Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2025

L’impegno dei giornali USA nel sostenere la causa sionista


Traduciamo e riportiamo un articolo apparso su Mondoweiss con la firma collettiva di Writers against the war on Gaza, una sigla sotto la quale si riunisce una lunga lista di scrittori, accademici, artisti, giornalisti e anche associazioni. In esso, vengono esposti i legami di 20 tra dirigenti e giornalisti del New York Times con il mondo sionista.

Si tratta di una denuncia degli interessi materiali che si trovano dietro il silenzio o persino il sostegno al genocidio e all’escalation bellica mediorientale promossi da Israele. Un comportamento che abbiamo visto un po’ ovunque: per l’Italia basta pensare agli scomposti attacchi di Molinari a Francesca Albanese.

Ma oltre Atlantico il livello di connivenza raggiunge vette preoccupanti. Un recente articolo pubblicato da The Cradle fa presente che il Wall Street Journal ha pubblicato l’auto-candidatura di un mercenario al soldo di Tel Aviv, coinvolto in traffici di droga e armi con l’ISIS, a governare Gaza una volta completata la pulizia etnica.

Jeffrey Goldberg, caporedattore di The Atlantic, ha servito nelle IDF, come guardia carceraria durante la prima Intifada. Giusto per citare un altro caso. Poi parlano di informazione libera...

Buona lettura.

*****

Stiamo mettendo in guardia il New York Times. Da quando il genocidio sionista a Gaza è iniziato oltre 20 mesi fa, il “paper of record” (formula per indicare un giornale autorevole, ndr) ha coperto i crimini di guerra israeliani. Abbiamo visto l’entità sionista sganciare bombe da 2.000 libbre sui palestinesi sfollati costretti a sopravvivere nelle tende, massacrare palestinesi affamati nei siti di soccorso, arrestare e torturare palestinesi accusati di aver reagito o di aver somministrato cure, distruggere l’intero sistema sanitario di Gaza, distruggere quasi tutte le sue scuole e università, danneggiare oltre il 90% degli edifici residenziali e impedire l’ingresso di cibo e rifornimenti nella Striscia assediata. Ma i giornalisti del New York Times hanno scelto di ignorare, insabbiare, distorcere o giustificare ciascuno di questi crimini. Come qualsiasi produttore di armi, il New York Times è parte della macchina bellica, producendo, nell’opinione pubblica, l’impunità che consente e sostiene il genocidio in corso da parte di Israele.

Quando occupammo per la prima volta la hall del New York Times nel novembre 2023, denunciammo il rifiuto del giornale di storicizzare l‘Alluvione di Al Aqsa’ (nome dell’operazione di Hamas nell’ottobre 2023, ndr) nel contesto dell’occupazione israeliana della Palestina, durata oltre sette decenni, e la sua scelta di inquadrare il bombardamento militare israeliano di Gaza come una guerra mirata contro Hamas. Chiedemmo al Times di dire la verità. Pubblicammo un nostro giornale, The New York War Crimes, che conteneva i nomi dei martiri palestinesi registrati all’epoca. Ci volle più di un’ora solo per leggere i nomi dei martiri di età inferiore a un anno. Invitammo il nostro pubblico a boicottare il Times; a privarlo del proprio tempo, della propria fiducia e della propria attenzione; e a disdire l’abbonamento alle sue notizie, ai suoi giochi e alle sue ricette.

Non siamo i primi a sottolineare l’impegno del Times nei confronti del sionismo. Il dossier che abbiamo pubblicato questo mese si basa sul lavoro investigativo di testate e organizzazioni, tra cui The Electronic Intifada, Mondoweiss, The Intercept, Fairness and Accuracy in Reporting e di scrittori palestinesi che hanno denunciato per decenni le frodi del “paper of record”. Dal 7 ottobre, tali critiche hanno acquisito un nuovo pubblico e una nuova urgenza. I dati che tracciano le scelte linguistiche in redazione, così come le fughe di notizie sulle direttive editoriali del Times, evidenziano un pregiudizio anti-palestinese. Le correzioni dei titoli del Times sono diventate uno degli strumenti preferiti nei discorsi del movimento di solidarietà con la Palestina – per rivelare il revisionismo, per mettere le cose in chiaro, per dire la verità. Il nostro dossier arricchisce questo corpus di conoscenze: smaschera 20 redattori, dirigenti e giornalisti di alto rango che si occupano della guerra a Gaza e hanno legami con lo Stato sionista, minando ulteriormente il prestigio immeritato del Times.

Natan Odenheimer ha prestato servizio nell’unità commando Maglan delle forze speciali di occupazione israeliane. Ora che è corrispondente da Gerusalemme per il Times, scrive dei suoi ex compagni d’armi e si relaziona con loro. Come possiamo aspettarci che qualcuno scriva correttamente sull’occupazione quando ha indossato l’uniforme dell’occupante per quattro anni? Isabel Kershner è madre di due ex soldati delle IOF e moglie di un altro. Dopo il suo incarico, il marito di Kershner ha diretto il Programma di Strategia dell’Informazione di un think tank israeliano, un dipartimento incaricato di plasmare un’immagine positiva di Israele nei media. Non c’è bisogno di chiedersi come questo rapporto influenzi la sua copertura mediatica: Kershner ha citato il think tank del marito oltre 100 volte da quando ha iniziato a scrivere per il Times nel 2007. Il nostro dossier, che mette a nudo i legami materiali e le alleanze storiche di redattori, dirigenti e scrittori influenti con il sionismo, dimostra chiaramente che il Times è compromesso. L’intera istituzione è sistematicamente organizzata per proteggere Israele dalle responsabilità internazionali.

Il sostegno del Times al sionismo e alla missione coloniale dello Stato colonizzatore nella regione è profondamente radicato nella storia del giornale. AM Rosenthal, a capo della redazione del Times per quasi vent’anni, è stato elogiato al suo funerale per aver dimostrato che era possibile amare Israele “tanto quanto amare il nostro Paese”. Max Frankel, direttore esecutivo del Times per oltre dieci anni, ha ammesso di aver scritto “da una prospettiva filo-israeliana” e ha affermato che ci si aspettava che difendesse Israele “che avesse ragione o torto”.

Il Times ha condannato la nostra ricerca definendola “una campagna vile” sulla stampa, ma si rifiuta di accettare che l’uccisione di oltre 200 giornalisti palestinesi da parte di Israele sia stata un’operazione mirata. Ci rammarichiamo di aver definito il martire Hossam Shabat “collega” di giornalisti d’élite che scrivono la loro propaganda da case rubate nella Gerusalemme occupata. Coloro che prestano servizio nelle IOF, pagati dalla lobby israeliana per diffondere la sua hasbara (propaganda per un’immagine positiva di Israele, ndr), non sono colleghi dei più coraggiosi palestinesi: sono i loro nemici.

La risposta del giornale al nostro dossier impiega la stessa logica contorta presente nella sua copertura: come possono i contenuti della nostra ricerca essere allo stesso tempo “di dominio pubblico” e “inesatti”? Sappiamo perché il Times è rimasto in silenzio sull’uccisione di operatori dei media: i giornalisti palestinesi rivelano la stessa verità che il giornale cerca di oscurare. Vengono costantemente accusati di essere di parte e incapaci di riferire in modo obiettivo perché palestinesi. La loro identità è l’accusa definitiva. Sul Times, l’equità sfugge per i palestinesi e la loro lotta per vivere liberi è illegale, ingiusta e degna di condanna.

“Il New York Times non riconosce la Palestina”, disse una volta un redattore del Times all’intellettuale palestinese Ibrahim Abu-Lughod. Abu-Lughod rispose: “Beh, nemmeno la Palestina riconosce il New York Times”. Il suo rifiuto di riconoscere il Times 37 anni fa è un invito a minarne il prestigio. Tutti dovrebbero ascoltare il suo appello e boicottare, disinvestire e disiscriversi dal “paper of record”.

Per immaginare una Palestina libera nel corso della nostra vita, è utile immaginare un mondo senza il New York Times.

Fonte

13/05/2025

“Stop a Israele”, lo chiede pure l’establishment neoliberista

Qualche giorno fa è circolata per qualche ora la notizia secondo cui Donald Trump sarebbe stato sul punto di riconoscere lo Stato di Palestina. È basta poco per verificare che era soltanto un’invenzione. Ma non una fake news in stile social. Non era vera, ma nemmeno completamente falsa. Una minaccia implicita, insomma, che segnalava un limite di sopportazione per le politiche di Israele ormai raggiunto da parte dello stesso establishment reazionario che oggi controlla gli Stati Uniti.

Qualcosa sta insomma maturando intorno alla studio ovale, e si lasciano correre voci ostili a Netanyahu che prima sarebbero state impensabili. E si moltiplicano gli editoriali “d’area” che pongono esplicitamente in questione la possibilità per gli Usa di continuare a supportare un governo israeliano che si muove senza tenere in alcun conto gli interessi dell’America.

Anche il fatto che Trump abbia stavolta saltato la tappa israeliana durante il suo ormai prossimo viaggio in Medio Oriente appare insolito, ma coerente con l’insofferenza per un alleato “problematico” e non obbediente.

La conferma indiretta è arrivata addirittura da un fondo di Thomas Friedman sul New York Times, dal titolo esplicito (“Questo governo israeliano non è nostro alleato”) e dal contenuto anche più forte. Ve lo riproponiamo per intero, qui di seguito, ma ci sembra utile evidenziarne un paio di passaggi.

“Questo governo israeliano sta agendo in modi che minacciano gli interessi fondamentali americani nella regione. Netanyahu non è nostro amico”.

“È il primo governo nella storia di Israele che non dà priorità alla pace con altri vicini arabi, né ai benefici che una maggiore sicurezza e convivenza porterebbero. La sua priorità è annettere la Cisgiordania, espellere i palestinesi da Gaza e ricostruire gli insediamenti israeliani.
L’idea che Israele abbia un governo che non agisce più come alleato dell’America, e che non dovrebbe essere considerato tale, è una pillola amara e scioccante da ingoiare per gli amici di Israele a Washington – ma devono ingoiarla.”


“Netanyahu ha messo i suoi interessi personali al di sopra di quelli di Israele e dell’America”.

“È la ricetta per una ribellione permanente – un Vietnam sul Mediterraneo”.

“Possiamo continuare a ignorare il numero di palestinesi uccisi nella Striscia – oltre 52.000, tra cui circa 18.000 bambini; a mettere in dubbio l’affidabilità dei numeri; a impiegare tutti i meccanismi di repressione, negazione, indifferenza, distanziamento, normalizzazione e giustificazione. Nulla di tutto questo cambierà l’amara verità: Israele li ha uccisi. È stata la nostra mano a farlo. Non dobbiamo chiudere gli occhi. Dobbiamo svegliarci e urlare a squarciagola: Fermate la guerra.”

Si potrebbe pensare che l’autore sia uno dei tanti intellettuali liberal che storcono soltanto ora il naso davanti all’evidenza del genocidio in corso (pur senza mai chiamarlo col suo nome), ma è un errore. È un neocon ultrasionista, appena appena più “politically correct” nello stile di scrittura.

La sua critica a Israele è dal punto di vista degli interessi Usa, non “morale”. Ed è anche una critica preoccupata per il futuro stesso di quello stato canaglia che, continuando su questa linea, non potrà che portarlo alla guerra civile interna e allo scontro continuo con i vicini paesi arabi. Isolato dal resto del mondo e quindi destinato all’implosione.

