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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/12/2025

L’Algeria dichiara la colonizzazione un “crimine di Stato” e chiede risarcimenti alla Francia

Il 24 dicembre l’Assemblea Popolare Nazionale di Algeri, cioè il parlamento algerino, ha approvato all’unanimità una legge che indica la colonizzazione francese, che ha riguardato il paese dal 1830 al 1962, un “crimine di Stato”. Il presidente dell’Assemblea, Brahim Boughali, ha indicato il testo come un modo per fissare la responsabilità storica dello stato francese nel processo di colonizzazione.

Nei 27 articoli della norma vengono esplicitamente citati alcuni dei crimini commessi da Parigi contro il popolo algerino: gli esperimenti nucleari nel deserto e gli annessi danni ambientali, le esecuzioni extragiudiziali, la tortura fisica e psicologica e il saccheggio sistematico delle risorse naturali e culturali del paese. La lista non ha solo un valore storico, però.

Con l’indicazione di azioni specifiche, infatti, l’Algeria pretende dalla Francia anche il risarcimento dei danni materiali e morali causati dal suo imperialismo, considerandolo un diritto inalienabile dello stato e del popolo algerino. Algeri vuole indietro gli archivi sottratti dopo l’indipendenza, così come i beni culturali rubati e anche i resti dei combattenti della resistenza ancora in possesso dei francesi.

Tra le altre cose, viene anche richiesta la bonifica dei siti dei test nucleari. Con la legge vengono inoltre stabilite misure penali per chi si macchia di apologia del colonialismo, con pene detentive da cinque a dieci anni, e sanzioni pecuniarie che si estendono anche a chi lo glorifica attraverso i media, i social o pubblicazioni di vario genere.

Ovviamente, la legge algerina non ha un potere vincolante verso l’Eliseo, ma allo stesso tempo rappresenta un importante cambiamento nel quadro delle relazioni tra l’ex colonia e “l’ex” colonialista, con importanti ripercussioni sulla situazione diplomatica dell’intera regione, la quale si è fatta sempre più complessa negli ultimi mesi.

Il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Noël Barrot, ha detto di non voler commentare “dibattiti politici in corso in paesi stranieri”, a ribadire che il provvedimento non ha nessun potere vincolante nei confronti di Parigi. Ma ha anche affermato che si tratta di “un’iniziativa chiaramente ostile alla volontà di riprendere il dialogo franco‑algerino”.

In passato Macron ha definito la colonizzazione algerina come un crimine contro l’umanità, mentre Algeri aveva proseguito su una linea che chiedeva il riconoscimento storico, piuttosto che scuse formali e il risarcimento dei danni. Ma appunto, il dialogo franco-algerino si è fatto molto più complesso per una serie di dossier intrecciati nello scenario geopolitico.

Il riconoscimento delle mire marocchine sul Sahara occidentale; il diverso posizionamento dei due paesi del Maghreb riguardo alla causa palestinese; le accuse sull’immigrazione diretta verso la UE attraverso l’Algeria; l’inasprimento del regime dei visti per i diplomatici algerini e la preoccupazione per le relazioni intrattenute dal paese africano con Mosca, in particolare sul nucleare.

La politica imperialista europea, che vuole stringere il proprio controllo sul Mediterraneo allargato con uno sguardo al Sahel, ha trovato nell’Algeria un ostacolo non facilmente controllabile. La nuova legge algerina si inserisce in questa cornice diplomatica, e segnala la netta opposizione alle politiche neocoloniali, oltre a sollevare le responsabilità storiche delle potenze coloniali proprio nel momento in cui la loro estrema propaggine sionista ne mostra l’attualità dei crimini.

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16/10/2025

La delicata fase delle frontiere UE, usata per accusare la Russia di ‘guerra ibrida’

In questi giorni ci sono stati alcuni eventi che hanno irrigidito ulteriormente il quadro che, per ciò che riguarda la gestione delle frontiere europee, è stato denunciato da più parti e più volte: la UE è una gabbia che ha ‘esternalizzato’ a governi dal pugno di ferro, a milizie locali e a trafficanti di esseri umani la gestione dei flussi migratori.

La UE ne guadagna non solo nel delocalizzare il ‘lavoro sporco’ verso zone con meno occhi che possano stigmatizzare la sua politica sui confini, ma anche nel fatto che può ricevere solo la manodopera ricattabile e, a volte, anche ben formata, di cui ha bisogno, senza doversi accollare tutti i problemi che questa selezione tra masse di diseredati comporterebbe: paga qualcun altro, e il gioco è fatto.

Esempio principe di questa politica è il memorandum d’intesa tra Italia e Libia, firmato nel 2017 dal governo piddino di Gentiloni, e di cui il fautore fu Marco Minniti, all’epoca ministro dell’Interno e oggi presidente della fondazione di Leonardo Med-Or. Il 2 novembre questo meccanismo si rinnoverà automaticamente, come già successo nel 2020 e nel 2023.

Nonostante le criticità, nonostante le condanne dell’opinione pubblica e di varie associazioni e organizzazioni, nonostante le mobilitazioni e nonostante la parte fondamentale che questo memorandum ha avuto nel creare i lager dall’altra parte del Mediterraneo, l’accordo verrà rinnovato senza dibattito, perpetrando i crimini di cui la nostra classe dirigente è complice, in maniera bipartisan.

Ma il ruolo di apripista che ha avuto il governo italiano di centrosinistra su questo dossier è stato svolto con un mandante preciso: la UE, che da prima degli accordi siglati da Roma fornisce assistenza alla gestione delle frontiere libiche attraverso la missione European Union Border Assistance Mission (EUBAM).

Il rinnovo degli accordi con la Libia arriva in un frangente delicato. I dati sugli “attraversamenti irregolari” riportati per i primi 9 mesi del 2025 da Frontex, la controversa agenzia europea di controllo delle frontiere, parlano di un calo del 22%. Ma, allo stesso tempo, il Mediterraneo è rimasta l’area più complessa per la gestione dei flussi migratori.

Tra gennaio e settembre 2025 sono stati rilevati quasi 50.900 arrivi, il 2% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono la Libia e l’Algeria a preoccupare di più: dalla prima le partenze sono aumentate del 50%, dalla seconda sono stati registrati quasi i tre quarti dei rilevamenti effettuati quest’anno.

Bisogna ricordare che la Libia vive una complessa situazione interna, con riverberi chiari anche sulla diplomazia che le autorità europee cercano di promuovere. Il caso dell’espulsione della delegazione che vedeva presenti anche il ministro italiano dell’Interno Piantedosi e il Commissario europeo per le Migrazioni, Magnus Brunner, è decisamente esemplificativo.

Non a caso dal 14 al 16 ottobre una delegazione congiunta di funzionari libici provenienti da Tripoli e Bengasi (e dunque legati al governo non riconosciuto di Haftar) ha partecipato a una serie di incontri tecnici, prima presso la sede di Frontex, a Varsavia, e poi a Bruxelles, con la Direzione generale Affari interni (Dg Home) della Commissione europea.

Stando a quanto riporta Agenzia Nova, si tratta della prosecuzione di un percorso avviato già nei mesi scorsi: lo scorso febbraio delle delegazioni libiche sono già state ricevute a Bruxelles. Quest’ultima iniziativa segue, inoltre, una sessione di formazione congiunta sia per l’Est che per l’Ovest del paese, portata a termine a Taranto dalla missione aeronavale europea EuNavfor Med Irini, come si può leggere sul suo sito.

Se queste iniziative servono a riorganizzare l’esternalizzazione dei confini verso la Libia, per quanto riguarda l’Algeria, dove la situazione è altrettanto complessa, Bruxelles prevede più apertamente l’utilizzo della forza, attraverso Frontex. Ma ovviamente, per legittimarla agli occhi di chi ancora crede alle fandonie sulla ‘democrazia’ e sulla ‘tutela dei diritti umani’, viene tirata in ballo un’influenza russa sui flussi.

Secondo quel che dice Frontex, la riuscita della lotta al trasporto illegale di persone sul territorio marocchino ha portato allo “spostamento di operazioni sul territorio algerino”. Le informazioni dell’agenzia europea parlano di sempre più barche che riescono ad arrivare fino alle Baleari, con il rischio che tra i migranti si nascondano ‘criminali’. Abbiamo visto col caso Almasri che i criminali, in Europa, ci arrivano e se ne vanno tranquillamente in aereo, non sui gommoni.

Al di là di questo, Frontex si dimentica di dire che la maggiore solerzia di Rabat arriva dal riconoscimento avuto prima dalla Spagna poi dalla Francia rispetto alle sue mire sul Sahara Occidentale. Se il Marocco è stato un appoggio fondamentale per Israele in tutto il Medio Oriente e l’Africa mediterranea, l’Algeria ha invece spinto sul riportare la questione palestinese al centro dell’agenda della Lega Araba e della diplomazia internazionale.

All’inizio dell’estate sembrava che Algeri fosse più incline a concordare con la UE le proprie politiche migratorie, ma di fronte al rifiuto delle autorità algerine di riaccogliere alcuni suoi cittadini a cui era stato ordinato di lasciare la Francia, alla fine l’Eliseo ha risposto col pugno duro: a inizio agosto 2025 il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto al suo governo di inasprire l’obbligo dei visti sui diplomatici algerini.

Gli arrivi dall’Algeria sono, dunque, improvvisamente aumentati. Ma tacciare tutto ciò come un utilizzo ‘armato’ dei migranti oscura chi è il responsabile, in primis, di questi flussi. Significa legittimare le politiche imperialiste europee che per anni e anni hanno impoverito e rapinato milioni di persone in giro per il mondo, e in particolare in Africa, se si pensasse di accusare Algeri, in sostanza, di non fare da cane da guardia di chi scappa da povertà e guerra.

Semplicemente, di fronte a una massa di diseredati, non impedisce la ricerca di condizioni di vita migliore al di là del Mediterraneo, non si associa a chi decide di eseguire il ‘lavoro sporco’ per conto di Bruxelles e partecipare così alla ‘invisibilizzazione’ di cosa comportano le scelte occidentali per i paesi sottoposti a speculazione e destabilizzazioni continue.

E allora, la risposta europea non si è fatta attendere su un piano più nettamente ‘militare’, come ormai è tutto il suo indirizzo strategico. La testata digitale Intelligence Online, ripresa poi da Formiche.net, riporta che a inizio ottobre si è svolta un’esercitazione di tre giorni che ha coinvolto la polizia federale belga e il Servizio di sicurezza dello Stato (Vsse) di Bruxelles, e anche la Direzione generale per gli stranieri (Dgef) e la Dgsi, l’intelligence interna francese.

