Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/06/2026

Lavorare per “due spicci”, è l’ora di organizzarsi!

Da un paio di giorni si è aperta una grande polemica sulle rivelazioni pubbliche fatte da un gruppo di lavoratori dell’Animazione, Un.i.ta, che ha raccontato le problematiche di un settore sfruttato e sottopagato all’interno della lavorazione della serie Netflix “Due Spicci” di Zerocalcare, creando non poco dibattito. I lavoratori hanno denunciato le proprie condizioni di lavoro legate a finte partite iva, reperibilità e paghe basse a fronte di ritmi orari e quantitativi di lavoro sproporzionati. La polemica ha coinvolto due grandi studi di animazione italiani, Movimenti Production e Doghead Animation, e rapidamente il caso è diventato anche politico con un’interrogazione al Ministero del Lavoro e l’esplosione di prese di posizione pubbliche.

Come Slang e USB Cinema, solidarizziamo con la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici per il riconoscimento della subordinazione e contro le paghe orarie infime denunciate nel corso di questi giorni. Siamo un sindacato che lotta per l’applicazione del CCNL Cineaudiovisivo nel mondo dell’animazione, nel Cinema e nelle serie televisive in tutte le sue declinazioni e per un rinnovo decente del suddetto, scaduto da oltre 25 anni, che non tiene conto delle nuove mansioni e le nuove tecnologie del settore.

Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi anni abbiamo portato avanti numerose lotte contro le finte partite IVA e per i diritti dei lavoratori precari e con contratti di lavoro atipici (co.co.co, stagionali etc), una piaga che tanto nel settore dell’animazione quanto nel cinema è all’ordine del giorno.

L’attacco diretto alla persona di Zerocalcare, che non è responsabile della produzione né della serie né degli studi coinvolti, da parte di noti esponenti politici Gasparri e Malan di Forza Italia a pochi giorni dal lancio della serie, fa luce su quanto si stia strumentalizzando una lotta per i diritti sindacali in chiave politica; a muoverla sono infatti gli stessi senatori che votano no all’introduzione del salario minimo.

L’attenzione viene ancora una volta spostata dal vero nodo della questione: il modello produttivo adottato dalle grandi piattaforme e multinazionali dell’intrattenimento, come Netflix in questo caso. Le cosiddette Major acquisiscono i diritti delle opere e demandano poi a una fitta rete di società esterne gran parte delle attività necessarie alla loro realizzazione.

Anche in questa vicenda il meccanismo è stato lo stesso: la multinazionale ha esternalizzato una parte significativa delle lavorazioni senza garantire un’effettiva vigilanza sul rispetto delle norme contrattuali e delle condizioni di lavoro lungo tutta la filiera produttiva.

Un sistema che ha consentito la progressiva compressione dei diritti di centinaia di lavoratrici e lavoratori, gli stessi che con la propria professionalità e il proprio lavoro hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione del prodotto finale e al successo commerciale dell’opera.

I problemi del mondo dell’animazione non sono di certo un singolo autore, né i singoli studi che sono stati denunciati dai lavoratori ma sono strutturali al mondo dell’animazione italiana, tutti gli studi, tutti i progetti. I punti critici del settore infatti sono moltissimi: il piccolo mercato sul territorio nazionale, gli scarsi fondi e supporto da parte del Ministero della Cultura e del Ministero dell’Istruzione (anche quando collegato con produzioni nazionali od europee), la mancata presenza di una formazione professionale pubblica e accessibile, appalti a studi minori e singoli professionisti, gestione e detenzione dei diritti d’autore delle opere prodotte (che non permette ai lavoratori di aggiornare i portfolio), e molto altro.

Il settore soffre, inoltre, la frammentazione contrattuale ed è denotato da una difficoltà oggettiva a organizzarsi; come USB siamo convinti e convinte che nonostante le difficoltà sia l’organizzazione di chi lavora a poter costituire il primo argine per rivendicare salario e diritti e bene hanno fatto i lavoratori a portare al centro dell’attenzione le proprie condizioni di lavoro, ora per cambiarle serve organizzarsi e rilanciare una piattaforma che tenga conto della complessità del settore.

Invitiamo i Lavoratori e le Lavoratrici di questo settore ad unirsi a USB per rivendicare le giuste tutele e il giusto salario.

Potete contattare direttamente le nostre sedi territoriali o inviare una mail al nostro indirizzo: lavoratoricinema@usb.it

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03/06/2026

La polemica della destra contro Zerocalcare può diventare un boomerang

Zerocalcare ha ragione nel contenuto quando rispedisce al mittente le accuse di complicità nello sfruttamento di animatori e lavoratori dell’audiovisivo arrivate dalla destra di Governo, ma sbaglia – in buonafede, ovviamente – nell’atteggiamento: altro che stare sulla difensiva, qua bisogna andare all’attacco di un potere politico (il governo Meloni) e di un potere economico (le grandi Majors del cinematografico, Netflix in testa) responsabili dello sfruttamento di migliaia di lavoratori e lavoratrici.

Paradossalmente la pretestuosa polemica di Gasparri e altri esponenti di Governo contro lo sfruttamento dei lavoratori e lavoratrici impiegati nella realizzazione della nuova serie di Netflix e Zerocalare – a cui ha risposto con un reel pubblicato il 2 giugno – può trasformarsi in un boomerang per Meloni & Co..

Non ci risulta infatti che ai “fascisti dentro” di Governo sia mai interessata la condizione dei lavoratori, tutt’altro: la vicenda più emblematica è quella del salario minimo, a cui la destra si è da sempre opposta, rivendicando al suo posto la contrattazione sindacale categoria per categoria.

Gli esiti disastrosi in termini contrattuali li abbiamo visti in questi anni, complice anche l’accondiscendenza dei sindacati concertativi che hanno fatto passare la qualunque (cioè: contratti vergognosi, alcuni rasentanti lo schiavismo) con giustificazioni “tattiche” che non reggono più.

La condizione odiosa che vivono questi lavoratori e lavoratrici è un fatto arcinoto che desta però solo “indignazione breve”, se non ci si organizza. Bene hanno fatto quelli che si sono organizzati con l’USB Cinema e coraggiosamente, lo scorso 6 maggio, fuori da Cinecittà hanno denunciato le loro condizioni vergognose durante la cerimonia del David di Donatello a Roma.

L’iniziativa ha visto la partecipazione di svariati deputati dell’opposizione, ha fatto scalpore mediatico (ha “bucato lo schermo”, verrebbe da dire) ed è un ottimo esempio di come si può mettere al centro dei riflettori non solo le grandi star ma, una buona volta, la classe lavoratrice, con buona pace di tutti.

Forse questa nuova polemica può essere l’occasione per rivendicare una condizione migliore e un salario degno, molto al di sopra di “Due Spicci”, parafrasando la serie di Zerocalcare.

L’artista, d’altronde uno storico compagno del movimento romano, nel già citato Reel ha dato la sua disponibilità a partecipare a iniziative di denuncia dello sfruttamento: se veramente questo avvenisse e accettasse la sfida di farsi portavoce di una battaglia con i lavoratori – non solo contro il governo ma, inevitabilmente, contro Netflix, la casa produttrice del suo ultimo lavoro che non ci risulti spiccare per eticità nei confronti dei suoi dipendenti e dei diritti sul lavoro – farebbe qualcosa di stupefacente, che causerebbe mal di pancia a molti e lascerebbe a bocca aperta altrettanti.

