Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/08/2026

La fatwa contro i "filo-cinesi"

di Carlo Formenti

L’amico Visalli mi segnala un lungo articolo di Moreno Pasquinelli apparso sul blog “Sollevazione” (mi era sfuggito perché ho smesso di leggere gran parte dei siti della sinistra radicale, visto che è raro trovarvi significativi spunti di riflessione). Si tratta di un piccolo pamphlet contro le analisi che il sottoscritto e Vladimiro Giacché hanno pubblicato sull’esperimento cinese di costruzione del socialismo.

Non vi ho trovato niente di particolarmente nuovo rispetto ad analoghe posizioni espresse, fra gli altri, da Ernesto Screpanti, al quale mi ero limitato a dedicare poche battute in un post precedente. In quell’occasione osservavo ironicamente che, se si prendessero per buoni gli argomenti che trozkisti, bordighisti, neo e post autonomi e neo maoisti utilizzano per criticare il cosiddetto “socialismo reale” in tutte le sue varianti, se ne dovrebbe dedurre che, in tutta la storia mondiale, non è mai esistito, non esiste né esisterà mai un sistema socialista.

Come si vedrà, ciò vale anche per Pasquinelli, il quale rientra a pieno titolo nell’elenco delle sette sopra elencate. Dal momento che lo considero un amico, non mi limiterò a reiterare la battuta in questione ma gli dedicherò una breve replica (nella quale non terrò conto della parte in cui se la prende con Giacché il quale, se ne avrà tempo e voglia, risponderà a sua volta).

Evito di svolgere un’analisi linguistica del testo, anche se sarebbe divertente, dal momento che abbonda di sostantivi come corifei (perché non mosche cocchiere?) filo-cinesi (la fonetica dei nomi cinesi impedisce di coniare qualcosa di simile a putiniani), mitologie, falsificazioni nonché aggettivi quali assurdo, grottesco, paradossale, ecc. Insomma: un lessico che evoca certe polemiche d’antan, quando ci si accapigliava fra compagni di sezione, gruppuscoli in competizione, ecc.. Del resto erano anni in cui si cercava di rinverdire la tradizione degli insulti incrociati fra le diverse correnti del marxismo occidentale (quando contavano ancora qualcosa).

Ma veniamo al sodo. Inizio dalla parte più gustosa, cioè quella in cui Pasquinelli ci spiega quale sarebbe, secondo lui, il “metodo” di Marx. Il pensiero del Moro aveva forse qualcosa a che fare con la dialettica hegeliana? Per carità, si indigna Pasquinelli, il quale odia Hegel (forse è per questo che gli sta sul gozzo Giacché, uno dei massimi esperti italiani del pensiero del grande filosofo[1]) e, più in generale, il concetto di contraddizione. “Nessuna hegeliana sottigliezza falsifica, sentenzia, il principio aristotelico di non contraddizione”. Ergo: il maestro di Marx è Aristotele e ciò spiega perché, l’analisi “marxista” della natura della società cinese del nostro ha la forma del sillogismo: se la produzione di merci è la forma economico sociale dominante (premessa maggiore) e se esiste il plusvalore, e quindi esistono sfruttamento e alienazione (premessa minore), allora in Cina non c’è il socialismo ma il capitalismo (conclusione).

Più avanti valuteremo l’inconsistenza delle due premesse e “quindi”, per fare il verso al nostro neo aristotelico, ne dedurremo la falsità della conclusione. Per ora andiamo avanti con la sua lezione di metodo. Formenti, pontifica, è un empirista perché la sua verità si fonda sull’accertamento dei fatti, dei dati, dei fenomeni e non su una loro “visione teorica ex ante” che sola ne può illuminare il senso.

Indubbiamente Pasquinelli non perde tempo ad analizzare fatti, dati e fenomeni (che infatti nel suo testo sono drammaticamente assenti): lui non avrebbe mai sprecato, come fece Marx, giorni e giorni a studiare archivi e altri documenti storici, prima di abbozzare una teoria sulle origini del capitalismo e della classe operaia in Inghilterra, perché, al contrario di Marx (del quale cita a sproposito, decontestualizzandolo, il detto sul “metodo di salire dall’astratto al concreto”[2]) avrebbe già avuto in testa la propria “visione teorica ex ante”, vale a dire un’illuminazione mistica che gli si sarebbe accesa in testa calando dal mondo iperuranio delle idee (e qui siamo a Platone e ai mistici religiosi piuttosto che ad Aristotele).

Il punto è che, per Pasquinelli, la teoria non si fonda su principi e criteri, ma è fatta di principi e criteri (cioè è fede in un insieme di dogmi rivelati e non applicazione dei principi per analizzare la realtà concreta e la sua evoluzione storica). Del resto anche l’evoluzione e la storia gli stanno sul gozzo. Infatti, allorché cerca di definire in concreto che cosa sono il socialismo e la pianificazione socialista, ripete i modelli che Marx ed Engels hanno schizzato nella “Critica al Programma di Gotha” e nell'“Antiduhring”: produzione e scambio di beni come valori d’uso e superamento dell’economia monetaria fondata sul feticcio del denaro. Per Pasquinelli un secolo e mezzo di tentativi di realizzazione del socialismo è come se non esistessero, o meglio: sono aborti dovuti alla natura “arretrata”[3] dei Paesi in cui sono stati effettuati (e qui si rivela un pessimo trozkista, visto che Trotzki fu autore di una feroce contestazione della definizione della Russia del 1917 come Paese “arretrato”).

Facciamo un passo indietro. Pasquinelli mi rimprovera di avere elencato fenomeni senza sottoporli ad alcun filtro teorico. È chiaro che non ha letto il libro cui presumo si riferisca[4] o, se lo ha letto, non ha letto, visto che non ne fa cenno, nessuno dei maestri teorici che ne ispirano le tesi: Giovanni Arrighi (autore del più importante saggio[5] di analisi economica della storia e della società cinesi); Alberto Gabriele[6] (cui accenna en passant); Domenico Losurdo (idem: lo cita brevemente solo per dire che marxismo occidentale e marxismo orientale[7] sono “categorie” – nella mia ingenuità credevo si trattasse di fenomeni storici – inconsistenti); Costanzo Preve (non pervenuto, laddove gli avrebbe insegnato qualcosa sul fatto che in Marx esistono diversi “regimi narrativi”[8]); Lukacs[9] e Braudel.

A proposito di quest’ultimo: Pasquinelli cita Braudel evocandone il noto modello “a tre strati” (vita quotidiana, mercato, capitalismo) e commette così un clamoroso autogol: infatti è proprio la trilogia braudeliana su civiltà materiale, economia e capitalismo[10] a smontare l’equazione produzione di merci = capitalismo, laddove afferma, come ribadisce Arrighi sulle sue tracce, che si possono aggiungere tutte le relazioni di mercato che si vogliono a un sistema, ma se la classe capitalistica non detiene il potere politico non si può parlare di capitalismo.

E qui casca, due volte, l’asino. La prima volta perché, a proposito di Lenin, Pasquinelli deve ingoiare quanto scriveva Lenin a proposito del capitalismo di Stato e della sua funzione insostituibile per la transizione al socialismo. Brutta botta, al punto che gli tocca commettere un peccato di lesa maestà dicendo che “anche Lenin si impigliò in definizioni ambigue”. Peggio (seconda volta) perché gli tocca riconoscere di fatto che fra il Lenin di Stato e rivoluzione e il Lenin della NEP c’è una distanza abissale.

Il leader bolscevico si era rincoglionito? No, semplicemente i marxisti, se sono tali e non ripetitori di formulette preconfezionate, cambiano idea con l’evolversi della situazione storica, perché applicano il metodo dell’analisi concreta della situazione concreta. Del resto lo stesso Marx ne è un esempio: vedi la lettera del 1858, in cui valuta l’ipotesi che il colonialismo avrebbe consentito al capitalismo occidentale di evitare la rivoluzione coltivando e addomesticando un’aristocrazia operaia (tema che torna nella questione del rapporto fra proletari inglesi e irlandesi); vedi la critica al recensore russo del Capitale, nella quale nega di avere voluto costruire una teoria generale dell’evoluzione storica valida per tutti i popoli; vedi infine l’ipotesi di un possibile ruolo rivoluzionario delle comunità contadine russe, lontana mille miglia “dall’idiotismo contadino” che aveva irriso nel Manifesto del 1848[11] ecc. ecc..

A irritare Pasquinelli, ancor più dell’ambiguità e dei cambiamenti di idea di Lenin, sono le tesi di chi, come il sottoscritto, sostiene, rilanciando quanto scritto da Arrighi e Braudel (vedi sopra), che finché il potere politico non è nelle mani della classe capitalistica non si può parlare di capitalismo. Quest’affermazione, strilla, è “una forma assurda e grottesca di autonomia della politica”, è una indebita sopravvalutazione del ruolo della sovrastruttura statuale e ideologica. Ci risiamo! Dopo che Lukacs e Gramsci (che non a caso il nostro ignora) hanno spiegato anche ai più duri di comprendonio che l’ideologia (per tacere dello Stato!) sono potenze materiali che interagiscono in profondità (e modificano) la base economica ci tocca ancora sorbire simili banalità...

A proposito del fastidio che l’amico Moreno prova nei confronti delle tendenze “eretiche” dell’ultimo Lenin rispetto alla definizione dogmatica di socialismo coniata dai padri fondatori nell’800, gli consiglio vivamente di leggersi l’ultimo libro di Canfora Comunismo un’altra storia[12] che spiega molto bene come la Rivoluzione del 1917 e Lenin segnino una rottura di paradigma rispetto alle teorie dei “classici” (i termini stessi di socialismo e comunismo assumono significati diversi dopo quella irreversibile rottura). I veri eretici non erano il “rinnegato” Kautsky e la II Internazionale, che incarnavano la visione “evoluzionista” dell’ultimo Engels, bensì Lenin e i bolscevichi, che rompevano con la tradizione del marxismo occidentale. Ma non nutro eccessive speranze sull’influenza che una simile lettura avrebbe sul nostro, nemico giurato com’è della storia e degli “storicismi”.

Prima di concludere con gli spropositi di Moreno sul capitalismo cinese, apro un inciso sul concetto di modo di produzione e sul contributo di Alberto Gabriele (cui Pasquinelli accenna di sfuggita, lanciandogli una fatwa per violazione del principio di non contraddizione). Gabriele (e il sottoscritto, Giacché ed altri) sostiene – orrore! – che la categoria di modo di produzione è un’astrazione che non rende conto della realtà concreta di tutte le formazioni sociali esistenti. Esistono formazioni sociali che possono essere definite capitalistiche a pieno titolo come gli USA e i Paesi europei, ed esistono formazioni sociali “miste” in cui coesistono diversi modi di produzione (precapitalisti, capitalisti e in transizione verso il socialismo) che hanno fra loro rapporti conflittuali. E qui va sciolto un equivoco che – mi spiace dirlo – Pasquinelli alimenta in assoluta mala fede laddove mi attribuisce la tesi secondo cui la Cina sarebbe già un Paese socialista e non in transizione verso il socialismo (Gabriele usa il neologismo “socialistico” per connotare simili realtà).

Nei miei testi ripeto a più riprese che ritengo che la Cina sia un Paese in cui convivono diversi modi di produzione, in cui permane la lotta di classe e nel quale è in atto un processo di transizione di lungo periodo che potrà avere esiti diversi a seconda di chi vincerà. Ciò è esplicitamente riconosciuto da diversi autori cinesi (per inciso: Pasquinelli non ne cita neanche uno – il che è bizzarro visto che gli toccherebbe misurarsi con gli intellettuali che considera avversari – preferendo mettere in bibliografia mezze calzette italiche piuttosto che pezzi da novanta come Zhang Boyng, Quiao Liang e Cheng Enfu[13]).

Mi avvio alla conclusione citando tre delle tante domande alle quali Pasquinelli risponde per dimostrare che la Cina è capitalista.
Valgono in Cina le leggi del valore e le leggi di mercato? Sì, risponde, quindi la Cina è capitalista. Ho già contestato in precedenza quel “quindi” a partire dalle tesi di Braudel e Arrighi per cui non sto a ripetermi.
Esiste plusvalore e chi se ne appropria? Sì, quindi... Risposta che ignora il contributo di Paul Baran e Paul Sweezy[14] sul capitalismo monopolistico e sul surplus come fondamento di tutte le formazioni sociali siano esse precapitalistiche, capitalistiche o socialiste: per riprodursi ogni società deve produrre più di quel che consuma, a definirne la natura è casomai il modo in cui quel surplus viene ridistribuito (ma Pasquinelli ignora i fatti e i dati che certificano che in Cina la distribuzione non funziona come nei Paesi capitalisti, anche se non è ancora attuato il principio da ciascuno secondo il suo lavoro a ciascuno secondo i suoi bisogni).
Esistono in Cina forme di democrazia dal basso alternative alla democrazia borghese? No, quindi. Ma il no in questione è disinformato (come tutto l’articolo di Pasquinelli). Certo, in Cina non ci sono i soviet – che, per inciso, furono il prodotto di una concreta fase storica russa e non della Rivoluzione d’Ottobre[15] – ma esistono molte e diverse forme di partecipazione popolare alle decisioni politiche ed economiche: comitati di villaggio, di quartiere e d’impresa, cooperative di produzione ecc. Per una bibliografia in merito rinvio alle edizioni Marx 21[16] e alla nota qui sotto.

