Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/06/2026

Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!

Da un paio di giorni si è aperta una grande polemica sulle rivelazioni pubbliche fatte da un gruppo di lavoratori dell’Animazione, Un.i.ta, che ha raccontato le problematiche di un settore sfruttato e sottopagato all’interno della lavorazione della serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare, creando non poco dibattito. I lavoratori hanno denunciato le proprie condizioni di lavoro legate a finte partite iva, reperibilità e paghe basse a fronte di ritmi orari e quantitativi di lavoro sproporzionati. La polemica ha coinvolto due grandi studi di animazione italiani, Movimenti Production e Doghead Animation, e rapidamente il caso è diventato anche politico con un’interrogazione al Ministero del Lavoro e l’esplosione di prese di posizione pubbliche.

Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.

Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.

L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.

L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.

Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.

Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.

I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.

Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.

Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.

Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it

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03/06/2026

La polemica della destra contro Zerocalcare può diventare un boomerang

Zerocalcare ha ragione nel contenuto quando rispedisce al mittente le accuse di complicità nello sfruttamento di animatori e lavoratori dell’audiovisivo arrivate dalla destra di Governo, ma sbaglia – in buonafede, ovviamente – nell’atteggiamento: altro che stare sulla difensiva, qua bisogna andare all’attacco di un potere politico (il governo Meloni) e di un potere economico (le grandi Majors del cinematografico, Netflix in testa) responsabili dello sfruttamento di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Paradossalmente la pretestuosa polemica di Gasparri e altri esponenti di Governo contro lo sfruttamento dei lavoratori e lavoratrici impiegati nella realizzazione della nuova serie di Netflix e Zerocalare – a cui ha risposto con un reel pubblicato il 2 giugno – può trasformarsi in un boomerang per Meloni & Co..

Non ci risulta infatti che ai “fascisti dentro” di Governo sia mai interessata la condizione dei lavoratori, tutt’altro: la vicenda più emblematica è quella del salario minimo, a cui la destra si è da sempre opposta, rivendicando al suo posto la contrattazione sindacale categoria per categoria.

Gli esiti disastrosi in termini contrattuali li abbiamo visti in questi anni, complice anche l’accondiscendenza dei sindacati concertativi che hanno fatto passare la qualunque (cioè: contratti vergognosi, alcuni rasentanti lo schiavismo) con giustificazioni “tattiche” che non reggono più.

La condizione odiosa che vivono questi lavoratori e lavoratrici è un fatto arcinoto che desta però solo “indignazione breve”, se non ci si organizza. Bene hanno fatto quelli che si sono organizzati con l’USB Cinema e coraggiosamente, lo scorso 6 maggio, fuori da Cinecittà hanno denunciato le loro condizioni vergognose durante la cerimonia del David di Donatello a Roma.

L’iniziativa ha visto la partecipazione di svariati deputati dell’opposizione, ha fatto scalpore mediatico (ha “bucato lo schermo”, verrebbe da dire) ed è un ottimo esempio di come si può mettere al centro dei riflettori non solo le grandi star ma, una buona volta, la classe lavoratrice, con buona pace di tutti.

Forse questa nuova polemica può essere l’occasione per rivendicare una condizione migliore e un salario degno, molto al di sopra di “Due Spicci”, parafrasando la serie di Zerocalcare.

L’artista, d’altronde uno storico compagno del movimento romano, nel già citato Reel ha dato la sua disponibilità a partecipare a iniziative di denuncia dello sfruttamento: se veramente questo avvenisse e accettasse la sfida di farsi portavoce di una battaglia con i lavoratori – non solo contro il governo ma, inevitabilmente, contro Netflix, la casa produttrice del suo ultimo lavoro che non ci risulti spiccare per eticità nei confronti dei suoi dipendenti e dei diritti sul lavoro – farebbe qualcosa di stupefacente, che causerebbe mal di pancia a molti e lascerebbe a bocca aperta altrettanti.

Non vogliamo bypassare la valutazione sul valore culturale e politico dell’opera e sul ruolo degli artisti oggi che pure si è sollevato per questa e altre vicende, su cui anzi pensiamo sarebbe utile un giorno si aprisse il dibattito e ci riserviamo il diritto di futuri interventi.

Ma le chiacchiere stanno a zero quando al centro del dibattito ci sono i diritti di lavoratori e lavoratrici, su cui si può inserire una battaglia sindacale, politica e culturale in questa finestra di tempo aperta dall’odiosa polemica governativa.

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01/11/2023

Il No degli artisti al Lucca Comics sponsorizzato dall’Ambasciata israeliana

Dopo Zero Calcare anche l’artista Fumettibrutti, bolognese di adozione, ha comunicato la propria rinuncia a partecipare a Lucca Comics, la popolare rassegna di fumetti che quest’anno tra i patrocinatori ha anche l’ambasciata d’Israele.

“Dopo averlo scoperto mi sono presa del tempo prima di decidere cosa fare, e credo che se nella vita si fanno dei compromessi (io stessa ne ho fatti tanti) su questo non riuscirei a dormirci la notte” scrive l’autrice.

"Perdonatemi in anticipo se non potrò leggere tutti i messaggi, ma devo tutelarmi dal leggere possibili commenti che dicono che in quanto transgender e persona queer LGBTQIA+ non dovrei parlare di G*Z4 o della causa p4l3st1n3sə.

Non dovrei dare alcuna spiegazione al riguardo, ma voglio comunque scrivere una parola di cui parlava sempre anche Murgia, che è “intersezionalità”.

