Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.
È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele, all’interno di un nuovo e corposo rapporto interamente focalizzato sulle violazioni sistematiche contro i minori dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Secondo gli investigatori dell’ONU, l’uccisione intenzionale di minori non rappresenta un danno collaterale delle operazioni militari, bensì un elemento cardine della strategia bellica sionista, dalla quale risulta l’esistenza di un vero e proprio intento genocidario da parte dei vertici di Tel Aviv.
La commissione evidenzia come i bambini siano stati colpiti direttamente e sistematicamente anche in contesti teoricamente protetti: durante le evacuazioni forzate, all’interno dei rifugi, nelle zone dichiarate “sicure”, presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e persino successivamente all’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco nell’ottobre del 2025.
“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta, a commento della pubblicazione. Muralidhar ha poi aggiunto: “prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.
La chiarezza dell’intento genocidiario è in un qualche modo confermata anche dal fatto che, in questa escalation, i minori uccisi sono stati molto più delle pur sempre sanguinose operazioni di massacro degli anni precedenti. Il superamento delle soglie statistiche dei precedenti conflitti viene attribuito dalla Commissione ONU all’uso sistematico e continuativo di munizioni ad altissimo potenziale distruttivo ed esplosivi a largo raggio d’azione in quartieri residenziali a densità abitativa estrema.
Si tratta, dunque, di un modus operandi che dimostra la ricerca del massimo danno ai civili, o in altre parole la volontà di commettere una strage. Gli investigatori ritengono che i minori siano stati presi di mira collettivamente poiché le forze israeliane considerano l’intera popolazione civile di Gaza come intrinsecamente associata e complice di Hamas e degli altri gruppi armati.
Oltre alla violenza delle armi, il rapporto descrive condizioni di vita intollerabili imposte deliberatamente alla popolazione civile, configurando il crimine di sterminio e l’uso della fame come arma di guerra. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari, del cibo e dei medicinali essenziali ha provocato una malnutrizione diffusa e patologie gravi, traducendosi in traumi psicologici permanenti e decessi del tutto prevenibili.
Sotto la lente dell’ONU sono finiti anche gli attacchi incessanti contro le infrastrutture sanitarie e i reparti di maternità, che hanno stroncato sul nascere la sopravvivenza dei neonati, provocando al contempo un picco drammatico nel tasso di aborti spontanei tra le donne incinte. Sul fronte educativo, la distruzione o il grave danneggiamento di oltre il 97% delle scuole della Striscia ha di fatto cancellato il diritto all’istruzione per un’intera generazione.
Il dossier delle Nazioni Unite non si limita a Gaza, ma estende la denuncia alla Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, dove si registra una spaventosa escalation di violenze perpetrate dai coloni israeliani e dall’esercito ai danni dei minori palestinesi. La Commissione ha raccolto prove documentali e testimonianze dirette di torture sistematiche, abusi fisici e violenze sessuali o di genere durante le campagne di arresti di massa e la detenzione.
Moltissimi adolescenti, in particolare ragazzi, sono stati sottoposti a trattamenti degradanti continui, tra cui denudamenti forzati, percosse brutali e privazione del cibo. Condotte che, secondo le conclusioni dei giuristi internazionali, integrano a tutti gli effetti i crimini contro l’umanità di tortura e altri atti disumani volti a causare gravi sofferenze fisiche e mentali.
Ovviamente, la reazione propagandistica di Israele è stata immediata. La missione diplomatica dello Stato sionista presso le Nazioni Unite ha respinto in toto le conclusioni del testo, definendolo come un ennesimo rapporto diffamatorio di un organismo giudicato di parte. Per Israele le conclusioni della Commissione sono una calunnia, mentre Tel Aviv continua a millantare di impegnarsi nel ridurre al minimo i danni verso i minori.
La colpa, ancora una volta, viene fatta ricadere su Hamas e sull’utilizzo di scudi umani. Basterebbe ricordare che questo tipo di violenze sono continuate anche durante il cessate il fuoco per smontare la debole posizione israeliana. Dalle cancellerie occidentali, invece, rimane ancora assordante il silenzio, anche di fronte a questa nuova indagine.
Già nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta aveva decretato la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza. Oggi questo dato di fatto viene riportato all’attenzione internazionale con un focus sulla presa di mira sistematica dei bambini. La mancanza di misure concrete esplicita, se mai ce ne fosse ancora bisogna, la complicità di chi sta ancora sostenendo e armando Israele.
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25/06/2026
“Bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”
21/05/2026
La missione Onu per salvare gli archivi dei rifugiati palestinesi
Il Guardian racconta la corsa contro il tempo dei funzionari Onu per mettere al sicuro l’immenso patrimonio cartaceo, custode della memoria palestinese dalla Nakba a oggi.
Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava di svanire per sempre. E con lui la memoria della popolazione palestinese e la sua storia, dall’esodo forzato del 1948 dopo la creazione di Israele a oggi.
Per salvarlo gli operatori dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, hanno organizzato una delicata e rischiosissima operazione lunga 10 mesi.
Lo racconta il Guardian, che in un lungo pezzo pubblicato nell’anniversario della Nakba descrive il lavoro fatto per mettere al sicuro l’archivio della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est e trasferirlo ad Amman, in Giordania.
Un’operazione tutt’altro che semplice. Dopo il 7 ottobre gli uffici dell’Unrwa sono stati evacuati e i suoi dipendenti sono stati costretti a lasciare in sede l’archivio, in gran parte non ancora digitalizzato.
“C’era il rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente bruciati da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha raccontato al Guardian Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’Unrwa a Gaza. Così nei mesi successivi, nonostante i continui raid dell’Idf, una piccola squadra di funzionari ha raggiunto gli uffici di Gaza City e caricato il furgone a noleggio.
Attraverso tre viaggi ad altissimo rischio i documenti sono stati portati a sud, in un magazzino alimentare di Rafah. Il team, lavorando in incognito, è riuscito a farli uscire attraverso il confine con l’Egitto. Da lì poi, grazie a un’organizzazione benefica, sono stati trasferiti ad Amman usando gli aerei che facevano ritorno in Giordania dopo aver consegnato gli aiuti.
Nello stesso periodo la missione è stata condotta anche nella sede di Gerusalemme Est, spesso oggetto di assalti. Ora, riferisce sempre il Guardian, i milioni di documenti si trovano in un seminterrato di Amman, dove 50 dipendenti dell’Unrwa stanno lavorando a un lungo processo di digitalizzazione di ogni singola carta.
Quei documenti sono “cruciali per l’esperienza palestinese” ha sottolineato Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi. “La loro distruzione sarebbe stata catastrofica” ha detto al Guardian Roger Hearn, alto funzionario dell’Unrwa. “Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, sono l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”.
Milioni di foto, documenti, atti di proprietà, certificati di nascita, di matrimonio e di morte. Un immenso patrimonio che dopo il 7 ottobre rischiava di svanire per sempre. E con lui la memoria della popolazione palestinese e la sua storia, dall’esodo forzato del 1948 dopo la creazione di Israele a oggi.
Per salvarlo gli operatori dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, hanno organizzato una delicata e rischiosissima operazione lunga 10 mesi.
Lo racconta il Guardian, che in un lungo pezzo pubblicato nell’anniversario della Nakba descrive il lavoro fatto per mettere al sicuro l’archivio della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est e trasferirlo ad Amman, in Giordania.
Un’operazione tutt’altro che semplice. Dopo il 7 ottobre gli uffici dell’Unrwa sono stati evacuati e i suoi dipendenti sono stati costretti a lasciare in sede l’archivio, in gran parte non ancora digitalizzato.
“C’era il rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente bruciati da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha raccontato al Guardian Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’Unrwa a Gaza. Così nei mesi successivi, nonostante i continui raid dell’Idf, una piccola squadra di funzionari ha raggiunto gli uffici di Gaza City e caricato il furgone a noleggio.
Attraverso tre viaggi ad altissimo rischio i documenti sono stati portati a sud, in un magazzino alimentare di Rafah. Il team, lavorando in incognito, è riuscito a farli uscire attraverso il confine con l’Egitto. Da lì poi, grazie a un’organizzazione benefica, sono stati trasferiti ad Amman usando gli aerei che facevano ritorno in Giordania dopo aver consegnato gli aiuti.
Nello stesso periodo la missione è stata condotta anche nella sede di Gerusalemme Est, spesso oggetto di assalti. Ora, riferisce sempre il Guardian, i milioni di documenti si trovano in un seminterrato di Amman, dove 50 dipendenti dell’Unrwa stanno lavorando a un lungo processo di digitalizzazione di ogni singola carta.
Quei documenti sono “cruciali per l’esperienza palestinese” ha sottolineato Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi. “La loro distruzione sarebbe stata catastrofica” ha detto al Guardian Roger Hearn, alto funzionario dell’Unrwa. “Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, sono l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”.
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da Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2026
La missione segreta per salvare il vitale archivio delle Nazioni Unite sui rifugiati palestinesi
Il viaggio da Gerusalemme Est ad Amman avrebbe dovuto essere semplice: un breve tragitto in auto fino al Mar Morto, oltre il valico di frontiera e subito a destinazione la capitale giordana.
Ma all’inizio dell’estate del 2024, la distanza si rivelò un ostacolo quasi insormontabile per gli operatori umanitari dell’UNRWA (l’ Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi), impegnati a mettere in salvo enormi quantità di documenti d’archivio di vitale importanza per decenni di storia recente palestinese.
Un’operazione durata 10 mesi per salvare gli archivi custoditi dall’UNRWA a Gaza e Gerusalemme Est stava giungendo alle fasi finali. L’intervento era stato estremamente delicato e a tratti pericoloso. Aveva già coinvolto decine di membri dello staff dell’UNRWA in almeno quattro paesi diversi, viaggi rischiosi per salvare documenti sotto i bombardamenti, funzionari che trasportavano con cura buste anonime in Egitto e preziose scatole portate in salvo con aerei militari.
Ma ormai il tempo stringeva. Il vasto complesso dell’UNRWA a Gerusalemme Est era diventato il fulcro di un’azione concertata israeliana per espellere l’agenzia, nonché bersaglio di gruppi di destra.
L’importanza degli archivi dell’UNRWA, che contenevano molti documenti sulle esperienze dei palestinesi in fuga o costretti ad abbandonare le proprie case durante le guerre che portarono alla fondazione di Israele nel 1948, era evidente.
“La loro distruzione sarebbe stata catastrofica… Se mai ci sarà una soluzione giusta e duratura a questo conflitto, questa è l’unica prova che si può usare per dimostrare che un tempo in quel luogo vivevano palestinesi”, ha affermato Roger Hearn, un alto funzionario dell’UNRWA che ha supervisionato l’operazione.
Tali attività clandestine non avrebbero mai dovuto rientrare tra i compiti dell’UNRWA, fondata nel 1949 per fornire assistenza sanitaria, cibo e istruzione a circa 750.000 rifugiati palestinesi.
All’inizio della guerra a Gaza, scoppiata in seguito all’attacco a sorpresa di Hamas contro Israele che causò la morte di 1.200 persone, per lo più civili, gli archivi dell’organizzazione erano sparsi nei paesi del Medio Oriente in cui opera. In scatole impolverate nel complesso dell’UNRWA a Gaza City si trovavano le schede di registrazione originali dei rifugiati palestinesi che avevano cercato rifugio a Gaza nel 1948, nonché certificati di nascita, matrimonio e morte risalenti a diverse generazioni. Questi documenti potrebbero permettere ai palestinesi i cui antenati furono costretti ad abbandonare le proprie case di ricostruire le origini familiari in quello che sarebbe diventato Israele.
Nonostante i precedenti tentativi di digitalizzare i documenti, nel 2023 centinaia di migliaia di documenti storici erano ancora disponibili solo in formato cartaceo, vulnerabili a incendi, alluvioni o distruzione deliberata.
Jean-Pierre Filiu, professore di Studi sul Medio Oriente presso Sciences Po a Parigi, che visitò Gaza durante la guerra, ha descritto i documenti come “cruciali per l’esperienza palestinese”.
«Ci sono testimonianze di come le persone furono costrette a fuggire nel 1948, da dove provenivano, dove si trovavano i loro beni, cosa fu distrutto. Duecentomila persone arrivarono a Gaza tra il 1948 e il 1949, da tutta la Palestina », ha detto Filiu.
Per decenni, Israele si è mostrato ostile all’UNRWA, accusando l’agenzia di alimentare le speranze palestinesi di un ritorno alle proprie terre d’origine, concedendo lo status di rifugiato ai discendenti degli sfollati. Israele ha inoltre spesso accusato l’UNRWA di utilizzare nelle proprie scuole libri di testo che promuovono posizioni anti-israeliane e antisemite.
Dopo il raid di Hamas del 2023, Israele ha affermato che alcuni membri dello staff dell’UNRWA a Gaza avevano preso parte all’attacco. L’agenzia ha poi licenziato nove dei suoi dipendenti a seguito di un’indagine.
La prima fase dell’operazione di recupero dei documenti è stata drammatica e rischiosa.
Pochi giorni dopo l’invasione di Gaza da parte delle sue forze, Israele ha ordinato l’evacuazione degli uffici dell’UNRWA a Gaza City. Il personale internazionale ha lasciato la sede nel giro di poche ore, impossibilitato a portare con sé gli archivi di vitale importanza.
“C’era un rischio concreto che gli israeliani intervenissero e li distruggessero, oppure che venissero semplicemente distrutti da un incendio, un’esplosione o chissà cos’altro”, ha dichiarato Sam Rose, direttore ad interim degli affari dell’UNRWA a Gaza.
Solo pochi mesi prima, il sistema di registrazione digitale dell’UNRWA era stato temporaneamente disattivato a seguito di un attacco informatico, e c’era anche una diffusa preoccupazione che un altro attacco informatico potesse cancellare dai server i dati già digitalizzati.
“C’è stato un periodo molto pericoloso in cui subivamo moltissimi attacchi [informatici] ogni giorno e abbiamo davvero temuto di vedere distrutti sia gli originali che tutte le copie digitali che avevamo realizzato. A quel punto, tutto sarebbe andato perduto per sempre”, ha detto Hearn.
Nonostante i continui raid aerei e i bombardamenti, tra i più letali dell’incessante offensiva israeliana, che hanno causato la morte di oltre 70.000 persone, per lo più civili, una piccola squadra di funzionari dell’UNRWA ha raggiunto a bordo di furgoni a noleggio il vasto complesso dell’organizzazione a Gaza City. Hanno effettuato tre viaggi per portare i documenti a sud, in un magazzino alimentare a Rafah, al confine con l’Egitto.
Ma il Cairo non avrebbe permesso che gli archivi uscissero da Gaza senza consultare Israele. I funzionari dell’UNRWA erano certi che i funzionari israeliani, che avevano imposto un blocco quasi totale su Gaza, avrebbero immediatamente compreso l’importanza dei documenti e li avrebbero sequestrati o impedito il loro ingresso. Nel 1982, quando Israele invase il Libano, i suoi militari prelevarono gli archivi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina dagli uffici di Beirut.
Al contrario, funzionari dell’UNRWA muniti di passaporti internazionali furono incaricati di far uscire gli archivi senza destare sospetti.
«Se qualcuno veniva fermato alla frontiera, diceva semplicemente di avere con sé dei documenti. C’erano montagne [di documenti] da sbrigare. Tutti si portavano dietro un sacco di cose», ha detto Rose.
Nei sei mesi successivi, i documenti furono raccolti in Egitto e poi trasportati da un’organizzazione benefica giordana utilizzando gli aerei militari del regno, che facevano ritorno ad Amman dopo aver consegnato aiuti a Gaza. L’ultimo carico era in viaggio appena due settimane prima che i carri armati israeliani si muovessero per conquistare Rafah nel maggio 2024, bloccando definitivamente la via di fuga.
Restava però da recuperare con urgenza un altro insieme di documenti altrettanto importanti, custoditi nel complesso dell’UNRWA a Gerusalemme Est.
A poche settimane dall’inizio della guerra, che sarebbe durata due anni, Israele aveva intensificato le accuse di collaborazione tra l’UNRWA e Hamas, lanciando una campagna di ostruzionismo e molestie nei confronti dell’agenzia. All’inizio del 2024, il complesso di Gerusalemme Est era bersaglio di proteste e di una serie di incendi dolosi che causarono ingenti danni. Le manovre per espellere l’UNRWA si stavano intensificando.
“A Gerusalemme Est, abbiamo ricevuto per mesi avvertimenti sul fatto che avremmo perso l’accesso [ai nostri uffici]”, ha detto Rose.
I tentativi di persuadere le missioni diplomatiche amiche a custodire gli archivi non ebbero successo. Pertanto, con il tempo che stringeva, anche questi furono rimossi dal personale e trasferiti segretamente nel corso di diversi mesi, raggiungendo infine gli uffici dell’UNRWA in Giordania. Nel gennaio 2025, nuove leggi israeliane vietarono all’agenzia l’accesso a Israele e alla Palestina occupata da Israele.
