Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/08/2026
09/10/2023
I 60 anni dal Vajont e le dighe che tornano di moda
9 ottobre 1963: un’enorme frana si stacca dal Monte Toc nelle Prealpi bellunesi. Non creerebbe particolari danni se sotto non ci fosse una diga, la diga che sbarra il corso del torrente Vajont, dove la frana crea un’enorme onda d’acqua che supera lo sbarramento dell’invaso e si riversa a valle: muoiono 1910 persone. A distanza di sessant’anni vale la pena ricordare quel disastro per diverse ragioni.
La prima. Nel 1962 era stato istituito un ente pubblico che era diventato proprietario di tutti gli impianti elettrici d’Italia, nazionalizzando le varie imprese private: l’Enel. Bene, proprio a seguito di quella tragedia l’Enel fece eseguire delle perizie su tutti i suoi impianti idroelettrici, e cosa emerse? Emerse che lo sbarramento di uno di quegli impianti era stato realizzato su una paleofrana ed era a rischio di cedimento. Era l’impianto di Beauregard in Valgrisenche. Se avesse ceduto, l’enorme flusso d’acqua avrebbe travolto tutti gli abitati della Valgrisenche e si sarebbe riversato sul fondovalle. Difficile ipotizzare quanti morti avrebbe causato.
L’Enel decise ovviamente di svuotare l’invaso. Peccato che per realizzarlo l’impresa privata SIP (Società Idroelettrica Piemonte) avesse sommerso cinque borgate e altre due avessero dovuto essere abbandonate. La portata dell’invaso fu poi ridotta ad un decimo. L’impresa che aveva realizzato l’invaso del Vajont era la stessa che realizzò Beauregard.
E dire che in Italia si erano già verificati due disastri, ben prima del Vajont. Il primo fu il cedimento strutturale della diga di Gleno, in Val di Scalve, nelle Alpi Orobie: il 1° dicembre 1923 alle ore 7:15 la diga crollò. Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d’Iseo e procurando la morte di almeno 356 persone. Il secondo episodio si verificò invece in Valle Orba, nell’Alessandrino, il 13 agosto 1935. Fu il crollo della diga di Molare che comportò la morte di più di cento persone.
La seconda. Gli sbarramenti degli invasi sono realizzati in cemento armato, ma, come qualsiasi opera umana, anche il cemento armato ha una durata. Esemplare in proposito la lettura del saggio Cemento. Arma di costruzione di massa di Anselm Jappe. Che ne sarà degli invasi, che sono stati realizzati nel 1900 e in buona parte nella prima metà dello scorso secolo quando arriveranno a fine vita? Prima di costruire nuovi invasi converrebbe pensare anche a questo aspetto.
E veniamo alla terza ragione: le nuove dighe. Dopo un lungo periodo in cui di nuovi impianti non si è quasi parlato, oggi le dighe sono tornate di moda. E tutto congiura perché siano resuscitate, sia a causa del cambiamento climatico e quindi delle minori precipitazioni, sia al fine di produzione idroelettrica, la prima delle energie verdi. Facciamo una piccola premessa: al di là dell’aspetto non trascurabile della pericolosità e della durata delle opere, resta il fatto che le dighe comportano un consumo rilevante di suolo su terreni montani e quindi fragili, e alterano il deflusso dell’acqua: non sono opere da prendere alla leggera.
Detto ciò, nel 2021 fece notizia il progetto di Coldiretti, Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti per la realizzazione di ben mille nuove dighe. Progetto ribadito dal presidente di Coldiretti Ettore Prandini quest’anno: “La siccità si combatte anche con un investimento volto a trattenere l’acqua piovana visto che oggi se ne riesce a trattenere solo l’11% di quella che cade. E la soluzione è la realizzazione di 1.000 bacini di accumulo. Ma la cosa importante sarebbe partire con i primi 100 nei prossimi anni con una buona portata di trattenimento dell’acqua piovana e lo sviluppo anche dell’idroelettrico”. E Prandini continua facendo un’affermazione quanto meno singolare e cioè che le dighe combatterebbero il dissesto idrogeologico. Sul che c’è francamente da dubitare.
Ma non solo dighe in generale: torna di moda nell’idroelettrico il pompaggio, che prevede la realizzazione non di una bensì di due dighe, una inferiore e una superiore, collegate da un canale che pompa acqua nei due bacini e produce energia elettrica solo quando necessita. È quello che accade ad esempio nel Vallone delle Rovine ad Entracque (CN), dove ai tempi dell’opera comparve una scritta significativa “Visitate la valle prima che l’Enel la distrugga”. Perché il pompaggio comporta la morte della vita in tutto il sistema di produzione. Torna di moda, dicevo: ne è un esempio Enel Green Power che vuole realizzare Pizzone 2 nella zona contigua al Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise e Valcimarra 2 in provincia di Macerata. E si muovono anche i privati.
Insomma, grande fermento sul fronte invasi. Detto dei progetti resta un quesito molto banale a monte: perché non pensare al risparmio della risorsa acqua? Non è infinita, lo sappiamo bene. Sarà sempre meno disponibile per via dei cambiamenti climatici e in particolare per la riduzione e la scomparsa dei ghiacciai. Non sarebbe il caso di intervenire sul suo utilizzo in agricoltura per avere colture meno bisognose di acqua? E di intervenire finalmente sulla rete idrica colabrodo? E di pensare innanzitutto al risparmio nel campo elettrico?
Noi ci comportiamo come se si potesse protrarre all’infinito il nostro stile di vita. Ma non è così!
Fonte
La prima. Nel 1962 era stato istituito un ente pubblico che era diventato proprietario di tutti gli impianti elettrici d’Italia, nazionalizzando le varie imprese private: l’Enel. Bene, proprio a seguito di quella tragedia l’Enel fece eseguire delle perizie su tutti i suoi impianti idroelettrici, e cosa emerse? Emerse che lo sbarramento di uno di quegli impianti era stato realizzato su una paleofrana ed era a rischio di cedimento. Era l’impianto di Beauregard in Valgrisenche. Se avesse ceduto, l’enorme flusso d’acqua avrebbe travolto tutti gli abitati della Valgrisenche e si sarebbe riversato sul fondovalle. Difficile ipotizzare quanti morti avrebbe causato.
L’Enel decise ovviamente di svuotare l’invaso. Peccato che per realizzarlo l’impresa privata SIP (Società Idroelettrica Piemonte) avesse sommerso cinque borgate e altre due avessero dovuto essere abbandonate. La portata dell’invaso fu poi ridotta ad un decimo. L’impresa che aveva realizzato l’invaso del Vajont era la stessa che realizzò Beauregard.
E dire che in Italia si erano già verificati due disastri, ben prima del Vajont. Il primo fu il cedimento strutturale della diga di Gleno, in Val di Scalve, nelle Alpi Orobie: il 1° dicembre 1923 alle ore 7:15 la diga crollò. Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d’Iseo e procurando la morte di almeno 356 persone. Il secondo episodio si verificò invece in Valle Orba, nell’Alessandrino, il 13 agosto 1935. Fu il crollo della diga di Molare che comportò la morte di più di cento persone.
La seconda. Gli sbarramenti degli invasi sono realizzati in cemento armato, ma, come qualsiasi opera umana, anche il cemento armato ha una durata. Esemplare in proposito la lettura del saggio Cemento. Arma di costruzione di massa di Anselm Jappe. Che ne sarà degli invasi, che sono stati realizzati nel 1900 e in buona parte nella prima metà dello scorso secolo quando arriveranno a fine vita? Prima di costruire nuovi invasi converrebbe pensare anche a questo aspetto.
E veniamo alla terza ragione: le nuove dighe. Dopo un lungo periodo in cui di nuovi impianti non si è quasi parlato, oggi le dighe sono tornate di moda. E tutto congiura perché siano resuscitate, sia a causa del cambiamento climatico e quindi delle minori precipitazioni, sia al fine di produzione idroelettrica, la prima delle energie verdi. Facciamo una piccola premessa: al di là dell’aspetto non trascurabile della pericolosità e della durata delle opere, resta il fatto che le dighe comportano un consumo rilevante di suolo su terreni montani e quindi fragili, e alterano il deflusso dell’acqua: non sono opere da prendere alla leggera.
Detto ciò, nel 2021 fece notizia il progetto di Coldiretti, Enel, Eni e Cassa Depositi e Prestiti per la realizzazione di ben mille nuove dighe. Progetto ribadito dal presidente di Coldiretti Ettore Prandini quest’anno: “La siccità si combatte anche con un investimento volto a trattenere l’acqua piovana visto che oggi se ne riesce a trattenere solo l’11% di quella che cade. E la soluzione è la realizzazione di 1.000 bacini di accumulo. Ma la cosa importante sarebbe partire con i primi 100 nei prossimi anni con una buona portata di trattenimento dell’acqua piovana e lo sviluppo anche dell’idroelettrico”. E Prandini continua facendo un’affermazione quanto meno singolare e cioè che le dighe combatterebbero il dissesto idrogeologico. Sul che c’è francamente da dubitare.
Ma non solo dighe in generale: torna di moda nell’idroelettrico il pompaggio, che prevede la realizzazione non di una bensì di due dighe, una inferiore e una superiore, collegate da un canale che pompa acqua nei due bacini e produce energia elettrica solo quando necessita. È quello che accade ad esempio nel Vallone delle Rovine ad Entracque (CN), dove ai tempi dell’opera comparve una scritta significativa “Visitate la valle prima che l’Enel la distrugga”. Perché il pompaggio comporta la morte della vita in tutto il sistema di produzione. Torna di moda, dicevo: ne è un esempio Enel Green Power che vuole realizzare Pizzone 2 nella zona contigua al Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise e Valcimarra 2 in provincia di Macerata. E si muovono anche i privati.
Insomma, grande fermento sul fronte invasi. Detto dei progetti resta un quesito molto banale a monte: perché non pensare al risparmio della risorsa acqua? Non è infinita, lo sappiamo bene. Sarà sempre meno disponibile per via dei cambiamenti climatici e in particolare per la riduzione e la scomparsa dei ghiacciai. Non sarebbe il caso di intervenire sul suo utilizzo in agricoltura per avere colture meno bisognose di acqua? E di intervenire finalmente sulla rete idrica colabrodo? E di pensare innanzitutto al risparmio nel campo elettrico?
Noi ci comportiamo come se si potesse protrarre all’infinito il nostro stile di vita. Ma non è così!
Fonte
31/07/2023
GERD: “la diga della rinascita” nei rapporti di forza dell’Africa Orientale
Il 6 luglio 2023 a margine di un incontro tenutosi a Il Cairo per raggiungere un accordo per garantire la fine del conflitto sudanese – che ha coinvolto tutti gli stati attigui al Sudan – l’Egitto di Al Sisi e l’Etiopia di Abiy Amehed hanno concordato di finalizzare un accordo sulla gestione delle fasi di riempimento della “diga della rinascita”, cioè la gigantesca diga posizionate a valle delle acque del Nilo Azzurro (la GERD) situata nel territorio sotto la sovranità etiope.
Quando venne sviluppata la GERD, siamo attorno al 2011, l’intenzione era quella di costruire un impianto che fosse in grado di generare abbastanza energia elettrica per poter servire un territorio molto ampio, potenzialmente in grado di rifornire di elettricità una zona che valicasse i confini nazionali etiopi e andasse anche ad interfacciarsi con territori e popolazioni limitrofe sia in direzione est – abbracciando il Corno d’Africa – sia verso il continente africano a valle dell’orografia del Nilo azzurro, toccando poi le prime parti di quello più profondo.
Un genere di infrastruttura quindi con un impronta strategica, tale per cui, paesi importanti come l’Egitto, avente un peso abbastanza significativo nel bacino orientale del Mediterraneo, non potevano non generare una mediazione diplomatica.
Due paesi, l’Etiopia e l’Egitto, che oltre a rivestire storicamente una grande importanza regionale, erano e sono alle prese con problemi interni di prim’ordine: una crisi economica data da un inflazione galoppante, una necessità di investimenti per ristrutturare e costruire impianti produttivi ed infrastrutturali all’avanguardia.
Per l’Etiopia, inoltre, una guerra civile durata poco più di due anni contro le milizie della regione separatista del Tigray.
Vista questa situazione la diga acquista quindi un importanza ancora maggiore per la vita delle popolazioni e per la tenuta dei governi che dovrebbero rappresentarle.
Lo storico delle mediazioni diplomatiche che precede le decisioni degli ultimi giorni non lasciava intravvedere nulla di roseo.
Dopo la mancata mediazione avvenuta all’interno dell’Unione Africana e sotto il patrocinio degli Stati Uniti, si era addirittura arrivati a toni molto aspri tra Il Cairo e Addis Abeba, tanto che nell’ultimo incontro della Lega Araba, che – sotto pressione egiziana ha dovuto occuparsi della cosa – pur non essendone l’Etiopia un membro, ha visto Al Sisi aprire velatamente a reazioni anche militari, qualora non si fosse arrivati ad un accordo, quantomeno sul funzionamento della diga in fase di riempimento.
Da parte loro i dicasteri di Addis Abeba avevano sempre dichiarato la legittimità dell’opera in base alle regole internazionali, che non impediscono la costruzione di un infrastruttura sul territorio sovrano vista la potenzialità in termini di sviluppo del territorio stesso, ed anche in termini di sostenibilità ambientale.
Per questo la tensione era salita fino a livelli di guardia considerevoli.
Ma qualche giorno fa, dopo questo precedente che sembrava progredire verso frizioni sempre crescenti, è arrivata la notizia di un pre-accordo raggiunto tra Il Cairo e Addis Abeba che si impongono un percorso di quattro mesi per arrivare ad un intesa.
Per iniziare a sondare questo cambiamento nell’atteggiamento delle due nazioni dobbiamo andare a vedere più a fondo i loro rapporti internazionali.
Egitto
L’Egitto è un paese di importanza cardinale per quanto riguarda il territorio del Maghreb e il bacino orientale del Mediterraneo.
Nel 1952 un colpo di stato militare depone il re Farouk e instaura una repubblica basata sull’esercito che produrrà poi una costituzione, quella del 1971, che dota le alte cariche militari di importanti poteri costituzionali.
Durante il periodo delle primavere arabe, nel 2011, l’apparato militare burocratico egiziano, retto al tempo da Mubarak, viene spinto alle dimissioni.
Nel 2012 le elezioni vengono vinte da Morsi, candidato del Partito Giustizia e Libertà che segue la direzione dei Fratelli Mussulmani, direzione che ha breve vita, visto il rivolgimento militare del 2013 che porta al potere Al-Sisi.
Un cambiamento che, fondamentalmente, ripropone con qualche variazione l'impianto istituzionale previsto dalla costituzione del 1971.
Il governo Al Sisi è caratterizzato internamente da una situazione economica non idilliaca, che vede come priorità lo sfruttamento delle risorse gasifere del Mediterraneo orientale, un contenimento delle spinte secessioniste in Libia, innescate dall’intervento della NATO contro Gheddafi e un governo che tenga conto della situazione del Sudan, da sempre considerato il proprio “giardino di casa” da parte del Cairo, più le tensioni con l’Etiopia che costituiscono l’ argomento principale di questo articolo.
Per la gestione di queste situazioni Il Cairo ha cercato appoggio da entrambi i macro schieramenti che vediamo oggi sulla scena internazionale.
Da una parte l’Egitto media con Israele per mantenere lo status quo soprattutto riguardo la zona del Sinai, interessata dall’operare di formazioni jihadiste come il Wilayat Sinai cioè la branca egiziana del Daesh.
Una zona che riveste un importanza strategica per Il Cairo, visti i progetti che vorrebbero essere implementati per la ristrutturazione del canale di Suez.
Se questa mediazione pareva attrarre l’Egitto sempre più coerentemente verso le sfere di potere occidentale, le critiche rispetto al rivolgimento che ha deposto Morsi, le mancate mediazioni per quanto riguarda la questione del Nilo Azzurro e le interferenze libiche hanno prodotto spaccature tra Washington e Il Cairo che hanno portato alla non ratifica dei finanziamenti decisi a Camp David nel 1979.
Nonostante questo Al Sisi ha cercato più volte, per la natura della situazione economica egiziana, aiuto dal Fondo Monetario Internazionale come accennato più avanti.
Da un altra parte la partnership con l’Unione Europea sembra essere continuata, lato commerciale, più per una questione di mancanza di investimenti in Egitto che per altro, considerando che, come ricordano i casi Regeni e Zaki per parlare del rapporto tra Roma e Il Cairo, non sono mancati momenti di tensione.
Ma questa fame di investimenti ha portato anche ad un avvicinamento con altri attori internazionali, come la Cina e la Federazione Russa.
A livello regionale la Turchia ha rappresentato, almeno fino a qualche mese fa un avversario, visto il legame di Ankara con i Fratelli Mussulmani scalzati dal potere in Egitto proprio dal rivolgimento comandato da Al Sisi, mentre i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, cioè con le cosiddette Monarchie del Golfo è stato ottimo fin dall’insediamento della giunta militare, avendo queste prestato dal 2013 al 2021 svariati miliardi di dollari per la ricostruzione produttiva egiziana (secondo alcun fonti occidentali non confermate i prestiti sarebbero a quota 100 miliardi), anche se, la mancanza di obbiettivi raggiunti nella vita economica egiziana ha prodotto forti critiche da parte dei dicasteri di Riyadh nell’aprile di quest’anno.
Etiopia
L’Etiopia, nella sua attuale configurazione, si presenta come uno stato formato da una sorta di federazione di differenti etnie, aventi una grandezza e un unione differenti fra loro, ma che sono formalmente sotto il governo centralizzato di Addis Abeba
Questa situazione, unita ad una storia ricchissima e molto corposa che comprende regni come quello di Aksum, ha garantito a questo territorio il sottrarsi al dominio occidentale, cosa unica nel continente africano, pur sviluppando situazioni di tensione enormi.
È il caso della regione nord occidentale del Tigray sotto il controllo del TPLF, che dopo aver avuto un ruolo determinante nella caduta del governo Derg (comitato provvisorio militare per l’Etiopia Socialista) presieduto da Menghitsu, dopo una lunga guerra civile dove incassò l’appoggio statunitense, ha formato dagli anni ’90 una sorta di ceto dirigenziale.
Dopo la salita al potere di Abiy Ahmed, e il suo conseguente tentativo di unificare il Fronte Democratico rivoluzionario del popolo etiope in un unico partito (il Partito della prosperità), il TPLF, membro di detta coalizione, non accetta tale decisione e si defila.
La contingenza COVID-19 nel 2020, unita alla tornata elettorale per le elezioni generali, insieme a questi pregressi determina una situazione per cui, i continui rinvii delle elezioni vengono interpretati da Makelle (“capitale” del Tigray ) e dal leader del TPLF Debertsion Gebremichael, come un tentativo illegittimo da parte di Abiy di accentrare ulteriormente il potere.
Arrivati a questo punto quindi, le milizie tigrine decidono di tenere comunque le elezioni sul proprio territorio, nonostante la non validità sancita da Addis Abeba, e attaccano all'inizio del novembre 2020 le unità del governo centrale nel territorio tigrino, requisendo importanti forniture militari e uccidendo svariati soldati di Addis Abeba.
Da qui ha inizio un conflitto che termina, almeno per quanto riguarda la sua intensità maggiore, solo lo scorso anno, attraverso una mediazione tra Addis Abeba e Makelle, che sembra aver portato la situazione ad un equilibrio, anche se continuano certe sacche di resistenza nel Tigray, probabilmente alimentate da gruppi di semplici banditi intenti ad arraffare ciò che possono dalla “coda” di questa questione.
Una situazione di equilibrio che sembra essere stata il frutto anche dell’intervento eritreo, che ha garantito militarmente (e pare stia ancora garantendo, almeno stando alle notizie frammentarie che giungono in occidente, attraverso lo stazionamento di truppe nei confini con l‘Etiopia settentrionale) questo cessate il fuoco.
Ma la natura inter-etnica e contrastiva che abbiamo in Etiopia non sembra placare le tensioni, considerando ad esempio i mal di pancia che paiono crescenti nell’etnia Oromo, che attraverso le proprie strutture politiche non sembra essere contenta della nuova strutturazione raggiunta, dove pensava si arrivasse ad un maggior peso della più grande entità etiope attualmente presente nello stato nazionale con capitale Addis Abeba sotto il governo Ahmed, ma che ora non è più tanto convinta dell’operato del presidente.
Un qualcosa che potrebbe scatenare altre tensioni razziali, purtroppo numerose nell’antico regno di Aksum, anche se gli Oromo non paiono così unitari come per quanto riguarda l’etnia tigré.
Le contingenze attuali nel quadro regionale
L’Egitto, come detto, è in una fase di crisi economica e Al Sisi dalla sua salita al potere ha cercato di ovviare alla fame di investimenti esteri chiamando il Fondo Monetario Internazionale.
All’ultima tornata l’FMI ha stipulato un accordo con Il Cairo per 3 miliardi di dollari, facendo seguire a questa linea di credito varie condizioni tra cui una maggiore fluttuazione dei tassi d'interesse, una decentralizzazione dello stato nella vita economica del paese, che in Egitto significa in concreto esautorare l’establishment legato ad Al Sisi, cioè una delle parti principali sulle quali è fondato il suo potere.
