L’era della Repubblica araba siriana con al potere la famiglia Assad è terminata. Sono stati gli stessi comandi militari ad annunciarlo a Damasco alle truppe qualche ora fa mentre migliaia di combattenti jihadisti e gente comune festeggiavano in piazza. Poco dopo i miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (HTS) e i loro alleati hanno annunciato dalla televisione pubblica di aver preso il potere.
Intervistato dalla tv Al Arabiya, il primo ministro in carica – nominato solo poche settimane fa – Mohammed Jalali ha detto che la Siria dovrebbe ora indire libere elezioni per consentire al popolo di scegliere la propria leadership. Jalali ha detto di essere stato in contatto con il capo di HTS, Abu Mohammed al Julani, per discutere del prossimo futuro e di non sapere dove si trovino Bashar Assad e il suo ministro della Difesa e che i contatti sono stati persi la scorsa notte.
Secondo alcune fonti, Assad avrebbe lasciato Damasco in aereo, poco prima che i suoi avversari raggiungessero l’aeroporto internazionale, per una destinazione sconosciuta, forse la Russia. Secondo altre notizie il suo aereo è scomparso dai radar mentre era sopra la regione di Latakiya e sarebbe attualmente rifugiato in una base russa sulla costa siriana.
Stupore e clamore in Medio Oriente e nel mondo. In appena dieci giorni i miliziani qaedisti di Hay’at Tahrit al Sham che a fine novembre avevano conquistato Aleppo, Hama e Homs ed hanno raggiunto Damasco e abbattuto il governo centrale, quasi senza combattere.
Il capo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda, Mazloum Abdi, ha intanto scritto su X: “Stiamo assistendo a momenti storici in Siria. Alla caduta del regime autoritario di Damasco. Questo cambiamento rappresenta un’opportunità per costruire una nuova Siria fondata su democrazia e giustizia, che garantisca i diritti di tutti i siriani”.
L’Esercito israeliano ha occupato la zona cuscinetto tra Israele e Siria, sulle alture del Golan occupate. Lo confermano gli stessi comandi militari israeliani spiegando la mossa con “motivi di sicurezza”. È la prima volta da quando fu firmato l’Accordo di Disimpegno del 1974 – che pose fine alla guerra del 1973 – che le forze armate israeliane prendono posizione nella zona cuscinetto. Era accaduto anche in passato, ma solo brevemente.
Aggiornamenti
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco.
In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per garantire la transizione dei poteri in Siria.
Intanto la tv al Arabiya ha informato di un saccheggio nei locali dell’ambasciata dell’Iran a Damasco, mostrando le immagini di gente che strappa un grande poster affisso sul cancello della rappresentanza diplomatica con le effigi del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso nel 2020 in Iraq in un attacco statunitense, e di Hassan Nasrallah, il leader Hezbollah ucciso a settembre in un raid israeliano a Beirut. Secondo al Jazeera il personale dell’ambasciata era già fuggito.
Nel frattempo i primi contingenti dei miliziani salafiti sono arrivati anche a Tartus e Latakia – le due città siriane sul Mediterraneo dove si trovano le basi russe – accolti da una parte della popolazione.
ORE 14 – Bashar al-Assad si è dimesso da presidente della Siria ed ha abbandonato il Paese, con l’ordine di trasferire il potere in modo pacifico. Ad annunciarlo è stato il ministero degli Esteri russo in una nota, citata dall’agenzia Tass. “A seguito dei negoziati condotti da Bashar al-Assad con alcuni partecipanti al conflitto armato, ha deciso di rinunciare alla carica presidenziale e ha lasciato il Paese, dando istruzioni per effettuare il trasferimento di poteri in modo pacifico” scrive il ministero degli esteri di Mosca in un comunicato. Il ministero ha affermato che la Russia era in contatto con tutti i gruppi dell’opposizione siriana e che le basi militari russe in Siria sono state poste in stato di massima allerta anche se al momento non sussisteva alcuna seria minaccia per loro.
Le milizie sostenute dalla Turchia sono entrate nella città di Manbij, nel nord della Siria, dopo aver preso il controllo della maggior parte dell’area circostante precedentemente controllata dalle forze curde alleate degli Stati Uniti. Lo ha riferito alla Reuters una fonte della sicurezza turca. “La lotta contro YPG/PKK è molto vicina alla vittoria. Sono in corso interventi sia aerei che terrestri per togliere Manbij dalle mani di YPG/PKK”, ha detto la fonte, riferendosi alle Unità di difesa popolare curde che per ora non hanno diffuso reazioni.
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco. Secondo altre versioni, i miliziani jihadisti avrebbero solo scortato il primo ministro nominato da Assad. In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per un certo periodo per garantire la transizione dei poteri in Siria.
ORE 17.00 – Le truppe israeliane continuano ad avanzare nel sud della Siria in quella che hanno definito “zona cuscinetto”; in un comunicato l’esercito di Tel Aviv ha chiesto agli abitanti di cinque città confinanti con lo “stato ebraico” di rimanere in casa. Intanto l’aviazione militare israeliana avrebbe condotto un certo numero di attacchi aerei in territorio siriano; gli israeliani, stando alle prime ricostruzioni, avrebbero colpito un deposito di munizioni vicino all’aeroporto di Damasco e presunti depositi di armi nel sud della Siria per impedire ai gruppi dell’opposizione di impossessarsene.
