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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/07/2025

Frantz Fanon, a cent’anni dalla nascita

di Geraldina Colotti

È un centenario drammatico, quello che celebra la nascita di Frantz Fanon, avvenuta in Martinica il 20 luglio del 1925. È drammatico per l’ovvio, evidente e traumatico rimando a quanto sta avvenendo a Gaza dal 7 ottobre 2023 in poi. Ed è drammatico perché ci obbliga a un contatto diretto con la parte più urticante del pensiero e della vita dello psichiatra antillano: quella dei muscoli che si flettono in attesa di assestare la zampata, quella dell’«uomo con la roncola», preoccupato di averla a portata di mano, quando «sente un discorso sulla cultura occidentale» (Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino, p. 10)

È inutile far finta di niente. I cinquantenari e i centenari che si susseguono senza posa nel primo secolo del nuovo millennio, ci abituano a srotolare la pellicola del Novecento come turisti della Storia. La cosa è ambiguamente piacevole. Attiva la nostalgia. Giustifica la malinconia. Produce uno spaesamento pensoso che in fondo è rassicurante, nella misura in cui legittima la contemplazione scettica dei sacrifici e dei fallimenti accumulati dalle generazioni precedenti.

Con Fanon, adesso, questa recita è impossibile. È come se, per un malvagio tiro giocato dal caso ai dipartimenti dei cultural studies, dovessimo nuovamente sbattere la testa sulle parole dure: sullo scandalo della violenza che disintossica1, sull’eresia che mette in quarantena le etiche immacolate, perché «il bene è semplicemente quel che a loro fa male»2.

Certamente, sono posizioni che vanno inserite nel loro contesto. E il contesto è quello della guerra d’Algeria. Centinaia di migliaia di morti fra la popolazione e i combattenti in lotta per l’indipendenza nazionale. I francesi che reagiscono con i massacri, con i linciaggi degli arabi organizzati dai coloni, con la tortura praticata regolarmente sui militanti del Fronte di Liberazione Nazionale, ma anche, in larghissima scala, sulla popolazione civile. L’FLN algerino risponde usando tutti i mezzi, e giungendo anche all’uccisione di civili francesi, con bombe piazzate nei bar dei pieds-noirs e accoltellamenti casuali dei coloni, sorpresi mentre passeggiano nei loro quartieri tranquilli e blindati. Molto crudo, n’est-ce pas? E non va dimenticato che i comunisti francesi erano schierati dalla parte del loro governo, e avevano votato a favore delle misure di repressione dell’insurrezione algerina.

In questo quadro dipinto con il sangue, con la ferocia e anche con la mistificazione, Frantz Fanon incontra la lotta di un popolo ricattato dall’umanismo ipocrita dell’Occidente e determinato a ogni sacrificio pur di liberarsi dall’oppressione coloniale. Fanon è pronto a capire perché ha già alle spalle un percorso di tormentata indipendenza personale. Viene dalla Martinica e al liceo è stato allievo di Aimé Césaire, uno dei fondatori, insieme a Senghor, del movimento della négritude. Fanon rispetta e ammira il professore comunista di letteratura, ma già nel 1952, nella sua prima opera, Pelle nera, maschere bianche, cerca qualcosa di più di un programma, sia pure sovversivo, di indipendenza culturale. Da dove incominciare? Dalla «sola cosa al mondo che valga la pena d’incominciare: la fine del mondo, che diamine». Sono parole di Césaire, citate non a caso da Fanon nel suo libro3. Ma la verità è che, in questa «fine del mondo», lo psichiatra antillano scorge innanzitutto l’obbligo di una resa dei conti con se stesso, e con l’illusione di una possibile salvezza mediante il salto in una archeologia mitologica dalla cui resurrezione verrebbe scossa la coscienza occidentale. Non credeteci, dice Fanon. Non cadete nel tranello di costruire un «passato negro» consumabile come lenitivo per l’intollerabilità del presente. Già qui, nel 1952, Fanon risulta volutamente drastico: «Non è perché ha scoperto una cultura propria – scrive – che l’indocinese si è ribellato. È perché “semplicemente” gli era diventato, per più motivi, impossibile respirare»4.

Beninteso, in Pelle nera, maschere bianche si trovano molti altri temi culturali di preziosa attualità. C’è la critica alla letteratura negra evoluta, che è godibilissima e, in parte, ricorda la spietata requisitoria pronunciata da Marx nella Sacra Famiglia contro l’umanitarismo filantropico dei Misteri di Parigi. C’è la discussione sul linguaggio, sui fantasmi consci e inconsci generati dal razzismo, che ancora oggi colpisce per il potenziale analitico dei guasti provocati dal meccanismo coloniale sia nella psiche del Bianco, sia in quella del Nero. Ma la forza d’urto del programma (che è anche progetto di vita) fanoniano sta, in qualche modo, nella sua semplicità: «In quanto psicoanalista, devo aiutare il mio cliente a coscientizzare il suo inconscio, a non tentare più una lattificazione allucinatoria, ma ad agire nel senso di un cambiamento delle strutture sociali»5.

Ovvio. In un certo senso persino banale. Eppure quando Fanon si abbandona alla digressione sul riconoscimento hegeliano, noi sentiamo che è in gioco qualcosa di più di un comprensibile sfoggio di cultura, teso a perorare un facile superamento dialettico dell’antitesi razzista. Il nero, immerso in una servitù inessenziale che preclude il cammino dell’autocoscienza tracciato dalla Fenomenologia dello spirito, è stato liberato dal padrone. «Non ha sostenuto la lotta per il riconoscimento», dice Fanon. «Il Nero è stato agito. Dei valori che non sono nati dalla sua azione, dei valori che non risultano dalla montata sistolica del suo sangue, sono venuti a danzare la loro ronda intorno a lui»6.

È qui che Fanon volta la faccia e guarda altrove. Dien Bien Phu sta per umiliare la grandeur della Francia. E, mentre si avvia alle conclusioni, lo psichiatra allievo di Césaire sente il bisogno di indicare una strada che, a suo stesso dire, osservata dall’Europa, non può essere compresa:

Un compagno, a fianco del quale mi ero ritrovato durante l’ultima guerra, è tornato d’Indocina. Mi ha messo al corrente di molte cose. Per esempio della serenità con cui i giovani vietnamiti di sedici o diciassette anni cadevano davanti a un plotone d’esecuzione. Una volta, mi disse, fummo obbligati a sparare inginocchiati: i soldati tremavano davanti a questi giovani “fanatici”. In conclusione aggiungeva: “La guerra che abbiamo fatto insieme era un gioco in confronto a ciò che succede laggiù”7.

Capiamo che, nell’ingranaggio dei suoi pensieri, Fanon fa le cose maledettamente sul serio. Capiamo che l’incontro con Francesc Tosquelles, esule comunista dalla guerra civile spagnola e promotore della cosiddetta socioterapia nell’ospedale di St. Alban, non è avvenuto invano. Certamente Fanon ci appare rimpinzato di fenomenologia e di esistenzialismo. Quando, nella pagina finale di Pelle nera, maschere bianche, scrive che «la densità della Storia non determina nessuno dei miei atti» sentiamo anche troppo l’influenza sartriana. «Io sono il mio proprio fondamento», aggiunge in puro stile rive gauche. «Ed è superando il dato storico, strumentale, che introduco il ciclo della mia libertà», conclude con parole fatte apposta per suscitare diffidenza tra i marxisti8.

Ma cos’è il marxismo, in quegli anni, in Europa occidentale? L’umanismo furbo e sorvegliato di Roger Garaudy? Lo storicismo accorto e proteiforme di Palmiro Togliatti? Sta per andarsene Stalin. Dopo sarà la volta del disgelo, della coesistenza pacifica, delle vie nazionali e democratiche al socialismo. L’umanismo di cui parla Fanon in chiusura del suo primo libro, acre e non perfettamente calcolato, è sicuramente un’altra cosa. Sarà anche ingenuamente sartriano, ma, nella sua autenticità radicale, ha il merito di cercare le stesse cose che hanno già cercato e trovato i cinesi e i vietnamiti, che stanno per sperimentare gli algerini e che, di lì a qualche anno, anche Castro e Guevara incontreranno nella Sierra Maestra di Cuba.

Così Frantz Fanon decide di lasciare la Francia. Non bisogna pensare a chissà quale disegno. Nella sua breve parabola non agisce alcuna predestinazione. Vorrebbe lavorare qualche anno in Africa nera e poi tornare in Martinica. Ma si libera un posto nell’ospedale psichiatrico di Blida-Joinville, e Fanon accetta, trasferendosi a cinquanta chilometri da Algeri nel novembre del 1953. Un anno e mezzo prima, su «Esprit», è uscito un suo articolo intitolato La «sindrome nordafricana». Sono poche pagine davvero magnifiche, di una bellezza insostenibile. Gli arabi inurbati nella metropoli non sanno spiegarsi. Hanno male dappertutto. Il dottore alla fine si stufa di interrogarli, e conclude che sono tutti millantatori, tutti furbi. Fanon illustra questo dialogo fra sordi senza chiamare in causa cattive volontà. La comunicazione non funziona perché non può funzionare. Badate, la Storia della follia nell’età classica di Foucault è del 1961. Siamo quasi dieci anni prima. Fanon scrive: «questo corpo che sono costretto a supporre attraversato da una coscienza, questo corpo che non è più del tutto un corpo, o almeno lo è due volte, in quanto stordito dallo spavento – questo corpo che mi chiede di essere ascoltato senza esitare – provocherà in me una rivolta»9.

Ecco la disposizione d’animo, la Stimmung se volete, catturato nella quale Fanon sbarca in Nordafrica. Un anno dopo, il 1° novembre 1954, con una serie di azioni dimostrative, il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino annuncia la propria fondazione e la lotta armata contro l’occupazione coloniale. Nel suo ospedale, Fanon cura torturatori e torturati. Ma non c’è e non ci può essere equidistanza, sicché nel 1956 lo psichiatra brillante e senza dubbio evoluto, rassegna le sue dimissioni dal dispensario coloniale. Scrive un’acida lettera a Robert Lacoste, proconsole del governo francese, nella quale definisce lo statuto dell’Algeria «una disumanizzazione sistematica»10. Anche qui, registriamo di passaggio che Lacoste era stato una figura di rilievo della resistenza francese al nazismo, e che, per quanto riguarda l’Algeria, si era adoperato in prima persona per reprimere nel sangue l’insurrezione dell’FLN.

