di Francesco Dall'Aglio
Post lungo, diviso in due parti e dedicato, guarda un po’, ai droni.
Prima parte: la notizia che ieri mattina hanno battuto tutti i media è l’attacco con droni al porto di Sebastopoli che ha portato alla distruzione di quattro cisterne di carburante con effetti parecchio scenografici (allego due foto, quelle belle che vado scavando nei canali russi, non la monnezza che pubblicano Repubblica e soci).
La notizia è stata presentata come un fatto d’arme straordinario e come il primo passo della riconquista ucraina della Crimea, con tanto di roboanti affermazioni di Zelensky sul fatto che si tratta solo dell’inizio e che i russi farebbero bene ad andarsene finché sono in tempo eccetera.
Ora, intendiamoci: la notizia è certamente importante e va data. Testimonia ancora una volta la capacità ucraina di organizzare un attacco di droni a lungo raggio (tre gruppi di Mugin-5, per un totale probabile di 10 droni, uno solo dei quali ha colpito il bersaglio), la ripresa in forze delle ricognizioni di aerei NATO sul Mar Nero per designare gli obiettivi (ieri si è rivisto in volo l’E-3F francese, che compare sempre il giorno prima di un attacco di droni, insieme a un Atlantic A-2 sempre francese e a un Global Hawk statunitense. Niente aerei inglesi stavolta) e la vulnerabilità della Crimea ad attacchi di questo tipo: non è la prima volta e non sarà di certo l’ultima.
Ciò detto, non si è trattato alla fine di un’operazione straordinaria né coronata da particolare successo. Due droni sono stati abbattuti (uno da un Pantsir, l’altro da un distaccamento della fanteria di marina, non sono riuscito a capire con che mezzo) e sette (c’è chi scrive otto) sono stati tirati giù grazie a contromisure elettroniche, quattro in mare e tre o quattro sulla terraferma: il che significa che la contraerea russa ha fatto un buon lavoro, considerando la difficoltà dell’abbattere velivoli del genere – piccoli, molto mobili, in fibra di carbonio e con una segnatura radar estremamente bassa.
I danni sono stati certamente scenografici, come si vede anche dalle foto che allego, ma alla fine contenuti, e non ci sono state vittime. Però è una vittoria di pr importante, soprattutto in un momento avaro di vittorie sul campo, in attesa sempre più spasmodica della controffensiva.
Seconda parte: appunto la controffensiva, o meglio un elemento della stessa.
I nostri media, come detto sopra, hanno parlato moltissimo dell’attacco di droni ucraino a Sebastopoli: non hanno però parlato per niente degli attacchi di droni russi nelle retrovie del fronte di Cherson, dove sembra che qualcosa si stia muovendo davvero.
Le ultime 24 ore sono state semplicemente tragiche per la contraerea ucraina: i Lanzet russi hanno distrutto due S-300 (uno dei quali saltato in aria in stile hollywoodiano, allego foto), ne hanno danneggiati altri due e hanno danneggiato un Gepard, il semovente antiaereo fornito dalla Germania (allego foto anche di questo.
Sì, il canale che ha diffuso il filmato dell’attacco al Gepard si chiama Antiseptic, non posso farci nulla), il tutto filmato e fotografato.
Non è chiaro quanti danni abbiano subito i mezzi danneggiati, ma certo la loro operatività, almeno per il momento, è compromessa. Particolarmente ironico l’attacco sul Gepard, il cui scopo sarebbe impedire che i sistemi antiaerei più complessi vengano attaccati e che invece è stato attaccato a sua volta, tra l’altro con un impatto frontale.
Il giorno prima, infine, un altro Lanzet aveva colpito un Tor, altro sistema antiaereo semovente a corto raggio.
Considerazioni in ordine sparso.
La prima uscita pubblica del Gepard non è andata molto bene. Se sia sfortuna o carenza di addestramento da parte dell’equipaggio, è presto per dirlo. I canali russi, ovviamente, ridono, ma la cosa in fin dei conti non è molto importante.
La cosa importante da chiedersi, infatti, è perché tutti quei sistemi antiaerei erano in movimento a così poca distanza l’uno dall’altro e così vicini alla linea del fronte: i mezzi infatti si trovavano tutti nelle vicinanze di Promin’, a meno di 25 chilometri dal Dnepr.
Il raggio d’azione di un S-300 di quel tipo è intorno ai 75 chilometri usando i missili 5V55R, e 45 usando i 5V55K: perché erano così vicini al fronte, e concentrati? Soprattutto la vicinanza al fronte è preoccupante, perché può significare due cose.
La prima: i missili in dotazione hanno ormai esaurito la loro vita operativa (anche le armi scadono) e quindi non garantiscono più le stesse prestazioni: abbiamo già visto missili lanciati dagli S-300 ucraini prendere strane strade, inclusa quella della Polonia.
La seconda: l’aviazione russa (ne abbiamo già parlato) ha cominciato a utilizzare bombe guidate che consentono agli aerei di agire a distanza molto maggiore dalla linea del fronte, con maggiore efficacia. L’antiaerea deve necessariamente avvicinarsi e questo la espone al rischio di essere colpita, oltre che dagli aerei stessi, dai droni: come si è visto ieri.
Non è un caso che la richiesta che maggiormente viene fatta agli alleati occidentali, oltre agli F-16, siano i sistemi antiaerei. I pochi arrivati sono a guardia degli obiettivi sensibili, non a sostegno delle operazioni militari.
La domanda da porsi, adesso, è: senza appoggio aereo e senza antiaerea per dissuadere l’aviazione nemica, si può mettere in piedi una controffensiva così ambiziosa come quella nei piani dello Stato Maggiore ucraino (o nei sogni dei media che ne parlano)?
I russi, intanto, si dicono preoccupati. Non hanno proiettili, dicono. Hanno pochi uomini. Pochi mezzi. Poi c’è la corruzione, i traditori, come dice Prigožin. Qua va a finire, dice sempre lui, che si comincerà a combattere davvero quando i nemici saranno quasi a Mosca, come al solito. E quanto più i media parlano delle difficoltà ucraine, tanto più i russi si lamentano delle proprie. Che noia.
Intanto voci non confermate dicono che gli ucraini hanno iniziato ad aumentare lo scarico d’acqua dalle dighe sul Dneper, per allagare le posizioni russe e costringerli ad arretrare. Ve la do come l’ho letta, perché a me pare abbia poco senso: i russi arretrerebbero di sicuro, ma per gli ucraini sarebbe ancora più difficile passare il fiume.
Però ho anche letto (lo riporta Bild) che istruttori tedeschi stanno addestrando dei reparti dotati di kayak. Torno a dire che mi sembra strano, ma come attacco diversivo potrebbe anche funzionare.
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30/04/2023
02/12/2022
Guerra in Ucraina - La Russia accusa esplicitamente Nato e USA di coinvolgimento nel conflitto
In una conferenza stampa, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha accusato esplicitamente Stati Uniti e la NATO di essere direttamente coinvolti nel conflitto in Ucraina fornendo armi e addestrando personale militare. Secondo Lavrov, l’addestramento militare viene effettuato nel Regno Unito, in Germania, in Italia e in altri paesi.
“Oltre all’addestramento sul loro territorio, centinaia di istruttori occidentali stanno lavorando direttamente sul campo, mostrando agli ucraini come sparare con le armi fornite“, ha sottolineato Lavrov, aggiungendo che gli attacchi ad alta precisione “mettono fuori servizio le strutture energetiche, da cui dipende il funzionamento delle forze armate ucraine e la consegna di un’enorme quantità di armi. L’Occidente sta pompando l’Ucraina con queste armi da utilizzare per uccidere i russi”.
Il ministro degli Esteri russo ha evocato l’esistenza di un “rischio enorme che un conflitto con armi convenzionali tra potenze nucleari possa degenerare in una guerra nucleare“. È la ragione per cui la Russia non solo è convinta che una guerra nucleare sia “inammissibile“, ma anche che sia “necessario prevenire qualsiasi conflitto armato fra Paesi in possesso di un’arma nucleare”.
Lavrov ha anche aggiunto che il sostegno occidentale includeva l’invio di un numero enorme di mercenari in Ucraina e di intelligence per determinare gli obiettivi dell’esercito ucraino.