Contemporaneamente, però, un funzionario israeliano ha dichiarato al Wall Street Journal che la preoccupazione principale di Israele, nel contesto della rapida evoluzione della situazione in Siria, è impedire all’Iran di ristabilire la sua influenza nel Paese.
Netanyahu si è recato al confine e ha dichiarato che ciò che sta avvenendo in Siria è merito di Tel Aviv e dei suoi attacchi contro Hezbollah e l’Iran. Il Capo di stato maggiore israeliano, parlando alle truppe impegnate nel Golan, ha detto che l’esercito è attualmente impegnato su 4 fronti di guerra: Gaza, la Cisgiordania, il Libano e ora la Siria.
Intanto i media siriani controllati ormai dai miliziani salafiti, citando una dichiarazione del leader di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) Abu Mohammed al Julani, hanno smentito l’arresto del primo ministro, prelevato stamattina nel suo ufficio da uomini armati, affermando che Mohammed Jalali manterrà per ora il suo incarico alla guida del governo di Damasco in attesa della formazione di un esecutivo di transizione.
ORE 19.00 – Bashar al-Assad è arrivato in Russia. Fonti del Cremlino riferiscono che si trova attualmente a Mosca insieme alla sua famiglia.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Damasco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Damasco. Mostra tutti i post
22/10/2023
Israele cerca l’escalation. Nuovamente bombardata anche la Siria
Il governo israeliano probabilmente non sente la necessità di fermare l’escalation in Medio Oriente come viene invece richiesto dall’Onu e da molti paesi dell’area ed europei, preoccupati che il mattatoio su Gaza scateni un conflitto di proporzioni più ampie.
Stanotte i raid israeliani hanno colpito nuovamente la Siria e in particolare gli aeroporti di Damasco ed Aleppo. È la seconda volta in due settimana e l’ennesimo bombardamento israeliano sul territorio siriano da anni.
Gli attacchi notturni israeliani in Siria hanno, dunque, messo fuori uso i due principali aeroporti del Paese. Lo hanno riferito i media siriani, citando una fonte militare. “Intorno alle 5:25 (ora locale), il nemico israeliano ha effettuato un attacco aereo contro gli aeroporti internazionali di Damasco e Aleppo, provocando la morte di un dipendente” allo scalo della capitale “e il ferimento di un’altra” persona, ha precisato una fonte militare, citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana. “Le piste degli aeroporti sono fuori servizio”, ha aggiunto la stessa fonte.
Secondo altre fonti è salito a due il numero dei morti “a causa dei bombardamenti israeliani che hanno colpito l’aeroporto siriano di Damasco all’alba” riporta la Reuters. I due lavoratori uccisi appartenevano al servizio di meteorologia siriana e si trovavano all’aeroporto, ha dichiarato l’agenzia.
Le ragioni addotte da Israele sono le solite, le stesse da decenni a questa parte: esigenze di sicurezza. Un dogma che ha consentito a Israele di estendere i propri confini e di colpire con raid o omicidi mirati strutture e persone di altri paesi ritenuti una minaccia e che Usa e Ue hanno sempre legittimato o su cui sono stati silenti, alimentando una complicità che oggi gran parte del mondo non sembra più disposto ad accettare.
Fonte
Stanotte i raid israeliani hanno colpito nuovamente la Siria e in particolare gli aeroporti di Damasco ed Aleppo. È la seconda volta in due settimana e l’ennesimo bombardamento israeliano sul territorio siriano da anni.
Gli attacchi notturni israeliani in Siria hanno, dunque, messo fuori uso i due principali aeroporti del Paese. Lo hanno riferito i media siriani, citando una fonte militare. “Intorno alle 5:25 (ora locale), il nemico israeliano ha effettuato un attacco aereo contro gli aeroporti internazionali di Damasco e Aleppo, provocando la morte di un dipendente” allo scalo della capitale “e il ferimento di un’altra” persona, ha precisato una fonte militare, citata dall’agenzia ufficiale siriana Sana. “Le piste degli aeroporti sono fuori servizio”, ha aggiunto la stessa fonte.
Secondo altre fonti è salito a due il numero dei morti “a causa dei bombardamenti israeliani che hanno colpito l’aeroporto siriano di Damasco all’alba” riporta la Reuters. I due lavoratori uccisi appartenevano al servizio di meteorologia siriana e si trovavano all’aeroporto, ha dichiarato l’agenzia.
Le ragioni addotte da Israele sono le solite, le stesse da decenni a questa parte: esigenze di sicurezza. Un dogma che ha consentito a Israele di estendere i propri confini e di colpire con raid o omicidi mirati strutture e persone di altri paesi ritenuti una minaccia e che Usa e Ue hanno sempre legittimato o su cui sono stati silenti, alimentando una complicità che oggi gran parte del mondo non sembra più disposto ad accettare.
Fonte
26/08/2019
Sul Libano i lampi della guerra tra Israele e Iran
La guerra dei droni, che questa volta ha coinvolto anche il Libano, sta provocando una tensione sempre più pesante in tutto il Medio Oriente a causa della “guerra di fatto” innescata da Israele contro l’Iran.