Significa preoccuparsi per tutte le lotte contro l’oppressione, dei corpi e dei popoli, non solo di quelle che ci fanno comodo.

Il femminismo è la chiave di lettura del mondo che mi rende libera ogni giorno, e non si tratta di un dovere per me, è l’essenza stessa della vita.

Quindi stelle, mi scuso perché non riusciremo in quest’occasione a tenerci per mano e ad abbracciarci, ma sono sicura che lo faremo sempre e per sempre anche in altri luoghi.

Come sempre vi abbraccio, brillate.”


“Massimo apprezzamento per il gesto di Zerocalcare. Io col fumetto non c’entro niente, ma se fossi stato invitato al Lucca Comics avrei fatto la medesima cosa”, ha fatto sapere Vauro, vignettista veterano.

Ma non ci sono solo gli artisti dei fumetti. Anche diversi musicisti come il romano Giancane e gli Ultimi hanno fatto sapere che quest’anno non andranno a Lucca Comics per le medesime ragioni.

“Rendiamo noto, per chi aveva in programma venire a sentirci, che non saremo presenti il 5 novembre al Lucca Comics” – fanno sapere Gli Ultimi –.

“Data la presenza in questa manifestazione del patrocinio dell’ambasciata israeliana, prendiamo questa decisione in solidarietà alla popolazione palestinese, pesantemente sotto attacco in questi giorni, così come negli ultimi decenni”.

Giancane e Gli Ultimi avrebbero dovuto esibirsi insieme domenica (5 novembre) nell’area musicale della rassegna.

Infine, e non certo per importanza, anche Amnesty International ha fatto sapere che non parteciperà quest’anno a Lucca Comics.

“Il patrocinio dell’ambasciata israeliana al LuccaComics ci spinge a rinunciare alla nostra presenza – ha annunciato Amnesty International con un post su X–. Comprendiamo sia prassi consolidata il patrocinio di ambasciate dei paesi di provenienza degli artisti che realizzano l’immagine del festival, ma non possiamo ignorare che le forze israeliane stanno incessantemente assediando e bombardando la Striscia di Gaza, con immani perdite di vite civili”.

L’ultima volta che un evento culturale sponsorizzato dalle autorità israeliane aveva provocato spaccature e accesi dibattiti nel mondo della cultura, era stata la Fiera del Libro di Torino nel 2008.

Anche in quell’occasione venne lanciato un appello al boicottaggio che per mesi innescò un dibattito acceso su tutti i blog letterari e sui mass media.

Per giorni la rassegna ufficiale fu “pressionata” da vicino da numerose iniziative a sostegno della Palestina a Torino e poi da una grande manifestazione popolare e solidale con i palestinesi per le strade della città che ospitava l’evento.

Una conferma che il terreno della cultura e delle arti è anche un fronte di battaglia politica e non solo delle idee e dei talenti.

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28/10/2023

Zerocalcare diserta Lucca Comics 2023 a causa della sponsorizzazione israeliana

Senza troppi giri di parole:

Purtroppo il patrocinio dell’ambasciata israeliana su Lucca Comics per me rappresenta un problema.

In questo momento in cui a Gaza sono incastrate due milioni di persone che non sanno nemmeno se saranno vive il giorno dopo, dopo oltre 6000 morti civili, uomini donne e bambini affamati e ridotti allo stremo in attesa del prossimo bombardamento o di un’invasione di terra, mentre politici sbraitano in TV che a Gaza non esistono civili e che Gaza dev’essere distrutta, mentre anche le Nazioni Unite chiedono un cessate il fuoco -il minimo davvero- che viene sprezzantemente rifiutato, per me venire a festeggiare lì dentro rappresenta un corto circuito che non riesco a gestire.

Mi dispiace nei confronti della casa editrice, dei lettori e delle lettrici che hanno speso denaro per treni e alloggi magari per venire apposta, e anche per me stesso, perché Lucca per me è sempre stato un gigantesco accollo ma anche un momento di calore e di incontro.

Lo so che quello sul manifesto è solo un simbolo, ma quel simbolo per molte persone a me care rappresenta in questo momento la paura di non vedere il sole sorgere domattina, le macerie sotto cui sono sepolti i propri cari, la minaccia di morire intrappolati in quel carcere a cielo aperto dove tanti ragazzi e ragazze sono nati e cresciuti senza essere mai potuti uscire.

Sono stato a Gaza diversi anni fa, conosco persone che ancora ci vivono e persone che ci sono andate per costruire progetti di solidarietà, di sport, di hip hop e di writing. Quando queste persone mi chiedono com’è possibile che una manifestazione culturale di questa importanza non si interroghi sull’opportunità di collaborare con la rappresentanza di un governo che sta perpetrando crimini di guerra in spregio del diritto internazionale, io onestamente non riesco a fornire una spiegazione. Non riesco nemmeno a dire loro del mio dispiacere di non esserci e di quanto questa cosa mi laceri, se lo paragono all’angoscia che sento nelle loro voci.

Non è una gara di radicalità, e da parte mia non c’è nessuna lezione o giudizio morale verso chi andrà a Lucca e lo farà nel modo che ritiene più opportuno, soprattutto non è una contestazione alla presenza dei due autori del poster Asaf e Tomer Hanuka, che spero riusciranno ad esserci e che si sentiranno a casa, perché non ho mai pensato che i popoli e gli individui coincidessero coi loro governi. Spero che un giorno ci possano essere anche i fumettisti palestinesi che al momento non possono lasciare il loro paese.

