Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/08/2026

L’Italia può abbandonare l’acciaio? Spunti per una produzione pianificata e sostenibile

A inizio agosto ci siamo espressi circa l’ennesima recrudescenza della vertenza Ilva, determinata dall’ingiunzione di chiusura delle aree a caldo dell’impianto di Taranto. Una situazione che, lo ribadiamo, minaccia direttamente gli impianti di Genova e Novi Ligure ma più in generale costituisce una seria ipoteca sulla tenuta della produzione siderurgica in Italia.

La situazione, da allora, ha registrato un precipitoso susseguirsi di fatti:
  1. il gruppo indiano Jindal ha manifestato disponibilità immediata ad accordarsi con il Governo Meloni per rilevare AdI, comprese le aree a caldo dell’impianto di Taranto su cui pende l’ingiunzione di chiusura entro 90 giorni sentenziata dalla magistratura milanese;
  2. a seguire si è palesata – probabilmente su input governativo – una presunta cordata italiana, che ricorda il format dei “capitani coraggiosi” del disastro Alitalia patrocinato nel 2008 dal governo Berlusconi;
  3. infine, quanto sopra sta emergendo come il probabile smantellamento di AdI e il declassamento definitivo della siderurgia italiana sul mercato internazionale.
In questa sede non intendiamo sviscerare la storia delle gare con cui i governi degli ultimi 14 anni hanno cercato un acquirente privato per l’ex Ilva. Ci limitiamo a ricordare che si è trattato di procedimenti dove i soggetti interessati all’acquisizione – gruppi nazionali, internazionali e pure fondi d’investimento “di settore” – hanno dato vita a una danza macabra che ha lasciato sul campo esuberi, operai morti, produzione in vertiginoso calo, disfacimento degli impianti e dipendenza dalle importazioni.

In mezzo a questo valzer non è mai emerso un soggetto istituzionale, industriale o finanziario che si esprimesse seriamente in merito a cosa produrre e con quali tecnologie (Jindal non fa differenza, basta osservare lo stato in cui langue la ex Lucchini di Piombino ed è meglio tacere circa le capacità di analisi e pianificazione dei padroni di Federacciai).

È questa macroscopica ma sistematicamente taciuta assenza che ha trasformato la vertenza ex Ilva nella gestione, differita nel tempo, di uno smantellamento. Quella che, di fatto, è diventata una campana a morto che suona a rallentatore, può essere silenziata solo tornando a parlare di politica industriale da un punto di vista di classe.

Nelle righe che seguono esporremo quello che secondo noi va fatto per rilanciare un settore che è fondamentale per lo sviluppo economico.

Il contesto

La siderurgia mondiale – È in sovra-capacità produttiva strutturale: a fronte di impianti in grado di produrre annualmente 2,5 miliardi di tonnellate di acciaio, il mercato mondiale ne ha assorbiti 1,85 miliardi (dati 2024 [1]). L’eccedenza è dunque pari a ben il 25% e la tendenza non è verso una riduzione di sovra-capacità produttiva.

La siderurgia in Italia – Ha caratteristiche peculiari: l’acciaio è prodotto in prevalenza da rottame, mediante forni elettrici in impianti medio/piccoli. Tale produzione genera emissioni relativamente basse di CO2 perché basata su forni elettrici.

Rispetto alle “esigenze” della produzione manifatturiera italiana (autoveicoli seppur in drastica riduzione, elettrodomestici, edilizia) il settore presenta una carenza di 13 milioni di tonnellate in laminati piani e lunghi che vengono importati dall’estero. In Italia, il settore sconta le seguenti criticità:
  • costi energetici più alti della concorrenza internazionale, in particolare intra UE, determinati
  • dalla dipendenza della produzione elettrica italiana dal gas;criticità nell’approvvigionamento della materia prima rottame (la richiesta di settore supera abbondantemente l’acciaio riciclato a livello nazionale);
  • calo di fatturato (-39,7%) e dei profitti (-45,3%).
Considerazioni – Sulla base dei dati esposti è evidente che:
  • nessun grande produttore internazionale può avere interesse effettivo a rilanciare una azienda in una condizione di mercato globale caratterizzata da una marcata sovrapproduzione. L’unico interesse verso AdI, quindi, può essere quello di rilevarla per toglierla dal mercato, oppure frazionarla scaricando i costi ambientali e sociali sulla finanza pubblica, come di fatto si è verificato da quando la vertenza ex Ilva è in atto.
  • date le specificità del settore italiano, nemmeno i produttori nazionali hanno interesse a rilevare in toto AdI. Anzi, una sua chiusura potrebbe incrementare la redditività complessiva del settore.
  • se il rilancio di AdI è l’obiettivo da perseguire, la proprietà aziendale non può che essere pubblica e il rapporto con il privato “limitato” alle fasi operative di riqualificazione/ricostruzione degli impianti produttivi.
Ipotesi di rilancio per Acciaierie d’Italia

Nel contesto attuale, a livello produttivo, AdI può trovare spazio occupando la carenza di laminati piani e lunghi sul mercato nazionale (come detto, volume produttivo 13 milioni di tonnellate annue) e conservando la quota di mercato nella produzione della banda stagnata [2] in cui è specializzato lo stabilimento di Genova Cornigliano.

Criticità economiche – Il possibile spazio di mercato da coprire non modifica in positivo le criticità economiche del contesto siderurgico italiano. Ciò implica che l’intervento pubblico deve necessariamente valicare il piano meramente proprietario della nuova AdI, intervenendo con funzione di pianificazione, direzione e controllo sia sulla catena di fornitura, in particolare sul versante delle materie prime, sia sull’ambito normativo di settore (come si deve produrre per vendere sul mercato nazionale).

Criticità ambientali – A dispetto di come si è configurata in tempi recenti, la vertenza ex Ilva, tanto a Taranto quanto a Genova, si è connotata storicamente come una questione di conflitto capitale/salute (sia dei lavoratori che pubblica in senso generale). Per questo non vanno minimizzate o rimosse le ragioni degli abitanti dei quartieri posti in prossimità degli impianti produttivi.

In base a questa considerazione:
  • per Taranto la produzione deve essere decarbonizzata nei tempi più brevi possibili. Il periodo di esercizio dell’attuale ciclo a caldo (cokeria + alti forni) deve essere direttamente legato ai tempi realizzativi e di messa in servizio del nuovo ciclo (impianto di preriduzione con idrogeno “verde” e forni elettrici) e comunque prevedere l’implementazione di tutte le tecnologie oggi disponibili atte ad abbattere in maniera massiccia le emissioni dell’attuale ciclo produttivo a caldo.
  • Il nuovo ciclo produttivo non deve contemplare, nemmeno come soluzione “provvisoria” l’uso del metano come riduttore, oppure come “materia prima” tramite cui ricavare idrogeno (cosiddetto “blu”) da impiegare come riduttore nella produzione di DRI (il cosiddetto preridotto).
  • L’obiettivo da perseguire fin da subito e con decisione deve essere la produzione con DRI e forni elettrici, dove il DRI sia ottenuto da processi che utilizzano come riduttore idrogeno cosiddetto “verde”[3], cioè, ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua con energia elettrica generata integralmente da fonti rinnovabili [4].
  • Per Genova l’ipotesi della costruzione di un nuovo forno elettrico va scartata perché, come hanno sostenuto negli ultimi mesi i comitati di quartiere di Cornigliano, costituirebbe un peggioramento oggettivo del contesto attuale in cui nessuna lavorazione a caldo è presente nell’acciaieria [5]. Per altro, l’eventuale costruzione di un forno elettrico a Genova, di fatto aprirebbe la strada a uno scorporo degli impianti AdI del Nord Italia rispetto a Taranto, che verrebbe a trovarsi in posizione ancora più precaria di quella attuale. Deve quindi essere chiaro che la nuova AdI ha futuro solo mantenendo l’unità degli impianti produttivi sul territorio nazionale.
Criticità normative – La sostenibilità economica della nuova AdI, date le criticità di settore (elevati costi energetici), pregresse aziendali (ampio accumulo di debito) e di riqualificazione (costi elevati dei nuovi impianti) richiedono una tutela pubblica ad hoc che, come già scritto, non va intesa come “limitata” alla proprietà pubblica dell’azienda (in toto o a maggioranza azionaria) ma deve allargarsi al piano normativo per:
  • stilare e implementare un piano energetico nazionale volto a ridurre drasticamente i costi energetici per cittadini e aziende [6];
  • massimizzare l’utilizzo di fondi UE per la riqualificazione (che a oggi inspiegabilmente nessun governo ha nemmeno tentato di mobilitare, ma anzi ha stralciato verso altre destinazioni d’uso);
  • “orientare” il consumo del mercato italiano verso l’“acciaio verde” con lo scopo di:
    • garantire redditività alla nuova AdI (unica via reale per la tenuta dei livelli occupazionali e la riduzione del debito aziendale);
    • trainare la siderurgia italiana nella risalita della catena globale del valore (condizione che in potenza potrebbe determinare ricadute positive sulla contrattazione dei lavoratori dell’intero settore).
Quanto fin qui descritto, andrebbe sviluppato in un piano organico che ovviamente non è possibile dettagliare in un semplice testo. A nostro avviso, tuttavia, costituisce un primo passo per riportare nel dibattito di classe temi più strategici e di peso rispetto alle cronache giornalistiche mentre i territori, più o meno silenziosamente, sprofondano nel sottosviluppo dell’economia turistica e del movimento merci.

Note
  1. Fonte dei dati: rapporto di settore redatto da Cassa Depositi e Prestiti.
  2. La banda stagnata è una lamina di acciaio particolarmente sottile e rivestito di La lavorazione ha lo scopo di produrre un laminato maggiormente resistente alla ruggine, utilizzato per la produzione di imballaggi speciali come le lattine e i contenitori alimentari.
  3. Per approfondire gli aspetti tecnologici della produzione citata si veda qui.
  4. A Taranto, “vincolare” il nuovo impianto a una produzione basata su energia elettrica ottenuta da fonti rinnovabili attiverebbe un ciclo virtuoso valorizzando, da un lato l’elevata percentuale di potenza rinnovabile installata nella regione Puglia, dall’altro la produzione locale perché il secondo stabilimento industriale tarantino per numero di addetti è Vestas, che produce pale e generatori eolici.
  5. Un forno elettrico, inoltre, non è compatibile con le attuali aree di AdI che si trovano sulla traiettoria di decollo/atterraggio dell’aeroporto Cristoforo Colombo, situazione che limita lo sviluppo in altezza delle infrastrutture limitrofe allo scalo.
  6. Qui sono disponibili molte affermazioni circostanziate sull’argomento.
Fonte

06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

Fonte

05/08/2026

Fine dei dubbi: la rivoluzione chavista è stata venduta

di Carlo Formenti

Qualche mese fa, ragionando a botta calda sulla criminale aggressione colonialista statunitense al Venezuela, poco prima di consegnare la versione definitiva all'editore, nel testo del mio ultimo libro Oltre l'Occidente (scritto assieme ad Alessandro Visalli e qui presentato negli ultimi post) avevo espresso seri dubbi sull'esistenza di complicità all'interno del regime di Caracas. Scrivevo in particolare: "La posizione del governo di Rodriguez non sembra esente da ambiguità: non è chiaro se certe posizioni concilianti nei confronti degli USA siano frutto di una tattica dilatoria o della disponibilità al compromesso (...) Occorrerà dunque tempo per capire l'evoluzione della situazione: crisi irreversibile del regime, lungo periodo di transizione o acutizzazione dei conflitti politici e sociali fino alla guerra civile?".