Il primo ministro libanese Saad Hariri ha definito “Un’aggressione israeliana” la caduta di due droni armati israeliani a Beirut nei pressi di postazioni Hezbollah. I due droni sono stati probabilmente colpiti dalle difese di Hezbollah diventate molto più efficaci che in passato. Hariri – citato dai media israeliani – ha parlato di “minaccia alla stabilità regionale e tentativo di far aumentare la tensione”. Il premier libanese ha denunciato che quello con i droni israeliani è “un palese attacco alla sovranità libanese” e in “flagrante” violazione della risoluzione ONU 1701 (2006) volta a porre fine alle ostilità tra l’organizzazione libanese di Hezbollah e Israele”.
Il leader del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che i due droni israeliani caduti nella periferia sud di Beirut erano in “missione suicida” e che Hezbollah farà il possibile per impedire a Israele di inviare altri droni a Beirut. “Hezbollah non permetterà tale aggressione”, ha detto ieri, domenica, in un discorso televisivo ripreso da Al Jazeera. Nasrallah ha riaffermato che il suo movimento farà qualsiasi cosa per impedire che tali incidenti si ripetano. “D’ora in poi, abbatteremo tutti i droni israeliani nei cieli del Libano”.
Il leader di Hezbollah ha inoltre affermato che “l’ultimo sviluppo israeliano è molto, molto, molto pericoloso” e che gli attacchi di droni durante la notte erano destinati a un obiettivo specifico nel sobborgo di Dahyeh, a Beirut, controllato dagli Hezbollah.
Dal canto loro le autorità israeliane, per bocca dello stesso Netanyahu, diversamente che in passato questa volta hanno rivendicato i raid aerei nella notte fra sabato e domenica vicino a Damasco contro un deposito di missili di precisione. Secondo il Sole 24 Ore l’inaspettata conferma del premier, è parte del lungo conflitto fra Israele e Iran.
“Da più di due anni se ne annuncia l’inizio imminente, e l’esplosione della vera grande guerra mediorientale” scrive Ugo Tramballi, “in realtà la guerra è già iniziata: quasi quotidianamente gli israeliani colpiscono gli interessi militari iraniani in Siria: con i droni, con l’aviazione e, da terra, anche con le forze speciali”.
Fonte
Il primo ministro libanese Saad Hariri ha definito “Un’aggressione israeliana” la caduta di due droni armati israeliani a Beirut nei pressi di postazioni Hezbollah. I due droni sono stati probabilmente colpiti dalle difese di Hezbollah diventate molto più efficaci che in passato. Hariri – citato dai media israeliani – ha parlato di “minaccia alla stabilità regionale e tentativo di far aumentare la tensione”. Il premier libanese ha denunciato che quello con i droni israeliani è “un palese attacco alla sovranità libanese” e in “flagrante” violazione della risoluzione ONU 1701 (2006) volta a porre fine alle ostilità tra l’organizzazione libanese di Hezbollah e Israele”.
Il leader del movimento libanese Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha affermato che i due droni israeliani caduti nella periferia sud di Beirut erano in “missione suicida” e che Hezbollah farà il possibile per impedire a Israele di inviare altri droni a Beirut. “Hezbollah non permetterà tale aggressione”, ha detto ieri, domenica, in un discorso televisivo ripreso da Al Jazeera. Nasrallah ha riaffermato che il suo movimento farà qualsiasi cosa per impedire che tali incidenti si ripetano. “D’ora in poi, abbatteremo tutti i droni israeliani nei cieli del Libano”.
Il leader di Hezbollah ha inoltre affermato che “l’ultimo sviluppo israeliano è molto, molto, molto pericoloso” e che gli attacchi di droni durante la notte erano destinati a un obiettivo specifico nel sobborgo di Dahyeh, a Beirut, controllato dagli Hezbollah.
Dal canto loro le autorità israeliane, per bocca dello stesso Netanyahu, diversamente che in passato questa volta hanno rivendicato i raid aerei nella notte fra sabato e domenica vicino a Damasco contro un deposito di missili di precisione. Secondo il Sole 24 Ore l’inaspettata conferma del premier, è parte del lungo conflitto fra Israele e Iran.
“Da più di due anni se ne annuncia l’inizio imminente, e l’esplosione della vera grande guerra mediorientale” scrive Ugo Tramballi, “in realtà la guerra è già iniziata: quasi quotidianamente gli israeliani colpiscono gli interessi militari iraniani in Siria: con i droni, con l’aviazione e, da terra, anche con le forze speciali”.
Fonte
22/03/2017
Siria - Gli Usa bombardano una scuola: 33 morti. Respinta offensiva Al Qaida su Damasco
Anche questa volta non si tratta dell’Aleppo dagli innumerevoli ospedali pediatrici ma di Al Mansoura, città ancora in mano ai miliziani jiahdisti dell’Isis. E non si tratta neanche di bombardamenti russi, seguiti e denunciati con dovizia di particolari dai mass media, ma di bombardamenti statunitensi. Ma il risultato è che almeno 33 persone sono morte in un raid aereo condotto dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro una scuola usata come rifugio dagli sfollati e situata nei pressi della città di Al-Mansoura, nel Nord della Siria. Stando a quanto reso noto oggi dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’attacco è avvenuto “nelle prime ore di martedì” a sud di al-Mansoura, città controllata dai jihadisti dello Stato islamico.
“Possiamo confermare che sono morte 33 persone e che si trattava di sfollati provenienti da Raqqa, Aleppo e Homs”, ha detto il direttore dell’ong Rami Abdel Rahman. L’agenzia Askanews rende noto che, malgrado la ripresa dei combattimenti intorno a Damasco, il governo siriano e delegazioni dei ribelli hanno confermato la partecipazione ai negoziati di pace la cui ripresa è fissata per la prossima settimana a Ginevra. Lo confermano le Nazioni Unite.
