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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2024

Guerra in Ucraina - Mosca minaccia Washington dopo la strage di Sebastopoli

di Francesco Dall’Aglio

Nella mattinata di domenica 23 giugno un missile ATACMS con munizionamento a grappolo lanciato dall’Ucraina ha colpito una spiaggia molto frequentata della Crimea, Uchkuevka, tra la baia di Sebastopoli e l’aeroporto di Belbek.

Il missile faceva parte di una salva intercettata dall’antiaerea russa e non è chiaro dove fosse diretto, se il suo obiettivo fosse davvero la spiaggia o se sia stato deviato con contromisure elettroniche o colpito dalle difese russe. Il numero di vittime e di feriti è molto più basso di quello che ci si poteva aspettare perché, come si può vedere dai filmati di alcune telecamere di sicurezza poste sulla spiaggia, gran parte delle sfere di metallo che costituiscono il carico di quel tipo di munizioni sono finite in acqua. I successivi eventi del Dagestan, sempre domenica, hanno aggiunto ulteriore tensione e a peggiorare le cose ci si è messa una serie di commenti a dir poco improvvidi da parte delle autorità ucraine, dell’Unione Europea e degli USA che certamente non hanno rasserenato le autorità russe. Mychajlo Podoljak ha twittato che la Crimea, oltre ad essere territorio occupato, è una base militare e i civili russi che vi si trovano sono ‟occupanti civili”[1]; Peter Stano, portavoce dell’Unione Europea per gli affari esteri, in risposta alla richiesta di un commento da parte della TASS ha dichiarato che i rapporti russi ‟hanno credibilità prossima allo zero”[2], mentre il generale Pat Ryder, portavoce del Dipartimento della Difesa statunitense, in una conferenza stampa a dichiarato di non avere ‟alcuna informazione che indicasse se dei civili erano o non erano stati uccisi”, ma che ne avrebbero discusso con gli ucraini [3]. Il ciclo di dichiarazioni ufficiali è stato chiuso dal portavoce della Dipartimento di Stato, Matthew Miller, che pur rammaricandosi per la perdita di vite umane ha detto che le armi statunitensi servono all’Ucraina per difendere il proprio territorio di cui la Crimea fa parte, e che la Russia potrebbe chiudere il conflitto e le sofferenze che porta ritirandosi dal territorio ucraino [4]. Proprio questa, come vedremo, è la dichiarazione che ha maggiormente messo in allarme Mosca.

La reazione ufficiale russa è stata molto dura e si è diretta più che contro l’Ucraina contro gli Stati Uniti, accusati senza mezzi termini di essere i principali responsabili di un attacco terroristico perpetrato contro civili inermi poiché i lanci dei missili ATACMS sono programmati, secondo i russi, da specialisti statunitensi in base ai dati forniti dall’intelligence USA. L’ambasciatrice statunitense a Mosca, Lynne Tracy, è stata convocata al Ministero degli Esteri e sono state annunciate ‟misure di rappresaglia” non specificate[5]. Al di là delle vittime civili, la rabbiosa reazione russa deriva principalmente da due motivi: l’impiego nell’attacco di armi a lungo raggio fornite dagli USA e soprattutto il fatto che siano state adoperate in Crimea. La questione dell’autorizzazione statunitense a impiegare armi a lungo raggio sul territorio russo, e non solo nella zona di combattimento o nei territori occupati, ha tenuto banco per settimane raggiungendo a volte effetti ridicoli. Alla fine era stato trovato un compromesso che garantisse un vantaggio militare all’Ucraina ma allo stesso tempo non fosse considerato dalla Russia come una escalation troppo grave: le forze armate ucraine hanno ottenuto il permesso di colpire oltreconfine entro un raggio di 100 chilometri nel settore di Kharkiv e in generale contro bersagli, aerei o terrestri, che stessero preparandosi a colpire il territorio ucraino dalla Russia.[6] Dalla Crimea però, a parte il fatto che le vittime sono civili, non stava partendo nessun attacco e la distanza è ben superiore a 100 chilometri qualunque sia stato il punto di partenza dei missili. La cosa più inquietante per i russi, però, è stato l’elemento retorico del ‟territorio ucraino occupato” dal quale devono essere allontanati e il fatto che evidentemente questo territorio continui a includere la Crimea, cosa che per la Russia non è negoziabile e non lo era mai stata, nemmeno durante i colloqui del marzo-aprile 2022.

La rappresaglia minacciata dalla Russia va dunque intesa come diretta contro gli Stati Uniti, non contro l’Ucraina. E secondo le regole della proporzionalità, verosimilmente contro i sistemi di intelligence, ovvero i droni di osservazione General Atomics MQ-9 Reaper o i ben più grandi e costosi Northrop Grumman RQ-4B Global Hawk che stazionano quasi in permanenza sul Mar Nero. Sebbene non dirigano il tiro delle artiglierie ucraine, come spesso erroneamente si dice, forniscono però intelligence fondamentale prima e dopo gli attacchi, tenendo sotto osservazione i bersagli e quantificando i danni. È proprio l’intelligence il contributo più importante che la NATO sta dando all’Ucraina, al di là delle forniture di armi e munizioni, ed è la cosa che i russi soffrono di più. Sono note già due azioni ostili contro questi sistemi di sorveglianza, ufficialmente fatte passare come malintesi o, appunto ‟azioni non professionali”: il 29 settembre 2022 un Su-27 aveva lanciato un missile ‟nelle vicinanze” di un Boeing RC-135 Rivet Joint della RAF,[7] ma l’incidente più spettacolare, anche perché ripreso dalle camere di bordo, era avvenuto il 14 marzo 2023 quando un altro Su-27 aveva prima irrorato di carburante un MQ-9 Reaper statunitense e poi ne aveva intenzionalmente speronato l’elica di coda, facendolo precipitare nel Mar Nero.[8] In molti dunque si aspettavano una ripetizione di queste situazioni o un magari atto dimostrativamente ancora più esplicito.

Nella tarda serata del 24 giugno un canale telegram russo piuttosto noto e molto bene informato sulle vicende dell’aviazione russa, Fighterbomber, che gode di un certo credito anche perché non si fa problemi nel riportare le perdite russe quando si verificano, ha pubblicato un post abbastanza criptico congratulandosi ‟con tutti quelli coinvolti”, citando ‟azioni non professionali” e ‟una turbolenza sul Mar Nero”, e chiedendosi se la cosa sarebbe continuata o si sarebbe trattato invece di un singolo evento[9]. Lo stile di Fighterbomber è sempre criptico, dato che spesso rivela dati non di pubblico dominio e non sempre può riferirli esplicitamente, ma ‟azione non professionale” è la frase con cui i bollettini ufficiali descrivono le azioni di disturbo o le provocazioni effettuate da  aerei ostili: tutto lasciava dunque pensare che un drone statunitense fosse stato abbattuto o danneggiato. Il candidato principale era l’RQ-4B Global Hawk ‟FORTE10”, in volo da tempo sul Mar Nero e che aveva fatto precipitosamente ritorno alla base di Sigonella proprio quando Fighterbomber pubblicava il suo messaggio. Il giorno dopo sempre Fighterbomber pubblicava un video di sei minuti, nel quale spiegava la dinamica dell’azione: un Mig-31 aveva raggiunto ‟assolutamente per caso” FORTE10 ad altissima velocità alla sua altitudine operativa di 20.000 metri, generando una turbolenza che lo aveva mandato fuori rotta e costretto ad abbandonare la missione e fare ritorno alla base[10]. Fighterbomber non ha fornito prove fotografiche o video dell’incidente, ma alcuni eventi contribuiscono a farci credere che è probabile che si sia verificato davvero. In primo luogo, nessun drone da osservazione statunitense ha più volato sul Mar Nero dalla notte del 24; solo nel primo pomeriggio del 27 giugno è comparso in zona un RC-135W britannico (come quello protagonista suo malgrado dell’incidente del 29 settembre 2022) decollato dalla Gran Bretagna, accompagnato da due caccia Typhoon partiti invece dalla Romania.

Come mostra il tracciato del volo, l’aereo si è però tenuto lontano dalla Crimea e poco dopo ha invertito la rotta tornando nello spazio aereo NATO, dove ha continuato a volare per un paio d’ore prima di fare rotta verso la base di partenza, mentre i due caccia lo hanno lasciato e sono tornati alla base romena dove sono dislocati. Non ci è dato sapere se la missione consisteva in questo o se sono stati dissuasi dal completarla da qualcosa incontrato lungo la strada, né se, come affermano alcune fonti, ci fosse un’altra coppia di caccia inglesi che volavano con il transponder spento. Un altro dettaglio interessante: il giorno dopo il presunto incidente, il 25 giugno, il Segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin ha telefonato al Ministro della Difesa russo Andrej Belousov. L’ultima volta che Austin aveva parlato con il suo omologo russo, che all’epoca era ancora Shoigu, era stato il 15 marzo 2023 in occasione dell’abbattimento dell’MQ-9 Reaper, che secondo la trascrizione ufficiale della telefonata era stato l’unico argomento di discussione tra i due [11]. Questa volta da parte statunitense non sono stati rivelati dettagli sulla telefonata, solo che Austin ‟ha enfatizzato l’importanza di mantenere aperti i canali di comunicazione”, canali che si erano appunto chiusi il 15 marzo dell’anno scorso, e nient’altro [12]. Anche il comunicato del Ministero della Difesa russo è piuttosto laconico, anche se aggiunge qualche dettaglio in più: si è discusso della situazione in Ucraina, del pericolo di escalation causato dalle forniture militari statunitensi, e ‟di altre cose” [13].

Pare anche che gli statunitensi si siano innervositi e abbiano provato a restituire il favore ai russi in Siria. Secondo il generale Yury Popopv, il 27 giugno un MQ-9 Reaper è passato pericolosamente vicino a un Su-35 russo nella regione di Homs, a un’altezza compresa tra i 7 e gli 8000 metri [14], mentre in due occasioni aerei statunitensi avrebbero ‟illuminato” caccia russi. Va però detto che in Siria queste provocazioni reciproche non sono rare e nemmeno troppo mal viste, al di là delle proteste ufficiali, perché consentono alle rispettive areonautiche di testare i limiti dei propri apparecchi in competizione con gli omologhi avversari, escludendo naturalmente di entrare in combattimento.

Per concludere, il canale telegram ufficiale del Ministero della Difesa russo ha pubblicato come prima notizia del 28 giugno un post nel quale si comunica che Belousov ha incaricato lo Stato Maggiore russo di ‟presentare proposte di misure” per rispondere alle ‟provocazioni” dei droni-spia sul Mar Nero, che oltre a designare i bersagli per le armi fornite dalla NATO all’Ucraina costituiscono un pericolo per gli aerei russi. Questo, scrive sempre il Mistero, aumenta il rischio di uno scontro diretto tra NATO e Federazione Russa, e se ciò dovesse accadere i paesi NATO ne saranno ritenuti responsabili [15]. Nessun accenno, ovviamente, a ‟incidenti” già avvenuti o a ‟misure” già prese, ma la dichiarazione abbastanza esplicita che da parte russa ci si riserva la possibilità di agire in futuro.