Ad Amman è stato avviato un nuovo e vasto progetto per la digitalizzazione dei documenti. Finanziato principalmente dal Lussemburgo, oltre 50 dipendenti dell’UNRWA hanno lavorato in uno scantinato affollato e angusto per scansionare a mano un gran numero di documenti originali di registrazione dei rifugiati, delle dimensioni di una cartolina, oltre a milioni di altri documenti.
«Ora [gli archivi] non si trovano più in Palestina, ma almeno sono al sicuro», ha detto Filiu.
Con quasi 30 milioni di documenti ormai digitalizzati, l’UNRWA si propone di fornire a ogni rifugiato palestinese il proprio albero genealogico e tutta la documentazione di supporto, nonché di realizzare mappe che mostrino i modelli di spostamento del 1948. Gli archivi consentiranno inoltre una migliore comprensione degli eventi, ampiamente controversi, relativi all’espulsione e alla fuga di circa 750.000 palestinesi in quel periodo. I funzionari stimano che il completamento dell’operazione potrebbe richiedere altri due anni.
La dottoressa Anne Irfan, storica del Medio Oriente moderno presso l’University College di Londra e autrice del recente libro ” Una breve storia della Striscia di Gaza” , ha affermato che i documenti forniscono una testimonianza fondamentale della storia nazionale palestinese.
“I palestinesi sono un popolo senza stato e senza un archivio nazionale pienamente unificato… quindi l’archivio dell’UNRWA ha un significato particolare per loro”, ha affermato Irfan.
Gli archivi digitalizzati aprono molteplici prospettive di indagine sull’esperienza dei rifugiati palestinesi, sul ruolo delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, e sugli elementi chiave della politica mediorientale degli ultimi 80 anni, ha dichiarato Irfan al Guardian.
“Si tratta di una storia molto controversa, una storia che potrebbe avere ripercussioni molto concrete sul presente.”
Fin dalla sua fondazione nel 1949, lo staff dell’UNRWA ha contribuito a fornire assistenza sanitaria, cibo e istruzione ai rifugiati palestinesi.
Fonte
30/03/2026
La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani
Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.
I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.
Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.
Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.
Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.
La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.
Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.
Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?”
Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.
Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.
Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?
Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.
P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...
I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.
Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.
Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.
Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.
La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.
Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.
Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?”
Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.
Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.
Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?
Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.
P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...
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Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia
L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità
L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.
È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.
«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».
L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.
L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.
Fonte
23/01/2026
Nuove stragi a Gaza, mentre Netanyahu aderisce al Board of peace
Israele sta compiendo in queste ore una serie di ulteriori e gravissime violazione del cessate il fuoco. Il giornalista palestinese Abdul Raouf Shaath è stato ucciso insieme ai colleghi Mohammed Qeshta e Anas Ghanem da un attacco aereo israeliano che ha colpito il veicolo su cui viaggiavano nel centro di Gaza.
L’auto, chiaramente contrassegnata con l’emblema del Comitato Egiziano, è stata bombardata, in totale violazione del cessate il fuoco e del diritto internazionale.
I tre giornalisti erano in servizio con il Comitato al momento dell’attacco: l’organismo opera sotto la diretta supervisione del governo egiziano ed è responsabile del coordinamento e dell’organizzazione delle consegne di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Abdul Raouf Shaath si era sposato tredici giorni fa.
Gli elicotteri dell’esercito israeliano hanno sparato nel centro della Striscia, sulle aree dove si concentrano famiglie di sfollati. A est di Deir el-Balah, l’artiglieria pesante ha colpito abitazioni e terreni, uccidendo tre palestinesi della stessa famiglia: un padre, il figlio e un altro parente, secondo fonti dell’ospedale al-Aqsa. Nella stessa zona, l’agenzia Wafa riferisce che un bambino di dieci anni è stato ucciso da colpi israeliani mentre si trovava al di fuori delle aree di dispiegamento militare. A Khan Younis si contano altre due vittime: un ragazzo di 13 anni e una donna di 32 anni. I bombardamenti hanno raggiunto anche il campo profughi di Bureij, nel centro, e il nord della Striscia, dove a Beit Lahiya i soldati hanno demolito edifici residenziali.
Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, il ministero della Sanità di Gaza conta almeno 485 palestinesi uccisi, tra cui 169 bambini e 64 donne. Alla violenza militare si somma l’emergenza umanitaria. A Gaza è morta di freddo una bambina di sette mesi, l’ennesima vittima delle condizioni di vita imposte alla popolazione civile: case distrutte, tende improvvisate, assenza di elettricità e riscaldamento nel pieno dell’inverno. Una morte che arriva mentre le autorità sanitarie locali e le agenzie umanitarie tentano di portare avanti campagne di vaccinazione di emergenza, in particolare contro poliomielite e morbillo, ostacolate dalla scarsità di carburante, dalle restrizioni alla circolazione e dai bombardamenti. Le équipe mediche operano in condizioni estremamente precarie, con difficoltà a raggiungere i bambini nelle aree più colpite e con strutture sanitarie danneggiate o fuori servizio.
Le stragi di oggi avvengono proprio mentre Benyamin Netanyahu annuncia di aver accettato l’invito di Donald Trump a partecipare al suo “Board of peace”. E nelle stesse ore in cui Israele porta avanti una violentissima operazione militare a Hebron. Da lunedì le strade e le arterie principali sono state chiuse, i quartieri separati con terrapieni, i cecchini posizionati sui tetti, le case demolite, mentre raid colpiscono scuole, negozi e abitazioni. Le Nazioni Unite parlano di una situazione di assedio, con la popolazione civile intrappolata e privata dei servizi essenziali, mentre la pressione militare si intensifica giorno dopo giorno.
A Gerusalemme Est, l’attacco si concentra sull’UNRWA. Israele ha distrutto ieri un edificio dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, cancellandone di fatto la presenza operativa in città. La decisione colpisce direttamente scuole, uffici e strutture di assistenza, lasciando migliaia di persone senza servizi educativi e umanitari. È un passaggio che va oltre il singolo edificio: segna un’ulteriore erosione del ruolo delle Nazioni Unite e rafforza una strategia di svuotamento sistematico della presenza palestinese a Gerusalemme Est.
È su questo sfondo che prende forma il “Board of peace”. Un organismo presentato come strumento di gestione del dopoguerra a Gaza, ma composto in larga parte da affaristi, costruttori, uomini d’affari e amici personali di Trump. Il presidente statunitense, secondo lo statuto, ne diventa il presidente a vita, con poteri pressoché illimitati: diritto di veto, ultima parola su ogni decisione, controllo delle risorse economiche e della ricostruzione. Un assetto che concentra il potere in un’unica figura e riduce ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite, più volte attaccate dallo stesso Trump.
Mentre Israele, Turchia, Egitto, Kosovo, Armenia, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kazakistan e altri hanno annunciato di aver accettato l’invito del tycoon, alcuni stati europei stanno prendendo un’altra strada. Francia, Norvegia e Svezia hanno annunciato che non parteciperanno all’iniziativa così come è stata presentata. Parigi ha chiarito di sostenere il piano di pace statunitense, ma di rifiutare la creazione di un organismo che sostituirebbe l’ONU.
La risposta di Trump non si è fatta attendere: minacce di dazi e nuove tensioni commerciali, in un clima già segnato da frizioni profonde tra Washington e i partner europei. A raffreddare gli animi dei governi occidentali, la notizia di una tassa di ingresso di 1 miliardo di euro, che tutti gli stati dovranno pagare direttamente a Trump per mantenere il diritto alla propria poltrona. E anche l’inclusione del presidente russo Vladimir Putin, giudicato dai Paesi UE una sorta di “nemico pubblico numero 1”.
Fonte
L’auto, chiaramente contrassegnata con l’emblema del Comitato Egiziano, è stata bombardata, in totale violazione del cessate il fuoco e del diritto internazionale.
I tre giornalisti erano in servizio con il Comitato al momento dell’attacco: l’organismo opera sotto la diretta supervisione del governo egiziano ed è responsabile del coordinamento e dell’organizzazione delle consegne di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Abdul Raouf Shaath si era sposato tredici giorni fa.
Gli elicotteri dell’esercito israeliano hanno sparato nel centro della Striscia, sulle aree dove si concentrano famiglie di sfollati. A est di Deir el-Balah, l’artiglieria pesante ha colpito abitazioni e terreni, uccidendo tre palestinesi della stessa famiglia: un padre, il figlio e un altro parente, secondo fonti dell’ospedale al-Aqsa. Nella stessa zona, l’agenzia Wafa riferisce che un bambino di dieci anni è stato ucciso da colpi israeliani mentre si trovava al di fuori delle aree di dispiegamento militare. A Khan Younis si contano altre due vittime: un ragazzo di 13 anni e una donna di 32 anni. I bombardamenti hanno raggiunto anche il campo profughi di Bureij, nel centro, e il nord della Striscia, dove a Beit Lahiya i soldati hanno demolito edifici residenziali.
Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, il ministero della Sanità di Gaza conta almeno 485 palestinesi uccisi, tra cui 169 bambini e 64 donne. Alla violenza militare si somma l’emergenza umanitaria. A Gaza è morta di freddo una bambina di sette mesi, l’ennesima vittima delle condizioni di vita imposte alla popolazione civile: case distrutte, tende improvvisate, assenza di elettricità e riscaldamento nel pieno dell’inverno. Una morte che arriva mentre le autorità sanitarie locali e le agenzie umanitarie tentano di portare avanti campagne di vaccinazione di emergenza, in particolare contro poliomielite e morbillo, ostacolate dalla scarsità di carburante, dalle restrizioni alla circolazione e dai bombardamenti. Le équipe mediche operano in condizioni estremamente precarie, con difficoltà a raggiungere i bambini nelle aree più colpite e con strutture sanitarie danneggiate o fuori servizio.
Le stragi di oggi avvengono proprio mentre Benyamin Netanyahu annuncia di aver accettato l’invito di Donald Trump a partecipare al suo “Board of peace”. E nelle stesse ore in cui Israele porta avanti una violentissima operazione militare a Hebron. Da lunedì le strade e le arterie principali sono state chiuse, i quartieri separati con terrapieni, i cecchini posizionati sui tetti, le case demolite, mentre raid colpiscono scuole, negozi e abitazioni. Le Nazioni Unite parlano di una situazione di assedio, con la popolazione civile intrappolata e privata dei servizi essenziali, mentre la pressione militare si intensifica giorno dopo giorno.
A Gerusalemme Est, l’attacco si concentra sull’UNRWA. Israele ha distrutto ieri un edificio dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, cancellandone di fatto la presenza operativa in città. La decisione colpisce direttamente scuole, uffici e strutture di assistenza, lasciando migliaia di persone senza servizi educativi e umanitari. È un passaggio che va oltre il singolo edificio: segna un’ulteriore erosione del ruolo delle Nazioni Unite e rafforza una strategia di svuotamento sistematico della presenza palestinese a Gerusalemme Est.
È su questo sfondo che prende forma il “Board of peace”. Un organismo presentato come strumento di gestione del dopoguerra a Gaza, ma composto in larga parte da affaristi, costruttori, uomini d’affari e amici personali di Trump. Il presidente statunitense, secondo lo statuto, ne diventa il presidente a vita, con poteri pressoché illimitati: diritto di veto, ultima parola su ogni decisione, controllo delle risorse economiche e della ricostruzione. Un assetto che concentra il potere in un’unica figura e riduce ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite, più volte attaccate dallo stesso Trump.
Mentre Israele, Turchia, Egitto, Kosovo, Armenia, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kazakistan e altri hanno annunciato di aver accettato l’invito del tycoon, alcuni stati europei stanno prendendo un’altra strada. Francia, Norvegia e Svezia hanno annunciato che non parteciperanno all’iniziativa così come è stata presentata. Parigi ha chiarito di sostenere il piano di pace statunitense, ma di rifiutare la creazione di un organismo che sostituirebbe l’ONU.
La risposta di Trump non si è fatta attendere: minacce di dazi e nuove tensioni commerciali, in un clima già segnato da frizioni profonde tra Washington e i partner europei. A raffreddare gli animi dei governi occidentali, la notizia di una tassa di ingresso di 1 miliardo di euro, che tutti gli stati dovranno pagare direttamente a Trump per mantenere il diritto alla propria poltrona. E anche l’inclusione del presidente russo Vladimir Putin, giudicato dai Paesi UE una sorta di “nemico pubblico numero 1”.
Fonte
23/08/2025
Il piano di insediamento E1 condannerà la Palestina. Deve essere fermato
La decisione del governo Netanyahu di andare avanti con il progetto E1, che mira a collegare gli insediamenti nel blocco di Maale Adumim nella Cisgiordania occupata con Gerusalemme Est, è un assassinio mirato della pace. È il proiettile di un cecchino al cuore della convivenza futura.
Si tratta di una risposta criminale alla crescente lista di nazioni che hanno deciso di riconoscere lo Stato di Palestina. Nella mente del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati, lo sviluppo dell’E1 infliggerà un colpo mortale all’idea di uno stato palestinese.
E1 è una delle poche aree della periferia orientale di Gerusalemme che non è coperta dagli insediamenti ebraici. È sede di un imponente quartier generale della polizia israeliana, insieme ad alcune umili comunità beduine. Il suo sviluppo creerebbe un cuneo nel cuore della Cisgiordania occupata, separando il nord dal sud, chiudendo al contempo l’ultima via relativamente aperta per i palestinesi per accedere ai luoghi santi di Gerusalemme Est, alle entrate del turismo, agli ospedali e ai sistemi di trasporto.
Il diritto internazionale, che riconosce la Linea Verde del 1967 come confine intorno al territorio palestinese, sarebbe ignorato da Israele, come sempre.
L’ultima fase del piano per la Grande Gerusalemme viene così messa in atto: un cuneo che giudaizzerà la terra da Tel Aviv alla Giordania, mentre i coloni nella Città Vecchia di Gerusalemme aumentano la loro presenza, con l’obiettivo di negare l’autodeterminazione palestinese.
“Casa per casa” è sempre stata la strategia del movimento dei coloni di destra; oggi, l’accaparramento delle terre e demolizioni di case palestinesi procedono a ritmi mai visti prima.
Con un’amministrazione statunitense silenziosa o complice – Mike Huckabee, l’ambasciatore sionista cristiano in Israele, sostiene che lo sviluppo dell’E1 non è una violazione del diritto internazionale – il governo israeliano sta puntando il dito contro la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che nel luglio 2024 ha stabilito che Israele deve cessare la sua occupazione.
La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia ha osservato: “La Corte ritiene che le violazioni da parte di Israele del divieto di acquisizione di territori con la forza e del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione abbiano un impatto diretto sulla legalità della continua presenza di Israele, come potenza occupante, nei Territori Palestinesi Occupati.
L’abuso prolungato da parte di Israele della sua posizione di potenza occupante, attraverso l’annessione e l’affermazione di un controllo permanente sui Territori Palestinesi Occupati e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, viola i principi fondamentali del diritto internazionale e rende illegale la presenza di Israele nei Territori Palestinesi Occupati”.
Di fronte alla palese sfida di Israele, e per porre fine al barbaro assalto contro uomini, donne e bambini palestinesi a Gaza, la comunità internazionale deve ora – finalmente – prendere provvedimenti per garantire il rispetto del diritto internazionale.
Israele deve essere messo sotto pressione affinché rispetti i suoi obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, al fine di porre fine all’impunità che sta distruggendo non solo la vita dei palestinesi di Gaza, ma anche il futuro di entrambi i popoli.
In passato, la pressione internazionale è riuscita a ritardare i piani per popolare l’E1 con insediamenti ebraici illegali. Ma gli embarghi minori e le sanzioni minime a cui stiamo assistendo oggi non sono sufficienti a intaccare l’impunità israeliana. Al contrario, gli attivisti pro-Palestina vengono arrestati e attaccati, sia qui in Israele che all’estero.
Gerusalemme è il gioiello della corona per le forze messianiche che guidano l’agenda in Israele. Molti, in particolare i cristiani sionisti sostenitori dell’estrema destra israeliana, cercano il “rapimento” e la “fine dei giorni”. Non sono interessati alla pace. Sfidano gli antichi valori ebraici incentrati sul Salmo 34:14: “Cercate la pace e perseguitela”.
Così, con gli occhi del mondo giustamente puntati su Gaza, lo scenario apocalittico formulato dai ministri israeliani ultra-nazionalisti, come Smotrich e Ben Gvir, richiede una guerra eterna – insieme a inevitabili cicli di vendetta, paura, odio e dolore, riducendo la Palestina a una serie di bantustan pesantemente securitizzati.
L’insediamento di E1 significa anche lo sfollamento forzato nelle baraccopoli per migliaia di beduini nella periferia di Gerusalemme. Molti furono espulsi nel 1948 dal deserto del Naqab. Stanno già soffrendo a causa della violenza armata dei coloni e del controllo militare, che ha interrotto le loro tradizioni di sussistenza pastorale semi-nomade.