In pratica, è un normale reazionario yankee che ricorda a Netanyahu (rivolgendosi direttamente a Trump) che va bene recitare la parte del “cane pazzo” (come teorizzava a suo tempo Mosè Dayan), ma non bisogna mai credere di poterlo fare davvero e troppo a lungo.

Il secondo articolo che vi proponiamo è del Financial Times – la bibbia del neoliberismo anglosassone – ed è rimarchevole il fatto che sia stato firmato dall’intero Comitato editoriale.

Israele va fermato ora. Lo chiede persino il nucleo centrale dell’imperialismo occidentale.

*****

Questo governo israeliano non è nostro alleato

di Thomas Friedman – dal New York Times

Caro Presidente Trump,

sono poche le iniziative da lei intraprese dopo l’insediamento con cui mi trovo d’accordo, a parte quelle relative al Medio Oriente. Il suo viaggio la prossima settimana e i suoi incontri con i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar – e l’assenza di piani di incontro con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – mi suggeriscono che sta iniziando a riconoscere una verità fondamentale: questo governo israeliano sta agendo in modi che minacciano gli interessi fondamentali americani nella regione. Netanyahu non è nostro amico.

Eppure, credeva di poterla fare sua vittima. Per questo ammiro come lei gli abbia fatto capire, attraverso i suoi negoziati indipendenti con Hamas, Iran e gli Houthi, che non aveva alcuna leva su di lei – che non sarebbe stata sua vittima.

Questo chiaramente lo ha fatto precipitare nel panico. Non ho dubbi che il popolo israeliano, nel complesso, continui a considerarsi un alleato fedele del popolo americano, e viceversa. Ma questo governo israeliano ultranazionalista e messianico non è un alleato dell’America.

È il primo governo nella storia di Israele che non dà priorità alla pace con altri vicini arabi, né ai benefici che una maggiore sicurezza e convivenza porterebbero. La sua priorità è annettere la Cisgiordania, espellere i palestinesi da Gaza e ricostruire gli insediamenti israeliani.

L’idea che Israele abbia un governo che non agisce più come alleato dell’America, e che non dovrebbe essere considerato tale, è una pillola amara e scioccante da ingoiare per gli amici di Israele a Washington – ma devono ingoiarla.

Perché il governo Netanyahu, perseguendo la sua agenda estremista, sta minando i nostri interessi.

A suo merito, non ha permesso a Netanyahu di bypassarla come ha fatto con altri presidenti americani. È anche essenziale difendere l’architettura di sicurezza americana costruita dai suoi predecessori nella regione. L’attuale struttura dell’alleanza tra Stati Uniti, paesi arabi e Israele fu stabilita da Richard Nixon e Henry Kissinger dopo la guerra del 1973, con l’obiettivo di escludere la Russia e rendere l’America la potenza globale dominante nella regione, un processo che da allora ha servito i nostri interessi geopolitici ed economici.

La diplomazia di Nixon e Kissinger portò agli accordi di disimpegno del 1974 tra Israele, Siria ed Egitto. Questi accordi gettarono le basi per gli Accordi di Camp David, che aprirono la strada agli Accordi di Oslo. Il risultato fu una regione dominata dall’America, dai suoi alleati arabi e da Israele.

Ma questa intera struttura si basava in gran parte su un impegno USA-Israele per una “soluzione a due Stati” – un impegno che lei stesso cercò di rafforzare nel suo primo mandato con il suo piano per uno Stato palestinese a Gaza e in Cisgiordania accanto a Israele – a condizione che i palestinesi riconoscessero Israele e accettassero che il loro Stato sarebbe stato smilitarizzato.

Eppure, questo governo Netanyahu ha dato priorità all’annessione della Cisgiordania quando è salito al potere alla fine del 2022 – molto prima della brutale invasione di Hamas del 7 ottobre 2023 – piuttosto che all’architettura di sicurezza e pace americana per la regione.

Per quasi un anno, l’amministrazione Biden ha supplicato Netanyahu di fare una cosa per l’America e Israele: accettare di aprire un dialogo con l’Autorità Palestinese su una soluzione a due Stati un giorno, con un governo riformato – in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele.

Questo avrebbe aperto la strada al Congresso per approvare un trattato di sicurezza USA-Arabia Saudita per controbilanciare l’Iran e contrastare la Cina.

Netanyahu si è rifiutato, perché gli estremisti ebrei nel suo governo hanno detto che se lo avesse fatto, avrebbero fatto cadere il suo governo – e con Netanyahu sotto processo per molteplici accuse di corruzione, non poteva rinunciare alla protezione di essere primo ministro per prolungare il processo ed evitare una possibile condanna.

Quindi, Netanyahu ha messo i suoi interessi personali al di sopra di quelli di Israele e dell’America. La normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, la più importante potenza islamica – basata su uno sforzo per una soluzione a due Stati con i palestinesi moderati – avrebbe aperto l’intero mondo musulmano a turisti, investitori e innovatori israeliani, ridotto le tensioni tra ebrei e musulmani nel mondo e consolidato i vantaggi americani in Medio Oriente stabiliti da Nixon e Kissinger per un altro decennio o più.

Dopo che Netanyahu ha persuaso tutti per due anni, sono emerse notizie secondo cui americani e sauditi avevano deciso di abbandonare la partecipazione di Israele all’accordo – una vera perdita per gli israeliani e il popolo ebraico. Reuters ha riportato giovedì che “gli Stati Uniti non chiedono più all’Arabia Saudita di normalizzare i rapporti con Israele come condizione per progredire nei colloqui di cooperazione nucleare civile”.

E ora le cose potrebbero peggiorare. Netanyahu si prepara a ri-invadere Gaza con un piano per deportare la popolazione palestinese.

In un angolo stretto, tra il Mar Mediterraneo da un lato e il confine egiziano dall’altro, mentre avanza rapidamente e ampiamente nell’annessione de facto della Cisgiordania, Israele (e specialmente il suo nuovo capo di stato maggiore, Eyal Zamir) incorrerà in ulteriori accuse di crimini di guerra, da cui Bibi si aspetta che la sua amministrazione [di Trump, ndr] lo protegga.

Non ho alcuna simpatia per Hamas. Credo sia un’organizzazione malata che ha gravemente danneggiato la causa palestinese. Ha una grave responsabilità nella tragedia umanitaria a Gaza oggi. La leadership di Hamas avrebbe dovuto rilasciare gli ostaggi e lasciare Gaza da tempo, rimuovendo ogni pretesto a Israele per riprendere a combattere.

Ma il piano di Netanyahu per riconquistare Gaza non mira a creare un’alternativa moderata ad Hamas, guidata dall’Autorità Palestinese, ma a un’occupazione militare israeliana permanente, il cui obiettivo non dichiarato è spingere tutti i palestinesi ad andarsene.

È la ricetta per una ribellione permanente – un Vietnam sul Mediterraneo.

A una conferenza il 5 maggio sponsorizzata dal giornale sionista religioso Besheva, Bezalel Smotrich, il ministro delle finanze di estrema destra israeliano, ha parlato come se non gli importasse: “Stiamo occupando Gaza per restare. Non ci saranno più entrate e uscite”. La popolazione locale sarà costretta in meno di un quarto della Striscia di Gaza.

Come ha notato l’esperto militare di Haaretz Amos Harel: “Poiché l’esercito cercherà di minimizzare le vittime, gli analisti si aspettano che userà una forza estremamente aggressiva, che causerà danni significativi alle rimanenti infrastrutture civili di Gaza. Lo spostamento dei residenti in campi umanitari, unito alla carenza di cibo e medicine, potrebbe portare a ulteriori morti di massa tra i civili... e più comandanti e ufficiali israeliani potrebbero affrontare azioni legali personali”.

In realtà, se attuata, questa strategia non solo potrebbe portare a più accuse di crimini di guerra contro Israele, ma minaccerebbe anche la stabilità di Giordania ed Egitto. Questi due pilastri dell’alleanza americana in Medio Oriente temono che Netanyahu cerchi di spostare i palestinesi da Gaza e Cisgiordania nei loro paesi, il che senza dubbio alimenterebbe instabilità che tracimerebbe i loro confini anche se i palestinesi non lo facessero.

Questo ci danneggia in altri modi. Come mi ha detto Hans Weksel, ex consigliere politico senior del Comando Centrale degli Stati Uniti: “Più le cose sembrano senza speranza per le aspirazioni palestinesi, meno c’è volontà nella regione di espandere l’integrazione di sicurezza USA-arabo-israeliana, che avrebbe fornito vantaggi a lungo termine sull’Iran e la Cina – senza richiedere risorse militari americane comparabili nella regione per sostenerla”.

In Medio Oriente, lei ha alcuni buoni istinti indipendenti, signor Presidente. Segua quelli. Altrimenti, deve prepararsi a questa urgente realtà: i suoi nipoti ebrei saranno la prima generazione di bambini ebrei a crescere in un mondo in cui lo Stato ebraico è considerato uno Stato paria.

La lascio con le parole di un editoriale di Haaretz del 7 maggio: “Martedì, l’aviazione israeliana ha ucciso nove bambini, tra i 3 e i 14 anni… L’IDF ha dichiarato che l’obiettivo era un ‘centro di comando e controllo di Hamas’, e che ‘sono stati presi provvedimenti per ridurre il rischio per i civili non coinvolti’…

Possiamo continuare a ignorare il numero di palestinesi uccisi nella Striscia – oltre 52.000, tra cui circa 18.000 bambini; a mettere in dubbio l’affidabilità dei numeri; a impiegare tutti i meccanismi di repressione, negazione, indifferenza, distanziamento, normalizzazione e giustificazione.

Nulla di tutto questo cambierà l’amara verità: Israele li ha uccisi. È stata la nostra mano a farlo. Non dobbiamo chiudere gli occhi. Dobbiamo svegliarci e urlare a squarciagola: Fermate la guerra”.


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Il vergognoso silenzio dell’Occidente su Gaza

Il Comitato editoriale – dal Financial Times

Dopo 19 mesi di conflitto che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi e scatenato accuse di crimini di guerra contro Israele, Benjamin Netanyahu si prepara ancora una volta a intensificare l’offensiva israeliana a Gaza. L’ultimo piano prevede l’occupazione totale del territorio palestinese e costringerebbe i gazawi in aree sempre più ridotte della striscia devastata.

Ciò comporterebbe bombardamenti più intensi e l’avanzata delle forze israeliane per conquistare e controllare il territorio, distruggendo i pochi edifici rimasti a Gaza. Sarebbe un disastro per i 2,2 milioni di abitanti di Gaza che hanno già sofferto indicibili privazioni. Ogni nuova offensiva rafforza il sospetto che l’obiettivo finale della coalizione di estrema destra di Netanyahu sia rendere Gaza inabitabile e cacciare i palestinesi dalla loro terra.

Da due mesi, Israele blocca tutti gli aiuti umanitari nella striscia. I tassi di malnutrizione infantile aumentano, i pochi ospedali funzionanti sono a corto di medicine e gli avvertimenti su carestie e malattie si fanno sempre più allarmanti. Eppure, gli Stati Uniti e i paesi europei, che definiscono Israele un alleato “con valori condivisi”, non hanno quasi mai condannato queste azioni. Dovrebbero vergognarsi del loro silenzio e smettere di permettere a Netanyahu di agire impunemente.

In brevi dichiarazioni domenica, Donald Trump ha riconosciuto che i gazawi “muoiono di fame” e ha suggerito che Washington avrebbe aiutato a far arrivare cibo nella striscia. Ma finora, il presidente americano ha solo incoraggiato Netanyahu. Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo di porre fine alla guerra a Gaza dopo che il suo team ha mediato un cessate il fuoco tra Israele e Hamas a gennaio.