Insomma, lo stridore dei comportamenti, delle scelte, degli interessi e delle ideologie è davvero assoluto. Ma questa è la famosa Storia, la Weltgeschichte che avanza triturando ogni cosa, e nella quale Fanon scivola di buon grado, senza rinnegare le complicate atmosfere esistenzialistiche di cui si è nutrito a Parigi. Perciò, senza tante chiacchere, abbandona il suo posto di lavoro da psichiatra a Blida-Joinville, ed entra al servizio del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino. È il punto di svolta. Lo è come per chiunque giunga a sottomettere il proprio io a una potenza trascendente, sovrapersonale: la potenza materiale di una comunità in lotta.

Questo è il Fanon che tutti conosciamo. I combattenti non sono intellettuali, e non sono psichiatri. Loro compito non è guarire, ma organizzare in modo efficace la rabbia dei colonizzati contro i colonizzatori. Da parte sua, lo psichiatra antillano è nelle condizioni migliori per analizzare, comprendere e giustificare il guanto di sfida che gli algerini hanno lanciato al dissennato orgoglio francese. Dietro la retorica della République c’è solo violenza: una usurpazione cieca e inumana travestita di civiltà. È dunque inevitabile tagliare i ponti. È sano e necessario adottare un punto di vista che la faccia finita, una volta per sempre, con il linguaggio democratico dei torturatori.

Negli anni Venti, in Europa, questo modo di ragionare si chiamava spirito di scissione. Negli anni Trenta, Brecht inseguiva ancora questa congiunzione di radicalità e realismo, ricordando agli scrittori democratici riuniti per combattere il fascismo che le crudeltà di Hitler e Mussolini erano crudeltà necessarie11. Che lo sappia o meno, che lo desideri o meno, Fanon si muove su questa linea. Lo si vede bene negli articoli scritti per «El Moudjahid» tra il 1957 e il 1960. Uno, in particolare, merita di essere ricordato per la lucidità portata all’estremo che lo caratterizza. Il pezzo si intitola L’Algeria e i torturatori francesi, e in esso Fanon si fa beffe degli scrupoli di coscienza del colonialismo democratico:

I francesi che si indignano per la tortura, o ne deplorano l’uso massiccio, fanno immancabilmente pensare alle anime belle di cui parlava il filosofo, e l’appellativo di “intellettuali stanchi” che gli è stato affibbiato dai loro compatrioti Lacoste e Lejune è davvero pertinente. Non è possibile volere insieme il mantenimento del dominio francese in Algeria e condannare i mezzi impiegati per mantenerlo12.

Chiunque abbia partecipato a una lotta giunta all’impiego delle armi contro una nazione o una classe dominante e oppressiva, chiunque l’abbia studiata e capita sul serio, sa che Fanon ha perfettamente ragione. E ha perfettamente ragione anche quando parla di «perversione morale», mettendo a nudo l’ipocrisia degli intellettuali atterriti dalla disumanizzazione provocata nella gioventù francese dal suo impiego nelle operazioni di repressione dei patrioti algerini. «Solo le conseguenze morali di tali crimini sull’animo dei francesi – egli scrive – hanno un qualche interesse per questi umanisti»13. L’accento batte sempre sullo stesso punto: le maschere democratiche del colonialismo, la mistificazione del dialogo, che costituisce una potente e subdola arma di riserva dell’oppressione, nella misura in cui riesce a infiltrare la coscienza dell’oppresso, appannando la concretezza priva di illusioni di cui il combattente ha bisogno come dell’aria. Per questo, Fanon non dà tregua agli stessi scrittori e artisti neri, chiedendo loro di togliere la sordina alla tromba del «vecchio negro preso tra cinque whisky»14. Per questo, di fronte alla richiesta di presa di distanze da questa o quella azione troppo cruda della guerriglia, ribatte sarcastico: «Quindi la lotta di un popolo per la propria indipendenza deve essere cristallina se vuole l’appoggio dei democratici»15.

Lo sguardo febbrile che il lettore francese di Pelle nera, maschere bianche non poteva evitare di sentire addosso con qualche turbamento, ha acquisito ormai un orizzonte solido: una prospettiva sfacciatamente autonoma, la cui autosufficienza è proclamata senza giri di parole di fronte alla tracotanza dello Spirito europeo. Agli scrittori e artisti neri riuniti a Roma nel 1959, Fanon ricorda che, in fondo, le «recriminazioni amare e disperate», le «violenze spiegate e sonanti», tranquillizzano l’oppressore. È necessaria invece una «letteratura di battaglia» che sia «volontà temporalizzata». «Il presente – intimorisce quasi Fanon con parole che sembrano sgocciolare da una sala di chirurgia o da un mattatoio – non è più chiuso su se stesso ma squarciato»16.

Eppure, non si deve credere che questo squarcio consista soltanto nella violenza rivoluzionaria agita senza complessi di colpa. Nell’Anno V della rivoluzione algerina, Fanon insiste molto sul lato costruttivo della lotta per l’indipendenza. Un popolo che combatte, che compie sacrifici inauditi per raggiungere la propria liberazione, è un insieme di donne e di uomini che trasforma se stesso in modo irreversibile. L’Algeria si toglie il velo segue l’evoluzione del ruolo della donna nella lotta armata con una partecipazione psicologica e una finezza di analisi che ancora oggi lasciano sbalorditi17. E, in generale, la rivoluzione è sempre, per Fanon, l’«ossigeno che inventa e prepara una nuova umanità»18.

Giungiamo così al cuore del problema. Qual è la cifra più autentica del particolare umanismo fanoniano? Se ne è discusso a lungo, per l’ovvio motivo che I dannati della terra è stato considerato spesso, anche da molti marxisti, una esagerata e vitalistica apologia della violenza, scritta convulsamente da un uomo che sapeva di avere i giorni contati. A questa percezione ha del resto contribuito l’affascinante e controversa prefazione ai Damnés stesa da Jean-Paul Sartre, che aggiungeva minaccia a minaccia, e trasformava il testo di Fanon in una specie di ultimatum rivolto alla coscienza occidentale. Senza dubbio la prosa di Fanon non risparmia al lettore le iperboli, e non è fatta per acquietarlo in «quel movimento immobile in cui la dialettica, a poco a poco, si è mutata in logica dell’equilibrio»19. C’è anche del compiacimento nel suo modo di scrivere: una carnalità del linguaggio che si esprime talora in immagini veramente furenti. La rivoluzione popolare è presentata come una «tremenda macchina impastatrice e frangitrice»20. E l’uomo della roncola fa paura, inutile negarlo. Ma i progetti di Fanon sull’Africa, le sue amare considerazioni sulle «disavventure della coscienza nazionale», l’attenzione che egli ripone su una idea di mondo potenzialmente emancipata dai ritmi irragionevoli e disastrosi del capitalismo, ci dicono molto sul suo programma di «disalienazione». Quando infatti, acutamente, lo psichiatra antillano parla di «una brutalità e un disprezzo delle sottigliezze e dei casi individuali che è tipicamente rivoluzionario», si affretta poi a distinguerla dalla «brutalità pura, totale» che va recisamente combattuta, onde evitare disfatte rovinose e repentine21. Dentro la guerra, la linea di confine fra i due atteggiamenti non si traccia facilmente. E non è nemmeno detto che corrisponda al rassicurante parametro aritmetico della partecipazione popolare. Su questo Fanon torna e ritorna nel tormentato capitolo intitolato «Grandezza e debolezza della spontaneità». Il marxista dottrinario può leggere queste pagine con il sorriso stampato in faccia di chi sa già tutto in anticipo. Ma non ci guadagna molto. E perde l’occasione di pensare daccapo le formule scolpite nel marmo dell’ortodossia, confrontandole con il processo vivo di fenomeni sociali drammatici, che inventano la storia nel vivo del suo farsi.

Del resto, checché se ne dica, Fanon non posava a teorico della rivoluzione algerina. Ma è difficile negare che i Dannati della terra raggiunga spesso accenti profetici di inusitata prepotenza. La conclusione del libro lascia indubbiamente emozionati.

La colossale semplicità dell’invito sembra quasi compensare l’implacabile ferocia con la quale molti ragionamenti sono stati proposti al lettore. «Per l’Europa – scrive Fanon – , per noi stessi e per l’umanità, compagni, bisogna rinnovarsi, sviluppare un pensiero nuovo, tentare di metter su un uomo nuovo»22. Si capisce alla fine, si capisce meglio perché Fanon abbia voluto intitolare la sua ultima opera (sapendo che sarebbe stata l’ultima) al primo verso dell’Internazionale. Debout, les damnés de la terre, aveva scritto Eugène Pottier, reduce dal massacro della Comune. Versi forti, apocalittici. Occorre fare tabula rasa del passato, non siamo niente e saremo tutto, uniamoci nella lotta finale, l’Internazionale sarà il genere umano23. Fanon deve avere letto queste parole davvero molte volte, prima di scegliere il titolo del suo libro. L’umanismo a cui si appellava era dunque vero, ma assai esigente. E il cammino della sua opera lo attesta fuori da ogni dubbio, capace come si è dimostrato di ravvivare e sorreggere l’impegno teorico e pratico, le scelte individuali e collettive, di tanti rivoluzionari in moltissimi paesi.

