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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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31/05/2025

Frenesia bellica, sconfitta certa

di Fabio Mini

Sotto la superficie apparentemente piatta, o in stallo, dei negoziati e delle operazioni militari, scorre un ruscello carsico che si presta a diventare un fiume tranquillo, o in devastante piena, quando e se riemergerà.

Intanto il ruscello non sembra avere acqua limpida, ma una melma carica di illusioni, irrazionalità e ipocrisia.

L’illusione è forse la parte più pulita del corso e riguarda le pseudo speranze che i negoziati portino alla pace, che le forze ucraine riescano a riprendersi, che i russi si ritirino e che l’Europa riesca a liberarsi dalla dipendenza militare degli Stati Uniti e possa tornare a prosperare anche senza le risorse russe.

Sono illusioni, appunto, costruite per i molti nostri concittadini che si abbeverano all’informazione cosiddetta occidentale, incardinata nell’ideologia della ‘pace giusta e duratura’ e nella retorica dell’‘aggressore e l’aggredito’, del bene e del male assoluti.

Russia e Ucraina hanno deciso lo scambio di prigionieri e stanno organizzando il nuovo round di colloqui diretti. La Russia sta preparando il memorandum di base per la ripresa dei colloqui interrotti nel 2022, partendo però dal punto concordato allora con le varianti sopravvenute durante il conflitto.

Un documento semplice e chiaro che ripete ciò che chiede da anni prima e dopo l’invasione: la neutralità ucraina, il riconoscimento delle autonomie delle popolazioni russofone (in pratica la fine della guerra in Donbass), la denazificazione del governo e delle istituzioni (allontanamento di tutti gli elementi neonazisti ed estremisti che, sostenuti dagli americani e dalla Nato, non pensano agli ucraini, ma proteggono gli oligarchi più biechi del globo).

Anche gli ucraini, sostenuti dalla burocrazia e da volenterosi bellicisti europei, ripetono ciò che da alcuni mesi sono stati indotti ad affermare: vogliono la tregua incondizionata di almeno 30 giorni, non come oggetto dei colloqui, ma come condizione per iniziarli.

A scanso di equivoci, il presidente Zelensky e i suoi amici americani ed europei hanno già fissato i paletti della loro pace: nessun territorio ai russi, nessun vincolo al riarmo ucraino, confische dei beni russi, risarcimenti da pretendere per i danni di guerra e tribunale internazionale per i leader politici e militari russi.

In pratica chiedono la capitolazione militare, politica ed economica della Russia.

Una posizione talmente irrazionale che essi stessi sanno non potrà essere accettata dai russi proprio mentre stanno vincendo la guerra. Non solo sul campo.

E, da che mondo è mondo, l’unico risultato delle guerre esistenziali e territoriali è la ridefinizione dei confini alle condizioni dei vincitori.

Con una buona dose di ipocrisia, Ucraina e volenterosi europei intendono usare la tregua incondizionata per prendere tempo. Come a Minsk. Tempo per riarmare l’Ucraina, intervenire con gli eserciti europei in territorio ucraino con un pretesto (per esempio, il solito “controllo” del rispetto della tregua) e riarmare l’Europa per affrontare e battere la Russia in maniera definitiva.

La difesa e la deterrenza sbandierate come elementi passivi del riarmo sono in realtà le maschere per la guerra preventiva che la Nato sta già pianificando. “Dobbiamo battere il nemico al primo colpo, perché se non ci riusciamo dovremo affrontare 15 anni di guerra di logoramento”, ha detto il comandante supremo della Nato.

L’Ucraina non vuole la pace con la Russia, ma la guerra permanente contro la Russia combattuta con gli Stati Uniti e, nel dubbio che con Trump si sfilino dall’impegno assunto da Biden, con gli europei della Nato e non.

Gli Stati Uniti non vogliono la pace, ma il disaccoppiamento fra Russia e Cina ed Europa.

Al distacco tra Europa e Russia già ci pensano i ‘volenterosi’, mentre quello con la Cina è tutto da costruire.

L’Europa si appresta al blocco navale nel Baltico con lo scopo di inchiodare la flotta militare russa e impedire il transito o sequestrare le navi mercantili di qualsiasi bandiera da o per i porti russi.

La Russia ha già avvertito che difenderà e proteggerà tutto il traffico mercantile che la riguarda e che si muove in acque internazionali o in quelle territoriali russe.

L’Europa, che nel frattempo deve affrontare l’offensiva economica dei dazi voluti da Trump, ha varato il 17° pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Le ultime novità delle sanzioni riguardano altre 189 navi mercantili che si aggiungono alle 153 già sanzionate portando a 342 il totale di navigli della cosiddetta ‘flotta fantasma’ che sta aiutando la Russia.

Il vero rischio di queste operazioni non è l’inefficacia nella riduzione delle esportazioni russe, e nemmeno lo stimolo al ricorso al cambio di nome e appartenenza delle navi. Una procedura che le agenzie degli Stati bandiera registrano e autorizzano con una email durante la navigazione. Non è neppure la ulteriore contrazione degli affari britannici sui noli e le assicurazioni, di cui la City londinese non è più monopolista.

Più grave è invece il rischio che l’ampliamento dei soggetti sanzionati aumenti il numero di contenziosi in mare o nei porti e dei pretesti per il conflitto armato.

Inoltre, come gli Usa, l’Europa minaccia anche sanzioni economiche e punizioni politiche (e non solo) per i paesi che commerciano con la Russia, il che significa allargare all’intero globo il quadro dell’instabilità e dell’ostilità.

La Commissione Europea insiste che le sanzioni funzionano e che la Russia è in crisi grazie a esse.

Non si spiega però perché si sia dovuti arrivare a 17 pacchetti e si stiano già preparando 18° e 19°. Non si spiega come la guerra stia aumentando d’intensità e la situazione ucraina peggiorando. E che stia peggiorando è evidente proprio dalla frenesia bellica che domina l’Europa nel suo progetto d’intervento in Ucraina.

Non c’è quindi da meravigliarsi se la Russia stessa sembri ignorare le sanzioni, che comunque riesce ad eludere, e guardi con interesse agli effetti delle sanzioni “secondarie”.

India e Cina ne dovrebbero essere i principali destinatari, ma non meno importanti sono i paesi con i quali la Russia ha stretto o rinsaldato i rapporti nonostante o proprio grazie alla guerra.

Sono paesi che importano e pagano profumatamente i prodotti europei, sono esportatori di risorse e sono paesi attivi nella ricerca di un nuovo ordine globale multilaterale.

Le sanzioni su di loro, oltre ad essere aggirabili o ininfluenti, sono cariche di effetti boomerang proprio ai danni dell’Europa.

Con intima soddisfazione anche degli americani.

Infine, le manovre ipocritamente dilatorie dell’Europa per guadagnare tempo si scontrano con una realtà diversa: il tempo non gioca a favore di nessuno.

Trenta giorni servono a poco e già si pensa a un rinnovo periodico e indefinito delle tregue per assicurare quei 5 anni di preparazione alla guerra preventivati dall’Europa.

Ma cinque anni sono troppi per garantire la sorpresa di quell’attacco “preventivo e risolutivo”.

La Russia non può concedere tempo ed essa stessa è soggetta alle pressioni americane per regalare un successo qualsiasi a Trump e al proprio interno che chiede maggiore fermezza e intransigenza.

Il partito dei cosiddetti falchi sta acquisendo consensi e i vertici militari russi stanno facendo di tutto per dimostrare che la questione ucraina non è risolvibile con il negoziato, ma con le armi.

Insistono sul fatto che la fascia di sicurezza, demilitarizzazione e denazificazione che la Russia chiede e che l’Europa nega potrà essere acquisita con la forza, ma senza perdere altro tempo.

In Europa vige la stessa convinzione nei riguardi della sconfitta russa, ma mancano risorse e tempo.

Intanto l’agitazione bellicista europea favorisce i soli interessi delle lobby politico-industriali del breve periodo e accelera la degenerazione e l’ampliamento del conflitto, il quale a sua volta è destinato a polverizzare le risorse umane e materiali e i sogni europei di prosperità per decenni a venire.

Fonte

12/02/2025

Ue e NATO alla ricerca di un nuovo focolaio di guerra nel mar Baltico

L’americana Politico scrive che vari paesi europei stanno tenendo colloqui informali su possibili massicci sequestri delle navi che trasportano petrolio russo nel mar Baltico.

Il mar Baltico è considerato la principale porta commerciale della Russia: non a caso, Pietro il Grande vi aprì la sua “finestra sull’Europa” e oggi Mosca ha investito molto nello sviluppo dei porti del Golfo di Finlandia, con logistica e infrastrutture ben consolidate, anche perché molti altri suoi porti non consentono una altrettanto agevole navigazione.