Questo ovviamente dovrebbe essere propedeutico all’instaurazione di un economia trainata dalla logica privata per ovviare alla crisi, che già sotto l’attuale establishment ha visto un aumento dei tassi di interesse.
Una strada, questa, non graditissima ad Al Sisi che deve costruire infrastrutture per ammodernare il paese, facendo fronte a costi che attualmente non sembrano alla portata dell'economia egiziana.
L’Etiopia, anche essa alle prese con problemi simili, almeno nell’ambito produttivo, ha avuto un maggior supporto da parte della Cina, che nel secondo stato più popoloso dell’Africa ha attivato partnership economiche da tanto tempo, relazioni bilaterali che hanno passato la storia dell’unico paese africano a non essere mai stato sottomesso dai colonizzatori occidentali e continua tutt’oggi, sia nella collaborazione nell’ambito industriale, come la formazione di industrie tessili nelle aree limitrofe ad Addis Abeba, sia lato infrastrutturale, come i finanziamenti per la costruzione del tratto ferroviario che collega la capitale etiope a Djibouti o quelli relativi, anche se non maggioritari, alla GERD.
Una collaborazione senza condizioni legata alla condotta in politica economica, al contrario delle proposte occidentali incassate da Il Cairo, che ora può guardare anche ad una possibile collaborazione con Pechino, già attiva nell’apertura di linee di credito per la costruzione della nuova capitale amministrativa.
Così come può rivolgersi al Cremlino per raggiungere accordi bilaterali riguardanti i rifornimenti alimentari e il commercio relativo tra i due paesi, un qualcosa di indubbio carattere strategico se consideriamo che la popolazione egiziana produce molto meno di ciò che abitualmente consuma.
Un opportunità, quella aperta dal poco appeal occidentale, che ha visto giocare al tavolo anche un altra potenza regionale che negli ultimi giorni ha fatto discutere riguardo gli atteggiamenti tenuti all’ultima tornata degli incontri dell’alleanza Atlantica a Vilnius, cioè la Turchia.
La Turchia ha sempre mantenuto nei confronti dell’Egitto post 2013, un atteggiamento di chiusura totale, come testimoniato, oltre alle numerose uscite al veleno tra Ankara e Il Cairo, anche dall’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali negli ultimi dieci anni.
Ma è notizia di una settimana fa della volontà bilaterale di riaprire queste sedi diplomatiche e proseguire il rapporto fondandolo sul confronto piuttosto che facendo muro contro muro come nell’ultimo decennio.
Una Turchia che nella questione del GERD era sempre stata più vicina, quindi, ad Addis Abeba, anche grazie alla rete culturale messa in piedi da Fetullah Gulen e poi occupata dopo il 2016 dai gruppi legati all’AKP, in una situazione in cui Il Cairo preoccupava Ankara sia in ottica Libia, sia in ottica riserve di gas nel bacino orientale del Mediterraneo, uno dei dossier sui quali i dicasteri di entrambi i paesi hanno dichiarato di voler raggiungere accordi che tengano conto degli interessi rispettivi di entrambe le parti.
Se da una parte quindi le necessità legate allo sviluppo di sistemi produttivi arretrati poiché interessati storicamente, a differenti intensità, dello stato di colonizzazione e semi colonizzazione che ha contraddistinto la sponda sud del Mediterraneo e l’Africa stanno portando all’apertura di un dialogo, garantito materialmente dai rapporti storici instaurati col continente africano dalla Repubblica Popolare Cinese, dall’altro la situazione interna del terzo Stato toccato dalle acque del Nilo Azzurro e attore protagonista anche esso di questo dossier, il Sudan, sembra aver accelerato queste trattative.
La situazione sudanese
La situazione sudanese vede le forze governative radunate attorno ad Abdel Fattah Abdelrahman Al-Burhan generale delle forze armate sudanesi, contrapporsi a Mohamed Hamdan Dagalo Hemedti suo antico vice, uomo d’affari e capo delle RSF cioè forze costituite in maggioranza da tribù del Darfur e usate come corpo mercenario nel conflitto yemenita.
Questa contrapposizione nasce anche essa dagli appetiti Imperiali dell’occidente che hanno mantenuto strenuamente un controllo di classe di questi capi militari attraverso il mancato processo di transizione dopo il rivolgimento popolare del 2019 per contrastare i sentimenti anti-coloniali che avevano portato alla cacciata di Al Bashir.
Durante il colpo di stato dell’ottobre 2021, che pone fine alla transizione democratica successiva ai rivolgimenti popolari del 2019, l’esercito è stato affiancato dal gruppo paramilitare denominato Forze di Supporto Rapido (RSF), guidato dal generale Hemedti, poi vice di Al Burhan nella giunta militare al governo del Paese.
La situazione dopo questa data diventa subito molto critica considerando gli asprissimi scontri di piazza che hanno prodotto centinaia di morti.
Così nell’agosto dello scorso anno si arriva ad un “piano di transizione democratica” per l’installazione di un governo civile, che però vede affiorare subito tensioni tra l’esercito sudanese comandato da Al- Burhan e le formazioni guidate Dagalo Mehmeti, che sono contrarie ad una totale subordinazione dei comandi alla direzione insediata a Karthoum.
Ne scaturisce quindi un conflitto civile iniziato nell’aprile scorso, che ha visto concentrare le operazioni attorno alla capitale.
Oltre a questa situazione bisogna inoltre sommare i conflitti presenti nei distretti sudanesi del Nilo azzurro, nel territorio di al-fashaga, conteso all’Etiopia, e ovviamente nel Darfur.
Questa serie di interminabili conflitti ha prodotto numerose migrazioni che espandono le loro direttrici in tutte le direzioni, con una preferenza verso il bacino orientale del Mediterraneo, in particolare modo l’Egitto, che è legato a doppia mandata storicamente alla formazione del Sudan.
Ma per capire anche quelle che sono le difficoltà economiche e produttive di questo territorio dobbiamo fare menzione del processo che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan.
Dagli anni ’50 in poi, durante cioè il tartassato processo di decolonizzazione avvenuto sempre all'interno di forti interessamenti occidentali, il Sudan si è presentato con una forte spaccatura tra nord e sud.
Un nord più legato all’Egitto e al mondo arabo mussulmano ed un sud più legato all’Africa profonda e centro orientale, dove ha preso vita un importante movimento di liberazione, che riesce a raggiungere l’indipendenza nel 2011 dopo due guerre civili sudanesi (1955-1972 e 1983-2005) che strappano questo territorio a Karthoum.
In questa zona, avente propria sovranità da dodici anni, sono presenti le maggiori riserve petrolifere del paese, che però sono staccate dagli impianti di raffinazioni presenti principalmente al nord, ragione per cui si è dovuto arrivare ad un accordo che se pur flebile garantisce l’estrazione e la circolazione del greggio tra nord e sud oltreché la ripartizione degli utili che rappresentano una voce percentuale enorme per quanto riguarda l’esportazione plenaria di queste zone.
Un altra voce importante a fini economici e quindi sociali, relativa alla vita dei territori anche limitrofi, ha a che fare con le risorse d’acqua, in particolar modo con il controllo a valle del Nilo bianco.
I movimenti di liberazione del Sud Sudan e il governo provvisorio di Karthoum, raggiungono un accordo nell’ottobre del 2020, per quanto riguarda un cessate il fuoco plenario nelle zone interessate dalle tensioni belliche che sembra tenere nonostante la decisione di non partecipare all'assise da parte delle formazioni più importanti protagoniste della lotta per l indipendenza del Sud Sudan come l’esercito di liberazione del Sudan che denunciano un infiltrazione dei gruppi islamisti oltranzisti nelle compagini del nord.
Il Sudan nella contingenza attuale
La guerra civile che si sta consumando per il controllo della sovranità esercitata a Karthoum sta generando masse enormi di rifugiati che fuggono dal paese in varie direzioni.
L’Etiopia sta ospitando ad esempio sessantamila rifugiati, mentre l’Egitto, visto anche i legami storici col Sudan ne sta ospitando duecentocinquantamila.
Da questi dati allarmanti, che si legano alle situazioni prima descritte, si è arrivati quindi ad un tavolo chiamato proprio da Il Cairo, che ha visto partecipare Ciad, Africa centrale, Sudan meridionale, Etiopia ed Eritrea, per arrivare ad un cessate il fuoco.
Questo interessamento regionale arriva appena dopo il tentativo di mediazione dell’IGAD, cioè l’associazione degli stati del corno d’Africa sorta nel 1986 sotto spinta occidentale e presieduta anche dalla Commissione europea, che si è vista rifiutare dall’esercito regolare sudanese la possibilità di stanziare truppe extraterritoriali per garantire il cessate il fuoco, decisione questa presa dall’attuale establishment sudanese probabilmente perché intenzionato a non esacerbare i sentimenti anti-coloniali che avevano prodotto le insurrezioni popolari dell’aprile 2019.
Vista l’importanza della situazione a margine di questo incontro per aprire un dialogo sulla questione sudanese, il Cairo ed Addis Abeba, come detto all’inizio di questo commento, hanno deciso di riaprire il dialogo, dandosi anche un arco temporale congruo per sviluppare proposte ricevibili da entrambe le parti, come ad esempio un governo trilaterale riguardo il riempimento della diga, che ovvierebbe al problema economico derivante dall’abbassamento del livello delle acque così importanti per l’agricoltura egiziana e sudanese, guardando comunque al fabbisogno elettrico etiope, che, come detto inizialmente, ha una potenzialità molto grande, essendo le due centrali a ridosso della diga in grado di generare 5150 Mw costituendo così la più grande centrale elettrica del continente africano.
Conclusioni
Il “governo” diplomatico di questa questione, cioè un impostazione che tenda a togliere dalle possibilità di risoluzione dei problemi la guerra, è ancora molto incerto e pieno di difficoltà e dipenderà probabilmente anche da come si comporteranno gli stati occidentali che stanno caratterizzando l’attuale spinta alla militarizzazione nel contesto globale, se cioè le forze occidentali, che a più riprese si interessano di queste questioni, dalle potenze maggiori come gli Usa, regionali come la Turchia a quelle gregarie come la Francia e l’Italia (il viaggio della Meloni ad Addis Abeba, propagandato sotto il “titolo” mistificatore di “Piano Mattei” e che puntava ad ampliare determinati legami economico politici facendo perno sugli interessi presenti nel paese africano della Salini Impregilo ad esempio), decideranno di aggredire la zona, e quindi di esacerbare determinate tensioni e fratture mai sopite in questo quadrante o meno.
Ma se esistono chance in questo senso, che cioè tendano ad appianare le divergenze tra stati e quindi a scongiurare azioni militari, dobbiamo vedere come reagirà questa parte di “altro mondo”, se si arriverà ad una distensione iniziale – come per ora quella che sembra tenere tra Iran e Arabia Saudita – oppure i venti di guerra si ingrosseranno anche in questa importante parte di mondo sotto la spinta delle insegne imperialiste, sempre attente ad inserirsi e ad alimentare scontri razziali, confessionali o a spalleggiare qualche intraprendente borghesia compradora.
Fonte
Quando venne sviluppata la GERD, siamo attorno al 2011, l’intenzione era quella di costruire un impianto che fosse in grado di generare abbastanza energia elettrica per poter servire un territorio molto ampio, potenzialmente in grado di rifornire di elettricità una zona che valicasse i confini nazionali etiopi e andasse anche ad interfacciarsi con territori e popolazioni limitrofe sia in direzione est – abbracciando il Corno d’Africa – sia verso il continente africano a valle dell’orografia del Nilo azzurro, toccando poi le prime parti di quello più profondo.
Un genere di infrastruttura quindi con un impronta strategica, tale per cui, paesi importanti come l’Egitto, avente un peso abbastanza significativo nel bacino orientale del Mediterraneo, non potevano non generare una mediazione diplomatica.
Due paesi, l’Etiopia e l’Egitto, che oltre a rivestire storicamente una grande importanza regionale, erano e sono alle prese con problemi interni di prim’ordine: una crisi economica data da un inflazione galoppante, una necessità di investimenti per ristrutturare e costruire impianti produttivi ed infrastrutturali all’avanguardia.
Per l’Etiopia, inoltre, una guerra civile durata poco più di due anni contro le milizie della regione separatista del Tigray.
Vista questa situazione la diga acquista quindi un importanza ancora maggiore per la vita delle popolazioni e per la tenuta dei governi che dovrebbero rappresentarle.
Lo storico delle mediazioni diplomatiche che precede le decisioni degli ultimi giorni non lasciava intravvedere nulla di roseo.
Dopo la mancata mediazione avvenuta all’interno dell’Unione Africana e sotto il patrocinio degli Stati Uniti, si era addirittura arrivati a toni molto aspri tra Il Cairo e Addis Abeba, tanto che nell’ultimo incontro della Lega Araba, che – sotto pressione egiziana ha dovuto occuparsi della cosa – pur non essendone l’Etiopia un membro, ha visto Al Sisi aprire velatamente a reazioni anche militari, qualora non si fosse arrivati ad un accordo, quantomeno sul funzionamento della diga in fase di riempimento.
Da parte loro i dicasteri di Addis Abeba avevano sempre dichiarato la legittimità dell’opera in base alle regole internazionali, che non impediscono la costruzione di un infrastruttura sul territorio sovrano vista la potenzialità in termini di sviluppo del territorio stesso, ed anche in termini di sostenibilità ambientale.
Per questo la tensione era salita fino a livelli di guardia considerevoli.
Ma qualche giorno fa, dopo questo precedente che sembrava progredire verso frizioni sempre crescenti, è arrivata la notizia di un pre-accordo raggiunto tra Il Cairo e Addis Abeba che si impongono un percorso di quattro mesi per arrivare ad un intesa.
Per iniziare a sondare questo cambiamento nell’atteggiamento delle due nazioni dobbiamo andare a vedere più a fondo i loro rapporti internazionali.
Egitto
L’Egitto è un paese di importanza cardinale per quanto riguarda il territorio del Maghreb e il bacino orientale del Mediterraneo.
Nel 1952 un colpo di stato militare depone il re Farouk e instaura una repubblica basata sull’esercito che produrrà poi una costituzione, quella del 1971, che dota le alte cariche militari di importanti poteri costituzionali.
Durante il periodo delle primavere arabe, nel 2011, l’apparato militare burocratico egiziano, retto al tempo da Mubarak, viene spinto alle dimissioni.
Nel 2012 le elezioni vengono vinte da Morsi, candidato del Partito Giustizia e Libertà che segue la direzione dei Fratelli Mussulmani, direzione che ha breve vita, visto il rivolgimento militare del 2013 che porta al potere Al-Sisi.
Un cambiamento che, fondamentalmente, ripropone con qualche variazione l'impianto istituzionale previsto dalla costituzione del 1971.
Il governo Al Sisi è caratterizzato internamente da una situazione economica non idilliaca, che vede come priorità lo sfruttamento delle risorse gasifere del Mediterraneo orientale, un contenimento delle spinte secessioniste in Libia, innescate dall’intervento della NATO contro Gheddafi e un governo che tenga conto della situazione del Sudan, da sempre considerato il proprio “giardino di casa” da parte del Cairo, più le tensioni con l’Etiopia che costituiscono l’ argomento principale di questo articolo.
Per la gestione di queste situazioni Il Cairo ha cercato appoggio da entrambi i macro schieramenti che vediamo oggi sulla scena internazionale.
Da una parte l’Egitto media con Israele per mantenere lo status quo soprattutto riguardo la zona del Sinai, interessata dall’operare di formazioni jihadiste come il Wilayat Sinai cioè la branca egiziana del Daesh.
Una zona che riveste un importanza strategica per Il Cairo, visti i progetti che vorrebbero essere implementati per la ristrutturazione del canale di Suez.
Se questa mediazione pareva attrarre l’Egitto sempre più coerentemente verso le sfere di potere occidentale, le critiche rispetto al rivolgimento che ha deposto Morsi, le mancate mediazioni per quanto riguarda la questione del Nilo Azzurro e le interferenze libiche hanno prodotto spaccature tra Washington e Il Cairo che hanno portato alla non ratifica dei finanziamenti decisi a Camp David nel 1979.
Nonostante questo Al Sisi ha cercato più volte, per la natura della situazione economica egiziana, aiuto dal Fondo Monetario Internazionale come accennato più avanti.
Da un altra parte la partnership con l’Unione Europea sembra essere continuata, lato commerciale, più per una questione di mancanza di investimenti in Egitto che per altro, considerando che, come ricordano i casi Regeni e Zaki per parlare del rapporto tra Roma e Il Cairo, non sono mancati momenti di tensione.
Ma questa fame di investimenti ha portato anche ad un avvicinamento con altri attori internazionali, come la Cina e la Federazione Russa.
A livello regionale la Turchia ha rappresentato, almeno fino a qualche mese fa un avversario, visto il legame di Ankara con i Fratelli Mussulmani scalzati dal potere in Egitto proprio dal rivolgimento comandato da Al Sisi, mentre i rapporti con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, cioè con le cosiddette Monarchie del Golfo è stato ottimo fin dall’insediamento della giunta militare, avendo queste prestato dal 2013 al 2021 svariati miliardi di dollari per la ricostruzione produttiva egiziana (secondo alcun fonti occidentali non confermate i prestiti sarebbero a quota 100 miliardi), anche se, la mancanza di obbiettivi raggiunti nella vita economica egiziana ha prodotto forti critiche da parte dei dicasteri di Riyadh nell’aprile di quest’anno.
Etiopia
L’Etiopia, nella sua attuale configurazione, si presenta come uno stato formato da una sorta di federazione di differenti etnie, aventi una grandezza e un unione differenti fra loro, ma che sono formalmente sotto il governo centralizzato di Addis Abeba
Questa situazione, unita ad una storia ricchissima e molto corposa che comprende regni come quello di Aksum, ha garantito a questo territorio il sottrarsi al dominio occidentale, cosa unica nel continente africano, pur sviluppando situazioni di tensione enormi.
È il caso della regione nord occidentale del Tigray sotto il controllo del TPLF, che dopo aver avuto un ruolo determinante nella caduta del governo Derg (comitato provvisorio militare per l’Etiopia Socialista) presieduto da Menghitsu, dopo una lunga guerra civile dove incassò l’appoggio statunitense, ha formato dagli anni ’90 una sorta di ceto dirigenziale.
Dopo la salita al potere di Abiy Ahmed, e il suo conseguente tentativo di unificare il Fronte Democratico rivoluzionario del popolo etiope in un unico partito (il Partito della prosperità), il TPLF, membro di detta coalizione, non accetta tale decisione e si defila.
La contingenza COVID-19 nel 2020, unita alla tornata elettorale per le elezioni generali, insieme a questi pregressi determina una situazione per cui, i continui rinvii delle elezioni vengono interpretati da Makelle (“capitale” del Tigray ) e dal leader del TPLF Debertsion Gebremichael, come un tentativo illegittimo da parte di Abiy di accentrare ulteriormente il potere.
Arrivati a questo punto quindi, le milizie tigrine decidono di tenere comunque le elezioni sul proprio territorio, nonostante la non validità sancita da Addis Abeba, e attaccano all'inizio del novembre 2020 le unità del governo centrale nel territorio tigrino, requisendo importanti forniture militari e uccidendo svariati soldati di Addis Abeba.
Da qui ha inizio un conflitto che termina, almeno per quanto riguarda la sua intensità maggiore, solo lo scorso anno, attraverso una mediazione tra Addis Abeba e Makelle, che sembra aver portato la situazione ad un equilibrio, anche se continuano certe sacche di resistenza nel Tigray, probabilmente alimentate da gruppi di semplici banditi intenti ad arraffare ciò che possono dalla “coda” di questa questione.
Una situazione di equilibrio che sembra essere stata il frutto anche dell’intervento eritreo, che ha garantito militarmente (e pare stia ancora garantendo, almeno stando alle notizie frammentarie che giungono in occidente, attraverso lo stazionamento di truppe nei confini con l‘Etiopia settentrionale) questo cessate il fuoco.
Ma la natura inter-etnica e contrastiva che abbiamo in Etiopia non sembra placare le tensioni, considerando ad esempio i mal di pancia che paiono crescenti nell’etnia Oromo, che attraverso le proprie strutture politiche non sembra essere contenta della nuova strutturazione raggiunta, dove pensava si arrivasse ad un maggior peso della più grande entità etiope attualmente presente nello stato nazionale con capitale Addis Abeba sotto il governo Ahmed, ma che ora non è più tanto convinta dell’operato del presidente.
Un qualcosa che potrebbe scatenare altre tensioni razziali, purtroppo numerose nell’antico regno di Aksum, anche se gli Oromo non paiono così unitari come per quanto riguarda l’etnia tigré.
Le contingenze attuali nel quadro regionale
L’Egitto, come detto, è in una fase di crisi economica e Al Sisi dalla sua salita al potere ha cercato di ovviare alla fame di investimenti esteri chiamando il Fondo Monetario Internazionale.
All’ultima tornata l’FMI ha stipulato un accordo con Il Cairo per 3 miliardi di dollari, facendo seguire a questa linea di credito varie condizioni tra cui una maggiore fluttuazione dei tassi d'interesse, una decentralizzazione dello stato nella vita economica del paese, che in Egitto significa in concreto esautorare l’establishment legato ad Al Sisi, cioè una delle parti principali sulle quali è fondato il suo potere.
