova in Friuli Venezia Giulia per poi essere imbarcata dal porto di Monfalcone.
USB, non appena ricevuta notizia e in tempi strettissimi, ha proceduto a proclamare lo sciopero specifico per il carico, scarico e trasporto di armamenti per tutti i lavoratori coinvolti della JSW e per i macchinisti di Mercitalia (società cargo del Gruppo FSI) per permettere ai lavoratori di potersi rifiutare di movimentare il carico di morte. Perché per noi è inaccettabile che si decida di militarizzare porti, fabbriche e la stessa rete ferroviaria italiana per alimentare le politiche di riarmo e di guerra del nostro paese.
Con le federazioni di Livorno e di Pisa e altri militanti dei movimenti siamo in presidio di protesta presso la stazione di Livorno Calambrone per esprimere la nostra contrarietà all’ennesimo carico di morte che transita nel nostro territorio.
Al momento il treno sta accumulando un fortissimo ritardo e sembra venga deviato in un altro percorso per evitare i presidi.
Invitiamo tutti e tutte i compagni a fare lo stesso durante il tragitto che questo treno percorrerà fino probabilmente al porto di Monfalcone per essere imbarcato verso qualche teatro di guerra.
Bisogna opporsi al riarmo e alla guerra; non saranno i lavoratori e le lavoratrici a pagare il prezzo!
Il piano di riarmo da 800 mld € e il piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture strategiche da 100 mld €, entrambi lanciati dalla Commissione UE, ci conducono alla guerra, all’impoverimento dei nostri salari e alla perdita di servizi pubblici.
In 8 giorni di aggressione da parte di Israele e degli USA l’unica cosa che vediamo è il rincaro immediato dei prezzi di carburanti, energia e beni di prima necessità, cosa che sta riportando al centro una questione riguardante direttamente l’economia reale e la tenuta sociale del Paese.
Abbiamo già pagato di tasca nostra l’impennata inflattiva della guerra in Ucraina, con un potere d’acquisto dei nostri salari diminuito dell’8/10%; non possiamo permetterci un’altra fase di aumento dei prezzi che rischia di diminuire ulteriormente il potere d’acquisto dei lavoratori e di colpire duramente il sistema produttivo. Tutto questo mentre l’apparato produttivo è già attraversato da crisi industriali, ristrutturazioni e processi di dismissione che stanno colpendo interi settori strategici.
Fermare i transiti di morte e scioperare contro le armi significa lottare per la pace e per le proprie condizioni di lavoro!
Ultim’ora. Bloccato il treno con gli armamenti alla stazione di Pisa.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/03/2026
27/11/2019
Cuori d’acciaio/3 - Anche a Piombino, come a Taranto, arrivarono “gli indiani”
Il 60% delle rotaie delle ferrovie italiane le compriamo dall’estero.
È il 1992 quando lo stabilimento siderurgico di Piombino viene scorporato dall’Ilva e passa nelle mani di una nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino”. Nella spa ci sono i residui della mano pubblica (Ilva) ed entra una società privata: il “Gruppo Lucchini” di proprietà dal “patron” della siderurgia italiana Luigi Lucchini. Ovviamente, dopo soli tre anni l’acciaieria di Piombino passa completamente nelle mani private del gruppo Lucchini diventando la “Lucchini Siderurgica”, e nel 1998 “Lucchini SpA”.
Nel 2003 il gruppo Lucchini attraversa una crisi finanziaria, viene ristrutturato e diventa una holding finanziaria. L’acciaieria di Piombino diventa una business unit. Ma solo due anni dopo, a seguito dell’ennesima ristrutturazione finanziaria, la maggioranza (60%) del gruppo Lucchini passa, a Severstal, un gruppo industriale russo ed uno dei più maggiori produttori siderurgici al mondo.
Ad aprile del 2014 l’altoforno di Piombino è stato spento sulla base di un accordo di programma per la riqualificazione del polo siderurgico siglato dall’azienda con la regione Toscana e il governo Renzi. A novembre dello stesso anno, compare il gruppo algerino Cevital che si aggiudica il bando per gli asset dell’acciaieria e a luglio 2015 acquista lo stabilimento di Piombino. Viene così costituita la AFERPI Spa (Acciaierie e Ferriere Piombino).
Non trascorrono neanche tre anni che le Acciaierie di Piombino passano ancora di mano. Nel maggio 2018 è firmato l’accordo per cedere la società Aferpi dagli algerini della Cevital al gruppo indiano JSW ovvero Jindal South West di proprietà di Saijan Jindal. Lo Stato ovviamente ci mette un po’ di soldi (un finanziamento statale di 15 milioni di euro ed uno regionale di 30 milioni).
I lavoratori in cassa integrazione, sono ancora 1950. Quando la fabbrica era di proprietà delle partecipazioni statali vi lavoravano 8.100 operai, quando l’hanno privatizzata consegnandola a Lucchini erano diminuiti a 2.200. Piombino ha poco più di 33mila abitanti. Le Acciaierie sono tutto, un po’ come ha provato a raccontare Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio” ambientato proprio a Piombino nel quartiere operaio di fantasia Stalingrado (in realtà il quartiere si chiama Cotone secondo alcuni, Salivoli secondo altri).
“Dopo aver mandato via una multinazionale Algerina, e proclamando vittoria per l’arrivo di una multinazionale Indiana, oggi dopo un anno non è ancora stato fatto niente parole, parole, parole, e i lavoratori sono stanchi soprattutto a livello psicologico e salariale” scrive ad agosto di quest’anno l’Usb, la quale informa i lavoratori che il Governo e la Regione avevano stanziato ulteriori 100 milioni di euro per Jindal per le bonifiche, la sicurezza ambientale e le nuove tecnologie. “Jindal in tutto questo non ha ancora presentato niente di concreto. Ad Ottobre scade la Cig per i lavoratori della Piombino Logistics e successivamente da Novembre agli altri”. Siamo ormai a fine novembre.
“E mentre si importa acciaio dall’estero – denuncia un sindacalista della Uil – a Piombino, unico produttore italiano di rotaie, è stato assegnato solo il 40% delle 240 mila tonnellate per le ferrovie italiane ed il restante è andato a gruppi che producono fuori dal Paese. Tra cui Arcelor Mittal”.
Dopo un deludente incontro al Ministero lo scorso luglio, a settembre la situazione di Jsw Steel Italy (ex Aferpi) preoccupa ancora i lavoratori, a causa di un piano di rilancio ancora a metà del guado, e con l’azienda che deve ancora dare conferme sull’avvio della costruzione del nuovo forno elettrico. Il dossier, come molti altri, è sul tavolo del nuovo Ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, e del nuovo governo “Conte II”.
Ma a Piombino anche l’altra acciaieria – la storica Magona – non vive sorte migliore. Il 16 settembre scorso la Magona di Piombino è passata dalle mani del gruppo Arcelor Mittal (lo stesso dell’Ilva) alla Liberty Steel del gruppo indiano Gfg Alliance. La Liberty Steel, il primo luglio 2019 ha infatti rilevato la storica Magona (455 dipendenti ed una capacità di 530 mila tonnellate) finora parte di ArcelorMittal, la quale ha dovuto cederla per imposizione dell’Antitrust, quando ha acquisito l’Ilva insieme a un pacchetto di altre sei acciaierie europee.
Insomma la ghisa la compreremo dalle industrie cinesi, le rotaie per le ferrovie dalle industrie indiane. Gli autobus che prima producevano Irisbus e Breda Menarini (chiuse o quasi) adesso li compriamo da aziende francesi, tedesche, israeliane. Una volta si chiamava dipendenza, adesso la chiamano competitività. Il risultato è disoccupazione, desertificazione, deindustrializzazione. E non sembra proprio che in cambio ambiente, salute e benessere sociale ne stiano traendo giovamento.
Le altre puntate:
Il delitto dell’Italsider di Bagnoli
I fantasmi delle Ferriere di Trieste
Fonte
È il 1992 quando lo stabilimento siderurgico di Piombino viene scorporato dall’Ilva e passa nelle mani di una nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino”. Nella spa ci sono i residui della mano pubblica (Ilva) ed entra una società privata: il “Gruppo Lucchini” di proprietà dal “patron” della siderurgia italiana Luigi Lucchini. Ovviamente, dopo soli tre anni l’acciaieria di Piombino passa completamente nelle mani private del gruppo Lucchini diventando la “Lucchini Siderurgica”, e nel 1998 “Lucchini SpA”.
Nel 2003 il gruppo Lucchini attraversa una crisi finanziaria, viene ristrutturato e diventa una holding finanziaria. L’acciaieria di Piombino diventa una business unit. Ma solo due anni dopo, a seguito dell’ennesima ristrutturazione finanziaria, la maggioranza (60%) del gruppo Lucchini passa, a Severstal, un gruppo industriale russo ed uno dei più maggiori produttori siderurgici al mondo.
Ad aprile del 2014 l’altoforno di Piombino è stato spento sulla base di un accordo di programma per la riqualificazione del polo siderurgico siglato dall’azienda con la regione Toscana e il governo Renzi. A novembre dello stesso anno, compare il gruppo algerino Cevital che si aggiudica il bando per gli asset dell’acciaieria e a luglio 2015 acquista lo stabilimento di Piombino. Viene così costituita la AFERPI Spa (Acciaierie e Ferriere Piombino).
Non trascorrono neanche tre anni che le Acciaierie di Piombino passano ancora di mano. Nel maggio 2018 è firmato l’accordo per cedere la società Aferpi dagli algerini della Cevital al gruppo indiano JSW ovvero Jindal South West di proprietà di Saijan Jindal. Lo Stato ovviamente ci mette un po’ di soldi (un finanziamento statale di 15 milioni di euro ed uno regionale di 30 milioni).
I lavoratori in cassa integrazione, sono ancora 1950. Quando la fabbrica era di proprietà delle partecipazioni statali vi lavoravano 8.100 operai, quando l’hanno privatizzata consegnandola a Lucchini erano diminuiti a 2.200. Piombino ha poco più di 33mila abitanti. Le Acciaierie sono tutto, un po’ come ha provato a raccontare Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio” ambientato proprio a Piombino nel quartiere operaio di fantasia Stalingrado (in realtà il quartiere si chiama Cotone secondo alcuni, Salivoli secondo altri).
“Dopo aver mandato via una multinazionale Algerina, e proclamando vittoria per l’arrivo di una multinazionale Indiana, oggi dopo un anno non è ancora stato fatto niente parole, parole, parole, e i lavoratori sono stanchi soprattutto a livello psicologico e salariale” scrive ad agosto di quest’anno l’Usb, la quale informa i lavoratori che il Governo e la Regione avevano stanziato ulteriori 100 milioni di euro per Jindal per le bonifiche, la sicurezza ambientale e le nuove tecnologie. “Jindal in tutto questo non ha ancora presentato niente di concreto. Ad Ottobre scade la Cig per i lavoratori della Piombino Logistics e successivamente da Novembre agli altri”. Siamo ormai a fine novembre.
“E mentre si importa acciaio dall’estero – denuncia un sindacalista della Uil – a Piombino, unico produttore italiano di rotaie, è stato assegnato solo il 40% delle 240 mila tonnellate per le ferrovie italiane ed il restante è andato a gruppi che producono fuori dal Paese. Tra cui Arcelor Mittal”.
Dopo un deludente incontro al Ministero lo scorso luglio, a settembre la situazione di Jsw Steel Italy (ex Aferpi) preoccupa ancora i lavoratori, a causa di un piano di rilancio ancora a metà del guado, e con l’azienda che deve ancora dare conferme sull’avvio della costruzione del nuovo forno elettrico. Il dossier, come molti altri, è sul tavolo del nuovo Ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, e del nuovo governo “Conte II”.
Ma a Piombino anche l’altra acciaieria – la storica Magona – non vive sorte migliore. Il 16 settembre scorso la Magona di Piombino è passata dalle mani del gruppo Arcelor Mittal (lo stesso dell’Ilva) alla Liberty Steel del gruppo indiano Gfg Alliance. La Liberty Steel, il primo luglio 2019 ha infatti rilevato la storica Magona (455 dipendenti ed una capacità di 530 mila tonnellate) finora parte di ArcelorMittal, la quale ha dovuto cederla per imposizione dell’Antitrust, quando ha acquisito l’Ilva insieme a un pacchetto di altre sei acciaierie europee.
