Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, fino a quando vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella loro relazione reciproca.
Il consumo di energia e di suolo, la disponibilità di acqua, la dissipazione del calore, le emissioni degli impianti di emergenza e la costruzione delle infrastrutture elettriche necessarie, non appartengono infatti a compartimenti fra loro stagni, ma concorrono tutti a determinare l’impronta che la rapida crescita della capacità di calcolo sta imprimendo sul territorio lombardo.
Anche la struttura della giornata seguiva, non casualmente, questo percorso. Dopo l’introduzione affidata all’attivista Pietro Cataldi, la mattinata ha affrontato gli effetti ambientali e sanitari con Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Fabiana Di Pino, attivista della Rete Stop Data Center; e Sergio Manera, fisico dell’Università di Pavia ed esperto di radioprotezione presso il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’ateneo.
Nel pomeriggio lo sguardo si è allargato invece alle strategie di localizzazione e alle dimensioni assunte dal fenomeno attraverso gli interventi di Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e componente del gruppo di ricerca ProdAction; Marco Mazzotti, professore emerito di ingegneria di processo al Politecnico federale di Zurigo; ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio.
La parte conclusiva è stata quindi dedicata al confronto tra le differenti realtà territoriali e alla costruzione del coordinamento regionale.
Non si è trattato soltanto di una successione di relazioni, perché procedere dagli effetti del singolo impianto alla distribuzione territoriale dei progetti significa modificare progressivamente la domanda dalla quale si parte. Finché si osserva un solo data center, infatti, è possibile discutere se produca troppo rumore, quanta acqua impieghi, quale terreno occupi o se i sistemi di raffreddamento adottati siano più o meno efficienti, quando invece sulla stessa carta geografica vengono sovrapposti progetti differenti, che insistono sulle medesime reti energetiche e su territori contigui, il problema diventa necessariamente quello dell’effetto complessivo prodotto dalla loro concentrazione.
Uno degli aspetti più riusciti del convegno è stato, in questo senso, l’incontro tra competenze scientifiche ed esperienze maturate nei territori, che ha permesso di sottrarre il confronto tanto a una generica paura della tecnologia quanto alla rappresentazione dei data center come infrastrutture sostanzialmente immateriali.
Dietro la capacità di calcolo ritornano infatti immediatamente la fisica e l’ingegneria. Un data center deve essere alimentato in modo continuo, raffreddato e mantenuto operativo anche in condizioni di guasto, il che significa dimensionare reti, trasformatori, gruppi di continuità, generatori di emergenza e sistemi termici con livelli di affidabilità elevati.
Queste infrastrutture non sono elementi collaterali del progetto, ma fanno parte della condizione stessa che permette alla capacità computazionale di essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.
Sul piano termico il problema appare con particolare chiarezza. Quasi tutta l’energia elettrica utilizzata dall’hardware viene infine convertita in calore e, per quanto sia possibile migliorare enormemente le tecnologie attraverso le quali questo viene trasferito all’esterno, ridurre il consumo dei sistemi ausiliari o recuperarne una parte per altri utilizzi, il bilancio energetico di fondo non scompare. Proprio per questo l’efficienza, pur essendo necessaria, non esaurisce la questione.
L’impiego di sistemi di raffreddamento più performanti permette di dissipare una determinata quantità di calore con minori consumi accessori, mentre il raffreddamento a liquido rende possibile concentrare nei rack potenze assai superiori rispetto alle configurazioni tradizionali ma se l’aumento dell’efficienza consente contemporaneamente di installare una quantità ancora maggiore di capacità di calcolo, la riduzione dell’impatto per unità di potenza non coincide necessariamente con una diminuzione dell’impatto complessivo.
Lo stesso vale per il recupero del calore, spesso indicato come una delle possibili forme di integrazione dei data center con il territorio. Collegare un impianto a una rete di teleriscaldamento può essere tecnicamente sensato, perché consente di utilizzare almeno in parte un flusso termico che altrimenti dovrebbe essere dissipato, ma affinché questo recupero sia effettivo occorrono reti e utenze sufficientemente vicine, temperature compatibili e una domanda capace di assorbire il calore disponibile.
Poiché la produzione termica del data center rimane sostanzialmente continua mentre il fabbisogno di riscaldamento varia fortemente durante l’anno, deve comunque essere prevista la possibilità di disperdere il calore quando non può essere utilizzato.
Più che dimostrare che non esistano soluzioni tecnologiche, questi esempi mostrano quindi la necessità di collocarle nella scala corretta: si può progettare meglio un singolo impianto, ma la tecnologia non può stabilire da sola quale quantità complessiva di capacità computazionale sia opportuno concentrare in una determinata area.
Lo stesso ragionamento riguarda le emissioni dei generatori di emergenza, il consumo idrico e le opere elettriche. Se ogni progetto viene valutato singolarmente, può risultare compatibile con determinati limiti, quando però nello stesso territorio vengono previsti diversi campus (cioè un’area costituita da più “edifici” datacenter), ciò che deve essere considerato è anche la sovrapposizione dei loro fabbisogni, delle sottostazioni e dei cavidotti necessari ad alimentarli, delle emissioni e delle trasformazioni del suolo che li accompagnano.
La questione degli effetti cumulativi, emersa come uno dei temi trasversali della giornata, costituisce perciò il punto nel quale il dato tecnico incontra direttamente quello politico: se l’oggetto da valutare è un sistema territoriale e non più semplicemente un edificio, anche il livello al quale vengono assunte le decisioni deve necessariamente allargarsi oltre i confini del singolo comune.
È qui che il contributo della sessione pomeridiana ha permesso di fare un passo ulteriore. Alice Franchina ha partecipato negli ultimi mesi al lavoro con cui il gruppo ProdAction del Politecnico di Milano ha mappato la localizzazione, le superfici e le potenze dei data center presenti, in costruzione o programmati nell’area metropolitana, cercando di leggere il fenomeno non soltanto come successione di immobili, ma come trasformazione territoriale.
La ricerca del Politecnico ha infatti censito 33 data center attivi nella Città metropolitana di Milano, ai quali si aggiungono strutture in costruzione e numerosi progetti in valutazione, mentre le dimensioni medie dei nuovi insediamenti risultano sensibilmente superiori a quelle della generazione precedente.
Quando la scala passa da impianti relativamente piccoli a campus da decine o centinaia di megawatt, la distinzione tra investimento privato e infrastruttura pubblica diventa progressivamente più difficile da sostenere nella sua forma più semplice, perché la realizzazione dell’investimento presuppone una disponibilità di rete, trasformazioni urbanistiche e opere energetiche che devono necessariamente essere programmate. La pianificazione, insomma, entra nella vicenda prima ancora che qualcuno decida di chiamarla così.
