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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/03/2024

Israele contro tutti. Lunedi nuova resa dei conti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Le autorità israeliane e i loro sostenitori nei vari paesi ormai straparlano come un disco incantato accusando di “antisemitismo” chiunque critichi le scelte politiche e militari di Israele.

Adesso è di nuovo il turno addirittura delle Nazioni Unite che, sotto la guida del segretario generale Antonio Guterres, sarebbero diventate “un organismo antisemita”.

A scriverlo nero si bianco su X (ex Twitter) non è uno dei soliti commentatori filoisraeliani, ma addirittura il ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz, dopo la visita del numero uno dell’Onu al valico di Rafah, al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza.

“Guterres ha incolpato Israele per la situazione umanitaria a Gaza, senza condannare in alcun modo i terroristi di Hamas che saccheggiano gli aiuti umanitari, senza condannare l’Unrwa che collabora con i terroristi – e senza chiedere il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi israeliani. Sotto la sua guida, l’Onu è diventato un organismo antisemita e anti-israeliano che protegge e incoraggia il terrorismo”, ha scritto Katz.

In realtà in una conferenza stampa sul lato egiziano del confine, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha dichiarato che “nulla giustifica i terribili attacchi di Hamas del 7 ottobre”, ma anche che “nulla giustifica la punizione collettiva del popolo palestinese”.

Guterres ha anche definito un “oltraggio morale” gli ostacoli all’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. “Una lunga fila di camion di soccorso bloccati da un lato del cancello, e la lunga ombra della fame dall’altro lato. Questo è più che tragico, è un oltraggio morale”, ha detto Guterres in una conferenza stampa dalla parte egiziana del valico di Rafah, che collega il Sinai con la Striscia di Gaza.

“Tutto ciò dimostra che è più che giunto il momento di un cessate il fuoco immediato. È tempo di un impegno ferreo da parte di Israele per un accesso totale e senza restrizioni ai beni umanitari in tutta Gaza. E nello spirito di compassione del Ramadan, è giunto il momento del rilascio immediato di tutti gli ostaggi”, ha aggiunto il numero uno delle Nazioni Unite.

“O salviamo la popolazione di Gaza o ci sarà la carestia nella Striscia”. Rispondendo poi alle domande dei giornalisti all’aeroporto El Arish, in Egitto a circa 50 chilometri dal confine con la Striscia di Gaza, il segretario generale ha detto che un intervento delle forze militari di terra di Israele a Rafah sarebbe una “catastrofe umanitaria”.

Ma per l’ONU i problemi non sono solo gli attacchi del ministro degli Esteri israeliano nel suo tentativo di delegittimare le Nazioni Unite in questi giorni molto particolari. È stato infatti rinviato a lunedì 25 marzo il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu, originariamente previsto per sabato, su una nuova risoluzione per un cessate il fuoco immediato nella Striscia di Gaza preparata da alcuni paesi membri non permanenti dell’organismo.

La decisione di riconvocare il Consiglio di Sicurezza è avvenuta a seguito del veto posto questa volta da Cina e Russia sulla risoluzione presentata dagli Usa che chiedeva, anch’essa, un “immediato cessate il fuoco” a Gaza.

La Russia e la Cina hanno posto il veto venerdì a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condizionava il cessate il fuoco a Gaza al rilascio “immediato” di tutti gli “ostaggi rimanenti” attualmente detenuti a Gaza.

L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Linda Thomas-Greenfield, ha dichiarato prima del voto che la risoluzione “aiuterebbe a fare pressione su Hamas affinché accetti un accordo sulla fine dei combattimenti e sul rilascio degli ostaggi“, ha riferito il sito web di United Nations News.

Secondo l’ambasciatore russo all’Onu, Vassily Nebenzia, il testo proposto dagli Usa era troppo debole e avrebbe in realtà “dato a Israele la luce verde per un attacco a Rafah”, dove sono fuggiti centinaia di migliaia di profughi palestinesi sloggiati dai militari e dai bombardamenti israeliani dal resto della Striscia di Gaza.

Da parte sua, il rappresentante cinese all’Onu, Zhang Jun, ha affermato che il Consiglio di Sicurezza dovrebbe chiedere un cessate il fuoco immediato e incondizionato, aggiungendo che è stato sprecato troppo tempo a questo proposito.