Non vogliamo bypassare la valutazione sul valore culturale e politico dell’opera e sul ruolo degli artisti oggi che pure si è sollevato per questa e altre vicende, su cui anzi pensiamo sarebbe utile un giorno si aprisse il dibattito e ci riserviamo il diritto di futuri interventi.

Ma le chiacchiere stanno a zero quando al centro del dibattito ci sono i diritti di lavoratori e lavoratrici, su cui si può inserire una battaglia sindacale, politica e culturale in questa finestra di tempo aperta dall’odiosa polemica governativa.

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02/06/2026

La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchiere d'acqua

di Domenico Moro

Sono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.

L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.

La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.

Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.

In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovranazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche.  Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.

Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Bancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].

Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.

Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato.  Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo dalla fase, dal modo di produzione e dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi.  Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’URSS e di un campo socialista.

Quindi, ad essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla UE e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. Ad ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.

Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, implica assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla UE (come in questi giorni ha fatto Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.

Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la UE e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.

Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto ai “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’UE, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta la sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.

Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.

Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Facebook. Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da UE ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.

Note

[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018.

[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019.

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13/08/2024

Il suicidio di Lepore contro il New York Times

La replica della giornalista Ilaria Maria Sala del #NewYorkTimes alla lettera che solo un narcisista come Lepore poteva scrivere al giornale per protestare, facendo così l’ennesima figura di palta.

*****

“Stimato sindaco di Bologna Matteo Lepore,

sono Ilaria Maria Sala (e non «una tale Maria Sala»). Mi è stato chiesto di rispondere alla sua lettera, cosa che faccio malvolentieri, ma con senso del dovere. Mi rammarica molto che il mio sindaco, sentendosi offeso e chiamato in causa da un articolo che ho scritto per il New York Times non si sia nemmeno premurato di trascrivere il mio nome per intero, e che invece di affrontare quello di cui scrivo, scelga di discreditare me e mettere in dubbio la mia provenienza e la mia competenza a scrivere quello di cui scrivo.

Non solo, ma che voglia anche partire nel suo ragionamento definendomi «una tale» per screditarmi ancor di più: «Chissà chi è questa e in fondo, chissà perché dovrebbe importarcene!» Basta fare una veloce ricerca Google, e troverà facilmente chi sono e cosa faccio.

Vero, abito a Hong Kong. Faccio parte delle centinaia di migliaia di italiani che abitano all’estero, fra i quali ci sono molti bolognesi. Malgrado questo, passo ogni anno diverso tempo a Bologna, la mia città, e la città in cui sono cresciuta: questo mi rende più sensibile ai cambiamenti rapidi e a mio giudizio negativi che hanno modificato la mia città, dato che certe differenze si notano con maggiore intensità quando, dopo un periodo di distanza, si torna a casa.

Ma queste stesse modifiche al tessuto urbano vengono anche sottolineate con enfasi dai miei amici che risiedono a Bologna tutto l’anno, e che non si sentono più a loro agio nelle vie del centro occupate in primo luogo da tigellerie, paninerie, piadinerie, pizzerie e, se posso osare il neologismo, mortadellerie.

Strade date in pasto, letteralmente, ai turisti di massa, che passano da un piatto da mettere su Instagram all’altro senza tanto interessarsi delle meraviglie della nostra città. Tutte le belle, bellissime attività che lei cita, che, da sempre caratterizzano la nostra città, sono messe a rischio dalle modalità di turismo attualmente in atto a Bologna.

Nel mio articolo non ho chiamato in causa Palazzo d’Accursio – è interessante notare che invece nei più di 1500 commenti al mio pezzo molti abbiano sottolineato che mentre io critico l’overtourism (fenomeno globale) il vero problema è come questo viene gestito. Io non ho pensato di mettere in discussione la gestione, ma concludo il mio scritto con la domanda: «Dobbiamo davvero viaggiare così?»

Il New York Times l’ha reputata una domanda sufficientemente pertinente da riprenderla nel titolo. Sono i turisti che vengono a Bologna solo per «la grassa», e che della «dotta» poco si interessano. Cito anche altre città in cui l’overtourism sta facendo danni notevoli, e come lei saprà, molte amministrazioni locali si stanno chiedendo in che modo affrontare il disagio per i residenti, e lo svuotamento di contenuti della città a cui questo porta.

Ma visto che lei invece si sente chiamato in causa direttamente, mi lasci cogliere l’occasione per farle una domanda: cosa fa l’amministrazione di Bologna per governare l’overtourism?

Non so se lei ricorda quello che rispondeva il suo predecessore, Renzo Imbeni, quando gli veniva chiesto perché Bologna non sviluppasse maggiormente il turismo: diceva che era perché le città sono fragili, e il turismo è distruttivo.

Io resto dell’opinione di Imbeni, e nel vedere quanto il centro di Bologna sia ora una fila continua di tavolini per nutrire turisti (dato che pochi di noi bolognesi hanno appetito per quelle pietanze, servite in quel modo) e non più un luogo di aggregazione cittadina, mi sento ancora più in sintonia con il pensiero del suo predecessore.

Lei non risponde in merito al mio pezzo – scredita anche il valore del mio scritto decidendo che non è qualcosa con cui il New York Times è per forza d’accordo dato che è un «Guest Essay», come se contasse meno. Temo che lei non sia al corrente di come funzioni scrivere per il Times, ma non è importante.

Le cose delle quali io parlo sono sotto gli occhi di tutti i cittadini, incluso di quelli come me che risiedono all’estero ma continuano a considerare Bologna «casa», verso la quale tornare ogni volta che è possibile.

Molti, moltissimi articoli scritti in italiano su giornali italiani dipingono un quadro molto più nero del mio – ma non ho visto lettere così irrispettose scritte ai loro autori. E’ davvero lamentevole che il rappresentante di una carica istituzionale prestigiosa come la sua voglia scrivere una lettera piccata, frettolosa e incapace di affrontare gli argomenti di cui ho scritto.

Ancora più lamentevole è voler far finta di non vedere quanto il centro città sia svilito dall’essere stato tramutato in quello che è oggi, o di sorvolare su quanto difficile sia trovare alloggio in città per chi è studente, o per chi lavora a redditi bassi, ritrovandosi a condividere casa in situazioni lontane dall’ideale.

Conto sul fatto che lei conosca la storia della luna e del dito che la indica. Chissà se a guardare la luna, invece che cercare di dileggiare e sminuire il mio dito che la indica, non si trovino soluzioni migliori per affrontare il disagio cittadino sotto gli occhi di tutti i bolognesi, che vivano a Bologna, o che lavorino all’estero.

Molto cordialmente, La sua concittadina Ilaria Maria Sala”

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A Lisbona i residenti chiedono un voto per vietare Airbnb. E in Italia?

In questi giorni una ‘succosa polemica’ sulle trasformazioni provocate dall’overtourism a Bologna è stata al centro dell’attenzione mediatica.

A scatenare una reazione rabbiosa del sindaco Lepore è stato un intervento, apparso sul New York Times, della giornalista Ilaria Maria Sala, nata a Bologna ma residente da tempo a Hong Kong.

Come ha giustamente sottolineato Potere al Popolo in un suo comunicato: “l’articolo del giornale americano ha semplicemente detto ad alta voce quello che ormai tante e tanti bolognesi pensano: della city of food non se ne può più, non se ne può più di vedere soldi pubblici buttati per garantire le rendite di Farinetti e soci, non se ne può più di una città che espelle giorno dopo giorno i suoi abitanti sacrificandoli sull’altare del turismo e della rendita immobiliare”.