Vengo a concludere. Per Pasquinelli in Cina non solo c’è il capitalismo, nato sulle rovine della Grande Rivoluzione Culturale[17], ma si tratta della forma “più vivace e performativa” del capitalismo contemporaneo. In attesa di un suo esauriente trattato sulle forme e sulle leggi di funzionamento di questa nuova, straordinaria formazione sociale la quale, dato che, almeno finora, si è rivelata esente dalle crisi catastrofiche del capitalismo classico, sembra destinata a durare in eterno, mi tocca replicare la battuta che avevo fatto su Screpanti: per questi signori il socialismo non è mai esistito, non esiste e non esisterà mai. Io, che sono buono, penso che si tratti di una idiozia. Un autore come Gabriel Rockhill, che ho conosciuto qualche settimana fa al Festival pisano di Ottolina TV, essendo molto più cattivo di me, pensa che quasi tutti i “marxisti” critici radicali del “socialismo reale” siano stati, siano e saranno anticomunisti al servizio del “vecchio” imperialismo occidentale[18]. Conoscendo la buona fede di Pasquinelli lo assolvo da tale accusa, ma Rockhill porta tante e tali prove (i fatti che non piacciono a Moreno) sulla mala fede di quasi tutti gli altri, che lo invito caldamente a smarcarsi da questa pessima compagnia.

Note

  1. Vedi in particolare Hegel. La dialettica. Introduzione al pensiero hegeliano, Diarkos 2023.
  2. Il movimento della dialettica marxiana procede alternativamente dall’astratto al concreto e dal concreto all’astratto, se seguisse solo il primo movimento sarebbe, a scorno di Pasquinelli, un’idealista hegeliano puro.
  3. Il concetto di “arretratezza” di Pasquinelli è eurocentrico e antidiluviano. Evoluzionista-eurocentrico perché presume che l’Occidente capitalistico sia il destino verso cui tutti gli altri popoli devono necessariamente, prima o poi, approdare; antidiluviano perché ignora il pluridecennale dibattito teorico sul rapporto sviluppo/sottosviluppo e sui concetti come centro, periferia e semi periferia, dipendenza , ecc. cui hanno contribuito, fra gli altri, Wallerstein, Arrighi, Frank, Samir Amin (cfr. A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020).
  4. C. Formenti, Oltre l’Occidente (secondo volume di un opera in due volumi di cui il primo è firmato da Alessandro Visalli), Meltemi, Milano 2026.
  5. G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli 2008.
  6. Vedi in particolare L’economia cinese contemporanea, Diarkos 2024.
  7. D. Losurdo, Il marxismo occidentale, Laterza, Roma-Bari 2017.
  8. Vedi, in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli 1984.
  9. Preferibilmente non quello di Storia e coscienza di classe (che magari a Pasquinelli può garbare) bensì quello di Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), PIGRECO 2012 (che invece lo sconvolgerebbe. Per inciso, Visalli mi riferisce che il nostro gli avrebbe citato come positive le critiche  della Heller e di altri allievi del grande filosofo ungherese a tale opera. È meglio che si informi: Heller e compagnia bella si sono convertiti tutti al liberalismo occidentale , per cui rischia di mettersi in cattiva compagnia)
  10. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1979.
  11. Gli ultimi due casi sono consultabili in altrettanti testi raccolti nell’antologia India Cina Russia, il Saggiatore 1960.
  12. Da poco in libreria per i tipi di Feltrinelli.
  13. Questi e altri autori sono in catalogo presso le edizioni Marx 21.
  14. P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi 1968.
  15. Il modello dei soviet erano le comunità contadine di base (obscina) che gli operai russi (in maggioranza contadini di recente inurbazione) importarono nelle fabbriche. Sul tema vedi l’analisi storica di P. Poggio (L’Obscina. Comune contadina e rivoluzione in Russia, Jaka Book 2013). Ah questi storici: quanti dispiaceri danno a Pasquinelli.
  16. Vedi anche D. Bell, Il modello Cina, Luiss 2019, D. Bertozzi, Cina Popolare, L’Antidiplomatico 2021. F. Parenti, La via cinese, Meltemi 2021, Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese, Bari 2024.
  17. Trovo patetico che la Rivoluzione Culturale venga ancora presentata come un grande movimento rivoluzionario, laddove ne sono ormai arcinoti i disastri che la piccola borghesia studentesca che ne fu protagonista ha provocato, trascinando la Cina sull’orlo del collasso, regalandone il controllo all’imperialismo occidentale. Al punto che lo stesso Mao, che la provocò commettendo un errore non meno terribile del Grande Balzo in Avanti, fu costretto a ordinare all’esercito di schiacciarla.
  18. Cfr. G. Rockhill, Who Paid the Pipers oif Western Marxism? Monthly Review Press 2025 (il volume è in traduzione e uscirà nella collana di Meltemi diretta dal sottoscritto).

Fonte

21/08/2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro

di Pasquale Liguori

Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.

Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.

Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.

E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.

Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.

È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.

È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.

A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.

Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.

Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.

Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.

Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.

Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.

Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.

Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.

La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.

Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.

La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.

Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.

Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.

Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.

Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.

Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

Fonte

16/08/2026

Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi”

È morto il 12 agosto Zhu Rongji, ex-Primo Ministro della Cina, al cui nome sono legate le riforme economiche che hanno portato, a fine anni ’90, l’economia del paese ad assumere lo status di “economia di mercato”, consentendone l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Come quasi tutti i dirigenti della sua epoca, Zhu Rongji fu messo all’indice come esponente di tendenze di destra durante la Rivoluzione Culturale e confinato in un esilio rurale, per poi essere riabilitato dopo 1978.

Nel 1989, quando scoppiano le rivolte di Tien-an-Men è sindaco di Shanghai. Tali rivolte si estendono anche nella sua città, dove, assieme al Segretario locale del Partito Jiang Zemin, riesce ad evitare l’impiego dell’esercito: i due, infatti, pur reprimendo i tentativi di dar luogo a riviste liberali, riescono ad instaurare un dialogo con gli studenti e a contromobilitare a proprio favore settori di lavoratori, i quali rimossero fisicamente blocchi e barricate, senza far ricorso alle armi.

Dopo la fine delle rivolte, coloro i quali erano stati contrari all’imposizione della legge marziale vengono rimossi dagli organismi dirigenti, lasciando il posto, fra gli altri, a Jiang Zemin, che diventa il Segretario Generale, e Zhu Rongji che diventa il numero due di fatto, con delega all’economia.

Nel 1994, Zhu Rongji, da Vicepremier, effettua la prima riforma alle quale è legato il suo nome, consistente in una centralizzazione delle entrate fiscali verso il Governo Centrale, a discapito dei governi locali. La quota di entrate statali totali incamerata da Pechino balza dal 22% a oltre il 55%, riducendo il deficit delle casse centrali.

Successivamente, quando diventa Premier al posto di Li Peng, compie il capolavoro politico di riuscire a guidare imponenti processi di ristrutturazione economica nella direzione del libero mercato, evitando – allo stesso tempo – conseguenze sociali tangibili e l’erosione del ruolo di direzione politica del partito.

Utilizzando lo slogan “Tenere il grande, lasciar andare il piccolo” effettuò una serie di privatizzazioni e ristrutturazioni delle aziende socialiste di stato, pose fine al monopolio di queste ultime nelle esportazioni e liberalizzò definitivamente l’iniziativa economica privata, che sulla carta (ma non nella realtà) non era ancora giuridicamente libera. Solo i settori strategici rimasero interamente in mano allo stato.

Il tutto, come detto, aveva lo scopo di far entrare definitivamente la Cina nel commercio mondiale, attraverso l’ingresso nel WTO.

In cambio del licenziamento, lo Stato offrì ai lavoratori, oltre ai sussidi di disoccupazione, che però erano abbastanza scarsi, la proprietà della casa in cui alloggiavano, vendendogliela ad un prezzo politico; fino ad allora, la casa dei dipendenti pubblici era di proprietà dello stato e la permanenza in essa era legata al lavoro.

L’impetuoso sviluppo urbano dell’epoca e la nascita del mercato immobiliare fece sì che decine di milioni di persone si trovassero improvvisamente in mano un immobile del valore equivalente a 10 – 15 anni di stipendio del lavoro appena perso. La casa divenne, sostanzialmente, il principale ammortizzatore sociale per questi lavoratori.

Ovviamente, alcuni approfittarono della situazione per creare imperi immobiliari, altri semplicemente subirono il trauma della perdita del lavoro, accompagnata alla necessità di ricollocarsi socialmente e umanamente, pagando un caro prezzo. Ciò ha contribuito a radicare una mentalità diffusa improntata più al risparmio che al consumo a causa dell’incertezza percepita sul futuro.

Per aiutare la ricollocazione sociale, vennero creati centri di riqualificazione lavorativa, incentivi ad aprire piccole attività commerciali e programmi di prepensionamento per i più anziani, nell’ambito di una Cina che cresceva a due cifre e vide forse la più poderosa fase di reimpiego di massa della storia.

La conseguenza collaterale delle riforme di Zhu Rongji fu la creazione della bolla immobiliare cinese, demolita solo una ventina di anni dopo, nel 2020, tramite la politica delle “tre linee rosse”, che ha fatto fallire molti immobiliaristi: molti cittadini, che avevano la casa come loro principale asset, cominciarono ad investire massivamente nel mattone prendendo in fitto o acquistando terreni di proprietà dei governi locali, i quali avevano ancora a loro carico il welfare e i programmi di uscita dalla povertà, ma si trovavano privati delle entrate fiscali.

Si è creato, così, un circolo economico per il quale la bolla immobiliare, finanziando gli enti locali, ha finanziato l’uscita dalla povertà assoluta di tutte le zone della Cina, proclamata proprio nel 2020.

In tal senso, Zhu Rongji può essere definito a ragione come l’architetto dei meccanismi di sostenibilità sociale del modello di sviluppo della Cina “fabbrica del mondo”, con tutti i loro pregi e i loro difetti.

Inutile dire che la stampa mainstream occidentale aveva compreso esattamente il contrario rispetto alla sua figura.

All’epoca, definiva Zhu Rongji il Gorbacev cinese e gli dedicava copertine prestigiose, nella convinzione che le sue riforme avrebbero trasformato la Cina in una liberaldemocrazia semicolonia dell’Occidente. Nessuna citava mai, né ha citato in occasione della sua morte, i meccanismi che hanno distinto l’implementazione di misure di privatizzazione da lui architettati in Cina, rispetto al laissez-faire completo che ha caratterizzato analoghe misure in quasi tutto il resto del mondo.

Anzi, la sua morte è stata utilizzata per rafforzare l’autoconvincimento che la Cina si sia sviluppata semplicemente perché, con Zhu Ringji, aveva scelto di imitare le politiche economiche occidentali.

In definitiva, la figura di Zhu Rongji, i vari e travagliati passaggi che hanno segnato la sua carriera politica, nonché le sue “liberalizzazioni dalle caratteristiche cinesi”, raccontano molto del Partito Comunista Cinese, della sua natura di partito di quadri strutturati e delle contraddizioni che si trova costantemente ad affrontare.

Inoltre, costituiscono un caso di scuola che dimostra la completa incomprensione, in Occidente, del suo modello politico, economico e sociale.

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05/03/2026

La Cina è vicina

di Luciano Vasapollo

Quello che sta accadendo nello scenario internazionale non può essere letto come una semplice sequenza di crisi regionali o come l’ennesimo episodio di instabilità in Medio Oriente. L’attacco statunitense contro l’Iran non è un fatto isolato, ma si colloca dentro una fase storica precisa: la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico nella sua forma nord-centrica ed euroatlantica. È una crisi di sovrapproduzione, di accumulazione, di natura commerciale e monetaria, che si manifesta anche come crisi ambientale, sociale e oggi apertamente geopolitica.