Il rappresentante di Pechino ha anche affermato che la Cina sosterrà la nuova bozza di risoluzione che sta già circolando e che “è chiara sulla questione di un cessate il fuoco ed è in linea con la corretta direzione dell’azione del Consiglio ed è di grande rilevanza”.

Il movimento palestinese Hamas, ha espresso “apprezzamento per la posizione di Russia, Cina e Algeria che hanno respinto la parziale risoluzione americana dell’aggressione contro il nostro popolo”.

Anche l’Algeria, che attualmente siede come membro di turno nel Consiglio di sicurezza, ha votato contro il testo e ha sponsorizzato la nuova bozza che verrà presentata lunedì, la quale però dovrà fare i conti nuovamente con il veto degli Stati Uniti.

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08/12/2023

Gaza - Guterres si avvale dell’art. 99 della Carta dell’Onu e chiede il cessate il fuoco

La situazione a Gaza è catastrofica: 16.248 persone uccise, di cui 7.112 bambini, circa 45.000 persone ferite, 1.9 milioni di sfollati, più del 50% delle case distrutte, ospedali e scuole sotto continui bombardamenti israeliani, persino le strutture dell’UNRWA non conoscono pace.

Davanti a questa catastrofe la comunità internazionale ha finora fallito clamorosamente e quegli Stati che pure hanno una forte influenza nello scacchiere internazionale, l’hanno usata verso Israele con il contagocce.

Il Segretario Generale dell’ONU, Antonìo Guterres, dopo essere stato duramente criticato da Israele, fino a chiedere le sue dimissioni, per aver denunciato l’uso sproporzionato della risposta israeliana all’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, utilizza, per la prima volta da quando riveste il mandato, lo strumento concessogli dall’articolo 99 della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce che “Il Segretario Generale può richiamare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza su qualunque questione che a suo avviso possa minacciare il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”.

In una lettera rivolta al Presidente del Consiglio di Sicurezza, Jose Javier de la Gasca Lopez Dominguez, Il Segretario Generale lancia un allarme angoscioso: “Nowhere is safe in Gaza.”

La presa d’atto pubblica, fatta attraverso l’utilizzo dell’articolo 99, che non esista un solo pezzo di terra della Striscia dove la popolazione possa trovare riparo dai bombardamenti e dagli attacchi israeliani, è finalmente un segnale importante che vuole spronare i membri del Consiglio di Sicurezza a uscire dalla ragnatela degli indugi tattico-strategici.

Guterres nella sua lettera scrive: “La comunità internazionale ha la responsabilita di usare tutta la sua influenza per prevenire una futura escalation e per porre fine a questa crisi. Sollecito i membri del Consiglio di Sicurezza affinché facciano pressione per scongiurare una catastrofe umanitaria.

Ripeto il mio appello perché venga dichiarato un cessate il fuoco umanitario. È urgente. La popolazione civile deve essere risparmiata da sofferenze maggiori. Con un cessate il fuoco umanitario, i mezzi di sopravvivenza possono essere ripristinati e l’assistenza umanitaria può essere fornita in sicurezza e in modo tempestivo in tutta la Striscia di Gaza.”

Adesso la palla passa nelle mani del Consiglio di Sicurezza, organo esecutivo delle Nazioni Unite, con poteri di natura conciliativa e coercitiva. Di fatto, se volesse, avrebbe il poter di fermare la guerra.

Se il Consiglio di sicurezza dovesse tentennare, dovrebbe motivarne le ragioni e sconfessare il segretario Generale che, con la sua lettera, denuncia che la guerra in corso a Gaza è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Con un post su X, l’Alto Rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, sostiene la richiesta di Guterres, scrivendo che: “Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve immediatamente agire per evitare il totale collasso della situazione umanitaria a Gaza”.

Data la situazione drammatica che le persone vivono a Gaza, la tensione crescente che questa guerra ha scatenato a livello internazionale, le piazze piene di manifestanti contro il massacro perpetrato da Israele a Gaza, se dopo questo appello del Segretario Generale dell’ONU il Consiglio di sicurezza dovesse uscire con un nulla di fatto, potremo celebrare il funerale degli organismi internazionali che sono deputati al mantenimento della pace e avere una conferma delle tante perplessità sulla loro efficacia e imparzialità.