In realtà non è stato necessario aspettare troppo. A smentire i tentativi di chi, come l'amica Geraldina Colotti, si arrampicava sugli specchi per difendere la tesi di una "ritirata strategica" dell'ala moderata del regime incarnata dalla Rodriguez, la cruda verità è emersa in modo inequivocabile. Come scrivono gli amici della Rete dei Comunisti su Contropiano "Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale. Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores. L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane. Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi. È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani. Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese".

Seguono alcune considerazioni sui limiti politici, culturali e organizzativi dei processi rivoluzionari messi in atto dai populismi di sinistra in Venezuela, Bolivia ed Ecuador che condivido in gran parte ma non del tutto (vedi le analisi sui processi bolivariani che ho sviluppato in alcuni dei miei lavori degli ultimi anni). Considerazioni che mi riservo di discutere in occasioni successive.

Qui, per tornare a quanto scrivevo mesi fa, mi limito a prendere atto che la situazione è ora chiara: la Rivoluzione è stata tradita da una cricca che si candida a svolgere il ruolo di borghesia compradora dell'imperialismo USA e a integrarsi nel nuovo blocco continentale di destra, incaricato di reprimere le lotte dei popoli latinoamericani. Ergo: possiamo solo aspettare che nuove ondate rivoluzionarie facciano pagare a queste canaglie il loro tradimento.

Fonte

02/08/2026

Ex Ilva, l’ennesimo capitolo nella dismissione coatta della fabbrica

Nei giorni scorsi, per la sesta volta consecutiva in 14 anni, la magistratura si è espressa per la chiusura delle aree a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto.

La motivazione è sempre la stessa. Quelle aree produttive continuano a essere una bomba ambientale e sanitaria piazzata sotto i piedi dei lavoratori dell’impianto e degli abitanti di Taranto. La sentenza emessa il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano certifica inesorabilmente che:
  • quella di “mercato” – la ricerca di un compratore/investitore privato che “rilanci” l’azienda – non è una soluzione, ma parte integrante del problema;
  • le forze politiche che hanno occupato gli scranni parlamentari negli ultimi tre lustri sono tutte equamente responsabili del disastro che in questi giorni, ancora una volta, è tornato alla ribalta nelle cronache giornalistiche;
  • al netto dei discorsi propagandistici sulla “resilienza” prima e la “sovranità” più di recente, l’unica politica industriale perseguita dalle suddette forze politiche è solo una e sempre uguale a sé stessa: la dismissione.
Se l’Italia è l’unico paese dell’area OCSE che a partire dagli anni ’90 ha registrato una riduzione costante del salario di lavoratrici e lavoratori, il motivo è proprio quello della dismissione generalizzata del tessuto produttivo che era stato ricostruito e sviluppato dal Paese nel secondo dopoguerra.

Una dismissione che ha trasformato l’Italia in un paese in via di sottosviluppo, dove i giovani hanno soltanto due alternative:
La situazione determinata dalla sentenza della magistratura milanese, ovviamente, minaccia anche il nostro territorio, perché la chiusura dell’area a caldo di Taranto bloccherebbe la produzione dei semilavorati che vengono poi finiti a Cornigliano e Novi Ligure.

Tale criticità è stata immediatamente colta da padroni e politica, ovviamente in senso regressivo. Confindustria Genova ha parlato esplicitamente di superamento dell’accordo quadro del 2005 e di vendita separata degli stabilimenti di Cornigliano e Novi su cui avrebbe messo gli occhi Arvedi (che non brilla per tutela ambientale e della salute, chiedere ai cremonesi per conferma).

Ma anche il governo per bocca di Urso ha citato pubblicamente l’ipotesi di mettere sul mercato solo le aree a freddo di AdI, prefigurando l’inevitabile spezzatino aziendale. Gli unici ad aver chiara la dimensione del problema sono i lavoratori che tramite l’USB hanno ribadito ancora una volta che:
  • il siderurgico in Italia ha futuro soltanto se rilanciato mediante una politica industriale pubblica e pianificata. Basta quindi con le dichiarazioni buone per i microfoni e si mettano finalmente al lavoro competenze e talenti per stabilire cosa produrre, in quali quantità, in quanto tempo, in quali stabilimenti e con quali tecnologie;
  • AdI, quindi, si salva soltanto con la nazionalizzazione completa dell’azienda;
  • a cui deve seguire la decarbonizzazione dell’intero processo produttivo;
  • tutto questo non deve gravare sulle tasche presenti e future dei lavoratori AdI e dell’indotto e nemmeno sulla salute degli abitanti dei territori in cui sono presenti gli impianti.
A quanto sopra ci preme aggiungere una riflessione. La lottizzazione di AdI, in un contesto di sovrapproduzione strutturale della siderurgia mondiale, potrebbe causare una riduzione o peggio uno smantellamento totale dell’impianto di Cornigliano.

Al contempo, le aree attualmente occupate dalla fabbrica, da anni sono oggetto degli appetiti dei terminalisti portuali attivi a Genova, che vedrebbero di buon grado l’espansione delle banchine dedicate ai traffici commerciali.

Quindi meno “produzione” e più “logistica”. Ma se la manifattura diventa sempre più residuale e a basso valore aggiunto quali merci dovrebbero essere movimentate? E verso quali mercati se la tendenza globale al protezionismo e ai dazi cresce senza sosta?

Saremmo ingenui se pensassimo che la classe dirigente italiana abbia competenze utili e interesse ad analizzare e mettere in pratica quanto abbiamo appena esposto. I fatti dimostrano l’esatto contrario, da troppi anni.

Restiamo quindi al fianco dei lavoratori e sosterremmo con tutti i mezzi a nostra disposizione le mobilitazioni che metteranno in campo nel tentativo di arginare, almeno nel loro settore, il declino di questo Paese.

Senza un’industria di qualità il paese muore, il futuro che hanno in mente in Parlamento è questo?

RdC Genova

Fonte

28/07/2026

“Da anti-imperialisti coerenti denunciamo la capitolazione in Venezuela”

Dopo trent’anni di collaborazione con il processo bolivariano, la Rete dei Comunisti ha annunciato la rottura dei rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV e con il governo venezuelano.

Una scelta definita “dolorosa ma inevitabile” da Luciano Vasapollo, dirigente della Rete dei Comunisti, economista e studioso del processo bolivariano. Una decisione che, nelle sue parole, non rappresenta un abbandono della Rivoluzione Bolivariana, né un avvicinamento alle posizioni dell’opposizione sostenuta dagli Stati Uniti, ma una critica interna al campo rivoluzionario, motivata dalla convinzione che alcune scelte dell’attuale leadership abbiano trasformato concessioni tattiche in un cambiamento strategico.

“Bisogna chiarire subito una cosa fondamentale: noi non abbiamo cambiato politica sull’imperialismo. Anzi, è esattamente il contrario. Noi rimaniamo i comunisti marxisti rivoluzionari, gli anti-imperialisti di sempre, proprio perché conosciamo l’imperialismo, sappiamo come agisce e sappiamo che dietro certe aperture, dietro certe pressioni, dietro certe modalità di relazione con il potere dominante può nascondersi quello che Fidel Castro chiamava il miele del potere”.

“Il problema – prosegue Vasapollo – è che l’imperialismo non agisce soltanto attraverso la forza militare o le aggressioni dirette. Agisce anche attraverso processi di trasformazione politica, attraverso la capacità di attrarre, condizionare, modificare progressivamente la natura delle scelte di un processo rivoluzionario. Il rischio è che dirigenti che hanno combattuto una battaglia di emancipazione possano essere portati, passo dopo passo, ad accettare logiche che inizialmente erano soltanto tattiche e che poi diventano scelte strategiche”.

Professor Vasapollo, la vostra posizione ha sorpreso molti. Dopo decenni di sostegno al Venezuela bolivariano, perché avete deciso questa rottura?

Perché proprio la nostra storia ci impone oggi di parlare. Noi non rompiamo con Chávez, non rompiamo con il popolo venezuelano, non rompiamo con il chavismo popolare, con i lavoratori, con i contadini, con i barrios, con i movimenti sociali, con gli intellettuali rivoluzionari.
Al contrario: continuiamo a essere dalla parte di quella parte sana, popolare e rivoluzionaria del processo bolivariano. Abbiamo dedicato oltre trent’anni alla costruzione di rapporti politici, culturali e umani con il Venezuela. Abbiamo lavorato con università, sindacati, movimenti sociali, cooperative, istituzioni. Abbiamo difeso il Venezuela quando era sotto attacco mediatico internazionale.
Lo abbiamo fatto quando era difficile farlo. Per questo la nostra posizione di oggi non nasce da un allontanamento, ma dalla convinzione che proprio chi è stato vicino a quel processo abbia il dovere di dire quando ritiene che ci sia un pericolo.

Nel vostro documento parlate di un processo controrivoluzionario. È un’accusa molto forte.

Non stiamo parlando di un singolo episodio. Stiamo parlando di un processo. Per mesi abbiamo cercato di comprendere. Non siamo arrivati a questa conclusione in modo immediato. Abbiamo discusso con i compagni venezuelani, abbiamo ascoltato, abbiamo analizzato.
Abbiamo detto: forse siamo davanti a una fase tattica, forse davanti a una necessità di sopravvivenza politica determinata dall’enorme squilibrio dei rapporti di forza con gli Stati Uniti.
Abbiamo compreso la difficoltà della situazione. Abbiamo compreso la pressione dell’imperialismo, le minacce, le sanzioni, il tentativo di destabilizzazione permanente. Ma a un certo punto bisogna riconoscere la realtà: quando una tattica diventa una linea permanente, quando una concessione temporanea diventa una scelta strategica, allora per un comunista e per un rivoluzionario non è più possibile continuare a mediare.
Oggi noi riteniamo che quella che poteva essere una tattica sia diventata una capitolazione politica, una resa incondizionata rispetto alla prospettiva di trasformare il Venezuela in un Paese subordinato, in un protettorato politico ed economico. Questo non possiamo accettarlo.

Lei insiste sul fatto che non si tratta di una rottura con il Venezuela.

