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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2026

Siria - Le SDF costrette a lasciare Aleppo

Nella giornata di domenica, tutti i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno abbandonato Aleppo, dopo aver raggiunto un accordo di cessate il fuoco con l’attuale regime siriano guidato dal jihadista Al Sharaa.

L’intesa è arrivata dopo giorni di violenti scontri con tra SDF ed esercito governativo costati la vita ad alcune decine di civili.

I combattenti delle SDF avevano cominciato a ritirarsi già da venerdì, e gli ultimi hanno lasciato la città domenica, tramite autobus messi a disposizione dal governo.

I combattimenti sono stati particolarmente sanguinosi: l’esercito ha bombardato varie zone di Aleppo. Mazloum Abdi, il comandante delle SDF, ha scritto sui social media che l’accordo prevede “un cessate il fuoco e garantisce l’evacuazione verso la Siria settentrionale e orientale dei martiri, dei feriti, dei civili intrappolati e dei combattenti dai quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud”.

I curdi rappresentano all’incirca il 10% della popolazione siriana ma durante la guerra civile, iniziata nel 2011 e finita nel 2024, avevano preso il controllo di del 30% dello Stato. Nella zona a nord-est, che prende il nome di Rojava Kurdistan (Kurdistan occidentale), hanno istituito un proprio governo indipendente. Nel corso del conflitto, avevano inoltre conquistato anche altre aree limitate della parte settentrionale della Siria, tra cui alcuni quartieri di Aleppo, come quelli di Ashrafieh e di Sheikh Maqsoud.

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08/01/2026

Siria - Scontri tra l’esercito e i curdi delle SDF

Ad Aleppo sono ripresi gli scontri tra l’esercito siriano del nuovo regime e le milizie delle Forze Democratiche Siriane (SDF) in cui sono inquadrate le Ypg curde. L‘esercito siriano ha iniziato a trasformare i quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh in una zona militare chiusa.

Ore fa, il Dipartimento Operazioni dell’esercito siriano ha detto ad Al Jazeera che tutti i siti militari delle SDF nei quartieri di Aleppo “sono un obiettivo legittimo per l’esercito”, dopo i nuovi bombardamenti delle SDF nei quartieri residenziali e gli scontri tra le due parti.

Il corrispondente di Al-Jazeera ha dichiarato che il ritmo degli scontri e dei bombardamenti si è intensificato nei dintorni dei quartieri di Ashrafieh e Sheikh Maqsoud nella città di Aleppo, con l’entrata in vigore del coprifuoco. Almeno 10 proiettili sono caduti vicino al quartiere Ashrafieh, nel mezzo dell’escalation degli scontri e dei bombardamenti nel nord della città.

Da parte sua, le SDF hanno dichiarato di aver monitorato il dispiegamento di circa 80 veicoli militari appartenenti al governo siriano nei pressi dei quartieri Sheikh Maqsoud e Ashrafiyya della città di Aleppo, e considerano questo dispiegamento un indicatore pericoloso, sintomo di un’escalation e della possibilità dello scoppio di una guerra su larga scala.

Hanno aggiunto che le forze governative siriane continuano a bombardare i quartieri con carri armati e droni.

Martedì, le SDF hanno bombardato una postazione militare ad Aleppo e alcuni edifici con proiettili d’artiglieria e mitragliatrici pesanti, uccidendo 5 persone, tra cui due donne, oltre a 21 feriti.

Gli scontri tra le SDF e l’Esercito Siriano sono ripresi dopo il fallimento dei colloqui tenutisi domenica scorsa sull’attuazione dell’accordo di alcuni mesi fa e l’andamento di negoziati che hanno evidenziato le differenze che ostacolano il raggiungimento di intese sulla sua attuazione, con un reciproco scambio di accuse tra le due parti su chi si è assunto la responsabilità per la mancata attuazione dell’accordo.

Il nuovo rais siriano Ahmed al-Sharaa e il comandante in capo delle SDF Mazloum Abdi, avevano firmato un accordo il 10 marzo, che includeva diverse clausole, tra cui l’integrazione delle istituzioni civili e militari dell’Amministrazione Autonoma Curda nelle istituzioni nazionali siriane entro la fine dell’anno, ma le divergenze tra le due parti hanno impedito i progressi nella sua attuazione.

La proposta del regime di Damasco, prevedeva l’integrazione delle SDF nelle fila dell’esercito siriano, a condizione che fossero divise in 3 divisioni e numerose brigate, inclusa una brigata speciale di donne, da schierare nelle aree sotto controllo curdo nel nord-est della Siria e gestite dai suoi comandanti.

Lo scorso 22 dicembre, il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani aveva annunciato che Damasco aveva ricevuto una risposta dalle forze curde alla proposta redatta dal Ministero della Difesa.

Lo stesso giorno in cui i negoziati si erano bloccati, gli scontri sono ripresi nella città di Aleppo, con morti e feriti.

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02/12/2024

Siria - Una guerra di tutti contro tutti che favorisce la destabilizzazione

La tempistica degli eventi nel nord-ovest della Siria non sembra una coincidenza, poiché si è verificata subito dopo l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano. Ma ci conferma anche che in Medio Oriente tutte le alleanze continuano ad essere “a geometria variabile” e non sempre di facile decifrazione.

Per la Siria, già sottoposta a bombardamenti frequenti e ripetuti da parte di Israele, l’incubo dell’instabilità sta diventando nuovamente una realtà. I miliziani jihadisti anti-Assad sono penetrati in profondità ad Aleppo rivelando – anche in questo caso – le gravi vulnerabilità della difesa siriana. L’esercito siriano è stato colto alla sprovvista, mentre il supporto aereo russo è arrivato troppo tardi e le milizie arabo-sciite alleate della Siria sembrano per ora scomparse dalla scena.

“Per Israele, l’indebolimento della presenza dell’Iran in Siria è vantaggioso perché interrompe il trasferimento di armi a Hezbollah” – scrive il Jerusalem Post“Tuttavia, l’emergere di gruppi islamisti rappresenta una nuova minaccia. Una Siria frammentata, dominata da fazioni estremiste, potrebbe portare a una rinascita del jihadismo globale simile all’ascesa dell’ISIS”.

Sottovalutando la situazione sul campo, Damasco, dopo più di quattro anni di tregua, aveva attuato una serie di riforme tra cui quella che ha portato ad un esercito volontario e abolito il servizio militare obbligatorio. Ma i bassi stipendi e l’incapacità dimostrata nel rispondere adeguatamente ai ripetuti raid israeliani hanno abbassato il morale delle truppe siriane.

Infine c’è stata una errata supposizione secondo cui la provincia di Idlib, l’ultima roccaforte dei ribelli jihadisti, non rappresentava più una minaccia significativa.

Ed invece i ribelli – guidati da Hayat Tahrir al-Sham (l’ex Fronte al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda) – che promuovono una ideologia salafita-jihadista, che ricorda molto l’ISIS, sono passati all’offensiva. Secondo alcune fonti, armi di fabbricazione turca e sostegno finanziario del Qatar hanno avuto un ruolo decisiva in questa campagna. In sostanza si tratta dei due principali paesi del network dei Fratelli Musulmani al quale in Palestina fa riferimento Hamas.

Eppure anche i giornali vicini a Erdogan non paiono convinti che dietro l’offensiva dei miliziani ci sia il governo di Ankara, anzi qualcuno ipotizza che la decisione di riaprire il conflitto in Siria contrasti con le nuove relazioni regionali dello stesso Erodgan. Infine risulta anche che Hayat Tahrir al-Sham abbia acquistato numerosi droni dall’Ucraina. Esperti di Kiev addestravano da settimane i membri dell’HTS a Idlib con i droni.

I gruppi religiosi minoritari come gli alawiti (a cui appartiene Assad), i cristiani, gli ezidi, gli sciiti e i curdi affrontano adesso gravi rischi. Le forze curde, ad esempio, hanno preso preventivamente il controllo dei quartieri di Aleppo est per impedirne il controllo degli jihadisti, mentre i ribelli siriani filo-Ankara hanno annunciato di aver preso il controllo della città di Tal Rifaat, a nord di Aleppo, strappandola alle Unità di protezione popolare curde (YPG).

Le milizie jihadiste hanno annunciato che consentiranno a tutte le unità combattenti curde delle Forze democratiche siriane (SDF) di lasciare la città di Aleppo “con le armi verso il nord-est della Siria in sicurezza”, secondo una dichiarazione del Dipartimento delle operazioni militari dell’operazione “Deterrenza dell’aggressione”.

“Non si può non constatare come l’attacco sia avvenuto mentre Israele, attraverso il suo premier Netanyahu, lancia pesanti avvertimenti a Damasco che farebbe transitare verso il Libano rifornimenti di armi per il movimento sciita Hezbollah”, sottolinea Michele Giorgio su Il manifesto. Le frontiere maledette del Medio Oriente dunque sono ancora in fiamme.

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29/11/2024

Siria - Poche le certezze sul nuovo attacco jihdista ad Aleppo

di Francesco Dall'Aglio

La situazione in Siria è estremamente dinamica e ancora più confusa, e il fiume di informazioni contraddittorie che viene diffuso non contribuisce a chiarirla, anzi. Quello che si sa per certo è che il gruppo fondamentalista Hayat Tahrir al-Sham, armato e finanziato dalla Turchia, avanza a passo veloce verso Aleppo, dopo aver rotto la tregua del 2020. Tra loro vari reparti di turkmeni, uiguri e centroasiatici assortiti, oltre ai ceceni ‟dissidenti” di Anjad Al-Kavkaz guidati da Rustam Azhiyev, meglio noto come Abdulhakim Ash-Shishani, che fino a poco fa combattevano contro i russi in Ucraina e si sono portati appresso un bel po’ di materiale bellico, soprattutto droni, generosamente distribuito anche ai confratelli. La reale portata dell’avanzata, però, non è chiara. Le tattiche utilizzate sono quelle che abbiamo visto nell’offensiva nell’oblast’ di Kursk, con reparti veloci che aggirano le posizioni nemiche, occupano i nodi logistici e si fotografano e filmano ovunque per dare l’impressione che il territorio sia interamente in mano loro. In pochissimi di questi filmati, però, ci sono tracce di combattimenti:è vero che alcune unità delle FFAA siriane si sono ritirate senza combattere, ma pare probabile che la maggior parte dei filmati sia stata confezionata o lontano dai combattimenti o prima che arrivassero i rinforzi.

Al momento, come appunto nei primi giorni dell’invasione del Kursk, è dunque piuttosto complicato stabilire quali zone sono effettivamente in mano ai jihadisti. Aleppo oggi pomeriggio era data sostanzialmente per conquistata, ma anche in questo caso non si sono visti filmati di operazioni militari e le unità siriane che vi stanno affluendo mostrano una situazione tranquilla, anche se alla periferia occidentale si combatte. Per quanto riguarda poi i russi, va ricordato che ad Aleppo non ci sono reparti militari a eccezione di qualche unità di reparti speciali, che hanno mostrato foto piuttosto granguignolesche di miliziani morti, e lo stesso discorso vale anche per le unità iraniane e di Hezbollah, poco presenti nella zona; molto attiva è invece l’aviazione russa, che dall’inizio delle operazioni sta bombardando con impunità le posizioni arretrate dei fondamentalisti e le loro linee di rifornimento. Se tra gli scopi dell’operazione c’è quello di obbligare i russi a stornare truppe dall’Ucraina, o dalle riserve, per mandarle in Siria (anche qui una similitudine con l’operazione a Kursk, che doveva servire a sguarnire il Donbas), il risultato finora non è stato raggiunto.

