di Luca Baiada
Chi ricorda mette in imbarazzo, ma non quanto chi chiede giustizia.
Il 23 agosto 1944 i tedeschi, con la complicità di fascisti italiani,
massacrano 174 persone nel Padule di Fucecchio. La più piccola ha
quattro mesi; la più vecchia ha novantadue anni, è una contadina cieca e
sorda: le mettono una bomba nella tasca del grembiule.
È uno dei tanti eccidi commessi dal 1943 al 1945. Nella sentenza di
Norimberga si leggeva che le vittime in Italia erano almeno 7.500. Fino
agli anni Novanta si parlava di quindicimila. Secondo i dati recenti
sono più di trentamila.
Nel caso di Fucecchio si nota la collocazione del crimine in un’area
appartata, cui la storia, quella che si studia a scuola, quella che
conta, sembra aver sempre girato intorno. Forse proprio dai margini,
certe cose si vedono meglio.
Il dolore, appena condiviso in cerimonie religiose trascurate dalle
autorità e malviste dai benestanti, si è chiuso nel silenzio, nelle
lacrime in famiglia, mai cessate, nei fiori deposti su piccole lapidi
sparse per la campagna. Allo strazio affettivo si sono aggiunte
conseguenze pratiche devastanti. La morte di componenti attivi, in una
famiglia contadina, riduce tutti alla fame.
Subito dopo la guerra furono condannati tre tedeschi, ma negli anni
Cinquanta non ce n’era più uno in carcere. Pochi anni fa ne sono stati
condannati altri, ma la Germania non li ha consegnati e la sentenza è
rimasta lettera morta.
Berlino non ha mai pagato il risarcimento economico alle famiglie
colpite. Eppure il loro credito è fuori discussione, come per tutti i
massacri.
L’anno scorso un gruppo di familiari viene a sapere che il monumento
principale, quello di Castelmartini inaugurato da Carlo Azeglio Ciampi
nel 2002, è stato restaurato con denaro della Germania. Protestano, la
manutenzione doveva essere fatta dalla comunità, «quale tributo alle
persone che sono morte e ai sopravvissuti che hanno sofferto tutta la
vita». Prendono posizione anche più in generale:
«La corresponsione dei risarcimenti ha un gran significato morale e
simbolico, perché rappresenta il riconoscimento del valore della vita
delle persone al di sopra delle guerre e della ragion di Stato. […] La
Germania sarà sicuramente presente all’inaugurazione e verranno espressi
i migliori sentimenti di rifiuto della guerra, delle stragi e della
violenza, ma tutto ciò contrasta con la realtà e i comportamenti che
essa mette in pratica».
Agosto 2019, la commemorazione: clima da evento, musica,
fotografie, tedeschi che fanno le vacanze intelligenti; fra gli oratori,
un diplomatico che sbaglia la pronuncia delle località; distribuzione
di un libro con l’Ambasciata già in copertina, tanto per essere chiari.
Però. A porre il problema della giustizia, alla stessa cerimonia, è
il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, in pubblico e alla
stampa:
«L’Armadio della vergogna c’è. E il nostro paese non si è mosso come
avrebbe dovuto. Perché le sentenze, contro i mandanti di quelle stragi,
non sono state portate a esecuzione. È una vergogna, questa, che ci
portiamo dietro, come Italia. E come Regione Toscana siamo disposti a
fare ancora di più per arrivare a una degna conclusione. Lo dobbiamo
alle vittime, ai superstiti e ai loro familiari».
Gli interessati, sentito questo, gli chiedono un incontro, fatti
concreti, aiuto per i risarcimenti. Vengono ricevuti dagli uffici di
presidenza, ci sono promesse di attenzione.
Invocano che la Toscana, come ente pubblico, faccia causa alla
Germania; hanno saputo che un Comune l’ha fatto, per un eccidio in
Abruzzo. Vogliono anche che la Regione sostenga le spese delle cause
fatte dai privati, informi i Comuni e la cittadinanza, valorizzi il
tema. La vedono così:
«L’impegno che chiediamo è per la storia, non sulla storia.
Nel 1786 la Toscana, prima nel mondo, abolì la pena di morte. Adesso
bisogna schierarsi perché i crimini contro l’umanità siano risarciti. La
Toscana chiamando in causa lo Stato tedesco può fare un gesto di grande
statura: contrasto al nazifascismo, quindi difesa dei pilastri della
civiltà, e dissuasione dalla commissione di nuove stragi, ovunque. […]
Lei, presidente, che ricorda in pubblico con dignità la Sua famiglia di
lavoratori, segua l’esempio di chi nel Secolo dei Lumi abolì la pena di
morte: apra la stagione di una concreta responsabilità degli Stati».
