Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/08/2026

Ancora sul Venezuela e su quanto può insegnarci quella capitolazione

di Carlo Formenti

Qualche giorno fa, commentando su questa pagina la svolta reazionaria del nuovo governo venezuelano, genuflesso ai piedi dell'imperialismo USA, citavo un articolo di Contropiano che prendeva atto della nuova situazione politica nel Paese caraibico. Nell’occasione scrivevo di condividere in gran parte, ma non del tutto, la posizione della rivista vicina alla Rete dei Comunisti. Per chiarire le ragioni di quel “non del tutto”, cito qui di seguito la parte conclusiva (che avevo tralasciato nel post in questione) dell’articolo di Contropiano:

“Dover assistere a questo processo controrivoluzionario in un paese che, insieme a Cuba, aveva dato un contributo decisivo all’ondata progressista in America Latina, all’Alba e all’ipotesi del Socialismo nel XXI Secolo, è indubbiamente doloroso per migliaia di compagne e compagni ma, purtroppo, non è una novità né una sorpresa: è una conferma del carattere sempre contraddittorio del processo storico, incluso dei processi rivoluzionari in cui è debole la soggettività che li orienta e li guida. È la conferma di come i partiti-Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri, incorporino tutte le contraddizioni della società, inclusi l’opportunismo, la corruzione, la disponibilità al tradimento quando cambiano le condizioni. Lo abbiamo visto a cavallo degli anni Ottanta/Novanta in Europa, lo abbiamo visto nella stessa America Latina negli anni recenti in Ecuador, Bolivia, Perù”.
Che quanto è successo in Venezuela (e ancor prima in Ecuador e Bolivia) sia doloroso per tutti coloro che auspicano la vittoria del socialismo è indubbio, così come è indubbio che il processo storico sia contraddittorio, anche se io aggiungerei che, oltre a essere contraddittorio, non è animato da alcun principio di necessità immanente, come presumono le versioni “evoluzioniste” del marxismo: ogni rottura rivoluzionaria incorpora la possibilità e non la necessità di una transizione al socialismo. Ciò non vale solo quando sussistano certe “debolezze” (sulle quali tornerò a breve) dei soggetti politici alla guida del processo rivoluzionario, vale anche se e quando le soggettività in questione sono “forti”, come quelle auspicate dagli autori dell’articolo che sto commentando.

Ma quali sono, secondo gli autori, le caratteristiche che dovrebbe avere un soggetto politico adeguato alla propria missione rivoluzionaria? Lo deduciamo dai seguenti indizi: i soggetti che incorporano rischi di opportunismo, corruzione e tradimento, sarebbero “i partiti Stato e i partiti di massa senza la selezione dei quadri”.

Eppure. A meno che non si voglia adottare quale unico esempio “corretto” di partito il modello del partito bolscevico (ma meglio sarebbe definirlo leninista, vista l’insostituibile ruolo di leadership che Lenin esercitava in tale partito), che non lo si voglia cioè elevare a modello astratto, “idealtipico”, dell’organizzazione rivoluzionaria, si è indotti a riconoscere che esso (parliamo di un pugno di rivoluzionari “di professione”, selezionati da esperienze durissime e sottoposti a una ferrea disciplina interna) ha funzionato solo ed esclusivamente nelle particolarissime condizioni storiche della Russia durante la Prima Guerra mondiale. Tutti i tentativi di clonarlo nei Paesi a capitalismo avanzato, al pari dei movimenti rivoluzionari cui tali tentativi hanno hanno dato vita, sono falliti. Viceversa, tutte le rivoluzioni socialiste vittoriose, avvenute in Paesi periferici o semiperiferici, sono state guidate da partiti che avevano caratteristiche diverse dal modello leninista.

Parto dall’America Latina. In tutte le rivoluzioni del subcontinente il ruolo dei partiti comunisti è stato marginale: non solo perché divisi in correnti ideologiche in competizione reciproca (stalinisti, trotzkisti, maoisti ecc.) ma anche e soprattutto perché si sono rivelati incapaci di radicarsi nelle masse contadine (e solo in una certa misura nelle minoranze operaie sindacalizzate) e di elaborare programmi politici in grado di raccogliere un diffuso consenso popolare. I processi rivoluzionari sono stati guidati da leader carismatici che hanno capeggiato movimenti populisti che sono riusciti a sfruttare la crisi dei regimi neoliberali di fine millennio per vincere le elezioni e andare al potere per vie legali.

La debolezza di questi regimi, più che al carattere populista (quindi interclassista) delle forze politiche che li hanno instaurati, era dovuta:

  1. al fatto che, malgrado abbiano varato costituzioni avanzate, non hanno costruito un nuovo Stato, come è avvenuto nella Russia del '17 e nella Cina del '49, bensì ereditato le istituzioni dello Stato borghese (già corrotte dalle loro origini postcoloniali e neocoloniali). Esercito, magistratura, università, ecc. sono rimaste saldamente in mano alle classi dominanti e hanno agito da quinta colonna dell'imperialismo appena ne hanno avuto la possibilità;
  2. il persistere del meccanismo elettorale della democrazia borghese li esponeva al rischio costante di essere rovesciati nel momento in cui le difficoltà economiche ne avessero eroso i loro margini di consenso;
  3. in simili circostanze questi margini erano destinati a ridursi perché la base sociale “strutturalmente” (o almeno virtualmente) anticapitalista (contadini, etnie originarie, classe operaia) di questi regimi non godeva di una schiacciante maggioranza numerica nei confronti della piccola media borghesia urbana tradizionale e paradossalmente – come evidenziato all’ex vicepresidente boliviano Linera[1] – delle stesse nuove classi medie, cresciute grazie alle riforme realizzate nei primi anni in cui avevano avuto il potere.

In poche parole: né lo Stato – partito (magari ne avessero messo in piedi uno!), ne il partito massa (non erano veri partiti ma movimenti interclassisti che, del resto, se non fossero stati tali, non avrebbero potuto vincere le elezioni) sono stati la vera causa della sconfitta, bensì i fattori appena elencati, assieme alla poderosa pressione esercitata dall’imperialismo Usa.

Non meno significativo il caso (o meglio i casi, perché ogni singola esperienza andrebbe analizzata nella sua specificità) dell’Africa. Qui, come cerco di spiegare nella parte del mio ultimo libro[2] dedicata alle rivoluzioni antimperialiste di quel continente, seguendo le analisi di autori come Cabral[3], Rodney[4] e Samir Amin[5], il nodo fondamentale era la lotta per l’autonomia nazionale, e il tentativo di associarla allo sforzo di costruire il socialismo, “saltando” la fase dello sviluppo capitalistico[6].

In questo caso non si può nemmeno parlare di populismo interclassista, dato che le classi operaie erano inesistenti, più che minoritarie, mentre protagoniste della lotta erano le larghe masse popolari, perlopiù di origine contadine e piccolo borghese, e le etnie oppresse guidate strati intellettuali sfuggiti al controllo dei colonizzatori[7]. Parlare di stati partito è ancora più improprio, nel senso che quei processi rivoluzionari sono stati schiacciati prima che potessero essere costruiti dei veri Stati indipendenti. Al loro posto sono sorti regimi retti da borghesie compradore al servizio delle potenze neocoloniali, mentre gli embrioni dei partiti rivoluzionari sono stati sterminati fisicamente. Parlare di stato-partito e di fallimenti dovuti all’adozione di modelli “eurocentrici”, come fanno i critici di matrice postcoloniale e decoloniale, è un’idiozia, come spiega bene un libro di Kevin Okoth[8]. I movimenti rivoluzionari africani non sono stati sconfitti per “troppo Stato”, bensì, per dirla con Said Bouamama[9], per troppo poco Stato (socialista).

Quanto all’Unione Sovietica e alla Cina, non è possibile liquidare la questione nelle poche righe di un articolo.
Per l’Unione Sovietica rinvio a quanto scritto (e ai miei commenti in merito) da Vladimiro Giacché in vari testi[10] in cui riprende la polemica di Lenin contro le “sinistre” che definivano il sistema sovietico come “capitalismo di Stato”, e nei quali analizza lo sviluppo dell’economia sovietica fino alla crisi degli anni Settanta.
Per quanto riguarda la Cina, rinvio all’ultima parte di Oltre l’Occidente vol. II in cui mi confronto con le tesi di chi definisce la Cina un sistema tout court capitalista (o addirittura imperialista), totalitario, antidemocratico, ecc.
Qui ribadisco solo che, a mio avviso, l’esperimento cinese è la prova più evidente che la questione non è partito di massa sì o partito di massa no (quello di Togliatti era di massa e riformista, quello cinese è di massa e rivoluzionario), e aggiungo che, per fortuna, il regime cinese si fonda su un partito-Stato dotato delle risorse economiche, politiche (egemoniche) e militari sufficienti a schiacciare i tentativi occidentali di rovesciarlo sfruttando le contraddizioni di classe che, inevitabilmente, si prolungano in una formazione sociale che vive un processo di transizione.

Note

1) Cfr. A. G. Linera, Democrazia, Stato, rivoluzione, Meltemi, Milano 2020.

2) C. Formenti, Oltre l’Occidente (vol. II). L’alba di una nuova storia, Meltemi, Milano 2026.

3) Cfr. A. Cabral, Return to the Source, Monthly Review Press, New York 2022.

4) Cfr. W. Rodney, Decolonial Marxism, Verso Books, London-New York 2022.

5) Cfr. S. Amin, Classe et Nation, Editions Numériques Africaines, Dakar 2015.

6) Marx prese in considerazione tale possibilità intervenendo nel dibattito fra populisti e socialdemocratici russi in merito al ruolo che le comunità contadine originarie (obscina) avrebbe potuto avere in una rivoluzione socialista in Russia, favorendo la transizione diretta al socialismo “senza passare dalle forche caudine del capitalismo”.

7) Cabral sottolinea il ruolo dirigente dell’intellighenzia urbana piccolo borghese nelle rivoluzioni di liberazione nazionale dei popoli coloniali ma, al pari di Fanon, aggiunge che questi strati di classe avrebbero dovuto “suicidarsi” una volta ottenuta l’indipendenza.

8) Cfr. K. O. Okoth, Red Africa. Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, Meltemi, Milano 2024.

9) Cfr. S. Bouamama, Pour un panafricanisme révolutionnaire, Syllepse, Paris 2023.

10) Cfr. in particolare, la rivoluzione economica sovietica, in Elogio del Comunismo del Novecento, Atti del Forum della Rete dei Comunisti, Roma 4,5,6 ottobre 2024.

Fonte

10/06/2026

Come Hezbollah si è riorganizzato per una guerra di logoramento con Israele

La scorsa settimana, i governi israeliano e libanese hanno annunciato a Washington un accordo mediato dagli Stati Uniti per rinnovare il loro “cessate il fuoco” e perseguire un accordo “globale”.

Nonostante i bombardamenti israeliani in corso e l’incursione militare nel sud del Libano, i termini richiedono solo a Hezbollah di fermare i suoi attacchi. Il gruppo di resistenza libanese ha respinto rapidamente le trattative, definendole “assurde, umilianti e offensive”.

Da oltre dieci settimane, Hezbollah ha combattuto il rinnovato assalto israeliano al sud con una guerra di logoramento più snella, affidandosi a droni e a piccole unità specializzate per dissanguare le forze israeliane mantenendo intatta la propria struttura.

Quasi 70 giorni dopo l’ingresso di Hezbollah nella guerra di Ramadan, l’ultimo ciclo di combattimenti esploso nel marzo 2026, si può affermare con cautela ma chiarezza che l’Hezbollah di oggi differisce significativamente dalla forza che Israele ha combattuto nel 2024, almeno per la sua organizzazione militare, la prontezza sul campo di battaglia e la flessibilità operativa.

Questa valutazione si basa sull’andamento dei combattimenti e sulle prestazioni del movimento nella guerra attuale, su un confronto con la Guerra di Supporto (Harb al-Isnad) del 2023 e la guerra dei 66 giorni del 2024, e sull’osservazione diretta sul campo e conversazioni con attori politici, comandanti e combattenti della resistenza all’interno di Hezbollah.

Questa differenza non si limita all’equipaggiamento, alle armi o alle tattiche di combattimento. Indica una riconsiderazione più profonda dei meccanismi di comando, della dottrina di combattimento e del dispiegamento delle forze, e persino delle stesse definizioni di vittoria e sconfitta in guerra.

Ciò che si sta svolgendo oggi nel sud del Libano assomiglia a un graduale processo di ricostruzione e adattamento organizzativo dopo un’esperienza costosa ed estenuante di 30 mesi, dall’8 ottobre 2023 al 2 marzo 2026.

Eppure, mentre i leader libanesi aderiscono a un accordo che disarmerebbe la resistenza senza pretendere nulla dall’occupante, la sua sopravvivenza potrebbe dipendere meno dal campo di battaglia che dalla politica interna e dalla fragilità del Libano stesso.

Una forza ricostruita

Forse la trasformazione più importante risiede nel comando e controllo.

Durante la guerra di 66 giorni, una delle principali debolezze di Hezbollah fu la vulnerabilità della sua catena di comunicazione e la difficoltà di coordinamento tra il quartier generale in comando e le unità sul campo.