L’ex presidente palestinese Yasser Arafat una volta si riferì a queste comunità beduine come ai “guardiani di Gerusalemme”. La loro conoscenza della vita e della cultura del deserto è uno strumento essenziale, in particolare mentre il mondo è alle prese con temperature sempre più elevate, tra cui la minaccia di estati a 50° entro pochi decenni in Israele, che rendono la vita quasi insopportabile per molti.
Negare alle comunità beduine la libertà di vivere modestamente nel deserto è una decisione che perseguiterà noi e i nostri figli, soprattutto quando non ci saranno più insegnanti con la conoscenza di come sopravvivere in condizioni di vita estreme. Dobbiamo amare lo stile di vita beduino, non eliminarlo.
È tempo di gridare mayday. La barca sta affondando. Il Terzo tempio, che è l’Israele moderno, viene distrutto dai ciechi uomini di guerra, spinti dall’arroganza e pieni di potere. Riducono Gaza in polvere e cenere umana, mentre bramano Gerusalemme e chiudono i loro cuori. Chi fermerà questa follia?
Fonte
Si tratta di una risposta criminale alla crescente lista di nazioni che hanno deciso di riconoscere lo Stato di Palestina. Nella mente del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati, lo sviluppo dell’E1 infliggerà un colpo mortale all’idea di uno stato palestinese.
E1 è una delle poche aree della periferia orientale di Gerusalemme che non è coperta dagli insediamenti ebraici. È sede di un imponente quartier generale della polizia israeliana, insieme ad alcune umili comunità beduine. Il suo sviluppo creerebbe un cuneo nel cuore della Cisgiordania occupata, separando il nord dal sud, chiudendo al contempo l’ultima via relativamente aperta per i palestinesi per accedere ai luoghi santi di Gerusalemme Est, alle entrate del turismo, agli ospedali e ai sistemi di trasporto.
Il diritto internazionale, che riconosce la Linea Verde del 1967 come confine intorno al territorio palestinese, sarebbe ignorato da Israele, come sempre.
L’ultima fase del piano per la Grande Gerusalemme viene così messa in atto: un cuneo che giudaizzerà la terra da Tel Aviv alla Giordania, mentre i coloni nella Città Vecchia di Gerusalemme aumentano la loro presenza, con l’obiettivo di negare l’autodeterminazione palestinese.
“Casa per casa” è sempre stata la strategia del movimento dei coloni di destra; oggi, l’accaparramento delle terre e demolizioni di case palestinesi procedono a ritmi mai visti prima.
Con un’amministrazione statunitense silenziosa o complice – Mike Huckabee, l’ambasciatore sionista cristiano in Israele, sostiene che lo sviluppo dell’E1 non è una violazione del diritto internazionale – il governo israeliano sta puntando il dito contro la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che nel luglio 2024 ha stabilito che Israele deve cessare la sua occupazione.
La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia ha osservato: “La Corte ritiene che le violazioni da parte di Israele del divieto di acquisizione di territori con la forza e del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione abbiano un impatto diretto sulla legalità della continua presenza di Israele, come potenza occupante, nei Territori Palestinesi Occupati.
L’abuso prolungato da parte di Israele della sua posizione di potenza occupante, attraverso l’annessione e l’affermazione di un controllo permanente sui Territori Palestinesi Occupati e la continua frustrazione del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, viola i principi fondamentali del diritto internazionale e rende illegale la presenza di Israele nei Territori Palestinesi Occupati”.
Di fronte alla palese sfida di Israele, e per porre fine al barbaro assalto contro uomini, donne e bambini palestinesi a Gaza, la comunità internazionale deve ora – finalmente – prendere provvedimenti per garantire il rispetto del diritto internazionale.
Israele deve essere messo sotto pressione affinché rispetti i suoi obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra, al fine di porre fine all’impunità che sta distruggendo non solo la vita dei palestinesi di Gaza, ma anche il futuro di entrambi i popoli.
In passato, la pressione internazionale è riuscita a ritardare i piani per popolare l’E1 con insediamenti ebraici illegali. Ma gli embarghi minori e le sanzioni minime a cui stiamo assistendo oggi non sono sufficienti a intaccare l’impunità israeliana. Al contrario, gli attivisti pro-Palestina vengono arrestati e attaccati, sia qui in Israele che all’estero.
Gerusalemme è il gioiello della corona per le forze messianiche che guidano l’agenda in Israele. Molti, in particolare i cristiani sionisti sostenitori dell’estrema destra israeliana, cercano il “rapimento” e la “fine dei giorni”. Non sono interessati alla pace. Sfidano gli antichi valori ebraici incentrati sul Salmo 34:14: “Cercate la pace e perseguitela”.
Così, con gli occhi del mondo giustamente puntati su Gaza, lo scenario apocalittico formulato dai ministri israeliani ultra-nazionalisti, come Smotrich e Ben Gvir, richiede una guerra eterna – insieme a inevitabili cicli di vendetta, paura, odio e dolore, riducendo la Palestina a una serie di bantustan pesantemente securitizzati.
L’insediamento di E1 significa anche lo sfollamento forzato nelle baraccopoli per migliaia di beduini nella periferia di Gerusalemme. Molti furono espulsi nel 1948 dal deserto del Naqab. Stanno già soffrendo a causa della violenza armata dei coloni e del controllo militare, che ha interrotto le loro tradizioni di sussistenza pastorale semi-nomade.
L’ex presidente palestinese Yasser Arafat una volta si riferì a queste comunità beduine come ai “guardiani di Gerusalemme”. La loro conoscenza della vita e della cultura del deserto è uno strumento essenziale, in particolare mentre il mondo è alle prese con temperature sempre più elevate, tra cui la minaccia di estati a 50° entro pochi decenni in Israele, che rendono la vita quasi insopportabile per molti.
Negare alle comunità beduine la libertà di vivere modestamente nel deserto è una decisione che perseguiterà noi e i nostri figli, soprattutto quando non ci saranno più insegnanti con la conoscenza di come sopravvivere in condizioni di vita estreme. Dobbiamo amare lo stile di vita beduino, non eliminarlo.
È tempo di gridare mayday. La barca sta affondando. Il Terzo tempio, che è l’Israele moderno, viene distrutto dai ciechi uomini di guerra, spinti dall’arroganza e pieni di potere. Riducono Gaza in polvere e cenere umana, mentre bramano Gerusalemme e chiudono i loro cuori. Chi fermerà questa follia?
Fonte
04/08/2025
Itamar Ben Gvir guida l’assalto della Spianata delle moschee
È l’alba quando migliaia di coloni israeliani, scortati dalla polizia, fanno irruzione nella Spianata delle Moschee, il terzo luogo santo dell’Islam. Tra loro, in prima fila, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir. Indossa una kippah bianca, cammina a passo sicuro verso la moschea di Al-Aqsa. L’obiettivo è chiaro e dichiarato: commemorare il Tisha B’Av, il giorno che ricorda la distruzione del Tempio biblico, ma con un’agenda politica che va ben oltre il rituale religioso. È un assalto al cuore simbolico della presenza musulmana a Gerusalemme Est, un gesto calcolato per sovvertire lo status quo e riaffermare la pretesa israeliana di sovranità totale sulla città occupata.
La scena che si è svolta domenica mattina ha il sapore della sfida. Non solo verso i palestinesi e il mondo arabo-musulmano, ma anche verso l’intera comunità internazionale. Secondo gli accordi in vigore da decenni, frutto di un delicato equilibrio diplomatico, la Spianata è amministrata dalla fondazione religiosa giordana (Waqf), e solo ai musulmani è concesso pregare al suo interno. Gli ebrei possono visitarla, ma non compiere riti religiosi. Una regola che vacilla sotto l’azione continua e sistematica dei coloni e dei loro sponsor politici.
I numeri parlano chiaro. Il Dipartimento delle dotazioni islamiche ha denunciato l’ingresso di 3.023 coloni nella sola giornata di oggi, attraverso la Porta Mughrabi, che collega direttamente il Muro Occidentale con la Spianata. Tra canti, prostrazioni, “benedizioni sacerdotali” e preghiere talmudiche, l’intera area sacra è stata trasformata in un palcoscenico per le rivendicazioni messianiche del movimento del “Monte del Tempio”. Gli estremisti hanno invaso tanto i cortili orientali quanto quelli occidentali della moschea, mentre la polizia israeliana imponeva restrizioni all’ingresso dei fedeli palestinesi, chiudeva accessi, presidiava la Città Vecchia con decine di agenti e blindati.
È la seconda volta nel 2025 che l’estrema destra religiosa batte ogni record di presenze a Al-Aqsa. Dopo le massicce irruzioni durante Pesach, Purim e Shavuot, il mese di aprile aveva già visto un picco senza precedenti. Ora, con la ricorrenza del Tisha B’Av, le “Organizzazioni del Tempio” puntano a una nuova svolta. Non si tratta solo di un raduno religioso, ma di un progetto dichiarato di “vittoria completa” sul Monte del Tempio – così i religiosi ebrei considerano la Spianata in nome di un futuro “terzo Tempio” da costruire al posto delle moschee di Al Aqsa e della Roccia.
Un volantino diffuso nei giorni scorsi mostrava un disegno del presunto Tempio eretto dove oggi sorge Al-Aqsa, circondato da soldati e accompagnato dalla scritta: “La vittoria completa non è ancora stata ottenuta”.
Itamar Ben-Gvir non si è limitato a partecipare. Ne è stato regista e protagonista. Prima dell’alba aveva già guidato una marcia provocatoria di coloni attraverso la Città Vecchia, fino alle porte del complesso sacro. Poi, durante l’incursione di oggi, ha dichiarato: «Non ci accontentiamo del lutto. Pensiamo alla costruzione del Tempio, alla sovranità, all’imposizione del potere. Lo abbiamo fatto in molti luoghi e lo faremo anche a Gaza». Parole che rivelano il disegno ideologico che anima l’ultradestra israeliana: trasformare una commemorazione religiosa in una prova di forza politica, espandere il dominio israeliano su ogni centimetro dei territori occupati, distruggere ogni traccia della presenza palestinese e musulmana.
Nel corso dell’incursione, i video pubblicati dall’organizzazione ebraica “Amministrazione del Monte del Tempio” mostrano Ben-Gvir mentre guida un gruppo di uomini nel complesso e, in altri filmati diffusi online, mentre prega. Di certo, la violazione del “divieto di preghiera” nel sito è ormai diventata routine, coperta e protetta dalla polizia israeliana.
A fare da cornice all’irruzione di domenica, le gravi restrizioni imposte ai fedeli palestinesi. Le forze israeliane hanno impedito a molti di loro di accedere alla moschea, bloccando gli ingressi principali, pattugliando la Città Vecchia e imponendo un clima di militarizzazione.
Nel mondo musulmano, questo ennesimo affronto rischia di accendere una nuova ondata di tensioni. Le incursioni a Al-Aqsa sono state in passato la miccia per gravi escalation. Le insinuazioni, o peggio le azioni concrete, volte a modificare le regole del complesso hanno già provocato rivolte popolari, scontri a fuoco e campagne di protesta internazionali. Ma a Gerusalemme Est, chi governa oggi sembra considerare la crisi permanente una risorsa politica.
Fonte
La scena che si è svolta domenica mattina ha il sapore della sfida. Non solo verso i palestinesi e il mondo arabo-musulmano, ma anche verso l’intera comunità internazionale. Secondo gli accordi in vigore da decenni, frutto di un delicato equilibrio diplomatico, la Spianata è amministrata dalla fondazione religiosa giordana (Waqf), e solo ai musulmani è concesso pregare al suo interno. Gli ebrei possono visitarla, ma non compiere riti religiosi. Una regola che vacilla sotto l’azione continua e sistematica dei coloni e dei loro sponsor politici.
I numeri parlano chiaro. Il Dipartimento delle dotazioni islamiche ha denunciato l’ingresso di 3.023 coloni nella sola giornata di oggi, attraverso la Porta Mughrabi, che collega direttamente il Muro Occidentale con la Spianata. Tra canti, prostrazioni, “benedizioni sacerdotali” e preghiere talmudiche, l’intera area sacra è stata trasformata in un palcoscenico per le rivendicazioni messianiche del movimento del “Monte del Tempio”. Gli estremisti hanno invaso tanto i cortili orientali quanto quelli occidentali della moschea, mentre la polizia israeliana imponeva restrizioni all’ingresso dei fedeli palestinesi, chiudeva accessi, presidiava la Città Vecchia con decine di agenti e blindati.
È la seconda volta nel 2025 che l’estrema destra religiosa batte ogni record di presenze a Al-Aqsa. Dopo le massicce irruzioni durante Pesach, Purim e Shavuot, il mese di aprile aveva già visto un picco senza precedenti. Ora, con la ricorrenza del Tisha B’Av, le “Organizzazioni del Tempio” puntano a una nuova svolta. Non si tratta solo di un raduno religioso, ma di un progetto dichiarato di “vittoria completa” sul Monte del Tempio – così i religiosi ebrei considerano la Spianata in nome di un futuro “terzo Tempio” da costruire al posto delle moschee di Al Aqsa e della Roccia.
Un volantino diffuso nei giorni scorsi mostrava un disegno del presunto Tempio eretto dove oggi sorge Al-Aqsa, circondato da soldati e accompagnato dalla scritta: “La vittoria completa non è ancora stata ottenuta”.
Itamar Ben-Gvir non si è limitato a partecipare. Ne è stato regista e protagonista. Prima dell’alba aveva già guidato una marcia provocatoria di coloni attraverso la Città Vecchia, fino alle porte del complesso sacro. Poi, durante l’incursione di oggi, ha dichiarato: «Non ci accontentiamo del lutto. Pensiamo alla costruzione del Tempio, alla sovranità, all’imposizione del potere. Lo abbiamo fatto in molti luoghi e lo faremo anche a Gaza». Parole che rivelano il disegno ideologico che anima l’ultradestra israeliana: trasformare una commemorazione religiosa in una prova di forza politica, espandere il dominio israeliano su ogni centimetro dei territori occupati, distruggere ogni traccia della presenza palestinese e musulmana.
Nel corso dell’incursione, i video pubblicati dall’organizzazione ebraica “Amministrazione del Monte del Tempio” mostrano Ben-Gvir mentre guida un gruppo di uomini nel complesso e, in altri filmati diffusi online, mentre prega. Di certo, la violazione del “divieto di preghiera” nel sito è ormai diventata routine, coperta e protetta dalla polizia israeliana.
A fare da cornice all’irruzione di domenica, le gravi restrizioni imposte ai fedeli palestinesi. Le forze israeliane hanno impedito a molti di loro di accedere alla moschea, bloccando gli ingressi principali, pattugliando la Città Vecchia e imponendo un clima di militarizzazione.
Nel mondo musulmano, questo ennesimo affronto rischia di accendere una nuova ondata di tensioni. Le incursioni a Al-Aqsa sono state in passato la miccia per gravi escalation. Le insinuazioni, o peggio le azioni concrete, volte a modificare le regole del complesso hanno già provocato rivolte popolari, scontri a fuoco e campagne di protesta internazionali. Ma a Gerusalemme Est, chi governa oggi sembra considerare la crisi permanente una risorsa politica.
Fonte
09/04/2023
Israele - Palestinese investe la folla a Tel Aviv. Morto un turista italiano
Un arabo israeliano di Kufr Qassem, Yosef Abu Jaber, giovedi sera poco dopo le 20:30 italiane, ha travolto intenzionalmente con la sua automobile un gruppo di turisti che passeggiavano sul lungomare di Tel Aviv. Ha perso la vita un italiano, Alessandro Parini, 36 anni, avvocato di Roma, e almeno cinque persone sono rimaste ferite, tra cui un altro italiano di cui si conosce solo il cognome, Niccolai. I feriti sono stati ricoverati all’ospedale Ichlov di Tel Aviv.
Secondo alcune fonti il turista italiano non sarebbe morto per l’impatto ma a causa di colpi di arma da fuoco. Si attende l’autopsia per averne conferma.
L’attentatore, a sua volta ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco, non era però armato, nel veicolo – secondo la polizia israeliana riportata dal giornale israeliano Haaretz – è stata trovata solo una pistola giocattolo. La sua famiglia esclude categoricamente che Abu Jaber possa aver investito i turisti con l’intenzione di ucciderli, sottolinea che l’uomo era padre di cinque figli e non aveva mai espresso forti posizioni politiche o simpatie per fazioni politiche.
La salma di Alessandro Parini, l’avvocato romano morto nell’attentato di ieri sera a Tel Aviv “dovrebbe rientrare nei prossimi giorni in Italia”. Lo ha detto a SkyTg24 il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Orit Stock, ministro delle missioni nazionali del partito Sionismo Religioso (quello di Smotrich, ndr) ha invitato il governo a ripristinare i blocchi stradali in Cisgiordania e a fare in modo che l’IDF affronti “i covi del terrorismo in modo più efficace, e non con le pinzette”. Ha anche chiesto attacchi mirati contro i leader di Hamas. Il deputato del Likud Avichay Buaron in precedenza aveva affermato che il governo dovrebbe “considerare seriamente” l’annessione immediata della Valle del Giordano.