Considerata l’immane tragedia che i palestinesi e le palestinesi di Gaza stanno vivendo, l’augurio è quello di essere smentiti e che la popolazione venga salvata da questo furore che sta spianando la Striscia.

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26/10/2023

Chi si crede “padrone del mondo” è fuori di cranio

Se c’è un rimprovero da fare al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, riguardo al suo discorso di ieri, è quello di aver detto alcune banalità. Semplici constatazioni di una realtà esistente da decenni, ma che hanno fatto saltare sulla sedia come tarantolati l’ambasciatore israeliano Gilad Erdan e soprattutto il suo capo, il ministro degli esteri Eli Cohen.

Potete leggere il discorso completo di Guterres alla fine di questo articolo. Qui ci limitiamo a indicare i passaggi salienti che hanno fatto esplodere il fronte degli stragisti internazionali, portatori di una “narrazione” che il resto del mondo – la stragrande maggioranza degli Stati e della popolazione – proprio non può più tollerare.

Guterres, come ogni titolare di “poltrone” di prima fila in organismi statutariamente super partes non è affatto un estremista, men che meno un “antisemita”.

Portoghese, “socialista” nel senso (vuoto) contemporaneo, è stato presidente del consiglio del suo paese, poi presidente del Consiglio Europeo che ha approvato l’Agenda di Lisbona (una strategia di “riforme economiche” che hanno distrutto il welfare europeo e l’istruzione nei paesi dove sono state adottate), poi Alto Commissario Onu per i rifugiati, e infine Segretario Generale.

Un “sughero”, come si dice in gergo, capace di affrontare mille tempeste senza mai affondare, grazie a una capacità di compromesso certo poco commendevole ma altamente redditizia per la propria carriera.

Ma proprio questa capacità di compromesso lo ha obbligato a tener conto – nell’affrontare la guerra in corso sopra Gaza e dopo il “diluvio di Al Aqsa” – di tutte le posizioni esistenti sul pianeta, e non solo di quelle Usa-Israele (come si fa ad ogni ora sui “nostri” media mainstream).

E dunque a tirar fuori le formule che noi definiamo “banalità”, anche se ovviamente sono particolarmente urticanti per i sionisti e “l’area euro-atlantica”.

Com’era inevitabile, dovendo dare un colpo al cerchio e un altro alla botte, ha iniziato con la condanna dell’offensiva di Hamas.
“In un momento cruciale come questo, è fondamentale essere chiari sui principi, a partire da quello fondamentale del rispetto e della protezione dei civili. Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele.

Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni. Noto con rispetto la presenza tra noi dei membri delle loro famiglie.”
Se, giustamente, si fissa come principio “il rispetto dei civili”, ne consegue che ogni strage di civili deve essere condannata in toto allo stesso modo. Indipendentemente da chi ne provoca una (o più), e a prescindere dai mezzi usati (semi-artigianali o altamente tecnologici).

Il secondo principio obbligatorio da fissare in una sede “super partes” è ovviamente “il contesto” in cui esplode un conflitto e “la storia” alle spalle del “fatto contingente”. Una guerra, una strage, un conflitto, insomma, non è un asteroide che ci cade sulla testa ma il frutto avvelenato di quel che è avvenuto in precedenza.

Stiamo illustrando criteri semplici, di quelli che si insegnano alle medie inferiori, non di alta filosofia politica. Uno studente che non li capisse, o provasse a negarli, sarebbe giustamente bocciato.

Nel presentare in modo concreto anche questo secondo principio Guterres ha dovuto necessariamente pronunciare anche le frasi che gli hanno attirato addosso l’odio dell’establishment occidentale al completo, a partire da Israele.
“È importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite.

Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese.

Anche la guerra ha delle regole.”
C’è qualcuno – che non sia israeliano o in malafede – che possa negare che i palestinesi abbiano subito per 75 anni (dalla fondazione dello stato di Israele) tutte quelle ingiustizie, persecuzioni, deportazioni ed anche molto altro (omicidi mirati, torture, “detenzioni amministrative” senza processo, anche di bambini, ecc.)?