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Siria - I qaedisti approfittano della crisi regionale e attaccano in massa

di Michele Giorgio

Con un tempismo che solleva inevitabili interrogativi, al Fath al Mubin un’alleanza che racchiude gruppi jihadisti guidati da Hay’at Tahrir ash-Sham (Hts, l’ex Fronte al Nusra, ramo siriano di Al Qaeda), ha lanciato due giorni fa un massiccio attacco a sorpresa, il più ampio dal 2019, contro l’esercito siriano ad est di Idlib, conquistando rapidamente oltre venti villaggi, 250 kmq di territorio e arrivando a meno di cinque chilometri da Kasr al Asal, la porta di Aleppo. Il «maggiore» Hassan Abdul Ghani, portavoce della cosiddetta «Operazione deterrenza all’aggressione», ieri parlava di «crollo» delle fortificazioni dell’esercito siriano e delle milizie alleate – tra i morti ci sarebbe un generale iraniano, Qamart Bourhashemi, comandante dei Pasdaran nella regione di Aleppo – e della conquista di mezzi corazzati e depositi di armi. È stata occupata anche buona parte di Saraqib, città situata in una posizione strategica nei pressi dell’autostrada M5 che corre da Damasco ad Aleppo ed arteria fondamentale per l’invio di rinforzi governativi nel nord.

Non è chiaro il ruolo della Turchia, ma Ankara attraverso fonti della sua sicurezza, fa sapere di essere compiaciuta dall’offensiva in corso contro il presidente Bashar Assad. Secondo le fonti turche, l’attacco intorno ad Aleppo starebbe avvenendo nei confini dell’area di de-escalation a Idlib concordata nel 2020 da Russia e Turchia. Da parte sua Hts spiega l’offensiva come una reazione a recenti attacchi dell’esercito a ridosso di Idlib porzione di territorio siriano che, 13 anni dopo l’inizio della guerra civile, resta nelle mani delle formazioni islamiste appoggiate dal leader turco Recep Tayyip Erdogan.

Non si può non constatare come l’attacco sia avvenuto mentre Israele, attraverso il suo premier Netanyahu, lancia pesanti avvertimenti a Damasco che farebbe transitare verso il Libano rifornimenti di armi per il movimento sciita Hezbollah. «In Siria stiamo impedendo sistematicamente i tentativi di Iran, Hezbollah e dell’esercito regolare di trasferire armamenti in Libano. Assad deve capire che sta giocando con il fuoco», ha ammonito Netanyahu qualche giorno fa, poche ore prima degli attacchi dell’aviazione israeliana, con sei morti, sulla frontiera tra Siria e Libano. Lo scorso 21 novembre, 81 persone sono state uccise da violenti raid aerei su Palmira. Non sono passate inosservate, peraltro, foto che ritraggono i miliziani di Hts con uniformi, elmetti di ultima generazione e armi automatiche di solito in dotazione a soldati di unità speciali. L’organizzazione qaedista, dicono i media governativi, starebbe facendo uso di droni ucraini – più probabilmente di fabbricazione turca – per colpire gli avversari.

Gli scontri a fuoco sono intensi e hanno causato la morte di circa 200 combattenti, decine dei quali soldati delle forze governative che hanno reagito con pesanti bombardamenti aerei (anche degli alleati russi): una dozzina di persone sono rimaste uccise. Sebbene Hts si sforzi di far apparire la sua offensiva come una operazione limitata, è impensabile che un tale impiego di forze, accompagnato da un sostegno finanziario di origine ignota, non sia finalizzato a mettere sotto pressione Aleppo. Un altro obiettivo è quello di rimettere in moto le proteste contro Damasco in città chiave come Homs e Deraa dove Assad è contestato. «La preoccupazione nella capitale è elevata» ci diceva ieri una fonte internazionale in Siria «alcuni credono che dietro l’avanzata di Hts ci siano Israele e Stati uniti con l’intenzione di costringere Damasco a fermare i rifornimenti di armi per Hezbollah e a rinunciare al sostegno iraniano». Altri affermano che ora Teheran, in cambio degli aiuti militari necessari per ricacciare indietro Hts, farà pressioni più forti su Assad per spingerlo a lasciarsi coinvolgere maggiormente nello scontro con Israele.

Da considerare anche che Hts, i suoi alleati e Ankara hanno accolto con rabbia la proposta dell’Unione europea di nominare un inviato speciale per la Siria segnalando un atteggiamento più morbido nei confronti di Damasco dopo aver mantenuto per anni la politica dei «tre no»: nessuna normalizzazione, nessuna revoca delle sanzioni e nessun aiuto alla ricostruzione senza progressi politici a favore dell’opposizione. Tuttavia, negli ultimi tempi la rigidità ha lasciato il posto al pragmatismo e proprio l’Italia è stato il primo paese europeo a inviare di nuovo l’ambasciatore a Damasco.

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22/10/2023

Israele cerca l’escalation. Nuovamente bombardata anche la Siria

Il governo israeliano probabilmente non sente la necessità di fermare l’escalation in Medio Oriente come viene invece richiesto dall’Onu e da molti paesi dell’area ed europei, preoccupati che il mattatoio su Gaza scateni un conflitto di proporzioni più ampie.

Stanotte i raid israeliani hanno colpito nuovamente la Siria e in particolare gli aeroporti di Damasco ed Aleppo. È la seconda volta in due settimana e l’ennesimo bombardamento israeliano sul territorio siriano da anni.

Gli attacchi notturni israeliani in Siria hanno, dunque, messo fuori uso i due principali aeroporti del Paese. Lo hanno riferito i media siriani, citando una fonte militare. “Intorno alle 5:25 (ora locale), il nemico israeliano ha effettuato un attacco aereo contro gli aeroporti internazionali di Damasco e Aleppo, provocando la morte di un dipendente” allo scalo della capitale “e il ferimento di un’altra” persona, ha precisato una fonte militare, citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana. “Le piste degli aeroporti sono fuori servizio”, ha aggiunto la stessa fonte.

Secondo altre fonti è salito a due il numero dei morti “a causa dei bombardamenti israeliani che hanno colpito l’aeroporto siriano di Damasco all’alba” riporta la Reuters. I due lavoratori uccisi appartenevano al servizio di meteorologia siriana e si trovavano all’aeroporto, ha dichiarato l’agenzia.

Le ragioni addotte da Israele sono le solite, le stesse da decenni a questa parte: esigenze di sicurezza. Un dogma che ha consentito a Israele di estendere i propri confini e di colpire con raid o omicidi mirati strutture e persone di altri paesi ritenuti una minaccia e che Usa e Ue hanno sempre legittimato o su cui sono stati silenti, alimentando una complicità che oggi gran parte del mondo non sembra più disposto ad accettare.

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07/03/2023

Israele bombarda aeroporto di Aleppo. Dirottati gli aiuti umanitari per il terremoto

Un raid aereo israeliano ha preso di mira l’aeroporto di Aleppo, nel nord della Siria, causando alcuni danni alla pista. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa siriana “Sana”, citando una fonte militare, secondo la quale le difese aeree siriane avrebbero intercettato alcuni missili lanciati dal Mar Mediterraneo, a ovest della città costiera di Latakia, alle 2:07 (ora locale).

L’attacco avrebbe messo fuori uso l’aeroporto di Aleppo. I voli attesi ad Aleppo, nel nord della Siria, sono stati trasferiti presso gli aeroporti di Damasco e Latakia dopo l’attacco aereo. “Dopo l’attacco israeliano che ha colpito l’aeroporto di Aleppo e lo ha danneggiato, è stato deciso di trasferire gli aerei che trasportano aiuti e soccorsi umanitari ai terremotati e i voli regolari presso gli aeroporti di Damasco e Latakia”, ha confermato il ministero, spiegando che il personale sta iniziando a ispezionare i danni.

Aleppo, già vittima di vaste distruzioni durante la guerra civile siriana, è stata gravemente danneggiata dal micidiale terremoto di magnitudo 7,8 che ha colpito la Turchia e la Siria il mese scorso. Da allora diversi paesi hanno inviato spedizioni di aiuti all’aeroporto della città, compreso l’Iran.

L’ultimo attacco aereo israeliano contro la Siria è avvenuto il mese scorso, quando i media statali siriani hanno riferito che un bombardamento aveva preso di mira un quartiere residenziale di Damasco, uccidendo cinque persone e ferendone altre 15.

“Non ci sono stati commenti da parte delle forze di difesa israeliane, in linea con la loro politica di non commentare in generale i raid aerei in Siria” – scrive il giornale Times of Israel“Si ritiene che negli ultimi anni Israele abbia effettuato centinaia di attacchi contro obiettivi all’interno di parti controllate dal governo della Siria, inclusi attacchi agli aeroporti di Damasco e Aleppo, ma raramente riconosce o discute le operazioni”.

A gennaio, Damasco ha affermato che l’esercito israeliano ha lanciato missili contro l’aeroporto internazionale della capitale, mettendolo fuori servizio e uccidendo due soldati. Alla fine dello scorso agosto, la Siria ha accusato Israele di essere responsabile di due attacchi aerei consecutivi all’aeroporto internazionale di Aleppo e a un sito vicino all’aeroporto di Damasco, poiché si diceva che Israele stesse intensificando i suoi sforzi per prendere di mira gli aeroporti per contrastare il crescente uso di voli commerciali da parte di Teheran per portare rifornimenti militari nel paese.

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28/03/2019

Siria - Isarele bombarda Aleppo

L’esercito siriano ha denunciato oggi un raid aereo, attribuito da Damasco all’aviazione israeliana, contro una zona industriale a nord di Aleppo, Sheikh Najjar. Intervengono anche fonti delle opposizioni siriane: il bombardamento, dice l’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione basata a Londra e parte del fronte anti-Assad, avrebbe colpito magazzini di munizioni iraniani e un aeroporto militare utilizzato dalle forze di Teheran e avrebbero ucciso sette iraniani. Aleppo sarebbe uno degli hub militari, secondo alcuni osservatori, della Repubblica islamica in Siria, che nella seconda città siriana per importanza avrebbe una forte presenza delle Guardie Rivoluzionarie.

Il raid ha provocato un blackout elettrico su Aleppo. Alcuni missili sganciati dai jet, aggiunge l’esercito di Damasco, sono stati abbattuti dalla contraerea siriana. Tel Aviv non commenta, dopo una serie di interventi – che hanno costellato gli ultimi anni di guerra siriana – che nell’ultimo periodo sono stati rivendicati dal governo israeliano. L’ultima dichiarazione risale a gennaio quando il premier Netanyahu parlò apertamente di “azioni di grande successo per arrestare il ruolo militare iraniano in Siria”.

Sarebbero stati oltre 800 gli interventi israeliani in Siria nell’ultimo anno e mezzo, aveva dichiarato lo scorso autunno l’esercito israeliano: nel mirino circa 200 target, tra convogli di armi e postazioni iraniane secondo le affermazioni di Tel Aviv. Che non ha mai nascosto la propria posizione verso il paese vicino: da anni il governo israeliano lavora sia sul piano militare, con la copertura Usa, sia su quello diplomatico, attraverso colloqui con Mosca, per ridurre la presenza iraniana in Siria con l’obiettivo di costringere Teheran a ritirare le proprie truppe.