Le autorità franco-belghe avrebbero lavorato su scenari pensati dalla European Integrated Border Management Intelligence Division, la sezione di analisi di Frontex. L’obiettivo era quello di verificare la capacità di risposta dell’UE a un’ondata migratoria usata come arma di ‘guerra ibrida’. Usando come scusante anche la questione della ‘flotta ombra russa’, è interessante esaminare la situazione ipotizzata.

Lo scenario parte da una serie di esplosioni in centrali nucleari algerine, la cui responsabilità è attribuita al ramo magrebino di al-Qaeda. Ma, non si capisce bene per quale motivo, gli attacchi sarebbero stati orchestrati da Mosca. L’obiettivo sarebbe quello di generare panico, instabilità, contaminazione e la fuga di migliaia e migliaia di persone verso il Vecchio Continente.

Vanno sicuramente sottolineati un paio di temi. Il primo è che l’Algeria ha due reattori attivi per scopi di ricerca, a Draria e Birine-Ain, ma nessuna centrale per la produzione di energia elettrica. Da anni, però, si parla di progetti per sfruttare l’atomo da avviare tra il 2025 e il 2030, e c’è già una dichiarazione d’intenti risalente al 2016 tra la commissione algerina per l’energia atomica e, guarda caso, la russa Rosatom.

Il secondo tema è, dunque, perché la Russia dovrebbe essere interessata a destabilizzare un paese con il quale c’è la possibilità di chiudere accordi strategici sull’energia, e che si è dimostrato ostile a un allineamento supino alle politiche dei guerrafondai europeisti. È evidente che non ci sarebbe nessun guadagno in un’azione del genere da parte del Cremlino. Ce l’avrebbe, invece, Bruxelles, e ciò allunga ombre inquietanti sullo scenario usato per l’esercitazione.

In pratica, viene messa alla prova la capacità di gestire i flussi migratori come fenomeno appartenente alla sfera della sicurezza, con una crisi di cui l’origine viene posta in capo alla Russia, ma tratteggiando, sicuramente non per coincidenza, un caso in cui il paese colpito è uno di quelli che in questo momento si presenta tra i più riottosi al di là del Mediterraneo, e che per di più potrebbe a breve stringere altri rapporti proprio con Mosca.

In una simulazione simile fatta nel Mare del Nord, con al centro i rifugiati ucraini, è stata valutata la capacità di filtrare 20 mila arrivi al giorno, distinguendo tra profughi e possibili agenti russi. Un altro scenario che sembra quasi prevedere una ulteriore escalation sul fronte orientale.

Ormai i vertici di Bruxelles non conoscono altra soluzione che la guerra, e stanno sperimentando la reazione a tutti i possibili scenari. Spetta a chi vuole rompere con questo ciclo di morte impedire che li mettano in pratica per davvero.

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04/07/2025

Frantz Fanon, a cent’anni dalla nascita

di Geraldina Colotti

È un centenario drammatico, quello che celebra la nascita di Frantz Fanon, avvenuta in Martinica il 20 luglio del 1925. È drammatico per l’ovvio, evidente e traumatico rimando a quanto sta avvenendo a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi. Ed è drammatico perché ci obbliga a un contatto diretto con la parte più urticante del pensiero e della vita dello psichiatra antillano: quella dei muscoli che si flettono in attesa di assestare la zampata, quella dell’«uomo con la roncola», preoccupato di averla a portata di mano, quando «sente un discorso sulla cultura occidentale» (Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, p. 10)

È inutile far finta di niente. I cinquantenari e i centenari che si susseguono senza posa nel primo secolo del nuovo millennio, ci abituano a srotolare la pellicola del Novecento come turisti della Storia. La cosa è ambiguamente piacevole. Attiva la nostalgia. Giustifica la malinconia. Produce uno spaesamento pensoso che in fondo è rassicurante, nella misura in cui legittima la contemplazione scettica dei sacrifici e dei fallimenti accumulati dalle generazioni precedenti.

Con Fanon, adesso, questa recita è impossibile. È come se, per un malvagio tiro giocato dal caso ai dipartimenti dei cultural studies, dovessimo nuovamente sbattere la testa sulle parole dure: sullo scandalo della violenza che disintossica1, sull’eresia che mette in quarantena le etiche immacolate, perché «il bene è semplicemente quel che a loro fa male»2.

Certamente, sono posizioni che vanno inserite nel loro contesto. E il contesto è quello della guerra d’Algeria. Centinaia di migliaia di morti fra la popolazione e i combattenti in lotta per l’indipendenza nazionale. I francesi che reagiscono con i massacri, con i linciaggi degli arabi organizzati dai coloni, con la tortura praticata regolarmente sui militanti del Fronte di Liberazione Nazionale, ma anche, in larghissima scala, sulla popolazione civile. L’FLN algerino risponde usando tutti i mezzi, e giungendo anche all’uccisione di civili francesi, con bombe piazzate nei bar dei pieds-noirs e accoltellamenti casuali dei coloni, sorpresi mentre passeggiano nei loro quartieri tranquilli e blindati. Molto crudo, n’est-ce pas? E non va dimenticato che i comunisti francesi erano schierati dalla parte del loro governo, e avevano votato a favore delle misure di repressione dell’insurrezione algerina.

In questo quadro dipinto con il sangue, con la ferocia e anche con la mistificazione, Frantz Fanon incontra la lotta di un popolo ricattato dall’umanismo ipocrita dell’Occidente e determinato a ogni sacrificio pur di liberarsi dall’oppressione coloniale. Fanon è pronto a capire perché ha già alle spalle un percorso di tormentata indipendenza personale. Viene dalla Martinica e al liceo è stato allievo di Aimé Césaire, uno dei fondatori, insieme a Senghor, del movimento della négritude. Fanon rispetta e ammira il professore comunista di letteratura, ma già nel 1952, nella sua prima opera, Pelle nera, maschere bianche, cerca qualcosa di più di un programma, sia pure sovversivo, di indipendenza culturale. Da dove incominciare? Dalla «sola cosa al mondo che valga la pena d’incominciare: la fine del mondo, che diamine». Sono parole di Césaire, citate non a caso da Fanon nel suo libro3. Ma la verità è che, in questa «fine del mondo», lo psichiatra antillano scorge innanzitutto l’obbligo di una resa dei conti con se stesso, e con l’illusione di una possibile salvezza mediante il salto in una archeologia mitologica dalla cui resurrezione verrebbe scossa la coscienza occidentale. Non credeteci, dice Fanon. Non cadete nel tranello di costruire un «passato negro» consumabile come lenitivo per l’intollerabilità del presente. Già qui, nel 1952, Fanon risulta volutamente drastico: «Non è perché ha scoperto una cultura propria – scrive – che l’indocinese si è ribellato. È perché “semplicemente” gli era diventato, per più motivi, impossibile respirare»4.

Beninteso, in Pelle nera, maschere bianche si trovano molti altri temi culturali di preziosa attualità. C’è la critica alla letteratura negra evoluta, che è godibilissima e, in parte, ricorda la spietata requisitoria pronunciata da Marx nella Sacra Famiglia contro l’umanitarismo filantropico dei Misteri di Parigi. C’è la discussione sul linguaggio, sui fantasmi consci e inconsci generati dal razzismo, che ancora oggi colpisce per il potenziale analitico dei guasti provocati dal meccanismo coloniale sia nella psiche del Bianco, sia in quella del Nero. Ma la forza d’urto del programma (che è anche progetto di vita) fanoniano sta, in qualche modo, nella sua semplicità: «In quanto psicoanalista, devo aiutare il mio cliente a coscientizzare il suo inconscio, a non tentare più una lattificazione allucinatoria, ma ad agire nel senso di un cambiamento delle strutture sociali»5.

Ovvio. In un certo senso persino banale. Eppure quando Fanon si abbandona alla digressione sul riconoscimento hegeliano, noi sentiamo che è in gioco qualcosa di più di un comprensibile sfoggio di cultura, teso a perorare un facile superamento dialettico dell’antitesi razzista. Il nero, immerso in una servitù inessenziale che preclude il cammino dell’autocoscienza tracciato dalla Fenomenologia dello spirito, è stato liberato dal padrone. «Non ha sostenuto la lotta per il riconoscimento», dice Fanon. «Il Nero è stato agito. Dei valori che non sono nati dalla sua azione, dei valori che non risultano dalla montata sistolica del suo sangue, sono venuti a danzare la loro ronda intorno a lui»6.

È qui che Fanon volta la faccia e guarda altrove. Dien Bien Phu sta per umiliare la grandeur della Francia. E, mentre si avvia alle conclusioni, lo psichiatra allievo di Césaire sente il bisogno di indicare una strada che, a suo stesso dire, osservata dall’Europa, non può essere compresa:

Un compagno, a fianco del quale mi ero ritrovato durante l’ultima guerra, è tornato d’Indocina. Mi ha messo al corrente di molte cose. Per esempio della serenità con cui i giovani vietnamiti di sedici o diciassette anni cadevano davanti a un plotone d’esecuzione. Una volta, mi disse, fummo obbligati a sparare inginocchiati: i soldati tremavano davanti a questi giovani “fanatici”. In conclusione aggiungeva: “La guerra che abbiamo fatto insieme era un gioco in confronto a ciò che succede laggiù”7.

Capiamo che, nell’ingranaggio dei suoi pensieri, Fanon fa le cose maledettamente sul serio. Capiamo che l’incontro con Francesc Tosquelles, esule comunista dalla guerra civile spagnola e promotore della cosiddetta socioterapia nell’ospedale di St. Alban, non è avvenuto invano. Certamente Fanon ci appare rimpinzato di fenomenologia e di esistenzialismo. Quando, nella pagina finale di Pelle nera, maschere bianche, scrive che «la densità della Storia non determina nessuno dei miei atti» sentiamo anche troppo l’influenza sartriana. «Io sono il mio proprio fondamento», aggiunge in puro stile rive gauche. «Ed è superando il dato storico, strumentale, che introduco il ciclo della mia libertà», conclude con parole fatte apposta per suscitare diffidenza tra i marxisti8.