In certi momenti, ciò ha portato a interruzioni nel processo decisionale, risposte ritardate e all’abbandono della capacità di combattimento.

Nella recente guerra, tuttavia, le operazioni sono continuate su più fronti contemporaneamente, le prestazioni delle unità sono rimaste senza interruzioni prolungate e il collegamento tra campo di battaglia e quartier generale è stato mantenuto.

Ciò indica che Hezbollah ha, in larga misura, ristrutturato con successo i suoi meccanismi di comunicazione e comando.

Anche sotto forte pressione e attacchi pesanti come quelli dell’8 aprile 2026, l’organizzazione militare non è crollata e la catena di comando è riuscita a preservarne la coesione.

Un segno importante di questa trasformazione è un controllo efficace del fuoco, la rotazione ordinata delle forze, la consegna delle armi alle posizioni in prima linea e persino la raccolta offline e la pubblicazione continua di filmati di battaglia delle unità in azione.

A differenza del periodo precedente, quando i movimenti delle truppe venivano talvolta interrotti dalla pressione bellica, questi processi ora sembrano seguire orari prestabiliti e schemi predefiniti.

Nel nuovo modello, l’obiettivo principale non è saturare il campo di battaglia di uomini, ma preservare invece un certo livello di efficacia in combattimento e prevenire l’attrito delle forze operative.

Un fattore chiave dietro questa trasformazione sembra essere la politica della nuova leadership di Hezbollah di una maggiore centralizzazione nel comando militare: ridurre le decisioni multilivello, dare potere ai comandanti più giovani e motivati, monitorarli da vicino e tenerli responsabili delle loro missioni.

Inoltre, ci sono diversi indizi che Hezbollah, avendo imparato dalle esperienze della Guerra di Supporto e della guerra dei 66 giorni, abbia trasformato radicalmente la struttura della sua organizzazione militare.

In precedenza, ogni comandante deteneva un certo grado di autorità e discrezionalità. Quell’assetto aveva i suoi vantaggi, ma rallentava anche le decisioni quando la velocità contava di più. Il movimento ha ora concentrato l’autorità sotto un comando unificato, che può accelerare decisioni critiche e proteggere la coesione del comando.

Allo stesso tempo, e apparentemente in contraddizione con questo, Hezbollah ha ridotto la dipendenza delle unità di campo dal quartier generale centrale e ha concesso ai comandanti di medio livello maggiore autorità operativa, permettendo loro di prendere decisioni in base alle condizioni del campo di battaglia.

Non si tratta solo di un aggiustamento tattico; piuttosto, riflette una nuova comprensione della guerra contemporanea.

Qualità più che quantità

In una lunga guerra di logoramento contro un nemico che domina l’aria e prende costantemente di mira forze e infrastrutture, l’organizzazione più efficiente è quella che può preservare la propria efficacia in combattimento e sostenere il fuoco anche se il comando centrale viene interrotto.

Oggi Hezbollah sembra muoversi verso un modello in cui flessibilità, sopravvivenza e continuità operativa hanno la precedenza sulla centralizzazione assoluta – un progetto in cui la missione ha la precedenza sulla struttura. Ciò ha permesso ad alcune unità di campo di continuare a operare e mantenere il fuoco sotto intensa pressione, senza attendere ordini diretti, agendo invece entro quadri predefiniti.

Una delle lezioni più importanti acquisite da Hezbollah dalla guerra precedente è stata una rivalutazione di come utilizza il personale e le armi. La resistenza sembra aver concluso che un modello basato sull’accumulo di forze, mantenendo una presenza estesa sul campo di battaglia e concentrando potenza di fuoco contro Israele non solo è inefficace, ma può anche essere disastrosamente costoso in termini di vite.

Di conseguenza, il movimento ora dà priorità alla qualità – forze limitate ma specializzate equipaggiate con armi precise ed efficaci – rispetto alla quantità. In questa logica, idad, ovvero la preparazione, conta più del tadad, cioè i numeri.

Qualità, abilità, resistenza ed efficacia operativa hanno avuto il sopravvento rispetto alla pura forza numerica e all’inondazione del campo di battaglia di unità.

È proprio per questo che il peso principale della guerra attuale ricade sulle unità di droni, sulle forze missilistiche, sulle unità anti-carri armati e sulle emergenti unità di droni guidati via fibra ottica (FPV).

A differenza del periodo precedente, Hezbollah non favorisce più il dispiegamento su larga scala di uomini nelle zone di combattimento. Preferisce mantenere la maggior parte delle sue forze – in particolare fanteria e unità non specializzate – in riserva, sia per limitare le proprie perdite sia per colpire più efficacemente in profondità nel territorio nemico.

Una guerra di logoramento

Il cambiamento più radicale, però, potrebbe riguardare la dottrina del combattimento.

Nella guerra del 2024, il principio centrale era difendere il territorio e bloccare qualsiasi avanzata nemica a qualsiasi costo, anche con pesanti perdite. Oggi, i segnali suggeriscono che Hezbollah si sia spostato verso una logica diversa, imponendo costi continui al nemico con ogni mezzo possibile.

Questo approccio, incentrato sull’attrito graduale e sull’aumento delle perdite nemiche, riflette una ridefinizione della vittoria e della sconfitta sul campo di battaglia. Impedire al nemico di consolidare la propria posizione ora conta più che impedire l’occupazione temporanea del territorio.

Dal punto di vista attuale di Hezbollah, quindi, perdere parte del territorio potrebbe non significare necessariamente sconfitta e umiliazione. Ciò che conta ancora di più è che il nemico non riesce a consolidare la propria presenza e rimane esposto a un logoramento continuo.

Secondo questa logica, anche la caduta completa dell’area a sud del fiume Litani non equivalerebbe necessariamente a una sconfitta strategica definitiva.

Un tale esito sarebbe senza dubbio doloroso e costoso per Hezbollah, sia psicologicamente che politicamente. Ma, proprio come negli anni ’80 e ’90, potrebbe allo stesso tempo aumentare la legittimità sociale della resistenza anti-occupazione, ridurre la pressione interna sul movimento e creare le condizioni per una lunga e costosa guerra di logoramento contro Israele, costruita attorno a un modello FPV-drone.

In una dottrina del genere, i droni FPV avrebbero avuto il ruolo che un tempo avevano le operazioni di martirio degli anni ’80 e ’90.

Accanto a questi cambiamenti strutturali, la guerra ha portato una ripresa marcata e tangibile nel morale sia delle forze sul campo sia nella base sociale della resistenza.

Tra la guerra dei 66 giorni e il conflitto attuale, i combattenti di Hezbollah e la sua base di supporto in Libano affrontarono una serie di pressioni psicologiche e reputazionali: un senso di fallimento nella Guerra di Supporto, le pesanti perdite della guerra di 66 giorni, l’uccisione di centinaia di membri di Hezbollah durante i 15 mesi di cessate il fuoco e la rabbia e la disillusione seguite all’assassinio della guida suprema iraniana, Ayatollah Ali Khamenei.

Eppure questi stessi fattori sembrano essere diventati fonti di motivazione per la base e i quadri di Hezbollah, e una fonte di pressione dal basso sul comando affinché rientrasse in guerra con Israele.

Parallelamente, i risultati visibili della ricostruzione dell’organizzazione militare sul campo di battaglia – non ultimo attraverso le riprese con droni FPV pubblicate da Hezbollah – hanno contribuito a ristabilire la fiducia in sé stessi e a sollevare il morale e la resilienza sia della sua base sociale che della sua struttura.

Nonostante tutti questi progressi, la principale minaccia che Hezbollah affronta oggi non è necessariamente il campo di battaglia in sé, ma piuttosto la fragile situazione interna del Libano.

La crisi dei rifugiati e le sue conseguenze economiche e sociali, insieme agli sforzi di alcuni attori interni – incluso l’attuale governo libanese – di infiammare le tensioni politiche e settarie, potrebbero minare le prestazioni di Hezbollah sul campo di battaglia e la sua capacità di sostenere una guerra di logoramento di successo.

Quindi, sebbene i segni dell’adattamento e della ricostruzione di Hezbollah sul campo di battaglia siano chiari, la durabilità di questa situazione dipenderà in ultima analisi dalle dinamiche dell’ambiente interno del Libano – un ambiente che potrebbe, alla fine, rivelarsi più decisivo del fronte di guerra stesso.

Fonte 

09/06/2026

Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!

Da un paio di giorni si è aperta una grande polemica sulle rivelazioni pubbliche fatte da un gruppo di lavoratori dell’Animazione, Un.i.ta, che ha raccontato le problematiche di un settore sfruttato e sottopagato all’interno della lavorazione della serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare, creando non poco dibattito. I lavoratori hanno denunciato le proprie condizioni di lavoro legate a finte partite iva, reperibilità e paghe basse a fronte di ritmi orari e quantitativi di lavoro sproporzionati. La polemica ha coinvolto due grandi studi di animazione italiani, Movimenti Production e Doghead Animation, e rapidamente il caso è diventato anche politico con un’interrogazione al Ministero del Lavoro e l’esplosione di prese di posizione pubbliche.

Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.

Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.

L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.

L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.

Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.

Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.

I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.

Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.

Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.

Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it

Fonte

03/06/2026

Come funziona il Partito Comunista in Cina

Iraq - Sinistra, sindacati e organizzazioni di massa

Le prospettive di rinnovamento e unificazione del movimento sindacale e di massa nei paesi del Sud Globale: l’Iraq come modello

La maggior parte dei paesi del Medio Oriente e del Sud Globale che operano sotto regimi autoritari condivide un’unica crisi strutturale: la frammentazione e la debolezza acuta e cronica che colpisce le organizzazioni di massa, i sindacati, i movimenti femministi e gli organismi studenteschi, estendendosi ulteriormente fino ad abbracciare il coordinamento tra le stesse forze di sinistra.

Questo non è un problema esclusivamente iracheno; è, piuttosto, un fenomeno ricorrente in contesti comparabili, che trova la sua espressione più nitida ed evidente nell’esperienza irachena.

Dalla necessità storica alle domande sul rinnovamento

I regimi autoritari hanno generato condizioni soffocanti che hanno spinto le forze di sinistra ad adottare forme organizzative fortemente centralizzate sotto il peso della repressione e della persecuzione, producendo un approccio basato sulla costruzione di sindacati e organizzazioni di massa clandestini, e talvolta semipubblici, strettamente legati alle formazioni politiche, a scapito della loro indipendenza e della loro capacità di abbracciare settori sociali più ampi.

L’equità impone di riconoscere che questo approccio non era errato in termini assoluti. In determinate fasi storiche ha svolto un ruolo fondamentale che non può essere negato, quando la centralizzazione organizzativa era una necessità imposta dalla realtà repressiva e dal bisogno della lotta di mantenere la coesione e proteggere i propri quadri.

Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo sostanziale, e con essi i meccanismi del pensiero popolare e dell’azione di massa nell’era della rivoluzione digitale. Le masse di oggi, in particolare le nuove generazioni cresciute in una cultura di accesso immediato all’informazione, organizzazione orizzontale, trasparenza e partecipazione diretta al processo decisionale, non accettano più di essere mero materiale di mobilitazione al servizio di un’agenda partitica concreta, per quanto sincere siano le sue intenzioni.

Per questo motivo, il presente documento intende suscitare un dibattito serio sulla revisione del modello del “sindacato subordinato e dell’organizzazione di massa fedele”, e sull’esplorazione di un modello alternativo.

Dai legami organici all’indipendenza

Dopo il 2003, la maggior parte delle formazioni di sinistra si è adoperata per mantenere e costituire i propri sindacati, federazioni e organizzazioni. Ciò ha condotto in molti casi a una proliferazione di organizzazioni e sindacati all’interno dello stesso settore, e in alcuni casi ha persino raggiunto il punto di duplicare le organizzazioni all’interno dello stesso partito, generando un panorama di massa caratterizzato dalla dispersione delle energie, da una molteplicità di nomi e da una reale efficacia che andava riducendosi sul campo.

Un sindacato strettamente legato a una formazione specifica trova genuina difficoltà nell’accogliere i lavoratori in tutta la loro diversità intellettuale, nazionale e religiosa, cosicché la sua sfera d’influenza si restringe e rimane confinata a un segmento particolare. Un’organizzazione femminista legata a un partito concreto ha difficoltà ad attrarre donne di diversa provenienza politica. Un sindacato studentesco si trasforma gradualmente in un’arena di scontri partitici, dove gli studenti perdono il proprio spazio indipendente.

Un’esperienza personale vissuta nell’estate del 1992 rivela la profondità di questo problema. Quando ci riunimmo con compagni di sinistra e disoccupati per costruire un sindacato dei disoccupati nella Regione del Kurdistan, il primo disaccordo sorse intorno alla stessa dichiarazione fondativa.

Alcuni compagni proposero una dichiarazione satura di espressioni ideologiche di sinistra come imperialismo e socialismo. Non fui d’accordo con loro e sostenni che ciò che stavamo cercando di costruire era un sindacato per tutti i disoccupati, di ogni convinzione e orientamento, non un sindacato esclusivamente per i disoccupati della sinistra. Quella domanda fondamentale posta nell’estate del 1992 rimane ancora oggi al cuore stesso del problema che stiamo discutendo.