Detto questo, sull’influenza del pensiero di Fanon nei due decenni successivi alla comparsa dei Damnés è bene non fare della retorica o del facile semplicismo. Fanon non è Mao Tse Tung. E non è nemmeno Guevara. C’è una irregolarità del suo pensiero che non può essere addomesticata, né sistemata in comode categorie. Inoltre, è bene rammentare che lo psichiatra antillano non svolse mai funzioni di effettiva dirigenza nella lotta di liberazione algerina. In nome dell’FLN ricoprì sicuramente incarichi diplomatici delicati nel contesto del primo panafricanismo. E fu anche protagonista di una missione nell’Africa subsahariana (di cui rimane un breve ma intenso taccuino di viaggio)24, intrapresa con l’obiettivo di saggiare la possibile apertura di un nuovo fronte Sud nella guerra algerina. È commovente apprendere che, ormai malato senza speranza, pensò di trasferirsi a Cuba come rappresentante permanente del Governo Provvisorio Algerino. E non è meno significativo che, durante la breve degenza nell’ospedale americano in cui trovò la morte, abbia dichiarato a un esponente del Dipartimento di Stato Americano che negli anni a venire l’imperialismo statunitense si sarebbe dovuto scontrare con le guerriglie in America Latina e con le rivolte dei neri nei ghetti delle metropoli25. Sappiamo che Fanon era molto sfiduciato nei confronti del proletariato europeo e dei suoi dirigenti politici e sindacali. Sappiamo anche che, proprio nei Dannati della terra, questa diffidenza raggiunge anche il proletariato indigeno impiegato nelle fabbriche e nei servizi delle città algerine, giacché ritenuto compromesso nei meccanismi di privilegio indotti dal colonialismo. D’altra parte, è sufficiente leggere l’articolo scritto da Fanon in morte di Patrice Lumumba, per capire quanto e come il credito da lui riposto nelle masse contadine africane dovesse confrontarsi con problemi tragici e complessi. La «fiducia sconfinata nel popolo» di cui Lumumba aveva dato prova eroica, sino al sacrificio della vita, non era bastata. Alla prima grande crisi del suo nuovo cammino, l’Africa si era dimostrata disunita, e aveva dimenticato «che il nemico non retrocede mai sinceramente. Che non impara mai. Capitola, ma non si converte»26.

Leggendo queste parole amare, e anche pensando alle critiche rivolte da Fanon alla borghesia coloniale proprio nei Damnés, o agli sviluppi delle vicende algerine successive al conseguimento dell’indipendenza, si potrebbe dare la stura a quella malinconia postmoderna di cui parlavamo all’inizio, che in fondo è la gemella rovesciata dei peggiori e più grotteschi trionfalismi novecenteschi. Ma la verità è che Fanon ha vissuto e pensato dentro un intero mondo che stava alzando la testa, insieme a enormi masse di donne e di uomini che si erano messe in moto, disposte a pagare per questo prezzi altissimi. Egli dice: non scrivo per gli europei, non servirebbe a niente. E, alludendo alla sua stessa biografia, parla del letterato colonizzato che sceglie di rompere i ponti dietro di sé, e «passa di stupore in stupore (...) letteralmente disarmato dalla buona fede e dall’onesta del popolo». Per gli intellettuali, incalza, è una fortuna «seppellirsi tra il popolo». Non è un rifugio, e nemmeno una nicchia protetta. È una comunità che, finalmente, ha imparato a infischiarsene dei valori creati per domarla, e, a buon bisogno, per ucciderla. Questi valori, la massa colonizzata adesso li insulta: «li vomita a gola spiegata»27.

Sì, li vomita proprio. Come il vecchio di Patmos che urlava: «poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca»28. È facile quindi intendere la prima ricezione europea di Fanon, il cui discorso venne accolto principalmente come domanda scomoda e tagliente, come fatto quanto mai perturbante, capace di imbarazzare le sicurezze morali di una sinistra ammalata di coesistenza pacifica e di lungimiranti guerre di posizione. Ancora oggi, ad esempio, fa pensare il giudizio olimpico di Simone De Beauvoir. Pur rammentando la completa consonanza di vedute fra Sartre e l’intellettuale martinicano, la cui vita «sembrava un’avventura tragica, spesso orribile, ma di un valore infinito», il Castoro definì I dannati della terra «un manifesto del Terzo Mondo, eccessivo, rigido, incendiario, ma anche complesso e sottile»29. Con meno finezza e più impeto, una giovane Grazia Cherchi si espose nei “Quaderni Piacentini”, presentando i Damnés come il «massimo documento teorico della rivoluzione dei popoli coloniali»30. Ben altra ponderazione venne invece impiegata sulla allora più autorevole “Rinascita”, dove Romano Ledda parlò del libro maneggiandone con diplomazia la radicalità, ma sottolineando anche, con un tocco di paternalismo togliattiano, il «limite» della visione totalmente anti-europea31.

Il problema c’era. Non si poteva far finta di niente. La carica di violenza del libro era difficile da occultare. E la prefazione di Sartre amplificava a dismisura l’intemerata rivolta all’Europa, culla del movimento operaio, ancora fresca della resistenza al nazifascismo, e ciononostante tiepida e guardinga verso i problemi esplosivi determinati dalla lotta anti-coloniale. Non a caso, le riflessioni più interessanti vennero da due interpreti che partivano da una prospettiva asiatica. Enrica Collotti Pischel, nel 1962, pubblicò un lungo e interessante articolo che era di fatto un colloquio rispettosissimo intessuto con Fanon, e condotto principalmente alla luce dell’esperienza maoista32. Un anno dopo, sulla rivista teorica del Partico Comunista Francese, lo storico vietnamita Nguyễn Khắc Viện, sotto lo pseudonimo di Nguyen Nghe, fece uscire un saggio abbastanza ortodosso, che, data l’ormai avvenuta indipendenza algerina, nelle intenzioni dei redattori della rivista doveva serviva a sistemare e proteggere la precedente ignavia dei comunisti francesi sotto l’ombrello dei ragionamenti formulati da un anti-colonialista marxista al di sopra di ogni sospetto33. In effetti, il vietnamita si dimostrava assai più rigido dell’italiana, che, da parte sua, rifiutava di «mettere alla prova» le tesi di Fanon nel quadro, facile e scontato, della schematizzazione del marxismo. Ma entrambi gli scritti erano pieni di acume. Ricollegavano le affermazioni dello psichiatra antillano alle prime riflessioni anti-coloniali del Comintern. Davano respiro alle sue affermazioni più aspre, collocandole nel quadro della gigantesca ondata iniziata, militarmente ma anche eticamente, con la rivoluzione cinese. Gli riconoscevano soprattutto la capacità di esprimere, con il linguaggio della collera, la forza creativa e insospettata delle masse impegnate in una guerra di liberazione.

Masse, però, erano anche quelle che nel 1960 avevano cacciato Tambroni rivoltando il selciato di Genova, e si erano gettate all’assalto della sede della UIL torinese di piazza Statuto nel 1962. Mario Tronti si apprestava a scrivere Lenin in Inghilterra, un saggio quant’altri mai lontano dalle atmosfere fanoniane. Ma un anno prima, ancora sui “Quaderni Piacentini”, Giovanni Giudici aveva provato a confrontarsi con Fanon, chiedendosi dove potesse trovarsi in Italia nientemeno che l’uomo della roncola. Il poeta parlava di filo-cinesi, della dissidenza operaia che iniziava a decollare nelle fabbriche, dell’alienazione dei tecnici, individuando in queste figure i fratelli in potenza dell’algerino furibondo di Fanon. D’altra parte Giudici osservava che, all’inizio del XIX secolo, anche gli operai organizzati nelle prime associazioni di lotta avevano dovuto rompere con il filantropismo ipocrita degli umanisti borghesi, fottendosene dell’universo di valori del citoyen democratico. Niente poteva escludere che il velo sonnolento della guerra di posizione venisse strappato da un nuovo coagulo di forze capaci non di «dialogare», ma di lottare a fianco dei popoli oppressi dall’imperialismo. Tuttavia, avvertiva il poeta, su questi nuovi guastafeste del neocapitalismo europeo, si sarebbero abbattute le solite accuse: teppisti, provocatori. Il marchio dell’infamia era pronto a scaricarsi su di loro, impresso non solo dalla destra padronale, ma anche da una sinistra ufficiale, che non rinunciava a proiettare la sua morale esausta sui destini della rivoluzione mondiale, ipotecando la nascita di un vero orizzonte comune fra gli oppressi di tutti i continenti34.

Ebbene, l’orizzonte comune iniziò a delinearsi ben presto, in un gioco di rimbalzi che oggi appare straordinario. Nel 1971, infatti, Giovanni Pirelli (sicuramente l’uomo che aveva fatto più di chiunque altro per far conoscere Fanon in Italia) poteva scrivere: «Una decina di anni è trascorsa. Nel frattempo è accaduto questo: messo al bando e infine ignorato dal marxismo ortodosso e dai radicali europei così come dai leaders più “socialisti” dei paesi di nuova indipendenza, Fanon ha trovato cittadinanza e sempre più ne trova tra le nuove generazioni e nelle nuove situazioni di lotta»35.

Cosa era successo? Non pretendiamo di esaurire la materia. Ci limitiamo a mettere in fila qualche fatto.
A Cuba, il poeta haitiano René Depestre fa conoscere Fanon a Guevara, che nell’aprile del 1964, nel corso di un viaggio a Parigi, discute con Maspero di una sua possibile prefazione a un’edizione cubana dei Dannati della terra 36.

A dicembre dello stesso anno il Che rilascia una intervista a Josie Fanon, moglie di Frantz, nella quale definisce l’Africa «uno dei più importanti, se non il più importante, campo di battaglia contro tutte le forme di sfruttamento esistenti nel mondo»37. Non sono parole dette in ossequio alla vedova dell’uomo sepolto in incognito nelle terre algerine. Guevara parte davvero per il Congo. E si tratterà di una impresa silenziosamente sfortunata, drammaticamente incompiuta. Il Che ricompare a Cuba a marzo del 1965, per incamminarsi subito alla volta della Bolivia. Che ne avrebbe pensato Fanon? Domanda stupida. Ma nel primo numero della rivista “Tricontinental”, pubblicato nel settembre 1967, c’è il suo articolo sulla morte di Lumumba.

E poi succede un’altra cosa. Nei Damnés Fanon aveva proposto un giudizio, abbastanza originale dati i tempi, sul Lumpenproletariat:

Gli uomini che la popolazione crescente delle campagne, l’espropriazione coloniale hanno portato a disertare la terra familiare, girano instancabilmente attorno alle diverse città, sperando che un giorno o l’altro si permetterà loro di entrarvi. È in questa massa, è in questo popolo delle bidonvilles, in seno al Lumpenproletariat che l’insurrezione troverà il suo puntale urbano. Il Lumpenproletariat, coorte di affamati detribalizzati, declanizzati, costituisce una delle forze più spontaneamente e radicalmente rivoluzionarie del popolo colonizzato38.