Esatto. Noi in questi mesi non siamo rimasti chiusi in un laboratorio teorico a osservare il Venezuela dall’esterno. Siamo stati parte in causa. Abbiamo continuato a stare con il popolo, abbiamo dialogato con i sindacati, con i barrios popolari, con le reti degli intellettuali, con il mondo culturale e accademico, con le esperienze delle Comuni. Abbiamo incontrato tanti compagni in buona fede che, come noi, si ponevano delle domande.
Ci dicevamo: forse sono soltanto tattiche, forse il governo, il partito e i dirigenti stanno cercando di evitare l’annientamento da parte degli Stati Uniti. Abbiamo cercato di capire fino in fondo.
Ma oggi riteniamo che il quadro sia cambiato. Non siamo noi ad avere abbandonato il Venezuela rivoluzionario. Noi continuiamo il nostro lavoro con i settori popolari, con i comunisti, con i rivoluzionari, con chi vuole difendere l’eredità di Chávez e impedire un processo di involuzione.

Perché dite che non avete cambiato posizione sull’imperialismo statunitense?

Perché sarebbe una falsificazione della nostra storia. Noi continuiamo a denunciare l’imperialismo statunitense, il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le guerre ibride, i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché siamo anti-imperialisti non possiamo confondere la solidarietà con il silenzio. L’internazionalismo non significa difendere qualsiasi scelta di un governo che si richiama a un processo rivoluzionario. Significa difendere i principi, la sovranità dei popoli, la partecipazione popolare, la giustizia sociale.

Lei ha richiamato anche le mobilitazioni popolari a Caracas.

Sì. Non siamo stati spettatori. Abbiamo partecipato alle iniziative, alle manifestazioni a Piazza Bolívar, alle mobilitazioni contro l’ingerenza degli Stati Uniti, contro i tentativi di invasione, contro l’idea di trasformare il Venezuela in un protettorato e contro ogni forma di colonialismo. Abbiamo visto un popolo che continua a interrogarsi, a discutere, a difendere la propria storia.
Il nostro rapporto non è con i palazzi del potere, ma con le persone che ogni giorno vivono le contraddizioni della società venezuelana.

Uno dei punti più controversi riguarda il rapporto con Israele. Perché per voi rappresenta uno spartiacque?

Perché il chavismo aveva una forte identità internazionalista. La solidarietà con il popolo palestinese, con i popoli oppressi, con le lotte antimperialiste era parte integrante di quella storia. Quando vediamo cambiamenti in questa direzione, quando vediamo avvicinamenti politici che riteniamo incompatibili con quella tradizione, per noi emerge una contraddizione profonda.
Non è un dettaglio diplomatico. È una questione politica e simbolica che riguarda l’identità stessa del progetto.

E sul rapporto con Cuba?

Cuba non è stata semplicemente un Paese amico del Venezuela. Cuba è stata parte integrante del processo bolivariano. Ha mandato medici, insegnanti, tecnici. Ha contribuito alle missioni sociali. Ha condiviso sacrifici enormi. Per questo riteniamo grave qualsiasi allontanamento da quella solidarietà storica. In un momento in cui Cuba continua a essere sottoposta al blocco statunitense, il principio dell’internazionalismo dovrebbe essere ancora più forte.

Lei ha parlato di un tradimento subito da Cuba.

Sì, perché il rapporto tra Cuba e Venezuela non può essere cancellato dalla memoria storica. Cuba non ha soltanto espresso solidarietà politica. Ha inviato decine di migliaia di medici. Ha formato personale sanitario. Ha mandato insegnanti. Ha contribuito alla nascita delle missioni sociali. Ha condiviso conoscenze scientifiche, culturali, organizzative. E, soprattutto, ha pagato un prezzo umano enorme per difendere il processo bolivariano.
Per questo riteniamo che Cuba meritasse gratitudine e solidarietà permanente. Invece vediamo un progressivo allontanamento proprio mentre l’isola continua a subire il blocco economico degli Stati Uniti. Dal nostro punto di vista politico, questo rappresenta una rottura gravissima con l’etica internazionalista che aveva caratterizzato il progetto chavista.

Perché considera questo aspetto così grave?

Perché Cuba non è stata semplicemente un Paese amico. Cuba ha condiviso sacrifici enormi con il Venezuela. Ha accompagnato la crescita del processo bolivariano nei momenti più difficili. Per questo riteniamo incomprensibile che oggi venga meno quella solidarietà storica.
Dal nostro punto di vista politico, Cuba meritava riconoscenza, non distanza. Ed è una delle ragioni che hanno contribuito alla nostra scelta di rompere i rapporti politici con l’attuale dirigenza del PSUV.

Qual è oggi il vostro rapporto con il chavismo?

Continuiamo a essere con il chavismo popolare, con il chavismo rivoluzionario, con chi nelle fabbriche, nei quartieri, nelle comunità continua a difendere un progetto di emancipazione sociale.
Interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV perché riteniamo che abbia imboccato una strada diversa. Ma rafforziamo il nostro rapporto con quei settori che vogliono continuare la battaglia rivoluzionaria.

Uno dei punti più duri del vostro documento riguarda i rapporti con Israele. Perché attribuite a questo episodio un significato politico così rilevante?

Per noi quel passaggio rappresenta uno spartiacque. I rapporti diplomatici tra Stati possono avere una loro complessità. Ma quando si sviluppano relazioni politiche dirette tra il partito di governo e rappresentanti israeliani, il significato diventa inevitabilmente diverso.
Nella nostra valutazione questo rappresenta una cesura rispetto all’internazionalismo che aveva caratterizzato il chavismo e alle storiche posizioni di solidarietà con il popolo palestinese. È un fatto che, secondo noi, assume un valore politico simbolico molto profondo.

Professor Vasapollo, una parte centrale della vostra analisi riguarda il ruolo dell’attuale gruppo dirigente venezuelano e, in particolare, della vicepresidente Delcy Rodríguez. Perché ritenete che si sia giunti a un punto di non ritorno?

Perché ormai non stiamo più discutendo di singole decisioni o di errori politici. Stiamo parlando di un orientamento complessivo che, a nostro giudizio, segna una cesura con il progetto storico costruito da Hugo Chávez.
Per molti mesi abbiamo evitato dichiarazioni affrettate. Abbiamo continuato a confrontarci con i compagni venezuelani, ad ascoltare, a verificare. Eravamo consapevoli della pressione esercitata dagli Stati Uniti e pensavamo che alcune aperture potessero rappresentare concessioni temporanee.
Ma quando le scelte si accumulano tutte nella stessa direzione, quando si ridefiniscono le alleanze internazionali, si modificano gli assetti economici e si rinuncia progressivamente all’autonomia politica conquistata in oltre vent’anni di rivoluzione, allora non si può più parlare di tattica. Noi riteniamo che sia in corso una vera e propria capitolazione politica.

La vostra posizione è molto dura, ma ribadite di non aver cambiato giudizio sull’imperialismo statunitense. Come tenete insieme questi due elementi?

È un punto decisivo. Noi non siamo diventati improvvisamente indulgenti verso gli Stati Uniti. Sarebbe assurdo dopo una vita di militanza internazionalista. Continuiamo a considerare l’imperialismo statunitense il principale fattore di destabilizzazione dell’America Latina. Continuiamo a denunciare il blocco contro Cuba, le sanzioni, le aggressioni economiche, le operazioni di guerra ibrida e tutti i tentativi di imporre governi subordinati agli interessi di Washington.
Proprio perché restiamo fermamente antimperialisti, riteniamo che la migliore difesa della Rivoluzione Bolivariana non sia il silenzio davanti agli errori, ma la critica politica quando diventa necessaria.
L’internazionalismo non è adulazione. L’internazionalismo significa assumersi la responsabilità della verità politica anche quando costa.

Nel comunicato affermate che il Venezuela starebbe cedendo quote della propria sovranità politica ed economica. Che cosa intendete?

Intendiamo dire che osserviamo una crescente subordinazione delle scelte strategiche del Paese a rapporti che, nella nostra valutazione, finiscono per limitare l’autonomia conquistata con enormi sacrifici durante gli anni di Chávez. La Rivoluzione Bolivariana era nata per rompere la dipendenza dal neoliberismo, dalle multinazionali, dagli interessi statunitensi.
Oggi, invece, vediamo svilupparsi politiche che ci sembrano muoversi nella direzione opposta. Non si tratta soltanto di economia. È il quadro complessivo delle relazioni internazionali che appare profondamente mutato.

Tra le voci critiche verso l’attuale situazione venezuelana avete richiamato anche Luis Britto García. Perché ritenete significativo il suo intervento?

Perché Luis Britto García non può essere liquidato come un oppositore del chavismo. È uno dei principali intellettuali marxisti dell’America Latina. Ha accompagnato il processo bolivariano fin dalla sua nascita. È stato un collaboratore diretto di Chávez. Ha fatto parte del Consiglio di Stato. È stato tra i fondatori della Rete degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità.
Quando una figura con questa storia esprime un giudizio così severo sulla situazione del Paese, non siamo davanti a una polemica qualsiasi. Siamo davanti alla sofferenza politica di una parte importante del mondo chavista che vede messa in discussione l’eredità di Chávez.

Nel vostro comunicato fate una riflessione anche sul tema dei partiti rivoluzionari e del potere. Che lezione trae da questa vicenda?

È una riflessione che va ben oltre il Venezuela. La storia del movimento operaio e dei processi rivoluzionari ci insegna che nessuna conquista è irreversibile. Quando un partito diventa Stato e si indebolisce il controllo popolare, quando viene meno la formazione politica dei quadri, quando prevalgono opportunismo, burocratizzazione e interessi personali, il rischio di involuzione diventa concreto.
Lo abbiamo visto nell’Europa orientale. Lo abbiamo visto in diversi processi latinoamericani. E oggi, purtroppo, riteniamo di vedere dinamiche analoghe anche in Venezuela. Per questo la vigilanza rivoluzionaria non è un esercizio teorico, ma una necessità permanente. Con il popolo. Con i comitati popolari dei barrios. Con gli operai. Con i contadini. Con gli studenti. Con gli intellettuali che continuano a battersi per il socialismo. Con i militanti che ogni giorno difendono l’eredità di Chávez.
Noi interrompiamo i rapporti politici con l’attuale dirigenza del governo e del PSUV. Non interrompiamo, anzi rafforziamo, il nostro rapporto con quei settori popolari che continuano a credere nella Rivoluzione Bolivariana e che oggi, spesso in condizioni difficili, cercano di impedirne la definitiva liquidazione.

Che messaggio vuole rivolgere alla sinistra internazionale?