Ci preme sottolineare come avevamo posto il problema, partendo dal caso studio di Bologna, in un articolo precedentemente pubblicato su questo giornale.

In quel pezzo avevamo messo in luce le ragioni e le dinamiche della trasformazioni complessive della città (e della regione) a causa dell’overtourism, così come avevamo ribadito la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica il diritto alla città.

In maniera molto più sfumata, era stato il rettore dell’Alma Mater – Giovanni Molari – a mettere in evidenza alcuni evidenti problemi che il modello di città fino ad ora scelto sta creando alla popolazione studentesca universitaria, in un’intervista pubblicata l’8 agosto.

Il Magnifico Rettore risponde così alla domanda della giornalista Caterina Giusberti, che lo intervista su La Repubblica: “la casa resta uno dei problemi principali. Abbiamo predisposto un certo numero di opere per aumentare le residenze universitarie ma sono sempre poche, rispetto alle necessità. (...) Stiamo perdendo studenti del centro sud perché fanno fatica a trovare casa. Sempre in attesa che si ponga un freno a questo aumento indiscriminato di affitti brevi sulla città”.

Un problema, naturalmente, che non riguarda solo gli studenti e le studentesse, ma tutta la cittadinanza, comprese le fasce relativamente protette della working class e porzioni del ceto medio.

Multiproprietà e piattaforme digitali per affitti brevi, in assenza di regolazione e con un regime fiscale piuttosto vantaggioso, non hanno solo prosperato – anche a Bologna –, ma hanno cambiato il volto della città rendendola letteralmente invivibile per la quasi totalità della sua popolazione.

Ci è sembrato utile, non solo per ciò che concerne il dibattito sotto le Due Torri, tradurre questo intervento apparso su Jacobin Magazine rispetto alle trasformazioni di Lisbona, una delle città più segnate dall’overtourism.

Lì si terrà un referendum per vietare gli affitti brevi, come sbocco di un’efficace campagna portata avanti dal movimento per il diritto all’abitare, Movimento per il Referendum Abitativo (MRH).

Una lotta ispirata al precedente referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio.

Sono spunti per rimettere al centro l’azione in direzione del diritto alla città, e passare dalla denuncia politica all’azione coerente.

Buona Lettura

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A Lisbona, l’impennata del turismo ha trasformato decine di migliaia di appartamenti in Airbnb, estromettendo i normali affittuari. Un referendum per vietare gli affitti a breve termine negli edifici residenziali potrebbe cambiare le cose.

António Melo ha vissuto per tutti i suoi settantuno anni nel quartiere Alfama di Lisbona. Ma dopo che il proprietario ha venduto l’edificio a una società di alloggi turistici, questa si è rifiutata di rinnovargli il contratto. “Temo di essere sfrattato da un momento all’altro”, spiega Melo “ma non ho un altro posto dove andare”.

La sua storia è diventata comune tra i 546.000 abitanti della capitale portoghese, che ricevono da trenta a quarantamila turisti al giorno. I residenti più anziani sono stati costretti a lasciare i quartieri in cui hanno trascorso tutta la vita. Questo esodo “ci impedisce di avere una vita comunitaria nell’area locale”, secondo Ana Gago, geografa dell’Università di Lisbona che ha svolto ricerche sul campo nel quartiere di Alfama. “E questo è violento”.

L’Alfama ha visto crollare la sua popolazione residente da un massimo di ventimila abitanti negli anni ’80 ad appena mille oggi. Stranamente, mentre i prezzi sono “saliti alle stelle” – secondo le parole dell’accademico Luís Mendes, consulente in materia di alloggi per i legislatori della città – anche la popolazione complessiva di Lisbona sta diminuendo. “I tassi di sforzo per gli affitti sono ora davvero elevati, ben al di sopra di quel terzo del reddito di cui tutti parlano per mantenere gli affitti a livelli sostenibili“, spiega Mendes.

Rispetto ad altre grandi città europee, l’aumento del costo della vita è stato recente e rapido. I salari portoghesi, tuttavia, sono i più bassi dell’Europa occidentale e hanno perso ogni relazione con questi costi. La situazione per chi cerca casa a Lisbona è da incubo. Ma alcuni residenti stanno reagendo e si stanno mobilitando per costringere le autorità a indire un referendum che potrebbe fermare lo spostamento di alloggi da parte di Airbnb e dei suoi simili.

Opportunità

L’attuale crisi è iniziata con la Grande Recessione, quando la troika dei creditori ha salvato il debito del Portogallo a condizione di attuare misure di austerità e di deregolamentare l’economia per incoraggiare gli investimenti stranieri. Il governo portoghese – etichettato come “il bravo allievo” rispetto alla Grecia – ha seguito questa strada. Simone Tulumello dell’Università di Lisbona spiega che ciò ha significato concentrarsi su “attività di sviluppo a basso valore aggiunto, di cui il turismo è la gallina dalle uova d’oro”. Ha anche sviluppato il “visto d’oro”, che concedeva lo status di residente nell’UE agli investitori che pagavano, ad esempio acquistando proprietà per un valore di 500.000 euro, e un programma per residenti non permanenti che incentivava gli investitori immobiliari europei.

Il municipio ha anche promosso il marchio Lisbona fino a portarlo in cima a diverse classifiche, diventando l’hotspot europeo da visitare se si è un turista, un nomade digitale o uno start-upper di buon senso. Si trasferì anche una barca di celebrità, tra cui la più famosa è Madonna.

I proprietari di immobili locali e gli investitori stranieri ne hanno preso atto. “Con il boom di Lisbona e il cambiamento della sua percezione di sé”, dice Tulumello, “la gente ha capito che… ‘Va bene, ora l’affitto è una questione di soldi’”.

Diversi proprietari hanno sfruttato una nuova legge nazionale sugli affitti che facilitava gli sfratti e ha trasformato le loro proprietà in redditizi affitti per le vacanze. Dal 2014 hanno potuto ottenere automaticamente un numero di registrazione per gli affitti turistici compilando un modulo online. Entro il 2020, ventimila abitazioni della città erano registrate come affitti turistici: il 60% di tutte le proprietà in alcuni quartieri.

Nonostante un massiccio programma di costruzione e ristrutturazione, Lisbona ha perso in un decennio un netto di seimila case, con gli alloggi turistici come responsabili principali. “Il Comune sta ristrutturando e allo stesso tempo perdendo persone”, sostiene Tulumello. “Sta fallendo completamente”.

Nel corso del tempo, mentre il mercato del lavoro e dei salari portoghese ristagnava, il mercato immobiliare ha iniziato a riflettere il potere di consumo globale. Le imprese locali di lunga data in tutta la città si sono trasformate per soddisfare i turisti e gli espatriati.

Maria, che vive nel quartiere di Chiado da settantotto anni, sente che le sue possibilità di scelta tra le attività commerciali locali si sono ridotte. “Mi vergogno a entrare in quei posti perché non so nemmeno cosa ordinare”, dice a proposito dei brunch che hanno sostituito i vecchi negozi di quartiere.

“La vita sta scomparendo“, spiega Agustín Cocola-Gant, geografo dell’Università di Lisbona. Quando ho intervistato gli investitori immobiliari a breve termine, il loro messaggio ai locali era: “Spostatevi dal centro città. Questa è un’opportunità futura per noi, non è più un luogo residenziale. Lasciateci in pace e date per scontato che non potete vivere qui”.