Insomma, di ciò che sarebbe successo nella notte del 24 giugno abbiamo solo prove indiziarie. Fighterbomber, nel suo stile criptico, promette foto e filmati ma chissà se ne vedremo. Ufficialmente nessuna delle due parti ha riconosciuto che qualcosa di strano sia successo sul Mar Nero ma qualcosa, nei rapporti tra Stati Uniti e Russia, pare si stia muovendo davvero e la telefonata di Austin a Belousov ne è il segnale più evidente. Intanto a New York è arrivato, il 26, anche il Ministro degli Interni russo Vladimir Kolokolt’cev. L’occasione della visita non annunciata è la riunione dei capi della polizia dei paesi dell’ONU, cosa che gli dà il diritto di muoversi sul territorio statunitense nonostante le sanzioni che lo hanno colpito ma che non gli impediscono di recarsi ai meeting delle Nazioni Unite che però non frequentava dal 2018: anche lui, si direbbe, è stato colpito all’improvviso da una irrefrenabile volontà di comunicare.

C’è sicuramente grande confusione sotto il cielo, ma la cosa una volta tanto potrebbe avere risvolti positivi.

Note

[1]   https://x.com/Podolyak_M/status/1805171253755412849.

[2]   https://tass.com/world/1807635.

[3]  https://www.defense.gov/News/Transcripts/Transcript/Article/3815559/major-general-pat-ryder-pentagon-press-secretary-holds-an-off-camera-press-brie/

[4]   https://www.state.gov/briefings/department-press-briefing-june-24-2024/

[5]  https://www.reuters.com/world/europe/kremlin-blames-us-barbaric-atacms-missile-attack-crimea-2024-06-24/

[6]  https://www.washingtonpost.com/world/2024/06/21/ukraine-firing-range-us-weapons-russia/

[7]  https://www.bbc.com/news/uk-63327999

[8]  https://www.theguardian.com/us-news/2023/mar/16/us-releases-footage-russian-jet-crashing-into-american-drone-over-black-sea

[9]  https://t.me/fighter_bomber/17145

[10] https://t.me/fighter_bomber/17156

[11] https://www.defense.gov/News/Releases/Release/Article/3330335/readout-of-secretary-of-defense-lloyd-j-austin-iiis-phone-call-with-russian-min/

[12] https://www.defense.gov/News/Releases/Release/Article/3817099/readout-of-secretary-of-defense-lloyd-j-austin-iiis-phone-call-with-russian-min/

[13]  https://eng.mil.ru/en/news_page/country/more.htm?id=12517991@egNews (allego il link in inglese, la versione in russo, che comunque non riporta altri dettagli, è più difficilmente accessibile dall’Italia).

[14] https://tass.com/defense/1809669

[15] https://t.me/mod_russia/40386.

Fonte

26/06/2024

Guerra in Ucraina - È giallo su drone Usa partito da Sigonella e abbattuto dai russi

A dare notizia dell’abbattimento di un drone Usa sono stati due canali Telegram russi – “Military Informant” e “Fighterbomber” – ripresi dal quotidiano italiano La Stampa.

Per ammissione dello stesso giornale si tratta, nel primo caso, di uno dei canali telegram russi più informati su ciò che avviene nello spazio aereo e nell’aviazione russa. L’articolo cita così quanto riporta il canale : “Un caccia russo MiG-31 ha abbattuto un drone da ricognizione dell’aeronautica americana sul Mar Nero. Presumibilmente si tratta di un drone da ricognizione ad alta quota RQ-4B Global Hawk”. Poco dopo, il canale pubblica un aggiornamento: “Sì, l’incidente è stato ora confermato”.

Pochi minuti prima la stessa notizia era stata riportata dal canale Telegram “Fighterbomber”, ritenuto vicino al comando dell’aeronautica russa: “Congratulazioni a tutti i soggetti coinvolti. Bravi ragazzi! Stiamo aspettando ora l’ok degli Stati Uniti circa le “azioni non professionali. Ora c’è una maggiore turbolenza nel Mar Nero. Vediamo se è una cosa continuativa o se si è trattato di un evento irripetibile”.

Secondo l’articolo de La Stampa, in passato piuttosto raramente questi due canali hanno scritto cose men che informate.

Da fonti statunitensi ufficiali non c’è nessuna conferma dell’abbattimento. L’unica fonte che ne ha parlato, è il corrispondente di Reuters Idris Ali, che segue il Pentagono, citando un rappresentante anonimo del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Idris Ali ha scritto su X che “non si sono verificati incidenti sul Mar Nero” (ma poco dopo, il link che aveva postato risulta cancellato).

La questione è seria per almeno due motivi.

Domenica scorsa le schegge di un missile Atacms fornito dagli Usa, lanciato dagli ucraini sulla Crimea e intercettato dai russi, sono finite sulla spiaggia di Sebastopoli, uccidendo quattro bagnanti – tra cui tre bambini – e ferendone circa 150. Come noto le coordinate di tiro dei missili vengono "aggiunstate" nel corso dell'attacco propri dai droni in volo.

Mosca ha esplicitamente accusato per questo attacco gli Stati Uniti ed ha convocato l’ambasciatore statunitense avvisando che l’evento non sarebbe rimasto senza conseguenze. “Secondo il ministero della Difesa – riporta un comunicato ufficiale della Russia – sono stati usati missili americani Atacms, armati con bombe a grappolo per aumentare la loro letalità. Tutti i dati di volo sono stati inseriti da specialisti Usa sulla base dei loro dati di ricognizione satellitare e un drone da ricognizione americano Global Hawk era in volo nei cieli vicino alla Crimea”.

L’abbattimento diretto del drone – se verrà confermato – segna un salto di qualità, perché nei mesi scorsi l’aviazione russa si era limitata ad accecare un drone Usa con il lancio di carburante. Il drone era stato poi fatto precipitare dai comandi Usa nel Mar Nero per impedirne la cattura.

Il secondo motivo è il coinvolgimento dell’Italia. È infatti risaputo che questo tipo di droni vengono fatti decollare spesso dalla base italiana di Sigonella. Stando ai dati di Flightradar, negli ultimi due giorni solo un drone americano Global Hawk ha sorvolato il Mar Nero. Intorno alle 9 (ora di Mosca) di domenica 23 giugno – il giorno dell’attacco missilistico sulla Crimea – il drone è apparso sul radar nell’area dell’aeroporto militare di Sigonella, ma alle 6 del 24 giugno (ossia la mattina presto di lunedì) è regolarmente rientrato alla base.

Anche il settimanale statunitense Newsweek scrive che gli osservatori della guerra in Ucraina, tra cui l’analista di intelligence Oliver Alexander, hanno sottolineato su X che, nonostante le affermazioni del canale Telegram russo, i dati del radar di volo mostrano che l’ultimo volo visibile del drone spia “si è concluso con un atterraggio sicuro a Sigonella lunedì mattina”.

Rimane il fatto che il ruolo della base militare di Sigonella nell’uso dei droni statunitensi nel conflitto in Ucraina espone il territorio italiano alle possibili ritorsioni della Russia per gli attacchi missilistici sul proprio territorio. Ma i comandi degli Stati Uniti continuano ad utilizzare le loro basi in Italia per le proprie operazioni senza porsi alcun problema.

Il problema andrebbe posto, e seriamente, dall’Italia ma con un governo servile verso Washington come quello in carica appare difficile prevedere note di proteste o misure di protezione del territorio che infastidiscano l’operatività delle forze aeree statunitensi.

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08/04/2024

Da Trump a Stoltemberg espliciti inviti all’Ucraina a cedere territori in cambio di pace

Due voci stanno circolando in queste ore indicando che siano crescenti le pressioni degli “alleati” su Kiev per negoziare una pace con la Russia, anche cedendo territori come la Crimea e il Donbass.

Secondo quanto riporta il Washington Post, Donald Trump ha fatto conoscere il suo orientamento sulla possibile conclusione della guerra in Ucraina. “Premere su Kiev affinché ceda la Crimea e la regione di confine del Donbas alla Russia”. È questo secondo il WP il piano segreto di Donald Trump per mettere fine alla guerra fra Ucraina e Russia. L’ex presidente e candidato a riesserlo, ritiene che sia la Russia sia l’Ucraina “vogliono salvare la faccia e avere una via di uscita”. Trump è convinto anche che per alcune aree dell’Ucraina andrebbe bene essere parte della Russia.

Se le idee di Trump non sono proprio una novità, a sorprendere ancora di più sono state le affermazioni del segretario della Nato Stoltemberg rilasciate in una intervista alla BBC. “La maggior parte delle guerre finisce al tavolo delle trattative e l’Ucraina dovrà fare qualche concessione per fermare la guerra” è stata la dichiarazione a sorpresa del segretario generale della NATO, il quale per la prima volta dall’inizio della guerra tra Ucraina e Russia fa esplicito riferimento a concessioni da parte di Kiev per arrivare a una soluzione del conflitto. Stoltemberg non aggiunge dettagli se non che sarà Kiev a dover decidere quando, come e cosa concedere a Mosca.

“In ultima analisi deve essere l’Ucraina a decidere a quali compromessi è disposta a fare, dobbiamo permetterle di trovarsi in un a posizione in cui possano raggiungere un risultato accettabile al tavolo negoziale” ha spiegato il Segretario generale della Nato nell’intervista alla BBC, sottolineando che non sta spingendo Kiev verso alcuna concessione.

La Nato, dunque, dovrebbe aiutare l’Ucraina a non trovarsi in una situazione troppo sfavorevole al tavolo di trattativa con la Russia per una tregua o la pace, che non esclude però concessioni da parte di Kiev.

Va da se che il sostegno militare occidentale viene ritenuto fondamentale dal segretario della Nato per costringere la Russia a rinunciare agli obbiettivi di ulteriore occupazione di territori ucraini ma alla fine anche l’Ucraina potrebbe trovarsi costretta a qualche “tipo di compromesso”.

Dagli Usa e dal segretario della Nato (a fine mandato però) giungono segnali di cui Kiev e Zelenski dovranno tenere conto. Resta però l’incognita dei guerrafondai europei, soprattutto di Polonia, Baltici, Germania e Francia, i quali sembrano invece orientati ad una escalation contro la Russia piuttosto che sostenere ipotesi di negoziato. Hanno avviato il meccanismo dell’economia di guerra ed hanno sdoganato l’idea stessa del ricorso alla guerra nei propri paesi.

In questi anni ci si è trastullati spesso sull’idea che gli oltranzisti fossero gli Stati Uniti per poi scoprire che i fautori dell’escalation erano diventati più di casa a Bruxelles che a Washington.

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06/03/2024

USA e NATO perseguono l'escalation, dal Mar Nero allo Stretto di Formosa

di Francesco Dall'Aglio

Al terzo tentativo in un anno la NATO è finalmente riuscita ad affondare il pattugliatore "Sergey Kotov": la prima volta attaccato con due droni, la seconda con cinque, stanotte con una decina. Ho già scritto fino alla nausea del motivo sostanzialmente propagandistico di questi attacchi e delle conseguenze sul prosieguo delle operazioni militari, scarsissime dal punto di vista pratico ma molto grandi per il dilemma strategico che comportano per la Russia, e non mi ripeterò – diciamo che la carta che ieri campeggiava alle spalle di Medvedev ne è un buon indicatore, soprattutto considerando che era circolata per poco tempo all’inizio del conflitto, era sparita dalle posizioni ‟ufficiali” russe e ora torna ad affacciarsi con tempismo sospetto (Medvedev è pur sempre l'ex Presidente della Federazione Russa, ed è sciocco chi crede che parli a caso o solo per fornire una sponda ai nazionalisti per farli fessi e contenti e tenerli buoni. I nazionalisti, se vuoi davvero farli contenti, devono ricevere qualcosa). Intanto, come volevasi dimostrare, lo scopo è stato raggiunto.