Ma cos’è il marxismo, in quegli anni, in Europa occidentale? L’umanismo furbo e sorvegliato di Roger Garaudy? Lo storicismo accorto e proteiforme di Palmiro Togliatti? Sta per andarsene Stalin. Dopo sarà la volta del disgelo, della coesistenza pacifica, delle vie nazionali e democratiche al socialismo. L’umanismo di cui parla Fanon in chiusura del suo primo libro, acre e non perfettamente calcolato, è sicuramente un’altra cosa. Sarà anche ingenuamente sartriano, ma, nella sua autenticità radicale, ha il merito di cercare le stesse cose che hanno già cercato e trovato i cinesi e i vietnamiti, che stanno per sperimentare gli algerini e che, di lì a qualche anno, anche Castro e Guevara incontreranno nella Sierra Maestra di Cuba.

Così Frantz Fanon decide di lasciare la Francia. Non bisogna pensare a chissà quale disegno. Nella sua breve parabola non agisce alcuna predestinazione. Vorrebbe lavorare qualche anno in Africa nera e poi tornare in Martinica. Ma si libera un posto nell’ospedale psichiatrico di Blida-Joinville, e Fanon accetta, trasferendosi a cinquanta chilometri da Algeri nel novembre del 1953. Un anno e mezzo prima, su «Esprit», è uscito un suo articolo intitolato La «sindrome nordafricana». Sono poche pagine davvero magnifiche, di una bellezza insostenibile. Gli arabi inurbati nella metropoli non sanno spiegarsi. Hanno male dappertutto. Il dottore alla fine si stufa di interrogarli, e conclude che sono tutti millantatori, tutti furbi. Fanon illustra questo dialogo fra sordi senza chiamare in causa cattive volontà. La comunicazione non funziona perché non può funzionare. Badate, la Storia della follia nell’età classica di Foucault è del 1961. Siamo quasi dieci anni prima. Fanon scrive: «questo corpo che sono costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo che non è più del tutto un corpo, o almeno lo è due volte, in quanto stordito dallo spavento – questo corpo che mi chiede di essere ascoltato senza esitare – provocherà in me una rivolta»9.

Ecco la disposizione d’animo, la Stimmung se volete, catturato nella quale Fanon sbarca in Nordafrica. Un anno dopo, il 1° novembre 1954, con una serie di azioni dimostrative, il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino annuncia la propria fondazione e la lotta armata contro l’occupazione coloniale. Nel suo ospedale, Fanon cura torturatori e torturati. Ma non c’è e non ci può essere equidistanza, sicché nel 1956 lo psichiatra brillante e senza dubbio evoluto, rassegna le sue dimissioni dal dispensario coloniale. Scrive un’acida lettera a Robert Lacoste, proconsole del governo francese, nella quale definisce lo statuto dell’Algeria «una disumanizzazione sistematica»10. Anche qui, registriamo di passaggio che Lacoste era stato una figura di rilievo della resistenza francese al nazismo, e che, per quanto riguarda l’Algeria, si era adoperato in prima persona per reprimere nel sangue l’insurrezione dell’FLN.

Insomma, lo stridore dei comportamenti, delle scelte, degli interessi e delle ideologie è davvero assoluto. Ma questa è la famosa Storia, la Weltgeschichte che avanza triturando ogni cosa, e nella quale Fanon scivola di buon grado, senza rinnegare le complicate atmosfere esistenzialistiche di cui si è nutrito a Parigi. Perciò, senza tante chiacchere, abbandona il suo posto di lavoro da psichiatra a Blida-Joinville, ed entra al servizio del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino. È il punto di svolta. Lo è come per chiunque giunga a sottomettere il proprio io a una potenza trascendente, sovrapersonale: la potenza materiale di una comunità in lotta.

Questo è il Fanon che tutti conosciamo. I combattenti non sono intellettuali, e non sono psichiatri. Loro compito non è guarire, ma organizzare in modo efficace la rabbia dei colonizzati contro i colonizzatori. Da parte sua, lo psichiatra antillano è nelle condizioni migliori per analizzare, comprendere e giustificare il guanto di sfida che gli algerini hanno lanciato al dissennato orgoglio francese. Dietro la retorica della République c’è solo violenza: una usurpazione cieca e inumana travestita di civiltà. È dunque inevitabile tagliare i ponti. È sano e necessario adottare un punto di vista che la faccia finita, una volta per sempre, con il linguaggio democratico dei torturatori.

Negli anni Venti, in Europa, questo modo di ragionare si chiamava spirito di scissione. Negli anni Trenta, Brecht inseguiva ancora questa congiunzione di radicalità e realismo, ricordando agli scrittori democratici riuniti per combattere il fascismo che le crudeltà di Hitler e Mussolini erano crudeltà necessarie11. Che lo sappia o meno, che lo desideri o meno, Fanon si muove su questa linea. Lo si vede bene negli articoli scritti per «El Moudjahid» tra il 1957 e il 1960. Uno, in particolare, merita di essere ricordato per la lucidità portata all’estremo che lo caratterizza. Il pezzo si intitola L’Algeria e i torturatori francesi, e in esso Fanon si fa beffe degli scrupoli di coscienza del colonialismo democratico:

I francesi che si indignano per la tortura, o ne deplorano l’uso massiccio, fanno immancabilmente pensare alle anime belle di cui parlava il filosofo, e l’appellativo di “intellettuali stanchi” che gli è stato affibbiato dai loro compatrioti Lacoste e Lejune è davvero pertinente. Non è possibile volere insieme il mantenimento del dominio francese in Algeria e condannare i mezzi impiegati per mantenerlo12.

Chiunque abbia partecipato a una lotta giunta all’impiego delle armi contro una nazione o una classe dominante e oppressiva, chiunque l’abbia studiata e capita sul serio, sa che Fanon ha perfettamente ragione. E ha perfettamente ragione anche quando parla di «perversione morale», mettendo a nudo l’ipocrisia degli intellettuali atterriti dalla disumanizzazione provocata nella gioventù francese dal suo impiego nelle operazioni di repressione dei patrioti algerini. «Solo le conseguenze morali di tali crimini sull’animo dei francesi – egli scrive – hanno un qualche interesse per questi umanisti»13. L’accento batte sempre sullo stesso punto: le maschere democratiche del colonialismo, la mistificazione del dialogo, che costituisce una potente e subdola arma di riserva dell’oppressione, nella misura in cui riesce a infiltrare la coscienza dell’oppresso, appannando la concretezza priva di illusioni di cui il combattente ha bisogno come dell’aria. Per questo, Fanon non dà tregua agli stessi scrittori e artisti neri, chiedendo loro di togliere la sordina alla tromba del «vecchio negro preso tra cinque whisky»14. Per questo, di fronte alla richiesta di presa di distanze da questa o quella azione troppo cruda della guerriglia, ribatte sarcastico: «Quindi la lotta di un popolo per la propria indipendenza deve essere cristallina se vuole l’appoggio dei democratici»15.

Lo sguardo febbrile che il lettore francese di Pelle nera, maschere bianche non poteva evitare di sentire addosso con qualche turbamento, ha acquisito ormai un orizzonte solido: una prospettiva sfacciatamente autonoma, la cui autosufficienza è proclamata senza giri di parole di fronte alla tracotanza dello Spirito europeo. Agli scrittori e artisti neri riuniti a Roma nel 1959, Fanon ricorda che, in fondo, le «recriminazioni amare e disperate», le «violenze spiegate e sonanti», tranquillizzano l’oppressore. È necessaria invece una «letteratura di battaglia» che sia «volontà temporalizzata». «Il presente – intimorisce quasi Fanon con parole che sembrano sgocciolare da una sala di chirurgia o da un mattatoio – non è più chiuso su se stesso ma squarciato»16.

Eppure, non si deve credere che questo squarcio consista soltanto nella violenza rivoluzionaria agita senza complessi di colpa. Nell’Anno V della rivoluzione algerina, Fanon insiste molto sul lato costruttivo della lotta per l’indipendenza. Un popolo che combatte, che compie sacrifici inauditi per raggiungere la propria liberazione, è un insieme di donne e di uomini che trasforma se stesso in modo irreversibile. L’Algeria si toglie il velo segue l’evoluzione del ruolo della donna nella lotta armata con una partecipazione psicologica e una finezza di analisi che ancora oggi lasciano sbalorditi17. E, in generale, la rivoluzione è sempre, per Fanon, l’«ossigeno che inventa e prepara una nuova umanità»18.

Giungiamo così al cuore del problema. Qual è la cifra più autentica del particolare umanismo fanoniano? Se ne è discusso a lungo, per l’ovvio motivo che I dannati della terra è stato considerato spesso, anche da molti marxisti, una esagerata e vitalistica apologia della violenza, scritta convulsamente da un uomo che sapeva di avere i giorni contati. A questa percezione ha del resto contribuito l’affascinante e controversa prefazione ai Damnés stesa da Jean-Paul Sartre, che aggiungeva minaccia a minaccia, e trasformava il testo di Fanon in una specie di ultimatum rivolto alla coscienza occidentale. Senza dubbio la prosa di Fanon non risparmia al lettore le iperboli, e non è fatta per acquietarlo in «quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell’equilibrio»19. C’è anche del compiacimento nel suo modo di scrivere: una carnalità del linguaggio che si esprime talora in immagini veramente furenti. La rivoluzione popolare è presentata come una «tremenda macchina impastatrice e frangitrice»20. E l’uomo della roncola fa paura, inutile negarlo. Ma i progetti di Fanon sull’Africa, le sue amare considerazioni sulle «disavventure della coscienza nazionale», l’attenzione che egli ripone su una idea di mondo potenzialmente emancipata dai ritmi irragionevoli e disastrosi del capitalismo, ci dicono molto sul suo programma di «disalienazione». Quando infatti, acutamente, lo psichiatra antillano parla di «una brutalità e un disprezzo delle sottigliezze e dei casi individuali che è tipicamente rivoluzionario», si affretta poi a distinguerla dalla «brutalità pura, totale» che va recisamente combattuta, onde evitare disfatte rovinose e repentine21. Dentro la guerra, la linea di confine fra i due atteggiamenti non si traccia facilmente. E non è nemmeno detto che corrisponda al rassicurante parametro aritmetico della partecipazione popolare. Su questo Fanon torna e ritorna nel tormentato capitolo intitolato «Grandezza e debolezza della spontaneità». Il marxista dottrinario può leggere queste pagine con il sorriso stampato in faccia di chi sa già tutto in anticipo. Ma non ci guadagna molto. E perde l’occasione di pensare daccapo le formule scolpite nel marmo dell’ortodossia, confrontandole con il processo vivo di fenomeni sociali drammatici, che inventano la storia nel vivo del suo farsi.

