Il 60% delle rotaie delle ferrovie italiane le compriamo dall’estero.
È il 1992 quando lo stabilimento siderurgico di Piombino viene scorporato dall’Ilva e passa nelle mani di una nuova SpA “Acciaierie e Ferriere di Piombino”. Nella spa ci sono i residui della mano pubblica (Ilva) ed entra una società privata: il “Gruppo Lucchini” di proprietà dal “patron” della siderurgia italiana Luigi Lucchini. Ovviamente, dopo soli tre anni l’acciaieria di Piombino passa completamente nelle mani private del gruppo Lucchini diventando la “Lucchini Siderurgica”, e nel 1998 “Lucchini SpA”.
Nel 2003 il gruppo Lucchini attraversa una crisi finanziaria, viene ristrutturato e diventa una holding finanziaria. L’acciaieria di Piombino diventa una business unit. Ma solo due anni dopo, a seguito dell’ennesima ristrutturazione finanziaria, la maggioranza (60%) del gruppo Lucchini passa, a Severstal, un gruppo industriale russo ed uno dei più maggiori produttori siderurgici al mondo.
Ad aprile del 2014 l’altoforno di Piombino è stato spento sulla base di un accordo di programma per la riqualificazione del polo siderurgico siglato dall’azienda con la regione Toscana e il governo Renzi. A novembre dello stesso anno, compare il gruppo algerino Cevital che si aggiudica il bando per gli asset dell’acciaieria e a luglio 2015 acquista lo stabilimento di Piombino. Viene così costituita la AFERPI Spa (Acciaierie e Ferriere Piombino).
Non trascorrono neanche tre anni che le Acciaierie di Piombino passano ancora di mano. Nel maggio 2018 è firmato l’accordo per cedere la società Aferpi dagli algerini della Cevital al gruppo indiano JSW ovvero Jindal South West di proprietà di Saijan Jindal. Lo Stato ovviamente ci mette un po’ di soldi (un finanziamento statale di 15 milioni di euro ed uno regionale di 30 milioni).
I lavoratori in cassa integrazione, sono ancora 1950. Quando la fabbrica era di proprietà delle partecipazioni statali vi lavoravano 8.100 operai, quando l’hanno privatizzata consegnandola a Lucchini erano diminuiti a 2.200. Piombino ha poco più di 33mila abitanti. Le Acciaierie sono tutto, un po’ come ha provato a raccontare Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio” ambientato proprio a Piombino nel quartiere operaio di fantasia Stalingrado (in realtà il quartiere si chiama Cotone secondo alcuni, Salivoli secondo altri).
“Dopo aver mandato via una multinazionale Algerina, e proclamando vittoria per l’arrivo di una multinazionale Indiana, oggi dopo un anno non è ancora stato fatto niente parole, parole, parole, e i lavoratori sono stanchi soprattutto a livello psicologico e salariale” scrive ad agosto di quest’anno l’Usb, la quale informa i lavoratori che il Governo e la Regione avevano stanziato ulteriori 100 milioni di euro per Jindal per le bonifiche, la sicurezza ambientale e le nuove tecnologie. “Jindal in tutto questo non ha ancora presentato niente di concreto. Ad Ottobre scade la Cig per i lavoratori della Piombino Logistics e successivamente da Novembre agli altri”. Siamo ormai a fine novembre.
“E mentre si importa acciaio dall’estero – denuncia un sindacalista della Uil – a Piombino, unico produttore italiano di rotaie, è stato assegnato solo il 40% delle 240 mila tonnellate per le ferrovie italiane ed il restante è andato a gruppi che producono fuori dal Paese. Tra cui Arcelor Mittal”.
Dopo un deludente incontro al Ministero lo scorso luglio, a settembre la situazione di Jsw Steel Italy (ex Aferpi) preoccupa ancora i lavoratori, a causa di un piano di rilancio ancora a metà del guado, e con l’azienda che deve ancora dare conferme sull’avvio della costruzione del nuovo forno elettrico. Il dossier, come molti altri, è sul tavolo del nuovo Ministro dello sviluppo economico Stefano Patuanelli, e del nuovo governo “Conte II”.
Ma a Piombino anche l’altra acciaieria – la storica Magona – non vive sorte migliore. Il 16 settembre scorso la Magona di Piombino è passata dalle mani del gruppo Arcelor Mittal (lo stesso dell’Ilva) alla Liberty Steel del gruppo indiano Gfg Alliance. La Liberty Steel, il primo luglio 2019 ha infatti rilevato la storica Magona (455 dipendenti ed una capacità di 530 mila tonnellate) finora parte di ArcelorMittal, la quale ha dovuto cederla per imposizione dell’Antitrust, quando ha acquisito l’Ilva insieme a un pacchetto di altre sei acciaierie europee.
Insomma la ghisa la compreremo dalle industrie cinesi, le rotaie per le ferrovie dalle industrie indiane. Gli autobus che prima producevano Irisbus e Breda Menarini (chiuse o quasi) adesso li compriamo da aziende francesi, tedesche, israeliane. Una volta si chiamava dipendenza, adesso la chiamano competitività. Il risultato è disoccupazione, desertificazione, deindustrializzazione. E non sembra proprio che in cambio ambiente, salute e benessere sociale ne stiano traendo giovamento.
Le altre puntate:
Il delitto dell’Italsider di Bagnoli
I fantasmi delle Ferriere di Trieste
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Lucchini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lucchini. Mostra tutti i post
28/04/2017
Dopo lo sperpero delle privatizzazioni, nazionalizzare è l’unica via realistica
Se l'amministratore di una impresa privata decidesse di regalare beni aziendali e poi regalasse soldi a chi accettasse di appropriarsene, questo amministratore difficilmente riuscirebbe ad evitare il confronto col codice civile e penale.
Invece i nostri governanti, amministratori dei beni di tutti, così si comportano con le nostre proprietà e con quelle altrui che finanziano. Per lo Stato nell'economia debbono valere regole di svantaggio rispetto a qualsiasi grande azienda privata; così vuole l'Unione Europea e così i governanti che ad essa ubbidiscono. Ovviamente con la massima soddisfazione degli imprenditori privati, che si vedono regalate le aziende e che, quando le mandano in malora, possono fuggire e scaricare di nuovo tutto sullo Stato.
Con quanti nostri soldi lo stato italiano ha finanziato le privatizzazioni? Decine e decine, forse centinaia sono i miliardi spesi per privatizzare il patrimonio produttivo pubblico, nel nome della riduzione di un debito che non si è mai realizzata e di un maggiore efficienza mai ottenuta.