Questo ragionamento arriva ad Harlem e produce quello che si dice un corto circuito. I neri sono una colonia interna degli Stati Uniti razzisti. Malcolm X muore nel 1965. È nato il 19 maggio del 1925. Anche per lui, nel 2025, ricorre il centenario della nascita. Detto di passaggio, anche Patrice Lumumba nasce nel 1925. È il caso, e non bisogna dargli troppa importanza. Ma non è un caso che Fanon si trasformi in benzina sul fuoco della lotta dei neri americani. Basta leggere Bobby Seale39, Stokely Carmichael40, Eldridge Cleaver41, George Jackson42, per capire quanto Fanon abbia contato nella lotta delle Black Panters. E da qui Fanon rimbalza di nuovo in Europa, ma stavolta senza produrre drammi di coscienza. Lo legge Rudi Dutschke, il leader della contestazione studentesca berlinese43; lo legge Renato Curcio a Trento44; lo leggono i militanti della Rote Armee Fraktion tedesca45; lo legge Bobby Sands nel carcere di Maze46; lo leggono i combattenti dell’ETA47, lo leggono i detenuti italiani, delle cui lotte dà conto la rubrica che, a partire dal giugno 1971, Lotta Continua inserisce nel proprio giornale, intitolandola, appunto, «I dannati della terra». Forse proprio qui, proprio in Italia, si compie il più concreto e drammatico innesto delle asprezze fanoniane in territorio europeo. Parliamo dei Nuclei Armati Proletari, costruiti nelle carceri, orgogliosi della loro provenienza dal Lumpenproletariat, capaci di lottare insieme agli operai di catena, e per i quali Fanon è un punto di riferimento assoluto48. Insomma, spinto dalle correnti nemmeno troppo misteriose che animano le lotte degli oppressi, l’autore di Pelle nera, maschere bianche torna nell’Europa che aveva abbandonato con furia e amarezza. È un’Europa che lo capisce. È un’Europa che lo miscela senza problemi con Mao e Guevara, perché scommette in proprio, capace di guadagnarsi, per questo, il rispetto degli uomini con la roncola. Vogliamo dirlo? Insieme a questa Europa Fanon combatte. Insieme a questa Europa Fanon viene sconfitto.

Ora, è stupefacente che, nella sterminata letteratura fanoniana alimentata e stimolata dai rispettabilissimi studi postcoloniali, di tutto questo, molto spesso, non ci sia quasi nulla. Nel frattempo qualcuno ha anche cominciato a parlare di Schmitt, e delle analogie fra l’inimicizia assoluta teorizzata dal giurista nazista e l’odio muscolare rivendicato dallo psichiatra antillano. La cosa è molto originale. Nel contesto degli studi dedicati ai Global Sixties, può anche gettare un ponte, una vera liaison dangereuse, fra i Dannati della terra e Operai e capitale. Ma noi siamo meno brillanti. E, dato il nostro semplicismo, a questo punto vogliamo domandare: dove è finito Frantz Fanon? Nei dipartimenti delle università? Nei convegni internazionali dei cultural studies? Nelle citazioni dei letterati preoccupati di impreziosire le loro inquietudini con qualche espressione particolarmente cruda?

Certo è così. Ma non è solo così. Ci sono movimenti carsici della storia che riallacciano fili apparentemente spezzati. Ci sono rami a prima vista estinti che riprendono vita in modo complicato e doloroso. Guardate l’insieme di sollevazioni, militari e non, che hanno scosso l’Africa negli ultimi anni mettendo in crisi la morsa continentale dell’imperialismo francese e americano. Fate attenzione ai Mapuche. Osservate le banlieues francesi. Date un’occhiata al comportamento dei ragazzini che vivono in Italia come immigrati di seconda generazione, e iniziano a riunirsi in bande per depredare la jeunesse dorée delle movide romane e milanesi. Abbiamo incominciato parlando di una attualità traumatica di Fanon. Chiudiamo proponendo un esperimento. Leggete, o rileggete, I dannati della terra. Poi prendete il testamento di Yahya Sinwar, scritto nei tunnel di Gaza. Provate. Leggete. Sentite l’effetto che fa.

Note

  1. Frantz Fanon, I dannati della terra, Torino,, p. 53.  
  2. Ivi, p. 16.  
  3. Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche, Pisa 2015, p. 97.  
  4. Ivi, pp. 202-204.  
  5. Ivi, p. 100.  
  6. Ivi, pp. 196-197.  
  7.  Ivi, p. 204.  
  8.  Ivi, p. 207.  
  9.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, Roma 2006, p. 27.  
  10.  Ivi, p. 63.  
  11.  Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Torino 1975, pp. 132-136.  
  12.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 75.  
  13.  Ivi, p. 79.  
  14.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 179.  
  15.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., p. 94.  
  16.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 176-177.  
  17.  Frantz Fanon, Sociologia della rivoluzione algerina, Torino 1963, pp. 23-50.  
  18.  Ivi, p. 145.  
  19.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 242.  
  20.  Ivi, p. 16  
  21.  Ivi, p. 97.  
  22.  Ivi, p. 244.  
  23.  Eugène Pottier, Chants révolutionnaires, Paris 1937, p. 29-31.  
  24.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 169-180.  
  25.  Si veda, per queste notizie, la nota biografica redatta da Giovanni Pirelli e contenuta in Frantz Fanon, Opere scelte, I, Torino 1971, pp. 17-37.  
  26.  Frantz Fanon, Scritti politici. Per la rivoluzione africana, I, cit., pp. 181-186.  
  27. Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., pp. 10-14.  
  28.  Ap. 3, 16.  
  29.  Simone De Beauvoir, La forza delle cose, Torino 1966, pp. 562-567.  
  30.  “Quaderni Piacentini”, Anno I, n. 2-3, luglio 1962, pp. 26-28.  
  31.  “Rinascita”, Anno XIX, n. 10, luglio 1962, pp. 11-12.  
  32.  “Problemi del socialismo”, n. 9-10, settembre-ottobre 1962, pp. 834-864.  
  33.  “La Pensée”, Nouvelle Série, n. 107, février 1963, pp. 23-36.  
  34.  “Quaderni Piacentini”, Anno II, n. 12, settembre-ottobre 1963, pp. 4-12.  
  35.  Giovanni Pirelli, Frantz Fanon, in I protagonisti della storia universale, XIV, La pace e la rivoluzione, Milano 1971, p. 396.  
  36.  Pierre Kalfon, Il Che. Una leggenda del secolo, Milano 2003, p. 423.  
  37.  Ernesto Che Guevara, Opere, III, t. 2, Milano 1969, p. 340.  
  38.  Frantz Fanon, I dannati della terra, cit., p. 82.  
  39.  Bobby Seale, Cogliere l’occasione. La storia del Black Panther Party e di Huey P. Newton, Torino 1971, pp. 33-34, pp. 37-40.  
  40.  Stokely Carmichael, Potere negro, in Dialettica della liberazione, Torino 1969, pp. 77-78.  
  41.  Intervista con Eldridge Cleaver, in Il Black Panther Party, Torino 1971, p. 94.  
  42.  I fratelli di Soledad. Lettere dal carcere di George Jackson, Torino 1971, p. 31; George L. Jackson, Col sangue agli occhi, Torino 1972, p. 36, pp. 40-42, p. 142.  
  43.  Uwe Bergmann – Rudi Dutschke – Wolfgang Lefèvre – Bernd Rabehl, La ribellione degli studenti, ovvero la nuova opposizione, Milano 1968, p. 103, p. 116.  
  44.  Renato Curcio, A viso aperto, Milano 1993, p. 31. La circostanza trova conferma nel primo numero della rivista “Lavoro Politico” (1, ottobre 1967), dove un inserto monografico è dedicato al Potere Nero (pp. 25-37) con numerosi riferimenti elogiativi a Fanon. Per l’importanza di Fanon tra i militanti del nucleo originario delle BR cfr. anche Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Milano 2023 (2a ed.), p. 60.  
  45.  RAF, La guerriglia nella metropoli, vol. I, Verona 1979, p. 82; vol. II, Verona 1980, p. 30. Ma cfr. anche, in maniera più completa, le occorrenze presenti nel lungo e importante documento del gennaio 1976, riprodotto integralmente in Rote Armee Fraktion, Texte und Materialen zur Geschichte der RAF, Berlin 1997, pp. 198-265.  
  46.  Richard English, Armed Struggle. The history of the IRA, New York 2003, pp. 197-199, 234-235; Denis O’Hearn, Nothing but an unfinisched song. Bobby Sands, the irish hunger striker who ignited a generation, New York 2006, pp. 52-55.  
  47.  La raccolta Per la rivoluzione africana, pubblicata da Maspero nel 1964, fu tradotta in basco nel 1970 (Frantz Fanon, Afrikar iraultzaren alde, San Sebastian 1970); ma già la famosa Carta a los intelectuales, del 1965, appare influenzata dalle esortazioni fanoniane agli scrittori neri.  
  48.  Pasquale Abatangelo, Correvo pensando ad Anna, Milano 2018 (2a ed.), p. 87.

Fonte

05/06/2025

Le tre grandi rotture del Novecento

Il contributo offerto dai compagni e dalle compagne della Rete dei Comunisti con il Forum – e la successiva pubblicazione degli Atti – per un “Elogio del comunismo del Novecento”, nelle sue quattro sessioni-approfondimenti tematici (prima della Seconda guerra mondiale: l’assalto al cielo; dopo la Seconda guerra mondiale: le nuove rivoluzioni, le conquiste operaie e i movimenti di liberazione dei Paesi in via di sviluppo; la regressione del movimento comunista e la controffensiva capitalista; la riemersione delle contraddizioni accumulate dalla supremazia del capitalismo), rappresenta, nel suo complesso, una iniziativa preziosa per l’approfondimento e il dialogo tra comunisti (e oltre l’ambito specifico del movimento di classe) nonché un terreno di lavoro condiviso con le soggettività del movimento che intendono sviluppare una riflessione, non apologetica e non liquidatoria, non eclettica e non dogmatica, per attualizzare l’analisi critica, marxista, e ricomporre terreni unitari.

Al di là delle – e senza l’esigenza di definire più o meno arbitrarie – periodizzazioni, un tema che conviene fare emergere e che offre elementi di riflessione e di approfondimento non scontati è offerto dalle grandi rotture che l’esperienza storica, politica e culturale del movimento comunista del Novecento ha attraversato e delle quali è stata, più volte, protagonista indiscussa.

Non va dimenticato, infatti che proprio il movimento comunista e, alla sua base, il marxismo e il leninismo hanno rappresentato, in Oriente, la concretizzazione di società e di sistemi liberi dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, in cui per la prima volta si sono realizzati diritti ed istanze di emancipazione e di liberazione, e, in Occidente, il fattore maggiore nella sconfitta del fascismo storico e nell’avanzamento della democrazia.