In base all’accordo, Hamas avrebbe liberato gli ostaggi in fasi, mentre Israele avrebbe dovuto ritirarsi da Gaza e le parti avrebbero negoziato una tregua permanente. Ma a poche settimane dall’entrata in vigore della tregua, Trump ha annunciato un piano insensato per svuotare Gaza dai palestinesi e farne un territorio sotto controllo americano.

A marzo, Israele ha fatto crollare il cessate il fuoco, cercando di modificare i termini dell’accordo con l’appoggio di Washington. Da allora, alti funzionari israeliani hanno affermato di stare attuando il piano di Trump per trasferire i palestinesi fuori da Gaza. Lunedì, il ministro delle finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Finalmente occuperemo la Striscia di Gaza”.

Netanyahu insiste che un’offensiva ampliata sia necessaria per distruggere Hamas e liberare i 59 ostaggi rimasti. In realtà, il primo ministro non ha mai presentato un piano chiaro dall’attacco del 7 ottobre 2023, in cui Hamas uccise 1.200 persone scatenando la guerra. Ripete invece il suo mantra massimalista di “vittoria totale”, cercando di placare i suoi alleati estremisti per garantire la sopravvivenza della sua coalizione di governo.

Ma anche Israele sta pagando un prezzo per le sue azioni: l’offensiva ampliata metterebbe a rischio la vita degli ostaggi, danneggerebbe ulteriormente l’immagine già compromessa di Israele e approfondirebbe le divisioni interne.

Israele ha fatto sapere che l’operazione ampliata non inizierà prima della visita di Trump nel Golfo la prossima settimana, lasciando una “finestra” a Hamas per liberare gli ostaggi in cambio di una tregua temporanea.

I leader arabi sono furiosi per l’incessante ricerca del conflitto da parte di Netanyahu, ma accoglieranno Trump con cerimonie sfarzose, promettendo investimenti miliardari e accordi sulle armi.

Trump attribuirà la colpa ad Hamas parlando ai suoi ospiti del Golfo: l’attacco omicida del 7 ottobre è stato il detonatore dell’offensiva israeliana.

Gli Stati del Golfo concordano che la morsa continua di Hamas su Gaza prolunghi la guerra. Ma devono opporsi a Trump e convincerlo a esercitare pressioni su Netanyahu per fermare le uccisioni, porre fine all’assedio e tornare ai negoziati.

Il caos globale scatenato da Trump ha già distolto l’attenzione dalla catastrofe di Gaza. Ma più a lungo questa situazione continua, più chi tace o ha paura di parlare ne diventa complice.

Fonte

03/11/2024

New York Times: “l’esercito Usa prepara la guerra con la Cina”

L’Esercito degli Stati Uniti sta conducendo esercitazioni senza precedenti nella regione dell’Indo-Pacifico per prepararsi all’eventualità di un conflitto con la Repubblica Popolare Cinese.

A scriverlo è il “New York Times”, secondo cui le forze di terra statunitensi stanno effettuando manovre basate in parte sulle osservazioni del conflitto tra Ucraina e Russia, e in parte sulle peculiarità del teatro litoraneo che farebbe da scenario a un conflitto con la principale potenza asiatica.

Secondo alcuni analisti interpellati dal quotidiano statunitense, diversamente dal Corpo dei Marine e dalla Marina, l’Esercito americano non sarebbe pronto ad uno scontro sul campo con quello moderno e tecnologicamente avanzato di Pechino, sostenuto da una vasta rete satellitare.

Il “New York Times” descrive alcune delle manovre più recenti intraprese dall’Esercito Usa, e sottolinea come da queste esercitazioni emergano difficoltà operative e logistiche significative.

Secondo l’autrice del reportage, vista la crescente probabilità di uno scontro diretto con la Cina, il Pentagono sarebbe impegnato in uno sforzo straordinario per trasformare un esercito numeroso e goffo in una forza reattiva in grado di agire in modo rapido e coerente.

Per questo le truppe sarebbero impegnate in esercitazioni sempre più frequenti. Questo mese, ad esempio, 864 paracadutisti hanno effettuato prove di lancio in Alaska, ma solo la metà è riuscita a raggiungere con successo il punto di arrivo: alcuni degli aerei da trasporto tattico C-17 hanno riscontrato avarie ai portelloni, e alcuni dei paracadutisti hanno riportato slogature o traumi cranici. Un militare 19enne è rimasto gravemente ferito a causa della mancata apertura del suo paracadute principale.

Altre esercitazioni si sono svolte nel Pacifico, ad alcune decine di chilometri da Pearl Harbor, dove l’Esercito Usa ha effettuato prove di sbarco, mentre alle Hawaii si sono svolte esercitazioni di mimetizzazioni di veicoli e unità di comando e controllo.

Il Pentagono definisce lo scenario simulato da queste manovra una “guerra tra grandi potenze”, che comporterebbe un conflitto aperto tra le due forze armate più potenti del mondo, entrambe superpotenze nucleari, e con la possibile partecipazione di altri avversari dotati di armi nucleari come la Corea del Nord e la Russia. Di fatto uno scenario da guerra mondiale che verrebbe combattuto su vari fronti sia per terra, per mare e per aria.

Fonte

13/08/2024

Il suicidio di Lepore contro il New York Times

La replica della giornalista Ilaria Maria Sala del #NewYorkTimes alla lettera che solo un narcisista come Lepore poteva scrivere al giornale per protestare, facendo così l’ennesima figura di palta.

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“Stimato sindaco di Bologna Matteo Lepore,

sono Ilaria Maria Sala (e non «una tale Maria Sala»). Mi è stato chiesto di rispondere alla sua lettera, cosa che faccio malvolentieri, ma con senso del dovere. Mi rammarica molto che il mio sindaco, sentendosi offeso e chiamato in causa da un articolo che ho scritto per il New York Times non si sia nemmeno premurato di trascrivere il mio nome per intero, e che invece di affrontare quello di cui scrivo, scelga di discreditare me e mettere in dubbio la mia provenienza e la mia competenza a scrivere quello di cui scrivo.

Non solo, ma che voglia anche partire nel suo ragionamento definendomi «una tale» per screditarmi ancor di più: «Chissà chi è questa e in fondo, chissà perché dovrebbe importarcene!» Basta fare una veloce ricerca Google, e troverà facilmente chi sono e cosa faccio.

Vero, abito a Hong Kong. Faccio parte delle centinaia di migliaia di italiani che abitano all’estero, fra i quali ci sono molti bolognesi. Malgrado questo, passo ogni anno diverso tempo a Bologna, la mia città, e la città in cui sono cresciuta: questo mi rende più sensibile ai cambiamenti rapidi e a mio giudizio negativi che hanno modificato la mia città, dato che certe differenze si notano con maggiore intensità quando, dopo un periodo di distanza, si torna a casa.

Ma queste stesse modifiche al tessuto urbano vengono anche sottolineate con enfasi dai miei amici che risiedono a Bologna tutto l’anno, e che non si sentono più a loro agio nelle vie del centro occupate in primo luogo da tigellerie, paninerie, piadinerie, pizzerie e, se posso osare il neologismo, mortadellerie.

Strade date in pasto, letteralmente, ai turisti di massa, che passano da un piatto da mettere su Instagram all’altro senza tanto interessarsi delle meraviglie della nostra città. Tutte le belle, bellissime attività che lei cita, che, da sempre caratterizzano la nostra città, sono messe a rischio dalle modalità di turismo attualmente in atto a Bologna.

Nel mio articolo non ho chiamato in causa Palazzo d’Accursio – è interessante notare che invece nei più di 1500 commenti al mio pezzo molti abbiano sottolineato che mentre io critico l’overtourism (fenomeno globale) il vero problema è come questo viene gestito. Io non ho pensato di mettere in discussione la gestione, ma concludo il mio scritto con la domanda: «Dobbiamo davvero viaggiare così?»

Il New York Times l’ha reputata una domanda sufficientemente pertinente da riprenderla nel titolo. Sono i turisti che vengono a Bologna solo per «la grassa», e che della «dotta» poco si interessano. Cito anche altre città in cui l’overtourism sta facendo danni notevoli, e come lei saprà, molte amministrazioni locali si stanno chiedendo in che modo affrontare il disagio per i residenti, e lo svuotamento di contenuti della città a cui questo porta.

Ma visto che lei invece si sente chiamato in causa direttamente, mi lasci cogliere l’occasione per farle una domanda: cosa fa l’amministrazione di Bologna per governare l’overtourism?

Non so se lei ricorda quello che rispondeva il suo predecessore, Renzo Imbeni, quando gli veniva chiesto perché Bologna non sviluppasse maggiormente il turismo: diceva che era perché le città sono fragili, e il turismo è distruttivo.

Io resto dell’opinione di Imbeni, e nel vedere quanto il centro di Bologna sia ora una fila continua di tavolini per nutrire turisti (dato che pochi di noi bolognesi hanno appetito per quelle pietanze, servite in quel modo) e non più un luogo di aggregazione cittadina, mi sento ancora più in sintonia con il pensiero del suo predecessore.

Lei non risponde in merito al mio pezzo – scredita anche il valore del mio scritto decidendo che non è qualcosa con cui il New York Times è per forza d’accordo dato che è un «Guest Essay», come se contasse meno. Temo che lei non sia al corrente di come funzioni scrivere per il Times, ma non è importante.

Le cose delle quali io parlo sono sotto gli occhi di tutti i cittadini, incluso di quelli come me che risiedono all’estero ma continuano a considerare Bologna «casa», verso la quale tornare ogni volta che è possibile.

Molti, moltissimi articoli scritti in italiano su giornali italiani dipingono un quadro molto più nero del mio – ma non ho visto lettere così irrispettose scritte ai loro autori. E’ davvero lamentevole che il rappresentante di una carica istituzionale prestigiosa come la sua voglia scrivere una lettera piccata, frettolosa e incapace di affrontare gli argomenti di cui ho scritto.

Ancora più lamentevole è voler far finta di non vedere quanto il centro città sia svilito dall’essere stato tramutato in quello che è oggi, o di sorvolare su quanto difficile sia trovare alloggio in città per chi è studente, o per chi lavora a redditi bassi, ritrovandosi a condividere casa in situazioni lontane dall’ideale.

Conto sul fatto che lei conosca la storia della luna e del dito che la indica. Chissà se a guardare la luna, invece che cercare di dileggiare e sminuire il mio dito che la indica, non si trovino soluzioni migliori per affrontare il disagio cittadino sotto gli occhi di tutti i bolognesi, che vivano a Bologna, o che lavorino all’estero.

Molto cordialmente, La sua concittadina Ilaria Maria Sala”

Fonte

28/04/2024

Israele colpisce volontariamente chi porta aiuti a Gaza

Il primo aprile il raid aereo israeliano che ha portato alla morte di 7 operatori della ONG statunitense World Central Kitchen ha scosso momentaneamente l’opinione pubblica di tutto il mondo. Dopo la «strage degli affamati» di un mese prima, tale evento ha spinto ulteriormente la solidarietà internazionale con la resistenza palestinese.

Non che l’indignazione non sia passata nei media nostrani solo per il fatto che a morire questa volta non erano palestinesi, già massacrati giorno per giorno, ma bianchi occidentali. E tuttavia anche eventi del genere hanno grande importanza nello svegliare le coscienze, e certamente la legittimità delle operazioni sioniste è diminuita.

Il New York Times ha pubblicato ieri un video di quasi dieci minuti nella rubrica chiamata Visual Investigations che potrebbe, e aggiungiamo noi che dovrebbe far crollare definitivamente il sostegno a Tel Aviv. Israele, contro ogni norma internazionale, sta deliberatamente colpendo le organizzazioni che portano aiuti umanitari ai palestinesi.