Quanti miliardi sono stati regalati a imprenditori e multinazionali che poi hanno sfasciato le aziende? Questa cifra non viene mai fornita ad una opinione pubblica martellata dalla compagna a favore delle svendite. Svendite come quella delle acciaierie di Piombino, che dopo una lunga trafila di fallimenti imprenditoriali – da Lucchini ai magnati russi – sono state regalate ad un imprenditore algerino che non si è mai fatto vedere.
Quella che oggi è l'Ilva è stata regalata alla famiglia Riva dal governo e dall'Iri di Prodi. I Riva hanno accumulato per anni miliardi, poi sono crollati sotto il peso della crisi e dei danni ambientali. Lo Stato da allora finanzia l'azienda a fondo perduto, in attesa di svenderla a qualche multinazionale che saccheggerà ciò che è rimasto, farà una ecatombe di licenziamenti e lascerà tutti i danni ambientali a carico della comunità e della spesa pubblica.
Mentre fallivano in Ilva, i Riva venivano chiamati da Berlusconi a salvare l'Alitalia, assieme a Colaninno, Marcegaglia, Montezemolo e tanti altri bei nomi, tutti coordinati da Passera, allora a capo di Banca Intesa. Tutta la crema della imprenditorialità e della finanza italiana ha mostrato il suo reale valore nella gestione della compagnia aerea. E il fallimento è stato totale, come quello del quotidiano che ufficialmente la rappresenta, il Sole24Ore.
Le poche grandi privatizzazioni che, per ora, non sono fallite hanno consegnato le eccellenze del sistema produttivo italiano, dalla Telecom all'Ansaldo, alle multinazionali. Multinazionali a cui si affidano le aziende private medie, non appena i loro vecchi titolari pensano al futuro, Luxottica insegna. La Fiat della famiglia Agnelli è una azienda americana con sede legale in Olanda, mentre l'Olivetti non esiste più, è stata sacrificata da De Benedetti per realizzare l'Omnitel, che oggi appartiene alla Vodafone. Le banche, che in gran parte erano pubbliche, o sono già in possesso o sono in attesa di un compratore estero, partner si dice nel mondo bene.
Quel sistema industriale e finanziario che era stato in grado di collocare il nostro paese tra quelli più sviluppati, e che si reggeva proprio per il peso ed il ruolo del sistema pubblico, è stato smantellato e svenduto pezzo dopo pezzo. E dopo il fallimento indecoroso della classe imprenditoriale italiana, quel sistema è ora terreno di caccia per tutti i venditori di Colosseo che parlano inglese.
Il vice di Renzi, Martina, ha sfacciatamente confessato che il governo non può nazionalizzare Alitalia, altrimenti dovrebbe fare altrettanto con tutte le aziende che dovessero chiudere. Che evidentemente sono tante per l'ingenuo ministro, che smentisce in tal modo l'ottimismo ufficiale del palazzo.
Così, grazie alla fermezza autolesionista del governo, Lufthansa può far sapere di non essere interessata alla nostra compagnia aerea: deve solo aspettare la catastrofe finale dell'azienda e poi raccoglierne gratis i cocci. Lo stesso faranno le multinazionali dell'acciaio interessate all'Ilva: anch'esse devono solo attendere il disastro.
Le privatizzazioni sono solo svendita dei beni di tutti, pagata coi soldi di tutti. Non c'è nulla di più falso e in malafede che affermare che lo Stato non può più spendere i soldi dei cittadini per finanziare aziende in crisi. Perché la realtà dimostra che regalare le aziende pubbliche ai privati alla fine costa molto di più. Costa di più sul piano produttivo perché le aziende vanno peggio. Costa di più sul piano sociale per i nuovi disoccupati che si aggiungono ai tanti altri già esistenti. E costa di più perché il conto, per la spesa pubblica che deve riparare ai guasti del privato, è più alto oggi di quando le aziende erano in mano pubblica. Se l'amministratore di un condominio ruba si caccia lui, ma non si butta giù la casa. Le privatizzazioni hanno buttato giù la casa.
Gli articoli 41 e 42 della nostra Costituzione hanno definito i vincoli a cui sono sottoposte la proprietà e l'iniziativa privata e gli spazi riservato all'intervento pubblico. Decenni di politiche liberiste sotto dettatura della Unione Europea hanno rovesciato nel loro opposto questi e tanti altri articoli della nostra Carta. Il privato deve avere tutto e il pubblico lo deve finanziare a fondo perduto.
Si regalano 20 miliardi alle banche perché i loro futuri acquirenti non trovino troppe sofferenze, se ne sono versati altri 60 in sede europea per lo stesso scopo. Gentiloni promette a Trump 30 miliardi per la bolletta NATO, ma salvare ALITALIA, ILVA, PIOMBINO "non si può". Li o ci pensa il mercato o si chiude. L'ideologia liberista è già insopportabile in sé, quando poi diventa la giustificazione per lo spreco dei soldi pubblici e per la distruzione del patrimonio industriale diventa un costo insostenibile.
Dobbiamo ringraziare i lavoratori Alitalia che con il loro No hanno respinto l'ennesimo regalo ai privati, questa volta concesso agli sceicchi di Etihad, che non sono certo privi di mezzi propri.
La nazionalizzazione di Alitalia, dell'Ilva, delle altre aziende strategiche in crisi è la sola via realistica per sottrarsi ai danni dell'incapacità imprenditoriale nazionale e della rapina multinazionale. Il resto è solo servilismo verso i poteri e gli interessi che vogliono il nostro paese in vendita. Low cost.
Fonte
Invece i nostri governanti, amministratori dei beni di tutti, così si comportano con le nostre proprietà e con quelle altrui che finanziano. Per lo Stato nell'economia debbono valere regole di svantaggio rispetto a qualsiasi grande azienda privata; così vuole l'Unione Europea e così i governanti che ad essa ubbidiscono. Ovviamente con la massima soddisfazione degli imprenditori privati, che si vedono regalate le aziende e che, quando le mandano in malora, possono fuggire e scaricare di nuovo tutto sullo Stato.
Con quanti nostri soldi lo stato italiano ha finanziato le privatizzazioni? Decine e decine, forse centinaia sono i miliardi spesi per privatizzare il patrimonio produttivo pubblico, nel nome della riduzione di un debito che non si è mai realizzata e di un maggiore efficienza mai ottenuta.
Quanti miliardi sono stati regalati a imprenditori e multinazionali che poi hanno sfasciato le aziende? Questa cifra non viene mai fornita ad una opinione pubblica martellata dalla compagna a favore delle svendite. Svendite come quella delle acciaierie di Piombino, che dopo una lunga trafila di fallimenti imprenditoriali – da Lucchini ai magnati russi – sono state regalate ad un imprenditore algerino che non si è mai fatto vedere.