L’Iran, a oggi, non ha mai risposto direttamente a Israele nonostante le minacce di rappresaglie, consapevole che una reazione provocherebbe un’esplosione delle tensioni nella regione. Soprattutto alla luce delle politiche attuate in Medio Oriente dall’amministrazione statunitense guidata da Donal Trump che sta lavorando alacremente fin dalla sua inaugurazione per dare vita a un asse arabo-israeliano contro l’Iran. Asse che passa per Riyadh e arriva a Tel Aviv e che ha, tra le sue vittime, i palestinesi a cui Trump sta tentando di imporre il cosiddetto “Accordo del Secolo”, piano di pace che non tiene conto delle storiche rivendicazioni palestinesi ma che si focalizza sulla normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi arabi sunniti.

L’attacco su Aleppo è arrivato mentre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riuniva d’emergenza per discutere, su richiesta di Damasco, l’unilaterale riconoscimento statunitense delle Alture del Golan siriano come territori israeliani. La scorsa settimana Trump aveva annunciato l’intenzione di compiere tale mossa, molto simile a quella del 6 dicembre 2017 quando riconobbe Gerusalemme capitale di Israele. Ed è stata confermata lunedì: alla Casa bianca, con Netanyahu accanto, il presidente Trump ha ufficializzato il riconoscimento del Golan come territorio sovrano israeliano.

Immediate erano state le reazioni: il Golan è stato occupato da Israele nel 1967 e, al pari di Gerusalemme est, Gaza e Cisgiordania, è considerato dal diritto internazionale e dall’Onu territorio occupato. Al Palazzo di Vetro, ieri, gli altri 14 membri del Consiglio di Sicurezza hanno condannato la mossa statunitense, definendola una “palese violazione” delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dello stesso Consiglio che ha emesso almeno tre risoluzioni che chiedono a Israele di ritirarsi dal territorio siriano.

A preoccupare è anche la tenuta della missione dell’Onu Undof, mille caschi blu che dal 1974 sono dispiegati nella zona per monitorare il cessate il fuoco.

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10/07/2018

Siria - Lungo l'autostrada M5 la vittoria di Assad da Aleppo a Deraa

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Chi volesse misurare in un modo originale l’andamento della guerra in Siria dovrebbe considerare il controllo che l’esercito siriano ha ripreso, pezzo dopo pezzo, dei 450 km dalla M5, l’autostrada che attraversa il paese da nord a sud, da Aleppo al confine con la Giordania. Un’arteria di comunicazione vitale che i siriani chiamano “strada internazionale”, che attraversa regioni rurali, aree industriali e quattro grandi città. Seguendo questa strada, le forze armate governative hanno strappato alle formazioni islamiste e jihadiste “ribelli” gran parte della Siria. «Appare chiaro che l’approccio militare è stato rivolto alla riconquista della M5‎», spiegava qualche giorno fa all’agenzia Afp Emile Hokayem dell’International Institute for Strategic Studies. ‎«La principale ricchezza, le aree industriali, infrastrutturali e urbane si trovano lungo questa linea... (Damasco) ha sempre voluto mantenere il controllo di tutti questi nodi‎». E se alla fine del 2016 era stata la liberazione di Aleppo a segnare la svolta a favore di Damasco, ora è Deraa a delimitare dall’altra parte del paese l’ampiezza della vittoria militare ottenuta dal presidente Bashar Assad.

La resa, non completa, nel sud del paese di quella galassia di gruppi e formazioni che i governi occidentali si sono ostinati a descrivere per sette anni come “ribelli al regime di Assad”, senza considerare la loro ideologia e la loro idea della Siria futura, ha riconsegnato al governo centrale più di 2/3 della Siria. Certo la guerra non è finita, le sacche di resistenza dell’Isis, ad esempio, sono una spina nel fianco del governo, ma il suo corso è segnato. Ha vinto Damasco con l’aiuto determinante della Russia e dei combattenti sciiti libanesi di Hezbollah e il contributo dell’Iran. Francia, Usa e le monarchie sunnite del Golfo hanno investito invano risorse finanziarie immense per far crollare Bashar Assad che invece sette anni dopo è al suo posto. Israele gioca ancora la sua partita, nel sud della Siria, ma è svanito il suo sogno di poter usare i “ribelli” per il controllo di una zona-cuscinetto a protezione del Golan (territorio siriano che occupa dal 1967). Per tre anni, da quando Mosca è intervenuta in Siria, Benyamin Netanyahu ha provato a persuadere Vladimir Putin a garantirgli una Siria meridionale senza “forze ostili” iraniane a ridosso del Golan. E ha rischiato anche di scatenare una guerra regionale nei mesi scorsi lanciando continui attacchi in Siria contro presunte postazioni dell’Iran e del movimento sciita libanese. Adesso che Assad controlla tutta la M5 fino al confine di Nassib con la Giordania – un valico strategico per la ripresa dei commerci tra Siria e Giordania –, il premier israeliano deve accontentarsi di vedere nel sud della Siria solo l’esercito governativo. E può solo sperare che a fargli questo regalo siano Putin e Trump nel corso del vertice che avranno a metà mese.

Decine di migliaia dei circa 320mila siriani, sfollati nelle scorse settimane in seguito all’offensiva dell’esercito a Deraa e nel sud, sono tornati a casa in 13 diverse località riprese dai governativi. Un rientro, destinato ad intensificarsi, che è stato possibile grazie alla tregua e all’accordo, mediato dai russi e da attuare in tre fasi, tra forze governative e gruppi jihadisti e islamisti che si stanno arrendendo e che sono pronti a consegnare le loro armi pesanti. Sarà la polizia locale a garantire la sicurezza delle aree liberate. I “ribelli” che rifiutano l’accordo potranno andare con le loro famiglie nella provincia di Idlib dove si sono già diretti i miliziani sconfitti nei mesi scorsi dall’esercito a Ghouta e in altri sobborghi di Damasco.

Resta il nodo della ripresa di Quneitra, a ridosso del Golan. Israele potrebbe prendere di mira di nuovo l’esercito siriano accusandolo di essersi avvicinato troppo alle linee armistiziali. Mentre è risolto quello di Sweida e di altri centri popolati da siriani drusi, rimasti fuori dal conflitto ma di fatto alleati del governo. L’esercito avrà il controllo pieno di quelle aree, in cambio i drusi riceveranno l’amministrazione civile dei loro centri. Continuano anche le trattative tra Damasco e i curdi decisi a sganciarsi dagli Usa dopo il sostegno di Washington all’offensiva turca contro Afrin e il Rojava. Secondo il quotidiano al Watan i curdi avrebbero accettato di trasferire al governo i giacimenti petroliferi settentrionali che controllano e la città di Raqqa. In cambio riceveranno uno status politico e l’autonomia del Rojava, i loro combattenti saranno riconosciuti e associati all’esercito siriano e la loro lingua sarà insegnata nelle scuole pubbliche nelle aree curde. Da parte curda però non ci sono ancora conferme.

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10/03/2017

La fuga degli “elmetti bianchi” dalla Siria liberata dallo jihadismo


La storia degli White Helmets, l’Ong britannica fondata da James Le Mesurier, ex ufficiale dell’esercito inglese, consulente del ministero degli Esteri del Regno, e conosciuta anche con il nome (ufficiale) di “Difesa civile siriana”, dovrebbe essere la “solita storia”: solita perché il protagonista di questa vicenda, il militare inglese, già organizzò truppe di volontari nei vari teatri di guerra occidentali, dal Kosovo all’Iraq; solita perché lo sporco lavoro delle Ong da decenni costruisce la copertura ideologico-mediatica che favorisce l’indignazione nazional-popolare prima, l’intervento umanitario dopo, e infine la ricostruzione del paese bombardato e finalmente “liberato” dal dittatore di turno. Eppure, visto il loop imperiale che ogni volta impedisce alla sinistra di prendere atto dei propri errori passati, si trasforma in simbolo, che a sua volta svela un sintomo. Ne parliamo oggi perché apprendiamo, da un articolo de Il Fatto Quotidiano (il quotidiano anti Assad per eccellenza, viste anche le simpatie sioniste dei suoi principali collaboratori), che i famigerati elmetti bianchi sono di fatto scomparsi da Aleppo a seguito della sua liberazione dalle milizie jihadiste.


Proprio nel momento in cui più necessaria appare la presenza di aiuti umanitari, in una città in fase di ricostruzione, la “Difesa civile siriana” fa perdere le sue tracce (in attesa del bombardamento di Raqqa?). Il motivo lo dice direttamente il Fatto, ma la natura dell’Ong britannica era già nota: si tratta del supporto umanitario del fronte Al Nusra, i jihadisti di Al Qaeda in Siria: scomparsi questi, dileguata l’Ong. Eppure questi jihadisti, in teoria (molto in teoria sembrerebbe) nemici giurati dell’Occidente democratico, in questi quattro anni hanno ricevuto 23 milioni di dollari da parte del governo Usa, senza contare i finanziamenti di Gran Bretagna, Giappone e Germania (per un totale di 60 milioni di dollari, il più importante finanziamento di una Ong in Siria). Un film – anzi, una serie tv in onda da vent’anni – già visto e rivisto. Eppure in questo caso particolarmente rivelatore, perché proprio gli White Helmets sono stati il braccio ideologico della propaganda anti siriana nel mondo. Il documentario su di loro, dall’originale titolo “White Helmets”, ha vinto l’ultima edizione dei premi Oscar. George Clooney, commosso dall’afflato umanitario sprigionato dagli agenti britannici mascherati da soccorritori, sembrerebbe intenzionato a girarci un film sopra. Qualcuno li ha anche proposti per il premio Nobel. Anzi, ne hanno vinto anche uno alternativo, ma gestito sempre dalla casa reale svedese. Tutto questo ambaradan mediatico istruisce una visione del mondo: gli “umanitari” non lavoravano contro l’occupazione siriana da parte dei proxy agents jihadisti, ma contro il governo siriano di Assad che, in combutta coi russi e gli iraniani, cercava di ri-occupare una città liberata dalla precedente dominazione assadiana. Il capovolgimento totale della vicenda siriana, d’altronde così presentata per un anno su tutti i media, che raccontavano una crisi umanitaria determinata da Assad e Putin, e non dal jihadismo internazionale che ha conquistato con la guerra un pezzo di Siria e di Iraq. Il problema è che tutta l’informazione proveniente dalla Siria che riesce a raggiungere l’informazione mainstream, e quindi a formare l’opinione pubblica, proviene da agenzie di questo tipo (imperdibile questo video, col corollario di emozioni forti, bimbi insanguinati, macerie umane. Ma tutto finto), contribuendo al loop di cui sopra: l’indignazione a senso unico e a corrente alternata fomenta il partito di Repubblica, tracima così nella sinistra imperiale, a quel punto costretta al fronte popolare-umanitario in difesa delle povere popolazioni vittime del dittatore di turno, legittimando così guerre neo-coloniali senza eccessive opposizioni popolari, né perdite di consenso elettorali. L’escamotage perfetto. Cui si può cadere la prima volta (Iraq 1990), magari anche una seconda (Jugoslavia 1991), ma non una terza (Kosovo 1999), una quarta (Afghanistan 2002), una quinta (Iraq 2003), una sesta (Libia 2011), una settima (Siria 2011), un’ottava (Mali 2012), una nona (Ucraina 2013), una decima (Yemen 2015)...