Insomma la ghisa la compreremo dalle industrie cinesi, le rotaie per le ferrovie dalle industrie indiane. Gli autobus che prima producevano Irisbus e Breda Menarini (chiuse o quasi) adesso li compriamo da aziende francesi, tedesche, israeliane. Una volta si chiamava dipendenza, adesso la chiamano competitività. Il risultato è disoccupazione, desertificazione, deindustrializzazione. E non sembra proprio che in cambio ambiente, salute e benessere sociale ne stiano traendo giovamento.
Le altre puntate:
Il delitto dell’Italsider di Bagnoli
I fantasmi delle Ferriere di Trieste
Fonte
03/02/2019
Piombino. Il gruppo Jindal non mantiene gli impegni alle acciaierie
Jindal è un nome che ormai per molti lavoratori italiani sta diventando un incubo. E’ il caso della Treofan, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, ma è anche il caso delle Acciaierie di Piombino acquisite dal gruppo siderurgico indiano. Per essere precisi si tratta di due fratelli Jindal diversi, ma le conseguenze sui lavoratori alle loro dipendenze cominciano a somigliarsi un po’ troppo.
A Piombino infatti dopo tante promesse e alle prime difficoltà la Jindal, ha diminuito l’attività lavorativa del 30% scaricandone le conseguenze sui lavoratori. Quali speranze possono esserci per i lavoratori in cassa integrazione ormai da anni?
Troppe sono le preoccupazioni, è arrivato il momento del rispetto degli impegni presi, sia da parte del nuovo imprenditore indiano Jindal sia per quanto riguarda le istituzioni, Regione e governo in testa.
Se, da una parte, le tempistiche previste dall’accordo di programma (firmato quest’estate) sembrano al momento rispettate, dall’altra non possiamo non denunciare alcuni segnali che ci inducono a pensare che i veri e propri investimenti, indispensabili per far ripartire gli impianti, sono ben lontani da essere effettuati.
A seguito del passaggio a JSW per molti soggetti sia sindacali che istituzionali, la vertenza di Piombino sembrava ormai risolta e oggi ci ritroviamo cosi.
Per USB è arrivato il momento di sollecitare tutti gli attori in campo, affinché gli accordi presi siano rispettati. In questo senso registriamo anche la palese mancanza di interesse da parte del governo che non ha ancora speso una parola rispetto alla situazione di Piombino.
L’acciaieria potrà ripartire solo e soltanto se ognuno farà la sua parte ed è evidente che al momento le incognite sono veramente troppe.
In un momento come questo in cui la richiesta dell’acciaio è diminuito, il governatore Enrico Rossi deve portare a Piombino i soldi promessi per poter iniziare le piccole bonifiche, perché hanno diritto di poter lavorare anche i lavoratori in cassa integrazione da ben quattro anni a casa e il governo deve iniziare a pensare di fare come alla Irisbus, mettere delle risorse e non essere assente.
Oggi, quando ancora pagano i soliti, i responsabili ci sono e hanno nome, cognome e sigle: sbandierare un accordo beffa, un accordo dove i lavoratori fanno addestramento con la ricompensa a fine mese della cassa integrazione, è veramente uno schiaffo ai diritti dei lavoratori. Tutto questo con un accordo sindacale, corredato da quasi festeggiamenti. L’azienda chiede ancora sacrifici, perché le spese sono molte per portare avanti questo stabilimento. Come al solito i lavoratori pagheranno di conseguenza e sarà tagliato il 30% del monte ore.
Le multinazionali sono queste e Jindal che non è la famiglia dei lavoratori porterà avanti il progetto?
Dopo aver sentito applausi al Metropolitan, dopo aver sentito che siamo tutti una famiglia, dopo la festicciola di Natale effettuata dall’azienda per i lavoratori corredata dai sindacati, ci ritroviamo al punto di partenza e ci facciamo questa domanda: ma Jindal sarà in grado di sostenere il progetto annunciato al cinema Metropolitan?
Abbiamo sempre annunciato che l’unico scopo di Jindal era superare i dazi e crediamo che questo obbiettivo sia stato raggiunto, ma colare acciaio?
Crediamo che i lavoratori debbano restare tutti uniti e chiameremo a breve una grossa mobilitazione per il rispetto dei ruoli e degli impegni sia dell’azienda che del governo.
Fonte
A Piombino infatti dopo tante promesse e alle prime difficoltà la Jindal, ha diminuito l’attività lavorativa del 30% scaricandone le conseguenze sui lavoratori. Quali speranze possono esserci per i lavoratori in cassa integrazione ormai da anni?
Troppe sono le preoccupazioni, è arrivato il momento del rispetto degli impegni presi, sia da parte del nuovo imprenditore indiano Jindal sia per quanto riguarda le istituzioni, Regione e governo in testa.
Se, da una parte, le tempistiche previste dall’accordo di programma (firmato quest’estate) sembrano al momento rispettate, dall’altra non possiamo non denunciare alcuni segnali che ci inducono a pensare che i veri e propri investimenti, indispensabili per far ripartire gli impianti, sono ben lontani da essere effettuati.
A seguito del passaggio a JSW per molti soggetti sia sindacali che istituzionali, la vertenza di Piombino sembrava ormai risolta e oggi ci ritroviamo cosi.
Per USB è arrivato il momento di sollecitare tutti gli attori in campo, affinché gli accordi presi siano rispettati. In questo senso registriamo anche la palese mancanza di interesse da parte del governo che non ha ancora speso una parola rispetto alla situazione di Piombino.
L’acciaieria potrà ripartire solo e soltanto se ognuno farà la sua parte ed è evidente che al momento le incognite sono veramente troppe.
In un momento come questo in cui la richiesta dell’acciaio è diminuito, il governatore Enrico Rossi deve portare a Piombino i soldi promessi per poter iniziare le piccole bonifiche, perché hanno diritto di poter lavorare anche i lavoratori in cassa integrazione da ben quattro anni a casa e il governo deve iniziare a pensare di fare come alla Irisbus, mettere delle risorse e non essere assente.
Oggi, quando ancora pagano i soliti, i responsabili ci sono e hanno nome, cognome e sigle: sbandierare un accordo beffa, un accordo dove i lavoratori fanno addestramento con la ricompensa a fine mese della cassa integrazione, è veramente uno schiaffo ai diritti dei lavoratori. Tutto questo con un accordo sindacale, corredato da quasi festeggiamenti. L’azienda chiede ancora sacrifici, perché le spese sono molte per portare avanti questo stabilimento. Come al solito i lavoratori pagheranno di conseguenza e sarà tagliato il 30% del monte ore.
Le multinazionali sono queste e Jindal che non è la famiglia dei lavoratori porterà avanti il progetto?
Dopo aver sentito applausi al Metropolitan, dopo aver sentito che siamo tutti una famiglia, dopo la festicciola di Natale effettuata dall’azienda per i lavoratori corredata dai sindacati, ci ritroviamo al punto di partenza e ci facciamo questa domanda: ma Jindal sarà in grado di sostenere il progetto annunciato al cinema Metropolitan?
Abbiamo sempre annunciato che l’unico scopo di Jindal era superare i dazi e crediamo che questo obbiettivo sia stato raggiunto, ma colare acciaio?
Crediamo che i lavoratori debbano restare tutti uniti e chiameremo a breve una grossa mobilitazione per il rispetto dei ruoli e degli impegni sia dell’azienda che del governo.
Fonte
02/07/2018
Lavoro e sviluppo: le cose serie
Il governo italiano sta inondando l’opinione pubblica di tweet e annunci Facebook sugli argomenti più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc. ecc.
Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza münchhausiana” delle promesse avanzate in campagna elettorale.
E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo.
Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.
Romano Prodi che ricordiamolo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.
Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.
Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi (1,21 milioni di tonnellate). Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.
Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati: acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali (1,05 milioni di tonnellate).
Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.
L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso di ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.
Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.
In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamano alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, come del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.
Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!
Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.
E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi Ligure.
Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.
Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della più o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.
Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.
Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.
Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.
Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.
In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose.
Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.
Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.
Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.
Fonte
Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza münchhausiana” delle promesse avanzate in campagna elettorale.
E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo.
Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.
Romano Prodi che ricordiamolo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.
Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.
Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi (1,21 milioni di tonnellate). Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.
Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati: acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali (1,05 milioni di tonnellate).
Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.
L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso di ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.
Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.
In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamano alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, come del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.
Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!
Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.
E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi Ligure.
Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.
Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della più o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.
Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.
Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.
Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.
Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.
In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose.
Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.
Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.
Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.
Fonte
09/10/2015
Il patron di Cevital fermo in Brasile. Preoccupazione a Piombino
Della questione degli accordi di programma e di crisi complessa su Piombino, veri e propri accordi-matrice che sono serviti come schema su Livorno, ne abbiamo già parlato. Questi accordi vedono Cevital, gruppo algerino che ha diversi interessi industriali, al centro dell'attenzione per l'accordo raggiunto, con gli enti locali, per l'acquisizione della acciaieria ex-Lucchini, la ricollocazione dei lavoratori e l'implementazione di nuove attività.
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Fonte
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Fonte
08/06/2015
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Acciaio amaro a Piombino ma, come giustamente mi ha fatto notare un compagno, l’acciaio è sempre stato amaro. Solo che colpisce la durezza di quanto subiranno i lavoratori della ex Lucchini che passeranno alle dipendenze del nuovo padrone Algerino in virtù dell’accordo sottoscritto da Fim-Fiom-Uilm.
La spoliazione di quanto conquistato negli anni con la contrattazione aggiuntiva al contratto nazionale è quasi totale. Un salto indietro dal punto di vista economico assai pesante. La condizione che la Cevital ha posto per la riassunzione di tutti i lavoratori, che per metà resteranno a casa sino al 2016, sa di un duro ricatto. O prendere la nuova occupazione, stesso lavoro ma ad un salario inferiore e con un sostanziale blocco delle retribuzioni nei prossimi anni, o la prospettiva della chiusura. Sono migliaia gli accordi, come quello di Piombino, che derogano al codice civile che garantisce il mantenimento dei diritti acquisiti. In questo caso, per storia e dimensione, la vertenza ha avuto gli onori delle cronache, ma in tantissimi altri casi, e sono la maggioranza, il processo di spoliazione sotto ricatto avviene nel silenzio assoluto. Parte rilevante dei gruppi dirigenti del sindacato ha ormai assunto il principio del meno peggio. Meglio cioè contrattare la restituzione sotto ricatto piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro dall’esito assai incerto. Una scelta disastrosa per due ragioni. Da una parte la linea sindacale inevitabilmente si adegua progressivamente ad accettare i limiti sempre più mortificanti che si producono. Non si pone cioè nessun limite nelle pratiche contrattuali contribuendo così direttamente a rendere sempre più pesante il ricatto possibile. Dall’altra parte a livello generale un sindacato che pratica e rivendica la contrattazione di restituzione non potrà mai lottare davvero contro le politiche d’austerità per la semplice ragione che ne chiede l’applicazione ai lavoratori nelle singole aziende.
Che fare quindi? Se c’è un insegnamento da trarre nella vicenda della ex-Lucchini è quello che parla della necessità di costruire una linea ed una pratica sindacale che impediscano di finire nel non avere alternative davanti al ricatto. Un sindacato all’altezza di affrontare una fase così complicata dovrebbe porsi il problema di come unificare le lotte e dare una prospettiva generale che esca dal ruolo angusto e infausto di sperare in una nuova proprietà. Dovrebbe porsi davvero il problema della nazionalizzazione delle grandi imprese, di un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia non per finanziare le imprese private come nel caso della Lamborghini ma per costruire impresa comune. Il lavoro si certo, ma non ad ogni costo. Questo è un altro degli altri grandi temi su cui costruire battaglia politica. Per non cadere nel ricatto serve una politica di sostegno ai redditi. Se il lavoro viene prima di tutto, e sopra ogni cosa, viene da se che qualsiasi condizione è trattabile. Se il lavoro è l’unica forma di sostentamento possibile è difficile immaginare che si possa resistere efficacemente ai ricatti delle imprese. Quella scritta a Piombino non è una bella pagina della storia del sindacato in questo paese. Non lo è per i lavoratori ai quali nulla si può rimproverare. Non lo è per la Fiom che domani apre una riflessione pubblica sulla costruzione di una coalizione sociale che, ambiziosamente e giustamente, si pone il tema della risposta ai crescenti bisogni sociali. Non lo è per il valore generale che assume nei confronti di tante altre vertenze ancora aperte. In fondo questa è l’altra faccia della profonda crisi del sindacato. La crescente rassegnazione, disillusione e passività sociale sono la diretta conseguenza delle sempre più brutte notizie che il sindacato porta nelle assemblee. Senza la ricostruzione di senso e efficacia del sindacato saranno in molti a pensare che serve a poco o nulla la sua esistenza.