Il Twitter ucraino è in estasi, i nostri media battono la notizia con entusiasmo ed evitano così di doverne battere altre, da quelle altrettanto cosmetiche della distruzione del quarto Abrams a quelle un po' più gravi, tipo che per stabilizzare il fronte a ovest di Avdiivka l’Ucraina sta impiegando NOVE brigate, cioè buona parte delle sue riserve, e sta cedendo comunque terreno anche se a ritmo meno veloce delle ultime due settimane.

Soprattutto, i media possono evitare di occuparsi di due notizie veramente importanti che sono venute fuori ieri (la seconda in realtà è più vecchia, ma ci era sfuggita finora).

La prima notizia ha a che vedere con l’Ucraina: un articolo del Washington Post incredibilmente non ripreso da nessun’altra testata (almeno a mia conoscenza, posso sbagliare) riporta un dato inquietante. Mancano all'appello, in Ucraina, 700.000 mobilitati – settecentomila, non mi è scappato uno zero: "l'ufficio di Zelensky ha annunciato recentemente che del milione di persone che sono state mobilitate solo 300.000 circa hanno combattuto al fronte. Ma a quasi un mese dalla sua promozione [di Syrs'kyj] nessuno dalla leadership militare o dall'amministrazione presidenziale ha spiegato dove sono questi 700.000, o cosa stanno facendo". Ovviamente i canali Telegram russi hanno immediatamente dedotto che i 700.000 siano morti, feriti o prigionieri. A me sembra una cifra troppo alta visto che parliamo solo dei mobilitati, non del resto dell'esercito, e in Ucraina adombrano (l'articolo non lo dice ma lo dicono vari commentatori) che siano stati mobilitati per finta, nel senso che in un modo o nell'altro si sono imboscati. Il dubbio, ad ogni modo, resta: che fine hanno fatto?

La seconda notizia, quella appunto un po' vecchia ma finora passata sotto silenzio, è ancora peggio. Il quotidiano di Taiwan United Daily News (purtroppo mi devo fidare della traduzione automatica e dei commenti di altre testate, tipo questa) riporta che un certo numero di soldati dei reparti speciali statunitensi (nello specifico la compagnia Alpha del secondo battaglione, 1st Special Forces Group) verranno dispiegati in modo permanente non solo a Taiwan, dove sono già presenti come addestratori dal 2023, ma anche nelle isole di Penghu e soprattutto di Kinmen, a soli 9 chilometri dalla costa cinese (ricordo che Taiwan non è, appunto, solo Taiwan, ma anche alcune isole più piccole e ancora più vicine alla Cina).

Uno potrebbe pensare che con la guerra in Ucraina che va come va, con la guerra a Gaza che va come va, con la situazione del Mar Rosso che va come va, con l’Africa che va come va, gli USA non avrebbero bisogno di ulteriori escalation in altre parti del mondo, e soprattutto non avrebbero bisogno di antagonizzare in maniera così sfacciata la Cina. E invece. Del resto, chi antagonizza la Cina ora è letteralmente la stessa gente che ha antagonizzato la Russia dal 1991 in poi, e si è visto come sta andando – talmente tanto bene che l'antagonizzatrice principale, come ho scritto oggi pomeriggio, "si dimette".

PS – per Repubblica e altri giornali il nome della nave è ‟Sergiy Kotov”. Ora io capisco che bisogna scrivere all'ucraina i nomi ucraini, ed è giusto, ma scrivere all'ucraina anche i nomi russi mi pare un po’ esagerato.

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05/03/2024

I militari tedeschi inguaiano gli alleati della Nato

Secondo quanto riportato dai mass media internazionali, alti ufficiali tedeschi avrebbero accidentalmente fatto trapelare segreti militari alla Russia per mezzo di una registrazione audio di una riunione in videoconferenza.

Al centro della conversazione in questione, il no di Berlino alla consegna di missili a lungo raggio Taurus a Kiev, oltre ad alcune indiscrezioni sul ruolo della Gran Bretagna nella guerra. Il tutto è poi finito in un servizio sul network televisivo russo Russia Today. A quel punto la bomba è esplosa con grande imbarazzo sia per la Germania che per la Gran Bretagna.

Alla riunione, quattro ufficiali, tra cui il capo dell’aviazione militare tedesca Ingo Gerhartz, discutono gli scenari di dispiegamento per i missili “Taurus” in preparazione di un incontro con il ministro della Difesa Pistorius. Gli alti ufficiali giungono alla conclusione che una consegna e un rapido dispiegamento sarebbero stati possibili solo con la partecipazione dei soldati tedeschi sul posto, cioè in Ucraina.

Un addestramento all’uso dei “Taurus” da parte dei soldati ucraini richiederebbe infatti dei mesi. A quel punto vengono discusse varie opzioni per nascondere il coinvolgimento diretto della Bundeswehr nel dispiegamento dei “Taurus”. In questo modo, l’azienda produttrice può trasmettere i dati di destinazione richiesti o questi possono essere consegnati in auto attraverso la Polonia.

Il ponte che collega la terraferma con la Crimea costruito dai russi, così come i depositi di munizioni nella penisola, sono stati discussi come obiettivi. Si fa poi menzione della presenza di soldati britannici in Ucraina per aiutare a lanciare missili da crociera britannici e francesi. Uno degli alti ufficiali, Ingo Gerhartz definisce i missili Taurus un “super strumento”, mentre altri parlano di un “punto di forza unico” nelle capacità dell’arma tedesca.

L’intercettazione è piombata come un macigno anche sulla politica tedesca.

Giovedì sera, in un evento pubblico a Dresda, il cancelliere Olaf Scholz aveva giustificato il suo rifiuto di consegnare missili da crociera “Taurus” a Kiev e di inviare soldati tedeschi con insolita chiarezza. Venerdì, la Russia ha reso pubblica sul network televisivo Russia Today la registrazione della riunione interna degli alti ufficiali dell’aeronautica tedesca svoltasi il 19 febbraio. Non è stata specificata una fonte per la registrazione di ben 38 minuti. Il cancelliere Olaf Scholz (SPD) ha parlato di una “questione molto seria” durante la visita a Roma sabato in occasione dell’assemblea del Partito Socialista Europeo. Il governo tedesco era appena uscito con grande imbarazzo dall’incidente nel Mar Rosso in cui una propria nave militare aveva abbattuto un drone Reaper statunitense dopo averlo scambiato per un drone degli Houti.

A complicare le cose, ci sono infatti le dichiarazioni del generale tedesco Ingo Gerhartz che hanno inguaiato anche le forze armate britanniche. Nel corso della conversazione intercettata Gerhartz aveva discusso della possibile consegna dei missili tedeschi Taurus, più precisi degli Storm Shadows: “Se ci vengono chiesti i metodi di consegna, so come fanno gli inglesi. Lo fanno completamente in termini di “reach-back”. Hanno diverse persone sul posto”.

Un altro partecipante alla chiamata – si ritiene che sia il generale di brigata Frank Graefe – avrebbe poi aggiunto anche dettagli sull’addestramento delle truppe ucraine sul suolo tedesco, pronte a tornare in patria. “La giusta linea d’azione sarebbe poi che la Gran Bretagna prendesse il comando. Immaginate il casino se i media lo scoprissero”, avrebbe ammesso l’alto ufficiale.

Scoppiata la “bomba”, il ministro della difesa tedesco Boris Pistorius ha accusato il Presidente russo Vladimir Putin di cercare di «destabilizzare» il Paese, in seguito alla diffusione da Mosca degli scambi confidenziali tra ufficiali tedeschi sulle forniture di armi all’Ucraina. «Si tratta semplicemente di usare questa registrazione per destabilizzare» e minare «l’unità» della Germania. «L’obiettivo è chiaramente quello di minare la nostra unità, di seminare divisione politica in patria, e spero sinceramente che Putin non ci riesca e che rimarremo uniti», ha spiegato. Ma il ministero della Difesa tedesco ha dovuto ammettere che la registrazione è autentica e che è stata «intercettata».

“Sì, certo”, ha detto il vicepresidente del Bundestag quando gli è stato chiesto dal giornale tedesco Handelsblatt se la vicenda delle intercettazioni nella Bundeswher potrebbe mettere a repentaglio la cooperazione con altri partner.

Sulle ripercussioni nelle relazioni con i vertici politici e militari britannici, la frittata fatta dai vertici militari tedeschi sta creando non pochi imbarazzi e problemi.

Tobias Ellwood, ex ministro della Difesa britannico, ha dichiarato al The Guardian che la fuga di notizie è imbarazzante per Berlino, anche se ha detto alla BBC che la Russia probabilmente sapeva della presenza britannica, data l’intensità delle sue attività di spionaggio.

Ma questo non dovrebbe “impedire che nei corridoi diplomatici si svolgano serie conversazioni tra Germania, Gran Bretagna e Nato, e che si discuta anche del motivo per cui ciò è avvenuto”, ha aggiunto Ellwood.

La Gran Bretagna, secondo The Guardian, ha confermato la presenza di un “piccolo numero di personale militare” in Ucraina martedì della scorsa settimana, anche se non ha detto quali compiti stessero svolgendo, tra le preoccupazioni che qualsiasi potenziale coinvolgimento in combattimento possa essere considerato da Mosca come un’escalation.

L’ultimo “incidente” delle intercettazioni dei vertici militari tedeschi (ai quali andrebbe aggiunto l’abbattimento per errore di un drone statunitense nel Mar Rosso, ndr), viene così sottolineato dal quotidiano Handesblatt: “Tutto ciò distrugge la fiducia e, sfortunatamente, si inserisce abbastanza bene nella serie di fallimenti della politica di sicurezza nella questione della Russia. Ci sono i documenti della NATO che sono andati ai russi nel corso dell’approvazione del Nord Stream 2. C’è il caso del doppio agente smascherato del BND. E c’è la rivelazione della scorsa settimana che il manager di Wirecard, Jan Marsalek, è stato una spia russa per anni”.

L’intercettazione rivelata da Russia Today ha solo reso evidente quello che la Nato sta facendo da tempo cioè aver già inviato i propri specialisti militari sul territorio ucraino per partecipare alla guerra contro la Russia. Non ci sono solo i britannici ma anche francesi, statunitensi, polacchi, scandinavi etc. Ma rivela anche come l’ossessione con cui il militarismo di ritorno in Germania sta accelerando il suo ritrovato protagonismo sulla scena internazionale, sta già provocando un sacco di guai – per ora ai propri alleati. Sarebbe meglio stopparlo alla nascita prima che ne inneschi di maggiori.

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02/02/2024

Guerra in Ucraina - mini-offensiva aerea di Kiev in Crimea

di Francesco Dall'Aglio

Proprio mentre Victoria Nuland si trovava a Kiev, e non è certamente una coincidenza, la NATO (come ho già detto in passato l’Ucraina ormai ci mette solo i corpi, le armi non sono più sue e probabilmente nemmeno la strategia) ha organizzato un attacco congiunto, aereo e navale, sulle installazioni militari della Crimea dal pomeriggio di ieri a stamattina (l’altro ieri c’era già stato un attacco di droni sugli aeroporti, sventato senza eccessivi problemi).