Questo ovviamente dovrebbe essere propedeutico all’instaurazione di un economia trainata dalla logica privata per ovviare alla crisi, che già sotto l’attuale establishment ha visto un aumento dei tassi di interesse.
Una strada, questa, non graditissima ad Al Sisi che deve costruire infrastrutture per ammodernare il paese, facendo fronte a costi che attualmente non sembrano alla portata dell'economia egiziana.
L’Etiopia, anche essa alle prese con problemi simili, almeno nell’ambito produttivo, ha avuto un maggior supporto da parte della Cina, che nel secondo stato più popoloso dell’Africa ha attivato partnership economiche da tanto tempo, relazioni bilaterali che hanno passato la storia dell’unico paese africano a non essere mai stato sottomesso dai colonizzatori occidentali e continua tutt’oggi, sia nella collaborazione nell’ambito industriale, come la formazione di industrie tessili nelle aree limitrofe ad Addis Abeba, sia lato infrastrutturale, come i finanziamenti per la costruzione del tratto ferroviario che collega la capitale etiope a Djibouti o quelli relativi, anche se non maggioritari, alla GERD.
Una collaborazione senza condizioni legata alla condotta in politica economica, al contrario delle proposte occidentali incassate da Il Cairo, che ora può guardare anche ad una possibile collaborazione con Pechino, già attiva nell’apertura di linee di credito per la costruzione della nuova capitale amministrativa.
Così come può rivolgersi al Cremlino per raggiungere accordi bilaterali riguardanti i rifornimenti alimentari e il commercio relativo tra i due paesi, un qualcosa di indubbio carattere strategico se consideriamo che la popolazione egiziana produce molto meno di ciò che abitualmente consuma.
Un opportunità, quella aperta dal poco appeal occidentale, che ha visto giocare al tavolo anche un altra potenza regionale che negli ultimi giorni ha fatto discutere riguardo gli atteggiamenti tenuti all’ultima tornata degli incontri dell’alleanza Atlantica a Vilnius, cioè la Turchia.
La Turchia ha sempre mantenuto nei confronti dell’Egitto post 2013, un atteggiamento di chiusura totale, come testimoniato, oltre alle numerose uscite al veleno tra Ankara e Il Cairo, anche dall’assenza di relazioni diplomatiche ufficiali negli ultimi dieci anni.
Ma è notizia di una settimana fa della volontà bilaterale di riaprire queste sedi diplomatiche e proseguire il rapporto fondandolo sul confronto piuttosto che facendo muro contro muro come nell’ultimo decennio.
Una Turchia che nella questione del GERD era sempre stata più vicina, quindi, ad Addis Abeba, anche grazie alla rete culturale messa in piedi da Fetullah Gulen e poi occupata dopo il 2016 dai gruppi legati all’AKP, in una situazione in cui Il Cairo preoccupava Ankara sia in ottica Libia, sia in ottica riserve di gas nel bacino orientale del Mediterraneo, uno dei dossier sui quali i dicasteri di entrambi i paesi hanno dichiarato di voler raggiungere accordi che tengano conto degli interessi rispettivi di entrambe le parti.
Se da una parte quindi le necessità legate allo sviluppo di sistemi produttivi arretrati poiché interessati storicamente, a differenti intensità, dello stato di colonizzazione e semi colonizzazione che ha contraddistinto la sponda sud del Mediterraneo e l’Africa stanno portando all’apertura di un dialogo, garantito materialmente dai rapporti storici instaurati col continente africano dalla Repubblica Popolare Cinese, dall’altro la situazione interna del terzo Stato toccato dalle acque del Nilo Azzurro e attore protagonista anche esso di questo dossier, il Sudan, sembra aver accelerato queste trattative.
La situazione sudanese
La situazione sudanese vede le forze governative radunate attorno ad Abdel Fattah Abdelrahman Al-Burhan generale delle forze armate sudanesi, contrapporsi a Mohamed Hamdan Dagalo Hemedti suo antico vice, uomo d’affari e capo delle RSF cioè forze costituite in maggioranza da tribù del Darfur e usate come corpo mercenario nel conflitto yemenita.
Questa contrapposizione nasce anche essa dagli appetiti Imperiali dell’occidente che hanno mantenuto strenuamente un controllo di classe di questi capi militari attraverso il mancato processo di transizione dopo il rivolgimento popolare del 2019 per contrastare i sentimenti anti-coloniali che avevano portato alla cacciata di Al Bashir.
Durante il colpo di stato dell’ottobre 2021, che pone fine alla transizione democratica successiva ai rivolgimenti popolari del 2019, l’esercito è stato affiancato dal gruppo paramilitare denominato Forze di Supporto Rapido (RSF), guidato dal generale Hemedti, poi vice di Al Burhan nella giunta militare al governo del Paese.
La situazione dopo questa data diventa subito molto critica considerando gli asprissimi scontri di piazza che hanno prodotto centinaia di morti.
Così nell’agosto dello scorso anno si arriva ad un “piano di transizione democratica” per l’installazione di un governo civile, che però vede affiorare subito tensioni tra l’esercito sudanese comandato da Al- Burhan e le formazioni guidate Dagalo Mehmeti, che sono contrarie ad una totale subordinazione dei comandi alla direzione insediata a Karthoum.
Ne scaturisce quindi un conflitto civile iniziato nell’aprile scorso, che ha visto concentrare le operazioni attorno alla capitale.
Oltre a questa situazione bisogna inoltre sommare i conflitti presenti nei distretti sudanesi del Nilo azzurro, nel territorio di al-fashaga, conteso all’Etiopia, e ovviamente nel Darfur.
Questa serie di interminabili conflitti ha prodotto numerose migrazioni che espandono le loro direttrici in tutte le direzioni, con una preferenza verso il bacino orientale del Mediterraneo, in particolare modo l’Egitto, che è legato a doppia mandata storicamente alla formazione del Sudan.
Ma per capire anche quelle che sono le difficoltà economiche e produttive di questo territorio dobbiamo fare menzione del processo che ha portato all’indipendenza del Sud Sudan.
Dagli anni ’50 in poi, durante cioè il tartassato processo di decolonizzazione avvenuto sempre all'interno di forti interessamenti occidentali, il Sudan si è presentato con una forte spaccatura tra nord e sud.
Un nord più legato all’Egitto e al mondo arabo mussulmano ed un sud più legato all’Africa profonda e centro orientale, dove ha preso vita un importante movimento di liberazione, che riesce a raggiungere l’indipendenza nel 2011 dopo due guerre civili sudanesi (1955-1972 e 1983-2005) che strappano questo territorio a Karthoum.
In questa zona, avente propria sovranità da dodici anni, sono presenti le maggiori riserve petrolifere del paese, che però sono staccate dagli impianti di raffinazioni presenti principalmente al nord, ragione per cui si è dovuto arrivare ad un accordo che se pur flebile garantisce l’estrazione e la circolazione del greggio tra nord e sud oltreché la ripartizione degli utili che rappresentano una voce percentuale enorme per quanto riguarda l’esportazione plenaria di queste zone.
Un altra voce importante a fini economici e quindi sociali, relativa alla vita dei territori anche limitrofi, ha a che fare con le risorse d’acqua, in particolar modo con il controllo a valle del Nilo bianco.
I movimenti di liberazione del Sud Sudan e il governo provvisorio di Karthoum, raggiungono un accordo nell’ottobre del 2020, per quanto riguarda un cessate il fuoco plenario nelle zone interessate dalle tensioni belliche che sembra tenere nonostante la decisione di non partecipare all'assise da parte delle formazioni più importanti protagoniste della lotta per l indipendenza del Sud Sudan come l’esercito di liberazione del Sudan che denunciano un infiltrazione dei gruppi islamisti oltranzisti nelle compagini del nord.
Il Sudan nella contingenza attuale
La guerra civile che si sta consumando per il controllo della sovranità esercitata a Karthoum sta generando masse enormi di rifugiati che fuggono dal paese in varie direzioni.
L’Etiopia sta ospitando ad esempio sessantamila rifugiati, mentre l’Egitto, visto anche i legami storici col Sudan ne sta ospitando duecentocinquantamila.
Da questi dati allarmanti, che si legano alle situazioni prima descritte, si è arrivati quindi ad un tavolo chiamato proprio da Il Cairo, che ha visto partecipare Ciad, Africa centrale, Sudan meridionale, Etiopia ed Eritrea, per arrivare ad un cessate il fuoco.
Questo interessamento regionale arriva appena dopo il tentativo di mediazione dell’IGAD, cioè l’associazione degli stati del corno d’Africa sorta nel 1986 sotto spinta occidentale e presieduta anche dalla Commissione europea, che si è vista rifiutare dall’esercito regolare sudanese la possibilità di stanziare truppe extraterritoriali per garantire il cessate il fuoco, decisione questa presa dall’attuale establishment sudanese probabilmente perché intenzionato a non esacerbare i sentimenti anti-coloniali che avevano prodotto le insurrezioni popolari dell’aprile 2019.
Vista l’importanza della situazione a margine di questo incontro per aprire un dialogo sulla questione sudanese, il Cairo ed Addis Abeba, come detto all’inizio di questo commento, hanno deciso di riaprire il dialogo, dandosi anche un arco temporale congruo per sviluppare proposte ricevibili da entrambe le parti, come ad esempio un governo trilaterale riguardo il riempimento della diga, che ovvierebbe al problema economico derivante dall’abbassamento del livello delle acque così importanti per l’agricoltura egiziana e sudanese, guardando comunque al fabbisogno elettrico etiope, che, come detto inizialmente, ha una potenzialità molto grande, essendo le due centrali a ridosso della diga in grado di generare 5150 Mw costituendo così la più grande centrale elettrica del continente africano.
Conclusioni
Il “governo” diplomatico di questa questione, cioè un impostazione che tenda a togliere dalle possibilità di risoluzione dei problemi la guerra, è ancora molto incerto e pieno di difficoltà e dipenderà probabilmente anche da come si comporteranno gli stati occidentali che stanno caratterizzando l’attuale spinta alla militarizzazione nel contesto globale, se cioè le forze occidentali, che a più riprese si interessano di queste questioni, dalle potenze maggiori come gli Usa, regionali come la Turchia a quelle gregarie come la Francia e l’Italia (il viaggio della Meloni ad Addis Abeba, propagandato sotto il “titolo” mistificatore di “Piano Mattei” e che puntava ad ampliare determinati legami economico politici facendo perno sugli interessi presenti nel paese africano della Salini Impregilo ad esempio), decideranno di aggredire la zona, e quindi di esacerbare determinate tensioni e fratture mai sopite in questo quadrante o meno.
Ma se esistono chance in questo senso, che cioè tendano ad appianare le divergenze tra stati e quindi a scongiurare azioni militari, dobbiamo vedere come reagirà questa parte di “altro mondo”, se si arriverà ad una distensione iniziale – come per ora quella che sembra tenere tra Iran e Arabia Saudita – oppure i venti di guerra si ingrosseranno anche in questa importante parte di mondo sotto la spinta delle insegne imperialiste, sempre attente ad inserirsi e ad alimentare scontri razziali, confessionali o a spalleggiare qualche intraprendente borghesia compradora.
Fonte
13/07/2023
Informazione di guerra: l’arma più letale della Nato
di Giorgio Ferrari
La campagna di disinformazione sui danneggiamenti alle infrastrutture civili presenti in territorio ucraino non conosce sosta da parte di quasi tutti i paesi aderenti alla Nato, con l’Italia in testa. A tenere banco sono, ancora una volta, la diga di Kakhovska e la centrale nucleare di Zaporizhzhia per le quali si addebita ai russi ogni responsabilità per quanto già accaduto o che potrebbe ancora accadere.
Diga di Kakhovska
A dare manforte all’accusa di ecocidio verso la Russia per aver distrutto la diga di Kakhovska, sono recentemente intervenuti il New York Times e Greta Thunberg.
Il più noto quotidiano del mondo si è spinto a scrivere un articolo dal titolo “Perché le prove suggeriscono che la Russia abbia fatto saltare in aria la diga di Kakhovka”[1], dove invece che delle “prove” si esibiscono una serie di congetture che dovrebbero avvalorare l’assunto del titolo.
Si comincia con l’affermare che la diga in questione, essendo stata costruita dall’URSS nel periodo della guerra fredda, fu concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno: ergo nessun bombardamento avrebbe potuto abbatterla.
Conseguentemente la sua distruzione non può che essere avvenuta con delle mine appositamente collocate nei punti deboli della diga e siccome il progetto originario era russo, solo i russi possono sapere dove si trovano questi punti deboli che l’articolo del NYT individua nel cunicolo di ispezione del basamento della diga.
Cominciamo con lo smontare l’assunto hollywoodiano che la diga in questione sia stata concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno secondo la logica che tutto ciò che si realizzava nell’URSS era ispirato alla guerra: la diga di Kakhovska è più robusta di tutte le altre che insistono sul fiume Dnieper non perché costruita durante la guerra fredda (anche le altre lo furono), ma perché essa racchiude il volume di acqua più grande di tutti e sei i bacini esistenti in territorio ucraino (18 miliardi di m³ di acqua, paragonabili al volume del Lago di Como) e siccome è una diga a gravità deve bilanciare la spinta di questa massa di acqua con il proprio peso e con un volume di calcestruzzo non molto diverso da quello dell’acqua invasabile a monte.
Quanto al fatto che solo i russi – in quanto progettisti dell’opera – conoscono i segreti della diga, è una badiale sciocchezza, non solo perché nel progetto iniziale parteciparono anche gli ingegneri ucraini di Ukrhydroproject, ma soprattutto perché dalla costruzione della diga in poi (anni ‘50 del secolo scorso) l’esercizio della diga e della centrale elettrica passò sotto l’amministrazione ucraina che quindi ha avuto tutto il tempo di conoscerne ogni dettaglio costruttivo.
Infine l’ipotesi (data praticamente per certa) che la distruzione della diga sia stata causata dai russi che avrebbero minato il cunicolo di ispezione.
Questi cunicoli sono concepiti per la sicurezza delle dighe, sia ospitando – in apposite nicchie – una serie di strumenti di misura, sia per consentire ispezioni visive su possibili cedimenti strutturali, infiltrazioni di acqua o crepe non altrimenti rilevabili. Si tratta di camminamenti angusti (1,4 m di larghezza per 2-2,2 m di altezza) che hanno un accesso assai impervio (in genere pozzi verticali grandi come un passo d’uomo) ed attraversano tutta la diga in prossimità del piede, avendo intorno e sopra di loro il peso di milioni di tonnellate di calcestruzzo armato con gabbie di ferro molto fitte e spesse.
Praticamente il luogo meno indicato per trasportavi esplosivo e, soprattutto, non il “tallone di Achille della diga” (come sostiene l’articolo del NYT) ma il luogo decisamente più robusto.
Prova ne sia che i casi documentati[2] di attacchi a dighe dalla II guerra mondiale in poi, si riducono a 5 tutti condotti dall’esterno e solo in un caso (diga di Peruca – Croazia 1993) si trattò di attacco dovuto a mine poste nel cunicolo di ispezione: ma la diga di Peruca era costruita in rockfill (materiali sciolti, non cemento armato) e quindi facilmente danneggiabile con cariche esplosive interne. Nei restanti 4 casi l’attacco fu portato alla sommità della diga dove è più facile danneggiarne la struttura, peraltro intervallata dalle paratie mobili. Particolarmente efficaci, durante la II guerra mondiale, furono gli attacchi compiuti dalla RAF contro le dighe esistenti in Germania, tra cui quelle di Eder, Sorpe e Möhne, con l’impiego delle cosiddette “roll bombs”.
Se questi erano i risultati raggiunti con gli armamenti della II guerra mondiale, figuriamoci di cosa possono essere capaci i moderni sistema d’arma, forniti all’Ucraina dai paesi Nato.
Infine c’è da considerare (come ho già scritto qui) che i maggiori danni provocati dall’onda di piena susseguente alla distruzione della diga di Kakhovska si sono avuti nella parte occupata dai russi, mentre ora il danno viene dal fatto che il fiume è praticamente in secca. L’ultima diga operativa sul Dnieper infatti (quella di Zaporizhzhia), è controllata dall’Ucraina che la sta gestendo in modo da provocare quanti più danni possibili ai russi. Per rendersene conto basta confrontare le foto:
dove la prima, scattata il 30 giugno scorso immediatamente a valle della diga, fa vedere che la portata del fiume è talmente bassa da far emergere numerose isolette prima sommerse, mentre la figura 6 è del 2005. L’abbassamento del livello del fiume di 4-5 metri, oltre a compromettere seriamente il raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia (controllata dai russi), impedisce il funzionamento dell’opera di captazione posta a ridosso della diga di Kakhovska
da cui si diparte il grande canale della Crimea, oggi praticamente all’asciutto, che dopo un percorso di oltre 400 km arriva alla città di Kerch, all’estremità orientale della penisola di Crimea.
A questa campagna denigratoria e mistificante del NYT, si accompagna l’atteggiamento di Greta Thumberg la quale, pur non avendo mai preso posizione esplicita contro l’invio di armi in Ukraina nè contro l’energia nucleare – verso la quale si è mostrata possibilista, come quando il governo tedesco procrastinò di alcuni mesi la messa fuori servizio dell’ultima centrale nucleare – ha sempre sfruttato ogni occasione per accusare Cina e Russia di essere i maggiori nemici dell’ambiente. Subito dopo la distruzione della diga di Kakhovska non ha esitato a far proprie le accuse contro i russi (il 15 giugno partecipò ad una manifestazione di ucraini che protestavano contro la Russia, presso la sede dell’ONU a Bonn) e ad appoggiare la politica di Zelenski, fino a contribuire alla creazione di un nuovo organismo che si occupa dei problemi ambientali creati dalla guerra in Ucraina: l’International Working Group on the Environmental Consequences of War, di cui fanno parte anche Margot Wallström (ex vice primo ministro del governo svedese) e Mary Robinson (ex presidente dell’Irlanda).
Gli obiettivi del gruppo di lavoro sono: la valutazione dei danni ambientali causati dalla guerra, la formulazione di meccanismi per ritenere che la Russia ne è responsabile e l’impegno per ripristinare l’ecologia dell’Ucraina.
In concomitanza della prima riunione del Gruppo di lavoro, tenutasi a Kiev lo scorso 29 giugno, Greta Thunberg ha incontrato Zelensky
e nella conferenza stampa successiva all’incontro, a proposito della distruzione della diga di Kakhovska, ha detto di non ritenere sufficiente la reazione del mondo a questo ecocidio, aggiungendo che “La Russia, con le sue azioni, prende deliberatamente di mira l’ambiente, e agisce contro il sostentamento delle persone. Nessuno di noi dovrebbe ignorare le cose terribili che stanno accadendo in Ucraina, i crimini che la Russia sta commettendo.”[3]
Centrale nucleare di Zaporizhzhia
Occupata dalle truppe russe ai primi di marzo del 2022, è l’installazione civile che ha sempre destato maggiore preoccupazione a livello internazionale, grazie anche ad una campagna di informazione volta a sostenere che, con l’occupazione dell’impianto, la Russia stava minacciando l’Occidente di una catastrofe nucleare. Nonostante l’ispezione effettuata dall’IAEA nel febbraio 2023, che da quella data mantiene permanentemente suo personale presso l’impianto, questa campagna non ha mai cessato di alimentarsi raggiungendo il culmine fra maggio e giugno 2023.
Il 19 maggio 2023 si è tenuta a Hiroshima la riunione del G7. Nel comunicato finale si legge, tra l’altro: “Esprimiamo la nostra più grave preoccupazione per l’irresponsabile sequestro e militarizzazione da parte della della Russia della centrale nucleare di Zaporizhzhya (ZNPP)”.
Nel mese di giugno 2023 Zelenski ha ripetutamente sostenuto di avere le prove che i russi avevano minato la centrale di Zaporizhzhia, mentre il capo dell’intelligence della difesa ucraina, Kyrylo Budanov, dichiarava che i russi avevano completato i preparativi per un possibile attacco terroristico alla centrale, avendo posto esplosivi su quattro dei sei reattori presenti e che, addirittura, avevano iniziato ad allontanare il personale tecnico dall’impianto nell’imminenza di questo attentato.
Contestualmente negli Usa, il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal presentavano al Congresso[4] una proposta di risoluzione volta a stabilire che qualsiasi uso di armi nucleari tattiche da parte della Federazione Russa, della Bielorussia “o per delega della Russia”, o il danneggiamento di un impianto nucleare che provochi l’ingresso di elementi radioattivi in territorio di paesi membri della NATO causando gravi danni, dovrebbe essere considerato un attacco all’Alleanza atlantica e quindi motivo di attivazione dell’art 5 del trattato (intervento militare di tutta l’alleanza).
A nulla sono valse le dichiarazioni dell’IAEA (presente sull’impianto) che smentivano la presenza di esplosivo (meno che mai le proteste della Russia): i grandi organi di informazione – in primis il servizio pubblico della RAI – le hanno ignorate, preferendo mandare in onda servizi che illustravano come in Ucraina si stanno predisponendo ad affrontare una emergenza nucleare con tanto di distribuzione di iodio alla popolazione ed esercitazioni di decontaminazione.