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09/03/2017

Elmetti Bianchi. I terminali umanitari delle guerre di aggressione

“Da quando i jihadisti hanno perso Aleppo sono spariti anche gli Elmetti Bianchi”. L’occhiello dell’ampio servizio pubblicato oggi da Il Fatto va subito al sodo e centra l’obiettivo. I famosi Elmetti Bianchi, al documentario sui quali è andato anche l’Oscar, si rivelano per quello che sono veramente: una organizzazione legata ai servizi segreti britannici e statunitensi da utilizzare nelle zone di guerra, o meglio, solo nelle zone di guerra funzionali agli interessi dei loro mandanti.

I terminali “umanitari” degli Stati Maggiori, come si rivelano essere molte Ong (non tutte per fortuna) attive nei teatri di crisi, sono ormai parte integrante degli apparati bellici e mediatici dell’ingerenza delle potenze “anglish”, lì dove li portano le decisioni prese dai governi, in particolare statunitensi e britannici.

Immediatamente la loro presenza diventa ossessiva e “leggenda” nei telegiornali, nei servizi giornalistici e stavolta anche nella consegna degli Oscar. E il caso della Siria, in particolare di Aleppo, sta tutta dentro questa coreografia. Aleppo descritta come assediata, bombardata, con più ospedali pediatrici colpiti di quanto ce ne siano in Scandinavia (mito del welfare), per giorni ha cessato di essere una città siriana occupata dai tagliagole dell’Isis e delle altre milizie, per diventare una città martire dei bombardamenti russi e del governo siriano. Nulla di tutto questo viene evocato per Mosul dove i bombardamenti (statunitensi in questo caso) sono in corso. A Mosul infatti non vi è traccia degli Elmetti Bianchi.

Il servizio di oggi de Il Fatto, riprende e approfondisce notizie già uscite nei mesi scorsi sugli Elmetti Bianchi e la loro stranissima origine.

Fondati da un ex (?) ufficiale dell’esercito britannico – James le Mesurier – ma tuttora “consulente” del Foreign Office, gli Elmetti Bianchi hanno cominciato ad operare in Siria proprio nel 2011, quando si palesa il tentativo di rovesciamento del regime di Assad. Gli Elmetti Bianchi in Siria agiscono solamente nelle zone controllate dai ribelli, non ve ne è traccia in altri luoghi, cime nella già citata  Mosul per esempio.

Intervistato lo scorso 5 ottobre da Il Foglio, Le Mesurier dichiara: “Ho lavorato in zone di conflitto in tutto il Medio Oriente, e l’approccio standard dei governi che vogliono stabilizzare degli Stati falliti o fragili di solito segue due linee guida; la democratizzazione e il buon governo e il rafforzamento del settore della sicurezza. Ho speso tutta la mia carriera a lavorare sull’una o sull’altra”. Le Mesurier, è stato attivo, non certo casualmente, anche in Bosnia, Kosovo e Iraq. Il Fatto, riprendendo una inchiesta della giornalista Vanessa Beeley, rivela che Le Mesurier nel 2005 era entrato anche a far parte di società privata di sicurezza – la Olive Group – lasciandola nel 2008. La Olive Group si è fusa nel 2015 con un’altra compagnia di sicurezza privata, la Constellings holding nel cui portafoglio è finita anche The Academy, una società di contractors nata dalla controversa e famigerata Blackwater.

Da una inchiesta condotta dalla pagina web Occhisullaguerra.it, risulta che a partire dal 2013, l’Usaid (United States Agency for International Development) ha finanziato gli elmetti bianchi con 23 milioni di dollari. Il braccio destro del responsabile siriano dei “white helmets” è Zouheir Albounni, un impiegato dell’Usaid. L’organizzazione risulta ricevere aiuti anche da Regno Unito, Giappone, Danimarca e Germania. Almeno tre di questi governi sono attivi e si sono attivati per il rovesciamento di Assad, dunque non sono neutrali nel conflitto siriano.

E' in questa zona grigia fatta di operatori “umanitari”, mercenari, agenti dei servizi segreti anglostatunitensi, che prendono corpo operazioni logistiche e mediatiche da utilizzare sulle opinioni pubbliche dei paesi che intervengono militarmente o con operazioni coperte nei paesi aggrediti. Ormai siamo andati ben oltre le “guerre umanitarie”, quelle sono state sperimentate tra il 1995 e il 1999 nella ex Jugoslavia, dove la “coalizione dei volenterosi” organizzatasi con la Nato ha affinato la strumentazione utilizzata successivamente.

Il fondatore degli Elmetti Bianchi, l'ufficiale dei servizi segreti britannici James Le Mesurier


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09/01/2017

“Così si viveva ad Aleppo Est”

Aleppo, 8 gennaio. Lui accetta di farsi filmare, a scanso di equivoci. Però Mahmud Fahrad non è il suo vero nome e la foto non è la sua. Ha paura di vendette, in questa Aleppo coperta di macerie e dove pochi credono che tutti i jihadisti se ne siano davvero andati a Idlib sui pullman forniti da Assad. Perché questo muratore che ha perso il suo lavoro anni fa e si è dovuto arrangiare con moglie e quattro figli, vuol raccontare come si viveva ad Aleppo Est quando c’era la repubblica dei ribelli e dei jihadisti.

“Siamo rimasti intrappolati lì”, dice Mahmud, “dal marzo 2012, quando è cominciato tutto. E sono stati quattro anni di orrore. Per esempio, ci facevano fare la fame. In questi anni non ho mai mangiato carne né frutta, quasi solo lenticchie e burghul (grano spezzato). Anche il pane scarseggiava. E intanto loro godevano di ogni ben di Dio e mangiavano tutto ciò che volevano. Avevano depositi pieni e si facevano beffe di noi: quando c’era qualche festività, macellavano pecore e vacche e poi rivendevano i pezzi di scarto, come gli stinchi o le interiora, a 10 mila lire siriane al chilo, il prezzo della carne migliore. I pezzi buoni, invece, costavano 30 mila lire, cioè dieci volte il prezzo normale. Una volta c’è stata una specie di manifestazione per protestare contro questi prezzi: hanno sparato sulla gente e ucciso quattro persone”.

E gli ospedali? Si dice che l’esercito abbia ucciso parecchie persone, bombardandoli...

“Ospedali bombardati? Forse. Quello che so, però, è che noi aleppini normali non potevamo certo andarci. Erano riservati a loro e alle loro famiglie. Quando qualcuno di noi si faceva male o aveva un problema di salute, lo lasciavano a morire fuori della porta. Non ho mai visto nessuno, in quattro anni, essere ricoverato in un ospedale”.

Ma questi “loro” di cui parla chi erano?

“C’erano tantissimi stranieri, quasi di ogni parte del mondo. Soprattutto dopo che l’esercito ha cominciato ad avvicinarsi. Li riconoscevamo perché, girando per strada o nei mercati, avevano bisogno di qualcuno che li aiutasse con la lingua. E così sentivamo dire questo è francese, questo è americano, questo è turco... C’erano anche tanti sauditi, egiziani, dei giapponesi. Ma alla fin fine si somigliavano tutti”.

E cioè?

“Guardi che questi non pregano Allah. Pregano il dio dollaro. I diversi gruppi si erano spartiti quella parte di città e per prima cosa cercavano di cavarne la maggior quantità di denaro possibile, sulla pelle della gente indifesa. Ogni tanto si ammazzavano tra loro per questioni di denaro. Un capo si allargava troppo, usciva dalla sua zona? Una bomba sotto la macchina e via. La politica... Forse. Ma questi avevano soprattutto tre passioni. La prima, appunto, i soldi...”.

La seconda?

“Il sesso. Erano come impazziti, anche perché si sentivano onnipotenti. Uno qualunque di questi barbuti poteva farti fuori impunemente, nessuno gli avrebbe detto una parola. Cercavano di procurarsi donne in due modi. Cercavano di comprarle, sfruttando la miseria della gente. Ci sono famiglie che hanno dato via una figlia per cento dollari o addirittura per qualche sacco di riso e di lenticchie. Oppure le portavano via con le minacce, con la violenza. Per esempio minacciando di ammazzare i genitori. Adesso Aleppo Est è piena di “vedove”, per dir così. Donne che hanno dovuto sposarsi a forza con un miliziano che poi è morto o è scappato, donne che adesso nessuno vuole, neppure le famiglie d’origine”.

C’era anche una terza passione...

“Sparare, ammazzare. Prima di partire per un’incursione prendevano delle pasticche che, si sentiva dire, venivano dalla Turchia. Non so che roba fosse, ma dopo averle ingoiate gli si spalancavano gli occhi e diventavano frenetici. Tra loro c’era anche un gran commercio di hashish e altre droghe”.

E la preghiera? L’Islam?

“Ci obbligavano ad andare in moschea ma quella roba lì con la nostra religione c’entrava poco. C’erano predicatori pakistani ed egiziani e l’unica cosa di cui parlavano nei sermoni era la guerra, il jihad, il dovere di combattere gli apostati. Alla fin fine parlavano sempre e solo di ammazzare gente”.

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07/01/2017

Quei “martiri” cristiani morti per Assad

Damasco, 6 gennaio 2017. Verso Aleppo col buio non si va, troppi predoni e tipi armati in giro per le strade e i villaggi. Il minimo che si rischia è una rapina. Tappa quindi a Damasco e una notte nel quartiere cristiano di Bab Tuma (la Porta di Tommaso). Stessi luoghi di un anno fa. Ma bastano poche ore e pochi incontri per capire che l’atmosfera non è più la stessa.

Certo, controlli e posti di blocco sono frequenti e accurati come allora. Ma i soldati vanno a caccia di kamikaze. Nella versione cintura esplosiva, quindi braccia in alto e lasciarsi palpare i fianchi. O in quella auto imbottita di tritolo, cosicché ai posti di blocco, prima ancora che tu ti sia avvicinato per farti ispezionare il bagagliaio, i militari premono a ripetizione uno strano aggeggio che lancia impulsi elettronici, in modo che se proprio tu devi esplodere lo faccia da lontano. Non è allegro, ovvio, ma non è nemmeno la sequela di domande, svuotamenti di tasche e lunghissime file che ricordavo.

Allo stesso modo, gli antichi resti della Porta sono coperti dalle immagini dei “martiri”, ovvero i giovani (e sui muri di Bab Tuma sono quasi tutti cristiani) che sono morti per combattere i jihadisti e i ribelli e per difendere, misteriosamente secondo i criteri di giudizio di molti in Occidente, il potere di Bashar al-Assad. Ma ad Abbassiyeen, nella grande piazza che ospita lo stadio, sono sparite le barricate che dividevano la città libera dai quartieri occupati dagli uomini di Al Nusra, che di notte uscivano da tunnel e cantine e cominciavano a tirare dove capitava missili e razzi. Anche in questo caso: non è una pacchia, i colpi sono continuati a cadere (in novembre un mortaio ha colpito, qui nel quartiere, anche la cupola della chiesa dei francescani), ma nulla che somigli a ciò che era la norma un anno fa.

È chiaro, insomma, che la riconquista di Aleppo ha segnato una svolta anche nello spirito dei siriani. Di tutti i siriani. I “lealisti” hanno visto svanire, dopo cinque anni, lo spettro del crollo totale. I ribelli e i terroristi, al contrario, hanno visto svanire la prospettiva della vittoria e fanno i primi conti con quello di una bruciante sconfitta.