Quella che oggi è l'Ilva è stata regalata alla famiglia Riva dal governo e dall'Iri di Prodi. I Riva hanno accumulato per anni miliardi, poi sono crollati sotto il peso della crisi e dei danni ambientali. Lo Stato da allora finanzia l'azienda a fondo perduto, in attesa di svenderla a qualche multinazionale che saccheggerà ciò che è rimasto, farà una ecatombe di licenziamenti e lascerà tutti i danni ambientali a carico della comunità e della spesa pubblica.
Mentre fallivano in Ilva, i Riva venivano chiamati da Berlusconi a salvare l'Alitalia, assieme a Colaninno, Marcegaglia, Montezemolo e tanti altri bei nomi, tutti coordinati da Passera, allora a capo di Banca Intesa. Tutta la crema della imprenditorialità e della finanza italiana ha mostrato il suo reale valore nella gestione della compagnia aerea. E il fallimento è stato totale, come quello del quotidiano che ufficialmente la rappresenta, il Sole24Ore.
Le poche grandi privatizzazioni che, per ora, non sono fallite hanno consegnato le eccellenze del sistema produttivo italiano, dalla Telecom all'Ansaldo, alle multinazionali. Multinazionali a cui si affidano le aziende private medie, non appena i loro vecchi titolari pensano al futuro, Luxottica insegna. La Fiat della famiglia Agnelli è una azienda americana con sede legale in Olanda, mentre l'Olivetti non esiste più, è stata sacrificata da De Benedetti per realizzare l'Omnitel, che oggi appartiene alla Vodafone. Le banche, che in gran parte erano pubbliche, o sono già in possesso o sono in attesa di un compratore estero, partner si dice nel mondo bene.
Quel sistema industriale e finanziario che era stato in grado di collocare il nostro paese tra quelli più sviluppati, e che si reggeva proprio per il peso ed il ruolo del sistema pubblico, è stato smantellato e svenduto pezzo dopo pezzo. E dopo il fallimento indecoroso della classe imprenditoriale italiana, quel sistema è ora terreno di caccia per tutti i venditori di Colosseo che parlano inglese.
Il vice di Renzi, Martina, ha sfacciatamente confessato che il governo non può nazionalizzare Alitalia, altrimenti dovrebbe fare altrettanto con tutte le aziende che dovessero chiudere. Che evidentemente sono tante per l'ingenuo ministro, che smentisce in tal modo l'ottimismo ufficiale del palazzo.
Così, grazie alla fermezza autolesionista del governo, Lufthansa può far sapere di non essere interessata alla nostra compagnia aerea: deve solo aspettare la catastrofe finale dell'azienda e poi raccoglierne gratis i cocci. Lo stesso faranno le multinazionali dell'acciaio interessate all'Ilva: anch'esse devono solo attendere il disastro.
Le privatizzazioni sono solo svendita dei beni di tutti, pagata coi soldi di tutti. Non c'è nulla di più falso e in malafede che affermare che lo Stato non può più spendere i soldi dei cittadini per finanziare aziende in crisi. Perché la realtà dimostra che regalare le aziende pubbliche ai privati alla fine costa molto di più. Costa di più sul piano produttivo perché le aziende vanno peggio. Costa di più sul piano sociale per i nuovi disoccupati che si aggiungono ai tanti altri già esistenti. E costa di più perché il conto, per la spesa pubblica che deve riparare ai guasti del privato, è più alto oggi di quando le aziende erano in mano pubblica. Se l'amministratore di un condominio ruba si caccia lui, ma non si butta giù la casa. Le privatizzazioni hanno buttato giù la casa.
Gli articoli 41 e 42 della nostra Costituzione hanno definito i vincoli a cui sono sottoposte la proprietà e l'iniziativa privata e gli spazi riservato all'intervento pubblico. Decenni di politiche liberiste sotto dettatura della Unione Europea hanno rovesciato nel loro opposto questi e tanti altri articoli della nostra Carta. Il privato deve avere tutto e il pubblico lo deve finanziare a fondo perduto.
Si regalano 20 miliardi alle banche perché i loro futuri acquirenti non trovino troppe sofferenze, se ne sono versati altri 60 in sede europea per lo stesso scopo. Gentiloni promette a Trump 30 miliardi per la bolletta NATO, ma salvare ALITALIA, ILVA, PIOMBINO "non si può". Li o ci pensa il mercato o si chiude. L'ideologia liberista è già insopportabile in sé, quando poi diventa la giustificazione per lo spreco dei soldi pubblici e per la distruzione del patrimonio industriale diventa un costo insostenibile.
Dobbiamo ringraziare i lavoratori Alitalia che con il loro No hanno respinto l'ennesimo regalo ai privati, questa volta concesso agli sceicchi di Etihad, che non sono certo privi di mezzi propri.
La nazionalizzazione di Alitalia, dell'Ilva, delle altre aziende strategiche in crisi è la sola via realistica per sottrarsi ai danni dell'incapacità imprenditoriale nazionale e della rapina multinazionale. Il resto è solo servilismo verso i poteri e gli interessi che vogliono il nostro paese in vendita. Low cost.
Fonte
09/10/2015
Il patron di Cevital fermo in Brasile. Preoccupazione a Piombino
Della questione degli accordi di programma e di crisi complessa su Piombino, veri e propri accordi-matrice che sono serviti come schema su Livorno, ne abbiamo già parlato. Questi accordi vedono Cevital, gruppo algerino che ha diversi interessi industriali, al centro dell'attenzione per l'accordo raggiunto, con gli enti locali, per l'acquisizione della acciaieria ex-Lucchini, la ricollocazione dei lavoratori e l'implementazione di nuove attività.
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Fonte
Dopo la firma dell'accordo gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dalle richieste dei sindacati piombinesi, come di diversi esponenti locali, di un programma industriale preciso, di tempi certi per le assunzioni, e di una tempistica di investimenti in grado di dare anima agli accordi tra enti locali e governo. A partire da gennaio, oltre alle trattative tra sindacati e azienda sulla struttura del salario nel momento delle riassunzioni, sono andate avanti infatti le discussioni, e le polemiche, sia sul piano industriale sia sulla tempistica d'investimento. Tutto comprensibile, dalle polemiche agli aggiustamenti in corso d'opera, per un territorio, quello del comprensorio di Piombino, che vede come economicamente essenziali le migliaia di salariati (dai 2200 ai 3000 a seconda delle stime) contenute nell'accordo. E la questione non è nemmeno periferica per il nostro comprensorio. Visto che la matrice politica, e di governance, dell'accordo di Piombino è alla base degli accordi su Livorno per programma industriale e crisi complessa. Per fugare ogni dubbio sul profilo dell'investimento Cevital, dopo tavoli tecnici e questioni politiche, la scorsa estate il presidente Rossi si è recato in Algeria. E dopo una foto che lo ritrae in un atteggiamento rilassato con Issad Rebrab, patron di Cevital, ha rilasciato dichiarazioni concilianti sul futuro dell'accordo di Piombino. Un rito utile alla stampa e anche alla ripresa delle trattative.