La debolezza del coordinamento e le sue ripercussioni

Esiste un paradosso doloroso degno di riflessione: la sinistra innalza lo slogan dell’unità delle masse lavoratrici, mentre questo approccio organizzativo ha condotto involontariamente alla dispersione degli sforzi e all’indebolimento del movimento sindacale e di massa sul campo. La frammentazione di massa che osserviamo nel panorama sindacale riflette, in parte, una frammentazione politica precedente che si è manifestata nella proliferazione delle formazioni di sinistra e nella divergenza delle loro posizioni, una divergenza che è naturale e legittima in sé.

La complessa situazione irachena, regionale e mondiale accoglie diverse interpretazioni di sinistra; tuttavia, quando questa divergenza si trasforma in conflitto e risentimento che indebolisce l’azione collettiva, proietta la sua pesante ombra sull’intero spazio di massa.

Allo stesso modo, l’assenza di coordinamento ha prodotto un modello di competizione all’interno dello stesso circolo di massa anziché un’espansione verso nuovi settori sociali. La mappa di massa è rimasta limitata nella portata nonostante la molteplicità delle organizzazioni, perché questa molteplicità non ha sempre condotto a una divisione del lavoro e all’interpellanza di strati diversi; al contrario, ha condotto alla sovrapposizione e alla ripetizione all’interno dello stesso terreno.

Lezioni da esperienze sindacali efficaci

Le esperienze storiche e contemporanee rivelano che i sindacati progressisti indipendenti ed efficaci sono stati spesso un fattore fondamentale nel cambiamento sociale e politico, e che la loro forza non derivava dai loro legami con questo o quel partito, bensì dal loro genuino radicamento nelle loro basi operaie e di massa.

In Tunisia, l’Unione Generale Tunisina del Lavoro ha svolto un ruolo centrale nell’abbattimento della dittatura nel 2011, ed è stato il suo peso di massa, profondamente radicato in ampi settori di lavoratori, a conferirle quel potere negoziale che i partiti politici nel loro insieme non erano riusciti a esercitare.

Nel Sudafrica, il Congresso dei Sindacati del Sudafrica (COSATU) ha dimostrato che un sindacato indipendente e forte può essere contemporaneamente un fronte per la difesa dei diritti dei lavoratori e una piattaforma per la lotta per la dignità umana senza dissolversi in alcun partito politico.

In Brasile, un movimento sindacale indipendente si è evoluto fino a dare origine al Partito dei Lavoratori, che è giunto al potere, un modello non comune di costruzione di una vera forza politica a partire dal lavoro sindacale di base.

In Danimarca, i partiti di sinistra lavorano all’interno della Confederazione Sindacale Danese esistente e ne rafforzano gli orientamenti progressisti dall’interno, guadagnando un’influenza sociale più profonda di quanto avrebbero ottenuto limitandosi a guidare piccoli sindacati fedeli ai propri partiti.

Le sfide strutturali

Ai precedenti si aggiungono sfide strutturali più profonde. La più rilevante è la natura rentista dell’economia irachena: secondo il Rapporto dell’Articolo IV del FMI sull’Iraq 2025, il petrolio costituisce circa il 90% delle entrate del bilancio pubblico, il che significa che la maggior parte dei lavoratori manuali e intellettuali sono dipendenti pubblici legati allo Stato da un rapporto di dipendenza diretta che limita il margine della loro organizzazione indipendente.

Ciò è risultato chiaramente evidente durante le proteste dell’ottobre 2019, quando i sindacati si sono rivelati incapaci di convertire lo slancio della piazza in scioperi organizzati, perché i lavoratori si sono trovati di fronte a una dolorosa equazione: protestare e sopportarne le conseguenze professionali, oppure tacere e conservare la propria fonte di sostentamento. La Dichiarazione della Missione del FMI in Iraq 2025 sottolinea ulteriormente la vulnerabilità strutturale dell’economia irachena e il suo impatto diretto sul mercato del lavoro e sulla capacità dei lavoratori di organizzarsi in modo indipendente.

A ciò si aggiunge il ruolo di alcuni organismi internazionali donatori nella promozione di modelli di “società civile” che evitano di toccare le strutture economiche nucleari e che marginalizzano i sindacati e le federazioni con un orientamento progressista e di classe chiaramente definito. A questo si somma il rafforzamento del fenomeno della personalizzazione, che rende la continuità di un’organizzazione dipendente da individui concreti piuttosto che dalla sua struttura istituzionale.

Verso una sinistra di massa rinnovata

L’assenza di sindacati, federazioni e organizzazioni forti e indipendenti ha indebolito la sinistra in modi che vanno ben oltre quanto è visibile in superficie. Quando sono arrivati i momenti decisivi nella storia delle proteste e delle sollevazioni popolari, la sinistra si è trovata in un doloroso vuoto organizzativo: senza sindacati capaci di convertire le manifestazioni in scioperi organizzati che costringessero le autorità governanti a Baghdad ed Erbil a rispondere, senza un movimento studentesco unificato con una genuina forza istituzionale, e senza organizzazioni femministe di ampia influenza capaci di tradurre la rabbia popolare in rivendicazioni sostenibili. Al posto di tutto ciò, decine di piccole organizzazioni in competizione con coordinamento limitato e ricorrenti conflitti organizzativi.

Gli ultimi decenni hanno assistito a cambiamenti fondamentali nel modo in cui le masse pensano e nei metodi attraverso cui si organizzano, cambiamenti che nessuna forza politica seria può permettersi di ignorare. La rivoluzione digitale ha ridisegnato la mappa del potere e dell’influenza, e ha consentito alle reti orizzontali e alle iniziative indipendenti di raggiungere una presenza di base ampia in tempi record.

I movimenti di protesta, dalle piazze dell’Iraq e della Regione del Kurdistan ai movimenti di giustizia sociale in tutto il mondo, hanno dimostrato che l’organizzazione orizzontale e flessibile è in grado di generare un’enorme energia mobilitatrice che le strutture rigidamente centralizzate non riescono ad eguagliare.

La vera unità nella pratica

Il cammino verso la vera unità nella pratica passa attraverso due vie complementari, nessuna delle quali può sussistere senza l’altra. 

Prima Via: il lavoro sindacale e di massa

La partecipazione collettiva nella costruzione di sindacati, federazioni e organizzazioni di massa progressiste, indipendenti e potenti che riuniscano tutti a prescindere dalle loro appartenenze intellettuali, nazionali, religiose o partitiche, attorno ai loro interessi comuni e alle loro rivendicazioni vitali. In seno a queste organizzazioni indipendenti, gli uomini e le donne di sinistra possono contribuire con il meglio di ciò che hanno: i valori della giustizia sociale, la solidarietà e la lotta per la dignità umana e l’uguaglianza.

Seconda Via: il lavoro politico e organizzativo

Il coordinamento e l’azione congiunta a livello partitico e politico attraverso diversificati quadri di alleanza, a livello nazionale o provinciale o intorno a rivendicazioni specifiche, come passi graduali verso la costruzione di un ampio quadro progressista di sinistra, unificato e a molteplici piattaforme, che comprenda tutte le forze di sinistra e progressiste accanto ai sindacati e alle organizzazioni operaie e di massa, sulla base dei punti di convergenza immediati. Cambiare la situazione in Iraq e nella Regione del Kurdistan richiede di mobilitare tutte quelle energie in un unico progetto coerente.

Questo è il significato dell’azione di massa genuina nella nostra era: servire i lavoratori manuali e intellettuali, costruire e unire il loro potere, partecipare al miglioramento delle loro vite e incarnare i valori della sinistra nella pratica quotidiana e non solo nel discorso politico. La forza genuina della sinistra non risiede unicamente nelle sue posizioni intellettuali e nelle sue posture politiche, bensì nella sua capacità di costruire istituzioni progressiste indipendenti di ampia influenza, radicate nella vita quotidiana delle persone e capaci di difendere i loro interessi e diritti, convertendo le loro energie sociali in una genuina forza di cambiamento che apra la strada all’alternativa socialista democratica.

Fonte

27/01/2026

Le reti di risposta rapida di Minneapolis

Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato

È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Ho pensato di tradurlo in italiano e di metterlo a disposizione, perché credo sia necessario cominciare a porsi il problema di come sia possibile esercitare forme di autodifesa popolare anche nelle nostre, di città, di fronte al graduale appiattimento del governo italiano sul trumpismo e al proliferare di decreti e “pacchetti” sicurezza che reprimono il dissenso e deresponsabilizzano, garantiscono impunità e quindi lasciano sempre più mano libera alle polizie.

Questa testimonianza potrebbe servire da spunto. Come dicono gli autori, non si tratta infatti di copiare pari pari un modello di autodifesa popolare specifico per un contesto sociale e urbano diverso dai nostri, ma di coglierne lo spirito di autorganizzazione dal basso per adattarlo alle nostre realtà.

*****

Le reti di risposta rapida, organizzate dalla popolazione per proteggere le proprie comunità dagli agenti federali che cercano di rapirle, brutalizzarle e terrorizzarle, si sono evolute rapidamente per stare al passo con i metodi in continua evoluzione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).

Durante le ultime sei settimane di occupazione, i volontari delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) hanno costantemente perfezionato i loro metodi di risposta, dando vita a una struttura dinamica e solida. Questo rapporto esplora questo sistema con l’obiettivo di supportare altri gruppi in tutto il paese che potrebbero presto trovarsi ad affrontare pressioni simili.

Il 2 dicembre, 100 agenti dell’Immigration and Customs Enforcement sono stati dispiegati nelle Twin Cities, nell’ambito di un’ondata di arresti e deportazioni che ha interessato diverse città. Da allora, le Twin Cities sono diventate città sotto assedio, irriconoscibili per molti residenti.

Il numero di agenti federali che le occupano è aumentato di 30 volte, arrivando a quasi 3000. A titolo di paragone, il Dipartimento di Polizia di Minneapolis ha circa 600 agenti. L’omicidio di Renee Nicole Good, membro della rete di risposta rapida, il 7 gennaio, seguito una settimana dopo dal ferimento di un’altra persona, il 14 gennaio, ha catturato l’attenzione del paese.

Tuttavia, la maggior parte delle persone presume che ciò che sta accadendo nelle Twin Cities sia simile alle misure di controllo che l’ICE attua in altre parti del paese, così come le forme di resistenza. Al contrario, la portata degli arresti, delle deportazioni e degli scontri è senza precedenti.

L’onda 

Nei mesi che hanno preceduto il grande afflusso di agenti dell’ICE nelle Twin Cities, residenti e organizzazioni locali hanno creato un sistema di risposta rapida piuttosto centralizzato in cui eventuali testimoni [di violenze dell’ICE] avrebbero potuto inviare le loro segnalazioni – con diversi livelli di fondatezza – a un amministratore, tramite un sistema di messaggistica di massa. Una volta ricevute, standardizzate e verificate le segnalazioni, i coordinatori le diffondevano ampiamente attraverso il sistema, che a sua volta mobilitava le persone nelle vicinanze.

Questo sistema sembrava efficace nel generare mobilitazione durante operazioni su larga scala, come un’irruzione in un caseggiato, ma ha cominciato a mostrare i suoi limiti quando l’ICE ha inaugurato interventi più rapidi e meno intensi.

In seguito, intorno al 1° dicembre, i raid della polizia sono quasi scomparsi e gli agenti, giunti in massa, hanno avviato una serie di perquisizioni e arresti a tappeto. Il vecchio modello si è rapidamente rivelato obsoleto, perché la finestra di tempo per intervenire si è ridotta a pochi minuti.

I membri della comunità che desideravano qualcosa di più conflittuale rispetto all’esistente sistema di “osservatorio legale” – piuttosto inefficace – hanno iniziato a creare un sistema parallelo per colmare le lacune e muoversi più agilmente.

Questo sistema è nato con una chat room su larga scala focalizzata su quanto succedeva nel Southside, dove chiunque poteva pubblicare qualsiasi tipo di avviso. Con l’intensificarsi e l’accelerazione delle operazioni dell’ICE, questa chat room, più aperta e reattiva, ha visto crescere i suoi iscritti ed è diventata uno spazio interessante per coloro che desideravano andare oltre la semplice documentazione delle operazioni dell’ICE.

Inizialmente, i partecipanti hanno utilizzato il sistema di segnalazione esistente per avvisare le persone specificamente prese di mira dall’arrivo dell’ICE e infastidire gli agenti, poi hanno gradualmente cercato di contrastarli: bloccando i veicoli dell’ICE con le proprie auto, bloccando fisicamente gli agenti e mobilitando folle e squadre specifiche per intimidire piccoli gruppi di agenti e costringerli alla ritirata.

Con l’aumentare delle dimensioni delle chat room, ne sono state aperte di nuove per suddividere la città in sezioni sempre più piccole, alcune delle quali coprono a malapena un raggio di quattro isolati. Questo consente agli utenti di monitorare le segnalazioni che li riguardano direttamente e di rispondere in modo rapido ed efficace alle segnalazioni nelle vicinanze.

Contro-sorveglianza

Queste reti hanno ampiamente beneficiato di un sistema di controsorveglianza istituito presso la sede locale dell’ICE. Il Whipple Building, un edificio federale situato a Fort Snelling, alla periferia di Minneapolis e Saint Paul, ospita da tempo il quartier generale regionale dell’ICE, dopo aver precedentemente ospitato altre agenzie federali.