È questo che si può concludere dall’esame che il giornale statunitense ha fatto di varie prove visive e comunicazioni interne tra le forze armate di Israele e sei organizzazioni umanitarie. Si tratta della World Central Kitchen, di Medici Senza Frontiere Francia, Enabel, ANERA, MAP e IRC.

I vertici sionisti hanno definito il caso del primo aprile come un errore che può succedere quando si combatte un nemico che si nasconde tra i civili, e questa scusante viene usata spesso. Ma l’ONU conta oltre 200 vittime tra gli operatori umanitari nell’arco di pochi mesi, mostrando un vero e proprio bersagliamento di queste persone.

Il NYT racconta la storia di Mousa Shawa della statunitense ANERA, che è stato ucciso in un raid alcune settimane fa. La ONG ha più volte condiviso coordinate e foto del luogo da dove Mousa portava avanti la sua attività, ma a quattro giorni dall’ultima comunicazione l’edificio è stato colpito.

Mousa non si è ritrovato per errore in mezzo alla furia dei sionisti, ma era l’obiettivo dell’attacco: la sua casa, in un’area densamente costruita, è stata l’unica a riportare danni. Avvalendosi dell’analisi di esperti di munizioni e armi, i giornalisti statunitensi hanno concluso che l’edificio dove si trovava Mousa è stato preso di mira da un bombardamento aereo.

Nel video vengono mostrati i resti di due rifugi utilizzati da Medici Senza Frontiere, debitamente comunicati alle forze israeliane e colpiti senza tante spiegazioni. Al solito, e in realtà solo nel secondo caso, si sono promesse indagini, ma sappiamo che non approderanno a nulla.

Allo stesso modo, un gruppo di edifici era stato individuato come possibile sede per attivisti dell’International Rescue Committee e di Medical Aid for Pelstinians. Come per Medici Senza Frontiere, i loghi delle organizzazioni erano ben visibili e le coordinate erano state comunicate.

Nel caso di IRC e MAP vi sono addirittura messaggi con ufficiali israeliani in cui si richiede se la zona sia sicura. Alla risposta affermativa dell’ufficiale segue la richiesta di ricevere qualsiasi aggiornamento in merito.

Bisogna poi aggiungere che questo complesso aveva ricevuto la tutela anche attraverso alti canali diplomatici britannici, e si trovava nella zona che Tel Aviv stessa ha indicato come dedicata all’impegno umanitario. Tutto questo non è bastato a impedire il bombardamento.

Le indagini ONU hanno indicato in un MK83 l’ordigno usato, cioè un’arma di fabbricazione a stelle e strisce che pesa quasi mezza tonnellata. Di questa tragedia persino il ministro degli Esteri britannico si è infine trovato a dover chiedere spiegazioni ad Israele.

Con la solita protervia che abbiamo conosciuto anche nelle recenti piazze del 25 aprile, i vertici sionisti hanno fornito alle ONG ben sei possibili spiegazioni di quello che chiamano un incidente, alcune di esse contrastanti tra loro. Interpellate dal NYT, le forze armate hanno risposto che esse non hanno proprio colpito l’edificio il giorno in cui è stato fatto saltare in aria.

L’impunità di cui gode Israele, che stermina civili, colpisce ambasciate di paesi sovrani e opera contro il diritto e le organizzazioni internazionali è arrivata al suo apice. Questa inchiesta dimostra che Tel Aviv bersaglia chi porta gli aiuti umanitari a Gaza in maniera volontaria e consapevole.

Per quanto ancora l’Occidente sarà complice di tutto ciò? Il boicottaggio a Israele, la richiesta di porre fine all’occupazione, sono elementi che oggi sono imprescindibili nel dibattito pubblico, e dividono chi sta dalla parte della giustizia e chi dalla parte del genocidio dei palestinesi.

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29/02/2024

Il New York Times demolisce la narrazione della “guerra non provocata” in Ucraina

Negli ultimi due anni, quasi ogni riferimento dei media statunitensi all’invasione  russa dell’Ucraina  nel febbraio 2022 è stato preceduto da una parola obbligatoria: “non provocata”.

Al pubblico è stato detto che si trattava di una guerra senza causa, che l’Ucraina era irreprensibile e che l’invasione doveva essere spiegata interamente in termini di intenzioni e psicologia di un uomo, il presidente russo Vladimir Putin.

Tuttavia, nel fine settimana del secondo anniversario della guerra, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo che rivela come l’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 è stata istigata da una sistematica e diffusa campagna di aggressione militare e di intelligence da parte degli Stati Uniti.

L’articolo descrive in dettaglio le operazioni di lunga data della Central Intelligence Agency (CIA) in Ucraina, in cui l’agenzia ha sponsorizzato e costruito l’agenzia di intelligence militare ucraina HUR, utilizzandola come arma di spionaggio, assassinio e provocazione diretta contro la Russia per più di un decennio.

Scrive il Times:
Verso la fine del 2021, secondo un alto funzionario europeo, Putin stava valutando se lanciare la sua invasione su vasta scala quando ha incontrato il capo di uno dei principali servizi di spionaggio russi, che gli ha detto che la CIA, insieme all’MI6 britannico, stava controllando l’Ucraina e trasformandola in una testa di ponte per le operazioni contro Mosca.
Il rapporto del Times dimostra che questa valutazione dell’intelligence russa era assolutamente vera. Per più di un decennio, a partire dal 2014, la CIA ha costruito, addestrato e armato l’intelligence ucraina e le forze paramilitari che si stavano impegnando in omicidi e altre provocazioni contro le forze filo-russe nell’Ucraina orientale, contro le forze russe in Crimea e oltre il confine nella Russia stessa.

In un passaggio critico, il Times scrive:
Con l’approfondimento della partnership dopo il 2016, gli ucraini sono diventati impazienti verso quella che consideravano l’indebita cautela di Washington e hanno iniziato a inscenare omicidi e altre operazioni letali, che violavano i termini che la Casa Bianca pensava che gli ucraini avessero accettato. Infuriati, i funzionari di Washington minacciarono di tagliare loro il sostegno, ma non lo fecero mai.
In altre parole, le forze paramilitari ucraine armate, finanziate e guidate dagli Stati Uniti e dalla NATO, stavano sistematicamente assassinando le forze che sostenevano relazioni più strette con la Russia.

Il resoconto del giornale inizia con il colpo di stato di Maidan del febbraio 2014, quando forze di destra e neonaziste sostenute dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea rovesciarono il presidente filo-russo eletto e installarono un regime filo-imperialista guidato dal miliardario Petro Poroshenko.

Questo colpo di stato fu il culmine di due decenni di incursioni imperialiste nell’ex blocco sovietico, compresa l’espansione della NATO per includere praticamente tutta l’Europa orientale, in violazione degli impegni presi con i leader dell’ex Unione Sovietica. Il Times tace su questa storia precedente, così come sul ruolo della CIA negli eventi di Maidan.

Maidan ha posto le basi per una massiccia escalation dell’intervento della CIA, come dettagliato nel rapporto del Times. L’agenzia di intelligence statunitense ha svolto un ruolo centrale nell’alimentare il conflitto tra Ucraina e Russia, prima come guerra di basso livello contro i separatisti filorussi nell’Ucraina orientale, poi come guerra su vasta scala dopo l’invasione russa nel febbraio 2022. Tre le amministrazioni americane coinvolte: prima Obama, poi Trump e ora Biden.

Secondo il resoconto del Times, le operazioni della CIA includevano non solo lo spionaggio diffuso, ma anche l’assistenza a provocazioni dirette come l’assassinio di politici filo-russi nell’Ucraina orientale e attacchi paramilitari contro le forze russe in Crimea.

Il Times riferisce che un’unità ucraina, il Quinto Direttorato, è stata incaricata di condurre omicidi, tra cui uno nel 2016. Scrive il Times:
Una misteriosa esplosione nella città occupata dai russi di Donetsk, nell’Ucraina orientale, ha squarciato un ascensore che trasportava un alto comandante separatista russo di nome Arsen Pavlov, noto con il suo nome di battaglia, Motorola.

La C.I.A. apprese presto che gli assassini erano membri del Quinto Direttorato, il gruppo di spionaggio che aveva ricevuto l’addestramento della CIA. L’agenzia di intelligence interna ucraina aveva persino distribuito toppe commemorative al personale coinvolto nell'operazione, ognuna cucita con la parola “Lift”, il termine britannico per "ascensore".
Il rapporto descrive un’altra operazione di questo tipo:
Una squadra di agenti ucraini ha installato un lanciarazzi a spalla senza pilota in un edificio nei territori occupati. Era proprio di fronte all’ufficio di un comandante ribelle di nome Mikhail Tolstykh, meglio conosciuto come Givi. Usando un grilletto remoto, hanno sparato il razzo non appena Givi è entrato nel suo ufficio, uccidendolo, secondo funzionari statunitensi e ucraini.
Dallo scoppio della guerra su vasta scala, l’HUR ucraino ha esteso queste operazioni di assassinio a tutto il territorio della Russia, compresa l’uccisione di Darya Dugina, una delle principali polemiste pro-Putin nei media russi, e di funzionari del governo e dell’esercito russi.

La CIA ha trovato i suoi alleati ucraini molto utili nella raccolta di grandi quantità di dati sull’attività militare e di intelligence russa, tanto che l’HUR stesso non è stato in grado di elaborarli e ha dovuto inoltrare i dati grezzi al quartier generale della CIA a Langley, in Virginia, per l’analisi. Un precedente rapporto, meno dettagliato, su questa collaborazione di intelligence, sul Washington Post, citava la stima di un funzionario dell’intelligence ucraina secondo cui ogni giorno venivano raccolti “da 250.000 a 300.000” messaggi militari e di intelligence russi. Questi dati non erano solo relativi all’Ucraina, ma riguardavano l’attività di intelligence russa in tutto il mondo.

Molto prima dell’invasione russa, la CIA stava cercando di ampliare il suo attacco a Mosca. Il Times riporta:
Il rapporto [con l’HUR ucraino] ha avuto un tale successo che la CIA ha voluto replicarlo con altri servizi di intelligence europei che condividevano l’obiettivo di contrastare la Russia.

Il capo della Russia House, il dipartimento della CIA che sovrintende alle operazioni contro la Russia, ha organizzato una riunione segreta all’Aia. Lì, i rappresentanti della CIA, dell’MI6 britannico, dell’HUR, dei servizi olandesi (un alleato fondamentale dell’intelligence) e di altre agenzie hanno concordato di iniziare a mettere insieme più informazioni sulla Russia.

Il risultato fu una coalizione segreta contro la Russia, di cui gli ucraini erano membri vitali.
Tutte queste attività si sono verificate ben prima dell’invasione russa del febbraio 2022. Lo scoppio di una guerra su vasta scala ha portato a un impegno ancora più diretto della CIA in Ucraina. Gli agenti della CIA sono stati gli unici americani a non essere stati coinvolti nell’evacuazione iniziale del personale del governo degli Stati Uniti dall’Ucraina, spostandosi solo nell’Ucraina occidentale. Hanno continuamente informato gli ucraini sui piani militari russi, compresi i dettagli precisi delle operazioni mentre si stavano svolgendo.

Secondo il Times:
Nel giro di poche settimane, la CIA era tornata a Kiev e l’agenzia aveva inviato decine di nuovi ufficiali per aiutare gli ucraini. Un alto funzionario degli Stati Uniti ha parlato della considerevole presenza della CIA: “Stanno premendo il grilletto? No. Stanno aiutando con il targeting? Assolutamente.”