Fonte
La spoliazione di quanto conquistato negli anni con la contrattazione aggiuntiva al contratto nazionale è quasi totale. Un salto indietro dal punto di vista economico assai pesante. La condizione che la Cevital ha posto per la riassunzione di tutti i lavoratori, che per metà resteranno a casa sino al 2016, sa di un duro ricatto. O prendere la nuova occupazione, stesso lavoro ma ad un salario inferiore e con un sostanziale blocco delle retribuzioni nei prossimi anni, o la prospettiva della chiusura. Sono migliaia gli accordi, come quello di Piombino, che derogano al codice civile che garantisce il mantenimento dei diritti acquisiti. In questo caso, per storia e dimensione, la vertenza ha avuto gli onori delle cronache, ma in tantissimi altri casi, e sono la maggioranza, il processo di spoliazione sotto ricatto avviene nel silenzio assoluto. Parte rilevante dei gruppi dirigenti del sindacato ha ormai assunto il principio del meno peggio. Meglio cioè contrattare la restituzione sotto ricatto piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro dall’esito assai incerto. Una scelta disastrosa per due ragioni. Da una parte la linea sindacale inevitabilmente si adegua progressivamente ad accettare i limiti sempre più mortificanti che si producono. Non si pone cioè nessun limite nelle pratiche contrattuali contribuendo così direttamente a rendere sempre più pesante il ricatto possibile. Dall’altra parte a livello generale un sindacato che pratica e rivendica la contrattazione di restituzione non potrà mai lottare davvero contro le politiche d’austerità per la semplice ragione che ne chiede l’applicazione ai lavoratori nelle singole aziende.
Che fare quindi? Se c’è un insegnamento da trarre nella vicenda della ex-Lucchini è quello che parla della necessità di costruire una linea ed una pratica sindacale che impediscano di finire nel non avere alternative davanti al ricatto. Un sindacato all’altezza di affrontare una fase così complicata dovrebbe porsi il problema di come unificare le lotte e dare una prospettiva generale che esca dal ruolo angusto e infausto di sperare in una nuova proprietà. Dovrebbe porsi davvero il problema della nazionalizzazione delle grandi imprese, di un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia non per finanziare le imprese private come nel caso della Lamborghini ma per costruire impresa comune. Il lavoro si certo, ma non ad ogni costo. Questo è un altro degli altri grandi temi su cui costruire battaglia politica. Per non cadere nel ricatto serve una politica di sostegno ai redditi. Se il lavoro viene prima di tutto, e sopra ogni cosa, viene da se che qualsiasi condizione è trattabile. Se il lavoro è l’unica forma di sostentamento possibile è difficile immaginare che si possa resistere efficacemente ai ricatti delle imprese. Quella scritta a Piombino non è una bella pagina della storia del sindacato in questo paese. Non lo è per i lavoratori ai quali nulla si può rimproverare. Non lo è per la Fiom che domani apre una riflessione pubblica sulla costruzione di una coalizione sociale che, ambiziosamente e giustamente, si pone il tema della risposta ai crescenti bisogni sociali. Non lo è per il valore generale che assume nei confronti di tante altre vertenze ancora aperte. In fondo questa è l’altra faccia della profonda crisi del sindacato. La crescente rassegnazione, disillusione e passività sociale sono la diretta conseguenza delle sempre più brutte notizie che il sindacato porta nelle assemblee. Senza la ricostruzione di senso e efficacia del sindacato saranno in molti a pensare che serve a poco o nulla la sua esistenza.
Fonte
12/04/2015
Piombino – La crisi non riguarda solo la Lucchini
Quella che segue è una corrispondenza inviataci da un operaio di
Piombino. La pubblichiamo con piacere invitando i lavoratori che leggono
“L’Internazionale” a fare altrettanto.
Il 2008 ha segnato l’inizio della crisi voluta dal grande sistema capitalistico. Anche l’azienda dove lavoro ha compiuto delle scelte che hanno portato, negli anni, ad un grande ridimensionamento dello stabilimento di Piombino. Lavoro infatti alla S.O.L., azienda produttrice di gas tecnici (quali ossigeno, azoto ed argon), la cui esistenza è legata quasi esclusivamente alla vita della Lucchini, essendo il cliente primario. La S.O.L. ha altri stabilimenti produttivi a Mantova, Salerno e Verona mentre altre filiali sono sparse in tutto il territorio nazionale. All’estero esistono stabilimenti produttivi in Belgio, Macedonia, Slovenia, Bulgaria mentre filiali si trovano in Spagna, Francia, Inghilterra, India, Marocco, ecc… Insomma, un’azienda presente davvero in tutto il mondo. Il suo bilancio economico è sempre stato positivo (l’azienda è quotata in Borsa e quindi è facilmente consultabile on line), anche se negli ultimi anni si è verificata una ovvia contrazione dovuta alla situazione generale. Quindi parliamo di un’azienda sana, sufficientemente attenta negli anni anche ai diritti dei lavoratori.
Obiettivamente un altro mondo rispetto a ciò che è rappresentato dall’azienda che si trova dall’altra parte della strada principale di entrata in Piombino. Nonostante ciò, abbiamo perso il 50% dei posti di lavoro, non abbiamo ancora la certezza di un futuro, siamo in completa balia di un signore venuto dall’Algeria che, per ampliare il suo mercato agroalimentare, è stato caldamente invitato a mantenere la produzione di acciaio, settore a lui totalmente sconosciuto. Ed il suo atteggiamento non tranquillizza affatto i dipendenti Lucchini. Gli incontri con le parti sindacali sono rinviati a più riprese e, da quanto si legge sulla stampa, si parla di assunzioni che verranno formalizzate attraverso singoli colloqui, con azzeramento degli scatti di anzianità e con eliminazione della 13ma mensilità. Tanto per citarne solo due. Insomma, è arrivato il Jobs Act !!! Con questo futuro che si prospetta si sarebbe dovuta verificare una presa di posizione forte dei lavoratori, anche da quelli non direttamente coinvolti da questa operazione, quindi anche dai miei colleghi. Invece… Quando ti trovi a dover spiegare perché è giusto fare sciopero, perché è utile convocare presidi permanenti per pubblicizzare ed ampliare le tue lotte a difesa del posto di lavoro, perché non possiamo fidarci esclusivamente delle istituzioni… capisci che la situazione è davvero disperata per la classe lavoratrice. Ma ti accorgi che è ancora più disperata quando le reazioni dei colleghi di lavoro sono pari allo zero, anzi ti dicono che non servono a niente “perché le istituzioni (non solo quelle cittadine) ti dicono di aspettare e di avere assoluta fiducia nel loro operato”. Ma non è così! Dobbiamo fidarci di noi stessi, dobbiamo credere nella solidarietà, nella lotta contro chi vuole distruggere il nostro futuro.
Un collega, qualche mese fa, in seguito alla proposta di un presidio permanente mi ha detto: “potrei partecipare per un giorno, al massimo due, ma poi dovrei tornare a casa dai miei figli e continuare la mia vita normale”. Gli risposi che se non avesse lottato per i propri diritti e partecipato, dando così maggiore forza alla lotta collettiva, avrebbe corso il rischio di non vivere più la sua vita normale. Ebbene, oggi quel collega si trova trasferito fuori da Piombino e la sera non può vedere i suoi figli se non nel fine settimana. Un esempio palese e sintomatico di lotta non fatta e di diritti persi, perché è stata persa la coscienza di base ma soprattutto la coscienza di classe, quella che ti faceva lottare per i tuoi diritti, per il tuo futuro e per quello dei tuoi figli. Purtroppo, oltre alla coscienza di classe, è stato perso anche il valore del principio di solidarietà tra lavoratori. Forse la sua presenza non avrebbe invertito completamente la situazione, ma avrebbe potuto dare coraggio e forza agli altri lavoratori.
Non c’è possibilità di successo se ci sono solo tante singole anime che lottano (o dovrebbero farlo) solo per il loro orticello, isolato nel deserto. E’ un orticello che verrà spazzato via velocemente se intorno ad esso non si costruirà una rete di orti sociali. Oggi, 18 Marzo 2015, stiamo aspettando l’incontro che ci sarà domani a Roma tra funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico e del Gruppo Cevital: purtroppo i destini di molti lavoratori non sono legati alle lotte di altri lavoratori ma alle scelte dei padroni. Perché, cari COMPAGNI e care COMPAGNE, la lotta di classe non è finita e per ora, purtroppo, la stanno vincendo i padroni. Ma ci sarà un pezzo della classe lavoratrice, che esisterà e resisterà sempre, che non abbandonerà mai il terreno della lotta e della speranza per un mondo migliore e che andrà avanti per la sua strada. E che resisterà un minuto in più dei padroni.
Fonte
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Il 2008 ha segnato l’inizio della crisi voluta dal grande sistema capitalistico. Anche l’azienda dove lavoro ha compiuto delle scelte che hanno portato, negli anni, ad un grande ridimensionamento dello stabilimento di Piombino. Lavoro infatti alla S.O.L., azienda produttrice di gas tecnici (quali ossigeno, azoto ed argon), la cui esistenza è legata quasi esclusivamente alla vita della Lucchini, essendo il cliente primario. La S.O.L. ha altri stabilimenti produttivi a Mantova, Salerno e Verona mentre altre filiali sono sparse in tutto il territorio nazionale. All’estero esistono stabilimenti produttivi in Belgio, Macedonia, Slovenia, Bulgaria mentre filiali si trovano in Spagna, Francia, Inghilterra, India, Marocco, ecc… Insomma, un’azienda presente davvero in tutto il mondo. Il suo bilancio economico è sempre stato positivo (l’azienda è quotata in Borsa e quindi è facilmente consultabile on line), anche se negli ultimi anni si è verificata una ovvia contrazione dovuta alla situazione generale. Quindi parliamo di un’azienda sana, sufficientemente attenta negli anni anche ai diritti dei lavoratori.
Obiettivamente un altro mondo rispetto a ciò che è rappresentato dall’azienda che si trova dall’altra parte della strada principale di entrata in Piombino. Nonostante ciò, abbiamo perso il 50% dei posti di lavoro, non abbiamo ancora la certezza di un futuro, siamo in completa balia di un signore venuto dall’Algeria che, per ampliare il suo mercato agroalimentare, è stato caldamente invitato a mantenere la produzione di acciaio, settore a lui totalmente sconosciuto. Ed il suo atteggiamento non tranquillizza affatto i dipendenti Lucchini. Gli incontri con le parti sindacali sono rinviati a più riprese e, da quanto si legge sulla stampa, si parla di assunzioni che verranno formalizzate attraverso singoli colloqui, con azzeramento degli scatti di anzianità e con eliminazione della 13ma mensilità. Tanto per citarne solo due. Insomma, è arrivato il Jobs Act !!! Con questo futuro che si prospetta si sarebbe dovuta verificare una presa di posizione forte dei lavoratori, anche da quelli non direttamente coinvolti da questa operazione, quindi anche dai miei colleghi. Invece… Quando ti trovi a dover spiegare perché è giusto fare sciopero, perché è utile convocare presidi permanenti per pubblicizzare ed ampliare le tue lotte a difesa del posto di lavoro, perché non possiamo fidarci esclusivamente delle istituzioni… capisci che la situazione è davvero disperata per la classe lavoratrice. Ma ti accorgi che è ancora più disperata quando le reazioni dei colleghi di lavoro sono pari allo zero, anzi ti dicono che non servono a niente “perché le istituzioni (non solo quelle cittadine) ti dicono di aspettare e di avere assoluta fiducia nel loro operato”. Ma non è così! Dobbiamo fidarci di noi stessi, dobbiamo credere nella solidarietà, nella lotta contro chi vuole distruggere il nostro futuro.