La tensione in Palestina e Israele da giorni è schizzata verso l’alto. In un attentato, ad Hamra, in Cisgiordania sono state uccise due israeliane e una terza ferita. Anche a Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee, la situazione sembra appesa a un filo, pur in mancanza per il momento di gravi incidenti, con la polizia che continua a presidiare in forze il luogo.
Stamattina un palestinese è stato ferito a una gamba durante gli scontri con i soldati dell’occupazione israeliana nel campo profughi di Arroub, nel sud della Cisgiordania occupata, secondo fonti della sicurezza palestinese.
Dopo la pioggia di razzi lanciati da Gaza e dal Libano (uno dei 34 è caduto su una casa pur senza provocare vittime) e dalle organizzazioni palestinesi, Israele ha bombardato tre siti in Libano e oltre dieci nella Striscia di Gaza. L’esercito libanese ha annunciato invece di aver trovato e smantellato nel sud del paese una rampa di lancio dei razzi.
Fonte
Secondo alcune fonti il turista italiano non sarebbe morto per l’impatto ma a causa di colpi di arma da fuoco. Si attende l’autopsia per averne conferma.
L’attentatore, a sua volta ucciso con numerosi colpi di arma da fuoco, non era però armato, nel veicolo – secondo la polizia israeliana riportata dal giornale israeliano Haaretz – è stata trovata solo una pistola giocattolo. La sua famiglia esclude categoricamente che Abu Jaber possa aver investito i turisti con l’intenzione di ucciderli, sottolinea che l’uomo era padre di cinque figli e non aveva mai espresso forti posizioni politiche o simpatie per fazioni politiche.
La salma di Alessandro Parini, l’avvocato romano morto nell’attentato di ieri sera a Tel Aviv “dovrebbe rientrare nei prossimi giorni in Italia”. Lo ha detto a SkyTg24 il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Orit Stock, ministro delle missioni nazionali del partito Sionismo Religioso (quello di Smotrich, ndr) ha invitato il governo a ripristinare i blocchi stradali in Cisgiordania e a fare in modo che l’IDF affronti “i covi del terrorismo in modo più efficace, e non con le pinzette”. Ha anche chiesto attacchi mirati contro i leader di Hamas. Il deputato del Likud Avichay Buaron in precedenza aveva affermato che il governo dovrebbe “considerare seriamente” l’annessione immediata della Valle del Giordano.
La tensione in Palestina e Israele da giorni è schizzata verso l’alto. In un attentato, ad Hamra, in Cisgiordania sono state uccise due israeliane e una terza ferita. Anche a Gerusalemme, sulla Spianata delle Moschee, la situazione sembra appesa a un filo, pur in mancanza per il momento di gravi incidenti, con la polizia che continua a presidiare in forze il luogo.
Stamattina un palestinese è stato ferito a una gamba durante gli scontri con i soldati dell’occupazione israeliana nel campo profughi di Arroub, nel sud della Cisgiordania occupata, secondo fonti della sicurezza palestinese.
Dopo la pioggia di razzi lanciati da Gaza e dal Libano (uno dei 34 è caduto su una casa pur senza provocare vittime) e dalle organizzazioni palestinesi, Israele ha bombardato tre siti in Libano e oltre dieci nella Striscia di Gaza. L’esercito libanese ha annunciato invece di aver trovato e smantellato nel sud del paese una rampa di lancio dei razzi.
Fonte
06/04/2023
Lancio di missili dal Libano su Israele
Sarebbero 34 i missili lanciati nel pomeriggio di oggi dal sud del Libano su Israele. Il sistema di difesa aerea israeliano Iron Dome ha ne intercettati 25 ma gli altri sono caduti provocando due feriti. Di cinque sono note le località colpite, di altri quattro ancora no.
I razzi sono stati lanciati dalla città di Qlaileh vicino a Tiro, ha riferito una fonte dal sud del Libano a Middle East Eye. Israele ha risposto con il fuoco dell’artiglieria sul Libano meridionale mentre si svolgono ulteriori valutazioni da parte dei militari e di altri organismi di sicurezza.
L’artiglieria israeliana ha bombardato obiettivi nel sud del Libano, riferisce la National News Agency (NNA) libanese. Non sono state segnalate vittime. La NNA ha detto che diversi proiettili sono stati sparati da Israele dal confine verso la periferia dei due villaggi di Qlaileh e Maaliyeh.
Una fonte vicina a Hezbollah ha detto alla rete al-Arabiya di non essere coinvolta negli attacchi missilistici contro il nord di Israele. “Non abbiamo niente a che fare con i lanci dei razzi”. Altre fonti suggeriscono ad al-Arabiya che dietro il lancio di razzi ci siano “organizzazioni palestinesi”.
L’organizzazione Jihad islamica, da parte sua, ha espresso il proprio sostegno al lancio di razzi contro Israele, definendolo “una risposta forte della resistenza ai crimini del nemico”.
Il movimento libanese Hezbollah, pur smentendo la responsabilità dei lanci di razzi, nei giorni scorsi aveva avvertito che avrebbe sostenuto “tutte le misure” prese dai palestinesi sulla scia degli attacchi delle forze israeliane alla moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata.
“Hezbollah denuncia con forza l’assalto effettuato dalle forze di occupazione israeliane contro il complesso della moschea di Al-Aqsa e i suoi attacchi contro i fedeli”.
“Hezbollah proclama la sua piena solidarietà con il popolo palestinese e i gruppi di resistenza, e si impegna a stare con loro in tutte le misure che prenderanno per proteggere i fedeli e la moschea di Al-Aqsa e per dissuadere il nemico dal continuare i suoi attacchi”.
I ripetuti assalti delle forze israeliane ad Al-Aqsa durante il Ramadan negli ultimi due giorni, tuttavia, hanno provocato indignazione a livello internazionale.
A gettare benzina sul fuoco sono arrivare anche le incursioni di massa pianificate nella moschea di Al-Aqsa da parte di israeliani ultranazionalisti iniziate oggi e che dureranno una settimana per celebrare la festa ebraica della Pasqua ebraica.
Il giornale israeliano Times of Israel riferisce che il capo militare Herzi Halevi e il capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ronen Bar stanno conducendo una valutazione di sicurezza presso il quartier generale delle forze di difesa israeliane a Tel Aviv, in seguito al lancio di razzi dal Libano nel nord di Israele. Successivamente, Halevi e Bar terranno incontri con il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant.
Fonte
I razzi sono stati lanciati dalla città di Qlaileh vicino a Tiro, ha riferito una fonte dal sud del Libano a Middle East Eye. Israele ha risposto con il fuoco dell’artiglieria sul Libano meridionale mentre si svolgono ulteriori valutazioni da parte dei militari e di altri organismi di sicurezza.
L’artiglieria israeliana ha bombardato obiettivi nel sud del Libano, riferisce la National News Agency (NNA) libanese. Non sono state segnalate vittime. La NNA ha detto che diversi proiettili sono stati sparati da Israele dal confine verso la periferia dei due villaggi di Qlaileh e Maaliyeh.
Una fonte vicina a Hezbollah ha detto alla rete al-Arabiya di non essere coinvolta negli attacchi missilistici contro il nord di Israele. “Non abbiamo niente a che fare con i lanci dei razzi”. Altre fonti suggeriscono ad al-Arabiya che dietro il lancio di razzi ci siano “organizzazioni palestinesi”.
L’organizzazione Jihad islamica, da parte sua, ha espresso il proprio sostegno al lancio di razzi contro Israele, definendolo “una risposta forte della resistenza ai crimini del nemico”.
Il movimento libanese Hezbollah, pur smentendo la responsabilità dei lanci di razzi, nei giorni scorsi aveva avvertito che avrebbe sostenuto “tutte le misure” prese dai palestinesi sulla scia degli attacchi delle forze israeliane alla moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata.
“Hezbollah denuncia con forza l’assalto effettuato dalle forze di occupazione israeliane contro il complesso della moschea di Al-Aqsa e i suoi attacchi contro i fedeli”.
“Hezbollah proclama la sua piena solidarietà con il popolo palestinese e i gruppi di resistenza, e si impegna a stare con loro in tutte le misure che prenderanno per proteggere i fedeli e la moschea di Al-Aqsa e per dissuadere il nemico dal continuare i suoi attacchi”.
I ripetuti assalti delle forze israeliane ad Al-Aqsa durante il Ramadan negli ultimi due giorni, tuttavia, hanno provocato indignazione a livello internazionale.
A gettare benzina sul fuoco sono arrivare anche le incursioni di massa pianificate nella moschea di Al-Aqsa da parte di israeliani ultranazionalisti iniziate oggi e che dureranno una settimana per celebrare la festa ebraica della Pasqua ebraica.
Il giornale israeliano Times of Israel riferisce che il capo militare Herzi Halevi e il capo dell’agenzia di sicurezza Shin Bet Ronen Bar stanno conducendo una valutazione di sicurezza presso il quartier generale delle forze di difesa israeliane a Tel Aviv, in seguito al lancio di razzi dal Libano nel nord di Israele. Successivamente, Halevi e Bar terranno incontri con il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant.
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Gerusalemme. Gruppi di fanatici ebrei irrompono ad Al Aqsa
Dopo aver imposto severe restrizioni all’ingresso dei fedeli musulmani nella moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, molestandoli ed espellendoli con la forza per il secondo giorno dal complesso sacro musulmano, la polizia israeliana questa mattina ha aperto la piazza della moschea di Al-Aqsa a dozzine di fanatici ebrei sotto la pesante protezione della polizia.
Le forze di occupazione hanno preso d’assalto il complesso in mattinata, si sono schierate nei suoi cortili e hanno allontanato gli anziani fedeli musulmani che si trovavano nell’area della Moschea dalle vicinanze della Moschea Al-Qibli mentre gruppi di fanatici ebrei si preparavano a irrompere nel complesso.
Testimoni oculari hanno affermato che gruppi di fanatici ebrei sono entrati ad Al-Aqsa sotto forma di gruppi di 50 persone ciascuno e hanno effettuato passeggiate provocatorie nei cortili mentre eseguivano rituali ebraici in violazione dello status quo che vieta ai non musulmani di tenere la preghiera nel complesso della moschea di Al-Aqsa.
Queste incursioni sono avvenute dopo che le forze di occupazione ieri hanno preso d’assalto Al-Aqsa durante le preghiere notturne del Ramadan Tarawih, aggredendo i fedeli e impedendo loro di rimanere all’interno del complesso murato, costringendoli a lasciare la moschea di Al-Qibli.
Le cosiddette organizzazioni del Monte del Tempio avevano invitato i loro seguaci a organizzare una presenza su larga scala alla moschea di Al-Aqsa durante la festa della Pasqua ebraica che durerà fino a mercoledì prossimo, una mossa che ha provocato l’allarme tra i musulmani che si sono precipitati a proteggere la moschea.
Fin dalle prime ore dell’alba la polizia di occupazione ha imposto restrizioni all’ingresso dei palestinesi nei cortili di Al-Haram Al-Sharif, e ha impedito ai minori di 40 anni di entrare e pregare ad Al-Aqsa, costringendoli a pregare all’esterno.
Le forze di occupazione hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa l’altro ieri sera dopo le preghiere di Tarawih e Fajr (alba) e hanno brutalmente aggredito i fedeli nella sala di preghiera di Al-Qibli rimuovendoli con la forza, il che ha scatenato reazioni locali, arabe e internazionali di rifiuto e condanna queste incursioni.
Per il secondo giorno consecutivo, aerei da guerra israeliani hanno bombardato all’alba di oggi un sito nel campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza centrale, ha detto il corrispondente di WAFA.
Un drone da ricognizione ha preso di mira, con almeno un missile, una posizione nel campo provocando danni ma senza feriti. Anche le cannoniere israeliane dal mare hanno sparato diverse bombe sonore verso la costa di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza.
Aerei da guerra, artiglieria e marina israeliani ieri hanno preso di mira diversi siti in diverse aree della Striscia di Gaza, provocando perdite materiali ma nessun ferito.
Israele afferma che gli attacchi sono avvenuti come rappresaglia per i razzi lanciati da Gaza e atterrati nel sud di Israele senza causare danni o feriti.
Fonte
Le forze di occupazione hanno preso d’assalto il complesso in mattinata, si sono schierate nei suoi cortili e hanno allontanato gli anziani fedeli musulmani che si trovavano nell’area della Moschea dalle vicinanze della Moschea Al-Qibli mentre gruppi di fanatici ebrei si preparavano a irrompere nel complesso.
Testimoni oculari hanno affermato che gruppi di fanatici ebrei sono entrati ad Al-Aqsa sotto forma di gruppi di 50 persone ciascuno e hanno effettuato passeggiate provocatorie nei cortili mentre eseguivano rituali ebraici in violazione dello status quo che vieta ai non musulmani di tenere la preghiera nel complesso della moschea di Al-Aqsa.
Queste incursioni sono avvenute dopo che le forze di occupazione ieri hanno preso d’assalto Al-Aqsa durante le preghiere notturne del Ramadan Tarawih, aggredendo i fedeli e impedendo loro di rimanere all’interno del complesso murato, costringendoli a lasciare la moschea di Al-Qibli.
Le cosiddette organizzazioni del Monte del Tempio avevano invitato i loro seguaci a organizzare una presenza su larga scala alla moschea di Al-Aqsa durante la festa della Pasqua ebraica che durerà fino a mercoledì prossimo, una mossa che ha provocato l’allarme tra i musulmani che si sono precipitati a proteggere la moschea.
Fin dalle prime ore dell’alba la polizia di occupazione ha imposto restrizioni all’ingresso dei palestinesi nei cortili di Al-Haram Al-Sharif, e ha impedito ai minori di 40 anni di entrare e pregare ad Al-Aqsa, costringendoli a pregare all’esterno.
Le forze di occupazione hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa l’altro ieri sera dopo le preghiere di Tarawih e Fajr (alba) e hanno brutalmente aggredito i fedeli nella sala di preghiera di Al-Qibli rimuovendoli con la forza, il che ha scatenato reazioni locali, arabe e internazionali di rifiuto e condanna queste incursioni.
Per il secondo giorno consecutivo, aerei da guerra israeliani hanno bombardato all’alba di oggi un sito nel campo profughi di Nuseirat nella Striscia di Gaza centrale, ha detto il corrispondente di WAFA.
Un drone da ricognizione ha preso di mira, con almeno un missile, una posizione nel campo provocando danni ma senza feriti. Anche le cannoniere israeliane dal mare hanno sparato diverse bombe sonore verso la costa di Beit Lahiya, nel nord della Striscia di Gaza.
Aerei da guerra, artiglieria e marina israeliani ieri hanno preso di mira diversi siti in diverse aree della Striscia di Gaza, provocando perdite materiali ma nessun ferito.
Israele afferma che gli attacchi sono avvenuti come rappresaglia per i razzi lanciati da Gaza e atterrati nel sud di Israele senza causare danni o feriti.
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05/04/2023
Palestina/1. La polizia israeliana scatenata contro i palestinesi sulla spianata delle Moschee
La posta in gioco su Gerusalemme fa divampare la tensione con i palestinesi e le mire israeliane sulla città. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale palestinese, Wafa, questa mattina presto e ieri sera la polizia israeliana ha fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per rimuovere con la forza centinaia di fedeli palestinesi che stavano tenendo una veglia di preghiera del Ramadan.
Testimoni e medici hanno affermato che la polizia israeliana ha usato una forza eccessiva per rimuovere i fedeli che hanno chiuso i cancelli dell’edificio Qibli nel complesso per impedire alla polizia di entrarvi.
Tuttavia, la polizia ha sparato gas lacrimogeni all’interno dell’edificio dopo aver rotto le finestre provocando gravi casi di soffocamento.
I medici hanno detto che la polizia gli ha impedito di entrare nel complesso per aiutare i fedeli, molti dei quali sono stati arrestati mentre altri sono stati picchiati e costretti a lasciare il complesso recintato.
La polizia israeliana ha rimosso i fedeli musulmani per preparare la strada ai fanatici ebrei, che questa mattina sono entrati nel recinto della spianata delle Moschee.
I video che circolano sui social mostrano agenti di polizia israeliani che picchiano palestinesi con manganelli e calcio di fucile nella moschea. Il ministero degli Esteri giordano ha condannato gli scontri di al-Aqsa, mentre l’Egitto ha chiesto l’immediata cessazione del “palese assalto ai fedeli” da parte di Israele.
La polizia israeliana dichiara di aver usato la forza per evacuare i fedeli che erano rintanati nella moschea con fuochi d’artificio, pietre e bastoni aggiungendo che un ufficiale è stato ferito a una gamba da una pietra e che decine di “rivoltosi” sono stati arrestati.
Diversamente i palestinesi affermano che è stata invece una aggressione ingiustificata mentre i fedeli pregavano. Quando si è diffusa la notizia di quanto avveniva a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza la popolazione palestinese è scesa nelle strade per protestare. Il portavoce del presidente Mahmoud Abbas, ha avvertito Israele che questa mossa “supera tutte le linee rosse e porterà a una esplosione del conflitto”.