Il portavoce del ministero della Difesa russo ha informato che l’aviazione e l’artiglieria russa “hanno colpito tre siti di schieramento temporaneo di unità di mercenari stranieri nell’area dell’insediamento di Slavyansk nella Repubblica popolare di Donetsk“.
Secondo quanto riferisce la televisione Usa CNN, l’amministrazione Biden sta valutando una consistente espansione delle operazioni di addestramento delle forze armate ucraine. Gli Stati Uniti potrebbero arrivare ad addestrare sino a 2.500 miliari ucraini al mese presso una base in Germania. La proposta sarebbe stata presentata dall’Ucraina in vista di una possibile offensiva invernale russa, e secondo la CNN è attualmente oggetto di revisione inter-agenzia a Washington.
L’agenzia Interfax Ucraina riferisce che il governo di Kiev sta tenendo colloqui per la possibile fornitura di missili S-300 dai paesi che dispongono di questi missili.
Il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha affermato che “Gli S-300 funzionano molto bene. Il fatto è che non sono stati prodotti in Ucraina, cioè non abbiamo la produzione di missili S-300, quindi utilizziamo le scorte. Stiamo negoziando con tutti i ministri della difesa dei paesi che hanno anche S-300 in servizio sulla possibilità di rifornire questa scorta di missili dai loro depositi e arsenali“.
La riunione dei ministri degli esteri della NATO a Bucarest, ha annunciato ulteriori contributi al pacchetto di assistenza militare della NATO all’Ucraina, ha affermato il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha rilevato che l’Ucraina ha ottenuto risultati significativi, ma ha anche sottolineato che la Russia non deve essere sottovalutata.
“I ministri degli Esteri della NATO hanno chiarito che il nostro continuo sostegno militare all’Ucraina è essenziale. In particolare, ulteriori difese aeree. E accolgo con favore i nuovi impegni assunti dagli Alleati. Gli alleati hanno anche annunciato ulteriori contributi al pacchetto di assistenza globale della NATO. Fornendo all’Ucraina aiuti non letali, inclusi carburante e generatori“, ha detto Stoltenberg nella conferenza stampa a Bucarest.
Fonte
“Oltre all’addestramento sul loro territorio, centinaia di istruttori occidentali stanno lavorando direttamente sul campo, mostrando agli ucraini come sparare con le armi fornite“, ha sottolineato Lavrov, aggiungendo che gli attacchi ad alta precisione “mettono fuori servizio le strutture energetiche, da cui dipende il funzionamento delle forze armate ucraine e la consegna di un’enorme quantità di armi. L’Occidente sta pompando l’Ucraina con queste armi da utilizzare per uccidere i russi”.
Il ministro degli Esteri russo ha evocato l’esistenza di un “rischio enorme che un conflitto con armi convenzionali tra potenze nucleari possa degenerare in una guerra nucleare“. È la ragione per cui la Russia non solo è convinta che una guerra nucleare sia “inammissibile“, ma anche che sia “necessario prevenire qualsiasi conflitto armato fra Paesi in possesso di un’arma nucleare”.
Lavrov ha anche aggiunto che il sostegno occidentale includeva l’invio di un numero enorme di mercenari in Ucraina e di intelligence per determinare gli obiettivi dell’esercito ucraino.
Il portavoce del ministero della Difesa russo ha informato che l’aviazione e l’artiglieria russa “hanno colpito tre siti di schieramento temporaneo di unità di mercenari stranieri nell’area dell’insediamento di Slavyansk nella Repubblica popolare di Donetsk“.
Secondo quanto riferisce la televisione Usa CNN, l’amministrazione Biden sta valutando una consistente espansione delle operazioni di addestramento delle forze armate ucraine. Gli Stati Uniti potrebbero arrivare ad addestrare sino a 2.500 miliari ucraini al mese presso una base in Germania. La proposta sarebbe stata presentata dall’Ucraina in vista di una possibile offensiva invernale russa, e secondo la CNN è attualmente oggetto di revisione inter-agenzia a Washington.
L’agenzia Interfax Ucraina riferisce che il governo di Kiev sta tenendo colloqui per la possibile fornitura di missili S-300 dai paesi che dispongono di questi missili.
Il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha affermato che “Gli S-300 funzionano molto bene. Il fatto è che non sono stati prodotti in Ucraina, cioè non abbiamo la produzione di missili S-300, quindi utilizziamo le scorte. Stiamo negoziando con tutti i ministri della difesa dei paesi che hanno anche S-300 in servizio sulla possibilità di rifornire questa scorta di missili dai loro depositi e arsenali“.
La riunione dei ministri degli esteri della NATO a Bucarest, ha annunciato ulteriori contributi al pacchetto di assistenza militare della NATO all’Ucraina, ha affermato il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha rilevato che l’Ucraina ha ottenuto risultati significativi, ma ha anche sottolineato che la Russia non deve essere sottovalutata.
“I ministri degli Esteri della NATO hanno chiarito che il nostro continuo sostegno militare all’Ucraina è essenziale. In particolare, ulteriori difese aeree. E accolgo con favore i nuovi impegni assunti dagli Alleati. Gli alleati hanno anche annunciato ulteriori contributi al pacchetto di assistenza globale della NATO. Fornendo all’Ucraina aiuti non letali, inclusi carburante e generatori“, ha detto Stoltenberg nella conferenza stampa a Bucarest.
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21/01/2019
Siria - Israele continua i raid, ma riceve brutte sorprese
Fonti siriane hanno annunciato di aver fatto fallire un attacco aereo di Israele nel sud della Siria contro un aeroporto a sud-est di Damasco. “Le difese aeree siriane hanno affrontato un’aggressione israeliana nel sud e hanno impedito agli aggressori di raggiungere i loro obiettivi”, riferisce l’agenzia governativa di Damasco Sana.
L’attacco israeliano e la risposta siriana, sono stati confermati anche dall’agenzia russa Ria che cita fonti del Centro di Controllo della Difesa di Mosca.
La notizia dell’attacco non è stata ufficialmente confermata da Israele anche se è stato in qualche modo rivendicato dal premier Nenatnhyau in viaggio nel Ciad, il quale ha invece rivendicato l’attacco israeliano sull’aeroporto internazionale di Damasco il 13 gennaio scorso. Poco dopo però fonti dell’esercito di Tel Aviv hanno confermato che il sistema di difesa antimissili israeliano, ha intercettato un razzo lanciato contro le Alture del Golan.
Da ottobre 2018, Mosca ha equipaggiato la Siria con i missili antiaerei avanzati S-300.
Fonte
L’attacco israeliano e la risposta siriana, sono stati confermati anche dall’agenzia russa Ria che cita fonti del Centro di Controllo della Difesa di Mosca.
La notizia dell’attacco non è stata ufficialmente confermata da Israele anche se è stato in qualche modo rivendicato dal premier Nenatnhyau in viaggio nel Ciad, il quale ha invece rivendicato l’attacco israeliano sull’aeroporto internazionale di Damasco il 13 gennaio scorso. Poco dopo però fonti dell’esercito di Tel Aviv hanno confermato che il sistema di difesa antimissili israeliano, ha intercettato un razzo lanciato contro le Alture del Golan.
Da ottobre 2018, Mosca ha equipaggiato la Siria con i missili antiaerei avanzati S-300.
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27/09/2018
Libano - Aoun: "Hezbollah rappresenta la resistenza a Israele"
Stefano Mauro
“Una parte dell’opinione pubblica straniera indica Hezbollah come il principale problema del nostro paese, al contrario il movimento sciita rappresenta la Resistenza contro la minaccia israeliana come è avvenuto nel 2000 e nel 2006”. Intervistato sul quotidiano francese Le Figaro, il presidente della repubblica libanese, il cristiano-maronita Michel Aoun, è stato chiaro riguardo alle continue accuse da parte dei media stranieri sul fatto che il paese dei cedri sia ostaggio di Hezbollah.
Aoun ha continuato a precisare che, visto anche l’ottimo clima di collaborazione con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, esiste un preciso accordo con le milizie sciite che sono, insieme all’esercito, “parte integrante dell’apparato difensivo nazionale, sotto il comando del presidente che ne è il capo.”
Riguardo alle polemiche interne sull’intervento sciita in Siria, il presidente libanese ha ribadito che quell’azione, condotta con l’obiettivo di combattere Daesh e Al Nusra, ha permesso allo stesso paese dei cedri di salvarsi dalla minaccia jihadista e dal rischio di disintegrarsi in cantoni o regioni comunitarie e confessionali.
