La Corte d’assise di Roma ha condannato a dieci anni in primo grado – ma solo per sequestro di persona – tre funzionari degli apparati di sicurezza egiziani. Un quarto imputato è stato assolto. L’omicidio di Giulio Regeni rimane dunque senza condanne.
Per un verso è un risultato importante, perché riconosce che ci sono state responsabilità dentro gli apparati statali egiziani, dall’altro “salva” i rapporti diplomatici ed economici con l’Egitto cavando dall’imbarazzo il governo italiano.
I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a 10 anni di carcere per sequestro di persona aggravato, mentre il quarto imputato – il generale Tariq Sabir – è stato assolto. Tariq Sabir era accusato di aver ucciso materialmente Giulio Regeni ed era l’unico imputato per il reato di tortura. I tre condannati dovranno adesso risarcire la famiglia Regeni con 200mila euro e la presidenza del Consiglio con 150mila euro.
Le autorità del Cairo hanno ostacolato in ogni modo le indagini sull’omicidio di Giulio Regeni, arrivando anche a negare gli indirizzi degli imputati ai quali far giungere le comunicazioni giudiziarie per il processo.
Con questo dispositivo la sentenza non attribuisce al regime di al-Sisi la responsabilità di aver sequestrato e poi ucciso sotto tortura Giulio.
Questa impostazione, che salva le relazioni tra Italia ed Egitto, si evince chiaramente anche dal commento del ministro degli Esteri e vicepremier Tajani alla sentenza: “C’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone. È stato deciso che sono colpevoli, vedremo quello che succederà in secondo e in terzo grado, però c’è stato un omicidio, quindi è stata una cosa non accettabile...”.
Lo scorso 3 settembre Tajani è stato in visita ufficiale al Cairo insieme ai ministri Pichetto Fratin e Calderone e oltre cento aziende italiane. “L’Egitto può contare sull’Italia”, ha dichiarato il governo italiano.
Eppure in Egitto le organizzazioni per i diritti umani continuano a documentare torture, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie, vengono perseguitati giornalisti e oppositori politici, si reprime in ogni modo il dissenso. Ma gli affari e le relazioni diplomatiche tra l’Italia e l’Egitto vanno avanti, senza scrupoli.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/09/2026
Una sentenza “diplomatica” sul caso di Giulio Regeni
25/09/2026
“Io ero la numero 5”
Io ero la numero 5. Racconti di donne palestinesi nelle carceri israeliane è una lettura necessaria, direi indispensabile. Il popolo palestinese sta subendo un vero e proprio genocidio ad opera dell’entità sionista “Israele”. Numerose sono le vere e proprie armi di guerra usate dall’occupazione: fame, siccità, distruzione del patrimonio culturale, scolasticidio ecc..
A questo parzialissimo elenco è doveroso aggiungere la violenza sessuale, vera e propria arma usata dal colonialismo, e non da oggi. La tortura, che prende forma nella violenza sessuale, non è un abuso incidentale, un errore di percorso, è uno strumento deliberato di pulizia etnica e di controllo.
Nonostante sia ovvio, corre l’obbligo di sottolineare il comportamento “dell’unica democrazia del Medio Oriente”: impunità assoluta per coloro che compiono gli abusi sessuali sulle donne palestinesi in stato di detenzione.
È in corso una vera e propria aggressione sessuale israeliana contro bambini ed uomini palestinesi, aggressione che si accentua verso le donne palestinesi. Una violenza che è del tutto funzionale alla perpetrazione del genocidio del popolo palestinese.
La violenza sessuale assume un ruolo centrale nel progetto sionista contro il popolo palestinese. I piani coloniali vanno avanti anche, e non solo – ci mancherebbe – grazie alla violenza sessuale. Tutto questo molto, ma molto prima del famoso 7 ottobre 2023.
La violenza sessuale è una costante alla base dello sfollamento della popolazione palestinese e dell’oppressione coloniale. Quanto leggiamo in Io ero la numero 5, introdotto da Suad Ghanem, che abbiamo apprezzato tantissimo nel suo Il racconto di Suad, è la dimostrazione ulteriore che i palestinesi – in questo caso le donne – non sono, e non vogliono essere, un soggetto passivo, un numero da statistica. La denuncia di quanto subiscono diviene resistenza, le vittime diventano protagonisti attivi.
Nelle storie qui testimoniate la tortura sistematica perpetuata dagli occupanti colpisce due volte: in quanto tale e in quanto riversata sui corpi delle donne. Il ruolo fondamentale delle donne nella resistenza è stato sottolineato in tanti testi, e in questa raccolta vi si trova conferma.
Le donne lottano non solo contro il patriarcato insito nella società in cui vivono, contro la violenza di genere, ma anche contro la potenza occupante. Potenza occupante che in questo caso, come in molti altri, non tiene assolutamente in considerazione il diritto internazionale umanitario secondo il quale le donne devono essere oggetto di particolare protezione da stupro e prostituzione forzata, e alle donne incinte deve essere fornita speciale assistenza.
Le donne vengono invece sottoposte a torture, trattamenti inumani e degradanti (videocamere all’ingresso del bagno, uso di linguaggio offensivo come modalità per terrorizzare ulteriormente), subiscono gravi abusi ed intimidazioni, denudate, numerate e sottoposte a perquisizioni corporali con la grave violazione della dignità umana.
Altro elemento che emerge da quanto riportato in questo libro, è il tentativo degli occupanti di creare un clima di divisione, e conseguente contrapposizione, tra le detenute di Gaza da quelle arabo/palestinesi. Come non sottolineare che le donne palestinesi usano tranquillamente la parola genocidio, quella parola che in molti stentano ancora ad usare; che le donne palestinesi prigioniere nelle carceri israeliane manifestano un bisogno urgente di sostegno psicologico e arrivano a ritenere il martirio un sollievo?
In questo contesto assume grande valore quanto le donne raccontano, perché le loro parole diventano resistenza e accusa politica. Resistere per esistere e non essere cancellate. Quanto avviene non può essere addebitato ad una manciata di soldati, e noi tutti, solidali con chi ha avuto il coraggio di testimoniare le violenze subite da parte dei carcerieri, ci dobbiamo dare un compito: denunciare le strutture legali, militari e politiche che ordinano e proteggono questi crimini.
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13/09/2026
Santa Maria Capua Vetere, la tortura di Stato arriva al giudizio
Il processo di primo grado entra nelle battute finali. L’associazione Yairaiha ricostruisce la spedizione punitiva dell’aprile 2020: circa 300 agenti coinvolti, detenuti picchiati e umiliati, isolamento, minacce e tentativi di occultare quanto accaduto. In gioco non ci sono soltanto le responsabilità individuali, ma i limiti del potere dello Stato sulle persone private della libertà.
Il processo per le violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020 arriva alle battute finali del primo grado. Nelle conclusioni depositate davanti alla Corte d’Assise dall’avvocata Caterina Calia viene ricostruito quanto accadde tra il 6 e il 14 aprile nei reparti Nilo e Danubio dell’istituto campano.
Una ricostruzione che, secondo l’Associazione Yairaiha Ets, impedisce di continuare a rappresentare quei fatti come una normale operazione di sicurezza degenerata in alcuni episodi di violenza.
La tesi sostenuta nelle conclusioni è molto più grave: le prove raccolte durante il dibattimento descriverebbero una vera e propria azione punitiva organizzata contro i detenuti che avevano manifestato la propria preoccupazione per il rischio di contagio da Covid-19.
È necessario tornare a quei giorni per comprendere fino in fondo il significato del processo. Nell’aprile del 2020 l’Italia era attraversata dalla fase più drammatica della pandemia. Dentro le carceri la paura del contagio era aggravata dal sovraffollamento, dalla difficoltà di mantenere qualsiasi forma di distanziamento e dall’interruzione dei colloqui con i familiari.
A Santa Maria Capua Vetere le proteste dei detenuti per il rischio sanitario furono seguite da un intervento che, secondo la ricostruzione presentata nel procedimento, coinvolse circa 300 operatori della polizia penitenziaria.
I detenuti sarebbero stati prelevati dalle celle e costretti ad attraversare corridoi presidiati da agenti in assetto antisommossa, subendo percosse, minacce e umiliazioni. Alcuni sarebbero stati obbligati a rimanere inginocchiati per lunghi periodi, altri sottoposti alla rasatura forzata di barba e capelli; sarebbero stati danneggiati effetti personali e, per alcuni dei feriti, l’assistenza sanitaria sarebbe stata negata o ritardata.
Non si tratta dunque, nella ricostruzione della parte civile, di una violenza improvvisa prodotta dalla concitazione di pochi minuti, ma di condotte inserite dentro un intervento massiccio e organizzato.
Ed è ciò che avvenne successivamente a rendere ancora più difficile la lettura dei fatti attraverso la rassicurante categoria degli “eccessi” individuali.
Secondo il comunicato di Yairaiha, alle violenze fisiche seguirono comportamenti diretti a mantenere un clima intimidatorio e a ostacolare l’emersione di quanto era accaduto: isolamento prolungato con modalità ritenute contrarie all’ordinamento penitenziario e agli standard del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, limitazioni dei rapporti con i familiari, minacce ai detenuti e alterazioni della documentazione amministrativa e sanitaria.
Numerose persone recluse avrebbero riportato non soltanto lesioni fisiche, ma conseguenze psicologiche importanti, comprese manifestazioni riconducibili al disturbo post-traumatico da stress.
Non una semplice aggravante
C’è però un punto giuridico e politico destinato a pesare ben oltre il processo di Santa Maria Capua Vetere. Nelle memorie depositate, l’avvocata Calia richiama la questione recentemente rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione in relazione ai fatti del carcere di San Gimignano: stabilire quale sia la natura della tortura commessa da pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni.
La questione riguarda l’articolo 613-bis del codice penale e non è affatto una disputa tecnica riservata ai giuristi. La tesi sostenuta dalla difesa di parte civile è che le condotte contestate, quando commesse da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni, debbano essere qualificate attraverso l’autonomo titolo di reato previsto dal secondo comma dell’articolo 613-bis e non considerando la qualifica pubblica dell’autore come una semplice aggravante della tortura comune.
La differenza investe direttamente il modo nel quale viene interpretata la tortura praticata da chi esercita il potere dello Stato. La tortura commessa da un pubblico ufficiale su una persona che si trova sotto la sua custodia presenta infatti un elemento specifico: l’enorme asimmetria di potere tra chi esercita la coercizione e chi non possiede alcuna possibilità di sottrarvisi.