Quando il capitalismo entra in una fase di difficoltà strutturale, la risposta non è mai la ridistribuzione o la cooperazione, ma la guerra economica, il protezionismo aggressivo, la pressione monetaria e, quando necessario, l’intervento militare. La politica delle cannoniere non è scomparsa: si è modernizzata. È diventata guerra delle sanzioni, controllo delle rotte energetiche, dominio finanziario attraverso il dollaro, fino alla guerra aperta.

L’Iran, in questo quadro, non è soltanto un avversario politico. È un nodo strategico. Una parte rilevante del suo petrolio alimenta l’economia asiatica e in particolare la Cina. Colpire l’Iran significa incidere sui flussi energetici che sostengono la crescita tecnologica, industriale e infrastrutturale cinese. Significa tentare di mantenere il controllo sulle leve fondamentali dell’accumulazione globale, vincolando ancora una volta il dollaro al petrolio e riproducendo una posizione quasi monopolistica nella regolazione dei mercati energetici.

Colpire il concorrente più temuto: la Cina

Il bersaglio reale, dunque, non è solo Teheran. È Pechino. È il progetto di un mondo che non ruoti più esclusivamente attorno all’asse Washington-Bruxelles. È la prospettiva dei BRICS e delle relazioni Sud-Sud, che non nascono come blocco aggressivo, ma come tentativo di costruire spazi di autodeterminazione economica, cooperazione finanziaria alternativa e progressiva de-dollarizzazione.

Se il capitalismo nord-americano ed europeo sono in crisi, la Cina rappresenta oggi il principale elemento di discontinuità storica. Non semplicemente per la sua crescita quantitativa, ma per una diversa impostazione strategica. La dirigenza cinese ha chiarito più volte che lo sviluppo non può essere ridotto all’incremento del PIL. Il riferimento è a una crescita qualitativa, fondata sull’economia reale, sulla manifattura avanzata, sulla sicurezza industriale e sulla centralità della scienza e della tecnologia, comprese le traiettorie dell’intelligenza artificiale.

La guerra a un modello di sviluppo che fa emergere le contraddizioni dell’Occidente

In questa visione, la manifattura ha lo stesso ruolo del cibo: è fondamento della sicurezza nazionale. L’abbandono dell’economia reale a favore della rendita finanziaria e immobiliare produce bolle, indebitamento e fragilità sistemica. La pandemia ha mostrato quanto l’economia statunitense, finanziarizzata e deindustrializzata, sia esposta ai rischi della scarsità industriale. Una potenza che perde la propria base produttiva diventa strutturalmente vulnerabile.

La Cina, al contrario, punta a rafforzare la propria autonomia lungo le nuove catene globali del valore: semiconduttori, elettronica, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare. Il controllo di questi snodi significa incidere sulla struttura stessa della produzione mondiale. È difficile combattere una guerra, fredda o calda che sia, contro chi detiene le fabbriche dove si producono le componenti fondamentali delle tecnologie civili e militari.

È in atto in effetti un confronto strutturale tra modello cinese e modello occidentale, come sottolineato anche dal primo segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping. Il punto di partenza è che la crisi dell’Occidente non è soltanto economica, ma paradigmatica. È crisi di un modello fondato sulla crescita quantitativa, sull’accumulazione infinita, sulla finanziarizzazione e sulla rendita. Io ho parlato di capitalismo del limite o capitalismo della scarsità proprio per indicare questa contraddizione strutturale: un sistema che pretende espansione illimitata dentro un mondo finito. Quando la finitudine delle risorse incontra l’ingordigia dell’accumulazione, la risposta non è la misura, ma la guerra di rapina. È il ritorno dell’imperialismo piratesco e corsaro.

Dentro questo scenario si colloca il confronto con la Cina, che non è uno scontro episodico ma uno scontro tra modelli di civiltà e di sviluppo. Il primo segretario del Partito Comunista Cinese, in un importante articolo del 2020 sulla strategia di sviluppo economico e sociale a medio-lungo termine, ha posto una questione decisiva: comprendere l’economia contemporanea per quello che è, non per quello che si presume che sia. Questo significa rifiutare gli indicatori puramente quantitativi e orientare la crescita verso la qualità, la dignità, l’armonia sociale.

Una visione confuciana

Qui entra in gioco la matrice confuciana. Nel pensiero cinese classico, lo sviluppo non è accumulazione cieca, ma armonia tra uomo, comunità e natura. L’Occidente moderno ha costruito invece un modello materialista e quantitativo, in cui il valore è misurato dal prodotto interno lordo, dalla rendita finanziaria, dalla speculazione immobiliare. La dirigenza cinese critica esplicitamente le rendite improduttive, le bolle speculative, l’arricchimento senza economia reale. Perché la rendita crea fragilità, indebitamento, instabilità sociale.

La manifattura, ci viene detto, ha lo stesso ruolo del cibo: garantisce sicurezza nazionale. Senza industria non c’è sovranità. Senza controllo delle catene del valore non c’è autonomia strategica. Ecco perché la Cina lavora sulle nuove forze produttive – semiconduttori, intelligenza artificiale, telecomunicazioni, chimica avanzata, terre rare – con una visione che arriva al 2050. Non è una competizione tattica, ma una traiettoria storica.

In questo senso ci viene in aiuto anche il libro di Alessandro Aresu, La Cina ha vinto, che coglie un punto essenziale: le nuove forze produttive si specchiano nelle vecchie, e viceversa. Le armi sono industria. Le tecnologie civili e militari condividono catene produttive. È difficile combattere una guerra contro chi controlla le fabbriche dove si producono le componenti essenziali dell’economia globale. Se l’arsenale della cosiddetta “democrazia” dipende da territori e catene di fornitura asiatiche, la superiorità occidentale diventa strutturalmente instabile.

L’Occidente punta sulla finanza, non sull’economia reale

Il capitalismo occidentale, al contrario, ha progressivamente sacrificato l’economia reale alla finanziarizzazione. Ha esaltato i servizi ad alta rendita, ha deindustrializzato intere aree, ha costruito ricchezza fittizia. Quando arriva la pandemia, quando emergono le crisi ambientali, quando si interrompono le catene logistiche, questa fragilità esplode. È la crisi di accumulazione che si trasforma in crisi sistemica.

Ecco allora che il conflitto con la Cina non è soltanto geopolitico: è culturale e storico. L’Occidente non riesce a leggere la logica del lungo periodo, perché è intrappolato nel breve termine dei mercati finanziari. La Cina, invece, si muove dentro una temporalità millenaria, dentro una civiltà che ha attraversato dinastie, invasioni, rivoluzioni, e che oggi tenta una sintesi tra pianificazione socialista, mercato regolato e radice confuciana.

La prospettiva 2050 significa questo: raggiungere uno strapotere manifatturiero e tecnologico tale da neutralizzare ogni tentativo di strangolamento esterno. Significa ridisegnare gli equilibri monetari internazionali, ridimensionando il dollaro come moneta di riserva e sottraendo anche all’euro una centralità subordinata. Significa costruire un equilibrio plurivalutario coerente con un mondo multipolare.

Se non si riprende questo confronto tra armonia e quantità, tra economia reale e rendita, tra lungo periodo e speculazione immediata, non si comprende la profondità dello scontro in atto. Il capitalismo del limite reagisce con aggressività perché avverte che la propria logica infinita si scontra con la realtà materiale e con un modello alternativo che punta alla qualità dello sviluppo.

Non si tratta di idealizzare. Anche la Cina ha contraddizioni, limiti, tensioni interne. Ma la differenza strategica è evidente: da una parte un sistema che difende il predominio attraverso la guerra economica e militare; dall’altra un progetto che lega sviluppo, dignità e armonia come categorie politiche e culturali.

Il punto non è scegliere sentimentalmente un campo. È comprendere che siamo di fronte a una transizione storica. Il centrismo del Nord è finito. Il mondo unipolare è finito. E il conflitto attuale – economico, monetario, tecnologico e militare – è il segno di un passaggio d’epoca in cui il capitalismo della scarsità tenta di sopravvivere, mentre nuove configurazioni delle forze produttive aprono scenari diversi.

Se questo nodo non viene colto, ogni analisi resta superficiale. Se invece lo assumiamo fino in fondo, allora capiamo che la questione non è solo la competizione tra potenze, ma il confronto tra due idee di sviluppo e, in ultima istanza, tra due concezioni della civiltà.

Il ruolo pernicioso dell’industria delle armi

Le armi sono un’industria. Le tecnologie sono un’industria. La finanza senza industria è rendita. L’Occidente ha costruito per decenni la propria egemonia su un intreccio tra potenza militare, dominio monetario e controllo delle risorse. Ma se le nuove forze produttive si spostano altrove, anche l’architettura del potere globale si modifica.

Ecco perché la competizione non è solo economica o commerciale: è monetaria, tecnologica e culturale. La prospettiva di un sistema internazionale in cui il dollaro non sia più unica moneta di riserva, in cui l’euro non svolga più funzione subordinata e in cui emerga un paniere di valute alternative, rappresenta un cambiamento storico. È un passaggio che limita lo strapotere del Nord globale e apre a un equilibrio pluricentrico.

Un confronto che vede l’Occidente soccombere

L’Occidente reagisce con ossessione. Guerra commerciale, sanzioni, blocchi tecnologici, pressione militare nell’Indo-Pacifico e in Medio Oriente. Non è soltanto incapacità di comprendere la cultura cinese; è rifiuto di accettare la fine del mondo unipolare. La geopolitica cinese non si fonda sulla crescita immediata e predatoria, ma su una visione di lungo periodo che affonda in una civiltà millenaria, non nei due secoli scarsi del capitalismo industriale occidentale.

Il capitalismo di rapina, al contrario, si scontra con la finitudine delle risorse del Pianeta. La sua ingordigia è infinita; il Mondo è finito. Da qui la necessità permanente di guerre di appropriazione, di imperialismo piratesco e corsaro, di controllo delle materie prime e delle rotte strategiche. L’attacco all’Iran si inserisce in questa logica: non solo come gesto militare, ma come tassello di una strategia più ampia volta a contenere l’emergere di un ordine multipolare.

Bruxelles e Roma accecate dal servilismo

In questo quadro, l’Europa e l’Italia si muovono spesso in posizione subalterna. L’allineamento automatico alla NATO, alle sanzioni, alle scelte strategiche statunitensi riduce lo spazio di autonomia politica ed economica del continente. Si sostiene un ordine che non garantisce stabilità né prosperità, ma prolunga conflitti e tensioni.

Il nord-centrismo è finito. Il mondo unipolare è finito. La transizione è conflittuale, e proprio per questo pericolosa. Ma la partita che si gioca non è soltanto per l’egemonia di una potenza sull’altra. È uno scontro tra due concezioni dello sviluppo: da una parte l’accumulazione finanziaria, la rendita e la guerra come strumento di sopravvivenza sistemica; dall’altra un progetto che, con tutte le sue contraddizioni, pone al centro industria, conoscenza, pianificazione strategica e una diversa idea di equilibrio sociale.

Non si tratta di illusioni. Si tratta di analizzare i rapporti materiali di forza. Se le fabbriche, la scienza, le nuove tecnologie e le catene del valore si riorganizzano su scala asiatica, allora la struttura stessa del capitalismo globale cambia. Ed è per questo che l’aggressività dell’Occidente aumenta: perché percepisce che il proprio predominio storico non è più garantito.

Una sconfitta annunciata

La vera questione non è se ci sarà multipolarismo, ma come esso prenderà forma. Se attraverso una transizione conflittuale dominata ancora dalla logica della guerra, oppure attraverso un riequilibrio che riconosca dignità, sovranità e cooperazione tra popoli. La storia non è finita. Sta cambiando direzione. E chi non comprende questa trasformazione rischia di reagire con la forza a ciò che non riesce più a controllare.

La fine meschina della grande civiltà occidentale, europea, latina

C’è qualcosa di profondamente doloroso nell’osservare la parabola discendente della civiltà occidentale, europea e latina. Non perché le civiltà siano eterne – nessuna lo è mai stata – ma perché questa sembra consumarsi non in un tramonto solenne, non in una trasformazione consapevole, ma in una decadenza priva di grandezza, in una perdita progressiva di senso, di misura, di dignità storica.

L’Europa è stata culla di diritto, di filosofia, di arte, di scienza. Ha generato il pensiero critico, l’idea di cittadinanza, l’umanesimo, la tensione tra ragione e fede, tra individuo e comunità. La civiltà latina ha costruito l’idea stessa di universalità giuridica; il Rinascimento ha posto l’uomo al centro del mondo; l’Illuminismo ha tentato di fondare la politica sulla ragione. Persino le sue contraddizioni – colonialismo, guerre, sfruttamento – si muovevano dentro una tensione storica alta, tragica, ma consapevole di sé.