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03/07/2023

“Questo mondo non mi renderà cattivo”: riflessioni sulla nuova serie di Zerocalcare

Lo scorso 9 giugno ha debuttato, in streaming online, la nuova serie TV di animazione in sei episodi scritta e diretta da Zerocalcare “Questo mondo non mi renderà cattivo“. La pubblicazione della serie arriva dopo il successo riscosso da “Strappare lungo i bordi“, edita nel novembre 2021.

La storia è ambientata in un imprecisato quartiere della periferia est di Roma, dove è stato di recente aperto un centro di accoglienza per richiedenti asilo in cui sono ospitati circa 30 profughi, dopo che questi immigrati erano stati espulsi dal quartiere di “Tor Sta Ceppa“. L’apertura del centro provoca l’immediata reazione di una non meglio riconoscibile organizzazione di estrema destra (i cui militanti sono descritti genericamente come “nazisti”), la quale, tentando di cavalcare il malcontento della popolazione, anche tramite atti intimidatori, ottiene che il municipio locale si riunisca in una seduta straordinaria pubblica per votare la chiusura definitiva del centro di accoglienza.

Il protagonista, impersonato dallo stesso Zerocalcare, vive con insofferenza la propaganda fascista nel quartiere e il recente ritorno di un suo amico d’infanzia, Cesare.

Prima di entrare nel merito di quanto narrato dalla serie, è però importante chiarire da quali fatti Zerocalcare ha tratto ispirazione e quali analogie vi sono con la realtà che ogni giorno viene vissuta dai proletari nei quartieri popolari.

Da quali fatti è tratta la serie?

I fatti che la serie narra traggono ispirazione da alcuni episodi realmente avvenuti nella città di Roma negli scorsi anni. In particolare, la trama della serie ricalca in maniera precisa ed accurata, a meno di alcune variazioni introdotte per rendere la storia originale e maggiormente fluida, i fatti di Tiburtino III del 2017.

Nel settembre di quell’anno poche decine di profughi erano alloggiate presso un centro di accoglienza situato nel quartiere popolare di Roma Est, quando il partito di estrema destra CasaPound Italia inscenò una serie di proteste, spacciate pubblicamente per spontanee e organizzate da residenti, ma in realtà dettate dalla dirigenza del partito. Tramite azioni nei confronti del consiglio municipale e intimidazioni verso gli ospiti del centro di accoglienza, i fascisti riuscirono ad estorcere una convocazione del consiglio presso un centro anziani del quartiere, con ordine del giorno l’espulsione degli immigrati.

Al momento delle votazioni un nutrito gruppo di antifascisti, tra cui i comunisti, che giocarono un importante ruolo nell’organizzare la risposta ai fascisti e alla loro propaganda, si presentò per contrastare il tentativo di ingerenza. In quell’occasione le forze dell’ordine scortarono all’interno dell’edificio i fascisti, i quali tuttavia denunciarono il ferimento di un militante di CPI a loro detta per mano dei manifestanti antifascisti, a cui la polizia aveva negato la stessa possibilità di partecipare al consiglio municipale, che aveva garantito ai fascisti. In realtà alcuni video delle tensioni dimostrarono che il militante ferito era stato colpito da un altro membro di CPI. La seduta straordinaria del consiglio fu infine annullata.

Nei giorni seguenti, per le strade di Tiburtino III si snodò un grande corteo per rispondere alla propaganda razzista e con cui il quartiere prese definitivamente le distanze dalle azioni dei fascisti.

La lettura dei prossimi paragrafi è sconsigliata a chi non voglia ricevere anticipazioni sugli episodi della serie!

La droga e l’emarginazione

Tornando alla serie, il rapporto tra Zero e Cesare, assente per diversi anni dalla sua vita in quanto in terapia presso un centro di recupero per tossicodipendenti a seguito di problemi legati al consumo di eroina, risulta un filo conduttore della serie. Il protagonista tenta di aiutare l’amico accogliendolo nuovamente nel suo quartiere, rendendosi conto di non essere in grado di farlo uscire dall’emarginazione.

Quello della droga è un tema centrale nei quartieri popolari delle nostre città, e la serie mette in luce come esso rappresenti per molti proletari la causa dell’isolamento che Cesare vive sulla sua pelle. È profondo il legame tra la società capitalistica e il consumo massivo di droga, che fa la sua comparsa nella storia nella forma attuale della tossicodipendenza proprio con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico.

Il fatto che la tossicodipendenza sia un fenomeno legato alle differenze di classe strutturali al sistema è testimoniato da una parte dal peso del mercato della droga nell’economia capitalistica (in Italia si stima che esso garantisca a chi lo gestisce entrate corrispondenti all’incirca all’1% del PIL nazionale), dall’altra dal fatto che l’abuso di sostanze stupefacenti cresce di pari passo con l’ingiustizia sociale, affliggendo quindi in prevalenza chi subisce disoccupazione, precarietà, incertezza sul proprio futuro, in quanto alla base della dipendenza vi è la ricerca di un’evasione individuale dall’insoddisfazione verso la realtà in cui si vive.

Proprio per contrastare l’emarginazione e la rassegnazione, di cui la droga è al contempo causa ed effetto, emerge l’importanza di contrapporre la lotta contro un sistema che fornisce terreno fertile al proliferare della droga proprio negando l’accesso alla cultura, allo sport, alle attività ricreative a larga parte della popolazione, ed in misura tanto maggiore agli strati popolari.