Di non fermarsi alle apparenze. Di non trasformare la solidarietà internazionalista in una forma di silenzio. Difendere una rivoluzione significa difenderne i principi fondativi. Quando quei principi vengono messi in discussione, il dovere dei rivoluzionari è aprire un confronto politico serio, rigoroso e onesto.
Noi continueremo a combattere l’imperialismo, a difendere Cuba socialista, a chiedere la liberazione del presidente Nicolás Maduro e della compagna Cilia Flores e a sostenere tutte le forze popolari venezuelane che vogliono rilanciare il progetto del socialismo del XXI secolo.
Questa posizione non nasce dall’ostilità, ma dalla responsabilità politica. Dopo trent’anni di lavoro comune, di studio, di cooperazione e di militanza internazionalista, sarebbe stato molto più facile tacere. Abbiamo scelto invece di parlare, assumendocene fino in fondo tutte le conseguenze.
La storia giudicherà le nostre scelte, ma la coerenza con gli ideali di Chávez, dell’internazionalismo e della liberazione dei popoli ci imponeva di non restare in silenzio.

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25/07/2026

Venezuela: non è tattica, è capitolazione!

Abbiamo atteso il tempo necessario per fare tutte le verifiche prima di esprimere pubblicamente le nostre valutazioni sul processo controrivoluzionario avviato dalla nuova dirigenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Già la dinamica del sequestro a gennaio del presidente venezuelano Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores da parte degli Stati Uniti aveva suscitato – e non solo a noi – legittimi e pesanti interrogativi.

Lo sviluppo degli eventi e delle scelte intraprese dalla leadership guidata dalla vicepresidente Delcy Rodriguez, ha via via reso evidente come quei dubbi siano stati confermati dai fatti che indicano un vero e proprio processo di liquidazione dell’esperienza rivoluzionaria e bolivariana del Venezuela avviata e costruita dal compagno Chavez.

Quelli che venivano presentati come cedimenti “tattici” per evitare un conflitto chiaramente asimmetrico con la potenza militare statunitense, si sono invece rivelati una consapevole capitolazione politica e ideologica su ogni terreno: da quello economico alla politica internazionale.

Il prezzo di questa capitolazione era già leggibile nell’immunità assicurata dall’amministrazione USA a Delcy Rodriguez rispetto ai procedimenti in corso in alcune corti federali statunitensi che invece tengono ancora in galera Nicolàs Maduro e Cilia Flores.

L’episodio che ha scritto parole definitive sul passaggio al campo nemico è stato l’incontro tra i dirigenti del PSUV – cioè del partito di governo – con esponenti delle autorità israeliane.

Quell’incontro infatti trascende dai rapporti tra Stati e quindi da protocolli e relazioni diplomatiche che talvolta prevedono anche rapporti controversi.

È stata dunque una scelta tutta politica del PSUV e dei suoi dirigenti. Ma è stata una scelta preceduta dagli incontri degli esponenti del PSUV al governo sia con esponenti dell’amministrazione Usa che con alti ufficiali politici e militari israeliani.

Incontri e relazioni ai quali faceva da contraltare la liquidazione di ogni solidarietà con Cuba sotto assedio e ogni gratitudine verso chi ha sacrificato 32 dei propri combattenti per proteggere il presidente Maduro o che per decenni ha fornito medici e insegnanti che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo sociale del paese.

Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida.

È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù.

Con questa nota poniamo fine a ogni tipo di relazione e fiducia verso i dirigenti venezuelani del governo e del Psuv ma continueremo a intrattenere rapporti con tutti quei compagni e compagne che in Venezuela mantengono una prospettiva rivoluzionaria nel solco del chavismo, a cominciare dai comitati dei barrios popolari, così come torniamo a chiedere la liberazione del Presidente Nicolàs Maduro e della compagna Cilia Flores.

Ci auguriamo che le forze sane del paese e della società trovino presto le occasioni e la forza per fermare e ribaltare il processo controrivoluzionario in Venezuela.

Rete dei Comunisti, Luglio 2026

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15/05/2026

La banda della Uno bianca/1. È l’ora della verità

Le vicende della cosiddetta Banda dell’Uno Bianca che ha operato in Emilia Romagna tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta sono di nuovo al centro dell’attenzione mediatica.

Quegli avvenimenti sono una doppia ferita ancora aperta sia per chi ne è stato suo malgrado protagonista – come i familiari ed i conoscenti delle 24 vittime delle azioni della banda (e gli oltre cento feriti) – sia coloro che ingiustamente hanno conosciuto il carcere a causa di indagini basate su veri e propri depistaggi, o piste giudiziarie che si sono rivelate assolutamente infruttuose.

Sia i depistaggi, in seguito accertati, che le strampalate linee investigative, furono sposate da buona parte dei media che in quelle vicende hanno abbondantemente abdicato ad un minimo di autonomia di giudizio critico.

Giornali e televisioni hanno preferito “sbattere il mostro in prima pagina”, oppure uccidere due volte le vittime – come nel caso dei lavoratori immigrati o dei “Rom” – le cui uccisioni sono state considerate regolamenti di conti mentre veniva scartata l’ipotesi del movente razzista.

Una prassi simile a quella applicata cosiddetta “Banda del Kebab” in Germania che si è poi scoperta essere un gruppo neo-nazista coperto dai servizi segreti tedeschi.

È una “Doppia ferita” perché di quella vicenda, come sembrano ulteriormente dimostrare i recenti fatti di cronaca su cui torneremo, non si è saputo – o meglio non voluto – fare luce fino in fondo, trattandola per lo più come una crime story riguardante una banda particolarmente efferata e sadica (e lo fu) composta prevalentemente da membri delle forze di polizia, alcuni con ruoli di rilievo alla Questura di Bologna.

Se per una parte dei fatti delittuosi della lunga scia di sangue di cui è stata protagonista la Banda dei fratelli Savi e compagnia, le vicende giudiziarie hanno fatto luce attribuendo precise responsabilità penali, su alcuni fatti dirimenti è caduto il silenzio e si è preferito rimuoverli sperando che “i vecchi morissero ed i giovani dimenticassero”.

Così non è stato.

I legittimi dubbi di chi già ai tempi aveva inquadrato la vicenda con un approccio contro-informativo – cioè ben prima dell’arresto dei Savi nel 1994 – indicando la pista da seguire, ora stanno emergendo con la forza di un geyser, perché la verità è a volte come un fiume carsico che ha bisogno di strada per affiorare in superficie.

La Banda aveva altri membri? Come hanno fatto ad agire senza che nessuno sapesse nulla nell’ambito lavorativo in cui la gran parte dei protagonisti accertati lavorava? Di che tipo di coperture godevano negli apparati di potere?

Soprattutto agivano per conto proprio, o come in altri episodi della lunga strategia della tensione e della guerra a bassa intensità che ha caratterizzato il nostro Paese, erano mercenari ben pagati al soldo di una parte di quel blocco di potere che ha usato qualsiasi mezzo extralegale per influenzare il corso politico italiano e mantenere intatta la propria rendita di posizione ed inscalfibili i propri privilegi di classe?

Poco meno di un anno fa, per l’anniversario della strage del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna, pubblicammo un dossier a cura della Rete dei Comunisti dal titolo: “La Uno bianca ed altre storie. Nell’ultima fase della strategia della tensione” che ricostruiva le vicende mettendole in parallelo a quelle della Falange Armata e mostrandone i numerosi punti di contattato, e cercava di  analizzare una serie di questioni che all’oggi non sono state risolte.

Quel dossier – che in una versione aggiornata diventerà prossimamente un libro – nasce dalla necessità di fare luce su una vicenda che, dopo le dichiarazioni di Amato al quotidiano La Repubblica sulla Strage di Ustica del 2 settembre 2023, era tornata impellente e di fornire un contributo a quelle nuove generazioni a cui non era stata trasmessa memoria adeguata di quelle tragiche vicende, se non per alcuni delitti.

Pensiamo sia stato particolarmente stucchevole volere fare vittime di serie A e di serie B in quella vicenda, scordandosi che fu proprio la Banda dell’Uno bianca a iniziare la pratica degli omicidi mirati contro persone che oggi si definirebbero “razzializzate”: membri dei popoli romaní che vivevano nei cosiddetti campi nomadi, lavoratori nord e centro africani, componenti della società che ai tempi erano divenute il bersaglio di attacchi da parte di quella rinvigorita galassia dell’estrema destra e che poi vedrà la Lega Nord e il MSI – poi Alleanza Nazionale – divenire principali imprenditori politici del razzismo.

Inoltre, nel dossier, si accennava al processo di criminalizzazione di alcuni quartieri popolari bolognesi – in particolare del Rione del Pilastro e la Barca – e delle fasce sociali che li abitavano, i quali hanno subìto per anni una stigmatizzazione negativa difficile da scrollarsi di dosso, un fattore che ancora li caratterizza secondo quello che era lo stereotipo con cui la borghesia ha sempre guardato il proletariato: classe laborieuses classe dangereuses.

Chi si è occupato seriamente di quei quartieri e delle persone che li hanno vissuto e ne ha ricostruito la storia, è riuscito a dare una visione assai diversa da quella che si è voluta riprodurre nell’immaginario collettivo bolognese, come lo racconta ad esempio il magnifico documentario di Roberto Beani, Il Pilastro, o l’altrettanto bello A tu lado – scritto da Cristiano Regina, Ruggero Tantulli e dalla sceneggiatrice cubana Nuri Duarte – un lavoro che ci descrive la vita dell’allenatore di boxe bolognese (barcaolo e cittadino cubano allo stesso tempo) Samuel Fabbri, e della sua palestra pugilistica popolare a l’Avana sotto il bloqueo.

Non interpretare in una città rossa e operaia, come fu Bologna, ciò che successe anche in termini di classe e “razziali” sarebbe un errore fatale, e lo sarebbe soprattutto non cogliere il carattere di tentativo di disarticolazione con il terrore di un tessuto politico-sociale che caratterizzava le classi popolari e l’allora movimento antagonista in un momento di grandi trasformazioni e di tumultuosi cambiamenti politici.

Fine prima parte.

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06/05/2026

L’egemone predatorio. Scelta strategica di Trump o tendenza strutturale dell’imperialismo?

Qui di seguito presentiamo una lunga riflessione consegnata da Stephen Walt alle colonne di Foreign Affairs, probabilmente la principale rivista statunitense di politica estera e affari internazionali. L’articolo risale al 3 febbraio, quindi oltre tre settimane prima dell’aggressione all’Iran, ma spiega benissimo anche gli eventi dell’ultimo paio di mesi in Asia Occidentale.

Partiamo dallo spiegare chi è Walt: politologo, esperto di politica internazionale, insegna ad Harvard. Insomma, un rappresentante esemplare della produzione intellettuale stelle-e-strisce, al cuore del suo sistema universitario. È diventato famoso per aver firmato con John Mearsheimer il libro del 2007 “La lobby israeliana e la politica estera statunitense”.