Così, alcuni paesi UE, col pretesto della salvaguardia dell’ambiente e della lotta alla pirateria, stanno pianificando di inasprire i requisiti per il transito nel bacino del Baltico, avendo l’obiettivo di “legalizzare” gli attacchi a navi straniere.

La notizia, come detto, viene da Politico. Ora, tanto per chiarire: nel 2024 Politico è stata ai vertici della lista degli “aiuti” USAID, avendo ricevuto 8 milioni di dollari e, negli ultimi dieci anni, come minimo, una somma di 34 milioni da vari Ministeri USA; era stata Politico a diffondere la tesi che il notebook di Hunter Biden, con le informazioni che conteneva, non fossero altro che “disinformazione russa”. Sempre Politico aveva promosso la storia sulle “interferenze russe” nelle presidenziali USA del 2016.

Ciò non toglie che, come nel caso delle petroliere, Mosca stia prendendo la questione molto sul serio, considerato anche l’ultimo “incidente”, nella notte del 9 febbraio, con l’esplosione verificatasi nella sala macchine della petroliera “Koala”, nel porto russo di Ust-Luga, nella regione di Leningrado.

È dal 2022, ricorda Komsomol’skaja Pravda, che i paesi occidentali stanno cercando di limitare il trasporto di petrolio russo; le sanzioni e il tetto ai prezzi di idrocarburi dalla Russia hanno costretto i fornitori a ricorrere a “flotte ombra” e, a detta di osservatori occidentali, circa il 17% di tutte le petroliere che solcano i mari trasporta petrolio russo, aggirando i divieti.

Secondo Isaac Levy, responsabile della direzione russo-europea del Centro per la ricerca sull’energia, la principale arteria marittima russa è proprio il Golfo di Finlandia, attraverso cui nel 2024 sono transitate 348 navi trasportanti petrolio, il che rappresenterebbe il 40% del totale delle esportazioni russe di “oro nero”.

La libertà di navigazione è tutelata dal diritto marittimo internazionale, ragion per cui Bruxelles cerca di escogitare qualche trovata da mettere nero su bianco per dare almeno una parvenza di “legalità” alle proprie azioni. Il sequestro della petroliera “Eagle S” (battente bandiera delle Isole Cook) da parte delle autorità finlandesi, con il pretesto che lo scorso dicembre la sua ancora avrebbe tranciato i cavi elettrici sottomarini tra Estonia e Finlandia, sembra andare in quella direzione.

Così, i piani prevedono di trasformare in un “incubo” ogni transito di petroliere nel Baltico, col pretesto di “minacce all’ambiente”, sospetti di pirateria, fantomatici sabotaggi. «Non possiamo bloccare tutto il mare, ma possiamo controllarlo di più», ha dichiarato il Ministro degli esteri estone Margus Tsahkna, la cui logica è semplice: anche un fermo temporaneo di alcune petroliere causerebbe alla Russia danni economici tangibili, costringendola a cercare rotte alternative e rendendone le esportazioni più costose.

Ma anche gli esperti occidentali di diritto marittimo mettono in risalto l’illegalità di certi piani. «Gli stati possono adottare misure di fermo solo entro le 12 miglia nautiche dalla costa, quindi introdurre leggi nazionali per fermare le navi è incredibilmente rischioso», osserva Isaac Hurst, dello studio legale International Maritime Group; una simile legge verrebbe «contestata in base al diritto internazionale e potrebbe costare decine di milioni agli istigatori del fermo».

Il sequestro della “Eagle S”, per l’appunto, ha evidenziato i potenziali problemi che si moltiplicherebbero con la diffusione di tale pratica. Helsinki è già alle prese con le richieste di risarcimento dell’armatore degli Emirati Arabi, secondo cui il sequestro della nave sarebbe illegale, dato che l’incidente è avvenuto al largo delle acque territoriali finlandesi. Nel caso in cui il petrolio destinato alle principali potenze mondiali, fanno notare gli esperti internazionali, trasportato da una nave di un paese terzo, venga bloccato illegalmente, c’è il grosso rischio di impantanarsi nei tribunali e di punire, prima di tutto, se stessi e non la Russia.

Un freno, quantomeno psicologico, ai piani UE è dato dall’incertezza sulle possibili reazioni russe a simile pratica piratesca.

Quindi, un’altra potenziale opzione presa in considerazione in Occidente è quella di continuare la pressione sanzionatoria, aggiungendo una lista nera delle petroliere a cui verranno negati servizi, noli e scali portuali, e minacciando di conseguenze i paesi in cui queste navi sono registrate. Un’altra opzione ancora è quella suggerita, appena una settimana fa, dal fondatore della “Blackwater” Eric Prince, che ha ripreso l’idea del senatore Mike Lee di rilasciare brevetti di “corsari”, in modo che le compagnie militari private catturino le navi di qualsiasi “gruppo criminale” latinoamericano che trasporti droga, armi e uomini.

Ovviamente, ironizza Aleksej Bobrovskij su IARex.ru, rimane aperta la questione su chi possa venir identificato come “gruppo criminale”: la risposta, se può definirsi tale, la forniscono le cancellerie dei paesi baltici, parlando di crimini per danni ambientali, danneggiamenti a cavi sottomarini e assicurazioni con compagnie “inaffidabili”. In particolare, Lituania e Estonia intenderebbero creare una lista di assicuratori marittimi “affidabili”, così che se una nave è assicurata da una compagnia non presente nell’elenco, possa essere sequestrata.

Alle parole del summenzionato Margus Tsahkna, secondo cui circa il 50% del commercio sotto sanzione, cioè del petrolio russo, transita per il Golfo di Finlandia, Bobrovskij risponde che nel 2024 sono partiti da Ust-Luga circa 1 milione di barili di petrolio al giorno e, in totale, la Russia ha esportato via mare in media circa 4 milioni di barili al giorno, con le spedizioni dai porti di Primorsk, Novorossijsk, Kozmino e Ust-Luga che nel 2024 sono state vicine ai massimi storici.

Ma, a questo punto, quali potrebbero essere le reazioni russe all’eventuale attuazione di simili piani? Mosca, potrebbe addirittura prevedere la messa in allerta di 5-7 vascelli missilistici, di scorta alle petroliere che navigherebbero in convogli, come in tempo di guerra; oppure, più probabilmente, potrebbe chiedere la presenza di compagnie militari private a bordo delle petroliere.

Rimane da dire che, nei piani occidentali al riguardo, non poteva non inserirsi la junta golpista di Kiev: a detta della Intelligence estera russa (SVR), Kiev potrebbe servirsi di mine marine di fabbricazione russa in suo possesso contro vascelli stranieri nel mar Baltico, addossandone la responsibilità a Mosca, così da spingere la NATO a chiudere alla Russia l’accesso al bacino, col pretesto di garantire la sicurezza della navigazione.

I piani dei paesi baltici a proposito dei sequestri di navi seguono un’autentica logica di guerra, afferma su Svobodnaja Pressa Vsevolod Šimov, consigliere dell’Associazione russa di studi baltici: «l’Occidente si vede in uno stato di conflitto con la Russia e il Baltico è uno dei teatri principali. Costringere la Russia ad abbandonare il Baltico, trasformandolo in un mare interno della NATO è un sogno di lunga data, e tutti i Paesi del blocco stanno lavorando alla sua realizzazione», cercando però di non farsi coinvolgere in un conflitto aperto. Ecco dunque che si stanno escogitando pretesti per limitare la navigazione civile e aumentare la presenza militare NATO.

Dal momento che le petroliere ombra battono sempre bandiere di paesi terzi, la domanda verte sulla eventuale reazione di quei paesi al sequestro dei propri vascelli e, dunque, nei piani UE ci si aspetta che quelli non consentano più alla Russia e alle compagnie collegate di noleggiare le loro navi.

Ma, la situazione nel Baltico è tale, dice ancora Vsevolod Šimov, che il bacino è completamente dominato da UE e NATO, mentre la Russia si trova in una posizione molto svantaggiosa e vulnerabile: «possiamo solo sperare che l’Occidente non riesca a chiudere completamente il Baltico, che sarebbe non solo una violazione di tutte le norme internazionali, ma una dichiarazione di guerra de facto. Inoltre, la Russia ha ancora una flotta militare nel Baltico, e anche questo è un argomento significativo».

È dunque pensabile che UE e NATO combinino sì qualche danno, ma non arriveranno a un blocco totale. Ad ogni modo, finché la Russia avrà un piede nel Baltico, i rischi rimarranno.

A fine gennaio, anche The Wall Street Journal notava che Mosca potrebbe davvero servirsi di vascelli da guerra per scortare nel Baltico le petroliere della “flotta ombra”; tuttavia, l’importante per tali navi è proprio il fatto di passare il più possibile “inosservate” e la scorta militare non farebbe che attirare l’attenzione. In alternativa, osserva Mikhail Nejžmakov, direttore analitico dell’Agenzia per le comunicazioni politiche ed economiche, la Russia potrebbe incrementare le proprie esercitazioni navali nel Baltico, a dimostrazione delle proprie capacità.