“Il nostro problema” – ha ribadito Aoun – “sono piuttosto le ingerenze straniere nella nostra politica o le continue provocazioni israeliane all’interno dei confini nazionali”.
Un preciso riferimento all’episodio di lunedì scorso quando, per la prima volta, due F-16 israeliani sono stati intercettati da due caccia russi e sono stati costretti a tornare nello spazio aereo di Tel Aviv, visto che, dopo l’abbattimento del velivolo russo II 20, Mosca ha interdetto l’utilizzo dello spazio aereo libanese e siriano ufficialmente “per esercitazioni militari”.
Aoun ha poi affrontato il tema dello stallo politico interno. Dopo 4 mesi, infatti, il primo ministro Saad Hariri non è ancora riuscito a formare un governo per la guida del paese, dopo la vittoria della coalizione dell’“8 Marzo” (Hezbollah e Amal per gli sciiti, Corrente Patriottica Libanese di Aoun per i maroniti, Partito Comunista Libanese e altri partiti minoritari) su quella del “14 Marzo” (Mustaqbal di Hariri per i sunniti, PSP druso di Jumblatt e le Forze Libanesi di Geagea per i maroniti).
“La nostra coalizione possiede la maggioranza in parlamento con 79 seggi su 128 e sta tentando una mediazione per formare un governo d’unità nazionale ed uscire da questa empasse”, – ha dichiarato il presidente libanese – anche se dietro i veti delle FL e del PSP, per ottenere dei ministeri di peso, ci sono gli USA ed i loro alleati sauditi che puntano a destabilizzare il paese da un punto di vista politico ed economico, dopo aver fallito con l’arma del terrorismo jihadista”.
L’ultimo “regalo” da parte dell’amministrazione Trump è stata la sospensione dei finanziamenti per l’Unrwa con l’obiettivo di obbligare i paesi della diaspora ad assorbire gli oltre 500mila palestinesi presenti nei campi profughi del paese e di cancellare definitivamente il loro “diritto al ritorno”.
Situazione di difficoltà confermata dallo stesso segretario generale di Hezbollah secondo il quale “è ancora lontana una soluzione per la formazione di un governo, a causa soprattutto delle ingerenze di sauditi e americani”. Riguardo agli attacchi di Tel Aviv contro “presunti” obiettivi di Hezbollah in Siria o agli sconfinamenti in territorio libanese Nasrallah è stato perentorio “ la Resistenza è pronta a qualsiasi eventualità ed è più forte dell’esercito israeliano grazie ai propri armamenti ed all’esperienza in Siria”.
Dichiarazioni che hanno scatenato discussioni sulla stampa israeliana. Secondo Yossi Melman, esperto militare e giornalista del quotidiano Maariv, un rapporto dell’intelligence israeliana rivela che Hezbollah sia in possesso di “un arsenale con oltre 120mila missili di ultima generazione capaci di colpire tutto il territorio nazionale per i quali il sistema di difesa Iron Dome sarebbe inefficace”.
Secondo l’editorialista del quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan, “l’affermazione di Nasrallah non sarebbe per niente fantasiosa o esagerata, visto che l’unico vantaggio di Tel Aviv è l’utilizzo dell’aviazione che Hezbollah non possiede”. “Un così elevato numero di missili anche contraerei” – conclude Atwan – “eliminerebbe questo vantaggio anche perché attualmente Hezbollah possiede reparti scelti, corazzati ed anfibi che renderebbero molto difficile un’avanzata di terra in territorio libanese da parte di Tel Aviv, vista la cocente sconfitta nel conflitto del 2006.”
Come riferisce il sito israeliano Debkafile, infine, la decisione di Mosca di fornire alla Siria, e molto probabilmente a Hezbollah, il sistema di difesa missilistico S-300 ha causato nello stato maggiore di Tel Aviv “molta preoccupazione perché precluderebbe qualsiasi tipo di incursione aerea con il rischio di elevate perdite di velivoli”.
Fonte
“Una parte dell’opinione pubblica straniera indica Hezbollah come il principale problema del nostro paese, al contrario il movimento sciita rappresenta la Resistenza contro la minaccia israeliana come è avvenuto nel 2000 e nel 2006”. Intervistato sul quotidiano francese Le Figaro, il presidente della repubblica libanese, il cristiano-maronita Michel Aoun, è stato chiaro riguardo alle continue accuse da parte dei media stranieri sul fatto che il paese dei cedri sia ostaggio di Hezbollah.
Aoun ha continuato a precisare che, visto anche l’ottimo clima di collaborazione con il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, esiste un preciso accordo con le milizie sciite che sono, insieme all’esercito, “parte integrante dell’apparato difensivo nazionale, sotto il comando del presidente che ne è il capo.”
Riguardo alle polemiche interne sull’intervento sciita in Siria, il presidente libanese ha ribadito che quell’azione, condotta con l’obiettivo di combattere Daesh e Al Nusra, ha permesso allo stesso paese dei cedri di salvarsi dalla minaccia jihadista e dal rischio di disintegrarsi in cantoni o regioni comunitarie e confessionali.
“Il nostro problema” – ha ribadito Aoun – “sono piuttosto le ingerenze straniere nella nostra politica o le continue provocazioni israeliane all’interno dei confini nazionali”.
Un preciso riferimento all’episodio di lunedì scorso quando, per la prima volta, due F-16 israeliani sono stati intercettati da due caccia russi e sono stati costretti a tornare nello spazio aereo di Tel Aviv, visto che, dopo l’abbattimento del velivolo russo II 20, Mosca ha interdetto l’utilizzo dello spazio aereo libanese e siriano ufficialmente “per esercitazioni militari”.
Aoun ha poi affrontato il tema dello stallo politico interno. Dopo 4 mesi, infatti, il primo ministro Saad Hariri non è ancora riuscito a formare un governo per la guida del paese, dopo la vittoria della coalizione dell’“8 Marzo” (Hezbollah e Amal per gli sciiti, Corrente Patriottica Libanese di Aoun per i maroniti, Partito Comunista Libanese e altri partiti minoritari) su quella del “14 Marzo” (Mustaqbal di Hariri per i sunniti, PSP druso di Jumblatt e le Forze Libanesi di Geagea per i maroniti).
“La nostra coalizione possiede la maggioranza in parlamento con 79 seggi su 128 e sta tentando una mediazione per formare un governo d’unità nazionale ed uscire da questa empasse”, – ha dichiarato il presidente libanese – anche se dietro i veti delle FL e del PSP, per ottenere dei ministeri di peso, ci sono gli USA ed i loro alleati sauditi che puntano a destabilizzare il paese da un punto di vista politico ed economico, dopo aver fallito con l’arma del terrorismo jihadista”.
L’ultimo “regalo” da parte dell’amministrazione Trump è stata la sospensione dei finanziamenti per l’Unrwa con l’obiettivo di obbligare i paesi della diaspora ad assorbire gli oltre 500mila palestinesi presenti nei campi profughi del paese e di cancellare definitivamente il loro “diritto al ritorno”.
Situazione di difficoltà confermata dallo stesso segretario generale di Hezbollah secondo il quale “è ancora lontana una soluzione per la formazione di un governo, a causa soprattutto delle ingerenze di sauditi e americani”. Riguardo agli attacchi di Tel Aviv contro “presunti” obiettivi di Hezbollah in Siria o agli sconfinamenti in territorio libanese Nasrallah è stato perentorio “ la Resistenza è pronta a qualsiasi eventualità ed è più forte dell’esercito israeliano grazie ai propri armamenti ed all’esperienza in Siria”.
Dichiarazioni che hanno scatenato discussioni sulla stampa israeliana. Secondo Yossi Melman, esperto militare e giornalista del quotidiano Maariv, un rapporto dell’intelligence israeliana rivela che Hezbollah sia in possesso di “un arsenale con oltre 120mila missili di ultima generazione capaci di colpire tutto il territorio nazionale per i quali il sistema di difesa Iron Dome sarebbe inefficace”.