L’agenzia Nena News riferisce che nei giorni scorsi c’è stata una massiccia offensiva lanciata contro la capitale siriana Damasco da Hay’at Tahrir al Sham (Hts, Assemblea per la Liberazione del Levante), la coalizione di forze jihadiste guidata da Fateh al Sham (an Nusra) e che risponde agli ordini di Ayman Zawahri, il leader di al Qaeda.
Si è trattato dell’attacco più ampio portato contro Damasco negli ultimi cinque anni ma ha trovato spazio solo in qualche articolo su pochi quotidiani. Non sorprende. Per governi e media occidentali al Qaeda è terrorista in Europa e Stati Uniti e “forza di liberazione” in Siria.
Ieri l’esercito siriano è riuscito a riprendere il controllo dell’area intorno alle aree di Jobar e Qaboun, da dove è scattato il piano dei qaedisti. Tra sabato e domenica però le truppe governative sono state prese alla sprovvista dall’attacco che ha visto l’impiego di auto imbottite di esplosivo, l’utilizzo di tunnel sotterranei e lanci di razzi e colpi di mortaio su aree centrali della capitale. I morti negli scontri a fuoco sono stati decine.
L’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham è stata appoggiata dagli alleati di Ahrar al Sham e da decine di uomini della fazione indipendente Failaq al Rahman. È dovuta intervenire la Guardia repubblicana, appoggiata dall’aviazione, per respingere le forze di al Qaeda.
Fonte
“Possiamo confermare che sono morte 33 persone e che si trattava di sfollati provenienti da Raqqa, Aleppo e Homs”, ha detto il direttore dell’ong Rami Abdel Rahman. L’agenzia Askanews rende noto che, malgrado la ripresa dei combattimenti intorno a Damasco, il governo siriano e delegazioni dei ribelli hanno confermato la partecipazione ai negoziati di pace la cui ripresa è fissata per la prossima settimana a Ginevra. Lo confermano le Nazioni Unite.
L’agenzia Nena News riferisce che nei giorni scorsi c’è stata una massiccia offensiva lanciata contro la capitale siriana Damasco da Hay’at Tahrir al Sham (Hts, Assemblea per la Liberazione del Levante), la coalizione di forze jihadiste guidata da Fateh al Sham (an Nusra) e che risponde agli ordini di Ayman Zawahri, il leader di al Qaeda.
Si è trattato dell’attacco più ampio portato contro Damasco negli ultimi cinque anni ma ha trovato spazio solo in qualche articolo su pochi quotidiani. Non sorprende. Per governi e media occidentali al Qaeda è terrorista in Europa e Stati Uniti e “forza di liberazione” in Siria.
Ieri l’esercito siriano è riuscito a riprendere il controllo dell’area intorno alle aree di Jobar e Qaboun, da dove è scattato il piano dei qaedisti. Tra sabato e domenica però le truppe governative sono state prese alla sprovvista dall’attacco che ha visto l’impiego di auto imbottite di esplosivo, l’utilizzo di tunnel sotterranei e lanci di razzi e colpi di mortaio su aree centrali della capitale. I morti negli scontri a fuoco sono stati decine.
L’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham è stata appoggiata dagli alleati di Ahrar al Sham e da decine di uomini della fazione indipendente Failaq al Rahman. È dovuta intervenire la Guardia repubblicana, appoggiata dall’aviazione, per respingere le forze di al Qaeda.
Fonte
21/03/2017
Al Qaeda attacca Damasco nell'indifferenza occidentale
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Non ci vuole molto ad
immaginare lo sdegno, oltre all’allarme e alla paura, che susciterebbe
un attacco di centinaia di miliziani di al Qaeda ad una città
occidentale. Sono ancora negli occhi di tutti le scene degli attentati
negli Stati Uniti nel 2001 e in tempi più recenti a Parigi, Bruxelles,
Nizza e Berlino dove hanno colpito militanti dell’Isis parente stretto
di al Qaeda. Invece è passata quasi inosservata la massiccia
offensiva lanciata nei giorni scorsi contro la capitale siriana Damasco
da Hay’at Tahrir al Sham (Hts, Assemblea per la Liberazione del
Levante), la coalizione di forze jihadiste guidata da Fateh al Sham (an
Nusra) e che risponde agli ordini di Ayman Zawahri, il leader di al
Qaeda.
Si è trattato dell’attacco più ampio portato contro Damasco negli
ultimi cinque anni ma ha trovato spazio solo in qualche articolo su
pochi quotidiani. Non sorprende. Per governi e media occidentali al
Qaeda è terrorista in Europa e Stati Uniti e “forza di liberazione” in
Siria.
Ieri l’esercito siriano è riuscito a riprendere il controllo
delle aree intorno a Jobar e Qaboun, da dove è scattato il
piano dei qaedisti. Tra sabato e domenica però le truppe
governative sono state prese alla sprovvista dall’attacco che ha visto
l’impiego di auto imbottite di esplosivo, l’utilizzo di tunnel
sotterranei e lanci di razzi e colpi di mortaio su aree centrali della
capitale. I morti negli scontri a fuoco sono stati decine.
L’offensiva della Hay’at Tahrir al Sham è stata appoggiata dagli alleati di Ahrar al Sham e da decine di uomini della fazione indipendente Failaq al Rahman.