In ogni caso, un potenziale focolaio di guerra su cui soffiano stupidamente i tagliagole di UE e NATO.

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17/01/2025

La NATO militarizza il Baltico per difendere i cavi sottomarini

Avevamo già previsto che la NATO avrebbe proceduto ad ampliare la cortina bellica intorno alla Russia, rendendo anche il Baltico un terreno dello scontro tra l’imperialismo euroatlantico e l’emergere di un mondo multipolare. E non era una profezia molto difficile da fare, viste le dichiarazioni esternate da Mark Rutte poche settimane fa.

La riunione degli otto alleati atlantici che sono toccati dal Baltico, organizzata a Helsinki da Finlandia ed Estonia in maniera congiunta, si è conclusa con il lancio dell’operazione Baltic Sentry, ovvero “Sentinella Baltica”. Le attività saranno poste sotto l’autorità del Comando Supremo Alleato in Europa, presieduto dal generale Christopher Cavoli.

L’attenzione, come detto, è rivolta soprattutto alle infrastrutture fondamentali per le linee energetiche e internet poste sul fondale marino. I timori, in questo scenario, sono stati sollevati negli ultimi mesi dal danneggiamento di alcuni cavi sottomarini, la cui responsabilità è stata affibbiata a navi cinesi o a imbarcazioni della “flotta ombra” russa.

Concretamente, si tratta dello sforzo per una maggiore integrazione dei sistemi di sorveglianza dei vari paesi che si affacciano sul Baltico, e di impegnarsi in attività di pattugliamento che coinvolgeranno mezzi sia marittimi sia aerei. Allo stesso tempo, sarà anche un laboratorio per testare nuove tecnologie, “tra cui una piccola flotta di droni navali per fornire una sorveglianza e una deterrenza migliorate”.

Baltic Sentry, infatti, si svolgerà in collegamento anche con il Critical Undersea Infrastructure Network, la rete a cui ha dato vita di recente l’alleanza atlantica che coinvolge anche il settore privato nella ricerca di nuovi metodi e strumenti per rafforzare la protezione delle infrastrutture sottomarine.

Del resto, anche nel programma di investimenti strategici del Pentagono l’industria dei robot sottomarini era indicata come un settore chiave del futuro. Come abbiamo spesso sottolineato, ci troviamo di fronte a una mobilitazione totale e pervasiva dei sistemi occidentali verso l’escalation bellica, in cui la vita civile viene sottomessa alle esigenze militari.

Sempre Rutte ha reso chiaro, pochi giorni fa, che la guerra è l’unico orizzonte che prevede l’Occidente collettivo, e di certo i porti russi sul Baltico sono nodi da tenere sotto osservazione. Intanto, Svezia e Polonia hanno già dichiarato la loro piena adesione a Baltic Sentry, e dalla Lituania arrivano dichiarazioni molto pesanti.

“Dobbiamo prendere il controllo del traffico marittimo”, ha sostenuto il ministro degli Esteri di Vilnius, Kestutis Budrys, “criminalizzare le violazioni e dispiegare le forze navali della NATO per affermare il nostro dominio e la nostra sicurezza nel Mar Baltico”. Parole che dietro la tutela di infrastrutture strategiche nascondono – nemmeno troppo bene – mire di potenza.

Fonte

27/12/2024

Baltico - Nuovi cavi danneggiati alzano la tensione nell'area

Appena un mese fa due cavi sottomarini della rete internet erano stati danneggiati nel Mar Baltico, e proprio pochi giorni fa scrivevamo di come l’incontro avuto da Giorgia Meloni in Lapponia potesse trovare tra queste infrastrutture dei fondali un elemento di collaborazione col Nord Europa sul tema sicurezza.

Ieri, sempre nel mare racchiuso tra paesi scandinavi, baltici e Russia, è avvenuta una precipitazione degli eventi che, seppur non avrà un effetto immediato, è la dimostrazione di come la tensione in quell’area si stia alzando sempre di più. E di come la guerra è sempre più combattuta in forme “ibride”.

Tra Natale e Santo Stefano, infatti, tre cavi per le telecomunicazioni e l’energia che collegano Finlandia ed Estonia e uno che unisce il primo dei due paesi con la Germania hanno subito dei danneggiamenti, a poche ore l’uno dall’altro. Subito le attenzioni si sono rivolte alle imbarcazioni in qualche modo collegate a Mosca.

Immediatamente le autorità finlandesi hanno aperto delle indagini per sabotaggio aggravato, e si sono focalizzate verso la petroliera Eagle S. Questa, pur battente bandiere delle Isole Cook, viene infatti considerata una delle imbarcazioni di una “flotta fantasma” usata dai russi per aggirare le sanzioni occidentali.

Il direttore generale delle dogane finlandesi ha infatti affermato che la petroliera stava trasportando benzina caricata in un porto russo. Nell’arco di poche ore è diventata il principale sospettato, e così la guardia costiera di Helsinki ha agganciato la Eagle S e l’ha costretta a recarsi in acque finlandesi, prima di procedere a un’ispezione.

Secondo alcune analisi, la nave aveva una àncora, o forse più di una, calata e in fase di trascinamento. Robin Lardot, a capo dell’ufficio investigativo nazionale, ha detto: “siamo saliti a bordo, abbiamo parlato con diverse persone che lavorano sulla nave e abbiamo raccolto prove. L’inchiesta è in corso e continuerà per diversi giorni”.

L’accusa è stata sostanziata da alcuni movimenti strani che la Eagle S avrebbe fatto proprio nei pressi dell’avvenuto danneggiamento. Ma è certo che un’azione del genere, con la già annessa individuazione della responsabilità di Mosca, non può che dare una spinta all’escalation già in atto, tanto più se i sospetti si rivelassero infondati.

Quello che è senza dubbio certo è proprio il fatto che casi del genere vengano immediatamente inscritti dentro una logica di guerra: prima della Eagle S, era stata la Yi Peng 3 ad essere posta sotto sorveglianza. Quest’ultima nave è cinese, ed è stata considerata responsabile proprio dei danneggiamenti ai cavi baltici dello scorso novembre.

Che questi eventi vadano inseriti nel più ampio scenario della competizione globale lo ribadiscono in pratica anche da Bruxelles. In una dichiarazione congiunta della Commissione UE e di Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli esteri, è stato scritto che “l’incidente che ha coinvolto i cavi sottomarini nel Mar Baltico è l’ultimo di una serie di sospetti attacchi alle infrastrutture critiche”.

Si parla di attacchi, e si parla di infrastrutture strategiche, e viene poi promesso che “in risposta a questi incidenti stiamo potenziando gli sforzi per proteggere i cavi sottomarini, incluso uno scambio di informazioni rafforzato, nuove tecnologie per individuare i responsabili e capacità di riparazione sottomarina e cooperazione internazionale”.

È ancora più esplicito il fatto che nella vicenda abbia messo bocca anche Mark Rutte. Il politico olandese ha prima avuto un colloquio telefonico in merito col primo ministro estone, e poi ha scritto su X che la NATO “è solidale con gli alleati e condanna qualsiasi attacco alle infrastrutture critiche”, per poi dichiarare che i membri dell’alleanza atlantica sono “pronti a fornire ulteriore supporto”.

Il supporto che un gruppo di paesi uniti nell’ambito bellico non può che essere una maggiore militarizzazione del Mar Baltico stesso. Non ci troviamo di fronte a un nuovo Nord Stream, ma a tanti piccoli casi che sono tuttavia il segnale di come le tensioni continuano ad aumentare.

Fonte

25/11/2024

Due cavi internet e il punto di rottura del Baltico

Due cavi danneggiati non fanno una prova, ma sono abbastanza da scatenare indagini e sospetti di guerra ibrida. Specie se stanno sott’acqua, e per di più nelle acque politicamente agitate del Mar Baltico, dove si specchiano, e si interconnettono, Paesi come la Svezia, la Danimarca, la Germania, la Finlandia, la Lituania, e la Russia, tutti protagonisti di un giallo in cui a un certo punto si aggiungerà un attore inaspettato, come vedremo.

Quello stesso specchio d’acqua dove passa il gasdotto Nordstream (che fu sabotato nel 2022 – lo scorso agosto il Wall Street Journal [dopo l’inchiesta della magistratura tedesca, che ha individuato anche i responsabili, ndr] ha attribuito il sabotaggio a militari ucraini), e che è spesso oggetto di interferenze del segnale GPS, come avevo raccontato in questa newsletter.

Sta di fatto che, lo scorso weekend, due cavi internet sottomarini nel Mar Baltico sono stati improvvisamente danneggiati, a poco tempo l’uno dall’altro. A riferirlo inizialmente sono state le stesse società che gestiscono queste infrastrutture.