La gente di Damasco un anno fa ripeteva senza sosta, quasi a esorcizzarle, storie di infinite crudeltà commesse dai jihadisti. Oggi allo stesso modo, ma con soddisfazione, racconta aneddoti che suggeriscono la rotta possibile dei miliziani: il cassiere di Al Nusra che è scappato coi soldi destinati alla guerra (900 mila dollari? Forse addirittura 9 milioni?), ribelli e jihadisti di Idlib che hanno pareri diversi sulla guerra e si sparano tra loro, i soldati di Erdogan che tirano sugli islamisti...

Poi, per non sperare troppo, i damasceni recuperano il realismo. Ricordano che i quartieri di Jobar e Harista sono ancora occupati dai miliziani, che la guerra non è finita, che la ricostruzione sarà faticosa e lunghissima. E così dicendo, ovviamente, tornano a sperare e il ciclo ricomincia.

È come se l’intera Damasco avesse in gola un enorme sospiro di sollievo e lo trattenesse per non volersi illudere. Ma l’antichissimo suq è un po’ più animato, a Bab Touma c’è qualche ristorante nuovo e la sera, anche nel buio provocato da un attentato dell’Isis alla centrale elettrica vicina a Palmira, si sente qualche giovane che ride.

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03/01/2017

Bufale, post-verità, disinformazione, regimi

Viviamo in un mondo libero, ma alziamo appena un sopracciglio di fastidio – o forse neanche quello – quando Erdogan chiude l'accesso ai sociale network dopo un attentato dei suoi ex alleati dell'Isis, oppure chiude i giornali dell'opposizione (senza star troppo a distinguere tra kemalisti, gulenisti e curdi), manda la polizia nelle redazioni ad arrestare i giornalisti e infine impone il monopolio delle informazioni nelle sue mani.

Viviamo in un mondo libero, informati da centinaia di migliaia di fonti diverse, ma quelle "autorevoli" sono sempre meno. In compenso si fanno largo quelle "autoritarie", fondate sulla censura totale di qualsiasi forma di resistenza; a meno che non si possa darne una lettura criminalizzante (come accade da decenni col movimento No Tav o anche per ogni tipo di manifestazione o sciopero, di cui non si descrive più nulla – ragioni, obiettivi, sofferenze, ecc – ma solo il "rischio di disordini" oppure di "paralisi del traffico").

Viviamo in un mondo libero, ma la libertà di informare viene ogni giorno messa in discussione in termini più perentori. Con la scusa delle "bufale" naturalmente. Che sono tante, oscene, insopportabili, difficilmente combattibili quanto più viene scientemente creata – dai governi dei paesi "democratici", in special modo – l'ignoranza di massa, a partire dalla distruzione della scuola e delle università pubbliche. Senza strumenti critici, anche di livello elementare, una diceria o una "bufala" sembrano credibili quanto una notizia vera. E un notiziario "vero", ripetuto sempre uguale su tutte le reti televisive, ci racconta cazzate senza fondamento. Specie se si parla di guerra. Di guerre in cui i governi che ci "riformano" sono impegnati senza averci chiesto alcun consenso. E anche qui, come in Turchia, autorevoli autoritari (il capo dell'Antitrust – che dovrebbe paradossalmente difendere la "libera concorrenza" – e la presidente della Camera, incomprensibilmente considerata un esponente della "sinistra") si sbracciano nel proporre il bavaglio alla Rete, ai social netwrk (ossia agli strumenti che meglio consentono la schedatura centralizzata delle opinioni dei cittadini, mettendole a disposizione di polizie e direttori del personale delle imprese).

Viviamo in un mondo così libero che lo sguardo critico sull'informazione mainstream arriva solo a tratti, quasi per caso.

Un esempio di come funziona l'informazione nel 2017? Ecco l'analisi critica di Fulvio Scaglione, vicedirettore dell'Avvenire (non de Il Bolscevico), pubblicata nel suo blog su Micromega.

A seguire, un'intuizione di un altro giornalista senza legami fissi con una testata, sul nesso che lega informazione di regime e sparizione dei fondamenti della democrazia parlamentare liberale. Borghese, insomma...

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Mosul e Aleppo. Attenti alla propaganda

Fulvio Scaglione

Ci avete fatto caso? Ora che potrebbero parlare liberamente, raccontare a tutti i giornali e alle Tv che cos’hanno visto e subito ad Aleppo, sono spariti tutti. Clown, pediatri, ragazze disposte a suicidarsi piuttosto che vivere sotto Assad, elmetti di ogni colore, attivisti fino a qualche giorno fa impegnati a rifornire le Ong di notizie terribili, mamme disperate. Solo la bambina che twittava sotto le bombe è rispuntata per recarsi in Turchia a prendere un premio da Recep Erdogan (lui sì, un modello di umanità). E ha potuto farlo proprio perché ribelli e jihadisti hanno infine sgombrato i quartieri di Aleppo Est.

“Così va spesso il mondo” scriveva Alessandro Manzoni a proposito di quella che, nei Promessi Sposi, viene definita “la notte degli imbrogli e dei sotterfugi”. Però la lezione di Aleppo va tenuta ben presente perché sulla devastata città della Siria si è giocata una partita di propaganda che va ben oltre la già drammatica situazione particolare.

Nei quartieri per anni occupati da ribelli e jihadisti stanno saltando fuori le solite fosse comuni piene di corpi di civili, torturati prima di essere ammazzati. Dico le “solite” perché il rito atroce si è ripetuto ovunque l’Isis abbia dovuto cedere terreno. Nell’estate scorsa l’Associated Press, studiando immagini satellitari e confrontandole con testimonianze raccolte sul campo, è riuscita a localizzare 72 fosse comuni in zone appena abbandonate dall’Isis. In quelle buche (alcune scavate nei giardini pubblici e nei campi da calcio delle città) erano stati scaraventati tra 5 mila e 15 mila corpi. Al confronto, i civili morti ad Aleppo sotto le bombe russe e siriane sono un’inezia.

Questa osservazione va fatta non per cinismo ma, al contrario, per spirito umanitario. Le persone innocenti chiuse in quelle fosse sono cadute per mano dei jihadisti dell’Isis, ma anche a causa del fatto che la guerra mossa contro l’Isis in Iraq dalla coalizione guidata da Usa e Arabia Saudita è andata al rallentatore. Anzi: è stata una guerra finta, di soli bombardamenti che misteriosamente colpivano soprattutto il deserto. Nell’evidente speranza che, intanto, l’Isis desse il colpo decisivo ad Assad. Mentre tutti, in Medio Oriente, supplicavano la coalizione di intervenire con maggiore decisione e mettendo, come si dice, “gli stivali sul terreno”.

Tutto quel traccheggiare, ovviamente, si è scaricato sulla popolazione civile. Ed ecco le fosse comuni. Piene di morti che sono figli di nessuno, per i quali nessuno si prende la responsabilità, nonostante che siano stati vittime anche di una precisa scelta strategica.

Siriani e russi hanno fatto il contrario. Con i raid e le incursioni hanno certamente provocato vittime tra i civili. Ma hanno accorciato la guerra e, così facendo, hanno anche risparmiato molte vite.

Per capirlo, senza farsi intortare da clown e pediatri, basta osservare quanto accade a Mosul. A due mesi dall’inizio dell’offensiva per liberare la città, le operazioni militari sono ferme e l’Isis è così poco preoccupato da aver distaccato dal fronte iracheno qualche migliaio di miliziani per mandarli a riconquistare Palmira, in Siria. Questo accade perché anche a Mosul l’alternativa è sempre quella. O attacchi e risolvi in fretta il problema, e così facendo provochi vittime tra i civili come sempre succede in situazioni analoghe (vedi per esempio Gaza, o Fallujah in Iraq nel 2004, o Grozny in Cecenia nel 1994-1995); oppure esiti, e così facendo lasci che i civili restino ancor più a lungo in balia dell’Isis, con le conseguenze ben note.

I generali americani e il Governo iracheno lo sanno bene. A Mosul hanno fatto la scelta politica di bloccare l’avanzata e abbandonare i civili al loro destino. È una scelta legittima ma non più nobile o meno cruenta di quella opposta di accelerare le operazioni, com’è stato fatto ad Aleppo. Quando anche a Mosul salteranno fuori le fosse comuni lo capiremo meglio. A dispetto di clown, pediatri, aspiranti suicide e bambine con la mania di twitter.

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Giacomo Russo Spena

La gente vota ai referendum contro lo status quo? E l'establishment si interroga, tra lo scherzo e il serio, sul suffragio universale.

La maggioranza dei media ormai non ha sentore delle nostre società tanto da non aver previsto risultati come la Brexit e Trump? E allora pronto il "ministero della verità" (come Orwell nel 1984) per controllare informazione perché resta inevasa la questione del chi controllerebbe il controllore.

Credo che il populismo non sia un blocco unitario, così credo esistano diversi populismi (quello di Podemos è ben diverso da quello di Trump o di Grillo). La questione è articolata e da affrontare.

Di certo, l'élite dominante – quella che negli anni della crisi ha accresciuto potere e soldi – continua a non capire la lezione. Va avanti, imperterrita, imboccando un vicolo cieco. Lo stesso vicolo cieco intrapreso dalle Istituzioni europee nel momento in cui continuano a sostenere l'Europa dell'austerity.

Mai un'autocritica, mai un cambiamento nei programmi politici. Anzi. Più il popolo vota contro, più ci si arrocca per difendere i privilegi acquisiti in questi anni.

Una strategia perdente. Ormai la gente è stanca, incazzata ed inizia ad avere fame di diritti. La propaganda non paga più. I populismi hanno un'autostrada davanti.

Tocca capire che declinazione avrà la rabbia popolare perché il rischio, in Italia e in Europa, è di passare dalla padella alla brace. Dall'elite neoliberale al populismo xenofobo e neosovranista.

Europa dell'austerity e nuovi razzismi, due facce della stessa medaglia.
Mala tempora currunt.