Hamas e Jihad islamica hanno chiesto ai residenti palestinesi in Gerusalemme, Cisgiordania e Israele di riunirsi intorno alla moschea di al-Aqsa e affrontare le forze israeliane. Mentre l’esercito israeliano ha confermato il lancio di razzi verso il sud di Israele. Cinque razzi sono stati intercettati e quattro sono deflagrati in aree aperte.
Questa mattina l’aviazione israeliana ha colpito diversi siti nella Striscia di Gaza, due a ovest e a sud-ovest della città di Gaza e un altro nei pressi del campo profughi di al Nuseirat.
Ieri un giovane palestinese ha ferito a coltellate due soldati israeliani nei pressi della base militare di Tzrifin, nel centro di Israele. Si segnala una sparatoria in una città nel nord di Israele, nei pressi del kibbutz di Ma’ala Gilboa, rivendicata da un gruppo affiliato alla Jihad islamica. Sabato notte, primo aprile, un palestinese ha speronato il veicolo su cui si trovavano tre militari israeliani a sud di Betlemme, vicino al villaggio di Beit Ummar, in Cisgiordania.
La tensione era già alta da mesi a Gerusalemme est e in Cisgiordania e la situazione è precipitata con la convergenza del Ramadan e della Pasqua ebraica, inevitabile che Gerusalemme fosse al centro dello scontro. Secondo Associated Press, dall’inizio dell’anno almeno 88 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano mentre gli attacchi palestinesi contro gli israeliani hanno provocato la morte di 15 persone.
Fonte
Testimoni e medici hanno affermato che la polizia israeliana ha usato una forza eccessiva per rimuovere i fedeli che hanno chiuso i cancelli dell’edificio Qibli nel complesso per impedire alla polizia di entrarvi.
Tuttavia, la polizia ha sparato gas lacrimogeni all’interno dell’edificio dopo aver rotto le finestre provocando gravi casi di soffocamento.
I medici hanno detto che la polizia gli ha impedito di entrare nel complesso per aiutare i fedeli, molti dei quali sono stati arrestati mentre altri sono stati picchiati e costretti a lasciare il complesso recintato.
La polizia israeliana ha rimosso i fedeli musulmani per preparare la strada ai fanatici ebrei, che questa mattina sono entrati nel recinto della spianata delle Moschee.
I video che circolano sui social mostrano agenti di polizia israeliani che picchiano palestinesi con manganelli e calcio di fucile nella moschea. Il ministero degli Esteri giordano ha condannato gli scontri di al-Aqsa, mentre l’Egitto ha chiesto l’immediata cessazione del “palese assalto ai fedeli” da parte di Israele.
La polizia israeliana dichiara di aver usato la forza per evacuare i fedeli che erano rintanati nella moschea con fuochi d’artificio, pietre e bastoni aggiungendo che un ufficiale è stato ferito a una gamba da una pietra e che decine di “rivoltosi” sono stati arrestati.
Diversamente i palestinesi affermano che è stata invece una aggressione ingiustificata mentre i fedeli pregavano. Quando si è diffusa la notizia di quanto avveniva a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza la popolazione palestinese è scesa nelle strade per protestare. Il portavoce del presidente Mahmoud Abbas, ha avvertito Israele che questa mossa “supera tutte le linee rosse e porterà a una esplosione del conflitto”.
Hamas e Jihad islamica hanno chiesto ai residenti palestinesi in Gerusalemme, Cisgiordania e Israele di riunirsi intorno alla moschea di al-Aqsa e affrontare le forze israeliane. Mentre l’esercito israeliano ha confermato il lancio di razzi verso il sud di Israele. Cinque razzi sono stati intercettati e quattro sono deflagrati in aree aperte.
Questa mattina l’aviazione israeliana ha colpito diversi siti nella Striscia di Gaza, due a ovest e a sud-ovest della città di Gaza e un altro nei pressi del campo profughi di al Nuseirat.
Ieri un giovane palestinese ha ferito a coltellate due soldati israeliani nei pressi della base militare di Tzrifin, nel centro di Israele. Si segnala una sparatoria in una città nel nord di Israele, nei pressi del kibbutz di Ma’ala Gilboa, rivendicata da un gruppo affiliato alla Jihad islamica. Sabato notte, primo aprile, un palestinese ha speronato il veicolo su cui si trovavano tre militari israeliani a sud di Betlemme, vicino al villaggio di Beit Ummar, in Cisgiordania.
La tensione era già alta da mesi a Gerusalemme est e in Cisgiordania e la situazione è precipitata con la convergenza del Ramadan e della Pasqua ebraica, inevitabile che Gerusalemme fosse al centro dello scontro. Secondo Associated Press, dall’inizio dell’anno almeno 88 palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano mentre gli attacchi palestinesi contro gli israeliani hanno provocato la morte di 15 persone.
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13/03/2023
Perché Netanyahu a Roma?
di Alberto Stabile
Bisognerebbe spiegare ai colleghi delle varie televisioni che il trasferimento dell’ambasciata d‘Italia in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, non è un mero fatto burocratico, o logistico, la semplice scelta di una città invece che un’altra come sede della nostra legazione diplomatica, ma un gesto politico grave che implica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale ”unita e indivisibile” dello stato d’Israele.
Cosa che la stragrande maggioranza della comunità internazionale, eccetto gli Stati Uniti, per un improvviso capovolgimento della tradizionale linea americana sul conflitto mediorientale imposto da Trump, e pochi altri paesi, si è finora guardata bene dal fare. E a ragion veduta.
Perché questo riconoscimento, che costituisce il motivo principale della visita del premier israeliano, Netanyahu, in Italia, equivale a passare un colpo di spugna, senza trovare una soluzione, su uno dei temi più spinosi del conflitto tra israeliani e palestinesi, i quali non hanno mai cessato di rivendicare la parte orientale della città, Gerusalemme Est, come capitale del loro futuro stato.
E questo anche dopo, anzi, soprattutto dopo che, in seguito alla guerra del 1967, l’esercito israeliano ha conquistato e occupato militarmente Gerusalemme Est. Conquista cui è seguita l’annessione di fatto e la proclamazione unilaterale di Gerusalemme capitale.
Le Nazioni Unite, tuttavia, non hanno mai riconosciuto l’annessione da parte israeliana e hanno continuato a considerare Gerusalemme Est territorio occupato militarmente, in attesa che le due parti trovassero una soluzione concordata attraverso il negoziato.
Adesso che il Processo di Pace è stato gettato alle ortiche come un vecchio attrezzo arrugginito e inutile, è arrivato il momento dei pragmatici e degli opportunisti. La pazienza del negoziato e stata sostituita dall’irruenza devastante delle armi. Alla morale e alla giustizia è stata preferita la logica ferrea dei vantaggi geopolitici e dei profitti economici, elementi che stanno alla base degli Accordi di Abramo, il capolavoro diplomatico di Trump e Netanyahu, tra Israele e alcuni paesi arabi, nei quali non c’è più traccia della questione palestinese.
Tornato ad occupare la poltrona di premier per allontanare dalla sua testa la spada di Damocle dei procedimenti giudiziari che lo vedono imputato di corruzione e malversazione, Bibi, come viene familiarmente chiamato sui giornali, ha deciso di allearsi con i partiti dell’estrema destra razzista, omofoba e suprematista, nemici del dialogo coi palestinesi e fautori dell’annessione dei territori occupati. È evidente che un governo del genere è quanto di più lontano ci sia da un’ipotetica soluzione diplomatica del conflitto.
Non può stupire quindi che un Netanyahu accusato in patria di voler stravolgere la democrazia e di tentare di mettere in atto un golpe attraverso la (contro)riforma della Giustizia, venga in Italia a proporre sostanzialmente un baratto alla Meloni: gas in cambio del riconoscimento di Gerusalemme capitale, tramite il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa.
In parole povere: un altro fatto compiuto. Con buona pace del dialogo e della soluzione dei due stati cui soltanto Biden fa ancora finta di credere. Se Netanyahu ha scelto di venire a Roma in visita ufficiale nonostante il paese in rivolta contro di lui, forse pensa che in Meloni può trovare un interlocutore affine in molte cose, non ultima, come ha scritto un giornale israeliano, l’isolamento che li circonda entrambi.
Fonte
Bisognerebbe spiegare ai colleghi delle varie televisioni che il trasferimento dell’ambasciata d‘Italia in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, non è un mero fatto burocratico, o logistico, la semplice scelta di una città invece che un’altra come sede della nostra legazione diplomatica, ma un gesto politico grave che implica il riconoscimento di Gerusalemme come capitale ”unita e indivisibile” dello stato d’Israele.
Cosa che la stragrande maggioranza della comunità internazionale, eccetto gli Stati Uniti, per un improvviso capovolgimento della tradizionale linea americana sul conflitto mediorientale imposto da Trump, e pochi altri paesi, si è finora guardata bene dal fare. E a ragion veduta.
Perché questo riconoscimento, che costituisce il motivo principale della visita del premier israeliano, Netanyahu, in Italia, equivale a passare un colpo di spugna, senza trovare una soluzione, su uno dei temi più spinosi del conflitto tra israeliani e palestinesi, i quali non hanno mai cessato di rivendicare la parte orientale della città, Gerusalemme Est, come capitale del loro futuro stato.
E questo anche dopo, anzi, soprattutto dopo che, in seguito alla guerra del 1967, l’esercito israeliano ha conquistato e occupato militarmente Gerusalemme Est. Conquista cui è seguita l’annessione di fatto e la proclamazione unilaterale di Gerusalemme capitale.
Le Nazioni Unite, tuttavia, non hanno mai riconosciuto l’annessione da parte israeliana e hanno continuato a considerare Gerusalemme Est territorio occupato militarmente, in attesa che le due parti trovassero una soluzione concordata attraverso il negoziato.
Adesso che il Processo di Pace è stato gettato alle ortiche come un vecchio attrezzo arrugginito e inutile, è arrivato il momento dei pragmatici e degli opportunisti. La pazienza del negoziato e stata sostituita dall’irruenza devastante delle armi. Alla morale e alla giustizia è stata preferita la logica ferrea dei vantaggi geopolitici e dei profitti economici, elementi che stanno alla base degli Accordi di Abramo, il capolavoro diplomatico di Trump e Netanyahu, tra Israele e alcuni paesi arabi, nei quali non c’è più traccia della questione palestinese.
Tornato ad occupare la poltrona di premier per allontanare dalla sua testa la spada di Damocle dei procedimenti giudiziari che lo vedono imputato di corruzione e malversazione, Bibi, come viene familiarmente chiamato sui giornali, ha deciso di allearsi con i partiti dell’estrema destra razzista, omofoba e suprematista, nemici del dialogo coi palestinesi e fautori dell’annessione dei territori occupati. È evidente che un governo del genere è quanto di più lontano ci sia da un’ipotetica soluzione diplomatica del conflitto.
Non può stupire quindi che un Netanyahu accusato in patria di voler stravolgere la democrazia e di tentare di mettere in atto un golpe attraverso la (contro)riforma della Giustizia, venga in Italia a proporre sostanzialmente un baratto alla Meloni: gas in cambio del riconoscimento di Gerusalemme capitale, tramite il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa.
In parole povere: un altro fatto compiuto. Con buona pace del dialogo e della soluzione dei due stati cui soltanto Biden fa ancora finta di credere. Se Netanyahu ha scelto di venire a Roma in visita ufficiale nonostante il paese in rivolta contro di lui, forse pensa che in Meloni può trovare un interlocutore affine in molte cose, non ultima, come ha scritto un giornale israeliano, l’isolamento che li circonda entrambi.
Fonte
29/01/2023
Gerusalemme - Ritorsione palestinese. Sette israeliani uccisi
Ieri sera a Gerusalemme un giovane palestinese ha fatto fuoco fuori da una sinagoga nel quartiere di Neve Ya’akov, a Gerusalemme, provocando la morte di sette israeliani, cinque uomini e due donne, e alcuni feriti. Si tratta di Alqam Khayri, un palestinese di 21 anni residente a Gerusalemme est. Khayri è fuggito dalla scena dell’attacco in macchina e aprendo il fuoco contro gli agenti della polizia. Dopo un breve inseguimento, è stato ucciso. La polizia ritiene che Khayri abbia agito da solo.
L’attentato è avvenuto per ritorsione al sanguinoso raid israeliano a Jenin dove nove palestinesi, otto uomini e una donna, erano stati uccisi dalle forze speciali israeliane. Ieri sera in diverse città palestinesi l’azione a Gerusalemme è salutata come una “giusta vendetta” per i morti di Jenin.
Anche oggi a Gerusalemme, un ragazzino palestinese di 13 anni ha aperto il fuoco con una pistola a Ma’alot Street contro un gruppo di coloni israeliani colpendone due – padre e figlio – ma è stato ferito da altri due coloni armati. Il giovane, gravemente ferito, è un palestinese residente a Gerusalemme est.
Violenti scontri erano già scoppiati nella notte di giovedi e nelle prime ore di venerdì nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est per protestare contro il massacro di Jenin. Scontri tra palestinesi e polizia israeliana sono scoppiati nel quartiere di Ain Al-Lawza, nella cittadina di Silwan, nell’area della Gerusalemme occupata, preso d’assalto dalle forze di polizia israeliane, tra pesanti lanci di bombe lacrimogene. Scontri simili sono scoppiati anche nel vicino quartiere di Ras Al-Amud, a Gerusalemme ma anche a Nabi Saleh, vicino Ramallah.
Già nella mattinata di ieri tre razzi erano stati lanciati da Gaza verso il territorio israeliano, uno era stato intercettato gli altri due non hanno causato né vittime né danni. L’aviazione israeliana aveva bombardato Gaza come rappresaglia. Gli aerei hanno anche bombardato più volte il sito “Quraysh” situato nel quartiere Tal Al-Hawa, a sud-ovest della città di Gaza. Ma in serata nella città israeliana di Ashkelon (30 km da Gaza) è caduta una raffica di missili palestinesi che sono esplosi all’interno della città, senza essere intercettati dal sistema Iron Dome.
In tutta la Palestina la situazione è ormai esplosiva da mesi. Tra i giovani – trasversalmente e indipendentemente dalle organizzazioni esistenti – è cresciuta la spinta alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana e l’idea di rispondere “colpo su colpo” ai raid e alla quotidiana oppressione israeliana.
In Israele l’insediamento di un governo estremista come quello di Netanyahu getta benzina sul fuoco allontanando qualsiasi spiraglio di allentamento delle tensioni. Al contrario, l’espansionismo delle colonie israeliane in Cisgiordania e la pulizia etnica a Gerusalemme appaiono ben definite nel programma del nuovo governo. Una linea che sta suscitando allarme sia all’interno di Israele che nella diaspora ebraica nel mondo.
Di fronte alla precipitazione della situazione in Palestina, i governi occidentali non vanno oltre il sostegno acritico a Israele e all’ipocrisia dei due pesi e due misure.
Il governo italiano, che aveva scelto il silenzio assecondando il raid israeliano a Jenin di giovedì, ieri invece ha “condannato con forza il vile attentato terroristico di Gerusalemme ed esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo”, si legge nella nota di Palazzo Chigi. Ipocriti.
Fonte
L’attentato è avvenuto per ritorsione al sanguinoso raid israeliano a Jenin dove nove palestinesi, otto uomini e una donna, erano stati uccisi dalle forze speciali israeliane. Ieri sera in diverse città palestinesi l’azione a Gerusalemme è salutata come una “giusta vendetta” per i morti di Jenin.
Anche oggi a Gerusalemme, un ragazzino palestinese di 13 anni ha aperto il fuoco con una pistola a Ma’alot Street contro un gruppo di coloni israeliani colpendone due – padre e figlio – ma è stato ferito da altri due coloni armati. Il giovane, gravemente ferito, è un palestinese residente a Gerusalemme est.
Violenti scontri erano già scoppiati nella notte di giovedi e nelle prime ore di venerdì nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est per protestare contro il massacro di Jenin. Scontri tra palestinesi e polizia israeliana sono scoppiati nel quartiere di Ain Al-Lawza, nella cittadina di Silwan, nell’area della Gerusalemme occupata, preso d’assalto dalle forze di polizia israeliane, tra pesanti lanci di bombe lacrimogene. Scontri simili sono scoppiati anche nel vicino quartiere di Ras Al-Amud, a Gerusalemme ma anche a Nabi Saleh, vicino Ramallah.
Già nella mattinata di ieri tre razzi erano stati lanciati da Gaza verso il territorio israeliano, uno era stato intercettato gli altri due non hanno causato né vittime né danni. L’aviazione israeliana aveva bombardato Gaza come rappresaglia. Gli aerei hanno anche bombardato più volte il sito “Quraysh” situato nel quartiere Tal Al-Hawa, a sud-ovest della città di Gaza. Ma in serata nella città israeliana di Ashkelon (30 km da Gaza) è caduta una raffica di missili palestinesi che sono esplosi all’interno della città, senza essere intercettati dal sistema Iron Dome.