Il problema diventa allora capire da quale punto essa debba partire. Se un progetto da centinaia di megawatt viene assunto come dato iniziale, la discussione consiste inevitabilmente nel determinare quali infrastrutture siano necessarie per alimentarlo, come raffreddarlo, quali risorse possa utilizzare e quali mitigazioni debbano essere previste.
Se si rovescia l’ordine del ragionamento, invece, la prima domanda riguarda la quantità e la funzione della capacità computazionale che si vuole installare, mentre il dimensionamento delle infrastrutture viene soltanto dopo. Da un punto di vista ingegneristico il principio sarebbe persino banale: prima si definisce il requisito e successivamente si dimensiona il sistema necessario a soddisfarlo. Trasferito alla scala territoriale, però, lo stesso principio assume immediatamente una dimensione politica, perché stabilire il requisito significa decidere quale quantità di energia, acqua, suolo e infrastrutture debba essere destinata a una funzione piuttosto che a un’altra.
È precisamente su questa scala che il passaggio dai singoli comitati alla costruzione di una rete regionale rappresenta il risultato più significativo della giornata.
Le mobilitazioni nate nei mesi precedenti hanno necessariamente preso le mosse da situazioni molto concrete: un terreno destinato a cambiare funzione, una sottostazione prevista vicino alle abitazioni, un nuovo elettrodotto, il timore per il rumore o per l’utilizzo delle risorse.
Il convegno ha permesso di mettere in relazione queste esperienze, facendo emergere come problemi apparentemente locali siano spesso parti differenti dello stesso processo. Il manifesto attraverso il quale la rete si è presentata pubblicamente aveva già indicato questa direzione, proponendo che lo sviluppo delle infrastrutture digitali venisse sottoposto a una programmazione capace di considerare insieme interesse collettivo, ambiente, salute, lavoro e diritti delle comunità, anziché lasciare ai singoli territori il compito di confrontarsi separatamente con progetti arrivati spesso a uno stadio già avanzato.
La composizione iniziale della rete comprende realtà provenienti da numerosi comuni lombardi. Il passo compiuto il 26 settembre consiste quindi nel rendere più difficile trattare la crescita dei data center come la semplice sommatoria di vicende comunali indipendenti. Non significa che il convegno abbia prodotto una soluzione già definita alla questione, né che un coordinamento regionale possa sostituire immediatamente la pluralità delle esperienze territoriali; significa però che esiste oggi un luogo nel quale conoscenze, documentazione e pratiche maturate nelle singole vertenze possono essere confrontate, permettendo di osservare il fenomeno nella sua dimensione complessiva.
Finché ogni comunità deve ricostruire autonomamente procedure autorizzative, consumi previsti, opere connesse e caratteristiche tecniche del progetto che la riguarda, il rapporto con operatori e istituzioni rimane inevitabilmente asimmetrico. Mettere in comune queste conoscenze significa invece aumentare la capacità dei territori non soltanto di contestare un singolo impatto, ma di confrontare progetti differenti e riconoscere le dinamiche che li accomunano.
Il confronto milanese ha mostrato inoltre come, una volta allargata la scala, la discussione possa difficilmente fermarsi agli effetti ambientali immediati.
Dietro il raffreddamento compare la quantità di potenza installata; dietro la connessione elettrica compare la programmazione della rete; dietro la scelta del sito compare la destinazione del territorio.
Seguendo fino in fondo questa concatenazione, la domanda iniziale sul singolo impianto conduce inevitabilmente a quella su chi stabilisca priorità e dimensioni dello sviluppo della nuova infrastruttura digitale. Domande alle quali la politica ha difficoltà a rispondere, schiacciata dalle sue contraddizioni e del suo ruolo di “garante della profittabilità”.
Accade così che il tentativo di passerella del consigliere regionale PD Pierfrancesco Majorino abbia visto la piccata risposta, con conseguenti applausi dell’intera sala, di uno dei relatori che gli ricordava come il suo partito a livello nazionale avesse votato con la maggioranza tutte le norme di deregolamentazione.
Il prossimo passaggio di questo percorso è già fissato per sabato 10 ottobre alle 15 a Milano, quando la rete ha convocato una manifestazione regionale contro lo sviluppo incontrollato dei data center.
L’appuntamento era stato previsto nel manifesto insieme alla mobilitazione territoriale del 12 settembre e al convegno del 26, delineando così un percorso che dalle iniziative locali ha portato prima al confronto comune e ora a una mobilitazione regionale.
Il 26 settembre non si è semplicemente aggiunto un altro appuntamento alla lunga serie di assemblee sui singoli progetti: si è cominciato a costruire una scala comune alla quale discuterli.
Ed è proprio questa nuova scala a modificare la domanda.
Non soltanto se un determinato data center posso essere costruito in un determinato luogo, ma quale capacità computazionale debba essere realizzata, quali risorse sia ragionevole destinarle e attraverso quale processo collettivo debbano essere stabilite le priorità.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
28/09/2026
Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione
Si scrive IA, si legge ristrutturazione produttiva
Il ricco e recente dibattito scaturito intorno alla questione dell’Intelligenza artificiale (IA) non può prescindere, oltre alle legittime domande sul “futuro dell’umanità”, dall’impatto che questa avrà direttamente sul mondo del lavoro e su chi del proprio lavoro vive e trae il proprio reddito.
L’introduzione dell’IA nei processi di lavoro equivarrà, infatti, a una ondata di automazione che allo stato attuale possiamo dire essere appena all’alba di una profonda ristrutturazione produttiva globale, molto probabilmente paragonabile per portata a quella che negli anni Settanta travolse l’industria manifatturiera occidentale, aprendo la strada a quella che sarebbe diventata la “seconda fase della globalizzazione”.
La ristrutturazione produttiva degli anni Settanta
Allora come oggi, la parola d’ordine era “competitività”. Con il salto tecnologico in termini informatici, comunicativi e logistici la produzione venne delocalizzata verso paesi a minor costo del lavoro, dove la deregolamentazione e l’assenza di vincoli ambientali promettevano margini di profitto maggiori. Nel cuore dell’imperialismo, la cosiddetta Rust Belt statunitense divenne il simbolo del declino economico, sociale e culturale.
In Italia, città come Genova o Torino persero il peso politico ed economico acquisito con il boom economico, conoscendo quartieri abbandonati, carenza di servizi e soprattutto una classe operaia che assieme al lavoro perdeva quell’identità collettiva costruita attorno alla fabbrica, che negli anni aveva portato avanti lotte e conquistato diritti, per tutte e tutti.