Secondo l’editorialista del quotidiano online Rai Al Youm, Abdel Bari Atwan, “l’affermazione di Nasrallah non sarebbe per niente fantasiosa o esagerata, visto che l’unico vantaggio di Tel Aviv è l’utilizzo dell’aviazione che Hezbollah non possiede”. “Un così elevato numero di missili anche contraerei” – conclude Atwan – “eliminerebbe questo vantaggio anche perché attualmente Hezbollah possiede reparti scelti, corazzati ed anfibi che renderebbero molto difficile un’avanzata di terra in territorio libanese da parte di Tel Aviv, vista la cocente sconfitta nel conflitto del 2006.”
Come riferisce il sito israeliano Debkafile, infine, la decisione di Mosca di fornire alla Siria, e molto probabilmente a Hezbollah, il sistema di difesa missilistico S-300 ha causato nello stato maggiore di Tel Aviv “molta preoccupazione perché precluderebbe qualsiasi tipo di incursione aerea con il rischio di elevate perdite di velivoli”.
Fonte
06/10/2016
Mosca invia navi nel Mediterraneo e missili in Siria
Le potenze occidentali in Siria "non si preoccupano della situazione umanitaria, ma di difendere al Nusra". E’ l’accusa lanciata dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, nel tradizionale briefing del giovedì a Mosca. Da parte sua il segretario di stato americano John Kerry ha accusato la Russia di “legare i suoi interessi e la sua reputazione al regime (siriano, ndr)... una scelta irresponsabile e profondamente mal consigliata”.
Il ministero degli esteri russo aveva già affermato nei giorni scorsi: “Washington è pronta a fare un ‘patto col diavolo’ pur di assicurarsi l’agognato cambio di potere a Damasco”.
Si infiamma lo scontro verbale tra Stati Uniti e Russia sulla Siria: dopo l'annuncio di Washington della sospensione dei contatti bilaterali, Mosca ha confermato di aver schierato sistemi missilistici S-300 sulla costa siriana, allo scopo di difendere da eventuali attacchi la base russa di Tartus.
Come se non bastasse il Ministero della Difesa russo, attraverso il portavoce della Flotta del Mar Nero, ha annunciato che due corvette da guerra di classe Buyan, la “Zelenij Dol” e la “Serpukhov”, sono tornate nel Mediterraneo. I due vascelli avevano già stazionato al largo delle coste della Siria nei mesi scorsi per effettuare alcuni attacchi missilistici contro obiettivi di Daesh e di al Qaeda.
In un intervento realizzato questa mattina nel corso di una conferenza stampa il ministro della Difesa della Federazione Russa, Sergej Shoigu, ha affermato che l’intervento militare di Mosca in Medio Oriente, iniziato poco più di un anno fa, ha portato maggiore stabilità in Siria, ha permesso “la liberazione di una parte significativa del suo territorio da gruppi armati di terroristi internazionali” ed ha inoltre concesso alla Russia di dimostrare l’efficienza e l’efficacia delle nuove armi a disposizione del Cremlino che si sono dimostrate ‘altamente tecnologiche’. È stata inoltre acquisita "esperienza pratica nei lanci a lungo raggio di armi di precisione da navi e da sottomarini dalle acque del Mar Caspio e del Mediterraneo" e "per la prima volta sono stati usati i nuovi missili X-101, con un raggio d'azione fino a quattromila e cinquecento chilometri" ha aggiunto Shoigu che, in conclusione ha avvertito che Mosca sta sviluppando nuovi armamenti “che entreranno in azione nel prossimo futuro”. Un messaggio di avvertimento e minaccia indirizzato ovviamente non solo ai jihadisti di Daesh e di al Qaeda ma anche e soprattutto alle potenze in competizione con la Russia.
Intanto proseguono i raid aerei russi e governativi sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai miliziani fondamentalisti ormai accerchiati da una sempre più stretta morsa da parte dei soldati dell’esercito siriano e degli alleati libanesi e iraniani. I circa 25mila miliziani delle organizzazioni jihadiste e salafite asserragliati nei quartieri orientali della seconda città della Siria sono sotto attacco da nord e da est oltre che dal cielo. I bombardamenti aerei, che Mosca e Damasco avrebbero parzialmente ridotto nelle ultime ore, hanno ovviamente causato anche numerose vittime civili.
Nel frattempo i quartieri orientali di Aleppo controllati dai miliziani di al Nusra e di altre correnti fondamentaliste sono stati classificati nella categoria "zone assediate" dall'Onu. Attualmente sono 18 le zone assediate in Siria secondo le Nazioni Unite. I quartieri orientali di Aleppo hanno sostituito Daraya sulla lista delle Nazioni Unite dopo l'evacuazione dei ribelli in seguito ad un accordo con il governo siriano.
Sul terreno da segnalare un attacco, rivendicato dallo Stato Islamico presso il confine settentrionale della Siria, nei pressi di un campo per i rifugiati, che ha causato la morte di una trentina di miliziani aderenti a Failaq al-Sham, gruppo fondamentalista sostenuto dal regime turco. Secondo la rivendicazione arrivata da Daesh tramite la sua agenzia stampa Aamaq, l’esplosione ad Atmeh sarebbe stata causata da un kamikaze alla guida di un’autobomba.
Invece è di una ventina di morti e di circa sessanta feriti, per la maggior parte civili, il bilancio delle vittime di un raid aereo compiuto su un villaggio curdo vicino alla frontiera con la Turchia. Sarebbe stata proprio l’aviazione turca a bombardare il centro abitato, a circa 16 chilometri a sud est di al Bab, occupato parzialmente dai miliziani dell’Isis.
Fonte
Il ministero degli esteri russo aveva già affermato nei giorni scorsi: “Washington è pronta a fare un ‘patto col diavolo’ pur di assicurarsi l’agognato cambio di potere a Damasco”.
Si infiamma lo scontro verbale tra Stati Uniti e Russia sulla Siria: dopo l'annuncio di Washington della sospensione dei contatti bilaterali, Mosca ha confermato di aver schierato sistemi missilistici S-300 sulla costa siriana, allo scopo di difendere da eventuali attacchi la base russa di Tartus.
Come se non bastasse il Ministero della Difesa russo, attraverso il portavoce della Flotta del Mar Nero, ha annunciato che due corvette da guerra di classe Buyan, la “Zelenij Dol” e la “Serpukhov”, sono tornate nel Mediterraneo. I due vascelli avevano già stazionato al largo delle coste della Siria nei mesi scorsi per effettuare alcuni attacchi missilistici contro obiettivi di Daesh e di al Qaeda.
In un intervento realizzato questa mattina nel corso di una conferenza stampa il ministro della Difesa della Federazione Russa, Sergej Shoigu, ha affermato che l’intervento militare di Mosca in Medio Oriente, iniziato poco più di un anno fa, ha portato maggiore stabilità in Siria, ha permesso “la liberazione di una parte significativa del suo territorio da gruppi armati di terroristi internazionali” ed ha inoltre concesso alla Russia di dimostrare l’efficienza e l’efficacia delle nuove armi a disposizione del Cremlino che si sono dimostrate ‘altamente tecnologiche’. È stata inoltre acquisita "esperienza pratica nei lanci a lungo raggio di armi di precisione da navi e da sottomarini dalle acque del Mar Caspio e del Mediterraneo" e "per la prima volta sono stati usati i nuovi missili X-101, con un raggio d'azione fino a quattromila e cinquecento chilometri" ha aggiunto Shoigu che, in conclusione ha avvertito che Mosca sta sviluppando nuovi armamenti “che entreranno in azione nel prossimo futuro”. Un messaggio di avvertimento e minaccia indirizzato ovviamente non solo ai jihadisti di Daesh e di al Qaeda ma anche e soprattutto alle potenze in competizione con la Russia.
Intanto proseguono i raid aerei russi e governativi sui quartieri orientali di Aleppo, controllati dai miliziani fondamentalisti ormai accerchiati da una sempre più stretta morsa da parte dei soldati dell’esercito siriano e degli alleati libanesi e iraniani. I circa 25mila miliziani delle organizzazioni jihadiste e salafite asserragliati nei quartieri orientali della seconda città della Siria sono sotto attacco da nord e da est oltre che dal cielo. I bombardamenti aerei, che Mosca e Damasco avrebbero parzialmente ridotto nelle ultime ore, hanno ovviamente causato anche numerose vittime civili.