La tesi del libro era che, già allora, Washington avesse messo da parte gli interessi nazionali in favore di quelli di Israele, e che la politica estera statunitense per il Medio Oriente fosse essenzialmente dettata da Tel Aviv attraverso l’AIPAC. Non è difficile immaginare che tale testo sia stato sottoposto a un linciaggio sionista nel dibattito pubblico, ma Walt si è semplicemente limitato a far emergere i dati di fatto secondo i dettami del filone realista degli studi sulla politica internazionale.

E in un certo senso, si potrebbe dire che quello che emerge dal saggio tradotto qui sotto è l’adozione di uno stile di dominio tipicamente associabile a Israele: disprezzo per le norme internazionali e i diritti umani, rapina, aggressività suprematista. Walt delinea i tratti di ciò che definisce un “egemone predatorio”.

Sarebbe questa la fisionomia che la politica statunitense ha assunto con Donald Trump. Da un imperialismo che, nel passato, assumeva un ruolo anche solo di facciata da “primus inter pares”, distribuendo dividendi della propria egemonia – e dunque rendendo gli alleati partecipi di un sistema di cui era il centro – a un imperialismo che, in ogni azione, cerca il massimo vantaggio, a discapito di tutti.

L’analisi è più sottile e dettagliata, ma in sostanza può così essere riassunta quella che per Walt è, a lungo termine, una strategia perdente di fronte a un ridimensionamento della potenza USA in un contesto ormai di fatto multipolare. Ma prima di lasciarvi alla lettura del testo tradotto, vogliamo problematizzare quella che per noi è una ristrettezza di vedute dell’autore.

È di certo una congiuntura particolare quella che ha portato Trump per la seconda volta alla Casa Bianca, attorniandosi di una squadra di governo grottesca e fascista che ha estremizzato modi di governo i cui semi erano già apparsi durante il primo mandato del palazzinaro newyorkese.

Ma non si può ignorare che l’emergere di competitori e l’apertura di faglie importanti nell’Occidente Collettivo prosegue da decenni. Dal “Fuck EU” di Victoria Nuland sulla questione ucraina al multilateralismo selettivo di Biden pensato per contrastare la Cina, quel sistema pur sempre sbilanciato e ingiusto, che però ha segnato il funzionamento del mondo per 80 anni, ha mostrato sempre più incrinature.

Il salto, che è perciò tutt’altro che brutale, da una egemonia “condivisa” o “concordata”, che dir si voglia, a una “predatoria”, non è tanto una “scelta” di Trump, quanto la trasformazione necessaria dei caratteri dell’imperialismo statunitense, di fronte alla crisi strutturale del Modo di Produzione Capitalistico e all’impossibilità di risolvere le sue contraddizioni con la guerra (che diventerebbe nucleare) o con un nuovo ciclo “tradizionale” di accumulazione, di fronte a un capitale già pienamente mondializzato.

In questo senso l’imperialismo diventa predatorio, piratesco. Qui ci viene in aiuto David Harvey: “Nel marxismo classico, l’accumulazione primitiva indica i processi attraverso i quali la classe operaia è stata forgiata violentemente a partire da formazioni sociali precapitaliste. Questi processi continuano a svolgere un ruolo enorme [ma] l’accumulazione per espropriazione significa qualcosa di molto diverso. Consiste nel furto, truffare o appropriarsi del valore e del plusvalore già prodotti. Si basa sul fatto che il profitto in denaro può essere ottenuto senza alcuna produzione di plus-valore”.

Recentemente, Vijay Prashad, in un articolo sul Monthly Review, ha ricordato come l’accumulazione originaria o primitiva debba essere intesa come “una violenta riorganizzazione della riproduzione sociale” e che “questa forma di accumulazione non si basa sulla legge del valore, ma sulla violenza pura e semplice [...]. Questa è la violenza dell’accumulazione primitiva, che Marx sottolineava non essere tanto accumulazione quanto espropriazione”.

Insomma, è il raggiungimento dei limiti strutturali del capitale ad aver prodotto l’egemonia predatoria, non Trump. E l’ha prodotta come sua unica via per una “riorganizzazione della riproduzione sociale” che permetta al principale imperialismo del mondo di mantenere le condizioni del proprio dominio, anche e innanzitutto a discapito degli “alleati”. Ma è, evidentemente, un’egemonia destabilizzante, dentro e fuori il paese.

Ad ogni modo, una volta poste tali questioni (tutt’altro che esaustive o risolte), il contributo di Walt rimane uno strumento utile per chi vuole fare una “analisi concreta della situazione concreta”. Ma senza una riflessione sui caratteri odierni dell’imperialismo è difficile sciogliere i nodi e le prospettive degli scenari che affronteremo in futuro.

Per questo il suo saggio è stato qui tradotto: come ulteriore stimolo all’analisi che troverà nel forum della Rete dei Comunisti, i prossimi 9 e 10 maggio, una trattazione più ampia. Buona lettura.

*****

Da quando Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, nel 2017, i commentatori hanno cercato un’etichetta adeguata per descrivere il suo approccio alle relazioni estere statunitensi. Sulle pagine di questa rivista, nel 2018 il politologo Barry Posen ha suggerito che la grande strategia di Trump fosse quella di una “egemonia illiberale”, mentre l’analista Oren Cass ha sostenuto lo scorso autunno che la sua essenza distintiva fosse la richiesta di “reciprocità”.

Trump è stato definito realista, nazionalista, mercantilista all’antica, imperialista e isolazionista. Ciascuno di questi termini coglie alcuni aspetti del suo approccio, ma la grande strategia del suo secondo mandato presidenziale è forse meglio descrivibile come “egemonia predatoria”.

Il suo obiettivo centrale è quello di utilizzare la posizione privilegiata di Washington per ottenere concessioni, tributi e dimostrazioni di deferenza sia dagli alleati che dagli avversari, perseguendo guadagni a breve termine in quello che considera un mondo puramente a somma zero.

Date le risorse e i vantaggi geografici ancora considerevoli degli Stati Uniti, l’egemonia predatoria potrebbe funzionare per un certo periodo. A lungo termine, tuttavia, è destinata a fallire. È inadatta a un mondo in cui competono diverse grandi potenze – specialmente uno in cui la Cina è un pari economico e militare – perché la multipolarità offre agli altri Stati modi per ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti.

Se continuerà a definire la strategia americana nei prossimi anni, l’egemonia predatoria indebolirà sia gli Stati Uniti che i loro alleati, genererà un crescente risentimento globale, creerà opportunità allettanti per i principali rivali di Washington e renderà gli statunitensi meno sicuri, meno prosperi e meno influenti.

Predatore al vertice 

Negli ultimi 80 anni, la struttura generale del potere mondiale è passata dalla bipolarità all’unipolarità fino all’attuale multipolarità sbilanciata, e la grande strategia (quella a lungo termine, ndr) degli Stati Uniti si è evoluta di pari passo con questi cambiamenti. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda, gli Stati Uniti agivano come un egemone benevolo nei confronti dei loro stretti alleati in Europa e in Asia, poiché i leader americani ritenevano che il benessere dei loro alleati fosse essenziale per contenere l’Unione Sovietica.

Hanno fatto libero uso della supremazia economica e militare americana e talvolta hanno giocato duro con i partner chiave, come fece il presidente Dwight Eisenhower quando Gran Bretagna, Francia e Israele attaccarono l’Egitto nel 1956 o come fece il presidente Richard Nixon quando abbandonò il sistema aureo nel 1971.

Ma Washington ha anche aiutato i propri alleati a riprendersi economicamente dopo la Seconda guerra mondiale; ha creato e, per la maggior parte, seguito regole volte a promuovere la prosperità reciproca; ha collaborato con altri per gestire crisi valutarie e altre turbolenze economiche; e ha concesso agli Stati più deboli un posto al tavolo delle trattative e una voce nelle decisioni collettive. I funzionari statunitensi guidavano, ma ascoltavano anche, e raramente cercavano di indebolire o sfruttare i propri partner.

Durante l’era unipolare, gli Stati Uniti hanno ceduto all’arroganza e sono diventati un egemone piuttosto incurante e ostinato. Non avendo di fronte avversari potenti e convinti che la maggior parte degli Stati fosse desiderosa di accettare la leadership americana e abbracciare i suoi valori liberali, i funzionari statunitensi hanno prestato poca attenzione alle preoccupazioni degli altri Stati.

Si sono lanciati in crociate costose e mal concepite in Afghanistan, Iraq e diversi altri paesi; hanno adottato politiche conflittuali che hanno avvicinato Cina e Russia; e hanno spinto per l’apertura dei mercati globali in modi che hanno accelerato l’ascesa della Cina, aumentato l’instabilità finanziaria globale e alla fine provocato una reazione interna che ha contribuito a spingere Trump alla Casa Bianca.

Certamente, Washington ha cercato di isolare, punire e minare diversi regimi ostili durante questo periodo e talvolta ha prestato scarsa attenzione ai timori di sicurezza degli altri Stati. Ma sia i funzionari democratici che quelli repubblicani credevano che l’uso del potere americano per creare un ordine liberale globale sarebbe stato un bene per gli Stati Uniti e per il mondo e che una seria opposizione sarebbe stata limitata a una manciata di piccoli Stati canaglia.

Non erano contrari a usare il potere a loro disposizione per costringere, cooptare o persino rovesciare altri governi, ma la loro malevolenza era diretta verso avversari riconosciuti e non verso i partner degli Stati Uniti.

Sotto Trump, tuttavia, gli Stati Uniti sono diventati un’egemonia predatoria. Questa strategia non è una risposta coerente e ben ponderata al ritorno della multipolarità; in realtà, è esattamente il modo sbagliato di agire in un mondo con diverse grandi potenze. È invece un riflesso diretto dell’approccio transazionale di Trump a tutte le relazioni e della sua convinzione che gli Stati Uniti abbiano un’enorme e duratura influenza su quasi tutti i paesi del mondo.

Gli Stati Uniti sono come “un grande e bellissimo grande magazzino”, ha detto Trump nell’aprile 2025, e “tutti vogliono una fetta di quel negozio”. O, come ha affermato in una dichiarazione diffusa dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, il consumatore americano è “ciò che ogni paese vuole e che noi abbiamo”, aggiungendo: “per dirla in altro modo, hanno bisogno dei nostri soldi”.

Durante il primo mandato di Trump, consiglieri più esperti e competenti come il segretario alla Difesa James Mattis, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il capo di gabinetto della Casa Bianca John Kelly e il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster hanno tenuto a freno gli impulsi predatori di Trump.

Ma nel suo secondo mandato, il suo desiderio di sfruttare le vulnerabilità di altri Stati ha avuto libero sfogo, rafforzato da una cerchia di collaboratori selezionati per la loro lealtà personale e dalla crescente, seppur mal riposta, fiducia di Trump nella propria comprensione degli affari mondiali.