È dovuta intervenire la Guardia repubblicana, appoggiata
dall’aviazione, per respingere le forze di al Qaeda. Nella capitale
siriana si è rivissuta la tensione dell’estate 2012 quando, dopo un
potente attentato al quartier generale delle forze di sicurezza, i
“ribelli” occuparono per alcuni giorni diversi quartieri e sobborghi nel
tentativo di dare una spallata” a Bashar Assad, prima di essere
costretti al ritiro. Da allora tante cose sono cambiate. Il presidente
ora è molto più forte, può contare sull’appoggio della Russia e
sull’aiuto all’esercito governativo da parte di migliaia di combattenti
sciiti iraniani, libanesi e afghani.
L’attacco a Damasco compiuto dalla joint venture di al Qaeda era
stato in qualche modo annunciato il 17 marzo, con un video postato in
rete, da Abu Jaber (Hashem al Sheikh), l’ex capo di
Ahrar al Sham scelto come coordinatore e portavoce della Hay’at Tahrir
al Sham. Abu Jaber, teorico del cosiddetto “jihad popolare”, ha invocato
l’unità di tutti i miliziani islamici. Quindi ha annunciato che
Hts avrebbe lanciato nuove operazioni armate e ricordato gli attacchi
«nel cuore delle fortificazioni» del nemico, ossia gli attentati con
decine di morti – uno dei quali a siti religiosi sciiti – compiuti a
Damasco nei giorni scorsi. Abu Jaber ha usato buona parte del
video per esortare i sunniti a prendere le armi contro gli sciiti e il
«nemico persiano» (l’Iran).
La nuova escalation di attacchi e violenze avviene mentre continuano i
colloqui tra Assad e i mediatori russi sulla nuova carta costituzionale
e per l’avvio di un processo politico in Siria. Mosca ha anche
raggiunto un accordo con le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che
prevede la presenza di militari russi nella zona della città di Afrin
dove organizzeranno l’addestramento del forze kurde.
Israele intanto alza la voce con la Siria. Il ministro della
difesa Lieberman ha avvertito che lo Stato ebraico distruggerà il
sistema di difesa antiarea della Siria se cercherà di nuovo di
respingere i raid dell’aviazione israeliana in territorio siriano, come
ha fatto nei giorni scorsi. L’incidente è stato considerato il
più grave tra i due Paesi dall’inizio della guerra in Siria. Alza il
tiro anche il capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot che ha
esteso all’intero Libano la responsabilità della situazione poiché non
farebbe nulla di concreto per bloccare il passaggio di armi in corso,
secondo Tel Aviv, dalla Siria a Hezbollah.
17/03/2017
Israele bombarda damasco, la Siria risponde con un missile su Gerusalemme
Quanto successo stanotte viene definito dai media regionali e
internazionali come il più grave incidente tra Siria e Israele dal 2011,
l’inizio della guerra civile siriana. Se numerose sono state le
operazioni israeliane sul territorio siriano, anche vicino Damasco,
spesso con target Hezbollah, lo scambio di fuoco di ieri notte ha
coinvolto anche il territorio israeliano.
Ieri notte quattro aerei dell’aeronautica di Tel Aviv sono penetrati in Siria e hanno lanciato diversi missili. Damasco ha reagito con i sistemi di difesa aerea e rispondendo con missili contro i jet militari israeliani. Nessuno di questi ha colpito i caccia, ma uno di loro è arrivato a nord di Gerusalemme dove è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano Arrow, mentre le sirene di avvertimento sarebbero risuonate nella Valle del Giordano. Secondo Damasco, invece, uno dei missili ha abbattuto un caccia nei pressi di Palmira.
L’altro elemento nuovo è l’ammissione immediata dell’esercito israeliano: a differenza delle smentite precedenti, stavolta – in una dichiarazione che il quotidiano Haaretz definisce “eccezionalmente rara” – ha ammesso di aver violato il cielo siriano con i caccia. Ogni precedente operazione, intorno Damasco e a sud, che ha avuto nel mirino convogli di Hezbollah ma anche i suoi leader: un anno fa, nel maggio 2016, Israele uccise Mustafa Badreddine, comandante militare del movimento sciita libanese, con un attacco aereo nei pressi dell’aeroporto di Damasco.
Prima era toccato ad un simbolo del movimento libanese, Samir Kuntar, prigioniero in un carcere israeliano per 29 anni, e ucciso da missili israealiani a Jaramana, sobborgo della capitale siriana alla fine del 2015.
L’interesse israeliano per la guerra civile siriana è stato da subito significativo. Non per il timore di un contagio che non c’è mai stato, a differenza degli altri paesi vicini travolti o comunque toccati dal flusso di gruppi jihadisti o dalle instabilità interne dovuto all’arrivo di milioni di profughi.
Per Tel Aviv la guerra civile è stata la migliore occasioni per liberarsi dell’asse nemico, Hezbollah-Damasco-Teheran. Non ha potuto gioire però perché il risultato sperato non è stato archiviato. Oggi, dunque, l’obiettivo di Tel Aviv – sconfitta dalla guerra come Riyadh e Ankara – è evitare un eccessivo rafforzamento iraniano ai suoi confini nord.