Precarietà, disoccupazione, razzismo e guerra tra poveri

Emblematica nella storia è la presa di posizione di Sarah, che, pur convinta antifascista, subisce sulla propria pelle tutte le contraddizioni della vita nella periferia, e, mossa dal timore della perdita del lavoro da insegnante, ottenuto dopo anni di disoccupazione, precarietà e sfruttamento a seguito della fine dei suoi studi, si lascia convincere che la presenza degli immigrati possa mettere a rischio la permanenza della scuola dove insegna.

La paura di piombare nella disoccupazione e nella povertà è un tema assolutamente reale e accompagna le vite di milioni di giovani e proletari che, in un sistema per sua natura non in grado di garantire casa, lavoro e diritti agli strati popolari, si vedono privati di una vita dignitosa e di un benessere che al contrario sarebbe possibile garantire a chiunque in una società non fondata su sfruttamento e profitto.

Su queste paure le organizzazioni di estrema destra fondano la loro vile e illusoria propaganda. Quella di soffiare sul malumore dei residenti dei quartieri popolari attraverso parole d’ordine razziste è infatti una strategia comunemente sostenuta dalle formazioni neofasciste. Fomentare la “guerra tra poveri” rappresenta l’evidenza lampante di come anche oggi il fascismo sia del tutto funzionale a ostacolare l’unità nella lotta di chi, come i lavoratori italiani e quelli immigrati, rappresenta la classe che, unica, possa portare al reale superamento di una società fondata su sfruttamento, ingiustizia e sopraffazione. Del resto gli slogan che i militanti neonazisti intonano nella serie (“diritto alla casa, diritto al lavoro: non ce l’abbiamo noi, non ce l’avranno loro“), ispirato alle reali rivendicazioni di questo tipo di organizzazioni, danno perfettamente l’idea del ruolo del fascismo nel sostenere i peggiori interessi padronali a scapito degli strati popolari, sempre più privati di diritti e condizioni di vita dignitose. D’altro canto sarà la stessa serie, negli eventi successivi, a svelare la falsità di questa retorica.

La critica alla politica istituzionale

La descrizione degli schieramenti politici nel consiglio municipale, presentati durante la votazione a cui assistono Zero e gli antifascisti del quartiere e che vedrà passare la mozione sostenuta dai fascisti, rappresenta un’aperta critica alla politica istituzionale, ai partiti borghesi e agli interessi sostenuti da queste forze.

La scena della votazione, resa in maniera allegorica con l’identificazione degli schieramenti (centro-destra, centro-sinistra e un gruppo che richiama il M5S e la sua retorica) nelle varie specie animali, mostra infatti un riferimento per niente velato ai reali partiti della politica borghese, criticando il ruolo che ciascuno di essi gioca nel garantire terreno fertile alla retorica dell’estrema destra, ciascuno per diverse finalità, ma tutte riconducibili ad interessi estranei ai lavoratori e ai residenti dei quartieri popolari.

Gli esponenti di questi partiti sono mostrati come estranei ad ogni tipo di istanza sostenuta dagli abitanti del quartiere (emblematico l’esempio della consigliera del centro-sinistra che, ai tempi della scuola, si schierava contro le occupazioni promosse dai suoi compagni studenti), ipocriti nel sostenere una “democrazia” che lascia spazi alla violenza razzista, dediti al mero perseguimento del proprio tornaconto personale e politico, finendo per consegnare il destino del quartiere nelle mani dei fascisti, facendosi beffe dei residenti e del destino degli immigrati ospiti del centro d’accoglienza.

L’ipocrisia di polizia e media

L’autore, nel rappresentare i tafferugli tra i militanti di estrema destra e gli antifascisti, esprime una critica all’operato delle forze dell’ordine, che in un primo momento permettono ai due schieramenti di scontrarsi, disinteressandosi della tutela dei molti giovani scesi in piazza e tollerando le violenze dei fascisti. A tal proposito è emblematica la scena in cui la celere, che non interveniva quando Cesare viene linciato dai suoi stessi camerati, carica al contrario i manifestanti antifascisti, diversi dei quali vengono arrestati e condotti in commissariato, insieme allo stesso Cesare. Una volta rilasciati, Zero e i suoi amici subiscono le intimidazioni di un agente del commissariato, il quale minaccia il gruppo di amici, chiedendo di confessare chi fosse l’aggressore di un giovane militante di estrema destra rimasto ferito negli scontri, altrimenti sarebbero stati tutti denunciati, condotti a processo e avrebbero visto pregiudicate le proprie vite lavorative a causa delle ritorsioni legali.

Ironico come, quando si scopre che il ragazzo ferito proveniva da una famiglia estremamente facoltosa e potente, gli agenti si attivino con solerzia nell’assecondare le richieste di ricchi padroni, minacciando al contrario, in maniera del tutto classista, l’impossibilità di trovare lavoro con la logica dei “carichi pendenti” chi ovviamente di lavorare ha bisogno (non quindi dei ricchi borghesi).

Anche in questo caso le analogie con i fatti di Tiburtino III sono notevoli. Seppur in quel caso la polizia fosse già presente in forze sul luogo del consiglio municipale, anche allora la celere contrastò il presidio antirazzista, impedendo l’ingresso alla seduta a chiunque non fosse un militante fascista. Purtroppo invece sono molti i casi di violenze da parte delle forze dell’ordine contro manifestanti, perlopiù lavoratori in lotta o studenti, scesi in piazza in maniera pacifica e oggetto di soprusi solo perché contrari al governo e alle sue politiche. Chi lotta ogni giorno sa bene quindi quanto il comportamento della polizia nella serie sia realistico e si riferisca alla realtà delle cose.