Alcuni ufficiali della CIA sono stati dispiegati nelle basi ucraine. Hanno esaminato gli elenchi di potenziali obiettivi russi che gli ucraini si stavano preparando a colpire, confrontando le informazioni che gli ucraini avevano con l’intelligence statunitense per assicurarsi che fossero accurate.
In altre parole, la CIA stava aiutando Kiev a dirigere la guerra, rendendo il governo degli Stati Uniti un partecipante a pieno titolo, un co-belligerante in una guerra con la Russia, Paese dotato di armi nucleari, nonostante l’affermazione di Biden che gli Stati Uniti stessero aiutando l’Ucraina solo da lontano. E tutto questo senza che il popolo americano abbia la minima voce in capitolo.

Il resoconto del Times fornisce anche un atto d’accusa involontario nei confronti dei media americani. Scrive il giornale:
I dettagli di questa partnership di intelligence, molti dei quali sono stati rivelati dal New York Times per la prima volta, sono stati un segreto gelosamente custodito per un decennio.
Questa ammissione significa che questi segreti erano “gelosamente custoditi” dallo stesso Times. Come ha osservato una volta l’ex direttore Bill Keller, libertà di stampa significa libertà di non pubblicare, e “questa è una libertà che esercitiamo con una certa regolarità”. Soprattutto, potremmo aggiungere, quando si tratta dei crimini dell’imperialismo statunitense.

L’articolo del Times non è tanto un’esposizione quanto un rilascio controllato di informazioni. Il “giornale di riferimento” statunitense riferisce che i due autori dell’articolo, Adam Entous e Michael Schwirtz, hanno condotto “più di 200 interviste” con “funzionari attuali ed ex in Ucraina, altrove in Europa e negli Stati Uniti”. Questa attività difficilmente avrebbe potuto aver luogo senza la conoscenza, il permesso, persino l’incoraggiamento della CIA, nonché del regime di Zelensky e dell’intelligence ucraina.

Nel frattempo, un vero giornalista, Julian Assange, è in attesa della decisione sul suo ultimo ricorso contro l’estradizione negli Stati Uniti, dove rischia 175 anni di carcere o addirittura la condanna a morte. Il crimine di Assange e WikiLeaks, che Assange ha fondato, è quello di non aver obbedito alle regole del giornalismo borghese e di non aver chiesto il permesso alle autorità militari e di intelligence prima di pubblicare rivelazioni sui crimini di guerra degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan, sugli sforzi del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per sovvertire e manipolare i governi, e sulle attività di spionaggio della CIA e della National Security Agency.

L’esposizione di un decennio di operazioni della CIA in Ucraina – chiaramente su richiesta dell’agenzia stessa – sembra essere legata al conflitto in corso all’interno dell’élite dominante degli Stati Uniti su quale politica adottare in quella guerra, sulla scia della debacle subita dal regime di Zelensky nell’offensiva dello scorso anno, che ha ottenuto poco a fronte di perdite umane e materiali colossali. I repubblicani del Congresso hanno bloccato ulteriori aiuti militari e finanziari all’Ucraina, dichiarando di fatto che gli Stati Uniti devono ridurre il proprio impegno e concentrarsi sul nemico principale, la Cina.

Riportando il controllo virtuale del regime ucraino da parte dell’apparato di intelligence militare degli Stati Uniti, il Times sta cercando di fare pressione sui repubblicani affinché sostengano il finanziamento della guerra in Ucraina. Sta sostenendo che questo denaro non va a un governo straniero, in una guerra straniera, a migliaia di chilometri dai confini degli Stati Uniti, ma a un subappaltatore dell’imperialismo americano, che conduce una guerra americana in cui il personale statunitense è profondamente e direttamente impegnato.

In tal modo, il Times ha rivelato che la sua copertura della guerra in Ucraina negli ultimi due anni non è stata altro che propaganda di guerra, volta a utilizzare una narrazione fraudolenta per trascinare il pubblico americano a sostenere una guerra di aggressione imperialista predatoria volta a soggiogare e smantellare la Russia.

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25/12/2023

India, il soffocamento della democrazia

Il 18 e 19 dicembre, 141 membri delle due camere del Parlamento indiano sono stati sospesi, a partire dal 19 dicembre, dal presidente della camera bassa, Om Birla.

Ognuno di questi membri appartiene ai partiti che si oppongono al Bharatiya Janata Party (BJP) al governo e al suo leader, il Primo Ministro Narendra Modi.

Il governo ha dichiarato che questi membri eletti sono stati sospesi per “comportamento indisciplinato”. L’opposizione si è costituita nel blocco INDIA, che comprende quasi tutti i partiti non affiliati al BJP. L’opposizione ha risposto a questa azione definendola un “omicidio della democrazia” e sostenendo che il governo del BJP ha installato in India un “livello estremo di dittatura”. Questo atto arriva dopo una serie di tentativi di minare l’opposizione eletta in India.

Nel frattempo, il 18 dicembre, il popolare sito di notizie indiano Newsclick ha annunciato che il dipartimento indiano delle imposte sul reddito (IT) “ha praticamente congelato i nostri conti”. Newsclick non può più effettuare pagamenti ai suoi dipendenti, il che significa che questo portale di notizie è ormai prossimo al silenzio.

I redattori di Newsclick hanno dichiarato che questa azione del dipartimento IT è “una continuazione dell’assedio amministrativo-legale” iniziato con le incursioni dell’Enforcement Directorate nel febbraio 2021, approfondito dall’indagine del dipartimento IT nel settembre 2021 e dalle incursioni su larga scala del 3 ottobre 2023, che hanno portato all’arresto del fondatore di Newsclick Prabir Purkayastha e del suo funzionario amministrativo Amit Chakraborty. Entrambi restano in carcere. Gli organi della democrazia indiana

Nel febbraio 2022, l’Economist ha osservato che “gli organi della democrazia indiana stanno decadendo”. Due anni prima di quella valutazione, il più importante economista indiano e premio Nobel Amartya Sen aveva detto che “la democrazia è un governo per discussione e, se si fa in modo che la discussione abbia paura, non si otterrà una democrazia, indipendentemente da come si contano i voti. E questo è estremamente vero oggi. La gente ora ha paura. Non l’ho mai visto prima”.

Il più rispettato giornalista indiano, N. Ram (ex direttore dell’Hindu), ha scritto sul Prospect nell’agosto 2023 di questo “decadimento” della democrazia indiana e della paura della discussione nel contesto dell’attacco a Newsclick.

Questo attacco, ha scritto, “segna un nuovo minimo per la libertà di stampa nel mio Paese, che è stato coinvolto in una tendenza decennale di ininterrotto declino nella “nuova India” di Narendra Modi. Abbiamo assistito a una campagna maccartista di disinformazione, allarmismo e diffamazione contro Newsclick, organizzata dallo Stato”. Il mondo, ha scritto, “dovrebbe guardare con orrore”.

Nel maggio 2022, 10 organizzazioni – tra cui Amnesty International, il Comitato per la protezione dei giornalisti e Reporter senza frontiere – hanno rilasciato una forte dichiarazione in cui si afferma che “le autorità indiane dovrebbero smettere di prendere di mira e perseguire i giornalisti e i critici online”.

Questa dichiarazione ha documentato come il governo indiano abbia usato le leggi contro il terrorismo e la sedizione per mettere a tacere i media, quando questi hanno criticato le politiche del governo.

L’uso di tecnologie come Pegasus ha permesso al governo di spiare i giornalisti e di usare le loro comunicazioni private per azioni legali contro di loro.

I giornalisti sono stati attaccati fisicamente e intimiditi (con particolare attenzione ai giornalisti musulmani, a quelli che coprono Jammu e Kashmir e a quelli che hanno coperto le proteste degli agricoltori del 2021-22).

Quando il governo ha iniziato a prendere di mira Newsclick, era parte di questo ampio attacco ai media. Questo ha preparato le associazioni di giornalisti a rispondere chiaramente quando la polizia di Delhi ha arrestato Purkayastha e Chakraborty.

Il Press Club of India ha dichiarato che i suoi giornalisti erano “profondamente preoccupati” per gli eventi, mentre l’Editor’s Guild of India ha affermato che il governo non deve “creare un’atmosfera generale di intimidazione all’ombra di leggi draconiane”.

Il ruolo del New York Times

Nell’aprile 2020, il New York Times ha pubblicato un articolo con un titolo forte sulla situazione della libertà di stampa in India: “Sotto Modi, la stampa indiana non è più così libera”.

In quell’articolo, i giornalisti dimostravano come Modi avesse incontrato i proprietari dei principali media nel marzo 2020 per dire loro di pubblicare “storie ispirate e positive”.

Quando i media indiani hanno iniziato a riportare la risposta catastrofica del governo alla pandemia COVID-19, il governo di Modi si è rivolto alla Corte Suprema per sostenere che tutti i media indiani devono “pubblicare la versione ufficiale”.

La Corte ha respinto la richiesta del governo di pubblicare solo il punto di vista del governo, ma ha affermato che i media devono pubblicare il punto di vista del governo insieme ad altre interpretazioni.

Siddharth Varadarajan, redattore di Wire, ha dichiarato che l’ordine della Corte è “infelice” e che potrebbe essere visto come “un’autorizzazione alla censura preventiva dei contenuti nei media”.

L'”assedio amministrativo-legale” del governo indiano nei confronti di Newsclick è iniziato qualche mese dopo, perché il sito web aveva offerto servizi indipendenti non solo sulla pandemia COVID-19, ma anche sul movimento per la difesa della Costituzione indiana e sul movimento dei contadini.

Nonostante le ripetute perquisizioni e gli interrogatori, le varie agenzie del governo indiano non sono riuscite a trovare alcuna illegalità nelle operazioni di Newsclick.

I vaghi suggerimenti sulla scorrettezza dei finanziamenti provenienti dall’estero sono caduti nel vuoto, poiché Newsclick ha affermato di aver seguito la legge indiana nel ricevere i fondi.

Quando il caso contro Newsclick sembrava essersi raffreddato, il New York Times, nell’agosto 2023, ha pubblicato un articolo fortemente strumentale e denigratorio nei confronti delle fondazioni che avevano fornito alcuni dei fondi di Newsclick.

Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, alti funzionari del governo indiano si sono scatenati contro Newsclick, usando l’articolo come “prova” di un crimine.

Il New York Times era stato avvertito in precedenza che questo tipo di storia sarebbe stata usata dal governo indiano per reprimere la libertà di stampa. In effetti, la storia del New York Times ha fornito al governo indiano la credibilità per cercare di chiudere Newsclick, cosa che sta facendo ora con la decisione del dipartimento IT.

Il mondo alla rovescia

I 141 membri del Parlamento sono accusati di aver cercato di giustificare l’irruzione nell’edificio parlamentare avvenuta il 13 dicembre. Due uomini sono saltati dalla tribuna stampa all’interno dell’aula e hanno rilasciato dei candelotti di fumo per protestare contro l’incapacità dei funzionari eletti di discutere i problemi dell’inflazione, della disoccupazione e della violenza etnica nel Manipur.

Gli uomini hanno ricevuto i pass per entrare in Parlamento da Pratap Simha, parlamentare del BJP. Quest’ultimo non è stato sospeso. Il BJP ha usato questo incidente per sospendere i parlamentari dell’opposizione perché o non hanno condannato l’incidente o sono usciti in difesa dei colleghi che sono stati sospesi.

Né le persone che hanno lanciato i fumogeni in Parlamento né quelle che hanno pianificato l’azione hanno un passato politico, tanto meno un legame con l’opposizione.