L’attacco, come al solito, è stato preceduto da un gran traffico di aerei spia sul Mar Nero e sulla Romania, almeno sei tra cui anche il nostro PERSEO71, un Gulfstream G550 CAEW del 14° stormo partito da Pratica di Mare (da Sigonella invece sono partiti due aerei USA. Qui qualche info e i tracciati di quattro dei sei aerei).

La prima fase dell’attacco è stata aerea. Da Starokostantinov e Kanatovo si sono alzati tre Su-24 e un numero imprecisato di Su-27 e Mig-29 – non voglio dire tutti gli aerei ancora in grado di volare dell’areonautica ucraina ma poco ci manca. Gli Su-24 e i Mig-29 hanno lanciato una combinazione di ADM-160 MALD e di missili antiradar AGM-88 HARM per ingaggiare le difese antimissile ruse, mentre gli Su-24 hanno lanciato sei Storm Shadow (o SCALP che dir si voglia) in direzione degli aeroporti della Crimea. tutti i missili risultano abbattuti o dalla contraerea o dai caccia russi.

Immediatamente dopo i Su-24 hanno lanciato altri sei missili, stavolta dal mare, in direzione di Sebastopoli e dell’aeroporto di Belbek, che sembra essere stato il bersaglio principale anche del primo attacco. Anche qui i missili sono stati abbattuti, e uno di loro si è sfasciato in prossimità dell’aeroporto senza, pare, fare danni (anche se media come Visegrad 24 eccetera hanno riferito di catastrofiche esplosioni, non compatibili con le immagini da loro stessi diffuse).

A questo doppio e non troppo efficace attacco aereo è seguito nella notte quello navale, con nove droni diretti verso l’ingresso del lago Donuzlav (allego carta) dove si trovava l’Ivanovets, un cutter lanciamissili della classe Proekt 1241 “Molniya” armata di quattro missili antinave P-270 Moskit, in due impianti binati.

La nave è stata colpita più volte e uno degli impatti ha causato la detonazione dei Moskit sulla fiancata sinistra, causando un’esplosione che ha certamente affondato la nave.

Il bersaglio è stato scelto bene (del resto a questo serve la ricognizione NATO): una nave vecchiotta, varata nel gennaio 1989 e mai rimodernata, con sistemi di difesa inadatti a contrastare questo tipo di minaccia e che si trovava dall’inizio della guerra nella rada del Donuzlav a non fare nulla, visto che si tratta di un’unità armata solo di missili antinave (che contro i droni non servono a nulla, ovviamente).

Non un danno notevole per la flotta del Mar Nero ma, certamente, un grave danno d’immagine oltre alla perdita del personale (è improbabile che fosse ad equipaggio completo, ma di sicuro morti ce ne sono. L’equipaggio completo è di 39 marinai).

Soprattutto, l’eterna conferma che la Crimea resta il punto debole dell’architettura difensiva russa, né potrebbe essere altrimenti vista la sua conformazione, il territorio ancora in mano all’Ucraina, e l’interesse quasi maniacale che riveste sia per l’Ucraina (e mi pare logico) che per la NATO: al di là dei risultati ottenuti (non eccelsi, diciamo) nell’attacco di ieri sono stati coinvolti due aeroporti, almeno sette aerei, 12 Storm Shadow e nove droni navali; ossia, per lo stato attuale degli equipaggiamenti ucraini, un’enormità sia in termini di mezzi che di soldi.

Disponendo per ora di questi mezzi, per l’Ucraina è certamente una strategia vincente: il massimo danno, specie d’immagine, col minimo sforzo. Gli attacchi dunque continueranno – già ora ci sono altri aerei spia a incrociare nelle vicinanze della penisola.

Resta da chiedersi, al solito, cosa intenda fare la Russia. Le alternative a sua disposizione non sono moltissime e sono, verrebbe da dire, una peggio dell’altra in termini di potenziali conseguenze, per sé e per tutti (noi inclusi).

Finora, come è ben noto, la strategia è quella di attendere il collasso dell’infrastruttura politico-militare ucraina con una guerra di attrito, senza impegnarsi in operazioni militari rischiose e costose in termini di uomini e materiali. Possono lanciare tutti i droni che vogliono, in sintesi, ma se fra sei mesi non hanno più i soldi per pagare le pensioni non ne spareranno a lungo.

Il concetto non è molto diverso dall’idea occidentale di attendere comodamente il collasso della Russia sotto i colpi delle sanzioni e dell’opposizione interna, collasso che però, come stiamo esperendo, non c’è stato.

Non avendo raggiunto l’obiettivo, la NATO ha dunque aumentato il suo livello di coinvolgimento: resta da chiedersi se anche la Russia sarà disposta a farlo. Se il collasso ucraino non dovesse manifestarsi in tempi relativamente brevi (entro la fine del 2024, diciamo), né sul fronte di guerra né su quello interno, un impegno maggiore, e tutti i rischi del caso, potrebbe essere necessario.

Il che significherebbe per la leadership russa dovere affrontare tre problemi:

1) impegnarsi o meno direttamente contro gli asset militari della NATO, visto che senza gli aerei spia occidentali non sarebbe possibile per l’Ucraina organizzare questo tipo di operazioni. Questo significherebbe dovere abbattere uno di questi aerei (cominciando magari dai droni senza equipaggio), o magari distruggere un satellite con gli ovvi rischi di escalation che la cosa comporta. Oppure c’è la via indiretta, tipo fornire gli S-300 agli Houthi o gli Iskander alla Repubblica Centrafricana. O, per dire, l’atomica all’Iran. Per dire.

2) Impegnarsi o meno in un’operazione militare su larga scala con l’obiettivo di conquistare una larga parte del territorio ucraino (la zona smilitarizzata più estesa di cui ha parlato Putin appena ieri). Questo risolverebbe alla radice il problema delle incursioni, ma comporterebbe perdite molto più elevate e concentrate. Qual è il limite che sia la leadership che la società russa sono disposti ad accettare, fermo restando che entrambe non accetteranno ancora a lungo il livello di perdite corrente senza una reazione?

3) Che poi è una conseguenza del punto 2. Ipotizzare o meno operazioni militari su larga scala che prevedano la distruzione di città come Kharkiv, Poltava e soprattutto Odessa, che non potrebbero essere conquistare senza ridurle preventivamente in macerie. Per quanto la leadership e la società russa si sentano frenate dal fatto che quelle sono città “russe”, resta il fatto che da quelle città partono operazioni militari contro città e unità militari realmente russe, senza virgolette.

C’è poi anche un 4, la questione della Transnistria. La leadership moldava, pienamente sostenuta dalla Romania (cioè dalla NATO) non fa mistero di volerla recuperare, ma lì ci sono non soltanto gli abitanti della Transnistria ma 200.000 cittadini russi.

Se si prospettasse un nuovo Donbass al confine della NATO la Russia dovrebbe intervenire, ma per intervenire da quella parte torniamo ai punti 2 e 3: operazione militare su larga scala, quindi con grandi perdite, e distruzione delle “russe” Cherson e Odessa.

La scommessa di attendere è al momento quella che la Russia ha scelto, per fortuna di tutti: perché se alla fine si rivelasse una scommessa sbagliata le conseguenze non sarebbero la pace, ma un inasprimento del conflitto a livelli finora inimmaginabili.

EDIT: proprio ora è segnalata ulteriore attività di droni aerei e navali al largo della Crimea: Si tratta probabilmente di attività di osservazione, ma non è ancora chiaro.

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16/09/2023

Guerra in Ucraina - Propaganda di Kiev vs. stampa statunitense

di Francesco Dall'Aglio

Il viaggio di Zelensky negli USA è la settimana prossima, e sia Biden che Blinken (o meglio, i gruppi di cui fanno gli interessi) hanno investito troppo in questa faccenda per permettergli di fare la figura di quello che si presenta a mani vuote, soprattutto davanti a un Congresso mai così diviso sull'opportunità di autorizzare altri versamenti. E così nelle ultime 48 ore abbiamo assistito a una serie impressionante di annunci: Andriivka è stata riconquistata, un'intera brigata russa spazzata via, la flotta del Mar Nero sostanzialmente distrutta. Risultati sicuramente impressionanti, e pazienza se quanto comunicato non corrisponde esattamente alla realtà o che Andriivka non è esattamente Melitopol. L'importante, appunto, è presentarsi con qualcosa, qualsiasi cosa che giustifichi le spese sostenute e, auspicabilmente, quelle future.

Andiamo con ordine. Il 13 settembre una nave da sbarco, la "Minsk", e un sommergibile, il "B-237 Rostov-na-Donu", vengono colpiti durante un massiccio attacco missilistico (non è certo se siano stati usati gli Storm Shadow, ma è possibile) mentre si trovano in riparazione nel bacino di carenaggio dei cantieri Ordzhonikidze a Sebastopoli, in Crimea. Sebbene non sia chiara l'entità dei danni, devono averne certamente subiti e possiamo considerare entrambe le imbarcazioni fuori combattimento per molto tempo, se non per sempre.

Sicuramente è un ottimo risultato, soprattutto per quanto riguarda il "Rostov-na-Donu" che veniva utilizzato nei lanci di missili sulle infrastrutture ucraine, ma ci sono alcuni fattori che vanno considerati. In primo luogo si tratta di una nave e di un sommergibile in riparazione, quindi già fuori servizio per ciò che riguarda le operazione militari; soprattutto, erano un bersaglio statico, non in movimento, e non erano difesi dal proprio armamento (o, nel caso del sommergibile, dal suo essere appunto un sommergibile). In sintesi, non è un successo replicabile automaticamente o facilmente anche se ripropone l'annoso problema della vulnerabilità della Crimea, problema già parecchie volte sottolineato anche qui e che il comando russo, o più probabilmente la leadership, non intende risolvere manu militari, ossia prendendo il controllo della costa ancora in mani ucraine, per i costi altissimi che dovrebbe sostenere.

Ad ogni modo, i rapporti sui danni dell'incursione del 13 si sono mantenuti comunque nei limiti del verosimile, e l'unica differenza tra le dichiarazioni ucraine/NATO e quelle russe riguarda l'entità del danno e se sia o meno possibile riparare le imbarcazioni, con che costo e in che tempi. Le dichiarazioni surreali sono invece quelle che hanno a che fare con Andriivka.

Ieri mattina, dopo che già il giorno prima c'era stato un balletto di dichiarazioni del comando ucraino sulla presa o meno del villaggio, è comparso un post sul canale telegram della terza brigata d'assalto ucraina nel quale si riferiva che, a seguito di una "operazione-lampo", in due giorni l'intera 72a brigata motorizzata russa è stata circondata e distrutta, insieme a tutto lo stato maggiore. La notizia è stata ripresa dai "nostri" Osint, tipo Tendar, uno dei canali di informazione privilegiati per i nostri "analisti militari" (al momento ha un milione e centomila visualizzazioni e più di 14.000 like), che hanno aggiunto dettagli del tipo "la distruzione di questa unità dell'esercito russo apre uno squarcio nelle difese russe a sud di Bahmut e complica ulteriormente la situazione per l’esercito russo che ha già mandato ingenti riserve al fronte di Zaporizhia, lasciando sguarniti altri fronti come questo", accompagnando il tutto con una carta inventata, visto che pone le linee ucraine ben oltre la linea ferroviaria che segna il confine tra controllo diretto russo e "zona grigia".