Fin dallo scorso anno scrissi che l’occupazione di Chernobil e Zaporizhzhia non aveva uno scopo distruttivo, bensì quello di proteggere questi siti da azioni di sabotaggio e/o di tentativi di uso “improprio” (come la fabbricazione di una bomba sporca) che i russi temono fortemente.
Da dove viene questa preoccupazione? Storicamente dal fatto che l’Ucraina, dopo la Russia, era la repubblica sovietica con più armamenti nucleari dell’Urss e aveva una tradizione di alto profilo scientifico nelle ricerche nucleari, civili e militari: l’istituto di fisica di Charkiv è sempre stato all’avanguardia in questo settore. Operativamente dal fatto che la security nucleare in Ucraina non è affidabile: nel 2014 proprio la Centrale di Zaporizhzhia fu oggetto di un tentativo di assalto da parte di un gruppo armato facente capo al movimento nazista Pravi Sector e nel 2021 un rapporto della OECD ha messo in luce la diffusa corruzione esistente in tutto il settore dell’energia, ivi compreso quello nucleare dove, secondo un rapporto redatto nel 2021 dalla DSA[5] (Autorità di sicurezza nucleare della Norvegia) sono state registrate 37 denunce alla IAEA di traffico illecito di materiali radioattivi nel 2017, 26 denunce nel 2018, 35 denunce nel 2019 e 19 denunce nel 2020. Senza contare il precedente del 1994 quando, durante una ispezione dell’IAEA presso l’Istituto Charkiv della sunnominata città, furono rinvenuti 75 Kg di uranio 235 arricchito al 90% provenienti, molto probabilmente, dagli impianti di arricchimento ex sovietici.
Se oggi accadesse che una bomba nucleare sporca contenente modeste quantità di quel materiale (sfuggiti o sottratti ai controlli) esplodesse in Ucraina o in un altro paese della Nato, la colpa ricadrebbe sulla Russia, perché dall’analisi dei contaminanti è possibile risalire all’impianto che ha fabbricato l’U235 che, per le cose dette in precedenza, risulterebbe essere uno di quelli che oggi figurano di proprietà della Federazione russa.
Il rinnovato allarmismo di Zelenski su Zaporizhzhia viene, non a caso, dopo che la campagna di disinformazione sulla distruzione della diga di Kakhovska è riuscita ad addossarne la responsabilità alla Russia: a questo punto il terreno è pronto per montare un “incidente nucleare” che porti la Nato direttamente in guerra. È una strada senza ritorno che non si combatte tanto sul piano degli armamenti, quanto su quello dell’informazione, costruendo passo dopo passo l’immagine del nemico assoluto dell’umanità, contro cui ogni azione è legittima.
È già successo vent’anni fa quando fu condotta la guerra contro l’Iraq sulla base di false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa.
Stavolta è anche peggio e non possiamo assolutamente permetterci di vedere come va a finire. L’indignazione, la denuncia per l’assenza di obiettività (non oso nemmeno parlare di verità) degli organi di informazione, non bastano più. È tempo di mobilitarsi concretamente contro questo regime di falsità e di intimidazione, il cui solo scopo è quello di allontanare la pace e legittimare la guerra.
Note
[1] https://www.nytimes.com/interactive/2023/06/16/world/europe/ukraine-kakhovka-dam-collapse.html?auth=register-google
[2] https://www.iwm.org.uk/history/the-incredible-story-of-the-dambusters-raid
[3] https://www.reuters.com/world/europe/greta-thunberg-slams-world-response-dam-collapse-ecocide-during-kyiv-visit-2023-06-29/
https://www.president.gov.ua/en/news/u-kiyevi-vidbulosya-pershe-zasidannya-mizhnarodnoyi-robochoy-83949
[4] https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/06/23/7408120/
[5] https://dsa.no/publikasjoner/_/attachment/inline/7b550a3b-2d29-41c4-abb5-e7e939d8b8e6:2dcbd595ccccfe6ce65c59d2d0f673900ecf2fa8/DSA%20Report%2001-2022%20Ukrainian%20Regulatory%20Threat%20Assessment%202021.pdf
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La campagna di disinformazione sui danneggiamenti alle infrastrutture civili presenti in territorio ucraino non conosce sosta da parte di quasi tutti i paesi aderenti alla Nato, con l’Italia in testa. A tenere banco sono, ancora una volta, la diga di Kakhovska e la centrale nucleare di Zaporizhzhia per le quali si addebita ai russi ogni responsabilità per quanto già accaduto o che potrebbe ancora accadere.
Diga di Kakhovska
A dare manforte all’accusa di ecocidio verso la Russia per aver distrutto la diga di Kakhovska, sono recentemente intervenuti il New York Times e Greta Thunberg.
Il più noto quotidiano del mondo si è spinto a scrivere un articolo dal titolo “Perché le prove suggeriscono che la Russia abbia fatto saltare in aria la diga di Kakhovka”[1], dove invece che delle “prove” si esibiscono una serie di congetture che dovrebbero avvalorare l’assunto del titolo.
Si comincia con l’affermare che la diga in questione, essendo stata costruita dall’URSS nel periodo della guerra fredda, fu concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno: ergo nessun bombardamento avrebbe potuto abbatterla.
Conseguentemente la sua distruzione non può che essere avvenuta con delle mine appositamente collocate nei punti deboli della diga e siccome il progetto originario era russo, solo i russi possono sapere dove si trovano questi punti deboli che l’articolo del NYT individua nel cunicolo di ispezione del basamento della diga.
Cominciamo con lo smontare l’assunto hollywoodiano che la diga in questione sia stata concepita per resistere a qualsiasi attacco esterno secondo la logica che tutto ciò che si realizzava nell’URSS era ispirato alla guerra: la diga di Kakhovska è più robusta di tutte le altre che insistono sul fiume Dnieper non perché costruita durante la guerra fredda (anche le altre lo furono), ma perché essa racchiude il volume di acqua più grande di tutti e sei i bacini esistenti in territorio ucraino (18 miliardi di m³ di acqua, paragonabili al volume del Lago di Como) e siccome è una diga a gravità deve bilanciare la spinta di questa massa di acqua con il proprio peso e con un volume di calcestruzzo non molto diverso da quello dell’acqua invasabile a monte.
Quanto al fatto che solo i russi – in quanto progettisti dell’opera – conoscono i segreti della diga, è una badiale sciocchezza, non solo perché nel progetto iniziale parteciparono anche gli ingegneri ucraini di Ukrhydroproject, ma soprattutto perché dalla costruzione della diga in poi (anni ‘50 del secolo scorso) l’esercizio della diga e della centrale elettrica passò sotto l’amministrazione ucraina che quindi ha avuto tutto il tempo di conoscerne ogni dettaglio costruttivo.
Infine l’ipotesi (data praticamente per certa) che la distruzione della diga sia stata causata dai russi che avrebbero minato il cunicolo di ispezione.
Questi cunicoli sono concepiti per la sicurezza delle dighe, sia ospitando – in apposite nicchie – una serie di strumenti di misura, sia per consentire ispezioni visive su possibili cedimenti strutturali, infiltrazioni di acqua o crepe non altrimenti rilevabili. Si tratta di camminamenti angusti (1,4 m di larghezza per 2-2,2 m di altezza) che hanno un accesso assai impervio (in genere pozzi verticali grandi come un passo d’uomo) ed attraversano tutta la diga in prossimità del piede, avendo intorno e sopra di loro il peso di milioni di tonnellate di calcestruzzo armato con gabbie di ferro molto fitte e spesse.
Praticamente il luogo meno indicato per trasportavi esplosivo e, soprattutto, non il “tallone di Achille della diga” (come sostiene l’articolo del NYT) ma il luogo decisamente più robusto.
Prova ne sia che i casi documentati[2] di attacchi a dighe dalla II guerra mondiale in poi, si riducono a 5 tutti condotti dall’esterno e solo in un caso (diga di Peruca – Croazia 1993) si trattò di attacco dovuto a mine poste nel cunicolo di ispezione: ma la diga di Peruca era costruita in rockfill (materiali sciolti, non cemento armato) e quindi facilmente danneggiabile con cariche esplosive interne. Nei restanti 4 casi l’attacco fu portato alla sommità della diga dove è più facile danneggiarne la struttura, peraltro intervallata dalle paratie mobili. Particolarmente efficaci, durante la II guerra mondiale, furono gli attacchi compiuti dalla RAF contro le dighe esistenti in Germania, tra cui quelle di Eder, Sorpe e Möhne, con l’impiego delle cosiddette “roll bombs”.
Se questi erano i risultati raggiunti con gli armamenti della II guerra mondiale, figuriamoci di cosa possono essere capaci i moderni sistema d’arma, forniti all’Ucraina dai paesi Nato.
Infine c’è da considerare (come ho già scritto qui) che i maggiori danni provocati dall’onda di piena susseguente alla distruzione della diga di Kakhovska si sono avuti nella parte occupata dai russi, mentre ora il danno viene dal fatto che il fiume è praticamente in secca. L’ultima diga operativa sul Dnieper infatti (quella di Zaporizhzhia), è controllata dall’Ucraina che la sta gestendo in modo da provocare quanti più danni possibili ai russi. Per rendersene conto basta confrontare le foto:
dove la prima, scattata il 30 giugno scorso immediatamente a valle della diga, fa vedere che la portata del fiume è talmente bassa da far emergere numerose isolette prima sommerse, mentre la figura 6 è del 2005. L’abbassamento del livello del fiume di 4-5 metri, oltre a compromettere seriamente il raffreddamento della centrale nucleare di Zaporizhzhia (controllata dai russi), impedisce il funzionamento dell’opera di captazione posta a ridosso della diga di Kakhovska
da cui si diparte il grande canale della Crimea, oggi praticamente all’asciutto, che dopo un percorso di oltre 400 km arriva alla città di Kerch, all’estremità orientale della penisola di Crimea.
A questa campagna denigratoria e mistificante del NYT, si accompagna l’atteggiamento di Greta Thumberg la quale, pur non avendo mai preso posizione esplicita contro l’invio di armi in Ukraina nè contro l’energia nucleare – verso la quale si è mostrata possibilista, come quando il governo tedesco procrastinò di alcuni mesi la messa fuori servizio dell’ultima centrale nucleare – ha sempre sfruttato ogni occasione per accusare Cina e Russia di essere i maggiori nemici dell’ambiente. Subito dopo la distruzione della diga di Kakhovska non ha esitato a far proprie le accuse contro i russi (il 15 giugno partecipò ad una manifestazione di ucraini che protestavano contro la Russia, presso la sede dell’ONU a Bonn) e ad appoggiare la politica di Zelenski, fino a contribuire alla creazione di un nuovo organismo che si occupa dei problemi ambientali creati dalla guerra in Ucraina: l’International Working Group on the Environmental Consequences of War, di cui fanno parte anche Margot Wallström (ex vice primo ministro del governo svedese) e Mary Robinson (ex presidente dell’Irlanda).
Gli obiettivi del gruppo di lavoro sono: la valutazione dei danni ambientali causati dalla guerra, la formulazione di meccanismi per ritenere che la Russia ne è responsabile e l’impegno per ripristinare l’ecologia dell’Ucraina.
In concomitanza della prima riunione del Gruppo di lavoro, tenutasi a Kiev lo scorso 29 giugno, Greta Thunberg ha incontrato Zelensky
e nella conferenza stampa successiva all’incontro, a proposito della distruzione della diga di Kakhovska, ha detto di non ritenere sufficiente la reazione del mondo a questo ecocidio, aggiungendo che “La Russia, con le sue azioni, prende deliberatamente di mira l’ambiente, e agisce contro il sostentamento delle persone. Nessuno di noi dovrebbe ignorare le cose terribili che stanno accadendo in Ucraina, i crimini che la Russia sta commettendo.”[3]
Centrale nucleare di Zaporizhzhia
Occupata dalle truppe russe ai primi di marzo del 2022, è l’installazione civile che ha sempre destato maggiore preoccupazione a livello internazionale, grazie anche ad una campagna di informazione volta a sostenere che, con l’occupazione dell’impianto, la Russia stava minacciando l’Occidente di una catastrofe nucleare. Nonostante l’ispezione effettuata dall’IAEA nel febbraio 2023, che da quella data mantiene permanentemente suo personale presso l’impianto, questa campagna non ha mai cessato di alimentarsi raggiungendo il culmine fra maggio e giugno 2023.
Il 19 maggio 2023 si è tenuta a Hiroshima la riunione del G7. Nel comunicato finale si legge, tra l’altro: “Esprimiamo la nostra più grave preoccupazione per l’irresponsabile sequestro e militarizzazione da parte della della Russia della centrale nucleare di Zaporizhzhya (ZNPP)”.
Nel mese di giugno 2023 Zelenski ha ripetutamente sostenuto di avere le prove che i russi avevano minato la centrale di Zaporizhzhia, mentre il capo dell’intelligence della difesa ucraina, Kyrylo Budanov, dichiarava che i russi avevano completato i preparativi per un possibile attacco terroristico alla centrale, avendo posto esplosivi su quattro dei sei reattori presenti e che, addirittura, avevano iniziato ad allontanare il personale tecnico dall’impianto nell’imminenza di questo attentato.
Contestualmente negli Usa, il senatore repubblicano Lindsey Graham e il democratico Richard Blumenthal presentavano al Congresso[4] una proposta di risoluzione volta a stabilire che qualsiasi uso di armi nucleari tattiche da parte della Federazione Russa, della Bielorussia “o per delega della Russia”, o il danneggiamento di un impianto nucleare che provochi l’ingresso di elementi radioattivi in territorio di paesi membri della NATO causando gravi danni, dovrebbe essere considerato un attacco all’Alleanza atlantica e quindi motivo di attivazione dell’art 5 del trattato (intervento militare di tutta l’alleanza).
A nulla sono valse le dichiarazioni dell’IAEA (presente sull’impianto) che smentivano la presenza di esplosivo (meno che mai le proteste della Russia): i grandi organi di informazione – in primis il servizio pubblico della RAI – le hanno ignorate, preferendo mandare in onda servizi che illustravano come in Ucraina si stanno predisponendo ad affrontare una emergenza nucleare con tanto di distribuzione di iodio alla popolazione ed esercitazioni di decontaminazione.
Fin dallo scorso anno scrissi che l’occupazione di Chernobil e Zaporizhzhia non aveva uno scopo distruttivo, bensì quello di proteggere questi siti da azioni di sabotaggio e/o di tentativi di uso “improprio” (come la fabbricazione di una bomba sporca) che i russi temono fortemente.
Da dove viene questa preoccupazione? Storicamente dal fatto che l’Ucraina, dopo la Russia, era la repubblica sovietica con più armamenti nucleari dell’Urss e aveva una tradizione di alto profilo scientifico nelle ricerche nucleari, civili e militari: l’istituto di fisica di Charkiv è sempre stato all’avanguardia in questo settore. Operativamente dal fatto che la security nucleare in Ucraina non è affidabile: nel 2014 proprio la Centrale di Zaporizhzhia fu oggetto di un tentativo di assalto da parte di un gruppo armato facente capo al movimento nazista Pravi Sector e nel 2021 un rapporto della OECD ha messo in luce la diffusa corruzione esistente in tutto il settore dell’energia, ivi compreso quello nucleare dove, secondo un rapporto redatto nel 2021 dalla DSA[5] (Autorità di sicurezza nucleare della Norvegia) sono state registrate 37 denunce alla IAEA di traffico illecito di materiali radioattivi nel 2017, 26 denunce nel 2018, 35 denunce nel 2019 e 19 denunce nel 2020. Senza contare il precedente del 1994 quando, durante una ispezione dell’IAEA presso l’Istituto Charkiv della sunnominata città, furono rinvenuti 75 Kg di uranio 235 arricchito al 90% provenienti, molto probabilmente, dagli impianti di arricchimento ex sovietici.
Se oggi accadesse che una bomba nucleare sporca contenente modeste quantità di quel materiale (sfuggiti o sottratti ai controlli) esplodesse in Ucraina o in un altro paese della Nato, la colpa ricadrebbe sulla Russia, perché dall’analisi dei contaminanti è possibile risalire all’impianto che ha fabbricato l’U235 che, per le cose dette in precedenza, risulterebbe essere uno di quelli che oggi figurano di proprietà della Federazione russa.
Il rinnovato allarmismo di Zelenski su Zaporizhzhia viene, non a caso, dopo che la campagna di disinformazione sulla distruzione della diga di Kakhovska è riuscita ad addossarne la responsabilità alla Russia: a questo punto il terreno è pronto per montare un “incidente nucleare” che porti la Nato direttamente in guerra. È una strada senza ritorno che non si combatte tanto sul piano degli armamenti, quanto su quello dell’informazione, costruendo passo dopo passo l’immagine del nemico assoluto dell’umanità, contro cui ogni azione è legittima.
È già successo vent’anni fa quando fu condotta la guerra contro l’Iraq sulla base di false prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa.
Stavolta è anche peggio e non possiamo assolutamente permetterci di vedere come va a finire. L’indignazione, la denuncia per l’assenza di obiettività (non oso nemmeno parlare di verità) degli organi di informazione, non bastano più. È tempo di mobilitarsi concretamente contro questo regime di falsità e di intimidazione, il cui solo scopo è quello di allontanare la pace e legittimare la guerra.
Note
[1] https://www.nytimes.com/interactive/2023/06/16/world/europe/ukraine-kakhovka-dam-collapse.html?auth=register-google
[2] https://www.iwm.org.uk/history/the-incredible-story-of-the-dambusters-raid
[3] https://www.reuters.com/world/europe/greta-thunberg-slams-world-response-dam-collapse-ecocide-during-kyiv-visit-2023-06-29/
https://www.president.gov.ua/en/news/u-kiyevi-vidbulosya-pershe-zasidannya-mizhnarodnoyi-robochoy-83949
[4] https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/06/23/7408120/
[5] https://dsa.no/publikasjoner/_/attachment/inline/7b550a3b-2d29-41c4-abb5-e7e939d8b8e6:2dcbd595ccccfe6ce65c59d2d0f673900ecf2fa8/DSA%20Report%2001-2022%20Ukrainian%20Regulatory%20Threat%20Assessment%202021.pdf
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17/06/2023
[Contributo al dibattito] - Genova oltre la “Gronda di Ponente”: le mani dei capitalisti sulla città
Come in altre regioni del nostro Paese, anche in Liguria, l’interazione tra la nuova proposta di legge, cosiddetta “bozza Calderoli”, sull’“autonomia differenziata” (AD) e la disponibilità, reale o presunta, dei fondi dell’ormai famigerato “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR), sta producendo nelle istituzioni locali un dinamismo frenetico, apparentemente volto ad assicurarsi l’erogazione dei finanziamenti, garantiti solo dal loro utilizzo entro una certa data.
L’intreccio tra questi due provvedimenti può forse non apparire immediato, ma è per contro piuttosto facile vedere come si sviluppi. Il caso delle “infrastrutture strategiche” – una delle materie per cui le regioni possono chiedere l’AD – in Liguria è particolarmente rivelatorio e ci offre l’occasione di mostrare come, anche nell’amministrazione del territorio, dietro la vuota retorica dei politici borghesi non si nasconda altro che l’imperativo categorico del profitto e la promozione delle prerogative dei soggetti economici dominanti nella società, a discapito del benessere, della salute, e degli interessi della classe lavoratrice.
Sebbene poi, il PNRR sia un provvedimento ideato e adottato appena un paio di anni fa, a titolo di contromisura di fronte alla problematica situazione dovuta alla pandemia da Covid-19, quanto stiamo vedendo in questi mesi in Liguria è il risultato composito di decisioni e legislazioni maturate ed approvate nel corso di almeno quattro decenni, nella cornice più ampia del processo di deindustrializzazione e conversione dell’economia italiana in un’economia di servizi, dominata dal settore del terziario, in particolare il turismo. Quest’ultimo infatti è un fenomeno il cui sviluppo in Liguria, ma soprattutto nel capoluogo Genova, è relativamente recente e risale a non più di trent’anni fa. Ma andiamo con ordine.
È ben noto l’annoso problema infrastrutturale che affligge l’area metropolitana di Genova, sia per quanto riguarda la viabilità su gomma, che quella su rotaia: la presenza del maggiore porto commerciale del Paese, oltre ad un importante passato industriale, ha infatti, sin dall’ultimo quarto dello scorso secolo, messo a dura prova le capacità di traffico e la gestione di autostrade e ferrovie. L’aumento sempre più considerevole dei veicoli in circolazione, sia per il traffico merci che per quello privato, ha reso il sistema viario genovese un fragile meccanismo che richiede ben piccole sollecitazioni per interrompersi o danneggiarsi: è fatto consueto trovarsi bloccati in estesi ingorghi, sia nei punti di accesso alla zona metropolitana, sia all’interno del centro urbano lungo le direttrici che conducono agli snodi autostradali, a volte incolonnati di fianco ad autoarticolati.
Il progetto della cosiddetta “Gronda di Ponente” così, nella sua forma embrionale, risale addirittura ai primi anni ottanta, quando le istituzioni comunali, in concerto all’Autorità Portuale, progettarono un raccordo autostradale che dal porto di Voltri – oggi di Prà, sede del maggiore terminal container italiano, che insieme a quello di Sampierdarena, posto più a levante, costituisce il porto commerciale di Genova – consentisse un collegamento diretto all’autostrada A7, percorrendo la quale i mezzi possono inoltrarsi nell’Italia nordorientale.