Sono fatti. Comprovati, registrati in video, foto, documenti, testimonianze. Riconosciuti da Stati, storici, politici, ricercatori. Anche occidentali, persino israeliani...

Una banalità ripeterlo. Ma necessaria, in un consesso ufficialmente “terzo”.

Tanto è bastato a farne chiedere le dimissioni da parte israeliana (e solo da loro). Con espressioni inequivocabili su quale sia la mentalità imperante nel governo Netanyahu: “Signor segretario generale, in che mondo vive?” ha gridato Cohen.

“Ho sentito le richieste di una ‘risposta proporzionata’ – ha poi aggiunto – e la risposta proporzionata al brutale massacro del 7 ottobre è la distruzione totale di Hamas“.

E l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan: “Il segretario generale dell’Onu, che dimostra comprensione per la campagna di uccisioni di massa di bambini, donne e anziani non è adatto a guidare le Nazioni unite. Chiedo si dimetta immediatamente“.

A quell’ora Jens Stoltenberg, ossequiente segretario generale della Nato, stava parlando (in Europa) e non ha fatto in tempo a riscrivere il suo discorso, altrimenti non si sarebbe arrischiato a finire sotto la stessa frusta.

Anche lui, infatti, come Guterres e altri leader occidentali, ha cercato di porre un limite alla “risposta” che Tel Aviv sta praticando: “Israele ha il diritto di difendersi ma deve farlo in linea con il diritto internazionale e la protezione dei civili è cruciale”.

Non che Stoltenberg sia rinsavito all’improvviso (è il “falco” meno raziocinante, sul fronte del sostegno all’Ucraina). Ma deve aver fiutato la dimensione esplosiva dei problemi internazionali se Netanyahu passerà la “linea rossa” del tollerabile per il resto del mondo.

E immediatamente, stamattina, è scoppiata la più devastante “grana strategica” proprio all’interno della Nato. Il presidente turco Erdogan – un furioso massacratore dei curdi e dell’opposizione interna – ha rotto il fronte dell’alleanza militare occidentale: “I militanti di Hamas sono dei “liberatori” che combattono per la loro terra e “non dei terroristi”, come riporta Al Arabiya.

“Circa la metà di coloro che sono stati uccisi negli attacchi israeliani su Gaza sono bambini, persino questo dato dimostra che l’obiettivo è un’atrocità, per commettere crimini contro l’umanità premeditati”.

“Non abbiamo problemi con lo Stato di Israele ma non abbiamo mai approvato le atrocità commesse da Israele e il suo modo di agire, simile a un’organizzazione più che uno Stato”, ha aggiunto Erdogan. Discorso fatto camminando sulle uova, districandosi tra alleanze esterne con gli Usa e un sentiment interno di massa decisamente a favore del campo opposto, a Gaza.

Ma tornando per un attimo all’accoppiata ambasciatore/ministro di Israele all’Onu, un paio di cose dimostrano senza se e senza ma che in queste teste il “doppio standard” è vissuto come un diritto a fare sempre quel che si vuole o conviene.

Altrimenti non si potrebbe neanche pensare di dire che Hamas conduce una “campagna di uccisioni di massa di bambini, donne e anziani” mentre la propria aviazione ultramoderna, in questi quindici giorni, ha distrutto metà delle case di Gaza uccidendo – dati provvisori, visto che molti corpi sono rimasti sotto le macerie – quasi 6.000 palestinesi, di cui oltre un terzo bambini al di sotto dei dodici anni (la popolazione di Gaza, al 40%, rientra in questa fascia di età).

Gli israeliani hanno contato 120 bambini uccisi nell’attacco di Hamas. E certamente la morte di ognuno di loro è ingiustificabile. Ma perché 2.000 bambini palestinesi dovrebbero invece essere contabilizzati come parte (provvisoriamente) della “risposta proporzionata”? Siamo già quasi a 20 contro uno. Roba da far impallidire Kappler.

Un criterio generale è insomma valido per tutti. Altrimenti c’è solo il “diritto alla vendetta”, che naturalmente non ha confini né limiti, se non l’autosoddisfazione del “vendicatore”.

E non serve neanche essere studiosi dell’Antico Testamento per sapere che ogni vendetta ne chiama altre, all’infinito, un tempo dopo l’altro.

