Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/11/2026

Dopo il 30 ottobre: che fare?

Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.

Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un’anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.

Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.

Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”; le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.

La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.

L’USB e le organizzazioni – da Potere al Popolo a organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta – che hanno sostenuto il percorso verso lo sciopero generale del 30 ottobre con la propaganda di strada, con le iniziative politiche nei territori e in scuole e università, con i propri canali di comunicazione, con le assemblee territoriali ed i pre-concentramenti per le manifestazioni, hanno stabilito una connessione sentimentale con una parte non trascurabile delle classi subalterne. E questo è un fattore che il centro-sinistra è stato assolutamente incapace di praticare in questi anni, così come hanno fatto sia CgilCislUil che le residuali realtà di quello che fu il cosiddetto movimento antagonista.

Ma di questo non vi è traccia nella politica ufficiale e negli organi di informazione che hanno invece ripuntato i propri riflettori ancora una volta sul Palazzo. Un milione di persone che scende in piazza apertamente contro il governo non ha suscitato la stessa morbosa attenzione di qualche vetrina spaccata o di presunta emergenza artefatta sull’ordine pubblico.

Ma quello rappresentato dalla gran parte dei mass media è solo il “Paese Legale” dove il circo mediatico, tranne rari momenti, è talmente distaccato dalla realtà che distorce pervicacemente, o ben presto rimuove, passando in fretta ad altro.

Se costoro prestassero attenzione ai discorsi in un bar, in un autobus, in un mercato o su un treno di pendolari, darebbero associazione sovversiva, istigazione a delinquere o banda armata a mezzo Paese!

Ed invece c’è stato il Paese reale che ha rotto la pace sociale rispondendo in massa all’appello di un sindacato di classe come l’Unione Sindacale di Base, vedendo in questa esperienza sindacale uno strumento di organizzazione e lotta reale contro guerra e carovita.

Un passaggio che in parte avevamo visto anche l’anno scorso quando l’USB si era fatta conoscere ai molti non solo come sindacato combattivo e di classe, ma anche come principale vettore della lotta contro la complicità del nostro governo con il genocidio palestinese ed in appoggio all’azione internazionale ed internazionalista della Global Somud Flottilla.

All’appello dello scorso anno era mancata ancora una parte importante della classe lavoratrice, a eccezione di alcuni settori come il comparto dell’istruzione e del Pubblico Impiego e alcuni segmenti decisivi della logistica come i portuali. Questa volta invece la risposta c’è stata anche nei bastioni della rappresentanza sindacale della Cgil.

Una parte importante dei giovani che avevano affollato le piazze dello scorso autunno per la Palestina, hanno anche iniziato a conoscere due organizzazioni studentesche come OSA e Cambiare Rotta che il 30 ottobre hanno chiamato una sessantina di riuscitissime piazze attivandosi affinché lo sciopero generale riuscisse anche nelle scuole e università che si sono svuotate.

Queste organizzazioni studentesche con le proprie parole d’ordine, erano state la cifra dello sciopero della scuola dello scorso 16 febbraio e delle occupazioni studentesche. Parole d’ordine chiare, semplici e condivise: soldi alla scuola e non alla guerra, netta opposizione ai provvedimenti razzisti del Ministro dell’Istruzione e alla re-introduzione alla leva militare. In pratica gli stessi punti della piattaforma alla base del primo sciopero studentesco coordinato a livello europeo convocato per il prossimo 20 novembre,

Organizzazione sindacale e organizzazioni studentesche, hanno dimostrato una capacità di mobilitazione che è andata oltre i propri perimetri organizzativi di radicamento, con la capacità di parlare alla pancia profonda di lavoratori e lavoratrici, così come di studenti e studentesse, ponendosi come punti di riferimento, potremmo dire come “avanguardia” in senso figurativo come descritto dal dizionario Treccani: “Essere in testa, procedere con maggior impegno e con più decisione degli altri, assumendosi anche funzioni di guida”.

Anche Potere al Popolo occorre riconoscere che è stato bene nella partita di questo sciopero generale.

Nonostante una legge elettorale liberticida che difficilmente – se non per un precoce annullamento da parte della Corte Costituzionale – gli permetterà di andare alle elezioni politiche il prossimo anno, è stata l’unica forza politica a rispondere con una iniziativa nazionale – il 3 ottobre scorso – alla torsione autoritaria accelerata dall’attuale esecutivo anche sul fronte della rappresentanza. Potere al Popolo ha appoggiato sin da subito ed in maniera convinta lo sciopero generale convocato dall’USB, indicando nella “sfiducia popolare” la strada da percorrere contro l’attuale esecutivo e contribuendo a costruire sui territori lo sciopero stesso.

Potremmo dire che un blocco politico indipendente ha affiancato un sindacato che ha ampliato con uno sciopero generale la seconda giornata di mobilitazione internazionale dei portuali contro il traffico di armi e la guerra. Indubbiamente è stata una sfida che ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo intuendo che oltre ad essercene la necessità c’erano anche le condizioni, anzi l’urgenza.

E questo ha fatto sì che quello in Italia fosse solo il primo sciopero generale – in ordine di tempo – insieme a quelli proclamati in Francia il 5 novembre ed in Spagna l’11 novembre specificatamente contro caro-vita e guerra. Una dimensione europea del conflitto che ormai si dà di fatto e non per giaculatorie senza costrutto, perché passa tramite l’organizzazione concreta dei passaggi, della costruzione e della gestione.

Il 30 ottobre è stato un giorno di sfiducia popolare in cui le classi popolari hanno votato con i piedi marciando contro il governo del caro-vita e della guerra in decine di città, grandi, medie e piccole.

Da questo bisogna trarne le dovute conseguenze.

In primis la “pace sociale” si è rotta con la forza del conflitto di classe organizzato da un sindacato combattivo ed il supporto di un blocco politico e sociale indipendente in grado di interpretare le esigenze delle persone. Lo ha fatto mobilitandosi contro il governo, in un clima mutato che l’opposizione parlamentare ed il sindacalismo ad essa subordinata non sanno e non vogliono cogliere fino in fondo, mentre le latrine neo-fasciste – da quelle in parlamento a quelle dell’ex generale della Folgore – stanno scommettendo sulla marea montante delle forze dell’estrema destra in Europa.

Si è rotta poi la “gabbia ideologica” della passività sociale figlia della rassegnazione, che è stata per anni il principale prodotto culturale della sconfitta del comunismo novecentesco – in Europa – e del movimento operaio occidentale.

Infine, ma non per importanza, si è rotto anche un corollario ideologico – frutto dello stesso processo di riflusso – che ha inquinato per troppi anni il dibattito politico anche nelle file della cosiddetta sinistra radicale, disarmando le classi popolari e demonizzando il concetto di organizzazione rivelatosi invece decisivo.

Ciò che stiamo sperimentando, e il 30 ottobre ne è stata la rappresentazione plastica, è il fatto che in una società fluida i corpi solidi sono l’unica chance di invertire i rapporti di forza ed un’ancora di salvezza per le classi subalterne.

Lo sciopero generale e le manifestazioni del 30 ottobre sono state una “scuola politica” anche per le giovani generazioni, le quali hanno verificato come il consenso popolare, l’organizzazione e la determinazione rendono praticabile l’obiettivo, e rendono anche molto più impegnativa la risposta muscolare degli apparati dello Stato, che probabilmente non vogliono più fare i “fusibili” e la carne da cannone per un governo a scadenza ravvicinata.

Il 30 ottobre costituisce una data per cui c’è “un prima” ed un “dopo”, soprattutto se sarà il punto d’appoggio e di partenza per una campagna generale proprio sui temi su cui una parte importante del blocco sociale ha scioperato ed è scesa in piazza, colmando l’inconsistenza delle forze di opposizione e contrastando i cani da guardia della reazione neofascista.

Per rafforzare questo movimento reale c’è bisogno di irrobustire le organizzazioni che l’hanno reso possibile ed allargare lo spettro della cooperazione su alcuni obiettivi politici comuni, praticabili grazie alla forza sociale che si sta sviluppando.

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27/10/2026

Sciopero generale del 30 ottobre. Sostenere la classe lavoratrice contro imperialismo, guerra e carovita!

Da oltre 100 porti sparsi in tutto il mondo alle maggiori città d’Italia, il 30 ottobre saremo al fianco della classe lavoratrice che sciopererà e scenderà in piazza contro l’imperialismo, la guerra e il carovita.

Quello dei portuali è uno sciopero “storico” perché non è mai accaduto che la categoria incrociasse le braccia sulle banchine in maniera così estesa.

Questa iniziativa si pone in continuità con la precedente mobilitazione del 6 febbraio che ha riguardato sostanzialmente i porti del bacino Mediterraneo.

É uno sciopero con al centro delle rivendicazioni politiche generali come il traffico di armi e le aggressioni imperialiste a vari popoli, da quello palestinese a quello cubano, e parla direttamente a tutte quelle componenti della classe lavoratrice che la conversione bellica vorrebbe trasformare in tante ruote dentate del complesso miliare-industriale.

È un atto di “obiezione di coscienza collettiva” che si intreccia con le questioni più strettamente legate alla ristrutturazione produttiva del settore.

L’azione dei portuali, che è l’architrave dello sciopero del 30 ottobre proclamato da USB, parla anche al resto della società in particolare a quella gioventù che da settembre sta scendendo in strada contro le politiche del nostro governo, che toglie soldi alla scuola per darli alla guerra ed ha dichiarato una vera propria guerra alle nuove generazioni che in classe sperimentano una scuola prigione e fuori delle città caserma specie se vengono da un background migratorio.

Troppo giovani per votare, ma non per conoscere il carcere minorile, se si rivoltano oltre ai manganelli, i lacrimogeni e gli idranti.

Siamo sicure che importanti porzioni di studenti ed operai, figli della stessa rabbia, svuoteranno le aule e i posti di lavoro e riempiranno le strade e le piazze delle nostre città!