Ne parla la stampa, ne parla la televisione. Riescono anche a
intervenire alla Corte d’appello fiorentina: «Oggi, per la prima volta
in settantacinque anni dalla Liberazione, un gruppo di vittime prende la
parola all’inaugurazione di un anno giudiziario. Vogliamo che sia il
segno di una svolta». A quel punto si esprimono a favore sindaci,
associazioni, anche di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, e gruppi di
familiari, come quelli dei caduti a Cefalonia. In Regione, a Firenze,
c’è la mozione di un gruppo di consiglieri: «Fornire ogni supporto utile
affinché venga soddisfatta la legittima e giusta richiesta di giustizia
per le vittime e i loro familiari». La storia, quella che si studia a
scuola, c’è chi prova a cambiarla.
Ma Enrico Rossi si ferma. Eppure, su Facebook, a dicembre 2019:
«Metterò tutto il mio impegno per affiancare i familiari delle vittime
delle stragi naziste nella loro richiesta di risarcimento alla Germania e
verificare la possibilità di far costituire la Regione stessa. Ci
incontreremo a breve per una risposta ufficiale».
Dichiarazioni come queste non si erano mai sentite. L’esito non s’è
visto. Dare la colpa al Covid non avrebbe senso: c’è l’informatica, la
Regione ha proseguito le attività e il differimento delle elezioni ha
dato più tempo. Adesso la fine del mandato è vicina.
Se il presidente di una Regione si limita alle dichiarazioni, allora
dice bene lui stesso: «L’Armadio della vergogna c’è». Sulle stragi, a
partire dagli anni Novanta le sentenze sono state emesse ma non
eseguite, e adesso si è prigionieri di un palcoscenico: le istituzioni
commemorano, gli ambasciatori dichiarano, gli storici raccontano, i
politici promettono. L’Armadio è diventato una passerella. Eppure, anni
fa, proprio la Toscana si era costituita parte civile nei processi ai
militari tedeschi; un deportato aretino ha combattuto la vertenza sino
in Cassazione; la rimessione alla Corte costituzionale, che nel 2014 ha
riaperto la strada alle cause contro la Germania, si deve al Tribunale
di Firenze. Il peso della Toscana in questa storia è vistoso.
Effettivamente il Granducato abolì la pena di morte. Ma se la Firenze
del Secolo dei Lumi abolì la forca, lo spettacolo del supplizio, invece
la Firenze del secolo dei selfie è un supplizio di spettacoli.
E sia chiaro: chi accetta l’ingiustizia sui crimini di ieri, non può
condannare quelli successivi.
Di più. Per i superstiti delle stragi, privati nell’infanzia del
padre, della madre, di figure protettive di riferimento, il rapporto con
l’autorità spesso è una ferita aperta. Promettere proprio a loro, e non
mantenere, su quella ferita mette il sale, riapre il lutto, aggrava
l’abbandono. Ma le dichiarazioni del 2019 impegnano la Toscana, quindi
dovrà tenerne conto anche l’amministrazione che uscirà dalle prossime
elezioni.
Un personaggio, probabilmente un barrocciaio, di sicuro un poeta
improvvisatore, in Valdinievole dopo la guerra ripeteva una ballata:
«Popolo se mi ascolti / ti spiego la tragedia, / il 23 d’agosto /
l’orribile commedia…». Finiva così: «Teniamo in mente tutti /
quell’accaduto atroce / ci hanno pieno di lutti / spregiando anche la
croce. / Questi vigliacchi non so’ a scorda’ / noi comunisti a
vendica’».
Un poeta più famoso, secoli prima, conosceva i suoi
concittadini e li mise a posto così: «Molti han giustizia in cuore, e
tardi scocca / per non venir sanza consiglio a l’arco; / ma il popol tuo
l’ha in sommo de la bocca» (Purgatorio, VI).
C’è differenza, tra la giustizia e le commemorazioni. Somiglia alla differenza tra chi fa e chi promette.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2020
16/08/2017
Rossi, le lacrime di coccodrillo del morto che cammina
Il presidente della Regione Toscana è
ancora Enrico Rossi. È uscito dal partito che gli aveva garantito la
vittoria alle ultime elezioni, ma non ci pensa neanche a dimettersi
dalla carica, come sarebbe doveroso. Al PD del resto sta
benissimo così. Andare a nuove elezioni ora sarebbe un salto nel buio,
per cui meglio fargli finire il secondo mandato, mancano ancora tre anni
e tante cose possono accadere. Prima ci saranno le elezioni politiche e
tante altre scadenze che creeranno nuovi equilibri. Tanto ormai Rossi è
un “dead man walking” e l’assessorato alla sanità, quello che
controlla quasi l’80% delle risorse regionali, è saldamente in mano ai
renziani nella persona della democristiana Stefania Saccardi. E
i prossimi saranno tre anni di guerra per bande anche all’interno dello
stesso campo renziano, che non sembra affatto granitico come qualche
tempo fa. E si dice che i transfughi di MDP stiano già inciuciando con
il loro vecchio partito nonostante le polemiche che tanto piacciono al
telespettatore medio.