Sulla stampa locale sono cominciate, nei giorni scorsi, a circolare indiscrezioni sul contenzioso tra Rebrab e il governo algerino. Il Tirreno, edizione di Piombino, ha pubblicato questo articolo. Dove emerge il contenzioso tra Cevital e il governo di quel paese. Cevital è accusata di traffico di valuta mentre Rebrab accusa il governo algerino di impedire, arbitrariamente, i piani di sviluppo industriale. Lo stesso Rebrab è in Brasile e ha denunciato di esser stato messo sotto inchiesta e, oltretutto, in modo arbitrario.
Curioso davvero come funzioni dalle nostri parti. Chi stringe la mano ad un eletto del PD trova subito il Tirreno che ne prende le difese. La riprova? Nell'articolo citato si parla subito del contenzioso Rebrab-governo prendendo le parti del patron di Cevital che, secondo il Tirreno, deve lottare contro una concezione "statalistica" dell'economia del governo algerino. Insomma, il solito schema del capitano d'industria coraggioso contro la burocrazia. Solo che se andiamo a vedere una testata dell'area, Maghreb Emergent, vediamo come, sul campo, le cose le si vedano in modo diverso rispetto a Piombino. Infatti Maghreb Emergent fa una analisi di quanto accaduto ricavando l'impressione contraria rispetto a quanto visto, o voluto vedere dall'Italia: Cevital sarebbe in difficoltà perchè non in grado di emanciparsi dal capitalismo di relazione algerino e dalla forte dipendenza dallo statalismo economico.
Cevital, accusata di traffico di valuta, accusa a sua volta il governo algerino di non aver potuto acquisire il complesso siderurgico AMA nel 2012 a causa di veti politici che niente hanno a che vedere col mercato.
E qui una domanda sorge spontanea, quanto, per Cevital, il mancato acquisto di AMA determina il comportamento a Piombino? Sono affari integrati? Sono separabili? Se Cevital rientra su AMA, al centro delle controversie con il governo algerino, cosa accade a Piombino? Non è un problema secondario e, del resto le domande servono per fare chiarezza.
Intanto i lavoratori di Cevital, stimati in tremila unità dalla stampa algerina, hanno manifestato a favore dell'azienda. Anche per problemi di contrapposizione etnica con il governo centrale. Mentre a Piombino ci si domanda cosa accadrà nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. In Brasile, dove almeno fino al 16 soggiornerà Rebrab, in Algeria e in Toscana.
Redazione, 8 ottobre 2015
Vedi anche:
Scricchiola il modello Piombino: proteste al Consiglio Comunale straordinario
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Fonte
08/06/2015
Ex Lucchini: acciaio amaro a Piombino
Acciaio amaro a Piombino ma, come giustamente mi ha fatto notare un compagno, l’acciaio è sempre stato amaro. Solo che colpisce la durezza di quanto subiranno i lavoratori della ex Lucchini che passeranno alle dipendenze del nuovo padrone Algerino in virtù dell’accordo sottoscritto da Fim-Fiom-Uilm.
La spoliazione di quanto conquistato negli anni con la contrattazione aggiuntiva al contratto nazionale è quasi totale. Un salto indietro dal punto di vista economico assai pesante. La condizione che la Cevital ha posto per la riassunzione di tutti i lavoratori, che per metà resteranno a casa sino al 2016, sa di un duro ricatto. O prendere la nuova occupazione, stesso lavoro ma ad un salario inferiore e con un sostanziale blocco delle retribuzioni nei prossimi anni, o la prospettiva della chiusura. Sono migliaia gli accordi, come quello di Piombino, che derogano al codice civile che garantisce il mantenimento dei diritti acquisiti. In questo caso, per storia e dimensione, la vertenza ha avuto gli onori delle cronache, ma in tantissimi altri casi, e sono la maggioranza, il processo di spoliazione sotto ricatto avviene nel silenzio assoluto. Parte rilevante dei gruppi dirigenti del sindacato ha ormai assunto il principio del meno peggio. Meglio cioè contrattare la restituzione sotto ricatto piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro dall’esito assai incerto. Una scelta disastrosa per due ragioni. Da una parte la linea sindacale inevitabilmente si adegua progressivamente ad accettare i limiti sempre più mortificanti che si producono. Non si pone cioè nessun limite nelle pratiche contrattuali contribuendo così direttamente a rendere sempre più pesante il ricatto possibile. Dall’altra parte a livello generale un sindacato che pratica e rivendica la contrattazione di restituzione non potrà mai lottare davvero contro le politiche d’austerità per la semplice ragione che ne chiede l’applicazione ai lavoratori nelle singole aziende.
Che fare quindi? Se c’è un insegnamento da trarre nella vicenda della ex-Lucchini è quello che parla della necessità di costruire una linea ed una pratica sindacale che impediscano di finire nel non avere alternative davanti al ricatto. Un sindacato all’altezza di affrontare una fase così complicata dovrebbe porsi il problema di come unificare le lotte e dare una prospettiva generale che esca dal ruolo angusto e infausto di sperare in una nuova proprietà. Dovrebbe porsi davvero il problema della nazionalizzazione delle grandi imprese, di un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia non per finanziare le imprese private come nel caso della Lamborghini ma per costruire impresa comune. Il lavoro si certo, ma non ad ogni costo. Questo è un altro degli altri grandi temi su cui costruire battaglia politica. Per non cadere nel ricatto serve una politica di sostegno ai redditi. Se il lavoro viene prima di tutto, e sopra ogni cosa, viene da se che qualsiasi condizione è trattabile. Se il lavoro è l’unica forma di sostentamento possibile è difficile immaginare che si possa resistere efficacemente ai ricatti delle imprese. Quella scritta a Piombino non è una bella pagina della storia del sindacato in questo paese. Non lo è per i lavoratori ai quali nulla si può rimproverare. Non lo è per la Fiom che domani apre una riflessione pubblica sulla costruzione di una coalizione sociale che, ambiziosamente e giustamente, si pone il tema della risposta ai crescenti bisogni sociali. Non lo è per il valore generale che assume nei confronti di tante altre vertenze ancora aperte. In fondo questa è l’altra faccia della profonda crisi del sindacato. La crescente rassegnazione, disillusione e passività sociale sono la diretta conseguenza delle sempre più brutte notizie che il sindacato porta nelle assemblee. Senza la ricostruzione di senso e efficacia del sindacato saranno in molti a pensare che serve a poco o nulla la sua esistenza.