Il primo è un cavo di 218 km che va dalla Lituania alla Svezia (isola di Gotland) – si chiama BCS East-West Interlink – e sarebbe stato fisicamente danneggiato domenica mattina alle 10 ora locale, secondo la società telco Telia Lietuva.

Il secondo – si chiama C-Lion – si estende insieme a gasdotti e cavi elettrici per 1200 chilometri da Helsinki (Finlandia) a Rostock (Germania), e secondo Cinia, la società finlandese controllata dallo Stato che gestisce il collegamento, sarebbe stato danneggiato nella notte di domenica (prime ore del lunedì). Le riparazioni – attraverso una nave specializzata in arrivo dalla Francia – potrebbero richiedere fino a due settimane.

Il danneggiamento si è verificato nella zona economica speciale svedese a sud dell’isola di Öland, quindi le autorità svedesi sono responsabili delle indagini sul caso, e stanno indagando, ha dichiarato a SVT il ministro svedese della Difesa Carl-Oskar Bohlin.


In questo contesto, ancora molto incerto, è rotolata come un macigno la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Finlandia e Germania, arrivata molto a caldo, lunedì stesso.

“Siamo profondamente preoccupati per la rottura del cavo sottomarino che collega Finlandia e Germania nel Mar Baltico. Il fatto che un simile incidente sollevi immediatamente il sospetto di un danno intenzionale la dice lunga sull’instabilità dei nostri tempi. È in corso un’indagine approfondita. La nostra sicurezza europea non è minacciata solo dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma anche dalla guerra ibrida condotta da attori malintenzionati. La salvaguardia delle nostre infrastrutture critiche condivise è fondamentale per la nostra sicurezza e la resilienza delle nostre società”.

L’incidente arriva anche due giorni dopo che una nave russa, Yantar, è stata scortata lontano da un’area con cavi critici nel mare d’Irlanda, nota Politico. La Yantar è ufficialmente classificata come nave ausiliaria di ricerca oceanografica generale con capacità di salvataggio subacqueo, ma la sua presenza ha destato preoccupazione per la sicurezza dei cavi di interconnessione che corrono tra l’Irlanda e il Regno Unito e che trasportano il traffico internet globale dagli imponenti data center gestiti da aziende tech come Google e Microsoft, riferisce il Guardian.

La questione però è complessa. Per capirlo, bisogna ricordare che lo scorso agosto Pechino aveva ammesso che una nave di proprietà cinese avesse danneggiato un gasdotto critico del Mar Baltico, ma che si era trattato di un incidente.

Dico questo perché nelle ore successive al danneggiamento dei due cavi internet avvenuto una settimana fa, alcuni ricercatori che esplorano fonti aperte (OSINT) hanno segnalato sui social la presenza di una nave cinese nell’area, la YI PENG 3, con una rotta sospetta.


Arriviamo quindi a metà settimana, quando anche le autorità parlano di una nave cinese. Infatti la polizia svedese, che come detto sopra sta indagando sul presunto sabotaggio, dichiara che una nave cinese al largo delle coste danesi sarebbe oggetto “di interesse”, mentre la marina danese starebbe sorvegliando una nave da carico registrata in Cina.

La nave, identificata dalla Danimarca come la già citata Yi Peng 3, e che era stata individuata online anche da alcuni analisti, avrebbe passato i due cavi domenica e lunedì, all’incirca nel momento in cui si ritiene che siano stati recisi. La nave è stata sorvegliata da una vascello della marina danese poiché si trovava nelle acque tra Svezia e Danimarca, scrive il Guardian.

Certo, la dichiarazione del comando della difesa danese è piuttosto laconica, sembra una conferma per sottrazione: “La Difesa danese può confermare che siamo presenti nell’area vicino alla nave cinese Yi Peng 3. La Difesa danese al momento non ha ulteriori commenti”.

Come nota il sito specializzato Maritime-executive, la Yi Peng 3 “era in navigazione nel Baltico nel periodo in cui si sono verificate le due rotture consecutive dei cavi. I suoi dati AIS [sistema di identificazione automatica, in sintesi una tecnologia nautica che consente lo scambio di informazioni sulla navigazione e dati identificativi tra imbarcazioni, ndr ] mostrano insolite variazioni di rotta e velocità in posizioni che potrebbero corrispondere ai due incidenti. La nave è stata intercettata da una pattuglia della Marina danese mentre transitava verso il Grande Belt il 18 novembre. Ha poi gettato l’ancora nel Kattegat, con la pattuglia in attesa nelle vicinanze. Nonostante l’apparenza di un intervento formale, la Danimarca non ha annunciato il fermo”.

La Yi Peng 3, una nave cargo registrata in Cina, partita dal porto russo di Ust-Luga e diretta a Port Said, in Egitto, scrive il Financial Times, ed è passata vicino ai cavi svedese-lituano e finlandese-tedesco all’incirca nel momento in cui sono stati tagliati, secondo i dati forniti dal gruppo di monitoraggio marittimo MarineTraffic. Il sito finlandese MTV Uutiset ha realizzato un video che intende mostrare questa concomitanza (di seguito ne ho estratto due screenshot).



La Yi Peng 3 è di proprietà della Ningbo Yipeng Shipping, una società che possiede solo un’ulteriore nave e che ha sede vicino alla città portuale cinese orientale di Ningbo. Un rappresentante della Ningbo Yipeng ha dichiarato al Financial Times che “il governo ha chiesto alla società di cooperare con le indagini”, ma non ha risposto a ulteriori domande. Mentre scrivo, la Yi Peng 3 risulta ancora nel Kattegat.

Trattenere una nave straniera senza un mandato è insolito. Tuttavia, un articolo raramente utilizzato in una convenzione secolare potrebbe dare ai danesi l’autorità legale per trattenere la Yi Peng 3, ha dichiarato al WSJ Kenneth Øhlenschlæger Buhl, analista militare ed esperto di diritto marittimo del Royal Danish Defense College.

Alcuni sostengono che la mossa aggressiva della marina danese segni un cambiamento di politica. “Diversi funzionari che hanno familiarità con l’indagine hanno detto che si sospetta che dietro il sabotaggio ci sia la Russia e che i suoi agenti potrebbero aver usato la nave registrata in Cina per avere plausible deniability.(...). E che è improbabile che il governo cinese fosse a conoscenza del complotto”, scrive ancora il WSJ.

Come una simile operazione sia possibile in pratica, però, nessuno al momento lo ha spiegato. La Russia, dal suo canto, ha respinto qualsiasi suggestione in proposito, puntando il dito contro gli ucraini.

Malgrado la dichiarazione congiunta e a caldo di lunedì – insieme al governo tedesco – del governo finlandese, i servizi finlandesi hanno rilasciato dichiarazioni più blande, osservando che le rotture accidentali dei cavi sono comuni in tutto il mondo e ammontano a circa 200 incidenti all’anno, la maggior parte dei quali è attribuibile all’ancoraggio o alla pesca a strascico, nota sempre the Maritime-Executive.

Mentre martedì il primo ministro finlandese Orpo aveva precisato che era troppo presto per parlare di sabotaggio. Cautela è arrivata anche da funzionari americani interpellati da CNN.

La vicenda – sia che si risolva in un danno accidentale, sia che prenda corpo l’ipotesi di sabotaggio, al momento ancora tutta da dimostrare – evidenzia in ogni caso il livello di tensione che attraversa quell’area, e che s‘interseca con le preoccupazioni per la sicurezza delle reti di comunicazione, specie quelle delicate come i cavi sottomarini.

Lo scorso settembre gli Stati Uniti avrebbero rilevato un aumento dell’attività militare russa intorno a cavi sottomarini chiave, secondo due funzionari statunitensi sentiti dalla CNN. La Russia, hanno continuato le fonti statunitensi, starebbe puntando sempre di più sulla costruzione di un’unità militare dedicata, composta da una flotta di navi di superficie, sottomarini e droni navali. L’unità, la “General Staff Main Directorate for Deep Sea Research”, sarebbe nota con l’acronimo russo GUGI e, almeno secondo think tank statunitensi, nutrirebbe particolare interesse verso il Baltico.

Lo scorso maggio la Russia aveva pubblicato un piano per ridisegnare la sua area nel Mar Baltico, espandendo unilateralmente i confini marittimi del Paese con la Lituania e la Finlandia, entrambi membri Nato (la Finlandia solo dal 2023). Il piano era poi stato cancellato dal sito web del governo, riferisce il Financial Times.

Infine, esattamente un mese fa, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, è arrivato in elicottero a Rostock per inaugurare un nuovo comando navale Nato nella città costiera del Baltico. Il Command Task Force Baltic sarà guidato da un ammiraglio tedesco, con il dispiegamento di ufficiali navali di altri 11 Paesi, e avrà l’obiettivo di proteggere le principali vie di approvvigionamento, le rotte commerciali e le infrastrutture critiche.