Un collega, qualche mese fa, in seguito alla proposta di un presidio permanente mi ha detto: “potrei partecipare per un giorno, al massimo due, ma poi dovrei tornare a casa dai miei figli e continuare la mia vita normale”. Gli risposi che se non avesse lottato per i propri diritti e partecipato, dando così maggiore forza alla lotta collettiva, avrebbe corso il rischio di non vivere più la sua vita normale. Ebbene, oggi quel collega si trova trasferito fuori da Piombino e la sera non può vedere i suoi figli se non nel fine settimana. Un esempio palese e sintomatico di lotta non fatta e di diritti persi, perché è stata persa la coscienza di base ma soprattutto la coscienza di classe, quella che ti faceva lottare per i tuoi diritti, per il tuo futuro e per quello dei tuoi figli. Purtroppo, oltre alla coscienza di classe, è stato perso anche il valore del principio di solidarietà tra lavoratori. Forse la sua presenza non avrebbe invertito completamente la situazione, ma avrebbe potuto dare coraggio e forza agli altri lavoratori.
Non c’è possibilità di successo se ci sono solo tante singole anime che lottano (o dovrebbero farlo) solo per il loro orticello, isolato nel deserto. E’ un orticello che verrà spazzato via velocemente se intorno ad esso non si costruirà una rete di orti sociali. Oggi, 18 Marzo 2015, stiamo aspettando l’incontro che ci sarà domani a Roma tra funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico e del Gruppo Cevital: purtroppo i destini di molti lavoratori non sono legati alle lotte di altri lavoratori ma alle scelte dei padroni. Perché, cari COMPAGNI e care COMPAGNE, la lotta di classe non è finita e per ora, purtroppo, la stanno vincendo i padroni. Ma ci sarà un pezzo della classe lavoratrice, che esisterà e resisterà sempre, che non abbandonerà mai il terreno della lotta e della speranza per un mondo migliore e che andrà avanti per la sua strada. E che resisterà un minuto in più dei padroni.
Fonte
05/02/2015
Piombino - Riapre la Lucchini. Ma a che prezzo?
L'investimento Cevital.
Il 24 aprile scorso è stata emessa quella che sembrava essere l’ultima colata dell’altoforno della Lucchini, prima che l’offerta di Cevital, gruppo algerino guidato da Issad Rebrad, superando la meno vantaggiosa proposta del gruppo indiano JSW, acquistasse il 70% delle azioni.
Inizialmente, Cevital si era impegnata a riutilizzare il totale della forza lavoro della Lucchini (circa 2200 lavoratori), per poi promettere di rimettere al lavoro solo 1860 operai.
Sul porto, Cevital dichiara di voler investire fino ad una soglia massima di 1,5 miliardi di euro nel giro di 5-7 anni. La riassunzione dei 1860 lavoratori seguirà il contratto nazionale dei metalmeccanici salvaguardando qualifiche e livelli, mentre sugli accordi aziendali, la società algerina dichiara di voler ridiscutere istituti come anzianità, cassa mutua integrativa, trattamenti economici su straordinari e notturni, premi di risultato e contributo aziendale al trasporto dei lavoratori. Dunque, è iniziata una trattativa in cui i sindacati hanno chiesto di analizzare il piano industriale ed hanno ricevuto dettagli solo sulla fase 1 che durerà fino a fine 2015. Cevital ha chiaramente il coltello dalla parte del manico.
A che prezzo?
Per far ripartire il ciclo di accumulazione, l’obiettivo della nuova gestione aziendale sarà di accedere ad un bacino di lavoro il più economico e flessibile possibile e a questo scopo sarà quindi utile la recente approvazione del Jobs Act (che espone i lavoratori a continuo ricatto). La parziale trasformazione del polo industriale, con l’inserimento di logistica e settore agroalimentare rispecchia invece un incremento del settore terziario che resta comunque al servizio dell'industria. L’esempio del passaggio da Lucchini a Cevital ci dimostra, infatti, come la direzione non sia quella di una progressiva sparizione del lavoro operaio ma di un cambiamento del ruolo operaio nell’industria. I lavoratori dell’ex-Lucchini, a quanto detto dalla nuova gestione, saranno progressivamente riassorbiti in base alle necessità della nuova produzione agroalimentare e logistica (nota).
Venerdì scorso si è aperta la contrattazione sindacale, con l'intenzione di affrontare, da un lato, il problema dei circa 300 lavoratori esclusi dall'accordo, dipendenti della Lucchini che però non saranno immediatamente riassunti. Dall'altro sarà affrontato il più generale problema della sussistenza degli accordi aziendali che risalgono agli anni Settanta, quando l’acciaieria era ancora a partecipazione statale. Il risultato della contrattazione fino ad ora è stato solo una conferma: circa 300 operai a casa e azzeramento quasi totale degli accordi aziendali. Secondo le previsioni della nuova proprietà, alla Lucchini si continuerà a produrre acciaio grazie alla realizzazione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio. S’inizierà inoltre a produrre biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero e nascerà un polo logistico per l’import-export delle attività del gruppo. Gli attuali addetti alle acciaierie verranno a mano a mano riassorbiti “in base alle esigenze delle strutture” esistenti e il personale restante sarà richiamato via via, con la progressiva realizzazione degli investimenti.
Considerato l’enorme investimento che gli algerini mettono sul piatto, le trattative sindacali non potranno garantire né la tutela di basilari diritti dei lavoratori né, probabilmente, il rispetto del patto aziendale. Il passaggio a Cevital significherà automaticamente un peggioramento delle condizioni lavorative, a favore di un pieno sfruttamento della forza lavoro. Tutto questo è stato facilitato dallo stesso Governo, che offrendo un totale di oltre 200 milioni per la bonifica dell'area, ha permesso che la trattativa andasse in porto. Se poi il prezzo dell'investimento algerino è una drastica riduzione del potere contrattuale e del livello di vita degli operai, ad ogni modo, non saranno le istituzioni a pagarlo.
(nota) La cosiddetta deindustrializzazione non corrisponde, infatti, a una diminuzione del carico di lavoro o a una sparizione della classe operaia ma a una contrazione numerica dei classici operai d’industria che si ritroveranno inseriti nel solito processo produttivo, ma con funzioni diverse basate su nuove esigenze. Quando si legge della bonifica e trasformazione degli impianti di Piombino con il lancio di nuove produzioni quali biodiesel o mangimi concentrati, sempre d’industria si sta parlando.
Fonte
Il 24 aprile scorso è stata emessa quella che sembrava essere l’ultima colata dell’altoforno della Lucchini, prima che l’offerta di Cevital, gruppo algerino guidato da Issad Rebrad, superando la meno vantaggiosa proposta del gruppo indiano JSW, acquistasse il 70% delle azioni.
Inizialmente, Cevital si era impegnata a riutilizzare il totale della forza lavoro della Lucchini (circa 2200 lavoratori), per poi promettere di rimettere al lavoro solo 1860 operai.
Sul porto, Cevital dichiara di voler investire fino ad una soglia massima di 1,5 miliardi di euro nel giro di 5-7 anni. La riassunzione dei 1860 lavoratori seguirà il contratto nazionale dei metalmeccanici salvaguardando qualifiche e livelli, mentre sugli accordi aziendali, la società algerina dichiara di voler ridiscutere istituti come anzianità, cassa mutua integrativa, trattamenti economici su straordinari e notturni, premi di risultato e contributo aziendale al trasporto dei lavoratori. Dunque, è iniziata una trattativa in cui i sindacati hanno chiesto di analizzare il piano industriale ed hanno ricevuto dettagli solo sulla fase 1 che durerà fino a fine 2015. Cevital ha chiaramente il coltello dalla parte del manico.
A che prezzo?
Per far ripartire il ciclo di accumulazione, l’obiettivo della nuova gestione aziendale sarà di accedere ad un bacino di lavoro il più economico e flessibile possibile e a questo scopo sarà quindi utile la recente approvazione del Jobs Act (che espone i lavoratori a continuo ricatto). La parziale trasformazione del polo industriale, con l’inserimento di logistica e settore agroalimentare rispecchia invece un incremento del settore terziario che resta comunque al servizio dell'industria. L’esempio del passaggio da Lucchini a Cevital ci dimostra, infatti, come la direzione non sia quella di una progressiva sparizione del lavoro operaio ma di un cambiamento del ruolo operaio nell’industria. I lavoratori dell’ex-Lucchini, a quanto detto dalla nuova gestione, saranno progressivamente riassorbiti in base alle necessità della nuova produzione agroalimentare e logistica (nota).
Venerdì scorso si è aperta la contrattazione sindacale, con l'intenzione di affrontare, da un lato, il problema dei circa 300 lavoratori esclusi dall'accordo, dipendenti della Lucchini che però non saranno immediatamente riassunti. Dall'altro sarà affrontato il più generale problema della sussistenza degli accordi aziendali che risalgono agli anni Settanta, quando l’acciaieria era ancora a partecipazione statale. Il risultato della contrattazione fino ad ora è stato solo una conferma: circa 300 operai a casa e azzeramento quasi totale degli accordi aziendali. Secondo le previsioni della nuova proprietà, alla Lucchini si continuerà a produrre acciaio grazie alla realizzazione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio. S’inizierà inoltre a produrre biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero e nascerà un polo logistico per l’import-export delle attività del gruppo. Gli attuali addetti alle acciaierie verranno a mano a mano riassorbiti “in base alle esigenze delle strutture” esistenti e il personale restante sarà richiamato via via, con la progressiva realizzazione degli investimenti.
Considerato l’enorme investimento che gli algerini mettono sul piatto, le trattative sindacali non potranno garantire né la tutela di basilari diritti dei lavoratori né, probabilmente, il rispetto del patto aziendale. Il passaggio a Cevital significherà automaticamente un peggioramento delle condizioni lavorative, a favore di un pieno sfruttamento della forza lavoro. Tutto questo è stato facilitato dallo stesso Governo, che offrendo un totale di oltre 200 milioni per la bonifica dell'area, ha permesso che la trattativa andasse in porto. Se poi il prezzo dell'investimento algerino è una drastica riduzione del potere contrattuale e del livello di vita degli operai, ad ogni modo, non saranno le istituzioni a pagarlo.
*****
(nota) La cosiddetta deindustrializzazione non corrisponde, infatti, a una diminuzione del carico di lavoro o a una sparizione della classe operaia ma a una contrazione numerica dei classici operai d’industria che si ritroveranno inseriti nel solito processo produttivo, ma con funzioni diverse basate su nuove esigenze. Quando si legge della bonifica e trasformazione degli impianti di Piombino con il lancio di nuove produzioni quali biodiesel o mangimi concentrati, sempre d’industria si sta parlando.
Fonte
14/12/2014
Piombino - La Lucchini va alla Cevital, salvi per il momento 2000 posti di lavoro
“Il ministero dà il via libera all'accordo con Cevital, salvi oltre 1800 posti di lavoro. Via libera del Ministero dello Sviluppo alla cessione della Lucchini di Piombino al gruppo algerino Cevital.
L'operazione prevede investimenti di circa 400 milioni
di euro e prospettive, a regime, di pieno riutilizzo del personale. Fin
da subito, Cevital assumerà infatti alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori.”
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha
autorizzato Piero Nardi, manager siderurgico già direttore generale
dell’Ilva e oggi commissario straordinario della Lucchini, a concludere
l’accordo con il gruppo algerino per l’acquisto del 70% delle azioni, la riconversione del sito e la bonifica dell’area.
Parte dell’acciaio prodotto a Piombino
verrà esportato in Algeria e usato per lo sviluppo infrastrutturale su
rotaia. Il passaggio a Cevital, comunque, prevede anche una progressiva diversificazione industriale.
Infatti, il gruppo algerino opera in vari settori tra cui
l’agroalimentare e il vetro. Il progetto è di avviare una produzione di
biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero nonché di creare a Piombino
un polo logistico per l’import-export delle attività di Cevital.
Il capitale vive la compressione spazio-temporale
della globalizzazione per cui l’impresa fallisce a causa della
concorrenza internazionale, ma il suo salvataggio arriva dall’estero per
creare un nuovo centro produttivo sostituendo il vecchio sistema
d’impresa familiare tipico del sistema italiano. L’alternativa poteva
essere una nazionalizzazione che mettesse insieme Ilva e
Lucchini, ma l’Europa vieta categoricamente aiuti di Stato.
Considerando che la Commissione Europea già indaga sui prestiti ponte
concessi a ILVA, figuriamoci tornare a parlare di acciaio statale.