Il complesso si trova di fronte a una guarnigione della Guardia Nazionale, vicino a un’installazione militare e adiacente al forte stesso, che è ancora in piedi. Il forte sorge su un luogo sacro alla confluenza di due corsi d’acqua. Fu uno dei primi insediamenti coloniali della zona e, per un certo tempo, servì anche come campo di detenzione per i nativi Dakota.

Il complesso Whipple comprende uffici amministrativi, strutture di smistamento e detenzione al piano interrato e un ampio parcheggio. I residenti hanno individuato questo sito come un punto strategico durante l’estate e vi hanno mantenuto una presenza costante dallo scorso agosto.

L’edificio è circondato da due autostrade, due fiumi e un aeroporto. Con solo due punti di accesso veicolare, è facile monitorare gli spostamenti dei veicoli dell’ICE. L’operazione Whipple Watch – così come è conosciuta – mobilita attivisti e osservatori che stanno sul posto da mesi. Raccolgono informazioni sui convogli diretti in città o che trasportano i detenuti all’aeroporto, identificano modelli operativi, nonché giorni e orari di punta delle attività, e registrano meticolosamente le targhe dei veicoli.

Questo database viene consultato quasi costantemente, consentendo alle squadre di intervento rapido, a piedi o a bordo di veicoli, di confermare la presenza di mezzi dell’ICE in tempo reale. L’ICE ha iniziato a cambiare regolarmente veicoli e targhe nel tentativo di contrastare questo sistema di controsorveglianza, ma il numero di segnalazioni ricevute continua ad aumentare.

Whipple Watch persegue tre obiettivi principali:
1) Fornire alle reti di risposta rapida locali un sistema di allarme preventivo, in caso di massicci afflussi di truppe e convogli;
2) La raccolta di dati, in particolare tramite i registri di immatricolazione dei veicoli;
3) Assicurarsi che l’ICE sappia di essere monitorato, anche sul proprio territorio.

Whipple Watch ha chiaramente raggiunto questi obiettivi, nonostante la presenza di una forza militarizzata più che ostile.

Come funziona

Ogni distretto della città (Southside, Uptown, Whittier, ecc.) dispone di team di coordinatori che, negli orari delle operazioni, si alternano alla gestione continua della comunicazione tramite la piattaforma Signal. Occasionalmente, diversi coordinatori operano contemporaneamente per condividere compiti aggiuntivi come il monitoraggio delle comunicazioni, l’inoltro delle segnalazioni ad altri canali o la verifica delle targhe.

Questa distribuzione delle pattuglie garantisce inoltre una copertura uniforme dell’intera area, consente di raccogliere informazioni e facilita l’assistenza durante gli scontri. Tutti i pattugliatori, in auto e a piedi, rimangono in linea per tutta la durata del pattugliamento. Il flusso costante di informazioni consente alle altre auto di decidere se sono ben posizionate per unirsi, assumere il controllo di un’operazione di sorveglianza o continuare la ricerca di altri veicoli.

Poiché l’organizzazione è stata suddivisa in zone di quartiere più precise, i residenti di molte aree hanno anche istituito un sistema di messaggistica istantanea giornaliero. Le chat vengono ricreate ed eliminate ogni giorno per mantenerne la leggibilità ed evitare sovraccarichi (il numero massimo di partecipanti per gruppo Signal è limitato a 1.000 persone). Diversi quartieri, sia nelle città sia nelle periferie, hanno replicato la struttura di base di questo sistema, ma con modelli, strutture di discussione, meccanismi di verifica e metodi di raccolta dati leggermente diversi.

Un gruppo di raccolta informazioni raccoglie i dati anonimi inviati da Whipple Watch e da diversi gruppi locali di risposta rapida, quindi li organizza in formati utilizzabili, come mappe interattive delle aree ad alto rischio. Questo gruppo gestisce anche il database consultabile delle targhe, classificate come: “membri ICE confermati”, “membri ICE sospetti”, “non-membri ICE confermati” e altre.

“I miei genitori erano in un bar quando hanno sentito fischi e clacson. All’improvviso tutti i clienti si sono alzati e si sono precipitati verso l’uscita”

Sono stati creati altri forum di discussione localizzati, in particolare in scuole, comunità religiose e servizi di consegna di generi alimentari locali. Un’altra novità è stata la chat di ammissione di Neighborhood Networks, che funge da punto di raccolta per i volontari in arrivo.

Nuove persone provenienti da qualsiasi parte della città, o dello stato del Minnesota, possono registrarsi ed esplorare i vari forum disponibili. Gli amministratori li aggiungono quindi ai gruppi aperti o li indirizzano ai processi di selezione e formazione per gruppi più chiusi.

Più di recente, i coordinatori hanno testato un “sistema di relé” [“ripetitori”, intesi non come dispositivi ma come persone, ndt] per cui i pattugliatori che pedinano i veicoli fino al limite della loro area possono comunicare tramite messaggistica istantanea e passare il veicolo a un pattugliatore della zona limitrofa. Ciò consente ai pattugliatori di concentrarsi su percorsi sempre più brevi, che possono padroneggiare rapidamente e quindi coprire meglio di qualsiasi agente ICE.

Inoltre, i “relé” di lingua spagnola copiano gli avvisi dalle chiamate e dalle chat locali, li traducono e poi li distribuiscono alle vaste reti di lingua spagnola su Signal e WhatsApp.

Ciò che dall’esterno potrebbe apparire come un’eccessiva formalizzazione dello scambio di informazioni, o al contrario come una mancanza di struttura nelle comunicazioni aperte a cui partecipano contemporaneamente tutte le pattuglie presenti nella stessa area, si rivela in realtà un sistema di comunicazione efficace, auto-organizzato e ben coordinato.

Le informazioni vengono trasmesse in modo affidabile su più livelli tramite chat e coordinatori, e i pattugliatori adottano rapidamente pratiche culturali che consentono loro di evitare di sovrapporsi e di trasmettere le informazioni in modo chiaro e organizzato. I volontari si autoselezionano in turni di durata variabile, decidendo quali percorsi seguire in base alle proprie conoscenze, competenze, interessi e disponibilità.

Questo sistema è in continua evoluzione, molto flessibile, un po’ difficile da spiegare a chi non è esperto, ma sorprendentemente facile da integrare, una volta superato lo shock di ricevere più di 1.500 messaggi al giorno, ovviamente.

“Non hai idea di quanto sia pazzesca la roba qui”

La reazione dell’ICE è stata tangibile. Hanno cambiato tattica. Sono stati cacciati da alcuni quartieri durante le operazioni. Sono stati sorpresi a parlare delle loro paure e del fatto che molti di loro avevano già marcato visita.

Hanno anche costantemente intensificato i loro attacchi violenti contro gli osservatori. I pattugliatori che seguono l’ICE troppo da vicino o per troppo tempo si ritrovano spesso circondati, il che permette a quattro o dieci agenti di circondare il loro veicolo, battere contro le portiere, urlare, filmare e minacciare arresti.

Pattugliatori che hanno bloccato l’ICE con le loro auto sono stati speronati, hanno avuto i finestrini rotti o sono stati estratti dai veicoli con la forza per essere fermati o arrestati. Alcune persone sono state costrette a salire sui veicoli dell’ICE, portate vie per diversi chilometri e poi abbandonate sul ciglio della strada. Gli agenti hanno estratto le persone fuori dalle auto, le hanno trascinate per diversi isolati e poi le hanno fatte scappare lungo la strada.

Recentemente, gli agenti hanno usato spray al peperoncino contro le auto, a volte cercando di impregnare l’abitacolo per costringere gli occupanti a uscire, a volte semplicemente per marcare visibilmente le auto al fine di molestarle ulteriormente e prenderle di mira.

Di recente, degli agenti dell’ICE hanno lanciato un candelotto lacrimogeno dal loro veicolo mentre guidavano in autostrada per cercare di dissuadere qualcuno dal seguirli. Gli agenti non solo hanno seguito alcuni pattugliatori fino a casa, ma hanno anche identificato autisti o veicoli che li seguivano per condurli ai loro indirizzi di casa come forma di intimidazione.

Pattugliatori ci hanno raccontato che gli agenti li hanno picchiati, hanno cercato di investirli, si sono diretti minacciosamente contro i loro veicoli, li hanno tenuti sotto tiro, hanno sparato ai loro pneumatici e li hanno trascinati fuori dai veicoli in movimento.

L’omicidio di Renee Nicole Good ha scioccato la nazione, ma non è stata una sorpresa per coloro che hanno calcato le strade delle Twin Cities nelle ultime sei settimane.

Il modello Twin Cities: non copiarlo, ma impara

Ciò che distingue la rete di risposta rapida delle Twin Cities e il suo intero ecosistema non è la rigorosa aderenza a una struttura specifica. Piuttosto, è un’analisi lucida della situazione, la volontà di adattarsi e il coraggio di rispondere all’escalation di violenza.

Gli abitanti di Minneapolis e Saint Paul osservano attentamente i loro avversari. Conoscono i metodi di dispiegamento degli agenti dell’ICE, le loro posizioni, il loro aspetto, il loro comportamento e le loro reazioni. Vivono in un’area metropolitana relativamente piccola e densamente popolata, dove molti quartieri sono percorribili a piedi e la planimetria a griglia facilita gli spostamenti in auto. Le persone sono connesse, attingendo a legami ereditati da precedenti movimenti e rivolte.

Il sindaco di Minneapolis cerca di preservare l’immagine progressista della sua amministrazione; è improbabile che la polizia venga schierata per rafforzare le operazioni dell’ICE. Si tratta di condizioni concrete e osservabili che hanno direttamente plasmato la progettazione e l’attuazione della resistenza locale.

I soggetti coinvolti nel modello si impegnano a dimostrare flessibilità e adattabilità di fronte a circostanze in continua evoluzione. Poiché la città è composta da quartieri con caratteristiche e profili demografici diversi, il modello è stato progettato per adattarsi a ciascun quartiere.

Dopo la fine delle retate, l’ICE ha condotto le sue operazioni quasi esclusivamente da una posizione centralizzata ad accesso limitato, spingendo gli organizzatori a investire massicciamente nella controsorveglianza in quel luogo.

Con il passaggio ad arresti in strada e perquisizioni rapide e casuali, l’unico modo per anticipare i loro movimenti era identificare i veicoli in avvicinamento. La popolazione si è quindi concentrata sull’individuazione dei veicoli dell’ICE sulle strade e sul loro pedinamento.

L’ICE ha dovuto fare affidamento su tattiche a sorpresa e agguato, quindi i soccorritori hanno utilizzato il rumore – fischietti e clacson – per dare rapidamente l’allarme a distanza. Gli agenti dell’ICE non amano operare in inferiorità numerica e non amano essere circondati, quindi i pattugliatori radunano le auto e formano blocchi stradali improvvisati.

Poche di queste situazioni erano prevedibili. L’unico modo per adattarvisi efficacemente era creare un ambiente aperto e inclusivo, che favorisse l’iniziativa e l’auto-organizzazione.

Il coraggio dei residenti delle Twin Cities merita un riconoscimento speciale. È facile criticare le reti di risposta rapida, poiché filmare o osservare l’escalation della violenza non è sufficiente per controllarla. Molte reti in tutto il paese si sono smobilitate prima ancora di iniziare, perché cercavano di controllare eccessivamente le azioni dei loro membri, nonostante ci fosse una generale disponibilità a partecipare attivamente al conflitto.

Gli istruttori spesso enfatizzano la non interferenza; alcuni soccorritori si osservano a vicenda per strada, rimproverando chiunque lanci oggetti o urli. In alcuni casi, ciò deriva da un timore istintivo di rappresaglie contro le ONG coinvolte. In altri, si tratta di un’attenzione ben intenzionata ma fuorviante alla “sicurezza”, che si traduce in un approccio paternalistico che impone agli altri quale livello di rischio sia ritenuto accettabile.

La stessa eccessiva cautela si osserva nelle Twin Cities. Alcuni istruttori e coordinatori, per abitudine, incoraggiano le persone a ritirarsi anziché sostenerle nelle loro iniziative. Altri, invece di contrastare l’ICE, ostacolano chi agisce.

Ma la lotta qui è definita da quelli che oltrepassano i limiti, usano i loro veicoli e i loro corpi per immobilizzare gli agenti e liberare le persone prese di mira, lanciano palle di neve e pietre, calciano indietro i candelotti lacrimogeni, ricoprono auto e agenti di vernice e rompono i finestrini, continuano a urlare in faccia ai sequestratori anche quando vengono presi a pugni, spruzzati con spray al peperoncino o colpiti da proiettili di gomma.

Assistono a rapimenti fatti da uomini mascherati, sparizioni non dichiarate e uccisioni senza precedenti fatte da questo nuovo ICE ringalluzzito e sono disposti a correre rischi reali per fermarli. Stanno subendo la violenza delle rappresaglie, e nonostante ciò sono più numerosi, più forti e più coraggiosi.

Prepararsi all’imponente calata di agenti dell’ICE nella vostra città – e credetemi, è imminente – richiede una valutazione approfondita della situazione e un approccio creativo. Ciò che funziona meglio per la vostra città probabilmente non assomiglierà esattamente a queste unità di osservazione che quotidianamente sorvegliano il quartier generale dell’ICE o alle pattuglie mobili di pronto intervento. Richiederà un’analisi approfondita di come sfruttare al meglio i vostri punti di forza e i vostri punti deboli nelle vostre specifiche circostanze. Iniziate a studiare, pianificare, a connettervi e a sperimentare ora.