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29/09/2022

I gasdotti sabotati inutilizzabili per sempre? Un atto di guerra


Nonostante la disinformazione diffusa sui e dai media occidentali, il quadro delle responsabilità sul sabotaggio ai gasdotti che portavano il gas russo in Germania ed Europa si va definendo fin troppo chiaramente.

Il livello dei danni causati da sabotaggi condotti con “estrema professionalità”, in zone marine controllate dalla Nato, è coerente con l’obiettivo dichiarato di paesi come Usa, Polonia, Gran Bretagna e Repubbliche Baltiche di interrompere irreversibilmente le arterie energetiche tra Russia e Germania/Europa, una dinamica che non lascia troppi dubbi.

Il sabotaggio di una infrastruttura strategica come i due gasdotti presenta tutte le caratteristiche di un’azione bellica operata da “una parte della Nato” contro la Russia, ma anche un punto di non ritorno contro ogni “tentennamento europeo” sulle forniture di gas russo.

La guardia costiera svedese ha confermato una quarta perdita di gas nei due gasdotti Nord Stream. Lo riferisce al quotidiano Svenska Dagbladet il portavoce della guardia costiera, Jenny Larsson, secondo cui la quarta falla si trova nel gasdotto Nord Stream 2, a un livello intermedio fra le altre due riscontrate nel Nord Stream 1.

Secondo Larsson, delle quattro perdite di gas, due si trovano nella zona economica esclusiva della Svezia e le altre in quella danese, due aree sotto stretto controllo della Nato. Come dimostra la mappa in pratica è “il cortile di casa” della Nato.

A Berlino le orecchie fischiano dolorosamente. Fonti degli apparati di sicurezza tedeschi affermano che tre delle quattro condotte dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico potrebbero essere inutilizzabili per sempre a seguito delle falle che si sono aperte nelle tubature. Il primo è operativo da anni, il secondo è stato bloccato unilateralmente dalla Germania su esplicita pressione degli Stati Uniti.

Secondo tali fonti, se l’infrastruttura non verrà riparata rapidamente, le condotte saranno corrose dall’acqua del mare. Il ministero degli Esteri tedesco ha costituito una specifica unità di crisi per indagare e seguire le conseguenze dei sabotaggi ai due gasdotti che collegano la Russia con la Germania. Come primo passo, sono stati intensificati i controlli della Polizia federale nelle acque della Germania, in particolare lungo le rotte rilevanti per le infrastrutture critiche.

Gli incidenti sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 sono avvenuti in una zona controllata dall’intelligence statunitense ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa russa Ria Novosti.

La Zacharova ha ricordato che gli incidenti si sono verificati nella zona economica esclusiva di Danimarca e Svezia, due paesi “legati alla Nato” e “completamente controllati dai servizi speciali statunitensi”. La Zakharova ha espresso la sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero “il pieno controllo della situazione”.

La Procura generale russa ha comunicato l’apertura di un’indagine per terrorismo internazionale sui danni subiti dai gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico. Sul proprio canale Telegram, la magistratura ha affermato che, “non più tardi del 26 settembre 2022, presso l’isola di Bornholm, sono stati commessi atti intenzionali volti a danneggiare” le due infrastrutture. Tali incidenti hanno “inflitto alla Russia notevoli danni economici”.

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15/04/2022

Guerra in Ucraina - Affonda il Moskva. Espugnata l’acciaieria a Mariupol. Zelenski stoppa i negoziati. Il gas russo verso l’Asia

L’affondamento della Moskva è un duro colpo

Secondo il ministero della Difesa russo, citato da Ria Novosti, l’ammiraglia della flotta russa del Mar Nero, l’incrociatore lanciamissili Moskva, è affondata mentre veniva rimorchiata verso porto durante una tempesta a seguito di un’esplosione e di un incendio. Il ministero della difesa russo ha detto che l’esplosione della nave è stata il risultato dell’esplosione di munizioni e ha aggiunto che il danno originato dalla deflagrazione le ha fatto “perdere l’equilibrio” mentre veniva rimorchiata al porto. “Dato il mare agitato, la nave è affondata”, ha detto l’agenzia di stampa statale russa TASS, citando il ministero. Ma indubbiamente il colpo subìto dalla Marina russa è stato duro. L’affondamento dell’incrociatore lanciamissili Moskva, “probabilmente spingerà la Russia a rivedere la sua posizione nel Mar Nero”: sottolinea l’intelligence britannica nel suo aggiornamento sulla guerra in Ucraina. “La Russia ha subito danni a due navi fondamentali dall’inizio dell’invasione”, si legge ancora nel bollettino. “L’incrociatore lanciamissili Moskva – osserva ancora l’intelligence britannica – svolgeva un ruolo chiave sia come nave di comando che per la difesa aerea”.

Sulla natura dei colpi che hanno portato all’affondamento del Moskva rimane una cortina di mistero. Gli Stati Uniti non possono verificare in “modo indipendente” se l’incrociatore Moskva della Flotta russa del Mar Nero sia stato colpito o meno da un missile dell’Ucraina, ha detto il consigliere per la Sicurezza nazionale statunitense Jake Sullivan.

Manovre navali della Nato nel Mar Baltico

Ma proprio sui mari, in questo nel caso nel Baltico, si segnalano movimenti. L’agenzia russa Izvestia riporta che navi del primo gruppo marittimo permanente della NATO hanno intenzione di condurre esercitazioni con gli alleati nel Mar Baltico. “Questo crea una certa tensione, perché dovranno essere monitorate e controllate”, ha detto Viktor Litovkin un esperto militare russo. “Credo che non lasceremo queste navi indisturbate... Se vogliono intimidirci, non possiamo essere intimiditi”, ha sottolineato. Le navi in questione sono quelle del gruppo SNMG1. Altre navi dovrebbero arrivare più tardi nel corso della giornata al vecchio terminal crociere del porto di Tallinn. Le manovre dovrebbero iniziare la prossima settimana. Tre fregate sono già in porto e sono arrivate dalle acque internazionali del nord della Norvegia per partecipare all’esercitazione Nato “Cold Response”.

Il fronte militare. Espugnata l’acciaieria a Mariupol

Sul fronte terrestre le forze russe hanno colpito questa notte una struttura militare alla periferia di Kiev con missili Kalibr ad alta precisione e lungo raggio lanciati dalle navi. Sono state colpite delle officine di produzione e riparazione di sistemi missilistici antiaerei a lungo e medio raggio e missili antinave. Un gruppo di “mercenari polacchi”, fino a 30 persone, è stato “liquidato” nella regione di Kharkiv ha riferito il ministero della Difesa russo.

A Mariupol lo stabilimento siderurgico Ilyich è sotto il controllo dell’esercito russo ha detto il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov citato da Interfax. “L’impianto è stato liberato da un gruppo di forze russe e unità della milizia della repubblica di Donetsk a seguito di operazioni offensive”, ha affermato Konashenkov in conferenza stampa.

Zelenski dice no ai negoziati e attacca Germania e Ungheria

Il presidente ucraino Zelensky una intervista rilasciata alla BBC è tornato ad accusare Germania e Ungheria di bloccare gli sforzi per arrivare a un embargo sull’export energetico contro la Russia ed ha chiuso la porta ai negoziati con la Russia, spiegando che le atrocità e i crimini di guerra compiuti a Bucha, Mariupol e Borodyanka hanno ridotto le possibilità che i colloqui possano portare ad un esito positivo.

La Russia riorienta l’esportazione di gas in Asia e nel resto del mondo

Nel frattempo il presidente russo Putin ha ordinato la costruzione di nuovi gasdotti in Siberia ed ha lanciato la sfida: “Esporteremo la nostra energia in Asia”. “Dobbiamo presumere che in futuro le consegne in Occidente diminuiranno”, ha ammesso Putin parlando con i suoi ministri. Affidando loro il compito di agire su due direttrici: da un lato alimentare il mercato interno, e dall’altro “riorientare le nostre esportazioni verso i mercati del Sud e dell’Est che stanno crescendo rapidamente”. Cina e India soprattutto, ma anche “Africa, l’America Latina e l’Asia-Pacifico”. Per realizzare il piano B il Cremlino ha ordinato la “costruzione di nuovi oleodotti dai giacimenti della Siberia occidentale e orientale” e di “accelerare l’attuazione di progetti infrastrutturali, come ferrovie, oleodotti e porti”.

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22/11/2016

Mosca schiera i missili a Kaliningrad: “la Nato ci minaccia”


"La minaccia reale alla sicurezza oggi non è la Russia" ma tra le altre "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, di unità di combattimento delle forze armate della NATO, che costituiscono la spina dorsale delle forze armate statunitensi". E’ quanto ha detto oggi il portavoce del ministero della Difesa generale di Mosca, il maggiore Igor Konashenkov, a proposito delle polemiche scatenate dalla decisione russa di schierare un sistema missilistico nell’enclave di Kaliningrad.