Che è poi la storia – “il contesto” e “i precedenti” – di cui gli israeliani di destra (Netanyahu & co.) e tutto l’establishment euro-atlantico non vogliono neanche sentir nominare.

“Tutto” andrebbe limitato all’”attacco terroristico di Hamas”, trattato come un “atto ingiustificato e non provocato”. 75 anni di guerre, di stragi, deportazioni, non contano nulla. Un branco di migliaia folli si sarebbe svegliato una mattina e, imbevuti di integralismo religioso e odio antisemita, si sarebbero avventati su pacifici israeliani occupati nel loro normale tran tran, in un giorno di festa. Sembra di sentire Gramellini...

Molto comodo, retoricamente. E molto falso. Anche perché i palestinesi sono semiti e sanno di esserlo. Ma anche perché pure lo Stato di Israele è per legge uno “stato confessionale”, ovvero uno “stato ebraico” e non laico. Gli “altri” possono essere tollerati, se utili e sottomessi, ma non saranno mai dei “pari” (si chiama apartheid...).

Normali tecniche di “disumanizzazione del nemico” di turno, certo. Ma se i rappresentanti ufficiali di un governo (ministro degli esteri e ambasciatore) arrivano a pretendere che queste tecniche siano l’unica “verità” cui il mondo si dovrebbe attenere, allora siamo ben oltre le colonne d’Ercole del suprematismo razzial-religioso.

C’è il gruppo dirigente di uno Stato in fondo minore (10 milioni di abitanti) che, essendo spalleggiato e protetto da sempre dalla superpotenza Usa, è arrivato a sentirsi “padrone del mondo”.

Ma non metterà uno scolapasta in testa mentre si avvia sul viale del tramonto o del ricovero. Chi crede di avere gott mit uns è sempre pericoloso. Per sé e per il mondo.

*****

Il discorso completo di Antonio Guterres all’Onu

La situazione in Medio Oriente si fa di ora in ora più terribile. La guerra a Gaza infuria e rischia di estendersi a tutta la regione. Le divisioni stanno spaccando le società. Le tensioni minacciano di esplodere.

In un momento cruciale come questo, è fondamentale essere chiari sui principi, a partire da quello fondamentale del rispetto e della protezione dei civili. Ho condannato in modo inequivocabile gli orribili e inauditi atti di terrore compiuti da Hamas il 7 ottobre in Israele.

Nulla può giustificare l’uccisione, il ferimento e il rapimento deliberato di civili – o il lancio di razzi contro obiettivi civili. Tutti gli ostaggi devono essere trattati umanamente e rilasciati immediatamente e senza condizioni. Noto con rispetto la presenza tra noi dei membri delle loro famiglie.

È importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto. Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione. Hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti e tormentata dalla violenza; la loro economia soffocata; la loro gente sfollata e le loro case demolite. Le speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite.

Ma le rimostranze del popolo palestinese non possono giustificare gli spaventosi attacchi di Hamas. E questi terribili attacchi non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese.

Anche la guerra ha delle regole. Dobbiamo chiedere a tutte le parti in causa di sostenere e rispettare gli obblighi derivanti dal diritto umanitario internazionale; di prestare costante attenzione, nella conduzione delle operazioni militari, a risparmiare i civili; di rispettare e proteggere gli ospedali e di rispettare l’inviolabilità delle strutture dell’ONU che oggi ospitano più di 600.000 palestinesi.

L’incessante bombardamento di Gaza da parte delle forze israeliane, il livello di vittime civili e la distruzione di quartieri continuano a crescere e sono profondamente allarmanti.

Piango e onoro le decine di colleghi dell’ONU che lavorano per l’UNRWA [Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente] – purtroppo almeno 35 – uccisi nei bombardamenti su Gaza nelle ultime due settimane. Devo alle loro famiglie la mia condanna di queste e di molte altre uccisioni simili.

La protezione dei civili è fondamentale in ogni conflitto armato. Proteggere i civili non può mai significare usarli come scudi umani. Proteggere i civili non significa ordinare a più di 1 milione di persone di evacuare a sud, dove non ci sono ripari, cibo, acqua, medicine e carburante, e poi continuare a bombardare il sud stesso.