Fonte
La spoliazione di quanto conquistato negli anni con la contrattazione aggiuntiva al contratto nazionale è quasi totale. Un salto indietro dal punto di vista economico assai pesante. La condizione che la Cevital ha posto per la riassunzione di tutti i lavoratori, che per metà resteranno a casa sino al 2016, sa di un duro ricatto. O prendere la nuova occupazione, stesso lavoro ma ad un salario inferiore e con un sostanziale blocco delle retribuzioni nei prossimi anni, o la prospettiva della chiusura. Sono migliaia gli accordi, come quello di Piombino, che derogano al codice civile che garantisce il mantenimento dei diritti acquisiti. In questo caso, per storia e dimensione, la vertenza ha avuto gli onori delle cronache, ma in tantissimi altri casi, e sono la maggioranza, il processo di spoliazione sotto ricatto avviene nel silenzio assoluto. Parte rilevante dei gruppi dirigenti del sindacato ha ormai assunto il principio del meno peggio. Meglio cioè contrattare la restituzione sotto ricatto piuttosto che affrontare il rischio di uno scontro dall’esito assai incerto. Una scelta disastrosa per due ragioni. Da una parte la linea sindacale inevitabilmente si adegua progressivamente ad accettare i limiti sempre più mortificanti che si producono. Non si pone cioè nessun limite nelle pratiche contrattuali contribuendo così direttamente a rendere sempre più pesante il ricatto possibile. Dall’altra parte a livello generale un sindacato che pratica e rivendica la contrattazione di restituzione non potrà mai lottare davvero contro le politiche d’austerità per la semplice ragione che ne chiede l’applicazione ai lavoratori nelle singole aziende.
Che fare quindi? Se c’è un insegnamento da trarre nella vicenda della ex-Lucchini è quello che parla della necessità di costruire una linea ed una pratica sindacale che impediscano di finire nel non avere alternative davanti al ricatto. Un sindacato all’altezza di affrontare una fase così complicata dovrebbe porsi il problema di come unificare le lotte e dare una prospettiva generale che esca dal ruolo angusto e infausto di sperare in una nuova proprietà. Dovrebbe porsi davvero il problema della nazionalizzazione delle grandi imprese, di un nuovo grande piano di intervento pubblico in economia non per finanziare le imprese private come nel caso della Lamborghini ma per costruire impresa comune. Il lavoro si certo, ma non ad ogni costo. Questo è un altro degli altri grandi temi su cui costruire battaglia politica. Per non cadere nel ricatto serve una politica di sostegno ai redditi. Se il lavoro viene prima di tutto, e sopra ogni cosa, viene da se che qualsiasi condizione è trattabile. Se il lavoro è l’unica forma di sostentamento possibile è difficile immaginare che si possa resistere efficacemente ai ricatti delle imprese. Quella scritta a Piombino non è una bella pagina della storia del sindacato in questo paese. Non lo è per i lavoratori ai quali nulla si può rimproverare. Non lo è per la Fiom che domani apre una riflessione pubblica sulla costruzione di una coalizione sociale che, ambiziosamente e giustamente, si pone il tema della risposta ai crescenti bisogni sociali. Non lo è per il valore generale che assume nei confronti di tante altre vertenze ancora aperte. In fondo questa è l’altra faccia della profonda crisi del sindacato. La crescente rassegnazione, disillusione e passività sociale sono la diretta conseguenza delle sempre più brutte notizie che il sindacato porta nelle assemblee. Senza la ricostruzione di senso e efficacia del sindacato saranno in molti a pensare che serve a poco o nulla la sua esistenza.
Fonte
12/04/2015
Piombino – La crisi non riguarda solo la Lucchini
Quella che segue è una corrispondenza inviataci da un operaio di
Piombino. La pubblichiamo con piacere invitando i lavoratori che leggono
“L’Internazionale” a fare altrettanto.
Il 2008 ha segnato l’inizio della crisi voluta dal grande sistema capitalistico. Anche l’azienda dove lavoro ha compiuto delle scelte che hanno portato, negli anni, ad un grande ridimensionamento dello stabilimento di Piombino. Lavoro infatti alla S.O.L., azienda produttrice di gas tecnici (quali ossigeno, azoto ed argon), la cui esistenza è legata quasi esclusivamente alla vita della Lucchini, essendo il cliente primario. La S.O.L. ha altri stabilimenti produttivi a Mantova, Salerno e Verona mentre altre filiali sono sparse in tutto il territorio nazionale. All’estero esistono stabilimenti produttivi in Belgio, Macedonia, Slovenia, Bulgaria mentre filiali si trovano in Spagna, Francia, Inghilterra, India, Marocco, ecc… Insomma, un’azienda presente davvero in tutto il mondo. Il suo bilancio economico è sempre stato positivo (l’azienda è quotata in Borsa e quindi è facilmente consultabile on line), anche se negli ultimi anni si è verificata una ovvia contrazione dovuta alla situazione generale. Quindi parliamo di un’azienda sana, sufficientemente attenta negli anni anche ai diritti dei lavoratori.
Obiettivamente un altro mondo rispetto a ciò che è rappresentato dall’azienda che si trova dall’altra parte della strada principale di entrata in Piombino. Nonostante ciò, abbiamo perso il 50% dei posti di lavoro, non abbiamo ancora la certezza di un futuro, siamo in completa balia di un signore venuto dall’Algeria che, per ampliare il suo mercato agroalimentare, è stato caldamente invitato a mantenere la produzione di acciaio, settore a lui totalmente sconosciuto. Ed il suo atteggiamento non tranquillizza affatto i dipendenti Lucchini. Gli incontri con le parti sindacali sono rinviati a più riprese e, da quanto si legge sulla stampa, si parla di assunzioni che verranno formalizzate attraverso singoli colloqui, con azzeramento degli scatti di anzianità e con eliminazione della 13ma mensilità. Tanto per citarne solo due. Insomma, è arrivato il Jobs Act !!! Con questo futuro che si prospetta si sarebbe dovuta verificare una presa di posizione forte dei lavoratori, anche da quelli non direttamente coinvolti da questa operazione, quindi anche dai miei colleghi. Invece… Quando ti trovi a dover spiegare perché è giusto fare sciopero, perché è utile convocare presidi permanenti per pubblicizzare ed ampliare le tue lotte a difesa del posto di lavoro, perché non possiamo fidarci esclusivamente delle istituzioni… capisci che la situazione è davvero disperata per la classe lavoratrice. Ma ti accorgi che è ancora più disperata quando le reazioni dei colleghi di lavoro sono pari allo zero, anzi ti dicono che non servono a niente “perché le istituzioni (non solo quelle cittadine) ti dicono di aspettare e di avere assoluta fiducia nel loro operato”. Ma non è così! Dobbiamo fidarci di noi stessi, dobbiamo credere nella solidarietà, nella lotta contro chi vuole distruggere il nostro futuro.