Il ministero della Difesa russo ha risposto a una dichiarazione del rappresentante ufficiale del Dipartimento di Stato americano, John Kirby, che aveva definito la presenza di sistemi missilistici anti-aerei S-400, di altri complessi missilistici operativo-tattici Iskander e di sistemi missilistici per la difesa costiera Bastion nella enclave di Kaliningrad (sul Mar Baltico) "una minaccia per la sicurezza europea".

Konashenkov ha detto che per "l'ex contrammiraglio della marina statunitense e ora un portavoce del Dipartimento di Stato, non sarebbe male sapere che la regione di Kaliningrad è parte integrante della Federazione Russa". Aggiungendo che "la sicurezza dello Stato russo è prerogativa solo della leadership del nostro paese. Pertanto, tutti i reclami e suggerimenti su dove, quando, cosa e come fare sul nostro territorio" è meglio che Kirby "se li tenga per sé" secondo il generale.

E poi il generale non ha rinunciato al suo affondo, ormai quasi d'obbligo nella accesa dialettica tra Russia e Stati Uniti: "la minaccia reale per sicurezza oggi non è la Russia ma la saturazione degli armamenti e di militari di origine non europea". Per poi citare le dislocazioni in Polonia e Romania e "l'imminente collocamento in Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia, delle unità di combattimento delle forze armate della NATO”, oltre allo schieramento degli US Marine Corps in Norvegia.

"Quando un Paese diventa membro della Nato, è davvero difficile resistere alla pressione dei Paesi più potenti dell'Alleanza, come gli Stati Uniti, e qualsiasi cosa può facilmente apparire lì: un sistema di difesa anti-missilistica e nuove basi e nuovi sistemi di attacco, se serve – ha dichiarato ieri il presidente russo Vladimir Putin facendo riferimento alla necessità di difendersi da parte di Mosca, in un'intervista rilasciata al regista statunitense Oliver Stone. Dobbiamo prendere contromisure come per esempio colpire con i nostri sistemi missilistici quelle installazioni che dal nostro punto di vista ci minacciano" ha aggiunto il capo del Cremlino.

I missili supersonici Oniks installati a Kaliningrad, nell'ambito del sistema anti-nave Bastion, hanno fatto la loro prima apparizione la scorsa settimana nei combattimenti in Siria. I missili tattici Iskander e S-400, invece, sono destinati alla difesa aerea. Dalla base di Kaliningrad potrebbero colpire aerei e missili Nato dalla maggior parte delle regioni del Baltico.

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18/10/2016

La Nato si schiera per il ‘NO’ al referenzum?

A ben guardare, l'annuncio del segretario generale Nato Jens Stoltenberg, fatto non incidentalmente in casa dei diretti interessati, sull'invio di 140 militari italiani in Lettonia, a completare i quattro battaglioni (di 1.000 uomini ciascuno) che l'Alleanza Atlantica ha deciso di dislocare in Polonia e nei Paesi baltici, in sé e per sé non è una “nuova notizia”. Lo si sapeva da tempo e anche Contropiano vi aveva accennato nel luglio scorso, dopo il vertice Nato di Varsavia. Del dispiegamento dei quattro battaglioni, poi, si sa da molto prima che il vertice di Varsavia adottasse la risoluzione definitiva e lo stesso Stoltenberg lo aveva ribadito a giugno, alla riunione Nato a livello di Ministri della difesa.

Il sito baltnews.lv, a inizio agosto, scriveva che nel battaglione comandato dai canadesi (i quattro battaglioni multinazionali che, dal 2017, verranno dislocati in Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia saranno sotto comando rispettivamente di USA, Gran Bretagna, Germania e Canada) “possono entrare anche circa 150 soldati italiani”, mentre con gli altri paesi – con riferimento a Francia, Belgio, Danimarca e Norvegia – “si sta ancora trattando”. Dettaglio “curioso”, baltnews scriveva testualmente che, oltre ai canadesi, “la partecipazione di soldati degli altri stati al battaglione multinazionale in Lettonia sarà annunciata da quegli stessi stati”! Evidentemente, alla Nato hanno concluso che l'ipocrisia del governo Renzi sia tale per cui un annuncio diretto in tal senso non sarebbe mai arrivato da Roma e la notizia sarebbe forse stata diffusa solo a cose fatte, nel 2018, data per cui è decisa la partenza del contingente italiano; o, quantomeno, dopo il referendum di dicembre, per non fornire un ulteriore argomento a favore del “NO”.

E poi, oltre ai 140 o 150 soldati che dovranno schierarsi in Lettonia, da tempo velivoli da guerra italiani partecipano nel Baltico, a rotazione con altri paesi Nato, al cosiddetto “pattugliamento” dei cieli ai confini nordorientali dell'Alleanza Atlantica e nessuno ha mai detto se quegli aerei, battenti bandiera italiana, portino a bordo ordigni convenzionali o, a seconda del “clima”, anche nucleari. E, da sud a nord dei confini russi, non da ora naviglio italiano partecipa alla squadra navale multinazionale che incrocia nel mar Nero e nel mar Baltico. E' inoltre certo che reparti italiani entreranno nella prevista task force aerea, navale e di terra, forte di quarantamila uomini, (anzi, Stoltenberg ha precisato che nel 2018 proprio l'Italia ne sarà paese guida) che la Nato programma di dislocare in una rete di “agili punti di forza, con rotazione di truppe, periodiche esercitazioni militari e apertura di depositi per attrezzature militari”, dopo l'apertura dei sei centri di comando (Nato Force Integration Unit) in Lituania, Bulgaria, Lettonia, Polonia, Romania ed Estonia.

Ed è molto probabile che anche vascelli italiani partecipino all'operazione di “scorta” della squadra navale russa che oggi transiterà nel mar del Nord, per raggiungere entro una settimana il Mediterraneo orientale. A sorvegliare da vicino il naviglio russo – un incrociatore portaerei, un incrociatore atomico lanciamissili, due navi antisom e vascelli di scorta – sono mobilitate per ora forze aeronavali Nato di Gran Bretagna, Stati Uniti, Olanda, Francia e Spagna. Nel momento in cui i vascelli russi entreranno nel bacino del Mediterraneo, sarà quasi certamente compito della marina italica dare il cambio alla scorta.

Dunque, anche senza l'aggiunta di quei 140 uomini, l'Italia è da tempo militarmente schierata ai confini con la Russia e ogni dichiarazione sul “dialogo” con Mosca, sulla ricerca di “avvicinamento”, sembra avere poco più che valenza interna. Nei fatti, Roma è parte attiva dell'espansione della Nato a ridosso delle frontiere russe; un'espansione che i massimi esponenti USA ed europei, poco prima della fine dell'Urss, quando si trattava di strappare a Mikhail Gorbaciov il via libera all'annessione della DDR da parte della RFT, avevano giurato e spergiurato non sarebbe mai avvenuta. E intanto gli USA, sotto il cui comando agiscono i paesi dell'Alleanza Atlantica, Italia compresa, si apprestano a schierare anche nei Paesi baltici sistemi di difesa antiaerea “Patriot”, dopo aver già trasferito in basi dell'Europa centrale numerosi caccia multifunzione F22 “Raptor”, dopo l'installazione in Romania e Polonia dei sistemi di direzione automatica “Aegis”, armati di missili-intercettori “Standard-3” e ora che, il prossimo febbraio, una forza autonoma USA di 4.500 uomini verrà dislocata in vari paesi esteuropei ai confini russi.

Il sito mk-lat.lv, lo scorso settembre si chiedeva “Porteranno la tranquillità in Lettonia i soldati stranieri? A che scopo soldati Nato in Lettonia? Da chi saranno comandati? Saranno pronti a entrare in combattimento?”. Le stesse domande che anche ogni cittadino italiano avrebbe diritto di rivolgere al proprio governo. “Nonostante i mantra tranquillizzanti dei politici sull'impossibilità di un conflitto militare tra il nostro vicino orientale e la Nato, prosegue la militarizzazione dell'intera regione del Baltico”, scriveva mk-lat.lv. “L'ultimo soldato russo ha lasciato il territorio lettone nel 1995” continua il Moskovskij Komsomolets lettone “e per quasi 20 anni non c'è stato soldato straniero sulla nostra terra, a parte quegli alleati durante le esercitazioni. Tutto è cambiato nel 2014. L'America, principale gendarme della democrazia sul pianeta, ha cominciato subito l'operazione Atlantic Resolve e allora è giunta in Lettonia la prima compagnia di soldati americani, che devono rimanere permanentemente nel paese”. Mk-lat.lv scriveva poi dei 200 soldati USA della 3° Divisione di fanteria, con 9 carri Abrams e 5 blindati Bradley, presenti nella base di Ādaži, una ventina di km a nordest di Riga e anche dei 60 soldati del 501° reggimento dell'aviazione dell'esercito USA, con 5 elicotteri Black Hawk, giunti nella base aerea di Lielvārde (50 km a sudest di Riga) e non dimenticava i 150 soldati italiani (dei militari degli altri paesi, il sito non scriveva: pare che il reparto italiano fosse l'unico di cui si avesse già certezza) che dovranno entrare nel battaglione comandato dal Canada e facente capo, ovviamente, al comando generale Nato.