Oggi ciò che colpisce non è la fine di un ciclo storico, ma la sua banalizzazione. L’Occidente non sembra più credere in se stesso, né nella propria tradizione, né in un progetto di futuro. Ha sostituito la cultura con il consumo, la politica con il marketing, il pensiero con l’algoritmo. La dimensione pubblica è stata ridotta a spettacolo, la partecipazione a reazione emotiva, la memoria a frammento digitale.

La civiltà europea, che aveva fatto della misura e della riflessione il proprio tratto distintivo, si è consegnata a un presentismo permanente. Vive nell’immediatezza dei mercati finanziari, nella volatilità delle borse, nell’ansia dei sondaggi. Il tempo lungo – quello delle cattedrali, delle università, delle grandi opere pubbliche e delle riforme strutturali – è stato sacrificato sull’altare del rendimento trimestrale.

La grande tradizione latina, fondata sull’equilibrio tra diritto e comunità, tra autorità e responsabilità, si è dissolta in un individualismo competitivo che misura il valore umano in termini di reddito e visibilità. La parola “dignità”, che per secoli ha rappresentato il cuore della cultura europea, è stata svuotata e sostituita dalla parola “successo”.

Non è solo una crisi economica o politica. È una crisi antropologica. L’Occidente sembra aver perso la capacità di riconoscere i propri limiti. Si è costruito attorno all’idea di crescita infinita in un mondo finito, di dominio tecnico senza interrogazione etica, di espansione permanente senza armonia. L’idea stessa di progresso si è trasformata in accelerazione senza direzione.

E così la grande civiltà che aveva insegnato al mondo il dubbio cartesiano e la critica kantiana, oggi fatica a sopportare il dissenso; quella che aveva elaborato la complessità del diritto romano riduce la giustizia a slogan; quella che aveva prodotto Dante, Cervantes, Goethe, si rifugia in un linguaggio impoverito, standardizzato, uniforme.

Il dolore sta anche nella subalternità. L’Europa, che per secoli ha elaborato pensiero strategico autonomo, oggi appare incapace di una visione indipendente. Oscilla tra dipendenze economiche, militari e tecnologiche, rinunciando a un proprio progetto storico. Non è tanto la perdita di potere materiale a segnare la decadenza, quanto la perdita di autonomia intellettuale e morale.

Le civiltà non muoiono quando vengono sconfitte dall’esterno; muoiono quando smettono di interrogarsi, quando rinunciano alla propria critica interna, quando trasformano la cultura in ornamento e la politica in amministrazione dell’esistente. L’Occidente rischia una fine meschina proprio perché non è attraversato da un grande conflitto ideale, ma da una lenta erosione di senso.

Eppure, nella sua storia, l’Europa ha conosciuto cadute e rinascite. Dalle rovine dell’Impero romano nacquero nuove sintesi culturali. Dopo le guerre mondiali sorsero istituzioni e diritti sociali. La tradizione occidentale contiene in sé anche gli anticorpi della propria decadenza: la capacità autocritica, la tensione etica, il desiderio di giustizia.

La domanda è se saprà ritrovarli. Se saprà abbandonare l’arroganza dell’universalismo imposto e riscoprire l’universalità dialogica. Se saprà sostituire la competizione distruttiva con la cooperazione, la rendita con il lavoro produttivo, la finanza con l’economia reale. Se saprà riconoscere che il mondo non è più unipolare e che la pluralità delle civiltà non è una minaccia, ma una condizione storica irreversibile.

La fine meschina non è inevitabile. Ma lo diventa quando una civiltà si aggrappa al proprio passato come a un feticcio, invece di trasformarlo in fondamento per un nuovo inizio. La grandezza non sta nel dominare per sempre; sta nel sapersi rinnovare senza tradire i propri principi migliori.

Se l’Occidente vuole evitare un tramonto senza dignità, dovrà tornare a interrogarsi su ciò che lo ha reso grande: il primato della cultura sulla ricchezza, del diritto sulla forza, della comunità sull’egoismo. Senza questo ritorno critico alle sue radici più alte, il rischio non è solo la perdita di potenza, ma la perdita di anima.

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22/01/2026

La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu

Il libro “Dialettica dell’economia cinese” è scritto da cinesi (Cheng Enfu ed i suoi collaboratori) per i cinesi. Quindi non va letto per rispondere alla domanda classica “quanto socialismo e quanto capitalismo c’è nell’economia cinese?”

Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?

Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.

Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.

Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazione del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.

Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò ad indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc.), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.

Non vi è dunque, la contrapposizione pressoché assoluta, prevalente nelle concezioni occidentali attuali, fra i teorici del marxismo e coloro che hanno provato a realizzarlo.

Entrando nel merito del libro, vi sono parti che trattano della questione economica in maniera specifica e parti più teoriche, che tendono, appunto, a dare una sistematizzazione dell’economia cinese dall’epoca di Riforme e Apertura (1978) in poi, adottando categorie marxiste.

La citazione a mio avviso più importante è la seguente: “la contraddizione di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.

Pertanto, da questo punto di osservazione, l’attuale stato dell’economia capitalista non sarebbe caratterizzato da una contraddizione insanabile fra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, bensì dalla contraddizione dell’anarchia produttiva (il liberalismo economico spinto, per cui si produce solo in vista del profitto immediato) e le varie forme di proprietà esistenti, privata, statale e collettiva.

La Cina, grazie alla sua economia pianificata, si caratterizza per la capacità di governare i vari fattori dell’economia globalizzata e le varie forme di proprietà, evitando di farli entrare in contraddizione insanabile fra di loro.

La Cina, secondo questa impostazione, si trova in uno stadio di sviluppo più avanzato delle economie capitalistiche, ovvero lo stadio primario del socialismo, in cui predomina la proprietà pubblica (statale e collettiva), mentre quella privata ne è subordinata; nella sfera della distribuzione, il mercato ha ancora un ruolo importante, seppur non dominante e si parla di “distribuzione secondo il lavoro basata sul mercato”.

Le fasi successive del socialismo vedranno un graduale prevalere della pianificazione e della proprietà pubblica, fino alla scomparsa di mercato e proprietà privata. Vi sono capitoli corredati di schemi sulle varie fasi sviluppo, in rapporto al ruolo del marcato, non solo per quanto riguarda il socialismo, ma anche per quanto riguarda le economie pre/capitaliste e capitaliste.

Attualmente, il mercato è ritenuto ancora più efficiente, specialmente per quanto riguarda i settori produttivi caratterizzati dal ciclo produttivo breve (beni di consumo corrente) e, soprattutto, nei settori innovativi, verso i quali l’iniziativa privata si dimostra più vivace e reattiva.

La pianificazione è ritenuta gravata da problemi attualmente insuperabili, come tendenze corporative fra enti pianificatori, mancanza d’incentivo verso settori innovativi, coazioni a ripetere dannose.

Queste teorizzazioni, seppure si espongono all’obiezione di essere utili a rinviare ad libitum l’instaurazione di rapporti di produzione integralmente socialisti, denotano un’esatta percezione della situazione reale attuale, una delle prerogative che mancò all’URSS. Mentre, infatti, negli anni ’70 ed ’80 si effettuavano riforme economiche che ampliavano i margini del marcato, il PCUS teorizzava che il paese si trovasse in una fase sviluppata del socialismo e si stesse avviando verso il comunismo.

La contraddizione fra lo stato reale della situazione e la percezione delle dirigenze era tale da configurare una perdita della funzione di direzione del partito nella società. Non a caso, quando si ebbe la prima apertura ampia a meccanismi di mercato, con la perestrojka, i burocrati delle aziende di stato che si erano ritagliati dei micropoteri capitalisti – infinitamente inferiori a quelli esistenti in Cina dopo “Riforme e Apertura” – travolsero totalmente il partito e lo Stato, accaparrandosi tutte le attività produttive e portando all’instaurazione completa di un capitalismo selvaggio.

Cheng Enfu emerse proprio all’inizio degli anni ’90 con la sua attività accademica e sembra costantemente segnato dalla lezione sovietica, anche nel polemizzare con determinate tendenze che andavano emergendo all’interno del Partito Comunista Cinese dopo le aperture.

Ciò sembra riflettersi anche nelle sue valutazioni sul periodo iniziale della Rivoluzione Cinese, in cui l’economia era improntata ad un livello di socializzazione molto accentuato, pressoché totale.

Quella fase, infatti, secondo l’autore, ha garantito lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura di base ed è, quindi, ritenuta una fase necessaria, senza la quale il successivo periodo di Riforme e Apertura non ci sarebbe potuto essere.

In sostanza, le riforme non sono venute a correggere delle storture precedenti: il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale vengono da lui derubricati ad errori di entità minore, nel contesto di una politica economica che ha comunque conseguito risultati importanti.

Su questa questione, a mio avviso vi è uno scostamento rispetto alla versione ufficiale storica del Partito sul periodo maoista, ovvero 70% positivo, 30% negativo (Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica Popolare, 1981); quest’ultima, infatti, pone maggiore enfasi sugli aspetti negativi del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturali e sugli elementi di discontinuità portati dalle riforme. Le valutazioni di Cheng Enfu la mette in discussione in tempi peraltro non sospetti.

Vi sono poi i testi relativi alla fase di sviluppo estensivo, quella che va dalla metà degli Ottanta, quando – dopo il gradualismo iniziale – le riforme assumono un’entità generalizzata, fino ai primi anni ’10 del 2000, segnata da periodi di crescita annuale, in termini di PIL, a due cifre.

La Cina accetta consapevolmente di diventare la “fabbrica del mondo”. Ai capitalisti stranieri e cinesi venivano garantiti grandi margini di profitto in cambio di joint venture al 51% cinese, la condivisione del know how e un graduale aumento dei salari, modesto in percentuale rispetto ai profitti, ma comunque rilevante se confrontato ai livelli precedenti. Con tutto il portato di disuguaglianze, problemi ambientali e dipendenza dalle esportazioni.

Ed è proprio in questo clima, che era di euforia, se si guardava agli indicatori economici, che intervenivano gli scritti di Cheng Enfu volti a mettere tutti in guardia rispetto all’aumento delle disuguaglianze e alla necessità di incamerare tecnologie per essere in grado di creare una base produttiva nazionale indipendente.

In tal senso sono notevoli gli interventi contro chi proponeva di “aprire tanto per aprire” i settori economici in cui si poteva sviluppare un’industria nazionale e gli avvertimenti contro la possibilità di cadere nella cosiddetta trappola del reddito medio: ovvero un paese in via di sviluppo (quale era la Cina), qualora faccia eccessivo affidamento sugli investimenti stranieri per sfruttare il vantaggio dato dai costi di produzione più bassi, ottiene un graduale aumento dei salari fino a giungere ad un punto tale in cui il vantaggio viene perso (vi sono altri paesi in cui conviene reindirizzare le esternalizzazioni); a quel punto, si trova a non disporre di una base industriale indipendente per continuare a crescere.

Rimane, così, intrappolato sul livello di reddito raggiunto e succube degli stranieri, della loro volontà di mantenere gli investimenti precedenti e del mantenimento del livello delle esportazioni.

Tutte queste considerazioni, effettuate a tempo debito ed in relativo isolamento, hanno fatto sì che Cheng Enfu diventasse uno dei principali teorici della cosiddetta “Nuova Era” che parte, grossomodo, dall’ascesa di Xi Jinping a Segretario Generale del PCC. È una fase segnata dal passaggio da un modello di sviluppo estensivo ad uno intensivo, basato sulle alte tecnologie, sulla sostenibilità ambientale e sui servizi finalizzati all’aumento delle condizioni di vita interne. Si fanno anche i conti con le degenerazioni provocate dai problemi segnalati in precedenza da Cheng Enfu attraverso una compagna anti corruzione senza precedenti.

Cambiando il modello di sviluppo, deve modificarsi anche il rapporto con il capitalismo straniero, specialmente nei settori ad alta tecnologia in cui, a partire dalla prima amministrazione Trump, interviene la guerra tecnologica statunitense.

In tali settori, infatti, secondo Cheng Enfu, le joint venture non sono più adatte, non solo a causa delle guerre tecnologiche che ne impediscono la creazione, ma anche perché, laddove pure vengano create, non garantiscono un livello di controllo tale da poter stimolare lo sviluppo autonomo in maniera adeguata. Ad esempio, l’influenza straniera nella governance spesso disincentiva gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Quella che si propone, alla fin fine, è un’alleanza fra Stato e capitalisti nazionali nel segno dei dettami della pianificazione centrale, in cui, appunto, i profitti privati vengono garantiti a patto che si collabori al raggiungimento degli obiettivi comuni di sviluppo tecnologico autonomo e benessere sociale.