La crisi del Modo di produzione capitalista, infatti, morde le tasche di chi vive del proprio lavoro anche nel cuore della cittadella imperialista europea. Giovani, studenti, lavoratori, donne e immigrati stanno rispondendo in tutto il continente – dal Portogallo alla Grecia – con ripetuti scioperi e manifestazioni di massa contro i rispettivi governi, l’assetto sociale e istituzionale che rappresentano, nonché le politiche che portano avanti.

Il 30 ottobre sarà sciopero generale in Italia. Il 5 novembre sarà sciopero generale in Francia, mentre l’11 novembre sarà il turno della Spagna.

Accanto alle rivendicazioni contro il caro vita emergono – anche a livello simbolico – quelle contro il genocidio in Palestina, la militarizzazione della società e il riarmo, per il diritto all’abitare, all’istruzione e alla sanità pubblica e universale.

In pochi giorni tre scioperi generali in Italia, Francia e Spagna scuoteranno dalle fondamenta l’assetto neoliberale e predatorio imposto dall’Unione europea alla classe lavoratrice continentale, fatto di bassi salari e austerità e seppelliranno la narrazione che l’estrema destra che si pone a governare buona parte del continente sia una risorsa – e non una dannazione – per le classi popolari.

Con la nuova rottura della pace sociale nel nostro paese, che ha visto anche scendere in piazza, specie al Sud, differenti categorie di lavoratori che hanno storicamente assicurato un bacino di voti alla destra, i neo-fascisti da Vannacci in giù si sono dimostrati per quello che sono: sgherri prezzolati in mano alle classi dominanti e strumenti della reazione.

Ancora una volta, il 30 ottobre l’esempio dei portuali in Italia organizzati nell’USB lancerà al mondo del lavoro e della solidarietà internazionale la sfida di un mondo nuovo e scenderanno in piazza per inviare al governo Meloni l’ennesima mozione di sfiducia operaia e popolare, dopo quelle dello scorso autunno.

L’impennata dei prezzi, causate in ultima istanza dalle guerre scatenate dall’Occidente (Ucraina, Palestina, Iran ecc.), è la miccia che ha fatto esplodere la rabbia sociale accumulata in decenni di tagli e sacrifici, a cui il capitale e la classe dominante che lo rappresenta offre ora la sola prospettiva della guerra generalizzata.

In questo contesto, il compito dei comunisti e delle comuniste è continuare a sedimentare le forze per organizzare il movimento di classe e tutti soggetti disponibili al cambiamento dello stato di cose esistenti, rispondendo con l’organizzazione e la determinazione alla repressione imposta dallo Stato borghese, indicando il Socialismo come unico orizzonte alternativo alla barbarie capitalista, che sta portando il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.

Il 30 ottobre in Italia sarà un momento in cui continuare a costruire l’ipotesi alterativa e indipendente all’altezza della Storia.

Allo stesso tempo sarà sia un momento di “approdo” della rabbia sociale accumulata dai subalterni, sia una tappa fondamentale per rilanciare un movimento organizzato che continui ad incanalare la sete di di giustizia sociale e di pace tra i popoli che è e sarà la più grande risorsa di reale partecipazione democratica per il nostro Paese ed il principale strumento per contrastare gli appetiti autoritari dell’attuale esecutivo.

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19/10/2026

Milano bis, l’ora dei neet

Sta nel nero della pelle
Nella festa collettiva
Sta nel prendersi la merce
Sta nel prendersi la mano
Per tirare i sampietrini
Nell’incendio di Milano
Nelle spranghe sui fascisti
Nelle pietre sui gipponi

La sorpresa sta già nel fatto che ci si riesca a sorprendere. Anche ieri “Milano centro” è stata attraversata da gruppi di giovani che alla fine si sono scontrati con la polizia. La quale – dopo che evidentemente erano stati monitorati i social più utilizzati per la giornata di sabato – fin dalla mattina aveva cominciato a filtrare l’accesso al centro sulla base di due criteri piuttosto indicativi: chi indossava felpe con cappuccio e chi si porta dietro un colore di pelle un po’ diverso.

Scene tra il comico e il tragico, con proteste indignate e ragazzi costretti a sedersi sul marciapiede, perché doveva essere fin troppo ovvio – tranne che per i “pensatori” della repressione – che questi due “segni distintivi” significano assai poco in un paese dove ci si veste secondo mode generazionali (le felpe) e i “negri” sono la speranza di rinascita della nazionale di calcio. Pensa un po’ se avessero fermato Cissé o Thuram...

Nonostante questo “sforzo intellettuale”, com’era intuibile, frotte di ragazzi, spesso minorenni, sono sciamati per ogni dove, fin quando la polizia non ha cominciato a caricare “gruppi dall’atteggiamento sospetto” (praticamente la libertà di caricare chiunque non ti piaccia) e l’avvio di scontri. Totalmente casuali e disorganizzati, accompagnati da qualche saccheggio di negozi “chic”.

Dopo piazza Duomo, il Castello Sforzesco, largo Cairoli e altri luoghi altrettanto “turistici”, ancora a sera c’erano scontri qui e là, con la polizia all’inseguimento di fantasmi.

“Criminali” li ha battezzati la destra al governo. Ma decisamente gentiluomini, visto che per esempio hanno avvicinato un senzatetto e gli hanno regalato diversi vestiti presi dai negozi. Qualcuno li ha anche sentiti dire: “arriva l’inverno, fa freddo, ti devi coprire”.

Mai che un governo, qui, faccia altrettanto. Anzi, proprio ieri a Trieste, il “leghista dissidente” Fedriga ha vietato alle associazioni cattoliche locali di continuare a dare da mangiare agli immigrati bloccati in attesa di una risposta amministrativa (permesso di soggiorno, ecc.).

E veniamo perciò a qualche considerazione politica. Gli oltre 200 ragazzi fermati a Milano – un “campione rappresentativo” di chi è sceso in strada – sono soprattutto minorenni. Difficile costruire su di loro un “format” socio-politico che possa aiutare a dare la colpa a soggetti già noti. Ci provano lo stesso, e abbiamo sentito persino Rosi Bindi straparlare di “guerra ibrida” putiniana, Paolo Mieli criticare il governo per la “mano morbida” della polizia e altre stronzate che non meritano risposta.

Ma resta il fatto: sono ragazzini dei quartieri di periferia, alcuni addirittura sotto i 14 anni. Molti sono italiani “di seconda generazione”, come si dice per indicare i figli di immigrati. E magari sono anche sovra-rappresentati, tra i fermati, “grazie” al criterio razzista con cui la polizia ha esplicitamente operato fin dal mattino.

Giovanissimi, qualcuno va a scuola, qualcuno no. Nei quartieri non è una differenza soggettivamente fondamentale... si vive assieme, tra un muretto, un locale, un cercare di dare un senso alla vita senza un euro in tasca.

Diventa importante solo quando cominciano le mobilitazioni politiche, dove chi va a scuola bene o male può trovare delle soggettività organizzate con un minimo di obiettivo politico. Mentre chi resta fuori – i neet, si dice ancora – non ha neanche quel traino attivistico che contribuisce a dare senso allo stare al mondo.

Ecco, una parte consistente di quel mondo neet è ora entrata in campo. Con i suoi modi – ruvidi, certo, che cazzo vi aspettate? – i suoi desideri minimalisti (la merce che non si possono permettere), la rabbia degli esclusi da tutto e rappresentati da nessuno.

Sono circa un milione e mezzo di ragazzi, in Italia, che vive in questa condizione neet – senza un lavoro, senza andare a scuola, senza star dentro un percorso di formazione qualsiasi – e nessuno li ha fin qui organizzati, rappresentati, messi assieme, “acculturati” politicamente. E magari non gli interessa neanche esserlo.

Ragazzi cresciuti però vedendo poliziotti condividere con gli spacciatori soldi e “roba” o esigere da loro “il pizzo”, magari uccidendone uno ogni tanto (Rogoredo è finita sui giornali, altri casi no). Oppure vedendo macchine dei carabinieri inseguire un paio di amici in scooter fino a schiacciarli contro un palo e tentare di nascondere le prove (Ramy Elgaml, del Corvetto).

Ragazzi che assistono da tre anni a un genocidio in diretta televisiva senza che nessuno abbia granché da obiettare, a parte quel milione sceso in piazza un anno fa e i tanti che hanno animato le manifestazioni per la Palestina. Ragazzi che la violenza – fisica, economica, poliziesca – la vivono sulla propria pelle ad ogni ora del giorno.

Questi ragazzi dovrebbero presentarsi in centro città chiedendo permesso, scusandosi di non esser vestiti abbastanza bene e di non avere i soldi per un apericena?

È chiaro che ci si trova davanti ad un fallimento sociale abnorme. Che la classe politica – tutta, Sala e Piantedosi in prima fila – crede di poter risolvere agitando il bastone, lo spauracchio di pene sempre più alte per reati sempre nuovi, sempre più poliziotti in un paese che ha il record di divise per abitanti.

Ma un fallimento sociale resta, anche se ne metterete in galera migliaia. La “deterrenza” giudiziaria non funziona con chi non ha granché da perdere, visto che sta già perdendo la vita. È un fallimento geneticamente programmato nelle politiche di austerità, nei tagli a qualsiasi servizio sociale, nell’imporre l’arte di arrangiarsi individuale per assenza di tutto.

È un soggetto fuori dai faldoni della polizia, tranne in parte che per quella “di prossimità”, magari. Perché non è un soggetto, ma tanti soggetti quanti sono quei ragazzi. Non ci sono “capi”, al massimo qualche “influencer” che emerge per qualche giorno. Non ci sono obbiettivi, né ovviamente un programma politico che non sia l’elenco dei bisogni primari (un salario per vivere, qualche servizio sociale, un posto nel mondo).

Reprimerli sarà faticoso come schiacciare le formiche una ad una. O magari suicida, mettendo in giro una spaventosa quantità di droga letale, come ai tempi dell’operazione Blue Moon. Che però finirebbe ovunque, anche nelle case della classe politica (se si facesse l’esame antidroga in Parlamento, si dice, non resterebbero a piede libero molti “onorevoli”).