Mentre accadono i fatti, i giornalisti (rappresentati come sciacalli) speculano sulle scene di violenza per dipingere nei loro articoli le periferie come luoghi abbandonati al degrado e all’inciviltà. Anche questo rappresenta al meglio quanto accade ogni giorno. Spesso è proprio la stampa a sovraesporre la propaganda dell’estrema destra, fornendogli visibilità, attribuendo ai quartieri popolari in cui i fascisti intervengono una connotazione politica che non rappresenta affatto chi vive nelle periferie e legittimando le peggiori pulsioni che il sistema produce.

La necessità della lotta per i diritti sociali

L’intervento di Domenica, una vecchia bidella in pensione della scuola, smaschera la propaganda xenofoba, parlando alla piazza del fatto che in realtà la scuola perdeva iscritti già da diversi anni a causa dell’abbandono della struttura, che per mancanza di finanziamenti cadeva ormai a pezzi, e per l’assenza di mezzi pubblici che consentissero ai genitori di portarvi i propri figli.

Anche in questo caso si ripresenta con forza il punto centrale, ossia l’illusorietà delle parole d’ordine di chi semina divisioni e dissidi tra gli sfruttati della nostra società. Se oggi mancano le case, le scuole, gli ospedali, i servizi per i quartieri popolari, le colpe non vanno di certo attribuite ai più svantaggiati, rei di “avere troppi diritti”. Al contrario è solo l’unità tra gli oppressi di questo sistema, attraverso la lotta di classe per conquistare benessere e diritti realmente universali e pertanto garantiti a tutti, ad essere ciò che può produrre un miglioramento nelle condizioni di vita di quanti vivono le contraddizioni del capitalismo.

Considerazioni finali

Questo mondo non mi renderà cattivo” rappresenta senz’altro un passo avanti dell’opera di Zerocalcare rispetto alla precedente serie del 2021, in quanto affronta un numero decisamente maggiore di problematiche sociali che ogni giorno sono vissute dai proletari, oltre a introdurre esplicitamente delle tematiche politiche nette e riconoscibili, seppur non volendo a tal proposito costituire un manifesto e mantenendo un taglio godibile, divertente e ricco di riferimenti alla cultura giovanile.

Il merito di introdurre su media di diffusione di massa temi fondamentali come quelli della droga, del razzismo, dalla disoccupazione narrati dal punto di vista di giovani degli strati popolari è innegabile.

Il giudizio sulla serie non può pertanto che essere positivo, e la visione consigliata, specialmente a chi vive sulla propria pelle tutte le contraddizioni e le difficoltà che ogni giorno lavoratori, studenti degli strati popolari, disoccupati e pensionati riscontrano nei quartieri popolari delle nostre città.

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04/09/2019

Quando le periferie rivendicano dignità e identità “di classe”

Roma. Il campo sportivo in via Morrovalle a San Basilio alle 18.00 è già pieno di gente. Sul ring allestito in mezzo al campo i ragazzi delle palestre popolari si affrontano in brevi incontri di box. I boxeur vengono annunciati per nome, cognome e palestra di provenienza e già lì si capisce che è “sport popolare”: Quarticciolo, San Lorenzo etc.

L’occasione dell’incontro non è però una manifestazione sportiva, è una festa organizzata dal Centro Popolare San Basilio, nato occupando alcuni locali abbandonati sotto le nuove case popolari, chiamata per discutere il feroce rapporto tra Roma e le sue periferie e per rivendicare il fatto che Roma è anche le sue periferie e i loro abitanti.

E se questa rivendicazione di dignità e identità, di riscatto contro l’esclusione, sta tutta dentro l’oggi, viene rivendicata anche la memoria storica di come a tutto questo si è arrivati. Tra pochi giorni sarà il 45° anniversario dell’uccisione di Fabrizio Ceruso da parte della polizia durante la battaglia di San Basilio nel 1974 per il diritto alla casa. Sabato ci sarà il corteo per le strade del quartiere e molte altre iniziative collaterali in vari quartieri della Tiburtina come Casalbruciato o a Tivoli, la cittadina a est di Roma da dove veniva Fabrizio, ucciso a 19 anni nelle strade di San Basilio durante gli scontri. Dal palco lo ricorda la sorella, sottolineando come ottenere la casa con la lotta sia un fattore di dignità ed emancipazione.

C’è quindi una continua connessione tra passato, presente e aspettative che si incrocia anche nel dibattito a cui partecipano il cantautore Mannarino (nato e vissuto a San Basilio) e il disegnatore Zerocalcare (nato e vissuto poco più in là, oltre la barriera rappresentata dal carcere di Rebibbia che divide San Basilio da Ponte Mammolo e dal quartiere che ha preso il nome del carcere stesso). Insieme a loro ci sono gli attivisti sociali che hanno fortemente voluto e costruito questa giornata: Lillo del centro popolare, Federico, abitante di San Basilio e attivista della Federazione del Sociale Usb, Maria Vittoria anche lei dell’Asia-Usb ma attiva in un’altra periferia, quella di Tor Bella Monaca, e Sukena una delle occupanti delle case di via Cardinal Capranica (periferia nord, a Primavalle) sgomberate questa estate.

Una discussione vera, sentita che riassume una voglia di recupero di identità e dignità sociale di questo “popolo” e una loro forte riaffermazione dentro le priorità sociali della Capitale. Significativo il passaggio di Federico quando rifiuta la dicotomia tra cattivi o piagnoni con cui vengono conformati gli abitanti delle periferie nei format televisivi. O rabbiosi contro immigrati e zingari oppure meri casi individuali di disagio sociale. Una dicotomia falsa e strumentale che va spezzata recuperando identità collettiva e azioni comuni.