Nel frattempo i quartieri orientali di Aleppo controllati dai miliziani di al Nusra e di altre correnti fondamentaliste sono stati classificati nella categoria "zone assediate" dall'Onu. Attualmente sono 18 le zone assediate in Siria secondo le Nazioni Unite. I quartieri orientali di Aleppo hanno sostituito Daraya sulla lista delle Nazioni Unite dopo l'evacuazione dei ribelli in seguito ad un accordo con il governo siriano.
Sul terreno da segnalare un attacco, rivendicato dallo Stato Islamico presso il confine settentrionale della Siria, nei pressi di un campo per i rifugiati, che ha causato la morte di una trentina di miliziani aderenti a Failaq al-Sham, gruppo fondamentalista sostenuto dal regime turco. Secondo la rivendicazione arrivata da Daesh tramite la sua agenzia stampa Aamaq, l’esplosione ad Atmeh sarebbe stata causata da un kamikaze alla guida di un’autobomba.
Invece è di una ventina di morti e di circa sessanta feriti, per la maggior parte civili, il bilancio delle vittime di un raid aereo compiuto su un villaggio curdo vicino alla frontiera con la Turchia. Sarebbe stata proprio l’aviazione turca a bombardare il centro abitato, a circa 16 chilometri a sud est di al Bab, occupato parzialmente dai miliziani dell’Isis.
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22/08/2016
Nella guerra in Siria alleanze a “geometria variabile”.
In uno scenario in cui la regola del “nemico del mio nemico è mio amico” sembra ormai dilagante, centinaia di miliziani ribelli siriani legati al Free Syrian Army (l'Esercito siriano libero, Esl, sostenuto dalla Turchia), si starebbero preparando ad attaccare l'Isis dal territorio turco nella cittadina di confine di Jarablus. Lo riferiscono media locali, aggiungendo che l'assalto dovrebbe partire nei prossimi giorni. L'attacco a Jarablus da parte dell'Esl, sostenuto da Ankara, punta ad impedire che la cittadina venga presa dalle Forze democratiche siriane (Sdf), la milizia curda appoggiata dagli Stati Uniti che solo due settimane fa ha espugnato dai jihadisti la città di Manbij nel nord della Siria.
Si segnalano intanto alcune contraddizioni tra la Russia e l’Iran sull’uso delle basi militari sul territorio iraniano da parte dell’aviazione russa. Il Ministero della Difesa di Mosca in giornata ha chiarito attraverso il generale Igor Konashenkov che: "La base aerea di Hamadan nella Repubblica islamica dell'Iran sarà utilizzata ulteriormente dall'aviazione russa sulla base degli accordi reciproci in materia di lotta contro il terrorismo, e in funzione della situazione in Siria". Il portavoce del ministero della Difesa russo ha aggiunto però che al momento i bombardieri e i jet partiti dall'Iran hanno fatto rientro in patria. "Tutti gli aerei russi che hanno partecipato a questa operazione si trovano nel territorio della Federazione Russa". Dal 16 agosto scorso la Russia aveva utilizzato la base iraniana per la prima volta in quella che Mosca definisce una "campagna anti-terrorismo" in Siria, facendo partite i bombardieri a lungo raggio Tupolev e i jet russi dall'Iran, per attacchi aerei contro lo Stato islamico e Jabhat Al Nusra, ossia i gruppi jihadisti in Siria. Cinque giorni fa, il ministero russo della Difesa aveva confermato il dispiegamento degli aerei in Iran. Mikhail Ulyanov, del ministero degli Esteri russo ha ribadito che Mosca sta esclusivamente utilizzando l'infrastruttura presso Hamadan in Iran come campo di volo, il che non rende necessaria l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Diversamente si dovrebbe "procedere in base alla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza Onu, che stabilisce le misure di regolamentazione delle forniture di armi all'Iran. In questo caso, non stiamo parlando di forniture di armi o di vendita", ha sottolineato Ulyanov.
Il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva parlato di frasi "sconsiderate" della Russia che voleva dimostrare di essere una "superpotenza" utilizzando la base iraniana per i suoi raid in Siria e aveva aggiunto che la struttura non era stata data in alcun modo in concessione alla Russia. "È una specie di spettacolo", ha detto. Lo stesso ministro due giorni fa, all'indomani dell'inizio dei raid dei bombardieri russi partiti dalla base iraniana, aveva però affermato che i russi "potranno usare la base per tutto il tempo necessario". I ministri della difesa di Russia, Iran e Siria si erano incontrati a giugno a Teheran proprio per discutere della strategia militare congiunta. Dehghan ha dichiarato oggi che Teheran si aspetta che Mosca onori gli impegni sul resto delle consegne di sistemi di difesa aerea S-300 a settembre. "La parte principale del lotto è stato consegnato. Spero che i sistemi di difesa aerea rimanenti saranno consegnati a Teheran entro il prossimo mese". L’accordo sulle forniture militari russe all’Iran risale a quasi 10 anni fa (2007). Secondo l’accordo Mosca avrebbe dovuto consegnare a Teheran cinque divisioni di sistemi missilistici S-300 composte da 40 rampe di lancio. Ma a causa delle sanzioni internazionali contro l'Iran la Russia aveva bloccato la fornitura. L'Iran denunciò allora per inadempienza Mosca al tribunale di Ginevra chiedendo 4,2 miliardi di dollari. A Teheran intanto è atteso il presidente turco Erdogan, per una visita che potrebbe cambiare molti degli scenari mediorientali. Le frizioni tra Russia e Iran sembrano per ora rientrate ma sono indicative di un clima in cui nel teatro di guerra in Siria tutte le alleanze sembrano seguire una logica a “geometria variabile”.
Sul piano della tregua ad Aleppo, che avrebbe dovuto partire in questi giorni ma non sembra essere decollata, si segnala intanto che questa settimana a Ginevra, con la presenza dell'inviato speciale dell'Onu per la Siria Staffan de Mistura, potrebbero riprendere i colloqui tra il segretario di stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.
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Si segnalano intanto alcune contraddizioni tra la Russia e l’Iran sull’uso delle basi militari sul territorio iraniano da parte dell’aviazione russa. Il Ministero della Difesa di Mosca in giornata ha chiarito attraverso il generale Igor Konashenkov che: "La base aerea di Hamadan nella Repubblica islamica dell'Iran sarà utilizzata ulteriormente dall'aviazione russa sulla base degli accordi reciproci in materia di lotta contro il terrorismo, e in funzione della situazione in Siria". Il portavoce del ministero della Difesa russo ha aggiunto però che al momento i bombardieri e i jet partiti dall'Iran hanno fatto rientro in patria. "Tutti gli aerei russi che hanno partecipato a questa operazione si trovano nel territorio della Federazione Russa". Dal 16 agosto scorso la Russia aveva utilizzato la base iraniana per la prima volta in quella che Mosca definisce una "campagna anti-terrorismo" in Siria, facendo partite i bombardieri a lungo raggio Tupolev e i jet russi dall'Iran, per attacchi aerei contro lo Stato islamico e Jabhat Al Nusra, ossia i gruppi jihadisti in Siria. Cinque giorni fa, il ministero russo della Difesa aveva confermato il dispiegamento degli aerei in Iran. Mikhail Ulyanov, del ministero degli Esteri russo ha ribadito che Mosca sta esclusivamente utilizzando l'infrastruttura presso Hamadan in Iran come campo di volo, il che non rende necessaria l'approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Diversamente si dovrebbe "procedere in base alla Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza Onu, che stabilisce le misure di regolamentazione delle forniture di armi all'Iran. In questo caso, non stiamo parlando di forniture di armi o di vendita", ha sottolineato Ulyanov.