In tutta la Palestina la situazione è ormai esplosiva da mesi. Tra i giovani – trasversalmente e indipendentemente dalle organizzazioni esistenti – è cresciuta la spinta alla resistenza armata contro l’occupazione israeliana e l’idea di rispondere “colpo su colpo” ai raid e alla quotidiana oppressione israeliana.
In Israele l’insediamento di un governo estremista come quello di Netanyahu getta benzina sul fuoco allontanando qualsiasi spiraglio di allentamento delle tensioni. Al contrario, l’espansionismo delle colonie israeliane in Cisgiordania e la pulizia etnica a Gerusalemme appaiono ben definite nel programma del nuovo governo. Una linea che sta suscitando allarme sia all’interno di Israele che nella diaspora ebraica nel mondo.
Di fronte alla precipitazione della situazione in Palestina, i governi occidentali non vanno oltre il sostegno acritico a Israele e all’ipocrisia dei due pesi e due misure.
Il governo italiano, che aveva scelto il silenzio assecondando il raid israeliano a Jenin di giovedì, ieri invece ha “condannato con forza il vile attentato terroristico di Gerusalemme ed esprime il suo cordoglio e la sua vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo”, si legge nella nota di Palazzo Chigi. Ipocriti.
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14/08/2022
Palestina - A Gerusalemme palestinese ferisce sette israeliani. Colono investe dirigente di Fatah a Qalqilya
Amir Sidawi, palestinese di 26 anni con cittadinanza israeliana ha aperto il fuoco a una fermata del bus nella Città Vecchia di Gerusalemme, ferendo sette persone. Secondo un comunicato della polizia, si sarebbe consegnato.
Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza a Haaretz, la polizia aveva scoperto l’identità dell’attentatore intorno alle 4 del mattino e aveva iniziato a circondare la sua abitazione a Gerusalemme Est, e le case dei suoi familiari. Con una versione che non appare però troppo credibile, il palestinese, resosi conto di non avere vie di fuga, sarebbe riuscito a prendere un taxi recandosi alla stazione di polizia di Moriah, dove si è consegnato.
Sirawi non risulta affiliato a nessuna organizzazione palestinese ed era stato in carcere per cinque anni per un attacco con coltello a un soldato israeliano. È stato consegnato allo Shin Bet che lo sta interrogando.
Il palestinese, secondo il giornale israeliano Times of Israel, ha atteso l’arrivo del mezzo nei pressi del Muro del Pianto e ha aperto il fuoco sui passeggeri che salivano prima di fuggire a piedi nel quartiere palestinese di Silwan, dove la polizia aveva iniziato a cercarlo lanciando una vasta operazione.
Due feriti, riferiscono i soccorritori, sono in gravi condizioni, una è una donna, l’altro è un turista statunitense
Hamas ha lodato e definito “eroico” l’attentato: “È una risposta naturale ai crimini quotidiani dell’occupazione contro la nostra gente, il nostro Paese e i grandi siti musulmani e cristiani”.
La tensione in Cisgiordania resta comunque alta. Nei pressi di Qalquilya un membro del Consiglio Rivoluzionario del movimento Fatah, Bayan al-Tabib, ha subito diverse ferite a seguito di un attacco di coloni vicino al villaggio di Izbat al-Tabib.
Fonti locali hanno riferito che al-Tabib stava partecipando a una manifestazione contro gli insediamenti quando un colono lo ha deliberatamente investito con il suo veicolo. Il colono è riuscito a fuggire dalla scena dopo l’attacco.
Fonte
Secondo quanto riferito da fonti della sicurezza a Haaretz, la polizia aveva scoperto l’identità dell’attentatore intorno alle 4 del mattino e aveva iniziato a circondare la sua abitazione a Gerusalemme Est, e le case dei suoi familiari. Con una versione che non appare però troppo credibile, il palestinese, resosi conto di non avere vie di fuga, sarebbe riuscito a prendere un taxi recandosi alla stazione di polizia di Moriah, dove si è consegnato.
Sirawi non risulta affiliato a nessuna organizzazione palestinese ed era stato in carcere per cinque anni per un attacco con coltello a un soldato israeliano. È stato consegnato allo Shin Bet che lo sta interrogando.
Il palestinese, secondo il giornale israeliano Times of Israel, ha atteso l’arrivo del mezzo nei pressi del Muro del Pianto e ha aperto il fuoco sui passeggeri che salivano prima di fuggire a piedi nel quartiere palestinese di Silwan, dove la polizia aveva iniziato a cercarlo lanciando una vasta operazione.
Due feriti, riferiscono i soccorritori, sono in gravi condizioni, una è una donna, l’altro è un turista statunitense
Hamas ha lodato e definito “eroico” l’attentato: “È una risposta naturale ai crimini quotidiani dell’occupazione contro la nostra gente, il nostro Paese e i grandi siti musulmani e cristiani”.
La tensione in Cisgiordania resta comunque alta. Nei pressi di Qalquilya un membro del Consiglio Rivoluzionario del movimento Fatah, Bayan al-Tabib, ha subito diverse ferite a seguito di un attacco di coloni vicino al villaggio di Izbat al-Tabib.
Fonti locali hanno riferito che al-Tabib stava partecipando a una manifestazione contro gli insediamenti quando un colono lo ha deliberatamente investito con il suo veicolo. Il colono è riuscito a fuggire dalla scena dopo l’attacco.
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25/04/2022
Putin punisce Bennett: appoggia i palestinesi e reclama una chiesa a Gerusalemme
di Michele Giorgio
Per settimane, dopo l’attacco russo all’Ucraina, il governo di Naftali Bennett ha provato a mantenere una posizione equidistante tra Mosca e Kiev. Una scelta dettata da interessi strategici e fatta in considerazione dei significativi segmenti russi e ucraini presenti nella popolazione israeliana. Tanto che Bennett a inizio marzo si è recato a Mosca per incontrare Vladimir Putin, dichiarandosi pronto a mediare tra le due parti in guerra. Poi sotto la pressione dell’opinione pubblica e per la linea apertamente pro-Ucraina del ministro degli esteri Yair Lapid, l’esecutivo israeliano si è gradualmente spostato dalla parte del presidente Zelensky – di origine ebraica e invitato a parlare in videoconferenza ai membri della Knesset – fino a votare a favore della sospensione di Mosca dal Consiglio Onu dei diritti umani. Un passo che è costato la convocazione dell’ambasciatore israeliano in Russia, Alex Ben Zvi, al ministero degli esteri a Mosca. Tel Aviv non ha condannato l’attacco russo all’Ucraina e non si è unita alle sanzioni internazionali contro Mosca. Non basta a Putin, deluso da Bennett. E il disappunto del presidente russo rischia di impattare sugli interessi israeliani strategici e militari. In un’intervista alla tv Channel 11, l’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha fatto sapere che il Cremlino si aspetta una «posizione più equilibrata» da Israele. I due paesi, ha aggiunto, sono «ancora» amici. «Ancora» è la parola chiave.
I segnali del dispiacere di Mosca sono inequivocabili. Vladimir Putin, che raramente si è lasciato andare a dichiarazioni di sostegno esplicito dei diritti dei palestinesi, l’altro giorno ha telefonato al presidente dell’Autorità Nazionale, Abu Mazen, per esprimergli la condanna russa della politica di Israele sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. E, riporta l’agenzia Wafa, ha assicurato che «la Russia continuerà ad appoggiare la causa palestinese in tutti i forum internazionali e a fornire grano ai palestinesi e ad altri importatori in Medio Oriente». Parole accolte con favore dai palestinesi, convinti che il ritorno al bipolarismo Est-Ovest farà gli interessi della loro causa molto più del dominio globale degli Stati uniti. Poche ore prima della conversazione telefonica con Abu Mazen, Putin aveva inviato una lettera al governo Bennett chiedendogli di autorizzare senza indugio il passaggio sotto il controllo russo della Chiesa di S. Alessandro Nevsky, non distante dal Santo Sepolcro di Gerusalemme. Si tratta di un accordo tra Cremlino e Israele risalente a due anni fa. L’ex premier Netanyahu promise la chiesa a Putin in cambio del rilascio della cittadina israeliana Naama Issachar detenuta in Russia dopo essere stata condannata a sette anni per possesso di marijuana. La registrazione dell’atto è ferma e ora Mosca reclama una soluzione rapida.
Sono azioni di disturbo, ritorsioni alle dichiarazioni di Lapid e al voto all’Onu. Più seriamente il governo Bennett teme che Putin congeli la sua decisione di assicurare (da anni) piena libertà all’aviazione israeliana contro presunti obiettivi militari iraniani in Siria (alleata di Mosca). Qualche segnale già si vede. Dopo gli attacchi israeliani di giovedì, l’ammiraglio Oleg Zhuravlev, uno dei comandanti russi in Siria, ha affermato che un missile antiaereo siriano, fabbricato in Russia, ha intercettato un razzo israeliano. Giorni prima, il 24 marzo, l’ambasciatore russo in Siria, Alexander Efimov, aveva accusato Israele di «provocare» la Russia al punto da spingerla a rispondere agli attacchi aerei. Il quotidiano Haaretz di Tel Aviv scrive che il coordinamento con la Russia in Siria non è compromesso ma la libertà d’azione goduta da Israele probabilmente ha i giorni contati. Desta preoccupazione in Israele, aggiunge Haaretz, anche la riduzione delle forze russe in Siria – a sostegno dello sforzo bellico in Ucraina – poiché i soldati russi verrebbero sostituiti da iraniani e milizie filo-Teheran. E se fino ad oggi la Russia ha avuto in Siria relazioni non proprio cordiali con l’Iran, i prossimi mesi dovrebbero vedere un maggior coordinamento tra i due paesi.
Fonte
Per settimane, dopo l’attacco russo all’Ucraina, il governo di Naftali Bennett ha provato a mantenere una posizione equidistante tra Mosca e Kiev. Una scelta dettata da interessi strategici e fatta in considerazione dei significativi segmenti russi e ucraini presenti nella popolazione israeliana. Tanto che Bennett a inizio marzo si è recato a Mosca per incontrare Vladimir Putin, dichiarandosi pronto a mediare tra le due parti in guerra. Poi sotto la pressione dell’opinione pubblica e per la linea apertamente pro-Ucraina del ministro degli esteri Yair Lapid, l’esecutivo israeliano si è gradualmente spostato dalla parte del presidente Zelensky – di origine ebraica e invitato a parlare in videoconferenza ai membri della Knesset – fino a votare a favore della sospensione di Mosca dal Consiglio Onu dei diritti umani. Un passo che è costato la convocazione dell’ambasciatore israeliano in Russia, Alex Ben Zvi, al ministero degli esteri a Mosca. Tel Aviv non ha condannato l’attacco russo all’Ucraina e non si è unita alle sanzioni internazionali contro Mosca. Non basta a Putin, deluso da Bennett. E il disappunto del presidente russo rischia di impattare sugli interessi israeliani strategici e militari. In un’intervista alla tv Channel 11, l’ambasciatore russo in Israele, Anatoly Viktorov, ha fatto sapere che il Cremlino si aspetta una «posizione più equilibrata» da Israele. I due paesi, ha aggiunto, sono «ancora» amici. «Ancora» è la parola chiave.
I segnali del dispiacere di Mosca sono inequivocabili. Vladimir Putin, che raramente si è lasciato andare a dichiarazioni di sostegno esplicito dei diritti dei palestinesi, l’altro giorno ha telefonato al presidente dell’Autorità Nazionale, Abu Mazen, per esprimergli la condanna russa della politica di Israele sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. E, riporta l’agenzia Wafa, ha assicurato che «la Russia continuerà ad appoggiare la causa palestinese in tutti i forum internazionali e a fornire grano ai palestinesi e ad altri importatori in Medio Oriente». Parole accolte con favore dai palestinesi, convinti che il ritorno al bipolarismo Est-Ovest farà gli interessi della loro causa molto più del dominio globale degli Stati uniti. Poche ore prima della conversazione telefonica con Abu Mazen, Putin aveva inviato una lettera al governo Bennett chiedendogli di autorizzare senza indugio il passaggio sotto il controllo russo della Chiesa di S. Alessandro Nevsky, non distante dal Santo Sepolcro di Gerusalemme. Si tratta di un accordo tra Cremlino e Israele risalente a due anni fa. L’ex premier Netanyahu promise la chiesa a Putin in cambio del rilascio della cittadina israeliana Naama Issachar detenuta in Russia dopo essere stata condannata a sette anni per possesso di marijuana. La registrazione dell’atto è ferma e ora Mosca reclama una soluzione rapida.
Sono azioni di disturbo, ritorsioni alle dichiarazioni di Lapid e al voto all’Onu. Più seriamente il governo Bennett teme che Putin congeli la sua decisione di assicurare (da anni) piena libertà all’aviazione israeliana contro presunti obiettivi militari iraniani in Siria (alleata di Mosca). Qualche segnale già si vede. Dopo gli attacchi israeliani di giovedì, l’ammiraglio Oleg Zhuravlev, uno dei comandanti russi in Siria, ha affermato che un missile antiaereo siriano, fabbricato in Russia, ha intercettato un razzo israeliano. Giorni prima, il 24 marzo, l’ambasciatore russo in Siria, Alexander Efimov, aveva accusato Israele di «provocare» la Russia al punto da spingerla a rispondere agli attacchi aerei. Il quotidiano Haaretz di Tel Aviv scrive che il coordinamento con la Russia in Siria non è compromesso ma la libertà d’azione goduta da Israele probabilmente ha i giorni contati. Desta preoccupazione in Israele, aggiunge Haaretz, anche la riduzione delle forze russe in Siria – a sostegno dello sforzo bellico in Ucraina – poiché i soldati russi verrebbero sostituiti da iraniani e milizie filo-Teheran. E se fino ad oggi la Russia ha avuto in Siria relazioni non proprio cordiali con l’Iran, i prossimi mesi dovrebbero vedere un maggior coordinamento tra i due paesi.
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15/02/2022
Palestina. Un palestinese ucciso e decine feriti a Al Silat e Jenin. Scontri a Sheik Jarrah
Un giovane palestinese è stato ucciso e circa 20 feriti dalle forze armate israeliane in una cittadina a nord della Cisgiordania. Lo ha riferito l’agenzia di stampa palestinese “Wafa”. Da quanto emerso, nella città di Al Silat, a ovest di Jenin, un ragazzo di 17 anni è morto in seguito alle ferite riportate durante gli scontri con i soldati israeliani, che hanno usato lacrimogeni e proiettili di gomma per disperdere i palestinesi.
Gli scontri sono avvenuti nel villaggio di Silat al-Harithiya, vicino Jenin, dove l’esercito israeliano ha ucciso un 17enne, Mohammad Akram Salah: colpito alla testa da un proiettile, è morto poco dopo. Altri 20 i palestinesi feriti, secondo l’agenzia palestinese Wafa.
Scontri erano iniziati nel villaggio con l’arrivo dei militari israeliani, pronti a demolire la casa di un uomo accusato di aver ucciso un colono. L’esercito ha chiuso le entrate al villaggio e si è diretto all’abitazione di Muhammad Jaradat, già agli arresti, considerato il responsabile dell’omicidio di un colono di 25 anni.
Nelle stesse ore a Sheikh Jarrah, quartiere palestinese di Gerusalemme est da anni nel mirino delle organizzazioni dei coloni e dello Stato israeliano, scoppiavano nuovi scontri a causa dell’aggressione combinata di polizia israeliana e coloni che si è accompagnata alla visita di Itamar Ben Gvir, politico di estrema destra, a capo del Sionismo Religioso.
Ben Gvir si è presentato ieri a Sheikh Jarrah per aprire un suo ufficio nel quartiere, al fine – secondo le sue dichiarazioni – di “mostrare sostegno ai residenti ebrei”. È di almeno due feriti e sei arresti il bilancio degli scontri avvenuti poco prima dell’alba di ieri.
Hamas ha annunciato una risposta “severa” se Israele dovesse continuare i suoi assalti a Gerusalemme est. In una dichiarazione la delegazione dell’Unione europea si dice “preoccupata” per gli scontri avvenuti nel quartiere di Sheikh Jarrah.
Fonti. Nena News, agenzia Nova
Fonte
Gli scontri sono avvenuti nel villaggio di Silat al-Harithiya, vicino Jenin, dove l’esercito israeliano ha ucciso un 17enne, Mohammad Akram Salah: colpito alla testa da un proiettile, è morto poco dopo. Altri 20 i palestinesi feriti, secondo l’agenzia palestinese Wafa.
Scontri erano iniziati nel villaggio con l’arrivo dei militari israeliani, pronti a demolire la casa di un uomo accusato di aver ucciso un colono. L’esercito ha chiuso le entrate al villaggio e si è diretto all’abitazione di Muhammad Jaradat, già agli arresti, considerato il responsabile dell’omicidio di un colono di 25 anni.