Dentro una cella lo Stato controlla lo spazio, gli spostamenti, i contatti con l’esterno, l’accesso alle cure e una parte enorme delle condizioni materiali dell’esistenza quotidiana. È precisamente questa concentrazione di potere a rendere indispensabili limiti, controlli e responsabilità particolarmente rigorosi.
Il materiale raccolto durante il processo, secondo quanto riferisce Yairaiha, è imponente. Ci sono oltre settanta ore di videoregistrazioni interne al carcere, le testimonianze rese durante il dibattimento, le consulenze mediche e psicologiche e le conversazioni WhatsApp sequestrate agli imputati.
Un insieme di elementi che, secondo le conclusioni depositate, consentirebbe di ricostruire non soltanto la dinamica delle violenze ma anche le successive attività di occultamento. Tra i messaggi acquisiti compare una frase attribuita agli agenti durante l’organizzazione dell’intervento, diventata inevitabilmente uno dei simboli dell’intera vicenda: «li abbattiamo come vitelli».
Il problema della violenza istituzionale
Proprio la dimensione organizzata descritta nelle carte rende insufficiente ricondurre Santa Maria Capua Vetere alla teoria delle mele marce. Le responsabilità penali restano personali e sarà la Corte a stabilire quali condotte possano essere attribuite ai singoli imputati. Ma riconoscere questo principio fondamentale non significa rinunciare a interrogarsi sulle condizioni istituzionali che possono rendere possibile una violenza collettiva dentro un luogo totalmente controllato dallo Stato.
La domanda diventa ancora più urgente alla luce delle altre vicende che negli anni hanno attraversato il sistema penitenziario italiano. Il recente procedimento relativo alle presunte torture nel carcere di San Gimignano ha riportato la questione fino alla Cassazione, mentre le denunce provenienti da diversi istituti continuano a mostrare quanto sia fragile il sistema di prevenzione, controllo e accertamento degli abusi nei luoghi di privazione della libertà.
Non significa sostenere che ogni carcere sia un luogo di tortura o che ogni agente sia responsabile delle violenze commesse da altri. Significa riconoscere che nelle istituzioni caratterizzate da una radicale disparità di potere il controllo democratico non può dipendere esclusivamente dalla capacità della vittima di denunciare chi continua ad avere su di lei un enorme potere materiale.
Il processo di Santa Maria Capua Vetere riguarda anche questo. La tortura non è soltanto la violenza fisica inflitta a un corpo. Quando viene esercitata da chi rappresenta lo Stato contro una persona affidata alla sua custodia, investe direttamente la natura e i limiti del potere pubblico.
Per questo la sua repressione non può essere interpretata come un attacco alle istituzioni o alle forze dell’ordine: è esattamente il contrario. Stabilire che esistono condotte che nessun rappresentante dello Stato può compiere, neppure in nome della sicurezza, significa affermare che il monopolio pubblico della coercizione non equivale a un potere senza limiti.
È anche per questa ragione che la discussione sull’articolo 613-bis rimane decisiva. L’Italia ha introdotto il reato di tortura nel proprio codice penale soltanto nel 2017, dopo un ritardo durato quasi trent’anni dalla ratifica della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.
La sua applicazione nei casi che riguardano appartenenti alle forze dell’ordine e alla polizia penitenziaria rappresenta quindi un banco di prova fondamentale: stabilire se la tortura praticata nell’esercizio della funzione pubblica debba essere riconosciuta nella sua specificità significa decidere quanto effettivi siano i limiti imposti all’esercizio della forza statale.
Un processo che riguarda tutti
Santa Maria Capua Vetere assume allora un significato che supera necessariamente il destino giudiziario dei singoli imputati. Non perché le responsabilità individuali possano essere sostituite da una generica responsabilità collettiva, ma perché ciò che viene sottoposto al giudizio della Corte riguarda fatti avvenuti dentro un’istituzione dello Stato, nei confronti di persone che quello stesso Stato aveva il dovere di custodire garantendone l’incolumità e la dignità.
L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il divieto di tortura pone un limite ancora più radicale, perché non conosce eccezioni determinate dall’emergenza, dall’ordine pubblico o dalla condotta precedente della persona sottoposta alla custodia statale.
Proprio il carcere rappresenta uno dei luoghi nei quali questo limite deve essere più rigorosamente difeso, perché chi vi è rinchiuso non dispone della possibilità di allontanarsi da chi esercita su di lui la forza.
Per Yairaiha, quello di Santa Maria Capua Vetere è quindi un processo che va oltre le singole responsabilità che saranno accertate dalla Corte. È «uno dei principali banchi di prova della giustizia italiana» sul terreno dei diritti umani, del controllo dell’esercizio del potere pubblico e della tutela della dignità delle persone private della libertà.
È probabilmente questo il punto politico più importante dell’intera vicenda. Un sistema democratico non si misura dalla quantità di forza che riesce a esercitare sulle persone che ha rinchiuso, ma dalla capacità di porre limiti effettivi a quella forza e di chiamare a risponderne chi eventualmente li oltrepassa.
Se le violenze ricostruite nel processo saranno riconosciute dalla Corte nei termini sostenuti dalle parti civili, Santa Maria Capua Vetere non potrà essere archiviata come una pagina eccezionale e irripetibile della storia penitenziaria italiana.
Imporrà di interrogarsi sulle condizioni che hanno consentito a un’azione punitiva di quelle dimensioni di svolgersi dentro un carcere e sulle garanzie necessarie perché nessuna persona affidata alla custodia dello Stato possa essere nuovamente esposta a un simile esercizio del potere.
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17/08/2026
L’azienda orwelliana dietro i nuovi guanti a scossa elettrica dell’ICE
Nel 2022, il vicecapo Adam Glueck, del dipartimento di polizia di Cape Girardeau, nel Missouri sud-orientale, acquistò guanti a scossa elettrica per i suoi agenti dopo averli scoperti in una fiera. E i suoi dipendenti, disse, non ne avevano mai abbastanza.
“Se in questo momento provassi a togliere i guanti a quegli agenti, credo che avremmo un ammutinamento tra le mani“, scherzò Glueck in un’intervista podcast un paio di anni dopo. “Ci si sono davvero affezionati“.
I guanti a scossa, spiegò poi, permettono a chi li indossa di infliggere dolore senza lasciare il tipo di segni che potrebbero sembrare sgradevoli ai testimoni o rendere un agente vulnerabile a cause legali.
“Nella società di oggi, sapete, tutti filmano tutto, tutti hanno un telefono cellulare“, disse Glueck. Se un agente prende a pugni qualcuno in video, può diventare virale in un istante; persino un taser standard lascia ferite da puntura. Ma “il guanto ha un impatto visivo ridotto e sembra migliore in video e agli occhi dei testimoni. Con un guanto, non ci sono segni di bruciatura o cicatrici“.
I guanti, prodotti da un’azienda chiamata Compliant Technologies, sono stati usati per anni da polizia, sceriffi, guardie carcerarie e persino agenti di sicurezza scolastica. Sono stati descritti da gruppi come Amnesty International come “facilmente utilizzabili in modo improprio per la tortura“. E questa settimana, l’ICE ha pubblicato un piano per ordinarne 20 milioni di dollari.
Il dispositivo si chiama GLOVE, acronimo di Generated Low Output Voltage Emitter (Emettitore a Bassa Tensione Generato). Sembra un normale guanto da lavoro nero imbottito, ma quando chi lo indossa preme un piccolo pulsante sul polso del guanto, produce una scossa elettrica dolorosa.
“Abbiamo un detto: sentire per credere“, ha dichiarato Jeff Niklaus, amministratore delegato di Compliant Technologies, in un video su YouTube del 2022. In clip promozionali, si vedono persone che perdono il controllo degli arti, cadono a terra e gridano dal dolore dopo un leggero tocco del GLOVE.
Nel 2022, l’azienda lo definiva un'”arma” nei post su Instagram. Da allora, però, ha ridimensionato il linguaggio definendolo “un dispositivo di distrazione conduttiva e de-escalation“, presentando la tecnologia sul suo sito web come “umana“.
Organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno da tempo sollevato preoccupazioni sui dispositivi a scossa elettrica come il GLOVE, così come su altri prodotti venduti da Compliant Technologies, come cinture e giubbotti a scossa elettrica, che l’azienda raccomanda per il trasporto dei detenuti, l’uso in aula e l’uso su “individui aggressivi” durante procedure mediche come prelievi di sangue.
La tecnologia non è regolamentata “nonostante i chiari rischi per i diritti umani associati al suo utilizzo“, hanno scritto i ricercatori di Amnesty International in un rapporto del 2025 che dettaglia casi in cui dispositivi a scossa elettrica sono stati usati per la tortura. Il rapporto si conclude con la raccomandazione che i paesi “cessino l’uso, dismettano e distruggano eventuali scorte di tali proibite armi a scossa elettrica“.
Yumna Rizvi, analista politica senior del Center for Victims of Torture, ha definito i guanti “attrezzatura intrinsecamente abusiva che facilita la tortura“. Alcuni dipartimenti di polizia che usano i dispositivi emettono linee guida che ne sconsigliano l’uso contro donne incinte, anziani o persone in catene.
Un manuale utente del GLOVE del 2021 osserva che può causare “un aumento della pressione sanguigna” e “cambiamenti del ritmo cardiaco” e raccomanda agli utenti di evitare di dare scosse a “persone con condizioni di salute evidenti“.
Il manuale include anche un’immagine che recita “il male è impotente quando i buoni non hanno paura“, sovrapposta a una bandiera Blue Lives Matter.
“Come è possibile che l’ICE vada in giro con questi guanti?” si chiede Rizvi. “È intrinsecamente dannoso. Non ha alcuno scopo legittimo per le forze dell’ordine“.
“I nostri agenti sono altamente addestrati nelle tattiche di de-escalation e ricevono regolarmente formazione continua sull’uso della forza,” ha dichiarato un portavoce dell’ICE a Mother Jones; Compliant Technologies non ha risposto a una richiesta di commento.
I dispositivi “saranno assegnati agli ufficiali e agenti di Homeland Security Investigations (H.S.I.) e Enforcement Removal Operations (ERO)“, secondo un avviso pubblicato dal DHS il 10 agosto. Saranno consegnati entro la fine di marzo 2027.
Compliant Technologies è stata fondata nel 2018 da Jeff Niklaus, ex pilota di elicotteri Blackhawk dell’esercito in Afghanistan e Somalia, che crede che il presidente Donald Trump sia stato “unto” da Dio. È anche un teorico della cospirazione a tempo perso: in un’intervista podcast del 2025, ha incolpato il vaccino e l’inclusione di donne e persone LGBTQ nelle forze armate da parte dell’amministrazione Biden per il tragico incidente aereo tra un aereo di linea e un elicottero militare.