La crisi del settore siderurgico Italiano, secondo produttore europeo
dopo quello tedesco, è segnata dall’elevato costo dell’energia come
fattore di produzione e dall’incalzare della siderurgia cinese slegata
dai vincoli ambientali posti dall’Europa e costituita da grandi gruppi
conglomerali di cui l’acciaio è solo una delle produzioni.
Lucchini
era stata comprata dal magnate russo Aleksei Mordasov e dalla
multinazionale Severstal da lui controllata, e nel giro di pochi anni
aveva maturato un debito di oltre 700 milioni. Questa
volta sarà il gruppo algerino Cevital di Issad Rebrab a riorganizzare i
processi produttivi con l’impegno di riassumere tutti i lavoratori al
momento del suo subentro.
Però, la cessione della Lucchini a Cevital è legata anche a due accordi di programma firmati tra Governo e Regione da un lato, Comune e Autorità Portuale dall’altro, per un totale di 252 milioni di euro che serviranno alla bonifica e ammodernamento del porto, e senza i quali la trattativa non sarebbe forse andata a buon fine.
Nonostante
le decantate virtù della privatizzazione, del libero mercato e del
libero scambio dietro le quali il neoliberismo si maschera, ancora una
volta l’intervento statale è stato centrale per la
risoluzione di una crisi che avrebbe avuto effetti occupazionali
catastrofici nell’area. In contrasto con il non interventismo statale di
facciata propugnato dalla teoria neoliberista, l’obbiettivo per il
capitale quando si tratta di coinvolgere lo stato in un affare è sempre
quello di privatizzare i profitti e socializzare rischi e perdite.
04/12/2014
Dopo Piombino a proprietà algerina, MPS ai cinesi? La Toscana cambia pelle
Inutile trovare sul mainstream qualche critica all'accordo che consegna l'acciaieria di Piombino agli algerini della Cevital. D'altronde i numeri nell'immediato, e di questi tempi, sono di quelli che non trovano quasi nessuno disposto ad accollarsi le critiche. La Cevital, che forse nel secondo comune della provincia si chiamerà "Piombino siderurgica", assumerà tutti i 1860 lavoratori rimasti sul luogo. Mentre si impegna ad investire, e qui la tempistica è tutta da capire, 400 milioni di euro.
La giustificazione produttiva dell'impegno è piuttosto chiara: la necessità di acciaio per il crescente mercato interno algerino. Proprio questa necessità spingerebbe, a quanto si comprende, anche alla trasformazione del porto di Piombino nel senso di un processo di ristrutturazione per servizi logistici più avanzati. Specializzazione che non è certo aliena per una multinazionale che importa Fiat, Volvo e Hyunadi in Algeria. Ma è l'assenza, fino a questo momento, di una vera specializzazione siderurgica, da parte della Cevital, a costituire la scommessa più grossa dell'operazione.
Cevital infatti è una multinazionale che si occupa di industria ma, fino a questo momento, non ci risulta siderurgica (o perlomeno con la siderurgia come specializzazione la troviamo nell'automotive e nell'agroalimentare). Piuttosto rileviamo la presenza della multinazionale nel vetro e nella produzione di patate, zucchero, margarina e acqua minerale. Come nella gestione dei centri commerciali più importanti di Algeria.
Il segretario della Fiom Landini ha definito quello di Piombino "un signor accordo". Noi diciamo così: il mercato c'è (quello interno algerino), la scommessa pure (il fatto che Cevital non abbia mai veramente fatto siderurgia) gli investimenti forse (i 400 milioni sparati dai giornali non hanno un tempistica chiara e non si sa come siano composti e se sufficienti). Di sicuro c'è la riassunzione di tutti i lavoratori e questo è un fatto indubbiamente positivo che sta ai sindacati locali valorizzare. Resta il fatto che lo schema Rossi, accordo su aree di crisi con tutta la filiera delle istituzioni locali, serve per cosa vuol servire: attirare privati dall'estero. La stessa Piombino, che fu comprata dai russi anni addietro, nonché Livorno (caso Trw e non solo) sanno cosa significa. Non è poi un caso infatti che il governo Renzi, attirando investimenti privati (volatili come in ogni periodo di globalizzazione), rinunci all'investimento pubblico.
Non solo, con le richieste di Padoan di potenziamento della Banca Europea degli Investimenti (BEI) si attrezza per deperire la cassa depositi e prestiti italiana, possibile volano nazionale per l'investimento pubblico. Il modello Rossi-Renzi riguarda quindi la consegna della Toscana alla globalizzazione liberista nel momento in cui questa si fa più dura. Con un Jobs Act per garantire il ribasso dei salari in questo modello e un occhio alla collocazione bancaria-finanziaria di questi capitali. Già perché, in materia, ci sono segnali sul cambiamento della composizione del capitale bancario toscano.
Mps, da settimane se non mesi, è sotto interesse cinese. Il tentativo di collocarlo a qualche multinazionale francese della moneta per ora langue. Ed ecco allora che spuntano di nuovo i cinesi. Maestri del sistema bancario ombra e della bolla immobiliare. Come dire, a Siena si troverebbero presto a casa. Il punto vero però è che, così procedendo, la Toscana somiglia un pò di più al modello Singapore predetto dal premier inglese Cameron per il capitalismo del suo paese. Capitali dal tutto il mondo, adattabilità completa di lavoratori, suolo, tessuto urbano e sociale a qualsiasi strategia, anche sballata, di impresa.
Benvenuti nel modello Rossi e nel magico mondo dei suoi accordi istituzionali che tutti applaudono.
Redazione, 4 dicembre 2014
Fonte
La giustificazione produttiva dell'impegno è piuttosto chiara: la necessità di acciaio per il crescente mercato interno algerino. Proprio questa necessità spingerebbe, a quanto si comprende, anche alla trasformazione del porto di Piombino nel senso di un processo di ristrutturazione per servizi logistici più avanzati. Specializzazione che non è certo aliena per una multinazionale che importa Fiat, Volvo e Hyunadi in Algeria. Ma è l'assenza, fino a questo momento, di una vera specializzazione siderurgica, da parte della Cevital, a costituire la scommessa più grossa dell'operazione.
Cevital infatti è una multinazionale che si occupa di industria ma, fino a questo momento, non ci risulta siderurgica (o perlomeno con la siderurgia come specializzazione la troviamo nell'automotive e nell'agroalimentare). Piuttosto rileviamo la presenza della multinazionale nel vetro e nella produzione di patate, zucchero, margarina e acqua minerale. Come nella gestione dei centri commerciali più importanti di Algeria.
Il segretario della Fiom Landini ha definito quello di Piombino "un signor accordo". Noi diciamo così: il mercato c'è (quello interno algerino), la scommessa pure (il fatto che Cevital non abbia mai veramente fatto siderurgia) gli investimenti forse (i 400 milioni sparati dai giornali non hanno un tempistica chiara e non si sa come siano composti e se sufficienti). Di sicuro c'è la riassunzione di tutti i lavoratori e questo è un fatto indubbiamente positivo che sta ai sindacati locali valorizzare. Resta il fatto che lo schema Rossi, accordo su aree di crisi con tutta la filiera delle istituzioni locali, serve per cosa vuol servire: attirare privati dall'estero. La stessa Piombino, che fu comprata dai russi anni addietro, nonché Livorno (caso Trw e non solo) sanno cosa significa. Non è poi un caso infatti che il governo Renzi, attirando investimenti privati (volatili come in ogni periodo di globalizzazione), rinunci all'investimento pubblico.
Non solo, con le richieste di Padoan di potenziamento della Banca Europea degli Investimenti (BEI) si attrezza per deperire la cassa depositi e prestiti italiana, possibile volano nazionale per l'investimento pubblico. Il modello Rossi-Renzi riguarda quindi la consegna della Toscana alla globalizzazione liberista nel momento in cui questa si fa più dura. Con un Jobs Act per garantire il ribasso dei salari in questo modello e un occhio alla collocazione bancaria-finanziaria di questi capitali. Già perché, in materia, ci sono segnali sul cambiamento della composizione del capitale bancario toscano.
Mps, da settimane se non mesi, è sotto interesse cinese. Il tentativo di collocarlo a qualche multinazionale francese della moneta per ora langue. Ed ecco allora che spuntano di nuovo i cinesi. Maestri del sistema bancario ombra e della bolla immobiliare. Come dire, a Siena si troverebbero presto a casa. Il punto vero però è che, così procedendo, la Toscana somiglia un pò di più al modello Singapore predetto dal premier inglese Cameron per il capitalismo del suo paese. Capitali dal tutto il mondo, adattabilità completa di lavoratori, suolo, tessuto urbano e sociale a qualsiasi strategia, anche sballata, di impresa.
Benvenuti nel modello Rossi e nel magico mondo dei suoi accordi istituzionali che tutti applaudono.
Redazione, 4 dicembre 2014
Fonte
31/10/2014
Sparisce l'acciaio italiano, a cominciare dai lavoratori
Sulla serietà degli impegni del governo riguardo all'Ast-ThyssenKrupp di Terni vale forse la pena di far il punto sulla produzione dell'acciaio in Italia. Vi proponiamo questo articolo dal confindustriale IlSole24Ore, che spiega piuttosto chiaramente come la produzione di acciaio sia stata sostanzialmente considerata "non più strategica" - limitatamente al nostro paese - da Unione Europea, governi di centrodestra e centrosinistra, imprenditori nazionali o multinazionali.
Un lento esproprio che somiglia molto a quello avvenuto, nell'arco di venti anni e più, nel trasporto aereo. O anche nelle telecomunicazioni, nell'informatica, ecc. Ogni "privatizzazione" ha insomma portato con sé la perdita per il paese di competenze e asset strategici. Non si può infatti parlare di "passaggio da imprenditore pubblico a privato". Il "privato" - infatti - ha sempre proceduto a spacchettare e rivendere al migliore offerente. Nessuna presa in carico della necessità investimenti, ma vendite a prezzi di realizzo (comunque superiori a quelli pagati dagli stessi "privati" allo Stato che dismetteva).
La domanda - politica, di strategia industriale e di prospettiva storica - è: ma come si pensa di restare un "paese avanzato" senza acciaio, compagnie aeree, telecomunicazioni, informatica?
*****
Crollo dell'occupazione in tutti i poli dell'acciaio
di Matteo Meneghello
MILANO - Il 66% delle aziende italiane attive nel comparto siderurgico ha registrato nel 2013 un calo di fatturato. Nell'ultimo triennio la redditività è precipitata: le strutture finanziarie dei principali produttori non sono tecnicamente a rischio, ma non sono più adeguate all'attuale capacità di generare reddito.
I numeri dei conti economici e degli stati patrimoniali (oltre 2.500 realtà tra produttori, trasformatori, distributori, centri servizio e commercianti di rottame), analizzati dal portale di settore Siderweb nell'annuale edizione di «Bilanci d'acciaio» evidenziano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la filiera dell'acciaio ha il fiato corto. Le risorse accumulate negli anni d'oro precedenti alla crisi si stanno per esaurire: c'è chi è pronto a scommettere su un «redde rationem» nel settore già entro i prossimi due anni. Una definitiva razionalizzazione della capacità produttiva installata che sembra, da qualche mese a questa parte, l'unica richiesta esplicita del mercato, in sovrapproduzione sia a livello nazionale che a livello europeo.
Ad oggi le tessere del domino non hanno ancora iniziato a cadere, ma i segnali di questi ultimi anni, anche e soprattutto in Italia, sono evidenti: la corda è fin troppo tirata. Dall'inizio della crisi, secondo i dati di Federacciai, gli oltre 39mila occupati del settore sono scesi a circa 36mila unità. Nel 2013 le ore lavorate sono calate del 5,6%, mentre le ore di cassa integrazione sono aumentate del 70%, da 3,3 a 5,5 milioni (35 milioni in tutto il comparto metallurgico nei primi otto mesi del 2014).
I principali polmoni siderurgici italiani (Taranto, Piombino, Terni) pagano difficoltà politiche e gestionali. La situazione emergenziale di questi giorni non deve fare dimenticare, però, che le sirene dell'allarme «ordinario» avevano già iniziato a suonare anni fa, dall'autunno del 2008. All'inizio del 2009 la famiglia Riva, che aveva già iniziato a rallentare la produzione dell'Ilva proprio alla fine dell'anno precedente, in concomitanza con i primi segnali di crisi del settore, aveva deciso di mettere in cassa integrazione a rotazione a Taranto oltre 4mila dipendenti, motivando la decisione con la «gravissima crisi finanziaria» e con «il crollo della domanda dell'acciaio».