Del resto, checché se ne dica, Fanon non posava a teorico della rivoluzione algerina. Ma è difficile negare che i Dannati della terra raggiunga spesso accenti profetici di inusitata prepotenza. La conclusione del libro lascia indubbiamente emozionati.

La colossale semplicità dell’invito sembra quasi compensare l’implacabile ferocia con la quale molti ragionamenti sono stati proposti al lettore. «Per l’Europa – scrive Fanon – , per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo»22. Si capisce alla fine, si capisce meglio perché Fanon abbia voluto intitolare la sua ultima opera (sapendo che sarebbe stata l’ultima) al primo verso dell’Internazionale. Debout, les damnés de la terre, aveva scritto Eugène Pottier, reduce dal massacro della Comune. Versi forti, apocalittici. Occorre fare tabula rasa del passato, non siamo niente e saremo tutto, uniamoci nella lotta finale, l’Internazionale sarà il genere umano23. Fanon deve avere letto queste parole davvero molte volte, prima di scegliere il titolo del suo libro. L’umanismo a cui si appellava era dunque vero, ma assai esigente. E il cammino della sua opera lo attesta fuori da ogni dubbio, capace come si è dimostrato di ravvivare e sorreggere l’impegno teorico e pratico, le scelte individuali e collettive, di tanti rivoluzionari in moltissimi paesi.

Detto questo, sull’influenza del pensiero di Fanon nei due decenni successivi alla comparsa dei Damnés è bene non fare della retorica o del facile semplicismo. Fanon non è Mao Tse Tung. E non è nemmeno Guevara. C’è una irregolarità del suo pensiero che non può essere addomesticata, né sistemata in comode categorie. Inoltre, è bene rammentare che lo psichiatra antillano non svolse mai funzioni di effettiva dirigenza nella lotta di liberazione algerina. In nome dell’FLN ricoprì sicuramente incarichi diplomatici delicati nel contesto del primo panafricanismo. E fu anche protagonista di una missione nell’Africa subsahariana (di cui rimane un breve ma intenso taccuino di viaggio)24, intrapresa con l’obiettivo di saggiare la possibile apertura di un nuovo fronte Sud nella guerra algerina. È commovente apprendere che, ormai malato senza speranza, pensò di trasferirsi a Cuba come rappresentante permanente del Governo Provvisorio Algerino. E non è meno significativo che, durante la breve degenza nell’ospedale americano in cui trovò la morte, abbia dichiarato a un esponente del Dipartimento di Stato Americano che negli anni a venire l’imperialismo statunitense si sarebbe dovuto scontrare con le guerriglie in America Latina e con le rivolte dei neri nei ghetti delle metropoli25. Sappiamo che Fanon era molto sfiduciato nei confronti del proletariato europeo e dei suoi dirigenti politici e sindacali. Sappiamo anche che, proprio nei Dannati della terra, questa diffidenza raggiunge anche il proletariato indigeno impiegato nelle fabbriche e nei servizi delle città algerine, giacché ritenuto compromesso nei meccanismi di privilegio indotti dal colonialismo. D’altra parte, è sufficiente leggere l’articolo scritto da Fanon in morte di Patrice Lumumba, per capire quanto e come il credito da lui riposto nelle masse contadine africane dovesse confrontarsi con problemi tragici e complessi. La «fiducia sconfinata nel popolo» di cui Lumumba aveva dato prova eroica, sino al sacrificio della vita, non era bastata. Alla prima grande crisi del suo nuovo cammino, l’Africa si era dimostrata disunita, e aveva dimenticato «che il nemico non retrocede mai sinceramente. Che non impara mai. Capitola, ma non si converte»26.

Leggendo queste parole amare, e anche pensando alle critiche rivolte da Fanon alla borghesia coloniale proprio nei Damnés, o agli sviluppi delle vicende algerine successive al conseguimento dell’indipendenza, si potrebbe dare la stura a quella malinconia postmoderna di cui parlavamo all’inizio, che in fondo è la gemella rovesciata dei peggiori e più grotteschi trionfalismi novecenteschi. Ma la verità è che Fanon ha vissuto e pensato dentro un intero mondo che stava alzando la testa, insieme a enormi masse di donne e di uomini che si erano messe in moto, disposte a pagare per questo prezzi altissimi. Egli dice: non scrivo per gli europei, non servirebbe a niente. E, alludendo alla sua stessa biografia, parla del letterato colonizzato che sceglie di rompere i ponti dietro di sé, e «passa di stupore in stupore (...) letteralmente disarmato dalla buona fede e dall’onesta del popolo». Per gli intellettuali, incalza, è una fortuna «seppellirsi tra il popolo». Non è un rifugio, e nemmeno una nicchia protetta. È una comunità che, finalmente, ha imparato a infischiarsene dei valori creati per domarla, e, a buon bisogno, per ucciderla. Questi valori, la massa colonizzata adesso li insulta: «li vomita a gola spiegata»27.

Sì, li vomita proprio. Come il vecchio di Patmos che urlava: «poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca»28. È facile quindi intendere la prima ricezione europea di Fanon, il cui discorso venne accolto principalmente come domanda scomoda e tagliente, come fatto quanto mai perturbante, capace di imbarazzare le sicurezze morali di una sinistra ammalata di coesistenza pacifica e di lungimiranti guerre di posizione. Ancora oggi, ad esempio, fa pensare il giudizio olimpico di Simone De Beauvoir. Pur rammentando la completa consonanza di vedute fra Sartre e l’intellettuale martinicano, la cui vita «sembrava un’avventura tragica, spesso orribile, ma di un valore infinito», il Castoro definì I dannati della terra «un manifesto del Terzo Mondo, eccessivo, rigido, incendiario, ma anche complesso e sottile»29. Con meno finezza e più impeto, una giovane Grazia Cherchi si espose nei “Quaderni Piacentini”, presentando i Damnés come il «massimo documento teorico della rivoluzione dei popoli coloniali»30. Ben altra ponderazione venne invece impiegata sulla allora più autorevole “Rinascita”, dove Romano Ledda parlò del libro maneggiandone con diplomazia la radicalità, ma sottolineando anche, con un tocco di paternalismo togliattiano, il «limite» della visione totalmente anti-europea31.

Il problema c’era. Non si poteva far finta di niente. La carica di violenza del libro era difficile da occultare. E la prefazione di Sartre amplificava a dismisura l’intemerata rivolta all’Europa, culla del movimento operaio, ancora fresca della resistenza al nazifascismo, e ciononostante tiepida e guardinga verso i problemi esplosivi determinati dalla lotta anti-coloniale. Non a caso, le riflessioni più interessanti vennero da due interpreti che partivano da una prospettiva asiatica. Enrica Collotti Pischel, nel 1962, pubblicò un lungo e interessante articolo che era di fatto un colloquio rispettosissimo intessuto con Fanon, e condotto principalmente alla luce dell’esperienza maoista32. Un anno dopo, sulla rivista teorica del Partico Comunista Francese, lo storico vietnamita Nguyễn Khắc Viện, sotto lo pseudonimo di Nguyen Nghe, fece uscire un saggio abbastanza ortodosso, che, data l’ormai avvenuta indipendenza algerina, nelle intenzioni dei redattori della rivista doveva serviva a sistemare e proteggere la precedente ignavia dei comunisti francesi sotto l’ombrello dei ragionamenti formulati da un anti-colonialista marxista al di sopra di ogni sospetto33. In effetti, il vietnamita si dimostrava assai più rigido dell’italiana, che, da parte sua, rifiutava di «mettere alla prova» le tesi di Fanon nel quadro, facile e scontato, della schematizzazione del marxismo. Ma entrambi gli scritti erano pieni di acume. Ricollegavano le affermazioni dello psichiatra antillano alle prime riflessioni anti-coloniali del Comintern. Davano respiro alle sue affermazioni più aspre, collocandole nel quadro della gigantesca ondata iniziata, militarmente ma anche eticamente, con la rivoluzione cinese. Gli riconoscevano soprattutto la capacità di esprimere, con il linguaggio della collera, la forza creativa e insospettata delle masse impegnate in una guerra di liberazione.

Masse, però, erano anche quelle che nel 1960 avevano cacciato Tambroni rivoltando il selciato di Genova, e si erano gettate all’assalto della sede della UIL torinese di piazza Statuto nel 1962. Mario Tronti si apprestava a scrivere Lenin in Inghilterra, un saggio quant’altri mai lontano dalle atmosfere fanoniane. Ma un anno prima, ancora sui “Quaderni Piacentini”, Giovanni Giudici aveva provato a confrontarsi con Fanon, chiedendosi dove potesse trovarsi in Italia nientemeno che l’uomo della roncola. Il poeta parlava di filo-cinesi, della dissidenza operaia che iniziava a decollare nelle fabbriche, dell’alienazione dei tecnici, individuando in queste figure i fratelli in potenza dell’algerino furibondo di Fanon. D’altra parte Giudici osservava che, all’inizio del XIX secolo, anche gli operai organizzati nelle prime associazioni di lotta avevano dovuto rompere con il filantropismo ipocrita degli umanisti borghesi, fottendosene dell’universo di valori del citoyen democratico. Niente poteva escludere che il velo sonnolento della guerra di posizione venisse strappato da un nuovo coagulo di forze capaci non di «dialogare», ma di lottare a fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo. Tuttavia, avvertiva il poeta, su questi nuovi guastafeste del neocapitalismo europeo, si sarebbero abbattute le solite accuse: teppisti, provocatori. Il marchio dell’infamia era pronto a scaricarsi su di loro, impresso non solo dalla destra padronale, ma anche da una sinistra ufficiale, che non rinunciava a proiettare la sua morale esausta sui destini della rivoluzione mondiale, ipotecando la nascita di un vero orizzonte comune fra gli oppressi di tutti i continenti34.

Ebbene, l’orizzonte comune iniziò a delinearsi ben presto, in un gioco di rimbalzi che oggi appare straordinario. Nel 1971, infatti, Giovanni Pirelli (sicuramente l’uomo che aveva fatto più di chiunque altro per far conoscere Fanon in Italia) poteva scrivere: «Una decina di anni è trascorsa. Nel frattempo è accaduto questo: messo al bando e infine ignorato dal marxismo ortodosso e dai radicali europei così come dai leaders più “socialisti” dei paesi di nuova indipendenza, Fanon ha trovato cittadinanza e sempre più ne trova tra le nuove generazioni e nelle nuove situazioni di lotta»35.

