Il gasdotto Nord Stream 2, sabotato da un commando ucro/Nato nel settembre 2022 potrebbe tornare a fornire gas. L’ipotesi in circolazione in questi giorni ruota intorno alla figura di Matthias Warnig, ex ufficiale della Stasi nella Germania dell’Est, ex capo del consiglio di amministrazione del colosso siderurgico russo Rusal ed ex amministratore delegato della società madre svizzera di Nord Stream 2, il quale si sarebbe attivato per il rilancio del gasdotto tra Russia e Germania fatto saltare tre anni fa nel contesto della guerra in Ucraina.
Il Financial Times, che cita fonti anonime a conoscenza della questione, riferisce che Warnig lo starebbe facendo con il sostegno di investitori statunitensi. Un paradosso clamoroso visto che proprio l’amministrazione USA (di Biden in quel caso) è da ritenersi il mandante del sabotaggio del gasdotto in questione.
Secondo il Financial Times, Warnig avrebbe tentato di stabilire un contatto con il team di Donald Trump tramite un certo numero di uomini d’affari statunitensi che sono impegnati in discussioni non ufficiali su una potenziale fine della guerra in Ucraina, scenario che prevederebbe la possibilità di una cooperazione economica ampliata tra Washington e Mosca.
Alcuni membri della cerchia di Trump sono a conoscenza del piano e lo vedono come parte di uno sforzo più ampio per normalizzare le relazioni con la Russia. Secondo una fonte vicina ai negoziati, un consorzio di investitori americani ha già delineato un accordo preliminare con il gigante russo del gas naturale, Gazprom, sebbene le identità di quegli investitori rimangano riservate.
La rimessa in servizio del gasdotto richiederebbe però la revoca delle sanzioni statunitensi contro la Russia, la ripresa delle vendite di gas russo all’Europa e l’approvazione della Germania per il trasporto di tale gas a qualsiasi potenziale acquirente nel continente. Gli Stati Uniti potrebbero inquadrare l’accordo come un mezzo per garantire l’affidabilità della fornitura grazie al coinvolgimento degli investitori americani.
“Gli Stati Uniti direbbero, ‘Bene, ora la Russia sarà affidabile perché ci sono americani affidabili in mezzo’”, ha detto un ex alto funzionario statunitense al Financial Times, anche se gli ostacoli al raggiungimento di un simile accordo appaiono tuttora “considerevoli”.
L’agenzia di informazione economica Bloomberg riferisce che “alcune industrie tedesche nell’est del paese stanno già pianificando il momento in cui il gas russo tornerà in Europa, incoraggiate dagli sforzi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina”.
Warnig ha finora negato di aver avuto colloqui con politici o imprenditori statunitensi, sottolineando le sanzioni statunitensi emesse contro di lui, mentre sia il Cremlino che Gazprom hanno rifiutato di commentare la questione.
Nel settembre 2022, il sabotaggio da parte di un commando misto di ucraini e agenti della Nato, ha reso inutilizzabili entrambi i gasdotti del Nord Stream 1 e uno dei due gasdotti del Nord Stream 2 che collegavano la Russia alla Germania.
Il secondo gasdotto del Nord Stream 2, in grado di trasportare 27,5 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, è rimasto intatto ma non è mai stato messo in funzione. Questo gasdotto è interamente di proprietà di Gazprom, ma circa la metà dei suoi costi di costruzione da 11 miliardi di dollari sono stati coperti da prestiti di società energetiche europee come Shell, Uniper, OMV, Engie e Wintershall, che nel frattempo hanno tutte cancellato le loro perdite. Nel 2022, la Germania ha interrotto il processo di licenza del gasdotto, bloccandone di fatto il lancio pochissimo tempo dopo averne annunciato la conclusione dei lavori.
Nonostante l’interesse manifestato da alcuni investitori, gli ex funzionari statunitensi sentiti dal Financial Times rimangono scettici sulle prospettive del progetto. Anche se Putin e Trump dovessero raggiungere un accordo, le sanzioni dell’UE e le potenziali divisioni politiche all’interno della Germania ostacolerebbero la sua realizzazione.
Non solo. Secondo il quotidiano economico tedesco Handesblatt, come controindicazione, ci sono anche gli interessi degli esportatori americani di gas liquefatto (GNL) che da tempo “hanno conquistato il mercato europeo e soprattutto quello tedesco. È improbabile che a loro piaccia dover tenere testa alla concorrenza della Russia in Germania”.
Ma lo stesso giornale è costretto ad ammettere che “il trasporto via gasdotto di gas naturale dalla Russia è molto più economico del trasporto con navi metaniere. Il gas russo renderebbe la vita difficile agli esportatori statunitensi”.