Manoranjan D ha perso il lavoro in una società di internet ed è dovuto tornare ad assistere la famiglia nel lavoro della fattoria.

Sagar Sharma guidava un taxi dopo aver dovuto abbandonare la scuola a causa di problemi finanziari a casa.

Azad ha conseguito un master ma non è riuscito a trovare un lavoro.

Si tratta di giovani frustrati dall’India di Modi, ma senza legami politici. Hanno cercato di utilizzare i normali mezzi democratici per farsi ascoltare, ma non ci sono riusciti. Il loro è un gesto di disperazione, sintomo di una crisi sociale più ampia; anche la sospensione dei parlamentari e l’attacco alle finanze di Newsclick sono sintomi di quella crisi: il soffocamento della democrazia in India.

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13/07/2023

Informazione di guerra: l’arma più letale della Nato

di Giorgio Ferrari

La campagna di disinformazione sui danneggiamenti alle infrastrutture civili presenti in territorio ucraino non conosce sosta da parte di quasi tutti i paesi aderenti alla Nato, con l’Italia in testa. A tenere banco sono, ancora una volta, la diga di Kakhovska e la centrale nucleare di Zaporizhzhia per le quali si addebita ai russi ogni responsabilità per quanto già accaduto o che potrebbe ancora accadere.

Diga di Kakhovska

A dare manforte all’accusa di ecocidio verso la Russia per aver distrutto la diga di Kakhovska, sono recentemente intervenuti il New York Times e Greta Thunberg.

Il più noto quotidiano del mondo si è spinto a scrivere un articolo dal titolo “Perché le prove suggeriscono che la Russia abbia fatto saltare in aria la diga di Kakhovka”[1], dove invece che delle “prove” si esibiscono una serie di congetture che dovrebbero avvalorare l’assunto del titolo.

Si comincia con l’affermare che la diga in questione, essendo stata costruita dall’URSS nel periodo della guerra fredda, fu concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno: ergo nessun bombardamento avrebbe potuto abbatterla.

Conseguentemente la sua distruzione non può che essere avvenuta con delle mine appositamente collocate nei punti deboli della diga e siccome il progetto originario era russo, solo i russi possono sapere dove si trovano questi punti deboli che l’articolo del NYT individua nel cunicolo di ispezione del basamento della diga.

Cominciamo con lo smontare l’assunto hollywoodiano che la diga in questione sia stata concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno secondo la logica che tutto ciò che si realizzava nell’URSS era ispirato alla guerra: la diga di Kakhovska è più robusta di tutte le altre che insistono sul fiume Dnieper non perché costruita durante la guerra fredda (anche le altre lo furono), ma perché essa racchiude il volume di acqua più grande di tutti e sei i bacini esistenti in territorio ucraino (18 miliardi di m³ di acqua, paragonabili al volume del Lago di Como) e siccome è una diga a gravità deve bilanciare la spinta di questa massa di acqua con il proprio peso e con un volume di calcestruzzo non molto diverso da quello dell’acqua invasabile a monte.

Quanto al fatto che solo i russi – in quanto progettisti dell’opera – conoscono i segreti della diga, è una badiale sciocchezza, non solo perché nel progetto iniziale parteciparono anche gli ingegneri ucraini di Ukrhydroproject, ma soprattutto perché dalla costruzione della diga in poi (anni ‘50 del secolo scorso) l’esercizio della diga e della centrale elettrica passò sotto l’amministrazione ucraina che quindi ha avuto tutto il tempo di conoscerne ogni dettaglio costruttivo.

Infine l’ipotesi (data praticamente per certa) che la distruzione della diga sia stata causata dai russi che avrebbero minato il cunicolo di ispezione.

Questi cunicoli sono concepiti per la sicurezza delle dighe, sia ospitando – in apposite nicchie – una serie di strumenti di misura, sia per consentire ispezioni visive su possibili cedimenti strutturali, infiltrazioni di acqua o crepe non altrimenti rilevabili. Si tratta di camminamenti angusti (1,4 m di larghezza per 2-2,2 m di altezza) che hanno un accesso assai impervio (in genere pozzi verticali grandi come un passo d’uomo) ed attraversano tutta la diga in prossimità del piede, avendo intorno e sopra di loro il peso di milioni di tonnellate di calcestruzzo armato con gabbie di ferro molto fitte e spesse.

Praticamente il luogo meno indicato per trasportavi esplosivo e, soprattutto, non il “tallone di Achille della diga” (come sostiene l’articolo del NYT) ma il luogo decisamente più robusto.

Prova ne sia che i casi documentati[2] di attacchi a dighe dalla II guerra mondiale in poi, si riducono a 5 tutti condotti dall’esterno e solo in un caso (diga di Peruca – Croazia 1993) si trattò di attacco dovuto a mine poste nel cunicolo di ispezione: ma la diga di Peruca era costruita in rockfill (materiali sciolti, non cemento armato) e quindi facilmente danneggiabile con cariche esplosive interne. Nei restanti 4 casi l’attacco fu portato alla sommità della diga dove è più facile danneggiarne la struttura, peraltro intervallata dalle paratie mobili. Particolarmente efficaci, durante la II guerra mondiale, furono gli attacchi compiuti dalla RAF contro le dighe esistenti in Germania, tra cui quelle di Eder, Sorpe e Möhne, con l’impiego delle cosiddette “roll bombs”.

Se questi erano i risultati raggiunti con gli armamenti della II guerra mondiale, figuriamoci di cosa possono essere capaci i moderni sistema d’arma, forniti all’Ucraina dai paesi Nato.

Infine c’è da considerare (come ho già scritto qui) che i maggiori danni provocati dall’onda di piena susseguente alla distruzione della diga di Kakhovska si sono avuti nella parte occupata dai russi, mentre ora il danno viene dal fatto che il fiume è praticamente in secca. L’ultima diga operativa sul Dnieper infatti (quella di Zaporizhzhia), è controllata dall’Ucraina che la sta gestendo in modo da provocare quanti più danni possibili ai russi. Per rendersene conto basta confrontare le foto:



dove la prima, scattata il 30 giugno scorso immediatamente a valle della diga, fa vedere che la portata del fiume è talmente bassa da far emergere numerose isolette prima sommerse, mentre la figura 6 è del 2005. L’abbassamento del livello del fiume di 4-5 metri, oltre a compromettere seriamente il raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia (controllata dai russi), impedisce il funzionamento dell’opera di captazione posta a ridosso della diga di Kakhovska


da cui si diparte il grande canale della Crimea, oggi praticamente all’asciutto, che dopo un percorso di oltre 400 km arriva alla città di Kerch, all’estremità orientale della penisola di Crimea.

A questa campagna denigratoria e mistificante del NYT, si accompagna l’atteggiamento di Greta Thumberg la quale, pur non avendo mai preso posizione esplicita contro l’invio di armi in Ukraina nè contro l’energia nucleare – verso la quale si è mostrata possibilista, come quando il governo tedesco procrastinò di alcuni mesi la messa fuori servizio dell’ultima centrale nucleare – ha sempre sfruttato ogni occasione per accusare Cina e Russia di essere i maggiori nemici dell’ambiente. Subito dopo la distruzione della diga di Kakhovska non ha esitato a far proprie le accuse contro i russi (il 15 giugno partecipò ad una manifestazione di ucraini che protestavano contro la Russia, presso la sede dell’ONU a Bonn) e ad appoggiare la politica di Zelenski, fino a contribuire alla creazione di un nuovo organismo che si occupa dei problemi ambientali creati dalla guerra in Ucraina: l’International Working Group on the Environmental Consequences of War, di cui fanno parte anche Margot Wallström (ex vice primo ministro del governo svedese) e Mary Robinson (ex presidente dell’Irlanda).

Gli obiettivi del gruppo di lavoro sono: la valutazione dei danni ambientali causati dalla guerra, la formulazione di meccanismi per ritenere che la Russia ne è responsabile e l’impegno per ripristinare l’ecologia dell’Ucraina.

In concomitanza della prima riunione del Gruppo di lavoro, tenutasi a Kiev lo scorso 29 giugno, Greta Thunberg ha incontrato Zelensky


e nella conferenza stampa successiva all’incontro, a proposito della distruzione della diga di Kakhovska, ha detto di non ritenere sufficiente la reazione del mondo a questo ecocidio, aggiungendo che “La Russia, con le sue azioni, prende deliberatamente di mira l’ambiente, e agisce contro il sostentamento delle persone. Nessuno di noi dovrebbe ignorare le cose terribili che stanno accadendo in Ucraina, i crimini che la Russia sta commettendo.”[3]

Centrale nucleare di Zaporizhzhia

Occupata dalle truppe russe ai primi di marzo del 2022, è l’installazione civile che ha sempre destato maggiore preoccupazione a livello internazionale, grazie anche ad una campagna di informazione volta a sostenere che, con l’occupazione dell’impianto, la Russia stava minacciando l’Occidente di una catastrofe nucleare. Nonostante l’ispezione effettuata dall’IAEA nel febbraio 2023, che da quella data mantiene permanentemente suo personale presso l’impianto, questa campagna non ha mai cessato di alimentarsi raggiungendo il culmine fra maggio e giugno 2023.

Il 19 maggio 2023 si è tenuta a Hiroshima la riunione del G7. Nel comunicato finale si legge, tra l’altro: “Esprimiamo la nostra più grave preoccupazione per l’irresponsabile sequestro e militarizzazione da parte della della Russia della centrale nucleare di Zaporizhzhya (ZNPP)”.

Nel mese di giugno 2023 Zelenski ha ripetutamente sostenuto di avere le prove che i russi avevano minato la centrale di Zaporizhzhia, mentre il capo dell’intelligence della difesa ucraina, Kyrylo Budanov, dichiarava che i russi avevano completato i preparativi per un possibile attacco terroristico alla centrale, avendo posto esplosivi su quattro dei sei reattori presenti e che, addirittura, avevano iniziato ad allontanare il personale tecnico dall’impianto nell’imminenza di questo attentato.

Contestualmente negli Usa, il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal presentavano al Congresso[4] una proposta di risoluzione volta a stabilire che qualsiasi uso di armi nucleari tattiche da parte della Federazione Russa, della Bielorussia “o per delega della Russia”, o il danneggiamento di un impianto nucleare che provochi l’ingresso di elementi radioattivi in territorio di paesi membri della NATO causando gravi danni, dovrebbe essere considerato un attacco all’Alleanza atlantica e quindi motivo di attivazione dell’art 5 del trattato (intervento militare di tutta l’alleanza).

A nulla sono valse le dichiarazioni dell’IAEA (presente sull’impianto) che smentivano la presenza di esplosivo (meno che mai le proteste della Russia): i grandi organi di informazione – in primis il servizio pubblico della RAI – le hanno ignorate, preferendo mandare in onda servizi che illustravano come in Ucraina si stanno predisponendo ad affrontare una emergenza nucleare con tanto di distribuzione di iodio alla popolazione ed esercitazioni di decontaminazione.

Fin dallo scorso anno scrissi che l’occupazione di Chernobil e Zaporizhzhia non aveva uno scopo distruttivo, bensì quello di proteggere questi siti da azioni di sabotaggio e/o di tentativi di uso “improprio” (come la fabbricazione di una bomba sporca) che i russi temono fortemente.