Nelle stesse ore nel nord del paese un bombardamento aereo centrava una moschea nell’ora della preghiera: almeno 42 i morti secondo fonti locali nel villaggio di al-Jina, provincia di Aleppo, ma potrebbero essere di più con i soccorsi impegnati a tirare fuori corpi dalle macerie. Responsabile dell’attacco sarebbe la coalizione a guida Usa anti-Isis che però nega: i jet non hanno colpito una moschea ad Aleppo, ma un meeting di al-Qaeda ad Idlib. Ora, fa sapere l’esercito Usa, è in corso un’indagine per verificare se sono stati commessi errori: secondo il colonnello Thomas, portavoce del comando centrale Usa, “non abbiamo centrato una moschea ma un edificio a 15 metri, la moschea è ancora in piedi”. Senza specificare a quale moschea si riferiscono.
Fonte
Ieri notte quattro aerei dell’aeronautica di Tel Aviv sono penetrati in Siria e hanno lanciato diversi missili. Damasco ha reagito con i sistemi di difesa aerea e rispondendo con missili contro i jet militari israeliani. Nessuno di questi ha colpito i caccia, ma uno di loro è arrivato a nord di Gerusalemme dove è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano Arrow, mentre le sirene di avvertimento sarebbero risuonate nella Valle del Giordano. Secondo Damasco, invece, uno dei missili ha abbattuto un caccia nei pressi di Palmira.
L’altro elemento nuovo è l’ammissione immediata dell’esercito israeliano: a differenza delle smentite precedenti, stavolta – in una dichiarazione che il quotidiano Haaretz definisce “eccezionalmente rara” – ha ammesso di aver violato il cielo siriano con i caccia. Ogni precedente operazione, intorno Damasco e a sud, che ha avuto nel mirino convogli di Hezbollah ma anche i suoi leader: un anno fa, nel maggio 2016, Israele uccise Mustafa Badreddine, comandante militare del movimento sciita libanese, con un attacco aereo nei pressi dell’aeroporto di Damasco.
Prima era toccato ad un simbolo del movimento libanese, Samir Kuntar, prigioniero in un carcere israeliano per 29 anni, e ucciso da missili israealiani a Jaramana, sobborgo della capitale siriana alla fine del 2015.
L’interesse israeliano per la guerra civile siriana è stato da subito significativo. Non per il timore di un contagio che non c’è mai stato, a differenza degli altri paesi vicini travolti o comunque toccati dal flusso di gruppi jihadisti o dalle instabilità interne dovuto all’arrivo di milioni di profughi.
Per Tel Aviv la guerra civile è stata la migliore occasioni per liberarsi dell’asse nemico, Hezbollah-Damasco-Teheran. Non ha potuto gioire però perché il risultato sperato non è stato archiviato. Oggi, dunque, l’obiettivo di Tel Aviv – sconfitta dalla guerra come Riyadh e Ankara – è evitare un eccessivo rafforzamento iraniano ai suoi confini nord.
Nelle stesse ore nel nord del paese un bombardamento aereo centrava una moschea nell’ora della preghiera: almeno 42 i morti secondo fonti locali nel villaggio di al-Jina, provincia di Aleppo, ma potrebbero essere di più con i soccorsi impegnati a tirare fuori corpi dalle macerie. Responsabile dell’attacco sarebbe la coalizione a guida Usa anti-Isis che però nega: i jet non hanno colpito una moschea ad Aleppo, ma un meeting di al-Qaeda ad Idlib. Ora, fa sapere l’esercito Usa, è in corso un’indagine per verificare se sono stati commessi errori: secondo il colonnello Thomas, portavoce del comando centrale Usa, “non abbiamo centrato una moschea ma un edificio a 15 metri, la moschea è ancora in piedi”. Senza specificare a quale moschea si riferiscono.
Fonte
16/03/2017
Siria - Attentati a Damasco e combattimenti a ridosso della Giordania
di Michele Giorgio
È difficile prevedere se la nuova carta costituzionale,
in discussione tra russi e siriani, si rivelerà la strada giusta per
mettere fine alla guerra civile in Siria, giunta al sesto anniversario,
che ha fatto centinaia di migliaia di morti e feriti e milioni di
rifugiati. I dubbi sono molti. I “ribelli”, al Qaeda, l’Isis non
vogliono alcuna soluzione politica e non rinunciano al sogno di
abbattere con la forza il regime “apostata” dello “sciita” Bashar Assad
per “riportare” la sovranità sunnita nel Paese. Dopo
l’attentato di sabato a siti religiosi sciiti (72 morti), ieri due
kamikaze hanno insanguinato di nuovo Damasco. Il primo si è fatto
saltare in aria di fronte al Palazzo di Giustizia a Hamidiyeh, sede di un grande mercato cittadino: 30 morti e 100 feriti. Il secondo ha detonato la cintura esplosiva in un ristorante a Rabweh.
Il quadro sul terreno intanto resta complesso. La tregua, scattata dopo la liberazione di Aleppo Est, resta fragile ma è riuscita a ridurre la violenza.
Si combatte però in molte aree del Paese e non, come si crede, solo a
nord dove si sta giocando la partita della riconquista di Raqqa, la
“capitale” dello Stato islamico in Siria. Si spara anche ad Est di
Damasco dove le forze governative guadagnano terreno ma lentamente e
nella Siria orientale da Palmira a Deir az-Zor, fino al confine con
l’Iraq.
La guerra prosegue anche a sud, forse lo scenario bellico più inquietante in questa fase. Eppure se ne parla poco.