A fine aprile dello stesso anno un'altra pesante decisione: stop all'altoforno 2, produzione drasticamente ridotta (da 26mila tonnellate al giorno a 7mila) con metà degli addetti praticamente fuori dal ciclo produttivo. Stesso copione alla Lucchini. L'altoforno di Piombino (oggi è chiuso, e il gruppo è in amministrazione straordinaria) nel 2009 marciava al 50% del potenziale. In quel periodo il management (la proprietà era dei russi di Severstal) ha avviato un piano di taglio dei costi.
Il primo piano di ristrutturazione è del 2010, mentre nel 2011 viene approvato un piano di risanamento che prevede la cessione di asset: la francese Ascometal, Bari fonderie meridionali, ma soprattutto il simbolo dell'«impero» costruito da Luigi Lucchini negli anni: il «palazzo di vetro» di Brescia, dove aveva sede il quartier generale del gruppo. Alla fine del 2012, falliti i tentativi di salvataggio, Lucchini viene ammessa all'amministrazione straordinaria. Oggi i circa 2mila dipendenti sono in solidarietà, in attesa di conoscere il nome del nuovo proprietario (in lizza ci sono gli indiani di Jindal e gli algerini di Cevital): la società, secondo i dati più recenti, ha fatturato nei primi sei mesi dell'anno 261 milioni, contro i 759 dell'intero anno precedente.
Anche Ast, che in queste settimane sta vivendo la difficile vertenza relativa al piano esuberi deciso dalla proprietà tedesca di ThyssenKrupp, aveva già varato negli ultimi anni un primo piano di ristrutturazione con mobilità incentivata. Sempre nel settore, Berco (produce componenti per macchine movimento terra) ha messo in mobilità nella primavera dell'anno scorso 611 lavoratori (con incentivi all'esodo): all'epoca della vertenza l'ad dell'azienda, di proprietà del gruppo ThyssenKrupp, era Lucia Morselli, oggi al vertice di Ast.
Pesante anche la ristrutturazione decisa dal gruppo Beltrame di Vicenza in questi ultimi mesi. Il piano industriale ha comportato in Italia la chiusura del sito di Marghera (parte dell'area dell'ex Sidermarghera, specializzata nella produzione di cingoli per il movimento terra, è attualmente in vendita) e il riassetto dei poli di San Didero (stop all'acciaieria, mantenimento del laminatoio e ricorso a cassa e mobilità) e San Giovanni Valdarno. All'estero il gruppo ha chiuso due laminatoi, in Belgio e in Lussemburgo. Il piano industriale ha però permesso al gruppo di raggiungere con le banche creditrici il riscadenzamento del debito finanziario.
Fonte
02/05/2014
Secolarizzazione e imbarbarimento di massa: dalla canonizzazione dei "papi santi" alla celebrazione del 1 maggio
Naturalmente ai più l’accostamento tra la grande kermesse mediatica della canonizzazione dei “Papi Santi” e la celebrazione del Primo Maggio potrà apparire irrituale, campata in aria se non, addirittura, blasfema.
Eppure il nesso c’è, ed è quello della “copertura” attraverso la mistificazione di una società malamente secolarizzata, portata all’imbarbarimento nel complesso dei suoi rapporti sociali con un’evidente manipolazione degli orientamenti e dello stesso modo di vivere delle grandi masse: il Potere (quello con la P maiuscola, religioso e politico, di Trono o di Altare che si tratti, punta come sempre alla propria autoperpetuazione).
Secolarizzazione dovrebbe significare uscita dalla costrizione dei dogmi sui comportamenti morali; secolarizzazione avrebbe dovuto significare la laicizzazione dell’etica, mantenendo principi nell’elaborazione dei progetti di società per il futuro.
Secolarizzazione, invece, ha significato – nella cosiddetta modernità – la sostituzione degli antichi dogmi con un nuovo messaggio, subdolamente veicolato per via mediatica, rappresentato dall’esaltazione dell’individualismo, della proclamazione di una necessità della diseguaglianza, dall’evidenza della sopraffazione tra i singoli e tra le diverse componenti (religioso, etniche, politiche, di varia “diversità’) in una visione pericolosamente “neo-corporativa”.
Il dramma della quotidianità non viene più affrontato attraverso l’idea che promuove l’azione nel senso del cambiamento delle relazioni umane, della società, della politica, degli equilibri economici: quando la chiesa cattolica proclama i “papi santi”, esprime volutamente e scientemente semplicemente un mito ammantato di apparenti buone parole utili appunto a mantenere la cappa della mistificazione su fedeli che accorrono all’evento bardati alla stessa stregua delle tifoserie dei concerti o del calcio.
Così in questo primo Maggio ci si dirige per la stessa strada, facendo finta di proclamare l’insieme dei drammi che compongono oggi quello che fu il mondo del lavoro: drammi che compongono per intero quel quadro d’imbarbarimento che contrassegna l’essere e l’agire dell’oggi.
Il tutto viene affidato, alla fine, e dato in pasto al pubblico attraverso una categoria che non è altro che una cosiddetta “virtù teologale”: la categoria della speranza.
Si pronunciano parole, come nel caso dell’ingannevolità evidente del nuovo papato, per dare “speranza”: senza tentare mai di intaccare la realtà degli equilibri e dei rapporti sociali.
Si cerca di collocarsi oltre “l’homo omini lupus”, per assistere allo sbranamento da parte dei potenti verso gli inermi, edulcorandone i termini chiedendo la carità.
Eccola la cifra comune tra la canonizzazione dei “papi santi” e la celebrazione del primo maggio: la richiesta della carità verso i potenti, una carità da elargire benignamente dopo aver distrutto qualsiasi prospettiva e possibilità di rivoluzionamento delle relazioni di classe: relazioni di classe che non debbono mai essere considerate, semplicisticamente, relazioni economiche, del dare per avere, ma sono relazioni culturali, di modo d’essere, di comportamenti nel mondo.
Coloro che avrebbero dovuto combattere questa cattiva secolarizzazione che ha aperto spazi così importanti a una nuova “millenarizzazione della speranza” si sono mossi invece, nel solco, del ricreare nell’insieme delle coscienze l’idea della lotta del singolo e della sopravvivenza personale: così sono passati di nuovo i messaggi della “solidarietà” dello status quo e accanto alla speranza il ritorno dell’altra virtù teologale della carità.
Siamo ridotti davvero a questo? Abbiamo gettato via il portato di oltre un secolo di elaborazione e di lotta? Davvero alla CGIL di Piombino non è rimasto altro che scrivere al distributore della speranza per chiedere la carità?
Domande senza risposta: certo che assistere al vagare delle masse alla ricerca di parole di conforto invece che dell’espressione, almeno, di una dignità sociale se non di un’identità rivoluzionaria ci pone tutti in una situazione di grande disagio e di profonda tristezza.
Fonte
29/04/2014
Ultima colata alla Lucchini: la parola ai lavoratori
La chiusura di questo stabilimento fa registrare la perdita di un altro pezzo del comparto produttivo del paese, mostrando ancora una volta l’incapacità di fare industria nella competizione globale dei capitalisti italiani che, incapaci di reggere la concorrenza della siderurgia Cinese e Tedesca (in un circolo vizioso di sfruttamento in cui gli operai sono spesso messi di fronte alla scelta tra un peggioramento delle condizioni di lavoro e la perdita del lavoro stesso con la chiusura delle fabbriche) si limitano a spremere quel che rimane delle aziende del paese con la complicità della politica e dei governanti; andando solamente ad ingrossare le bolle finanziarie come quella che poi è scoppiata nel 2008 e quella che sta gonfiando attualmente.
Mentre il capitale fa i suoi giochi di prestigio che fanno fiorire la ricchezza dal nulla, ma anche dallo smantellamento delle fabbriche e dalla distruzione di posti di lavoro, gli operai lavorano in condizioni sempre più disastrose e vivono nell’incertezza sul proprio futuro.
Intervista ad un operaio addetto al treno rotaie nello stabilimento siderurgico.
Come si lavorava alla Lucchini?
Era un posto di lavoro molto tranquillo, mai in vita mia ho lavorato in un luogo dove potevo permettermi di guardare film, giocare e fare le grigliate coi colleghi durante i turni. Da un certo punto di vista era fantastico, un ambiente conviviale e divertente, con i classici personaggi assurdi del mondo operaio su cui fiorivano leggende e scherzi tra colleghi, nel complesso molto umano e non alienante. Dal punto di vista produttivo era però uno sfacelo, c’erano sprechi in ogni cosa: lavoratori senza alcuna formazione spesso impiegati in mansioni inutili, capireparto raccomandati e nullafacenti, mezzi di lavoro obsoleti o di pessima qualità. Ogni cosa non strettamente inerente alla produzione siderurgica veniva appaltata a ditte esterne con enorme spreco di denaro: per farti un esempio, se bisognava spostare qualcosa da una parte all’altra dello stabilimento bisognava chiamare una ditta appaltatrice in quanto i camion dell’azienda o non erano funzionanti o non venivano utilizzati.
Raccontami un po’ la vicenda che ha portato alla chiusura.
Tutto secondo me è cominciato con l’acquisto della fabbrica nel 2005 da parte dei russi della Severstal, uno dei più grandi gruppi mondiali dell’acciaio, capitanato dall’oligarca Aleksej Mordašov. A quei tempi la crisi economica non era ancora scoppiata e l’acciaio vendeva bene, i russi hanno spremuta l’azienda fino in fondo, facendo produrre il massimo possibile e spendendo il minimo. Fino a quando, nel 2011, con l’avanzare della crisi e la necessità sempre più pressante di fare sostanziosi investimenti per continuare la produzione, se ne sono elegantemente sfilati lasciando la fabbrica con un debito di 700 milioni di euro.
Ora la Lucchini è in mano alle banche creditrici che l’hanno affidata in amministrazione straordinaria al commissario Piero Nardi con il compito di “sistemare” l’azienda, in modo da renderla appetibile per un compratore. Il compito è però molto difficile a causa della situazione ormai degradata dell’azienda ma comunque mi sembra che manchi anche la volontà di portarlo a termine. In questi anni di amministrazione straordinaria la Lucchini è andata sempre più in sfacelo, i suoi conti sono peggiorati e la produzione è diventata sempre più scadente, tanto che, qualche tempo fa, abbiamo inviato una nave di rotaie in Turchia che è stata rispedita al mittente in quanto i pezzi erano tutti difettati o comunque di pessima qualità.
Insomma in queste condizioni sarà molto difficile trovare il tanto sospirato acquirente che rilevi l’azienda mantenendo la produzione e i posti di lavoro.
Impossibile, nonostante l’accordo statale degli ultimi giorni e la farsa dell’altoforno acceso in bianco (cioè che brucia solo carbone coke senza metallo perché è finito, non ne hanno più) fino al 30 Maggio, giorno di chiusura della presentazione delle offerte vincolanti. Infatti i 250 milioni messi a disposizione da stato e regione nella speranza che aiutino a indorare la pillola per un investitore non sono niente: sono solo una goccia nel mare di investimenti che andrebbero fatti per fare un serio piano industriale. Quell’altoforno che stanno tenendo acceso è finito, è da rifare completamente da nuovo e la gran parte degli altri impianti è da sistemare o ammodernare.
In queste condizioni gli unici acquirenti possibili sono quelli interessati ai pochi comparti dell’azienda ancora produttivi come i laminatoi o, al massimo, al proseguimento della produzione su scala più ridotta con l’impianto di un forno elettrico come nella proposta della ditta indiana Jsw. L’unico a fare una proposta di acquisto di tutta l’azienda, senza esuberi e mantenimento di tutta l’area a caldo, è stato l’arabo ma fin da subito mi era sembrato un gambler.
Chi è l’arabo? In che senso un gambler ?