Da dove viene questa preoccupazione? Storicamente dal fatto che l’Ucraina, dopo la Russia, era la repubblica sovietica con più armamenti nucleari dell’Urss e aveva una tradizione di alto profilo scientifico nelle ricerche nucleari, civili e militari: l’istituto di fisica di Charkiv è sempre stato all’avanguardia in questo settore. Operativamente dal fatto che la security nucleare in Ucraina non è affidabile: nel 2014 proprio la Centrale di Zaporizhzhia fu oggetto di un tentativo di assalto da parte di un gruppo armato facente capo al movimento nazista Pravi Sector e nel 2021 un rapporto della OECD ha messo in luce la diffusa corruzione esistente in tutto il settore dell’energia, ivi compreso quello nucleare dove, secondo un rapporto redatto nel 2021 dalla DSA[5] (Autorità di sicurezza nucleare della Norvegia) sono state registrate 37 denunce alla IAEA di traffico illecito di materiali radioattivi nel 2017, 26 denunce nel 2018, 35 denunce nel 2019 e 19 denunce nel 2020. Senza contare il precedente del 1994 quando, durante una ispezione dell’IAEA presso l’Istituto Charkiv della sunnominata città, furono rinvenuti 75 Kg di uranio 235 arricchito al 90% provenienti, molto probabilmente, dagli impianti di arricchimento ex sovietici.

Se oggi accadesse che una bomba nucleare sporca contenente modeste quantità di quel materiale (sfuggiti o sottratti ai controlli) esplodesse in Ucraina o in un altro paese della Nato, la colpa ricadrebbe sulla Russia, perché dall’analisi dei contaminanti è possibile risalire all’impianto che ha fabbricato l’U235 che, per le cose dette in precedenza, risulterebbe essere uno di quelli che oggi figurano di proprietà della Federazione russa.

Il rinnovato allarmismo di Zelenski su Zaporizhzhia viene, non a caso, dopo che la campagna di disinformazione sulla distruzione della diga di Kakhovska è riuscita ad addossarne la responsabilità alla Russia: a questo punto il terreno è pronto per montare un “incidente nucleare” che porti la Nato direttamente in guerra. È una strada senza ritorno che non si combatte tanto sul piano degli armamenti, quanto su quello dell’informazione, costruendo passo dopo passo l’immagine del nemico assoluto dell’umanità, contro cui ogni azione è legittima.

È già successo vent’anni fa quando fu condotta la guerra contro l’Iraq sulla base di false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa.

Stavolta è anche peggio e non possiamo assolutamente permetterci di vedere come va a finire. L’indignazione, la denuncia per l’assenza di obiettività (non oso nemmeno parlare di verità) degli organi di informazione, non bastano più. È tempo di mobilitarsi concretamente contro questo regime di falsità e di intimidazione, il cui solo scopo è quello di allontanare la pace e legittimare la guerra.

Note

[1] https://www.nytimes.com/interactive/2023/06/16/world/europe/ukraine-kakhovka-dam-collapse.html?auth=register-google

[2] https://www.iwm.org.uk/history/the-incredible-story-of-the-dambusters-raid

[3] https://www.reuters.com/world/europe/greta-thunberg-slams-world-response-dam-collapse-ecocide-during-kyiv-visit-2023-06-29/

https://www.president.gov.ua/en/news/u-kiyevi-vidbulosya-pershe-zasidannya-mizhnarodnoyi-robochoy-83949

[4] https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/06/23/7408120/

[5] https://dsa.no/publikasjoner/_/attachment/inline/7b550a3b-2d29-41c4-abb5-e7e939d8b8e6:2dcbd595ccccfe6ce65c59d2d0f673900ecf2fa8/DSA%20Report%2001-2022%20Ukrainian%20Regulatory%20Threat%20Assessment%202021.pdf

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04/04/2023

I crescenti dubbi negli Usa sul senso della guerra in Ucraina

Da giorni, dubbi sempre più consistenti sull’impegno militare statunitense nella guerra in Ucraina si vanno affacciando anche sul giornale che fino a ieri è stato tra i più solerti sostenitori della linea bellicista.

Il “New York Times”, in una ampia analisi passa in rassegna i preparativi e le difficoltà incontrate dall’Ucraina, dopo mesi di estenuanti scontri di logoramento con le forze russe. Battaglie come quella di Bakhmut, che proseguono da mesi con perdite elevatissime su entrambi i fronti, sono costate all’Ucraina migliaia di militari esperti e ingenti risorse.

Inoltre occorre segnalare che proprio sulla situazione a Bahkmut, il think tank statunitense Isw (Insitute for the study of the war) riferisce che le forze russe, in questa caso la compagnia Wagner, dopo aver preso il palazzo dell’amministrazione comunale la notte del 2 aprile, hanno pubblicato nuove immagini riprese da un drone che mostrano le milizie di Yevgeny Prigozhin mentre issano le bandiere russe sulle macerie dell’edificio amministrativo distrutto.

Grazie alle nuove armi fornite dai Paesi occidentali – primi tra tutti moderni carri armati e sistemi missilistici – e alla costituzione di unità d’assalto ben equipaggiate, addestrate e motivate, incluso il ricostituito battaglione Azov, Kiev sarebbe quasi pronta a tentare una decisiva campagna offensiva. Secondo fonti militari statunitensi citate dal New York Times, tale offensiva segnerà una svolta cruciale nel conflitto.

L’offensiva primaverile delle forze armate ucraine nei territori occupati dalla Russia, che potrebbe scattare nelle prossime settimane potrebbe però rappresentare un “tentativo estremo” e, in caso di fallimento potrebbe portare a una riconsiderazione delle forme di aiuto occidentali.

L’Ucraina getterà nella mischia unità corazzate dotate di mezzi moderni, come i carri armati Leopard 2 e i veicoli corazzati per la fanteria Bradley, Marder e Stryker. La Russia, però, si sta preparando da mesi a difendere i territori occupati, e “il successo non è assicurato”. Secondo Cliff Kupchan, presidente della società di analisi del rischio Eurasia Group con sede a Washington, “agli occhi delle elite occidentali (…) l’Ucraina deve dimostrare significative conquiste territoriali nell’imminente offensiva”: un obiettivo arduo, da cui Washington spera di ricavare un indebolimento permanente della Russia sul piano militare e su quello negoziale.

Gia ieri però, una inchiesta del New York Times sui volontari Usa arruolatisi a fianco di Kiev, era andata giù pesante titolando: “I volontari statunitensi in Ucraina che mentono, sprecano e litigano”.

Nell’inchiesta curata da Justin Scheck e Thomas Gibbons-Neff , viene documentata come “dopo un anno di combattimenti, molti di questi gruppi di volontari statunitensi stanno combattendo contro se stessi e minando lo sforzo bellico. Alcuni hanno sprecato denaro o rubato valori. Altri si sono ammantati di beneficenza mentre cercavano di trarre profitto dalla guerra”.

In entrambi gli articoli, quella avanzata dal New York Times è una disamina non certo lusinghiera sia delle prospettive dello sforzo bellico in Ucraina sia sui volontari Usa arruolatisi nella Legione internazionale o in altri reparti militari di Kiev.

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26/03/2023

“Insabbiamenti sull’attentato al gasdotto North Stream 2”

Sei settimane fa ho pubblicato un rapporto citando fonti anonime che indicavano il presidente Joseph Biden come l’uomo che aveva ordinato la distruzione dei gasdotti Nord Stream lo scorso settembre.

Il Nord Stream 2 a doppia conduttura era appena stato posato per l’equivalente di 11 miliardi di dollari USA e aveva lo scopo di raddoppiare il volume delle forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania.

Il mio rapporto è stato raccolto in Germania e in altri paesi europei, ma è stato quasi completamente ignorato dai media negli Stati Uniti. Poi, due settimane fa, a seguito di una visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Washington, le agenzie di intelligence statunitensi e tedesche hanno tentato di rafforzare quel muro di silenzio raccontando al New York Times che il settimanale tedesco Die Zeit ha avanzato false ipotesi per contrastare il rapporto secondo cui Biden e altri funzionari statunitensi erano responsabili della distruzione dei gasdotti.

Gli addetti stampa della Casa Bianca e della CIA hanno costantemente negato che gli Stati Uniti fossero responsabili dell’esplosione dei gasdotti, e quelle doverose smentite sono state accettate dai funzionari dei media accreditati alla Casa Bianca.

Non ci sono prove che un solo giornalista presente abbia chiesto al portavoce della Casa Bianca se il presidente Biden avesse organizzato ciò che qualsiasi leader politico serio avrebbe fatto: ha incaricato formalmente la comunità dell’intelligence statunitense di condurre un’indagine approfondita su tutte le possibilità tecniche e personali per scoprire chi ha eseguito l'operazione nel Mar Baltico?

Una fonte nei circoli dell’intelligence mi ha detto che il presidente non l’ha fatto e non lo farà.
Per quale motivo? Perché conosce già la risposta.

Sarah Miller – esperta di energia ed editrice presso Energy Intelligence, editore di importanti riviste di settore – mi ha spiegato in un’intervista perché le rivelazioni sui gasdotti hanno fatto così tanto scalpore in Germania e nell’Europa occidentale: “La distruzione dei gasdotti Nord Stream ha portato a un ulteriore aumento dei prezzi del gas naturale, che aveva già superato il livello pre-crisi di almeno sei volte“, ha affermato.

“Nord Stream è stato fatto saltare in aria alla fine di settembre. Nel mese successivo, la Germania ha dovuto pagare dieci volte tanto per le sue importazioni di gas rispetto a prima della crisi, una cifra massima. L’aumento dei prezzi ha colpito tutta l’Europa e si stima che i governi abbiano speso non meno di 800 miliardi di euro per proteggere le famiglie e le imprese dalle conseguenze di questo aumento dei prezzi.

Poiché l’inverno in Europa era mite, i prezzi del gas sono ora scesi a circa un quarto del picco di ottobre, ma sono ancora da due a tre volte superiori ai livelli pre-crisi e più di tre volte superiori agli attuali livelli statunitensi. Nell’ultimo anno, i produttori tedeschi e altri produttori europei hanno chiuso i loro settori più energivori, come la produzione di fertilizzanti e vetro. Non è chiaro se queste fabbriche riapriranno mai.

L’Europa sta lottando per mettere in rete l’energia solare ed eolica, ma non è chiaro se ciò accadrà abbastanza velocemente da salvare gran parte dell’industria tedesca.”
(Miller pubblica anche su Substack).

A inizio marzo Biden ha ospitato a Washington il cancelliere Olaf Scholz. Solo due appuntamenti erano destinati al pubblico: un breve scambio formale di convenevoli davanti alla stampa della capitale senza la possibilità di fare domande, e un’intervista con Scholz alla CNN, guidato da Fareed Zakaria che non ha nemmeno affrontato la questione dei gasdotti.

Il cancelliere era volato a Washington senza l’accompagnamento dei rappresentanti dei media tedeschi e non era prevista né una cena celebrativa né una conferenza stampa, anche se è consuetudine in riunioni di così alto livello. Invece, secondo quanto riferito, Biden e Scholz hanno avuto una conversazione di 80 minuti, per lo più in privato.

Nessuno dei due governi ha rilasciato alcuna dichiarazione verbale o scritta dopo l’incontro, ma una persona con accesso alle informazioni pertinenti mi ha detto che la questione del gasdotto è stata discussa e alla fine è stato chiesto alle persone interessate della CIA di lanciare una storia di copertura insieme ai servizi segreti tedeschi, che potrebbe essere presentata alla stampa statunitense e tedesca come alternativa alla spiegazione della distruzione dei gasdotti Nord Stream.

Come si dice nei circoli dell’intelligence, “il sistema dovrebbe essere fulminato” per screditare l’affermazione secondo cui Biden avrebbe ordinato la distruzione dei gasdotti.