La ristrutturazione produttiva frammentò la classe sociale, divise i lavoratori e aumentò la disoccupazione, e oggi possiamo confermare che solo parzialmente è stata riassorbita dal settore terziario, a minor salario e garanzie, dando vita a quel “precariato” che da allora non ha mai smesso di espandersi.
L’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale
Oggi, con l’IA – a torto a volte chiamata “generativa” – ci troviamo di fronte a un ulteriore salto di qualità. La differenza cruciale è che le mansioni colpite non saranno solo quelle ripetitive e facilmente automatizzabili (l’operaio di linea, per intendersi), ma quelle più strettamente cognitive, complesse e qualificate.
Facendoci aiutare proprio dall’IA (!), secondo uno studio di Coface e dell’Observatoire des Métiers più di un quarto del contenuto lavorativo nel management, nell’amministrazione, nelle professioni creative, nel diritto e nella finanza risulta tecnicamente automatizzabile.
Altri studi affermano che con l’implementazione dell’IA nei processi produttivi circa il 15% dei mestieri avrebbe una soglia superiore del 30% di mansioni automatizzabili, considerata la linea oltre la quale il mestiere si trasforma profondamente.
“Colletti bianchi e blu”, tutti nel mirino dell’IA
I dati confermano che l’esposizione non risparmia i “colletti bianchi”. Un rapporto congiunto ILO-NASK rileva che l’esposizione è cresciuta in ruoli professionali e tecnici come analisti finanziari, sviluppatori web e programmatori. Lo stesso Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha dichiarato che “la maggior parte dei compiti dei cosiddetti colletti bianchi – avvocati, commercialisti, project manager, esperti di marketing – sarà completamente automatizzata dall’IA entro i prossimi 12-18 mesi”.
È molto probabile che gli avvocati junior non passeranno più le notti a leggere quaranta clausole contrattuali: l’IA lo fa in pochi secondi. Gli insegnanti vedono già oggi sistemi capaci di valutare elaborati e fornire feedback personalizzati. Il mondo delle “vere” partite IVA – consulenti, professionisti, freelance – usano già l’IA in massa: otto su dieci, secondo un’indagine Fiscozen, con un risparmio medio di oltre 260 ore lavorative all’anno.
La questione di classe
Le conseguenze di classe di questa trasformazione sono facilmente intuibili. L’IA diminuisce la quota di lavoro vivo nel processo produttivo, sposta il valore appropriato dalla parte del capitale, erode la sempre più residua base fiscale costruita sui redditi da lavoro e crea così potenziali nuove tensioni sui sistemi di welfare, già indeboliti da 40 anni di “rivoluzione neoliberale”.
Il nesso “più titolo di studio uguale più reddito e più sicurezza” si indebolisce così in modo ulteriore. La probabile proletarizzazione di ulteriori settori di società fino a oggi garantiti (i 40.000 di Torino del 1980!) aprirà scenari storicamente inediti, che chiameranno a nuova sfida le forze di classe di questo paese e non solo.
Come fare convergere in un’unica proposta politica gli interessi di quel che rimane del proletariato industriale e del prossimo proletariato cognitivo dinanzi ai costi sociali che il capitale si appresta a scaricare sul lavoro? Come ricomporre in questo scenario la frammentazione sociale nei servizi diffusi? Come mettere a sistema il portato di rottura dimostrato dal lavoro migrante in questi anni di fiacca mobilitazione operaia?
Non è un articolo che può rispondere a questa domanda, quanto piuttosto la sperimentazione sul campo di forme di organizzazione all’altezza dei tempi.
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19/09/2026
Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza
Mercoledì scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.
Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?”
Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.
Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:
1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.
D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.
È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.
2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.
I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.
Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.
I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.
3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.
In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?
Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre le risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.
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17/09/2026
Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile
di Luciano Vasapollo
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo e che l’imperialismo tenta accuratamente di cancellare: perché gli Stati Uniti e i loro alleati non attaccano soltanto Cuba, la Palestina, il Vietnam o la Cina, ma colpiscono con tanta violenza l’idea stessa del partito comunista? La risposta è semplice quanto decisiva. Il vero bersaglio non è un governo, ma la possibilità che esista un’alternativa organizzata al capitalismo.
Viviamo nell’epoca della crisi sistemica del capitale: crisi economica, finanziaria, ambientale, energetica e militare. Il capitalismo non riesce più a riprodurre sé stesso se non attraverso la guerra permanente e la distruzione dei diritti sociali. In questo scenario la questione centrale non è soltanto la resistenza dei popoli, ma il soggetto politico capace di trasformare quella resistenza in progetto storico. È qui che ritorna, con straordinaria attualità, la funzione del partito rivoluzionario.
Perché l’imperialismo teme il partito rivoluzionario
Donald Trump e Marco Rubio hanno dichiarato apertamente che il loro obiettivo non è esclusivamente Cuba. La loro offensiva è diretta contro tutto ciò che continua a rappresentare una forma organizzata di socialismo e di potere popolare. L’assedio economico contro L’Avana, il genocidio del popolo palestinese, le sanzioni contro i paesi antimperialisti e persino la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà in Europa fanno parte di un’unica strategia: distruggere materialmente e ideologicamente l’ipotesi socialista.
Non è un caso che vengano accusati di terrorismo anche i movimenti che manifestano per la Palestina o per Cuba. L’imperialismo sa che una società può sopportare molte crisi, ma non può tollerare l’esistenza di una soggettività collettiva capace di organizzare il conflitto di classe. Per questo il partito rivoluzionario diventa il nemico principale.
Dove resiste il socialismo
L’esperienza storica degli ultimi decenni offre una lezione che la sinistra occidentale ha troppo spesso rimosso. I processi rivoluzionari hanno retto laddove è esistita una forte direzione politica esercitata da partiti comunisti organizzati. Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista.
Al contrario, molti processi di straordinaria rottura antimperialista in America Latina si sono progressivamente indeboliti. Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela hanno dimostrato che la conquista del governo non coincide automaticamente con la costruzione del potere. Quando manca un partito rivoluzionario radicato nella classe, la tattica finisce per sostituire la strategia e il compromesso diventa progressivamente capitolazione.
Il problema, dunque, non riguarda il nome del partito, ma la sua funzione storica.
Togliatti e il significato del Partito Nuovo
Per comprendere questa funzione è necessario tornare a Palmiro Togliatti, liberandolo tanto dalla lettura socialdemocratica quanto dalla caricatura settaria. Il “Partito Nuovo” non rappresentava una rinuncia alla rivoluzione, ma il tentativo di tradurre il leninismo nelle condizioni concrete dell’Italia uscita dalla Resistenza.