Inerzia

Invece di intervenire, le amministrazioni nazionali e cittadine si sono mosse a tentoni, negando l’esistenza di un problema e promuovendo ulteriormente gli investimenti immobiliari. Mentre Berlino, Parigi e Londra limitavano il numero di giorni in cui i proprietari potevano affittare a breve termine, e Barcellona e New York limitavano le nuove locazioni turistiche, fino all’anno scorso le autorità di Lisbona non hanno intrapreso alcuna azione del genere.

Ma c’è stato un altro tipo di risposta politica. Dopo che la pandemia si è ritirata e il numero di turisti è rapidamente risalito a livelli record, la frustrazione ha portato alla crescita di un movimento sociale. Questo includeva nuove organizzazioni di campagna fondate nel 2022-23 come Vida Justa, Porta a Porta e Casas Para Viver, una piattaforma che comprende oltre un centinaio di organizzazioni.

Le massicce proteste hanno portato a parole promettenti ma a pochi fatti da parte del governo. Infatti, alle elezioni di Lisbona del 2021 e alle elezioni nazionali del 2024, il potere si è spostato verso i socialdemocratici: nonostante il nome, un partito di centro-destra. A differenza della precedente amministrazione socialista, mi ha detto un accademico, i socialdemocratici “non riconoscono nemmeno l’esistenza di un problema”.

“Penso che siamo ancora lontani dall’eccesso di turismo”, afferma l’attuale sindaco Carlos Moedas, socialdemocratico. “Dovremmo continuare a scommettere sul turismo, puntando su un turismo di qualità”. Ma come può essere una scelta elettorale razionale per i principali partiti, quando tutti possono vedere la crisi e il Portogallo è una democrazia apparente?

Uno dei motivi è semplicemente che il numero di elettori che hanno investito i loro soldi nell’edilizia abitativa è ora abbastanza significativo da far sì che il consiglio sia abbastanza disperato nel mantenere i prezzi in crescita, per quanto insostenibile possa essere. E anche quando i collegi elettorali dei politici potrebbero desiderare un cambiamento politico, i recenti scandali hanno dimostrato come il legame incestuoso tra il capitale e gli affitti spesso prevalga sull’interesse degli elettori.

Inoltre, la cultura politica di trattare Lisbona come un terreno di coltura per le cariche nazionali impedisce la politica municipale più autonoma visibile negli ultimi anni a Barcellona, New York, Parigi, Londra e Berlino.

Movimento e attrito

Un gruppo di attivisti e accademici frustrati dal consenso politico dell’inerzia si è riunito per formare un’altra di queste nuove organizzazioni, il Movimento per il Referendum Abitativo (MRH). Ispirato dal referendum di Berlino del 2021 per costringere il municipio a nazionalizzare i portafogli immobiliari dei grandi proprietari attraverso un ordine di acquisto obbligatorio, è diventato un movimento ampio e in continua evoluzione per ottenere che la città tenga un referendum popolare sugli alloggi.

“Abbiamo professionisti, disoccupati, inquilini, proprietari di case, persone che votano per partiti di destra, centristi e di sinistra”, spiega Cocola-Gant. “La crisi degli alloggi e la turisticizzazione della città sono trasversali a diversi temi. Colpiscono i più vulnerabili, ma anche la classe media e persino i più abbienti che si sono trasferiti in centro vent’anni fa [e faticano a sostenere una vita piacevole tra la massa di turisti e negozi di articoli da regalo]”.

L’obiettivo dell’MRH è stato quello di utilizzare per la prima volta una legge portoghese volta ad aiutare gli elettori a dire la loro. La legge prevede che se un numero sufficiente di residenti registrati firma una petizione per una decisione pubblica sulla questione, il Comune deve votare per indire un referendum vincolante. Il mese scorso il movimento ha annunciato di aver raggiunto, in due anni di petizioni, le cinquemila firme necessarie e le presenterà al consiglio comunale in ottobre.

Il Consiglio ne discuterà in seguito, ma non è obbligato per legge a dare il via libera al voto. Ma l’MRH spera che la pressione dell’opinione pubblica e dei media sia tale da rendere difficile negare la voce dei cittadini su questo tema così delicato.

“Alla fine avremo più del doppio delle firme necessarie”, spiega Gago, che lavora anche con il MRH. “Quindi, è evidente che la popolazione vuole fare questo referendum. Se [il Consiglio] lo negasse, metteremmo in discussione la nostra democrazia”. Questo, in un momento in cui il Portogallo celebra i cinquant’anni dal rovesciamento della dittatura.

Se tutto va nella direzione dell’MRH, nella primavera del 2025 si terrà un referendum che, a differenza di quello di Berlino, sarà legalmente vincolante. Quindi, se oltre il 50% degli aventi diritto al voto voterà sì, il consiglio comunale avrà sei mesi di tempo per vietare tutti gli Airbnb esistenti e nuovi e le locazioni turistiche simili negli edifici residenziali.

Ma non è escluso, come spiega Cocola-Gant, che il Consiglio possa approvare una nuova legge per contrastare gli effetti del referendum, in modo che “non cambi nulla”. Ma questo non eliminerebbe il valore simbolico del voto dei residenti di Lisbona per liberare la città da tali permessi. “Se molte persone votano dicendo ‘Non vogliamo questo’, la pressione politica rimane”.

Un’altra possibile sfida potrebbe arrivare dai tribunali. Quando città come Edimburgo e Berlino hanno cercato di limitare Airbnb & co. le piattaforme hanno iniziato battaglie legali che hanno annacquato o bloccato i loro piani.

Definizione

Se, nonostante tutto questo, il divieto entrasse in vigore, l’impatto sarebbe sismico.

Durante la pandemia, quattromila locazioni a breve termine sono rientrate nel mercato a lungo termine. Questo ha avuto un impatto notevole sugli affitti e sui prezzi delle case a Lisbona. “Ora”“, dice Gago, “immaginate se potessimo ritirare tutte le ventimila unità, immagino... sperando che ciò abbia un impatto significativo non solo su Lisbona, ma sull’intera area metropolitana”.

“Questo porterebbe alla de-turistificazione dei quartieri, il che significa che le case potrebbero essere riabitate dai residenti, vecchi e nuovi“, spiega. “I negozi che oggi si rivolgono solo ai turisti potrebbero ripensare il loro modello di business per soddisfare [le persone che vivono nelle vicinanze]. E le associazioni di quartiere smetterebbero di chiudere [con la stabilizzazione della popolazione]”.

In questo senso, la lotta riguarda chi può definire la città e il suo nucleo. “La città è molto più di un luogo dove gli investitori possono fare soldi e deve rimanere un mix di persone”, afferma Cocola-Gant, ricordando gli investitori che ha intervistato. “Il centro è costruito sulla base di un impegno e di un patrimonio collettivo. Gli investitori vogliono usare quel patrimonio collettivo per fare affari [a loro vantaggio] e così facendo dobbiamo andarcene. Stiamo dicendo no a questo”.

Mezzo secolo fa, Lisbona si ribellò a una delle più lunghe autocrazie di destra d’Europa e scelse il potere popolare nella sua Rivoluzione dei Garofani. Ma mentre il Portogallo celebra cinquant’anni di democrazia, l’ascesa dell’estrema destra nelle elezioni di quest’anno ha aggiunto un sapore amaro all’anniversario per molti. Tuttavia, sviluppi come il Movimento per il referendum sulle abitazioni danno un senso di speranza che le persone possano usare i meccanismi democratici che hanno costruito per ottenere cambiamenti che aiutino le masse.