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29/12/2016

L’avvenire di Aleppo

Lo scorso 22 dicembre con l’evacuazione delle milizie dai quartieri orientali della città si è chiusa la Battaglia di Aleppo. Una battaglia durata ben 53 mesi. Un lettore mediamente attento, che avesse voluto comprendere le ragioni e gli attori di quella battaglia e più in generale le cause e le conseguenze del conflitto siriano, avrebbe però trovato non poche difficoltà a farsi un’idea leggendo o ascoltando i servizi dei media mainstream. E non per caso. La guerra, è quasi banale sottolinearlo, è sempre atroce, e lo è ancor di più quando è combattuta fra civili che spesso vengono utilizzati da una parte o dall’altra come strumento di pressione o come scudi umani. Ma in una guerra anche l’informazione, è qui forse è un po’ meno banale ricordarlo, si trasforma in un campo di battaglia. Un terreno strategico in cui si gioca una partita non meno importante di quella combattuta con le armi vere e proprie. Siamo convinti, come il Che, che essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo sia una delle qualità più belle dei rivoluzionari. Se però si rimane esclusivamente nel campo delle emozioni, suscitate ad arte da chi oggi ne detiene il monopolio, il rischio che si corre è quello di restare eterne vittime di quel “terrorismo multimediale dell’indignazione” con cui l’opinione pubblica mondiale negli ultimi decenni è stata manipolata e piegata ad ogni avventura neocoloniale. Se davvero, come da più parti si dice, si vuole combattere la guerra e i suoi orrori, allora occorre sforzarsi di comprendere le cause dei conflitti, determinarne le ragioni materiali ed economiche e lavorare politicamente per abbatterle. La battaglia di Aleppo ha trasformato quella che era iniziata come una guerra per procura contro l’Iran in una “mini guerra globale”, per usare un’efficace definizione del Washington Post. Una guerra che ha finito per coinvolgere direttamente anche la Russia e l’Iran e che modificherà gli equilibri mediorientali in una direzione diversa da quella che veniva auspicata da Washington e dalla UE solo 5 anni fa. Le primavere arabe del 2011 erano state viste dalle cancellerie occidentali come un’opportunità da cogliere al volo per ridisegnare il Medioriente a proprio uso e consumo. Su questo progetto si erano inserite le ambizioni delle diverse potenze regionali (Turchia, Arabia Saudita, Qatar…) determinate a volgere a loro favore i nuovi equilibri di potenza che si andavano delineando. Facendo leva sulle mobilitazioni popolari si è così lavorato da più parti ad un massiccio “regime change” i cui effetti a catena non solo non si sono esauriti, ma si protrarranno per anni. Dopo il precedente libico era dunque inimmaginabile che la Russia rimanesse nuovamente alla finestra assistendo inerme alla perdita del suo unico punto d’appoggio navale nel Mediterraneo, ed era altrettanto inimmaginabile un’inazione da parte dell’Iran di fronte alla possibile caduta della cosiddetta mezzaluna sciita e al suo relativo isolamento. E’ difficile, se non impossibile, prevedere quale piega prenderanno adesso gli eventi. Dopo la definitiva liberazione di Aleppo dalle milizie jihadiste, la cosiddetta “Siria utile” è tornata sotto il controllo di Bashar al-Asad, ma se si procederà verso una partizione di fatto dello stato siriano, oppure verso un recupero totale, molto dipenderà dalle intenzioni della Russia. Mosca in questi anni ha riaffermato un ruolo da attore protagonista sullo scacchiere mediorientale, lo ha fatto grazie alla spregiudicatezza diplomatica dimostrata a fronte dell’impaccio statunitense, ma soprattutto lo ha fatto grazie ad uno sforzo bellico considerevole e si trova ora nella condizione di dover uscire rapidamente dal conflitto per rischiare di rimanervi impantanata. Il pericolo è che un intervento prolungato faccia emergere quella debolezza economica che finora è stata mascherata dai successi militari. Non è un caso quindi che mentre il governo siriano e l’Iran spingono per puntare verso Idlib, Mosca abbia assunto un atteggiamento più cauto su cui pesa, probabilmente, anche il nuovo rapporto con la Turchia di Erdogan. Questo è l’altro elemento che peserà nei mesi a venire. Secondo alcuni analisti la relativa indifferenza mostrata da Ankara rispetto alle sorti di Aleppo è infatti il frutto della distensione, se non della vera e propria convergenza, tra i due paesi dopo la crisi del novembre 2015. Tanto che sarebbero stati proprio i russi ad avvisare Erdogan del tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito come l’affluenza massiccia di militanti di Al Nusra ad Aleppo durante l’estate sia stata tacitamente avallata da Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar ma non dalla Turchia. La contropartita per questo nuovo posizionamento potrebbe dunque essere l’aver dato il via libera alla realizzazione di un “Sunnistan”, anche in chiave anti curda, esteso da Idlib a Mosul e sotto la diretta influenza turca. La realizzazione in sedicesimi di quel progetto “neottomano” che cinque anni fa aveva spinto Erdogan ad abbandonare l’alleanza con Bashar al-Asad. In tal caso la cantonizzazione della Siria, così come quella dell’Iraq, potrebbe essere più che un’ipotesi remota. Veniamo però anche rapidamente (e tristemente) a noi. La Battaglia di Aleppo ha nuovamente mostrato tutti i limiti di una sinistra occidentale ormai priva di una propria chiave di lettura del mondo che non sia quella “umanitaria”. Una sinistra che non pensa più autonomamente e che inevitabilmente finisce per “farsi pensare” dalle classi dominanti. Forse qualcuno un giorno si prenderà la briga di indicarci finalmente chi sarebbero i fantomatici ribelli “laici e progressisti” di Aleppo che avremmo dovuto sostenere. A naso ci viene da pensare che in caso di sconfitta dell’esercito siriano non avremmo visto sfilare per le strade del centro una street parade per i diritti Lgbt con le bandiere arcobaleno, quanto piuttosto una teoria di toyota con le bandiere nere. A meno che quelle barbe lunghe che per mesi si sono fatte scudo dei civili non fossero salafiti ma hipster. E se queste sono le alternative in campo anche il nènèismo di alcuni compagni rischia di suonare un po’ pilatesco. Un concetto che le migliaia di cittadini di Aleppo scesi in piazza per festeggiare la liberazione hanno compreso molto bene, visto che lo hanno vissuto sulla propria pelle. Un concetto che perfino un quotidiano cattolico come L’Avvenire, non certo un covo di rossobruni filoputiniani, è stato in grado di cogliere e che stride con le accuse di genocidio che ancora oggi campeggiano sulle pagine social di diversi compagni: “nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie». In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita». Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione”. 

Per una trattazione più esaustiva delle cause endogene ed esogene del disordine mediorientale rimandiamo ad un nostro documento scritto ormai un anno fa.

Siria. Mosca e Ankara lavorano ad una tregua. Negoziati tra siriani in Kazachistan

I governi di Turchia e Russia hanno concordato un piano di cessate il fuoco per tutta la Siria. A riportarlo è oggi l'agenzia turca Anadolu, citando "fonti affidabili". Già ieri una fonte diplomatica aveva detto all'agenzia russa RIA Novosti che i militari di Russia e Turchia stavano negoziando con l'opposizione siriana ad Ankara le condizioni del cessate il fuoco da estendere da Aleppo Est a tutto il Paese. Secondo l'agenzia Anadolu, l'obiettivo è fare entrare in vigore il patto tra tutte le parti coinvolte nel conflitto – ma escludendo "le organizzazioni terroristiche" – entro la mezzanotte del 29 dicembre.bNon è ancora chiaro quindi che cosa accadrà delle milizie jihadiste affiliate ad Al Qaida che si vanno concentrando nella città di Idlib.

Se la tregua reggerà, il governo siriano e l’opposizione anti-Assad potrebbero cominciare i negoziati ad Astana, la capitale del Kazakhstan, sotto la tutela di Turchia e Russia artefici dell'accordo. Resta ancora da capire quale sarà il ruolo dell’Iran, che nei giorni scorsi aveva partecipato alle trattative.

Il 20 dicembre a Mosca, si erano incontrati i ministri degli esteri di Russia, Turchia e Iran. Al termine del vertice era stato emesso un comunicato congiunto in cui è scritto che “Iran, Russia e Turchia sono pronti a facilitare la definizione di un accordo, già in corso di negoziazione, tra il governo siriano e l’opposizione. Ne saranno i garanti”. I ministri degli esteri dei tre paesi si sono impegnati a rilanciare il processo di pace ma anche a “A espandere il cessate il fuoco, a sbloccare l’accesso agli aiuti umanitari, a rendere possibile il libero movimento dei civili”. La condizione ribadita da tutti e tre i paesi è il rispetto prima di tutto dell’integrità territoriale della Siria.

Gli ostacoli a una tregua sono al momento rappresentati da alcuni gruppi dell’opposizione anti-Assad e dagli jihadisti. L'offensiva militare è prevedibile che continuerà sulla “capitale” del Califfato, Raqqa e nelle altre zone della Siria dove sono insediati gruppi legati all'Isis e agli jihadisti. Il cessate il fuoco non significherà automaticamente la fine della guerra in Siria ma il tentativo della Russia con la Turchia di congelare la guerra in alcune zone strategiche.

A subire una severa sconfitta sul campo, è il polo islamico sunnita guidato dall'Arabia Saudita che pure aveva investito moltissimo sul rovesciamento violento di Assad in Siria e sul contenimento dell'influenza iraniana/sciita in Medio Oriente. Altrettanto ridimensionate da un eventuale statu quo in Siria sono le ingerenze di Stati Uniti e Francia soprattutto, che dopo aver esplicitamente sostenuto il rovesciamento di Assad – anche economicamente e militarmente – hanno dovuto recedere di fronte al fatto che i “boots on the ground” (soldati sul terreno) ce li hanno messi la Russia e l'Iran. L'accentuazione della propaganda contro la Russia da parte dei media occidentali sembra utile solo a coprire le proprie responsabilità per aver soffiato sul fuoco del conflitto in Siria e aver poi dovuto rinunciare alla partita. Inevitabile che a pagarne le conseguenze sia stata solo la popolazione civile. Ad Aleppo intanto è iniziato il rientro dei profughi che erano riusciti a scappare dalla città durante l'assedio e i bombardamenti.

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27/12/2016

Aleppo, Ankara, Berlino. Gli orrori dell’imperialismo

All’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, Andrey Karlov, segue immediatamente l’orrenda strage dei mercatini natalizi di Berlino. Cosa unisce questi due, tragici, eventi? Li unisci Aleppo. Per meglio dire, li unisce la sconfitta dell’“Esercito Libero” e filo imperialista siriano ad Aleppo e la liberazione, da parte dell’asse Siria-Russia (Assad-Putin) della più importante città della Siria, assieme a Damasco. Sia nelle folli parole (folli, ma proiezioni di uno “spirito” e di una politica imperialista) dell’attentatore dell’ambasciatore russo, che nelle prime rivendicazioni Isis della strage di Berlino, la vendetta per la sconfitta delle forze “ribelli” e jihadiste ad Aleppo appare chiaramente essere il motivo degli orrori di Ankara e Berlino.

E in quale contesto, in quale fase si collocano i due, sanguinosi, eventi? In quella caratterizzata dalla sconfitta che stanno vivendo “Gli Amici della Siria Libera” (USA, Francia, Germania, Gran Bretagna, la prima Turchia assieme alle petromonarchie sunnite del Golfo) e dalla grave battuta d’arresto che l’intero progetto di dominio imperialista su tutta l’area del Medio Oriente subisce in seguito alla perdita di Aleppo e al ritorno all’indipendenza siriana attorno al legittimo potere di Assad.

I media dell’Unione europea e tutto il pensiero mainstream occidentale segue un percorso univoco, così identico da sembrare concordato (in verità reso uguale dall’egemonia livellatrice della cultura imperialista dominante): alla denuncia per l’orrore dell’assassinio dell’ambasciatore russo e dei morti di Berlino, si assomma la denuncia per “l’orrore provocato dai bombardamenti siriani e russi su Aleppo”. Una perversione analitica che da corpo ad un folle corto circuito mediatico, secondo il quale – infine – l’orrore jihadista equivale a quello russo-siriano e solo un “soggetto” viene fuori, dal quadro, esente ed innocente: l’imperialismo, USA e Occidentale.

Vale la pena, di fronte a tanta, “goebbelsiana”, falsa propaganda (come affermava proprio il ministro hitleriano, “una menzogna più volte ripetuta diviene verità”) impegnarsi a ristabilire la realtà delle cose.

Come si giunge al fuoco di Aleppo? Questa domanda ne presuppone altre, precise: come si arriva al conflitto siriano? Quando, in quale contesto? Chi ha organizzato, sollecitato questo conflitto? Per quali obiettivi? Perché la Siria? E quanto sangue, orrore, distruzioni hanno prodotto coloro che hanno voluto il disastro siriano?

Il conflitto siriano si apre nel corso del 2011. Prima di esso vi erano stati i due attacchi imperialisti contro l’Iraq (il primo dall’agosto 1990 al febbraio 1991 e il secondo dal marzo 2003 sino al dicembre 2011) e la guerra condotta da uno sterminato fronte imperialista contro la Libia, guerra iniziata il 19 marzo 2011.