Cosa era successo? Non pretendiamo di esaurire la materia. Ci limitiamo a mettere in fila qualche fatto.
A Cuba, il poeta haitiano René Depestre fa conoscere Fanon a Guevara, che nell’aprile del 1964, nel corso di un viaggio a Parigi, discute con Maspero di una sua possibile prefazione a un’edizione cubana dei Dannati della terra 36.

A dicembre dello stesso anno il Che rilascia una intervista a Josie Fanon, moglie di Frantz, nella quale definisce l’Africa «uno dei più importanti, se non il più importante, campo di battaglia contro tutte le forme di sfruttamento esistenti nel mondo»37. Non sono parole dette in ossequio alla vedova dell’uomo sepolto in incognito nelle terre algerine. Guevara parte davvero per il Congo. E si tratterà di una impresa silenziosamente sfortunata, drammaticamente incompiuta. Il Che ricompare a Cuba a marzo del 1965, per incamminarsi subito alla volta della Bolivia. Che ne avrebbe pensato Fanon? Domanda stupida. Ma nel primo numero della rivista “Tricontinental”, pubblicato nel settembre 1967, c’è il suo articolo sulla morte di Lumumba.

E poi succede un’altra cosa. Nei Damnés Fanon aveva proposto un giudizio, abbastanza originale dati i tempi, sul Lumpenproletariat:

Gli uomini che la popolazione crescente delle campagne, l’espropriazione coloniale hanno portato a disertare la terra familiare, girano instancabilmente attorno alle diverse città, sperando che un giorno o l’altro si permetterà loro di entrarvi. È in questa massa, è in questo popolo delle bidonvilles, in seno al Lumpenproletariat che l’insurrezione troverà il suo puntale urbano. Il Lumpenproletariat, coorte di affamati detribalizzati, declanizzati, costituisce una delle forze più spontaneamente e radicalmente rivoluzionarie del popolo colonizzato38.

Questo ragionamento arriva ad Harlem e produce quello che si dice un corto circuito. I neri sono una colonia interna degli Stati Uniti razzisti. Malcolm X muore nel 1965. È nato il 19 maggio del 1925. Anche per lui, nel 2025, ricorre il centenario della nascita. Detto di passaggio, anche Patrice Lumumba nasce nel 1925. È il caso, e non bisogna dargli troppa importanza. Ma non è un caso che Fanon si trasformi in benzina sul fuoco della lotta dei neri americani. Basta leggere Bobby Seale39, Stokely Carmichael40, Eldridge Cleaver41, George Jackson42, per capire quanto Fanon abbia contato nella lotta delle Black Panters. E da qui Fanon rimbalza di nuovo in Europa, ma stavolta senza produrre drammi di coscienza. Lo legge Rudi Dutschke, il leader della contestazione studentesca berlinese43; lo legge Renato Curcio a Trento44; lo leggono i militanti della Rote Armee Fraktion tedesca45; lo legge Bobby Sands nel carcere di Maze46; lo leggono i combattenti dell’ETA47, lo leggono i detenuti italiani, delle cui lotte dà conto la rubrica che, a partire dal giugno 1971, Lotta Continua inserisce nel proprio giornale, intitolandola, appunto, «I dannati della terra». Forse proprio qui, proprio in Italia, si compie il più concreto e drammatico innesto delle asprezze fanoniane in territorio europeo. Parliamo dei Nuclei Armati Proletari, costruiti nelle carceri, orgogliosi della loro provenienza dal Lumpenproletariat, capaci di lottare insieme agli operai di catena, e per i quali Fanon è un punto di riferimento assoluto48. Insomma, spinto dalle correnti nemmeno troppo misteriose che animano le lotte degli oppressi, l’autore di Pelle nera, maschere bianche torna nell’Europa che aveva abbandonato con furia e amarezza. È un’Europa che lo capisce. È un’Europa che lo miscela senza problemi con Mao e Guevara, perché scommette in proprio, capace di guadagnarsi, per questo, il rispetto degli uomini con la roncola. Vogliamo dirlo? Insieme a questa Europa Fanon combatte. Insieme a questa Europa Fanon viene sconfitto.

Ora, è stupefacente che, nella sterminata letteratura fanoniana alimentata e stimolata dai rispettabilissimi studi postcoloniali, di tutto questo, molto spesso, non ci sia quasi nulla. Nel frattempo qualcuno ha anche cominciato a parlare di Schmitt, e delle analogie fra l’inimicizia assoluta teorizzata dal giurista nazista e l’odio muscolare rivendicato dallo psichiatra antillano. La cosa è molto originale. Nel contesto degli studi dedicati ai Global Sixties, può anche gettare un ponte, una vera liaison dangereuse, fra i Dannati della terra e Operai e capitale. Ma noi siamo meno brillanti. E, dato il nostro semplicismo, a questo punto vogliamo domandare: dove è finito Frantz Fanon? Nei dipartimenti delle università? Nei convegni internazionali dei cultural studies? Nelle citazioni dei letterati preoccupati di impreziosire le loro inquietudini con qualche espressione particolarmente cruda?

Certo è così. Ma non è solo così. Ci sono movimenti carsici della storia che riallacciano fili apparentemente spezzati. Ci sono rami a prima vista estinti che riprendono vita in modo complicato e doloroso. Guardate l’insieme di sollevazioni, militari e non, che hanno scosso l’Africa negli ultimi anni mettendo in crisi la morsa continentale dell’imperialismo francese e americano. Fate attenzione ai Mapuche. Osservate le banlieues francesi. Date un’occhiata al comportamento dei ragazzini che vivono in Italia come immigrati di seconda generazione, e iniziano a riunirsi in bande per depredare la jeunesse dorée delle movide romane e milanesi. Abbiamo incominciato parlando di una attualità traumatica di Fanon. Chiudiamo proponendo un esperimento. Leggete, o rileggete, I dannati della terra. Poi prendete il testamento di Yahya Sinwar, scritto nei tunnel di Gaza. Provate. Leggete. Sentite l’effetto che fa.

Note

  1. Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino,, p. 53.  
  2. Ivi, p. 16.  
  3. Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche, Pisa 2015, p. 97.  
  4. Ivi, pp. 202-204.  
  5. Ivi, p. 100.  
  6. Ivi, pp. 196-197.  
  7.  Ivi, p. 204.  
  8.  Ivi, p. 207.  
  9.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, Roma 2006, p. 27.  
  10.  Ivi, p. 63.  
  11.  Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Torino 1975, pp. 132-136.  
  12.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 75.  
  13.  Ivi, p. 79.  
  14.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 179.  
  15.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 94.  
  16.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 176-177.  
  17.  Frantz Fanon, Sociologia della rivoluzione algerina, Torino 1963, pp. 23-50.  
  18.  Ivi, p. 145.  
  19.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 242.  
  20.  Ivi, p. 16  
  21.  Ivi, p. 97.  
  22.  Ivi, p. 244.  
  23.  Eugène Pottier, Chants révolutionnaires, Paris 1937, p. 29-31.  
  24.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 169-180.  
  25.  Si veda, per queste notizie, la nota biografica redatta da Giovanni Pirelli e contenuta in Frantz Fanon, Opere scelte, I, Torino 1971, pp. 17-37.  
  26.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 181-186.  
  27. Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 10-14.  
  28.  Ap. 3, 16.  
  29.  Simone De Beauvoir, La forza delle cose, Torino 1966, pp. 562-567.  
  30.  “Quaderni Piacentini”, Anno I, n. 2-3, luglio 1962, pp. 26-28.  
  31.  “Rinascita”, Anno XIX, n. 10, luglio 1962, pp. 11-12.  
  32.  “Problemi del socialismo”, n. 9-10, settembre-ottobre 1962, pp. 834-864.  
  33.  “La Pensée”, Nouvelle Série, n. 107, février 1963, pp. 23-36.  
  34.  “Quaderni Piacentini”, Anno II, n. 12, settembre-ottobre 1963, pp. 4-12.  
  35.  Giovanni Pirelli, Frantz Fanon, in I protagonisti della storia universale, XIV, La pace e la rivoluzione, Milano 1971, p. 396.  
  36.  Pierre Kalfon, Il Che. Una leggenda del secolo, Milano 2003, p. 423.  
  37.  Ernesto Che Guevara, Opere, III, t. 2, Milano 1969, p. 340.  
  38.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 82.  
  39.  Bobby Seale, Cogliere l’occasione. La storia del Black Panther Party e di Huey P. Newton, Torino 1971, pp. 33-34, pp. 37-40.  
  40.  Stokely Carmichael, Potere negro, in Dialettica della liberazione, Torino 1969, pp. 77-78.  
  41.  Intervista con Eldridge Cleaver, in Il Black Panther Party, Torino 1971, p. 94.  
  42.  I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, Torino 1971, p. 31; George L. Jackson, Col sangue agli occhi, Torino 1972, p. 36, pp. 40-42, p. 142.  
  43.  Uwe Bergmann – Rudi Dutschke – Wolfgang Lefèvre – Bernd Rabehl, La ribellione degli studenti, ovvero la nuova opposizione, Milano 1968, p. 103, p. 116.  
  44.  Renato Curcio, A viso aperto, Milano 1993, p. 31. La circostanza trova conferma nel primo numero della rivista “Lavoro Politico” (1, ottobre 1967), dove un inserto monografico è dedicato al Potere Nero (pp. 25-37) con numerosi riferimenti elogiativi a Fanon. Per l’importanza di Fanon tra i militanti del nucleo originario delle BR cfr. anche Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano 2023 (2a ed.), p. 60.  
  45.  RAF, La guerriglia nella metropoli, vol. I, Verona 1979, p. 82; vol. II, Verona 1980, p. 30. Ma cfr. anche, in maniera più completa, le occorrenze presenti nel lungo e importante documento del gennaio 1976, riprodotto integralmente in Rote Armee Fraktion, Texte und Materialen zur Geschichte der RAF, Berlin 1997, pp. 198-265.  
  46.  Richard English, Armed Struggle. The history of the IRA, New York 2003, pp. 197-199, 234-235; Denis O’Hearn, Nothing but an unfinisched song. Bobby Sands, the irish hunger striker who ignited a generation, New York 2006, pp. 52-55.  
  47.  La raccolta Per la rivoluzione africana, pubblicata da Maspero nel 1964, fu tradotta in basco nel 1970 (Frantz Fanon, Afrikar iraultzaren alde, San Sebastian 1970); ma già la famosa Carta a los intelectuales, del 1965, appare influenzata dalle esortazioni fanoniane agli scrittori neri.  
  48.  Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Milano 2018 (2a ed.), p. 87.