Nel 1944 Togliatti scriveva su Rinascita che un partito non può liberarsi del proprio passato perché è figlio della propria storia. È una riflessione di enorme profondità politica. Nessuna organizzazione rivoluzionaria nasce dal nulla: vive dell’accumulazione teorica, culturale e morale delle lotte precedenti. Chi recide questo legame con la memoria non costruisce il futuro, ma prepara la sconfitta.
La filosofia della prassi gramsciana diventa allora il terreno sul quale teoria e realtà si incontrano. Il partito non è un apparato elettorale né una semplice coalizione di opinioni. È il luogo in cui l’elaborazione teorica si trasforma in organizzazione della classe e in progetto di trasformazione della società.
Il partito per la costruzione del socialismo: un futuro che non può forzare l’orizzonte
La riflessione di Palmiro Togliatti, anche attraverso lo scritto del 1958, conserva una particolare attualità proprio perché pone al centro una questione che ogni progetto di trasformazione sociale è costretto ad affrontare: quale debba essere la funzione storica del partito politico rivoluzionario. Non si tratta semplicemente di costruire uno strumento elettorale o un’organizzazione capace di rappresentare una parte della società, ma di comprendere il rapporto complesso tra partito, classe, masse popolari e costruzione del socialismo. Il partito, nella prospettiva togliattiana, non può essere separato dal processo storico concreto nel quale agisce: deve essere capace di interpretare i rapporti di forza, di organizzare il conflitto, di costruire coscienza e, nello stesso tempo, di individuare le condizioni materiali attraverso le quali una trasformazione può realmente diventare possibile.
È proprio qui che assume un’importanza decisiva la distinzione tra strategia e tattica. La strategia indica l’orizzonte storico, il progetto generale di trasformazione della società e dei rapporti di produzione; la tattica riguarda invece le forme concrete attraverso le quali, in una determinata fase, si costruiscono rapporti di forza favorevoli al raggiungimento dell’obiettivo. Confondere i due livelli significa correre due rischi opposti e ugualmente pericolosi. Da una parte il riformismo, che finisce per trasformare la tattica in un fine permanente e rinuncia progressivamente alla prospettiva della trasformazione sociale; dall’altra il massimalismo, che pretende di realizzare immediatamente l’obiettivo strategico senza misurarsi con le condizioni reali, con i rapporti di forza e con il livello effettivo della coscienza e dell’organizzazione delle classi popolari.
In questo senso, il problema del tempo storico è centrale. Un progetto rivoluzionario non può “forzare l’orizzonte”, perché nessuna trasformazione profonda può essere semplicemente decretata dalla volontà soggettiva di un’organizzazione politica. La storia non procede secondo calendari prestabiliti. Il compito di un partito rivoluzionario è, piuttosto, quello di preparare le condizioni affinché ciò che oggi appare difficile o impossibile possa diventare domani concretamente praticabile. Significa lavorare nel presente senza perdere la prospettiva del futuro, costruire organizzazione, accumulare forze, sviluppare coscienza politica e sociale, saldare le lotte immediate a una prospettiva generale di cambiamento.
Questa impostazione assume un significato particolare di fronte alla crisi contemporanea della sinistra. La dissoluzione o l’indebolimento delle organizzazioni politiche capaci di rappresentare in maniera autonoma il lavoro, i ceti popolari e le classi subalterne ha prodotto un vuoto che non può essere colmato soltanto attraverso campagne elettorali, leadership individuali o aggregazioni occasionali. La crisi della sinistra non è infatti soltanto una crisi elettorale: è una crisi di funzione storica, di rappresentanza, di capacità organizzativa e, soprattutto, di elaborazione strategica. Per questo torna a essere decisiva la necessità di una funzione politica rivoluzionaria organizzata, capace di ricostruire un rapporto stabile tra teoria e pratica, tra conflitto sociale e organizzazione politica, tra bisogni immediati delle masse e prospettiva di trasformazione.
Il partito, dunque, non può sostituirsi alla classe e neppure pretendere di parlare in suo nome dall’esterno dei processi sociali. Deve essere uno strumento della sua organizzazione e della sua crescita politica. La costruzione del socialismo non può essere ridotta a un atto istituzionale né a una semplice conquista del governo: è un processo storico nel quale cambiano progressivamente i rapporti di potere, le strutture economiche, le forme della proprietà, le relazioni sociali e la stessa coscienza collettiva. Da questo punto di vista, il partito rivoluzionario è chiamato a svolgere una funzione di direzione politica senza trasformarsi in un apparato separato dalla società.
Anche il rapporto tra via nazionale al socialismo e internazionalismo deve essere letto alla luce di questa concezione. La specificità delle condizioni nazionali non significa chiusura nazionalistica. Ogni processo rivoluzionario nasce necessariamente dentro una determinata formazione economica e sociale, con una propria storia, una propria struttura produttiva, una propria composizione di classe e specifici rapporti di forza. Ma nessuna trasformazione socialista può essere pensata oggi come un processo isolato. Il capitalismo è un sistema mondiale e, di conseguenza, anche la risposta delle forze del lavoro e dei popoli deve assumere una dimensione internazionale. La via nazionale non è dunque l’opposto dell’internazionalismo: è la forma concreta attraverso cui una strategia generale di emancipazione si misura con condizioni storiche determinate.
È questo uno degli insegnamenti che la riflessione togliattiana può offrire alla fase attuale. Di fronte alla trasformazione degli equilibri geopolitici, alla crisi del modello neoliberista, alla crescita delle disuguaglianze e alla ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud globale, diventa necessario un soggetto politico capace di leggere la fase senza cadere né nell’illusione riformista di poter modificare il sistema semplicemente amministrandolo, né nella tentazione massimalista di proclamare una rottura immediata priva delle condizioni materiali e organizzative per sostenerla.
La questione, allora, non è scegliere tra gradualismo e rivoluzione, ma costruire una strategia rivoluzionaria capace di attraversare il tempo storico. Significa comprendere che ogni conquista sociale, ogni lotta per il salario, per il lavoro, per la pace, contro la guerra e contro lo sfruttamento, ogni processo di emancipazione dei popoli può diventare parte di un progetto più generale soltanto quando viene collegato a una capacità politica organizzata. Il futuro socialista non può essere imposto all’orizzonte prima che maturino le condizioni per raggiungerlo; ma proprio per questo occorre un partito capace di lavorare affinché quell’orizzonte, anziché allontanarsi indefinitamente, possa progressivamente diventare realtà.