In un’intervista del mese scorso all’International Law Enforcement Educators & Trainers Association, Niklaus ha dichiarato di essersi ispirato a fondare la sua azienda dopo aver partecipato alla battaglia di Mogadiscio del 1993, su cui si basa il libro Black Hawk Down.
“Se guardate al perché… voglio dire, abbiamo perso 18 ragazzi in un solo giorno“, ha detto Niklaus. (In quel giorno furono uccise centinaia di somali, insieme a 18 americani). “Quindi, per me personalmente, se possiamo aiutare a salvare o fermare il ferimento di almeno 18 persone, allora sento di aver fatto qualcosa come azienda“, ha affermato.
Ma la sua tecnologia ha anche ferito delle persone. Una causa pendente per morte ingiusta sostiene che un uomo di 43 anni di nome Jonathan Mansfield sia morto perché gli agenti penitenziari lo hanno scosso 27 volte con i guanti e 13 volte con un taser. Due delle scosse con i guanti sono durate 45 e 99 secondi. Il limite raccomandato dal produttore è di 15 secondi.
Un uomo con problemi cardiaci ha fatto causa dopo essere stato scosso in una fiera a Las Vegas, come riportato dall’Associated Press. E nel 2023, un uomo detenuto nel carcere della contea di Bullitt, nel Kentucky, ha citato in giudizio un dipendente di quel carcere per averlo scosso ripetutamente con i guanti.
“I guanti sembrano esattamente come un taser“, ha detto Josh Elswick, che era in manette e catene quando è stato scosso. I rappresentanti del carcere della contea di Bullitt hanno dichiarato ai media locali che avrebbero smesso di usare i guanti a scossa elettrica poco dopo.
Ma le polizie locali in tutto il paese continuano ad acquistare con entusiasmo i guanti, in gran parte per poter danneggiare le persone ed evitare di essere citate in giudizio. “Ha avuto successo, dagli agenti di pattuglia alle guardie carcerarie“, ha detto lo sceriffo della contea di Lumpkin, Stacy Jarrard, in un video promozionale di Compliant Technologies.
“È stato un ottimo strumento per mitigare la responsabilità legale“, secondo Justin Hall, guardia carceraria della contea di Nelson. Anche Bob Couey dello sceriffo della contea di Floyd ha elogiato il GLOVE: “Raccomando vivamente questi guanti a chiunque cerchi uno strumento utile che non porti a cause legali“.
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25/06/2026
“Bambini a Gaza presi di mira deliberatamente, è parte del genocidio”
Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi, perpetrando atti che equivalgono a genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza, oltre a gravi crimini di guerra nella Cisgiordania occupata.
È la durissima e dettagliata accusa formulata dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e Israele, all’interno di un nuovo e corposo rapporto interamente focalizzato sulle violazioni sistematiche contro i minori dal 7 ottobre 2023 a oggi.
Secondo gli investigatori dell’ONU, l’uccisione intenzionale di minori non rappresenta un danno collaterale delle operazioni militari, bensì un elemento cardine della strategia bellica sionista, dalla quale risulta l’esistenza di un vero e proprio intento genocidario da parte dei vertici di Tel Aviv.
La commissione evidenzia come i bambini siano stati colpiti direttamente e sistematicamente anche in contesti teoricamente protetti: durante le evacuazioni forzate, all’interno dei rifugi, nelle zone dichiarate “sicure”, presso i centri di distribuzione degli aiuti umanitari e persino successivamente all’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco nell’ottobre del 2025.
“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione d’inchiesta, a commento della pubblicazione. Muralidhar ha poi aggiunto: “prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.
La chiarezza dell’intento genocidiario è in un qualche modo confermata anche dal fatto che, in questa escalation, i minori uccisi sono stati molto più delle pur sempre sanguinose operazioni di massacro degli anni precedenti. Il superamento delle soglie statistiche dei precedenti conflitti viene attribuito dalla Commissione ONU all’uso sistematico e continuativo di munizioni ad altissimo potenziale distruttivo ed esplosivi a largo raggio d’azione in quartieri residenziali a densità abitativa estrema.
Si tratta, dunque, di un modus operandi che dimostra la ricerca del massimo danno ai civili, o in altre parole la volontà di commettere una strage. Gli investigatori ritengono che i minori siano stati presi di mira collettivamente poiché le forze israeliane considerano l’intera popolazione civile di Gaza come intrinsecamente associata e complice di Hamas e degli altri gruppi armati.
Oltre alla violenza delle armi, il rapporto descrive condizioni di vita intollerabili imposte deliberatamente alla popolazione civile, configurando il crimine di sterminio e l’uso della fame come arma di guerra. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari, del cibo e dei medicinali essenziali ha provocato una malnutrizione diffusa e patologie gravi, traducendosi in traumi psicologici permanenti e decessi del tutto prevenibili.
Sotto la lente dell’ONU sono finiti anche gli attacchi incessanti contro le infrastrutture sanitarie e i reparti di maternità, che hanno stroncato sul nascere la sopravvivenza dei neonati, provocando al contempo un picco drammatico nel tasso di aborti spontanei tra le donne incinte. Sul fronte educativo, la distruzione o il grave danneggiamento di oltre il 97% delle scuole della Striscia ha di fatto cancellato il diritto all’istruzione per un’intera generazione.
Il dossier delle Nazioni Unite non si limita a Gaza, ma estende la denuncia alla Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, dove si registra una spaventosa escalation di violenze perpetrate dai coloni israeliani e dall’esercito ai danni dei minori palestinesi. La Commissione ha raccolto prove documentali e testimonianze dirette di torture sistematiche, abusi fisici e violenze sessuali o di genere durante le campagne di arresti di massa e la detenzione.
Moltissimi adolescenti, in particolare ragazzi, sono stati sottoposti a trattamenti degradanti continui, tra cui denudamenti forzati, percosse brutali e privazione del cibo. Condotte che, secondo le conclusioni dei giuristi internazionali, integrano a tutti gli effetti i crimini contro l’umanità di tortura e altri atti disumani volti a causare gravi sofferenze fisiche e mentali.
Ovviamente, la reazione propagandistica di Israele è stata immediata. La missione diplomatica dello Stato sionista presso le Nazioni Unite ha respinto in toto le conclusioni del testo, definendolo come un ennesimo rapporto diffamatorio di un organismo giudicato di parte. Per Israele le conclusioni della Commissione sono una calunnia, mentre Tel Aviv continua a millantare di impegnarsi nel ridurre al minimo i danni verso i minori.
La colpa, ancora una volta, viene fatta ricadere su Hamas e sull’utilizzo di scudi umani. Basterebbe ricordare che questo tipo di violenze sono continuate anche durante il cessate il fuoco per smontare la debole posizione israeliana. Dalle cancellerie occidentali, invece, rimane ancora assordante il silenzio, anche di fronte a questa nuova indagine.
Già nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta aveva decretato la sussistenza del crimine di genocidio a Gaza. Oggi questo dato di fatto viene riportato all’attenzione internazionale con un focus sulla presa di mira sistematica dei bambini. La mancanza di misure concrete esplicita, se mai ce ne fosse ancora bisogna, la complicità di chi sta ancora sostenendo e armando Israele.
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17/06/2026
L’unica questione su cui gli israeliani possono unirsi: la pena di morte per i palestinesi
Dopo aver approvato due leggi sulla pena di morte in sei settimane, Israele sta investendo centinaia di milioni di dollari per tentare di giustiziare palestinesi in diretta televisiva. Il sostegno unanime a queste leggi dimostra che la società israeliana può unirsi attorno al motto “morte ai palestinesi”.
Il 30 marzo, Israele ha approvato una legge sulla pena di morte destinata esclusivamente ai palestinesi, estendendo l’applicazione della pena capitale sia nei tribunali militari che in quelli civili.
La legge è stata promossa dal ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, esponente di spicco dell’estrema destra israeliana e leader del partito Potere Ebraico. Il 17 maggio, è stata firmata dal capo del Comando Centrale israeliano, Avi Bluth, e resa applicabile anche ai palestinesi della Cisgiordania.
Ma la legge sulla pena di morte è stata solo l’inizio. Da allora, una valanga di leggi è stata approvata nell’ambito del sistema giuridico e politico israeliano, ampliando significativamente la possibilità per lo Stato di infliggere la morte ai palestinesi.
La più recente di queste leggi è stata approvata l’11 maggio e riguarda specificamente i palestinesi sospettati di un qualsiasi coinvolgimento negli eventi accaduti il 7 ottobre e nel periodo immediatamente successivo (legalmente definito come il periodo dal 7 al 10 ottobre 2023).
Questa nuova legge, considerata gemella della prima, è probabilmente ancora più radicale: si applica retroattivamente e consente condanne sulla base di prove estremamente deboli. Ciò include “prove” raccolte in condizioni di tortura, che, secondo numerose testimonianze, sono una caratteristica sistemica delle carceri israeliane, descritte da B’Tselem come “una rete di campi di tortura”.
La legge è stata approvata con un consenso di 93 a 0, abbracciando praticamente l’intero spettro politico sionista.
Standard probatori permissivi
Vale la pena soffermarsi su quanto sia permissiva la base probatoria della legge. L’ex procuratore della regione sud, Moran Gez, ha ammesso in un’intervista a Ynet del gennaio 2025 che “la difficoltà maggiore è di natura probatoria” riferendosi agli eventi del 7 ottobre, poiché “utilizzare prove per collegare uno specifico crimine a uno specifico imputato, quando si ha a che fare con decine di scene del crimine, dove sono stati arrestati centinaia di sospetti e sono stati commessi migliaia di reati, è quasi impossibile”.
Ma la nuova legge non deve necessariamente seguire nessuna di queste regole probatorie, “incluse le istruzioni relative allo studio del materiale investigativo, alla catena di custodia e alla trasmissione delle prove”, e all’accettazione di dichiarazioni scritte a confronto con le confessioni dei testimoni quando l’accusa è convinta che ciò “non comprometterà sostanzialmente l’equità del processo”.
La qualificazione di “equità” non può nemmeno celare l’ingiustizia della premessa. L’intera impostazione elimina il contesto dell’occupazione e considera qualsiasi partecipazione agli attacchi come motivata dall’odio verso gli ebrei. Questa definizione è stata già sancita l’anno scorso in una legge contro la “negazione degli eventi del massacro del 7 ottobre”, in cui qualsiasi “identificazione” con gli atti comporta 5 anni di reclusione.