Inutile dire che di questa montagna di cadaveri (una brigata ha più o meno 4000 uomini) non si vedono foto né filmati. Qualche filmato è stato diffuso: sono immagini di soldati ucraini che avanzano nel nulla, sparando e attestandosi nelle rovine di alcuni edifici, e l'unica presenza russa sono tre prigionieri. Altro non c'è, ma grazie a un atto di fede possiamo certamente credere che dopo alcuni mesi di combattimenti, in capo a due giorni 4000 soldati russi schierati in pochi chilometri quadrati siano stati circondati ed eliminati da un pugno di ucraini, e che ora la strada per Bahmut sia aperta – così come era aperta la strada per Mariupol da Staromaiors'ke, o quella per Tokmok da Robotyne.

Del resto, la terza brigata d'assalto ucraina può questo e altro: per chi non lo sapesse, è il battaglione Azov in nuova forma dopo la sua distruzione a Mariupol, con nuovo nome e nuova struttura ma stessa leadership, il solito Biletsky. Stanno combattendo in quel settore da alcuni mesi e finalmente sono riusciti a mettere Andriivka in zona grigia, un successo che va celebrato. Certo è un po' surreale che all'epoca Bahmut fosse una cittadina senza alcuna importanza strategica e ora Andriivka sia diventata la chiave per riprendere il Donbas, ma queste sono sottigliezze.

Intanto, a guastare un po' la festa, ci si mette come al solito la stampa USA, sia quella civile che, cosa un po' più preoccupante, quella militare. Il 14 settembre il New York Times ha pubblicato un articolo intitolato "Russia Overcomes Sanctions to Expand Missile Production, Officials Say", che certifica quello che si sapeva già da un pezzo se solo si fosse avuta l'accortezza di seguire anche le informazioni russe: se prima del conflitto la Russia produceva 100 carri armati l'anno, ora ne produce 200 (e parliamo di carri nuovi, non di quelli più vecchi rimodernati), mentre per quanto riguarda i proiettili d'artiglieria è sulla strada per produrne due milioni l'anno, che non solo è circa sette volte più dell'intera produzione statunitense ed europea combinata ma è il doppio di quanto l'intelligence occidentale aveva stimato potesse produrne – una delle informazioni sbagliate ma confortanti grazie alle quali ci siamo avventurati in questo conflitto.

Il Wall Street Journal, dal canto suo, torna sull'annosa questione dei missili ipersonici: "Hypersonic Missiles Are Game-Changers, and America Doesn’t Have Them" e, umiliazione delle umiliazioni, non solo è indietro alla Russia ma anche alla Cina. Le informazioni più interessanti però si trovano in uno studio pubblicato su Parameters, la rivista dello U.S. Army War College, e intitolato "A Call to Action: Lessons from Ukraine for the Future Force", che trovate qui.

In sintesi, una guerra in Europa contro la Russia non è fattibile. Gli "Army theater medical planners" ipotizzano 3.600 perdite al giorno tra caduti e feriti: in due settimane gli USA si troverebbero a dover sostenere le stesse perdite subite in venti anni di conflitti in Iraq e Afghanistan e queste perdite non potrebbero in alcun modo essere ripianate senza ricorrere alla leva militare ("partial conscription", per carità...), perché la struttura volontaria dell'esercito USA non è più adatta a questo tipo di conflitti. La leva, ovviamente, andrebbe istituita PRIMA del conflitto, non durante, perché non servirebbe a nulla in quel caso.

I nostri NAFO quindi sono serviti: l'onnipotente e infinito esercito USA/NATO non ce la fa, si deve reinventare, sia come produzione che come struttura e numero di effettivi, se vuole fare sul serio con la Russia e con la Cina, e ovviamente se tocca agli USA reinventarsi toccherà anche a noi.

Ma la guerra è già cominciata ed è buffo che sia la Russia che la NATO intendano e credano di poterla vincere al risparmio, senza impegnarsi più di tanto. Solo che la Russia prima o poi sarà costretta a cambiare dottrina, perché per ora il suo piano di attendere il collasso ucraino sta più o meno funzionando, nel senso che i vantaggi superano gli svantaggi, ma in futuro, soprattutto se questo collasso non si verificherà in tempi medio-brevi e se continueranno gli attacchi missilistici alla Crimea e agli aeroporti (e non solo continueranno, ma si intensificheranno visto che i risultati ci sono) il rapporto costi/benefici potrebbe diventare insoddisfacente e questi 200 nuovi carri e due milioni di proiettili di artiglieria ogni anno prima o poi li dovrà rischiare in un'offensiva.

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03/09/2023

Guerra in Ucraina - Negoziati ed equivoci

Politica, media e osservatori internazionali hanno dedicato negli ultimi giorni molte analisi e commenti alla supposta disponibilità a trattare con Mosca sul destino della Crimea espressa dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Una supposta apertura interpretata da alcuni come lo spiraglio per l’avvio di un negoziato mentre in realtà le cose dette da Zelensky e il contesto delle sue affermazioni non sembra siano stati correttamente valutati e si basino su uno scenario avulso dall’attuale situazione.

Il presidente ucraino in una intervista all’emittente 1+1 avrebbe aperto uno spiraglio alla via diplomatica per risolvere la contesa sulla Crimea, occupata da Mosca subito dopo il golpe del Maidan del 2014 e poi ri-annessa alla Federazione Russa con un referendum non riconosciuto da gran parte della comunità internazionale.

“Ci saranno meno vittime se ci troveremo ai confini amministrativi della Crimea. Credo che così sarà possibile spingere politicamente per la smilitarizzazione della penisola – ha detto Zelensky – Credo che sia possibile arrivare politicamente alla smilitarizzazione della Russia sul territorio della Crimea ucraina”. Zelensky ha poi aggiunto che non si tratta di un cedimento, ma solo del riconoscimento che la via diplomatica “credo sarebbe meglio” di quella delle armi.

Il concetto espresso da Zelensky in realtà non sembra aprire nessuno spiraglio al dialogo con Mosca, almeno in questa fase. Le valutazioni del presidente ucraino preludono infatti a una sconfitta militare russa che porti le truppe di Kiev a raggiungere i confini della penisola di Crimea. Ciò significa che la controffensiva ucraina in atto da tre mesi dovrebbe permettere di riconquistare interamente le regioni di Kherson e Zaporizhia consentendo così di raggiungere i confini della Crimea.

Un simile trionfo militare sulle truppe russe sembra però al momento del tutto immaginario. Zelensky sembra voler dipingere alla propria opinione pubblica e agli alleati in Occidente uno scenario in cui i russi, sconfitti sul campo di battaglia, potrebbero accettare di lasciare la Crimea priva di difesa militari ritirando tutte le truppe dalla penisola abitata da russi e che è stata parte della Russia fino a quando venne ceduta all’Ucraina all’interno dell’Unione Sovietica.

Per rendere più credibile la sua affermazione, Zelensky ha aggiunto che l’Ucraina non attaccherà la Russia sul proprio territorio perché “questo ci inimicherebbe i nostri alleati e qualche partner potrebbe staccarsi”. Un chiaro riferimento alle riserve poste da tutti i paesi membri della NATO a consentire che proprie armi possano venire impiegate dagli ucraini per colpire obiettivi in territorio russo, attaccato però con armi di produzione ucraina anche se in molti casi grazie al supporto informativo anglo-americano.

Sul piano politico l’ipotesi che Mosca possa smilitarizzare la Crimea, sul cui territorio si trovano ampie basi aeree, terrestri, navali, il comando della Flotta del Mar Nero e ampi depositi di armi e munizioni è totalmente fantasiosa così come non è credibile che i russi possano evacuare le truppe dalla Crimea fidandosi del fatto che gli ucraini, schierati alle porte della penisola, non la riconquistino. Lo ammette implicitamente anche il consigliere presidenziale ucraino, Mykhailo Podolyak, che il 30 agosto ha precisato il senso delle parole del presidente.

“Mosca continua a illudersi di avere le risorse per tenersi una parte dei territori occupati, occorre che subisca sconfitte tattiche significative sulla linea del fronte. Solo questo, oltre all’intensificazione dei conflitti nell’entourage di Putin, costringerà i russi ad una valutazione più realistica della situazione. Ne consegue che in questo momento ogni negoziato è fuori questione”.

“Il nostro presidente – ha spiegato Podolyak al Corriere della Sera – ha detto molto esplicitamente che solo l’arrivo delle nostre forze armate ai confini amministrativi della Crimea e la parallela distruzione di ogni arma che permetta alla Russia di controllarla spingerà ciò che resta della Nomenklatura di Putin a scegliere: perdere tutto o lasciare la Crimea in tempi brevi. Noi certamente preferiamo il loro ritiro volontario a battaglie su larga scala. Ma non sono ancora a questo punto, credono tutt’ora che negoziare sia stupido”.


Non sembrano quindi esserci dubbi che lo scenario negoziale favoleggiato da Zelensky sia attualmente improponibile, in assenza di una palese e totale sconfitta militare russa sul campo di battaglia, e cozzi con una realtà oggi diametralmente opposta. Gli ucraini continuano a perdere decine di migliaia di uomini (ospedali sovraccarichi di feriti vengono segnalati in tutte le retrovie del fronte lungo quasi mille chilometri) in assalti che finora non hanno infranto le tre barriere di fortificazioni della Linea Surovikin nella regione di Zaporizhia.

Le truppe di Kiev continuano ad accanirsi e a dissanguarsi attaccando villaggi ormai rasi al suolo lungo la linea degli avamposti che in tre mesi sono stati più volte espugnati e perduti mentre i successi conseguiti negli ultimi giorni sul fronte di Rabotino gettando nella mischia le ultime riserve appaiono al momento marginali e non tali da giustificare i toni trionfalistici della propaganda di Kiev, come di consueto assimilata “senza se e senza ma” da molti media occidentali.

Più a nord, nell’eterna battaglia intorno a Bakhmut, nelle ultime ore ucraini e russi alternano attacchi e contrattacchi per il controllo di alcune alture che gli ucraini per molte settimane hanno cercato di conquistare attorno alla città. Ancora più a nord lungo il confine tra e regioni di Lugansk e Kharkiv, i russi avanzano con continuità puntando sul centro stradale e ferroviario di Kupyansk. Benché gli ucraini abbiamo ritirato due brigate dall’offensiva a sud per rinforzare le difese della città strategica i russi continuano ad avanzare.

In questo contesto in cui Kiev sacrifica così tanti soldati è più che comprensibile qualche segno di insofferenza per i malumori e le critiche espressi in Occidente per i mancati successi della controffensiva da chi non sembra disposto a mandare i propri figli a combattere e morire al fianco dei soldati di Kiev nelle trincee di Bakhmut o nella piana di Zaporizhia.

Il 31 agosto, alla riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue a Toledo, in Spagna il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha infatti sottolineato che “criticare il ritmo lento della controffensiva equivale a sputare in faccia al soldato ucraino che sacrifica la sua vita ogni giorno, avanzando e liberando un chilometro di territorio ucraino dopo l’altro. Vorrei raccomandare a tutti i critici di stare zitti e venire in Ucraina e provare a liberare un centimetro quadrato da soli”.