La malattia della sinistra: tattica senza strategia
La crisi contemporanea di molti partiti comunisti nasce da un errore fondamentale: aver trasformato la strategia in tattica. Si rincorrono le emergenze istituzionali, le alleanze elettorali, i compromessi parlamentari e perfino le mode culturali, dimenticando il problema essenziale dell’esercizio del potere.
All’estremo opposto prospera un massimalismo sterile, fatto di parole radicali e di totale impotenza politica. È lo pseudo-estremismo che sostituisce l’organizzazione con la testimonianza e la rivoluzione con la retorica.
Entrambe le derive conducono allo stesso risultato: l’abbandono della funzione dirigente della classe lavoratrice.
La politica con la P maiuscola non consiste nel commentare la crisi dei partiti; consiste nel costruire il partito capace di guidare democraticamente un blocco storico di trasformazione. Senza questa prospettiva, la protesta rimane spontaneità e il governo diventa amministrazione dell’esistente.
La via nazionale nell’internazionalismo
Parlare oggi di via nazionale al socialismo non significa chiudersi dentro i confini geografici. Significa comprendere che ogni processo rivoluzionario nasce da condizioni materiali specifiche, pur appartenendo a un medesimo orizzonte internazionalista.
Per l’Europa questo implica una riflessione nuova. La classe lavoratrice italiana, francese, spagnola o tedesca condivide ormai uno spazio economico e politico comune. La costruzione del partito rivoluzionario deve quindi saper coniugare radicamento territoriale e visione continentale, facendo dell’internazionalismo non una formula astratta, ma una pratica concreta di organizzazione.
È precisamente questa la lezione che unisce Lenin, Gramsci e Togliatti: il partito è avanguardia perché interpreta le contraddizioni reali della società e organizza le energie popolari in un progetto di emancipazione.
La necessità dell’oggi
La questione decisiva del nostro tempo non è se il capitalismo entrerà in crisi: vi è già entrato. La vera domanda è quale soggetto sarà capace di governare la transizione storica che si apre davanti a noi.
Di fronte alla barbarie della guerra mondiale permanente, al riarmo, alla finanziarizzazione dell’economia e alla distruzione dello Stato sociale, il partito rivoluzionario torna a essere una necessità storica, non una nostalgia del Novecento. Esso deve formare nuovi quadri, costruire democrazia di classe, elaborare cultura critica e trasformare la partecipazione popolare in potere politico.
L’imperialismo attacca Cuba perché teme ciò che Cuba rappresenta: la continuità di una soggettività socialista organizzata. Attacca il Vietnam e la Cina per la medesima ragione. E criminalizza chi, in Occidente, tenta di ricostruire una coscienza comunista.
La funzione storica del partito rivoluzionario consiste dunque nel tenere uniti ciò che il capitalismo vorrebbe separare: teoria e prassi, masse e direzione politica, democrazia e socialismo, memoria e futuro. Perché la storia non cambia spontaneamente. Cambia quando una classe diventa soggetto organizzato della propria liberazione.
Fonte
06/08/2026
Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:
“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.
Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.
Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.
Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.
La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:
- al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
- il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
- in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.
In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.
Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].
In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).
Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.
Note
1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.
2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.
3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.
4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.
5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.
6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.
7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.
8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.
9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.
10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.
Fonte
10/06/2026
Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele
La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”.
Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di fermare i suoi attacchi. Il gruppo di resistenza libanese ha respinto rapidamente le trattative, definendole “assurde, umilianti e offensive”.
Da oltre dieci settimane, Hezbollah ha combattuto il rinnovato assalto israeliano al sud con una guerra di logoramento più snella, affidandosi a droni e a piccole unità specializzate per dissanguare le forze israeliane mantenendo intatta la propria struttura.
Quasi 70 giorni dopo l’ingresso di Hezbollah nella guerra di Ramadan, l’ultimo ciclo di combattimenti esploso nel marzo 2026, si può affermare con cautela ma chiarezza che l’Hezbollah di oggi differisce significativamente dalla forza che Israele ha combattuto nel 2024, almeno per la sua organizzazione militare, la prontezza sul campo di battaglia e la flessibilità operativa.
Questa valutazione si basa sull’andamento dei combattimenti e sulle prestazioni del movimento nella guerra attuale, su un confronto con la Guerra di Supporto (Harb al-Isnad) del 2023 e la guerra dei 66 giorni del 2024, e sull’osservazione diretta sul campo e conversazioni con attori politici, comandanti e combattenti della resistenza all’interno di Hezbollah.
Questa differenza non si limita all’equipaggiamento, alle armi o alle tattiche di combattimento. Indica una riconsiderazione più profonda dei meccanismi di comando, della dottrina di combattimento e del dispiegamento delle forze, e persino delle stesse definizioni di vittoria e sconfitta in guerra.
Ciò che si sta svolgendo oggi nel sud del Libano assomiglia a un graduale processo di ricostruzione e adattamento organizzativo dopo un’esperienza costosa ed estenuante di 30 mesi, dall’8 ottobre 2023 al 2 marzo 2026.
Eppure, mentre i leader libanesi aderiscono a un accordo che disarmerebbe la resistenza senza pretendere nulla dall’occupante, la sua sopravvivenza potrebbe dipendere meno dal campo di battaglia che dalla politica interna e dalla fragilità del Libano stesso.
Una forza ricostruita
Forse la trasformazione più importante risiede nel comando e controllo.
Durante la guerra di 66 giorni, una delle principali debolezze di Hezbollah fu la vulnerabilità della sua catena di comunicazione e la difficoltà di coordinamento tra il quartier generale in comando e le unità sul campo.
In certi momenti, ciò ha portato a interruzioni nel processo decisionale, risposte ritardate e all’abbandono della capacità di combattimento.
Nella recente guerra, tuttavia, le operazioni sono continuate su più fronti contemporaneamente, le prestazioni delle unità sono rimaste senza interruzioni prolungate e il collegamento tra campo di battaglia e quartier generale è stato mantenuto.
Ciò indica che Hezbollah ha, in larga misura, ristrutturato con successo i suoi meccanismi di comunicazione e comando.
Anche sotto forte pressione e attacchi pesanti come quelli dell’8 aprile 2026, l’organizzazione militare non è crollata e la catena di comando è riuscita a preservarne la coesione.
Un segno importante di questa trasformazione è un controllo efficace del fuoco, la rotazione ordinata delle forze, la consegna delle armi alle posizioni in prima linea e persino la raccolta offline e la pubblicazione continua di filmati di battaglia delle unità in azione.
A differenza del periodo precedente, quando i movimenti delle truppe venivano talvolta interrotti dalla pressione bellica, questi processi ora sembrano seguire orari prestabiliti e schemi predefiniti.