Si è quasi emozionato Mannarino, cantautore ormai affermato, nato e vissuto in mezzo a quei lotti di case popolari e poi soggetto del “salto” che ti porta altrove. Anche Zerocalcare racconta della sua vita in questi quartieri, sui quali magari i genitori ti suggerivano di fornire indicazioni vaghe per non farti affibbiare addosso l’etichetta di chi viene da San Basilio o da Rebibbia, una stimmate spesso non dichiarata ma che mette sull’allerta molti interlocutori.

In serata il campo sportivo si riscalda con il concerto di Franco Ricciardi, anomalo autore neomelodico napoletano con una sua dichiarata sensibilità sociale, magari interpretata in modo molto personale, ma indubbiamente coinvolgente sul piano musicale, scoprendo che anche a Roma, e non solo a Napoli, centinaia di persone conoscono a memoria i suoi testi.

Intorno centinaia di persone, del quartiere e non solo, che si sono ritrovate e riconosciute come parte di un corpo sociale che va però del tutto ricostruito dopo anni e anni di feroce frammentazione sulla quale è stata alimentata strumentalmente una guerra tra poveri. “Prima gli sfruttati” riassume bene il radicale rovesciamento della logica su cui la destra vorrebbe acquisire egemonia nei quartieri popolari. Quando si parla di riscatto degli abitanti delle periferie si parla proprio di questo, e il nemico “di classe” questo rovesciamento di priorità lo teme come la peste.

È un lavoro complicato ma necessario quello della ricomposizione di un blocco sociale che riconosca i propri interessi “di classe” e li rimetta in conflitto contro il nemico nel modo dovuto. È un lavoro politico ma anche culturale, sociale ma anche “psicologico” che ha bisogno di molti fattori e che vanno agiti tutti insieme, perché uno solo non ha ancora la forza di diventare fattore di ricomposizione e di lotta.

Fonte

27/08/2019

Roma Siamo Noi. A San Basilio, i quartieri popolari tornano protagonisti


Rimettere la periferia al centro della città.

Si potrebbe senza dubbio sintetizzare così, parafrasando il vecchio adagio circa una Chiesa e il suo villaggio, lo spirito che muove gli organizzatori di Roma Siamo Noi!, “settimana di mobilitazione” dal 3 all’8 settembre che vedrà impegnata la periferia orientale romana in occasione del 45° anniversario dalla morte di Fabrizio Ceruso, giovane compagno di Tivoli ucciso nei feroci scontri con le forze dell’ordine a San Basilio nel lontano 1974.

Proprio a San Basilio, martedì 3, si terrà la giornata clou che vedrà la presenza di ospiti tanto illustri quanto fedeli narratori del modo di vivere, e dunque di essere, della borgata della capitale (e non solo). Stiamo parlando di Zerocalcare, Alessandro Mannarino e Franco Ricciardi.

Procedendo con ordine, l’appuntamento per i residenti dello storico quartiere romano è alle ore 17 in via Morrovalle, dove si terrà un primo momento di socializzazione veicolato dai valori della nobile arte: sarà infatti occasione per cimentarsi, o per assistere, in una esibizione di pugilato, organizzata dal circuito delle palestre popolari di Roma.

A seguire, la giornata entrerà nel vivo con il racconto di, come recita il titolo dell’incontro, “Storie di riscatto e dignità nei quartieri”. Qui, alla presenza del fumettista e del cantautore romano, il centro dell’attenzione sarà tutto per quelle “storie di riscatto e dignità che, negli ultimi anni e mesi, hanno dimostrato come Roma e i quartieri popolari sono molto diversi dalla narrazione fatta dai grandi media”.

Il superamento di quella patina di degrado e subalternità, spesso imposta dalla grande narrazione nei riguardi di quelle zone che non godono delle mire affaristiche del turismo internazionale, sarà al centro del dibattito, e giustifica pienamente la presenza di Zerocalcare e di Mannarino, da sempre impegnati con la loro produzione artistica nel mostrare il vero volto delle borgate (o degli ultimi in generale), quello sottaciuto dalla Roma bene, dagli speculatori, dai maggiori organi di informazione.

Un volto di certo meno imbellettato, ma carico della dignità e della voglia di riscatto che attraversa quel mondo del lavoro, quell’orizzonte di solidarietà, che non trovano spazio sotto i riflettori della ribalta del “mondo che conta”, spesso e volentieri proprio perché quel mondo, basato sull’atomizzazione dei rapporti sociali e sullo sfruttamento di risorse umane e naturali, viene messo fortemente in discussione.

Fu così per Fabrizio Ceruso, caduto sotto i colpi della repressione mentre lottava per un diritto basilare di una società che si possa dire libera ed emancipata: una casa per tutti, ed è così ancora oggi, checché se ne dica nei salotti buoni della società.

Racconti, sì, ma anche proposte concrete, quelle che possano garantire una ritrovata “centralità” politica e progettuale a quelle comunità abbandonate dalle amministrazioni di tutti i colori, che rimettano al centro di un progetto solidale e inclusivo investimenti pubblici, posti di lavoro, luoghi di aggregazione, in grado di sviluppare un sentimento di appartenenza che, a partire dal luogo fisico, si tramuti – o meglio – venga riconosciuto come un progetto di società, e dunque di città, alternativa a quella attuale.