La loro entrata in campo costringe anche chi organizza il conflitto sociale e politico a interrogarsi. Scrivevamo qualche giorno fa che questo potere si è giocato quella parte di generazione che a scuola ci va. E quella parte costituisce il soggetto organizzabile, secondo una visione classica della politica.

Quest’altra parte della stessa generazione è “libera”, nel senso disperante della solitudine capitalistica. Il suo muoversi è allo stesso tempo una potenziale risorsa e un possibile problema, per le forme “eccedenti e incontrollate” che assume.

Il 30 ottobre è vicino. Vediamo come e quanto la “convergenza” delle lotte comincia a farsi strada – con i lavoratori, gli studenti, i senza casa, ecc. – e quanto o come si dovrà fare per realizzarla andando avanti.

Il potere non ci ha capito un tubo, non ha soluzioni da offrire né neuroni capaci di captare l’enormità della valanga che si sta mettendo in moto in tutto l’Occidente neoliberista.

Sta a tutti noi fare meglio...

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13/10/2026

La via del partito nuovo

di Leonardo Bargigli

Un dibattito necessario


L’autocritica rappresenta il primo dovere dei comunisti. Per questo penso che la discussione avviata da Luciano Vasapollo sul partito sia un atto profondamente comunista, che ci impegna a recuperare presenza e partecipazione nella vita politica del nostro Paese, non per quella che vorremmo che sia, ma per quella che è e potrà concretamente essere in futuro.

L’agire dei comunisti deve essere, sopra ogni cosa, pragmatico. Il materialismo dialettico ci insegna che ogni determinazione della natura crea al proprio interno le condizioni per il superamento della propria esistenza attuale e per la nascita di una realtà nuova.

Allo stesso modo, il rinnovamento della società assume forme continuamente diverse, che non seguono schemi predeterminati e sono perciò molto difficili da analizzare e impossibili da prevedere con precisione. Ne deriva che la ricetta per l’azione non può essere sempre la stessa.

Se la storia non si ripete mai, a maggior ragione occorre comprenderne a fondo gli insegnamenti. In una realtà complessa e in continua trasformazione, essa rappresenta una guida insostituibile. Altrettanto importante è la capacità di cogliere ciò che il presente offre alla nostra sensibilità e alla nostra capacità di analizzare, comprendere, immaginare e desiderare.

Socialismo e mercato

Chiunque si professi marxista converrà che, se il socialismo non fosse una tendenza storica reale, i comunisti dovrebbero, per coerenza, cessare di esistere. Interrogarsi oggi sulla possibilità concreta del socialismo non è fuori luogo, soprattutto di fronte a chi vuole imbrigliare il processo storico in un paradigma precostituito.

Molti pensano che il socialismo non possa esistere senza abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, del lavoro salariato e delle relazioni di mercato. In realtà, nessuno Stato socialista ha potuto rinunciare a questi dispositivi sociali; né, verosimilmente, l’umanità potrà farne a meno ancora per molto tempo.

I governi socialisti che hanno provato a cancellare la proprietà privata dei mezzi di produzione hanno conseguito, in molti casi, importanti risultati sul piano economico e sociale, ma hanno fallito, alla lunga, nel compito fondamentale di sviluppare le forze produttive del proprio Paese. Per un marxista non può esistere fallimento più grande.

Al contrario, i governi socialisti che hanno saputo impiegare le forze del mercato hanno portato i propri Paesi a svilupparsi e, in alcuni casi, persino a superare i Paesi capitalisti sotto molti aspetti.

Se non accetteremo di fare i conti con queste evidenze storiche, nessun passo avanti sarà possibile né sul piano teorico né su quello pratico. Non si tratta di elaborare il lutto per le nostre convinzioni continuando, in cuor nostro, a rimpiangere un mondo ideale che arriverà forse tra secoli.

Occorre invece abbandonare la presunzione di avere la ricetta pronta per il socialismo. In particolare, come Europei, dobbiamo ammettere di aver fatto più male che bene nei nostri esperimenti socialisti e, cosa più grave, di non essere stati finora capaci di imparare dagli errori commessi.

Per rimediare, dobbiamo comprendere a fondo la lezione offerta dal movimento comunista extraeuropeo, invece di rinchiuderci in un recinto ideologico e impartire lezioni al resto del Mondo.

Il partito nuovo

Dati i presupposti appena descritti, l’autocritica è indispensabile e benissimo ha fatto Vasapollo a stimolarla.

Oggi più che mai, serve all’Italia una grande formazione politica di massa, che «rompe con gli schemi di un chiuso classismo corporativo, che respinge ogni posizione di massimalismo avventuristico e parolaio, che non vive di mitiche attese», ma «esige nel presente il lavoro per fare delle masse operaie la guida di un grande movimento democratico e rivoluzionario»1.

Secondo Togliatti, il «partito nuovo» doveva lottare per «una democrazia combattiva, che difenda la libertà […] rendendo impossibile ogni rinascita reazionaria, una democrazia che sia attivamente antifascista e antimperialista e perciò veramente nazionale, popolare e progressiva»2.

Chi potrebbe negare l’urgenza di un tale compito nella disastrosa situazione odierna? Oggi come ieri, non si tratta di sostituire un governo con un altro all’interno di compatibilità prestabilite, ma di perseguire la trasformazione in senso progressivo dell’intero sistema economico, sociale e politico.

All’Italia di oggi serve una terza repubblica capace di mantenere le promesse disattese dalla prima, attuando finalmente la costituzione e superando l’esperienza fallimentare degli ultimi quattro decenni. Un obiettivo di questa portata richiede al partito nuovo una politica di coalizione lungimirante, capace di attrarre tutte le forze sane della società italiana, senza altre preclusioni oltre a quelle, invalicabili, dell’antifascismo e dell’antimperialismo.

Richiede, in particolare, di respingere le derive identitarie e di promuovere con coraggio i processi di aggregazione necessari per offrire alla società italiana una prospettiva generale di trasformazione.

Il partito nuovo deve impedire che, come è accaduto in passato, lo scontro politico interno si trasformi in guerra civile. Esistono ragioni di principio contro la violenza politica, che riflettono quelle contro la violenza in generale. A queste ragioni va attribuito un peso particolare, data la pesante eredità storica che portiamo sulle spalle come italiani ed europei.

Allo stesso tempo, i fascisti devono avere chiaro che non troveranno mai gli antifascisti impreparati o inermi. Né il partito nuovo farà mai mancare la solidarietà attiva ai processi di resistenza nel Mondo, fino al giorno in cui i crimini dell’imperialismo e del colonialismo saranno definitivamente giudicati e consegnati alla storia.

Un programma per la pace

Il partito nuovo che serve oggi all’Italia deve ereditare il meglio del passato ma non può esserne un semplice riflesso. Troppo grandi e troppo inedite sono le sfide che il futuro ci pone.

L’Italia sta declinando drammaticamente su tutti i piani, e prima di tutto su quello morale. Il dovere dei comunisti è mettersi al servizio del popolo italiano per aiutarlo a risalire la china. Per fare ciò, è necessario da una parte identificarsi pienamente con le aspirazioni del popolo e, dall’altra, impegnarsi per capire come concretamente esse possano essere soddisfatte, aiutando il popolo a non cadere più vittima dei demagoghi che lo vogliono ingannare. Per questo la guida del Partito è insostituibile, e bene ha fatto Vasapollo a richiamarne l’importanza.

Il primo impegno di una nuova politica deve essere la pace, che è la più preziosa alleata del socialismo e la più grande amica della rinascita economica dell’Italia. La Costituzione sia il faro, senza cercare rotture traumatiche con gli alleati, ma neppure accettando compromessi sui principi di una politica estera che trovi il proprio baricentro nel rafforzamento del sistema multilaterale centrato sulle Nazioni Unite, nella risoluzione negoziata delle controversie internazionali e nel rispetto dei principi di non aggressione e di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi.

Al tempo stesso, è necessario richiamare la comunità internazionale al dovere di saldare quanto prima il proprio debito storico nei confronti del popolo palestinese operando, in coerenza con i principi della carta delle Nazioni Unite, per la fine dell’occupazione sionista della Palestina.

La pace si costruisce sul rispetto del diritto internazionale e sullo sviluppo di relazioni cooperative in ambito economico, politico e sociale tra governi e popoli. Per questo, il partito nuovo comprende che l’internazionalismo consiste oggi nella costruzione di un sistema di relazioni internazionali basato su principi equi e condivisi.

In questo sistema, ogni popolo che rispetti i principi della convivenza comune deve essere libero di scegliere autonomamente la propria strada in ogni campo. Non devono esistere Paesi che guidano altri Paesi, né alleanze militari, aggressioni o sanzioni unilaterali. Il partito nuovo deve improntare i propri rapporti internazionali al rispetto di questi principi e prestare particolare attenzione a non interferire, con la propria azione politica, negli affari interni degli altri Paesi.

La rinascita economica dell’Italia

Un quadro di relazioni internazionali pacifiche e orientate allo sviluppo condiviso rappresenta oggi la base indispensabile per delineare un futuro diverso per il nostro Paese. L’Italia potrà rinascere solo se saprà aprirsi alla cooperazione paritaria tra i popoli.

Ma questo non basterà se non sapremo valorizzare pienamente le capacità dei nostri lavoratori. L’Italia continuerà a declinare finché l’impegno ad apprendere e a lavorare con onestà e dedizione sarà svalutato da un sistema fiscale, normativo e contrattuale che non assicura salari adeguati e condizioni di lavoro dignitose a gran parte dei lavoratori presenti sul territorio nazionale.

Serve giustizia per i lavoratori, e insieme serve una maggiore spinta verso l’innovazione tecnologica, che possa favorire uno sviluppo di qualità e accelerare la transizione ecologica. Finché la nostra economia resterà dipendente da una monocultura turistica, sarà molto difficile creare buoni posti di lavoro per i giovani. Su questa base, è necessario costruire una relazione proficua con quella parte dell’imprenditoria nazionale che rifiuta di sopravvivere parassitando il bilancio pubblico, grazie a privilegi corporativi e a salari sempre più bassi.

