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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2025

Fincantieri e LUISS, insieme per ‘normare’ la guerra sui fondali marini

Fondazione Fincantieri e l’università privata LUISS Guido Carli hanno annunciato, lo scorso 9 luglio, l’avvio di una collaborazione dal nome SUBCAP (SUBsea CAbles Protection, ovvero Protezione dei Cavi Sottomarini). L’obiettivo, si legge sul sito dell’ateneo, è quello della “individuazione del quadro regolatorio per la protezione delle infrastrutture critiche sottomarine”.

Il compito è affidato al Centro di ricerca “Law and Governance: Compliance, Security and Sustainability”, presieduto dalla ex ministra della Giustizia Paola Severino. Una figura che si è fatta notare per una sua legge che ha fatto storcere il naso a Berlusconi, ma noi ce la ricordiamo più che altro perché il suo studio legale difendeva la compagnia LTF contro i NoTav e, allo stesso tempo, perché nel 2012, dal suo dicastero, vennero sparati lacrimogeni direttamente su dei manifestanti.

Ma senza stare a rivangare il passato, oggi Severino ci mostra che c’è molta inventiva nel trovare sempre nuovi modi in cui l’accademia – anche se in questo caso si parla di quella privata – possa legare le proprie attività agli orizzonti della crescente tendenza alla guerra. In questo caso, lo fa “nel quadro delle attività promosse da Fincantieri nell’ambito della sicurezza marittima”.

Infatti, la questione della guerra sui fondali ha attirato molta attenzione, soprattutto per via di alcuni casi di cavi tranciati nel Baltico, di cui la responsabilità è stata attribuita alla Russia (a volte inserendo anche un ipotetico aiuto fornito dai cinesi). La NATO, all’inizio di questo anno, ha addirittura lanciato in merito un’operazione di militarizzazione di quelle acque, la Baltic Sentry.

Non che la guerra dei cavi, in quanto infrastrutture strategiche, sia di per sé una cosa nuova: è da almeno un secolo che si assiste a eventi del genere. Quello che è a suo modo ‘innovativo’ è la volontà di ‘normare’ le forme in cui le nuove tecnologie possono essere usate per condurre tale tipo di conflitti.

Sempre sul sito della LUISS si legge infatti che si vogliono stabilire “in modo esplicito i limiti e le condizioni delle attività di protezione condotte nel dominio subacqueo, specialmente in contesti internazionali. Il progetto si propone quindi di analizzare in chiave comparata le fonti giuridiche esistenti – a livello internazionale, europeo e nazionale – e di elaborare soluzioni operative capaci di guidare l’impiego di tecnologie avanzate, come sensori, sonar, droni e veicoli autonomi subacquei, all’interno di un quadro giuridico definito”.

Quello di droni e robot subacquei è un tema centrale, che unisce in maniera diretta tale iniziativa alla cornice atlantica, oltre a quella del riarmo europeo. Quest’ultimo ha nel conflitto ucraino un’ottima fonte di commesse: proprio al vertice italiano sulla ricostruzione del paese dell’Est Europa, Fincantieri ha annunciato che fornirà sistemi sonar e droni sottomarini per la protezione del porto di Odessa.

Ma se torniamo alla missione nel Baltico, va ricordato che essa è stata pensata come un laboratorio per testare l’operatività di tali tecnologie. Non ci vorrà molto prima di trovare punti di connessione tra SUBCAP e il Critical Undersea Infrastructure Network, lanciato lo scorso anno dalla NATO proprio per la ricerca di nuovi metodi e strumenti di gestione delle questioni sottomarine.

Iniziative come questa tengono insieme sia la risposta alla crisi industriale pensata dalle classi dirigenti del Vecchio Continente, ovvero lo stimolo attraverso produzioni belliche, sia la necessità di maggiori strumenti di offesa per difendere, morti su morti, il predominio occidentale sul mondo. In questa deriva, le università sono sempre più coinvolte, con risvolti preoccupanti su che tipo di istruzione sarà offerta alle nuove generazioni.

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17/01/2025

La NATO militarizza il Baltico per difendere i cavi sottomarini

Avevamo già previsto che la NATO avrebbe proceduto ad ampliare la cortina bellica intorno alla Russia, rendendo anche il Baltico un terreno dello scontro tra l’imperialismo euroatlantico e l’emergere di un mondo multipolare. E non era una profezia molto difficile da fare, viste le dichiarazioni esternate da Mark Rutte poche settimane fa.

La riunione degli otto alleati atlantici che sono toccati dal Baltico, organizzata a Helsinki da Finlandia ed Estonia in maniera congiunta, si è conclusa con il lancio dell’operazione Baltic Sentry, ovvero “Sentinella Baltica”. Le attività saranno poste sotto l’autorità del Comando Supremo Alleato in Europa, presieduto dal generale Christopher Cavoli.

L’attenzione, come detto, è rivolta soprattutto alle infrastrutture fondamentali per le linee energetiche e internet poste sul fondale marino. I timori, in questo scenario, sono stati sollevati negli ultimi mesi dal danneggiamento di alcuni cavi sottomarini, la cui responsabilità è stata affibbiata a navi cinesi o a imbarcazioni della “flotta ombra” russa.

Concretamente, si tratta dello sforzo per una maggiore integrazione dei sistemi di sorveglianza dei vari paesi che si affacciano sul Baltico, e di impegnarsi in attività di pattugliamento che coinvolgeranno mezzi sia marittimi sia aerei. Allo stesso tempo, sarà anche un laboratorio per testare nuove tecnologie, “tra cui una piccola flotta di droni navali per fornire una sorveglianza e una deterrenza migliorate”.