Lo scopo dichiarato della legge attuale, pertanto, ribadisce e approfondisce tale inquadramento, comprendendo “il perseguimento di coloro che hanno commesso atti di terrorismo, omicidio, reati sessuali, sequestro di persona e saccheggio” perpetrati da Hamas “e dai suoi complici”.
L’inclusione del “saccheggio” nell’elenco dei crimini non è casuale. E ognuno di essi, considerato nel suo insieme, costituisce “crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra”, secondo il testo della legge.
Gez si era espressa in modo inequivocabile a favore dell’inclusione di qualsiasi presunto partecipante agli eventi di quel giorno, affermando che “chiunque sia entrato in Israele da Gaza il 7 ottobre per uccidere o per saccheggiare, non importa, dovrebbe essere incluso nell’atto d’accusa e, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere condannato a morte”.
Ha poi spiegato: “Perché? A causa di coloro che non hanno ucciso ma hanno saccheggiato, bruciato, rubato, raccolto avocado, come alcuni sostengono, a causa di questo caos, le forze dell’esercito israeliano non sono riuscite ad arrivare in tempo. Vi siete presentati alla porta con un trapano e l’avete aperta per saccheggiare? Poi è entrato un terrorista e ha ucciso dei civili lì dentro”.
Rifletteteci: un popolo illegalmente occupato, che potrebbe essere stato completamente estraneo alla pianificazione e all’esecuzione dell’attacco, ma che quel giorno ha oltrepassato la recinzione per raccogliere avocado, ha partecipato a un “genocidio” contro il popolo ebraico, come gli eventi del 7 ottobre vengono comunemente descritti dai media israeliani.
La legge prevede un aspetto collettivo che consente le incriminazioni collettive. Uno dei suoi aspetti più importanti è che esclude la possibilità di liberazione di una persona in uno scambio di prigionieri se questa è “sospettata, incriminata o condannata per un reato commesso durante gli eventi del massacro del 7 ottobre“.
E che fine fanno coloro che sono “sospettati” di partecipazione? Il loro processo può essere deciso anche senza la presenza dell’imputato (in condizioni “normali”, gli imputati possono comparire alle udienze tramite videochiamata dai campi di tortura).
Quanto alla decisione di infliggere loro la pena di morte, questa può essere presa con una semplice maggioranza di due giudici su tre nominati dal Capo di Stato Maggiore delle forze armate, abolendo la precedente prassi che richiedeva l’unanimità tra i giudici.
Un’insaziabile voglia di “processi dimostrativi”
I processi stessi sono autorizzati a essere pubblici e filmati, concepiti come una sorta di spettacolo dell’orrore pubblico.
È quanto ha affermato Adalah, il Centro legale per i diritti delle minoranze arabe in Israele, quando ha dichiarato che la legge “subordina ogni principio di giustizia penale equa a uno spettacolo punitivo e retributivo”, sostituendo un’autentica inchiesta giudiziaria con “processi farsa sanciti dallo Stato”, ha riferito a The New Arab l’avvocatessa di Adalah, Muna Haddad.
L’interesse per questo tipo di spettacolo si è intensificato nel corso degli anni. All’inizio del 2024, le principali emittenti televisive israeliane hanno trasmesso filmati provenienti dai centri di detenzione, con funzionari che si vantavano del trattamento riservato ai detenuti.
Più o meno nello stesso periodo, l’esercito israeliano ha portato civili in questi centri per assistere e filmare dal vivo le torture inflitte ai palestinesi, comprese torture con nudità. La morte, a quanto pare, è la naturale conseguenza di questo desiderio pubblico.
Parte di questo interesse pubblico è alimentato da un desiderio diffuso di “entrare nei libri di storia” per aver processato “i nazisti dell’era moderna”, come recentemente affermato dalla parlamentare israeliana Yulia Malinovsky del partito di opposizione Israel Beitenu.
Il leader del partito di Malinovsky, il “grande liberale” Avigdor Lieberman, in passato ha suggerito che i palestinesi che esprimono slealtà verso Israele vengano decapitati con un’ascia e che i prigionieri palestinesi vengano annegati collettivamente nel Mar Morto.
Ma ora Malinovsky ha trovato un modo illuminato per raggiungere questi obiettivi: attraverso “un procedimento giudiziario legale, filmato e trasmesso”.
L’aspetto della trasmissione non è affatto un ripensamento secondario. Il 2 giugno, la Knesset israeliana ha votato per stanziare 86 milioni di NIS (29 milioni di dollari) per le infrastrutture del tribunale nel 2026, compresi i sistemi di trasmissione, 359 milioni di NIS (121 milioni di dollari) nel 2027, 307 milioni di NIS (104,6 milioni di dollari) nel 2028 e poi 262 milioni di NIS (89 milioni di dollari) all’anno dal 2029 in poi.
Per un investimento pubblico di tale entità, i cittadini israeliani si aspettano che il loro denaro sia ben speso.
Fonte
22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
Fonte
21/05/2026
Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
Anche lui ritiene che questa escalation nei maltrattamenti sia un “avvertimento” mafioso per scoraggiare ulteriori missioni della Flotilla. Detto esplicitamente: la prossima volta spareranno proiettili veri.
“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Israele fa a 9mila prigionieri palestinesi”.
Identica la testimonianza del parlamentare Carotenuto.
“Non posso che pensare alle persone che sono ancora lì. Degli energumeni ci picchiavano selvaggiamente. Avevo il passaporto di servizio che si sono presi, poi mi hanno tolto una collanina, mi hanno ammanettato, mi hanno fatto di tutto ma mi è andata bene. Io da quella panic room sono uscito in piedi. Altre persone sono state portate in infermeria. Hanno curato persone che erano messe malissimo, cinque traumi cranici, alcuni abusi di violenza sessuale, c’erano anche ragazze e anziani di 60-70 anni che venivano torturati. Non dicevano niente.
Ci hanno divisi, alcuni di loro sono ancora là. Ci hanno chiamato con il numero e avevano il mitra spianato contro di noi. Ci hanno chiesto di avanzare con le mani in alto e ci hanno chiesto di girarci. Poi ci hanno preso per il collo e ci hanno diviso. Questi ragazzi sono lì a rischiare la loro vita perché i governi non fanno abbastanza”.
Stiamo parlando dei due rapiti meglio “protetti”. Un parlamentare di un paese complice di Israele e un giornalista professionista conosciuto che lavora per una testa sicuramente attendibile. Entrambi, oltretutto con un “passaporto forte” (quelli dei paesi occidentali più importanti), che comunque copre meglio di quelli “deboli” (gli indonesiani, per esempio).
Il piano – probabilmente in parte concordato con il governo italiano, per quanto riguarda queste due persone – era quindi quello di limitare la violenza sui personaggi pubblici più noti, mentre si sfogava più violenza sulle figure “minori”, “attivisti semplici” diciamo, le cui denunce sarebbero poi state accolte con sorrisetti e sfottò anche dai rispettivi governanti, come aveva fatto – peggio di tutti – la “seconda carica dello Stato”, al secolo Ignazio La Russa, in occasione dello stesso esito della missione precedente: “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… È il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”.
Piano articolato, dunque, attento ai dettagli della “comunicazione” e alle “soglie di tolleranza” dell’opinione pubblica occidentale, già ben oltre il livello dell’indignazione e che ha messo in difficoltà tutti i governi “amici” di Israele con manifestazioni oceaniche.
Lo si era visto con il video che ritraeva Netanyahu con le cuffie in testa, in qualche sala comando dell’esercito, mentre copriva di elogi i pirati per il loro lavoro “delicato” (sorvoliamo sulla sua idea di “delicatezza”).
I governi complici erano pronti a gestire – come si è visto persino dopo i video con i colpi sparati contro imbarcazioni a vela e pacifisti disarmati – nel modo più favorevole a Israele anche questo momento un po’ più “hard”.
Poi è arrivato quel nazisionista imbecille di BenGvir a rovinare tutto. La sortita da “coatto” dei bassifondi contro persone ammanettate e costrette in ginocchio, lo sventolio della bandiera sui corpi piegati e in alcuni casi con fratture, addirittura ripresa in video e postata sugli account suo e di altri come lui, non poteva essere “gestita” e tanto meno minimizzata.
Le reazioni del governo italiano, se ci fate caso, hanno preso di mira soprattutto le “immagini”, definendole – ed era proprio il minimo – “inaccettabili”. Non la realtà, non le torture, non il genocidio, non il disprezzo assoluto per la vita e la dignità umana (ed anche per il governo italiano che aveva chiesto “chiarimenti” e “moderazione”). Per le immagini.
Se non si fosse visto niente andava tutto bene. Le denunce sarebbero state irrise, oppure silenziate nei “porti delle nebbie” dei tribunali. Le tv sarebbero passate in un attimo ad altra notizia (c’è sempre un episodio di cronaca utilizzabile per non parlare di quel che accade di davvero grave nel mondo e qui in casa).
E il governo israeliano non avrebbe visto i suoi 730 milioni di dollari investiti nell’hasbara – il condizionamento organizzato del sistema mediatico euro-atlantico per dare un’immagine positiva di Tel Aviv e criminalizzante dei suoi infiniti “nemici” – buttati nel cesso in una sola mossa.
Merito della Flotilla, certamente. Perché anche l’infamia del peggior nazisionista sarebbe rimasta “tollerabile”, se non fosse stata portata allo scoperto.
Quel che accade ai palestinesi è decisamente peggio. Ma ora non si può più far finta che sia solo “propaganda di Hamas”. L’odore nauseabondo del suprematismo razzista dei sionisti è uscito dalle camere di tortura. E viene avvertito persino nelle redazioni più acquiescenti.
Fonte
16/05/2026
Il silenzio che accompagna lo stupro dei palestinesi
Le vittime dell’aggressione sono state avvertite di non parlare di ciò che hanno sopportato – a volte è stato detto loro che sarebbero state uccise o stuprate se avessero rilasciato interviste – ma lo hanno fatto con riluttanza. Sono molto grato a loro per il loro coraggio.
Un uomo ha descritto di essere stato stuprato tre volte in un solo giorno nella prigione israeliana, la terza volta dopo aver tentato di protestare. Una giovane donna ha detto che le guardie sarebbero entrate all’inizio di ogni turno, l'avrebbero spogliata e abusato di lei. Un altro ha riferito che le sono state mostrate foto di se stessa stuprata e ha avvertito che sarebbero state rilasciate a meno che lei non avesse collaborato con l’intelligence.
La risposta dell’Ambasciata Israeliana negli USA:
“Oggi, il The New York Times ha scelto di pubblicare una delle peggiori diffamazione di sangue mai apparse sulla stampa moderna.