Nelle stesse ore a Sheikh Jarrah, quartiere palestinese di Gerusalemme est da anni nel mirino delle organizzazioni dei coloni e dello Stato israeliano, scoppiavano nuovi scontri a causa dell’aggressione combinata di polizia israeliana e coloni che si è accompagnata alla visita di Itamar Ben Gvir, politico di estrema destra, a capo del Sionismo Religioso.
Ben Gvir si è presentato ieri a Sheikh Jarrah per aprire un suo ufficio nel quartiere, al fine – secondo le sue dichiarazioni – di “mostrare sostegno ai residenti ebrei”. È di almeno due feriti e sei arresti il bilancio degli scontri avvenuti poco prima dell’alba di ieri.
Hamas ha annunciato una risposta “severa” se Israele dovesse continuare i suoi assalti a Gerusalemme est. In una dichiarazione la delegazione dell’Unione europea si dice “preoccupata” per gli scontri avvenuti nel quartiere di Sheikh Jarrah.
Fonti. Nena News, agenzia Nova
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10/12/2021
La Gerusalemme palestinese sul punto di riesplodere
di Michele Giorgio
Dietro i recenti accoltellamenti e altri attacchi a israeliani avvenuti a Gerusalemme e compiuti da giovani palestinesi, Reuven Berko, un ex comandante della polizia israeliana intervistato ieri dal Jerusalem Press Club, ci vede la mano di Hamas. E anche quella dell’Iran e del Jihad. La cosa che Berko non vede sono le tensioni che da mesi attraversano la zona Est, araba, di Gerusalemme, che sono causate dalla minaccia di espulsione di decine di famiglie palestinesi dalle case in cui vivono da oltre 60 anni, nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan, per far posto a coloni israeliani.
E proprio coloni ed estremisti di destra ieri sera si sono radunati all’ingresso del quartiere di Sheikh Jarrah urlando «Morte agli arabi» e «Via i terroristi» in risposta al ferimento di una israeliana di 26 anni da parte di una quattordicenne Nafoud Hammad. La ragazzina ha colpito con un coltello la donna israeliana; quindi, è fuggita cercando rifugio in una scuola dove poco dopo è stata arrestata dalla polizia. In manette ci sono finiti anche i suoi familiari.
La famiglia Hammad fa parte di 7 delle 28 famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah che sono a rischio concreto di perdere le loro case costruite su terreni che una immobiliare legata al movimento dei coloni, la Nahalat Shimon, avrebbe comprato dai discendenti degli ebrei che vivevano in quella zona prima del 1948. La legge israeliana consente a un cittadino di reclamare le proprietà ebraiche prima della fondazione dello Stato ebraico, lo stesso diritto non è garantito ai palestinesi. Così gli Hammad e altre famiglie di Sheikh Jarrah vivono nell’ansia costante di finire in strada da un giorno all’altro e di vedere le loro abitazioni occupate da coloni.
Una condizione che vivono sulla loro pelle anche tante famiglie di Silwan, un quartiere arabo ai piedi della città vecchia di Gerusalemme. E anche le 10 famiglie palestinesi che al Monte degli Ulivi dovranno demolire il loro palazzo per non pagare la multa da decine di migliaia di dollari emessa dall’amministrazione comunale israeliana perché l’edificio è stato costruito senza autorizzazione.
Sarebbero 20mila le case palestinesi a Gerusalemme prive di permesso ma questo numero non è la rappresentazione di un abuso edilizio. Il problema è ampio ed esiste sin dall’inizio dell’occupazione israeliana della zona est della città nel 1967. Le autorità concedono pochi permessi edilizi ai palestinesi che da parte loro affermano di essere costretti a costruire case abusive di fronte alla forte crescita demografica della popolazione araba.
Eppure, l’ex comandante Berko è sicuro: la grave situazione edilizia a Gerusalemme Est non c’entra nulla. Piuttosto sono Tehran, Hamas e Jihad che hanno istigato i sei attacchi compiuti dall’inizio di dicembre a oggi da giovani palestinesi. Uno degli aggressori, responsabile del ferimento di un religioso ebreo, qualche giorno fa, a poche decine di metri dalla Porta di Damasco, è stato finito a fucilate dalla polizia mentre giaceva a terra ferito e non più in grado di nuocere. Per il premier Naftali Bennett gli agenti hanno agito nel rispetto delle regole.
Gerusalemme è una polveriera, sul punto di esplodere come la scorsa primavera a causa delle vicende di Sheikh Jarrah e Silwan che poi, unite alla tensione sulla Spianata delle moschee, hanno innescato l’ultima escalation militare tra Israele e Hamas a Gaza. Due giorni fa, dopo tre anni e mezzo di lavori, Israele ha «inaugurato» il Muro intorno a Gaza. La barriera è lunga 65 chilometri e include una componente sotterranea dotata di sensori, una rete installata sopra il terreno e una barriera marina.
Fonte
Dietro i recenti accoltellamenti e altri attacchi a israeliani avvenuti a Gerusalemme e compiuti da giovani palestinesi, Reuven Berko, un ex comandante della polizia israeliana intervistato ieri dal Jerusalem Press Club, ci vede la mano di Hamas. E anche quella dell’Iran e del Jihad. La cosa che Berko non vede sono le tensioni che da mesi attraversano la zona Est, araba, di Gerusalemme, che sono causate dalla minaccia di espulsione di decine di famiglie palestinesi dalle case in cui vivono da oltre 60 anni, nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan, per far posto a coloni israeliani.
E proprio coloni ed estremisti di destra ieri sera si sono radunati all’ingresso del quartiere di Sheikh Jarrah urlando «Morte agli arabi» e «Via i terroristi» in risposta al ferimento di una israeliana di 26 anni da parte di una quattordicenne Nafoud Hammad. La ragazzina ha colpito con un coltello la donna israeliana; quindi, è fuggita cercando rifugio in una scuola dove poco dopo è stata arrestata dalla polizia. In manette ci sono finiti anche i suoi familiari.
La famiglia Hammad fa parte di 7 delle 28 famiglie palestinesi di Sheikh Jarrah che sono a rischio concreto di perdere le loro case costruite su terreni che una immobiliare legata al movimento dei coloni, la Nahalat Shimon, avrebbe comprato dai discendenti degli ebrei che vivevano in quella zona prima del 1948. La legge israeliana consente a un cittadino di reclamare le proprietà ebraiche prima della fondazione dello Stato ebraico, lo stesso diritto non è garantito ai palestinesi. Così gli Hammad e altre famiglie di Sheikh Jarrah vivono nell’ansia costante di finire in strada da un giorno all’altro e di vedere le loro abitazioni occupate da coloni.
Una condizione che vivono sulla loro pelle anche tante famiglie di Silwan, un quartiere arabo ai piedi della città vecchia di Gerusalemme. E anche le 10 famiglie palestinesi che al Monte degli Ulivi dovranno demolire il loro palazzo per non pagare la multa da decine di migliaia di dollari emessa dall’amministrazione comunale israeliana perché l’edificio è stato costruito senza autorizzazione.
Sarebbero 20mila le case palestinesi a Gerusalemme prive di permesso ma questo numero non è la rappresentazione di un abuso edilizio. Il problema è ampio ed esiste sin dall’inizio dell’occupazione israeliana della zona est della città nel 1967. Le autorità concedono pochi permessi edilizi ai palestinesi che da parte loro affermano di essere costretti a costruire case abusive di fronte alla forte crescita demografica della popolazione araba.
Eppure, l’ex comandante Berko è sicuro: la grave situazione edilizia a Gerusalemme Est non c’entra nulla. Piuttosto sono Tehran, Hamas e Jihad che hanno istigato i sei attacchi compiuti dall’inizio di dicembre a oggi da giovani palestinesi. Uno degli aggressori, responsabile del ferimento di un religioso ebreo, qualche giorno fa, a poche decine di metri dalla Porta di Damasco, è stato finito a fucilate dalla polizia mentre giaceva a terra ferito e non più in grado di nuocere. Per il premier Naftali Bennett gli agenti hanno agito nel rispetto delle regole.
Gerusalemme è una polveriera, sul punto di esplodere come la scorsa primavera a causa delle vicende di Sheikh Jarrah e Silwan che poi, unite alla tensione sulla Spianata delle moschee, hanno innescato l’ultima escalation militare tra Israele e Hamas a Gaza. Due giorni fa, dopo tre anni e mezzo di lavori, Israele ha «inaugurato» il Muro intorno a Gaza. La barriera è lunga 65 chilometri e include una componente sotterranea dotata di sensori, una rete installata sopra il terreno e una barriera marina.
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16/06/2021
Israele bombarda di nuovo Gaza. Scontri a Gerusalemme per la marcia degli ultrasionisti
I jet israeliani sono tornati a bombardare Gaza. Questa volta la motivazione è la ritorsione per i lanci di... palloni incendiari – sì avete letto bene, non si tratta di razzi – su Israele.
Secondo fonti palestinesi, i caccia di Israele hanno preso di mira almeno un sito a est della città di Khan Younis, nel Sud della Striscia. Secondo fonti di Tel Aviv, i jet da combattimento “hanno colpito complessi militari appartenenti all’organizzazione terroristica di Hamas”, “strutture e luoghi di incontro” delle Brigate al-Qassam, braccio militare del movimento.
L’attacco è stato il primo di Israele contro Gaza dopo l’insediamento del nuovo governo di coalizione guidato da Naftali Bennet. Droni da ricognizione dell’esercito hanno sorvolato la Striscia di Gaza intorno a mezzanotte e successivamente sono state udite esplosioni.
Da Gaza sono stati lanciati decine di palloni incendiari per protestare contro la Marcia delle bandiere, manifestazione che ha visto cinquemila ultrasionisti israeliani marciare a Gerusalemme Est per il tradizionale appuntamento che in precedenza era stato rinviato due volte per motivi di ordine pubblico.
La Marcia delle bandiere commemora l’occupazione militare di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Per i palestinesi segna l’inizio dell’occupazione in Gerusalemme Est. Si celebra solitamente ogni 10 maggio in occasione del Jerusalem Day.
Alcuni gruppi di partecipanti alla “parata delle bandiere” sono stati filmati mentre gridavano slogan razzisti come “Morte agli arabi”.
Già nella giornata di ieri a Gaza le forze militari israeliane, avevano aperto il fuoco contro un gruppo di giovani palestinesi mentre si trovavano vicino alla recinzione di confine, ad est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
Secondo fonti locali, alcuni giovani hanno tagliato il recinto di filo spinato, nella zona est di Khuza’ah, a Khan Yunis, sfidando i soldati, che hanno risposto sparando contro di loro munizioni letali e lacrimogeni.
I giovani sono riusciti a rientrare all’interno di Gaza, e fortunatamente nessuno è rimasto ferito. Nel frattempo, diversi giovani si sono radunati vicino alle aree di confine di Gaza per partecipare alle proteste in solidarietà con Gerusalemme e la moschea di al-Aqsa.
A Gerusalemme sono registrati alcuni scontri tra militari e poliziotti israeliani e giovani palestinesi posti a presidio dei loro quartieri, che si sono rifiutati di obbedire alla polizia che ha cercato di disperderli prima e durante la marcia degli ultrasionisti. Negli incidenti che ne sono scaturiti, 33 palestinesi sono rimasti feriti, così come due agenti israeliani. 17 palestinesi sono stati arrestati.
Fonte
Secondo fonti palestinesi, i caccia di Israele hanno preso di mira almeno un sito a est della città di Khan Younis, nel Sud della Striscia. Secondo fonti di Tel Aviv, i jet da combattimento “hanno colpito complessi militari appartenenti all’organizzazione terroristica di Hamas”, “strutture e luoghi di incontro” delle Brigate al-Qassam, braccio militare del movimento.
L’attacco è stato il primo di Israele contro Gaza dopo l’insediamento del nuovo governo di coalizione guidato da Naftali Bennet. Droni da ricognizione dell’esercito hanno sorvolato la Striscia di Gaza intorno a mezzanotte e successivamente sono state udite esplosioni.
Da Gaza sono stati lanciati decine di palloni incendiari per protestare contro la Marcia delle bandiere, manifestazione che ha visto cinquemila ultrasionisti israeliani marciare a Gerusalemme Est per il tradizionale appuntamento che in precedenza era stato rinviato due volte per motivi di ordine pubblico.
La Marcia delle bandiere commemora l’occupazione militare di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Per i palestinesi segna l’inizio dell’occupazione in Gerusalemme Est. Si celebra solitamente ogni 10 maggio in occasione del Jerusalem Day.
Alcuni gruppi di partecipanti alla “parata delle bandiere” sono stati filmati mentre gridavano slogan razzisti come “Morte agli arabi”.
Già nella giornata di ieri a Gaza le forze militari israeliane, avevano aperto il fuoco contro un gruppo di giovani palestinesi mentre si trovavano vicino alla recinzione di confine, ad est di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza.
Secondo fonti locali, alcuni giovani hanno tagliato il recinto di filo spinato, nella zona est di Khuza’ah, a Khan Yunis, sfidando i soldati, che hanno risposto sparando contro di loro munizioni letali e lacrimogeni.
I giovani sono riusciti a rientrare all’interno di Gaza, e fortunatamente nessuno è rimasto ferito. Nel frattempo, diversi giovani si sono radunati vicino alle aree di confine di Gaza per partecipare alle proteste in solidarietà con Gerusalemme e la moschea di al-Aqsa.
A Gerusalemme sono registrati alcuni scontri tra militari e poliziotti israeliani e giovani palestinesi posti a presidio dei loro quartieri, che si sono rifiutati di obbedire alla polizia che ha cercato di disperderli prima e durante la marcia degli ultrasionisti. Negli incidenti che ne sono scaturiti, 33 palestinesi sono rimasti feriti, così come due agenti israeliani. 17 palestinesi sono stati arrestati.
Fonte
27/05/2021
Palestina. Niente pace a Gerusalemme, la Turchia punta al gas davanti Gaza
Mentre sembra reggere ancora il cessate il fuoco a Gaza e in Israele, a Gerusalemme l’occupazione israeliana non sembra affatto aver cambiato registro.
Mercoledì mattina la polizia israeliana ha soffocato una manifestazione contro le espulsioni forzate di famiglie palestinesi dall’area Batn al-Hawa di Silwan nella Gerusalemme est occupata.
Il Centro informazioni di Wadi Hilweh ha affermato che la polizia israeliana pesantemente armata ha represso con la violenza i partecipanti alla manifestazione contro l’espropriazione forzata delle famiglie palestinesi delle loro case a Batn al-Hawa, a sud del complesso della moschea di Al-Aqsa, picchiandoli e arrestando un adolescente di 16 anni dopo averlo colpito in faccia con il calcio di un fucile.
Sempre ieri le autorità israeliane hanno costretto un cittadino palestinese dei territori occupati dagli israeliani nel ’48, a demolire la propria casa nella città palestinese di Tayibe, nel centro di Israele.
Il sito web di Arabs 48 news riferisce che Nabil Amrour è stato costretto a demolire la sua stessa casa per evitare di pagare costi esorbitanti se i bulldozer del ministero dell’Interno israeliano fossero accompagnati dalle forze speciali della polizia.
La Turchia avanza la sua ipoteca sui giacimenti di gas davanti a Gaza
Si apprende intanto che la Turchia si appresta a diventare un soggetto ingombrante per Israele nel controllo dei giacimenti di gas nel mare davanti a Gaza. In tal senso si vanno palesando gli stretti rapporti tra Turchia e Hamas.
Il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyah, ha infatti dichiarato che il suo movimento sarebbe felice di qualsiasi accordo marittimo tra Palestina e Turchia che consideri l’uso di gas naturale al largo delle coste palestinesi.
In un’intervista alla televisione HaberTurk, Haniyah ha affermato che qualsiasi accordo di questo tipo andrebbe a vantaggio sia della Turchia che della Palestina. Il dirigente di Hamas ha affermato che le coste palestinesi hanno “importanza strategica” in quanto contengono enormi riserve di gas naturale, sottolineando che i palestinesi devono beneficiare di questa ricchezza.
Haniyah ha affermato che il suo movimento considera la Turchia, l’Egitto, l’Iran e l’Arabia Saudita come paesi importanti nella regione.
Alcuni giorni fa, un alto funzionario turco in pensione aveva proposto un accordo per delimitare i confini tra Ankara e Palestina. Tuttavia, ha notato che un tale accordo necessita di uno Stato palestinese sovrano unito a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.
Ha inoltre sottolineato che la Turchia ha confini marittimi con Gaza lungo il Mar Mediterraneo, sottolineando che un tale accordo sarebbe simile a quello recentemente firmato tra Turchia e Libia nel 2019.
Il giacimento di gas “Gaza Marine” si trova a circa 30 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza e si stima che possa contenere oltre un trilione di metri cubi di gas naturale. A causa dell’assedio israeliano sulla Striscia, i palestinesi non sono in grado di accedere al giacimento di gas.
Il leader di Hamas a Gaza Yihia Sinwar ha affermato in una conferenza stampa che “il presidente Biden adesso ha il compito di premere su Israele per costringerlo a rispettare il diritto internazionale”. Sinwar ha sostenuto che già nel 2017 Hamas ha riveduto le proprie posizioni politiche dietro pressioni internazionali.