L’andamento della guerra sembra quindi indicare più le gravi difficoltà ucraine che l’imminente tracollo della Russia, unica opzione che potrebbe forse obbligare Mosca a negoziare il ritiro dalla Crimea. Del resto, intervenendo oggi in video collegamento al Forum Ambrosetti di Cernobbio, Zelensky ha sgombrato il campo da ogni equivoco affermando che “senza la Crimea, senza il Donbass e senza i territori occupati non ci potrà essere una pace sostenibile in Ucraina e quindi neppure nell’area europea”.

Frase che potrebbe suonare anche un po’ minacciosa nei confronti degli alleati europei, quasi a voler dire che se l’Ucraina non vince non ci sarà pace in Europa.

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dimitri Medvedev, nei giorni scorsi, ha messo in guardia contro la probabile autorizzazione occidentale all’Ucraina a impiegare armi fornite dai paesi membri della NATO per attaccare obiettivi nella penisola di Crimea, la cui annessione alla Russia non è riconosciuta in Occidente e quindi considerata tecnicamente fuori dal territorio della Federazione Russa e parte dei territori ucraini occupati.

Medvedev, sul suo canale Telegram ha ventilato la possibilità che questo scenario costituisca un casus belli che offra a Mosca “l’opportunità di agire nell’ambito dello jus ad bellum (che specifica le legittime ragioni di uno Stato per intraprendere una guerra) contro i paesi della NATO. È triste perché questo avvicina l’Apocalisse” ha concluso Medvedev evocando ancora una volta il rischio di uno scontro nucleare.

Affermazioni a cui Medvedev ci ha abituato da tempo ma che fanno comprendere che Mosca non è disposta a negoziare la cessione della Crimea e inducono a chiedersi se la Russia sia disposta a negoziare in questa fase della guerra in cui sembra ritenersi in vantaggio.

Alla fine di marzo del 2022 gli anglo-americani imposero a ucraini e alleati la continuazione della guerra che avrebbe dovuto logorare la Russia, compromettendo così il buon esito dell’accordo di pace mediato dalla Turchia e che aveva già determinato il ritiro dei russi dal nord dell’Ucraina e dai dintorni di Kiev.

Oggi che sul piano militare il maggior logoramento lo patiscono gli ucraini e sul piano economico gli europei (mentre il logoramento politico sembra interessare anche gli Stati Uniti alle prese con una durissima campagna elettorale presideniale), Mosca potrebbe non avere alcun interesse a negoziare. Di fronte alla debolezza di Kiev, con un’Europa sull’orlo del tracollo economico e un’America sempre più distratta dai suoi gravi problemi interni, Mosca potrebbe essere tentata di scommettere sulla sconfitta degli ucraini sui campi di battaglia e su un passo indietro dei suoi alleati.

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18/07/2023

Guerra in Ucraina - Tra ponti sul mare e ponti aerei

di Francesco Dall'Aglio

Nella prima foto, in apertura, i danni al ponte di Crimea ripresi da un satellite russo. Come si può vedere, la linea ferroviaria (a destra nella foto) sulla quale passa quasi tutto il traffico militare e un po’ di quello civile, è intatta e infatti funziona.

Diverso il discorso per l’autostrada, utilizzata principalmente dai civili: la campata di sinistra si è spostata di un’ottantina di centimetri e va rimessa in asse (secondo il vice Primo Ministro Marat Chusnullin i lavori dovrebbero finire il 15 settembre), mentre la campata di destra va smantellata e ricostruita (qui ci vorrà più tempo: la fine dei lavori è prevista per il 1 novembre.

Ci sono problemi tecnici e probabilmente si dovrà costruire un ponte temporaneo di 250 metri per montarci sopra i macchinari che smantelleranno e ricostruiranno la sezione danneggiata).

Intanto il traffico civile è deviato sull’autostrada M14, che attraversa le regioni annesse dalla Russia. Per la gente ancora bloccata in macchina sono allestiti posti di ristoro e alloggi temporanei, in attesa che li si possa far defluire.

Insomma, risultati militari non eccezionali ma vacanze in Crimea rovinate a un bel po’ di gente, oltre ovviamente al solito incasso mediatico.

Che l’accordo sul grano saltasse era già chiaro, e non è stato l’attacco al ponte a farlo definitivamente naufragare. L’Ucraina ha detto che per loro si può procedere lo stesso, ma la Russia ha ritirato le garanzie di sicurezza per le navi e i porti e ha cancellato il “corridoio umanitario” nel Mar Nero nordoccidentale.

Ora ovviamente la marina russa non si metterà ad affondare mercantili stranieri, ma le compagnie assicurative potrebbero tirarsi fuori e i porti venire bombardati.

Gli USA si sono affrettati a comunicare che per quanto li riguarda non hanno intenzione di mandare navi loro nel Mar Nero. Nemmeno Erdoğan ha perso le speranze: dopo aver detto che l’accordo sul grano verrà ricordato nella storia, ha detto di voler parlare a breve con Putin e provare a farlo ripartire. Non sono molto ottimista sulla cosa.

Tornando alla situazione militare, un paio di aggiornamenti. Sul fronte nord, le truppe russe sono passate all’offensiva, avanzano in alcuni punti e sono riuscite a stabilire una piccola testa di ponte oltre il fiume Zherebets.

Non sono né grandi avanzate né grandi movimenti di truppe, ma su parecchi canali ucraini, anche ufficiali, si sostiene che abbiano ammassato forze imponenti: 100.000 uomini, 900 carri, più di 500 pezzi d’artiglieria e 370 lanciamissili.

Onestamente non pare ci sia traccia di una simile concentrazione di truppe e tutto potrebbe essere una psyop per potere affermare tra qualche giorno che questa avanzata condotta con forze soverchianti è stata bloccata e intestarsi un’altra vittoria. Vedremo, certo quella zona del fronte è abbastanza calda.

Il secondo aggiornamento è ancora più congetturale. Ieri c’è stato un attacco piuttosto serio su Kharkiv e due missili russi hanno colpito il dormitorio della facoltà di legge, da tempo usato per alloggiarvi soldati e, si dice, anche personale occidentale, mercenari o istruttori che siano.

Ci sono state vittime (non sappiamo quante), ma la cosa strana è che nell’aeroporto polacco di Rzeszów, il principale hub logistico degli equipaggiamenti NATO che vengono trasferiti in Ucraina, c’è stato un gran traffico di aerei senza transponder per tutta la notte – cosa non inusuale – finché alle 13 non è atterrato OO-MED, un Learjet 45 della ASL Fly Med (foto 2), compagnia specializzata nel soccorso aereo, attrezzato per trasportare pazienti in condizioni critiche.

Un pezzo grosso che deve restare anonimo avrà avuto un incidente. A Kharkiv?

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23/06/2023

Guerra in Ucraina - Ponti che saltano e balle che volano


di Francesco Dall'Aglio

Due giorni dopo che Shoigu aveva dichiarato che, in caso la NATO (cioè le FFAA ucraine) avesse utilizzato HIMARS o Storm Shadow sul territorio russo (inclusa la Crimea) la Russia avrebbe colpito i centri decisionali ucraini, il ponte di Čongar – vedi carta – è stato colpito da quattro missili SCALP (Système de Croisière Autonome à Longue Portée), ossia il nome con cui gli Storm Shadow sono chiamati in Francia (è un progetto congiunto di Matra e British Aerospace, c’entra anche Finmeccanica-Alenia Aermacchi, ovviamente).

Il danno non è catastrofico, come si vede dalla foto che allego, ma per il momento il ponte è chiuso e il traffico è deviato sull’unico altro collegamento tra la Crimea e l’oblast’ di Cherson, Armjans’k-Perekop.

Il missile che ha fatto i danni maggiori (quelli della foto) ha chiaramente utilizzato una testata BROACH (Bomb Royal Ordnance Augmented Charge) a doppio stadio: il primo è una carica cava che colpisce la superficie che si intende perforare, il secondo è la carica esplosiva vera e propria che serve a distruggere ciò che c’è sotto.

In questo caso il bersaglio designato era il pilone di sostegno, visto che ormai abbiamo capito che i ponti non si distruggono colpendone la campata, ma chi ha organizzato l’operazione ha forse dimenticato che quel ponte l’hanno costruito i sovietici, e non è così facile buttarlo giù (ironia della sorte, è proprio all’URSS e alle sue tecniche di costruzione che l’Ucraina deve la sopravvivenza del suo sistema logistico).

Che la Crimea sia in una posizione svantaggiosa per quanto riguarda le sue vie di comunicazione è cosa nota. Ma il problema degli attacchi alle strade e alle ferrovie che collegano la Crimea al continente non è, come si potrebbe facilmente pensare, un problema per la Crimea, ma per il continente – o meglio, per le truppe russe stanziate nell’oblast’ di Cherson.

Se il fronte di Zaporizhia viene rifornito, oltre che dalla Crimea, anche e soprattutto dal Donbas, i rifornimenti per la regione di Cherson passano solo per la Crimea. Questo attacco che danneggia la logistica russa potrebbe anche essere stato messo in opera in vista di una offensiva dalla sponda destra del Dnepr, una volta che il livello delle acque si sarà stabilizzato.

Intanto, poco fa Zelensky in un comunicato video ha messo in guardia “il mondo intero”: la Russia progetta azioni terroristiche contro la centrale nucleare di Energodar. Cioè la centrale nucleare in suo possesso, con la quale fornisce energia a tutti i territori che ha occupato.

Molto logico...

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09/06/2023

Guerra in Ucraina - Diga di Novaja Kakhovka: cui prodest?

A proposito delle dichiarazioni, in gran parte comiche (a voler esser gentili), secondo cui sarebbero stati i russi a far saltare la diga della centrale idroelettrica di Novaja Kakhovka, presentiamo alcune considerazioni raccolte qua e là su media “del nemico”.

E dunque. È un fatto che, nel corso degli anni, quando ancora terrorizzavano quella parte della regione di Donetsk sotto controllo di Kiev, le forze ucraine hanno ripetutamente bersagliato con razzi la centrale idroelettrica di Kakhovka, comprese parti della diga crollata.

A parere del presidente del distretto di Novaja Kakhovka, Vladimir Leont’ev, la distruzione della centrale è il risultato dei ripetuti attacchi ucraini; anche se il corrispondente di guerra Aleksandr Kots ritiene più probabile un potente attacco diretto portato al momento del cedimento. In ogni caso, Leont’ev ricorda che ci fu un giorno «in cui circa 80 HIMARS furono lanciati sulla centrale».

Dopo il febbraio 2022, i comandi ucraini hanno più volte apertamente dichiarato di martellare la centrale con l’obiettivo di distruggerla e allagare il territorio della regione di Kherson a scopi di guerra; mentre la propaganda ucraina ha continuato a minacciare la distruzione della centrale, con l’obiettivo di sommergere la riva sinistra del Dnepr e interrompere l’alimentazione idrica della Crimea.