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25/10/2024

I BRICS al crocevia tra declino dell’egemonia occidentale ed emergere del mondo multipolare

Il consigliere agli affari esteri del Presidente Putin, Yuri Ushakov, ha rivelato in una conferenza stampa tenutasi il 10 ottobre quali sono state le risposte agli inviti al summit dei Brics (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica), che si sta svolgendo, dal 22 al 24 ottobre, a Kazan, in Russia.

Alcuni commentatori e analisti non hanno esitato a concludere che il gruppo è in procinto di sciogliersi, sulla base di contraddizioni reali, come il rifiuto della candidatura algerina all’ultimo allargamento. Le speranze di questi pseudo-esperti si sono puntualmente infrante, dato che questo nuovo vertice promette un’affluenza significativa.

Yuri Ushakov riassume così le risposte agli inviti al vertice di Kazan: “Gli inviti al vertice sono stati mandati a trentotto Paesi. Trentadue hanno già confermato la loro partecipazione, ventiquattro dei quali saranno rappresentati dai loro leader. Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, e la Presidente della nuova banca BRICS, la brasiliana Dilma Roussef, hanno confermato la loro partecipazione”.

Tra i capi di Stato attesi ci sono il cinese Xi Jinping, l’iraniano Massoud Pezeshkian, il turco Recep Tayyip Erdogan, l’egiziano Al-Sissi e il brasiliano Lula da Silva.

La semplice lettura dei nomi dei capi di Stato che hanno confermato la loro partecipazione sottolinea la natura specifica dei BRICS: un raggruppamento che non si basa su un’intesa ideologica, ma sul riconoscimento di interessi materiali e politici comuni.

Questa specificità è al contempo una forza e una debolezza. Un punto di forza perché esiste una base materiale concreta per quest’unione, ossia l’interesse condiviso nell’allentare la morsa dell’egemonia occidentale a guida statunitense. Ma anche una debolezza perché tale eterogeneità porta con sé molte contraddizioni, contraddizioni che chi ha più da perdere dal lavoro del gruppo non esiterà a fomentare.

Nella presentazione del vertice, il diplomatico russo non ha nascosto le difficoltà incontrate dai BRICS: “Il titolo BRICS assomiglia alla parola inglese ‘brick’. I BRICS stanno cercando di costruire un ponte verso un ordine mondiale più equo, mattone dopo mattone. Questo è possibile nonostante la nostra diversità, perché il nostro gruppo ha un carattere multipolare, che riunisce il Sud globale e l’Oriente, per agire come contrappeso all’egemonia occidentale e agli Stati Uniti”.

Il numero di paesi candidati non smette di crescere. Il più recente, la Turchia, ha presentato formale richiesta di adesione, aggiungendosi a un elenco di 59 Paesi candidati che vanno dal Venezuela alla Thailandia, dalla Malesia alla Colombia.

Un allargamento tale non va da sé e si annuncia rischioso per il progetto multipolare stesso. Fatto che ha portato la Russia, il 25 giugno scorso, a proporre una pausa alle adesioni in attesa di un perfezionamento delle condizioni di selezione per l’ingresso nei BRICS. Tra queste condizioni, il viceministro degli Esteri russo Sergei Riabkov ha proposto la seguente: “Non partecipare alla politica illegale di sanzioni internazionali e misure restrittive applicate contro altri Paesi”. Questo esempio illustra che non siamo di fronte alla costruzione di una nuova egemonia, ma di un processo pragmatico e graduale volto all’approfondimento della logica multipolare.

Naturalmente, i Paesi che attualmente dominano le istituzioni internazionali faranno di tutto per acuire i dissapori all’interno di un gruppo così eterogeneo.

I consigli mirati ad approfondire queste divergenze non mancheranno, come non mancheranno i tentativi di ingerenza attraverso paesi membri, così come fioriranno anche gli articoli giornalistici con proclami riguardo la rottura imminente del gruppo, presentando la sua eterogeneità come una contraddizione irrisolvibile tramite la negoziazione. Due esempi recenti lo dimostrano.

Il primo è quello del Venezuela di Nicolas Maduro, candidato all’adesione sostenuto da Russia e Cina, mentre un altro peso massimo dei BRICS, il Brasile di Lula Da Silva, si rifiuta ancora di riconoscere i risultati delle elezioni presidenziali dello scorso luglio, vinte da Maduro.

A questo proposito, va notato che lo stesso partito politico di Lula, il Partito dei Lavoratori, riconosce la vittoria di Maduro. Il Presidente Lula è arrivato persino a pubblicare un appello congiunto con Joe Biden, così riassunto in un comunicato stampa della Casa Bianca del 30 luglio: “I due capi di Stato hanno concordato sulla necessità di pubblicare immediatamente dati elettorali completi, trasparenti e dettagliati per ogni seggio elettorale da parte delle autorità elettorali venezuelane”.

Un comunicato del genere è indubbiamente un’ingerenza negli affari interni del Venezuela e contraddice anche il principio di non interferenza difeso dai BRICS fin dalla loro creazione. Naturalmente, la stampa si è riempita di articoli celebranti questa divergenza nei BRICS e che dichiaravano impraticabile la loro esperienza.

Il secondo esempio è quello dell’Algeria, la cui richiesta di adesione è stata rifiutata durante l’ultimo vertice nell’agosto 2023, nonostante il sostegno di Russia e Cina.

Il quotidiano El Watan commentava così il rifiuto della candidatura algerina: “Assolutamente nessun argomento plausibile è stato avanzato per giustificare l’eliminazione dell’Algeria. […] L’Algeria è di gran lunga meglio posizionata di molti paesi ammessi nell’organizzazione. […] La verità è che un paese membro dei BRICS, obbedendo a interessi meschini ben lontani dal puro rigore economico, ha messo il suo veto con un’insistenza quasi teatrale. Questo paese ha agito sotto gli ordini di un modesto emirato del Golfo, che orchestra dietro le quinte una pressione tanto subdola quanto ‘strategica’ sugli altri membri, assicurandosi così che l’Algeria venisse eliminata”.

L’accusa algerina è avvalorata dal giornale inglese The Cradle, del 29 agosto 2023, che afferma a sua volta l’esistenza di una richiesta francese all’India affinché questo paese eserciti il suo diritto di veto sulla candidatura algerina.

“I servizi segreti francesi hanno contattato i loro omologhi indiani prima del vertice dei BRICS+ per esortare Nuova Delhi a opporre il suo veto all’ingresso dell’Algeria nel blocco. […] Le tensioni tra Parigi e Algeri si sono accentuate dopo che una giunta militare ha rovesciato il governo sostenuto dalla Francia in Niger, ultimo esempio di un crescente movimento anti-occidentale nel Sahel. Da allora, l’Algeria si è opposta a un’operazione militare della CEDEAO in Niger, mettendo in avanti, invece, il ruolo della diplomazia nella ricerca di una soluzione pacifica alla crisi, rifiutando anche di concedere l’autorizzazione agli aerei militari francesi di sorvolare lo spazio aereo algerino”.

Il risultato di questa crisi è stata la rinuncia dell’Algeria all’adesione ai BRICS, annunciata alla stampa dal presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune il 5 ottobre scorso. Molti commentatori si sono nuovamente infiammati per annunciare una “crisi del multilateralismo” per alcuni, un “isolamento dell’Algeria” per altri, un “freddo tra Algeri e Pechino” e/o tra “Algeri e Mosca” per altri ancora.

Tuttavia, in una conferenza stampa con i giornali algerini, il presidente Tebboune ha ricordato che l’Algeria mantiene la sua adesione alla banca dei BRICS con un contributo di 1,5 miliardi di dollari: “La banca dei BRICS è da considerare come la nuova banca di sviluppo, equivalente alla Banca mondiale, con un capitale altrettanto significativo”. Quanto all’isolamento dell’Algeria, ha precisato: “Alla fine, coloro che si sono opposti alla nostra adesione ai BRICS hanno in realtà servito i nostri interessi e i nostri amici rimangono nostri amici”.

Senza essere un’alleanza ideologica omogenea né gruppo completamente inconsistente, i BRICS appaiono così come l’espressione di un’aspirazione a un mondo multipolare anti-egemonico. Questa aspirazione multipolare non si limita ai BRICS, anzi. Lo sviluppo dei BRICS dipenderà dall’evoluzione dei rapporti di forza interni e dalla loro capacità di resistere alle ingerenze esterne attraverso paesi membri interposti.

Fonte

08/08/2024

La Francia si allinea al Marocco sul Sahara Occidentale e ne beneficia Tel Aviv

Martedì 30 luglio, annunciando il proprio sostegno alla posizione del Marocco sulla questione del Sahara occidentale, la Francia, come ha scritto Le Monde in un editoriale dedicato all’argomento, “ha riconosciuto il totale fallimento della sua politica di riconciliazione con Algeri”.

La reazione algerina a questa importante svolta della diplomazia francese nel Maghreb non si è fatta attendere. Poche ore dopo la pubblicazione dei comunicati francese e marocchino, Algeri – che era stata avvertita dell’iniziativa diversi giorni prima dal governo francese – ha ritirato il suo ambasciatore a Parigi, accusando la Francia di “violare la legalità internazionale”.

È stata chiara l’incapacità del nuovo ordine mondiale emerso con la fine del mondo bi-polare di risolvere politicamente alcuni scottanti questioni, ereditate dal colonialismo.

Queste si sono rivelate vere e proprie bombe ad orologeria nel mondo attuale, dalla Palestina passando per la Nuova Caledonia, giungendo al Sahara Occidentale.

L’Algeria è la maggiore sostenitrice del Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del Sahara occidentale dopo la fine del dominio coloniale spagnolo.

L’Eliseo ha colto l’occasione del venticinquesimo anniversario dell’ascesa al trono di re Mohammed VI per rendere pubblica una lettera indirizzata al sovrano dal capo di Stato francese.

La Francia considera il piano di autonomia del 2007 del Marocco per il Sahara occidentale come “l’unica base per raggiungere una soluzione politica equa, duratura e negoziata”. È da notare come Parigi in precedenza ritenesse che il piano marocchino fosse solo “una base di discussione”.

Un’involuzione della politica dell’Esagono in una questione tornata di stringente attualità, soprattutto da quando il regno marocchino ha usato il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara Occidentale come moneta di scambio con la diplomazia statunitense.

Essa è infatti stata la controparte che, sotto l’amministrazione Biden, ha accompagnato la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele all’interno di quelli che erano i cosiddetti “Accordi di Abramo” patrocinati dagli Stati Uniti e sviluppati sotto l’amministrazione Trump.