Nel nuovo modello, l’obiettivo principale non è saturare il campo di battaglia di uomini, ma preservare invece un certo livello di efficacia in combattimento e prevenire l’attrito delle forze operative.
Un fattore chiave dietro questa trasformazione sembra essere la politica della nuova leadership di Hezbollah di una maggiore centralizzazione nel comando militare: ridurre le decisioni multilivello, dare potere ai comandanti più giovani e motivati, monitorarli da vicino e tenerli responsabili delle loro missioni.
Inoltre, ci sono diversi indizi che Hezbollah, avendo imparato dalle esperienze della Guerra di Supporto e della guerra dei 66 giorni, abbia trasformato radicalmente la struttura della sua organizzazione militare.
In precedenza, ogni comandante deteneva un certo grado di autorità e discrezionalità. Quell’assetto aveva i suoi vantaggi, ma rallentava anche le decisioni quando la velocità contava di più. Il movimento ha ora concentrato l’autorità sotto un comando unificato, che può accelerare decisioni critiche e proteggere la coesione del comando.
Allo stesso tempo, e apparentemente in contraddizione con questo, Hezbollah ha ridotto la dipendenza delle unità di campo dal quartier generale centrale e ha concesso ai comandanti di medio livello maggiore autorità operativa, permettendo loro di prendere decisioni in base alle condizioni del campo di battaglia.
Non si tratta solo di un aggiustamento tattico; piuttosto, riflette una nuova comprensione della guerra contemporanea.
Qualità più che quantità
In una lunga guerra di logoramento contro un nemico che domina l’aria e prende costantemente di mira forze e infrastrutture, l’organizzazione più efficiente è quella che può preservare la propria efficacia in combattimento e sostenere il fuoco anche se il comando centrale viene interrotto.
Oggi Hezbollah sembra muoversi verso un modello in cui flessibilità, sopravvivenza e continuità operativa hanno la precedenza sulla centralizzazione assoluta – un progetto in cui la missione ha la precedenza sulla struttura. Ciò ha permesso ad alcune unità di campo di continuare a operare e mantenere il fuoco sotto intensa pressione, senza attendere ordini diretti, agendo invece entro quadri predefiniti.
Una delle lezioni più importanti acquisite da Hezbollah dalla guerra precedente è stata una rivalutazione di come utilizza il personale e le armi. La resistenza sembra aver concluso che un modello basato sull’accumulo di forze, mantenendo una presenza estesa sul campo di battaglia e concentrando potenza di fuoco contro Israele non solo è inefficace, ma può anche essere disastrosamente costoso in termini di vite.
Di conseguenza, il movimento ora dà priorità alla qualità – forze limitate ma specializzate equipaggiate con armi precise ed efficaci – rispetto alla quantità. In questa logica, idad, ovvero la preparazione, conta più del tadad, cioè i numeri.
Qualità, abilità, resistenza ed efficacia operativa hanno avuto il sopravvento rispetto alla pura forza numerica e all’inondazione del campo di battaglia di unità.
È proprio per questo che il peso principale della guerra attuale ricade sulle unità di droni, sulle forze missilistiche, sulle unità anti-carri armati e sulle emergenti unità di droni guidati via fibra ottica (FPV).
A differenza del periodo precedente, Hezbollah non favorisce più il dispiegamento su larga scala di uomini nelle zone di combattimento. Preferisce mantenere la maggior parte delle sue forze – in particolare fanteria e unità non specializzate – in riserva, sia per limitare le proprie perdite sia per colpire più efficacemente in profondità nel territorio nemico.
Una guerra di logoramento
Il cambiamento più radicale, però, potrebbe riguardare la dottrina del combattimento.
Nella guerra del 2024, il principio centrale era difendere il territorio e bloccare qualsiasi avanzata nemica a qualsiasi costo, anche con pesanti perdite. Oggi, i segnali suggeriscono che Hezbollah si sia spostato verso una logica diversa, imponendo costi continui al nemico con ogni mezzo possibile.
Questo approccio, incentrato sull’attrito graduale e sull’aumento delle perdite nemiche, riflette una ridefinizione della vittoria e della sconfitta sul campo di battaglia. Impedire al nemico di consolidare la propria posizione ora conta più che impedire l’occupazione temporanea del territorio.
Dal punto di vista attuale di Hezbollah, quindi, perdere parte del territorio potrebbe non significare necessariamente sconfitta e umiliazione. Ciò che conta ancora di più è che il nemico non riesce a consolidare la propria presenza e rimane esposto a un logoramento continuo.
Secondo questa logica, anche la caduta completa dell’area a sud del fiume Litani non equivalerebbe necessariamente a una sconfitta strategica definitiva.
Un tale esito sarebbe senza dubbio doloroso e costoso per Hezbollah, sia psicologicamente che politicamente. Ma, proprio come negli anni ’80 e ’90, potrebbe allo stesso tempo aumentare la legittimità sociale della resistenza anti-occupazione, ridurre la pressione interna sul movimento e creare le condizioni per una lunga e costosa guerra di logoramento contro Israele, costruita attorno a un modello FPV-drone.
In una dottrina del genere, i droni FPV avrebbero avuto il ruolo che un tempo avevano le operazioni di martirio degli anni ’80 e ’90.
Accanto a questi cambiamenti strutturali, la guerra ha portato una ripresa marcata e tangibile nel morale sia delle forze sul campo sia nella base sociale della resistenza.
Tra la guerra dei 66 giorni e il conflitto attuale, i combattenti di Hezbollah e la sua base di supporto in Libano affrontarono una serie di pressioni psicologiche e reputazionali: un senso di fallimento nella Guerra di Supporto, le pesanti perdite della guerra di 66 giorni, l’uccisione di centinaia di membri di Hezbollah durante i 15 mesi di cessate il fuoco e la rabbia e la disillusione seguite all’assassinio della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.
Eppure questi stessi fattori sembrano essere diventati fonti di motivazione per la base e i quadri di Hezbollah, e una fonte di pressione dal basso sul comando affinché rientrasse in guerra con Israele.
Parallelamente, i risultati visibili della ricostruzione dell’organizzazione militare sul campo di battaglia – non ultimo attraverso le riprese con droni FPV pubblicate da Hezbollah – hanno contribuito a ristabilire la fiducia in sé stessi e a sollevare il morale e la resilienza sia della sua base sociale che della sua struttura.
Nonostante tutti questi progressi, la principale minaccia che Hezbollah affronta oggi non è necessariamente il campo di battaglia in sé, ma piuttosto la fragile situazione interna del Libano.