Guardiamo alle Twin Cities non per replicarne i dettagli, ma per la chiarezza delle loro analisi, la rapidità e la decisione delle loro azioni, la loro agilità nella sperimentazione, la profonda cura reciproca e il loro coraggio contagioso.

Fonte

16/10/2025

People have the power


È ora di bussare forte al portone del potere. Mai come oggi – da qualche decennio a questa parte – la frattura tra classe dirigente (multinazionali, imprese, banche, classe politica, ecc.) e popoli è stata così evidente e netta.

Una frattura sottolineata non solo dalla dimensione delle manifestazioni contro il genocidio, le politiche guerrafondaie e il riarmo, l’impoverimento crescente dei ceti popolari fino al “ceto medio”, ma anche dalla riduzione ai minimi termini della partecipazione al rito elettorale.

Se fosse necessario lo stesso quorum preteso per i referendum (50% più uno) non ci sarebbe più una sola votazione valida. Europee, Marche, Calabria e persino la Toscana hanno registrato votanti nettamente inferiori alla metà degli aventi diritto.

È una sentenza: la rappresentanza politica non è più credibile per la maggioranza dei cittadini.

Chi vota ancora lo fa – in parte decrescente – per un residuo bisogno di esprimere almeno un’opinione, oppure perché è vincolato a clientele da cui ottiene, o spera di ottenere, qualche vantaggio personale o familiare. Gli altri possono anche stare a casa, tanto i loro interessi generali non trovano un riferimento attendibile.

Il voto in Toscana non cambia di molto questa valutazione, anche se il risultato di Antonella Bundu è stato decisamente straordinario (5,2%), proprio perché non esiste alcun automatismo tra ritorno della partecipazione alle mobilitazioni e risultati elettorali.

Giustamente lei stessa ha chiarito che “qualche persona magari ha fatto un collegamento” tra scendere in piazza e scegliere Toscana Rossa nell’urna. Ma la stragrande maggioranza dei milioni che hanno bloccato tutto il 22 settembre e poi di nuovo il 3 e il 4 ottobre è da tempo indifferente ai riti della politica istituzionale, percepita come distante e soprattutto nemica.

E quindi ci troviamo davanti a un bel paradosso da risolvere, se si vuol mettere insieme un progetto di alternativa complessiva – valoriale, ideologica, sindacale e politica – in grado di rovesciare l’assetto dominante in questo paese e in questo declinante continente.

Da un lato abbiamo visto il ritorno prepotente dell’indignazione di tanti che hanno voluto dire addio all’individualismo impotente degli ultimi 30 anni. Non si blocca un porto o una stazione o una tangenziale da soli. Tanto meno l’intero paese. Occorre essere in tanti, con un briciolo di organizzazione e un forte comun sentire. Tanti da scoraggiare in partenza qualsiasi malintenzionata repressione poliziesca, che resta lì, sempre pronta, in mano a governi terrorizzati.

Dall’altro, questa voglia di contare e mettersi insieme non ha a disposizione, per il momento, forme e strumenti per farsi valere al di fuori del puro manifestare.

La sfida è ovviamente molto più ampia. La “crisi della democrazia rappresentativa” non si risolve inventando un’altra lista da esporre sullo scaffale dell’“offerta politica” e che verrebbe guardata come tutte le altre. Se in tutto il mondo euro-atlantico la situazione è praticamente identica questo indica la fine di uno storico sistema politico-giuridico nato per ricondurre ogni conflittualità sociale dentro un quadro di compatibilità previste e che nessuno può pensare di infrangere, per quanto radicali siano le istanze che rappresenta.

L’Unione Europea e i suoi trattati vincolanti incentrati sul controllo dei bilanci statali hanno segnato il punto più alto di questo ferreo controllo di classe su ogni possibilità di cambiamento, sia pure solo “riformista” (l’esperienza della Grecia nel 2015 è esemplare).

Il trasferimento della “sovranità” dai popoli ai “mercati” ha certificato, nello stesso tempo, la sottrazione della decisione politica ai mutevoli equilibri sociali, svuotando così di senso ogni processo elettorale, a prescindere dai diversi sistemi (guardate la Francia, per decenni indicata come esempio di “stabilità bipolare”).

Che voti a fare Tizio o Caio se il programma di governo – curiosità locali a parte – non può cambiare mai?

Sembrava perfetto. In alto i tecnoburocrati raggiungibili solo dalle lobbie multinazionali e a seconda della loro potenza; in mezzo gli amministratori nazionali (regionali, comunali, circoscrizionali) vincolati con trattati non rivedibili; sotto tutti gli altri, comunque la pensassero e comunque si organizzassero.

La crisi economica, i salari in drastico calo, il welfare sempre più rachitico, hanno prodotto a lungo solo un mugugno impotente. La guerra alle porte e soprattutto il genocidio in diretta tv hanno fatto saltare il coperchio e l’ebollizione sociale è tornata a manifestarsi.

Gaza ci ha fatto vedere l’orizzonte verso cui tutti noi siamo nei fatti diretti. Ognuno di noi ha potuto riconoscersi in quella massa disperata e meravigliosa che persino sotto le bombe e la fame si comporta da popolo in lotta, non da individui con il prezzo incollato sulla fronte (i collaborazionisti, come ovunque, non sono mancati, ma finiscono tutti nello stesso modo).

Ognuno di noi ha perciò potuto imparare a dire basta, a muoversi, a sollevare lo sguardo dallo smartphone e scoprire lo sguardo dei nostri simili. Riconoscersi come essere umano e misurare la distanza siderale da “definisci bambino”. E riconoscere in quell’abiezione il risultato di un suprematismo razzista che è contemporaneamente anche un “razzismo di classe” che da secoli divide gli umani in “eletti” e “sacrificabili”.

È tutto in nuce, allo stato aurorale, certo. Ma già irriducibile ai tentativi di recupero verso una “normalità” che non risulta fisicamente possibile.

Non a Gaza o in Cisgiordania, dove Israele e i suoi coloni fremono per riprendere la mattanza e il furto di terra. Non nei programmi di riarmo che spudoratamente chiedono di eliminare la spesa sociale per nutrire quella militare, così da portarci il prima possibile nelle condizioni di Gaza, o peggio. Non nelle normali “relazioni industriali”, dove le imprese continuano a chiedere aiuti per sé e a rifiutare qualsiasi aumento salariale.

Non è questa la “normalità vivibile” che può far rientrare nelle case le coscienze che si sono sollevate per un moto di indignazione incontenibile. Va avanti la logica guerrafondaia e genocida, e quindi andrà avanti quel movimento. Fatto dopo fatto, orrore dopo orrore, traendo forse più forza ogni volta.

Ascoltare e supportare, sperimentare forme organizzative a ogni livello (quelle territoriali sono indispensabili, ma da sole non basterebbero), sviluppare visioni e culture convergenti, all’altezza della cambiamento radicale – davvero epocale – che l’inversione della direzione del mondo richiede.

Allargare le alleanze sociali e politiche che si sono fin qui create, favorire ogni processo aggregativo che non perda il senso totalmente alternativo di questa esplosione sociale improvvisa.

Un blocco sociale potenzialmente egemone non si aggrega e organizza da solo, ma non tollera nuove gabbie già preparate per altre stagioni. Si può e si deve provare anche la sfida della rappresentanza politica, ma non come fine in sé. Non esistono più, infatti, “deleghe in bianco” rilasciate su base puramente ideologica o simbolica.

Quando un popolo, un “blocco sociale in formazione”, torna a voler dire la sua, non si accontenta di parole prese in prestito. Cerca quelle che lo fanno esprimere appieno e riconosce solo chi parla la stessa lingua.

Hic Rhodus, hic salta.

Fonte

05/10/2025

Riflessioni a partire dallo sciopero

di Roberto Fineschi

I. Problemi di costruzione di un’identità politica di classe

Nonostante i deliri dello ius sanguinis e il “patriottardismo” del ventennio in nero, la stessa nozione di “popolo italiano” è un costrutto storico in divenire e, nonostante più di centocinquantanni di esistenza istituzionale, tutt’altro che consolidato. La frantumazione secolare, le differenze socio-economiche, culturali, istituzionali, linguistiche delle varie zone dell’attuale Italia politica hanno reso la creazione di un’entità definibile “popolo italiano” quanto mai complessa, irta di difficoltà e resa ancor più accidentata dalla peculiare composizione della lotta di classe in quel contesto

La sempre sottolineate estraneità – o addirittura opposizione – delle masse popolari per lo più contadine al processo risorgimentale, il carattere dispotico e disumano del regime liberale prima, del fascismo poi (ed il primo in verità meno popolare del secondo) hanno alimentato quello stesso sentimento di non immedesimazione, distacco, ribellione anarcoide contro le istituzioni, qualunque esse siano.

Solo la nascita dei movimenti socialisti prima e comunisti poi da una parte, lo strutturato solidarismo paternalistico cattolico dall’altra hanno contribuito a organizzare il comune sentimento di essere sulla stessa barca di una massa di diseredati mai diventati pienamente cittadini in senso “borghese”.

Il tardo e limitato sviluppo capitalistico, il carattere ultraelitistico delle classi dirigenti italiane hanno limitato il processo progressivo di borghesizzazione della società – la cittadinanza, l’identificazione progressista, e non puramente retorica, di nazione e stato – a una fascia limitata della popolazione, escludendo il “popolo”.

La natura di fondo anarcoide e disorganizzata di questo popolo, la refrattarietà a identificarsi in organizzazioni istituzionali, come si diceva, solo in parte è stata compensata dall’attività politica organizzata dei partiti di massa e ha lasciato fuori da questi processi una larga parte della popolazione che ha continuato a preferire, come aveva fatto per secoli, di far buon viso a cattivo gioco, senza capacità trasformativa di largo respiro, mirando al proprio “particulare” date le circostanze esternamente date (Guicciardini teorizza e docet).

In essi matura dunque semmai un sentimento solidale destrutturato di comune umanità diseredata (qui gioca un ruolo anche la comune matrice cattolica dell’essere umano in generale come individuo intimamente, ma non istituzionalmente, personale) contro l’istituzione nemica che può sfociare più in forme di ribellismo e/o più comunemente di dissenso passivo (mancata o finta adesione) piuttosto che in organizzazione e progettualità politica attiva.

Questo aspetto è rappresentato emblematicamente per es. in alcuni film di Monicelli (si pensi al finale de La grande guerra).

In casi eclatanti di violenza istituzionale può esplodere fragorosamente per una durata limitata e senza stabile prospettiva trasformativa.

Be’, a questo ci troviamo di fronte per l’ennesima volta anche oggi. La sfida politica, che in parte era stata vinta nei decenni del secondo dopoguerra, è dare un ordine e un’organizzazione a un movimento con tanto stomaco ma con una testa tanto più piccola del corpo. Le recentissime elezioni hanno confermato questa situazione: nessuna coincidenza tra protesta popolare di massa e risposta politica istituzionale.

È ancora una volta la sfida gramsciana dell’organizzazione e dell’egemonia che va affrontata urgentemente. Altrimenti, finita la “buriana”, i cattivi si faranno sentire da par loro.

II. Recapitulatio

1) Un paese viola da decenni il diritto internazionale.

2) Recentemente (e già prima non scherzavano) questa violazione ha assunto dimensioni di violenza inaudita, esplicita e inimmaginabile, disumana.

3) Questo paese può fare tutto ciò perché supportato dai padroni del mondo “occidentale” che lo utilizzano come testa di ponte per controllare l’area.

4) Quelli che erano vassalli del padrone occidentale – e che finché c’era la spauracchio dell’URSS dovevano apparire liberi e eguali e quindi avevano dei margini di manovra – ora sono decaduti alla status di servi da comandare (combattere al posto loro pagando loro le armi) e da spolpare (gas e concessione del controllo finanziario speculativo dell’economia nazionale con l’ingresso dei fondi di investimento, ecc., grande distribuzione via internet, ecc.) e quindi devono semplicemente obbedire. Prima potevano avere una voce dissonante sul Medioriente, ora devono dire signorsì.

5) ll paese genocidario è alleato del nostro, ci fornisce servizi di vario genere, ha addentellati fortissimi nel governo ma anche trasversalmente nel principale partito sedicente di opposizione (“sinistra per I….e”).

Gli Stati occidentali non solo stanno dalla parte del paese genocidario, senza di loro esso non potrebbe fare quello che fa, sono *complici*.

6) Per salvare la faccia con la popolazione occidentale progressista incredula si fa il giochino della piccole, tardive, concessioni: riconoscimento ma senza embargo, accompagnamento ma senza intervento, indignazione di alcuni mezzi di informazione (soprattutto in UK e USA) ma senza attaccare con la stessa intensità con cui si accusano i genocidari i propri governanti che ciò rendono possibile. Tutto ovviamente con la massima malafede e solo per sembrare bravi e onesti.