Oggigiorno la “vision” promossa dal Sindaco di Genova, Marco Bucci, e dal Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, appare decisamente più ambiziosa: concepita come bretella autostradale lunga ben 61 chilometri, la “Gronda di Ponente” prevede un tracciato che si sviluppa molto più a nord di quanto immaginato quarant’anni fa, includendo un ulteriore viadotto sul Polcevera – anch’esso a nord del sostituto del Ponte Morandi – grazie al quale effettuerà anche un collegamento sia con il porto di Sampierdarena, che con lo svincolo in direzione levante, sulla autostrada A12, che si immette poi nella A1, cosiddetta “autostrada del sole”. Ben l’80% del nuovo sistema viario sarà sotterraneo: a questo scopo dovranno essere scavate la bellezza di 23 nuove gallerie, con la realizzazione di 13 nuovi viadotti in tutto, oltre all’ampliamento e rafforzamento di altri 11 già esistenti, per un costo totale stimato in 4-6 miliardi di Euro, e non meno di 7 anni di lavori.
Questa infrastruttura tuttavia è soltanto un tassello del più ampio disegno di ristrutturazione generale del porto di Genova e della logistica del trasporto intermodale nella regione Liguria, che intende realizzare un massiccio ingrandimento delle superfici delle banchine portuali, finalizzato ad espandere i traffici di container (TEU), con nuovi riempimenti, sia a Prà che a Sampierdarena, per un’area totale di oltre 500.000mq, al cui scopo è in cantiere la costruzione di una nuova diga foranea. Grazie ad essa lo scalo genovese dovrebbe potere accogliere navi porta-container fino alla lunghezza di 300m, recanti tra 24.000 e 36.000 container ciascuna, con la malcelata ambizione di arrivare a competere con il porto del Pireo e quello di Valencia per la palma di principale scalo commerciale del Mar Mediterraneo. Questi ultimi si aggirano intorno a 5.000.000 di TEU movimentati all’anno, contro gli attuali circa 2,8 milioni che transitano dal porto ligure (compreso tuttavia anche dello scalo di Savona-Vado che rientra nella giurisdizione della stessa Autorità di Sistema Portuale, quella del Mar Ligure Occidentale).
È evidente che, di fronte alla prospettiva di un tale ampliamento delle attività portuali, la realizzazione della “Gronda di Ponente” diventa un nodo centrale la cui soluzione è prerequisito per la buona riuscita di questa radicale trasformazione dei “Ports of Genoa”, a tutto vantaggio dei principali soggetti economici dominanti nella città, rappresentati da imprese come il Gruppo Spinelli, la Ignazio Messina & Co, la Costa Crociere, oppure la Erg di proprietà della famiglia Garrone, banchieri come Vittorio Malacalza, le consociate parastatali, come Ansaldo Energia, Leonardo, o Fincantieri (per queste ultime, in ragione del più rapido afflusso delle materie prime).
In assenza della “Gronda di Ponente” il traffico dei mezzi pesanti implicato dai lavori previsti, già oggi pressoché insostenibile, renderebbe completamente impraticabile l’intera rete viaria urbana, vanificando qualsiasi beneficio che l’allargamento delle dimensioni del porto potrebbe comportare per i risultati economici di queste imprese.
È infatti per il quasi esclusivo usufrutto dei capitalisti più influenti localmente che saranno realizzate queste nuove infrastrutture, finanziate a debito garantito dalle istituzioni pubbliche, che dovranno poi essere quelle statali dato che il totale degli investimenti richiesti potrebbe eccedere i 10 miliardi di euro: cifra che né il Comune di Genova, né la Regione Liguria, sono in grado di mettere in campo, o chiedere a prestito senza presumibilmente andare incontro a un serio tracollo finanziario in breve tempo.
Proprio qui d’altronde appaiono convergere le traiettorie del PNRR e dell’Autonomia Differenziata, e si spiega forse la fretta con cui il Sindaco Bucci e il Presidente Toti hanno provveduto a dichiarare l’inizio dei cantieri, nel dicembre 2022 per la “Gronda” – con l’apertura del “lotto zero” (sic), cioè la preparazione delle aree di servizio e accessorie ai cantieri veri e propri – e lo scorso 4 maggio per la diga foranea, con una modesta cerimonia per la posa della “prima pietra”, condita tuttavia da un faraonico apparato di fuochi d’artificio, della durata di oltre 10 minuti, che ha ricoperto l’intero centro cittadino di una fitta coltre di fumo!
Sia l’uno che l’altro progetto infatti sono compresi tra le “infrastrutture strategiche”, una delle 23 materie che, secondo la riforma del titolo V della Costituzione del 2001, art. 117 comma 2-3, le Regioni possono reclamare come loro prerogativa esclusiva, richiedendo per esse lo strumento dell’AD. Ma senz’altro una simile serie di investimenti non può che fare affidamento sulla dimensione finanziaria dello Stato, il quale è appunto il soggetto a cui è affidato il compito di distribuire i fondi che il PNRR renderà disponibili a tempo debito.
Anche in questo caso comunque, siccome per le infrastrutture il PNRR prevede in tutto circa 25 miliardi di euro, ben difficilmente l’intero importo potrà essere finanziato con questa modalità: ne assorbirebbe infatti una percentuale ben consistente, che dovrebbe essere dedicata ad una sola Regione su venti. Le istituzioni regionali liguri pertanto dovrebbero raccogliere il restante, quale che fosse l’importo, a prestito: situazione che nella cornice della AD delineata dalla “bozza Calderoli” lascia intravvedere un sicuro, e prevedibilmente rapido, deterioramento catastrofico delle loro condizioni finanziarie.
Certo, la Regione Liguria, sempre nell’ambito dell’AD, potrebbe avocare a sé la gestione della stessa infrastruttura, creando una società partecipata con soci privati, da cui ricavare un introito dai pedaggi, oppure richiedere l’amministrazione delle politiche e del gettito fiscali, ma tutte queste nuove prerogative che la Regione avrebbe richiederebbero a loro volta dei costi, che andrebbero ad incidere sulla redditività della società e/o sulla sostenibilità del debito contratto.
L’intera operazione d’altronde, a dispetto della retorica di imprenditori e politici, tanto prodighi e prolissi a sottolineare i benefici che la cittadinanza di Genova trarrebbero da porre in essere tale opera, è volta ad assicurare le condizioni più favorevoli ai capitalisti locali maggiormente influenti di puntellare in modo permanente la loro posizione dominante nell’economia regionale, per mezzo di un immane trasferimento di valore dal settore pubblico a quello privato, che metterà a loro disposizione i mezzi più efficienti concepibili sul territorio ligure per estrarre il plusvalore dall’attività produttiva della classe lavoratrice.
Lo Stato, o la Regione, con l’esazione della tasse, la cui proporzione maggioritaria proviene sempre dalla massa dei lavoratori o impiegati, si sobbarcheranno tutto il costo della realizzazione di queste infrastrutture, mentre le imprese capitaliste potranno trarne il massimo profitto, o usufruendo del servizio offerto a prezzi concorrenziali, o magari ottenendo una concessione per la gestione della stessa infrastruttura, come d’altronde sarà per la diga foranea, giurisdizione dell’Autorità Portuale, che è un ente pubblico, epperò di utilità esclusivamente ai terminalisti.
È questo uno dei grandi servizi resi dallo Stato ai capitalisti – ragion per cui, per quanto “minimo”, deve continuare ad esistere – per i quali infrastrutture sicure, rapide, ed efficienti sono una necessità, allo scopo di fare giungere rapidamente e senza intoppi la merce sui mercati, ma delle quali non hanno alcuna intenzione di sostenere i costi.
Per questa stessa ragione, quando in seguito lo Stato, una volta verificato che l’opera sia stata realizzata in modo affidabile (i.e. assolva in modo efficace e sistematico alla funzione per cui è stata progettata) e possa essere gestita traendone un profitto, la cede ai privati o rilascia a questi ultimi una concessione per la sua gestione, costoro non eseguono alcuna manutenzione, o si occupano dello stretto necessario affinché le attività non si debbano interrompere: vale a dire, eseguono solo ed esclusivamente la manutenzione straordinaria, che diventa necessaria quando il processo di usura e consunzione dei materiali originari ha ormai ridotto l’utilità del manufatto a zero, sorvolando del tutto su quella ordinaria.
Dal punto di vista del capitalista infatti la manutenzione ordinaria è un’attività che non si ripaga mai da sé, perché non produce nuovo valore, ma preserva quello già esistente, e il cui costo afferisce innanzitutto e soprattutto in capitale variabile, cosicché per la mentalità del capitalista si tratta solamente di un incremento del monte salari che erode la parte del profitto.
Così, dopo il terrificante disastro del 2018 – di cui il processo in corso sta rivelando particolari di estrema gravità per gli imputati e confermando in larga misura l’intera tesi dei Pubblici Ministeri – Autostrade per l’Italia (ASPI) si è incaricata del rinnovo, ristrutturazione, e messa in sicurezza dell’intera rete autostradale ligure, sulla quale dalla sua privatizzazione nei tardi anni ‘90 ben poco si era fatto, e che da oltre quattro anni è funestata da cantieri di lunga durata che spesso si snodano per decine di chilometri, causando continui rallentamenti e scambi di carreggiata.
Ma appunto oggi ASPI è controllata dallo Stato attraverso Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che in tale modo utilizza le risorse pubbliche per effettuare questi interventi inderogabili: si potrà in seguito affermare con molto protervia che i lavori sono stati fatti, da quella stessa società, e magari da quello stesso amministratore delegato, quando la società tornerà sotto controllo dei capitalisti e la manutenzione diventerà nuovamente un miraggio.
Si potrebbe accusare chi scrive di malafede, forse, su questo punto, ma il fatto che il restante 49% del capitale sociale di ASPI sia equamente suddiviso tra il famigerato fondo statunitense BlackRock, il maggiore al mondo, detentore di oltre 4.000 miliardi di dollari in partecipazioni e attività, e il Gruppo Macquarie, una banca d’affari australiana con rami d’impresa estremamente diversificati, attesta al fatto che un nuova dismissione da parte dello Stato di questa società non è per nulla un’ipotesi implausibile: che Atlantia s.p.a. abbia distribuito ai propri soci oltre 7 miliardi di dividendi nel periodo 2014-2018, mentre le condizioni fatiscenti del Ponte Morandi giacevano inosservate, non può che illuminare sulla ragione per cui queste due società straniere hanno inteso fare un tale investimento.
Gli affari sulle infrastrutture sono infatti assai lucrosi, sia per gli appalti di costruzione, sia per le concessioni, due ambiti che l’AD targata Calderoli – che per varie ragioni, su cui qui sorvoliamo, in quella sua forma sta incontrando alcune resistenze anche tra la coalizione di governo, in particolare Fratelli d’Italia, più concentrato sulle cosiddette “riforme” sul “Presidenzialismo” – intende riportare alla prassi della “trattativa privata” tra istituzioni pubbliche e soggetti proponenti, sottraendo il processo decisionale del “miglior offerente” alla procedura del concorso pubblico e aperto a tutti gli interessati: è chiaro come gli interessi economici locali abbiano un tornaconto apparente di un certo rilievo da una tale modalità di assegnazione di lavori e gestione società, rispetto alla propria posizione nella Regione, e alle loro relazioni e investimenti internazionali.
Tuttavia ciò che più conta per i capitalisti locali naturalmente sono le ricadute logistiche che la realizzazione di queste infrastrutture dovranno avere, nella prospettiva del miglioramento dell’efficienza e del volume dei propri affari, cioè l’unica prospettiva sotto cui le autorità politiche stanno conducendo questa intera operazione, a dispetto di quanto potrebbe apparire dalle loro dichiarazioni.
Spesso infatti figure come il Sindaco Bucci si occupano di evidenziare, da una parte i lavori cosiddetti di “riqualificazione” compiuti soprattutto a Genova e nelle sue più immediate periferie giustappunto a partire dagli anni ‘80, e di cui periodicamente si rinverdiscono i fasti, aggiungendo una nuova sezione dell’agglomerato urbano alla lista di quelle già sottoposte a lavori, per poi, ovviamente, non eseguire alcun tipo di manutenzione, o eseguirne poca, con mezzi e personale assai limitati – tanto che basta percorrere in automobile la Strada sopraelevata Aldo Moro, peraltro in condizioni assai precarie, per vedere spuntare dai bordi dell’asfalto erba e piante alte anche mezzo metro, o recarsi nella delegazione di Prà, dove i lavori effettuati pochi anni fa a monte del porto, con ripavimentazione del marciapiede già mostrano i primi segni di cedimento, con erbacce e cespugli che si fanno strada in mezzo alle piastrelle – e dall’altra parte la prevista diminuzione del traffico e dell’inquinamento atmosferico – Genova è la città in Europa dove i limiti di legge per il biossido di azoto sono superati per il maggior numero di giorni annui – e acustico in città, questione su cui si incardina anche quella dell’elettrificazione delle banchine del porto, decennale trafila priva di sbocchi, fino a che il Comune non avrà il denaro sufficiente ad eseguire anche questi lavori, per cui terminalisti e armatori intendono pagare esattamente nulla.
Sia la “Gronda di Ponente” che la nuova diga foranea, così come il cosiddetto “Terzo valico” ferroviario, che dovrebbe collegare Genova e Milano con una linea ad alta velocità, sono opere i cui principali benefici saranno per imprese e capitalisti, e di cui la classe lavoratrice ben poco avrà modo di accorgersi.
D’altronde considerando il tracciato della “Gronda” è facile vedere come non sia previsto alcun casello tra la diramazione sulla A10 e l’immissione sulla A7, dato che il percorso si snoda in un territorio pressoché privo di centri abitati significativi. La strada di per sé è concepita ad uso esclusivo degli autoarticolati che dovranno spostarsi dal Porto di Genova, o che arrivando dallo scalo di Savona-Vado intendano dirigersi a nord-est o a sud evitando del tutto di attraversare il tratto urbano dell’autostrada. Allo stesso modo, la ferrovia ad alta velocità consentirà ai dirigenti d’azienda, che devono prendere accordi, firmare contratti, incontrare le autorità, di spostarsi con estrema rapidità tra il capoluogo ligure e quello lombardo, potendosi spingere in meno di tre ore fino al Triveneto, dove l’attività industriale manifatturiera è maggiormente concentrata, a un costo che è facile immaginare estremamente elevato, poiché l’infrastruttura è nuova e deve generare sufficienti ricavi da ripagare l’investimento fatto: è stato fatto a debito ovviamente, per cui è necessario rientrare del costo sostenuto per saldare il passivo con le banche, o con i mercati.
Non ci si lasci ingannare poi dal simbolo dell’interdizione ai mezzi pesanti nel tragitto tra Genova Voltri e Genova Ovest, dove potrebbero essere costruite due barriere autostradali trasformando questa parte di A10 in tangenziale urbana non soggetta a pedaggio: questa misura infatti, lungi dall’essere pensata per il beneficio della cittadinanza lavoratrice, intende semplicemente favorire in modo sempre più massiccio l’indirizzo economico a cui l’intero Paese, come adesso finalmente appare in modo esplicito, è stato volto negli ultimi decenni.
Lo spazio che i mezzi pesanti e il traffico portuale lasceranno libero infatti non si prevede, anzi non si intende per nulla lasciare che rimanga tale: esso dovrà essere riempito nuovamente, ma adesso, dai mezzi di trasporto che convoglieranno, “movimenteranno” come usa dire oggigiorno, i turisti a Genova, sia per visitare la città o la regione, sia per imbarcarsi su traghetti e mega-navi da crociera, con l’ambizione dichiarata ufficialmente di creare le condizioni per organizzare una “industria” del turismo che possa funzionare 365 giorni all’anno: vuole dire, garantire una occupazione costante delle cosiddette “strutture ricettive” dell’intera regione superiore all’80 per cento.
Lo sviluppo del turismo in effetti è una questione prioritaria nel contesto del processo di deindustrializzazione la cui conclusione appare ormai in vista: in vendita la Piaggio Aerospace, le infinite vertenze dell’ex-ILVA, per la quale non si attende altro che vadano in pensione un numero sufficiente di lavoratori per potere chiudere, Ansaldo Energia, Leonardo, e Fincantieri restano le uniche aziende produttive significative con sede in città.
Se d’altronde è nei primi anni ‘80 che si progettò per la prima volta la “Gronda di Ponente”, fu proprio in quel decennio che la città di Genova vide una radicale trasformazione, da inurbazione pressoché priva di aree pedonali; con facciate degli edifici annerite dai fumi dell’acciaieria e del traffico dalle più neglette periferie al centro storico nobile; sporcizia ed incuria; marciapiedi dissestati e stretti, a fianco di strade trafficate dove viaggiavano anche autobus e camion; macerie di edifici bombardati durante la Seconda Guerra Mondiale ancora da rimuovere dopo oltre trent’anni, in pieno centro; a città con larghe zone interdette al traffico; con strade precedentemente asfaltate lastricate di nuovo; un aumento significativo del verde pubblico e delle attività commerciali, soprattutto nella zona del Porto Antico, che nel 1992 venne aperto al pubblico in occasione del 500° anniversario dell’approdo di Cristoforo Colombo nelle Americhe, e per il quale ci si attendeva, appunto, un grande afflusso di turisti nel capoluogo ligure: fu in quell’occasione infatti che venne inaugurato l’ormai celebre “Acquario di Genova” (anch’esso peraltro in gestione a un privato, la Costa Edutainment S.p.A) capace di attirare pressoché ogni anno da allora oltre 1 milione di visitatori, con affluenze massime annuali spesso assai maggiori.
La vicenda che riguarda l’AD e il PNRR dunque si inserisce in una dinamica politica ed economica molto più ampia, in cui l’assoggettamento dell’Italia alle volontà del padrone imperiale oltreoceano è diventato sempre più aperto, spudorato, diretto, e arido, in una sempre maggiore integrazione dei relativi sistemi economici nella cornice della deregolamentazione dei mercati – altrimenti conosciuta come “liberalizzazione” – e dell’imposizione del “vincolo esterno” dell’Unione Europea, nella cui gestione i principali gruppi capitalisti del paese hanno favorito il completamento della colonizzazione culturale dell’Italia. Essi hanno agito come borghesia “compradora” che ha profittato dalla svendita della ricchezza nazionale, prodotta in loco o estratta dai paesi neocoloniali, agli interessi economici della metropoli imperiale, consentendo a questi ultimi di scaricare sui loro sudditi le “conseguenze economiche” del capitalismo e mantenere immutato il proprio privilegio e posizione dominante nella società: non è un caso se gli altri due azionisti di ASPI sono i soggetti finanziari che sono, o se la compagnia aerea, cosiddetta di “bandiera” è stata letteralmente svenduta ai tedeschi di Lufthansa.
Non diminuirà affatto perciò la congestione, il traffico, lo smog a Genova, e anche se ciò accadesse, per un agognato potenziamento di un sistema di mezzi pubblici allo stremo – che può spesso lasciare in attesa sotto un sole cocente, o alla pioggia scrosciante (e nessun tipo di riparo) anche per mezzora, garantendo poche corse mal distribuite durante la giornata, e pressoché nessun tipo di servizio, su gomma o su rotaia, dopo le ore 23 – la classe lavoratrice avrebbe ben poco da guadagnarci, e continuerà a spostarsi su mezzi insufficienti ed inefficienti, affollati e spesso sporchi, in un regime di mercato del lavoro che, affidandosi sempre più al terziario, diverrà sempre più precario, e richiederà forza-lavoro sempre meno qualificata, e dunque sempre meno pagata, poiché la qualificazione è ciò che valorizza quella forza-lavoro ed esige pertanto una retribuzione maggiore, il tutto mentre il costo della vita continuerà ad alzarsi, a fronte di una maggiore circolazione delle merci entro il perimetro dell’economia della metropoli imperiale.
Esporteremo sempre di più – prodotti di lusso, alta tecnologia, specialità alimentari e vinicole – ma perciò stesso dovremo importare sempre di più, a un prezzo sempre maggiore, incremento dovuto alla sempre più estesa e ramificata catena del valore: è perfettamente chiaro come tale dinamica non farà altro che accentrare sempre più la ricchezza e il capitale nelle mani di pochi proprietari dei mezzi di produzione che sono in grado di sostenere le attività logistiche e produttive necessarie ad assicurare il funzionamento di un sistema di produzione che si estende per migliaia di chilometri assoggettato ad un singolo centro propulsivo verso la cui permanenza tutti gli altri sono costretti ad operare.
Le grandi iniziative e progetti di questi uomini piccoli piccoli dunque non nascono dal nulla, ma rientrano in un disegno socio-economico di ampio respiro e che si è sviluppato per decenni, ed ossia, nelle parole del prof. Michael Parenti, la “terzo-mondizzazione” dell’Europa occidentale, in altre parole la sua “americanizzazione”, inteso in quanto modello sociale a cui i paesi soggetti all’autorità dell’impero USA debbono conformarsi e che è infatti tipico del cosiddetto “Terzo mondo”, ma che è in effetti la dilagante e cruda realtà dell’epicentro globale della lotta senza quartiere contro la classe lavoratrice.