Lisbona non è l’unica parte del Portogallo ad affrontare la tensione abitativa, intensificata dagli affitti turistici. L’Algarve, Porto, Coimbra, Madeira e le città satellite di Lisbona soffrono in modo simile e l’intero Paese ha accesso a questo meccanismo di petizione-referendum grazie alla sua costituzione post-rivoluzione. Gli attivisti per l’edilizia abitativa di tutto il Paese seguiranno da vicino l’evoluzione della situazione nella capitale.

Se tutto andrà secondo i piani, dice Gago, sarà una “boccata di speranza che possiamo cambiare le nostre vite se ci mobilitiamo, pianifichiamo e organizziamo”. Sarebbe una speranza per il sistema in vigore, questa democrazia”.

Mentre la democrazia portoghese celebra il suo cinquantesimo anniversario, si ha la sensazione che questo movimento non riguardi solo l’aumento degli affitti.

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03/08/2024

Sbatti il “mostro” sul ring di Parigi

Il sogno della partecipazione alle Olimpiadi rimane tale per milioni di atleti e atlete.

Quel ristretto gruppo che trasforma il sogno in realtà lo fa grazie al talento, individuato e coltivato dagli allenatori e dai tecnici, al sacrifico dell’atleta come della sua famiglia, che spende tempo e risorse soprattutto nei primi anni di avviamento allo sport, e a una buona dose di fortuna che non guasta mai. E questo spesso neanche basta.

Per questo ho profonda simpatia e rispetto per Imane Khelif e ho profonda simpatia e rispetto per Angela Carini.

Due ragazze e atlete d’eccellenza che stanno vedendo, loro malgrado, il sogno olimpico rovinato sia dalla ipocrisia di un sistema sportivo che ha abbandonato da anni i valori di rispetto e lealtà, sia da un teatrino politico che, soprattutto a destra, ma anche a sinistra, sta dando l’ennesima prova di pochezza.

Il tema dello scontro non nasce oggi. Da diversi anni ormai il mondo sportivo si interroga sulla liceità della partecipazione di atleti “intersex”, categoria probabilmente tutt’altro che scientifica ma che ci è utile per centrare la questione, a competizioni che da sempre sono organizzate per genere binario.

Questo tipo di atleti presenta caratteristiche biologiche sia maschili che femminili che inevitabilmente, quando non influiscono sul risultato, sono foriere di sospetti e danno ossigeno a polemiche e speculazioni di ogni tipo.

Il vantaggio, potenziale ma non dimostrabile, di questi atleti deriverebbe da una diversa quantità di ormoni e testosterone. Dal punto di vista scientifico, il testosterone è un parametro poco indicativo per valutare le atlete e non permette di valutare una precisa correlazione tra i suoi livelli e le prestazioni raggiunte.

C’è anche da dire che spesso livelli ormonali anomali sono spesso stati utilizzati per coprire pratiche illecite legate al doping. Non sappiamo se questo sia il caso dell’atleta algerina.

Secondo l’Iba (Internatinal boxing amateur), l’ente che governa il pugilato dilettantistico internazionale, la pugile algerina non ha potuto disputare i mondiali per i suoi livelli di testosterone.

L’Iba è un organismo corrotto e negli anni passati è stato colpito da scandali arbitrali e finanziari.

La stessa atleta algerina secondo il Cio (Comitato olimpico internazionale) ha potuto invece, con gli stessi livelli di testosterone, partecipare ai giochi olimpici.

Anche il Cio è un organismo corrotto, colpito negli anni da scandali di ogni tipo.

Insomma, sembra che a dieci anni dallo “scandalo” di Caster Semenya, l’atleta sudafricana che nell’atletica fece incetta di medaglie e che venne accusata, come la pugile algerina, di essere un uomo, nulla sia cambiato. Quella volta si perse un’occasione per provare ad affrontare la questione, probabilmente sperando che in futuro non nascessero altre Semenya.

E invece eccoci qua ad affrontare di nuovo un dibattito fatto sul sentito dire con gli schieramenti attestati sui fronti opposti della Linea Maginot (per restare sul tema).

Sarà la scienza a pronunciarsi definitivamente su questi casi e spetterà alla politica sportiva declinare la scienza e farne norma. Penso questo, non essendo né un biologo, né un genetista e neanche un dirigente del Cio.

In queste ore stiamo assistendo però alla creazione del “mostro”.

Se la narrazione tossica della destra è particolarmente aberrante, raccontando di una giovane ragazza italiana che si sarebbe dovuta scontrare contro “un” pugile algerino, anche quella più left friendly, con l’atleta algerina che diventa simbolo di lotta alle discriminazioni contro l’atleta delle fiamme oro, che in quanto “guardia” deve soccombere, palesa tutta la propria pochezza.

In Italia, e non solo nel pugilato, se hai talento finisci inevitabilmente in un gruppo sportivo (Fiamme oro, Fiamme gialle, Gruppo sportivo dell’Esercito) e non mi pare che qualcuno si sia mai posto il problema. Che c’è ed è anche evidente.

Probabilmente, Angela Carini, il cui futuro è nelle sue mani, si è fatta sopraffare prima che dai colpi dell’avversaria, dal fuoco amico. E, sempre probabilmente, male ha fatto, se non era convinta, a salire sul quadrato. Caratterizzare politicamente le esternazioni di questa ragazza significa fare il gioco di chi la sta usando per i suoi sporchi giochi. E soprattutto guardare il dito anziché la Luna.

Gettare discredito sull’avversario quando non si hanno argomenti per sostenere la propria posizione è usanza purtroppo non solo italiana.

Voler cercare un “mostro” in questa vicenda rischia di essere un vuoto esercizio. Ma una cosa deve essere chiara, ieri sera sul ring di Parigi di “mostro” non ce n’era nessuno.

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28/04/2024

Non date cibo ai cani da guardia di Marco Ferri

In Italia, da tempo, il “watchdog journalism” si è tradotto in cane da guardia del potere costituito, una prassi che ormai pervade la Rai nell’era di TeleMeloni, calco delle reti berlusconiane.

Entrambi i network ormai sono diventati il circolo ricreativo di redattori dei giornali di destra, di proprietà di Angelucci, ovviamente finanziati col denaro pubblico.

La loro missione è spostare il dibattito dalle cause agli effetti, e da questi alle conseguenze.

Decontestualizzare gli episodi dal quadro generale per piegarli alle necessità politiche contingenti è sempre stato il sestante della propaganda della destra.

Un maledetto trucco col quale si sono giustificate le nefandezze della storia e dell’attualità politica: dal fascismo al colonialismo, dal revisionismo storico all’imperialismo, dallo sfruttamento alla repressione, dal razzismo al sessismo.

Il discorso pubblico viene forzato, eterodiretto e gestito dall’alto di specifici interessi lobbistici.

“Non è più il capitalismo, ma qualcosa di peggio – dice McKanzie Wark – La classe dominante del nostro tempo non governa più grazie al possesso dei mezzi di produzione, come facevano i capitalisti. Né attraverso il possesso della terra, come facevano i proprietari terrieri. La classe dominante del nostro tempo possiede e controlla l’informazione”. (“Il capitalismo è morto, il peggio deve ancora venire”, Mackenzie Wark, Nero 2021).