Un truffatore, un personaggio losco. Ti racconto tutta la storia che secondo me è meravigliosa. Praticamente il sindaco di piombino Gianni Anselmi avrebbe contattato un ex caporeparto della Lucchini, Renzo Capperucci, che, dopo aver lavorato in giro per il mondo come set manager e consulente nella costruzione di impianti siderurgici, adesso è in pensione a Piombino. Il Capperucci, cresciuto nell’azienda ma ormai con contatti in tutto il mondo, ha a cuore le sorti dello stabilimento e convince un magnate giordano – che, a suo dire, non ha mai investito nell’acciaio ma è innamorato della Toscana – che la Lucchini è un affarone. Il manager della società Msc, Khaled al Habahneh, ha promesso mari e monti: acquisto di tutta l’area industriale con un piano di rimodernamento degli impianti, spostamento di parti della lavorazione e bonifica dell’area della fabbrica più interna alla città con costruzione di un albergo di lusso, un centro congressi e delle villette. Un lavoro colossale con una spesa di tre miliardi di euro.
Quando è venuto fuori che l’arabo faceva solo promesse senza poi impegnarsi realmente e la società Msc del capitale dichiarato di tre miliardi ne aveva in realtà solo mezzo sono incominciati a nascere dubbi. L’arabo pensava di poter chiudere l’affare in fretta, senza essersi reso conto, inizialmente, di essere nel mezzo di una gara di acquisto, probabilmente nella speranza di riuscire ad intascare qualche centinaio di milioni messi a disposizione dalla comunità europea e dallo stato italiano per poi sparire col malloppo. Qualche indagine sul suo passato in cui si è scoperto che si è fatto tre anni di galera per truffa e commercio di metanfetamine negli USA tra il 2001 e il 2004 ha evidenziato che Khaled è un uomo dai pochi scrupoli e di non specchiata onestà. Gli organi di informazione della destra sono ovviamente andati a nozze con la vicenda dell’amministrazione locale Pd che si fa fregare da un avventuriero finanziario mediorientale.
Prima parlavi di un aggravamento della situazione della fabbrica nel periodo di amministrazione speciale, quali interessi, secondo te, hanno portato a questo?
In fabbrica gira voce che il commissario speciale Paolo Nardi, già amministratore delegato della fabbrica nel periodo parastatale, sia un uomo legato alla lobby italiana dell’acciaio, cioè i gruppi siderurgici del Nord Italia come Duferco, Feralpi e Marcegaglia con cui ha collaborato durante la sua carriera. Questi punterebbero alla definitiva morte dell’industria piombinese in modo da poterne acquistare per un tozzo di pane i bocconi migliori e prenderne il posto sul sempre più stretto mercato dell’acciaio.
Qual’è stato il ruolo dei sindacati?
In fabbrica sono presenti tutti e tre i sindacati confederali CGIL,CISL e UIL con le rispettive divisioni metalmeccanici, si sono mossi in modo unitario e coordinato, ma troppo tardi, solo adesso si sono davvero mobilitati, coi riflettori puntati sulla fabbrica per assistere allo show della sua morte. Raccogliendo qualche briciola per gli operai in modo da garantirgli un più morbido atterraggio nel mondo della disoccupazione, ma soprattutto garantirsi visibilità televisiva e notorietà pubblica. Le richieste di mantenimento della produzione e dei posti di lavoro sono ad oggi irrealizzabili, quando, ancora pochi anni fa esistevano le possibilità e i soldi non hanno mai alzato la testa per costringere i padroni a fare un vero piano industriale che garantisse un futuro alla fabbrica. I sindacati si sino resi in tal modo complici del protrarsi della situazione di speculazione da parte dei capitalisti e di continua incertezza sul proprio futuro per gli operai che ormai va avanti da anni.
L’ultima splendida iniziativa da parte della CGIL è stato l’appello al Papa da parte degli operai, la cui risposta è stata tanto apprezzata dal presidente della regione Enrico Rossi, sembra più che altro un affidare la soluzione del problema alla divina provvidenza.
Ci sono state iniziative autonome da parte degli operai?
Praticamente nessuna. Una delle poche è stato lo sciopero della fame nei giorni di Pasqua e Pasquetta eseguito sugli scalini dello stabilimento dall’operaio Paolo Francini. Tra noi colleghi il gesto individualista non è stato molto apprezzato; come del resto non è molto apprezzato il personaggio che, consigliere comunale Sel a Castagneto Carducci, cavalca l’onda di interesse per le vicende legate alla chiusura delle acciaierie per portare avanti la propria carriera politica. La Lucchini è diventata la tribuna elettorale (le elezioni europee sono alle porte) e il palcoscenico di tutti, da Beppe Grillo a Renzi, dal Papa ai sindacati.
Manca, tra gli operai, una coscienza sindacale, per non parlare di una coscienza politica o di classe. C’è stato un forte ricambio generazionale nell’acciaieria, quasi tutta la vecchia guardia di operai che aveva vissuto il periodo delle lotte e rivendicazioni sindacali è andata in pensione, sostituita da giovanotti senz’arte né parte, immigrati meridionali e disperati di vario genere, perché nessuno vuole più lavorare alla Lucchini. Nessuno che ne ha appena la possibilità vuole lavorare in questo stabilimento dove il lavoro è fatto male, i macchinari obsoleti e pericolosi nel loro utilizzo, le norme di sicurezza trascurate e il futuro ogni giorno più incerto.
Il 24 è stato firmato un accordo di programma per Piombino. Cosa prevede?
L’accordo mette a disposizione 250 milioni di euro provenienti dalla regione e dallo stato, fondi che verranno impiegati per la bonifica del territorio, l’ampliamento del porto dove saranno dismesse le navi della difesa e il rifacimento della bretella che collega il porto di Piombino alla superstrada Aurelia. Tutti lavori di contorno che non vanno a toccare la questione dello stabilimento siderurgico che, in mancanza di un investitore privato chiuderà definitivamente e le promesse di Rossi di riattivazione dell’impianto entro due o tre anni saranno parole al vento.
Per gli operai della Lucchini sarà garantito un lavoro in queste opere di bonifica con contratti di solidarietà, posticipandone ancora per un po’ la disoccupazione, mentre per i quasi 2000 lavoratori dell’indotto ci sarà solo la cassa integrazione.
Come te la vivi l’imminente fine della fabbrica preannunciata dall’ultima colata di acciaio fuso?
Male. Ormai da anni ci troviamo in una situazione di precarietà insostenibile e snervante, il nostro posto di lavoro in preda alle imponderabili vicende del libero mercato, non sai fino a quando avrai un lavoro, non sai se ti pagheranno il tfr (giacché parte di quei soldi li hanno utilizzati per far andare avanti l’azienda negli ultimi tempi) e non puoi fare progetti sul tuo futuro.
Ogni tanto al lavoro dico ai colleghi: “Non sentite una sensazione strana, come di essere su una barca alla deriva?”, ma molti sembrano non capire tanto sono assuefatti allo stato di cose. La cosa paradossale è che mentre la barca sta andando a sbattere sugli scogli tutti fanno finta di niente, i capi pretendono di far andare avanti la produzione e mantenere gli stessi ritmi lavorativi facendo fare agli operai anche lavori completamente inutili.
Mi sento in una situazione irreale, assurda. Ormai spero che quest’agonia finisca presto per poter andare a fare il pizzaiolo.
Fonte
Sembra di rivedere una storia già vissuta qualche anno prima e qualche chilometro più a nord, a Genova, dove (forse) è finita soltanto parzialmente meglio, fermo restando la desertificazione industriale di quello che un tempo fu vertice di spicco della produttività industriale nazionale.
28/04/2014
Piombino, Taranto. Il degrado politico, economico e morale del capitalismo italiano
Sparisce la siderurgia da Piombino, si conclude una storia di 150 anni di lavoro operaio; a Taranto è esploso, invece, nello stesso settore produttivo il più grande conflitto tra la produzione e la salute che mai si sia verificato nella tormentatissima (sotto quest’aspetto) storia dell’industria italiana: da Seveso all’ACNA, da Cornigliano alla Farmoplant, tanto per fare esempi del passato; mentre nel presente a Taranto si può affiancare la vicenda della centrale Tirreno Power a Vado Ligure.
E’ stato proprio al riguardo della vicenda della siderurgia, però, che il capitalismo italiano ha dimostrato tutta la sua grettezza, la sua incapacità d’innovazione, la sua pervicace volontà di sfruttamento intensivo e senza scrupoli non solo dei lavoratori della fabbrica ma anche dei cittadini e dello stesso territorio.
In un settore nevralgico per qualsiasi paese industriale (come del resto lo sono la chimica e l’energia) in un quadro di concorrenza globale, al riguardo della quale la stessa appartenenza all’Unione Europea non ha certo assunto una funzione positiva (pensiamo ad esempio alle delocalizzazioni attuate per ricercare ancor più intensivi meccanismi di sfruttamento), il disastro della siderurgia italiana deve essere attribuito a cause ben precise: la prima e la principale delle quali deve essere considerata quella relativa allo smantellamento delle Partecipazioni Statali e dell’IRI avvenuta a cavallo degli anni’80-’90 del secolo scorso, con conseguenti privatizzazioni selvagge.
Profittatori di lungo corso Riva, Lucchini, si gettarono sull’osso semplicemente per spolparlo (come De Benedetti nell’energia, del resto) e i risultati sono quelli che abbiamo, drammaticamente, sotto gli occhi: migliaia di disoccupati, l’accumulo di un ritardo tecnologico enorme, danni irreversibili all’ambiente.
Tutto questo senza suscitare un moto di coscienza in chi, governando la politica e l’economia, ha causato questi danni enormi.
Poche righe credo siano sufficienti per descrivere efficacemente questa situazione: si tratta di un’enorme questione morale che investe assieme i governanti e gli speculatori.
A quando una ribellione vera per contrastare un’ulteriore deriva verso l’abisso? A quando un’espressione di riflessione e iniziativa politica adeguata alla qualità di questo stato di cose e non rivolta, esaustivamente, alla ricerca dell’interesse di bottega se non addirittura personale?
All’inizio degli anni’60 si aprì, nella sinistra italiana, un’intensa discussione sulla natura del capitalismo nostrano: un “capitalismo straccione” che era, tutto sommato, da sostenere abbassando il tiro delle rivendicazioni operaie, oppure un capitalismo capace di fortissima innovazione cui contrapporre un’alternativa di sistema anche attraverso proposte dirette di politica industriale?
L’esito di quel dibattito fu comunque quello di una crescita della forza operaia, della capacità di rivendicazione e di contrattazione, di passaggio dal sindacato delle commissioni interne e della scissione degli anni’50, al sindacato dei consigli e dell’idea –forza dell’unità sindacale, lanciata a cavallo della grande stagione del 68-69 con la saldatura delle lotte studentesche con quelle operaie.
Le cose intorno a noi sono profondamente cambiate e chi visse quel tempo appena ricordato, ormai non riconosce più nulla di ciò che si trova intorno.
Il sindacato, messo brutalmente in un canto e considerato soggetto da cancellare da parte dei principali protagonisti della politica, si è posto da tempo in una condizione di atonia e di afasia.
Stiamo vivendo nella bolla di una colossale mistificazione collettiva all’interno della quale si sta costruendo un vero e proprio regime: la sinistra, quella che fu la sinistra, sembra non accorgersene e non riesce proprio a dar voce alla legittima disperazione dei disoccupati, dei diseredati, delle tante e dei tanti che si trovano costretti a vivere subendo la miseria di una quotidianità degradata nei diritti e nelle condizioni di vita.
Fonte
25/08/2013
Il siderurgico italiano al capolinea (?)
Non solo l'Ilva di Taranto, ma tutto il siderurgico italiano presta il fianco alla totale assenza di politica industriale (almeno nei settori strategici) e alla crisi del settore a livello mondiale che ormai da un lustro patisce una sovrapproduzione che non trova sbocchi nemmeno tentando la carta dei mercati emergenti.
Di seguito due brevi informative circa lo stato d'asfissia che stanno patendo due pezzi da novanta della siderurgia italiana: Piombino e Terni.
Piombino. La chiusura incombe sulle acciaierie. Migliaia di posti a rischio
Una mazzata sul piano occupazionale e sociale potrebbe abbattersi a breve su Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia. L’altoforno potrebbe bloccarsi il 30 settembre ed entro febbraio tutti gli altri impianti. Così si fermerebbe non solo il cuore di un’intera città, ma il secondo polo siderurgico italiano dopo l’Ilva di Taranto. Tra le ipotesi di salvataggio la “vendita spezzatino”. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, rischia infatti seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino. La crisi industriale incombe sull’acciaieria di Piombino dal 2003 quando era di proprietà della famiglia Lucchini. Le acciaierie prima pubbliche, come l'Ilva di Taranto, furono privatizzate e dopo meno di dieci anni si è cominciato a parlare di crisi. Anche in quel caso il piano di ristrutturazione fu realizzato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui, oggi all'opera sull'Ilva) e si pervenne all’acquisizione dello stabilimento da parte della Severstal, la società russa dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov. Ma anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente.