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08/09/2024
“La Polonia boicotta le indagini sul Nord Stream”
Quando il Nord Stream, la conduttura che portava gas russo a buon mercato in Germania venne distrutto, nel settembre del 2022, da alcune esplosioni, la stampa e i governi occidentali accusarono unanimemente Mosca. Dopo alcuni mesi, però, cominciò ad emergere la pista ucraina, confermata da recenti rivelazioni.
Il principale sospettato degli inquirenti di Berlino è un istruttore subacqueo di nome Volodymyr Z., che ha vissuto nei pressi di Varsavia e che prima di essere arrestato è fuggito nel suo paese d’origine. Gli investigatori sospettano che abbia compiuto il sabotaggio insieme ad altri cinque ucraini.
Le autorità giudiziarie tedesche accusano ora la Polonia di non aver eseguito i mandati di arresto e di perquisizione europei emessi contro il sospettato dalla Corte federale di giustizia tedesca nel giugno scorso.
La polizia criminale federale e la Procura pubblica federale della Germania hanno espresso pubblicamente le loro rimostranze nei confronti di Varsavia, ed un funzionario di Berlino ha sostenuto, in una dichiarazione riportata dal “Welt am sonntag”, che il governo della Polonia ha coscientemente sabotato le indagini.
«Il governo polacco ovviamente lo ha lasciato andare per nascondere il proprio coinvolgimento nell’attacco ai gasdotti», ha detto al giornale August Hanning, ex capo del Servizio di intelligence federale tedesco (BND), convinto che i presidenti di Polonia e Ucraina, Andrzej Duda e Volodymyr Zelenskyy, fossero a conoscenza dei piani del sabotaggio del Nord Stream, che ha causato enormi danni economici alla Germania. «Operazioni di tali dimensioni sono inconcepibili senza l’approvazione dei leader politici dei paesi coinvolti», ha spiegato Hanning.
A dare l’ordine di attacco sarebbe stato l’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny.
Gli investigatori affermano che il gruppo di sei subacquei che avrebbe piazzato gli esplosivi sul gasdotto utilizzando lo yacht a vela “Andromeda” era stato addestrato in Polonia. Gli investigatori ritengono inoltre che Varsavia possa aver fornito supporto logistico per l’operazione subacquea.
Gli investigatori tedeschi accusano anche le autorità polacche di aver deliberatamente nascosto le registrazioni video del porto turistico di Kołobrzeg, dove l’imbarcazione ha fatto scalo una settimana prima del sabotaggio.
Ovviamente le autorità della Polonia smentiscono ogni coinvolgimento e respingono indignate le accuse provenienti dalla Germania.
Jacek Siewiera, capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale della Polonia, ha sminuito le accuse affermando che queste provengono da una stretta cerchia di “ex funzionari filo-russi” che non ricoprono più posizioni di potere.
Le autorità politiche tedesche, in estremo imbarazzo, non commentano le conclusioni e le accuse degli inquirenti.
Del resto, sulla base di un trattato, l’Ucraina non è tenuta a estradare i propri cittadini in altri stati, e quindi gli autori dell'operazione sono al riparo da conseguenze giudiziarie.
Fonte
Il principale sospettato degli inquirenti di Berlino è un istruttore subacqueo di nome Volodymyr Z., che ha vissuto nei pressi di Varsavia e che prima di essere arrestato è fuggito nel suo paese d’origine. Gli investigatori sospettano che abbia compiuto il sabotaggio insieme ad altri cinque ucraini.
Le autorità giudiziarie tedesche accusano ora la Polonia di non aver eseguito i mandati di arresto e di perquisizione europei emessi contro il sospettato dalla Corte federale di giustizia tedesca nel giugno scorso.
La polizia criminale federale e la Procura pubblica federale della Germania hanno espresso pubblicamente le loro rimostranze nei confronti di Varsavia, ed un funzionario di Berlino ha sostenuto, in una dichiarazione riportata dal “Welt am sonntag”, che il governo della Polonia ha coscientemente sabotato le indagini.
«Il governo polacco ovviamente lo ha lasciato andare per nascondere il proprio coinvolgimento nell’attacco ai gasdotti», ha detto al giornale August Hanning, ex capo del Servizio di intelligence federale tedesco (BND), convinto che i presidenti di Polonia e Ucraina, Andrzej Duda e Volodymyr Zelenskyy, fossero a conoscenza dei piani del sabotaggio del Nord Stream, che ha causato enormi danni economici alla Germania. «Operazioni di tali dimensioni sono inconcepibili senza l’approvazione dei leader politici dei paesi coinvolti», ha spiegato Hanning.
A dare l’ordine di attacco sarebbe stato l’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valery Zaluzhny.