Gli USA, rimasti l’unica potenza mondiale dopo la caduta dell’URSS, forzano ogni confine per allargare il proprio dominio politico, economico e militare su scala planetaria. In Medio Oriente, primo loro complice Israele, scatenano – dalla prima Guerra del Golfo in poi – un vero e proprio trentennio di fuoco e di sangue. L’Iraq è distrutto, attraverso una guerra infinita, perché non subordinato a Israele e agli USA; la Libia di Gheddafi è messa a ferro e a fuoco perché in prima linea per un progetto di Africa libera, indipendente e antimperialista. La Siria di Assad è poi, agli occhi degli USA, la peggiore in campo, il vero e proprio avversario irriducibile, per la sua natura antimperialista e anti israeliana. La Siria non è ricca di materie prime: nulla a che vedere con i giganti energetici della regione: Iraq, Iran, monarchie del petrolio. Ma la Siria, sotto la guida del Partito Bat’th (Arabo Socialista), svolge un ruolo storico e politico centrale in tutto il Medio Oriente, sia per il suo antimperialismo, che impedisce che in tutta quella regione del mondo si estenda il dominio incontrastato degli USA e di Israele, sia per l’appoggio, di straordinaria forza, alla lotta del popolo palestinese, sia per essere culla storica e culturale del nazionalismo arabo e, dunque, sorgente viva dell’unità panaraba antimperialista, legata prima all’URSS e al campo socialista e, poi, al mondo in crescita esponenziale dei BRICS.

La Siria, dopo la distruzione dell’Iraq e l’attacco devastante alla Libia, è l’altro, grande ostacolo al progetto imperialista di dominio in quell’area del mondo. Occorre distruggere Assad. Hillary Clinton ha un piano, quello imperialista classico: attaccare militarmente, portare gli stivali dei marines a calpestare il suolo siriano. Far fare ad Assad la stessa, orrenda fine già fatta fare a Saddam Hussein e Gheddafi.

Ma Obama gioca a fare il Presidente nero e democratico, contrario all’attacco militare in terra. Utilizza, ai fini degli interessi americani, “la primavera araba”; impara dalle “rivoluzioni arancioni”, riproponendone la prassi (imperialista, “golpista”, ultraliberista, filo-NATO, filo occidentale, filo Unione europea e anche fascista) anche per la Siria. Le “rivoluzioni colorate” e dirette dagli USA nella Serbia dell’ottobre 2000; nella Georgia (“rivoluzione delle rose”) del 2003; dell’Ucraina del 2004, del 2005 e del 2014 (sfociate nella piazza nazifascista di Kiev, Maidan); la “rivoluzione dei tulipani” nel Kirchizistan sono esperienze di controrivoluzioni filo americane indotte che Obama fa proprie e rilancia contro Assad, il nemico numero uno dell’imperialismo USA in Medio Oriente, l’irriducibile che va tanto più demonizzato, in Occidente, e caricaturizzato come un satrapo e un dittatore sanguinario medio orientale, quanto più la Siria di Assad è, in verità, il Paese più laicizzato della regione, un Paese in via di sviluppo industriale, in via di profonda democratizzazione politica e istituzionale e dalla grande e capillare cultura.

Come si concretizza la “rivoluzione arancione” in Siria, progettata da Obama?

Scatta, innanzitutto, la prima parte di quell’imponente “piano psicologico” (il cosiddetto “ Psypos”, per il quale lavorano speciali unità delle forze armate e dei servizi segreti USA), volto alla demonizzazione del “regime di Assad”. E’ lo stesso Pentagono a definirne il lavoro: “Operazioni pianificate per influenzare, attraverso determinate informazioni, le emozioni dell’opinione pubblica (americana e mondiale) e il comportamento di organizzazioni di massa e governi stranieri, così da indurre rafforzare atteggiamenti favorevoli ai nostri obiettivi”.

Si inizia, dunque, costruendo per i media dell’intero mondo occidentale la figura demoniaca di Assad. Iniziando poi a costruire, sul territorio, la “rivoluzione arancione” siriana. In pratica, vuol dire che gli USA e le potenze arabe dei petroldollari – con l’Arabia Saudita e il Qatar alla testa – mettono a disposizione milioni e milioni di dollari affinché si organizzi, si doti di intellettuali e dirigenti (da trovare anche nell’immensa diaspora e polverizzazione sociale conseguenti alla distruzione irachena) di attenzione e appoggio mediatico nazionale e internazionale un movimenti di massa anti-Assad, filo americano e filo Unione europea. Un movimento arancione e di massa in Siria, insomma.

E quando l’onda colorata si solleva, puntando ad una piazza Maidan di estensione nazionale, puntando a cacciare Assad e ad assumere il potere a nome degli USA, e quando a tutto ciò l’esercito di Assad, legittimamente, si oppone, è già l’ora, per gli USA, per Obama, per la NATO, per un’Unione europea complice (come in Ucraina) e per gli stati arabi filo americani di costruire “l’Esercito Libero Siriano”. Con i dollari e i petroldollari. Con i generali, gli ufficiali, i soldati dell’ex esercito iracheno, con il popolo degli sbandati iracheni, libici, africani che le guerre imperialiste hanno prodotto. Persino con i cosiddetti foreign fighters, partiti dall’Europa per combattere a fianco dell’“Esercito Libero Siriano” e con i jihadisti contro Assad e poi tornati in Europa a colpire le capitali, come in questi giorni Berlino. E’ il sonno della ragione, indotto dall’imperialismo USA e Occidentale, che genera mostri.

E’ nel luglio del 2012 che l’“Esercito Libero Siriano” – appoggiato dalle manifestazioni dell’onda arancione – sferra il suo attacco più duro contro Assad. Il 18 luglio una bomba distrugge il quartier generale della Sicurezza Nazionale. Nell'attentato muoiono alti dirigenti militari e del governo. La contemporanea offensiva ribelle verso le aree centrali della città fa presagire un imminente crollo del regime.

Ma il popolo siriano, proprio in questa, tragica occasione, dimostra di non stare dalla parte dei “ribelli” o degli “arancioni”: il popolo di Damasco non solo non si arruola con l’“Esercito Libero”, ma entra in lotta contro di esso e a favore di Assad. I ribelli non riescono a consolidare le posizioni conquistate e le forze armate siriane riescono ad organizzare una controffensiva che li spinge verso le zone periferiche della città, di cui riescono a mantenere il controllo. La “Battaglia di Damasco”, molto prima dell’intervento dell’esercito russo a fianco di Assad, rappresenta un colpo durissimo per l’“Esercito Libero” e per gli USA. Questa stessa sconfitta apre forti contraddizioni anche nel movimento arancione. L’esito Maidan si allontana.

Ma, giunti a questo punto, facciamo parlare non un comunista, non uno dei “soliti” intellettuali italiani che militano nel campo antimperialista. Lasciamo la parola a Mostafa El Ayoubi, leggiamo dei passaggi di un suo articolo pubblicato non dalla “Pravda”, ma da “Nigrizia”, il mensile italiano dei missionari comboniani dedicato al continente africano, ove scrive anche Alex Zanotelli.

Scrive El Ayoubi, il 1° novembre del 2013: “Sono passati più di due anni e mezzo dalla guerra “civile” in Siria. Il bilancio è drammatico: oltre 110 mila morti e 5 milioni di sfollati; danni alle infrastrutture per oltre 350 miliardi di dollari. L’economia è in ginocchio e si soffre la fame. All’opinione pubblica internazionale è stato raccontato, dai media mainstream, che il colpevole di tutto ciò è il regime siriano, che avrebbe soffocato nel sangue la rivolta pacifica per la democrazia. Ma con il passare del tempo questa narrazione ha iniziato a sgretolarsi. La realtà – che oggi i grandi media faticano ad ammettere – è che la guerra contro la Siria era già allo studio per far cadere il regime al-Assad e sostituirlo con uno servizievole, come già accaduto in Iraq e in Libia. Pochi giorni dopo l’inizio della rivolta di Dar’a, nel marzo 2011, scesero in campo il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia a sostegno della rivoluzione arancione. Dietro a questi Paesi, ovviamente, c’era la regia del governo americano e dei suoi alleati occidentali; in particolare Gran Bretagna e Francia che, nell’accordo Sykes Picot del 1916, si spartirono la Grande Siria. Una delle prime mosse è stata la sospensione della Siria dalla Lega Araba (altro strumento di controllo del mondo arabo da parte della Casa Bianca) e la creazione del Consiglio Nazionale Siriano (CNS) con sede a Istanbul. Successivamente, sotto l’egida del governo di Ankara, è stato creato l’“Esercito Libero Siriano”... La propaganda mediatica contro l’establishment siriano è stata affidata all’Osservatore Siriano per i Diritti Umani ( OSDU) con sede a Londra e divenuto la fonte principale per Al Jazeera (del Qatar), di Al Arabiya (dell’Arabia Saudita) e anche per i colossi mediatici occidentali... Sul piano pratico l’“Esercito Libero Siriano” non è stato in grado di conquistare Damasco. Ciò ha indotto l’alleanza occidentale anti-Assad a ricorrere ai jihadisti e ai mercenari reclutati da ogni dove. In particolare la scesa in campo dei jihadisti – desiderosi del martirio – è stata determinante nella caduta di molte città e villaggi in mano ai “ribelli”. Il movimento qaedista Jabhat al Nusra ha in pratica scavalcato l’“Esercito Libero Siriano” e oggi domina gran parte delle zone conquistate”.

Quest’ultima parte dell’articolo tratto da “Nigrizia” è particolarmente significativo, poiché attesta l’unità d’azione – in senso filo imperialista e anti Assad – tra l’“Esercito Libero Siriano” e gli stessi jihadisti.

L’intervento militare della Russia a fianco di Assad è stato risolutivo nel liberare la Siria e nel liberare Aleppo. Se non ci fosse stato l’intervento russo – è ciò che riferiscono tutte le testimonianze da Aleppo e dalla Siria – i cittadini di Aleppo sarebbero stati tutti massacrati dai “liberatori” anti – Assad. Il conto finale dei danni provocati dalla guerra imperialista in Siria supera, oggi, di gran lunga, quelli descritti nell’articolo citato di “Negrizia”: siamo a 300 mila morti e 700 mila profughi siriani. La vittoria dell’asse Russia-Assad è una sconfitta bruciante per il progetto imperialista volto a scalzare Assad e costruire anche in Siria l’ennesimo governo Quisling. E’ a partire da questa cocente sconfitta che vanno decodificati i racconti dei media occidentali, tutti volti a raccontare solamente i supposti massacri indiscriminati dei bombardamenti russi su Aleppo e – viceversa – tutti pronti nel rimuovere il senso di quei bombardamenti , volti a liberare Aleppo dal dominio oscurantista e sanguinario dell’esercito “ribelle”, unico nome, ormai, col quale i giornalisti americani ed europei – confusamente, ipocritamente – chiamano l’insieme dei soldati dell’“Esercito Libero Siriano” filo americano e i jihadisti del Califfato. “Esercito Libero Siriano” e jihadisti uniti nel tentativo di prolungare il loro dominio su Aleppo: questo è il nemico contro il quale combattono russi e siriani. Un nemico così repellente da consigliare anche ai media occidentali di non nominare. “Ribelli”, debbono chiamarsi. Ma è lo sconcerto per la sconfitta che confonde gli USA, gli Stati dell’Ue e i media filo imperialisti che, proprio attraverso questa loro confusione politica e psicologica, tradiscono in verità quello che è stato e sarebbe ancora il loro più profondo desiderio: mantenere l’unità d’azione militare sul territorio tra “Esercito Libero Siriano” e jihadisti, ad Aleppo e in tutta la Siria. Per allargare il dominio, oltre l’Iraq e la Libia. Pagando, magari, anche il prezzo di un rovesciamento della rivoluzione arancione in regime della Shari’a in Siria, come già accaduto, peraltro, in Afghanistan, dove gli USA preferirono al potere comunista il regime dei talibani. Inventandosi al Qaida.