Quali possono essere individuate, dunque, tra le grandi rotture del Novecento? La prima anzitutto: l’avanzata del movimento di classe e l’affermazione su scala planetaria del socialismo nel periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale alla metà degli anni Settanta.

Ciascuno dei singoli capitoli di questa grande fase storica (altrimenti definita “il trentennio glorioso”, ma non è questa la falsariga sulla quale tale riflessione intende situarsi) meriterebbe altrettanti luoghi e occasioni di confronto e di approfondimento.

Per citare solo, nell’ordine, i “contrassegni storici” di questa fase: la sconfitta del nazismo e del fascismo storico; la liberazione dell’Europa; l’affermazione del socialismo come forza sociale, politica, culturale a livello planetario; il protagonismo del movimento di classe nel processo di avanzamento democratico e di conseguimento di spazi sempre più avanzati di democrazia effettiva; nonché, sul piano internazionale, l’emergere della contrapposizione bipolare (avviata con la definizione della cortina di ferro e con la fondazione della Nato, 1949, da parte delle potenze imperialistiche, cui ha fatto seguito, in risposta, la definizione del Patto di Varsavia – Patto di amicizia, cooperazione e mutua assistenza, 1955); la fondazione delle Nazioni Unite e la creazione del sistema di sicurezza collettiva (con due capisaldi inediti e innovativi, la Carta delle Nazioni Unite, 1945, e la Dichiarazione universale dei diritti umani, 1948); sino al successo dei movimenti di autodeterminazione e del processo storico di decolonizzazione e liberazione nazionale (con la nascita del Movimento dei Non Allineati, 1961, a partire dal “protagonismo delle eccedenze”, la Jugoslavia Socialista di Tito, l’Egitto di Nasser, l’India di Nehru).

Sconfitta del fascismo storico e affermazione dell’universalità dei diritti sono, non a caso, le grandi conquiste che vedono proprio nel movimento di classe il principale protagonista. È appena il caso di ricordare che l’Unione Sovietica pagò, nella Seconda guerra mondiale, un tributo di 27 milioni di caduti, di cui 18 milioni civili, e resse, da sola, per due anni, l’urto di 250 divisioni tedesche (circa il 90% dell’esercito tedesco) appoggiate dagli alleati fascisti rumeni, ungheresi e italiani, rappresentando quindi, evidentemente, il fattore determinante nella sconfitta del fascismo e del nazismo, ragione per la quale, citando Ernest Hemingway, ancora oggi, al di là e contro ogni revisionismo, «ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita».

Fu proprio quella sconfitta ad aprire la strada alla codifica, per la prima volta nella storia, di un catalogo di diritti universali, peraltro esteso in termini generali e indivisibili, come diritti civili e politici, diritti economici, sociali e culturali, diritti dei popoli e degli ecosistemi, e oggi ancora diritti digitali e della “infosfera”.

La stessa astensione dei Paesi socialisti (Unione Sovietica, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia) all’atto di approvazione della Dichiarazione indica una battaglia per diritti non solo da riconoscere “formalmente” ma da realizzare “positivamente”: nella posizione della delegazione sovietica, com’è noto, il catalogo dei diritti avrebbe dovuto promuovere positivamente il rispetto dei diritti e delle libertà universali, al di là di ogni differenza di nazionalità, lingua o religione, e avrebbe dovuto altresì non solo affermare (o dichiarare), ma soprattutto promuovere (e garantire) l’attuazione dei diritti universali, con obblighi positivi da parte dello Stato, come già previsto nel costituzionalismo sovietico. Diritti che, appunto, ieri le forze conservatrici e reazionarie, oggi le forze monopolistiche e tecnocratiche del capitale non smettono di contrastare e aggredire.

La seconda rottura storica è rappresentata dalla successiva parabola del declino e della crisi nella quale matura la sconfitta storica del movimento operaio e socialista in Europa (come è bene ribadire: in Europa) tra la metà degli anni Settanta e la crisi di sistema degli anni Duemila (la crisi strutturale del 2007-2008).

Le premesse sono gettate dalla fine del sistema di Bretton Woods (il sistema di cambi fissi ancorato al valore dell’oro e mediato dal dollaro statunitense, e quindi la fine della convertibilità del dollaro in oro) nel 1971, dall’esordio della Commissione Trilaterale nel 1973 e dal famigerato rapporto su “La crisi della democrazia” nel 1975 in cui l’attacco del capitale al lavoro e alla democrazia diventa frontale ed esplicito: critica del presunto “eccesso di democrazia”; affermazione del primato degli organi esecutivi sugli organi rappresentativi; rovesciamento del rapporto tra potere economico e potere democratico.

Sono gli anni della prima affermazione della destra (anche in forme radicale) su vasta scala nell’intero sistema occidentale (Margaret Thatcher, 1979; Ronald Reagan, 1981; Helmut Kohl, 1982; Yasuhiro Nakasone, 1982; Yitzhak Shamir, 1983). Le basi del liberismo radicale e della violenta aggressione ai diritti del lavoro e alle prerogative sindacali sono così gettate, rilanciando potentemente, anche sul piano della narrazione egemonica e della costruzione di immaginario, l’offensiva padronale, una rinnovata lotta di classe dall’alto.

Tuttavia, a dispetto di chi aveva cantato, di fronte alla fine dell’esperienza storica del socialismo sovietico, le “magnifiche sorti e progressive” del modello liberale e perfino la “fine della storia”, la storia non era (non è) finita e le sorti, lungi dall’essere magnifiche e progressive, si sono rivelate, per l’umanità e, in particolare, per il movimento di classe, segnate da nuove contraddizioni e sfide.

È il tempo segnato dalla terza rottura storica, quella tracciata dalla ripresa di vitalità e protagonismo dei movimenti di trasformazione dalla fine degli anni Duemila a oggi. La messa in discussione del paradigma liberista e la fine della stagione storica della “globalizzazione” (per come la si era conosciuta e descritta negli anni Novanta) conducono al mondo quale lo conosciamo oggi, con la rinnovata centralità della contraddizione e della conflittualità inter-imperialistica, con l’inedita affermazione di socialismi di tipo nuovo (dal “socialismo con caratteristiche cinesi per la nuova era” ai socialismi di ispirazione umanista e bolivariana che attraversano l’America latina, fino alle più recenti esperienze di progresso in Africa, un panorama che nell’insieme va spesso sotto la denominazione di “socialismi del XXI secolo”) e, in definitiva, con l’affermazione della grande contraddizione storica del tempo presente; imperialismo egemonico vs. mondo multipolare.

Peraltro, basterebbero gli esempi sopra rapidamente richiamati, per rendere conto della vitalità delle “vie nazionali” e della capacità del socialismo, sulla base della realtà storica, di esplorare forme e “vie nuove”.

La rinnovata centralità, cui si accennava, dell’imperialismo lo ripropone come categoria strutturale centrale del presente, dove si manifestano, in forma articolata e attuale, i ben noti “cinque contrassegni”: la concentrazione della produzione e del capitale con la formazione di monopoli con una funzione decisiva nella vita economica; la fusione del capitale bancario con il capitale industriale nel “capitale finanziario” e il formarsi, sulla base di questo, di una vera e propria oligarchia finanziaria; la crescente importanza acquisita dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci; l’affermazione di centrali monopolistiche internazionali, che si ripartiscono il mondo per aree e mercati di influenza; infine, la sostanziale ripartizione della Terra tra le potenze capitalistiche e la pulsione alla guerra che, non a caso, si riaffaccia come vera e propria “cifra” del tempo presente.

Quanto alla forma dell’oligarchia finanziaria e all’importanza (economica e, in definitiva, politica) dell’esportazione di capitale sostenuta dal ruolo attivo degli Stati (le potenze imperialistiche), basterà passare in rassegna alcuni elementi. I due principali fondi di investimento al mondo (BlackRock e Vanguard) gestiscono un valore pari a ca. il 15% dell’intero Pil mondiale; i principali dieci fondi detengono tra il 30% e il 40% delle prime 500 società mondiali; dei primi venti fondi di investimento, ben quindici (tra cui tutti i primi cinque) sono basati negli Stati Uniti, appena due in Francia, uno in Gran Bretagna, uno in Germania e uno in Svizzera, il che indica chiaramente dove si concentri il potere del capitalismo mondiale e dove si attestino le principali potenze imperialiste.

Per fare un confronto, i due più grandi fondi sovrani, di proprietà degli Stati, il Fondo petrolifero norvegese e il Fondo statale cinese, superano di poco i 2.000 miliardi di dollari, a fronte del fatto che i primi due gruppi privati superano rispettivamente i 10.000 e gli 8.000 miliardi di dollari.

Un’ultima riflessione può opportunamente esser riservata alla forma del cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era».

Com’è noto, la struttura del sistema cinese, regolata dalla pianificazione e a prevalente proprietà pubblica e statale, è articolata in quanto comprende l’economia statale, collettiva, privata, individuale, a gestione congiunta, a composizione azionaria. Lo Stato mantiene il controllo su tutti i fattori fondamentali e su tutti i comparti strategici: terra, industria pesante, energia, trasporti, infrastrutture, comunicazioni, finanza e commercio estero, mentre la produzione privata è incoraggiata nella misura in cui stimola e dinamizza lo sviluppo tecnologico, il mercato interno e la modernizzazione.

Le imprese di Stato ricadono nel quadro della direzione economica statale e i loro obiettivi non rispondono a interessi di natura esclusivamente economico-quantitativa, come dimostra il fatto che “il margine di profitto medio delle imprese statali cinesi è di appena il 3,5%”.

Il complesso costituito dalle aziende di proprietà statale o sotto controllo statale costituisce la totalità delle più importanti aziende cinesi; la Commissione statale per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà statale del Consiglio di Stato cinese controlla 97 grandi aziende statali, con un patrimonio di oltre 30 mila miliardi di dollari (2023).

Le aziende statali rappresentano oltre un terzo dell’economia cinese e oltre un quarto di tutte le aziende maggiori nel mondo, presenti nella lista Global Fortune 500; delle prime dieci, tre sono cinesi (State Grid, Sinopec, China National Petroleum Corporation). Come ribadito peraltro in più occasioni dal presidente cinese Xi Jinping, «la modernizzazione cinese è la modernizzazione socialista perseguita sotto la direzione del Partito comunista cinese» (settembre 2023).