Le truppe agli ordini di Assad hanno recuperato terreno, specie a
ridosso delle Alture del Golan occupate da Israele, ma altrettanto hanno
fatto i miliziani affiliati all’Isis. Un mese fa l’Esercito
Khalid Ibn al Walid – fedele allo Stato islamico e che raggruppa 1500
combattenti di tre gruppi jihadisti (Muthanna, Brigate dei Martiri di
Yarmouk e Jaish al-Mujahidin) - ha preso il controllo dei
villaggi di al Shajara, Jamla, Abidin, Nafaa, Ain Thakar, Tasil, Adwan,
Jillen e Sahm, approfittando della battaglia tra i governativi e i
qaedisti del Tahrir al-Sham per il controllo della
regione di Deraa. Hassan Abu Bakr, portavoce degli insorti della
Rivoluzione nel Fronte Sud, ha spiegato che gli affiliati all’Isis si
sono impossessati di armi pesanti, di carri armati T-55 e cannoni capaci
di colpire a grande distanza.
Tutto è avvenuto a qualche chilometro dal confine con la
Giordania facendo scattare l’allarme ad Amman, per anni schierata senza
alcuna esitazione con le petromonarchie del Golfo e gli Stati Uniti
contro Damasco. Ora gli hashemiti cominciano a tornare sui loro passi.
Le armi in possesso dell’Esercito Khalid Ibn al Walid infatti
minacciano le città dall’altra parte del confine come Ar-Ramtha e Irbid
(la seconda più grande della Giordania), abitata da quasi un milione di
persone. All’improvviso è andata in frantumi l’alleanza, volta
alla protezione della frontiera giordana, tra il regno hashemita e i
gruppi armati (un centinaio) riuniti sotto l’ombrello dell’Esercito
libero siriano (Els, la milizia dell’opposizione anti-Assad).
Il rischio avvertito dai giordani è che l’Isis possa proclamare un emirato in quelle regioni, quindi sul confine.
«I gruppi radicali (dell’Isis) costituiscono una minaccia enorme e
potrebbero lanciare missili sulle città giordane e attacchi come quello a
Rukban», spiega l’analista Amer al Sabayla in riferimento all’attentato che lo scorso giugno uccise sette soldati giordani sul confine. La minaccia ha indotto re Abdallah ad adottare un approccio diverso, decisamente più pragmatico, nei confronti di Damasco, e a cercare il dialogo con Mosca dove si è recato a gennaio. «Anche perché la Coalizione internazionale (a guida Usa, ndr) non ha una visione oltre i bombardamenti aerei dell’Isis», aggiunge al Sabayla.
Per Bashar Assad, che ora i giordani riconoscono come
l’attore più affidabile nel caotico contesto siriano, è un’altra
vittoria diplomatica. La situazione comunque resta fluida nel sud della Siria dove fa sentire la sua voce anche Israele.
Il viaggio del premier Netanyahu a Mosca, qualche giorno fa, è la
conferma che Tel Aviv vuole un’intesa con la Russia, il player più forte
in questa fase, allo scopo di garantire i suoi interessi sul terreno e
sui tavoli dei negoziati. Il principale è quello di limitare – e
idealmente escludere – la partecipazione dell’Iran al processo
politico siriano e di impedire che i combattenti sciiti, libanesi e
iraniani, alleati di Assad contro i jihadisti, possano schierarsi a
ridosso del Golan. Un punto sul quale Netanyahu ha battuto
molto e prima di lui anche il capo dell’opposizione israeliana Yitzhak
Herzog, volato in Russia con qualche giorno di anticipo sul premier.
Mosca non è in una posizione semplice, ha spiegato l’analista russo Dmitry Maryasis al portale al Monitor, perché Vladimir Putin «vuole mantenere buone relazioni con l’Iran» e non può fa pressioni su Tehran affinché si ritiri dalla Siria.
«Però – ha aggiunto – può ottenere che Hezbollah e altri gruppi sciiti
non operino vicino alle linee israeliane». Un favore per il quale Mosca
potrebbe richiedere in cambio la cooperazione di Israele nel settore del
gas.
07/01/2017
Quei “martiri” cristiani morti per Assad
Damasco, 6 gennaio 2017. Verso Aleppo col buio non si va, troppi predoni e tipi armati in giro per le strade e i villaggi. Il minimo che si rischia è una rapina. Tappa quindi a Damasco e una notte nel quartiere cristiano di Bab Tuma (la Porta di Tommaso). Stessi luoghi di un anno fa. Ma bastano poche ore e pochi incontri per capire che l’atmosfera non è più la stessa.
Certo, controlli e posti di blocco sono frequenti e accurati come allora. Ma i soldati vanno a caccia di kamikaze. Nella versione cintura esplosiva, quindi braccia in alto e lasciarsi palpare i fianchi. O in quella auto imbottita di tritolo, cosicché ai posti di blocco, prima ancora che tu ti sia avvicinato per farti ispezionare il bagagliaio, i militari premono a ripetizione uno strano aggeggio che lancia impulsi elettronici, in modo che se proprio tu devi esplodere lo faccia da lontano. Non è allegro, ovvio, ma non è nemmeno la sequela di domande, svuotamenti di tasche e lunghissime file che ricordavo.