Un collega, qualche mese fa, in seguito alla proposta di un presidio permanente mi ha detto: “potrei partecipare per un giorno, al massimo due, ma poi dovrei tornare a casa dai miei figli e continuare la mia vita normale”. Gli risposi che se non avesse lottato per i propri diritti e partecipato, dando così maggiore forza alla lotta collettiva, avrebbe corso il rischio di non vivere più la sua vita normale. Ebbene, oggi quel collega si trova trasferito fuori da Piombino e la sera non può vedere i suoi figli se non nel fine settimana. Un esempio palese e sintomatico di lotta non fatta e di diritti persi, perché è stata persa la coscienza di base ma soprattutto la coscienza di classe, quella che ti faceva lottare per i tuoi diritti, per il tuo futuro e per quello dei tuoi figli. Purtroppo, oltre alla coscienza di classe, è stato perso anche il valore del principio di solidarietà tra lavoratori. Forse la sua presenza non avrebbe invertito completamente la situazione, ma avrebbe potuto dare coraggio e forza agli altri lavoratori.
Non c’è possibilità di successo se ci sono solo tante singole anime che lottano (o dovrebbero farlo) solo per il loro orticello, isolato nel deserto. E’ un orticello che verrà spazzato via velocemente se intorno ad esso non si costruirà una rete di orti sociali. Oggi, 18 Marzo 2015, stiamo aspettando l’incontro che ci sarà domani a Roma tra funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico e del Gruppo Cevital: purtroppo i destini di molti lavoratori non sono legati alle lotte di altri lavoratori ma alle scelte dei padroni. Perché, cari COMPAGNI e care COMPAGNE, la lotta di classe non è finita e per ora, purtroppo, la stanno vincendo i padroni. Ma ci sarà un pezzo della classe lavoratrice, che esisterà e resisterà sempre, che non abbandonerà mai il terreno della lotta e della speranza per un mondo migliore e che andrà avanti per la sua strada. E che resisterà un minuto in più dei padroni.
Fonte
*****
Il 2008 ha segnato l’inizio della crisi voluta dal grande sistema capitalistico. Anche l’azienda dove lavoro ha compiuto delle scelte che hanno portato, negli anni, ad un grande ridimensionamento dello stabilimento di Piombino. Lavoro infatti alla S.O.L., azienda produttrice di gas tecnici (quali ossigeno, azoto ed argon), la cui esistenza è legata quasi esclusivamente alla vita della Lucchini, essendo il cliente primario. La S.O.L. ha altri stabilimenti produttivi a Mantova, Salerno e Verona mentre altre filiali sono sparse in tutto il territorio nazionale. All’estero esistono stabilimenti produttivi in Belgio, Macedonia, Slovenia, Bulgaria mentre filiali si trovano in Spagna, Francia, Inghilterra, India, Marocco, ecc… Insomma, un’azienda presente davvero in tutto il mondo. Il suo bilancio economico è sempre stato positivo (l’azienda è quotata in Borsa e quindi è facilmente consultabile on line), anche se negli ultimi anni si è verificata una ovvia contrazione dovuta alla situazione generale. Quindi parliamo di un’azienda sana, sufficientemente attenta negli anni anche ai diritti dei lavoratori.
Obiettivamente un altro mondo rispetto a ciò che è rappresentato dall’azienda che si trova dall’altra parte della strada principale di entrata in Piombino. Nonostante ciò, abbiamo perso il 50% dei posti di lavoro, non abbiamo ancora la certezza di un futuro, siamo in completa balia di un signore venuto dall’Algeria che, per ampliare il suo mercato agroalimentare, è stato caldamente invitato a mantenere la produzione di acciaio, settore a lui totalmente sconosciuto. Ed il suo atteggiamento non tranquillizza affatto i dipendenti Lucchini. Gli incontri con le parti sindacali sono rinviati a più riprese e, da quanto si legge sulla stampa, si parla di assunzioni che verranno formalizzate attraverso singoli colloqui, con azzeramento degli scatti di anzianità e con eliminazione della 13ma mensilità. Tanto per citarne solo due. Insomma, è arrivato il Jobs Act !!! Con questo futuro che si prospetta si sarebbe dovuta verificare una presa di posizione forte dei lavoratori, anche da quelli non direttamente coinvolti da questa operazione, quindi anche dai miei colleghi. Invece… Quando ti trovi a dover spiegare perché è giusto fare sciopero, perché è utile convocare presidi permanenti per pubblicizzare ed ampliare le tue lotte a difesa del posto di lavoro, perché non possiamo fidarci esclusivamente delle istituzioni… capisci che la situazione è davvero disperata per la classe lavoratrice. Ma ti accorgi che è ancora più disperata quando le reazioni dei colleghi di lavoro sono pari allo zero, anzi ti dicono che non servono a niente “perché le istituzioni (non solo quelle cittadine) ti dicono di aspettare e di avere assoluta fiducia nel loro operato”. Ma non è così! Dobbiamo fidarci di noi stessi, dobbiamo credere nella solidarietà, nella lotta contro chi vuole distruggere il nostro futuro.
Un collega, qualche mese fa, in seguito alla proposta di un presidio permanente mi ha detto: “potrei partecipare per un giorno, al massimo due, ma poi dovrei tornare a casa dai miei figli e continuare la mia vita normale”. Gli risposi che se non avesse lottato per i propri diritti e partecipato, dando così maggiore forza alla lotta collettiva, avrebbe corso il rischio di non vivere più la sua vita normale. Ebbene, oggi quel collega si trova trasferito fuori da Piombino e la sera non può vedere i suoi figli se non nel fine settimana. Un esempio palese e sintomatico di lotta non fatta e di diritti persi, perché è stata persa la coscienza di base ma soprattutto la coscienza di classe, quella che ti faceva lottare per i tuoi diritti, per il tuo futuro e per quello dei tuoi figli. Purtroppo, oltre alla coscienza di classe, è stato perso anche il valore del principio di solidarietà tra lavoratori. Forse la sua presenza non avrebbe invertito completamente la situazione, ma avrebbe potuto dare coraggio e forza agli altri lavoratori.