Una società in cui una ristretta cricca di ultra-danarosi che vivono al di sopra di qualsiasi possibilità esercitano, grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione, istruzione, ed educazione di massa che diffondono incessantemente i dogmi fondanti della struttura dell’egemonia liberale, un ferreo controllo su centinaia di milioni di persone, ridotte in miseria, a cui verrà presto negato qualsiasi diritto fondamentale per il quale non possano pagare la tariffa, “liberalmente” concordata con il residuo di Stato minimo che resisterà a questo estremo assalto a qualsiasi garanzia dagli abusi e giustizia sociale nel derelitto Occidente capitalistico.
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L’intreccio tra questi due provvedimenti può forse non apparire immediato, ma è per contro piuttosto facile vedere come si sviluppi. Il caso delle “infrastrutture strategiche” – una delle materie per cui le regioni possono chiedere l’AD – in Liguria è particolarmente rivelatorio e ci offre l’occasione di mostrare come, anche nell’amministrazione del territorio, dietro la vuota retorica dei politici borghesi non si nasconda altro che l’imperativo categorico del profitto e la promozione delle prerogative dei soggetti economici dominanti nella società, a discapito del benessere, della salute, e degli interessi della classe lavoratrice.
Sebbene poi, il PNRR sia un provvedimento ideato e adottato appena un paio di anni fa, a titolo di contromisura di fronte alla problematica situazione dovuta alla pandemia da Covid-19, quanto stiamo vedendo in questi mesi in Liguria è il risultato composito di decisioni e legislazioni maturate ed approvate nel corso di almeno quattro decenni, nella cornice più ampia del processo di deindustrializzazione e conversione dell’economia italiana in un’economia di servizi, dominata dal settore del terziario, in particolare il turismo. Quest’ultimo infatti è un fenomeno il cui sviluppo in Liguria, ma soprattutto nel capoluogo Genova, è relativamente recente e risale a non più di trent’anni fa. Ma andiamo con ordine.
È ben noto l’annoso problema infrastrutturale che affligge l’area metropolitana di Genova, sia per quanto riguarda la viabilità su gomma, che quella su rotaia: la presenza del maggiore porto commerciale del Paese, oltre ad un importante passato industriale, ha infatti, sin dall’ultimo quarto dello scorso secolo, messo a dura prova le capacità di traffico e la gestione di autostrade e ferrovie. L’aumento sempre più considerevole dei veicoli in circolazione, sia per il traffico merci che per quello privato, ha reso il sistema viario genovese un fragile meccanismo che richiede ben piccole sollecitazioni per interrompersi o danneggiarsi: è fatto consueto trovarsi bloccati in estesi ingorghi, sia nei punti di accesso alla zona metropolitana, sia all’interno del centro urbano lungo le direttrici che conducono agli snodi autostradali, a volte incolonnati di fianco ad autoarticolati.
Il progetto della cosiddetta “Gronda di Ponente” così, nella sua forma embrionale, risale addirittura ai primi anni ottanta, quando le istituzioni comunali, in concerto all’Autorità Portuale, progettarono un raccordo autostradale che dal porto di Voltri – oggi di Prà, sede del maggiore terminal container italiano, che insieme a quello di Sampierdarena, posto più a levante, costituisce il porto commerciale di Genova – consentisse un collegamento diretto all’autostrada A7, percorrendo la quale i mezzi possono inoltrarsi nell’Italia nordorientale.
Oggigiorno la “vision” promossa dal Sindaco di Genova, Marco Bucci, e dal Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, appare decisamente più ambiziosa: concepita come bretella autostradale lunga ben 61 chilometri, la “Gronda di Ponente” prevede un tracciato che si sviluppa molto più a nord di quanto immaginato quarant’anni fa, includendo un ulteriore viadotto sul Polcevera – anch’esso a nord del sostituto del Ponte Morandi – grazie al quale effettuerà anche un collegamento sia con il porto di Sampierdarena, che con lo svincolo in direzione levante, sulla autostrada A12, che si immette poi nella A1, cosiddetta “autostrada del sole”. Ben l’80% del nuovo sistema viario sarà sotterraneo: a questo scopo dovranno essere scavate la bellezza di 23 nuove gallerie, con la realizzazione di 13 nuovi viadotti in tutto, oltre all’ampliamento e rafforzamento di altri 11 già esistenti, per un costo totale stimato in 4-6 miliardi di Euro, e non meno di 7 anni di lavori.
Questa infrastruttura tuttavia è soltanto un tassello del più ampio disegno di ristrutturazione generale del porto di Genova e della logistica del trasporto intermodale nella regione Liguria, che intende realizzare un massiccio ingrandimento delle superfici delle banchine portuali, finalizzato ad espandere i traffici di container (TEU), con nuovi riempimenti, sia a Prà che a Sampierdarena, per un’area totale di oltre 500.000mq, al cui scopo è in cantiere la costruzione di una nuova diga foranea. Grazie ad essa lo scalo genovese dovrebbe potere accogliere navi porta-container fino alla lunghezza di 300m, recanti tra 24.000 e 36.000 container ciascuna, con la malcelata ambizione di arrivare a competere con il porto del Pireo e quello di Valencia per la palma di principale scalo commerciale del Mar Mediterraneo. Questi ultimi si aggirano intorno a 5.000.000 di TEU movimentati all’anno, contro gli attuali circa 2,8 milioni che transitano dal porto ligure (compreso tuttavia anche dello scalo di Savona-Vado che rientra nella giurisdizione della stessa Autorità di Sistema Portuale, quella del Mar Ligure Occidentale).
È evidente che, di fronte alla prospettiva di un tale ampliamento delle attività portuali, la realizzazione della “Gronda di Ponente” diventa un nodo centrale la cui soluzione è prerequisito per la buona riuscita di questa radicale trasformazione dei “Ports of Genoa”, a tutto vantaggio dei principali soggetti economici dominanti nella città, rappresentati da imprese come il Gruppo Spinelli, la Ignazio Messina & Co, la Costa Crociere, oppure la Erg di proprietà della famiglia Garrone, banchieri come Vittorio Malacalza, le consociate parastatali, come Ansaldo Energia, Leonardo, o Fincantieri (per queste ultime, in ragione del più rapido afflusso delle materie prime).
In assenza della “Gronda di Ponente” il traffico dei mezzi pesanti implicato dai lavori previsti, già oggi pressoché insostenibile, renderebbe completamente impraticabile l’intera rete viaria urbana, vanificando qualsiasi beneficio che l’allargamento delle dimensioni del porto potrebbe comportare per i risultati economici di queste imprese.
È infatti per il quasi esclusivo usufrutto dei capitalisti più influenti localmente che saranno realizzate queste nuove infrastrutture, finanziate a debito garantito dalle istituzioni pubbliche, che dovranno poi essere quelle statali dato che il totale degli investimenti richiesti potrebbe eccedere i 10 miliardi di euro: cifra che né il Comune di Genova, né la Regione Liguria, sono in grado di mettere in campo, o chiedere a prestito senza presumibilmente andare incontro a un serio tracollo finanziario in breve tempo.
Proprio qui d’altronde appaiono convergere le traiettorie del PNRR e dell’Autonomia Differenziata, e si spiega forse la fretta con cui il Sindaco Bucci e il Presidente Toti hanno provveduto a dichiarare l’inizio dei cantieri, nel dicembre 2022 per la “Gronda” – con l’apertura del “lotto zero” (sic), cioè la preparazione delle aree di servizio e accessorie ai cantieri veri e propri – e lo scorso 4 maggio per la diga foranea, con una modesta cerimonia per la posa della “prima pietra”, condita tuttavia da un faraonico apparato di fuochi d’artificio, della durata di oltre 10 minuti, che ha ricoperto l’intero centro cittadino di una fitta coltre di fumo!
Sia l’uno che l’altro progetto infatti sono compresi tra le “infrastrutture strategiche”, una delle 23 materie che, secondo la riforma del titolo V della Costituzione del 2001, art. 117 comma 2-3, le Regioni possono reclamare come loro prerogativa esclusiva, richiedendo per esse lo strumento dell’AD. Ma senz’altro una simile serie di investimenti non può che fare affidamento sulla dimensione finanziaria dello Stato, il quale è appunto il soggetto a cui è affidato il compito di distribuire i fondi che il PNRR renderà disponibili a tempo debito.
Anche in questo caso comunque, siccome per le infrastrutture il PNRR prevede in tutto circa 25 miliardi di euro, ben difficilmente l’intero importo potrà essere finanziato con questa modalità: ne assorbirebbe infatti una percentuale ben consistente, che dovrebbe essere dedicata ad una sola Regione su venti. Le istituzioni regionali liguri pertanto dovrebbero raccogliere il restante, quale che fosse l’importo, a prestito: situazione che nella cornice della AD delineata dalla “bozza Calderoli” lascia intravvedere un sicuro, e prevedibilmente rapido, deterioramento catastrofico delle loro condizioni finanziarie.
Certo, la Regione Liguria, sempre nell’ambito dell’AD, potrebbe avocare a sé la gestione della stessa infrastruttura, creando una società partecipata con soci privati, da cui ricavare un introito dai pedaggi, oppure richiedere l’amministrazione delle politiche e del gettito fiscali, ma tutte queste nuove prerogative che la Regione avrebbe richiederebbero a loro volta dei costi, che andrebbero ad incidere sulla redditività della società e/o sulla sostenibilità del debito contratto.
L’intera operazione d’altronde, a dispetto della retorica di imprenditori e politici, tanto prodighi e prolissi a sottolineare i benefici che la cittadinanza di Genova trarrebbero da porre in essere tale opera, è volta ad assicurare le condizioni più favorevoli ai capitalisti locali maggiormente influenti di puntellare in modo permanente la loro posizione dominante nell’economia regionale, per mezzo di un immane trasferimento di valore dal settore pubblico a quello privato, che metterà a loro disposizione i mezzi più efficienti concepibili sul territorio ligure per estrarre il plusvalore dall’attività produttiva della classe lavoratrice.
Lo Stato, o la Regione, con l’esazione della tasse, la cui proporzione maggioritaria proviene sempre dalla massa dei lavoratori o impiegati, si sobbarcheranno tutto il costo della realizzazione di queste infrastrutture, mentre le imprese capitaliste potranno trarne il massimo profitto, o usufruendo del servizio offerto a prezzi concorrenziali, o magari ottenendo una concessione per la gestione della stessa infrastruttura, come d’altronde sarà per la diga foranea, giurisdizione dell’Autorità Portuale, che è un ente pubblico, epperò di utilità esclusivamente ai terminalisti.
È questo uno dei grandi servizi resi dallo Stato ai capitalisti – ragion per cui, per quanto “minimo”, deve continuare ad esistere – per i quali infrastrutture sicure, rapide, ed efficienti sono una necessità, allo scopo di fare giungere rapidamente e senza intoppi la merce sui mercati, ma delle quali non hanno alcuna intenzione di sostenere i costi.
Per questa stessa ragione, quando in seguito lo Stato, una volta verificato che l’opera sia stata realizzata in modo affidabile (i.e. assolva in modo efficace e sistematico alla funzione per cui è stata progettata) e possa essere gestita traendone un profitto, la cede ai privati o rilascia a questi ultimi una concessione per la sua gestione, costoro non eseguono alcuna manutenzione, o si occupano dello stretto necessario affinché le attività non si debbano interrompere: vale a dire, eseguono solo ed esclusivamente la manutenzione straordinaria, che diventa necessaria quando il processo di usura e consunzione dei materiali originari ha ormai ridotto l’utilità del manufatto a zero, sorvolando del tutto su quella ordinaria.
Dal punto di vista del capitalista infatti la manutenzione ordinaria è un’attività che non si ripaga mai da sé, perché non produce nuovo valore, ma preserva quello già esistente, e il cui costo afferisce innanzitutto e soprattutto in capitale variabile, cosicché per la mentalità del capitalista si tratta solamente di un incremento del monte salari che erode la parte del profitto.
Così, dopo il terrificante disastro del 2018 – di cui il processo in corso sta rivelando particolari di estrema gravità per gli imputati e confermando in larga misura l’intera tesi dei Pubblici Ministeri – Autostrade per l’Italia (ASPI) si è incaricata del rinnovo, ristrutturazione, e messa in sicurezza dell’intera rete autostradale ligure, sulla quale dalla sua privatizzazione nei tardi anni ‘90 ben poco si era fatto, e che da oltre quattro anni è funestata da cantieri di lunga durata che spesso si snodano per decine di chilometri, causando continui rallentamenti e scambi di carreggiata.
Ma appunto oggi ASPI è controllata dallo Stato attraverso Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che in tale modo utilizza le risorse pubbliche per effettuare questi interventi inderogabili: si potrà in seguito affermare con molto protervia che i lavori sono stati fatti, da quella stessa società, e magari da quello stesso amministratore delegato, quando la società tornerà sotto controllo dei capitalisti e la manutenzione diventerà nuovamente un miraggio.
Si potrebbe accusare chi scrive di malafede, forse, su questo punto, ma il fatto che il restante 49% del capitale sociale di ASPI sia equamente suddiviso tra il famigerato fondo statunitense BlackRock, il maggiore al mondo, detentore di oltre 4.000 miliardi di dollari in partecipazioni e attività, e il Gruppo Macquarie, una banca d’affari australiana con rami d’impresa estremamente diversificati, attesta al fatto che un nuova dismissione da parte dello Stato di questa società non è per nulla un’ipotesi implausibile: che Atlantia s.p.a. abbia distribuito ai propri soci oltre 7 miliardi di dividendi nel periodo 2014-2018, mentre le condizioni fatiscenti del Ponte Morandi giacevano inosservate, non può che illuminare sulla ragione per cui queste due società straniere hanno inteso fare un tale investimento.
Gli affari sulle infrastrutture sono infatti assai lucrosi, sia per gli appalti di costruzione, sia per le concessioni, due ambiti che l’AD targata Calderoli – che per varie ragioni, su cui qui sorvoliamo, in quella sua forma sta incontrando alcune resistenze anche tra la coalizione di governo, in particolare Fratelli d’Italia, più concentrato sulle cosiddette “riforme” sul “Presidenzialismo” – intende riportare alla prassi della “trattativa privata” tra istituzioni pubbliche e soggetti proponenti, sottraendo il processo decisionale del “miglior offerente” alla procedura del concorso pubblico e aperto a tutti gli interessati: è chiaro come gli interessi economici locali abbiano un tornaconto apparente di un certo rilievo da una tale modalità di assegnazione di lavori e gestione società, rispetto alla propria posizione nella Regione, e alle loro relazioni e investimenti internazionali.
Tuttavia ciò che più conta per i capitalisti locali naturalmente sono le ricadute logistiche che la realizzazione di queste infrastrutture dovranno avere, nella prospettiva del miglioramento dell’efficienza e del volume dei propri affari, cioè l’unica prospettiva sotto cui le autorità politiche stanno conducendo questa intera operazione, a dispetto di quanto potrebbe apparire dalle loro dichiarazioni.
Spesso infatti figure come il Sindaco Bucci si occupano di evidenziare, da una parte i lavori cosiddetti di “riqualificazione” compiuti soprattutto a Genova e nelle sue più immediate periferie giustappunto a partire dagli anni ‘80, e di cui periodicamente si rinverdiscono i fasti, aggiungendo una nuova sezione dell’agglomerato urbano alla lista di quelle già sottoposte a lavori, per poi, ovviamente, non eseguire alcun tipo di manutenzione, o eseguirne poca, con mezzi e personale assai limitati – tanto che basta percorrere in automobile la Strada sopraelevata Aldo Moro, peraltro in condizioni assai precarie, per vedere spuntare dai bordi dell’asfalto erba e piante alte anche mezzo metro, o recarsi nella delegazione di Prà, dove i lavori effettuati pochi anni fa a monte del porto, con ripavimentazione del marciapiede già mostrano i primi segni di cedimento, con erbacce e cespugli che si fanno strada in mezzo alle piastrelle – e dall’altra parte la prevista diminuzione del traffico e dell’inquinamento atmosferico – Genova è la città in Europa dove i limiti di legge per il biossido di azoto sono superati per il maggior numero di giorni annui – e acustico in città, questione su cui si incardina anche quella dell’elettrificazione delle banchine del porto, decennale trafila priva di sbocchi, fino a che il Comune non avrà il denaro sufficiente ad eseguire anche questi lavori, per cui terminalisti e armatori intendono pagare esattamente nulla.
Sia la “Gronda di Ponente” che la nuova diga foranea, così come il cosiddetto “Terzo valico” ferroviario, che dovrebbe collegare Genova e Milano con una linea ad alta velocità, sono opere i cui principali benefici saranno per imprese e capitalisti, e di cui la classe lavoratrice ben poco avrà modo di accorgersi.
D’altronde considerando il tracciato della “Gronda” è facile vedere come non sia previsto alcun casello tra la diramazione sulla A10 e l’immissione sulla A7, dato che il percorso si snoda in un territorio pressoché privo di centri abitati significativi. La strada di per sé è concepita ad uso esclusivo degli autoarticolati che dovranno spostarsi dal Porto di Genova, o che arrivando dallo scalo di Savona-Vado intendano dirigersi a nord-est o a sud evitando del tutto di attraversare il tratto urbano dell’autostrada. Allo stesso modo, la ferrovia ad alta velocità consentirà ai dirigenti d’azienda, che devono prendere accordi, firmare contratti, incontrare le autorità, di spostarsi con estrema rapidità tra il capoluogo ligure e quello lombardo, potendosi spingere in meno di tre ore fino al Triveneto, dove l’attività industriale manifatturiera è maggiormente concentrata, a un costo che è facile immaginare estremamente elevato, poiché l’infrastruttura è nuova e deve generare sufficienti ricavi da ripagare l’investimento fatto: è stato fatto a debito ovviamente, per cui è necessario rientrare del costo sostenuto per saldare il passivo con le banche, o con i mercati.
Non ci si lasci ingannare poi dal simbolo dell’interdizione ai mezzi pesanti nel tragitto tra Genova Voltri e Genova Ovest, dove potrebbero essere costruite due barriere autostradali trasformando questa parte di A10 in tangenziale urbana non soggetta a pedaggio: questa misura infatti, lungi dall’essere pensata per il beneficio della cittadinanza lavoratrice, intende semplicemente favorire in modo sempre più massiccio l’indirizzo economico a cui l’intero Paese, come adesso finalmente appare in modo esplicito, è stato volto negli ultimi decenni.
Lo spazio che i mezzi pesanti e il traffico portuale lasceranno libero infatti non si prevede, anzi non si intende per nulla lasciare che rimanga tale: esso dovrà essere riempito nuovamente, ma adesso, dai mezzi di trasporto che convoglieranno, “movimenteranno” come usa dire oggigiorno, i turisti a Genova, sia per visitare la città o la regione, sia per imbarcarsi su traghetti e mega-navi da crociera, con l’ambizione dichiarata ufficialmente di creare le condizioni per organizzare una “industria” del turismo che possa funzionare 365 giorni all’anno: vuole dire, garantire una occupazione costante delle cosiddette “strutture ricettive” dell’intera regione superiore all’80 per cento.
Lo sviluppo del turismo in effetti è una questione prioritaria nel contesto del processo di deindustrializzazione la cui conclusione appare ormai in vista: in vendita la Piaggio Aerospace, le infinite vertenze dell’ex-ILVA, per la quale non si attende altro che vadano in pensione un numero sufficiente di lavoratori per potere chiudere, Ansaldo Energia, Leonardo, e Fincantieri restano le uniche aziende produttive significative con sede in città.
Se d’altronde è nei primi anni ‘80 che si progettò per la prima volta la “Gronda di Ponente”, fu proprio in quel decennio che la città di Genova vide una radicale trasformazione, da inurbazione pressoché priva di aree pedonali; con facciate degli edifici annerite dai fumi dell’acciaieria e del traffico dalle più neglette periferie al centro storico nobile; sporcizia ed incuria; marciapiedi dissestati e stretti, a fianco di strade trafficate dove viaggiavano anche autobus e camion; macerie di edifici bombardati durante la Seconda Guerra Mondiale ancora da rimuovere dopo oltre trent’anni, in pieno centro; a città con larghe zone interdette al traffico; con strade precedentemente asfaltate lastricate di nuovo; un aumento significativo del verde pubblico e delle attività commerciali, soprattutto nella zona del Porto Antico, che nel 1992 venne aperto al pubblico in occasione del 500° anniversario dell’approdo di Cristoforo Colombo nelle Americhe, e per il quale ci si attendeva, appunto, un grande afflusso di turisti nel capoluogo ligure: fu in quell’occasione infatti che venne inaugurato l’ormai celebre “Acquario di Genova” (anch’esso peraltro in gestione a un privato, la Costa Edutainment S.p.A) capace di attirare pressoché ogni anno da allora oltre 1 milione di visitatori, con affluenze massime annuali spesso assai maggiori.