In un’insondabile inversione della realtà, e attraverso un flusso infinito di bugie infondate, il propagandista Nicholas Kristof trasforma la vittima nell’imputato Israele – i cui cittadini sono stati vittime dei più orribili crimini sessuali commessi da Hamas il 7 ottobre, e i cui ostaggi sono stati poi sottoposti a ulteriori abusi sessuali – viene ritratto come il colpevole.
Questa pubblicazione non è un caso. Fa parte di una falsa e ben orchestrata campagna anti-Israele volta a inserire Israele nella lista nera del Segretario generale delle Nazioni Unite.
Israele combatterà queste menzogne con la verità – e la verità prevarrà.”
Nota della Redazione di Contropiano.
Ci sono molte espressioni nella lingua italiana, anche e soprattutto dialettali, per commentare una simile dichiarazione. Nessuno di esse è all’altezza di quel che si prova, neanche quelle che augurano a chi l’ha scritta le peggiori cose possibili.
L’umanità cancellerà questo abisso di infamia suprematista e razzista dalla sua storia. Come e quando non sappiamo. Ma se vuol sopravvivere, l’umanità lo farà sicuramente.
È una proposta semplice: qualunque sia la nostra opinione sul conflitto mediorientale, dovremmo essere in grado di unirci nel condannare lo stupro.
I sostenitori di Israele hanno sottolineato questo punto dopo le brutali aggressioni sessuali contro donne israeliane durante l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023. Donald Trump, Joe Biden, Benjamin Netanyahu e molti senatori statunitensi, tra cui Marco Rubio, hanno condannato quella violenza sessuale, e Netanyahu ha giustamente invitato “tutti i leader civili” a “parlare”.
Eppure, in interviste strazianti, i palestinesi mi hanno raccontato di un diffuso pattern di violenza sessuale israeliana contro uomini, donne e persino bambini – da parte di soldati, coloni, interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna) e, soprattutto, guardie carcerarie.
Non ci sono prove che i leader israeliani ordinino stupri. Ma negli anni hanno costruito un apparato di sicurezza in cui la violenza sessuale è diventata – come ha affermato un rapporto delle Nazioni Unite l’anno scorso – una delle “procedure operative standard” di Israele e “un elemento importante nei maltrattamenti dei palestinesi“.
Un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Euro-Med Human Rights Monitor, un gruppo di advocacy con sede a Ginevra spesso critico verso Israele, conclude che Israele impiega “violenza sessuale sistematica” che è “ampiamente praticata come parte di una politica statale organizzata“.
Che aspetto ha questa procedura operativa standard? Sami al-Sai, 46 anni, giornalista freelance, racconta che mentre veniva portato in una cella dopo la sua detenzione nel 2024, un gruppo di guardie lo gettò a terra.
“Mi stavano tutti colpendo, e uno mi mise un piede sulla testa e sul collo“, ha detto. “Qualcuno mi abbassò i pantaloni. Mi abbassarono le mutande“. E poi una delle guardie tirò fuori un bastone di gomma usato per picchiare i prigionieri.
“Cercavano di forzarmelo nel retto, e io mi irrigidivo per impedirlo, ma non ci riuscivo“, ha detto, parlando con crescente ansia. “Faceva così male“. Le guardie lo deridevano, ha detto. “Poi ho sentito qualcuno dire: ‘Date a me le carote’“, ha ricordato, aggiungendo che poi hanno usato una carota. “Era estremamente doloroso“, ha detto. “Pregavo di morire“.
Al-Sai era bendato, ha detto, e ha sentito qualcuno dire in ebraico, che lui capisce, “non fare foto“. Questo gli ha suggerito che qualcuno aveva tirato fuori una macchina fotografica. Una delle guardie era una donna che, ha detto, lo afferrò per il pene e i testicoli, scherzando “questi sono miei“, e poi strinse finché lui non urlò dal dolore.
Le guardie lo lasciarono ammanettato a terra, e lui sentì odore di fumo di sigaretta. “Capii che era la loro pausa sigaretta“, ha detto.
Dopo essere stato scaricato nella sua cella, concluse che il punto in cui era stato stuprato era già stato usato in precedenza, perché trovò sulla sua pelle vomito, sangue e denti rotti di altre persone.
Al-Sai ha detto che gli era stato chiesto di diventare informatore per i servizi segreti israeliani, e crede che lo scopo del suo arresto e della sua prigionia nell’ambito del sistema di detenzione amministrativa fosse quello di fare pressione su di lui affinché accettasse. Poiché era orgoglioso della sua professionalità giornalistica, ha detto, ha rifiutato.
Ho passato una carriera a coprire guerre, genocidi e atrocità tra cui lo stupro, a volte in luoghi dove la scala della violenza sessuale è di gran lunga maggiore di qualsiasi cosa commessa dai militanti di Hamas o dalle guardie o dai coloni israeliani. Nel conflitto del Tigray in Etiopia pochi anni fa, potrebbero essere state violentate 100.000 donne. Gli stupri di massa stanno ora avvenendo in Sudan.
Eppure, le nostre tasche americane sovvenzionano l’apparato di sicurezza israeliano, quindi questa è una violenza sessuale di cui gli Stati Uniti sono complici.
Mi sono interessato a fare reportage sulle aggressioni sessuali contro prigionieri palestinesi dopo che Issa Amro, un attivista nonviolento talvolta chiamato “il Gandhi palestinese”, mi aveva detto durante una mia precedente visita di essere stato aggredito sessualmente da soldati israeliani e che riteneva che questa fosse una pratica comune ma sottostimata a causa della vergogna.
Secondo una stima, Israele ha detenuto 20.000 persone solo in Cisgiordania dagli attacchi del 7 ottobre, e più di 9.000 palestinesi erano ancora detenuti a questo mese. Molti non sono stati accusati, ma sono stati detenuti per vaghi motivi di sicurezza, e dal 2023, alla maggior parte è stato negato l’accesso della Croce Rossa e degli avvocati.
“Le forze israeliane impiegano sistematicamente stupro e tortura sessuale per umiliare le detenute palestinesi“, dice il rapporto dell’Euro-Med. Cita una donna di 42 anni che ha detto di essere stata incatenata nuda a un tavolo di metallo mentre soldati israeliani facevano sesso con lei per due giorni mentre altri soldati filmavano le aggressioni. Successivamente, ha detto, le sono state mostrate le foto mentre veniva stuprata e le è stato detto che sarebbero state pubblicate se non avesse collaborato con i servizi segreti israeliani.
È impossibile sapere quanto siano comuni le aggressioni sessuali contro i palestinesi. Il mio reportage per questo articolo si basa su conversazioni con 14 uomini e donne che hanno dichiarato di essere stati aggrediti sessualmente da coloni israeliani o membri delle forze di sicurezza. Ho parlato anche con familiari, investigatori, funzionari e altri.
Ho trovato queste vittime chiedendo in giro tra avvocati, gruppi per i diritti umani, operatori umanitari e gli stessi palestinesi comuni. In molti casi è stato possibile corroborare in parte le storie delle vittime parlando con testimoni o, più comunemente, con coloro a cui le vittime si erano confidate, come familiari, avvocati e assistenti sociali; in altri casi non è stato possibile, forse perché la vergogna ha reso le persone riluttanti a riconoscere l’abuso persino ai propri cari.
Save the Children ha commissionato l’anno scorso un’indagine su bambini di età compresa tra 12 e 17 anni che erano stati in detenzione israeliana; più della metà ha riferito di aver assistito o vissuto violenza sessuale. Save the Children ha detto che la cifra reale è probabilmente più alta perché lo stigma ha reso alcuni riluttanti ad ammettere ciò che era loro accaduto.
Il Committee to Protect Journalists, una rispettata organizzazione americana, ha intervistato 59 giornalisti palestinesi che erano stati rilasciati dalle autorità israeliane dopo gli attacchi del 7 ottobre. Il 3% ha detto di essere stato stuprato, e il 29% ha detto di aver subito altre forme di violenza sessuale.
Il governo israeliano respinge le accuse di abusi sessuali sui palestinesi, proprio come Hamas ha negato di aver violentato donne israeliane. Israele ha accolto un rapporto delle Nazioni Unite che documentava le aggressioni sessuali contro donne israeliane da parte dei palestinesi, ma ha respinto la richiesta del rapporto di indagare sulle aggressioni israeliane contro i palestinesi. Netanyahu ha denunciato “accuse infondate di violenza sessuale” mosse contro Israele.
Il Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano ha declinato di commentare per questo articolo. Il servizio carcerario “respinge categoricamente le accuse” di abusi sessuali, ha detto un portavoce che ha chiesto l’anonimato, aggiungendo che i reclami sono “esaminati dalle autorità competenti“. Il portavoce ha rifiutato di dire se un membro dello staff carcerario sia mai stato licenziato o perseguito per aggressioni sessuali.
I palestinesi che ho intervistato hanno raccontato vari tipi di abusi oltre allo stupro. Molti hanno riferito di aver subito frequenti strattoni ai genitali o colpi ai testicoli. I rilevatori di metallo portatili venivano usati per sondare tra le gambe nude degli uomini e poi schiacciati contro i loro genitali; alcuni uomini hanno dovuto farsi amputare i testicoli dai medici dopo le percosse, secondo il monitor di Euro-Med.
Una ragione per cui questi abusi non ricevono maggiore attenzione sono le minacce delle autorità israeliane, che periodicamente avvertono i prigionieri al momento del rilascio di tacere, secondo palestinesi che sono stati liberati.
Un’altra ragione, mi hanno detto i sopravvissuti palestinesi, è che la società araba scoraggia la discussione dell’argomento per paura di danneggiare il morale delle famiglie dei prigionieri e minare la narrativa palestinese di detenuti fieri ed eroici.
Le norme sociali conservatrici inibiscono anche la discussione: due vittime mi hanno detto che un prigioniero che ammette di essere stato stuprato danneggerebbe la possibilità delle sue sorelle e figlie di trovare marito.
Un agricoltore inizialmente ha acconsentito a far usare il suo nome in questo articolo. Rilasciato all’inizio di quest’anno dopo mesi di detenzione amministrativa – senza alcuna accusa formale – ha raccontato ciò che secondo lui è accaduto un giorno dell’anno scorso: una mezza dozzina di guardie lo immobilizzarono tenendolo per braccia e gambe mentre gli abbassavano pantaloni e mutande e gli inserivano un bastone di metallo nell’ano. Gli stupratori ridevano e facevano il tifo, ha detto.