Dominazione e sottomissione 

Un egemone predatorio è una grande potenza dominante che cerca di strutturare le proprie transazioni con gli altri in modo puramente a somma zero, in modo che i benefici siano sempre distribuiti a suo favore. L’obiettivo primario di un egemone predatorio non è quello di costruire relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose che migliorino la situazione di tutte le parti, ma assicurarsi di ottenere da ogni interazione più di quanto ottengano gli altri.

Un accordo che lasci l’egemone in una posizione migliore e i suoi partner in una peggiore è preferibile a un accordo in cui entrambe le parti guadagnano, ma il partner guadagna di più, anche se quest’ultimo caso produce maggiori benefici assoluti per entrambe le parti. Un’egemonia predatoria vuole sempre ricoprire la parte del leone.

Naturalmente, tutte le grandi potenze compiono atti di predazione e competono invariabilmente per ottenere un vantaggio relativo. Quando hanno a che fare con i rivali, tutti gli Stati cercano di ottenere la parte migliore di qualsiasi accordo. Ciò che distingue l’egemonia predatoria dal comportamento tipico delle grandi potenze, tuttavia, è la volontà di uno Stato di ottenere concessioni e benefici asimmetrici sia dai propri alleati che dai propri avversari.

Un egemone benevolo impone oneri ingiusti ai propri alleati solo quando necessario, poiché ritiene che la propria sicurezza e ricchezza siano rafforzate quando i propri partner prosperano. Riconosce il valore delle regole e delle istituzioni che facilitano una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, sono percepite come legittime dagli altri e sono sufficientemente durature da consentire agli Stati di presumere con sicurezza che tali regole non cambieranno troppo spesso o senza preavviso.

Un egemone benevolo accoglie con favore partnership a somma positiva con Stati che hanno interessi simili, come tenere a bada un nemico comune, e può persino consentire ad altri di ottenere guadagni sproporzionati se ciò migliorasse la situazione di tutti i partecipanti. In altre parole, un egemone benevolo si sforza non solo di rafforzare la propria posizione di potere, ma anche di perseguire quelli che l’economista Arnold Wolfers ha definito “milieau goals” [obiettivi di contesto, ndr]: cerca di plasmare l’ambiente internazionale in modi che rendano meno necessario l’esercizio puro e semplice del potere.

Al contrario, un egemone predatorio è incline a sfruttare i propri partner tanto quanto a trarre vantaggio da un rivale. Può ricorrere a embarghi, sanzioni finanziarie, politiche commerciali protezionistiche, manipolazione valutaria e altri strumenti di pressione economica per costringere gli altri ad accettare condizioni commerciali che favoriscano l’economia dell’egemone o ad adeguare il proprio comportamento su questioni di interesse non economiche.

Esso collegherà la fornitura di protezione militare alle proprie richieste economiche e si aspetterà che i partner dell’alleanza sostengano le sue iniziative di politica estera più ampie. Gli Stati più deboli tollereranno queste pressioni coercitive se dipendono fortemente dall’accesso al mercato più ampio dell’egemone o se devono affrontare minacce ancora maggiori da parte di altri Stati e devono quindi dipendere dalla protezione dell’egemone, anche se questa comporta delle condizioni.

Poiché il potere coercitivo di un egemone predatorio dipende dal mantenimento degli altri Stati in una condizione di sottomissione permanente, i suoi leader si aspetteranno che coloro che si trovano nella sua orbita riconoscano il loro status subordinato attraverso atti di sottomissione ripetuti, spesso simbolici. Ci si potrebbe aspettare che paghino un tributo formale o che siano chiamati a riconoscere e lodare apertamente le virtù dell’egemone. Tali espressioni rituali di deferenza scoraggiano l’opposizione segnalando che l’egemone è troppo potente per essere contrastato e descrivendolo come più saggio dei suoi vassalli e quindi autorizzato a dettare loro legge.

L’egemonia predatoria non è un fenomeno nuovo. Era alla base delle relazioni di Atene con le città-stato più deboli del suo impero, un dominio che lo stesso Pericle, il leader ateniese preminente del suo tempo, descrisse come una “tirannia”. Il sistema premoderno e sinocentrico dell’Asia orientale si basava su relazioni di dipendenza simili, compreso il pagamento di tributi e la sottomissione ritualizzata, sebbene gli studiosi discutano sul fatto che fosse o meno un sistema di sfruttamento sistematico.

Il desiderio di estrarre ricchezza dai possedimenti coloniali era un ingrediente centrale degli imperi coloniali belga, britannico, francese, portoghese e spagnolo, e motivi simili influenzarono le relazioni economiche unilaterali della Germania nazista con i suoi partner commerciali nell’Europa centrale e orientale e le relazioni dell’Unione Sovietica con i suoi alleati del Patto di Varsavia.

Sebbene questi casi differiscano per aspetti importanti, in ciascuno di essi una potenza dominante ha cercato di sfruttare i propri partner più deboli per assicurarsi benefici asimmetrici, anche se i suoi sforzi non sempre hanno avuto successo e se l’acquisizione e la difesa di alcuni Stati clienti sia finita per costare più di quanto questi fornissero in termini di ricchezza o tributi.

In breve, un egemone predatorio considera tutte le relazioni bilaterali come intrinsecamente a somma zero e cerca di trarne il massimo beneficio possibile. “Ciò che è mio è mio, e ciò che è tuo è negoziabile” è il suo credo guida. Gli accordi esistenti non hanno alcun valore intrinseco o legittimità e saranno scartati o ignorati se non producono benefici asimmetrici sufficienti. Alcuni tentativi predatori possono fallire, naturalmente, e ci sono limiti a ciò che anche gli Stati più potenti possono ottenere dagli altri. Per un’egemone predatorio, tuttavia, l’obiettivo primario è spingere quei limiti il più in là possibile.

Alzare la posta in gioco 

La natura predatoria della politica estera di Trump è particolarmente evidente nella sua ossessione per i deficit commerciali e nei suoi tentativi di utilizzare i dazi per ridistribuire i benefici economici a favore di Washington. Trump ha ripetutamente affermato che i deficit commerciali sono una “fregatura” e una forma di saccheggio; a suo avviso, i paesi che registrano surplus stanno “vincendo” perché gli Stati Uniti pagano loro più di quanto essi paghino a Washington.

Di conseguenza, Trump ha imposto dazi a quei paesi, apparentemente per proteggere i produttori statunitensi rendendo più costose le merci straniere (anche se il costo di un dazio è pagato principalmente dagli statunitensi che acquistano beni importati), oppure ha minacciato tali dazi per costringere i governi e le aziende straniere a investire negli Stati Uniti in cambio dell’allentamento di questo tipo di pressioni.

Trump ha anche usato i dazi per costringere altri a modificare politiche non economiche a cui si oppone. Lo scorso luglio, ha imposto un dazio del 40% al Brasile nel tentativo fallito di fare pressione sul suo governo affinché concedesse la grazia all’ex presidente Jair Bolsonaro, un alleato di Trump. (A novembre, ha revocato alcuni di quei dazi, che avevano contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari per i consumatori statunitensi). 

Ha giustificato l’aumento dei dazi su Canada e Messico sostenendo che non stavano facendo abbastanza per fermare il contrabbando di fentanyl. E in ottobre ha minacciato la Colombia con dazi più elevati dopo che il suo presidente aveva criticato i controversi attacchi della Marina statunitense contro più di due dozzine di imbarcazioni nei Caraibi, che, secondo l’amministrazione Trump, erano state prese di mira per contrabbando di droghe illegali.

Trump è incline a esercitare pressioni tanto sui tradizionali alleati degli Stati Uniti quanto sui nemici dichiarati, e il carattere altalenante delle sue minacce sottolinea il suo desiderio di ottenere il maggior numero possibile di concessioni. Trump ritiene che l’imprevedibilità sia un potente strumento di negoziazione, e la sua serie di minacce e richieste in continuo mutamento ha lo scopo di costringere gli altri a cercare continuamente nuovi modi per assecondarlo.

Minacciare di imporre una tariffa costa ben poco a Washington se l’obiettivo cede rapidamente, ma se l’obiettivo tiene duro o se i mercati si spaventano, Trump può rinviare l’azione. Questo approccio mantiene inoltre l’attenzione concentrata su Trump stesso, aiuta l’amministrazione a dipingere qualsiasi accordo successivo come una vittoria indipendentemente dai suoi termini precisi e crea evidenti opportunità di corruzione a vantaggio di Trump e della sua cerchia ristretta.

Per massimizzare il potere contrattuale degli Stati Uniti, Trump ha ripetutamente collegato le sue richieste economiche alla dipendenza degli alleati dal sostegno militare statunitense, soprattutto sollevando dubbi sul fatto che onorerà gli impegni della loro alleanza. Ha insistito sul fatto che gli alleati dovrebbero pagare per la protezione americana e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero lasciare la NATO, rifiutarsi di difendere Taiwan o abbandonare completamente l’Ucraina.

Ma il suo obiettivo non è rendere più efficaci i partenariati statunitensi spingendo gli alleati a fare di più per difendersi – e, di fatto, aumentare drasticamente i livelli tariffari danneggerà le economie dei partner e renderà loro più difficile raggiungere obiettivi di spesa per la difesa più elevati. Trump sta invece usando la minaccia di un disimpegno degli Stati Uniti per ottenere concessioni economiche. Questa strategia ha dato alcuni frutti a breve termine, almeno sulla carta.

A luglio, i leader dell’UE hanno accettato un accordo commerciale unilaterale nella speranza di convincere Trump a continuare a sostenere l’Ucraina, mentre Giappone e Corea del Sud hanno ottenuto una riduzione dei dazi, in accordi firmati rispettivamente a luglio e novembre, impegnandosi a investire nell’economia statunitense. Australia, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Ucraina hanno tutti cercato di consolidare il sostegno degli Stati Uniti offrendo loro l’accesso o la proprietà parziale di minerali critici situati nel proprio territorio.

Un egemone predatorio preferisce un mondo in cui, secondo la famosa frase di Tucidide, “i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”. Ecco perché un paese del genere diffiderà delle norme, delle regole o delle istituzioni che potrebbero limitare la sua capacità di approfittare degli altri.

Non sorprende che Trump abbia avuto ben poca considerazione per le Nazioni Unite; che sia stato felice di strappare accordi negoziati dai suoi predecessori, come l’accordo di Parigi sul clima e l’accordo nucleare con l’Iran; e che abbia persino rinnegato accordi che lui stesso aveva negoziato. Preferisce condurre negoziati commerciali bilaterali piuttosto che trattare con istituzioni come l’UE o l’Organizzazione mondiale del commercio, basata su regole, perché trattare uno a uno con i singoli paesi rafforza ulteriormente il potere contrattuale degli Stati Uniti.

Trump ha anche sanzionato alti funzionari della Corte penale internazionale e ha sferrato un furioso attacco contro un sistema di tariffazione delle emissioni sviluppato dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO). La proposta dell’IMO mirava a rallentare il cambiamento climatico incoraggiando le compagnie di navigazione a utilizzare combustibili più puliti, ma Trump l’ha denunciata come una “truffa” e l’ha deliberatamente sabotata.