La vicenda che riguarda l’AD e il PNRR dunque si inserisce in una dinamica politica ed economica molto più ampia, in cui l’assoggettamento dell’Italia alle volontà del padrone imperiale oltreoceano è diventato sempre più aperto, spudorato, diretto, e arido, in una sempre maggiore integrazione dei relativi sistemi economici nella cornice della deregolamentazione dei mercati – altrimenti conosciuta come “liberalizzazione” – e dell’imposizione del “vincolo esterno” dell’Unione Europea, nella cui gestione i principali gruppi capitalisti del paese hanno favorito il completamento della colonizzazione culturale dell’Italia. Essi hanno agito come borghesia “compradora” che ha profittato dalla svendita della ricchezza nazionale, prodotta in loco o estratta dai paesi neocoloniali, agli interessi economici della metropoli imperiale, consentendo a questi ultimi di scaricare sui loro sudditi le “conseguenze economiche” del capitalismo e mantenere immutato il proprio privilegio e posizione dominante nella società: non è un caso se gli altri due azionisti di ASPI sono i soggetti finanziari che sono, o se la compagnia aerea, cosiddetta di “bandiera” è stata letteralmente svenduta ai tedeschi di Lufthansa.
Non diminuirà affatto perciò la congestione, il traffico, lo smog a Genova, e anche se ciò accadesse, per un agognato potenziamento di un sistema di mezzi pubblici allo stremo – che può spesso lasciare in attesa sotto un sole cocente, o alla pioggia scrosciante (e nessun tipo di riparo) anche per mezzora, garantendo poche corse mal distribuite durante la giornata, e pressoché nessun tipo di servizio, su gomma o su rotaia, dopo le ore 23 – la classe lavoratrice avrebbe ben poco da guadagnarci, e continuerà a spostarsi su mezzi insufficienti ed inefficienti, affollati e spesso sporchi, in un regime di mercato del lavoro che, affidandosi sempre più al terziario, diverrà sempre più precario, e richiederà forza-lavoro sempre meno qualificata, e dunque sempre meno pagata, poiché la qualificazione è ciò che valorizza quella forza-lavoro ed esige pertanto una retribuzione maggiore, il tutto mentre il costo della vita continuerà ad alzarsi, a fronte di una maggiore circolazione delle merci entro il perimetro dell’economia della metropoli imperiale.
Esporteremo sempre di più – prodotti di lusso, alta tecnologia, specialità alimentari e vinicole – ma perciò stesso dovremo importare sempre di più, a un prezzo sempre maggiore, incremento dovuto alla sempre più estesa e ramificata catena del valore: è perfettamente chiaro come tale dinamica non farà altro che accentrare sempre più la ricchezza e il capitale nelle mani di pochi proprietari dei mezzi di produzione che sono in grado di sostenere le attività logistiche e produttive necessarie ad assicurare il funzionamento di un sistema di produzione che si estende per migliaia di chilometri assoggettato ad un singolo centro propulsivo verso la cui permanenza tutti gli altri sono costretti ad operare.
Le grandi iniziative e progetti di questi uomini piccoli piccoli dunque non nascono dal nulla, ma rientrano in un disegno socio-economico di ampio respiro e che si è sviluppato per decenni, ed ossia, nelle parole del prof. Michael Parenti, la “terzo-mondizzazione” dell’Europa occidentale, in altre parole la sua “americanizzazione”, inteso in quanto modello sociale a cui i paesi soggetti all’autorità dell’impero USA debbono conformarsi e che è infatti tipico del cosiddetto “Terzo mondo”, ma che è in effetti la dilagante e cruda realtà dell’epicentro globale della lotta senza quartiere contro la classe lavoratrice.
Una società in cui una ristretta cricca di ultra-danarosi che vivono al di sopra di qualsiasi possibilità esercitano, grazie alla potenza dei mezzi di comunicazione, istruzione, ed educazione di massa che diffondono incessantemente i dogmi fondanti della struttura dell’egemonia liberale, un ferreo controllo su centinaia di milioni di persone, ridotte in miseria, a cui verrà presto negato qualsiasi diritto fondamentale per il quale non possano pagare la tariffa, “liberalmente” concordata con il residuo di Stato minimo che resisterà a questo estremo assalto a qualsiasi garanzia dagli abusi e giustizia sociale nel derelitto Occidente capitalistico.
Fonte
09/06/2023
Guerra in Ucraina - Diga di Novaja Kakhovka: cui prodest?
A proposito delle dichiarazioni, in gran parte comiche (a voler esser gentili), secondo cui sarebbero stati i russi a far saltare la diga della centrale idroelettrica di Novaja Kakhovka, presentiamo alcune considerazioni raccolte qua e là su media “del nemico”.
E dunque. È un fatto che, nel corso degli anni, quando ancora terrorizzavano quella parte della regione di Donetsk sotto controllo di Kiev, le forze ucraine hanno ripetutamente bersagliato con razzi la centrale idroelettrica di Kakhovka, comprese parti della diga crollata.
A parere del presidente del distretto di Novaja Kakhovka, Vladimir Leont’ev, la distruzione della centrale è il risultato dei ripetuti attacchi ucraini; anche se il corrispondente di guerra Aleksandr Kots ritiene più probabile un potente attacco diretto portato al momento del cedimento. In ogni caso, Leont’ev ricorda che ci fu un giorno «in cui circa 80 HIMARS furono lanciati sulla centrale».
Dopo il febbraio 2022, i comandi ucraini hanno più volte apertamente dichiarato di martellare la centrale con l’obiettivo di distruggerla e allagare il territorio della regione di Kherson a scopi di guerra; mentre la propaganda ucraina ha continuato a minacciare la distruzione della centrale, con l’obiettivo di sommergere la riva sinistra del Dnepr e interrompere l’alimentazione idrica della Crimea.
Ricordiamo che durante sette o otto anni, il regime terroristico di Kiev, nelle “personcine” degli squadristi di Pravyj Sektor (all’epoca, in combutta con formazioni di tatari di Crimea e Lupi grigi turchi), aveva condotto un autentico blocco idrico della Crimea. Ora, nota Colonel Cassad, Kiev se ne vergogna e quelle minacce vengono cancellate da internet.
A più riprese, l’Ucraina ha scaricato l’acqua dalla centrale idroelettrica del Dnepr, che attraversa il fiume tra i centri di Dnepropetrovsk e Nikopol, molto più a nord della centrale di Novaja Kakhovka, facendo così innalzare il livello nel bacino di Kakhovka.
In particolare, sia lo scorso autunno, quando c’erano stati svariarti discorsi circa il possibile minamento della centrale di Kakhovka, sia letteralmente alla vigilia della distruzione della centrale, nella notte del 6 giugno. Tuttora, scrive Aleksandr Kots su Komsomol’skaja Pravda, Kiev continua a tenere aperte le chiuse di quella centrale, pur non essendoci alcun motivo ingegneristico: né forti piogge, né inondazioni primaverili.
Obiettivamente, dal punto di vista militare, l’allagamento verificatosi con il bombardamento della diga di Novaja Kakhovka, crea più problemi alle forze russe, che non a quelle ucraine, dal momento che le prime perdono parte del terreno difensivo avanzato e dei campi minati, che dovranno essere riorganizzati.
Tra l’altro, alcuni osservatori militari, già alcuni mesi fa, su News Front avevano messo in guarda sul pericolo per i campi minati russi di una possibile esondazione del fiume in quell’area.
L’innalzamento del livello del Dnepr mette in pericolo le linee di difesa costiere russe, dichiara al portale Vzgljad l’attivista Vladimir Rogov: «c’è il rischio che le forze ucraine forzino il Dnepr. Kiev non nasconde i piani per impossessarsi della centrale e ammette apertamente che quella diverrebbe una buona testa di ponte sulla riva sinistra del fiume». Infatti, «se il livello di allagamento aumenta ancora, gli ucraini potranno servirsi di imbarcazioni leggere per ovviare ai campi minati russi».
Kiev potrebbe avere la possibilità di forzare più facilmente il Dnepr nella parte superiore, da Nikopol e Marganets verso Energodar: hanno «già fatto tali tentativi, ma ora, quando il bacino, che qualcuno finora definiva “mare”, si restringe fino alla larghezza del letto del fiume, per loro sarà molto più facile farlo».
Dopo la perdita di Artëmovsk e il fallimento del tentato attacco nell’area del saliente di Vrem’evka, tra Ugledar e Zaporož’e, scrive Colonel Cassad, l’Ucraina aveva urgente bisogno dell’ennesima “Bucha”, per sviare l’attenzione dagli ultimi fallimenti militari.
Al contrario, la Russia non trae particolari vantaggi dalla distruzione della centrale di Kakhovka, dal momento che, se da un lato, causa l’allagamento, possono crearsi difficoltà anche per l’attività dei gruppi di sabotatori ucraini sugli isolotti nella zona di Kherson, dall’altro può rendersi problematica la situazione lungo il Dnepr a nord della centrale stessa, dove le truppe ucraine possono portare attacchi d’appoggio ai tentativi d’offensiva sulla direttrice di Zaporož’e, soprattutto se l’obiettivo è la presa della centrale atomica.
Tanto più che in passato Kiev aveva già intrapreso tentativi, falliti, di attestarsi nell’area di Energodar, per impossessarsi della centrale nucleare di Zaporož’e.
A proposito di quest’ultima, sul portale Vzgljad, l’attivista Vladimir Rogov dichiara che nonostante il fatto che il bacino di Kakhovka sia importante per le vasche di raffreddamento della centrale, questa dispone di altri canali idrici. Inoltre, al momento la centrale nucleare non produce energia, il che riduce la quantità di acqua richiesta per la manutenzione dell’impianto.
Secondo Aleksej Anpilogov, presidente del fondo per la ricerca scientifica «il livello critico dell’acqua nelle vasche, a causa del quale potrebbero verificarsi problemi con la centrale di Zaporož’e, è di otto metri. Nel caso, la centrale nucleare chiuderà lo scarico dell’acqua di raffreddamento e entrerà in modalità operativa con l’acqua artesiana dai pozzi. In quel momento, è probabile che i reattori debbano essere completamente spenti, anche se già ora praticamente non operano, a causa dei bombardamenti ucraini».
Per quanto riguarda la Crimea, a parere sia di Rogov, che di Anpilogov, al momento non è elevato il pericolo che rimanga senza alimentazione il canale Nord-Crimea, attraverso cui l’acqua, dalla regione di Kherson, arriva nella penisola: «i sistemi di alimentazione del canale sono a monte della centrale di Kakhovka e sono progettati per un livello minimo dell’acqua di 12,7 metri. Di conseguenza, se non viene colpita la stazione di pompaggio, è possibile prevedere in Crimea un certo razionamento dell’acqua per agricoltura, ma non ci dovrebbero essere problemi con l’acqua da bere».
Nelle immediate vicinanze dell’area allagata, invece, secondo Kots, i danni alle chiuse avranno inevitabilmente effetti negativi sui terreni agricoli nelle aree delle regioni di Kherson e Zaporož’e controllate dalle forze di Mosca.
Senza il sistema di irrigazione dei campi, che rischia di subire gravi danni, le terre fertili si trasformeranno in steppa arida. Come è successo in Crimea dopo che Kiev aveva chiuso i rubinetti alla penisola nel 2014: i terreni nella penisola «non si sono ancora completamente ripresi».
In generale, Aleksandr Kots ricorda come a dicembre scorso, gli stessi comandanti ucraini avessero parlato degli attacchi alla diga di Kakhovka in un’intervista coi media occidentali. The Washington Post del 29 dicembre 2022 scriveva che «Il maggiore generale delle forze armate ucraine Koval’chuk ha pensato di esondare il fiume. Gli ucraini, ha detto, hanno persino effettuato un attacco di prova con HIMARS su una delle chiuse della diga Novokakhovskaja, procurando tre falle nel metallo, per vedere se le acque del Dnepr potevano salire abbastanza da bloccare gli accessi russi, ma non allagare i villaggi nelle zone limitrofe. La prova ha avuto successo, ha detto Koval’chuk».
La stessa citazione da TWP è ripresa anche dall’ex conduttore della Fox News, Tucker Carlson, il quale scrive (il suo intervento è riportato dal canale telegram russo kolxozdelodobrovolnoe): «La domanda è chi l’ha fatto. Vediamo. La diga di Kakhovka era di fatto russa. Era stata costruita dal governo russo. Al momento, si trova in territorio controllato dalla Russia. Il bacino della diga fornisce acqua alla Crimea che, da 240 anni, è la dimora della flotta russa del mar Nero. Far saltare in aria la diga può essere forse un male anche per l’Ucraina, ma reca un danno ancora maggiore alla Russia. Proprio per questo motivo, il governo ucraino aveva esaminato la possibilità di distruggerla.
A dicembre, The Washington Post aveva citato un generale ucraino che affermava che i suoi uomini avevano lanciato missili di fabbricazione americana contro la chiusa della diga come attacco di prova. Così che, non appena i fatti cominciano ad emergere, diventa molto meno misterioso ciò che potrebbe essere successo alla diga.
Qualsiasi persona sana di mente concluderebbe che siano stati probabilmente gli ucraini a farla saltare in aria, proprio come hanno fatto saltare in aria il gasdotto russo Nord Stream lo scorso autunno. E infatti, come ora sappiamo, gli ucraini hanno fatto proprio così. Non sembra che Vladimir Putin stia cercando di scatenare una guerra contro se stesso».
Lo stesso, per il conduttore radiofonico americano Garland Nixon, riportato da Colonel Cassad: secondo i media mainstream, dice Nixon, la Russia ha: «attaccato i propri gasdotti; ha fatto saltare in aria il ponte di Crimea; ha attaccato la propria centrale nucleare; ha attaccato il ponte di Crimea; ha fatto saltare in aria la propria diga; ha attaccato il Cremlino con i droni».
Nel caso specifico, concludono i media “del nemico”, disponiamo dei motivi, della possibilità, di fatti provati su precedenti attacchi alla centrale idroelettrica di Kakhovka e le ammissioni documentate dei criminali, sul fatto che stessero pianificando l’atto terroristico di distruggere la centrale.
Ovviamente, gli sponsor del regime nazista di Kiev faranno finta di non sapere chi abbia fatto saltare la centrale, oppure accusano direttamente la Russia, esattamente come hanno fatto per il “North stream”. Sono le stesse persone. Per questo, là, i fatti non interessano a nessuno. Si tratta soltanto di realizzare la propria politica con metodi terroristici.
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E dunque. È un fatto che, nel corso degli anni, quando ancora terrorizzavano quella parte della regione di Donetsk sotto controllo di Kiev, le forze ucraine hanno ripetutamente bersagliato con razzi la centrale idroelettrica di Kakhovka, comprese parti della diga crollata.
A parere del presidente del distretto di Novaja Kakhovka, Vladimir Leont’ev, la distruzione della centrale è il risultato dei ripetuti attacchi ucraini; anche se il corrispondente di guerra Aleksandr Kots ritiene più probabile un potente attacco diretto portato al momento del cedimento. In ogni caso, Leont’ev ricorda che ci fu un giorno «in cui circa 80 HIMARS furono lanciati sulla centrale».
Dopo il febbraio 2022, i comandi ucraini hanno più volte apertamente dichiarato di martellare la centrale con l’obiettivo di distruggerla e allagare il territorio della regione di Kherson a scopi di guerra; mentre la propaganda ucraina ha continuato a minacciare la distruzione della centrale, con l’obiettivo di sommergere la riva sinistra del Dnepr e interrompere l’alimentazione idrica della Crimea.
Ricordiamo che durante sette o otto anni, il regime terroristico di Kiev, nelle “personcine” degli squadristi di Pravyj Sektor (all’epoca, in combutta con formazioni di tatari di Crimea e Lupi grigi turchi), aveva condotto un autentico blocco idrico della Crimea. Ora, nota Colonel Cassad, Kiev se ne vergogna e quelle minacce vengono cancellate da internet.
A più riprese, l’Ucraina ha scaricato l’acqua dalla centrale idroelettrica del Dnepr, che attraversa il fiume tra i centri di Dnepropetrovsk e Nikopol, molto più a nord della centrale di Novaja Kakhovka, facendo così innalzare il livello nel bacino di Kakhovka.
In particolare, sia lo scorso autunno, quando c’erano stati svariarti discorsi circa il possibile minamento della centrale di Kakhovka, sia letteralmente alla vigilia della distruzione della centrale, nella notte del 6 giugno. Tuttora, scrive Aleksandr Kots su Komsomol’skaja Pravda, Kiev continua a tenere aperte le chiuse di quella centrale, pur non essendoci alcun motivo ingegneristico: né forti piogge, né inondazioni primaverili.
Obiettivamente, dal punto di vista militare, l’allagamento verificatosi con il bombardamento della diga di Novaja Kakhovka, crea più problemi alle forze russe, che non a quelle ucraine, dal momento che le prime perdono parte del terreno difensivo avanzato e dei campi minati, che dovranno essere riorganizzati.
Tra l’altro, alcuni osservatori militari, già alcuni mesi fa, su News Front avevano messo in guarda sul pericolo per i campi minati russi di una possibile esondazione del fiume in quell’area.
L’innalzamento del livello del Dnepr mette in pericolo le linee di difesa costiere russe, dichiara al portale Vzgljad l’attivista Vladimir Rogov: «c’è il rischio che le forze ucraine forzino il Dnepr. Kiev non nasconde i piani per impossessarsi della centrale e ammette apertamente che quella diverrebbe una buona testa di ponte sulla riva sinistra del fiume». Infatti, «se il livello di allagamento aumenta ancora, gli ucraini potranno servirsi di imbarcazioni leggere per ovviare ai campi minati russi».
Kiev potrebbe avere la possibilità di forzare più facilmente il Dnepr nella parte superiore, da Nikopol e Marganets verso Energodar: hanno «già fatto tali tentativi, ma ora, quando il bacino, che qualcuno finora definiva “mare”, si restringe fino alla larghezza del letto del fiume, per loro sarà molto più facile farlo».
Dopo la perdita di Artëmovsk e il fallimento del tentato attacco nell’area del saliente di Vrem’evka, tra Ugledar e Zaporož’e, scrive Colonel Cassad, l’Ucraina aveva urgente bisogno dell’ennesima “Bucha”, per sviare l’attenzione dagli ultimi fallimenti militari.
Al contrario, la Russia non trae particolari vantaggi dalla distruzione della centrale di Kakhovka, dal momento che, se da un lato, causa l’allagamento, possono crearsi difficoltà anche per l’attività dei gruppi di sabotatori ucraini sugli isolotti nella zona di Kherson, dall’altro può rendersi problematica la situazione lungo il Dnepr a nord della centrale stessa, dove le truppe ucraine possono portare attacchi d’appoggio ai tentativi d’offensiva sulla direttrice di Zaporož’e, soprattutto se l’obiettivo è la presa della centrale atomica.
Tanto più che in passato Kiev aveva già intrapreso tentativi, falliti, di attestarsi nell’area di Energodar, per impossessarsi della centrale nucleare di Zaporož’e.
A proposito di quest’ultima, sul portale Vzgljad, l’attivista Vladimir Rogov dichiara che nonostante il fatto che il bacino di Kakhovka sia importante per le vasche di raffreddamento della centrale, questa dispone di altri canali idrici. Inoltre, al momento la centrale nucleare non produce energia, il che riduce la quantità di acqua richiesta per la manutenzione dell’impianto.
Secondo Aleksej Anpilogov, presidente del fondo per la ricerca scientifica «il livello critico dell’acqua nelle vasche, a causa del quale potrebbero verificarsi problemi con la centrale di Zaporož’e, è di otto metri. Nel caso, la centrale nucleare chiuderà lo scarico dell’acqua di raffreddamento e entrerà in modalità operativa con l’acqua artesiana dai pozzi. In quel momento, è probabile che i reattori debbano essere completamente spenti, anche se già ora praticamente non operano, a causa dei bombardamenti ucraini».
Per quanto riguarda la Crimea, a parere sia di Rogov, che di Anpilogov, al momento non è elevato il pericolo che rimanga senza alimentazione il canale Nord-Crimea, attraverso cui l’acqua, dalla regione di Kherson, arriva nella penisola: «i sistemi di alimentazione del canale sono a monte della centrale di Kakhovka e sono progettati per un livello minimo dell’acqua di 12,7 metri. Di conseguenza, se non viene colpita la stazione di pompaggio, è possibile prevedere in Crimea un certo razionamento dell’acqua per agricoltura, ma non ci dovrebbero essere problemi con l’acqua da bere».
Nelle immediate vicinanze dell’area allagata, invece, secondo Kots, i danni alle chiuse avranno inevitabilmente effetti negativi sui terreni agricoli nelle aree delle regioni di Kherson e Zaporož’e controllate dalle forze di Mosca.
Senza il sistema di irrigazione dei campi, che rischia di subire gravi danni, le terre fertili si trasformeranno in steppa arida. Come è successo in Crimea dopo che Kiev aveva chiuso i rubinetti alla penisola nel 2014: i terreni nella penisola «non si sono ancora completamente ripresi».
In generale, Aleksandr Kots ricorda come a dicembre scorso, gli stessi comandanti ucraini avessero parlato degli attacchi alla diga di Kakhovka in un’intervista coi media occidentali. The Washington Post del 29 dicembre 2022 scriveva che «Il maggiore generale delle forze armate ucraine Koval’chuk ha pensato di esondare il fiume. Gli ucraini, ha detto, hanno persino effettuato un attacco di prova con HIMARS su una delle chiuse della diga Novokakhovskaja, procurando tre falle nel metallo, per vedere se le acque del Dnepr potevano salire abbastanza da bloccare gli accessi russi, ma non allagare i villaggi nelle zone limitrofe. La prova ha avuto successo, ha detto Koval’chuk».