7) Non c’è niente da dimostrare, è inutile prendere sul serio le chiacchiere dei vari lacchè che quotidianamente si arrampicano sugli specchi a dispetto del ridicolo e della perdita della dignità che non hanno mai avuto. È sbagliato riconcorrerli nei loro non ragionamenti fatti solo per ingarbugliare il discorso e farlo finire in vicoli ciechi. Bisogna lasciarli perdere ed elencare semplicemente le violazioni continue e ripetute, manifestare e, soprattutto, organizzarsi perché questa indignazione diventi una voce politica.

8) Questa voce deve darsi uno statuto organizzativo, far capire al ceto medio nostrano che verrà spazzato via dai padroni a stelle e strisce senza pietà nel giro di breve, e che è nell’interesse nazionale anche dei più refrattari porre la questione degli schieramenti internazionali in cui conviene strategicamente collocarsi.

III. Contro la barbarie, sciopero generale!

Tutto nasce ormai più di 100 anni fa come progetto coloniale in cui arabi ed ebrei vengono ingannati con promesse di autonomia statuale ed entrambi strumentalizzati dai “grandi civilizzatori” del governo inglese.

Prosegue come tentativo di egemonia sull’area all’inizio della guerra fredda tra URSS e Inghilterra che muovono pedine sullo scacchiere (valutazione clamorosamente sbagliata di Stalin al tempo).

Già a questo punto l’escalation della violenza ha raggiunto livelli che violano sia il diritto internazionale che quello umanitario.

Subentrando le elites a stelle e strisce e aumentando massicciamente il controllo/finanziamento e infine cadendo l’URSS si rompe ogni argine, fino alla mattanza attuale.

La sproporzione tra le forze da mettere in campo per salvare la Palestina e il “guadagno” che può fruttare a un qualunque “decisore” internazionale è grande. La battaglia è ardua. Ma non è una battaglia vana, né solo locale.

Come nella Gerusalemme liberata accade a Rinaldo di fronte allo scudo che riflette la sua immagine corrotta, tutto ciò ha destato le masse dal torpore indotto dai paradisi artificiali in cui vengono tenute drogate, dai sessualismi, edonismi, particularismi, consumismi del nulla. Dalla percezione di una vera e propria crisi di civiltà.

L’enormità è tale che non si può non vedere, non si può fare finta di niente, se non altro non si può non temere che tanta violenza fuori da ogni controllo domani possa tornare a sconvolgere l’esistenza “normale” anche da noi.

Se la crescita della coscienza politico-sociale è da tempo arrestata, è anzi in regresso, ciò non ha cancellato, almeno in molti, il sentimento di una comune umanità (che anch’esso non ha niente di naturale ma è un’acquisizione storica).

Questo risveglio va fatto fruttare. La frammentazione politica non si cancella con uno slancio di buone intenzioni. Va creata una piattaforma comune in cui convergere con un paio di obiettivi strategici comuni sui quali focalizzarsi, lasciando da parte le divisioni identitarie (che ovviamente si possono mantenere ma che non devono confliggere con il raggiungimento degli obiettivi minimi comuni).

Il primo obiettivo minimo comune, per chiamare la barbarie con il suo nome, è lo sciopero generale!

IV. Ipotesi per il dopo

Senza pretesa di dettare linee a nessuno, solo ragionamenti a voce alta per riflettere.

1) La premessa di cui sono convinto è che, se questo potente, poderoso, incoraggiante movimento non riesce a darsi una qualche organizzazione o delle linee guida di convergenza, c’è il rischio che faccia la fine di tutti gli altri movimenti che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni, ovvero che si disperda e che non si riesca a chiudere la strada alla montante reazione che gli farà seguito.

2) Il movimento è molto ampio e composito, ha molte anime e molte teste, molte identità. Ipotizzare una “unità” non dico organizzativa (direi assolutamente impossibile), ma anche ideale significa secondo me non voler guardare in faccia la realtà. Anzi, rischia di essere controproducente perché impone di trovare delle mediazioni su fortissime questioni identitarie che finirebbero per avere il sopravvento, risultare divise e, soprattutto, confinare la discussione, temo, su un inconcludente terreno ideologico.

3) Per questo motivo credo che non sia questa la strada da intraprendere. Non perché sia impossibile, ma direi che è decisamente prematura e, più che a unità e organizzazione, porterebbe a divisioni.

4) L’idea dunque potrebbe essere non affrontare il tema di un’organizzazione comune, ma di (pochi, chiari, decisivi) *obiettivi comuni*, che lascino da parte le questioni identitarie e che invece valorizzino la convergenza verso temi concreti su cui tutti siamo d’accordo.

5) Ciò potrebbe essere possibile ipotizzando piattaforme terze, anche istituzionali (alleanze, coalizioni, anche una specie di “partito” che abbiano delle *precise regole di funzionamento*) in cui nessuno confuisce, ma in cui si individuano e discutono gli obiettivi comuni per i quali ci si mobilità unitariamente.

6) I punti possibili sono ovviamente molti e ovviamente soggetti alla negoziazione di chi intendesse imbarcarsi in un’operazione del genere. A mio avviso, anche per mantenere il legame con il movimento in atto uno fondamentale dovrebbe essere defalcare le ingenti spese militari programmate (e anche quelle per il ponte) e, in secondo luogo, reindirizzarle verso politiche del lavoro. Abbiamo valenti economisti eterodossi con cui ipotizzare piani di ammodernamento della rete ferroviaria secondaria (pendolari), piani per l’edilizia popolare, riqualificazione del territorio, ecc. Ovviamente scuola e sanità pubbliche, ecc.

7) È qualcosa che non va fatto in astratto o in linea di principio (come le mie chiacchiere), ma concretamente, cifre alla mano su ricaduta occupazionale, effetto volano sull’indotto, ecc. Ci sono delle figure che possono farlo.

E, come scrisse Marx alla fine della Critica del programma di Gotha riecheggiando il vecchio Ezechiele 3,19, “dixi et salvavi animam meam”, che, detto da uno che non crede nell’immortalità dell’anima, vuole suonare scherzoso.

Fonte

30/04/2024

Il significato rivoluzionario del Primo Maggio e la questione sindacale

1) Origine, significato e valore del Primo Maggio

La “giornata internazionale del lavoro” venne istituita a Parigi nel corso di un congresso operaio che vide costituirsi, in significativa coincidenza con il primo centenario della presa della Bastiglia, il 14 luglio 1889, la Seconda Internazionale. Proprio per tale motivo questo anno passerà alla storia come il “secondo ’89”.

Lo scopo dei dirigenti del movimento operaio e socialista che fissarono questo annuale appuntamento, che per decenni avrebbe visto le classi lavoratrici dei più diversi paesi del mondo manifestare per i loro diritti economici, sociali e politici, fu quello di fare del Primo Maggio il momento centrale della storica battaglia per la conquista della giornata lavorativa di 8 ore. La data fu prescelta in ricordo dei fatti di Chicago, dove il l° maggio di tre anni prima si era svolta una grande manifestazione della classe operaia che aveva visto 80.000 lavoratori scendere in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa dì 8 ore.

Dopo la sanguinosa provocazione della polizia, che il 3 maggio aveva attaccato i lavoratori dinanzi ai cancelli di una fabbrica, la borghesia nord-americana scatenò una durissima repressione contro i “Knights of Labor” (Cavalieri del lavoro), l’organizzazione che aveva diretto gli scioperi e promosso le manifestazioni dei lavoratori.

Gli effetti della furiosa campagna propagandistica con cui il padronato e il governo attuarono l’azione repressiva al fine di criminalizzare i “Knights” e di isolare il movimento operaio dall’opinione pubblica, furono talmente pesanti e duraturi, che ancor oggi negli Usa i lavoratori sono costretti dal potere capitalistico, il quale ha così cercato di cancellare perfino il ricordo di quei conflitti, a celebrare le loro lotte il primo lunedì di settembre.

A partire dalla sua nascita, indissolubilmente connessa al ricordo dei “martiri di Chicago”, altri significati si sono aggiunti alla “Festa del Lavoro” nei periodi successivi e nel solco delle specifiche tradizioni dei diversi paesi. Ancor oggi il Primo Maggio è una ricorrenza celebrata nei paesi capitalistici e nei paesi del Terzo Mondo. Quando un “leader” carismatico del socialismo italiano, Andrea Costa, affermò nel 1893, a proposito del Primo Maggio: “I cattolici hanno la Pasqua; da oggi in poi anche i lavoratori avranno la loro Pasqua”, mise bene in luce la portata universale, militante e classista della “festa del lavoro”.

2) Sindacati e partito comunista nel periodo della Terza Internazionale

La Terza Internazionale (1919-1943), dal canto suo, nei momenti più acuti della lotta di classe poneva con forza, contrapponendosi alla tradizione opportunista della Seconda Internazionale socialdemocratica, il problema della separazione dei rivoluzionari dai riformisti:
«Poiché per i comunisti gli scopi e l’essenza dell’organizzazione sindacale sono più importanti della sua forma, essi non debbono arretrare neppure dinnanzi ad una scissione delle organizzazioni all’interno del movimento sindacale, qualora il rinunziare alla scissione equivalesse a rinunziare al proprio lavoro rivoluzionario nei sindacati, a rinunziare al tentativo di fare di questi uno strumento di lotta rivoluzionaria, a rinunziare ad organizzare la parte più sfruttata del proletariato» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”, 3 agosto 1920).
E quando le scissioni avvennero per iniziativa dei riformisti, che espellevano i comunisti dai sindacati, e si crearono così sindacati rivoluzionari come in Francia con la CGTU, l’Internazionale détte le seguenti indicazioni:
«Là dove la scissione tra il movimento sindacale opportunista e quello rivoluzionario è già avvenuta, là dove, come in America, accanto ai sindacati opportunisti sussistono organizzazioni rivoluzionarie, anche se non di tendenze comuniste, i comunisti sono tenuti ad appoggiare questi sindacati rivoluzionari, ad aiutarli a liberarsi dei pregiudizi sindacalisti e a portarli sul terreno del comunismo: esso soltanto è una bussola sicura nella confusione della lotta economica.

Là dove nell’ambito dei sindacati o al di là di essi, nelle fabbriche, si costruiscono organizzazioni, come gli ‘shop stewards’ e il consiglio di fabbrica, che si pongono come scopo la lotta contro le tendenze controrivoluzionarie della burocrazia sindacale e l’appoggio alle azioni spontanee e dirette del proletariato, è evidente che i comunisti debbono appoggiare con tutta la loro energia tali organizzazioni» (“Tesi sul movimento sindacale, i consigli di fabbrica e la Terza Internazionale”).
3) Sindacati di base e sindacati confederali

In sostanza la Terza Internazionale subordinava la creazione di una nuova organizzazione sindacale alle seguenti condizioni:
a) quando non è possibile un lavoro rivoluzionario nei sindacati;
b) quando non è possibile fare dei sindacati uno strumento della lotta rivoluzionaria;
c) quando nei sindacati non si riescono ad organizzare i settori più sfruttati del proletariato.
Ora, la domanda a cui occorre rispondere è la seguente: è possibile in questo periodo condurre un lavoro rivoluzionario all’interno dei sindacati confederali?

In effetti, abbiamo visto le espulsioni nella CGIL dei delegati non in linea. Se non è possibile fare un lavoro rivoluzionario nei sindacati confederali, è implicito che non se ne possa fare uno strumento di lotta rivoluzionaria. Per quanto riguarda il terzo quesito, si vede quanto il lavoro precario sia lasciato a se stesso, così come accade in certi settori del mondo del lavoro, dove ci sono situazioni di sfruttamento ai limiti della sopportazione umana.

Bisogna allora riconoscere nella creazione dei vari sindacati di base un’esigenza della parte più avanzata dei lavoratori salariati rispetto ai continui cedimenti dei sindacati confederali.

Per questo motivo è giusto considerare attualmente come prioritario l’intervento dei comunisti all’interno dei sindacati di base per dare a tali organismi un orientamento politico efficace; diversamente, se lasciati alla loro spontaneità, questi organismi possono diventare delle brutte copie dei sindacati confederali, cioè dei micro-sindacati che coltivano il proprio orticello.

Questo non significa però trascurare l’intervento nella CGIL, ossia consegnare alle dirigenze collaborazioniste centinaia di migliaia di lavoratori; sennonché questo intervento va esplicato senza illusioni di sorta circa rotture di massa tra i lavoratori o circa una possibile direzione alternativa.

In realtà, ogni qualvolta la lotta di classe si sviluppa, essa deve affrontare il problema di rompere politicamente ed organizzativamente con le politiche di collaborazione per tendere verso la costruzione di un sindacato di classe e di massa.

Fondamentale resta infine la consapevolezza della differenza irriducibile che intercorre tra il partito comunista e il sindacato: differenza che consiste nel fatto che, per quanto conflittuale possa essere, il sindacato di classe e di massa si limita (non per cattiva volontà ma) strutturalmente a lottare contro gli effetti dello sfruttamento, laddove spetta al partito comunista condurre la lotta strategica contro le cause dello sfruttamento.