Dopo che la sua amministrazione ha minacciato dazi, sanzioni e altre misure contro chi sosteneva la proposta, il voto per la sua approvazione formale è stato rinviato di un anno. La delegazione statunitense si stava “comportando come dei gangster”, ha detto un delegato dell’IMO in ottobre. “Non ho mai sentito nulla di simile a una riunione dell’IMO”.

Nessuna discussione sull’egemonia predatoria di Washington sarebbe completa senza menzionare l’interesse espresso da Trump per territori che appartengono ad altri Stati e la sua disponibilità a intervenire nella politica interna di altri paesi in violazione del diritto internazionale.

Il suo ripetuto desiderio di annettere la Groenlandia e le sue minacce di imporre dazi punitivi agli Stati europei che si oppongono a questa azione sono l’esempio più evidente di questo impulso. Come ha avvertito l’intelligence militare danese nella sua valutazione annuale delle minacce, pubblicata a dicembre, “gli Stati Uniti usano il potere economico, comprese le minacce di dazi elevati, per imporre la propria volontà, e non escludono più l’uso della forza militare, nemmeno contro gli alleati”.

Le riflessioni di Trump sulla possibilità di rendere il Canada il 51° Stato o di rioccupare la zona del Canale di Panama suggeriscono un analogo grado di avidità e opportunismo geopolitico. La sua decisione di rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro – un atto che costituisce un pericoloso esempio da seguire per altre grandi potenze – rivela il disprezzo di un predatore per le norme esistenti e la volontà di sfruttare le debolezze altrui.

L’impulso predatorio si estende persino alle questioni culturali, con la Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione che dichiara che l’Europa sta affrontando una “cancellazione della civiltà” e che la politica statunitense nei confronti del continente dovrebbe includere “la coltivazione della resistenza all’attuale traiettoria imboccata dall’Europa all’interno delle sue stesse nazioni”.

In altre parole, gli Stati europei saranno sottoposti a pressioni affinché abbraccino l’impegno dell’amministrazione Trump a favore del nazionalismo “del sangue e del suolo” e la sua ostilità verso le culture o le religioni non bianche e non cristiane. Per un egemone predatorio, nessuna questione è off-limits.

Trump sta inoltre sfruttando la posizione internazionale privilegiata degli Stati Uniti per ottenere vantaggi per sé e la sua famiglia. Il Qatar gli ha già donato un aereo, di cui il rinnovamento costerà ai contribuenti statunitensi diverse centinaia di milioni di dollari e che potrebbe finire nella sua biblioteca presidenziale dopo che avrà lasciato la carica.

La Trump Organization ha firmato accordi multimilionari per lo sviluppo di hotel con governi che cercano di ingraziarsi l’amministrazione, e figure influenti negli Emirati Arabi Uniti e altrove hanno acquistato miliardi di dollari di token emessi dall’operazione di criptovaluta World Liberty Financial di Trump – più o meno nello stesso periodo in cui gli Emirati Arabi Uniti si sono assicurati un accesso speciale a chip di fascia alta che sono normalmente soggetti a severi controlli sulle esportazioni da parte degli Stati Uniti.

Nessun presidente nella storia americana è riuscito a monetizzare la presidenza in misura neanche lontanamente paragonabile o con un così evidente disprezzo per i potenziali conflitti di interesse. Come un boss mafioso o un potentato imperiale, Trump si aspetta che i leader stranieri in cerca del suo favore si impegnino in umilianti dimostrazioni di deferenza e grottesche forme di adulazione, proprio come fanno i membri del suo gabinetto.

Come si può altrimenti spiegare il comportamento imbarazzante del segretario generale della NATO Mark Rutte, che ha detto a Trump che “merita tutte le lodi” per aver convinto i membri della NATO ad aumentare la spesa per la difesa, anche se tali aumenti erano già ben avviati prima che Trump fosse rieletto, e l’invasione russa dell’Ucraina è stata almeno altrettanto importante nel determinare questo cambiamento?

Rutte ha anche dichiarato, nel marzo 2025, che Trump aveva “sbloccato la situazione” con la Russia riguardo all’Ucraina (il che era palesemente falso); ha lodato i raid aerei statunitensi sull’Iran a giugno come qualcosa che “nessun altro ha osato fare”; e ha paragonato gli sforzi di pace di Trump in Medio Oriente alle azioni di un “daddy” saggio e benevolo.

Rutte non è solo: altri leader mondiali – tra cui quelli di Israele, Guinea-Bissau, Mauritania e Senegal – hanno pubblicamente appoggiato l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Trump, con il presidente del Senegal che ha aggiunto elogi gratuiti per le capacità golfistiche di Trump.

Per non essere da meno, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha regalato a Trump un’enorme corona d’oro durante la sua recente visita a Seul e ha concluso una cena ufficiale servendogli un piatto denominato “Dessert del pacificatore”. Persino Gianni Infantino, presidente dell’organismo mondiale che governa il calcio, si è unito alla festa, creando un insignificante “Premio FIFA per la Pace” e nominando Trump come suo primo vincitore in una cerimonia appariscente nel dicembre 2025.

Esigere dimostrazioni di fedeltà non è solo il risultato del bisogno apparentemente illimitato di Trump di attenzione e lodi; serve anche a rafforzare l’obbedienza e a scoraggiare anche i più piccoli atti di resistenza. I leader che sfidano Trump vengono rimproverati e minacciati di un trattamento più duro – come ha sperimentato in più di un’occasione il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – mentre i leader che adulano spudoratamente Trump vengono trattati con maggiore gentilezza, almeno per il momento.

Nell’ottobre 2025, ad esempio, il Tesoro statunitense ha concesso una linea di swap valutario da 20 miliardi di dollari per sostenere il peso argentino, anche se l’Argentina non è un importante partner commerciale degli Stati Uniti e stava soppiantando le esportazioni statunitensi di soia verso la Cina (che valevano miliardi di dollari prima che Trump lanciasse la sua guerra commerciale).

Ma poiché il presidente argentino Javier Milei è un leader affine che elogia apertamente Trump come suo modello di riferimento, ha ricevuto un aiuto invece di un elenco di richieste. Persino i trafficanti di droga condannati, compreso l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, possono ottenere la grazia presidenziale se sembrano allineati all’agenda di Trump.

I tentativi di ingraziarsi Trump con lusinghe sono simili a una corsa agli armamenti, poiché i leader stranieri competono per vedere chi riesce a elargire più elogi nel minor tempo possibile. Trump è anche pronto a reagire contro i leader che si discostano dal copione. Il primo ministro indiano Narendra Modi lo ha imparato quando, poche settimane dopo aver respinto l’affermazione di Trump secondo cui avrebbe fermato gli scontri di confine tra India e Pakistan, l’India è stata colpita da un dazio del 25% (successivamente aumentato al 50% per punire l’India per l’acquisto di petrolio russo).

Dopo che il governo provinciale dell’Ontario ha mandato in onda uno spot televisivo che criticava la politica tariffaria di Trump, quest’ultimo ha prontamente aumentato l’aliquota tariffaria sul Canada di un altro 10%. Il primo ministro canadese Mark Carney si è subito scusato e lo spot è immediatamente scomparso dalle trasmissioni. Per evitare tali umiliazioni, molti leader hanno scelto di piegarsi preventivamente, almeno per ora.

Quando è troppo, è troppo 

Trump e i suoi sostenitori vedono questi atti di deferenza come la prova che adottare una linea dura porta agli Stati Uniti benefici tangibili e significativi. Come ha affermato ad agosto Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca: “I risultati parlano da soli: gli accordi commerciali del presidente stanno garantendo condizioni di parità ai nostri agricoltori e lavoratori, investimenti per trilioni di dollari stanno affluendo nel nostro Paese e guerre che durano da decenni stanno volgendo al termine... I leader stranieri sono desiderosi di instaurare un rapporto positivo con il presidente Trump e di partecipare alla fiorente economia trumpiana”.

L’amministrazione sembra credere di poter sfruttare gli altri Stati all’infinito e che così facendo renderà gli Stati Uniti ancora più forti e aumenterà ulteriormente il proprio potere. Si sbagliano: l’egemonia predatoria contiene i semi della propria distruzione.

Il primo problema è che i benefici propagandati dall’amministrazione sono stati esagerati. La maggior parte delle guerre che Trump sostiene di aver concluso sono ancora in corso. I nuovi investimenti esteri negli Stati Uniti sono ben lontani dai trilioni di dollari e difficilmente si concretizzeranno pienamente.

A parte i data center alimentati dalla mania per l’intelligenza artificiale, l’economia statunitense non è in forte espansione, in parte a causa dei venti contrari creati dalle politiche economiche di Trump. Trump, la sua famiglia e i suoi alleati politici potrebbero trarre vantaggio dalle sue politiche predatorie, ma la maggior parte del Paese no.

Un altro problema è che l’economia cinese ora rivaleggia con quella degli Stati Uniti sotto molti aspetti. Il PIL cinese è inferiore in termini nominali ma superiore in termini di parità di potere d’acquisto, il suo tasso di crescita è più elevato e ora importa quasi quanto gli Stati Uniti. La sua quota delle esportazioni globali di beni è passata da meno dell’1% nel 1950 a circa il 15% oggi, mentre la quota degli Stati Uniti è scesa dal 16% nel 1950 ad appena l’8%.

La Cina detiene il monopolio del mercato delle terre rare raffinate, da cui dipendono molti altri stati, compresi gli Stati Uniti; sta rapidamente diventando un attore di primo piano in molti campi scientifici; e molti altri attori, compresi gli agricoltori statunitensi, vogliono accedere ai suoi mercati.

Come hanno dimostrato le recenti decisioni di Trump di sospendere la guerra commerciale con la Cina e accantonare i piani per sanzionare il Ministero della Sicurezza di Stato cinese per una campagna di spionaggio informatico contro funzionari statunitensi, egli non può intimidire le altre grandi potenze come ha fatto con gli Stati più deboli.

Inoltre, sebbene altri Stati desiderino ancora accedere all’economia statunitense e ai suoi ricchi consumatori, gli Stati Uniti non sono più l’unica opzione disponibile. Poco dopo che Trump ha aumentato l’aliquota tariffaria sui beni indiani a un draconiano 50%, nell’agosto 2025, Modi si è recato a Pechino per partecipare a un vertice con il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin.

A dicembre, Putin ha fatto visita a Modi a Nuova Delhi, dove il primo ministro indiano ha descritto l’amicizia del suo paese con la Russia “come una Stella Polare” e i due leader hanno fissato l’obiettivo di 100 miliardi di dollari di scambi bilaterali entro il 2030. L’India non si stava formalmente allineando con Mosca, ma Modi stava ricordando alla Casa Bianca che Nuova Delhi ha delle alternative.