Oltre ai già citati artisti romani, il dibattito sarà impreziosito dalla voce di Federico Giglio, attivista del Centro Popolare San Basilio e militante della Federazione del Sociale Usb, Maria Vittoria Molinari, figura storica della lotta per l’abitare in città con l’Asia Usb di Tor Bella Monaca, e Sukena, ex abitante dell’occupazione sgomberata quest’estate a Primavalle e militante anch’essa dei movimenti per il diritto all’abitare.

Per finire, spazio a chi questa condizione e la voglia di ripartire la canta, e lo fa come in pochi possono permettersi perché in borgata, anche se di un’altra città, c’è nato e c’è vissuto, imparando a conoscerne i problemi, lo spirito e le potenzialità. È il caso di Franco Ricciardi, cantautore napoletano, artista simbolo della voglia di riscatto di Scampia, che porterà tra le strade di San Basilio la carica di chi non si arrende a etichette e pregiudizi create e appiccicate ad hoc da chi, quelle periferie, non le ha viste “nemmanco in cartolina” (riservate, si sa, a ben altri lidi).

Tutto questo, scrivono gli organizzatori, sarà completamente gratuito, con la presenza di giochi per bambini, bar e cucina in funzione per tutta la durata degli eventi, per permettere ai partecipanti di tutte le età, condizione ed estrazione sociale di poter vivere appieno gli eventi in programma. In aggiunta, l’immancabile “riffa di solidarietà popolare”.

Roma siamo noi, urlano i quartieri popolari dai manifesti e dagli eventi pubblicati sui social. Roma siamo noi, verrà ribadito in questa prima settimana di settembre, per “riportare al centro dei nostri quartieri le battaglie di quegli anni e collegarle alla situazione attuale, con l’obiettivo di difenderci da sgomberi e repressione, di rivendicare il diritto alla casa e agli spazi sociali, per una città libera, aperta e solidale”.

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08/05/2019

Torino - Salone del Libro. Zero Calcare: “Non vado, ma la partita non si chiude così”

“In effetti ho annullato tutti i miei impegni al Salone del Libro di Torino, sono pure molto dispiaciuto ma mi è davvero impossibile pensare di rimanere 3 giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato i miei fratelli, incrociarli ogni volta che vado a pisciare facendo finta che sia tutto normale. Non faccio jihad, non traccio linee di buoni o cattivi tra chi va e chi non va, sono questioni complesse che non si esauriscono in una scelta sotto i riflettori del salone del libro e su cui spero continueremo a misurarci perché la partita non si chiude così”. E’ quanto scrive su Facebook il fumettista ZeroCalcare confermando la decisione di disertare il Salone del Libro di Torino per la presenza della casa editrice neofascista Altaforte. “Sono contento anche che altri che andranno proveranno coi mezzi loro a non normalizzare quella presenza, spero che avremo modo di parlare anche di quello – aggiunge – PS: non è che io so diventato più cacacazzi negli ultimi tempi, anzi so pure molto più rammollito, è che oggettivamente sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro”.

A suonare l’allarme era stato Wu Ming 4 che avrebbe dovuto presentare al Salone del Libro di Torino l’antologia di suoi scritti su “J.R.R. Tolkien Il Fabbro di Oxford” edito da Eterea. “La presentazione è annullata”, ha fatto sapere il collettivo, per poi precisare: “Il Salone avrà uno stand Altaforte, di fatto la casa editrice di CasaPound. Nei giorni scorsi la notizia ha suscitato molte critiche ed esortazioni a tenere fuori dalla kermesse una presenza platealmente neofascista. E come ha risposto il Comitato d’indirizzo del Salone? Con un comunicato che in sostanza dice: CasaPound non è fuorilegge, dunque può stare al Salone, basta che paghi”.

Diverso l’atteggiamento scelto invece dal saggista Christian Raimo, dimessosi da consulente del Salone del Libro, ma che ha deciso di esserci lo stesso “soprattutto per parlare, discutere, ascoltare, e contestare. Ogni spazio pubblico è un campo di battaglia”. Raimo spiega in un post che: “Io andrò al Salone del libro di Torino, non più da consulente: la ragione per cui mi sono dimesso è che non voglio la presenza di editori dichiaratamente fascisti o vicini al fascismo – penso che il Mibac, ossia lo stato, debba tutelare questo diritto per tutti, e proteggere il Salone da ogni ingerenza fascista; penso che l’Aie e l’Adei, ossia le associazioni degli editori, debbano affrontare radicalmente questa questione”.

L’ultima volta che intorno al Salone del Libro di Torino si accese una polemica politica durissima fu nell’edizione del 2008, quando fu deciso di dedicarlo a Israele per i sessanta anni della sua nascita. Il Forum Palestina e altre reti solidali con i palestinesi, organizzarono una efficace campagna di boicottaggio che aprì un discussione a tutto campo nel mondo della cultura e della politica. Moltissimi scrittori, palestinesi e non solo, decisero di non partecipare. Anche in quel caso il campo progressista si divise tra chi si schierò per il boicottaggio e chi invece decise di parteciparvi comunque.