Per assolvere ai propri doveri nei confronti delle nuove generazioni, il partito nuovo deve porre al centro della propria politica economica lo sviluppo di forze produttive di alta qualità. Per questo occorre orientare la spesa pubblica a sostegno dell’innovazione, della ricerca pacifica e dei servizi pubblici, garantendo sempre la dignità dei lavoratori che li erogano. Occorre invece tagliare i trasferimenti ingiustificati alle imprese e i sostegni ai profitti dei monopoli privati, in particolare a quelli del complesso militare-industriale, riducendo drasticamente le spese militari.

Al tempo stesso, il partito nuovo deve promuovere la sovranità tecnologica dell’Italia e una ferma politica di regolazione dei monopoli privati. In questi ambiti, il ruolo dell’impresa pubblica, se gestita con criteri di efficienza, è essenziale. L’economia nazionale si rafforza attraverso la concorrenza tra imprese private e imprese pubbliche forti, che perseguano obiettivi di interesse generale senza creare oneri aggiuntivi per il bilancio statale. Tra tali obiettivi rientra prioritariamente la produzione di energia sostenibile e a basso costo.

Il rinnovamento democratico

I finanziamenti più ingenti, da soli, non bastano. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno sarà possibile solo se sapremo dare centralità alla cultura, alla scienza e alla tecnologia in tutti gli ambiti della società italiana, contrastando ogni rigurgito irrazionalista e passatista.

Nel fascismo si concentrano i residui più retrivi del passato, che da decenni ostacolano il rinnovamento della cultura nazionale, e i peggiori vizi morali, che impediscono di immaginare un futuro diverso per il nostro Paese. Il legame tra democrazia progressiva, antifascismo e rinascita economica risulta così evidente. La trasformazione della struttura e della sovrastruttura della società italiana deve procedere di pari passo.

I padri costituenti hanno attribuito rango costituzionale ai partiti che, rendendo effettiva la partecipazione attiva del popolo alla vita politica del Paese, contribuiscono ad attuare il principio democratico dell’autogoverno. Nel quadro della democrazia costituzionale, questo principio deve essere contemperato con il rispetto delle garanzie individuali, ma non può essere svuotato dal peso preponderante di un potere economico concentrato in un numero sempre più ristretto di mani.

La fine della Prima Repubblica ha aperto una crisi profonda e tuttora irrisolta, perché dalle macerie di allora non è emerso un sistema di partiti compiutamente democratico. Al contrario, è seguito un arretramento su tutti i piani. Alla crescente debolezza della partecipazione popolare alla vita politica ha corrisposto la sottomissione del potere politico alle istanze corporative, agli interessi di una grande borghesia nazionale sempre più parassitaria e a quelli dei monopoli esteri.

Nella situazione attuale, i partiti agiscono principalmente in funzione di questi ristretti interessi economici. Per questo è necessaria, prima di tutto, una riforma democratica dei partiti, che li riconduca alla originaria funzione costituzionale. I partiti rinnovati assicureranno la necessaria mediazione tra società civile e macchina statale, accorciando le distanze storicamente ampie, soprattutto nel nostro Paese, tra governanti e governati. Lo Stato italiano cesserà finalmente di operare come un’entità contrapposta alla società.

La rinascita dell’Italia richiede un programma che rafforzi la partecipazione politica e rigeneri la vita democratica e istituzionale. Il partito nuovo potrà sviluppare pienamente la propria azione soltanto all’interno di un quadro politico e istituzionale rinnovato, nel quale le attuali divisioni siano superate ponendo l’intero sistema politico su solide basi antifasciste e antimperialiste.

Una nuova stagione politica

La distanza tra gli obiettivi che dobbiamo porci e la situazione in cui ci troviamo attualmente può apparire scoraggiante. Deve sostenerci, tuttavia, la fiducia che il popolo italiano possa risollevarsi, come ha fatto in passato, dalla difficile condizione in cui è caduto.

In questo momento potrebbe sembrare che le dure lezioni impartite dalla storia siano state completamente dimenticate e che fascismo e razzismo abbiano conquistato il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica. Le mobilitazioni antimperialiste dell’autunno passato e il successivo voto referendario hanno invece dimostrato che nel Paese esiste ancora una maggioranza non disposta a vedere calpestati i valori della repubblica antifascista.

L’attaccamento del popolo alla democrazia rappresenta un argine contro ogni progetto autoritario e può costituire la base per una nuova stagione politica. Non tutto dipende da noi, ma dobbiamo fare al meglio la nostra parte affinché questa stagione diventi realtà.

Note

1 Intervento di Togliatti alla Conferenza dei partiti comunisti e operai di Mosca del novembre 1957, in Problemi del movimento operaio internazionale 1956-1961, 1962, pp. 253-267.

2 P. Togliatti, Partito Nuovo, Rinascita, a. I, n. 4, ottobre-novembre-dicembre, 1944 (in P. Togliatti, Opere Scelte, Editori Riuniti, 1974).

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28/09/2026

Data center in Lombardia, tra conoscenza tecnica, territorio e pianificazione

Il convegno organizzato il 26 settembre all’Arci Bellezza di Milano dalla Rete dei Comitati Stop Data Center ha avuto innanzitutto un merito: mettere nella stessa discussione problemi che, fino a quando vengono affrontati separatamente, possono apparire come conseguenze locali di singoli progetti, mentre assumono un significato diverso non appena vengono osservati nella loro relazione reciproca.

Il consumo di energia e di suolo, la disponibilità di acqua, la dissipazione del calore, le emissioni degli impianti di emergenza e la costruzione delle infrastrutture elettriche necessarie, non appartengono infatti a compartimenti fra loro stagni, ma concorrono tutti a determinare l’impronta che la rapida crescita della capacità di calcolo sta imprimendo sul territorio lombardo.

Anche la struttura della giornata seguiva, non casualmente, questo percorso. Dopo l’introduzione affidata all’attivista Pietro Cataldi, la mattinata ha affrontato gli effetti ambientali e sanitari con Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Fabiana Di Pino, attivista della Rete Stop Data Center; e Sergio Manera, fisico dell’Università di Pavia ed esperto di radioprotezione presso il Laboratorio Energia Nucleare Applicata dell’ateneo.

Nel pomeriggio lo sguardo si è allargato invece alle strategie di localizzazione e alle dimensioni assunte dal fenomeno attraverso gli interventi di Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e componente del gruppo di ricerca ProdAction; Marco Mazzotti, professore emerito di ingegneria di processo al Politecnico federale di Zurigo; ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio.

La parte conclusiva è stata quindi dedicata al confronto tra le differenti realtà territoriali e alla costruzione del coordinamento regionale.

Non si è trattato soltanto di una successione di relazioni, perché procedere dagli effetti del singolo impianto alla distribuzione territoriale dei progetti significa modificare progressivamente la domanda dalla quale si parte. Finché si osserva un solo data center, infatti, è possibile discutere se produca troppo rumore, quanta acqua impieghi, quale terreno occupi o se i sistemi di raffreddamento adottati siano più o meno efficienti, quando invece sulla stessa carta geografica vengono sovrapposti progetti differenti, che insistono sulle medesime reti energetiche e su territori contigui, il problema diventa necessariamente quello dell’effetto complessivo prodotto dalla loro concentrazione.

Uno degli aspetti più riusciti del convegno è stato, in questo senso, l’incontro tra competenze scientifiche ed esperienze maturate nei territori, che ha permesso di sottrarre il confronto tanto a una generica paura della tecnologia quanto alla rappresentazione dei data center come infrastrutture sostanzialmente immateriali.

Dietro la capacità di calcolo ritornano infatti immediatamente la fisica e l’ingegneria. Un data center deve essere alimentato in modo continuo, raffreddato e mantenuto operativo anche in condizioni di guasto, il che significa dimensionare reti, trasformatori, gruppi di continuità, generatori di emergenza e sistemi termici con livelli di affidabilità elevati.

Queste infrastrutture non sono elementi collaterali del progetto, ma fanno parte della condizione stessa che permette alla capacità computazionale di essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.

Sul piano termico il problema appare con particolare chiarezza. Quasi tutta l’energia elettrica utilizzata dall’hardware viene infine convertita in calore e, per quanto sia possibile migliorare enormemente le tecnologie attraverso le quali questo viene trasferito all’esterno, ridurre il consumo dei sistemi ausiliari o recuperarne una parte per altri utilizzi, il bilancio energetico di fondo non scompare. Proprio per questo l’efficienza, pur essendo necessaria, non esaurisce la questione.

L’impiego di sistemi di raffreddamento più performanti permette di dissipare una determinata quantità di calore con minori consumi accessori, mentre il raffreddamento a liquido rende possibile concentrare nei rack potenze assai superiori rispetto alle configurazioni tradizionali ma se l’aumento dell’efficienza consente contemporaneamente di installare una quantità ancora maggiore di capacità di calcolo, la riduzione dell’impatto per unità di potenza non coincide necessariamente con una diminuzione dell’impatto complessivo.

Lo stesso vale per il recupero del calore, spesso indicato come una delle possibili forme di integrazione dei data center con il territorio. Collegare un impianto a una rete di teleriscaldamento può essere tecnicamente sensato, perché consente di utilizzare almeno in parte un flusso termico che altrimenti dovrebbe essere dissipato, ma affinché questo recupero sia effettivo occorrono reti e utenze sufficientemente vicine, temperature compatibili e una domanda capace di assorbire il calore disponibile.

Poiché la produzione termica del data center rimane sostanzialmente continua mentre il fabbisogno di riscaldamento varia fortemente durante l’anno, deve comunque essere prevista la possibilità di disperdere il calore quando non può essere utilizzato.

Più che dimostrare che non esistano soluzioni tecnologiche, questi esempi mostrano quindi la necessità di collocarle nella scala corretta: si può progettare meglio un singolo impianto, ma la tecnologia non può stabilire da sola quale quantità complessiva di capacità computazionale sia opportuno concentrare in una determinata area.