Sono profondamente preoccupato per le chiare violazioni del diritto umanitario internazionale a cui stiamo assistendo a Gaza. Voglio essere chiaro: nessuna parte di un conflitto armato è al di sopra del diritto internazionale umanitario.

Fortunatamente, alcuni aiuti umanitari stanno finalmente arrivando a Gaza. Ma si tratta di una goccia di aiuti in un oceano di necessità. Inoltre, le forniture di carburante delle Nazioni Unite a Gaza si esauriranno nel giro di pochi giorni. Questo sarebbe un altro disastro. Senza carburante, gli aiuti non possono essere consegnati, gli ospedali non hanno energia e l’acqua potabile non può essere purificata o addirittura pompata.

La popolazione di Gaza ha bisogno di aiuti continui ad un livello corrispondente alle enormi necessità. Gli aiuti devono essere consegnati senza restrizioni. Rendo omaggio ai nostri colleghi delle Nazioni Unite e ai partner umanitari a Gaza che lavorano in condizioni pericolose e rischiano la vita per fornire aiuti a chi ne ha bisogno. Sono un’ispirazione.

Per alleviare le sofferenze epiche, rendere più facile e sicura la consegna degli aiuti e facilitare il rilascio degli ostaggi, rinnovo il mio appello per un immediato cessate il fuoco umanitario.

Anche in questo momento di grave e immediato pericolo, non possiamo perdere di vista l’unica base realistica per una vera pace e stabilità: la soluzione dei due Stati. Gli israeliani devono vedere concretizzate le loro legittime esigenze di sicurezza e i palestinesi devono vedere realizzate le loro legittime aspirazioni a uno Stato indipendente, in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite, il diritto internazionale e gli accordi precedenti.

Infine, dobbiamo essere chiari sul principio di sostenere la dignità umana. La polarizzazione e la disumanizzazione sono alimentate da uno tsunami di disinformazione. Dobbiamo opporci alle forze dell’antisemitismo, del bigottismo antimusulmano e di tutte le forme di odio.

Oggi è la Giornata delle Nazioni Unite, che segna i 78 anni dall’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite. La Carta riflette il nostro impegno comune a promuovere la pace, lo sviluppo sostenibile e i diritti umani. In questa Giornata delle Nazioni Unite, in questo momento critico, faccio appello a tutti affinché ci si ritiri dall’orlo del baratro prima che la violenza mieta altre vite e si diffonda ancora di più.

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29/04/2022

Guerra in Ucraina - Feriti due “amerikani” sul campo. Zelenskij minaccia la Transnistria. Il Segretario dell’Onu oggi a Kiev

Beccati e feriti due “amerikani” sul campo

Due “consiglieri” statunitensi, veterani dell’Afghanistan, sono stati feriti dai bombardamenti russi a Orkiv, nei pressi di Zaporizhzhia. The Guardian scrive che i loro nomi sono Manus McCaffey e Paul Grey. Si tratta di veterani dell’esercito americano che stavano operando insieme in una squadra che prendeva di mira i carri armati russi con i sistemi anticarro Javelin quando sono rimasti feriti, riferisce il giornalista Nolan Peterson.

L’Ucraina potrebbe attaccare la Transnistria

L’Ucraina è pronta a conquistare la Transnistria, regione separatista della Moldova orientale, su eventuale richiesta del governo moldavo. Lo ha dichiarato il consigliere dell’ufficio presidenziale ucraino, Oleksiy Arestovych. Arestovych ha ricordato che la Transnistria è un “territorio sovrano della Moldova”, ma all’occorrenza le forze di Kiev sarebbero in grado di occupare questa regione.

Il governo di Kiev considera con preoccupazione l’aumento delle attività russe, definite “provocazioni” in Transnistria. Parlando alla tv ucraina il consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podoliak, ha dichiarato che “Abbiamo sempre considerato la Transnistria come un trampolino di lancio da cui potrebbero esserci dei rischi per noi, per le regioni di Odessa e Vinnycja”. Secondo Podoliak, l’aumento dell’attività militare in quella regione è una provocazione per l’Ucraina.

Il Cremlino considera provocatoria la dichiarazione del funzionario di Kiev secondo cui l’esercito ucraino potrebbe mettere sotto controllo la Transnistria, ha replicato il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov.