Questo spiega perché la politica oggi si fa sui social e sui mass media, invece che nelle istituzioni democratiche e nella realtà sociale.

È, dunque, una forte tentazione quella di ribattere colpo su colpo ai latrati di quella muta di giornalisti cani che fanno la guardia alle nefandezze del governo, della Ue, della Nato, di Israele.

Ma in questo groviglio di personalismo, narcisismo e servilismo, il dibattito è sceso a un livello talmente basso da rendere inutile ogni possibilità di dialogo.

Anche perché il metodo si è specializzato, ha mutuato dai social il famoso paradigma del “bene o male purché se ne parli”, metodo che consiste nell’ingaggiare la polemica, alimentarla con la contrapposizione in modo da tenere impegnata l’attenzione il più a lungo possibile sulla polemica stessa, invece che sulla realtà dei fatti.

I cani da guardia del potere sono affamati di polemica, che è la chiave del successo del talk show: odio e audience.

D’altronde, è lo stesso livello che esprime il committente, vale a dire la macchina propagandistica del governo. Livello ormai assunto come linea di condotta anche dall’opposizione parlamentare, nonché dai rappresentanti delle cosiddette parti sociali.

Tuttavia, ci sono urgenze politiche che non possono aspettare, segnali economici che vanno compresi, ricchezze sociali che vanno raccolte. I partiti hanno chiuso le sezioni, i loro dirigenti vanno in tv.

Se il sistema politico italiano avesse avuto in sé i tanto decantati anticorpi, gli eredi del Msi non sarebbero andati al governo, a braccetto con i reduci del berlusconismo e del leghismo.

Fuori dai polveroni, la situazione sociale, la condizione materiale, il lavoro povero, i livelli di strapotere corporativo, la neutralizzazione dei diritti per liquidare gli ultimi residui di stato sociale, devono mantenere saldo il loro posto in cima alla nostra agenda.

Non solo perché su questi terreni la propaganda del neo-regime è flaccida, gli specchi sono difficili da essere arrampicati, le bugie vengono presto a galla.

Soprattutto, perché sono essenziali a guardare avanti, a puntare l’attenzione sugli aspetti critici di un sistema che sta sbandando nel fango reazionario, diventando ogni giorno più ferocemente classista, corporativo, intollerante, bellicista.

“Meglio i tagli ai servizi pubblici che la vittoria di Putin”, si è sentito dire a Londra. “L’Europa deve diventare una potenza militare”, hanno fatto eco da Parigi. Il neoliberismo in affanno, si alimenta di bellicismo.

Siamo a un salto di qualità dei fattori che spingono alla famigerata “distruzione creativa”. Sul piano internazionale, il capitalismo finanziario occidentale in declino vuole sottomettere l’economia reale in ascesa in oriente, manu militari.

Contemporaneamente, il bellicismo spinge all’aggressione delle regole politiche, economiche e sociali, attacca le stesse consuetudini democratiche.

Le guerre in atto sono dunque la stessa guerra, la guerra è una ed è la pericolosa variabile dipendente dall’accumulazione che pretende il superamento delle attuali norme con cui si governano le contraddizioni interne ai paesi occidentali.

Abbiamo visto i manganelli nelle città italiane ed europee, li abbiamo visti nelle Università degli USA. È ormai un dato di fatto: la lenta fine dello Stato sociale equivale alla progressiva fine dello Stato di diritto.

Se è vero che i pericoli sono forti, tanto da essere già nei fatti, è altrettanto vero che essi non si combattono ponendosi come obiettivo il ritorno alla dialettica precedente.

Non basta prendere atto che il vento è cambiato, che è un vento atlantico, un’aria cattiva di sfruttamento, di repressione, di menzogna, di rivalsa revisionista, di guerra per procura, di sterminio, di sovranismo. Non è solo vento, è già tempesta.

La realtà che abbiamo conosciuto finora è stata nei fatti già superata da una nuova forma di rigidità del comando sul piano interno, di egemonia imperialista e neocolonialista sul piano internazionale.

Prenderne atto significa non perdere tempo in piccole tattiche difensive, ma ripensare, riorganizzare, riprogettare una nuova visione delle contraddizioni e di conseguenza una nuova pratica politica.

Ci sono compiti molto più importanti che stare appresso ai ditirambi nei talk show televisivi.

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13/02/2024

RAI e politici si ergono a difesa del genocidio... contro Ghali

“Stop al genocidio”. Queste tre parole sono bastate a mettere in moto la macchina del servilismo sionista di questo paese contro il cantante Ghali. Il giovane rapper italo-tunisino, che nella serata conclusiva del Festival di Sanremo ha detto delle semplici parole di pace, ha ricevuto come risposta critiche e attacchi.

Per capire a pieno il disgusto che deve provocare questa situazione, bisogna fare una piccola premessa. Dal palco dell’Ariston Ghali non è stato l’unico a fare affermazioni legate agli attuali conflitti in giro per il mondo. Con grandi lodi sono stati presentati gli Antytila, uno dei più famosi gruppi pop-rock ucraini.

La loro canzone ha un titolo inequivocabile: Fortezza Bakhmut, la città presso cui si è svolta una delle principali battaglie tra le forze russe e della Repubblica Popolare di Donetsk e quelle ucraine. Giusto per ribadire l’evidente, al cantante è stato dato tutto lo spazio per ricordare che loro stanno combattendo una guerra che “non abbiamo iniziato noi”, per la “nostra libertà” e per i “nostri ideali in comune”.

Ovviamente non si è sentita una parola di sdegno per il fatto che davanti a milioni di italiani sia stata data l’opportunità a questo artista di sostenere la giunta paranazista di Kiev. Tra l’altro con parole mistificanti (la guerra, lì, è cominciata dopo il golpe di EuroMaidan e la strage nel Palazzo dei Sindacati di Odessa), e quindi non sorprende che si condividano gli stessi “ideali”: quelli della censura, del militarismo e dell’oppressione dei popoli.

Ma non c’è solamente questo aspetto così macroscopico, ce n’è un altro più sottile e “culturale”. Sanremo ha riacquisito una certa attrattività anche grazie ad elementi di contorno, come il Fantasanremo. Nel regolamento di quest’anno, per esempio, 10 punti erano attribuiti anche a chi avesse fatto dichiarazioni o gesti “per la pace”.

In questo modo la tragedia di intere popolazioni è diventata il terreno di un giochetto mediatico. La serietà della guerra è stata trasformata in una gara a punti per gli spettatori italiani, in uno di quei tipici esempi da manuale di disumanizzazione delle distruzioni, delle sofferenze e delle perdite che provocano i conflitti.

Sia chiaro: di per sé il Fantasanremo è un divertimento innocente e tutti hanno apprezzato i richiami a quel senso di umanità che i governanti della filiera euroatlantica, in realtà, non hanno mai avuto. E penso che nessuno voglia mettere in dubbio come i cantanti che li hanno fatti li condividano davvero, anche nel loro privato.

Prendiamo i casi di Dargen D’Amico e Fiorella Mannoia. Chi non la conosce, ascolti la canzone Il Presidente del primo, che parla dei crimini di Washington: Contras, sostegno a terroristi e golpisti antidemocratici. La Mannoia è da sempre dichiaratamente di sinistra, e l’aver usato le parole di Vittorio Arrigoni, seppur senza citarlo, è un riferimento preciso alla situazione palestinese.