Lo stesso ragionamento riguarda le emissioni dei generatori di emergenza, il consumo idrico e le opere elettriche. Se ogni progetto viene valutato singolarmente, può risultare compatibile con determinati limiti, quando però nello stesso territorio vengono previsti diversi campus (cioè un’area costituita da più “edifici” datacenter), ciò che deve essere considerato è anche la sovrapposizione dei loro fabbisogni, delle sottostazioni e dei cavidotti necessari ad alimentarli, delle emissioni e delle trasformazioni del suolo che li accompagnano.

La questione degli effetti cumulativi, emersa come uno dei temi trasversali della giornata, costituisce perciò il punto nel quale il dato tecnico incontra direttamente quello politico: se l’oggetto da valutare è un sistema territoriale e non più semplicemente un edificio, anche il livello al quale vengono assunte le decisioni deve necessariamente allargarsi oltre i confini del singolo comune.

È qui che il contributo della sessione pomeridiana ha permesso di fare un passo ulteriore. Alice Franchina ha partecipato negli ultimi mesi al lavoro con cui il gruppo ProdAction del Politecnico di Milano ha mappato la localizzazione, le superfici e le potenze dei data center presenti, in costruzione o programmati nell’area metropolitana, cercando di leggere il fenomeno non soltanto come successione di immobili, ma come trasformazione territoriale.

La ricerca del Politecnico ha infatti censito 33 data center attivi nella Città metropolitana di Milano, ai quali si aggiungono strutture in costruzione e numerosi progetti in valutazione, mentre le dimensioni medie dei nuovi insediamenti risultano sensibilmente superiori a quelle della generazione precedente.

Quando la scala passa da impianti relativamente piccoli a campus da decine o centinaia di megawatt, la distinzione tra investimento privato e infrastruttura pubblica diventa progressivamente più difficile da sostenere nella sua forma più semplice, perché la realizzazione dell’investimento presuppone una disponibilità di rete, trasformazioni urbanistiche e opere energetiche che devono necessariamente essere programmate. La pianificazione, insomma, entra nella vicenda prima ancora che qualcuno decida di chiamarla così.

Il problema diventa allora capire da quale punto essa debba partire. Se un progetto da centinaia di megawatt viene assunto come dato iniziale, la discussione consiste inevitabilmente nel determinare quali infrastrutture siano necessarie per alimentarlo, come raffreddarlo, quali risorse possa utilizzare e quali mitigazioni debbano essere previste.

Se si rovescia l’ordine del ragionamento, invece, la prima domanda riguarda la quantità e la funzione della capacità computazionale che si vuole installare, mentre il dimensionamento delle infrastrutture viene soltanto dopo. Da un punto di vista ingegneristico il principio sarebbe persino banale: prima si definisce il requisito e successivamente si dimensiona il sistema necessario a soddisfarlo. Trasferito alla scala territoriale, però, lo stesso principio assume immediatamente una dimensione politica, perché stabilire il requisito significa decidere quale quantità di energia, acqua, suolo e infrastrutture debba essere destinata a una funzione piuttosto che a un’altra.

È precisamente su questa scala che il passaggio dai singoli comitati alla costruzione di una rete regionale rappresenta il risultato più significativo della giornata.

Le mobilitazioni nate nei mesi precedenti hanno necessariamente preso le mosse da situazioni molto concrete: un terreno destinato a cambiare funzione, una sottostazione prevista vicino alle abitazioni, un nuovo elettrodotto, il timore per il rumore o per l’utilizzo delle risorse.

Il convegno ha permesso di mettere in relazione queste esperienze, facendo emergere come problemi apparentemente locali siano spesso parti differenti dello stesso processo. Il manifesto attraverso il quale la rete si è presentata pubblicamente aveva già indicato questa direzione, proponendo che lo sviluppo delle infrastrutture digitali venisse sottoposto a una programmazione capace di considerare insieme interesse collettivo, ambiente, salute, lavoro e diritti delle comunità, anziché lasciare ai singoli territori il compito di confrontarsi separatamente con progetti arrivati spesso a uno stadio già avanzato.

La composizione iniziale della rete comprende realtà provenienti da numerosi comuni lombardi. Il passo compiuto il 26 settembre consiste quindi nel rendere più difficile trattare la crescita dei data center come la semplice sommatoria di vicende comunali indipendenti. Non significa che il convegno abbia prodotto una soluzione già definita alla questione, né che un coordinamento regionale possa sostituire immediatamente la pluralità delle esperienze territoriali; significa però che esiste oggi un luogo nel quale conoscenze, documentazione e pratiche maturate nelle singole vertenze possono essere confrontate, permettendo di osservare il fenomeno nella sua dimensione complessiva.

Finché ogni comunità deve ricostruire autonomamente procedure autorizzative, consumi previsti, opere connesse e caratteristiche tecniche del progetto che la riguarda, il rapporto con operatori e istituzioni rimane inevitabilmente asimmetrico. Mettere in comune queste conoscenze significa invece aumentare la capacità dei territori non soltanto di contestare un singolo impatto, ma di confrontare progetti differenti e riconoscere le dinamiche che li accomunano.

Il confronto milanese ha mostrato inoltre come, una volta allargata la scala, la discussione possa difficilmente fermarsi agli effetti ambientali immediati.

Dietro il raffreddamento compare la quantità di potenza installata; dietro la connessione elettrica compare la programmazione della rete; dietro la scelta del sito compare la destinazione del territorio.

Seguendo fino in fondo questa concatenazione, la domanda iniziale sul singolo impianto conduce inevitabilmente a quella su chi stabilisca priorità e dimensioni dello sviluppo della nuova infrastruttura digitale. Domande alle quali la politica ha difficoltà a rispondere, schiacciata dalle sue contraddizioni e del suo ruolo di “garante della profittabilità”.

Accade così che il tentativo di passerella del consigliere regionale PD Pierfrancesco Majorino abbia visto la piccata risposta, con conseguenti applausi dell’intera sala, di uno dei relatori che gli ricordava come il suo partito a livello nazionale avesse votato con la maggioranza tutte le norme di deregolamentazione.

Il prossimo passaggio di questo percorso è già fissato per sabato 10 ottobre alle 15 a Milano, quando la rete ha convocato una manifestazione regionale contro lo sviluppo incontrollato dei data center.

L’appuntamento era stato previsto nel manifesto insieme alla mobilitazione territoriale del 12 settembre e al convegno del 26, delineando così un percorso che dalle iniziative locali ha portato prima al confronto comune e ora a una mobilitazione regionale.

Il 26 settembre non si è semplicemente aggiunto un altro appuntamento alla lunga serie di assemblee sui singoli progetti: si è cominciato a costruire una scala comune alla quale discuterli.

Ed è proprio questa nuova scala a modificare la domanda.

Non soltanto se un determinato data center posso essere costruito in un determinato luogo, ma quale capacità computazionale debba essere realizzata, quali risorse sia ragionevole destinarle e attraverso quale processo collettivo debbano essere stabilite le priorità.

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Si scrive IA, si legge ristrutturazione produttiva

Il ricco e recente dibattito scaturito intorno alla questione dell’Intelligenza artificiale (IA) non può prescindere, oltre alle legittime domande sul “futuro dell’umanità”, dall’impatto che questa avrà direttamente sul mondo del lavoro e su chi del proprio lavoro vive e trae il proprio reddito.

L’introduzione dell’IA nei processi di lavoro equivarrà, infatti, a una ondata di automazione che allo stato attuale possiamo dire essere appena all’alba di una profonda ristrutturazione produttiva globale, molto probabilmente paragonabile per portata a quella che negli anni Settanta travolse l’industria manifatturiera occidentale, aprendo la strada a quella che sarebbe diventata la “seconda fase della globalizzazione”.

La ristrutturazione produttiva degli anni Settanta

Allora come oggi, la parola d’ordine era “competitività”. Con il salto tecnologico in termini informatici, comunicativi e logistici la produzione venne delocalizzata verso paesi a minor costo del lavoro, dove la deregolamentazione e l’assenza di vincoli ambientali promettevano margini di profitto maggiori. Nel cuore dell’imperialismo, la cosiddetta Rust Belt statunitense divenne il simbolo del declino economico, sociale e culturale.

In Italia, città come Genova o Torino persero il peso politico ed economico acquisito con il boom economico, conoscendo quartieri abbandonati, carenza di servizi e soprattutto una classe operaia che assieme al lavoro perdeva quell’identità collettiva costruita attorno alla fabbrica, che negli anni aveva portato avanti lotte e conquistato diritti, per tutte e tutti.

La ristrutturazione produttiva frammentò la classe sociale, divise i lavoratori e aumentò la disoccupazione, e oggi possiamo confermare che solo parzialmente è stata riassorbita dal settore terziario, a minor salario e garanzie, dando vita a quel “precariato” che da allora non ha mai smesso di espandersi.

L’impatto sul lavoro dell’Intelligenza artificiale

Oggi, con l’IA – a torto a volte chiamata “generativa” – ci troviamo di fronte a un ulteriore salto di qualità. La differenza cruciale è che le mansioni colpite non saranno solo quelle ripetitive e facilmente automatizzabili (l’operaio di linea, per intendersi), ma quelle più strettamente cognitive, complesse e qualificate.

Facendoci aiutare proprio dall’IA (!), secondo uno studio di Coface e dell’Observatoire des Métiers più di un quarto del contenuto lavorativo nel management, nell’amministrazione, nelle professioni creative, nel diritto e nella finanza risulta tecnicamente automatizzabile.

Altri studi affermano che con l’implementazione dell’IA nei processi produttivi circa il 15% dei mestieri avrebbe una soglia superiore del 30% di mansioni automatizzabili, considerata la linea oltre la quale il mestiere si trasforma profondamente.

“Colletti bianchi e blu”, tutti nel mirino dell’IA

I dati confermano che l’esposizione non risparmia i “colletti bianchi”. Un rapporto congiunto ILO-NASK rileva che l’esposizione è cresciuta in ruoli professionali e tecnici come analisti finanziari, sviluppatori web e programmatori. Lo stesso Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, ha dichiarato che “la maggior parte dei compiti dei cosiddetti colletti bianchi – avvocati, commercialisti, project manager, esperti di marketing – sarà completamente automatizzata dall’IA entro i prossimi 12-18 mesi”.