Non c’è possibilità di successo se ci sono solo tante singole anime che lottano (o dovrebbero farlo) solo per il loro orticello, isolato nel deserto. E’ un orticello che verrà spazzato via velocemente se intorno ad esso non si costruirà una rete di orti sociali. Oggi, 18 Marzo 2015, stiamo aspettando l’incontro che ci sarà domani a Roma tra funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico e del Gruppo Cevital: purtroppo i destini di molti lavoratori non sono legati alle lotte di altri lavoratori ma alle scelte dei padroni. Perché, cari COMPAGNI e care COMPAGNE, la lotta di classe non è finita e per ora, purtroppo, la stanno vincendo i padroni. Ma ci sarà un pezzo della classe lavoratrice, che esisterà e resisterà sempre, che non abbandonerà mai il terreno della lotta e della speranza per un mondo migliore e che andrà avanti per la sua strada. E che resisterà un minuto in più dei padroni.
Fonte
05/02/2015
Piombino - Riapre la Lucchini. Ma a che prezzo?
L'investimento Cevital.
Il 24 aprile scorso è stata emessa quella che sembrava essere l’ultima colata dell’altoforno della Lucchini, prima che l’offerta di Cevital, gruppo algerino guidato da Issad Rebrad, superando la meno vantaggiosa proposta del gruppo indiano JSW, acquistasse il 70% delle azioni.
Inizialmente, Cevital si era impegnata a riutilizzare il totale della forza lavoro della Lucchini (circa 2200 lavoratori), per poi promettere di rimettere al lavoro solo 1860 operai.
Sul porto, Cevital dichiara di voler investire fino ad una soglia massima di 1,5 miliardi di euro nel giro di 5-7 anni. La riassunzione dei 1860 lavoratori seguirà il contratto nazionale dei metalmeccanici salvaguardando qualifiche e livelli, mentre sugli accordi aziendali, la società algerina dichiara di voler ridiscutere istituti come anzianità, cassa mutua integrativa, trattamenti economici su straordinari e notturni, premi di risultato e contributo aziendale al trasporto dei lavoratori. Dunque, è iniziata una trattativa in cui i sindacati hanno chiesto di analizzare il piano industriale ed hanno ricevuto dettagli solo sulla fase 1 che durerà fino a fine 2015. Cevital ha chiaramente il coltello dalla parte del manico.
A che prezzo?
Per far ripartire il ciclo di accumulazione, l’obiettivo della nuova gestione aziendale sarà di accedere ad un bacino di lavoro il più economico e flessibile possibile e a questo scopo sarà quindi utile la recente approvazione del Jobs Act (che espone i lavoratori a continuo ricatto). La parziale trasformazione del polo industriale, con l’inserimento di logistica e settore agroalimentare rispecchia invece un incremento del settore terziario che resta comunque al servizio dell'industria. L’esempio del passaggio da Lucchini a Cevital ci dimostra, infatti, come la direzione non sia quella di una progressiva sparizione del lavoro operaio ma di un cambiamento del ruolo operaio nell’industria. I lavoratori dell’ex-Lucchini, a quanto detto dalla nuova gestione, saranno progressivamente riassorbiti in base alle necessità della nuova produzione agroalimentare e logistica (nota).
Venerdì scorso si è aperta la contrattazione sindacale, con l'intenzione di affrontare, da un lato, il problema dei circa 300 lavoratori esclusi dall'accordo, dipendenti della Lucchini che però non saranno immediatamente riassunti. Dall'altro sarà affrontato il più generale problema della sussistenza degli accordi aziendali che risalgono agli anni Settanta, quando l’acciaieria era ancora a partecipazione statale. Il risultato della contrattazione fino ad ora è stato solo una conferma: circa 300 operai a casa e azzeramento quasi totale degli accordi aziendali. Secondo le previsioni della nuova proprietà, alla Lucchini si continuerà a produrre acciaio grazie alla realizzazione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio. S’inizierà inoltre a produrre biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero e nascerà un polo logistico per l’import-export delle attività del gruppo. Gli attuali addetti alle acciaierie verranno a mano a mano riassorbiti “in base alle esigenze delle strutture” esistenti e il personale restante sarà richiamato via via, con la progressiva realizzazione degli investimenti.
Considerato l’enorme investimento che gli algerini mettono sul piatto, le trattative sindacali non potranno garantire né la tutela di basilari diritti dei lavoratori né, probabilmente, il rispetto del patto aziendale. Il passaggio a Cevital significherà automaticamente un peggioramento delle condizioni lavorative, a favore di un pieno sfruttamento della forza lavoro. Tutto questo è stato facilitato dallo stesso Governo, che offrendo un totale di oltre 200 milioni per la bonifica dell'area, ha permesso che la trattativa andasse in porto. Se poi il prezzo dell'investimento algerino è una drastica riduzione del potere contrattuale e del livello di vita degli operai, ad ogni modo, non saranno le istituzioni a pagarlo.
(nota) La cosiddetta deindustrializzazione non corrisponde, infatti, a una diminuzione del carico di lavoro o a una sparizione della classe operaia ma a una contrazione numerica dei classici operai d’industria che si ritroveranno inseriti nel solito processo produttivo, ma con funzioni diverse basate su nuove esigenze. Quando si legge della bonifica e trasformazione degli impianti di Piombino con il lancio di nuove produzioni quali biodiesel o mangimi concentrati, sempre d’industria si sta parlando.
Fonte
Il 24 aprile scorso è stata emessa quella che sembrava essere l’ultima colata dell’altoforno della Lucchini, prima che l’offerta di Cevital, gruppo algerino guidato da Issad Rebrad, superando la meno vantaggiosa proposta del gruppo indiano JSW, acquistasse il 70% delle azioni.
Inizialmente, Cevital si era impegnata a riutilizzare il totale della forza lavoro della Lucchini (circa 2200 lavoratori), per poi promettere di rimettere al lavoro solo 1860 operai.
Sul porto, Cevital dichiara di voler investire fino ad una soglia massima di 1,5 miliardi di euro nel giro di 5-7 anni. La riassunzione dei 1860 lavoratori seguirà il contratto nazionale dei metalmeccanici salvaguardando qualifiche e livelli, mentre sugli accordi aziendali, la società algerina dichiara di voler ridiscutere istituti come anzianità, cassa mutua integrativa, trattamenti economici su straordinari e notturni, premi di risultato e contributo aziendale al trasporto dei lavoratori. Dunque, è iniziata una trattativa in cui i sindacati hanno chiesto di analizzare il piano industriale ed hanno ricevuto dettagli solo sulla fase 1 che durerà fino a fine 2015. Cevital ha chiaramente il coltello dalla parte del manico.
A che prezzo?