La crisi dei rifugiati e le sue conseguenze economiche e sociali, insieme agli sforzi di alcuni attori interni – incluso l’attuale governo libanese – di infiammare le tensioni politiche e settarie, potrebbero minare le prestazioni di Hezbollah sul campo di battaglia e la sua capacità di sostenere una guerra di logoramento di successo.
Quindi, sebbene i segni dell’adattamento e della ricostruzione di Hezbollah sul campo di battaglia siano chiari, la durabilità di questa situazione dipenderà in ultima analisi dalle dinamiche dell’ambiente interno del Libano – un ambiente che potrebbe, alla fine, rivelarsi più decisivo del fronte di guerra stesso.
09/06/2026
Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!
Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.
Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.
L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.
L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.
Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.
Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.
I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.
Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.
Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.
Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it
Fonte
03/06/2026
Iraq - Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa
La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che colpisce le organizzazioni di massa, i sindacati, i movimenti femministi e gli organismi studenteschi, estendendosi ulteriormente fino ad abbracciare il coordinamento tra le stesse forze di sinistra.
Questo non è un problema esclusivamente iracheno; è, piuttosto, un fenomeno ricorrente in contesti comparabili, che trova la sua espressione più nitida ed evidente nell’esperienza irachena.
Dalla necessità storica alle domande sul rinnovamento
I regimi autoritari hanno generato condizioni soffocanti che hanno spinto le forze di sinistra ad adottare forme organizzative fortemente centralizzate sotto il peso della repressione e della persecuzione, producendo un approccio basato sulla costruzione di sindacati e organizzazioni di massa clandestini, e talvolta semipubblici, strettamente legati alle formazioni politiche, a scapito della loro indipendenza e della loro capacità di abbracciare settori sociali più ampi.
L’equità impone di riconoscere che questo approccio non era errato in termini assoluti. In determinate fasi storiche ha svolto un ruolo fondamentale che non può essere negato, quando la centralizzazione organizzativa era una necessità imposta dalla realtà repressiva e dal bisogno della lotta di mantenere la coesione e proteggere i propri quadri.
Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo sostanziale, e con essi i meccanismi del pensiero popolare e dell’azione di massa nell’era della rivoluzione digitale. Le masse di oggi, in particolare le nuove generazioni cresciute in una cultura di accesso immediato all’informazione, organizzazione orizzontale, trasparenza e partecipazione diretta al processo decisionale, non accettano più di essere mero materiale di mobilitazione al servizio di un’agenda partitica concreta, per quanto sincere siano le sue intenzioni.
Per questo motivo, il presente documento intende suscitare un dibattito serio sulla revisione del modello del “sindacato subordinato e dell’organizzazione di massa fedele”, e sull’esplorazione di un modello alternativo.
Dai legami organici all’indipendenza
Dopo il 2003, la maggior parte delle formazioni di sinistra si è adoperata per mantenere e costituire i propri sindacati, federazioni e organizzazioni. Ciò ha condotto in molti casi a una proliferazione di organizzazioni e sindacati all’interno dello stesso settore, e in alcuni casi ha persino raggiunto il punto di duplicare le organizzazioni all’interno dello stesso partito, generando un panorama di massa caratterizzato dalla dispersione delle energie, da una molteplicità di nomi e da una reale efficacia che andava riducendosi sul campo.
Un sindacato strettamente legato a una formazione specifica trova genuina difficoltà nell’accogliere i lavoratori in tutta la loro diversità intellettuale, nazionale e religiosa, cosicché la sua sfera d’influenza si restringe e rimane confinata a un segmento particolare. Un’organizzazione femminista legata a un partito concreto ha difficoltà ad attrarre donne di diversa provenienza politica. Un sindacato studentesco si trasforma gradualmente in un’arena di scontri partitici, dove gli studenti perdono il proprio spazio indipendente.
Un’esperienza personale vissuta nell’estate del 1992 rivela la profondità di questo problema. Quando ci riunimmo con compagni di sinistra e disoccupati per costruire un sindacato dei disoccupati nella Regione del Kurdistan, il primo disaccordo sorse intorno alla stessa dichiarazione fondativa.
Alcuni compagni proposero una dichiarazione satura di espressioni ideologiche di sinistra come imperialismo e socialismo. Non fui d’accordo con loro e sostenni che ciò che stavamo cercando di costruire era un sindacato per tutti i disoccupati, di ogni convinzione e orientamento, non un sindacato esclusivamente per i disoccupati della sinistra. Quella domanda fondamentale posta nell’estate del 1992 rimane ancora oggi al cuore stesso del problema che stiamo discutendo.
La debolezza del coordinamento e le sue ripercussioni
Esiste un paradosso doloroso degno di riflessione: la sinistra innalza lo slogan dell’unità delle masse lavoratrici, mentre questo approccio organizzativo ha condotto involontariamente alla dispersione degli sforzi e all’indebolimento del movimento sindacale e di massa sul campo. La frammentazione di massa che osserviamo nel panorama sindacale riflette, in parte, una frammentazione politica precedente che si è manifestata nella proliferazione delle formazioni di sinistra e nella divergenza delle loro posizioni, una divergenza che è naturale e legittima in sé.
La complessa situazione irachena, regionale e mondiale accoglie diverse interpretazioni di sinistra; tuttavia, quando questa divergenza si trasforma in conflitto e risentimento che indebolisce l’azione collettiva, proietta la sua pesante ombra sull’intero spazio di massa.
Allo stesso modo, l’assenza di coordinamento ha prodotto un modello di competizione all’interno dello stesso circolo di massa anziché un’espansione verso nuovi settori sociali. La mappa di massa è rimasta limitata nella portata nonostante la molteplicità delle organizzazioni, perché questa molteplicità non ha sempre condotto a una divisione del lavoro e all’interpellanza di strati diversi; al contrario, ha condotto alla sovrapposizione e alla ripetizione all’interno dello stesso terreno.
Lezioni da esperienze sindacali efficaci
Le esperienze storiche e contemporanee rivelano che i sindacati progressisti indipendenti ed efficaci sono stati spesso un fattore fondamentale nel cambiamento sociale e politico, e che la loro forza non derivava dai loro legami con questo o quel partito, bensì dal loro genuino radicamento nelle loro basi operaie e di massa.
In Tunisia, l’Unione Generale Tunisina del Lavoro ha svolto un ruolo centrale nell’abbattimento della dittatura nel 2011, ed è stato il suo peso di massa, profondamente radicato in ampi settori di lavoratori, a conferirle quel potere negoziale che i partiti politici nel loro insieme non erano riusciti a esercitare.
Nel Sudafrica, il Congresso dei Sindacati del Sudafrica (COSATU) ha dimostrato che un sindacato indipendente e forte può essere contemporaneamente un fronte per la difesa dei diritti dei lavoratori e una piattaforma per la lotta per la dignità umana senza dissolversi in alcun partito politico.