È molto probabile che gli avvocati junior non passeranno più le notti a leggere quaranta clausole contrattuali: l’IA lo fa in pochi secondi. Gli insegnanti vedono già oggi sistemi capaci di valutare elaborati e fornire feedback personalizzati. Il mondo delle “vere” partite IVA – consulenti, professionisti, freelance – usano già l’IA in massa: otto su dieci, secondo un’indagine Fiscozen, con un risparmio medio di oltre 260 ore lavorative all’anno.

La questione di classe

Le conseguenze di classe di questa trasformazione sono facilmente intuibili. L’IA diminuisce la quota di lavoro vivo nel processo produttivo, sposta il valore appropriato dalla parte del capitale, erode la sempre più residua base fiscale costruita sui redditi da lavoro e crea così potenziali nuove tensioni sui sistemi di welfare, già indeboliti da 40 anni di “rivoluzione neoliberale”.

Il nesso “più titolo di studio uguale più reddito e più sicurezza” si indebolisce così in modo ulteriore. La probabile proletarizzazione di ulteriori settori di società fino a oggi garantiti (i 40.000 di Torino del 1980!) aprirà scenari storicamente inediti, che chiameranno a nuova sfida le forze di classe di questo paese e non solo.

Come fare convergere in un’unica proposta politica gli interessi di quel che rimane del proletariato industriale e del prossimo proletariato cognitivo dinanzi ai costi sociali che il capitale si appresta a scaricare sul lavoro? Come ricomporre in questo scenario la frammentazione sociale nei servizi diffusi? Come mettere a sistema il portato di rottura dimostrato dal lavoro migrante in questi anni di fiacca mobilitazione operaia?

Non è un articolo che può rispondere a questa domanda, quanto piuttosto la sperimentazione sul campo di forme di organizzazione all’altezza dei tempi.

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19/09/2026

Una domanda scomoda sulla guerra irrompe nel confronto tra candidati rettori alla Sapienza

Mercoledì scorso come studenti e rappresentanti di Cambiare Rotta, abbiamo partecipato al dibattito tra i candidati alla carica di Rettore della Sapienza. In questi mesi avevamo già denunciato la blindatura del processo elettorale, gestito a colpi di articoli di giornale e incontri istituzionali, dove la partecipazione studentesca viene sostituita dalla burocrazia. Abbiamo scelto di fare tutto il necessario per far arrivare la voce e le rivendicazioni degli studenti, anche a costo di scontrarci con le “regole” della Sapienza.

Dopo l’ultimo mandato Polimeni, segnato da autoritarismo, chiusura, crescente militarizzazione e smantellamento del pubblico, crediamo sia necessaria una svolta profonda. Tra le tante questioni da porre, abbiamo scelto quella che più ha attraversato le lotte studentesche degli ultimi anni: “Siete d’accordo con il boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane e con la rottura dei rapporti con enti e aziende legate all’industria bellica?”

Al momento dell’estrazione, però, la parte della domanda riguardante Israele è stata censurata: dopo tre anni di mobilitazioni, cortei, presidi e boicottaggi accademici nelle facoltà, parlare di Israele in Sapienza è ancora un tabù. Abbiamo quindi preso parola e posto integralmente la nostra domanda, pretendendo risposte nette su un tema rispetto al quale contestiamo da tempo le scelte dell’Ateneo.

Come hanno risposto i candidati? Come ci aspettavamo quasi tutti si sono tenuti molto vaghi aggrappandosi alla retorica della pace e dei diritti umani senza affrontare il nocciolo della questione a riprova del fatto che non ci saranno rettori amici. Crediamo tuttavia siano emersi tre elementi su cui vale la pena ragionare:

1) La governance verticistica di Polimeni ha stufato molti, non solo gli studenti. I candidati si dividono principalmente tra chi rivendica una continuità con la Rettrice e chi ne critica i metodi. Lucidi e Sarto hanno difeso le misure adottate sul tema della militarizzazione, come la riforma del CERT (un comitato consultivo che non ha nessun potere effettivo), il panel dual-use e il bando per ricercatori provenienti da zone di guerra, che ricordiamo assegnò 10 borse su 12 a scienziati israeliani.
D’Urso e Faccini ci sono sembrati i candidati che più si presentano in rottura con i metodi della precedente governance – sarà solo strategia elettorale? – anche se spesso si sono limitati a parlare di “ascolto” della comunità, più che di partecipazione politica e spazi di democrazia diretta.
È ormai chiaro che la lotta alla militarizzazione dell’università è legata a doppio filo alla questione della democrazia interna. Come ha affermato lo stesso Lucidi, unico a dichiararsi apertamente contrario al boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane, questa è una questione politica, non tecnica, come invece continuano a sostenere Carcaterra e Faccini.

2) Questa battaglia la stiamo (lentamente) vincendo. Occupazioni, tende, raccolte firme e mobilitazioni degli ultimi anni raramente hanno ottenuto nell’immediato ciò che chiedevano, anche a causa della repressione che ha cercato di mettere in difficoltà i movimenti. Ma la pazienza, la testardaggine e soprattutto l’organizzazione hanno permesso a un martellamento costante di spostare progressivamente il dibattito e costringere tutti a fare i conti con le nostre rivendicazioni.
I segnali ci sono. Il bando MAECI Italia-Israele è andato deserto. Sapienza non ha rinnovato l’accordo quadro con Leonardo. In tutta Italia si sono registrate dimissioni dal comitato tecnico-scientifico della Fondazione Med-Or. E anche nel dibattito tra i candidati questo cambiamento si è sentito: D’Urso e Faccini hanno dichiarato che non entrerebbero negli organi di aziende legate all’industria bellica; Sarto e Carcaterra hanno riconosciuto l’importanza delle mobilitazioni che hanno portato alla nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Ingegneria, nonostante le resistenze che avevano accompagnato quella battaglia.
Lo stesso è avvenuto a Lettere, che si è espressa a favore del boicottaggio accademico delle istituzioni israeliane. È ancora molto poco, ma sicuramente un riconoscimento del peso che le mobilitazioni hanno avuto.
I movimenti crescono e muoiono, le piazze si riempiono e si svuotano. L’organizzazione è ciò che permette alle lotte di durare oltre il momento della mobilitazione, accumulare forza e inceppare concretamente i meccanismi della guerra dentro le università.

3) La militarizzazione degli atenei è un tema strategico dei prossimi anni. Ancora una volta, la risposta di Lucidi è stata forse la più lucida: dopo un’ora di dibattito su come aumentare di qualche decimo percentuale i finanziamenti pubblici all’università, ha posto con chiarezza una questione politica centrale: il complesso militare-industriale italiano ha risorse e vuole investirle nelle università.
In un contesto segnato dalla fine dei finanziamenti straordinari del PNRR e dall’avvio di ReArm Europe, sulle università si apre quindi una battaglia enorme: chi finanzierà ricerca e formazione, per quali obiettivi e nell’interesse di chi?

Dobbiamo continuare a martellare su questo punto per andare oltre le risposte vaghe dei candidati e strappare impegni concreti per il boicottaggio e contro la militarizzazione. Per questo riteniamo fondamentale costruire il 29 settembre un dibattito pubblico in cui studenti, docenti e ricercatori possano confrontarsi con i candidati su questi temi, come abbiamo chiesto nell’appello unitario.

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17/09/2026

Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile

di Luciano Vasapollo

C’è una domanda che attraversa il nostro tempo e che l’imperialismo tenta accuratamente di cancellare: perché gli Stati Uniti e i loro alleati non attaccano soltanto Cuba, la Palestina, il Vietnam o la Cina, ma colpiscono con tanta violenza l’idea stessa del partito comunista? La risposta è semplice quanto decisiva. Il vero bersaglio non è un governo, ma la possibilità che esista un’alternativa organizzata al capitalismo.

Viviamo nell’epoca della crisi sistemica del capitale: crisi economica, finanziaria, ambientale, energetica e militare. Il capitalismo non riesce più a riprodurre sé stesso se non attraverso la guerra permanente e la distruzione dei diritti sociali. In questo scenario la questione centrale non è soltanto la resistenza dei popoli, ma il soggetto politico capace di trasformare quella resistenza in progetto storico. È qui che ritorna, con straordinaria attualità, la funzione del partito rivoluzionario.

Perché l’imperialismo teme il partito rivoluzionario
Donald Trump e Marco Rubio hanno dichiarato apertamente che il loro obiettivo non è esclusivamente Cuba. La loro offensiva è diretta contro tutto ciò che continua a rappresentare una forma organizzata di socialismo e di potere popolare. L’assedio economico contro L’Avana, il genocidio del popolo palestinese, le sanzioni contro i paesi antimperialisti e persino la criminalizzazione dei movimenti di solidarietà in Europa fanno parte di un’unica strategia: distruggere materialmente e ideologicamente l’ipotesi socialista.

Non è un caso che vengano accusati di terrorismo anche i movimenti che manifestano per la Palestina o per Cuba. L’imperialismo sa che una società può sopportare molte crisi, ma non può tollerare l’esistenza di una soggettività collettiva capace di organizzare il conflitto di classe. Per questo il partito rivoluzionario diventa il nemico principale.

Dove resiste il socialismo

L’esperienza storica degli ultimi decenni offre una lezione che la sinistra occidentale ha troppo spesso rimosso. I processi rivoluzionari hanno retto laddove è esistita una forte direzione politica esercitata da partiti comunisti organizzati. Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista.

Al contrario, molti processi di straordinaria rottura antimperialista in America Latina si sono progressivamente indeboliti. Ecuador, Bolivia e soprattutto Venezuela hanno dimostrato che la conquista del governo non coincide automaticamente con la costruzione del potere. Quando manca un partito rivoluzionario radicato nella classe, la tattica finisce per sostituire la strategia e il compromesso diventa progressivamente capitolazione.

Il problema, dunque, non riguarda il nome del partito, ma la sua funzione storica.

Togliatti e il significato del Partito Nuovo

Per comprendere questa funzione è necessario tornare a Palmiro Togliatti, liberandolo tanto dalla lettura socialdemocratica quanto dalla caricatura settaria. Il “Partito Nuovo” non rappresentava una rinuncia alla rivoluzione, ma il tentativo di tradurre il leninismo nelle condizioni concrete dell’Italia uscita dalla Resistenza.

