Non più solo sequestro di persona e danneggiamento. L’inchiesta della Procura di Roma sulla Global Sumud Flotilla, la missione che lo scorso ottobre ha rotto il blocco sionista illegale su Gaza e i cui componenti sono stati poi trattenuti dalle forze israeliane, si allarga drasticamente.
I magistrati hanno infatti iscritto nel registro degli indagati – per ora a carico di ignoti – anche le ipotesi di reato di tortura e rapina. L’indagine, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e condotta dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, punta a fare luce sul trattamento riservato ai 36 attivisti e parlamentari italiani che si trovavano sulle navi.
La decisione di contestare il reato di tortura è maturata dopo mesi di audizioni. Gli inquirenti hanno ascoltato i partecipanti alla missione, i quali hanno descritto un clima di violenza sistematica e umiliazioni una volta finiti sotto la custodia dei militari israeliani. I verbali parlano di ore passate con lo sguardo a terra, privazione di cibo e acqua e minacce costanti con armi spianate, percosse.
L’accusa di rapina, invece, si riferisce alla sottrazione forzata di telefoni cellulari, effetti personali e delle stesse imbarcazioni utilizzate per la missione. Ma il fascicolo d’indagine ricostruisce una sequenza di eventi iniziata già prima dell’abbordaggio, rincarando la dose sulle gravi violazioni condotte da Tel Aviv, con azioni che assomigliano a vere e proprie operazioni di guerra contro la missione umanitaria.
I reati di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio si riferiscono in particolare alla notte tra il 23 e il 24 settembre, quando la flotta fu bersagliata da uno sciame di droni mentre si trovava al largo di Creta, in acque di competenza dell’Unione Europea. Successivamente, l’intercettazione da parte di un imponente dispiegamento di mezzi militari israeliani ha portato al fermo degli attivisti e al loro trasferimento forzato a terra, dove sono rimasti in stato di detenzione fino al rimpatrio in Italia.
Il prossimo passo della Procura di Roma sarà formale e diplomaticamente complesso, soprattutto ora che il governo italiano ha deciso di sospendere il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare: l’invio di una rogatoria internazionale a Israele. I magistrati italiani chiederanno chiarimenti ufficiali sull’operato delle forze di sicurezza e sull’identità dei responsabili delle violenze denunciate.
Inoltre, la notizia dell’allargamento dell’inchiesta arriva in un momento simbolico: proprio in queste ore, una nuova Global Sumud Florilla sta salpando verso Gaza. Gli obiettivi restano i medesimi della precedente: forzare il blocco illegale e denunciare l’indifferenza internazionale su un genocidio che continua, con Gaza che è costantemente bombardata e dove i palestinesi continuano a morire a centinaia.
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27/12/2024
Baltico - Nuovi cavi danneggiati alzano la tensione nell'area
Appena un mese fa due cavi sottomarini della rete internet erano stati danneggiati nel Mar Baltico, e proprio pochi giorni fa scrivevamo di come l’incontro avuto da Giorgia Meloni in Lapponia potesse trovare tra queste infrastrutture dei fondali un elemento di collaborazione col Nord Europa sul tema sicurezza.
Ieri, sempre nel mare racchiuso tra paesi scandinavi, baltici e Russia, è avvenuta una precipitazione degli eventi che, seppur non avrà un effetto immediato, è la dimostrazione di come la tensione in quell’area si stia alzando sempre di più. E di come la guerra è sempre più combattuta in forme “ibride”.
Tra Natale e Santo Stefano, infatti, tre cavi per le telecomunicazioni e l’energia che collegano Finlandia ed Estonia e uno che unisce il primo dei due paesi con la Germania hanno subito dei danneggiamenti, a poche ore l’uno dall’altro. Subito le attenzioni si sono rivolte alle imbarcazioni in qualche modo collegate a Mosca.
Immediatamente le autorità finlandesi hanno aperto delle indagini per sabotaggio aggravato, e si sono focalizzate verso la petroliera Eagle S. Questa, pur battente bandiere delle Isole Cook, viene infatti considerata una delle imbarcazioni di una “flotta fantasma” usata dai russi per aggirare le sanzioni occidentali.
Il direttore generale delle dogane finlandesi ha infatti affermato che la petroliera stava trasportando benzina caricata in un porto russo. Nell’arco di poche ore è diventata il principale sospettato, e così la guardia costiera di Helsinki ha agganciato la Eagle S e l’ha costretta a recarsi in acque finlandesi, prima di procedere a un’ispezione.
Secondo alcune analisi, la nave aveva una àncora, o forse più di una, calata e in fase di trascinamento. Robin Lardot, a capo dell’ufficio investigativo nazionale, ha detto: “siamo saliti a bordo, abbiamo parlato con diverse persone che lavorano sulla nave e abbiamo raccolto prove. L’inchiesta è in corso e continuerà per diversi giorni”.
L’accusa è stata sostanziata da alcuni movimenti strani che la Eagle S avrebbe fatto proprio nei pressi dell’avvenuto danneggiamento. Ma è certo che un’azione del genere, con la già annessa individuazione della responsabilità di Mosca, non può che dare una spinta all’escalation già in atto, tanto più se i sospetti si rivelassero infondati.
Quello che è senza dubbio certo è proprio il fatto che casi del genere vengano immediatamente inscritti dentro una logica di guerra: prima della Eagle S, era stata la Yi Peng 3 ad essere posta sotto sorveglianza. Quest’ultima nave è cinese, ed è stata considerata responsabile proprio dei danneggiamenti ai cavi baltici dello scorso novembre.