Riferimenti

“Elogio del comunismo del Novecento”, Le sessioni del Forum, 28 settembre 2024.  

Gianmarco Pisa, “Il Giorno della Vittoria, il 9 Maggio”, Futura Società, 9 maggio 2025. 

John Kenton, “Human Rights Declaration Adopted by U.N. Assembly”, The New York Times, 10 dicembre 1948. 

Alessandro Volpi, “I fondi d’investimento, padroni del mondo”, Sbilanciamoci, 20 giugno 2024. 

Steven Argue, “Russia e Cina non sono imperialiste”, The Greanville Post, 6 maggio 2015. 

Allen J. Morrison, J. Stewart Black, “Il dominio economico della Cina è al punto di flesso?”, Harvard Business Review Italia, marzo 2024. 

Xi Jinping: La modernizzazione cinese è la modernizzazione socialista guidata dal Pcc, originariamente apparso sul «Qiushi Journal», edizione cinese, n. 11, 2023, ripubblicato in italiano, 16 aprile 2024. 

Fonte

05/10/2024

Il comunismo nel '900? Una sconfitta, non un fallimento

Ieri la prima giornata di lavori del Forum “Elogio del comunismo del Novecento”. Oggi si prosegue la mattina con la seconda e terza sessione, poi interruzione per partecipare alla protesta contro il divieto di manifestazione. I lavori riprenderanno domenica mattina con la quarta sessione.

Pubblichiamo il testo dell’introduzione ai lavori del Forum di Mauro Casadio della Rete dei Comunisti.

*****

La grande rimozione

In questo nuovo cambio epocale si stanno determinando le condizioni per affrontare in modo più oggettivo la grande rimozione politica fatta, in buona e mala fede, sul movimento di classe e comunista del ‘900; necessità che si impone non solo in termini storici ma anche per le prospettive di una, ora di nuovo, necessaria trasformazione sociale. Come RdC già dagli anni ’90 sentivamo questa esigenza tanto da produrre alcune pubblicazioni, titolate “Il bambino e l’acqua sporca”, per indagare più a fondo quelle esperienze cercando, appunto, di salvare il “bambino”.

Ci fermammo, però, in quella ricerca ed elaborazione sia per nostri limiti soggettivi sia perché, nel contesto dell’affermazione globale del neoliberismo, rischiavamo di oscillare tra suggestioni ipercritiche e continuismo dogmatico vista l’impossibilità di avere verifiche certe nella realtà. Ciò non esclude che avessimo già una idea di ciò che era avvenuto e si era prodotto nelle esperienze comuniste dell’est e dell’ovest dell’Europa in particolare, luogo dal quale era partito il moto rivoluzionario mondiale del Novecento.

Se per la soggettività gli esami non finiscono mai, sul piano dell’oggettività la situazione attuale viene ora in nostro aiuto in quanto la crisi di egemonia dell’imperialismo euroatlantico ci fornisce più strumenti per concepire una nuova possibilità di cambiamento di sistema.

Certo se il capitalismo non fosse ricaduto ancora una volta nelle sue intime contraddizioni di fondo parlare del movimento comunista del ‘900 sarebbe possibile farlo solo in termini di ricerca storica, utilissima ma non di nostra diretta competenza.

La fine della “fine della storia”.

Invece la fine della “Fine della Storia” ci permette di tracciare una linea rossa dalla rivoluzione Bolscevica del ’17 utile ad interpretare gli andamenti del conflitto di classe internazionale, ma soprattutto definire il ruolo avuto da essa nel processo di emancipazione generale di tutta l’umanità.

Ed anche di rivendicarlo come prodotto diretto di una grande soggettività, pur contraddittoria, che si è misurata per la prima volta con un progetto di trasformazione sociale radicale e razionale che oggi va colto e rilanciato, nelle forme e condizioni specifiche della nostra contemporaneità, in tutta la sua grandezza e complessità.

Almeno questo è il nostro punto di vista come RdC, la tesi che vogliamo sostenere.

D’altra parte possiamo dire di avere il “vantaggio” di una lettura storica relativa al susseguirsi di diverse fasi in tempi non lunghi come gli ultimi 50 anni, da quella rivoluzionaria a cavallo degli anni ’60 e ’70, alla crisi del socialismo reale fino alla perdita di egemonia del capitalismo reale, che ci permette di analizzare non solo le tendenze insite in questi veloci cambiamenti ma anche le potenzialità di trasformazione che riemergono e che per noi sono la riproposizione del socialismo possibile oggi.

D’altra parte per i comunisti è fondamentale avere il senso della Storia, leggere le forze materiali che la determinano, collocare se stessi dentro tale processo ma rifuggendo da ogni visione teleologica come quella avuta sulla inevitabilità del socialismo che dalla seconda internazionale in poi ha prodotto distorsioni e cecità politica.

Nel Forum fatto nel marzo del ’23 “Il Giardino e la Giungla”, e nei lavori prodotti precedentemente, avevamo individuato una tendenza sul piano strutturale che andava dalla implosione dell’URSS e dalla progressiva integrazione della Cina nel mercato mondiale alla crisi attuale letta come crisi di egemonia dell’imperialismo storico. Questa crisi ha come premessa materiale i limiti che si pongono alla espansione illimitata, quale tendenza immanente, del Modo di Produzione Capitalista sia per le contraddizioni interne sia per i limiti oggettivi che incontra a cominciare dai fattori di crisi ambientale.

La nostra lettura parte non dagli specifici dei singoli capitalismi ma dal moto generale del MPC che, trovando i limiti suddetti, cerca di ricreare i possibili spazi di crescita non più nella crescita generale, come è stato circa dal 1991 al 2007, ma nei molteplici fattori di competizione interna tra soggetti economici e statuali producendo la spinta verso la frammentazione del mercato globale ora confermata dal conflitto economico, politico e militare che sta attraversando il mondo.

Si può dire che la pervasività e trasversalità del conflitto oggi è molto più ampia di quella conosciuta durante i decenni del bipolarismo URSS-USA nato dopo la seconda guerra mondiale con alcuni momenti apicali: in Corea negli anni ’50, in Indocina fino ai ’70, nelle guerre israelopalestinesi ed in alcuni momenti rivoluzionari come quello cubano.

Indubbiamente il conflitto di classe interno ai singoli paesi fu molto alto sia in quelli capitalisticamente avanzati che in quelli del terzo mondo, dove spesso si è espresso con guerriglie e colpi di Stato, ma sempre comunque dentro un equilibrio sostanziale tra le potenze in campo rotto solo con la fine dell’URSS.

Oggi la situazione è diversa, non siamo in presenza di un equilibrio paragonabile al bipolarismo precedente ed avviene in un ambiente sociale molto diverso. Infatti oggi le diseguaglianze sono molto più accentuate e diffuse di prima in quanto la capitalistizzazione delle economie ha coinvolto di fatto quasi tutti i paesi scomponendo i sistemi sociali precedenti, a partire da quelli socialisti, e riproducendo gli squilibri classici delle società capitaliste. Questo avviene, seppur con tempi politici e materiali diversificati, anche nei paesi imperialisti in cui si incrementano crisi sociali profonde ed irrisolvibili.

Questa macerazione delle condizioni sociali complessive costituisce la premessa di molti conflitti e rotture che si riverberano nell’ambito politico, vedi la vicenda Trump e l’estrema destra risorgente nella UE, e spesso tracimano in quello militare a causa del conflitto geopolitico prodotto dalla frammentazione prima citata.

Le tracce di questo processo sono presenti ovunque. In occidente il rischio di una competizione interna più accesa tra USA e UE è latente ma è reale, la guerra in Ucraina è servita a interrompere le relazioni in particolare tra Germania e Russia mettendo però in difficoltà economiche la UE e si incrementerà ulteriormente se gli USA facessero una scelta “neoisolazionista”trumpiana; come è altresì reale la competizione monetaria tra Dollaro ed Euro.

Sempre nel quadrante occidentale del pianeta la riduzione di ruolo dell’imperialismo e del colonialismo produce conflitti e guerre. Il Sud Africa, con gli altri paesi del cono sud, ha scelto la strada dell’alternativa ed ha aderito ai BRICS; nell’Africa subsahariana interi paesi stanno voltando le spalle al colonialismo francese anche con conflitti militari mentre i paesi arabi, dopo gli interventi in Libia, Siria e in Iraq, vivono una condizione permanente di guerre e guerre civili. A questo scenario si aggiunge il ruolo genocida e di gendarme che continua a svolgere Israele contro i palestinesi, ma anche in relazione al Libano, all’Iran e all’insieme dei popoli mediorientali.

L’altra frattura importante è stata la nascita dei BRICS in quanto quella che può crescere è un’area economica autonoma e competitiva dall’Euroatlantismo che rafforzerebbe la sua crisi di egemonia con effetti economici e politici rilevanti indebolendo ulteriormente gli USA oltre che la UE.

Non è certo esplosa per caso la guerra in Ucraina che aveva come obiettivo, ad oggi fallito, di riprodurre con la Russia quello fatto a suo tempo con l’URSS aprendo un fronte militare sulla pelle in particolare degli Ucraini, usati come carne da cannone e che non accenna a chiudersi.

Anche le vicende Latino-Americane relegano il “cortile di casa USA” alla memoria in quanto esiste un fronte nettamente antimperialista che va da Cuba, con la sua grande capacità di esperienza e di lotta, al Venezuela, al Nicaragua, alla Bolivia che mantengono una prospettiva socialista mentre gli altri paesi del subcontinente oscillano tra posizioni reazionarie e riformiste in quanto conferma di una situazione in transizione, come hanno dimostrato le recenti manomissioni diplomatiche ed aggressioni internazionali fatte in occasione delle elezioni Venezuelane.

Se volgiamo lo sguardo nel quadrante orientale del mondo la situazione potenzialmente è ancora più esplosiva perché gli USA stanno costruendo un cordone “sanitario” attorno alla Cina, dall’Australia al Giappone con un accordo militare denominato AUKUS. Quella Cina con una dimensione demografica, economica, finanziaria e militare tale da rimettere in discussione a livello mondiale il primato degli USA, che ancora ragionano nei termini tipici della guerra fredda, sia per mancanza di prospettive alternative che per miseria culturale della sua classe politica democratica e repubblicana.