Ma appunto, finché questi accenni sono rimasti tali, per i vertici della politica e della televisione si poteva pure chiudere un occhio. La colpa di Ghali è stata quella di aver usato la parola genocidio, che rimanda a una responsabilità politica precisa, sulla quale sta peraltro indagando la Corte de L’Aja, non un gruppetto “antisemita” o “filo-putiniano”.

E se probabilmente la maggior parte degli italiani non sa che “Restiamo umani” era la «firma» di Arrigoni, oggi parlare di genocidio fa pensare subito ai massacri perpetrati da Tel Aviv, oltre che per l’Olocausto.

Dunque, il giorno dopo la finale di Sanremo, tutto l’apparato sionista del paese si è mosso. Il primo a parlare è stato ovviamente l’ambasciatore israeliano a Roma, Alon Bar, che su X ha affermato come sia “vergognoso che il palco del Festival di Sanremo sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni”. Un’intemerata che puzza lontano un chilometro di coda di paglia, visto che Ghali neanche aveva fatto riferimento esplicito a Israele.

Qualcuno dovrebbe forse ricordargli che chiedere la fine di un genocidio difficilmente può essere interpretato come un messaggio di odio, e che quella che ha chiamato “provocazione” è appunto oggetto di una prima sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.

Con questa si è aperta una strada legale importante: la Corte d’Appello della stessa città, organo esclusivamente olandese, ha stabilito che Amsterdam deve cessare di esportare verso Israele parti per i caccia F-35.

A fare eco all’ambasciatore ci si è messa tutta la classe dirigente. Piero Fassino, che ne ha in pratica copiato e incollato le frasi in un suo tweet. La Russa, che ha difeso Fassino e ha parlato di un “cantante che pronuncia una frase a senso unico”... forse perché il genocidio è perpetrato solo da Tel Aviv (la stessa logica non valeva, tra l’altro, per il cantante ucraino).

Gasparri è arrivato a dire che Israele “il 7 ottobre ha subito un’aggressione paragonabile alle persecuzioni della Shoah” e che “i vertici dell’azienda [la RAI, ndr] si scusino con le autorità di Israele ed attuino interventi riparatori”. Non è passato un giorno e questo era già successo, con un comunicato dell’amministratore delegato Roberto Sergio.

Il testo è stato letto da Mara Venier a Domenica In, dove anche Ghali era invitato. Il rapper, che come tutti i membri dello showbusiness avrà le sue contraddizioni, ha però avuto l’integrità di rispondere a tono ad Alon Bar, rivendicando di aver usato il palco di Sanremo per un messaggio di pace e ricordando che è da ben prima del 7 ottobre che l’occupazione sionista provoca morte e affama il popolo palestinese.

Ghali ha poi detto: “continua questa politica del terrore [...] stiamo vivendo in un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono ‘viva la pace’”. È proprio vero, viviamo in una fase storica in cui la crisi e la guerra hanno portato i sistemi occidentali a una forte torsione autoritaria e a calpestare senza remore i più fondamentali diritti democratici.

Gli scioperi precettati, le denunce e la criminalizzazione degli attivisti solidali con il popolo palestinese e la proibizione delle manifestazioni internazionaliste a fianco della sua resistenza, il bombardamento mediatico bellicista e la censura di qualsiasi messaggio non si allinei alle volontà di UE e NATO è diventata l’abitudine. Persino le parole di Ghali erano state tagliate dalla registrazione di RaiPlay, e solo dopo sono state reintegrate.

La finta opposizione parlamentare ne ha ovviamente approfittato per fare affermazioni “democratiche” a costo zero. Una nota dei membri del PD della Commissione di Vigilanza ha difeso la “libertà di espressione sacrosanta”, e il responsabile informazione del partito, Sandro Ruotolo, ha invocato “un cessate il fuoco umanitario”.

Come sempre, però, gli esponenti del centrosinistra si sono dimenticati di prendere le distanze dai crimini israeliani, e soprattutto che a far saltare l’ipotesi del cessate il fuoco è stato Netanyahu. Delle due l’una, quindi: o si difendono i principi democratici o si difende un governo genocidario.

Intanto, gli eventi di Sanremo non hanno fatto altro che confermare il deterioramento irreversibile del nostro sistema politico, in cui la libertà di espressione e di manifestare è un’opzione sempre più scomoda per la classe dirigente.

Per questo le iniziative di dibattito, le piazze (come i presidi chiamati sotto le sedi RAI, con dei giovani compagni denunciati a Roma) e le attività di boicottaggio di chi è complice di Israele si fanno sempre più importanti, un tassello della lotta per la pace e la giustizia sociale che non si deve fare spaventare dalla repressione.

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05/02/2024

Askatasuna, per gli attivisti arrivano le misure cautelari

A tre giorni dall’approvazione della delibera della giunta di Torino che avvia il percorso per riconoscere l’immobile di corso Regina Margherita 47, occupato da Askatasuna, come «bene comune», mentre monta un’accesa polemica politica, arriva la notifica di 12 misure cautelari per altrettanti attivisti dello «spezzone sociale» (per la maggior parte militanti del centro sociale), relativamente agli scontri con le forze dell’ordine avvenuti durante il corteo del primo maggio 2022.

La richiesta dei pm Davide Pretti ed Enzo Bucarelli risale al 13 febbraio di un anno fa, la firma della gip Roberta Cosentini è arrivata il 31 gennaio, un giorno dopo la delibera, riducendo però l’entità delle misure cautelari: per due degli indagati la Procura chiedeva il carcere, per tre i domiciliari, per altri 15 misure minori.

Ora, l’ordinanza dispone tre obblighi di dimora nel comune di domicilio, di cui per due con presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria, quattro divieti di dimora a Torino, cinque obblighi di presentazione quotidiana in commissariato.

Askatasuna parla esplicitamente di «giustizia a orologeria»: «Ci sembrano quanto mai sospette le tempistiche di questa operazione, più mediatica che repressiva».

Il centro sociale mette in sequenza le date e aggiunge: «A parte il solito abuso dello strumento cautelare, sembra proprio strano che un’ordinanza, rimasta nel cassetto per un anno, venga firmata proprio il giorno dopo che viene deliberato l’inizio al percorso che vedrebbe Askatasuna diventare bene comune». Infine, il centro sociale coglie «l’occasione per ribadire che il primo maggio è di tutti e tutte».

L’inchiesta riguarda gli incidenti avvenuti in occasione del corteo della festa dei lavoratori di due anni fa, i reati contestati a vario titolo sono resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L’indagine si sofferma in particolare sui momenti di tensione in via Roma quando le forze dell’ordine impedirono l’entrata dello «spezzone sociale» in piazza San Carlo, durante i comizi dei sindacati confederali.

Nell’ordinanza la gip si trova, però, in disaccordo con la procura rispetto alla posizione dei «leader del centro sociale», che – sostiene dopo aver esaminato le carte – non avrebbero partecipato agli scontri e avrebbero cercato il dialogo con la polizia.

Ieri, il centrodestra con consiglieri e parlamentari si è raccolto in presidio sotto Palazzo Civico per chiedere il ritiro della delibera: «È uno schiaffo ai cittadini».

Contro la decisione della giunta di centrosinistra anche i sindacati di polizia Sap, Siulp e Fnp: «Askatasuna invece di essere sgomberata sarà legalizzata. Vorrà dire che in futuro per ogni sassolino che ci sarà lanciato addosso, o per ogni vetrina frantumata, faremo partire azioni legali considerando il sindaco e il comune responsabili civilmente».