Ricordiamo che durante sette o otto anni, il regime terroristico di Kiev, nelle “personcine” degli squadristi di Pravyj Sektor (all’epoca, in combutta con formazioni di tatari di Crimea e Lupi grigi turchi), aveva condotto un autentico blocco idrico della Crimea. Ora, nota Colonel Cassad, Kiev se ne vergogna e quelle minacce vengono cancellate da internet.

A più riprese, l’Ucraina ha scaricato l’acqua dalla centrale idroelettrica del Dnepr, che attraversa il fiume tra i centri di Dnepropetrovsk e Nikopol, molto più a nord della centrale di Novaja Kakhovka, facendo così innalzare il livello nel bacino di Kakhovka.

In particolare, sia lo scorso autunno, quando c’erano stati svariarti discorsi circa il possibile minamento della centrale di Kakhovka, sia letteralmente alla vigilia della distruzione della centrale, nella notte del 6 giugno. Tuttora, scrive Aleksandr Kots su Komsomol’skaja Pravda, Kiev continua a tenere aperte le chiuse di quella centrale, pur non essendoci alcun motivo ingegneristico: né forti piogge, né inondazioni primaverili.

Obiettivamente, dal punto di vista militare, l’allagamento verificatosi con il bombardamento della diga di Novaja Kakhovka, crea più problemi alle forze russe, che non a quelle ucraine, dal momento che le prime perdono parte del terreno difensivo avanzato e dei campi minati, che dovranno essere riorganizzati.

Tra l’altro, alcuni osservatori militari, già alcuni mesi fa, su News Front avevano messo in guarda sul pericolo per i campi minati russi di una possibile esondazione del fiume in quell’area.

L’innalzamento del livello del Dnepr mette in pericolo le linee di difesa costiere russe, dichiara al portale Vzgljad l’attivista Vladimir Rogov: «c’è il rischio che le forze ucraine forzino il Dnepr. Kiev non nasconde i piani per impossessarsi della centrale e ammette apertamente che quella diverrebbe una buona testa di ponte sulla riva sinistra del fiume». Infatti, «se il livello di allagamento aumenta ancora, gli ucraini potranno servirsi di imbarcazioni leggere per ovviare ai campi minati russi».

Kiev potrebbe avere la possibilità di forzare più facilmente il Dnepr nella parte superiore, da Nikopol e Marganets verso Energodar: hanno «già fatto tali tentativi, ma ora, quando il bacino, che qualcuno finora definiva “mare”, si restringe fino alla larghezza del letto del fiume, per loro sarà molto più facile farlo».

Dopo la perdita di Artëmovsk e il fallimento del tentato attacco nell’area del saliente di Vrem’evka, tra Ugledar e Zaporož’e, scrive Colonel Cassad, l’Ucraina aveva urgente bisogno dell’ennesima “Bucha”, per sviare l’attenzione dagli ultimi fallimenti militari.

Al contrario, la Russia non trae particolari vantaggi dalla distruzione della centrale di Kakhovka, dal momento che, se da un lato, causa l’allagamento, possono crearsi difficoltà anche per l’attività dei gruppi di sabotatori ucraini sugli isolotti nella zona di Kherson, dall’altro può rendersi problematica la situazione lungo il Dnepr a nord della centrale stessa, dove le truppe ucraine possono portare attacchi d’appoggio ai tentativi d’offensiva sulla direttrice di Zaporož’e, soprattutto se l’obiettivo è la presa della centrale atomica.

Tanto più che in passato Kiev aveva già intrapreso tentativi, falliti, di attestarsi nell’area di Energodar, per impossessarsi della centrale nucleare di Zaporož’e.

A proposito di quest’ultima, sul portale Vzgljad, l’attivista Vladimir Rogov dichiara che nonostante il fatto che il bacino di Kakhovka sia importante per le vasche di raffreddamento della centrale, questa dispone di altri canali idrici. Inoltre, al momento la centrale nucleare non produce energia, il che riduce la quantità di acqua richiesta per la manutenzione dell’impianto.

Secondo Aleksej Anpilogov, presidente del fondo per la ricerca scientifica «il livello critico dell’acqua nelle vasche, a causa del quale potrebbero verificarsi problemi con la centrale di Zaporož’e, è di otto metri. Nel caso, la centrale nucleare chiuderà lo scarico dell’acqua di raffreddamento e entrerà in modalità operativa con l’acqua artesiana dai pozzi. In quel momento, è probabile che i reattori debbano essere completamente spenti, anche se già ora praticamente non operano, a causa dei bombardamenti ucraini».

Per quanto riguarda la Crimea, a parere sia di Rogov, che di Anpilogov, al momento non è elevato il pericolo che rimanga senza alimentazione il canale Nord-Crimea, attraverso cui l’acqua, dalla regione di Kherson, arriva nella penisola: «i sistemi di alimentazione del canale sono a monte della centrale di Kakhovka e sono progettati per un livello minimo dell’acqua di 12,7 metri. Di conseguenza, se non viene colpita la stazione di pompaggio, è possibile prevedere in Crimea un certo razionamento dell’acqua per agricoltura, ma non ci dovrebbero essere problemi con l’acqua da bere».

Nelle immediate vicinanze dell’area allagata, invece, secondo Kots, i danni alle chiuse avranno inevitabilmente effetti negativi sui terreni agricoli nelle aree delle regioni di Kherson e Zaporož’e controllate dalle forze di Mosca.

Senza il sistema di irrigazione dei campi, che rischia di subire gravi danni, le terre fertili si trasformeranno in steppa arida. Come è successo in Crimea dopo che Kiev aveva chiuso i rubinetti alla penisola nel 2014: i terreni nella penisola «non si sono ancora completamente ripresi».

In generale, Aleksandr Kots ricorda come a dicembre scorso, gli stessi comandanti ucraini avessero parlato degli attacchi alla diga di Kakhovka in un’intervista coi media occidentali. The Washington Post del 29 dicembre 2022 scriveva che «Il maggiore generale delle forze armate ucraine Koval’chuk ha pensato di esondare il fiume. Gli ucraini, ha detto, hanno persino effettuato un attacco di prova con HIMARS su una delle chiuse della diga Novokakhovskaja, procurando tre falle nel metallo, per vedere se le acque del Dnepr potevano salire abbastanza da bloccare gli accessi russi, ma non allagare i villaggi nelle zone limitrofe. La prova ha avuto successo, ha detto Koval’chuk».

La stessa citazione da TWP è ripresa anche dall’ex conduttore della Fox News, Tucker Carlson, il quale scrive (il suo intervento è riportato dal canale telegram russo kolxozdelodobrovolnoe): «La domanda è chi l’ha fatto. Vediamo. La diga di Kakhovka era di fatto russa. Era stata costruita dal governo russo. Al momento, si trova in territorio controllato dalla Russia. Il bacino della diga fornisce acqua alla Crimea che, da 240 anni, è la dimora della flotta russa del mar Nero. Far saltare in aria la diga può essere forse un male anche per l’Ucraina, ma reca un danno ancora maggiore alla Russia. Proprio per questo motivo, il governo ucraino aveva esaminato la possibilità di distruggerla.

A dicembre, The Washington Post aveva citato un generale ucraino che affermava che i suoi uomini avevano lanciato missili di fabbricazione americana contro la chiusa della diga come attacco di prova. Così che, non appena i fatti cominciano ad emergere, diventa molto meno misterioso ciò che potrebbe essere successo alla diga.

Qualsiasi persona sana di mente concluderebbe che siano stati probabilmente gli ucraini a farla saltare in aria, proprio come hanno fatto saltare in aria il gasdotto russo Nord Stream lo scorso autunno. E infatti, come ora sappiamo, gli ucraini hanno fatto proprio così. Non sembra che Vladimir Putin stia cercando di scatenare una guerra contro se stesso»
.

Lo stesso, per il conduttore radiofonico americano Garland Nixon, riportato da Colonel Cassad: secondo i media mainstream, dice Nixon, la Russia ha: «attaccato i propri gasdotti; ha fatto saltare in aria il ponte di Crimea; ha attaccato la propria centrale nucleare; ha attaccato il ponte di Crimea; ha fatto saltare in aria la propria diga; ha attaccato il Cremlino con i droni».

Nel caso specifico, concludono i media “del nemico”, disponiamo dei motivi, della possibilità, di fatti provati su precedenti attacchi alla centrale idroelettrica di Kakhovka e le ammissioni documentate dei criminali, sul fatto che stessero pianificando l’atto terroristico di distruggere la centrale.

Ovviamente, gli sponsor del regime nazista di Kiev faranno finta di non sapere chi abbia fatto saltare la centrale, oppure accusano direttamente la Russia, esattamente come hanno fatto per il “North stream”. Sono le stesse persone. Per questo, là, i fatti non interessano a nessuno. Si tratta soltanto di realizzare la propria politica con metodi terroristici.

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26/05/2023

Un drone USA partito da Sigonella sorvola la Crimea

Un drone Usa del tipo RQ-4 Global Hawk è partito dalla base Nato di Sigonella per una missione di ricognizione al largo della Crimea. Il drone ha attraversato gli spazi aerei europei per poi entrare sul Mar Nero. Si tratta di un aereo senza pilota che può restare in volo per 34 ore.

Da tempo la Nato effettua voli di ricognizione impiegando aerei-radar e droni, oltre che i satelliti, per monitorare la guerra in Ucraina e fornire informazioni utili alle forze armate di Kiev. Ma molti di questi voli di ricognizione con i droni, sin da febbraio 2022, partono proprio dalla base di Sigonella, in Italia, rendendola così uno stato co-belligerante.

Il drone viene infatti utilizzato come piattaforma Hale (High Altitude Long Endurance) per la raccolta di informazioni a supporto di operazioni militari in tutto il mondo. In combattimento, le sue capacità di sorveglianza consentono un più preciso puntamento delle armi.

Il Global Hawk, è prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, può sorvegliare in un periodo di 24 ore fino a 100 mila chilometri quadrati di territorio. Il suo costo è di 222 milioni di dollari.

Il 14 marzo scorso un caccia russo Su-27 aveva intercettato e volato intenzionalmente vicino ad un drone USA del tipo Reaper scaricando carburante davanti al drone senza pilota accecandone gli strumenti di visione. Uno dei jet russi aveva poi danneggiato l’elica posteriore del Reaper che a quel punto era stato abbattuto sul Mar Nero dagli stessi statunitensi.

A ottobre dello scorso anno un drone statunitense partito dalla base militare di Sigonella, in Sicilia, stava vigilando l’attacco compiuto con droni dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli, in Crimea. Secondo i dati del portale Flightradar24, un drone da ricognizione strategica statunitense RQ-4B-40 Global Hawk, era decollato dalla base aerea della NATO a Sigonella, vicino a Catania e si trovava nei pressi del confine con la penisola russa della Crimea durante l’attacco compiuto dall’esercito ucraino sul porto della città di Sebastopoli.

A febbraio le missioni di volo dei droni militari Global Hawk sono state diverse, la rotta di volo è appunto con partenza dalla base Nato di Sigonella per poi sorvolare Grecia, Bulgaria, Romania fino all’Ucraina, dove vengono svolte operazioni a tappeto di monitoraggio del territorio ucraino. Le missioni di volo dei droni militari RQ-4 Global Hawk hanno una durata di ben 14 ore, comandati ovviamente da remoto, tramite satellite e base a terra.

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30/04/2023

Guerra di droni in Ucraina

di Francesco Dall'Aglio

Post lungo, diviso in due parti e dedicato, guarda un po’, ai droni.