Diverse ore dopo, ha detto, svenne e fu portato all’infermeria della prigione. Dopo essersi ripreso, ha detto, fu stuprato di nuovo, ancora con il bastone di metallo.
“Sanguinavo“, ha ricordato. “Sono crollato completamente. Stavo piangendo“.
Dopo essere stato riportato in cella, ha detto, chiese a una guardia carta e penna per scrivere un reclamo sulle aggressioni. La richiesta fu negata. E quella sera, un gruppo di guardie venne in cella.
“Chi è quello che vuole presentare un reclamo?“, sbeffeggiò una guardia, ha detto, e un’altra guardia lo indicò. “Le botte iniziarono immediatamente“, ha ricordato. E poi lo stuprarono con il bastone per la terza volta quel giorno, ha detto.
Ricorda che uno disse: “Ora hai ancora più cose da mettere nel tuo reclamo“.
Alcuni giorni dopo che lo intervistai, l’agricoltore chiamò per dire che non voleva più che il suo nome fosse usato. Era stato appena visitato dallo Shin Bet e avvertito di non causare problemi, e temeva anche che la sua famiglia avrebbe reagito male all’attenzione.
“L’abuso sessuale dilagante dei prigionieri palestinesi è una realtà; è stato normalizzato“, ha detto Sari Bashi, un’avvocata israelo-americana per i diritti umani che è direttrice esecutiva del Comitato Pubblico Contro la Tortura in Israele. “Non vedo prove che sia stato ordinato. Ma ci sono prove persistenti che le autorità sappiano che sta accadendo e non lo stiano fermando“.
Un altro avvocato israeliano, Ben Marmarelli, mi ha detto che, basandosi sulle esperienze dei detenuti palestinesi che ha rappresentato, lo stupro di prigionieri palestinesi con oggetti “sta avvenendo a tutti i livelli“.
Bashi ha detto che la sua organizzazione ha presentato centinaia di denunce che descrivono abusi orribili contro detenuti palestinesi – e non in un singolo caso queste hanno portato a accuse formali. L’impunità, ha detto, crea un “via libera” per gli abusatori.
Un prigioniero palestinese di Gaza sarebbe stato ricoverato in ospedale nel luglio 2024 con una lacerazione al retto, costole incrinate e un polmone perforato. Gli investigatori hanno ottenuto un video della prigione che presumibilmente mostra l’abuso.
Le autorità hanno arrestato nove soldati di riserva – ma la destra israeliana è esplosa di indignazione, con una folla di manifestanti furiosi, tra cui politici, che hanno fatto irruzione nella prigione per mostrare sostegno alle guardie. Le ultime accuse contro i soldati sono state ritirate a marzo, e il mese scorso i militari hanno approvato il ritorno in servizio dei soldati.
Netanyahu ha salutato il ritiro delle accuse come la fine di una “lega di sangue“. “Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai suoi nemici – non ai suoi eroici combattenti“, ha detto.
Bashi ha descritto l’esito in questo modo: “Direi che ritirare le accuse – questo è dare il permesso di stuprare“.
Quel prigioniero, che in seguito avrebbe avuto bisogno di una sacca per stomia per raccogliere i suoi rifiuti, è stato rispedito a Gaza, e un suo conoscente ha detto che ha passato mesi in ospedale a riprendersi dalle lesioni interne. Il conoscente ha detto che l’ex prigioniero ha rifiutato di essere intervistato.
I procedimenti giudiziari e l’attenzione pubblica possono frenare tale violenza. Nel 1997, agenti di polizia di New York violentarono un immigrato haitiano, Abner Louima, con un bastone in modo così brutale che dovette essere ricoverato e sottoposto a interventi chirurgici. I newyorkesi erano indignati, il sindaco Rudy Giuliani visitò Louima in ospedale e gli agenti di polizia furono perseguiti in un caso storico. Ciò ha inviato un messaggio potente in tutta la polizia: coloro che aggrediscono i detenuti possono essere puniti. E questo è il messaggio che deve essere inviato in tutte le forze di sicurezza israeliane.
Se l’amministrazione Trump insistesse per la ripresa delle visite della Croce Rossa ai prigionieri, se l’ambasciatore americano visitasse i sopravvissuti allo stupro con le telecamere al seguito, se condizionassimo il trasferimento di armi alla fine delle aggressioni sessuali, potremmo inviare un messaggio morale e pratico che la violenza sessuale è inaccettabile indipendentemente dall’identità della vittima. Per cominciare, l’ambasciatore potrebbe assicurarsi che quei palestinesi che hanno osato parlare per questo articolo non vengano nuovamente brutalizzati per il loro coraggio.
Come avviene questo tipo di violenza? Decenni di copertura dei conflitti mi hanno insegnato che una combinazione di disumanizzazione e impunità può spingere le persone in uno stato di natura hobbesiano. Ho incontrato questa deriva verso la barbarie in campi di sterminio dal Congo al Sudan al Myanmar, e penso che spieghi anche approssimativamente come i soldati americani siano arrivati ad abusare sessualmente dei prigionieri ad Abu Ghraib in Iraq.
La dura realtà è che quando non ci sono conseguenze, noi umani siamo capaci di una profonda depravazione verso coloro che ci viene insegnato a disprezzare come subumani.
Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, ha definito i detenuti “feccia” e “nazisti” e si è vantato di aver reso le condizioni carcerarie più dure per i palestinesi. Quando prevalgono tali atteggiamenti, l’abuso sessuale può diventare uno strumento in più per infliggere dolore e umiliazione ai palestinesi.
Ben-Gvir ha declinato, tramite una portavoce, di commentare le aggressioni sessuali da parte dei servizi di sicurezza.
B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha documentato “un grave pattern di violenza sessuale” verso i palestinesi. Ha citato il racconto di un prigioniero di Gaza, Tamer Qarmut, che ha detto di essere stato stuprato con un bastone. La tortura, ha detto B’Tselem, “è diventata una norma accettata“.
Un ex ufficiale israeliano in un’infermeria carceraria ha descritto in una testimonianza al gruppo israeliano Breaking the Silence cosa significhi nella pratica questo tipo di accettazione: “Vedi persone normali, piuttosto ordinarie, che arrivano a un punto in cui abusano delle persone per il proprio divertimento, nemmeno per un interrogatorio o altro. Per divertimento, per avere qualcosa da raccontare ai ragazzi, o per vendetta“.
La maggior parte degli stupri e altre violenze sessuali sono state dirette contro uomini, se non altro perché i prigionieri palestinesi sono per oltre il 90% maschi. Ma ho parlato con una donna palestinese che è stata arrestata all’età di 23 anni dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Ha detto che i soldati che l’hanno arrestata hanno minacciato di violentare lei, sua madre e la sua giovane nipote. Il suo calvario carcerario è iniziato con una perquisizione a corpo nudo condotta da guardie femminili, “ma poi è entrato un soldato maschio, quando ero completamente nuda“, ha aggiunto.
Nei giorni successivi, ha detto, è stata ripetutamente denudata, picchiata e perquisita da squadre di guardie sia maschili che femminili. Lo schema era sempre lo stesso: diverse guardie, uomini e donne insieme, venivano nella sua cella, la spogliavano forzatamente, le ammanettavano le mani dietro la schiena e la piegavano in avanti dalla vita, a volte spingendole la testa nel water. In questa posizione, veniva picchiata e palpeggiata dappertutto, ha detto.
“Avevano le mani su tutto il mio corpo“, ha detto. “Ad essere onesta, non so se mi hanno violentata“, ha detto, perché a volte perdeva conoscenza a causa delle percosse.
Lo scopo dell’abuso era duplice, pensa: schiacciare il suo spirito e anche permettere agli uomini israeliani di molestare una donna palestinese nuda con impunità.
“Venni denudata e picchiata diverse volte al giorno“, ha detto. “Era come se mi presentassero a tutti coloro che lavoravano lì. All’inizio di ogni turno, portavano i ragazzi per spogliarmi“.
Quando stava per essere rilasciata dal carcere, ha detto, fu convocata in una stanza con sei funzionari e ricevette un severo avvertimento di non rilasciare mai interviste.
“Minacciarono che se avessi parlato, mi avrebbero violentata, uccisa e ucciso mio padre“, ha detto. Non sorprende che abbia rifiutato di essere nominata in questo articolo.
Alcuni dei peggiori abusi sessuali sembrano essere stati diretti contro prigionieri di Gaza. Un giornalista di Gaza mi ha raccontato la sua versione degli abusi che ha subito dopo essere stato detenuto nel 2024.
“Nessuno è sfuggito alle aggressioni sessuali“, ha detto. “Non tutti sono stati violentati, direi, ma tutti hanno subito aggressioni sessuali umilianti e sporche“. In un’occasione, ha detto, le guardie gli hanno legato con fascette i testicoli e il pene per ore mentre colpivano i suoi genitali. Nei giorni successivi, ha detto, ha urinato sangue.
In un’occasione, ha detto, è stato bloccato, spogliato nudo e, mentre era bendato e ammanettato, è stato chiamato un cane. Con l’incoraggiamento di un conduttore in ebraico, ha detto, il cane lo è montato.
“Usavano le telecamere per fare foto, e ho sentito le loro risate e le loro risatine“, ha detto. Ha cercato di rimuovere il cane, ha detto, ma lo ha penetrato.
Altri prigionieri palestinesi e monitor dei diritti umani hanno anche citato segnalazioni di cani della polizia addestrati a violentare i prigionieri. Il giornalista ha detto che quando è stato rilasciato, un funzionario israeliano lo ha avvertito: “Se vuoi restare vivo quando torni, non parlare con i media“.
Allora perché era disposto a parlare?
“Ci sono momenti in cui ricordare sembra insopportabile“, ha detto. “Il mio cuore sentiva che si sarebbe fermato mentre ti parlavo proprio ora. Ma ricordo che ci sono ancora persone là dentro. Quindi parlo.”
Diversi racconti indicano che la violenza sessuale è stata diretta persino contro bambini palestinesi, che sono tipicamente imprigionati per aver lanciato pietre. Ho individuato e intervistato tre ragazzi che erano stati detenuti, e tutti hanno descritto abusi sessuali.
Uno, un ragazzo timido con una maglietta Hilfiger che aveva 15 anni al momento del suo arresto, ha rifiutato di dire se avesse anche assistito a stupri veri e propri. Ma ha detto che le minacce erano routine: “Dicevano: ‘Fai questo o ti metteremo questo bastone su per il sedere’“.
Gli altri ragazzi hanno raccontato storie molto simili di violenza sessuale come parte delle percosse e hanno notato che le minacce di stupro erano dirette non solo contro di loro ma anche contro le loro madri e fratelli.