Prima di questi, bisogna ricordarlo, solo due Stati arabi riconoscevano Israele: l’Egitto e la Giordania. L’Arabia Saudita era in procinto di avviare tale processo prima dell’operazione “Diluvio di Al Aqsa” del 7 ottobre, insieme a EAU, Bahrein e Sudan.

Tornando a Parigi, questo cambio di rotta da parte della Francia, che ora riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, va oltre la storica inversione di rotta fatta in precedenza dal governo spagnolo.

Nel marzo 2022, Madrid aveva dichiarato di considerare il piano marocchino come “la base più seria, realistica e credibile per risolvere la disputa” sul Sahara Occidentale, ponendo fine a quasi un anno di dispute con Rabat che non aveva esitato a usare la pressione migratoria per far cedere la Spagna.

Insomma, la Francia si pone, insieme agli USA, come testa di ponte di un processo che ha ripercussioni evidenti sul dossier medio orientale, considerato il ruolo di perno filo-israeliano che il regno marocchino, a differenza di quello che vorrebbe la maggior parte della sua popolazione, ha assunto nella regione.

Questo ruolo è rafforzato dalla funzione svolta da Algeri nel patrocinare l’unità tra le organizzazioni palestinesi e riporre la questione palestinese al centro delle politiche della Lega Araba, già da prima del 7 ottobre. E non da ultimo, nell’essere stata il maggior sponsor del rientro in tale consesso della Siria di Bashar al Assad.

Il cambiamento di posizione francese giunge inoltre al termine di un periodo di forti tensioni tra Parigi e Rabat, in particolare per l’uso del software spia israeliano Pegasus da parte del Marocco.

Attraverso di esso, erano stati monitorati vari politici francesi, tra cui il Presidente della Repubblica, per sviluppare una campagna di stampa contro Emmanuel Macron e sulle risoluzioni del Parlamento europeo sponsorizzate dalla Francia con lo scopo di denunciare gli eccessi della strategia di influenza del Marocco in questo forum.

“Di fronte al deterioramento delle relazioni con il Marocco e con l’Algeria (...) la Francia ha rischiato di perdere su entrambi i fronti. Alla fine, l’ago della bilancia è stato il Marocco” afferma Le Monde nell’editoriale citato.

Naturalmente questa scelta di realpolitik francese è una vera e propria pugnalata alla schiena al popolo saharawi, che vede ulteriormente minato il suo diritto all’autodeterminazione, e rappresenta implicitamente un ancora maggiore allineamento francese alla politica filo-sionista di cui la leadership marocchina è pezzo da Novanta in Africa.

Rabat acquista un satellite israeliano per la guerra contro il Fronte Polisario

Non era stato fatto alcun annuncio ufficiale, ma secondo il giornale israeliano Calcalist, il Marocco ha ordinato due esemplari del satellite Ofek 13, progettato dalla Israel Aerospace Industries (IAI), di proprietà statale.

Per un valore di 920 milioni di euro, questo contratto di difesa viene presentato come il più grande mai firmato dal Regno del Marocco e dallo Stato ebraico, dato che i due Paesi hanno normalizzato le loro relazioni nel 2020.

Sembra che la vendita sia stata finalizzata solo a giugno, dopo che il presidente dello IAI ed ex ministro della Difesa israeliano Amir Peretz è volato in Marocco da Tel Aviv con un aereo privato, dato che i collegamenti aerei commerciali diretti tra i due Paesi sono stati sospesi dopo il 7 ottobre 2023.

Descritto come “satellite di intelligence” dalla NASA, Ofek 13 è l’ultimo di una famiglia di undici satelliti leggeri di sorveglianza in orbita terrestre bassa, sviluppati e costruiti in Israele a partire dal 1988.

Previsto per la consegna al Marocco entro i prossimi cinque anni, potrebbe sostituire i satelliti Mohammed VI-A e Mohammed VI-B, prodotti da Airbus e Thales, che il Marocco ha acquistato dalla Francia nel 2013 durante una visita di Stato del presidente François Hollande.

L’utilizzo dei satelliti Ofek 13 da parte del Marocco sarà principalmente civile, afferma Abdelhamid Harifi, amministratore del forum militare FAR-Marocco.

Egli sottolinea come il loro finanziamento proverrà direttamente dal bilancio dell’Agence nationale de la conservation foncière, du cadastre et de la cartographie (ANCFCC).

Ma è chiaramente prevista un’applicazione nel settore della difesa, viste le “minacce” nel sud del Marocco, avverte l’analista.

L’attacco del Fronte Polisario a Smara, una città nel nord del Sahara Occidentale, aveva provocato un morto e tre feriti a seguito di un bombardamento nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2023.

Questo aveva portato a sollevare dubbi sulla capacità dell’esercito marocchino di identificare i movimenti delle forze pro-indipendenza.

Appare chiaro come questa prodotto dell’industria aereospaziale israeliana, sarà uno strumento della guerra “a bassa intensità” condotta contro il Fronte Polisario.

Per il periodo 2020-2023 Israele è diventato il terzo esportatore di armi in Marocco, dopo Stati Uniti e Francia. Se confermato, questo nuovo contratto porterebbe la cooperazione militare tra i due Paesi a un livello senza precedenti.

Ed è chiaro che questo smacco per il complesso militar-industriale europeo, dovuto al precedente raffreddamento delle relazioni franco-marocchine, deve essere stato uno dei fattori determinanti per la scelta francese di appoggiare il piano di Rabat, in barba al diritto internazionale.

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24/03/2024

Israele contro tutti. Lunedi nuova resa dei conti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Le autorità israeliane e i loro sostenitori nei vari paesi ormai straparlano come un disco incantato accusando di “antisemitismo” chiunque critichi le scelte politiche e militari di Israele.

Adesso è di nuovo il turno addirittura delle Nazioni Unite che, sotto la guida del segretario generale Antonio Guterres, sarebbero diventate “un organismo antisemita”.

A scriverlo nero si bianco su X (ex Twitter) non è uno dei soliti commentatori filoisraeliani, ma addirittura il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, dopo la visita del numero uno dell’Onu al valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza.

“Guterres ha incolpato Israele per la situazione umanitaria a Gaza, senza condannare in alcun modo i terroristi di Hamas che saccheggiano gli aiuti umanitari, senza condannare l’Unrwa che collabora con i terroristi – e senza chiedere il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi israeliani. Sotto la sua guida, l’Onu è diventato un organismo antisemita e anti-israeliano che protegge e incoraggia il terrorismo”, ha scritto Katz.

In realtà in una conferenza stampa sul lato egiziano del confine, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha dichiarato che “nulla giustifica i terribili attacchi di Hamas del 7 ottobre”, ma anche che “nulla giustifica la punizione collettiva del popolo palestinese”.

Guterres ha anche definito un “oltraggio morale” gli ostacoli all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. “Una lunga fila di camion di soccorso bloccati da un lato del cancello, e la lunga ombra della fame dall’altro lato. Questo è più che tragico, è un oltraggio morale”, ha detto Guterres in una conferenza stampa dalla parte egiziana del valico di Rafah, che collega il Sinai con la Striscia di Gaza.

“Tutto ciò dimostra che è più che giunto il momento di un cessate il fuoco immediato. È tempo di un impegno ferreo da parte di Israele per un accesso totale e senza restrizioni ai beni umanitari in tutta Gaza. E nello spirito di compassione del Ramadan, è giunto il momento del rilascio immediato di tutti gli ostaggi”, ha aggiunto il numero uno delle Nazioni Unite.

“O salviamo la popolazione di Gaza o ci sarà la carestia nella Striscia”. Rispondendo poi alle domande dei giornalisti all’aeroporto El Arish, in Egitto a circa 50 chilometri dal confine con la Striscia di Gaza, il segretario generale ha detto che un intervento delle forze militari di terra di Israele a Rafah sarebbe una “catastrofe umanitaria”.

Ma per l’ONU i problemi non sono solo gli attacchi del ministro degli Esteri israeliano nel suo tentativo di delegittimare le Nazioni Unite in questi giorni molto particolari. È stato infatti rinviato a lunedì 25 marzo il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu, originariamente previsto per sabato, su una nuova risoluzione per un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza preparata da alcuni paesi membri non permanenti dell’organismo.

La decisione di riconvocare il Consiglio di Sicurezza è avvenuta a seguito del veto posto questa volta da Cina e Russia sulla risoluzione presentata dagli Usa che chiedeva, anch’essa, un “immediato cessate il fuoco” a Gaza.

La Russia e la Cina hanno posto il veto venerdì a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condizionava il cessate il fuoco a Gaza al rilascio “immediato” di tutti gli “ostaggi rimanenti” attualmente detenuti a Gaza.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha dichiarato prima del voto che la risoluzione “aiuterebbe a fare pressione su Hamas affinché accetti un accordo sulla fine dei combattimenti e sul rilascio degli ostaggi“, ha riferito il sito web di United Nations News.

Secondo l’ambasciatore russo all’Onu, Vassily Nebenzia, il testo proposto dagli Usa era troppo debole e avrebbe in realtà “dato a Israele la luce verde per un attacco a Rafah”, dove sono fuggiti centinaia di migliaia di profughi palestinesi sloggiati dai militari e dai bombardamenti israeliani dal resto della Striscia di Gaza.

Da parte sua, il rappresentante cinese all’Onu, Zhang Jun, ha affermato che il Consiglio di Sicurezza dovrebbe chiedere un cessate il fuoco immediato e incondizionato, aggiungendo che è stato sprecato troppo tempo a questo proposito.

Il rappresentante di Pechino ha anche affermato che la Cina sosterrà la nuova bozza di risoluzione che sta già circolando e che “è chiara sulla questione di un cessate il fuoco ed è in linea con la corretta direzione dell’azione del Consiglio ed è di grande rilevanza”.

Il movimento palestinese Hamas, ha espresso “apprezzamento per la posizione di Russia, Cina e Algeria che hanno respinto la parziale risoluzione americana dell’aggressione contro il nostro popolo”.

Anche l’Algeria, che attualmente siede come membro di turno nel Consiglio di sicurezza, ha votato contro il testo e ha sponsorizzato la nuova bozza che verrà presentata lunedì, la quale però dovrà fare i conti nuovamente con il veto degli Stati Uniti.

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12/11/2023

Gaza - L’ospedale Al Shifa sotto attacco. Israele minaccia il Libano di “fare come a Gaza”

Il ministero della Sanità palestinese riferisce che l’ospedale al-Shifa è completamente al buio e isolato dopo essere stato colpito da un missile.