4) Il Primo Maggio tra integrazione e conflittualità

Ripercorrere pertanto la storia del Primo Maggio in Italia significa individuare le tappe del lungo cammino del movimento operaio nel nostro Paese a partire dalle grandi lotte combattute per creare i primi embrioni di organizzazione sindacale, cooperativa e infine politica, indispensabili sia per ottenere un reale miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita (tra loro strettamente connesse, come ben presto si capì e come oggi si tende a dimenticare), sia per porre un limite al bestiale sfruttamento capitalistico; passando attraverso il divieto di celebrare la Festa, quando le classi lavoratrici, private dei loro partiti e dei loro sindacati, caddero sotto il giogo della dittatura fascista; per giungere fino ai nostri giorni che vedono, in un quadro che riproduce, all’interno di un regime formalmente democratico, taluni meccanismi nazional-corporativi di quel ventennio, il movimento operaio presentarsi diviso, subordinato ed impotente di fronte a un avversario di classe che, nonostante i suoi acuti conflitti interni, appare invece compatto e sempre più aggressivo.

L’importanza storica e politica (non meramente sindacale) del Primo Maggio, che riceve da questi dati storici un’ampia conferma, spiega l’attuale tentativo, condotto dalle forze dominanti e dal loro agenti interni al movimento operaio, di svuotare tale Festa di qualsiasi contenuto classista e di toglierle ogni carattere militante.

Sennonché la riflessione sul senso del Primo Maggio non può essere disgiunta da un attento esame della situazione attuale del movimento sindacale italiano, che appare sempre più diviso e subordinato (come dimostrano l’imposizione di un modello contrattuale regressivo e peggiorativo, la sostanziale cooptazione della Cisl nel blocco governativo e padronale, la linea incerta, subalterna e rinunciataria della Cgil).

La recessione capitalistica significherà, quindi, per la classe operaia, se questa non sarà capace di stabilire un nesso inscindibile tra le sue forme di organizzazione e le sue forme di lotta, un ulteriore pauroso arretramento su tre decisivi terreni: quello del benessere materiale, quello dei rapporti di forza con la classe capitalistica e quello del livelli di coscienza politica.

Il nostro paese, infatti, a causa della congenita debolezza della sua struttura economica, è destinato a subire le conseguenze più pesanti della congiunzione tra l’ondata recessiva in corso e gli eventi bellici sempre più incalzanti: accentuazione degli squilibri già esistenti nei settori produttivi, aumento del deficit già enorme del bilancio statale, ripresa del tasso d’inflazione, bassi salari, licenziamenti in massa ed espansione dell’esercito della manodopera precaria formato da giovani, donne ed immigrati stranieri, destrutturazione dei servizi sociali (a partire dalla scuola e dalla sanità), crescente impoverimento della popolazione lavoratrice e contestuale arricchimento delle classi dominanti.

In sostanza, i costi più pesanti della crisi e delle manovre di parte padronale e governativa dirette a rialzare un tasso di profitto sempre più declinante, saranno fatti pagare ai lavoratori con un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro e con una regolamentazione del diritto di sciopero in senso sempre più restrittivo, sino alla sua pratica vanificazione.

5) Rivendicazioni immediate, memoria storica e prospettiva strategica

Una particolare attenzione deve essere posta da tutti i lavoratori nel contrastare la riproduzione, attraverso l’introduzione dell’autonomia differenziata, delle “gabbie salariali”, ossia di una struttura delle retribuzioni, parimenti differenziata, fra il nord e il sud: tendenza sostenuta in chiave esplicitamente corporativa e nord-sciovinista dalla Lega Nord, che anche su questo piano rivela la sua natura reazionaria di forza di complemento del blocco capitalistico.

La consapevolezza dell’origine, delle cause e dei caratteri dell’attuale situazione delle classi lavoratrici trova oggi il suo fattore unificante, di carattere non solo ideale ma anche materiale, nella lotta contro la guerra imperialista e contro il sionismo, nella denuncia della organica complicità dell’Unione Europea e del governo Meloni rispetto all’una e all’altro, nell’appoggio militante e nella solidarietà con l’eroico popolo palestinese.

In questo senso, la chiara dimostrazione dell’importanza rivoluzionaria e internazionalista del Primo Maggio costituisce un elemento vitale della coscienza di classe dei lavoratori tanto riguardo al loro passato quanto riguardo al loro presente e al loro futuro.

Il Primo Maggio, da questo punto di vista, nonostante le ombre pesanti stese sul suo significato storico e programmatico dal revisionismo e dal riformismo, continua ad irradiare sull’origine e sul destino del movimento operaio la luce potente di una prospettiva di riscatto, di emancipazione e di libertà (quella vera, la libertà dal bisogno): prospettiva che il dominio sempre più feroce e distruttivo delle classi borghesi rende ancor più attuale ed urgente.

Con questa stessa ottica si esprimeva uno scrittore tedesco, Walter Benjamin, “compagno di strada” del movimento comunista nel periodo di ferro e di fuoco della Terza Internazionale, affermando giustamente in una delle sue celebri “Tesi di filosofia della storia” che «il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono» e che «esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante», cosicché «per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo».

Da quando il Primo Maggio fu proclamato “giornata internazionale del lavoro” sono trascorsi centotrentacinque anni. Più di un secolo di lotte, di conquiste, di preziose esperienze, ma anche di sconfitte, di arretramenti e di aspre lezioni.

L’impegno dei comunisti è rivolto a creare le condizioni che, da un lato, permettano alla classe operaia e al popolo lavoratore del nostro paese di ricongiungere la propria azione agli aspetti vivi e attuali di questa secolare vicenda e, dall’altro, li pongano in grado di portare avanti la battaglia per l’emancipazione sociale, difendendo il valore della forza-lavoro, spezzando la cappa soffocante del regime neocorporativo, affermando il proprio controllo sul mercato del lavoro, collegandosi ai nuovi problemi e alle nuove figure che sono emersi nel mondo della produzione e dei servizi, ma soprattutto risolvendo in modo nuovo e creativo il problema della costruzione dei due fondamentali strumenti della loro azione economica e politica: un sindacato di classe dei lavoratori, un partito del proletariato il cui obiettivo sia la rivoluzione socialista.

Di fronte all’attacco politico, ideologico e culturale, che la borghesia capitalistica ha sferrato alla teoria comunista e alla storia del movimento operaio con lo scopo di prevenire, contenere e reprimere la politicizzazione in senso rivoluzionario delle masse lavoratrici, i comunisti debbono rispondere anche sul terreno della ricostruzione della memoria storica del proletariato, mettendo in luce i veri significati del Primo Maggio, giornata di festa, di lotta e di organizzazione dei lavoratori che tornano ad innalzare, sollevandola dal fango in cui l’hanno gettata i revisionisti e i liquidatori di ogni risma, la rossa bandiera che reca il grande appello dettato da Marx e da Engels: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!».

Fonte

11/07/2023

Senza partito niente coscienza di classe. Senza classe niente partito rivoluzionario

Questa non è una recensione. Il nuovo libro di Visalli, Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo (1), tratta troppi argomenti perché li si possa esaurire nell'angusto spazio di una recensione, ancorché corposa. In questo articolo mi limito quindi ad affrontare due temi teorici che reputo cruciali: la ridefinizione del concetto di classe (e il suo impatto sul concetto di partito) e il background "religioso" della civiltà capitalistica (e la sua capacità di "contaminare" il discorso socialista). Da queste pagine restano quindi fuori temi quali il lascito delle grandi rivoluzioni otto-novecentesche, nonché l'alternanza fra capitalismo di mercato e capitalismo politicamente regolato, associata all'alternanza fra fasi di crisi e fasi di ripresa economica, temi ai quali il lavoro di Visalli dedica ampio spazio.

1. Classe e partito: due questioni inscindibili

"Lo spettro che si aggira per l'Europa" evocato da Marx ed Engels nel Manifesto dei comunisti era in larga misura un'entità virtuale (decenni più tardi, al tempo della Comune, gli insorti saranno in larga misura garzoni di bottega e artigiani, più che operai in senso moderno), ma presentava già una consistenza materiale sufficiente a inquietare una borghesia timorosa di dover abbandonare il trono sul quale si era da poco seduta. Oggi, dopo che la controrivoluzione neoliberale ha espropriato il proletariato occidentale della propria identità sociale, culturale e politica, lo spettro di cui sopra sembra persino più evanescente di quello evocato un secolo e mezzo fa. Per parafrasare il sottotitolo di Visalli, potremmo dire che il fantasma del collettivo si presenta ormai come un'ombra dispersa fra una miriade di soggettività incapaci di "fare corpo". Nel secolo scorso, i marxisti rivoluzionari potevano disquisire sui metodi migliori per risvegliare la coscienza politica di una classe "oggettivamente" rivoluzionaria, ancorché frenata dalla tendenza spontanea a non oltrepassare i limiti del tradunionismo; oggi si tratta piuttosto di reintrodurre in una massa polverizzata in atomi individuali la consapevolezza di appartenere a un'unica classe sociale dotata di interessi, bisogni e aspettative comuni. Visalli indaga i presupposti teorici che renderebbero concepibile la realizzazione di un simile obiettivo.

L'analisi parte da due punti fermi. Il primo consiste nel rifiutare gli approcci "sostanzialisti", termine con il quale Visalli si riferisce ai dogmi economicisti e "oggettivisti" di un marxismo dogmatico che considera la classe operaia come una sorta di realtà "a priori", un dato di fatto che trascende le condizioni storiche concrete. Contro questa posizione scrive, citando la lezione di Labriola, (2), "le classi sociali non emergono dalla terra" non esistono come entità astratte, bensì "nascono storicamente entro e attorno una determinata forma di produzione, al punto di congiunzione di volontà e necessità". Da ciò discende il secondo punto fermo: la questione della classe è inevitabilmente intrecciata a quella dell'agire politico, vale a dire a quella del partito, si costituisce assieme all'azione, al progetto politico.

Il rifiuto dell'approccio sostanzialista non comporta la negazione dell'esistenza di interlocutori sociali concretamente definibili, atteggiamento che appartiene piuttosto alle correnti culturali che si ispirano alle filosofie post strutturaliste e post moderne. Ecco perché il libro dedica molte pagine a smontare le tesi di André Gorz e dei teorici postoperiasti (3), i quali pontificano di una presunta "fine del lavoro" equivocando il senso della profezia marxiana contenuta in un noto frammento dei Grundrisse, laddove si afferma che, raggiunto un certo livello di sviluppo delle forze produttive, la teoria del valore-lavoro non può più essere applicata, dal momento che l'unico motore della produzione di ricchezza diviene il general intellect, vale a dire l'insieme delle conoscenze scientifiche e tecnologiche generate dall'individuo sociale.

Come ho scritto in varie occasioni (4), polemizzando con questa corrente di pensiero, i teorici postmoderni si sono illusi di riconoscere nelle utopie dei profeti della rivoluzione digitale, come Yokai Benkler (5) e Manuel Castells (6), la conferma che l'appena citata profezia marxiana si era ormai trasformata in realtà di fatto. Per tutti costoro, i cosiddetti "lavoratori della conoscenza" (categoria costruita estendendo a dismisura un campo limitato a esigue minoranze, quali le comunità degli sviluppatori opensource e i membri delle culture hacker) sarebbero le avanguardie rivoluzionarie di una forza lavoro dotata di consapevolezza e competenze tali da potersi affrancare dalle vestigia di un capitalismo ridotto a spettrale residuo del passato, a una sorta di sovrastruttura parassitaria, priva di reali funzioni produttive, che sopravvive solo imponendo con la forza "leggi" economiche desuete a una comunità produttiva che sarebbe ormai in grado di autogestirsi liberamente. Nella sua variante "accelerazionista" (7) il mito guarda con speranza alle tendenze più estreme del turbo capitalismo digitale che, sostiene, a mano a mano che prevarranno sulla "Old Economy", finiranno per estinguersi a causa del loro stesso trionfo.

Il secondo punto fermo coincide con una visione che associa classe e partito in un unico processo costituente, visione in nome della quale Visalli ingaggia un'altra battaglia cruciale: quella contro la sostituzione del concetto di classe con quello di popolo. In questo caso il bersaglio polemico è la coppia Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (8) e il loro rifiuto di identificare il soggetto del conflitto sociale nelle classi lavoratrici. Questi autori rimpiazzano infatti il proletariato con il popolo, un soggetto che considerano come una costruzione puramente linguistico-discorsiva operata da leader carismatici capaci di tradurre il coacervo delle domande inevase dal sistema liberal democratico in una "catena equivalenziale", che "si fa" popolo nella misura in cui identifica nelle élite dominanti il nemico comune. Questa costruzione intellettuale si fonda su una peculiare rilettura del concetto gramsciano di egemonia, non più riferito al dominio ideologico-culturale delle classi dominanti sulle classi subalterne, bensì alla capacità di una particolare rivendicazione di sovradeterminare gli altri anelli della catena equivalenziale.

A offrire una parvenza di validità a questa tesi, argomenta Visalli, hanno contribuito la crisi economica iniziata nel 2008 e il suo aggravamento, associato alla pandemia del Covid-19. Questi due "cigni neri" hanno destabilizzato le procedure e le istituzioni del regime neoliberale, riducendone la facoltà di generare consenso e ottenere legittimazione. La società è così entrata in un momento Polanyi (8), ha cioè iniziato a reagire agli effetti distruttivi del neoliberismo su tutti gli aspetti della vita sociale. L'individualismo edonista, che per decenni era riuscito a narcotizzare le velleità di opposizione, mascherando la realtà di una rapida e vertiginosa crescita delle disuguaglianze, ha iniziato a perdere colpi a mano a mano che si esaurivano le condizioni di sicurezza e fiducia che lo rendevano possibile. Purtuttavia la consapevolezza che solo l'azione collettiva (leggi la lotta di classe) può rovesciare i rapporti di forza vigenti non è a tutt'oggi riuscita a riemergere.