I coloni israeliani non sono un braccio ufficiale dello stato nello stesso modo in cui lo è il sistema carcerario, ma le Forze di Difesa Israeliane proteggono sempre più i coloni mentre attaccano i villaggi palestinesi e usano la violenza sessuale per spingere i palestinesi alla fuga. “La violenza sessualizzata è usata per fare pressione sulle comunità” affinché abbandonino le loro terre, secondo un nuovo rapporto del West Bank Protection Consortium, una coalizione di gruppi di aiuto internazionali guidata dal Consiglio Norvegese per i Rifugiati.
Il consorzio ha intervistato agricoltori palestinesi e ha scoperto che oltre il 70% delle famiglie che erano state sfollate ha riferito che le minacce a donne e bambini, in particolare di violenza sessuale, erano la ragione decisiva per andarsene. “La violenza sessuale“, ha detto Allegra Pacheco della coalizione, “è uno dei meccanismi che spingono le persone via dalla loro terra“.
In una remota frazione di agricoltori beduini nella valle del Giordano, ho incontrato un agricoltore di 29 anni, Suhaib Abualkebash, che ha raccontato come una banda di circa 20 coloni abbia imperversato nelle case della sua famiglia, picchiando adulti e bambini, rubando gioielli e 400 pecore – e anche tagliandogli i vestiti con un coltello da caccia e poi stringendo forte il suo pene con una fascetta e strattonandolo.
“Avevo paura che mi tagliassero il pene”, mi ha detto Abualkebash. “Pensavo che questa fosse la fine per me“.
Qualcuno potrebbe chiedersi se i palestinesi abbiano fabbricato accuse di aggressioni sessuali per diffamare Israele. A me sembra inverosimile, perché nessuno di quelli che ho intervistato mi ha cercato, né sapeva con chi altro stessi parlando, ed erano riluttanti a parlare. Eppure ci sono prove che l’abuso sessuale israeliano sia diventato così frequente che le norme stanno cambiando e le vittime palestinesi stanno diventando un po’ più disposte a parlare.
“Per sei mesi non ho potuto parlarne, nemmeno con la mia famiglia“, ha detto Mohammad Matar, un funzionario palestinese che mi ha detto che i coloni lo hanno spogliato, picchiato e punto con un bastone sui glutei mentre parlavano di violentarlo. Durante l’attacco, gli aggressori hanno pubblicato una fotografia sui social media che lo ritraeva bendato e spogliato fino alle mutande.
Col tempo, Matar ha deciso di parlare per cercare di infrangere lo stigma. Ora tiene una stampa ingrandita della foto che i coloni hanno scattato di lui appesa al muro del suo ufficio.
Per cercare di dare un senso a ciò che ho scoperto, ho chiamato Ehud Olmert, che è stato primo ministro dal 2006 al 2009. Olmert mi ha detto di non sapere molto della violenza sessuale contro i palestinesi ma non è rimasto sorpreso dai racconti che avevo sentito.
“Credo che accada?” ha chiesto. “Decisamente“.
“Ci sono crimini di guerra commessi ogni giorno nei territori“, ha aggiunto.
Quindi torniamo al punto che ho notato all’inizio di questo articolo: i sostenitori di Israele avevano ragione nel 2023 sul fatto che, qualunque sia la nostra opinione sul Medio Oriente, dovremmo essere in grado di ripudiare lo stupro.
“Dove diavolo siete?” chiese allora Netanyahu alla comunità internazionale, chiedendo di condannare la violenza sessuale commessa da quello che il governo israeliano ha chiamato il “regime degli stupratori di Hamas“.
Hamas ha effettivamente brutalmente violato i diritti umani. Anche i funzionari israeliani dovrebbero guardare alle proprie violazioni – in particolare a ciò che un rapporto delle Nazioni Unite di 49 pagine l’anno scorso ha definito come il “sistematico” sottoporre i palestinesi a “tortura sessualizzata” commessa con almeno “un incoraggiamento implicito dai vertici della leadership civile e militare“.
Pensatela in questo modo: l’orribile abuso inflitto alle donne israeliane il 7 ottobre ora accade ai palestinesi giorno dopo giorno. Persiste a causa del silenzio, dell’indifferenza e del fallimento sia dei funzionari americani che israeliani nel rispondere alla domanda di Netanyahu: Dove diavolo siete?
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05/05/2026
La Sumud Flotilla sotto sorveglianza pre-attacco
Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.
La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.
4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.
Cronologia dell’escalation:
– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.
– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.
– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.
– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.
Richieste urgenti di responsabilità
La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.
– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.
– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.
– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.
– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.
Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.
Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.
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01/05/2026
Vendetta di Stato. Nordio rinnova il 41bis a Cospito
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha deciso di rinnovare il 41 bis ad Alfredo Cospito. Il provvedimento, atteso entro il 4 maggio, è stato notificato al difensore Flavio Rossi Albertini e conferma la linea più dura possibile: nessun arretramento, nessuna revisione, nessun dubbio. Non è un atto tecnico. Non è routine amministrativa. È una scelta politica deliberata che va chiamata con il suo nome: vendetta.
Il 41 bis non è una semplice misura restrittiva. È isolamento prolungato, privazione dei contatti, compressione della parola, rarefazione della vita sociale fino al limite della sopportazione. È un regime che svuota la persona, che riduce l’esistenza a sopravvivenza controllata. Per questo, da anni, giuristi, osservatori e organizzazioni lo indicano come una forma di tortura. Non una metafora: una descrizione.
Il caso di Alfredo Cospito ha costretto il Paese a guardare dentro questo dispositivo. Sei mesi di sciopero della fame, tra il 2022 e il 2023, hanno rotto il silenzio. Hanno mostrato cosa significa vivere sotto quel regime: isolamento quasi totale, relazioni ridotte al minimo, controllo continuo. Hanno posto una domanda semplice e radicale: può uno Stato costituzionale infliggere tutto questo? La risposta di Nordio è stata altrettanto semplice: sì, e ancora.
Eppure il dato resta lì, inchiodato alla realtà. Cospito è sottoposto al massimo regime carcerario per un attentato – quello del 2006 a Fossano – che non ha provocato morti né feriti. La sproporzione non è un dettaglio: è il cuore del problema. Perché il 41 bis, qui, non serve a impedire collegamenti operativi. Serve a lanciare un messaggio. A dimostrare che lo Stato non arretra. A usare il corpo di un detenuto come terreno di affermazione del potere.
Non è giustizia. È esemplarità punitiva. Nel 41 bis l’uscita non è un percorso rieducativo. È una resa. È la collaborazione, la dissociazione, la rinuncia a sé. Questo è il meccanismo reale: non correggere, ma piegare. Non reinserire, ma spezzare.
E mentre si rinnova questo regime, si aggiungono ulteriori privazioni. A Cospito viene negata perfino la possibilità di leggere liberamente o ascoltare musica. Anche il pensiero, anche l’immaginazione, anche lo spazio interiore diventano oggetto di controllo. È la logica dell’annientamento che si fa totale.
Tutto questo collide frontalmente con l’Articolo 27 della Costituzione italiana. Non come formula astratta, ma come principio concreto: la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione. È difficile sostenere che un regime fondato sull’isolamento prolungato e sulla compressione sistematica delle relazioni possa avere una funzione rieducativa.
La verità è che il caso Cospito è diventato un banco di prova. E il governo ha scelto da che parte stare. Nordio sta difendendo e rafforzando il 41bis. Sta dicendo che questo modello di carcere non solo è legittimo, ma è necessario. Sta spostando il confine di ciò che è accettabile, rendendo normale ciò che normale non dovrebbe essere.
Il punto non è più solo Cospito. Il punto è lo Stato che usa la pena per annientare, che risponde al dissenso con l’isolamento estremo, che confonde sicurezza e vendetta, sta già scivolando fuori dal perimetro costituzionale. E quando questo accade, non è il detenuto a essere sotto processo. È il sistema.
Il rinnovo del 41 bis non chiude nulla. Conferma tutto. Conferma che il carcere duro, in Italia, non è uno strumento eccezionale. È diventato un linguaggio politico. Un messaggio. Un avvertimento. E questo, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere inaccettabile.
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15/04/2026
Global Sumud Flotilla: la Procura di Roma indaga per tortura e rapina
I magistrati hanno infatti iscritto nel registro degli indagati – per ora a carico di ignoti – anche le ipotesi di reato di tortura e rapina. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e condotta dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, punta a fare luce sul trattamento riservato ai 36 attivisti e parlamentari italiani che si trovavano sulle navi.
La decisione di contestare il reato di tortura è maturata dopo mesi di audizioni. Gli inquirenti hanno ascoltato i partecipanti alla missione, i quali hanno descritto un clima di violenza sistematica e umiliazioni una volta finiti sotto la custodia dei militari israeliani. I verbali parlano di ore passate con lo sguardo a terra, privazione di cibo e acqua e minacce costanti con armi spianate, percosse.
L’accusa di rapina, invece, si riferisce alla sottrazione forzata di telefoni cellulari, effetti personali e delle stesse imbarcazioni utilizzate per la missione. Ma il fascicolo d’indagine ricostruisce una sequenza di eventi iniziata già prima dell’abbordaggio, rincarando la dose sulle gravi violazioni condotte da Tel Aviv, con azioni che assomigliano a vere e proprie operazioni di guerra contro la missione umanitaria.
I reati di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio si riferiscono in particolare alla notte tra il 23 e il 24 settembre, quando la flotta fu bersagliata da uno sciame di droni mentre si trovava al largo di Creta, in acque di competenza dell’Unione Europea. Successivamente, l’intercettazione da parte di un imponente dispiegamento di mezzi militari israeliani ha portato al fermo degli attivisti e al loro trasferimento forzato a terra, dove sono rimasti in stato di detenzione fino al rimpatrio in Italia.
Il prossimo passo della Procura di Roma sarà formale e diplomaticamente complesso, soprattutto ora che il governo italiano ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare: l’invio di una rogatoria internazionale a Israele. I magistrati italiani chiederanno chiarimenti ufficiali sull’operato delle forze di sicurezza e sull’identità dei responsabili delle violenze denunciate.
Inoltre, la notizia dell’allargamento dell’inchiesta arriva in un momento simbolico: proprio in queste ore, una nuova Global Sumud Florilla sta salpando verso Gaza. Gli obiettivi restano i medesimi della precedente: forzare il blocco illegale e denunciare l’indifferenza internazionale su un genocidio che continua, con Gaza che è costantemente bombardata e dove i palestinesi continuano a morire a centinaia.