“Abbiamo iniziato a perdere vite umane – ha detto Muhammad Abu Salmiya, direttore dell’ospedale –. I pazienti muoiono di minuto in minuto, persino i bambini nelle incubatrici“.

La struttura “è rimasta senza elettricità, internet, acqua e forniture mediche” ha aggiunto Abu Salmiya. Fonti mediche locali, affermano che l’ospedale è stato danneggiato da colpi d’artiglieria.

Un chirurgo dell’ospedale sentito dall’Ong Medici Senza Frontiere racconta che “Nelle ultime ore gli attacchi contro l’ospedale si sono drammaticamente intensificati. Il nostro staff ha segnalato una situazione catastrofica poche ore fa”, è scritto in un messaggio diffuso su X.

Medici Senza Frontiere ha dichiarato di non essere al momento in grado di contattare nessuno del personale dell’ospedale. “Ci stanno uccidendo qui, per favore fate qualcosa” racconta un infermiere di MSF dal seminterrato dell’ospedale di Al Shifa, dove lui e la sua famiglia si stanno riparando dagli incessanti bombardamenti.

L’ospedale di Al Shifa è il principale complesso ospedaliero della Striscia di Gaza, con 700 posti letto, che fornisce cure d’emergenza e chirurgiche. Attualmente non ci sono altre strutture nella Striscia in grado di ricoverare e curare un numero così elevato di pazienti con ferite complesse, a volte potenzialmente mortali.

Nemmeno le ambulanze possono più muoversi per assistere i feriti e i bombardamenti ininterrotti impediscono ai pazienti e al personale di lasciare la struttura. Lo staff di MSF ad Al Shifa ha visto persone colpite mentre cercavano di fuggire dall’ospedale.

Gli appelli sono continui. Nelle scorse ore ha parlato il direttore del pronto soccorso dell’ospedale di Khan Younis lanciando un appello alla comunità internazionale: «Fermate questi crimini di guerra».

Israele intanto ha fatto sapere che si opporrà al ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza dopo la guerra contro Hamas. La conferma è arrivata dal primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

“Non ci sarà un’autorità civile che educhi i propri figli a odiare Israele, a uccidere gli israeliani, a eliminare lo Stato di Israele. Non può esserci un’autorità che paga le famiglie degli assassini in base al numero degli assassinati. Non può esistere un’autorità il cui leader non abbia ancora condannato il terribile massacro del 7 ottobre 30 giorni dopo”, ha affermato Netanyahu, riferendosi al presidente palestinese Abu Mazen.

Combattimenti nella Striscia di Gaza

Le Forze armate israeliane affermano di essere impegnate in intensi scontri con i miliziani del gruppo palestinese Hamas nell’area dell’ospedale di Al Shifa, nella città di Gaza. Lo riferisce l’emittente statunitense CNN citando fonti militari di Tel Aviv.

Abu Obeida, il portavoce militare delle Brigate Al-Qassam, il braccio militare del movimento di resistenza palestinese Hamas, ha rilasciato sabato sera una registrazione audio che includeva aggiornamenti sui combattimenti tra Resistenza palestinese e militari israeliani.

“I carri armati israeliani affrontano una feroce resistenza e intensi scontri, costringendoli a ritirarsi e a cambiare il corso della loro incursione“, ha detto Abu Obeida, riferendosi all’incapacità delle forze israeliane di avanzare e mantenere una posizione permanente all’interno di Gaza City.

“I nostri combattenti emergono dal sottosuolo e sopra di esso, da sotto le macerie, e distruggono i loro veicoli corazzati e carri armati”.

Abu Obeida ha annunciato che più di 25 veicoli militari sono stati completamente o parzialmente distrutti negli attacchi della Resistenza solo nelle ultime 48 ore. “Lo scontro è asimmetrico, ma spaventa e terrorizza la potenza più forte della regione”.

La dichiarazione è stata seguita da un video, diffuso dalle Brigate Al-Qassam, che mostra i carri armati israeliani bersagliati da parte di difese anti-artiglieria fatte in casa.

Vertice arabo-islamico di Riad. Algeria e Libano chiedono l’embargo verso gli alleati di Israele

I leader arabi e musulmani si sono intanto riuniti a Raid per un incontro che dovrebbe sottolineare la richiesta di porre fine ai combattimenti a Gaza prima che la guerra tra Israele e Hamas coinvolga altri Paesi.

Alcuni Paesi, tra cui l’Algeria e il Libano, hanno proposto di rispondere ai massacri di Gaza minacciando di interrompere le forniture di petrolio a Israele e ai suoi alleati e di interrompere i legami economici e diplomatici che alcuni Paesi della Lega Araba hanno con Israele.

Ma secondo alcuni diplomatici che hanno parlato a condizione di anonimato, tre Paesi – tra cui gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, che hanno normalizzato i legami con Israele nel 2020 – hanno respinto la proposta.

La dichiarazione approvata al vertice chiede la fine dell’assedio di Gaza e l’introduzione di aiuti umanitari. I Paesi hanno anche chiesto alla comunità internazionale di fermare le esportazioni di armi verso Israele.

Inizialmente era prevista la partecipazione dei soli 22 membri della Lega Araba, ma l’incontro è stato poi allargato all’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), un’associazione più ampia di 57 Stati a maggioranza musulmana a cui appartengono i Paesi della Lega Araba.

Libano. Botta e risposta tra il leader di Hezbollah e il ministro della Difesa israeliano

In Libano il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, in un lungo discorso (il secondo in due settimane) ha affermato che le manifestazioni nel mondo contro Israele per la guerra a Gaza stanno esercitando pressioni sullo Stato ebraico e sui suoi alleati.

“Vediamo migliaia di persone a Washington, New York, Londra e Parigi protestare contro Israele“, ha detto Nasrallah, aggiungendo che i leader occidentali che inizialmente avevano condannato Hamas per i massacri del 7 ottobre stanno ora sollecitando un cessate il fuoco.

“L’unica voce che si distingue è quella degli Stati Uniti e del suo ‘seguace’, il Regno Unito“. Il leader di Hezbollah chiede che la pressione internazionale sia diretta sugli Stati Uniti che “hanno il potere decisionale per imporre un cessate il fuoco a Israele“.

“I crimini a Gaza mostrano lo spirito brutale e senza limiti di Israele e la vera natura di questo regime”, ha detto Nasrallah, secondo il quale “il nemico israeliano cerca vendetta senza limiti morali, legali o umanitari, mostrando la sua vera natura”.

“L’obiettivo dei crimini di Israele è soggiogare il resto della regione abbattendo la volontà dei popoli di rivendicare i propri diritti”.

Nasrallah ha affermato che “il mondo arabo e islamico sta osservando il vertice di Riad. Non vi è alcuna richiesta di spostare eserciti e agire militarmente contro Israele, ma piuttosto di agire come un ostacolo e fare pressione sugli Stati Uniti affinché agiscano contro il governo israeliano per fermare l’aggressione“.

Nasrallah ha inoltre affermato che “la speranza risiede nel sostegno di vari fronti, in particolare della Cisgiordania“.

Ha lodato la “coraggiosa decisione” dei ribelli Houthi dello Yemen e dei loro leader, che hanno lanciato missili e droni contro Israele ed ha menzionato inoltre i recenti attacchi contro le forze statunitensi in Iraq e Siria, affermando che “le operazioni in corso contribuiscono alla liberazione dei due paesi dall’occupazione statunitense, ma l’obiettivo immediato è quello di fermare l’attacco a Gaza“.

La replica al discorso di Nasrallah è venuta dal ministro della Difesa israeliano Gallant il quale ha minacciato ritorsioni militari durissime contro il Libano.

“Continuando ad attaccare il nord di Israele, Hezbollah è vicino al commettere un grave errore, trascinando il Libano in una guerra che potrebbe scoppiare” – ha dichiarato Gallant, in visita ai militare schierati vicino al confine con il Libano.

“Se il Libano commette questo tipo di errori, coloro che ne pagheranno il prezzo in primo luogo sono i cittadini del Libano. Ciò che facciamo a Gaza, sappiamo come farlo a Beirut”, ha detto il ministro, spiegando che “finora non è stato utilizzato neanche il 10 per cento della forza dell’aeronautica israeliana a Gaza”.

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03/10/2023

Niger - La giunta militare accetta la mediazione dell’Algeria. Sconfitto il fronte interventista

La giunta al potere in Niger ha accettato la mediazione dell’Algeria per trovare una soluzione politica alla crisi. Il presidente della Repubblica algerina, Abdelmajid Tebboune, ha incaricato il ministro degli Affari esteri Attaf Ahmed di recarsi a Niamey il prima possibile per avviare discussioni preparatorie per attuare l’iniziativa algerina con tutte le parti coinvolte.

La proposta algerina, prevede un periodo di transizione di sei mesi, il tempo necessario per riunire gli attori nigerini attorno al tavolo delle trattative e arrivare a un referendum o elezioni.

Secondo il ministero degli Esteri algerino “Questo rafforza l’opzione di una soluzione politica a questa crisi e apre la strada per creare le condizioni necessarie per superarla pacificamente, nell’interesse del Niger e dell’intera regione”, si legge nella nota.

Il Niger lo scorso 26 luglio ha deposto il presidente Mohamed Bazoum e ha portato al potere una giunta militare guidata dal generale Omar Tchiani.

La posizione algerina è stata, fin da subito, propensa ad evitare l’intervento militare dei paesi africani del Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) contro il Niger e a perseguire la linea del dialogo e della diplomazia, tanto che alla fine di agosto il presidente Tebboune ha proposto un’iniziativa per risolvere la crisi politica nigerina con un periodo di transizione di sei mesi a guida civile.

L’Algeria ha inoltre proposto di istituire e coordinare un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione delle iniziative per risolvere pacificamente la crisi a Niamey.

Il presidente algerino Tebboune già il il 6 agosto aveva affermato che stava “rifiutando categoricamente qualsiasi intervento militare esterno in Niger, in quanto esso rappresentava una minaccia diretta per l’Algeria”.

“Non ci sarà soluzione senza di noi. Siamo i primi ad essere preoccupati”, ha aggiunto in un’intervista alla televisione nazionale.

L’Algeria, condivide quasi 1.000 km di confine con il Niger e confina con due paesi colpiti dalla crisi del Sahel come Mali e Libia.

Tebboune, parlando all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha messo in guardia la comunità regionale, e in particolare la Cedeao, dall’intervenire con la forza contro il Niger.

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