Negli anni successivi alla pubblicazione del libro, quando la guerra commerciale si è inasprita e si è data la necessità di disaccoppiare le catene di fornitura, tali principi sono stati applicati in maniera massiccia.

Ne è un esempio lo sforzo comune profuso nei settori dei semiconduttori, dell’hardware e del software, per sostituire il materiale di produzione straniera utilizzato dalla pubblica amministrazione con materiale prodotto su catene cinesi, da aziende cinesi di qualità analoga, se non superiore (vedi qui); nell’ambito di questi sforzi, sono escluse le aziende con partecipazioni straniere troppo grandi. Inoltre, le aziende internazionalizzatesi eccessivamente sui mercati finanziari e divenute molto influenti sono state duramente colpite (vedi Alibaba).

Tornando ai classici, a mio avviso possiamo parlare di una riedizione in chiave moderna dell’alleanza fra proletariato e borghesia nazionale che Mao ha sostenuto fino alla metà degli anni ’50, quando ci sono state le accelerazioni in termini di socializzazione economica.

In definitiva, il libro dà la percezione del dibattito multiforme e tormentato che c’è stato in Cina durante il lungo percorso che ha consentito di raggiungere i livelli attuali. L’autore ha prima contribuito affinché non si affermassero idee stagnanti, secondo cui bastava proseguire il percorso di Riforme e apertura così com’era per far proseguire spontaneamente lo sviluppo cinese; poi si è proposto come uno dei principali artefici dell’impianto ideologico della “Nuova Era”. Il tutto con lo scopo ben preciso di preservare il “socialismo dalle caratteristiche cinesi” ed il ruolo di direzione del Partito Comunista Cinese in tutto il processo.

In ultimo, è necessario effettuare delle considerazioni riguardanti la politica estera della Cina, che rappresentano quasi sempre il non detto quando si parla di economia cinese e che assolvono parzialmente l’URSS.

È chiaro che l’apertura ai capitali occidentali e, in generale, la politica di Riforme e apertura si sono potute sviluppare pacificamente grazie alla collaborazione con gli USA, in chiave oggettivamente antisovietica, a partire, grossomodo, dal famoso incontro Mao – Nixon del 1972.

L’URSS non avrebbe potuto sviluppare un indirizzo simile, anche se avesse avuto una dirigenza maggiormente sintonizzata con la realtà, perché era in atto uno scontro frontale con gli USA; del resto, questo riguarda anche Cuba o altre esperienze che vedono un testa a testa contro l’imperialismo.

Ebbene, con la “Nuova Era” si vede chiaramente che anche la conciliazione relativa con gli USA volge al termine. Nonostante ciò, alla luce delle guerre, dei genocidi quali quello di Gaza, e del rinnovato vigore imperialista nel portare avanti dei “regime change” unilaterali (vedi quello portato a termine in Siria a fine 2024 e quello il cui tentativo è attualmente in corso in Venezuela), il ruolo della Cina sembra ancora poco decisivo sul piano più appariscente.

Ciò sembra in contraddizione sia con il ruolo di guida dei paesi del cosiddetto sud globale cui la Cina aspira, sia con i rischi che una rinnovata aggressività di un imperialismo in crisi può portare agli sforzi cinesi per la costruzione della “comunità umana dal futuro condiviso”. O, a più breve termine, per l’architettura di sicurezza su cui la Cina basa la propria ascesa internazionale, i cui pilastri sono gli scambi commerciali internazionali liberi e la Belt and Road Initiative.

Se il benessere condiviso non passa attraverso la logica dei blocchi e delle sfere d’influenza, come sostiene la Cina, s’imporrebbe un passaggio ad una nuova era anche in politica estera. Magari segnato da un maggior interventismo per evitare le guerre ed i genocidi messi in atto dall’imperialismo, disposto a tutto per difendere il proprio predominio e distruggere la coesistenza pacifica.

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31/12/2025

La Cina è leader della ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali

di Francesco Sylos Labini

In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che c'è stato un trasferimento di egemonia dall’Occidente all’Oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.

La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.

(ndr: il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. È un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed – e che la valutazione è condotta a livello nazionale – i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)

I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.

La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).

– In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).

– In Cina, la quota è 52%,

– in Corea del Sud 53%,

– e a Singapore 49%.

Al contrario:

– in Germania solo il 27%,

– nel Regno Unito 23%,

– in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.

Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature, complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali – un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo. 

L’analisi è basata su un database che contiene oltre 9 milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato il 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.

Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.

Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni '90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave – risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale – pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.

Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.

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28/02/2025

Green e benessere: l’UE guardi alla Cina

Professor Carlo Rovelli, lei recentemente ha commentato con accenti assai positivi le virtù del sistema politico cinese. È parso un ultras di Pechino.

La disfatta dell’Unione Sovietica ha mostrato che il socialismo di Mosca non ha retto al confronto con il capitalismo. Le sinistre si sono trovate in difficoltà nel mondo intero e si sono messe a inseguire le destre. Lo strepitoso successo economico del sistema cinese, unico nella storia del mondo, e il grande consenso interno che ha il governo stanno ribaltando la conclusione. In pochi decenni la Cina ha portato mezzo miliardo di persone fuori dalla povertà estrema, ha diffuso il benessere, scolarizzato tutti, costruito la prima economia del mondo, continua a crescere a ritmo maggiore di chiunque altro.

Ma in Cina non si vota. Un solo partito al potere e una libertà di parola assai vigilata.

E questo comporta due ordini di problemi. Il primo è che le discussioni si svolgono all’interno del partito comunista e ciò rischia di rendere la leadership troppo sicura di sé. Il secondo è il pesante fardello del bavaglio in cui si vengono costrette le voci dissenzienti. Le votazioni sono una benedizione perché favoriscono la discussione e semplificano il controllo del potere da parte delle maggioranze.

Ma attenzione, non dimentichiamo che sono anche una maledizione: per due motivi. Il primo è che non si vincono le elezioni senza ingenti somme di denaro. Quindi il potere finisce nelle mani di chi ha molto denaro. Le democrazie occidentali sono spesso in realtà plutocrazie: il potere è dei ricchi. Paesi come l’Italia e gli Usa sono addirittura finiti in mano a miliardari. Per questo sono sparite le tasse fortemente progressive che ridistribuivano il reddito.

Il secondo è che le elezioni portano chi è al potere a mirare a farsi rieleggere, più che al bene comune a lungo termine. Una delle differenze più spettacolari fra la politica cinese e la politica occidentale è proprio questa: la leadership cinese pensa in termini di decenni, mentre i leader occidentali pensano al consenso giorno per giorno.

Lei dunque spera che la Cina prevalga sull’Occidente?

No. La Cina è una grande civiltà millenaria. Il problema non è chi prevale. Il problema, io penso, è uscire dalla folle logica dello scontro, quella di pensare che qualcuno debba sempre prevalere.

Pensa dunque che l’Europa dovrebbe avvicinarsi alla Cina?

Europa e Cina sono più vicine di quanto si dica. Il governo cinese ha la crisi climatica fra le sue priorità, sostiene le istituzioni internazionali, parla di collaborazione anziché competizione, vuole ridurre i dazi, spinge sempre per il dialogo. Se la confrontiamo con il governo di Washington che non crede all’emergenza climatica, vuole depotenziare le istituzioni internazionali, parla esplicitamente di predominio Usa, combatte il multilateralismo, è stato pressoché ininterrottamente in guerra da un secolo, e mette dazi, chi ci è ideologicamente più vicino?

Ma la Cina è anche una dittatura, opprime il suo popolo e minaccia i Paesi vicini.

Ho viaggiato a lungo in Cina, ho insegnato all’università Normale di Pechino, ho colleghi, studenti e amici cinesi. Quell’immagine della Cina non torna proprio. Confrontata con tutte le guerre che ha scatenato l’Occidente negli ultimi decenni, la Cina è un Paese estremamente pacifico. Internamente non si sente oppressione poliziesca. Vero, il governo spia tutti, ma anche qui da noi ci spiano tutti.

Se lei però fosse un intellettuale dissidente, certo non vorrebbe esserlo in Cina.

Vero. E spero che la Cina impari da noi, ma resto convinto che l’immagine di una Cina feroce internamente ed esternamente sia solo il risultato della forsennata propaganda anti-cinese.

Perché ritiene che ci sia una “forsennata” propaganda anti-cinese?

Per due motivi. Il primo è che gli Usa stanno perdendo il primato economico. Il mio timore peggiore è che cerchino ora lo scontro armato, dato che la loro preponderanza militare è ancora soverchiante. Non durerà se la Cina continua a crescere come sta facendo. Il secondo, più profondo, è che il capitalismo che domina l’Occidente è terrorizzato dall’idea che il socialismo possa alla fine rivelarsi più efficace.

Pronostica la vittoria del socialismo cinese sul capitalismo?

La Cina sta mettendo in dubbio la legittimità della plutocrazia che di fatto governa l’Occidente. Il suo socialismo sta vincendo proprio sul piano in cui sembrava perdere: l’economia.

Fonte

18/12/2024

Note sul marxismo sinizzato

di Carlo Formenti

A mò d’introduzione

Nei miei ultimi lavori – sia nei libri che in vari articoli pubblicati su questa pagina (1) – ho speso molte energie per contrastare il luogo comune – che accomuna destre e “sinistre” occidentali – secondo cui la Cina sarebbe un Paese capitalista, se non addirittura imperialista, la cui unica ragione di conflitto con gli Stati Uniti e l’Europa è la competizione per il dominio globale.

Nel caso delle destre, tale giudizio funge da argomento propagandistico, buono per scoraggiare qualsiasi simpatia nei confronti di una possibile alternativa nei confronti di un’economia, un sistema politico, una cultura e un modo di vivere che settori sempre più larghi delle popolazioni occidentali considerano intollerabile, come dimostrano il successo dei movimenti cosiddetti “populisti” e le altissime percentuali di astensione alle elezioni.

Nel caso delle sinistre occorre distinguere fra l’ala “progressista” neoliberale, di fatto allineata alle destre (fatta eccezione per l’impegno nei confronti dei diritti civili di individui e minoranze appartenenti alle classi urbane medio-alte), e l’ala radicale, che dedica ancora qualche attenzione agli interessi delle classi lavoratrici. La sinistra neo liberale ha definitivamente gettato la maschera votando nel Parlamento europeo l’infame delibera che equipara nazismo e comunismo. L’ala radicale, ormai priva di strumenti teorici per analizzare la realtà (l’ignoranza dei suoi quadri in materia di filosofia, storia ed economia, per tacere del pressoché totale oblio della teoria marxista, è disarmante), si limita ad annunciare che “un altro mondo è possibile” ma, non avendo la minima idea su cosa fare e come farlo per mettere in pratica tale slogan, disprezza i progetti politici che ci provano.

Rebus sic stantibus, non mi stanco di insistere sulla necessità di studiare l’unico esperimento (in verità non è il solo, ma è di gran lunga il più significativo, se non altro per le sterminate dimensioni geografiche e demografiche della nazione che lo sta attuando) che offra un esempio concreto del fatto che lo slogan della Thatcher (there is no alternative) è falso. Un esempio, non un modello, perché sono proprio le peculiari caratteristiche dell'esperimento in questione che aiutano a capire che non può esistere un modello universalmente applicabile per la transizione a una formazione sociale post capitalista.

A confermare il carattere “locale”, idiosincratico dell’esperimento è la stessa classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese che non a caso parla di “socialismo in stile cinese” e dichiara di ispirarsi al metodo, ai principi e ai valori di un marxismo “sinizzato”. Per spiegare queste affermazioni in modo comprensibile alle sinistre nostrane intrise di pregiudizi eurocentrici, seguirò la lezione di Cheng Enfu (2), uno dei maggiori economisti cinesi, incrociandola con quelle di Giovanni Arrighi (3) e della coppia Alberto Gabriele ed Elias Jabbour (4). In particolare, mi occuperò:
1) di come la Cina stia cercando di “usare” alcuni aspetti della civiltà capitalista occidentale senza farsene colonizzare;
2) di quali sfide e contraddizioni deve affrontare per consolidare l'attuale, inedita fase del proprio sviluppo che definisce “nuova normalità”;
3) di cosa si intende per marxismo sinizzato e quali elementi di novità presenta rispetto alla teoria marxista “classica”;
4) di quali fattori di ispirazione l’attuale élite cinese ricavi dalla tradizione antica e classica della sua millenaria civiltà (Cheng Enfu scrive che la cassetta degli attrezzi del Partito Comunista cinese è “una sintesi dialettica dei materiali ideologici forniti da tre sistemi di conoscenza: concetti marxisti, apprendimento occidentale, apprendimento tradizionale cinese”).