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23/02/2026
Kosovo - UCK sotto accusa per crimini di guerra
La Corte speciale per il Kosovo – istituita con legge kosovara ma con sede nei Paesi Bassi – ha chiuso un dibattimento imponente: 227 udienze, 130 testimoni in aula, decine di deposizioni scritte. In un clima definito dai giudici “pervaso da intimidazioni costanti” nei confronti di chi collaborava. Non esattamente l’atmosfera di una democrazia consolidata.
Thaçi si è dichiarato “completamente innocente”. Con lui, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi, ex comandanti Uck poi riciclati ai vertici del nuovo Stato kosovaro. L’accusa, rappresentata dalla procuratrice Kimberly West, ha chiesto per ciascuno 45 anni di reclusione per crimini di guerra e contro l’umanità: omicidi, torture, persecuzioni, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie tra il 1998 e il 1999.
La sentenza è attesa entro l’estate. Ma il verdetto politico è già scritto nella cronologia.
Da “terroristi” a statisti, andata e ritorno
Fino a poco prima dell’intervento NATO, l’Uck figurava nelle liste statunitensi delle organizzazioni terroristiche. Poi, improvvisamente, divenne interlocutore legittimo nella guerra contro Belgrado. La geopolitica ha questa elasticità morale: dipende da chi è utile contro chi.
Il 12 giugno 1999, con la fine dei bombardamenti, una risoluzione ONU avviò la costruzione di un Kosovo amministrato internazionalmente. L’Uck si trasformò in forza politica dominante. Thaçi, già direttore politico e responsabile dei servizi informativi del gruppo armato, divenne ministro degli Esteri, poi premier, infine presidente. Veseli guidò l’intelligence. Selimi e Krasniqi occuparono ruoli apicali nell’apparato statale.
La guerriglia era diventata istituzione. Ma secondo l’accusa, la struttura di potere non avrebbe abbandonato i metodi della guerra.
Campi di detenzione e fosse comuni
Gli atti processuali, in parte desecretati, elencano circa cinquanta siti di detenzione in Kosovo e nel nord dell’Albania. Luoghi dove, secondo l’impianto accusatorio, civili serbi, rom, bosniaci, montenegrini e anche albanesi considerati “collaborazionisti” sarebbero stati imprigionati e torturati. Le contestazioni parlano di 437 detenzioni arbitrarie documentate.
Le testimonianze raccolte descrivono percosse con catene e spranghe, minacce di morte, esecuzioni simulate. In alcuni casi, uccisioni successive a trasferimenti tra centri di detenzione, specie durante ritirate militari. Tra le vittime figurano anche membri della Lega Democratica del Kosovo, partito favorevole a un’autonomia negoziata con la Serbia e dunque visto come traditore.
Un episodio citato negli atti riguarda un uomo rom, catturato e picchiato in un villaggio controllato dall’Uck, poi ucciso a un posto di blocco. Non è un dettaglio folkloristico della guerra balcanica: è uno dei capi d’accusa.
La Corte ha dovuto affrontare un problema strutturale: la protezione dei testimoni. Nel 2022 Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, esponenti dell’Associazione veterani Uck, sono stati condannati per aver divulgato dati sensibili relativi a potenziali testimoni. Nel 2025 tre cittadini kosovari hanno patteggiato per intimidazioni. E per Thaçi è già fissato un nuovo procedimento per presunte interferenze sulle deposizioni.
La domanda scomoda resta sospesa: criminali perché hanno perso il favore internazionale o perché i crimini sono stati finalmente perseguiti? La giustizia internazionale è selettiva per definizione, ma non per questo i fatti contestati evaporano.
Il Kosovo indipendente, oggi guidato da Albin Kurti, cerca di consolidare istituzioni e credibilità europea. Ma l’ombra del passato armato grava ancora. L’Occidente, che nel 1999 scelse l’Uck come alleato tattico contro Milošević, deve ora accettare che alcuni di quegli alleati siano giudicati per atrocità.
La storia non è lineare: gli “eroi” di ieri possono diventare imputati. E forse è un segno di maturità istituzionale che ciò accada. Resta però un interrogativo geopolitico: quanto pesa, nelle trasformazioni morali delle milizie, l’interesse strategico del momento?
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27/01/2026
Tortura in divisa: condanna per nove agenti della Penitenziaria
C’è stata tortura nel carcere di Sollicciano. Non abusi isolati, non “eccessi”, non semplici lesioni: tortura. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze, che ha condannato nove agenti della Polizia Penitenziaria – tra cui un’ispettrice – per i pestaggi e i trattamenti inumani inflitti a due detenuti, un cittadino marocchino e un detenuto italiano, tra il 2018 e il 2020.
Una sentenza pesantissima, che ribalta il primo grado di giudizio e smonta la narrazione autoassolutoria che troppo spesso accompagna le violenze di Stato consumate dietro le mura delle carceri.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, nel caso del detenuto marocchino tutto avrebbe avuto origine da un semplice screzio verbale con un’agente. Un fatto minimo, ordinario nella vita detentiva. La risposta, invece, è stata brutale: l’uomo viene condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo e lì picchiato da sette agenti, fino a rimanere a terra senza fiato. Riporterà la frattura di due costole. Non basta. Dopo il pestaggio viene spogliato, lasciato completamente nudo in infermeria e deriso dagli agenti per diversi minuti. Un trattamento che la Corte ha definito senza ambiguità “inumano e degradante”.
Per questi fatti l’ispettrice E.V. è stata condannata a 5 anni e 4 mesi di reclusione; gli altri otto agenti hanno ricevuto pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 4 anni e 4 mesi, per i reati di tortura, calunnia e falso.
La sentenza d’appello ribalta quella di primo grado, che aveva derubricato il reato di tortura in semplici lesioni e assolto gli imputati dalle accuse di falso e calunnia. Una scelta che oggi appare per quello che era: una rimozione della gravità dei fatti. Già in primo grado, va ricordato, l’ispettrice era stata comunque condannata a 3 anni e 6 mesi di carcere, segno che la violenza era stata riconosciuta, ma non chiamata con il suo nome.
L’inchiesta era esplosa nel gennaio 2020, con l’arresto dell’ispettrice, di un agente e di un assistente capo coordinatore, e con l’applicazione di misure interdittive nei confronti di altri sei appartenenti al corpo. Al centro del procedimento due episodi distinti di aggressione, avvenuti anche all’interno dell’ufficio dell’ispettrice capo, a seguito di contrasti con i detenuti.
Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale aveva chiesto la condanna per tortura solo in relazione al pestaggio del detenuto marocchino, parlando esplicitamente di “trattamento inumano e degradante”. Per l’aggressione al detenuto italiano aveva invece ritenuto configurabile il solo reato di lesioni, sostenendo che non vi fosse certezza sulle “acute sofferenze” richieste per integrare il delitto di tortura. La Corte ha invece stabilito che anche in questo caso si trattò di tortura, riaffermando un principio fondamentale: la violenza sistematica, esercitata da pubblici ufficiali in posizione di totale potere su persone private della libertà, non può essere minimizzata.
Questa sentenza arriva in un contesto politico in cui il governo spinge per ampliare gli spazi di impunità delle forze dell’ordine, invocando “scudi penali” e riducendo i controlli giurisdizionali sull’uso della forza. È una decisione che va in direzione opposta, ricordando che lo Stato di diritto non si misura nelle dichiarazioni, ma nella capacità di chiamare i propri apparati a rispondere dei crimini commessi.
Sollicciano non è un’eccezione. È uno dei tanti luoghi in cui la sospensione dei diritti, la disumanizzazione dei detenuti e una cultura repressiva sedimentata producono violenza strutturale. Chiamarla tortura non è un atto ideologico: è un atto di verità. E questa sentenza lo scrive nero su bianco.
In un Paese in cui si parla sempre più spesso di “ordine” e “sicurezza”, la Corte d’Appello di Firenze ricorda un fatto elementare: non esiste sicurezza fondata sulla tortura. Esiste solo abuso di potere. E impunità, quando la giustizia sceglie di voltarsi dall’altra parte. Questa volta non è successo.
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07/12/2025
ONU: Israele è uno stato torturatore de facto
Il documento, frutto del monitoraggio periodico sui paesi firmatari della Convenzione contro la tortura, dipinge un quadro agghiacciante delle condizioni detentive. Le testimonianze raccolte da gruppi per i diritti umani e durante le inchieste riferiscono di “ripetute e gravi percosse, attacchi con cani, elettrocuzione, waterboarding, uso prolungato di posizioni di stress e violenza sessuale”.
I terroristi israeliani impongono umiliazioni ai prigionieri: sono “costretti a comportarsi come animali o urinando loro addosso”, disumanizzandoli nel tipico schema di un’ideologia suprematista come è il sionismo. Vengono loro negate le cure mediche e, in alcuni casi, l’uso eccessivo di mezzi di contenzione ha portato all’amputazione degli arti.
Per l’ONU, poi, ci si trova davanti a una vera e propria “sparizione forzata” quando si parla della controversa normativa sui “combattenti illegali”. Con essa, Israele arresta sistematica civili, spesso minori, donne incinte e anziani, con l’accusa di essere in sostanza terroristi, e li costringe a una lunga detenzione senza accesso ad avvocati o familiari, i quali a volte hanno dovuto aspettare mesi per sapere cosa fosse successo ai loro cari.
Il Comitato ONU rileva l’assenza di una legislazione che proibisca esplicitamente la tortura, sottolineando come i funzionari pubblici possano spesso evitare la responsabilità penale invocando il principio di “necessità” per le pressioni operate durante gli interrogatori. L’ONU ha dunque chiesto a Tel Aviv di istituire un reato in linea con la Convenzione contro la tortura.
Ha inoltre domandato l’istituzione di “una commissione d’inchiesta ad hoc indipendente, imparziale ed efficace per esaminare e indagare su tutte le denunce di tortura e maltrattamenti” e di “perseguire i responsabili, compresi i superiori gerarchici”. Purtroppo, sono decenni che queste richieste cadono nel vuoto, e la comunità occidentale guarda dall’altra parte.
Israele, attraverso il suo ambasciatore Daniel Meron, ha respinto le accuse definendole “disinformazione” e ribadendo l’impegno del Paese a rispettare i principi morali anche di fronte alla minaccia terroristica.
Ma quasi contemporaneamente, l’esecuzione sommaria di due uomini palestinesi a Jenin, diffusa in un video che non lascia spazio a interpretazioni, e l’assassinio di due bambini a Gaza che raccoglievano legna lungo la “Linea Gialla” che divide in due la Striscia, hanno solo confermato che il terrorismo da cui difendersi per raggiungere la pace è quello israeliano.
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