Assieme alla sfasatura temporale fra "il vecchio che muore e il nuovo che non riesce a nascere", Visalli evoca il monito di Gramsci sui rischi di rivoluzione passiva associati a queste fasi di transizione che, in assenza di un credibile progetto politico alternativo, appaiono senza sbocco. L'ondata populista (di destra e di sinistra: Sanders e Trump negli Stati Uniti, Corbyn in Inghilterra; Podemos e Vox in Spagna, M5S in Italia, Mélenchon e Le Pen in Francia) se da un lato conferma questa diagnosi gramsciana, dall'altro sembrerebbe corroborare le tesi di Laclau e Mouffe, se non fosse che questi movimenti, non essendosi posti l'obiettivo del rovesciamento del regime neoliberale, bensì quello di un suo addolcimento (a sinistra), o quello della restaurazione dei suoi principi e valori originari "traditi" da caste politiche corrotte (a destra) sono quasi del tutto rifluiti sotto i colpi della reazione delle élite dominanti.

Ma se il momento populista esaurisce la sua spinta propulsiva, il momento Polanyi con le sue laceranti contraddizioni, permane e si radicalizza. E quindi crescono i rischi. Il crollo dei sistemi tecno-scientifici di protezione provocato dal Covid-19, scrive Visalli, ha imposto il ritorno dello stato in forme autoritarie, provocando la rabbia e il rifiuto delle classi medie sedotte da ideologie antipolitiche e dal sovversivismo di destra. Ma il peggio è che la mobilitazione contro il virus ha lasciato il posto alla mobilitazione totale in vista di una Terza guerra mondiale fra le potenze occidentali e i Paesi che si oppongono alla loro egemonia, di cui la guerra tra Ucraina e Russia è il primo atto. Il keynesismo di guerra torna dunque a proporsi come soluzione di ultima istanza a una crisi senza sbocco. In questa situazione tragica, scrive Visalli, il lavoro intrecciato e parallelo di ricostruzione della classe e del suo partito diventa l'obiettivo prioritario e irrinunciabile, mentre al discorso populista va riconosciuto il merito di avere evidenziato il problema di ridefinire una soggettività antagonista non più descrivibile nei termini classici della opposizione bipolare operai/padroni.

Sbarazzarsi di questo dogma che, pur essendo già discutibile ai tempi di Marx (il quale era del resto consapevole di descrivere un modello astratto a partire dall'osservazione dal processo di accumulazione originaria in Inghilterra), è rimasto in auge per più di un secolo, non è compito agevole. Visalli lo affronta rimpiazzando lo schema bipolare con una rete complessa in cui si intrecciano una serie di "diagonali" che descrivono altrettanti criteri di selezione. Da un lato resta importante, anche se non esclusivo, il criterio delle differenze quantitative e qualitative di reddito, per cui la condizione di chi ha come unica fonte di reddito la vendita della propria forza lavoro – né è in grado di determinare il prezzo di questa "finta merce" – funge da fattore unificante dell'arcipelago dei frammenti (lavoro precario, "uberizzato", finto autonomo, intermittente, terziarizzato, ecc.) in cui l'offensiva neoliberale ha fatto esplodere la classe operaia tradizionale. Dall'altro lato, occorre leggere queste nuove forme a partire dalle catene produttive globali, che dimostrano come la legge del valore si sia ampliata e complessificata, in barba a coloro che ne decretano la fine (vedi sopra). Lo sfruttamento classico viene così a intrecciarsi con il conflitto fra centri, periferie e semi periferie, tanto a livello nazionale (9) che a livello globale, uno scenario che già Lenin aveva abbozzato nelle sue tesi sull'imperialismo e che i teorici dello scambio ineguale e della dipendenza hanno ripreso ed approfondito (10). Senza tenere conto di quest'ultimo scenario resterebbe incomprensibile il fatto che le uniche rivoluzioni socialiste vittoriose sono avvenute in Paesi ex coloniali e hanno avuto come protagoniste le larghe masse contadine, più che le minoranze operaie (un motivo in più per superare il modello classico della opposizione binaria fra capitalisti e proletariato industriale).

Quale formula organizzativa dovrebbe adottare un partito rivoluzionario per unificare questo complesso intreccio di contraddizioni, evitando la scorciatoia del populismo? Visalli sembra dirci che, al di là degli inevitabili adeguamenti di formule organizzative e linguaggi, sono ancora il gramsciano Partito Principe e il Che fare di Lenin a indicare la strada da imboccare: posto che riunificazione della classe e ricostruzione del partito sono processi interconnessi, resta il fatto che in quella magmatica materia grezza che sono le attuali classi subalterne, potenzialmente antagoniste ma attualmente ridotte alla passività, la coscienza politica, intesa come consapevolezza non solo dei propri interessi immediati ma anche del proprio ruolo nel contesto delle relazioni fra tutte le classi sociali, può penetrare solo dall'esterno. Senza dimenticare la lezione di Lukács (11), secondo cui questa coscienza importata diventa reale autocoscienza di classe solo se e quando la massa proletaria se ne appropria effettivamente, il che dovrebbe renderci consapevoli della necessità di incorporare gli strati proletari più combattivi e politicizzati già nelle prime fasi di costruzione dell'organizzazione.

2. Il capitalismo come religione

L'influsso dei fattori religiosi sulla cultura capitalista non è argomento inedito. È nota la tesi di Max Weber (12) che identifica nell'etica protestante (in particolare in quella calvinista) le radici storiche dello spirito del capitalismo e le ragioni del ritardo con cui tale spirito ha potuto trionfare nei paesi di cultura cattolica, o ha dovuto essere importato dall'esterno in quelli di cultura islamica, confuciana e buddista.

Non meno note sono le critiche rivolte a tale tesi, a partire da quella di Samir Amin (discussa in un precedente articolo su questa pagina (13)) il quale, da un lato rovescia il punto di vista weberiano, sostenendo che sono state piuttosto le religioni ad adattarsi, prima o dopo, a seconda delle differenti condizioni storiche, all'evoluzione dei rapporti sociali; dall'altro lato critica il materialismo volgare di quei marxisti che hanno eretto a dogma la battuta marxiana sulla religione come "oppio dei popoli", ricordando come in determinati contesti storici e geografici (vedi il ruolo della Teologia della Liberazione in America Latina) la religione abbia svolto al contrario un ruolo rivoluzionario. Senza dimenticare le pagine (14) in cui Lukács analizza la storia del cristianesimo e l'alternanza fra ruolo progressivo e ruolo reazionario che ne ha contraddistinto differenti fasi evolutive. E senza dimenticare che un grande filosofo marxista (ancorché eretico) come Ernst Bloch (15) ha addirittura visto nella rivoluzione bolscevica il compimento di un annuncio profetico inaugurato dal cristianesimo, proseguito dalle eresie medievali e culminato nell'utopia socialista.

Visalli affronta il tema da un altro angolo visuale, adotta cioè il punto di vista di Walter Benjamin, il quale, in alcuni testi (16), più che occuparsi del rapporto fra capitalismo e religione, descrive il capitalismo stesso in quanto religione. Il capitalismo, scrive Visalli seguendo le tracce di Benjamin, "serve alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini cui un tempo davano risposta le religioni". In altre parole: non si tratta di leggere l'influenza di credenze religiose secolarizzate sui valori della civiltà capitalistica, bensì di capire come proprio il radicale processo di secolarizzazione messo in atto da tale civiltà abbia creato un vuoto di senso che lo stesso capitalismo ha finito per riempire. Ma di che religione stiamo parlando? Siamo di fronte a un culto, risponde Visalli sempre ispirandosi a Benjamin, che si fonda quasi esclusivamente sulla ritualità, che è mero rito, ripetizione di gesti e pratiche senza una vera teologia; un culto che introduce nel mondo la dismisura, la cattiva infinità dell'accumulazione di ricchezza (in forma di denaro) fine a se stessa, che è illimitatezza di un desiderio disperato il cui fine ultimo non è la buona vita bensì la creazione di valore economico. Siamo infine di fronte a una religione mortifera, sia perché opprime il lavoro vivo per accumulare oggetti, lavoro morto, sia perché non offre redenzione bensì la disperazione di una colpa irredimibile che indossa la maschera del debito.

Ma il vero motivo per cui Visalli adotta questa lettura benjaminiana del capitalismo come culto religioso è il fatto che, adottando il punto di vista del grande eretico della Scuola di Francoforte su questo tema, è possibile mettere sotto accusa i feticci del progresso e del lavoro industriale; feticci che ispiravano la socialdemocrazia tedesca fra fine '800 e primo '900, ma che sono rimasti saldamente incastonati nella cultura di tutte le correnti – tanto riformiste che rivoluzionarie, tanto nel passato quanto nel presente – del marxismo mainstream.

Nella misura in cui il socialismo si converte ai valori dell'industrialismo progressista, non considerandoli semplicemente come strumenti per sottrarre milioni di persone alla povertà (vedi il caso della Cina socialista), bensì ipostatizzando la tecnica e lo sviluppo delle forze produttive come fattori determinanti, se non esclusivi, della transizione a un nuovo modo di produzione e a una nuova civiltà, ci si è già inconsapevolmente esposti al rischio di abbracciare la fede borghese nella natura salvifica della crescita illimitata.

Superare questo approccio, argomenta Visalli, implica rivisitare criticamente alcuni dogmi del marxismo mainstream (compresi certi passaggi dei testi marxiani). Dall'esaltazione positivista, evoluzionista e progressista del ruolo rivoluzionario della tecnica, dello sviluppo delle forze produttive, deriva infatti una visione della rivoluzione come l'esito necessario, "naturale" di presunte leggi immanenti alla storia. Abbandonare questa visione significa seguire Benjamin nel suo tentativo di ridefinire il senso del progetto rivoluzionario. La metafora benjaminiana dell'angelo della storia (17), rappresentato come una figura che il vento trascina verso un futuro cui esso volge le spalle, mentre contempla il cumulo delle rovine e delle vittime che il progresso si lascia dietro, ispira l'idea della rivoluzione come "estrema difesa davanti al disastro", più che come approdo di una evoluzione spontanea verso un futuro predestinato. Così concepita, la rivoluzione non può essere altro se non la rottura del continuum storico nell'attimo dell'azione, il "balzo di tigre" (per citare un'altra metafora benjaminiana) che spezza la continuità della dominazione.

Note

(1) A. Visalli, Classe e partito. Ridare corpo al fantasma del collettivo, Meltemi, Milano 2023.

(2) Le idee di Antonio Labriola (vedi in particolare, Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, Roma 2019) esercitano una forte influenza sul pensiero di Visalli che ritiene questo autore un anticipatore di Gramsci.

(3) Cfr. A. Gorz, Miserie del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma 1998 e L'immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino 2003. Quanto ai teorici postoperaisti il riferimento è soprattutto ad Antonio Negri.

(4) Vedi, in particolare, Felici e sfruttati, EGEA, Milano 2011 e Utopie letali, Jaka Book, Milano 2013 (anche se sul tema mi ero già espresso in lavori precedenti così come sono tornato in lavori successivi).

(5) Cfr. Y. Benkler, La ricchezza della Rete, Università Bocconi Editore, Milano 2007.

(6) Cfr. M. Castells, L'età dell'informazione: economia, società, cultura, 3 voll., Università Bocconi Editore, Milano 2002-2003.

(7) Cfr. N. Srnicek, A. Williams, Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro, Nero Editions, Roma 2018.

(8) Cfr. E. Laclau, C. Mouffe, Hegemony and Socialist Strategy, Verso, Londra 1985; E. Laclau, La ragione populista, Latera, Roma-Bari 2008; E. Laclau, Le fondamenta retoriche della società, Mimesis, Milano 2017.

(9) Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974.

(10) La questione della territorializzazione del conflitto di classe nei paesi a capitalismo avanzato è associata al tema del processo di gentrificazione dei centri metropolitani e del parallelo processo di periferizzazione delle città minori. Per quanto riguarda il caso francese cfr. C. Guilluy, La France périphérique, Flammarion, Paris 2014.

(11) Per una dettagliata ricostruzione della storia della teoria della dipendenza vedi A. Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(12) Cfr. G. Lukács, Storia e coscienza di classe, Tasco, Milano 1997; ma soprattutto vedi Ontologia dell’essere sociale (4 voll.), Meltemi, Milano 2023.

(13) Cfr. M. Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, Milano 1991; vedi anche M. Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano 1982.

(14) "Samir Amin: una spallata contro l'eurocentrismo"

(15) Cfr. G. Lukács, Ontologia, op. cit.

(16) Cfr. E. Bloch, Il Principio Speranza, 3 voll. Mimesis, Milano-Udine 2019.

(17) Visalli discute soprattutto due testi di Benjamin: le "Tesi di filosofia della storia", in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962 e Strada a senso unico, Einaudi Torino 1983.

(18) vedi nota precedente.

Fonte