In circa trent’anni il neoliberismo è riuscito a produrre una crisi finanziaria piegando interi paesi come la Grecia, crisi sociali ed umanitarie fatte in nome della democrazia e dei diritti civili, due guerre come quella in Ucraina e quella pluridecennale della Palestina che invece di risolversi tendono ad estendersi ed incancrenirsi, oltre una miriade di conflitti catalogati sotto le categorie di integralismi religiosi o di nazionalismi prodotti dalla mondializzazione del sistema capitalista. Infine il tutto spinge verso la possibilità di una guerra nucleare che ormai viene evocata esplicitamente e programmata dai paesi che possiedono questo strumento di morte.

Insomma oggi possiamo dire che il capitalismo “vittorioso” ci sta regalando per ora un futuro di guerra “a pezzi”, una regressione sociale e politica generalizzata ed in prospettiva forse anche di guerra nucleare obbligandoci a ragionare sul percorso storico e sul ruolo avuto dal movimento di classe, di quello comunista e dei paesi socialisti nel secolo scorso.

I paradossi di una storia che non è finita.

Non solo è evidente la barbarie capitalista ma vanno rilevati una serie di paradossi da questa generati che mostrano quanto quel ‘900 è presente nella storia attuale alla faccia di chi “coraggiosamente” negli anni ’80 qui in Italia ebbe a dichiarare che la spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre fosse esaurita.

Il primo paradosso che si manifesta è l’odierna alleanza tra Russia e Cina, certo non in termini rivoluzionari come avremmo voluto ma sicuramente come elemento di crisi dell’egemonia occidentale. La rottura voluta da Kruscev nel ’56 non solo è stata un errore strategico ma ha mostrato il limite teorico del gruppo dirigente che si andava affermando alla direzione del PCUS in quanto lo scontro, anche in quella fase, con il mondo occidentale non era esclusivamente militare ma di capacità di crescita complessiva delle forze produttive e della loro possibile socializzazione in quelle società.

Determinare quella dimensione produttiva euroasiatica avrebbe offerto una possibilità di affermazione della prospettiva socialista molto più ampia di quanto sia stato poi effettivamente possibile. Questa necessità paradossalmente si ripropone in forme diverse e non socialiste ma è oggettivamente la base materiale necessaria per rompere, anche oggi, con il dominio occidentale.

La Russia anticomunista di oggi, come ulteriore incongruenza, di fronte allo scontro internazionale è costretta, per darsi legittimità e identità, a ricorrere a scadenze e simboli propri dell’Unione Sovietica, gli unici ad essere irriducibili alla rappresentazione ideologica della “civiltà” occidentale.

L’altro paradosso che si sta evidenziando è che nello schieramento internazionale contrapposto all’imperialismo si trovano quei paesi che hanno ancora un orientamento socialista se non dichiaratamente comunista oppure hanno dato vita alle lotte di liberazione, spesso vittoriose ma che poi hanno accettato i compromessi imposti dalla fine dell’URSS. Oltre la Russia e la Cina c’è Cuba, Nicaragua, Sud Africa, Iran, Corea del Nord, Yemen, Siria, Angola, Mozambico.

Questo è stato possibile perché nel MPC il capitale tende ad espandere la propria pervasività e per fare questo generalizza le forze produttive, la scienza, la tecnologia, la produzione, le infrastrutture e la circolazione di merci e la trasformazione della forza lavoro. Questo processo ha permesso la crescita anche di quella parte del mondo ormai non più alternativa come sistema economico ma non immemore della natura e della storia dell’occidente colonialista.

Molti e continui i detonatori politici che hanno smontato il mito del progressivismo liberale. Alcuni tra i tanti:

La crescita dirompente della Cina.

L’umiliazione imposta alla Russia portando la NATO fin dentro i suoi confini nonostante le rassicurazioni date a Gorbaciov.

La resistenza alle continue interferenze politiche in alcuni paesi come Cuba e Corea del Nord.

Le guerre coloniali iniziate fin dal 1991 contro tutti quei paesi che dovevano essere asserviti, dal Medio Oriente all’America Latina fino all’Africa passando per la ex Jugoslavia.

La truffa operata sulla pelle del popolo Afghano prima usato ed armato contro i sovietici e poi occupato per 20 anni con la retorica sulle donne oppresse e dei diritti civili.

Tutto ciò ha aperto la strada per la creazione di quella maggioranza di paesi oggi predisposti ad una alternativa economica e sociale. Alternativa che si materializza nei voti del Sud del Mondo espressi durante le Assemblee Generali dell’ONU.

Verso il multipolarismo

La forma che sta assumendo il cambiamento attuale è dunque quella del mondo multipolare, è uno scenario che rispecchia molto parzialmente il nostro pensiero sul cambiamento sociale, non ha necessariamente e formalmente l’obiettivo del socialismo, trascina con se elementi arretrati quali quelli religiosi ma è l’unica prospettiva, al momento, che può mettere in crisi il dominio occidentale. Questo per noi è fondamentale in quanto riteniamo sia necessario per i comunisti continuare a lottare e mettere in crisi il proprio imperialismo.

Se questa è la condizione oggettiva, storica, in cui ci troviamo riteniamo altrettanto importante avere le idee chiare di cosa stiamo parlando evitando illusioni di ritrovate patrie socialiste e capire quale funzione svolgere per le forze comuniste presenti nelle cittadelle imperialiste.

Per essere chiari, ed al di là delle tattiche politiche necessarie in una situazione di rimescolamento generale, continuiamo a pensare che Putin faccia parte di quel ceto politico-finanziario parassitario che ha tradito l’Unione Sovietica e la prospettiva socialista; ovviamente saremmo contenti se quello che sta avvenendo implicasse una modifica delle prospettive della Russia ma su questo manteniamo un certo scetticismo. Indubbiamente la difesa nazionale della Russia è una grossa contraddizione per l’occidente che va interpretata e gestita politicamente ma questo non deve incidere su una nostra capacità di lettura razionale, in quanto comunisti, dei complessi processi in atto.

Sempre per non divagare è per noi utile rappresentare con chiarezza quello che pensiamo sulla Cina. Nel gennaio del 2021, in piena pandemia partita da quel paese, abbiamo tenuto un Forum per elaborare un giudizio più organico su quello che stava accadendo nel paese, allora, più popoloso del mondo.

Senza entrare nel merito di quel confronto, il dato di fondo era che il PCC aveva accettato negli anni ’80 un rapporto politico con gli USA, scelta sostenuta già precedentemente da Mao e simbolica fu la partita a Ping Pong tra USA e Cina tenuta nel 1971, ed economicamente ha scelto di gestire il MPC operando su questo una sorta di scommessa strategica con i propri fini socialisti.

Questa, dal nostro punto di vista, non si è ancora conclusa ma certamente in parte è stata vinta con una crescita economica enorme e con un altrettanto enorme ruolo internazionale acquisito negli ultimi anni. Ma va detto anche che da questo punto di vista le contraddizioni che vive la Cina sono grandi, dal ruolo dello Stato nell’economia, alla corruzione diffusa, al rischio di far prevalere gli “istinti animali” del MPC visto che sul controllo di questo si basa la scommessa del PCC.

Per noi i rischi ci sono e sono molti e pensiamo che ne vada fatta una analisi lucida, ma su un punto abbiamo le idee abbastanza chiare cioè che la Cina non è un paese imperialista e questo lo affermiamo non per principi ideologici ma per un motivo materiale.

Se assumiamo una visione d’insieme, dallo specifico del “capitalismo” cinese ai verificati limiti allo sviluppo del MPC, la domanda da farsi è se in una situazione di questo tipo è possibile ipotizzare il passaggio del testimone imperialista dagli USA alla Cina, come molti sostengono.

In altre parole non riteniamo che ci siano le condizioni oggettive (lo spazio materiale) per un tale sviluppo a meno che non ci sia una guerra mondiale/nucleare con una distruzione generalizzata delle forze produttive i cui esiti appaiono difficilmente prevedibili per tutti i soggetti in campo.

Forse è proprio grazie alla coscienza di questa condizione generale che prende quota l’ipotesi del multipolarismo ed entra in crisi il comando occidentale a scala globale. Dunque l’uso del MPC, con tutte le contraddizioni e diseguaglianze che produce, non implica necessariamente una evoluzione imperialista della Cina.

Nel passato della Storia del capitalismo sono già avvenuti dei passaggi da una egemonia di un paese ad un’altra, è avvenuto con l’affermazione dell’Inghilterra divenuta l’impero più grande a livello planetario e con l’affermazione dell’egemonia Statunitense dopo la seconda guerra mondiale.

Il successo di questi imperialismi egemoni si è determinato non principalmente in via militare ma con la capacità di crescita industriale, economica, politica divenuta modello per i capitalismi nascenti dell’800 per quanto riguarda l’Inghilterra e per gli USA l’affermazione del mondo unipolare degli ultimi quarant’anni. Oggi quella dimensione della crescita per riproporre una nuova egemonia imperialista in relazione al capitale circolante a livello mondiale è per noi evidentemente difficile se non impossibile.

La Storia non è finita. La Storia si è rimessa in marcia ridando ruolo alle forze di classe nei paesi fuori dalle cittadelle imperialiste ed a quei paesi che in un modo o in un altro hanno inciso nella storia del ‘900. Per questo non siamo d’accordo con la categoria del fallimento del socialismo e pensiamo che la sconfitta ci sia stata, è stata evidente, va analizzata e compresa ma la sconfitta non è la chiusura di ogni prospettiva rivoluzionaria poiché oggi le contraddizioni stesse del capitale la rivitalizzano.

Questa valutazione non è un messaggio consolatorio per chi è “nostalgico” ma è invece un segnale che intende ridare una speranza a chi è colpito e penalizzato, in particolare in Europa, dal distorto sviluppo attuale: i lavoratori, le giovani generazioni, gli immigrati, e riaffermare che il cambiamento è in atto e che la partita si riapre per tutti coloro che la vogliono giocare senza illusioni e con la consapevolezza dello scontro brutale che implicherà questo livello delle contraddizioni.

Certamente parallelismi con il ‘900 sono fallaci, pensare di riprodurre quelle dinamiche nel nuovo contesto internazionale modificato sul piano sociale, politico e dei rapporti di forza internazionale è un errore di dogmatismo che non fa i conti con la potente dialettica “rivoluzionaria” prodotta dal Capitale in questi ultimi decenni.