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20/07/2016

Carlo Giuliani: Facebook censura ZeroCalcare ma non il Coisp

Dopo aver oscurato Ilaria Cucchi perché aveva osato pubblicare una foto del corpo martoriato del fratello Stefano, morto nelle mani delle forze dell’ordine e dei medici nel 2009, ora Facebook censura anche il popolare fumettista Zerocalcare. E’ lui stesso a spiegare in un post, pubblicato sulla sua pagina personale, quanto è accaduto:
“Nella giornata di ieri ho postato la locandina dell’iniziativa che si terrà a Genova il 20 luglio, che non contiene oltre che nessun’offesa neanche nessun riferimento a presunti eroismi, giudizi, attacchi, una cosa proprio low profile. Questo post ha scatenato una serie di commenti immondi, che andavano dalla gioia per il buco in testa a Carlo Giuliani a invettive varie e promesse di non comprare mai più i fumetti miei e roba del genere. Un sacco di gente giustamente ha commentato “vabbé, ma che la roba di zerocalcare non l’avete mai letta? Che lo scoprite ora come la pensa?”, qualcun altro s’è lamentato del fatto che i lettori pretendono di decidere i temi su cui un autore può o non può esprimersi… Ecco, è tutto molto giusto, ma ‘sti ragionamenti non colgono quello che è successo. (…) Eccetto una minima parte, che ha espresso peraltro in maniera piuttosto pacata il proprio dissenso ma senza alcuna sorpresa, tutto quel macello e quei toni (comprese le segnalazioni che hanno portato alla chiusura della pagina e alla rimozione del post) l’hanno fatto altri, venuti su quella pagina apposta, che di sicuro non sono le mie categorie principali di lettori: nazisti e/o poliziotti (ex o attuali o simpatizzanti o sindacatini o associazioni). Stop”.

Il post oggetto della lapidazione virtuale – che ha goduto anche stavolta della copertura del social network – avvisava che oggi il fumettista avrebbe partecipato ad una delle tante iniziative in programma in questi giorni a Genova in occasione del quindicesimo anniversario dei fatti del 2001. Nello specifico Zerocalcare è stato invitato a partecipare ad una iniziativa in Piazza Alimonda dedicata alla memoria di Carlo Giuliani, ragazzo ucciso dal carabiniere Mario Placanica nel corso degli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Nonostante i trascorsi politici e personali del fumettista, che si trovava a Genova nel 2001 ed ha più volte espresso la sua schierata opinione su quei tragici eventi, il post in questione si limitava a comunicare la sua presenza a “NondimentiCarlo”, come è stato ribattezzato l’incontro. Ma tanto è bastato a scatenare la furia di troll per lo più in odore di estrema destra o divisa che hanno cominciato a segnalare la pagina fan ai gestori di Facebook e a riempire la bacheca di insulti: “Torna a fare i disegnetti”, “Giuliani se l’è cercata” perché “aveva un estintore in mano e ha cercato di uccidere i carabinieri”, “Mi piace ricordarlo con un buco in testa” e così via.

”Non mi stupisce più nulla di quello che viene detto sul G8 – ha dichiarato Zerocalcare – ormai il dibattito si è sclerotizzato. Ma non accetto che in una pagina sotto la mia responsabilità si scateni questa violenza, senza rispetto per i morti e per i vivi”. E poi: “Gli insulti a me e al mio lavoro non mi interessano, chiunque può dire quello che vuole, ma in questo caso siamo di fronte a qualcosa di ben diverso. Si parla di un ragazzo ammazzato e di persone che dopo 15 anni sono ancora in carcere o subiscono misure restrittive mentre altri sono stati promossi e hanno fatto carriera”.

Il fumettista preso di mira chiarisce, di nuovo, che non sono certo i suoi lettori coloro che lo hanno letteralmente linciato: “Qui si tratta di persone che avevano un obiettivo preciso, appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine che sono arrivate sulla mia pagina solo per scagliare fango ancora una volta su Genova e su quello che è accaduto”.

L’autore ha deciso di cancellare lui stesso i commenti più violenti, ma non è bastato e alla fine Facebook ha dato ragione ai guastatori con un odioso atto di censura: Facebook ha oscurato per alcune ore non solo la pagina ma anche il profilo personale di Zerocalcare, senza neanche avvisarlo. Quando è riuscito a riattivare le sue pagine il post preso di mira era automaticamente stato rimosso.

Un trattamento ben diverso viene riservato dal popolare ma sempre più soffocante social network alla provocatoria iniziativa organizzata sempre oggi, proprio a Genova, dal Coisp, piccolo ma attivo sindacato di destra della polizia.

All’incontro, dal titolo che non lascia dubbi – “L’estintore quale strumento di pace” – è stata annunciata la partecipazione non solo di vari esponenti politici di Forza Italia, Fratelli d’Italia ed Ncd, e del direttore del ‘Giornale’ Alessandro Sallusti, ma anche di Mario Placanica, l’ex carabiniere che quel 20 luglio del 2001 sparò il colpo di pistola che uccise Carlo Giuliani. Il post che annuncia l’iniziativa circola liberamente su facebook, così come una sfilza di truculenti commenti a proposito dei manifestanti di Genova, di Giuliani, dei suoi genitori, di chi osa ricordare la Diaz e Bolzaneto. Eppure la censura di Facebook non è scattata.

Ieri il segretario regionale del Coisp Matteo Bianchi si è lamentato che l’iniziativa, in programma alle 16 di oggi in un Hotel, è stata assunta “anche a fronte dei divieti imposti e delle diffide attuate dal Questore pro tempore di Genova, volti ad evitare la nostra presenza in piazza Alimonda. Diniego che vieta anche l’unica conferenza stampa prevista addirittura una settimana prima rispetto ai vari eventi commemorativi organizzati in quella stessa piazza”.

E’ così strano che neanche i loro superiori e colleghi abbiano accettato di autorizzare una così benevola iniziativa organizzata proprio in piazza Alimonda e proprio nell’anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani? Ai più sono bastati i colpi di spugna sulle responsabilità di Placanica e dei torturatori della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto, le prescrizioni, le assoluzioni, addirittura le promozioni. Qualcun altro, tra questi il Coisp, pretende invece di strafare...

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