Allo stesso modo, gli antichi resti della Porta sono coperti dalle immagini dei “martiri”, ovvero i giovani (e sui muri di Bab Tuma sono quasi tutti cristiani) che sono morti per combattere i jihadisti e i ribelli e per difendere, misteriosamente secondo i criteri di giudizio di molti in Occidente, il potere di Bashar al-Assad. Ma ad Abbassiyeen, nella grande piazza che ospita lo stadio, sono sparite le barricate che dividevano la città libera dai quartieri occupati dagli uomini di Al Nusra, che di notte uscivano da tunnel e cantine e cominciavano a tirare dove capitava missili e razzi. Anche in questo caso: non è una pacchia, i colpi sono continuati a cadere (in novembre un mortaio ha colpito, qui nel quartiere, anche la cupola della chiesa dei francescani), ma nulla che somigli a ciò che era la norma un anno fa.
È chiaro, insomma, che la riconquista di Aleppo ha segnato una svolta anche nello spirito dei siriani. Di tutti i siriani. I “lealisti” hanno visto svanire, dopo cinque anni, lo spettro del crollo totale. I ribelli e i terroristi, al contrario, hanno visto svanire la prospettiva della vittoria e fanno i primi conti con quello di una bruciante sconfitta.
La gente di Damasco un anno fa ripeteva senza sosta, quasi a esorcizzarle, storie di infinite crudeltà commesse dai jihadisti. Oggi allo stesso modo, ma con soddisfazione, racconta aneddoti che suggeriscono la rotta possibile dei miliziani: il cassiere di Al Nusra che è scappato coi soldi destinati alla guerra (900 mila dollari? Forse addirittura 9 milioni?), ribelli e jihadisti di Idlib che hanno pareri diversi sulla guerra e si sparano tra loro, i soldati di Erdogan che tirano sugli islamisti...
Poi, per non sperare troppo, i damasceni recuperano il realismo. Ricordano che i quartieri di Jobar e Harista sono ancora occupati dai miliziani, che la guerra non è finita, che la ricostruzione sarà faticosa e lunghissima. E così dicendo, ovviamente, tornano a sperare e il ciclo ricomincia.
È come se l’intera Damasco avesse in gola un enorme sospiro di sollievo e lo trattenesse per non volersi illudere. Ma l’antichissimo suq è un po’ più animato, a Bab Touma c’è qualche ristorante nuovo e la sera, anche nel buio provocato da un attentato dell’Isis alla centrale elettrica vicina a Palmira, si sente qualche giovane che ride.
Fonte
Certo, controlli e posti di blocco sono frequenti e accurati come allora. Ma i soldati vanno a caccia di kamikaze. Nella versione cintura esplosiva, quindi braccia in alto e lasciarsi palpare i fianchi. O in quella auto imbottita di tritolo, cosicché ai posti di blocco, prima ancora che tu ti sia avvicinato per farti ispezionare il bagagliaio, i militari premono a ripetizione uno strano aggeggio che lancia impulsi elettronici, in modo che se proprio tu devi esplodere lo faccia da lontano. Non è allegro, ovvio, ma non è nemmeno la sequela di domande, svuotamenti di tasche e lunghissime file che ricordavo.
Allo stesso modo, gli antichi resti della Porta sono coperti dalle immagini dei “martiri”, ovvero i giovani (e sui muri di Bab Tuma sono quasi tutti cristiani) che sono morti per combattere i jihadisti e i ribelli e per difendere, misteriosamente secondo i criteri di giudizio di molti in Occidente, il potere di Bashar al-Assad. Ma ad Abbassiyeen, nella grande piazza che ospita lo stadio, sono sparite le barricate che dividevano la città libera dai quartieri occupati dagli uomini di Al Nusra, che di notte uscivano da tunnel e cantine e cominciavano a tirare dove capitava missili e razzi. Anche in questo caso: non è una pacchia, i colpi sono continuati a cadere (in novembre un mortaio ha colpito, qui nel quartiere, anche la cupola della chiesa dei francescani), ma nulla che somigli a ciò che era la norma un anno fa.
È chiaro, insomma, che la riconquista di Aleppo ha segnato una svolta anche nello spirito dei siriani. Di tutti i siriani. I “lealisti” hanno visto svanire, dopo cinque anni, lo spettro del crollo totale. I ribelli e i terroristi, al contrario, hanno visto svanire la prospettiva della vittoria e fanno i primi conti con quello di una bruciante sconfitta.
La gente di Damasco un anno fa ripeteva senza sosta, quasi a esorcizzarle, storie di infinite crudeltà commesse dai jihadisti. Oggi allo stesso modo, ma con soddisfazione, racconta aneddoti che suggeriscono la rotta possibile dei miliziani: il cassiere di Al Nusra che è scappato coi soldi destinati alla guerra (900 mila dollari? Forse addirittura 9 milioni?), ribelli e jihadisti di Idlib che hanno pareri diversi sulla guerra e si sparano tra loro, i soldati di Erdogan che tirano sugli islamisti...
Poi, per non sperare troppo, i damasceni recuperano il realismo. Ricordano che i quartieri di Jobar e Harista sono ancora occupati dai miliziani, che la guerra non è finita, che la ricostruzione sarà faticosa e lunghissima. E così dicendo, ovviamente, tornano a sperare e il ciclo ricomincia.
È come se l’intera Damasco avesse in gola un enorme sospiro di sollievo e lo trattenesse per non volersi illudere. Ma l’antichissimo suq è un po’ più animato, a Bab Touma c’è qualche ristorante nuovo e la sera, anche nel buio provocato da un attentato dell’Isis alla centrale elettrica vicina a Palmira, si sente qualche giovane che ride.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)