Che questi eventi vadano inseriti nel più ampio scenario della competizione globale lo ribadiscono in pratica anche da Bruxelles. In una dichiarazione congiunta della Commissione UE e di Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli esteri, è stato scritto che “l’incidente che ha coinvolto i cavi sottomarini nel Mar Baltico è l’ultimo di una serie di sospetti attacchi alle infrastrutture critiche”.
Si parla di attacchi, e si parla di infrastrutture strategiche, e viene poi promesso che “in risposta a questi incidenti stiamo potenziando gli sforzi per proteggere i cavi sottomarini, incluso uno scambio di informazioni rafforzato, nuove tecnologie per individuare i responsabili e capacità di riparazione sottomarina e cooperazione internazionale”.
È ancora più esplicito il fatto che nella vicenda abbia messo bocca anche Mark Rutte. Il politico olandese ha prima avuto un colloquio telefonico in merito col primo ministro estone, e poi ha scritto su X che la NATO “è solidale con gli alleati e condanna qualsiasi attacco alle infrastrutture critiche”, per poi dichiarare che i membri dell’alleanza atlantica sono “pronti a fornire ulteriore supporto”.
Il supporto che un gruppo di paesi uniti nell’ambito bellico non può che essere una maggiore militarizzazione del Mar Baltico stesso. Non ci troviamo di fronte a un nuovo Nord Stream, ma a tanti piccoli casi che sono tuttavia il segnale di come le tensioni continuano ad aumentare.
Fonte
Ieri, sempre nel mare racchiuso tra paesi scandinavi, baltici e Russia, è avvenuta una precipitazione degli eventi che, seppur non avrà un effetto immediato, è la dimostrazione di come la tensione in quell’area si stia alzando sempre di più. E di come la guerra è sempre più combattuta in forme “ibride”.
Tra Natale e Santo Stefano, infatti, tre cavi per le telecomunicazioni e l’energia che collegano Finlandia ed Estonia e uno che unisce il primo dei due paesi con la Germania hanno subito dei danneggiamenti, a poche ore l’uno dall’altro. Subito le attenzioni si sono rivolte alle imbarcazioni in qualche modo collegate a Mosca.
Immediatamente le autorità finlandesi hanno aperto delle indagini per sabotaggio aggravato, e si sono focalizzate verso la petroliera Eagle S. Questa, pur battente bandiere delle Isole Cook, viene infatti considerata una delle imbarcazioni di una “flotta fantasma” usata dai russi per aggirare le sanzioni occidentali.
Il direttore generale delle dogane finlandesi ha infatti affermato che la petroliera stava trasportando benzina caricata in un porto russo. Nell’arco di poche ore è diventata il principale sospettato, e così la guardia costiera di Helsinki ha agganciato la Eagle S e l’ha costretta a recarsi in acque finlandesi, prima di procedere a un’ispezione.
Secondo alcune analisi, la nave aveva una àncora, o forse più di una, calata e in fase di trascinamento. Robin Lardot, a capo dell’ufficio investigativo nazionale, ha detto: “siamo saliti a bordo, abbiamo parlato con diverse persone che lavorano sulla nave e abbiamo raccolto prove. L’inchiesta è in corso e continuerà per diversi giorni”.
L’accusa è stata sostanziata da alcuni movimenti strani che la Eagle S avrebbe fatto proprio nei pressi dell’avvenuto danneggiamento. Ma è certo che un’azione del genere, con la già annessa individuazione della responsabilità di Mosca, non può che dare una spinta all’escalation già in atto, tanto più se i sospetti si rivelassero infondati.
Quello che è senza dubbio certo è proprio il fatto che casi del genere vengano immediatamente inscritti dentro una logica di guerra: prima della Eagle S, era stata la Yi Peng 3 ad essere posta sotto sorveglianza. Quest’ultima nave è cinese, ed è stata considerata responsabile proprio dei danneggiamenti ai cavi baltici dello scorso novembre.
Che questi eventi vadano inseriti nel più ampio scenario della competizione globale lo ribadiscono in pratica anche da Bruxelles. In una dichiarazione congiunta della Commissione UE e di Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli esteri, è stato scritto che “l’incidente che ha coinvolto i cavi sottomarini nel Mar Baltico è l’ultimo di una serie di sospetti attacchi alle infrastrutture critiche”.
Si parla di attacchi, e si parla di infrastrutture strategiche, e viene poi promesso che “in risposta a questi incidenti stiamo potenziando gli sforzi per proteggere i cavi sottomarini, incluso uno scambio di informazioni rafforzato, nuove tecnologie per individuare i responsabili e capacità di riparazione sottomarina e cooperazione internazionale”.
È ancora più esplicito il fatto che nella vicenda abbia messo bocca anche Mark Rutte. Il politico olandese ha prima avuto un colloquio telefonico in merito col primo ministro estone, e poi ha scritto su X che la NATO “è solidale con gli alleati e condanna qualsiasi attacco alle infrastrutture critiche”, per poi dichiarare che i membri dell’alleanza atlantica sono “pronti a fornire ulteriore supporto”.
Il supporto che un gruppo di paesi uniti nell’ambito bellico non può che essere una maggiore militarizzazione del Mar Baltico stesso. Non ci troviamo di fronte a un nuovo Nord Stream, ma a tanti piccoli casi che sono tuttavia il segnale di come le tensioni continuano ad aumentare.
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