Poiché riorganizzare le catene di approvvigionamento e gli accordi commerciali è costoso e richiede tempo, e le abitudini di cooperazione e dipendenza non svaniscono dall’oggi al domani, alcuni paesi hanno scelto di placare Trump nel breve termine. Giappone e Corea del Sud hanno convinto Trump ad abbassare le aliquote tariffarie accettando di investire miliardi nell’economia statunitense, ma i pagamenti promessi si protrarranno per molti anni e potrebbero non essere mai realizzati completamente.

Nel frattempo, nel marzo 2025 funzionari cinesi, giapponesi e sudcoreani hanno tenuto i loro primi negoziati commerciali in cinque anni, e i tre paesi stanno valutando uno swap valutario trilaterale inteso a “rafforzare la rete di sicurezza finanziaria della regione e approfondire la cooperazione economica nel contesto della guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump”, secondo il South China Morning Post.

Nell’ultimo anno, il Vietnam ha ampliato i propri legami militari con la Russia, invertendo i precedenti sforzi volti ad avvicinarsi agli Stati Uniti. “L’imprevedibilità delle politiche di Trump ha reso il Vietnam molto scettico nei confronti dei rapporti con gli Stati Uniti”, secondo un analista citato dal New York Times. “Non si tratta solo di commercio, ma della difficoltà di interpretare i suoi pensieri e le sue azioni”. La tanto decantata imprevedibilità di Trump presenta un chiaro svantaggio: incoraggia gli altri a cercare partner più affidabili.

Anche altri Stati stanno lavorando per ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Carney ha ripetutamente avvertito che l’era di una cooperazione sempre più stretta con gli Stati Uniti è finita, ha fissato l’obiettivo di raddoppiare le esportazioni canadesi verso paesi diversi dagli Stati Uniti entro un decennio, ha firmato il primo accordo commerciale bilaterale in assoluto del suo paese con l’Indonesia, sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e a gennaio ha compiuto una visita di riconciliazione a Pechino.

L’Unione Europea ha già firmato nuovi accordi commerciali con l’Indonesia, il Messico e il blocco commerciale sudamericano Mercosur e, alla fine di gennaio, era vicina alla conclusione di un nuovo patto commerciale con l’India. Se Washington continuerà a cercare di approfittare della dipendenza di altri Stati, tali sforzi non faranno che accelerare.

Comprare ora, non pagare mai? 

In passato gli alleati degli Stati Uniti hanno tollerato una certa dose di prepotenza perché dipendevano fortemente dalla protezione americana. Ma tale tolleranza ha dei limiti. Il livello di predazione praticato durante il primo mandato di Trump era limitato, e gli alleati degli Stati Uniti avevano motivo di sperare che il suo mandato fosse un episodio isolato che non si sarebbe ripetuto.

Quella speranza è ora andata in frantumi, specialmente in Europa. La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione, ad esempio, è apertamente ostile a molti governi e istituzioni europei. Insieme alle rinnovate minacce di Trump di appropriarsi della Groenlandia, ha sollevato ulteriori dubbi sulla sostenibilità a lungo termine della NATO e ha dimostrato che gli sforzi dei leader europei per ingraziarsi Trump assecondandolo sono falliti.

Inoltre, le minacce di ritirare la protezione militare americana cesseranno di essere efficaci se non verranno mai messe in atto, e non possono essere messe in atto senza eliminare completamente la leva degli Stati Uniti. Se Trump continua a minacciare di ritirarsi ma non lo fa mai, il suo bluff verrà smascherato e perderà il suo potere coercitivo. Se invece gli Stati Uniti si ritirassero dai propri impegni militari, l’influenza che un tempo esercitavano sui loro ex alleati svanirebbe. In entrambi i casi, usare la promessa della protezione americana per ottenere una serie infinita di concessioni non è una strategia sostenibile.

E nemmeno il bullismo lo è. A nessuno piace essere costretto a compiere atti umilianti di fedeltà. I leader che condividono la visione del mondo di Trump possono godersi l’opportunità di cantarne le lodi in pubblico, ma altri trovano senza dubbio l’esperienza irritante. Non sapremo mai cosa pensassero i leader stranieri costretti a baciare l’anello di Trump mentre sedevano pronunciando banali frasi di circostanza, ma alcuni di loro hanno senza dubbio provato risentimento per l’esperienza e se ne sono andati sperando in un’opportunità per vendicarsi in futuro.

I leader stranieri devono anche fare i conti con la reazione dell’opinione pubblica nel loro paese, e l’orgoglio nazionale può essere una forza potente. Vale la pena ricordare che la vittoria elettorale di Carney, nell’aprile 2025, è dovuta in gran parte alla sua campagna anti-Trump “Elbows Up!” (motto canadese di sfida, ndr) e alla percezione degli elettori che il suo rivale del Partito Conservatore fosse una versione light di Trump.

Altri capi di Stato, come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, hanno visto la propria popolarità salire alle stelle quando hanno sfidato le minacce di Trump. Man mano che l’umiliazione aumenta, altri leader mondiali potrebbero scoprire che opporre resistenza può renderli più popolari tra i loro elettori.

L’egemonia predatoria è anche inefficiente. Essa rifugge dal fare affidamento su regole e norme multilaterali e cerca invece di interagire con gli altri Stati su base bilaterale. Ma in un mondo di quasi 200 paesi, affidarsi a negoziati bilaterali richiede tempo ed è destinato a produrre accordi affrettati e mal concepiti. Inoltre, imporre accordi unilaterali a decine di altri paesi incoraggia l’evasione degli obblighi, poiché questi sanno che sarà difficile per l’egemone monitorare e nel caso imporre il rispetto di tutti gli accordi raggiunti.

L’amministrazione Trump sembra aver capito, con un certo ritardo, che la Cina non ha mai acquistato tutti i beni statunitensi che si era impegnata ad acquistare nella Fase Uno dell’accordo commerciale siglato con gli Stati Uniti nel 2020, durante il primo mandato di Trump, e ha avviato un’indagine sulla questione in ottobre. Se si moltiplica il compito di monitorare il rispetto di tutti gli accordi commerciali bilaterali di Washington, è facile capire come altri Stati possano promettere concessioni ora ma poi venir meno agli impegni presi.

Infine, rinunciare alle istituzioni e sminuire i valori comuni, così come intimidire gli Stati più deboli, renderà più facile per i rivali degli Stati Uniti riscrivere le regole globali in modo da favorire i propri interessi. Sotto Xi, la Cina ha ripetutamente cercato di presentarsi come una potenza globale responsabile e altruista che cerca di rafforzare le istituzioni globali a beneficio di tutta l’umanità.

L’atteggiamento diplomatico conflittuale denominato da “Wolf Warrior” di qualche anno fa, che vedeva i funzionari cinesi insultare e maltrattare abitualmente altri governi senza alcuno scopo utile, è ormai superata. Con rare eccezioni, i diplomatici cinesi sono ora una presenza sempre più energica, attiva ed efficace nei forum internazionali. Le dichiarazioni pubbliche della Cina sono ovviamente di parte, ma alcuni paesi vedono questa posizione come un’alternativa allettante a degli Stati Uniti sempre più predatori.

In un sondaggio condotto su 24 importanti paesi, pubblicato dal Pew Research Center lo scorso luglio, la maggioranza di otto paesi aveva un’opinione più favorevole degli Stati Uniti rispetto alla Cina, mentre gli intervistati di sette paesi vedevano la Cina in modo più favorevole. Nelle restanti nove nazioni le due potenze erano viste in modo simile. Ma le tendenze sono a favore di Pechino. Come osserva il rapporto, “le opinioni sugli Stati Uniti sono diventate più negative, mentre quelle sulla Cina sono diventate più positive”. Non è difficile capirne il motivo.

Il punto è che agire come un egemone predatorio indebolirà le reti di potere e influenza su cui gli Stati Uniti hanno a lungo fatto affidamento e che hanno creato il vantaggio che Trump sta ora cercando di sfruttare. Alcuni Stati lavoreranno per ridurre la loro dipendenza da Washington, altri stringeranno nuovi accordi con i suoi rivali, e non pochi agogneranno il momento in cui avranno l’opportunità di vendicarsi degli Stati Uniti per il loro comportamento egoista.

Forse non oggi, forse non domani, ma una reazione potrebbe arrivare con sorprendente rapidità. Per citare la famosa frase di Ernest Hemingway sull’inizio di una bancarotta, una politica coerente di egemonia predatoria potrebbe causare il declino dell’influenza globale degli Stati Uniti “gradualmente e poi improvvisamente”.
 
Una strategia perdente 

L'“Hard Power” è ancora la valuta principale nella politica mondiale, ma sono gli scopi per cui viene utilizzato e i modi in cui viene esercitato a determinare se è efficace nel promuovere gli interessi di uno Stato. Grazie a una posizione geografica favorevole, a un’economia vasta e sofisticata, a una potenza militare senza pari e al controllo sulla valuta di riserva mondiale e sui nodi finanziari critici, negli ultimi 75 anni gli Stati Uniti sono stati in grado di costruire una straordinaria rete di connessioni e dipendenze e di acquisire una notevole influenza su molti altri Stati.

Poiché sfruttare quel potere in modo troppo palese ne avrebbe minato l’efficacia, la politica estera degli Stati Uniti ha ottenuto i migliori risultati quando i leader americani hanno esercitato il potere a loro disposizione con moderazione. Hanno collaborato con paesi che condividevano la loro visione per creare accordi reciprocamente vantaggiosi, consapevoli che gli altri sarebbero stati più propensi a cooperare con gli Stati Uniti se non ne avessero temuto gli appetiti.

Nessuno dubitava che Washington avesse un pugno di ferro. Ma rivestendolo di un guanto di velluto – trattando gli Stati più deboli con rispetto e non cercando di spremere ogni possibile vantaggio dagli altri – gli Stati Uniti sono stati in grado di convincere gli Stati più influenti del mondo che allinearsi alla loro politica estera era preferibile rispetto a collaborare con i loro principali rivali.

L’egemonia predatoria sperpera questi vantaggi alla ricerca di guadagni a breve termine e ignora le conseguenze negative a lungo termine. Certo, gli Stati Uniti non stanno per affrontare una coalizione che ne sia il contrappeso né stanno per perdere la loro indipendenza: sono troppo forti e in una posizione troppo favorevole per subire quel destino.

Tuttavia, diventeranno più poveri, meno sicuri e meno influenti di quanto lo siano stati per la maggior parte della vita degli statunitensi viventi. I futuri leader statunitensi opereranno da una posizione più debole e dovranno affrontare una dura battaglia per ripristinare la reputazione di Washington come partner egoista ma equilibrato. L’egemonia predatoria è una strategia perdente, e prima l’amministrazione Trump la abbandona, meglio sarà.

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