Baltic Sentry, infatti, si svolgerà in collegamento anche con il Critical Undersea Infrastructure Network, la rete a cui ha dato vita di recente l’alleanza atlantica che coinvolge anche il settore privato nella ricerca di nuovi metodi e strumenti per rafforzare la protezione delle infrastrutture sottomarine.

Del resto, anche nel programma di investimenti strategici del Pentagono l’industria dei robot sottomarini era indicata come un settore chiave del futuro. Come abbiamo spesso sottolineato, ci troviamo di fronte a una mobilitazione totale e pervasiva dei sistemi occidentali verso l’escalation bellica, in cui la vita civile viene sottomessa alle esigenze militari.

Sempre Rutte ha reso chiaro, pochi giorni fa, che la guerra è l’unico orizzonte che prevede l’Occidente collettivo, e di certo i porti russi sul Baltico sono nodi da tenere sotto osservazione. Intanto, Svezia e Polonia hanno già dichiarato la loro piena adesione a Baltic Sentry, e dalla Lituania arrivano dichiarazioni molto pesanti.

“Dobbiamo prendere il controllo del traffico marittimo”, ha sostenuto il ministro degli Esteri di Vilnius, Kestutis Budrys, “criminalizzare le violazioni e dispiegare le forze navali della NATO per affermare il nostro dominio e la nostra sicurezza nel Mar Baltico”. Parole che dietro la tutela di infrastrutture strategiche nascondono – nemmeno troppo bene – mire di potenza.

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27/12/2024

Baltico - Nuovi cavi danneggiati alzano la tensione nell'area

Appena un mese fa due cavi sottomarini della rete internet erano stati danneggiati nel Mar Baltico, e proprio pochi giorni fa scrivevamo di come l’incontro avuto da Giorgia Meloni in Lapponia potesse trovare tra queste infrastrutture dei fondali un elemento di collaborazione col Nord Europa sul tema sicurezza.

Ieri, sempre nel mare racchiuso tra paesi scandinavi, baltici e Russia, è avvenuta una precipitazione degli eventi che, seppur non avrà un effetto immediato, è la dimostrazione di come la tensione in quell’area si stia alzando sempre di più. E di come la guerra è sempre più combattuta in forme “ibride”.

Tra Natale e Santo Stefano, infatti, tre cavi per le telecomunicazioni e l’energia che collegano Finlandia ed Estonia e uno che unisce il primo dei due paesi con la Germania hanno subito dei danneggiamenti, a poche ore l’uno dall’altro. Subito le attenzioni si sono rivolte alle imbarcazioni in qualche modo collegate a Mosca.

Immediatamente le autorità finlandesi hanno aperto delle indagini per sabotaggio aggravato, e si sono focalizzate verso la petroliera Eagle S. Questa, pur battente bandiere delle Isole Cook, viene infatti considerata una delle imbarcazioni di una “flotta fantasma” usata dai russi per aggirare le sanzioni occidentali.

Il direttore generale delle dogane finlandesi ha infatti affermato che la petroliera stava trasportando benzina caricata in un porto russo. Nell’arco di poche ore è diventata il principale sospettato, e così la guardia costiera di Helsinki ha agganciato la Eagle S e l’ha costretta a recarsi in acque finlandesi, prima di procedere a un’ispezione.

Secondo alcune analisi, la nave aveva una àncora, o forse più di una, calata e in fase di trascinamento. Robin Lardot, a capo dell’ufficio investigativo nazionale, ha detto: “siamo saliti a bordo, abbiamo parlato con diverse persone che lavorano sulla nave e abbiamo raccolto prove. L’inchiesta è in corso e continuerà per diversi giorni”.

L’accusa è stata sostanziata da alcuni movimenti strani che la Eagle S avrebbe fatto proprio nei pressi dell’avvenuto danneggiamento. Ma è certo che un’azione del genere, con la già annessa individuazione della responsabilità di Mosca, non può che dare una spinta all’escalation già in atto, tanto più se i sospetti si rivelassero infondati.

Quello che è senza dubbio certo è proprio il fatto che casi del genere vengano immediatamente inscritti dentro una logica di guerra: prima della Eagle S, era stata la Yi Peng 3 ad essere posta sotto sorveglianza. Quest’ultima nave è cinese, ed è stata considerata responsabile proprio dei danneggiamenti ai cavi baltici dello scorso novembre.

Che questi eventi vadano inseriti nel più ampio scenario della competizione globale lo ribadiscono in pratica anche da Bruxelles. In una dichiarazione congiunta della Commissione UE e di Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli esteri, è stato scritto che “l’incidente che ha coinvolto i cavi sottomarini nel Mar Baltico è l’ultimo di una serie di sospetti attacchi alle infrastrutture critiche”.

Si parla di attacchi, e si parla di infrastrutture strategiche, e viene poi promesso che “in risposta a questi incidenti stiamo potenziando gli sforzi per proteggere i cavi sottomarini, incluso uno scambio di informazioni rafforzato, nuove tecnologie per individuare i responsabili e capacità di riparazione sottomarina e cooperazione internazionale”.

È ancora più esplicito il fatto che nella vicenda abbia messo bocca anche Mark Rutte. Il politico olandese ha prima avuto un colloquio telefonico in merito col primo ministro estone, e poi ha scritto su X che la NATO “è solidale con gli alleati e condanna qualsiasi attacco alle infrastrutture critiche”, per poi dichiarare che i membri dell’alleanza atlantica sono “pronti a fornire ulteriore supporto”.

Il supporto che un gruppo di paesi uniti nell’ambito bellico non può che essere una maggiore militarizzazione del Mar Baltico stesso. Non ci troviamo di fronte a un nuovo Nord Stream, ma a tanti piccoli casi che sono tuttavia il segnale di come le tensioni continuano ad aumentare.

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