1. Usare i capitali e le tecnologie occidentali senza lasciarsi colonizzare

In Adam Smith a Pechino Arrighi contestava la tesi secondo cui lo strabiliante decollo dell’economia cinese sarebbe avvenuto grazie alla conversione del Partito Comunista al neoliberalismo. Questo è piuttosto ciò che è capitato in Russia dopo il crollo del socialismo, con i ben noti effetti spaventosi (immiserimento e disoccupazione di massa, appropriazione dei beni pubblici da parte di un pugno di oligarchi, smembramento dell’unità nazionale, ecc.). La dirigenza subentrata a Mao dopo la sua morte era letteralmente ossessionata dal destino di una Russia che aveva adottato la shock terapy ispirata ai principi del Washington Consensus, per cui Deng Xiaoping ha scelto di riformare il sistema in modo lento e graduale.

L’economia è decollata dopo che alle grandi imprese si è imposto di farsi reciprocamente concorrenza e di competere sia con le aziende straniere impiantatesi nelle Zone Speciali che con le nuove aziende a partecipazione privata e di comunità. Alla crescita dell’immenso mercato interno cinese ha inoltre contribuito la decisione di consentire (a partire dal 1983) ai contadini la possibilità di vendere, anche su mercati distanti, il loro surplus produttivo (un provvedimento che evoca l’analoga decisione assunta mezzo secolo prima da Lenin, allorché varò la NEP (5)).
Perché queste scelte, contrariamente a quanto previsto – e auspicato – dagli “esperti” occidentali non hanno portato alla caduta del socialismo e alla piena integrazione della Cina nel ruolo di membro subalterno del sistema capitalista mondiale? È quanto cerca di spiegare Cheng Enfu nel suo libro sulla “dialettica dell’economia cinese”.

Noi, argomenta, non abbiamo seguito né il modello liberale né quello socialdemocratico, pur sviluppandone alcuni elementi, abbiamo invece applicato in modo discriminante la conoscenza occidentale, scartandone gli aspetti che avrebbero potuto mettere in discussione il controllo dello stato e del partito sul nostro sistema economico. Ciò è dimostrato, fra le altre cose, dal fatto che mentre il capitalismo occidentale procede a continui tagli del welfare, in Cina si sono effettuati massicci investimenti nei fondi cinesi per l’istruzione, si è aumentato il salario minimo e si è provveduto al miglioramento dell’assicurazione medica nelle aree urbane e rurali e del trattamento per gli anziani. Per tacere del fatto – assolutamente inconcepibile in base ai canoni dell’economia borghese – che è riuscita a riscattare in un breve arco di tempo ottocento milioni di cittadini dalla povertà assoluta. Ma soprattutto – mistero che ossessiona gli economisti occidentali – è riuscita a passare in pochi decenni da Paese in via di sviluppo a potenza economica in grado di competere con gli Stati Uniti (il libro di Cheng Enfu offre un’ampia messe di dati che illustrano questo impressionante processo evolutivo). Come hanno fatto?

Cheng Enfu spiega il “miracolo” descrivendo le caratteristiche di un dispositivo che si fonda su quattro sistemi coordinati e interconnessi:
1) un sistema di diritti di proprietà multipla basato sulla proprietà pubblica;
2) un sistema di distribuzione multifattoriale basato sul lavoro;
3) un sistema di mercato a struttura multipla guidato dallo stato;
4) un sistema aperto multiforme autosufficiente.

L’idea di fondo che ha ispirato le riforme messe in atto a partire dalla fine degli anni Settanta è stata quella di costruire un modello “a doppia forza”, di sommare cioè i vantaggi generati dalla convivenza di un governo forte con un mercato forte, un paradosso inconcepibile per una teoria economica che pone i due termini in opposizione radicale: se domina il mercato lo stato si ritira e viceversa. Ovviamente solo la politica dispone del potere di creare le condizioni perché stato e mercato possano convivere senza elidersi a vicenda. In particolare, nel processo di apertura dell’economia cinese al capitale internazionale, ciò ha voluto dire non porre l’accento esclusivamente sull’uso attivo del capitale straniero (e sugli apporti di tecnologia e talento associati a tale uso) ma anche e soprattutto sugli accorgimenti necessari a garantire l’indipendenza e l'autosufficienza della Cina, per esempio mantenendo il controllo su quelle tecnologie di base che sono irrinunciabili strumenti per assicurare la sicurezza del Paese, e limitando la partecipazione del capitale straniero nelle forme di proprietà miste per impedirgli di creare propri monopoli finanziari nel Paese.

Questi e altri accorgimenti hanno fatto sì che il rapido processo di crescita degli interscambi produttivi, commerciali e finanziari fra Cina e resto del mondo, al pari del suo ingresso nel WTO, si sia potuto descrivere (non solo da parte di Arrighi ma anche di altri autori marxisti (6)) come un “uso della globalizzazione” che ha consentito di integrare la Cina nelle reti mondiali del commercio e della finanza senza arrendersi alle pressioni – interne e non solo internazionali (7) – dei fondamentalisti del mercato, il che è stato possibile solo grazie all’assoluto controllo politico sulla finanza e al conseguente mantenimento di una (relativa) autonomia dall’egemonia del dollaro.

Il fatto che questo rapido e tumultuoso processo di trasformazione socioeconomica non si sia accompagnato ad una evoluzione in senso liberal-democratico del sistema politico, poiché il governo non ha mai smesso di mantenere la barra del timone verso l’obiettivo di marciare in direzione di nuove forme di democrazia popolare e verso forme più avanzate di transizione al socialismo, ha fatto capire agli Stati Uniti che quella globalizzazione che avevano concepito come l’arma finale per estendere il proprio dominio sul mondo intero si era trasformata in un boomerang. È per questo che oggi assistiamo sia a una strategia di “sganciamento” dell’Occidente dal mercato cinese e a forme di guerra commerciale nei confronti dei prodotti made in China, sia a una “Terza guerra mondiale a pezzi”, come l’ha definita papa Francesco, propedeutica allo scontro militare diretto con la Cina.

2. Risolvere le contraddizioni che ostacolano il cammino verso una “nuova normalità”

L’analisi di Cheng Enfu sullo sviluppo cinese non è agiografica né cieca di fronte alle sfide e alle contraddizioni generate dalla politica di riforme e apertura inaugurata da Deng e proseguita dai suoi successori. Allentando le redini sul mercato i governi hanno favorito un formidabile processo di crescita economica ma, inevitabilmente, hanno anche permesso che i fallimenti del mercato generassero una serie di gravi problemi sociali – problemi che Cheng Enfu analizza lucidamente con gli occhiali della teoria marxista, in polemica con gli economisti cinesi convertitisi al credo neoliberale.

Il divario fra ricchi e poveri è cresciuto quasi a livelli occidentali, malgrado i redditi delle classi lavoratrici agricole e urbane siano significativamente aumentati e questo perché, argomenta Cheng Enfu riprendendo un concetto che Thomas Piketty ha divulgato fra i lettori occidentali (8), nelle economie di mercato il divario dei redditi dipende meno dal divario nei redditi salariali che dal divario nei redditi di proprietà associato all’ineguale distribuzione della stessa. I problemi ambientali hanno toccato livelli allarmanti. La Cina è riuscita a uscire quasi indenne dalla catastrofe del 2008, ma il rallentamento del commercio mondiale associato alla crisi ha provocato un forte rallentamento della crescita e generato problemi di sovrapproduzione in alcuni settori, come il siderurgico e l’immobiliare. Le privatizzazioni non hanno solo aumentato i divari di reddito ma anche quelli fra regioni e impedito uno sviluppo proporzionale fra settori diversi. Certi settori della borghesia nazionale, anche dopo il fallimento del tentativo occidentale di innescare un regime change nel 1989 (9), non hanno cessato di lottare per trasformare il proprio potere economico in potere politico, ricorrendo alla corruzione di dirigenti di partito e quadri delle amministrazioni regionali.

Per fare fronte a queste sfide, che sintetizza parlando di contraddizione tra il crescente bisogno popolare di una vita migliore e uno sviluppo squilibrato e inadeguato, Cheng Enfu propone di concentrare le energie su una serie di obiettivi strategici:
1) fornire protezione legale ai diritti dei lavoratori delle imprese private ai quali vanno garantiti redditi ragionevoli, perfezionare il sistema statale per la ridistribuzione della ricchezza e migliorare la tassazione per aggiustare i flussi di reddito;
2) ridurre la dipendenza dal capitale e dalla tecnologia stranieri promuovendo l’innovazione indipendente;
3) limitare la dipendenza dal commercio estero aumentando il ruolo del consumo interno;
4) ridurre la dipendenza dal dollaro, evitando di concedere spazio ai processi di finanziarizzazione e incoraggiando l’integrazione della finanza con l'economia reale;
5) accelerare l'internazionalizzazione del sistema finanziario del RMB;
6) creare una proprietà intellettuale autonoma intensificando lo sforzo di formazione del personale scientifico (coltivare talenti per la ricerca di base ad alto livello);
7) infine porre fine a una capacità produttiva in eccesso che la Cina eredita dai decenni in cui ha puntato su una modalità di sviluppo estensivo (produzione di massa orientata all’esportazione di merci a buon mercato di fascia bassa).

Il nuovo modello economico che il governo definisce “nuova normalità” dovrebbe favorire la transizione dalla modalità di sviluppo estensivo allo sviluppo intensivo (qualità ed efficienza). A tale scopo occorre spostare progressivamente il motore dello sviluppo dalle esportazioni ai consumi interni, il che comporta che la tendenza all’aumento dei redditi delle classi lavoratrici prosegua e si rafforzi. Ciò non significa rinunciare al ruolo di potenza commerciale ma, tenendo conto del fatto che la domanda internazionale tende a ridursi a causa della crisi, e che le nazioni occidentali adottano politiche protezioniste nei confronti dei prodotti cinesi, occorre che la Cina scommetta sull’innovazione per diventare leader nei settori a tecnologia avanzata, trasformandosi da fabbrica mondiale specializzata in assemblaggio di tecnologie straniere in fabbrica mondiale di tecnologie di punta sviluppate autonomamente.

Cheng Enfu cita molti dati che attestano come questo processo sia già in atto, enfatizzando in particolare il fatto che il valore aggiunto del settore terziario ha superato quello del settore secondario. Oggi, annota non senza orgoglio, ci collochiamo quasi al centro del sistema mondiale, come confermano i massicci investimenti diretti cinesi in Africa e America Latina. E a tale proposito aggiunge: gli occidentali, preoccupati dalla nostra capacità competitiva in queste aree del mondo, ci accusano di sviluppare a nostra volta una relazione di carattere imperialista fra centro e periferia, ma la verità è che noi ci stiamo muovendo verso il centro in modo diverso: la Cina offre a questi Paesi un modello superiore per lo sviluppo e il progresso, perché noi vogliamo guidare un globalizzazione economica equa. Infine propone di misurare l'avanzamento verso questa nuova fase adottando sia un inedito indicatore di contabilità economica, che chiama Prodotto Interno Lordo del Benessere, il quale, a differenza del PIL, comprende il valore totale del benessere creato dalla produzione e dalle attività commerciali di tutte le unità residenti in un Paese, sia un nuovo indicatore sociale che chiama indice di felicità.

3. A proposito del marxismo “sinizzato”

Prima di entrare nel merito di quelli che considero i contributi più innovativi della rivoluzione cinese alla teoria marxista, faccio una premessa: non credo che, come sembra pensare la maggior parte dei comunisti occidentali, anche quando guardano con simpatia all’esperimento cinese, il concetto di sinizzazione possa essere ridotto alla formuletta che recita che la teoria segue la prassi, sottintendendo che siamo di fronte a un semplice “adattamento” dei principi del marxismo a una specifica situazione concreta. Personalmente, pur se ribadisco l’idea che la Cina non possa né debba essere assunta a modello, sono convinto che la sua storia recente sia un esempio evidente della necessità di procedere, non a un banale “aggiustamento” della teoria, bensì a un vero e proprio cambio di paradigma.