Nel 1944 Togliatti scriveva su Rinascita che un partito non può liberarsi del proprio passato perché è figlio della propria storia. È una riflessione di enorme profondità politica. Nessuna organizzazione rivoluzionaria nasce dal nulla: vive dell’accumulazione teorica, culturale e morale delle lotte precedenti. Chi recide questo legame con la memoria non costruisce il futuro, ma prepara la sconfitta.

La filosofia della prassi gramsciana diventa allora il terreno sul quale teoria e realtà si incontrano. Il partito non è un apparato elettorale né una semplice coalizione di opinioni. È il luogo in cui l’elaborazione teorica si trasforma in organizzazione della classe e in progetto di trasformazione della società.

Il partito per la costruzione del socialismo: un futuro che non può forzare l’orizzonte

La riflessione di Palmiro Togliatti, anche attraverso lo scritto del 1958, conserva una particolare attualità proprio perché pone al centro una questione che ogni progetto di trasformazione sociale è costretto ad affrontare: quale debba essere la funzione storica del partito politico rivoluzionario. Non si tratta semplicemente di costruire uno strumento elettorale o un’organizzazione capace di rappresentare una parte della società, ma di comprendere il rapporto complesso tra partito, classe, masse popolari e costruzione del socialismo. Il partito, nella prospettiva togliattiana, non può essere separato dal processo storico concreto nel quale agisce: deve essere capace di interpretare i rapporti di forza, di organizzare il conflitto, di costruire coscienza e, nello stesso tempo, di individuare le condizioni materiali attraverso le quali una trasformazione può realmente diventare possibile.

È proprio qui che assume un’importanza decisiva la distinzione tra strategia e tattica. La strategia indica l’orizzonte storico, il progetto generale di trasformazione della società e dei rapporti di produzione; la tattica riguarda invece le forme concrete attraverso le quali, in una determinata fase, si costruiscono rapporti di forza favorevoli al raggiungimento dell’obiettivo. Confondere i due livelli significa correre due rischi opposti e ugualmente pericolosi. Da una parte il riformismo, che finisce per trasformare la tattica in un fine permanente e rinuncia progressivamente alla prospettiva della trasformazione sociale; dall’altra il massimalismo, che pretende di realizzare immediatamente l’obiettivo strategico senza misurarsi con le condizioni reali, con i rapporti di forza e con il livello effettivo della coscienza e dell’organizzazione delle classi popolari.

In questo senso, il problema del tempo storico è centrale. Un progetto rivoluzionario non può “forzare l’orizzonte”, perché nessuna trasformazione profonda può essere semplicemente decretata dalla volontà soggettiva di un’organizzazione politica. La storia non procede secondo calendari prestabiliti. Il compito di un partito rivoluzionario è, piuttosto, quello di preparare le condizioni affinché ciò che oggi appare difficile o impossibile possa diventare domani concretamente praticabile. Significa lavorare nel presente senza perdere la prospettiva del futuro, costruire organizzazione, accumulare forze, sviluppare coscienza politica e sociale, saldare le lotte immediate a una prospettiva generale di cambiamento.

Questa impostazione assume un significato particolare di fronte alla crisi contemporanea della sinistra. La dissoluzione o l’indebolimento delle organizzazioni politiche capaci di rappresentare in maniera autonoma il lavoro, i ceti popolari e le classi subalterne ha prodotto un vuoto che non può essere colmato soltanto attraverso campagne elettorali, leadership individuali o aggregazioni occasionali. La crisi della sinistra non è infatti soltanto una crisi elettorale: è una crisi di funzione storica, di rappresentanza, di capacità organizzativa e, soprattutto, di elaborazione strategica. Per questo torna a essere decisiva la necessità di una funzione politica rivoluzionaria organizzata, capace di ricostruire un rapporto stabile tra teoria e pratica, tra conflitto sociale e organizzazione politica, tra bisogni immediati delle masse e prospettiva di trasformazione.

Il partito, dunque, non può sostituirsi alla classe e neppure pretendere di parlare in suo nome dall’esterno dei processi sociali. Deve essere uno strumento della sua organizzazione e della sua crescita politica. La costruzione del socialismo non può essere ridotta a un atto istituzionale né a una semplice conquista del governo: è un processo storico nel quale cambiano progressivamente i rapporti di potere, le strutture economiche, le forme della proprietà, le relazioni sociali e la stessa coscienza collettiva. Da questo punto di vista, il partito rivoluzionario è chiamato a svolgere una funzione di direzione politica senza trasformarsi in un apparato separato dalla società.

Anche il rapporto tra via nazionale al socialismo e internazionalismo deve essere letto alla luce di questa concezione. La specificità delle condizioni nazionali non significa chiusura nazionalistica. Ogni processo rivoluzionario nasce necessariamente dentro una determinata formazione economica e sociale, con una propria storia, una propria struttura produttiva, una propria composizione di classe e specifici rapporti di forza. Ma nessuna trasformazione socialista può essere pensata oggi come un processo isolato. Il capitalismo è un sistema mondiale e, di conseguenza, anche la risposta delle forze del lavoro e dei popoli deve assumere una dimensione internazionale. La via nazionale non è dunque l’opposto dell’internazionalismo: è la forma concreta attraverso cui una strategia generale di emancipazione si misura con condizioni storiche determinate.

È questo uno degli insegnamenti che la riflessione togliattiana può offrire alla fase attuale. Di fronte alla trasformazione degli equilibri geopolitici, alla crisi del modello neoliberista, alla crescita delle disuguaglianze e alla ridefinizione dei rapporti tra Nord e Sud globale, diventa necessario un soggetto politico capace di leggere la fase senza cadere né nell’illusione riformista di poter modificare il sistema semplicemente amministrandolo, né nella tentazione massimalista di proclamare una rottura immediata priva delle condizioni materiali e organizzative per sostenerla.

La questione, allora, non è scegliere tra gradualismo e rivoluzione, ma costruire una strategia rivoluzionaria capace di attraversare il tempo storico. Significa comprendere che ogni conquista sociale, ogni lotta per il salario, per il lavoro, per la pace, contro la guerra e contro lo sfruttamento, ogni processo di emancipazione dei popoli può diventare parte di un progetto più generale soltanto quando viene collegato a una capacità politica organizzata. Il futuro socialista non può essere imposto all’orizzonte prima che maturino le condizioni per raggiungerlo; ma proprio per questo occorre un partito capace di lavorare affinché quell’orizzonte, anziché allontanarsi indefinitamente, possa progressivamente diventare realtà.

La malattia della sinistra: tattica senza strategia

La crisi contemporanea di molti partiti comunisti nasce da un errore fondamentale: aver trasformato la strategia in tattica. Si rincorrono le emergenze istituzionali, le alleanze elettorali, i compromessi parlamentari e perfino le mode culturali, dimenticando il problema essenziale dell’esercizio del potere.

All’estremo opposto prospera un massimalismo sterile, fatto di parole radicali e di totale impotenza politica. È lo pseudo-estremismo che sostituisce l’organizzazione con la testimonianza e la rivoluzione con la retorica.

Entrambe le derive conducono allo stesso risultato: l’abbandono della funzione dirigente della classe lavoratrice.

La politica con la P maiuscola non consiste nel commentare la crisi dei partiti; consiste nel costruire il partito capace di guidare democraticamente un blocco storico di trasformazione. Senza questa prospettiva, la protesta rimane spontaneità e il governo diventa amministrazione dell’esistente.

La via nazionale nell’internazionalismo

Parlare oggi di via nazionale al socialismo non significa chiudersi dentro i confini geografici. Significa comprendere che ogni processo rivoluzionario nasce da condizioni materiali specifiche, pur appartenendo a un medesimo orizzonte internazionalista.

Per l’Europa questo implica una riflessione nuova. La classe lavoratrice italiana, francese, spagnola o tedesca condivide ormai uno spazio economico e politico comune. La costruzione del partito rivoluzionario deve quindi saper coniugare radicamento territoriale e visione continentale, facendo dell’internazionalismo non una formula astratta, ma una pratica concreta di organizzazione.

È precisamente questa la lezione che unisce Lenin, Gramsci e Togliatti: il partito è avanguardia perché interpreta le contraddizioni reali della società e organizza le energie popolari in un progetto di emancipazione.

La necessità dell’oggi

La questione decisiva del nostro tempo non è se il capitalismo entrerà in crisi: vi è già entrato. La vera domanda è quale soggetto sarà capace di governare la transizione storica che si apre davanti a noi.

Di fronte alla barbarie della guerra mondiale permanente, al riarmo, alla finanziarizzazione dell’economia e alla distruzione dello Stato sociale, il partito rivoluzionario torna a essere una necessità storica, non una nostalgia del Novecento. Esso deve formare nuovi quadri, costruire democrazia di classe, elaborare cultura critica e trasformare la partecipazione popolare in potere politico.

L’imperialismo attacca Cuba perché teme ciò che Cuba rappresenta: la continuità di una soggettività socialista organizzata. Attacca il Vietnam e la Cina per la medesima ragione. E criminalizza chi, in Occidente, tenta di ricostruire una coscienza comunista.

La funzione storica del partito rivoluzionario consiste dunque nel tenere uniti ciò che il capitalismo vorrebbe separare: teoria e prassi, masse e direzione politica, democrazia e socialismo, memoria e futuro. Perché la storia non cambia spontaneamente. Cambia quando una classe diventa soggetto organizzato della propria liberazione.

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06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

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10/06/2026

Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele

La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”.

Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di fermare i suoi attacchi. Il gruppo di resistenza libanese ha respinto rapidamente le trattative, definendole “assurde, umilianti e offensive”.

Da oltre dieci settimane, Hezbollah ha combattuto il rinnovato assalto israeliano al sud con una guerra di logoramento più snella, affidandosi a droni e a piccole unità specializzate per dissanguare le forze israeliane mantenendo intatta la propria struttura.