Per far ripartire il ciclo di accumulazione, l’obiettivo della nuova gestione aziendale sarà di accedere ad un bacino di lavoro il più economico e flessibile possibile e a questo scopo sarà quindi utile la recente approvazione del Jobs Act (che espone i lavoratori a continuo ricatto). La parziale trasformazione del polo industriale, con l’inserimento di logistica e settore agroalimentare rispecchia invece un incremento del settore terziario che resta comunque al servizio dell'industria. L’esempio del passaggio da Lucchini a Cevital ci dimostra, infatti, come la direzione non sia quella di una progressiva sparizione del lavoro operaio ma di un cambiamento del ruolo operaio nell’industria. I lavoratori dell’ex-Lucchini, a quanto detto dalla nuova gestione, saranno progressivamente riassorbiti in base alle necessità della nuova produzione agroalimentare e logistica (nota).
Venerdì scorso si è aperta la contrattazione sindacale, con l'intenzione di affrontare, da un lato, il problema dei circa 300 lavoratori esclusi dall'accordo, dipendenti della Lucchini che però non saranno immediatamente riassunti. Dall'altro sarà affrontato il più generale problema della sussistenza degli accordi aziendali che risalgono agli anni Settanta, quando l’acciaieria era ancora a partecipazione statale. Il risultato della contrattazione fino ad ora è stato solo una conferma: circa 300 operai a casa e azzeramento quasi totale degli accordi aziendali. Secondo le previsioni della nuova proprietà, alla Lucchini si continuerà a produrre acciaio grazie alla realizzazione di due forni elettrici e di un nuovo laminatoio. S’inizierà inoltre a produrre biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero e nascerà un polo logistico per l’import-export delle attività del gruppo. Gli attuali addetti alle acciaierie verranno a mano a mano riassorbiti “in base alle esigenze delle strutture” esistenti e il personale restante sarà richiamato via via, con la progressiva realizzazione degli investimenti.
Considerato l’enorme investimento che gli algerini mettono sul piatto, le trattative sindacali non potranno garantire né la tutela di basilari diritti dei lavoratori né, probabilmente, il rispetto del patto aziendale. Il passaggio a Cevital significherà automaticamente un peggioramento delle condizioni lavorative, a favore di un pieno sfruttamento della forza lavoro. Tutto questo è stato facilitato dallo stesso Governo, che offrendo un totale di oltre 200 milioni per la bonifica dell'area, ha permesso che la trattativa andasse in porto. Se poi il prezzo dell'investimento algerino è una drastica riduzione del potere contrattuale e del livello di vita degli operai, ad ogni modo, non saranno le istituzioni a pagarlo.
*****
(nota) La cosiddetta deindustrializzazione non corrisponde, infatti, a una diminuzione del carico di lavoro o a una sparizione della classe operaia ma a una contrazione numerica dei classici operai d’industria che si ritroveranno inseriti nel solito processo produttivo, ma con funzioni diverse basate su nuove esigenze. Quando si legge della bonifica e trasformazione degli impianti di Piombino con il lancio di nuove produzioni quali biodiesel o mangimi concentrati, sempre d’industria si sta parlando.
Fonte
14/12/2014
Piombino - La Lucchini va alla Cevital, salvi per il momento 2000 posti di lavoro
“Il ministero dà il via libera all'accordo con Cevital, salvi oltre 1800 posti di lavoro. Via libera del Ministero dello Sviluppo alla cessione della Lucchini di Piombino al gruppo algerino Cevital.
L'operazione prevede investimenti di circa 400 milioni
di euro e prospettive, a regime, di pieno riutilizzo del personale. Fin
da subito, Cevital assumerà infatti alle proprie dipendenze 1.860 lavoratori.”
Il Ministero dello Sviluppo Economico ha
autorizzato Piero Nardi, manager siderurgico già direttore generale
dell’Ilva e oggi commissario straordinario della Lucchini, a concludere
l’accordo con il gruppo algerino per l’acquisto del 70% delle azioni, la riconversione del sito e la bonifica dell’area.
Parte dell’acciaio prodotto a Piombino
verrà esportato in Algeria e usato per lo sviluppo infrastrutturale su
rotaia. Il passaggio a Cevital, comunque, prevede anche una progressiva diversificazione industriale.
Infatti, il gruppo algerino opera in vari settori tra cui
l’agroalimentare e il vetro. Il progetto è di avviare una produzione di
biodiesel, olio vegetale, mangimi e zucchero nonché di creare a Piombino
un polo logistico per l’import-export delle attività di Cevital.
Il capitale vive la compressione spazio-temporale
della globalizzazione per cui l’impresa fallisce a causa della
concorrenza internazionale, ma il suo salvataggio arriva dall’estero per
creare un nuovo centro produttivo sostituendo il vecchio sistema
d’impresa familiare tipico del sistema italiano. L’alternativa poteva
essere una nazionalizzazione che mettesse insieme Ilva e
Lucchini, ma l’Europa vieta categoricamente aiuti di Stato.
Considerando che la Commissione Europea già indaga sui prestiti ponte
concessi a ILVA, figuriamoci tornare a parlare di acciaio statale.
La crisi del settore siderurgico Italiano, secondo produttore europeo
dopo quello tedesco, è segnata dall’elevato costo dell’energia come
fattore di produzione e dall’incalzare della siderurgia cinese slegata
dai vincoli ambientali posti dall’Europa e costituita da grandi gruppi
conglomerali di cui l’acciaio è solo una delle produzioni.
Lucchini
era stata comprata dal magnate russo Aleksei Mordasov e dalla
multinazionale Severstal da lui controllata, e nel giro di pochi anni
aveva maturato un debito di oltre 700 milioni. Questa
volta sarà il gruppo algerino Cevital di Issad Rebrab a riorganizzare i
processi produttivi con l’impegno di riassumere tutti i lavoratori al
momento del suo subentro.
Però, la cessione della Lucchini a Cevital è legata anche a due accordi di programma firmati tra Governo e Regione da un lato, Comune e Autorità Portuale dall’altro, per un totale di 252 milioni di euro che serviranno alla bonifica e ammodernamento del porto, e senza i quali la trattativa non sarebbe forse andata a buon fine.
Nonostante
le decantate virtù della privatizzazione, del libero mercato e del
libero scambio dietro le quali il neoliberismo si maschera, ancora una
volta l’intervento statale è stato centrale per la
risoluzione di una crisi che avrebbe avuto effetti occupazionali
catastrofici nell’area. In contrasto con il non interventismo statale di
facciata propugnato dalla teoria neoliberista, l’obbiettivo per il
capitale quando si tratta di coinvolgere lo stato in un affare è sempre
quello di privatizzare i profitti e socializzare rischi e perdite.
Iscriviti a:
Post (Atom)