Ma la Russia, e Assad, hanno vinto. E, per i popoli, un destino finalmente benigno ha voluto che Hillary Clinton perdesse le elezioni negli USA. Se no, sarebbe stata probabilmente una nuova, Grande Guerra.

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Analisi condivisibile, io avrei giusto smorzato un po' i toni retorici verso Assad e l'intervento russo. 

21/12/2016

Ambasciatore porta pena, se la guerra è alle porte

L'uccisione di un ambasciatore nell'ultimo secolo, avrebbe provocato reazioni ben più pesanti di quello a cui stiamo assistendo dopo l'omicidio in diretta dell'ambasciatore russo in Turchia. La memoria remota va all'Arciduca assassinato a Sarajevo nel 1914, quella più recente va alla prima invasione israeliana del Libano nel 1982, che usò come casus belli il ferimento dell'ambasciatore israeliano a Londra. La ridda di ipotesi sul mandante o le motivazioni dell'uccisione dell'ambasciatore russo alimenteranno per mesi una discussione che diventerebbe sterile se non venisse messa in connessione con il contesto in cui questo attentato è avvenuto.

Il tir omicida di Berlino non ha invece scelto nessun obiettivo mirato, "accontentandosi" di far vivere l'esperienza della guerra in casa anche a chi la vede solo in televisione senza più provare neppure il brivido dell'orrore, e soprattutto senza chiedersi dove siano e cosa stiano facendo i "nostri ragazzi in missione all'estero". Anche qui ci si potrebbe facilmente perdere in ricostruzioni dietrologiche all'infinito, ma "il contesto" – oltre che la coincidenza temporale – lega Ankara e Berlino così strettamente da sconsigliare ogni bla bla.

La guerra in Siria, in corso ormai dal 2011, non è la causa o almeno non è la sola. Il Sole 24 Ore ci ricorda come all'inizio di quella guerra, altri due ambasciatori – quello statunitense e quello francese – passeggiassero per le strade di Hama insieme ai "ribelli anti-Assad". Un segnale inequivocabile di schieramento e corresponsabilità in quello che è accaduto negli ultimi cinque anni in quel paese. In Libia nel 2012 venne ucciso l'ambasciatore Usa che aveva sostenuto apertamente i ribelli anti-Gheddafi e spianato la strada all'intervento militare dei paesi Nato nel 2011, che ha frantumato in mille pezzi il paese.

Trasformare i conflitti interni in operazioni strategiche di rovesciamento di regimi, governi, mappa geopolitica, tracciati delle pipelines energetiche, è la costante alla quale hanno lavorato per anni le maggiori potenze imperialiste del mondo. In Africa ancora prima che in Medio Oriente passando per l'Europa dell'est. In troppi hanno già dimenticato ad esempio il carattere “costituente” dello smembramento e della guerra nella ex Jugoslavia. Non solo venne coniato l'ossimoro della “guerra umanitaria”, ma venne sancito il diritto di riscrivere la mappa del mondo e la sorte dei popoli sulla base di interessi superiori, in larga parte coincidente con quelli delle maggiori potenze economiche e militari e dei loro alleati regionali.

E' in questo buco nero della storia che sono state alimentate le ambizioni che hanno via via attratto altre potenze, “solo” regionali, nella frenesia di prendersi parte del bottino. Non solo Israele, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Iran, stanno giocando la loro partita in Siria, Iraq, Libano, Libia etc. Le alleanze sono spesso temporanee, con bruschi rovesciamenti che si ripercuotono sui gruppi di riferimento nei vari paesi, spesso rappresentati da gruppi etnici, clan tribali o religiosi. Il protettore di ieri si trasforma così nel macellaio di oggi, dando vita ad una coda di massacri, vendette, recriminazioni.

Un gioco sporco che le potenze regionali hanno imparato da quelle più grandi, quelle che prima hanno disegnato e imposto i confini del Medio Oriente e dell'Africa nell'epoca coloniale (Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio) e poi si sono viste imporre una nuova gerarchia dalla potenza imperialista egemone dalla metà del XX Secolo: gli Stati Uniti.

Ma, come dice Kissinger, l'ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è entrato in una crisi irreversibile, e gli Usa – l'unica superpotenza di ieri – non hanno più l'egemonia. Possono giocare solo la carta della supremazia militare. Un fattore talmente evidente che stiamo assistendo al boom delle spese militari in tutto il mondo, inclusa l'Unione Europea.

Ma se questa è la tendenza, possiamo continuare a sottovalutare il rischio di guerra? Allontaniamo per un attimo l'idea di un conflitto generalizzato tra grandi potenze. L'esistenza e la diffusione delle armi nucleari (in quantità rilevanti o comunque “dissuasive”) pone tale prospettiva sulla via della “rovina comune delle classi in lotta”, che Marx non elimina ma inquadra come barbarie estrema, la cui sola alternativa è il socialismo. Parliamo invece delle “cento guerre” che abbiamo di fronte. Quelle dei massacri in Medio Oriente o in Africa, che spingono milioni di persone a fuggire, a cercare protezione in altri paesi, perché il proprio è ridotto a macerie e scannatoio.

La saga delle ipocrisie è indecente. Vedere i governi di Stati Uniti e Francia indignarsi per Aleppo dopo aver taciuto sui massacri statunitensi a Falluja, su quelli israeliani a Gaza (o sui bombardamenti evidentemente “petalosi” su Mosul) è qualcosa di assai più fetido di un doppio standard.

La divisione oggi non passa tra chi si commuove per Aleppo e chi no. Troppo cinico e troppo falso. La divisione passa tra chi sta maturando la consapevolezza della fase storica in cui siamo entrati ed agisce affinché non si trasformi in carneficina e chi pensa che il proprio statu quo vada difeso a tutti i costi, anche istigando al massacro o lasciando massacrare la gente. Purché fuori dalla porta di casa propria...

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Siria - Spie occidentali in stato di fermo ad Aleppo

Il rappresentante siriano all’ONU, Bashar Jaafari, ha dichiarato che un certo numero di agenti occidentali, statunitensi e israeliani sono stati “trovati” in un bunker nella zona di Aleppo est, dopo la liberazione da parte dell’esercito siriano e dei suoi alleati russi, iraniani e libanesi.

Dopo aver fornito i nomi di alcuni di questi agenti, (Moetaz Ogaklan Uglu, turco, David Sott Wener statunitense, David Shlomo Aram, israeliano, Mohammad sheikh al-Islam al-Tamimi, qatariota, Mohammad Ahmad al-Sebiane, saudita, Abdel Menhem Fahd al-Hrei, saudita, Ahmad Ben Nawfal al-Dreij, saudita, Mohammad Hassan al-Sbaï, saudita, Qassem Saad al-Sumeiri, saudita, Ayman Qassel al-Thaalbi, saudita, Ahmad al-Tiraoui, giordano e Mohammad al-Chafii al-Idrisse, marocchino), il diplomatico siriano ha dichiarato che “questi sono gli agenti che hanno fornito le loro generalità” ma molti altri stanno tentando di lasciare Aleppo in questi giorni, cercando di mescolarsi con i civili o con i “ribelli”.



Nella seduta all’ONU relativa all’invio di ulteriori osservatori, Jaafari ha ribadito che “è proprio per questo motivo che abbiamo visto un certo isterismo nel Consiglio di Sicurezza, visto che le nazioni occidentali, che hanno proposto numerose tregue, miravano a salvare i loro agenti sul campo con l’invio di osservatori”.

La notizia è stata diffusa nei giorni precedenti da numerosi siti mediorientali (Al Manar, Press TV) e occidentali (Global Research, Voltaire.net). Il fermo di diverse “spie”, però, conferma le accuse rivolte dal Cremlino e da Damasco circa un reale e concreto supporto logistico dei paesi della coalizione e sostenitori dei “ribelli moderati” legati al Fronte Jabahat Fatah al Sham (ex Al Nusra o Al Qaida).

Il giornalista siriano Said Hilal Alcharifi ha riportato sull’agenzia stampa siriana SANA la notizia della cattura di numerosi agenti “occidentali e NATO” con la seguente dichiarazione: “grazie ad informazioni di intelligence, le truppe siriane hanno trovato il quartier generale degli agenti occidentali/NATO presenti ad Aleppo Est e li hanno catturati... alcuni nomi di questi agenti sono già stati forniti ai giornalisti”.

Secondo alcuni analisti vista la nazionalità degli agenti (americani, inglesi, francesi, tedeschi, sauditi, turchi, qatarioti e israeliani) ed il loro ruolo, le autorità siriane possiedono un “tesoro” utile per i futuri accordi con quei paesi che hanno sostenuto per anni la sua disintegrazione.

Sono stati numerosi, soprattutto in questi ultimi mesi, gli articoli e le indiscrezioni di quotidiani come l’inglese The Telegraph o gli americani LA Times e New York Times che hanno riportato azioni delle forze speciali inglesi o della CIA per la fornitura di armi o per l’addestramento sul campo delle forze “ribelli” comprese quelle di Al Nusra.

Articoli confermati da un recente accordo ufficiale tra le autorità di Damasco e quelle di Ankara per la liberazione di militari turchi, catturati nell’area di Aleppo.

Riguardo la sospensione del ritiro degli ultimi ribelli, Jaafari ha dichiarato che oltre 8 mila miliziani hanno abbandonato i quartieri di Aleppo est: la maggioranza dei quali verso Idlib, roccaforte di Al Nusra, e alcune milizie verso Raqqa, capitale di Daesh.

Secondo il diplomatico siriano la sospensione dell’evacuazione è stata “legata al tentativo di alcuni gruppi ribelli di fuoriuscire con armi pesanti e missili,” vietati dall’accordo. Numerosi miliziani si sono arresi ai militari siriani, grazie anche alle dichiarazioni circa una nuova amnistia promessa da Assad. “Tutti fatti e persone documentati e fotografati”, come riportato dalle autorità siriane e russe, “per evitare false accuse” come le esecuzioni di massa riportate da alcuni media statunitensi e delle petromonarchie e prontamente smentiti da Mosca, supportata anche “dalla presenza di numerosi osservatori Onu e della Mezzaluna rossa nelle aree di raccolta, identificazione e uscita ”.

Infine è ripresa anche l’evacuazione dei villaggi sciiti di Kfraya e Fouaa, assediati dalle milizie jihadiste di Al Nusra, dopo che alcuni miliziani qaidisti avevano bruciato numerosi autobus verdi come segno di sfida e disaccordo nei confronti del regime siriano. Per Jaafari la liberazione definitiva di Aleppo e l’abbandono delle milizie jihadiste ribelli durerà ancora pochi giorni.

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19/12/2016

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici

tratto da http://www.infoaut.org

In questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.

Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benché connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle élite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.

Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi.

La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orientati all’Fsa, che cessò di esistere, ma hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.

Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.

La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).

La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.

In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.

Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltanto la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, né in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poiché nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.

17 dicembre 2016

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