Se lo stesso segretario del Ministero della difesa lettone, Janis Garisons, confessava candidamente di non sapere ancora se i soldati lettoni della base di Ādaži dovrebbero essere agli ordini dei propri comandi o di quelli USA o Nato, non è difficile immaginare a chi risponderanno i 150 militari italici: di sicuro, non al Parlamento italiano. Se la compagnia yankee è stata dislocata in Lettonia, a detta di Garisons, “per scongiurare un possibile attacco da parte della Russia”, mk-lat.lv replica semplicemente che “la Russia non ha mai manifestato alcuna intenzione di attaccare la Lettonia”; inoltre, lo stesso Garisons afferma che “i paesi i cui soldati si trovano sul nostro territorio, non hanno fornito alcuna garanzia che, in caso di attacco alla Lettonia, i loro reparti ingaggerebbero combattimenti coi potenziali nemici”.

Dunque, a difesa di cosa saranno schierati i soldati nostrani? Ancora una volta, a difesa di infrastrutture energetiche controllate anche da banche italiane? O saranno invece impiegati in servizio d'ordine alle parate annuali, a Riga, degli ex legionari lettoni, lituani ed estoni delle Waffen SS, “istituzionalizzate” ora dalle massime autorità locali? Parteciperanno i nostri militari alle celebrazioni ufficiali lettoni di fronte al monumento dedicato ai “fratelli dei boschi”, gli ex legionari nazisti baltici che seminarono il terrore in quelle zone per buona parte degli anni '50? O ancora, monteranno la guardia ai futuri ghetti in cui le organizzazioni nazionaliste e neonaziste propongono (col beneplacito ufficioso del Ministero della giustizia) di deportare i circa 250mila “non cittadini” e “non uomini” russi della Lettonia, per preservare la purezza degli “ariani” lettoni?

Molto improbabile che ciò avvenga. Ma, mentre ci auguriamo che non finisca davvero così, ci domandiamo anche quale tipo di “democrazia” vadano a difendere le armi italiche; una democrazia che manda in galera per la minima esposizione di “simbologia comunista”, che sanziona il sindaco della propria capitale per l'uso della lingua russa, che non ammette al voto alcune centinaia di migliaia di propri cittadini, rei di parlare russo e che innalza agli onori nazionali le proprie ex SS. E ci domandiamo anche contro quale “pericolo di aggressione”, che non sia quello portato dalla Nato stessa nella propria espansione a est, si mobiliti il governo italiano.

Chissà se Stoltenberg, rilasciando proprio ora la dichiarazione ai media italiani, avesse un occhio puntato anche al referendum del prossimo dicembre e, se sì, quali obiettivi possono essersi posti al quartier generale Nato nei confronti del governo di Roma, oltre la smania di dimostrare una volta di più agli elettori italiani chi è che comanda a Roma e a Bruxelles?

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03/03/2016

Armi USA all'Ucraina e scenari di attacco a nord della Russia

Ormai da giorni Donetsk e Gorlovka sono sotto il fuoco delle artiglierie e dei mortai pesanti ucraini. La riunione a Minsk del gruppo di contatto, in cui si è deliberato lo sminamento dell'area cuscinetto tra gli schieramenti e il divieto di ogni “esercitazione” a fuoco, sembra per ora lettera morta. In vari rioni di Donetsk è stato dichiarato lo stato di massimo pericolo e l'amministrazione municipale invita a non uscire dai rifugi. Secondo Novorosinform, Kiev sta lanciando, contemporaneamente all'attacco militare, anche un'offensiva mediatica, divulgando notizie sulla caduta di alcuni punti strategici in mano alle milizie popolari.

Evidentemente, oltreoceano si reputa questo il momento opportuno per incrementare l'appoggio al regime golpista, nella prospettiva di un attacco decisivo alle Repubbliche popolari. Ecco dunque che, come riportava la Tass martedì scorso, il generale USA Philip Breedlove, comandante in capo delle forze congiunte Nato in Europa, si è espresso per la fornitura all'Ucraina di aiuti militari di ogni tipo, letali e non letali. Nel corso di audizioni al Congresso, Breedlove ha dichiarato di aver presentato le proprie “raccomandazioni” in merito, ai vertici militari e politici USA. Fino a questo momento, quantomeno formalmente, le forniture USA all'Ucraina erano limitate a mezzi “non letali”, quali equipaggiamenti, mezzi di trasporto, visori notturni, apparecchi di collegamento, ecc. Con la definizione di “aiuto militare letale”, nota la Tass, si intendono i sistemi d'arma da combattimento, da usarsi sia per l'abbattimento di forze nemiche, sia per la distruzione dei loro mezzi da guerra. Il tutto rientra in quello stanziamento di 300 milioni di $ che gli USA hanno destinato agli aiuti militari all'Ucraina per il 2016. Breedlove ha ricordato anche che gli oltre 300 istruttori USA della 173° brigata aerotrasportata USA (di stanza a Vicenza) hanno portato a termine, al poligono di Javorov, nella regione di L'vov, la prima tappa del programma di addestramento delle forze armate ucraine che, per il 2016, prevede la preparazione di cinque battaglioni. Nel 2015, i paracadutisti della 173° hanno addestrato tre battaglioni della Guardia nazionale ucraina, composta in larga parte da ex “volontari” dei battaglioni neonazisti, cui il Ministero della difesa di Kiev ha deciso, inquadrandoli nelle forze armate regolari, di conferire con ciò stesso una veste “ufficiale”.

Trasferendo le proprie esternazioni su uno scenario più vasto, Breedlove ha anche accusato Mosca e Damasco di bombardare intenzionalmente obiettivi civili in Siria per provocare grossi flussi migratori verso l'Europa e “spezzarne la volontà politica” e ha affermato che la Nato, con gli USA in testa, si esercita per un possibile scontro con la Russia sul teatro europeo. Ecco che quindi tutti i paesi membri dell'Alleanza, su “indicazione” di Washington, stanno “elevando l'efficienza bellica delle proprie truppe, per essere pronti, in caso di necessità, al conflitto” con la Russia. Ciò viene fatto, in particolare, nel quadro dell'iniziativa statunitense per il rafforzamento della sicurezza degli alleati, che prevede, per l'Europa, il mantenimento della presenza di truppe USA a rotazione, l'attivazione sempre più frequente di manovre militari e il dislocamento di ulteriori contingenti di militari e mezzi bellici.

Ciononostante, alcuni paesi europei temono comunque gli “attacchi di Mosca” che, come hanno detto a suo tempo al Dipartimento di stato USA, si sta “pericolosamente avvicinando alle frontiere della pacifica Alleanza atlantica”. E si preparano dunque a “difendersi”, con l'appoggio yankee. Già diversi mesi fa, Aleksej Fenenko, docente di politica mondiale all'Università di Mosca, aveva detto di ritenere che Washington cercherà di controbilanciare i successi della politica russa nel mar Nero, “provocando una pericolosa crisi con la Russia” nel mar Baltico.

Effettivamente, non hanno ormai soluzione di continuità le cosiddette “esercitazioni” congiunte con la partecipazione di un po' tutte le forze armate dei paesi Nato, a ridosso soprattutto dei confini russi settentrionali. Ma lì non c'è solo la Nato in quanto “alleanza”: in prima persona vi opera il suo vertice, l'US Army, con reparti della 173° Brigata aviotrasportata USA che si “addestrano” congiuntamente alla fanteria estone, per lo più all'estrema punta sudorientale dell'Estonia. Nel Baltico sono presenti caccia statunitensi di quinta generazione F-22 “Raptor”, l'aereo da guerra più costoso al mondo: quasi 150 milioni di $. Esattamente un anno fa, le battute finali della campagna elettorale in Estonia si erano svolte all'ombra della parata di mezzi blindati USA a Narva, a 500 metri dalla frontiera con la Russia; la scelta della città non era casuale: sui manuali Nato essa rappresenta il primo obiettivo di ogni “aggressione russa all'Occidente”.