Cheng Enfu sintetizza icasticamente tale esigenza laddove afferma la necessità di prendere congedo dai due “mai” che caratterizzano il pensiero marxista tradizionale, vale a dire: una formazione sociale non perirà mai finché tutte le forze produttive che può ospitare non saranno messe in gioco; nuovi rapporti di produzione non emergeranno mai finché le condizioni della loro esistenza materiale non matureranno nel grembo della vecchia società (10). Com’è noto questa argomentazione venne sfruttata dai teorici della II Internazionale (e in seguito anche da molti critici di sinistra, trotskisti compresi, del regime sovietico) per classificare come “prematura” la Rivoluzione del 1917, argomento reiterato dalle sinistre radicali occidentali nei confronti della Rivoluzione cinese dopo il fallimento della Rivoluzione culturale e le riforme degli anni Settanta. Questa tesi era già stata confutata da Lenin con la sua teoria dell’anello debole (11), ma il contributo radicalmente innovativo di Lenin alla teoria marxista non è mai stato digerito dai marxisti occidentali, ragion per cui costoro non sono in grado di spiegarsi perché la rivoluzione socialista ha trionfato in alcuni Paesi “arretrati” e non nei centri del capitalismo metropolitano.

Arrighi ha rilanciato il dibattito su questo dilemma teorico nel già citato Adam Smith a Pechino, criticando la tesi secondo cui il mondo intero dovrà passare sotto le forche caudine del modo di produzione capitalistico prima di potersene liberare. Occorre prendere atto, scrive Arrighi, che l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato, e soprattutto occorre prendere atto della gigantesca novità che ci consegna la storia: un Paese di un miliardo e mezzo di persone ha saputo compiere il miracolo di ibridare:
1) una millenaria tradizione storica capace di generare una forma di ricchezza fondata sulla stabilità sociale e sull’attenzione al bene della comunità;
2) la spinta innovativa di una rivoluzione di liberazione nazionale guidata dall’ideologia marxista-leninista;
3) un uso del mercato tanto spregiudicato quanto sottoposto al ferreo controllo dello stato-partito.
Il risultato di questa novità è appunto il socialismo con caratteri cinesi.

Vladimiro Giacché ha raccolto a sua volta la sfida partendo da una riflessione sulla svolta in politica economica imposta da Lenin nei primi anni Venti del Novecento (11). Fino al 1919/20 Lenin era ancora convinto che al monopolio di stato sul commercio sarebbe dovuta subentrare la distribuzione organizzata secondo un piano, ma negli anni immediatamente successivi prese le distanze dalla sinistra bolscevica che riteneva possibile passare al socialismo senza un periodo di transizione, un punto di vista al quale replicò sostenendo che tale fase di transizione sarebbe stata, non solo inevitabile, ma prolungata e caratterizzata dal persistere di rapporti mercantili e monetari. Del resto, già nel 1918, aveva risposto a chi affermava che la rivoluzione bolscevica non aveva instaurato il socialismo ma una forma di capitalismo di stato affermando: “Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo (...). Noi sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino. Si ha dunque ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet”.

Certo, commenta Giacché, se la scomparsa della produzione mercantile è assunta quale unico parametro del carattere socialista di una società, non potevano considerarsi socialiste la Russia degli anni Venti né la Cina di Mao né, tantomeno, può considerarsi socialista la Cina di Deng e dei suoi successori. Ma ciò non toglie ai comunisti cinesi il diritto di rivendicare, al pari di quanto aveva fatto Lenin, il carattere socialista della Repubblica Popolare cinese. Naturalmente sia le posizioni del Lenin della NEP sia quelle dei cinesi delle riforme degli anni Settanta sono “eretiche” rispetto alla concezione del socialismo elaborata da Marx ed Engels nella seconda metà del secolo XIX (12) e “canonizzate” dalla Seconda Internazionale. Mentre Marx ed Engels consideravano il socialismo come una breve fase di transizione verso il comunismo, questa nuova visione lo rappresenta come un modo di produzione a sé stante, in cui permangono le classi e il conflitto di classe, per cui il suo approdo al comunismo – da considerare come un obiettivo strategico di lunghissimo periodo – non è un evento “destinale” bensì una possibilità la cui realizzazione dipende dall’esito dei conflitti sociali in questione (13).

Cheng Enfu descrive i tre stadi differenti in cui dovrebbe a suo avviso articolarsi il processo di transizione:
1) uno stadio primario del sistema economico socialista che prevede la proprietà pubblica come corpo principale (con la proprietà privata come corpo ausiliario), la distribuzione orientata al mercato secondo il proprio lavoro come corpo principale (con la distribuzione secondo il capitale come corpo ausiliario) e l’economia di mercato guidata da piani nazionali;
2) uno stadio intermedio caratterizzato da diversi tipi di proprietà pubblica e diversi tipi di distribuzione dei beni secondo il lavoro e da un’economia pianificata con lo stato come corpo principale (con un mercato regolato dallo stato come corpo ausiliario);
3) infine uno stadio avanzato caratterizzato da un’unica proprietà pubblica di tutto il popolo, dalla distribuzione dei prodotti secondo il bisogno e da un’economia completamente pianificata.

La svolta verso un’economia socialista di mercato (che corrisponde alla prima delle tre fasi appena descritte), sostiene Cheng Enfu, non è stata decisa a causa del fallimento dell’economia socialista pianificata (in particolare, critica i colleghi che parlano solo degli errori passati e in questo modo distorcono il rapporto fra sviluppo precedente e seguente alle riforme e all’apertura, ignorando che senza le conquiste realizzate sotto la guida di Mao non sarebbero esistite le condizioni materiali per compiere questo salto evolutivo), ma si è decisa dopo avere analizzato le debolezze del modello sovietico, identificate soprattutto con le rigidità del sistema (dall’eccessiva centralizzazione delle decisioni a una distribuzione ispirata a un’applicazione eccessivamente severa del principio egualitario (14) ). Accettando l’esistenza di divari ragionevoli di reddito basati su una remunerazione basata sulla concorrenza la Cina è invece riuscita a massimizzare il potenziale umano e a ottimizzare l’allocazione delle risorse di lavoro su scala dell’intera società.

A chi sostiene che le riforme cinesi hanno rimesso al posto di comando la legge del plusvalore e quindi lo sfruttamento della forza lavoro, replica che in un’economia socialista definita come sopra la legge del plusvalore si incarna nella legge del plusvalore pubblico, nel senso che il plusvalore creato dai lavoratori delle imprese pubbliche va allo stato o alla collettività. Ovviamente ciò non vale per il plusvalore creato dai lavoratori delle imprese private, per cui l’avanzamento verso le fasi successive del processo di transizione al socialismo dovrà risolvere le contraddizioni implicite in questa forma di economia mista. A tale proposito afferma, fra le altre cose, che si dovrà porre sempre più l’attenzione sul risparmio di tempo di lavoro e sulla sua pianificazione tra i diversi settori della produzione, due fattori che rappresentano la legge economica primaria in una società di produttori associati; si dovrà inoltre rispettare la legge dello sviluppo proporzionale formulata da Marx, la quale afferma che le quantità di prodotti corrispondenti ai diversi bisogni richiedono quantità diverse e definite del lavoro sociale complessivo (nella fase attuale tale legge opera in modo imperfetto perché non si basa solo sulla pianificazione statale ma anche sulla legge del valore regolata dal mercato). Inoltre sottolinea l’irrinunciabilità di perseguire uno sviluppo che garantisca un rapporto armonioso fra uomo e natura perché, scrive, gli esseri umani nascono dalla natura, ad essa sono subordinati e da essa dipendono, per cui le risorse naturali possono essere considerate come il corpo inorganico dell'umanità (15). Dal punto di vista generale produzione e consumo coincidono, ma nella riproduzione sociale la produzione è il punto di partenza effettivo dell’intero processo e quindi è il fattore dominante, per cui è in primo luogo qui che occorre cambiare le cose per risolvere i problemi ambientali.

Concludo questo breve excursus sul marxismo sinizzato con qualche accenno al lavoro di Gabriele e Jabbour sulle caratteristiche del socialismo del secolo XXI (vedi nota 4). La categoria marxiana di modo di produzione, argomentano i due autori, è un modello astratto, al quale le concrete formazioni socioeconomiche, storicamente e geograficamente esistenti, aderiscono in misura diversa. Analogamente ad Arrighi e diversamente da Marx, il quale ipotizzava che il modo di produzione capitalistico, già tendenzialmente dominante in Europa ai suoi tempi, si sarebbe esteso a livello mondiale fino a soppiantare tutti gli altri (a meno che non venisse rovesciato da una rivoluzione socialista), Gabriele e Jabbour sostengono che, anche nell’attuale contesto di tardo capitalismo “globalizzato”, il primato di un determinato modo di produzione nelle singole realtà storico-geografiche può essere assoluto o relativo. Ad esempio, negli Stati Uniti è indubbio che la supremazia del modo di produzione capitalistico sia assoluta, ma in altre formazioni socioeconomiche due o più modi di produzione possono coesistere con rapporti reciproci di rivalità e/o di simbiosi, così come possono darsi situazioni di transizione da un modo di produzione a un altro.

Questo pluralismo dei modi di produzione – riscontrabile soprattutto nel Sud del mondo, dove il capitalismo convive (e confligge) sia con formazioni socioeconomiche “socialist oriented” (16) che con forme produttive e relazioni sociali di tipo precapitalistico – non impedisce di ammettere che il capitalismo resti il modo di produzione dominante a livello mondiale ma, al tempo stesso, non impedisce di affermare che, laddove convive con altri modi di produzione, non si può stabilire a priori quale modo di produzione prevarrà nel lungo periodo – il che vale soprattutto nei casi in cui sia in atto un processo di transizione (17). Per sintetizzare le riflessioni di Cheng Enfu e di altri autori fin qui discusse, si potrebbe concludere dicendo che la sfida del socialismo con caratteri cinesi (ma ciò vale anche per altre economie socialiste di mercato asiatiche, come Vietnam e Laos, oltre che per alcuni Paesi latinoamericani, a partire da Cuba) consiste nel riuscire a imporre le ragioni della politica sulle ragioni del mercato abbastanza a lungo affinché possano maturare le condizioni di passare alla seconda e terza fase del processo di transizione.

In che misura la tradizione confuciana influisce sulla via cinese?

C’è chi sostiene che l’atteggiamento di Mao nei confronti della cultura cinese tradizionale sia stato laico e illuminista, cioè critico se non liquidatorio. Cheng Enfu non è di questo avviso e infatti cita un’affermazione di Mao che invitava a fare un bilancio di tutto il passato della Cina, da Confucio a Sun Yat-Sen, per raccogliere quella preziosa eredità. Sempre Cheng Enfu afferma che il marxismo è un sistema culturale-ideologico che enfatizza la fede e i valori, e definisce la fede come credenza e rispetto per una certa dottrina, religione o altri principi che le persone abbracciano come proprio codice di condotta, citando quali esempi i “valori universali” occidentali, i principi neoliberali e quelli del marxismo e del comunismo (18).

Anche se Cheng Enfu non dedica, almeno nel libro di cui sto qui discutendo, particolare spazio al rapporto fra etica confuciana e valori del socialismo in stile cinese, è indubbio che nei documenti e nei discorsi dei dirigenti del Partito Comunista Cinese i riferimenti alla tradizione confuciana si siano infittiti dopo la svolta riformista. Non essendo un esperto conoscitore del confucianesimo, in quest’ultimo paragrafo mi limiterò a sottolineare le indubbie consonanze fra certe idee ricorrenti nei discorsi dell’attuale leadership cinese e altrettanti concetti tipici della tradizione confuciana (che ricavo da uno specialista come Maurizio Scarpari (19)).

La figura di Confucio (Kongzi) è circonfusa da un’aura mitica, anche perché molte delle informazioni che abbiamo su di lui sono avvolte dall’incertezza dovuta alla distanza temporale. Secondo la tradizione sarebbe nato da una famiglia aristocratica e morto a 72 anni nel 479 a.c. (dunque un contemporaneo dei classici della filosofia greca). Sappiamo che apparteneva alla classe dei letterati funzionari (tenuti a coltivare le sei arti: riti, musica cerimoniale, scrittura, aritmetica, tiro con l’arco, guida della biga). Visse in un’epoca di feroci contese fra i diversi regni in cui si divideva la Cina di allora, prima di essere unificata in un unico impero e, a quanto si dice, viaggiò di corte in corte in cerca di ambienti favorevoli alla sua predicazione (se così può essere definita la trasmissione di un insieme di valori morali, più che di credenze religiose).