La stessa citazione da TWP è ripresa anche dall’ex conduttore della Fox News, Tucker Carlson, il quale scrive (il suo intervento è riportato dal canale telegram russo kolxozdelodobrovolnoe): «La domanda è chi l’ha fatto. Vediamo. La diga di Kakhovka era di fatto russa. Era stata costruita dal governo russo. Al momento, si trova in territorio controllato dalla Russia. Il bacino della diga fornisce acqua alla Crimea che, da 240 anni, è la dimora della flotta russa del mar Nero. Far saltare in aria la diga può essere forse un male anche per l’Ucraina, ma reca un danno ancora maggiore alla Russia. Proprio per questo motivo, il governo ucraino aveva esaminato la possibilità di distruggerla.
A dicembre, The Washington Post aveva citato un generale ucraino che affermava che i suoi uomini avevano lanciato missili di fabbricazione americana contro la chiusa della diga come attacco di prova. Così che, non appena i fatti cominciano ad emergere, diventa molto meno misterioso ciò che potrebbe essere successo alla diga.
Qualsiasi persona sana di mente concluderebbe che siano stati probabilmente gli ucraini a farla saltare in aria, proprio come hanno fatto saltare in aria il gasdotto russo Nord Stream lo scorso autunno. E infatti, come ora sappiamo, gli ucraini hanno fatto proprio così. Non sembra che Vladimir Putin stia cercando di scatenare una guerra contro se stesso».
Lo stesso, per il conduttore radiofonico americano Garland Nixon, riportato da Colonel Cassad: secondo i media mainstream, dice Nixon, la Russia ha: «attaccato i propri gasdotti; ha fatto saltare in aria il ponte di Crimea; ha attaccato la propria centrale nucleare; ha attaccato il ponte di Crimea; ha fatto saltare in aria la propria diga; ha attaccato il Cremlino con i droni».
Nel caso specifico, concludono i media “del nemico”, disponiamo dei motivi, della possibilità, di fatti provati su precedenti attacchi alla centrale idroelettrica di Kakhovka e le ammissioni documentate dei criminali, sul fatto che stessero pianificando l’atto terroristico di distruggere la centrale.
Ovviamente, gli sponsor del regime nazista di Kiev faranno finta di non sapere chi abbia fatto saltare la centrale, oppure accusano direttamente la Russia, esattamente come hanno fatto per il “North stream”. Sono le stesse persone. Per questo, là, i fatti non interessano a nessuno. Si tratta soltanto di realizzare la propria politica con metodi terroristici.
Fonte
07/06/2023
Guerra in Ucraina - La diga di Kakhovka bombardata dagli ucraini
Il cedimento della diga di Kakhovka somiglia sempre di più al sabotaggio del gasdotto North Stream.
Tre mesi prima del sabotaggio del Nord Stream, il 26 settembre del 2022, gli Stati Uniti sono venuti a sapere da “uno dei propri alleati” che le Forze armate ucraine stavano pianificando un attacco alle infrastrutture sottomarine, avvalendosi di una unità di incursori subacquei sotto la supervisione diretta dei vertici militari di Kiev. È quanto si legge in uno dei documenti oggetto della recente fuga di materiali riservati del Pentagono, pubblicati sulla piattaforma Discord e ottenuti dal Washington Post.
La diga di Nova Kakhovka, il cui cedimento nella giornata di ieri ha causato l’inondazione di decine di insediamenti lungo il basso corso e l’estuario del fiume Dnepr, era già stata danneggiata da bombardamenti ucraini all’inizio di questo mese.
È quanto emerge da fotografie satellitari analizzate dalla CNN. Secondo l’emittente televisiva statunitense, le foto satellitari mostrano che la diga appariva nel complesso strutturalmente intatta almeno sino al 28 maggio scorso; fotografie scattate pochi giorni più tardi, il 5 giugno, mostrano invece danni significativi a una sessione della strada che coronava l’orlo della diga, un danno che pare provocato da un attacco esterno, forse tramite proiettili d’artiglieria.
La CNN precisa di non poter verificare se i danni strutturali causati alla diga all’inizio di questo mese abbiano effettivamente causato il cedimento di ieri, o se quest’ultimo sia invece il risultato di esplosivi posizionati dalla Russia all’interno della centrale idroelettrica, come sostenuto dal presidente ucraino Zelensky e ripetuto acriticamente e pedissequamente dai mass media occidentali.
Secondo fonti russe, martedì notte i bombardamenti dell’esercito di Kiev hanno portato alla distruzione della parte superiore della centrale idroelettrica di Kakhovskaya.
La CNN riporta le dichiarazioni di un ufficiale delle forze armate ucraine, il capitano Andrei Pidlisnyi, secondo cui dopo il cedimento della diga sono stati visti militari russi trascinati dalla corrente del fiume nel caos dell’inondazione.
Tale testimonianza non sembra avvalorare l’ipotesi di un sabotaggio deliberato della Russia, ma piuttosto quella di un cedimento strutturale improvviso della diga. Il collasso della diga di Nova Kakhovka ha causato effettivamente danni ben peggiori sulla sponda sinistra del fiume, controllata dalle forze russe e dove queste ultime avevano realizzato nei mesi scorsi vaste opere difensive in vista di ipotetici sbarchi fluviali da parte dell’Ucraina.
Come sottolineato dallo stesso Pidlisnyi, la sponda del fiume controllata dai russi è più bassa di quella di destra, su cui sono attestati gli ucraini, e dunque ha risentito maggiormente del cedimento della diga. L’allagamento di queste aree è iniziato attorno alle 3 di ieri mattina (ora locale), ma si è verificato gradualmente nell’arco di diverse ore, e pare dunque improbabile che la maggior parte dei militari russi non siano stati in grado di abbandonare le loro posizioni.
Il giornale ucraino Kyev Indipendent scrive che “la distruzione potrebbe anche, per un certo periodo, complicare i piani di controffensiva dell’Ucraina. I russi stanno cercando di rallentare il ritmo ucraino, ha affermato Serhiy Zgurets, direttore della società di consulenza Defense Express. In primo luogo, la distruzione della diga pone un enorme problema in grembo al governo ucraino, costringendolo a utilizzare le risorse per mitigare il danno invece di riversare i propri sforzi nel contrattacco della Russia. In secondo luogo, elimina un punto di attraversamento chiave sul fiume”.
Intanto le autorità della regione di Kherson hanno dichiarato lo stato di emergenza nell’intera area amministrativa. È quanto riferito dai servizi di emergenza all’agenzia di stampa Tass. “Nella regione di Kherson è stata introdotta una modalità operativa di ‘situazione di emergenza’”, ha affermato la fonte dell’agenzia. In precedenza, lo stato di emergenza era stato introdotto nel distretto di Novokakhovskij.
Secondo l’agenzia russa Ria Novosti, il responsabile del distretto di Novokakhovka Vladimir Leontiev ha riferito che decine di persone sono state bloccate nelle aree suburbane a causa delle inondazioni dovute alla distruzione della diga di Kakhosvka . “Sono in corso lavori per salvare le persone che attualmente devono essere evacuate. Fino a 100 persone sono bloccate nelle case di Korsun”, ha detto il funzionario.
Fonte
Tre mesi prima del sabotaggio del Nord Stream, il 26 settembre del 2022, gli Stati Uniti sono venuti a sapere da “uno dei propri alleati” che le Forze armate ucraine stavano pianificando un attacco alle infrastrutture sottomarine, avvalendosi di una unità di incursori subacquei sotto la supervisione diretta dei vertici militari di Kiev. È quanto si legge in uno dei documenti oggetto della recente fuga di materiali riservati del Pentagono, pubblicati sulla piattaforma Discord e ottenuti dal Washington Post.
La diga di Nova Kakhovka, il cui cedimento nella giornata di ieri ha causato l’inondazione di decine di insediamenti lungo il basso corso e l’estuario del fiume Dnepr, era già stata danneggiata da bombardamenti ucraini all’inizio di questo mese.
È quanto emerge da fotografie satellitari analizzate dalla CNN. Secondo l’emittente televisiva statunitense, le foto satellitari mostrano che la diga appariva nel complesso strutturalmente intatta almeno sino al 28 maggio scorso; fotografie scattate pochi giorni più tardi, il 5 giugno, mostrano invece danni significativi a una sessione della strada che coronava l’orlo della diga, un danno che pare provocato da un attacco esterno, forse tramite proiettili d’artiglieria.
La CNN precisa di non poter verificare se i danni strutturali causati alla diga all’inizio di questo mese abbiano effettivamente causato il cedimento di ieri, o se quest’ultimo sia invece il risultato di esplosivi posizionati dalla Russia all’interno della centrale idroelettrica, come sostenuto dal presidente ucraino Zelensky e ripetuto acriticamente e pedissequamente dai mass media occidentali.
Secondo fonti russe, martedì notte i bombardamenti dell’esercito di Kiev hanno portato alla distruzione della parte superiore della centrale idroelettrica di Kakhovskaya.
La CNN riporta le dichiarazioni di un ufficiale delle forze armate ucraine, il capitano Andrei Pidlisnyi, secondo cui dopo il cedimento della diga sono stati visti militari russi trascinati dalla corrente del fiume nel caos dell’inondazione.
Tale testimonianza non sembra avvalorare l’ipotesi di un sabotaggio deliberato della Russia, ma piuttosto quella di un cedimento strutturale improvviso della diga. Il collasso della diga di Nova Kakhovka ha causato effettivamente danni ben peggiori sulla sponda sinistra del fiume, controllata dalle forze russe e dove queste ultime avevano realizzato nei mesi scorsi vaste opere difensive in vista di ipotetici sbarchi fluviali da parte dell’Ucraina.
Come sottolineato dallo stesso Pidlisnyi, la sponda del fiume controllata dai russi è più bassa di quella di destra, su cui sono attestati gli ucraini, e dunque ha risentito maggiormente del cedimento della diga. L’allagamento di queste aree è iniziato attorno alle 3 di ieri mattina (ora locale), ma si è verificato gradualmente nell’arco di diverse ore, e pare dunque improbabile che la maggior parte dei militari russi non siano stati in grado di abbandonare le loro posizioni.
Il giornale ucraino Kyev Indipendent scrive che “la distruzione potrebbe anche, per un certo periodo, complicare i piani di controffensiva dell’Ucraina. I russi stanno cercando di rallentare il ritmo ucraino, ha affermato Serhiy Zgurets, direttore della società di consulenza Defense Express. In primo luogo, la distruzione della diga pone un enorme problema in grembo al governo ucraino, costringendolo a utilizzare le risorse per mitigare il danno invece di riversare i propri sforzi nel contrattacco della Russia. In secondo luogo, elimina un punto di attraversamento chiave sul fiume”.
Intanto le autorità della regione di Kherson hanno dichiarato lo stato di emergenza nell’intera area amministrativa. È quanto riferito dai servizi di emergenza all’agenzia di stampa Tass. “Nella regione di Kherson è stata introdotta una modalità operativa di ‘situazione di emergenza’”, ha affermato la fonte dell’agenzia. In precedenza, lo stato di emergenza era stato introdotto nel distretto di Novokakhovskij.
Secondo l’agenzia russa Ria Novosti, il responsabile del distretto di Novokakhovka Vladimir Leontiev ha riferito che decine di persone sono state bloccate nelle aree suburbane a causa delle inondazioni dovute alla distruzione della diga di Kakhosvka . “Sono in corso lavori per salvare le persone che attualmente devono essere evacuate. Fino a 100 persone sono bloccate nelle case di Korsun”, ha detto il funzionario.
Fonte
06/06/2023
Guerra in Ucraina - Primi assaggi di controffensiva
di Francesco Dall'Aglio
Ho aspettato 24 ore, anzi un po' di più, prima di scrivere qualcosa sull'offensiva ucraina che si sta sviluppando, come si vede dalla carta che allego, intorno al saliente di Vremievsky. Le direttrici d'attacco sono cinque, quattro intorno al saliente e una più a ovest, da Orichiv verso Polohy. Di questi cinque attacchi, condotti con un discreto quantitativo di blindati, corazzati e fanteria, l'unico in direzione di uno degli obiettivi strategici ucraini (anch'essi evidenziati nella carta) è l'ultimo, quello più isolato. Gli altri sono, oltre che una distrazione e un tentativo di attirare riserve, una ricognizione in forze per saggiare la tenuta delle truppe russe nella giunzione tra il fronte di Donetsk e quello di Zaporizhia.
Per ora il fronte russo sembra reggere senza necessità di fare avanzare le riserve, con ritirate e successive avanzate quando le truppe ucraine sono attirate nelle "firebag" predisposte (zone nelle immediate retrovie già designate in anticipo per essere colpite dall'artiglieria e dall'aviazione una volta che le truppe amiche si sono ritirate); l'assenza di aviazione è molto negativa per l'avanzata ucraina, ovviamente, così come lo svantaggio in termini di artiglieria, anche se l'artiglieria ucraina ha intensificato notevolmente il fuoco su tutto il fronte.
Il materiale utilizzato, almeno da quello che vedo (circolano molti pochi filmati per il momento, soprattutto da parte ucraina non se ne vedono) sembra essere per la maggior parte ruotato e non cingolato. Evidentemente stanno utilizzando per lo più la rete stradale, sperando di riuscire a forzare da qualche parte e potere avanzare con celerità per poi fare intervenire le riserve. I famosi "mezzi occidentali" sono utilizzati ancora con parsimonia: oggi si era diffusa la notizia che un Leopard fosse stato abbandonato dall'equipaggio, ma a me la sagoma nella foto sembrava più quella di un AMX-10 RC francese (un blindato a sei ruote con una torretta che monta un cannone da 105, un mezzo più da ricognizione e appoggio che da sfondamento, che sarebbe più congruo allo scopo di queste operazioni) e infatti così è stato poi confermato - anzi, è venuta fuori un'altra foto con due altri AMX abbandonati, che porterebbe il totale a tre. Altri filmati mostrano almeno una decina di mezzi distrutti, tra carri, MRAP e trasporto truppe, ma non è facile fare una stima delle perdite che gli attaccanti stanno subendo. Per ora, ad ogni modo, Leopard e Challenger non se ne vedono, ed è sensato; bisogna prima aprire una breccia e poi farli entrare per allargarla e stabilizzarla, certo non verranno mandati a fare la cavalcata delle valchirie contro i trinceramenti russi.
Tornando alle zone dove si stanno sviluppando le operazioni: sulla carta ho indicato quelli che sono gli snodi fondamentali per l'offensiva ucraina. È evidente che, con la parzialissima eccezione dell'attacco in direzione di Polohym, che si è arenato subito, il grosso degli attacchi è concentrato in una zona periferica, un saliente che però infastidisce parecchio le retrovie ucraine. Riuscire a livellare il fronte in quella zona sarebbe molto utile per ottimizzare le linee, ma per ora l'obiettivo pare molto lontano dall'essere centrato. Bisogna vedere se nei prossimi giorni gli attacchi in quella zona continueranno o se, come già successo per quelli ai fianchi di Bahmut, verranno abbandonati una volta che sarà chiaro che non portano risultati.
Per ora la situazione è questa. Riferire altre notizie, dal flusso infinito di post e rapporti, non serve a molto vista la fluidità della situazione. Per ogni notizia, che sia di avanzate o ritirate, bisogna aspettare almeno 12 ore.
Intanto, da alcuni giorni i russi avanzano a passo rapido a Marinka, dove sono arrivati alcuni reparti "Akhmat" ceceni, e continuano a stringere intorno ad Avdiivka. Non è escluso che l'operazione a Vremievsky sia partita per evitare un altro "effetto Bahmut" a Marinka.
La diga di Kakhovka
Pare confermato che la diga di Kakhovka abbia ceduto per via di un attacco, non per cedimento strutturale (o perché, come detto da qualcuno, i russi non facevano la manutenzione - evidentemente erano gli stessi che a Chernobyl scavavano le trincee nel terreno radioattivo con le mani). Resta da chiedersi chi l'abbia attaccata, e perché. Cui prodest, come dicevano i latini. In assenza di certezze e in un clima mediatico già completamente avvelenato, possiamo solo formulare alcune ipotesi.
Come era ovvio, i media occidentali si sono immediatamente allineati alla posizione ucraina, da cui il clima avvelenato di cui sopra: sono stati i russi, per vari motivi nessuno dei quali buono - perché sono terroristi (Zelensky), perché sono nel panico in vista dell'offensiva che sta per partire (l'intelligence), perché ormai sono pronti ad evacuare la Crimea e si fanno saltare tutto alle spalle (Sergej Sumlenny, un genio da sempre). L'idea di base è appunto che la distruzione della diga convenga all'esercito russo, che così impedirà a quello ucraino di attraversare il Dnieper e avanzare in direzione della Crimea, visto che, come sempre, l'offensiva ucraina è data per inarrestabile; mentre non conviene a quello ucraino, che deve lasciare le sue posizioni. Questa posizione non è del tutto campata in aria, ma ci sono alcune cose da considerare, sia dal punto di vista strettamente militare che delle conseguenze sul territorio.
Dal punto di vista militare, la sponda est del fiume (quella sulla quale sono attestati i russi) è più BASSA della sponda ovest, il che significa che la maggior parte dell'acqua defluirà da quelle parti: e questo significa che saranno in realtà i russi a dovere sgomberare la zone e ad arretrare le loro posizioni, abbandonando i trinceramenti e i campi minati che hanno messo in piedi dalla scorsa estate dopo avere lasciato la sponda ovest del fiume e la città di Cherson stessa (a proposito: la motivazione più valida per l'abbandono di quelle posizioni era proprio questa: in caso di distruzione della diga i reparti russi si sarebbero trovati isolati e sarebbe stato impossibile rifornirli, e penso non sia il caso di dimenticare che esattamente per questo motivo l'esercito ucraino bombardava la diga con i missili, dando poi la colpa ai russi. Che l'abbiano fatto in passato non significa naturalmente che l'abbiano fatto anche stanotte, ma il precedente c'è).
Per quanto riguarda la complicazione dello sbarco ucraino andrebbe ricordato che, al momento, preparativi per questo sbarco non se n'erano visti, e che uno sbarco senza supremazia aerea è impensabile a meno che non si tratti, come fatto finora, di infiltrare piccoli gruppi per vedere come sono messe le difese - difese che, ripeto, ora vanno completamente ripensate dai russi, mentre quelle ucraine sull'altra sponda restano sostanzialmente intatte con l'eccezione di quelle proprio sulla riva del fiume. Sempre a proposito di sbarchi, l'allagamento complicherebbe anche i piani dei russi se volessero tentarlo loro - e anche di questa cosa finora non c'è traccia. Quindi dal punto di vista strettamente militare non è così semplice da stabilire chi ricaverà i maggiori vantaggi. Michael Kofman, uno degli analisti di War on the Rocks, certo non sospettabile di simpatie filo-russe, aveva infatti detto in uno dei suoi podcast che far saltare la diga, per i russi, "sarebbe essenzialmente spararsi in un piede".
Dal punto di vista delle conseguenze sul territorio, anche qui non è facile. Ovviamente le conseguenze per i civili saranno più gravi dal lato ucraino, per il semplice fatto che il centro urbano più grande, Cherson, si trova dal loro lato e alcuni dei suoi quartieri verranno completamente allagati: quindi nell'immediato la situazione sembrerebbe anche qui favorire i russi, che svuoterebbero la città (anche se non è chiaro cosa ci guadagnerebbero). Ci sono però altre considerazioni da fare, che riguardano la Crimea e la centrale nucleare di Energodar, ossia gli svantaggi russi.
La questione della Crimea concerne il suo approvvigionamento idrico, ossia il canale Dnieper-Crimea, che si trova più a nord della diga ma dipende comunque dal fluire regolare delle acque del fiume, e si sta già abbassando anche se di pochissimo; stesso discorso per la centrale nucleare di Energodar, i cui bacini di raffreddamento sono molto più a nord-est, ma valgono le stesse considerazioni del canale.
Inoltre, la diga di Kakhovka non è affatto l'unica diga sul fiume: ce ne sono, come mostra l'illustrazione che allego, altre cinque, e sono tutte in mano ucraina. Se decidessero di ridurre la portata d'acqua della "cascata del Dnieper", agendo su tutte le dighe o solo sull'ultima, prosciugherebbero sia il canale di Crimea che, cosa ancora più pericolosa, i bacini della centrale nucleare - magari per richiedere un intervento dell'AIEA o delle Nazioni Unite, perché una centrale senza dispositivi di raffreddamento non può ovviamente funzionare e sarebbe un disastro ben più grave dell'allagamento di Cherson, con conseguenze stavolta continentali.
Quindi, prima di stabilire chi è stato, cerchiamo di capire a chi conviene maggiormente. Non sono molto sicuro che convenga di più ai russi. Mediaticamente, come sempre, conviene di più all'Ucraina, ma anche questa non è una prova inoppugnabile.
La carta l'ho presa da qui, dove ci sono molti dati interessanti.
Per chiarire meglio la situazione: a sud della diga il terreno verrà allagato, ma a nord si abbasserà il livello dell'acqua IN TUTTO IL BACINO, con le possibili conseguenze per il canale di Crimea e la centrale di Energodar discusse in precedenza, e problemi all'approvvigionamento idrico di entrambe le sponde. Quanto, non lo sappiamo: dipende da cosa succederà con le altre dighe, se rilasceranno più acqua per compensare o no.
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