La Lituania, considerata dall'Alleanza atlantica una vera e propria zona cuscinetto, ha già in funzione una forza militare di reazione rapida da schierare ai confini con la Russia e, istruiti dai consiglieri Nato, i militari lituani stanno studiando “i sistemi di guerra e guerriglia” usati dalle truppe di Kiev e dai battaglioni neonazisti nel Donbass. Intercettori di paesi Nato (anche italiani) sono costantemente in volo ai confini settentrionali della Russia; nel quadro di altre manovre congiunte, la scorsa settimana Washington ha inviato in Norvegia tre bombardieri strategici B-52, “super fortezze volanti”, punta di lancia dello “scudo nucleare” statunitense. Ovviamente, anche quelle norvegesi vengono qualificate come “esercitazioni”: si svolgono nel bacino del mar Glaciale Artico, giustappunto alla distanza di volo di un bombardiere dalle frontiere russe.

Sempre nel Baltico, si solleva ora la questione dei polacchi che vivono in Lituania e che, a detta di Vilnius, potrebbero diventare “un'arma in mano alla Russia”. Dalle parole del comandante in capo le Forze armate lituane, Jonas Vitautas Žukas, riportate da BaltNews.lv, secondo cui qualcuno “può tentare di servirsi delle minoranze etniche che vivono in Lituania per provocare incidenti”, il sito polacco Kresy.pl ha dedotto che l'alto ufficiale lituano si riferisse proprio alla minoranza polacca, che potrebbe divenire una “quinta colonna” di Mosca. In effetti, non è un mistero che in Polonia siano attivi movimenti a favore del ristabilimento delle frontiere del 1939 (anche nei confronti dell'Ucraina) che includevano anche larga parte dell'odierna Lituania, compresa la capitale Vilno.

Mentre l'attenzione e gli immediati pericoli di guerra sono di fatto concentrati sugli scacchieri mediorientali e meridionali, lo scenario nord dell'accerchiamento militare della Russia, ormai da anni, non conosce tregua. E se il teatro ucraino, da cui da alcuni mesi è distolta l'attenzione dei media, può servire da banco di prova per gli armamenti USA che ci si prepara a fornire alle bande terroristiche di Kiev nel Donbass, il nord Europa non promette affatto un contesto più rassicurante. “Gli dei filarono questo per i mortali infelici”, ripeterebbe Achille sotto le mura di Troia; qualche migliaio di anni dopo, “gli dei” non hanno nomi greci, dalle profondità delle acque emergono solo i loro periscopi, dalle regioni celesti inviano non saette, ma ordigni teleguidati ed essi siedono molte miglia marine al di là delle colonne d'Ercole.

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23/10/2014

La Svezia e il sottomarino fantasma

di Mario Lombardo

Da ormai quasi una settimana, la marina militare svedese sta conducendo operazioni di ricognizione nelle acque del Mar Baltico, al largo di Stoccolma, alla ricerca di un misterioso sottomarino che rappresenterebbe una “minaccia subacquea” per il paese scandinavo. Da venerdì scorso le segnalazioni di avvistamenti si sono moltiplicate e, anche se non vi sono prove concrete dell’effettiva presenza di imbarcazioni subacquee né tantomeno che queste ultime costituiscano una reale minaccia per la Svezia, il colpevole della presunta provocazione sembra essere già stato individuato nel governo di Mosca.

Dopo alcuni giorni di ricerche senza successo, il comandante supremo delle forze armate svedesi, generale Sverker Göranson, ha fatto sapere che il suo paese non intende per il momento ridurre il dispiegamento di mezzi militari per l’individuazione del sottomarino. L’obiettivo, infatti, sarebbe quello di costringere il mezzo misterioso a emergere in superficie, “se necessario anche con la forza”.

Lo stesso comandante ha poi ricordato che è “estremamente difficile” rintracciare dei sottomarini e come alla Svezia non sia mai riuscita una simile impresa, mettendo perciò le mani avanti nel caso più che probabile che alla fine nessuna imbarcazione di questo genere venga individuata.

Le allusioni alla Russia si sono comunque sprecate sui media locali e internazionali, soprattutto con l’accostamento della vicenda in corso agli episodi registrati durante gli ultimi anni della Guerra Fredda, quando la marina svedese aveva varie volte dato la caccia a possibili sottomarini sovietici sconfinati nelle proprie acque territoriali.

Al di là dell’effettiva presenza di minacce nelle acque svedesi del Baltico, l’allarme scattato in questi giorni è stato subito sfruttato dal governo e dai militari svedesi per promuovere ulteriormente le politiche militariste perseguite in questi anni da Stoccolma.

Il senso di quanto sta accadendo al largo di questa città è stato riassunto sempre dal generale Göranson, il quale ha affermato che il valore più importante delle ricerche, “indipendentemente dal fatto che troveremo qualcosa, consiste nell’inviare un segnale molto chiaro che le forze armate svedesi agiscono e sono pronte ad agire in presenza di attività che riteniamo violino i nostri confini”.

Lo spettro di uno sconfinamento da parte di un sottomarino da guerra inviato dal Cremlino e la risposta della Svezia si inseriscono in particolare nel clima di isteria anti-russo che sta attraversando i governi dell’Europa orientale e dell’area del Baltico fin dall’esplosione della crisi in Ucraina.

Il colpo di stato orchestrato a Kiev da Washington e Berlino, contro il presidente democraticamente eletto Yanukovich, ha fornito la giustificazione per pianificare un vero e proprio accerchiamento della Russia, alla cui messa in atto contribuisce l’irrigidimento delle posizioni verso Mosca degli ex membri del Patto di Varsavia e di paesi come Svezia o Finlandia.

L’innalzamento dei toni di questi governi filo-occidentali serve al preciso scopo di ingigantire una minaccia russa praticamente inesistente, così da favorire la militarizzazione della periferia europea come strumento per esercitare pressioni su Mosca e provocarne l’isolamento.

L’episodio registrato in questi giorni a Stoccolma, ad esempio, è stato subito seguito da dichiarazioni dei governi di Lettonia ed Estonia. Il primo, tramite il ministro degli Esteri Edgars Rinkevics, ha definito gli eventi nelle acque territoriali svedesi come una “svolta” per gli equilibri della sicurezza nella regione del Mar Baltico.

Quello estone, invece, ha fatto sapere di voler aumentare le operazioni di sorveglianza nelle proprie acque territoriali. Martedì, inoltre, lo stesso primo ministro svedese da poco insediato, il socialdemocratico Stefan Löfven, proprio nel corso di una visita in Estonia ha annunciato l’intenzione del suo governo di incrementare le spese militari.

L’area del Baltico, d’altra parte, rappresenta un centro nevralgico della strategia statunitense di contenimento della Russia. Il presidente Obama lo scorso settembre aveva visitato l’Estonia, dove si era lasciato andare alla promessa di difendere i paesi baltici in caso di scontro con la Russia, prima di recarsi in Galles a un vertice NATO con al centro l’Ucraina e la creazione di una forza militare di risposta rapida da dispiegare in Europa orientale.

Riguardo la Svezia, poi, sono sempre maggiori le spinte interne ed esterne per portare il paese scandinavo nella NATO. Anche se il neo-premier Löfven ha ribadito proprio in questi giorni l’intenzione di non aderire all’Alleanza atlantica, questo sembra essere l’esito più logico nel medio o lungo periodo, visto il livello di collaborazione stabilitosi negli ultimi anni.

Lo status di paese neutrale è stato di fatto abbandonato da tempo dalla Svezia, visto che, tra l’altro, i governi susseguitisi nel nuovo millennio hanno preso parte più volte alle avventure belliche dell’imperialismo USA, come in Afghanistan o in Libia.

La partnership di Stoccolma con Washington è dunque consolidata, tanto che la Svezia, come dimostra il polverone sollevato in questi giorni attorno al fantomatico sottomarino russo, è ormai uno dei paesi sui quali gli Stati Uniti possono contare per mettere in atto provocazioni dirette contro Mosca per i propri obiettivi strategici.

Stoccolma non è infatti nuova a denunce con toni infuocati di incindenti o presunte violazioni dei propri confini territoriali. Nel marzo del 2013, ad esempio, il ministero della Difesa svedese aveva puntato il dito contro Mosca, accusando la Russia di avere condotto una simulazione di attacco nel sud del paese con alcuni aerei da guerra. A metà settembre, invece, l’ingresso nello spazio aereo svedese per una trentina di secondi di due velivoli SU-24 russi aveva convinto il governo di Stoccolma a presentare una protesta ufficiale all’ambasciatore russo.

Tutti questi episodi servono a creare un clima di tensione in Svezia, in modo da far digerire alla popolazione un militarismo spinto e una cooperazione sempre più intensa con la NATO. A queste politiche aveva dato un impulso decisivo il governo conservatore da poco sconfitto nelle elezioni di settembre ma, come appare già chiaro, le posizioni anti-russe e accesamente filo-americane saranno tutt’altro che abbandonate dal gabinetto di minoranza guidato dai Socialdemocratici appena installatosi a Stoccolma.

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