Fa eco il sottosegretario agli Interni Molteni (Lega): «Legittimare, legalizzare o peggio ancora premiare chi in questi anni si è macchiato di atti di violenza e aggressioni e intimidazioni nei confronti delle forze di polizia è inaccettabile».

L’assessore regionale Maurizio Marrone (FdI) attacca l’amministrazione comunale: «L’operazione di polizia odierna contro Askatasuna ha calato la maschera alla legalizzazione preparata dal sindaco Lo Russo».

Invita, invece, a slegare il percorso di coprogettazione relativo allo stabile di corso Regina 47 dalle azioni della magistratura il sindaco di Torino Stefano Lo Russo: «È mio costume non commentare le azioni condotte dalla magistratura o il tempismo di queste azioni, non ho gli elementi per potermi esprimere. Il nostro è un percorso che, come è scritto anche nelle carte che invito tutti a leggere prima di commentare soprattutto chi sta strumentalizzando un po’ questa questione per ragioni politiche, prescinde dalle azioni di contrasto messe in campo dalla magistratura. E ribadisco la ferma condanna di qualunque atto violento e l’esigenza di perseguire chi ha commesso reati».

Giovedì il sindaco aveva spiegato che «in questi mesi di preparazione la città ha informato passo passo il prefetto, il questore e la procura».

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28/09/2023

Italia e Germania ai ferri corti sui migranti. Serie difficoltà interne per Berlino

Ormai è alta tensione nelle relazioni tra Italia e Germania sulla questione migranti. Nella disputa sugli aiuti finanziari tedeschi alle Ong che si occupano dei migranti in Italia, il governo Meloni sta usando toni sempre più duri contro Berlino. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in una intervista a La Stampa ha parlato di un comportamento “molto grave“.

“Così facendo, Berlino si comporta come se non sapesse che si sta cacciando nei guai in un paese di cui è teoricamente amico”.

Il Ministero degli Esteri tedesco aveva sottolineato venerdì che una decisione del Bundestag sugli aiuti alle Ong sarebbe stata attuata a breve.

I primi soldi – tra i 400.000 e gli 800.000 euro ciascuno – saranno erogati “a breve”, per un progetto di approvvigionamento a terra e un progetto di salvataggio in mare. Una delle organizzazioni è SOS Humanity.

Il fatto che il governo tedesco stia utilizzando fondi pubblici per finanziare i soccorritori tedeschi nel Mediterraneo, ha innescato un dibattito anche all’interno della coalizione semaforo (Spd, Verdi, Liberali) in Germania. L’occasione è stata la lettera inviata del primo ministro italiano Meloni al cancelliere tedesco Scholz.

Meloni nella sua lettera a Scholz ha scritto che: “Sono rimasta stupita nell’apprendere che il suo governo – senza coordinarsi con il governo italiano – avrebbe deciso di fornire finanziamenti significativi alle organizzazioni non governative impegnate nell’accoglienza di migranti irregolari sul territorio italiano e nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo“.

I Verdi tedeschi hanno difeso i finanziamenti statali alle Ong, mentre il deputato del Fdp (liberali) Kubiki, ha mostrato invece “comprensione” per il malcontento di Roma e ha messo in dubbio il sostegno nel caso specifico, pur avendo “per ovvie ragioni molta comprensione e simpatia per il salvataggio in mare in generale“.

La co-leader del Partito dei Verdi, Britta Hasselmann, d’altra parte, ha parlato di un “grande disastro” qualora nessun accordo statale sul salvataggio in mare venisse concordato a livello europeo.

Un portavoce del ministero degli Esteri tedeschi lunedì ha risposto che il governo aveva solo attuato una decisione del Bundestag. La decisione è stata presa qualche tempo fa e anche i partner italiani all’epoca ne erano stati informati.

Finora sono state approvate i finanziamenti per due progetti: una per la cura a terra di persone soccorse in mare e portate in Italia e un progetto di ONG per misure di salvataggio in mare. Secondo il Ministero degli esteri tedesco, l’importo del finanziamento del progetto è compreso tra 400.000 e 800.000 euro ciascuno.

Secondo il giornale tedesco Handesblatt, la disunione dei partiti della coalizione di governo in Germania sulla politica migratoria mette in pericolo la riforma del diritto d’asilo a livello europeo. Oggi i ministri degli interni dell’UE intendono fare un altro tentativo di compromesso.

Ma la Germania, insieme a Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, si rifiuta di accettare un punto cruciale, vale a dire il nuovo regolamento dell’UE sulle migrazioni. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock, domenica, ha nuovamente messo in guardia contro la sua introduzione.

La preoccupazione è che il regolamento dell’UE sulle crisi potrebbe, a seconda della sua applicazione negli Stati alle frontiere esterne dell’UE, portare a un maggior numero di respingimenti, ma anche a un maggiore transito di rifugiati verso paesi come la Germania. La Baerbock teme che un numero particolarmente elevato di rifugiati possa arrivare in Germania.

La Presidenza spagnola sta attualmente cercando di rompere il blocco contrario al regolamento e sottrarre i cechi dal fronte comune con Ungheria e Polonia. Ma se la Repubblica Ceca voterà “no”, la pressione sul governo tedesco aumenterebbe e il compromesso europeo sull’asilo che Berlino chiede da anni fallirebbe.

E se la riforma fallisce, c’è il rischio che venga pagata politicamente alle elezioni europee del prossimo anno. A Bruxelles, c’è una crescente preoccupazione per il forte aumento dei voti per i partiti di destra se la migrazione controllata non viene limitata.

Scholz ha riconosciuto il diritto fondamentale all’asilo, ma ha anche chiesto deportazioni più efficaci. Ha chiesto chiarimenti sulle irregolarità nel rilascio dei visti in Polonia, aggiungendo che, a seconda della situazione attuale, “potrebbero essere necessarie ulteriori misure alle frontiere”.

Il ministro dell’Interno tedesco Faeser (SPD) alla domanda se fossero previsti controlli fissi alle frontiere polacche e ceche a breve termine, ha dichiarato al giornale tedesco Welt am Sonntag che: “Dal mio punto di vista, questo è un modo per combattere più duramente il crimine di contrabbando“.

Secondo il ministero dell’Interno, ulteriori misure di polizia di frontiera sono attualmente allo studio.

Ma a mettersi di traverso ai controlli alle frontiere come al solito è il mondo degli affari. L’Handesblatt riferisce che il presidente dell’Associazione federale del commercio all’ingrosso, del commercio estero e dei servizi (BGA), Dirk Jandura, ha respinto i controlli fissi alle frontiere con la Polonia e la Repubblica Ceca.

“Il commercio all’ingrosso e all’estero prospera sulla libera circolazione delle merci, ulteriori barriere sono controproducenti“, ha detto Jandura a Handelsblatt. Ha ricordato che la legge sulle catene di approvvigionamento, in vigore da quest’anno, sta già rendendo sempre più difficile per le medie imprese commerciare.

“La lunga congestione dei camion alle frontiere sarebbe un incubo per la catena di approvvigionamento“, ha avvertito Jandura. “Questi portano a colli di bottiglia temporanei nella fornitura e all’aumento dei costi, che alla fine verrebbero trasferiti al consumatore“.

Il sistema dominante europeo dunque fa nuovamente cortocircuito tra interessi diversi e non coincidenti: quelli dell’immagine “umanitaria” dell’Europa, quelli elettorali per i quali la questione immigrati è una rogna stellare e quelli del business che dei primi due se n’è sempre fregato.

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