In Brasile, un movimento sindacale indipendente si è evoluto fino a dare origine al Partito dei Lavoratori, che è giunto al potere, un modello non comune di costruzione di una vera forza politica a partire dal lavoro sindacale di base.
In Danimarca, i partiti di sinistra lavorano all’interno della Confederazione Sindacale Danese esistente e ne rafforzano gli orientamenti progressisti dall’interno, guadagnando un’influenza sociale più profonda di quanto avrebbero ottenuto limitandosi a guidare piccoli sindacati fedeli ai propri partiti.
Le sfide strutturali
Ai precedenti si aggiungono sfide strutturali più profonde. La più rilevante è la natura rentista dell’economia irachena: secondo il Rapporto dell’Articolo IV del FMI sull’Iraq 2025, il petrolio costituisce circa il 90% delle entrate del bilancio pubblico, il che significa che la maggior parte dei lavoratori manuali e intellettuali sono dipendenti pubblici legati allo Stato da un rapporto di dipendenza diretta che limita il margine della loro organizzazione indipendente.
Ciò è risultato chiaramente evidente durante le proteste dell’ottobre 2019, quando i sindacati si sono rivelati incapaci di convertire lo slancio della piazza in scioperi organizzati, perché i lavoratori si sono trovati di fronte a una dolorosa equazione: protestare e sopportarne le conseguenze professionali, oppure tacere e conservare la propria fonte di sostentamento. La Dichiarazione della Missione del FMI in Iraq 2025 sottolinea ulteriormente la vulnerabilità strutturale dell’economia irachena e il suo impatto diretto sul mercato del lavoro e sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi in modo indipendente.
A ciò si aggiunge il ruolo di alcuni organismi internazionali donatori nella promozione di modelli di “società civile” che evitano di toccare le strutture economiche nucleari e che marginalizzano i sindacati e le federazioni con un orientamento progressista e di classe chiaramente definito. A questo si somma il rafforzamento del fenomeno della personalizzazione, che rende la continuità di un’organizzazione dipendente da individui concreti piuttosto che dalla sua struttura istituzionale.
Verso una sinistra di massa rinnovata
L’assenza di sindacati, federazioni e organizzazioni forti e indipendenti ha indebolito la sinistra in modi che vanno ben oltre quanto è visibile in superficie. Quando sono arrivati i momenti decisivi nella storia delle proteste e delle sollevazioni popolari, la sinistra si è trovata in un doloroso vuoto organizzativo: senza sindacati capaci di convertire le manifestazioni in scioperi organizzati che costringessero le autorità governanti a Baghdad ed Erbil a rispondere, senza un movimento studentesco unificato con una genuina forza istituzionale, e senza organizzazioni femministe di ampia influenza capaci di tradurre la rabbia popolare in rivendicazioni sostenibili. Al posto di tutto ciò, decine di piccole organizzazioni in competizione con coordinamento limitato e ricorrenti conflitti organizzativi.
Gli ultimi decenni hanno assistito a cambiamenti fondamentali nel modo in cui le masse pensano e nei metodi attraverso cui si organizzano, cambiamenti che nessuna forza politica seria può permettersi di ignorare. La rivoluzione digitale ha ridisegnato la mappa del potere e dell’influenza, e ha consentito alle reti orizzontali e alle iniziative indipendenti di raggiungere una presenza di base ampia in tempi record.
I movimenti di protesta, dalle piazze dell’Iraq e della Regione del Kurdistan ai movimenti di giustizia sociale in tutto il mondo, hanno dimostrato che l’organizzazione orizzontale e flessibile è in grado di generare un’enorme energia mobilitatrice che le strutture rigidamente centralizzate non riescono ad eguagliare.
La vera unità nella pratica
Il cammino verso la vera unità nella pratica passa attraverso due vie complementari, nessuna delle quali può sussistere senza l’altra.
Prima Via: il lavoro sindacale e di massa
La partecipazione collettiva nella costruzione di sindacati, federazioni e organizzazioni di massa progressiste, indipendenti e potenti che riuniscano tutti a prescindere dalle loro appartenenze intellettuali, nazionali, religiose o partitiche, attorno ai loro interessi comuni e alle loro rivendicazioni vitali. In seno a queste organizzazioni indipendenti, gli uomini e le donne di sinistra possono contribuire con il meglio di ciò che hanno: i valori della giustizia sociale, la solidarietà e la lotta per la dignità umana e l’uguaglianza.
Seconda Via: il lavoro politico e organizzativo
Il coordinamento e l’azione congiunta a livello partitico e politico attraverso diversificati quadri di alleanza, a livello nazionale o provinciale o intorno a rivendicazioni specifiche, come passi graduali verso la costruzione di un ampio quadro progressista di sinistra, unificato e a molteplici piattaforme, che comprenda tutte le forze di sinistra e progressiste accanto ai sindacati e alle organizzazioni operaie e di massa, sulla base dei punti di convergenza immediati. Cambiare la situazione in Iraq e nella Regione del Kurdistan richiede di mobilitare tutte quelle energie in un unico progetto coerente.
Questo è il significato dell’azione di massa genuina nella nostra era: servire i lavoratori manuali e intellettuali, costruire e unire il loro potere, partecipare al miglioramento delle loro vite e incarnare i valori della sinistra nella pratica quotidiana e non solo nel discorso politico. La forza genuina della sinistra non risiede unicamente nelle sue posizioni intellettuali e nelle sue posture politiche, bensì nella sua capacità di costruire istituzioni progressiste indipendenti di ampia influenza, radicate nella vita quotidiana delle persone e capaci di difendere i loro interessi e diritti, convertendo le loro energie sociali in una genuina forza di cambiamento che apra la strada all’alternativa socialista democratica.
Fonte
27/01/2026
Le reti di risposta rapida di Minneapolis
È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Ho pensato di tradurlo in italiano e di metterlo a disposizione, perché credo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre, di città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.
Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà.
Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.
Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti.
Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.
Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.
L’onda
Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze.
Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.
In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti.
I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema di “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.
Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE.
Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.
Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.
Contro-sorveglianza
Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.
Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.
Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.
L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.
Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.
Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:
1) Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
2) La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
3) Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.
Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.
Come funziona
Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal. Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe.
Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.
Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.
Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.
“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita”.
Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo.
Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.
Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.
Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.
Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.
Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.
Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.
“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”
La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.
Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.
Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada.
Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.
Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.
Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento.
L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.
Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara
Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.
Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte.
Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.
I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere.
Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo.
Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento.
L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.
Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.
Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.
Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.
La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.
Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.
Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.
Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.
Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.
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