Il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan aveva parlato di frasi "sconsiderate" della Russia che voleva dimostrare di essere una "superpotenza" utilizzando la base iraniana per i suoi raid in Siria e aveva aggiunto che la struttura non era stata data in alcun modo in concessione alla Russia. "È una specie di spettacolo", ha detto. Lo stesso ministro due giorni fa, all'indomani dell'inizio dei raid dei bombardieri russi partiti dalla base iraniana, aveva però affermato che i russi "potranno usare la base per tutto il tempo necessario". I ministri della difesa di Russia, Iran e Siria si erano incontrati a giugno a Teheran proprio per discutere della strategia militare congiunta. Dehghan ha dichiarato oggi che Teheran si aspetta che Mosca onori gli impegni sul resto delle consegne di sistemi di difesa aerea S-300 a settembre. "La parte principale del lotto è stato consegnato. Spero che i sistemi di difesa aerea rimanenti saranno consegnati a Teheran entro il prossimo mese". L’accordo sulle forniture militari russe all’Iran risale a quasi 10 anni fa (2007). Secondo l’accordo Mosca avrebbe dovuto consegnare a Teheran cinque divisioni di sistemi missilistici S-300 composte da 40 rampe di lancio. Ma a causa delle sanzioni internazionali contro l'Iran la Russia aveva bloccato la fornitura. L'Iran denunciò allora per inadempienza Mosca al tribunale di Ginevra chiedendo 4,2 miliardi di dollari. A Teheran intanto è atteso il presidente turco Erdogan, per una visita che potrebbe cambiare molti degli scenari mediorientali. Le frizioni tra Russia e Iran sembrano per ora rientrate ma sono indicative di un clima in cui nel teatro di guerra in Siria tutte le alleanze sembrano seguire una logica a “geometria variabile”.
Sul piano della tregua ad Aleppo, che avrebbe dovuto partire in questi giorni ma non sembra essere decollata, si segnala intanto che questa settimana a Ginevra, con la presenza dell'inviato speciale dell'Onu per la Siria Staffan de Mistura, potrebbero riprendere i colloqui tra il segretario di stato americano John Kerry ed il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov.
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13/11/2015
Sbloccata la fornitura di missili russi all’Iran
Teheran riceverà i missili russi S-300 per la difesa aerea entro la fine del 2015, secondo l'iraniana PressTV. Il canale cita il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehqan. Il contratto per fornire sistemi di difesa aerea S-300 all'Iran è entrato in vigore pochi giorni fa, dopo anni di contese dovute principalmente all'embargo contro Teheran, che l'intesa sul nucleare con gli Stati Uniti dovrebbe ora allentare sensibilmente.
Il passo, a suo modo storico, è stato annunciato lunedì dal numero uno della compagnia russa statale Rostec, Sergei Chemezov, al Dubai Airshow-2015. "Il contratto per la consegna degli S-300 all'Iran non è stato solo firmato dalle parti, ma è già entrato in vigore", ha detto, annunciando inoltre che l'Arabia Saudita ha mostrato interesse per i più recenti sistemi di difesa aerea russi S-400, ma finora soltanto la Cina ha firmato per aggiudicarseli.
Quanto a Mosca e Teheran, l'affare del valore di 800 milioni di dollari per gli S-300, risale al 2007. Numerosi strascichi, dovuti alle sanzioni Onu contro l'Iran avevano provocato ritardi e poi nel 2010 la sospensione da parte russa. Finché nel 2011, l'Iran si è rivolto alla Corte arbitrale di Ginevra, citando una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre Teheran intende concludere a una riunione della commissione intergovernativa russo-iraniana il 12 novembre circa sei accordi su settore bancario e minerario, agro-alimentare e visti, in base a quanto dichiarato dal presidente di Asadullah Asgaroladi dell'Iran-Russia Business Council.
L'Iran si è impegnata a ritirare le sue accuse in tribunale contro la Russia per la mancata consegna non appena saranno soddisfatte le fasi iniziali del contratto, secondo Chemezov. Il presidente russo Vladimir Putin ha revocato il divieto di fornitura degli S-300 nel mese di aprile 2015, poco dopo che il gruppo P5 + 1 dei negoziatori internazionali e l'Iran hanno raggiunto un primo accordo, che prospettava la revoca di tutte le sanzioni economiche contro Teheran, in cambio della promessa di garantire che tutte le ricerche nucleari della Repubblica Islamica saranno per scopi pacifici. Poi, a luglio, l'intesa definitiva.
"Abbiamo firmato un contratto con la Russia – ha confermato il responsabile della Difesa di Teheran, Hossein Dehghan – acquisiremo la maggior parte dei sistemi entro la fine di quest'anno". Il ministro ha aggiunto che le truppe iraniane saranno addestrate in Russia per l'utilizzo degli S-300.
Fonte
Il passo, a suo modo storico, è stato annunciato lunedì dal numero uno della compagnia russa statale Rostec, Sergei Chemezov, al Dubai Airshow-2015. "Il contratto per la consegna degli S-300 all'Iran non è stato solo firmato dalle parti, ma è già entrato in vigore", ha detto, annunciando inoltre che l'Arabia Saudita ha mostrato interesse per i più recenti sistemi di difesa aerea russi S-400, ma finora soltanto la Cina ha firmato per aggiudicarseli.
Quanto a Mosca e Teheran, l'affare del valore di 800 milioni di dollari per gli S-300, risale al 2007. Numerosi strascichi, dovuti alle sanzioni Onu contro l'Iran avevano provocato ritardi e poi nel 2010 la sospensione da parte russa. Finché nel 2011, l'Iran si è rivolto alla Corte arbitrale di Ginevra, citando una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Inoltre Teheran intende concludere a una riunione della commissione intergovernativa russo-iraniana il 12 novembre circa sei accordi su settore bancario e minerario, agro-alimentare e visti, in base a quanto dichiarato dal presidente di Asadullah Asgaroladi dell'Iran-Russia Business Council.
L'Iran si è impegnata a ritirare le sue accuse in tribunale contro la Russia per la mancata consegna non appena saranno soddisfatte le fasi iniziali del contratto, secondo Chemezov. Il presidente russo Vladimir Putin ha revocato il divieto di fornitura degli S-300 nel mese di aprile 2015, poco dopo che il gruppo P5 + 1 dei negoziatori internazionali e l'Iran hanno raggiunto un primo accordo, che prospettava la revoca di tutte le sanzioni economiche contro Teheran, in cambio della promessa di garantire che tutte le ricerche nucleari della Repubblica Islamica saranno per scopi pacifici. Poi, a luglio, l'intesa definitiva.
"Abbiamo firmato un contratto con la Russia – ha confermato il responsabile della Difesa di Teheran, Hossein Dehghan – acquisiremo la maggior parte dei sistemi entro la fine di quest'anno". Il ministro ha aggiunto che le truppe iraniane saranno addestrate in Russia per l'utilizzo degli S-300.
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16/04/2015
L’Iran e i missili di Putin
di Michele Paris
La decisione annunciata questa settimana dal presidente russo, Vladimir Putin, di sbloccare la fornitura all’Iran di un sistema di difesa missilistico relativamente avanzato, ha provocato non pochi malumori in Occidente e in Israele. L’iniziativa del Cremlino giunge d’altra parte a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati sul nucleare della Repubblica Islamica per il raggiungimento di un accordo definitivo con la comunità internazionale e sembra gettare le basi per una sorta di asse Mosca-Teheran che potrebbe influire significativamente sugli assetti strategici mediorientali del prossimo futuro.
La consegna della batteria di missili terra-aria S-300 era stata volontariamente fermata dal governo russo nel 2010, durante la presidenza di Dmitrij Medvedev, in seguito alle pressioni di USA e Israele e nel quadro del fallito processo di distensione allora in atto tra Washington e Mosca.
Il mancato adempimento di un contratto del valore di 800 milioni di dollari, siglato nel 2007 con la compagnia pubblica russa Rosoboronexport, aveva spinto l’Iran ad aprire una causa legale presso l’arbitrato di Ginevra per ottenere un rimborso da 4 miliardi di dollari.
A livello immediato, il ripristino del contratto relativo al sistema S-300 sembra rappresentare una mossa da parte russa per anticipare i paesi occidentali nell’accaparrarsi quote importanti del mercato delle armi in Iran, visto che, come ha spiegato un’analisi apparsa martedì sul Moscow Times, la Repubblica Islamica dovrà spendere circa 40 miliardi di dollari per rimodernare le proprie forze armate nel caso venissero abolite le sanzioni attualmente in essere.
Questa necessità è accentuata dal fatto che i rivali regionali di Teheran - le monarchie assolute sunnite del Golfo Persico, impegnate in una guerra indiretta contro l’Iran sul territorio yemenita - stanno spendendo decine di miliardi di dollari in armamenti, come conferma negli ultimi anni la presenza di paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi in cima alla lista dei clienti delle compagnie produttrici, soprattutto americane.