Al contrario abbiamo bisogno, rivendicando comunque la nostra storia ma rimettendo mano alla cassetta degli attrezzi marxista, di adeguare gli strumenti analitici, di cogliere i caratteri nuovi e, per molti tratti, inediti della presente fase del capitale tentando di operare, anche per ciò che attiene alla soggettività comunista, un salto di qualità dell’agire politico ed organizzativo all’altezza dell’attuale soglia dello scontro.

Infatti va recuperato, valorizzato e rilanciato il movimento verso il socialismo, convinti di stare ancora dentro un processo storico di cambiamento del mondo essendo coscienti che l’attuale assetto sociale potrà solo peggiorare le condizioni di tutta l’umanità inclusi i popoli che vivono nei paesi imperialisti. Di questo noi come RdC ne siamo profondamente convinti ed è una delle ragioni costituenti della nostra soggettività e del nostro processo di costruzione organizzata.

Questa però non è solo una affermazione aprioristica ma nasce dalla constatazione che gli stessi sacri principi della borghesia internazionale stanno logorandosi dentro il riemergere di contraddizioni irrisolvibili e sempre meno occultabili dalle fumisterie ideologiche e narcotizzanti messe in atto dagli apparati ideologici del capitale.

Il neoliberismo, particolarmente dopo la fine dell’URSS e nei primi anni 2000 con il pieno dispiegamento della cosiddetta Globalizzazione, aveva promesso possibilità di crescita per tutti nella riaffermazione delle libertà borghesi, ma quello che si sta manifestando è una diseguaglianza economica e sociale sempre più profonda, sempre più riconosciuta dalle stessi fonti padronali, che aumenta la distanza tra popoli, all’interno stesso dei popoli, tra generazioni. Non a caso alcuni accademici, di parte borghese, alludono ad una crisi di civiltà delle società liberali e/o capitalistiche.

Il neoliberismo aveva affermato che lo Stato era un danno e che andava limitato al massimo procedendo con le privatizzazioni di aziende e servizi pubblici, con riduzione del personale a cominciare dalla sanità ed in tutti i servizi gestiti dal welfare.

Nei fatti le politiche liberiste hanno ingrassato i profitti delle grandi imprese, della finanza ed hanno impoverito non solo i settori popolari ma anche il “ceto medio” quale base sociale e politica per la stabilità dei governi. La pandemia del Covid 19 ha mostrato come l’impoverimento dei servizi pubblici producesse danni mai visti prima.

Oggi a smentire definitivamente l’assunto di “meno stato e più mercato” emerge chiaramente che il mercato non è in grado di sostenersi da solo ed ha sempre più bisogno del sostegno finanziario e normativo dello Stato e, come definitiva verifica, stiamo assistendo al ritorno del Keynesismo sotto forma di rilancio della produzione militare con tutto quello che ne potrà derivare per la pace nel mondo.

Infine anche il feticcio della democrazia borghese si sta sgretolando, a partire dai paesi imperialisti, con la corruzione sempre più profonda, il moltiplicarsi di fenomeni di grassazione, con una vera e propria degenerazione economica e culturale sempre più pervasiva a causa dell’affermazione delle lobby finanziarie ed industriali.

Anche la degenerazione di classi politiche indecenti, inconsistenti e asservite ai poteri forti sono un altro sintomo di crisi del sistema politico borghese come lo è la crescita dell’astensionismo che, nei paesi dell’est Europa, è arrivato al 70% nelle ultime elezioni Europee.

Elezioni durante le quali è emerso un ulteriore paradosso nelle elezioni in Germania dove le forze antigovernative di destra hanno ottenuto la maggioranza in tutta la ex Germania dell’est rialzando quel muro politico che qualcuno pensava di aver abbattuto.

Esito ripetutosi nelle due elezioni regionali successive che hanno riconfermato la divaricazione politica tra i Lander dell’est e quelli dell’ovest rafforzata proprio dalle politiche sociali di un paese capitalista, nonostante la cinica annessione fatta nel ’90.

Non solo, ma laddove i risultati elettorali non sono quelli desiderati vengono contestate le elezioni come elezioni farsa e vengono messi in moto ad arte movimenti che puntano a ristabilire l’ordine voluto, la vicenda Venezuelana ne è l’ultimo esempio in ordine di tempo. Cosa che si è ripetuta in altre forme anche in Francia con l’indicazione di un presidente del consiglio Gollista nonostante la vittoria e l’opposizione del Nuovo Fronte Popolare.

E noi?

Ricollocare la storia del movimento di classe e comunista del ‘900 è un elemento importante non solo per il passato ma anche per le prospettive; certamente va tenuto conto che questo tipo di ricostruzione di un filo rosso rivoluzionario noi lo dobbiamo svolgere in Italia ovvero nell’Unione Europea, ovvero in un polo imperialista di prima grandezza nonostante le sue molte contraddizioni.

Un polo che stenta a divenire entità statuale sulla base dei criteri storici a cui siamo abituati ma che procede, con percorsi tortuosi, verso una unificazione “sui generis” degli Stati europei, in questo senso la guerra in Ucraina sta fornendo un pretesto forte sia sul piano politico sia su quello più direttamente industriale. Va ricordato in proposito che la Germania e l’Italia si sono costituiti nel secolo XIX Stati Nazionali proprio grazie all’uso dello scontro militare.

Il piano proposto da Draghi parte dall’opportunità offerta dalla guerra in Ucraina ma punta su una omogeneizzazione del sistema industriale continentale fondamentale per procedere nel faticoso percorso di unificazione politica della UE.

Riaffermare un ruolo dei comunisti e del movimento di classe è complesso e difficile perché l’imperialismo, mentre sfrutta e produce diseguaglianze nel resto del mondo, deve in qualche modo non far precipitare le proprie classi subalterne in una condizione di povertà. Ciò per motivi politici, e questi già si vedono nell’astensionismo in crescita e nella volubilità dell’elettorato, sia perché l’occidente è pur sempre il mercato dove realizzare i profitti nella valorizzazione delle merci e dei servizi oltre che con le forme di sfruttamento del lavoro tecnologicamente più evolute.

Non si può prescindere, dunque, nelle analisi e nelle conseguenti valutazioni possibili da questo dato strutturale che, seppure viene sempre più ridimensionato dalla crisi generale, determina una condizione specifica in cui l’esistenza del cosiddetto “ceto medio” contiene le possibilità effettive di conflitto e di crescita per una forza radicalmente antagonista.

Agiscono in questa direzione di “freno” anche altri elementi strutturali quali la scomposizione tecnica e giuridica della forza lavoro; sappiamo bene che l’aumento della composizione organica del capitale, ancor più nei centri imperialisti, riduce la componente del lavoro vivo, sia manuale che mentale, e dunque ne deve abbassare necessariamente i costi cosa che avviene tramite la diffusione della precarietà in forme variegate sia nel settore privato che in quello pubblico.

Significativa è, in questo senso, la modalità mistificante con cui vengono fatte le statistiche sull’occupazione da cui risulta una ridicola percentuale di disoccupati in quanto basta aver lavorato 1 ora nella settimana in cui viene effettuata la rilevazione statistica per risultare statisticamente occupato a tutti gli effetti.

Infine la difficoltà principale che incontriamo nell’organizzazione del conflitto è il prodotto del tradimento delle organizzazioni storiche, politiche e sindacali, e della loro integrazione nella governance capitalistica che hanno portato alla scomparsa della coscienza di classe, all’assenza di riferimenti politici e culturali ed allo strapotere delle classi dominanti. Queste, infatti, operando in assenza di ogni tipo di coscienza e resistenza, hanno gioco facile non solo per ottenere i loro obiettivi ma anche per avere l’adesione passiva all’ideologia dominante.

Questo aspetto è particolarmente rilevante in Italia, a differenza di altri paesi europei come la Francia, la Spagna o la Grecia, dove i ceti dirigenti di derivazione PCI e CGIL sono stati particolarmente abili ad evitare che si ricostituissero forze politiche e sociali in grado di rappresentare una alternativa politica credibile potendo così riportare sotto l’ombrello dell’ideologia neoliberista le classi subalterne che fino agli anni ’80 avevano lottato e si erano battute per una società migliore.

Risalire la china prodotta dalle variegate forme del pentitismo nostrano non è facile proprio perché in chi è penalizzato c’è la convinzione che l’unico mondo possibile è questo, e bisogna accettarlo perché non ci sono alternative.

In realtà l’azione delle borghesie per mantenere in Italia ed in Europa l’egemonia si è collocata su diversi piani: il primo lo abbiamo visto con la politica dello “sgocciolamento” economico verso le classi subalterne, poi con un uso della repressione accorto ma sempre più presente, e su questo la sinistra di governo è stata sempre in prima linea e la più solerte. Anche se ora il governo Meloni cerca di superarla con il ddl 1660.

Ma l’arma principale che garantisce ancora la controllabilità politica dall’interno della classe è l’affermazione, la predominanza dell’ideologia borghese dove ognuno deve pensare a se stesso e dove si è convinti che non si possa immaginare l’esistenza di un mondo migliore.

Se sul conflitto politico e sociale e sulla repressione le forze antagoniste producono risultati a volte pure di rilievo, la sfida sull’ideologia intesa come concezione del mondo è stata completamente elusa.

Come RdC pensiamo invece che questa sfida sia la più importante, vada raccolta e ricostruita una visione generale, ideologica, al di là della paura delle parole a cui hanno tentato di assuefarci, perché il ruolo attivo della soggettività è l’unico che può lavorare per una prospettiva di cambiamento.

Lo “spontaneismo”, il “basismo”, “l’economicismo”, “il pan sindacalismo”, “l’elettoralismo” infatti, si sono esauriti nel momento in cui è stato definitivamente consumato il capitale politico, sociale e organizzativo del movimento di classe e di sinistra in continui tentativi politici fallimentari. Quel capitale inteso come “tessuto” materiale e base della coscienza di classe costruito proprio nello scontro politico del ’900 affermatosi con forza dalla rivoluzione bolscevica e resistendo per decenni ad un nemico certamente più forte.

Questo nostro Forum, dunque, titolato non provocatoriamente “Elogio del Comunismo del ‘900” nasce proprio dall’esigenza di costruire un’altra visione del ruolo del movimento comunista e di classe ed un altro punto di vista del mondo attuale come elemento costitutivo di un processo politico dove vogliamo riaffermare che da una sconfitta si può sempre rinascere, anche in quella avuta con le prime, difficili esperienze socialiste affermatesi per circa settanta anni nel ‘900.

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