Vale la pena notare qui che il cancelliere tedesco Scholz, che fosse a conoscenza o meno in anticipo della distruzione dei gasdotti, è stato chiaramente coinvolto nell’insabbiamento dell’operazione dell’amministrazione Biden nel Mar Baltico dallo scorso autunno.

La CIA ha fatto il suo lavoro e, con l’aiuto dell’intelligence tedesca, ha inventato e propagandato storie su un’operazione spontanea “non ufficiale” che ha portato alla distruzione dei gasdotti e le ha diffuse sulla stampa. Questa truffa ha portato a un rapporto del New York Times del 7 marzo che citava un anonimo funzionario statunitense, il quale avrebbe affermato che “la nuova intelligence (…) indicava” che “un gruppo filo-ucraino” era implicato nella distruzione del gasdotto.

Lo stesso giorno un reportage online su Die Zeit, un settimanale molto letto in Germania, ha riferito che gli investigatori tedeschi avevano rintracciato uno yacht a vela di lusso noleggiato che ha lasciato il porto tedesco di Rostock il 6 settembre e ha superato l’isola di Bornholm al largo della costa danese.

L’isola si trova a pochi chilometri dalla zona dove il 26 settembre sono stati distrutti i gasdotti. Si dice che lo yacht sia stato affittato da armatori ucraini e fosse composto da un equipaggio di sei persone: un capitano, due sommozzatori, due assistenti subacquei e un medico. Cinque membri dell’equipaggio erano uomini e una donna. I passaporti presentati erano falsi.

Holger Stark, l’autore del rapporto su Die Zeit mi ha detto, dopo la pubblicazione dell'articolo, che aveva seguito per mesi l’indagine criminale sullo yacht e su dove si trovava e che lui e il giornale hanno deciso di affrettarsi a pubblicare ciò che sapevano, dopo aver appreso del rapporto del New York Times. Non aveva contatti con i servizi segreti tedeschi.

Entrambe le pubblicazioni hanno sottolineato che, come affermato dal New York Times, “c’erano molte cose che non sapevano“. Tuttavia, le informazioni appena acquisite avevano reso gli agenti inquirenti “più ottimisti” sul fatto che sarebbero giunti a una conclusione chiara sugli autori.

Ma ci vorrebbe molto tempo, hanno detto vari alti funzionari a Washington e in Germania. Quindi il messaggio era che la stampa e il pubblico dovevano smettere di fare domande e lasciare che gli investigatori scoprissero la verità.

Questo, ovviamente, non sarebbe mai venuto alla luce. Il veterano Stark, il dipartimento investigativo dell’epoca ha fatto un ulteriore passo avanti, osservando che c’erano alcuni “nei servizi di sicurezza internazionale” che non avevano escluso la possibilità che la storia dello yacht fosse “un’operazione diversiva“. In effetti lo era.

“È stata una totale invenzione dell’intelligence statunitense, trasmessa ai tedeschi, volta a screditare la tua storia“, mi ha detto una fonte dell’intelligence statunitense. I professionisti della disinformazione della CIA sanno che uno stratagemma di propaganda funziona solo quando i destinatari sono alla disperata ricerca di una storia che possa sminuire o soppiantare una verità indesiderata.

E la verità in questione è che il presidente Joseph Biden ha autorizzato la distruzione dei gasdotti e potrebbe avere difficoltà a spiegare la sua azione quando la Germania e i suoi vicini dell’Europa occidentale soffrono di alti costi energetici giornalieri e le aziende sono costrette a chiudere.

Ironia della sorte, la prova più eloquente della debolezza del rapporto del New York Times è venuta da uno dei tre giornalisti del Times i cui nomi sono stati riportati sotto l’articolo. Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto, il giornalista Julian Barnes è stato intervistato dal conduttore Michael Barbaro nel popolare podcast del NYT The Daily. Ecco la trascrizione:

Barbaro: Chi era esattamente il responsabile di questo attacco? E come avete fatto tu e i tuoi colleghi a scoprirlo?

Barnes: Beh, non credo che abbiamo posto le domande giuste durante la maggior parte delle indagini.

Barbaro: Ehm. E quali erano le domande giuste?

Barnes: Beh, ovviamente ci siamo concentrati sui paesi.

Barbaro: Hm-hmm.

Barnes: Tutti questi stati che abbiamo appena attraversato: l’ha fatto la Russia? Era lo stato ucraino? E quelli erano solo vicoli ciechi, uno dopo l’altro. Non abbiamo trovato funzionari che ci abbiano detto che c’erano prove credibili che indicassero il governo. Quindi i miei colleghi Adam Entous, Adam Goldman e io abbiamo iniziato a fare una domanda diversa. Questo potrebbe essere stato fatto da attori non statali?

Barbaro: Ehm.

Barnes: Potrebbe essere stato fatto da un gruppo di persone non governative?

Barbaro: Qualcosa come i sabotatori freelance. Come ti è venuta questa nuova domanda?

Barnes: Beh, abbiamo iniziato a chiederci chi potessero essere questi sabotatori. Oppure, se non siamo in grado di rispondere, con chi potrebbero essere stati alleati? Potrebbero essere stati sabotatori filo-russi? O erano altri sabotatori? E più parlavamo con funzionari che avevano accesso a informazioni di intelligence, più vedevamo che la teoria prendeva piede.

Barbaro: Hm-hmm.

Barnes: E il mio pensiero iniziale che potessero essere sabotatori filo-russi si è rivelato sbagliato. Abbiamo appreso che molto probabilmente si trattava di un gruppo filo-ucraino.

Barbaro: Ehm. In altre parole: un gruppo di persone che ha fatto questo per conto dell’Ucraina. Cosa hai scoperto che ti fa credere che fosse così?

Barnes: Michael, voglio sottolineare che sappiamo davvero molto poco, giusto? Questo gruppo rimane misterioso. E rimane un mistero non solo per noi, ma anche per i funzionari statunitensi con cui abbiamo parlato. Sanno che le persone coinvolte erano ucraini o russi o un misto di entrambi. Sanno che non si tratta di soggetti affiliati al governo ucraino. Ma sanno anche che erano contro Putin e filo-Ucraina.

Barbaro: Quindi, dopo tutti questi rapporti e ricerche, sei giunto alla conclusione che gli autori erano un gruppo di persone che vogliono la stessa cosa dell’Ucraina ma non sono ufficialmente affiliate al governo ucraino. Ora sono curioso di sapere quanto sei sicuro che queste persone non siano affiliate al governo ucraino.

Barnes: Beh, l’intelligence al momento dice che non lo sono. E mentre ci viene detto ufficialmente che il presidente dell’Ucraina e i suoi consiglieri chiave non lo sapevano, non possiamo essere sicuri che sia vero e che qualcun altro non lo sapesse”.

I giornalisti del New York Times a Washington erano alla mercé dei funzionari della Casa Bianca “che avevano accesso alle informazioni dell’intelligence“. Ma le informazioni che hanno ottenuto provenivano da un gruppo di esperti di inganni e propaganda della CIA incaricati di fornire al giornale una storia in prima pagina e di proteggere un presidente che ha preso una decisione poco saggia e ora sta mentendo al riguardo.

Fonte

12/03/2023

Guerra mediatica internazionale per la verità su chi ha sabotato il Nord Stream

Notizie provenienti da Germania e Stati Uniti sostengono che dietro l’esplosione del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico nel settembre 2022 ci sia un gruppo filo-ucraino.

Il quotidiano tedesco Die Zeit, le emittenti pubbliche ARD e SWR e la rivista politica ARD Kontraste hanno riferito nel marzo 2023 che gli investigatori sono riusciti a ricostruire le modalità di sabotaggio dei gasdotti dalla Russia alla Germania il 26 settembre 2022.

Citando diversi funzionari anonimi, le indagini degli organi di informazione hanno rivelato che cinque uomini e una donna hanno utilizzato uno yacht noleggiato da una società di proprietà ucraina in Polonia per compiere l’attacco.

Il New York Times ha anche riferito che l’intelligence statunitense suggerisce che dietro le esplosioni ci sia un gruppo filo-ucraino.

Il Times ha affermato che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i suoi principali collaboratori “non hanno autorizzato” l’attacco.

Il New York Times si comporta di solito come un portavoce del Dipartimento di Stato. Nel 2004 il New York Times è stato costretto a presentare delle scuse per la sua copertura fuorviante sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Il Times è stato essenzialmente usato dal Dipartimento di Stato per ripetere a pappagallo le linee che giustificavano la guerra illegale condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

Ma eccoci di nuovo qui, questa volta dopo un rapporto del pluripremiato reporter investigativo Seymour Hersh, che ha accusato gli Stati Uniti di aver ordinato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream sotto la copertura di un’esercitazione della NATO.

Hersh ha spiegato come i norvegesi abbiano aiutato i sommozzatori statunitensi a posizionare gli esplosivi innescati a distanza sui gasdotti nel giugno 2022.

Washington e i suoi alleati hanno negato le accuse di Hersh. Il New York Times, fedele alla sua forma, ha scelto di ripetere a pappagallo le battute che gli sono state fornite e ha scelto gli organi di stampa tedeschi.

Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato di aver letto le notizie “con grande interesse“, ma ha messo in guardia dal trarre conclusioni affrettate sulla questione.

“Dobbiamo distinguere chiaramente se si tratta di un gruppo ucraino che ha agito su ordine dell’Ucraina o... all’insaputa del governo“, ha dichiarato ai giornalisti.

Questo è molto diverso dall’insistenza con cui gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono che la Russia è responsabile dell’esplosione dei gasdotti da cui trae profitto fornendo grandi quantità di energia all’Europa.

Il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ha respinto l’ipotesi che l’attacco possa essere stato ordinato da Kiev dicendo ai giornalisti: “È come un complimento per le nostre forze speciali, ma questa non è la nostra attività“.

Naturalmente lo nega. Sarà già a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti sono responsabili del sabotaggio.

Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha rifiutato di commentare la notizia del New York Times, sottolineando che le indagini di Danimarca, Germania e Svezia sono ancora in corso.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha descritto le ultime notizie riportate dai media come una manipolazione coordinata volta a nascondere le origini dell’attacco.

Ha dichiarato: “Le menti dell’attacco terroristico vogliono chiaramente distrarre l’attenzione“.

Il Presidente russo Vladimir Putin e i suoi funzionari hanno accusato gli Stati Uniti di aver atuato l’esplosione dei gasdotti, che hanno descritto come un “attacco terroristico“.

Jan Oberg, direttore della Fondazione transnazionale per la pace e la ricerca sul futuro, ha affermato che una volta che il reportage di Hersh sarà stato confermato e il ruolo delle forze navali statunitensi sarà provato, “gli europei si sveglieranno e capiranno finalmente che non condividono più interessi con gli Stati Uniti“.

L’organizzazione pacifista guidata dalle donne Code Pink ha rilasciato una dichiarazione: “Abbiamo bisogno di una vera indagine pubblica su questo crimine contro l’ambiente!“.

Non per la prima volta, l’organizzatore nazionale della Black Alliance for Peace, Ajamu Baraka, ha colto nel segno quando ha twittato: “L’arroganza della mente suprematista bianca le rende impossibile comprendere come l’ultima manovra propagandistica con la campagna di disinformazione sull’attacco statunitense ai gasdotti Nord Stream stia rendendo la stampa statunitense uno zimbello in tutto il mondo“.

“Dal momento che gli Stati Uniti affermano di voler dare un giro di vite alle campagne di disinformazione, forse dovrebbero indagare sulla campagna di disinformazione del News York Times sull’attacco al Nord Stream?“.

Fonte