Il sistema anti-missile S-300 risponde poi all’esigenza iraniana di difendersi dalla costante minaccia di aggressione militare di Stati Uniti e Israele. Da Tel Aviv e Washington sono infatti giunte critiche alla Russia per lo sblocco della fornitura, visto che essa mette a rischio i piani di entrambi i governi - tuttora “sul tavolo” nonostante il possibile accordo con Teheran - per bombardare le installazioni nucleari iraniane.
Secondo le notizie riportate dai media, il primo ministro israeliano Netanyahu avrebbe espresso direttamente a Putin il proprio disappunto per la decisione presa questa settimana. Il Dipartimento di Stato americano ha invece manifestato perplessità al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ma la portavoce, Marie Harf, nel corso di un incontro con i giornalisti ha dovuto ammettere che la vendita non viola alcuna delle sanzioni internazionali che gravano sull’Iran.
Lavrov, da parte sua, ha correttamente ribattuto che il sistema S-300 non rappresenta alcuna minaccia per nessun paese, vista la sua natura esclusivamente difensiva. Il numero uno della diplomazia russa non ha risparmiato anche qualche stoccata nei confronti degli Stati Uniti, affermando che il precedente stop alla fornitura era stata una decisione presa autonomamente da Mosca e che, quindi, lo sblocco della vendita annunciato questa settimana non deve essere soggetto a indebite interferenze esterne.
Il riferimento degli USA a un possibile ostacolo al raggiungimento di un accordo finale sul nucleare con Teheran a causa degli S-300 è stato ugualmente respinto dallo stesso Lavrov, il quale ha anzi assicurato che la decisione russa intende “stimolare un processo costruttivo” all’interno dei negoziati in corso.
Qualche critica a Putin è giunta anche dalla Germania, con la cancelliera Merkel che ha ricordato come “i paesi che hanno concordato le sanzioni contro Teheran dovrebbero, per quanto possibile, deciderne la rimozione in maniera collettiva”. Il messaggio proveniente da Berlino rivela principalmente i timori da parte degli ambienti del business tedesco di essere sopravanzati dalla Russia nella corsa al mercato iraniano.
Mosca,
in ogni caso, parallelamente all’annuncio dello sblocco della fornitura
del sistema anti-missile S-300, ha fatto sapere di volere inaugurare un
programma di scambio del valore di alcune decine di miliardi di dollari
con la Repubblica Islamica. Il programma prevede l’invio all’Iran di
cibo ed equipaggiamenti vari prodotti in Russia in cambio di petrolio.
La decisione di Putin ha però un risvolto soprattutto strategico e smentisce tutti quegli osservatori che presagivano una certa resistenza da parte russa ad approvare lo sdoganamento dell’Iran tramite un accordo sul nucleare con la comunità internazionale, poiché un simile passo avrebbe favorito il riavvicinamento di Teheran all’Occidente a discapito dei rapporti con Mosca. Entrambi i paesi, al contrario, hanno indicato chiaramente nei giorni scorsi come la partnership russo-iraniana abbia solide basi e potenzialità di crescita.
Un commento dell’ex ambasciatore indiano M K Bhadrakumar pubblicato martedì sulla testata on-line Asia Times, ha ricordato la fondamentale visita al Cremlino a fine gennaio dell’ex ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Velayati, stretto consigliere della guida suprema della Repubblica Islamica, ayatollah Ali Khamenei.
Il vertice avrebbe dato un impulso decisivo alla ridefinizione dei rapporti strategici tra Russia e Iran, visto che, come aveva commentato l’agenzia di stampa ufficiale iraniana IRNA, la missione di Velayati aveva due obiettivi, verosimilmente raggiunti: “Preparare la traiettoria delle politiche dell’Iran in uno scenario segnato dal possibile stallo dei negoziati con le potenze mondiali attorno alla questione del nucleare” e “convincere la Russia che la distensione con l’Occidente non avverrà mai a spese delle relazioni” con Mosca.
Recepito il messaggio proveniente direttamente da Khamenei, Putin ha agito di conseguenza, ritenendo con ogni probabilità anche necessario contrastare i calcoli strategici di Washington nel cercare un’intesa con la leadership iraniana. L’impegno diplomatico degli USA sulla questione del nucleare è dettato infatti dal desiderio di trovare un accomodamento con Teheran, sia pure secondo i termini dettati da Washington, in vista di una stabilizzazione del Medio Oriente, così da concentrare l’attenzione su minacce ben maggiori alla propria declinante egemonia, come appunto la Russia o la Cina.
Che l’annuncio di dare il via libera alla fornitura del sistema S-300 sia da inserire in un quadro strategico più ampio è confermato poi dal fatto che Putin ne ha dato notizia ufficiale poche ore prima di ospitare lunedì a Mosca i rappresentanti dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), un blocco politico, economico e militare che include, oltre alla Russia, la Cina e quattro repubbliche centro-asiatiche.
L’SCO è uno strumento ideato in primo luogo per contrastare l’influenza americana in Asia e, all’interno di esso, l’Iran è accreditato dello status di osservatore. Secondo molti analisti, l’evoluzione dei rapporti tra Mosca e Teheran potrebbe portare a breve all’ammissione a tutti gli effetti della Repubblica Islamica nell’SCO.
La
Russia, infine, promette di essere un punto di riferimento per l’Iran
in caso di naufragio delle trattative sul nucleare o, quanto meno, se
l’amministrazione Obama non dovesse rispondere alla concessione
fondamentale richiesta da Teheran, vale a dire l’abrogazione di tutte le
sanzioni economiche dopo la firma di un eventuale accordo.
Qualche nube sull’esito dei negoziati si è infatti addensata martedì, quando la commissione Esteri del Senato di Washington ha approvato in maniera bipartisan un provvedimento che, contro la volontà della Casa Bianca, assegna al Congresso americano la facoltà di esprimersi su qualsiasi accordo sul nucleare iraniano dovesse essere raggiunto entro il 30 giugno prossimo.
La versione votata questa settimana è stata in realtà ammorbidita in seguito a negoziati tra senatori e Casa Bianca, così che Obama dovrebbe conservare ampia discrezione sull’implementazione dell’eventuale accordo. Tuttavia, la vicenda ricorda come rimangano intatti i possibili ostacoli alla finalizzazione dell’intesa provvisoria sottoscritta il 2 aprile, tanto più che il dibattito in aula potrebbe portare all’inclusione di pericolosi emendamenti da parte dei “falchi” repubblicani, con il rischio concreto di mettere a repentaglio il lavoro svolto nei mesi scorsi dalla diplomazia internazionale.
Fonte
La decisione annunciata questa settimana dal presidente russo, Vladimir Putin, di sbloccare la fornitura all’Iran di un sistema di difesa missilistico relativamente avanzato, ha provocato non pochi malumori in Occidente e in Israele. L’iniziativa del Cremlino giunge d’altra parte a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati sul nucleare della Repubblica Islamica per il raggiungimento di un accordo definitivo con la comunità internazionale e sembra gettare le basi per una sorta di asse Mosca-Teheran che potrebbe influire significativamente sugli assetti strategici mediorientali del prossimo futuro.
La consegna della batteria di missili terra-aria S-300 era stata volontariamente fermata dal governo russo nel 2010, durante la presidenza di Dmitrij Medvedev, in seguito alle pressioni di USA e Israele e nel quadro del fallito processo di distensione allora in atto tra Washington e Mosca.
Il mancato adempimento di un contratto del valore di 800 milioni di dollari, siglato nel 2007 con la compagnia pubblica russa Rosoboronexport, aveva spinto l’Iran ad aprire una causa legale presso l’arbitrato di Ginevra per ottenere un rimborso da 4 miliardi di dollari.
A livello immediato, il ripristino del contratto relativo al sistema S-300 sembra rappresentare una mossa da parte russa per anticipare i paesi occidentali nell’accaparrarsi quote importanti del mercato delle armi in Iran, visto che, come ha spiegato un’analisi apparsa martedì sul Moscow Times, la Repubblica Islamica dovrà spendere circa 40 miliardi di dollari per rimodernare le proprie forze armate nel caso venissero abolite le sanzioni attualmente in essere.
Questa necessità è accentuata dal fatto che i rivali regionali di Teheran - le monarchie assolute sunnite del Golfo Persico, impegnate in una guerra indiretta contro l’Iran sul territorio yemenita - stanno spendendo decine di miliardi di dollari in armamenti, come conferma negli ultimi anni la presenza di paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi in cima alla lista dei clienti delle compagnie produttrici, soprattutto americane.