Nel 2015, lo ricordiamo, il PD raccolse il 48% dei voti
ma una legge truffaldina evitò il ballottaggio, che era previsto nel
caso che nessun candidato raggiungesse il 40% e non come accade di
solito il 50%. Appena rieletto, Rossi si impegnò subito
nell’impresa di disinnescare il referendum che decine di migliaia di
cittadini avevano chiesto per abrogare la sua controriforma della sanità,
un obbrobrio di cui ora, dopo quasi due anni di attuazione, sono ancora
più evidenti a tutti gli errori e i veri obiettivi. Lo fece sostituendo
il collegio di garanzia e approvando in fretta e furia una legge che
abrogava quella sottoposta a referendum, ma ne lasciava inalterati i
principali contenuti. Uno scippo vero e proprio insomma.
Rossi prima delle sue disavventure con i renziani è stato il padrone assoluto della sanità toscana per quindici anni.
Da quando cioè nel 2000 fu nominato assessore regionale al ramo durante
la presidenza Martini. E in questi anni la sua gestione si è
caratterizzata per estremo autoritarismo, scarsa trasparenza, sprechi,
tagli, ma tramite un marketing politico martellante è stato inventato un
inesistente “modello toscano” efficiente ed egualitario.
La futura moglie nominata
direttore generale a Siena e poi inquisita per abuso d’ufficio, il buco
di 400 milioni all’ASL di Massa Carrara, la creazione di carrozzoni come
l’ESTAR o le Società della Salute, ticket tra i più alti d’Italia e
liste d’attesa infinite che impongono ai cittadini il ricorso al
privato, la costruzione di nuovi ospedali con il meccanismo del project
financing, anche questo pensato come cavallo di troia del
privato, sono solo alcuni dei grandi risultati ottenuti da Rossi alla
guida della sanità. E poi il colpo di genio finale, con le ASL smantellate e accorpate in enti dalle dimensioni tanto mostruose da paralizzarne il funzionamento,
come in questo momento stanno sperimentando sulla propria pelle
lavoratori e cittadini. Una manovra giustificata in modo demagogico con
la riduzione delle cariche dirigenziali, quando si sapeva bene che i
direttori generali, amministrativi e sanitari in stragrande maggioranza
sarebbero rientrati nel loro ruolo di dirigenti guadagnando forse più di
prima.
Questo lungo excursus sulle imprese di Rossi ci serve a introdurre un commento all’intervista
che il reuccio di Bientina ha rilasciato alla Stampa, intitolata
“Rossi: sulla sanità abbiamo tagliato troppo. Ormai vicini al punto di
rottura”. Il contenuto è davvero curioso. Rossi sottolinea che “la spesa nazionale è pari a quella del 2011, siamo sotto la media europea e questo non era mai accaduto”. Che “i
reparti sono organizzati al limite: basta una malattia improvvisa, un
cambio nei piani ferie all’ultimo momento per precipitare
nell’emergenza” e che “bisogna tornare a fare assunzioni mirate, rinnovare i contratti bloccati da sei anni”. Che “i piani di rientro sono stati spesso delle cure da cavallo che hanno ucciso il paziente”.
Non sappiamo se davvero Rossi spera
ancora, sparando questi proclami sulle colonne di un quotidiano
nazionale, di lanciarsi nel firmamento della politica romana o europea.
Le voci che ci arrivano non sono molto incoraggianti per lui, che ormai sembra sia stato scaricato da tutti.
C’è anche un’altra ipotesi e cioè che queste dichiarazioni derivino da
qualche terribile disturbo della personalità, una vera e propria
schizofrenia che peraltro non stupirebbe nessuno, visti i continui eccessi di rabbia a cui Rossi ci ha abituato in tutti questi anni (e
anche qui il marketing politico ha avuto successo costruendo il
personaggio del politico tutto d’un pezzo, “decisionista” e
intransigente).
Comunque sia, le dichiarazioni
di Rossi suonano veramente come una beffa per milioni di cittadini
toscani di cui è ancora il presidente. Se vuole cambiare rotta, sa come
fare. Se non ha le mani libere e si sente solo un pupazzo nelle
mani di poteri più forti di lui, si dimetta e vada a fare
qualcos’altro. Tanto per male che gli vada gli daranno qualche incarico
secondario e di sicuro non dovrà preoccuparsi, per la prima volta in
vita sua, di cercarsi un lavoro fuori dalla politica.
Noi da parte nostra non ne sentiremo la mancanza.
Redazione, 14 agosto 2017
09/10/2015
Il patron di Cevital fermo in Brasile. Preoccupazione a Piombino
Della questione degli accordi di programma e di crisi complessa su Piombino, veri e propri accordi-matrice che sono serviti come schema su Livorno, ne abbiamo già parlato. Questi accordi vedono Cevital, gruppo algerino che ha diversi interessi industriali, al centro dell'attenzione per l'accordo raggiunto, con gli enti locali, per l'acquisizione della acciaieria ex-Lucchini, la ricollocazione dei lavoratori e l'implementazione di nuove attività.
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Fonte
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
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