Fonte
Terni. Preoccupazioni sugli esuberi alle Acciaierie
La conferenza stampa indetta dall'azienda nei giorni scorsi non ha diradato le preoccupazioni dei sindacati sia perché convocata in un periodo di chiusura generale dello stabilimento sia perchè non è stata comunicata alcuna novità in merito alla vicenda che sta interessando il gruppo da diversi mesi. Ciò che preoccupa i lavoratori e i sindacati è ancora il nodo dei "lavoratori in esubero" delle AST indicati dall'azienda come "possibili soluzioni ipotizzate (dalla direzione dell'Ast ndr) per far fronte ad una razionalizzazione dei costi" ed "eventuali procedure di mobilità". I sindacati continuano a chiedere, "come è possibile decretare un numero di esuberi senza sapere chi è il 'padrone di casa', quale piano industriale abbia in mente, quali saranno i volumi da processare?" E poi in base a quale criterio verranno tagliate le teste? Il timore delle principali sigle è che gli esuberi ricadano sulle "ditte terze affossando le attività degli appalti".
Fonte
Di seguito due brevi informative circa lo stato d'asfissia che stanno patendo due pezzi da novanta della siderurgia italiana: Piombino e Terni.
Piombino. La chiusura incombe sulle acciaierie. Migliaia di posti a rischio
Una mazzata sul piano occupazionale e sociale potrebbe abbattersi a breve su Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia. L’altoforno potrebbe bloccarsi il 30 settembre ed entro febbraio tutti gli altri impianti. Così si fermerebbe non solo il cuore di un’intera città, ma il secondo polo siderurgico italiano dopo l’Ilva di Taranto. Tra le ipotesi di salvataggio la “vendita spezzatino”. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, rischia infatti seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino. La crisi industriale incombe sull’acciaieria di Piombino dal 2003 quando era di proprietà della famiglia Lucchini. Le acciaierie prima pubbliche, come l'Ilva di Taranto, furono privatizzate e dopo meno di dieci anni si è cominciato a parlare di crisi. Anche in quel caso il piano di ristrutturazione fu realizzato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui, oggi all'opera sull'Ilva) e si pervenne all’acquisizione dello stabilimento da parte della Severstal, la società russa dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov. Ma anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente.
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Terni. Preoccupazioni sugli esuberi alle Acciaierie
La conferenza stampa indetta dall'azienda nei giorni scorsi non ha diradato le preoccupazioni dei sindacati sia perché convocata in un periodo di chiusura generale dello stabilimento sia perchè non è stata comunicata alcuna novità in merito alla vicenda che sta interessando il gruppo da diversi mesi. Ciò che preoccupa i lavoratori e i sindacati è ancora il nodo dei "lavoratori in esubero" delle AST indicati dall'azienda come "possibili soluzioni ipotizzate (dalla direzione dell'Ast ndr) per far fronte ad una razionalizzazione dei costi" ed "eventuali procedure di mobilità". I sindacati continuano a chiedere, "come è possibile decretare un numero di esuberi senza sapere chi è il 'padrone di casa', quale piano industriale abbia in mente, quali saranno i volumi da processare?" E poi in base a quale criterio verranno tagliate le teste? Il timore delle principali sigle è che gli esuberi ricadano sulle "ditte terze affossando le attività degli appalti".
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01/08/2013
Piombino, acciaierie in ginocchio: stabilimento (e 4mila posti) a rischio
Non basta il piano di ristrutturazione: l'altoforno potrebbe bloccarsi il 30 settembre, entro febbraio tutti gli altri impianti. Così si fermerebbe non solo il cuore di un'intera città, ma il secondo polo siderurgico italiano dopo l'Ilva. Tra le ipotesi di salvataggio la "vendita spezzatino" che però lascerebbe per strada almeno 800 posti di lavoro
Ancora due mesi per continuare a sperare. E poi un vero e proprio dramma sociale potrebbe investire Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia, con conseguenze non solo per quella zona – all’estremo sud della provincia di Livorno - ma per l’intera Toscana. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, infatti rischia seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza un lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino.
Da sempre, come racconta realisticamente la scrittrice Silvia Avallone nel suo romanzo di successo Acciaio (in cui le vite dei personaggi descritti ruotano, volenti o nolenti, attorno al polo siderurgico di Piombino), quella fabbrica era considerata dai piombinesi (e non solo) la garanzia di un posto di lavoro stabile. “Finita la scuola andrò in fabbrica (…) è un lavoro sicuro”. Quella certezza però da alcuni anni è ormai svanita. La crisi finanziaria che ha colpito l’acciaieria di Piombino (un tempo, come l’Ilva, di proprietà dello Stato) già nel 2003, quando ancora era guidata dalla famiglia Lucchini, non è mai cessata. Anzi, nonostante il piano di ristrutturazione operato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui) e l’acquisizione da parte della Severstal, il colosso russo dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov, si è perfino acuita. D’altronde un vero piano industriale per la sua Fabbrica, Piombino non lo vede da decenni. E anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente. Ma fino ad ora nessuno sembra essere seriamente interessato a rilevare l’altra Ilva.
Lo scorso dicembre il ministero dello Sviluppo Economico ha accolto la richiesta della proprietà e delle banche di essere ammessi all’amministrazione straordinaria. E a Piombino, per tentare di risanare l’azienda è arrivato, nelle vesti di commissario, Piero Nardi (già ad del gruppo Lucchini e direttore generale dell’Ilva). In 7 mesi poco e nulla però si è potuto fare: “L’azienda è giunta stremata all’amministrazione straordinaria e con limitate possibilità di intervento” , ha sottolineato il commissario nel corso dell’incontro, tenutosi al ministero, con i sindacati e il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. I soldi sono terminati. Il patrimonio, stimato ad ottobre 2008 in 970 milioni di euro, è stato azzerato. Non si possono più nemmeno acquistare le materie prime per mandare avanti la produzione e neanche effettuare i lavori di manutenzione dell’altoforno. A questo punto, vista la mancanza di acquirenti dell’intero ciclo produttivo, una delle strade percorribili, per il commissario Nardi, sarebbe la vendita “spezzatino”. Qualcuno infatti ha manifestato l’interesse per singoli settori dell’azienda. Ma questa ipotesi decreterebbe la fine del polo. E comunque a perdere il lavoro sarebbero circa 800 persone. Ancor più drammatico sarebbe lo spegnimento dell’altoforno, che nessuno invece è disposto ad accollarsi. Il cuore dell’acciaieria, in cui viene fusa la ghisa (processo alla base delle produzione dell’acciaio), come ha fatto intendere Nardi, potrebbe fermarsi già il 30 settembre. Ed entro febbraio poi tutto lo stabilimento. Ergo tutti a casa.
“Un atto irresponsabile” per la Fiom. La soluzione, per cercare di prendere tempo in attesa di un compratore, disposto a prendere tutto il pacchetto, secondo le tute blu della Cgil, è una sola: sinergia con l’Ilva. I lavori di qualificazione, sotto l’aspetto ambientale, dell’area a caldo di Taranto comporteranno infatti inevitabilmente la riduzione della produzione. Ed è qui che entrerebbe in gioco Piombino, producendo bramme di acciaio per l’Ilva. Un’eventualità che il governo, come svelato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, starebbe vagliando. Adesso urge però un intervento. Anche perché “difendere la Lucchini – sottolinea il vice presidente del Senato, Valeria Fedeli – vuol dire non solo difendere l’intera economia piombinese, ma anche un settore strategico per l’intero Paese”. Senza Piombino e con i noti problemi dell’Ilva, l’Italia potrebbe infatti perdere la produzione di acciaio.
Fonte
La soluzione paventata dalla Fiom è solo un tappabuchi, ciò che servirebbe a tutta la siderurgia italiana è la nazionalizzazione e seguente piano di rilancio a livello qualitativo del prodotto, cosa che, va da se, il privato ben si guarda dal mettere in atto visto che dovrebbe scucire denaro di tasca propria.
Ancora due mesi per continuare a sperare. E poi un vero e proprio dramma sociale potrebbe investire Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia, con conseguenze non solo per quella zona – all’estremo sud della provincia di Livorno - ma per l’intera Toscana. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, infatti rischia seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza un lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino.
Da sempre, come racconta realisticamente la scrittrice Silvia Avallone nel suo romanzo di successo Acciaio (in cui le vite dei personaggi descritti ruotano, volenti o nolenti, attorno al polo siderurgico di Piombino), quella fabbrica era considerata dai piombinesi (e non solo) la garanzia di un posto di lavoro stabile. “Finita la scuola andrò in fabbrica (…) è un lavoro sicuro”. Quella certezza però da alcuni anni è ormai svanita. La crisi finanziaria che ha colpito l’acciaieria di Piombino (un tempo, come l’Ilva, di proprietà dello Stato) già nel 2003, quando ancora era guidata dalla famiglia Lucchini, non è mai cessata. Anzi, nonostante il piano di ristrutturazione operato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui) e l’acquisizione da parte della Severstal, il colosso russo dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov, si è perfino acuita. D’altronde un vero piano industriale per la sua Fabbrica, Piombino non lo vede da decenni. E anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente. Ma fino ad ora nessuno sembra essere seriamente interessato a rilevare l’altra Ilva.
Lo scorso dicembre il ministero dello Sviluppo Economico ha accolto la richiesta della proprietà e delle banche di essere ammessi all’amministrazione straordinaria. E a Piombino, per tentare di risanare l’azienda è arrivato, nelle vesti di commissario, Piero Nardi (già ad del gruppo Lucchini e direttore generale dell’Ilva). In 7 mesi poco e nulla però si è potuto fare: “L’azienda è giunta stremata all’amministrazione straordinaria e con limitate possibilità di intervento” , ha sottolineato il commissario nel corso dell’incontro, tenutosi al ministero, con i sindacati e il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. I soldi sono terminati. Il patrimonio, stimato ad ottobre 2008 in 970 milioni di euro, è stato azzerato. Non si possono più nemmeno acquistare le materie prime per mandare avanti la produzione e neanche effettuare i lavori di manutenzione dell’altoforno. A questo punto, vista la mancanza di acquirenti dell’intero ciclo produttivo, una delle strade percorribili, per il commissario Nardi, sarebbe la vendita “spezzatino”. Qualcuno infatti ha manifestato l’interesse per singoli settori dell’azienda. Ma questa ipotesi decreterebbe la fine del polo. E comunque a perdere il lavoro sarebbero circa 800 persone. Ancor più drammatico sarebbe lo spegnimento dell’altoforno, che nessuno invece è disposto ad accollarsi. Il cuore dell’acciaieria, in cui viene fusa la ghisa (processo alla base delle produzione dell’acciaio), come ha fatto intendere Nardi, potrebbe fermarsi già il 30 settembre. Ed entro febbraio poi tutto lo stabilimento. Ergo tutti a casa.
“Un atto irresponsabile” per la Fiom. La soluzione, per cercare di prendere tempo in attesa di un compratore, disposto a prendere tutto il pacchetto, secondo le tute blu della Cgil, è una sola: sinergia con l’Ilva. I lavori di qualificazione, sotto l’aspetto ambientale, dell’area a caldo di Taranto comporteranno infatti inevitabilmente la riduzione della produzione. Ed è qui che entrerebbe in gioco Piombino, producendo bramme di acciaio per l’Ilva. Un’eventualità che il governo, come svelato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, starebbe vagliando. Adesso urge però un intervento. Anche perché “difendere la Lucchini – sottolinea il vice presidente del Senato, Valeria Fedeli – vuol dire non solo difendere l’intera economia piombinese, ma anche un settore strategico per l’intero Paese”. Senza Piombino e con i noti problemi dell’Ilva, l’Italia potrebbe infatti perdere la produzione di acciaio.
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La soluzione paventata dalla Fiom è solo un tappabuchi, ciò che servirebbe a tutta la siderurgia italiana è la nazionalizzazione e seguente piano di rilancio a livello qualitativo del prodotto, cosa che, va da se, il privato ben si guarda dal mettere in atto visto che dovrebbe scucire denaro di tasca propria.
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