Anche oggi, ha assicurato, Hamas è interessato a partecipare alle elezioni legislative dell’Autorità nazionale palestinese, che erano state fissate per il 22 maggio e che sono poi state rinviate. “Noi abbiamo accettato tute le condizioni fissate dal presidente Abu Mazen, ma questi si è tirato indietro per la questione del voto a Gerusalemme est. Noi – ha aggiunto – vogliamo che quelle elezioni avvengano prima possibile, e siamo pronti ad accettarne il risultato“.
Il dirigente di Hamas ha poi avvertito: “Se Israele non cesserà a Gerusalemme le attività contro la Città Santa ed i suoi abitanti, potrebbe divampare una guerra religiosa su scala mondiale“.
All’origine dell’ultimo conflitto, ha affermato, c’è stato il comportamento israeliano verso i fedeli alla moschea al-Aqsa e nel rione conteso di Sheikh Jarah: “Siamo stati obbligati a lanciare un ultimatum. Quando Israele l’ha ignorato, siamo passati all’azione“.
Dal canto suo il presidente dell’Anp Abu Mazen ha sottolineato durante un incontro con il ministro degli Esteri britannico in visita a Ramallah, Dominic Raab, l’importanza dell’inizio immediato di un processo politico sotto la supervisione del Quartetto internazionale che ponga fine all’occupazione israeliana dello Stato di Palestina con Gerusalemme Est come capitale in linea con le risoluzioni di legittimità internazionale.
Abu Mazen ha inoltre sottolineato l’importanza di fermare immediatamente gli attacchi degli estremisti dei coloni israeliani, appoggiati dalle forze israeliane, nei territori occupati, compresa Gerusalemme.
Ha inoltre sottolineato la necessità di garantire la solidificazione del cessate il fuoco in tutti i territori palestinesi e di sostenere gli sforzi di ricostruzione della Striscia di Gaza assediata e devastata.
Fonti: Ansamed, Wafa, Infopal
Fonte
Mercoledì mattina la polizia israeliana ha soffocato una manifestazione contro le espulsioni forzate di famiglie palestinesi dall’area Batn al-Hawa di Silwan nella Gerusalemme est occupata.
Il Centro informazioni di Wadi Hilweh ha affermato che la polizia israeliana pesantemente armata ha represso con la violenza i partecipanti alla manifestazione contro l’espropriazione forzata delle famiglie palestinesi delle loro case a Batn al-Hawa, a sud del complesso della moschea di Al-Aqsa, picchiandoli e arrestando un adolescente di 16 anni dopo averlo colpito in faccia con il calcio di un fucile.
Sempre ieri le autorità israeliane hanno costretto un cittadino palestinese dei territori occupati dagli israeliani nel ’48, a demolire la propria casa nella città palestinese di Tayibe, nel centro di Israele.
Il sito web di Arabs 48 news riferisce che Nabil Amrour è stato costretto a demolire la sua stessa casa per evitare di pagare costi esorbitanti se i bulldozer del ministero dell’Interno israeliano fossero accompagnati dalle forze speciali della polizia.
La Turchia avanza la sua ipoteca sui giacimenti di gas davanti a Gaza
Si apprende intanto che la Turchia si appresta a diventare un soggetto ingombrante per Israele nel controllo dei giacimenti di gas nel mare davanti a Gaza. In tal senso si vanno palesando gli stretti rapporti tra Turchia e Hamas.
Il capo dell’Ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyah, ha infatti dichiarato che il suo movimento sarebbe felice di qualsiasi accordo marittimo tra Palestina e Turchia che consideri l’uso di gas naturale al largo delle coste palestinesi.
In un’intervista alla televisione HaberTurk, Haniyah ha affermato che qualsiasi accordo di questo tipo andrebbe a vantaggio sia della Turchia che della Palestina. Il dirigente di Hamas ha affermato che le coste palestinesi hanno “importanza strategica” in quanto contengono enormi riserve di gas naturale, sottolineando che i palestinesi devono beneficiare di questa ricchezza.
Haniyah ha affermato che il suo movimento considera la Turchia, l’Egitto, l’Iran e l’Arabia Saudita come paesi importanti nella regione.
Alcuni giorni fa, un alto funzionario turco in pensione aveva proposto un accordo per delimitare i confini tra Ankara e Palestina. Tuttavia, ha notato che un tale accordo necessita di uno Stato palestinese sovrano unito a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est.
Ha inoltre sottolineato che la Turchia ha confini marittimi con Gaza lungo il Mar Mediterraneo, sottolineando che un tale accordo sarebbe simile a quello recentemente firmato tra Turchia e Libia nel 2019.
Il giacimento di gas “Gaza Marine” si trova a circa 30 chilometri dalla costa della Striscia di Gaza e si stima che possa contenere oltre un trilione di metri cubi di gas naturale. A causa dell’assedio israeliano sulla Striscia, i palestinesi non sono in grado di accedere al giacimento di gas.
Il leader di Hamas a Gaza Yihia Sinwar ha affermato in una conferenza stampa che “il presidente Biden adesso ha il compito di premere su Israele per costringerlo a rispettare il diritto internazionale”. Sinwar ha sostenuto che già nel 2017 Hamas ha riveduto le proprie posizioni politiche dietro pressioni internazionali.
Anche oggi, ha assicurato, Hamas è interessato a partecipare alle elezioni legislative dell’Autorità nazionale palestinese, che erano state fissate per il 22 maggio e che sono poi state rinviate. “Noi abbiamo accettato tute le condizioni fissate dal presidente Abu Mazen, ma questi si è tirato indietro per la questione del voto a Gerusalemme est. Noi – ha aggiunto – vogliamo che quelle elezioni avvengano prima possibile, e siamo pronti ad accettarne il risultato“.
Il dirigente di Hamas ha poi avvertito: “Se Israele non cesserà a Gerusalemme le attività contro la Città Santa ed i suoi abitanti, potrebbe divampare una guerra religiosa su scala mondiale“.
All’origine dell’ultimo conflitto, ha affermato, c’è stato il comportamento israeliano verso i fedeli alla moschea al-Aqsa e nel rione conteso di Sheikh Jarah: “Siamo stati obbligati a lanciare un ultimatum. Quando Israele l’ha ignorato, siamo passati all’azione“.
Dal canto suo il presidente dell’Anp Abu Mazen ha sottolineato durante un incontro con il ministro degli Esteri britannico in visita a Ramallah, Dominic Raab, l’importanza dell’inizio immediato di un processo politico sotto la supervisione del Quartetto internazionale che ponga fine all’occupazione israeliana dello Stato di Palestina con Gerusalemme Est come capitale in linea con le risoluzioni di legittimità internazionale.
Abu Mazen ha inoltre sottolineato l’importanza di fermare immediatamente gli attacchi degli estremisti dei coloni israeliani, appoggiati dalle forze israeliane, nei territori occupati, compresa Gerusalemme.
Ha inoltre sottolineato la necessità di garantire la solidificazione del cessate il fuoco in tutti i territori palestinesi e di sostenere gli sforzi di ricostruzione della Striscia di Gaza assediata e devastata.
Fonti: Ansamed, Wafa, Infopal
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24/05/2021
Palestina. Non c’è pace a Gerusalemme, la polizia israeliana chiude la spianata
Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha chiesto il rispetto “completo” del cessate il fuoco fra Israele e Hamas. “I membri del consiglio di sicurezza danno il benvenuto all’annuncio del cessate fuoco e riconoscono il ruolo importante giocato dall’Egitto” e da altri Paesi dell’area, si legge nel documento approvato dai membri del consiglio di sicurezza, nel quale si mette in evidenza la necessità di “immediata assistenza umanitaria alla popolazione civile palestinese, soprattutto a Gaza“.
Non sembra invece esserci fine alle provocazioni israeliane sul luogo più critico ed emblematico dell’ultima escalation: Gerusalemme, dove tutto è cominciato nelle scorse settimane.
Dopo l’intervento dei militari israeliani venerdì scorso sulla spianata della Moschea di Al Aqsa al termine della preghiera, domenica la polizia israeliana ha chiuso ai palestinesi di età inferiore ai 45 anni l’accesso alla spianata delle moschee di Gerusalemme nel giorno della riapertura del complesso, dopo 20 giorni, ai fedeli ebrei.
A riferirlo è la Waqf, l’organizzazione islamica giordana che ha l’autorità religiosa sull’area, dove si trovano il luogo più sacro della religione ebraica, il Monte del Tempio, e il terzo luogo più sacro dell’Islam, la Moschea di al-Aqsa.
La polizia israeliana, ha spiegato il Waqf secondo la testata Arab News, ha scortato 50 fondamentalisti ebrei sul Monte e ha proibito contemporaneamente l’ingresso alla spianata ai palestinesi di età inferiore ai 45 anni, chiedendo ai palestinesi che intendevano entrare di lasciare il documento di identità e allontanando i più giovani dall’area.
L’organizzazione islamica ha comunicato che tre palestinesi sono stati arrestati, tra i quali un’agente della polizia palestinese.
A Gaza intanto emergono i pesanti problemi legati ai servizi da assicurare alla popolazione dopo quattordici giorni di bombardamenti. L’Unrwa – l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi – ha bisogno di 38 milioni di dollari per l’immediata assistenza al rifugiati palestinesi che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, il 70% della popolazione di Gaza. Lo ha detto all’Ansa Philippe Lazzarini Commissario generale dell’Unrwa – che oggi è arrivato a Gaza accompagnato da una delegazione dell’Oms.
Fonte
Non sembra invece esserci fine alle provocazioni israeliane sul luogo più critico ed emblematico dell’ultima escalation: Gerusalemme, dove tutto è cominciato nelle scorse settimane.
Dopo l’intervento dei militari israeliani venerdì scorso sulla spianata della Moschea di Al Aqsa al termine della preghiera, domenica la polizia israeliana ha chiuso ai palestinesi di età inferiore ai 45 anni l’accesso alla spianata delle moschee di Gerusalemme nel giorno della riapertura del complesso, dopo 20 giorni, ai fedeli ebrei.
A riferirlo è la Waqf, l’organizzazione islamica giordana che ha l’autorità religiosa sull’area, dove si trovano il luogo più sacro della religione ebraica, il Monte del Tempio, e il terzo luogo più sacro dell’Islam, la Moschea di al-Aqsa.
La polizia israeliana, ha spiegato il Waqf secondo la testata Arab News, ha scortato 50 fondamentalisti ebrei sul Monte e ha proibito contemporaneamente l’ingresso alla spianata ai palestinesi di età inferiore ai 45 anni, chiedendo ai palestinesi che intendevano entrare di lasciare il documento di identità e allontanando i più giovani dall’area.
L’organizzazione islamica ha comunicato che tre palestinesi sono stati arrestati, tra i quali un’agente della polizia palestinese.
A Gaza intanto emergono i pesanti problemi legati ai servizi da assicurare alla popolazione dopo quattordici giorni di bombardamenti. L’Unrwa – l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi – ha bisogno di 38 milioni di dollari per l’immediata assistenza al rifugiati palestinesi che hanno perso le loro case e i mezzi di sussistenza, il 70% della popolazione di Gaza. Lo ha detto all’Ansa Philippe Lazzarini Commissario generale dell’Unrwa – che oggi è arrivato a Gaza accompagnato da una delegazione dell’Oms.
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14/05/2021
Israele ha bisogno di nemici per giustificare la guerra contro i palestinesi
Il rabbino Dovid Feldman afferma che le autorità israeliane hanno tirato fuori gli sfratti di Sheikh Jarrah per suscitare indignazione tra i palestinesi.
NEW YORK
Le autorità israeliane hanno bisogno di attacchi contro di loro per giustificare la guerra contro il popolo palestinese, ha detto un gruppo ebraico antisionista in un’intervista con l’Agenzia Anadolu.
“Sfortunatamente questo è così identico e così in linea con quello che sta succedendo lì da settant’anni e anche prima”, ha detto il rabbino Dovid Feldman, il portavoce degli Ebrei Ortodossi contro il Sionismo, noto anche come Naurei Karta International.
“Sfortunatamente, quello che stiamo vedendo in questo decennio è che il movimento sionista israeliano ha bisogno di attacchi contro di loro, al fine di giustificare la loro guerra contro il popolo palestinese”, ha detto Feldman.
Il rabbino ha detto che non c’è da meravigliarsi che le autorità israeliane abbiano proposto gli sfratti di Sheikh Jarrah per suscitare indignazione tra i palestinesi.
Il gruppo ebraico antisionista denuncia l’aggressione israeliana a Gerusalemme.
“Il movimento sionista ha bisogno della guerra per esistere, ha bisogno della guerra per ottenere la simpatia del popolo ebraico”, ha detto Feldman.
Ciò che è stato fatto ai palestinesi è stato sbagliato, ha detto Feldman, aggiungendo che nessun progresso può essere compiuto se non si affronta quello che è stato fatto contro i palestinesi.
“Siamo contrari a tutto ciò che rappresenta il sionismo, e siamo contro l’intera occupazione. È contro la nostra religione, è contro la giustizia, contro il diritto internazionale, è contro l’umanità.”
"È contro l’interesse del popolo palestinese, ed è contro gli interessi del popolo ebraico in tutto il mondo“, ha detto Feldman.
Ha detto che terranno una serie di proteste a New York e Washington DC, ma ha sottolineato che le forze filo-israeliane hanno cercato di sopprimere la loro voce, censurandole sia a livello sociale che nei media mainstream.
“Siamo orgogliosi di dire che critichiamo Israele, che è una vera e forse la più grande violazione del giudaismo. Siamo orgogliosi di dire che critichiamo Israele, perché è una violazione di qualsiasi tipo di giustizia“, ha aggiunto.
Le tensioni sono aumentate nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est dalla scorsa settimana, quando un tribunale israeliano ha ordinato e successivamente ha ritardato lo sgombero delle famiglie palestinesi.
I palestinesi che protestavano in solidarietà con i residenti di Sheikh Jarrah sono stati presi di mira dalle forze israeliane.
L’escalation ha provocato attacchi aerei da parte di Israele su Gaza, che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti.
Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la Guerra arabo-israeliana del 1967 e si è annessa l’intera città nel 1980 – una mossa che non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale.
Fonte
NEW YORK
Le autorità israeliane hanno bisogno di attacchi contro di loro per giustificare la guerra contro il popolo palestinese, ha detto un gruppo ebraico antisionista in un’intervista con l’Agenzia Anadolu.
“Sfortunatamente questo è così identico e così in linea con quello che sta succedendo lì da settant’anni e anche prima”, ha detto il rabbino Dovid Feldman, il portavoce degli Ebrei Ortodossi contro il Sionismo, noto anche come Naurei Karta International.
“Sfortunatamente, quello che stiamo vedendo in questo decennio è che il movimento sionista israeliano ha bisogno di attacchi contro di loro, al fine di giustificare la loro guerra contro il popolo palestinese”, ha detto Feldman.
Il rabbino ha detto che non c’è da meravigliarsi che le autorità israeliane abbiano proposto gli sfratti di Sheikh Jarrah per suscitare indignazione tra i palestinesi.
Il gruppo ebraico antisionista denuncia l’aggressione israeliana a Gerusalemme.
“Il movimento sionista ha bisogno della guerra per esistere, ha bisogno della guerra per ottenere la simpatia del popolo ebraico”, ha detto Feldman.
Ciò che è stato fatto ai palestinesi è stato sbagliato, ha detto Feldman, aggiungendo che nessun progresso può essere compiuto se non si affronta quello che è stato fatto contro i palestinesi.
“Siamo contrari a tutto ciò che rappresenta il sionismo, e siamo contro l’intera occupazione. È contro la nostra religione, è contro la giustizia, contro il diritto internazionale, è contro l’umanità.”
"È contro l’interesse del popolo palestinese, ed è contro gli interessi del popolo ebraico in tutto il mondo“, ha detto Feldman.
Ha detto che terranno una serie di proteste a New York e Washington DC, ma ha sottolineato che le forze filo-israeliane hanno cercato di sopprimere la loro voce, censurandole sia a livello sociale che nei media mainstream.
“Siamo orgogliosi di dire che critichiamo Israele, che è una vera e forse la più grande violazione del giudaismo. Siamo orgogliosi di dire che critichiamo Israele, perché è una violazione di qualsiasi tipo di giustizia“, ha aggiunto.
Le tensioni sono aumentate nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est dalla scorsa settimana, quando un tribunale israeliano ha ordinato e successivamente ha ritardato lo sgombero delle famiglie palestinesi.
I palestinesi che protestavano in solidarietà con i residenti di Sheikh Jarrah sono stati presi di mira dalle forze israeliane.
L’escalation ha provocato attacchi aerei da parte di Israele su Gaza, che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti.
Israele ha occupato Gerusalemme Est durante la Guerra arabo-israeliana del 1967 e si è annessa l’intera città nel 1980 – una mossa che non è mai stata riconosciuta dalla comunità internazionale.
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