Prima parte: la notizia che ieri mattina hanno battuto tutti i media è l’attacco con droni al porto di Sebastopoli che ha portato alla distruzione di quattro cisterne di carburante con effetti parecchio scenografici (allego due foto, quelle belle che vado scavando nei canali russi, non la monnezza che pubblicano Repubblica e soci).

La notizia è stata presentata come un fatto d’arme straordinario e come il primo passo della riconquista ucraina della Crimea, con tanto di roboanti affermazioni di Zelensky sul fatto che si tratta solo dell’inizio e che i russi farebbero bene ad andarsene finché sono in tempo eccetera.

Ora, intendiamoci: la notizia è certamente importante e va data. Testimonia ancora una volta la capacità ucraina di organizzare un attacco di droni a lungo raggio (tre gruppi di Mugin-5, per un totale probabile di 10 droni, uno solo dei quali ha colpito il bersaglio), la ripresa in forze delle ricognizioni di aerei NATO sul Mar Nero per designare gli obiettivi (ieri si è rivisto in volo l’E-3F francese, che compare sempre il giorno prima di un attacco di droni, insieme a un Atlantic A-2 sempre francese e a un Global Hawk statunitense. Niente aerei inglesi stavolta) e la vulnerabilità della Crimea ad attacchi di questo tipo: non è la prima volta e non sarà di certo l’ultima.

Ciò detto, non si è trattato alla fine di un’operazione straordinaria né coronata da particolare successo. Due droni sono stati abbattuti (uno da un Pantsir, l’altro da un distaccamento della fanteria di marina, non sono riuscito a capire con che mezzo) e sette (c’è chi scrive otto) sono stati tirati giù grazie a contromisure elettroniche, quattro in mare e tre o quattro sulla terraferma: il che significa che la contraerea russa ha fatto un buon lavoro, considerando la difficoltà dell’abbattere velivoli del genere – piccoli, molto mobili, in fibra di carbonio e con una segnatura radar estremamente bassa.

I danni sono stati certamente scenografici, come si vede anche dalle foto che allego, ma alla fine contenuti, e non ci sono state vittime. Però è una vittoria di pr importante, soprattutto in un momento avaro di vittorie sul campo, in attesa sempre più spasmodica della controffensiva.

Seconda parte: appunto la controffensiva, o meglio un elemento della stessa.

I nostri media, come detto sopra, hanno parlato moltissimo dell’attacco di droni ucraino a Sebastopoli: non hanno però parlato per niente degli attacchi di droni russi nelle retrovie del fronte di Cherson, dove sembra che qualcosa si stia muovendo davvero.

Le ultime 24 ore sono state semplicemente tragiche per la contraerea ucraina: i Lanzet russi hanno distrutto due S-300 (uno dei quali saltato in aria in stile hollywoodiano, allego foto), ne hanno danneggiati altri due e hanno danneggiato un Gepard, il semovente antiaereo fornito dalla Germania (allego foto anche di questo.

Sì, il canale che ha diffuso il filmato dell’attacco al Gepard si chiama Antiseptic, non posso farci nulla), il tutto filmato e fotografato.

Non è chiaro quanti danni abbiano subito i mezzi danneggiati, ma certo la loro operatività, almeno per il momento, è compromessa. Particolarmente ironico l’attacco sul Gepard, il cui scopo sarebbe impedire che i sistemi antiaerei più complessi vengano attaccati e che invece è stato attaccato a sua volta, tra l’altro con un impatto frontale.

Il giorno prima, infine, un altro Lanzet aveva colpito un Tor, altro sistema antiaereo semovente a corto raggio.

Considerazioni in ordine sparso.

La prima uscita pubblica del Gepard non è andata molto bene. Se sia sfortuna o carenza di addestramento da parte dell’equipaggio, è presto per dirlo. I canali russi, ovviamente, ridono, ma la cosa in fin dei conti non è molto importante.

La cosa importante da chiedersi, infatti, è perché tutti quei sistemi antiaerei erano in movimento a così poca distanza l’uno dall’altro e così vicini alla linea del fronte: i mezzi infatti si trovavano tutti nelle vicinanze di Promin’, a meno di 25 chilometri dal Dnepr.

Il raggio d’azione di un S-300 di quel tipo è intorno ai 75 chilometri usando i missili 5V55R, e 45 usando i 5V55K: perché erano così vicini al fronte, e concentrati? Soprattutto la vicinanza al fronte è preoccupante, perché può significare due cose.

La prima: i missili in dotazione hanno ormai esaurito la loro vita operativa (anche le armi scadono) e quindi non garantiscono più le stesse prestazioni: abbiamo già visto missili lanciati dagli S-300 ucraini prendere strane strade, inclusa quella della Polonia.

La seconda: l’aviazione russa (ne abbiamo già parlato) ha cominciato a utilizzare bombe guidate che consentono agli aerei di agire a distanza molto maggiore dalla linea del fronte, con maggiore efficacia. L’antiaerea deve necessariamente avvicinarsi e questo la espone al rischio di essere colpita, oltre che dagli aerei stessi, dai droni: come si è visto ieri.

Non è un caso che la richiesta che maggiormente viene fatta agli alleati occidentali, oltre agli F-16, siano i sistemi antiaerei. I pochi arrivati sono a guardia degli obiettivi sensibili, non a sostegno delle operazioni militari.

La domanda da porsi, adesso, è: senza appoggio aereo e senza antiaerea per dissuadere l’aviazione nemica, si può mettere in piedi una controffensiva così ambiziosa come quella nei piani dello Stato Maggiore ucraino (o nei sogni dei media che ne parlano)?

I russi, intanto, si dicono preoccupati. Non hanno proiettili, dicono. Hanno pochi uomini. Pochi mezzi. Poi c’è la corruzione, i traditori, come dice Prigožin. Qua va a finire, dice sempre lui, che si comincerà a combattere davvero quando i nemici saranno quasi a Mosca, come al solito. E quanto più i media parlano delle difficoltà ucraine, tanto più i russi si lamentano delle proprie. Che noia.

Intanto voci non confermate dicono che gli ucraini hanno iniziato ad aumentare lo scarico d’acqua dalle dighe sul Dneper, per allagare le posizioni russe e costringerli ad arretrare. Ve la do come l’ho letta, perché a me pare abbia poco senso: i russi arretrerebbero di sicuro, ma per gli ucraini sarebbe ancora più difficile passare il fiume.

Però ho anche letto (lo riporta Bild) che istruttori tedeschi stanno addestrando dei reparti dotati di kayak. Torno a dire che mi sembra strano, ma come attacco diversivo potrebbe anche funzionare.

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04/02/2023

Guerra in Ucraina - Per il Pentagono Kiev deve “scordarsi” la Crimea

“È improbabile che le forze ucraine siano in grado di riconquistare la Crimea dalle truppe russe nel prossimo futuro”. È quanto hanno detto quattro alti funzionari del Dipartimento della Difesa ai legislatori del Comitato per i servizi armati della Camera in un briefing riservato.

La valutazione frustrerà sicuramente i leader di Kiev che considerano la riconquista della penisola uno dei loro obiettivi distintivi. A rivelare i particolari di questa valutazione, ufficiale ma non pubblica, del Pentagono, è il giornale statunitense Politico.

Non è chiaro cosa abbia portato i funzionari Usa a quella valutazione. Ma la chiara indicazione, come riportato da tre persone con conoscenza diretta dei contenuti del briefing di giovedì, era che il Pentagono non crede che l’Ucraina abbia – o presto avrà – la capacità di cacciare le truppe russe dalla penisola annessa da Mosca quasi un decennio fa.

Una quarta persona ha detto che il briefing era più ambiguo, ma restava il punto che la vittoria dell’Ucraina in un’offensiva per riconquistare il territorio annesso illegalmente non era assicurata. Tutti e quattro hanno chiesto l’anonimato per rivelare i dettagli del briefing riservato.

I partecipanti al briefing includevano Laura Cooper, vice assistente segretario alla difesa per Russia, Ucraina ed Eurasia, e il tenente generale Douglas Sims, direttore delle operazioni dello stato maggiore congiunto.

“Non commenteremo briefing riservati a porte chiuse né parleremo di ipotetiche o speculeremo su potenziali operazioni future“, ha detto la portavoce del Pentagono Sabrina Singh. “In termini di capacità dell’Ucraina di combattere e riconquistare il territorio sovrano, la loro straordinaria prestazione nel respingere l’aggressione russa e la continua adattabilità sul campo di battaglia parlano da sole“.

A conferma che questa in realtà sia una opzione ben presente negli scenari previsti dall’amministrazione Usa, il settimanale statunitense Newsweek ha rilanciato le indiscrezioni secondo cui il direttore della Cia, William Burns, avrebbe ‘offerto’ al presidente russo Vladimir Putin un quinto del territorio dell’Ucraina (il 20%, ossia gran parte del Donbass) nell’ambito di un piano di pace elaborato a nome del presidente Joe Biden. Burns avrebbe esposto il piano a metà gennaio.

La notizia diffusa da Newsweek però è stata liquidata come “una bufala” sia dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, citato dall’agenzia russa Ria Novosti, sia dal vice portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale USA Sean Davitt il quale ha dichiarato al settimanale che la notizia “non è accurata”.

Secondo Politico, la valutazione degli esperti del Pentagono presenti al briefing “fa eco a quanto ha alluso nelle ultime settimane il generale Mark Milley, presidente del Comando delle Forze Armate“.

“Continuo a sostenere che per quest’anno sarebbe molto, molto difficile espellere militarmente le forze russe da tutti i territori ucraini occupata dai russi“, ha detto durante una riunione del Contatto per la difesa dell’Ucraina Group in Germania il 20 gennaio scorso a Ramstein. “Ciò non significa che non possa accadere. Non significa che non accadrà, ma sarebbe molto, molto difficile”.

Secondo Politico una persona che ha familiarità con quanto pensano a Kiev ha detto che l’amministrazione Zelenskyy era “furiosa” con le osservazioni del generale Milley, mentre l’Ucraina si prepara per le grandi offensive di questa primavera. Gli ucraini notano anche che l’intelligence statunitense sulle loro capacità militari ha costantemente mancato il bersaglio durante la guerra durata quasi un anno.

Parlando al World Economic Forum di Davos il mese scorso, il consigliere di Zelenskyj Andriy Yermak ha respinto l’idea di una vittoria ucraina senza prendere la Crimea. ”Questo è assolutamente inaccettabile“, ha detto Yermak, aggiungendo che la vittoria significa ripristinare i confini dell’Ucraina riconosciuti a livello internazionale “compresi Donbass e Crimea“.

L’Ucraina ha ripetutamente chiesto armi a lungo raggio, tra cui artiglieria a razzo e munizioni guidate sparate da aerei da combattimento e droni, per colpire i centri di comando e controllo russi e i depositi di munizioni molto dietro le linee del fronte in Crimea.

Dopo che gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina il sistema missilistico di artiglieria ad alta mobilità HIMARS in estate, la Russia ha spostato molte delle sue risorse più vulnerabili fuori dal raggio di 50 miglia. L’amministrazione Biden fino ad oggi ha rifiutato di inviare a Kiev missili che possono raggiungere le 300 miglia, il che metterebbe a rischio tutta la Crimea.

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