Il sistema anti-missile S-300 risponde poi all’esigenza iraniana di difendersi dalla costante minaccia di aggressione militare di Stati Uniti e Israele. Da Tel Aviv e Washington sono infatti giunte critiche alla Russia per lo sblocco della fornitura, visto che essa mette a rischio i piani di entrambi i governi - tuttora “sul tavolo” nonostante il possibile accordo con Teheran - per bombardare le installazioni nucleari iraniane.
Secondo le notizie riportate dai media, il primo ministro israeliano Netanyahu avrebbe espresso direttamente a Putin il proprio disappunto per la decisione presa questa settimana. Il Dipartimento di Stato americano ha invece manifestato perplessità al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ma la portavoce, Marie Harf, nel corso di un incontro con i giornalisti ha dovuto ammettere che la vendita non viola alcuna delle sanzioni internazionali che gravano sull’Iran.
Lavrov, da parte sua, ha correttamente ribattuto che il sistema S-300 non rappresenta alcuna minaccia per nessun paese, vista la sua natura esclusivamente difensiva. Il numero uno della diplomazia russa non ha risparmiato anche qualche stoccata nei confronti degli Stati Uniti, affermando che il precedente stop alla fornitura era stata una decisione presa autonomamente da Mosca e che, quindi, lo sblocco della vendita annunciato questa settimana non deve essere soggetto a indebite interferenze esterne.
Il riferimento degli USA a un possibile ostacolo al raggiungimento di un accordo finale sul nucleare con Teheran a causa degli S-300 è stato ugualmente respinto dallo stesso Lavrov, il quale ha anzi assicurato che la decisione russa intende “stimolare un processo costruttivo” all’interno dei negoziati in corso.
Qualche critica a Putin è giunta anche dalla Germania, con la cancelliera Merkel che ha ricordato come “i paesi che hanno concordato le sanzioni contro Teheran dovrebbero, per quanto possibile, deciderne la rimozione in maniera collettiva”. Il messaggio proveniente da Berlino rivela principalmente i timori da parte degli ambienti del business tedesco di essere sopravanzati dalla Russia nella corsa al mercato iraniano.
La decisione di Putin ha però un risvolto soprattutto strategico e smentisce tutti quegli osservatori che presagivano una certa resistenza da parte russa ad approvare lo sdoganamento dell’Iran tramite un accordo sul nucleare con la comunità internazionale, poiché un simile passo avrebbe favorito il riavvicinamento di Teheran all’Occidente a discapito dei rapporti con Mosca. Entrambi i paesi, al contrario, hanno indicato chiaramente nei giorni scorsi come la partnership russo-iraniana abbia solide basi e potenzialità di crescita.
Un commento dell’ex ambasciatore indiano M K Bhadrakumar pubblicato martedì sulla testata on-line Asia Times, ha ricordato la fondamentale visita al Cremlino a fine gennaio dell’ex ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Velayati, stretto consigliere della guida suprema della Repubblica Islamica, ayatollah Ali Khamenei.
Il vertice avrebbe dato un impulso decisivo alla ridefinizione dei rapporti strategici tra Russia e Iran, visto che, come aveva commentato l’agenzia di stampa ufficiale iraniana IRNA, la missione di Velayati aveva due obiettivi, verosimilmente raggiunti: “Preparare la traiettoria delle politiche dell’Iran in uno scenario segnato dal possibile stallo dei negoziati con le potenze mondiali attorno alla questione del nucleare” e “convincere la Russia che la distensione con l’Occidente non avverrà mai a spese delle relazioni” con Mosca.
Recepito il messaggio proveniente direttamente da Khamenei, Putin ha agito di conseguenza, ritenendo con ogni probabilità anche necessario contrastare i calcoli strategici di Washington nel cercare un’intesa con la leadership iraniana. L’impegno diplomatico degli USA sulla questione del nucleare è dettato infatti dal desiderio di trovare un accomodamento con Teheran, sia pure secondo i termini dettati da Washington, in vista di una stabilizzazione del Medio Oriente, così da concentrare l’attenzione su minacce ben maggiori alla propria declinante egemonia, come appunto la Russia o la Cina.
Che l’annuncio di dare il via libera alla fornitura del sistema S-300 sia da inserire in un quadro strategico più ampio è confermato poi dal fatto che Putin ne ha dato notizia ufficiale poche ore prima di ospitare lunedì a Mosca i rappresentanti dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), un blocco politico, economico e militare che include, oltre alla Russia, la Cina e quattro repubbliche centro-asiatiche.
L’SCO è uno strumento ideato in primo luogo per contrastare l’influenza americana in Asia e, all’interno di esso, l’Iran è accreditato dello status di osservatore. Secondo molti analisti, l’evoluzione dei rapporti tra Mosca e Teheran potrebbe portare a breve all’ammissione a tutti gli effetti della Repubblica Islamica nell’SCO.
Qualche nube sull’esito dei negoziati si è infatti addensata martedì, quando la commissione Esteri del Senato di Washington ha approvato in maniera bipartisan un provvedimento che, contro la volontà della Casa Bianca, assegna al Congresso americano la facoltà di esprimersi su qualsiasi accordo sul nucleare iraniano dovesse essere raggiunto entro il 30 giugno prossimo.
La versione votata questa settimana è stata in realtà ammorbidita in seguito a negoziati tra senatori e Casa Bianca, così che Obama dovrebbe conservare ampia discrezione sull’implementazione dell’eventuale accordo. Tuttavia, la vicenda ricorda come rimangano intatti i possibili ostacoli alla finalizzazione dell’intesa provvisoria sottoscritta il 2 aprile, tanto più che il dibattito in aula potrebbe portare all’inclusione di pericolosi emendamenti da parte dei “falchi” repubblicani, con il rischio concreto di mettere a repentaglio il lavoro svolto nei mesi scorsi dalla diplomazia internazionale.
Fonte
13/04/2015
Stop all'embargo, Mosca rifornirà l'Iran di missili antiaerei
La leadership della Federazione Russa ha deciso di riprendere le forniture dei sistemi missilistici antiaerei S-300 all'Iran. Lo ha annunciato il leader del Cremlino Vladimir Putin, mentre l'alleggerimento delle sanzioni internazionali all'Iran resta ancora un nodo da sciogliere dopo l'intesa di massima sul nucleare raggiunta pochi giorni fa con il gruppo di paesi denominato "5+1".
Un contratto da 800 milioni di dollari per la fornitura di diverse batterie di S-300 era stato firmato tra Teheran e Mosca già nel 2007, ma era poi stato annullato dal Cremlino in seguito all'introduzione delle sanzioni contro il paese mediorientale da parte di un vasto fronte di paesi quando i rapporti tra Mosca e la Nato erano assai più amichevoli di quelli attuali.
Lo scorso 2 aprile l'Iran e il gruppo delle principali potenze mondiali, Russia compresa, hanno raggiunto un accordo sul programma nucleare di Teheran.
Successivamente fonti della Rostec, la compagnia statale russa per lo sviluppo e l'esportazione di prodotti industriali per uso civile e militare, avevano affermato che le forniture di armamenti all'Iran sarebbero riprese visto il diverso clima internazionale determinato dall'intesa con Teheran che comunque dovrà essere confermata a giugno in seguito a nuovi colloqui.
Fonte
Un contratto da 800 milioni di dollari per la fornitura di diverse batterie di S-300 era stato firmato tra Teheran e Mosca già nel 2007, ma era poi stato annullato dal Cremlino in seguito all'introduzione delle sanzioni contro il paese mediorientale da parte di un vasto fronte di paesi quando i rapporti tra Mosca e la Nato erano assai più amichevoli di quelli attuali.
Lo scorso 2 aprile l'Iran e il gruppo delle principali potenze mondiali, Russia compresa, hanno raggiunto un accordo sul programma nucleare di Teheran.
Successivamente fonti della Rostec, la compagnia statale russa per lo sviluppo e l'esportazione di prodotti industriali per uso civile e militare, avevano affermato che le forniture di armamenti all'Iran sarebbero riprese visto il diverso clima internazionale determinato dall'intesa con Teheran che comunque dovrà essere confermata a giugno in seguito a nuovi colloqui.
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