Le autorità della Transnistria affermano che tre attacchi terroristici sono stati commessi sul territorio della repubblica lunedì e martedì. Due antenne del centro radiotelevisivo nella comunità di Mayak sono state fatte saltare in aria e l’edificio del Ministero della Sicurezza dello Stato è stato attaccato con lanciatori di granate. Diverse esplosioni si sono verificate in un aerodromo militare a Tiraspol. Non ci sono state segnalazioni di vittime.

Il fronte militare

“La Russia sta intensificando la sua offensiva in Donbass, con gli sforzi principali concentrati vicino a Izyum”. Lo afferma l’ultimo aggiornamento dello Stato Maggiore ucraino, come riporta l’agenzia Unian. “Le forze di occupazione russe stanno aumentando il ritmo dell’offensiva in quasi tutte le direzioni”, riferisce Kiev, “l’attività maggiore si osserva nelle direzioni di Slobozhanske e Donetsk”. “I principali sforzi degli occupanti si concentrano in direzione di Izyum”, si legge nel rapporto, “il nemico sta cercando di lanciare un’offensiva nelle direzioni di Sulyhivka-Nova Dmytrivka e Andriyivka-Velyka Komyshuvakha”. Nella direzione di Donetsk, riporta Kiev, i russi continuano “ad agire attivamente sulla linea di contatto. Gli sforzi principali sono concentrati sul circondare le Forze di Difesa ucraine”. Lo Stato Maggiore sottolinea infine, che le truppe di Mosca “continuano le operazioni offensive a Est, al fine di stabilire il pieno controllo sul territorio delle regioni di Donetsk e Lugansk e mantenere il corridoio di terra con la Crimea temporaneamente occupata”.

L’esercito russo ha riferito di aver respinto un attacco missilistico ucraino su Kherson, il cui controllo è rivendicato da Mosca. “Le unità di difesa aerea russe hanno respinto un attacco missilistico delle truppe ucraine nelle aree residenziali di Kherson”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov. “Dodici lanciarazzi multipli ad alta potenza e due missili balistici ucraini Tochka-U sono stati abbattuti in aria sopra la città”.

La Russia procede con i referendum nelle zone occupate

A metà maggio potrebbero svolgersi dei referendum nelle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk per chiedere ai cittadini di esprimersi sull’annessione alla Russia. Lo ha riportato ieri sera il portale online russo Meduza, citando fonti vicine al Cremlino. Inoltre sarebbe previsto anche un referendum nella regione di Kherson, sotto il controllo delle truppe russe, per decidere sull’indipendenza dal governo centrale di Kiev. Le date più accreditate per le consultazioni popolari sono il 14 e 15 maggio.

Successivamente anche a Kherson potrebbe svolgersi un referendum per determinare l’annessione alla Russia. Proprio questa mattina il vicepresidente dell’amministrazione militare-civile filorussa della regione, Kirill Stremousov, ha affermato che dal primo maggio la regione adotterà il rublo russo come valuta ufficiale. Secondo quanto riferito questa mattina da Stremousov all’agenzia di stampa Ria Novosti, il periodo di transizione durerà fino a quattro mesi, durante i quali il rublo e la grivnia (la valuta ucraina) circoleranno contemporaneamente nella regione. “Dopodiché passeremo esclusivamente ai rubli”, ha dichiarato Stremousov.

Il segretario dell’Onu oggi è a Kiev

Dopo la sua visita in Russia per incontrare Vladimir Putin al quale ha chiesto un immediato cessate il fuoco, il segretario generale dell’ONU António Guterres è arrivato a Kiev, dove oggi dovrebbe tenere colloqui con il presidente ucraino Zelensky. Guterres visiterà anche Boutcha, Irpin e Borodianka, teatro di eccidi di civili su cui l’Ucraina accusa l’esercito russo il quale però respinge le accuse. Dopo la sua visita a Mosca, il segretario delle Nazioni Unite si è detto “preoccupato per i ripetuti rapporti su possibili crimini di guerra”, dicendo però che “richiedono un’indagine indipendente”. Il presidente ucraino Zelensky aveva duramente criticato la decisione del segretario dell’Onu di recarsi prima a Mosca e solo dopo a Kiev nel suo giro di colloqui tesi ad ottenere un cessate il fuoco.

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