Il suo pensiero, più che da fonti dirette, ci è noto attraverso i testi di alcuni suoi discepoli appartenenti alla casta dei ru (così venivano chiamati gli intellettuali confuciani), i quali, più che membri di una scuola organizzata, erano pensatori indipendenti accomunati da una cultura fondata sui valori e le tradizioni di un passato idealizzato, ma disposti a mediare e attenuare le proprie differenze nei confronti di altre scuole di pensiero, come il Taoismo e il Buddismo, ragion per cui la cultura tradizionale cinese non presenta il carattere di un blocco monolitico ma piuttosto quello di un mosaico ricco di sfumature.

In ogni caso, con il passare del tempo e con il crescere dell’esigenza imperiale di consolidare un’ideologia di stato, si è arrivati a canonizzare i quattro libri considerati più fedeli all'insegnamento originario del maestro, dopodiché essi furono imposti (a partire dal 1190) come testi obbligatori da imparare a memoria per superare l'esame di selezione imperiale che attribuiva il titolo di erudito e consentiva di accedere alla carriera di funzionario amministrativo statale.
Ma vediamo quali caratteristiche del confucianesimo possono essere accostate ai principi e ai valori del socialismo in stile cinese (senza dimenticare che le analogie fra idee elaborate in epoche separate da millenni di storia presentano inevitabili rischi di fraintendimento).

In primo luogo il concetto di armonia. Per il confucianesimo l’armonia è un fattore essenziale per il mantenimento dell’equilibrio dell’universo e di una corretta relazione uomo/natura. L’armonia confuciana è la dottrina del perfetto equilibrio e del giusto mezzo, per cui le differenze non devono dividere ma unire (il pensiero filosofico cinese mira all’integrazione più che alla contrapposizione degli opposti). Per realizzare questo ideale, basato sull’unità che connette il mondo umano con il mondo divino (concepito più come totalità dell’universo naturale che come entità trascendente), occorre condurre una vita esemplare, regolata da principi etici che riguardano sia l’ambito individuale che le gerarchie sociali.

Evidenti tracce di questa visione sono rintracciabili nel modo in cui i marxisti cinesi (a partire dallo stesso Mao) hanno introiettato e applicato il metodo dialettico, non considerando l’antagonismo come valore assoluto, bensì come momento legato a contingenze storiche concrete, laddove il raggiungimento dell’armonia fra i diversi strati del popolo svolge il ruolo di obiettivo strategico (tipici, in tal senso, sia l’affermazione di Cheng Enfu che nella fase attuale la contraddizione principale non è quella fra classi sociali bensì quella fra la domanda popolare di benessere e l’insufficienza di mezzi per esaudirla, sia la sua esortazione a superare gli eccessi produttivistici che hanno turbato il rapporto fra uomo e natura sia, a livello più generale, i continui richiami della dirigenza comunista all’obiettivo di costruire entro la metà del secolo XXI, una “Cina armoniosa”).

Veniamo al ruolo del saggio: l’intellettuale confuciano gode di un margine discrezionale che gli consente di interpretare i principi dettati dalla tradizione in modo elastico, adattandoli alle circostanze, ma tali capacità derivano dalla costanza e dall’impegno con i quali si sono coltivate le proprie qualità morali e intellettuali attraverso lo studio assiduo (vedi sopra quanto ricordato sui metodi di selezione dei funzionari imperiali).

Mi pare qui evidente l’assonanza con i durissimi criteri di selezione dei quadri dirigenti del Partito e dello Stato cinesi analizzati dallo studioso canadese Daniel Bell, che da anni vive e insegna in Cina (20). Bell ricorre al concetto (che suona per noi come un ossimoro) di “meritocrazia democratica verticale” per descrivere il sistema che seleziona la leadership politica cinese. Alla proverbiale durezza e competitività dei percorsi universitari, seguono i non meno impegnativi esami per accedere al pubblico impiego, dopodiché è possibile assumere un ruolo ai livelli più bassi del governo, mentre ogni successivo avanzamento dipende dalla qualità delle performance realizzate (21).

Dal tema della formazione delle élite passiamo a quello della loro legittimazione. L’imperatore regnava grazie al mandato del cielo, ma tale mandato non era un diritto acquisto, per cui se una dinastia si dimostrava inetta e corrotta il popolo aveva il diritto di rovesciarla anche con la violenza (nella storia cinese non mancano le sollevazioni contadine che hanno deposto alcune case regnanti). Del resto l’etica confuciana, mentre predica il rispetto dell’ordine gerarchico, lo associa all’obbligo del governante di garantire il benessere materiale e spirituale dei governati. Per il confucianesimo, l'autorevolezza e il carisma dell’élite – il buon governo – sono l’altra faccia della capacità di adempiere a tale obbligo e il popolo accetta l’autorità non perché gli viene imposta con la forza, ma perché determinati modelli di condotta gli vengono inculcati con l’esempio che viene dall’alto. Anche in questo caso è Daniel Bell a mettere in luce come l’attuale, massiccio (nonché ampiamente superiore a quello dei popoli occidentali) consenso dei cittadini cinesi nei confronti del proprio governo si fondi su un meccanismo del tutto simile (22).

A questo punto mi sembrano chiare le ragioni per cui non ritengo che la rivoluzione cinese possa fungere da modello per chi ancora crede nella possibilità di abbattere la società capitalista. Il marxismo sinizzato non può essere tale appunto perché è sinizzato, vale a dire perché è il prodotto irripetibile di un percorso storico millenario, nonché delle specifiche caratteristiche socioculturali ed economiche che tale percorso ha generato.

Ciò detto occorre domandarsi: la rivoluzione russa non è stata il prodotto di un marxismo “russificato”, tanto è vero che l’eresia di Lenin (tale era rispetto ai canoni del marxismo della II Internazionale) ha modificato la teoria in misura tale da imporre di ribattezzarla con il termine marxismo-leninismo? E ancora: i movimenti rivoluzionari latinoamericani non si ispirano a un marxismo “cristianizzato” dalla teologia della liberazione (23)? E il marxismo rivoluzionario africano è meno “contaminato” da fattori socioculturali e tradizioni storiche “locali” (24)?

Invece in Occidente siamo ancora in attesa di “traduzioni” delle astrazioni teoriche marxiane in progetti politici ritagliati sulle concrete caratteristiche delle nostre (diverse nei vari contesti nazionali) tradizioni storico-culturali, composizioni di classe, eredità ideologiche, ecc. Per quanto riguarda l’Italia, solo Antonio Gramsci ha tentato di affrontare l'impresa prima di essere assassinato dal regime fascista, mentre la togliattiana “via italiana al socialismo” ha esaurito la propria spinta propulsiva prima di riuscire a produrre un progetto rivoluzionario concretamente praticabile. Poi è calato – non solo in Italia ma in tutta Europa – il grande silenzio, la morte di un marxismo occidentale (25) ridotto a formulette astratte.

Note

(1) Vedi, in particolare, C. Formenti, Guerra e rivoluzione, 2 voll., Meltemi, Milano 2023. Vedi anche “L’enigma del miracolo cinese e la necessità di ridefinire il concetto di socialismo”.

(2) Cheng Enfu, Dialettica dell'economia cinese. L’aspirazione originale della riforma, Edizioni Marx 21, 2024.

(3) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

(4) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21st Century. A Century after the Bolshevik Revolution, Routlege, London-New York 2022.

(5) V. I. Lenin, L'economia della rivoluzione,(a cura di V. Giacché), il Saggiatore, Milano 2017.

(6) Vedi, fra gli altri, G. Gabellini, Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Mimesis, Milano-Udine 2021; F. M. Parenti, La via cinese, Meltemi, Milano 2021; V. Giacché, L’economia e la proprietà. Stato e mercato nella Cina contemporanea, in AAVV, Più vicina. La Cina del XXI secolo, Roma 2020; D. A. Bertozzi, Cina popolare. Origini e percorsi del socialismo con caratteristiche cinesi, L’Antidiplomatico 2021; R. Herrera, Z. Long, La Cina è capitalista?, Marx 21, Bari 2012; A. Gabriele, Enterprises, Industry and Innovation in the People’s Republic of China, Springer, Berlino 2020; Z. Boyng, Il socialismo con caratteristiche cinesi. Perché funziona? Marx 21, Bari 2019.

(7) Il sottotitolo del libro di Cheng Enfu (L’aspirazione originale della riforma) si spiega con il fatto che larga parte del suo testo è dedicata alla confutazione delle teorie degli accademici cinesi convertiti al neoliberismo, i quali interpretano la riforma voluta da Deng come un via libera alla liquidazione della proprietà pubblica e alla liberalizzazione senza residui.

(8) Cfr. T. Piketty, Le capital au XXI siécle, Seuil, Paris 2013.

(9) Sul diretto e pesante coinvolgimento dei servizi americani e di altre potenze occidentali nei fatti di Piazza Tienanmen del 1989 cfr. D. Losurdo, “Tienanmen 1989: prova generale delle rivoluzioni colorate” in AAVV, Marx in Cina, Marx 21, Bari 2015.

(10) Nel primo capitolo di Guerra e rivoluzione, op. cit., contesto a mia volta questi due pilastri del canone marxista dogmatico, che si rafforzano a vicenda nell’accreditare l’idea secondo cui le condizioni “oggettive” della transizione al socialismo maturano all’interno dei rapporti capitalistici di produzione, e coincidono con il raggiungimento di un determinato livello di sviluppo delle forze produttive.

(11) Secondo Lenin la possibilità di rovesciare il regime capitalista è legata al venir meno della capacità egemonica delle élite dominanti più che a motivi di tipo economico (crisi ecc.).

(12) Giacché ricorda che nell’Anti-Duhring Engels affermava che il socialismo, fin dalla sua prima fase, non è caratterizzato solo dalla socializzazione dei mezzi di produzione, ma anche dalla fine della produzione mercantile e dei rapporti monetari.

(13) Sulla critica della visione della storia come un processo governato da necessità immanenti equiparabili alle leggi che governano il mondo naturale cfr. G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. Meltemi, Milano 2023; vedi anche C. Preve, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.

(14) Rita di Leo vede nella politica salariale penalizzante nei confronti di tecnici, esperti e professionisti – politica che ha generato una profonda ostilità delle classi medie nei confronti del regime - una delle cause che hanno determinato il crollo dell’Urss: vedi L'esperimento profano, Futura, Roma 2011.

(15) Questa descrizione del rapporto dell’uomo con la natura richiama il concetto di lavoro come ricambio naturale elaborato da Marx nel I Libro del Capitale. Concetto su cui Lukacs fonda la sua riflessione sul lavoro nella Ontologia (op. cit.).

(16) Gabriele e Jabbour definiscono “socialist oriented” quelle formazioni sociali che, pur non essendo classificabili come socialiste a pieno titolo, sono credibilmente orientate a costruire una società socialista.

(17) Anche qui siamo un presenza di una visione “aperta” del processo storico (che concepisce cioè il futuro in termini di possibilità e non di necessità) in sintonia con quella di Lukacs (vedi nota 13).

(18) Nella Ontologia (op. cit.) Lukacs non descrive l’ideologia come falsa coscienza, bensì come potenza materiale, e afferma che si può parlare di ideologia allorché siamo di fronte a un sistema di principi e valori che una determinata classe dominante considera come appropriati per l’intera società (ed è in grado di far sì che anche le altre classi condividano tale credenza). Mi pare una definizione vicina a quella che Cheng Enfu usa qui per il concetto di fede.

(19) Cfr. M. Scarpari, Il confucianesimo. I fondamenti e i testi, Einaudi, Torino 2010.

(20) Cfr. D. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Luiss, Roma 2019.

(21) Secondo Bell (op. cit.), il modello meritocratico cinese consente di selezionare quadri dirigenti di qualità nettamente superiore a quella dei leader politici occidentali, i quali non passano la vita ad acquisire meriti risolvendo problemi, bensì a raccogliere consenso elettorale attraverso la comunicazione, né hanno la possibilità di sviluppare piani di lungo periodo perché i tempi della politica occidentale impongono di ragionare e agire sul breve periodo.

(22) I cittadini cinesi, sempre secondo Bell, valutano l’operato dei loro leader politici esclusivamente in termini di benefici apportati al proprio livello di vita, per cui sono poco sensibili alle sirene di una democrazia occidentale fondata su mere garanzie procedurali.

(23) Vedi quanto ho scritto in proposito in un post del 16 febbraio del 2023 su queste pagine: “Il Marx teologo di Enrique Dussel”; vedi anche E. Dussel, Le metafore teologiche di Marx, Shibboleth, Roma 2018; vedi infine H. Assmann, Idolatria del mercato. Saggio su economia e teologia, Castelvecchi, Roma 2020.

(24) Sul rapporto fra marxismo rivoluzionario e culture tradizionali africane cfr. A. Cabral, Return to the source, Monthly Review Press, new York 2022 (second edition).

(25) Cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017.

Fonte