Quasi 70 giorni dopo l’ingresso di Hezbollah nella guerra di Ramadan, l’ultimo ciclo di combattimenti esploso nel marzo 2026, si può affermare con cautela ma chiarezza che l’Hezbollah di oggi differisce significativamente dalla forza che Israele ha combattuto nel 2024, almeno per la sua organizzazione militare, la prontezza sul campo di battaglia e la flessibilità operativa.

Questa valutazione si basa sull’andamento dei combattimenti e sulle prestazioni del movimento nella guerra attuale, su un confronto con la Guerra di Supporto (Harb al-Isnad) del 2023 e la guerra dei 66 giorni del 2024, e sull’osservazione diretta sul campo e conversazioni con attori politici, comandanti e combattenti della resistenza all’interno di Hezbollah.

Questa differenza non si limita all’equipaggiamento, alle armi o alle tattiche di combattimento. Indica una riconsiderazione più profonda dei meccanismi di comando, della dottrina di combattimento e del dispiegamento delle forze, e persino delle stesse definizioni di vittoria e sconfitta in guerra.

Ciò che si sta svolgendo oggi nel sud del Libano assomiglia a un graduale processo di ricostruzione e adattamento organizzativo dopo un’esperienza costosa ed estenuante di 30 mesi, dall’8 ottobre 2023 al 2 marzo 2026.

Eppure, mentre i leader libanesi aderiscono a un accordo che disarmerebbe la resistenza senza pretendere nulla dall’occupante, la sua sopravvivenza potrebbe dipendere meno dal campo di battaglia che dalla politica interna e dalla fragilità del Libano stesso.

Una forza ricostruita

Forse la trasformazione più importante risiede nel comando e controllo.

Durante la guerra di 66 giorni, una delle principali debolezze di Hezbollah fu la vulnerabilità della sua catena di comunicazione e la difficoltà di coordinamento tra il quartier generale in comando e le unità sul campo.

In certi momenti, ciò ha portato a interruzioni nel processo decisionale, risposte ritardate e all’abbandono della capacità di combattimento.

Nella recente guerra, tuttavia, le operazioni sono continuate su più fronti contemporaneamente, le prestazioni delle unità sono rimaste senza interruzioni prolungate e il collegamento tra campo di battaglia e quartier generale è stato mantenuto.

Ciò indica che Hezbollah ha, in larga misura, ristrutturato con successo i suoi meccanismi di comunicazione e comando.

Anche sotto forte pressione e attacchi pesanti come quelli dell’8 aprile 2026, l’organizzazione militare non è crollata e la catena di comando è riuscita a preservarne la coesione.

Un segno importante di questa trasformazione è un controllo efficace del fuoco, la rotazione ordinata delle forze, la consegna delle armi alle posizioni in prima linea e persino la raccolta offline e la pubblicazione continua di filmati di battaglia delle unità in azione.

A differenza del periodo precedente, quando i movimenti delle truppe venivano talvolta interrotti dalla pressione bellica, questi processi ora sembrano seguire orari prestabiliti e schemi predefiniti.

Nel nuovo modello, l’obiettivo principale non è saturare il campo di battaglia di uomini, ma preservare invece un certo livello di efficacia in combattimento e prevenire l’attrito delle forze operative.

Un fattore chiave dietro questa trasformazione sembra essere la politica della nuova leadership di Hezbollah di una maggiore centralizzazione nel comando militare: ridurre le decisioni multilivello, dare potere ai comandanti più giovani e motivati, monitorarli da vicino e tenerli responsabili delle loro missioni.

Inoltre, ci sono diversi indizi che Hezbollah, avendo imparato dalle esperienze della Guerra di Supporto e della guerra dei 66 giorni, abbia trasformato radicalmente la struttura della sua organizzazione militare.

In precedenza, ogni comandante deteneva un certo grado di autorità e discrezionalità. Quell’assetto aveva i suoi vantaggi, ma rallentava anche le decisioni quando la velocità contava di più. Il movimento ha ora concentrato l’autorità sotto un comando unificato, che può accelerare decisioni critiche e proteggere la coesione del comando.

Allo stesso tempo, e apparentemente in contraddizione con questo, Hezbollah ha ridotto la dipendenza delle unità di campo dal quartier generale centrale e ha concesso ai comandanti di medio livello maggiore autorità operativa, permettendo loro di prendere decisioni in base alle condizioni del campo di battaglia.

Non si tratta solo di un aggiustamento tattico; piuttosto, riflette una nuova comprensione della guerra contemporanea.

Qualità più che quantità

In una lunga guerra di logoramento contro un nemico che domina l’aria e prende costantemente di mira forze e infrastrutture, l’organizzazione più efficiente è quella che può preservare la propria efficacia in combattimento e sostenere il fuoco anche se il comando centrale viene interrotto.

Oggi Hezbollah sembra muoversi verso un modello in cui flessibilità, sopravvivenza e continuità operativa hanno la precedenza sulla centralizzazione assoluta – un progetto in cui la missione ha la precedenza sulla struttura. Ciò ha permesso ad alcune unità di campo di continuare a operare e mantenere il fuoco sotto intensa pressione, senza attendere ordini diretti, agendo invece entro quadri predefiniti.

Una delle lezioni più importanti acquisite da Hezbollah dalla guerra precedente è stata una rivalutazione di come utilizza il personale e le armi. La resistenza sembra aver concluso che un modello basato sull’accumulo di forze, mantenendo una presenza estesa sul campo di battaglia e concentrando potenza di fuoco contro Israele non solo è inefficace, ma può anche essere disastrosamente costoso in termini di vite.

Di conseguenza, il movimento ora dà priorità alla qualità – forze limitate ma specializzate equipaggiate con armi precise ed efficaci – rispetto alla quantità. In questa logica, idad, ovvero la preparazione, conta più del tadad, cioè i numeri.

Qualità, abilità, resistenza ed efficacia operativa hanno avuto il sopravvento rispetto alla pura forza numerica e all’inondazione del campo di battaglia di unità.

È proprio per questo che il peso principale della guerra attuale ricade sulle unità di droni, sulle forze missilistiche, sulle unità anti-carri armati e sulle emergenti unità di droni guidati via fibra ottica (FPV).

A differenza del periodo precedente, Hezbollah non favorisce più il dispiegamento su larga scala di uomini nelle zone di combattimento. Preferisce mantenere la maggior parte delle sue forze – in particolare fanteria e unità non specializzate – in riserva, sia per limitare le proprie perdite sia per colpire più efficacemente in profondità nel territorio nemico.

Una guerra di logoramento

Il cambiamento più radicale, però, potrebbe riguardare la dottrina del combattimento.

Nella guerra del 2024, il principio centrale era difendere il territorio e bloccare qualsiasi avanzata nemica a qualsiasi costo, anche con pesanti perdite. Oggi, i segnali suggeriscono che Hezbollah si sia spostato verso una logica diversa, imponendo costi continui al nemico con ogni mezzo possibile.

Questo approccio, incentrato sull’attrito graduale e sull’aumento delle perdite nemiche, riflette una ridefinizione della vittoria e della sconfitta sul campo di battaglia. Impedire al nemico di consolidare la propria posizione ora conta più che impedire l’occupazione temporanea del territorio.

Dal punto di vista attuale di Hezbollah, quindi, perdere parte del territorio potrebbe non significare necessariamente sconfitta e umiliazione. Ciò che conta ancora di più è che il nemico non riesce a consolidare la propria presenza e rimane esposto a un logoramento continuo.

Secondo questa logica, anche la caduta completa dell’area a sud del fiume Litani non equivalerebbe necessariamente a una sconfitta strategica definitiva.

Un tale esito sarebbe senza dubbio doloroso e costoso per Hezbollah, sia psicologicamente che politicamente. Ma, proprio come negli anni ’80 e ’90, potrebbe allo stesso tempo aumentare la legittimità sociale della resistenza anti-occupazione, ridurre la pressione interna sul movimento e creare le condizioni per una lunga e costosa guerra di logoramento contro Israele, costruita attorno a un modello FPV-drone.

In una dottrina del genere, i droni FPV avrebbero avuto il ruolo che un tempo avevano le operazioni di martirio degli anni ’80 e ’90.

Accanto a questi cambiamenti strutturali, la guerra ha portato una ripresa marcata e tangibile nel morale sia delle forze sul campo sia nella base sociale della resistenza.

Tra la guerra dei 66 giorni e il conflitto attuale, i combattenti di Hezbollah e la sua base di supporto in Libano affrontarono una serie di pressioni psicologiche e reputazionali: un senso di fallimento nella Guerra di Supporto, le pesanti perdite della guerra di 66 giorni, l’uccisione di centinaia di membri di Hezbollah durante i 15 mesi di cessate il fuoco e la rabbia e la disillusione seguite all’assassinio della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.

Eppure questi stessi fattori sembrano essere diventati fonti di motivazione per la base e i quadri di Hezbollah, e una fonte di pressione dal basso sul comando affinché rientrasse in guerra con Israele.

Parallelamente, i risultati visibili della ricostruzione dell’organizzazione militare sul campo di battaglia – non ultimo attraverso le riprese con droni FPV pubblicate da Hezbollah – hanno contribuito a ristabilire la fiducia in sé stessi e a sollevare il morale e la resilienza sia della sua base sociale che della sua struttura.

Nonostante tutti questi progressi, la principale minaccia che Hezbollah affronta oggi non è necessariamente il campo di battaglia in sé, ma piuttosto la fragile situazione interna del Libano.

La crisi dei rifugiati e le sue conseguenze economiche e sociali, insieme agli sforzi di alcuni attori interni – incluso l’attuale governo libanese – di infiammare le tensioni politiche e settarie, potrebbero minare le prestazioni di Hezbollah sul campo di battaglia e la sua capacità di sostenere una guerra di logoramento di successo.

Quindi, sebbene i segni dell’adattamento e della ricostruzione di Hezbollah sul campo di battaglia siano chiari, la durabilità di questa situazione dipenderà in ultima analisi dalle dinamiche dell’ambiente interno del Libano – un ambiente che potrebbe, alla fine, rivelarsi più decisivo del fronte di guerra stesso.

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