Gli investigatori affermano che il gruppo di sei subacquei che avrebbe piazzato gli esplosivi sul gasdotto utilizzando lo yacht a vela “Andromeda” era stato addestrato in Polonia. Gli investigatori ritengono inoltre che Varsavia possa aver fornito supporto logistico per l’operazione subacquea.
Gli investigatori tedeschi accusano anche le autorità polacche di aver deliberatamente nascosto le registrazioni video del porto turistico di Kołobrzeg, dove l’imbarcazione ha fatto scalo una settimana prima del sabotaggio.
Ovviamente le autorità della Polonia smentiscono ogni coinvolgimento e respingono indignate le accuse provenienti dalla Germania.
Jacek Siewiera, capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale della Polonia, ha sminuito le accuse affermando che queste provengono da una stretta cerchia di “ex funzionari filo-russi” che non ricoprono più posizioni di potere.
Le autorità politiche tedesche, in estremo imbarazzo, non commentano le conclusioni e le accuse degli inquirenti.
Del resto, sulla base di un trattato, l’Ucraina non è tenuta a estradare i propri cittadini in altri stati, e quindi gli autori dell'operazione sono al riparo da conseguenze giudiziarie.
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16/08/2024
Emerge l'ovvio: il North Stream è stato sabotato dagli ucrani
Come sempre, in guerra, la verità viene fuori tardi e risulta l’opposto di quanto è stato affermato apoditticamente in tempo reale.
Il procuratore federale tedesco Jens Rommel ha ottenuto un primo mandato di arresto per un cittadino ucraino nell’ambito delle indagini sul sabotaggio del gasdotto North Stream nel Mar Baltico. È l’anticipazione data il 14 agosto dai media tedeschi Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e dall’emittente pubblica Ard, secondo cui negli ultimi mesi gli investigatori sarebbero riusciti a raccogliere prove sufficienti per ottenere un mandato d’arresto per il sospetto da un giudice istruttore della Corte federale di giustizia all’inizio di giugno.
È da ricordare che anche questi tre media, come tutti quelli del “libero Occidente”, avevano giurato (e confuso i loro lettori) che quell’attentato era stato compiuto dai russi. E a nulla valeva far notare che risultava piuttosto assurdo che Putin o chi per lui avesse ordinato la distruzione del gasdotto che tanto era costato a Mosca e garantiva solide entrate trasportando gas in Germania e in Europa. Ma non c’era niente da fare: “ha stato Putin” e “i russi si bombardano da soli”...
A giugno, i procuratori tedeschi si sarebbero rivolti alle autorità polacche con un mandato d’arresto europeo, nella speranza di poter arrestare il sospettato (Volodymir Z, quasi un omonimo di Zelenskij), che avrebbe avuto come ultimo luogo di residenza la Polonia.
Notizia confermata dalla Polonia che ha fatto sapere di aver ricevuto il mandato di cattura europeo dalla Germania. A dichiararlo è stata una portavoce dell’ufficio della Procura, confermando di fatto le anticipazioni dei media tedeschi.
Il sospetto, ha ribadito la portavoce, è un cittadino ucraino che non è stato trovato al momento delle ricerche effettuate nel luogo di residenza.
Stando ai tre media tedeschi, altri due cittadini ucraini sono sospettati nel quadro della stessa inchiesta, tra loro una donna. I due sono stati coinvolti nell’operazione, forse con il ruolo di sommozzatori, per piazzare le cariche esplosive sul gasdotto
Il New York Times ha ricostruito la storia con molti più dettagli, narrando di una riunione tra alti ufficiali ucraini che ha messo a punto il piano di sabotaggio ottenendo rapidamente il placet dei Zelelnskij.
L’operazione, sul piano militare, non era per nulla costosa né complessa: il gasdotto correva ad appena 16 metri di profondità, nel punto in cui è stato distrutto, a poche centinaia di metri da una base Nato (molto probabilmente al corrente dell’impresa, altrimenti sarebbe stato un suicidio compierla). Bastavano un paio di sommozzatori neanche tanto esperti e il gioco era fatto.
La menzogna sull’attribuzione della responsabilità era pressoché obbligata. In base alle regole del diritto internazionale, sempre citato a sproposito dai menestrelli dei media occidentali, il sabotaggio del North Stream era tecnicamente una dichiarazione di guerra alla Germania: una infrastruttura strategica per la sicurezza energetica di un paese centrale nella NATO fatta saltare da un commando appartenente a un paese extra-NATO con la complicità o la connivenza dei servizi segreti di altri paesi NATO e della Polonia.
Roba da invocare l’art. 5 dell’alleanza contro l’Ucraina.
Ed era difficile spiegare ai cittadini tedeschi perché fosse così necessario armare e finanziare un regime neonazista che poneva in essere atti di guerra contro la Germania...
Scholz e Baerbock (la “verde” ministra della difesa) hanno così avallato la versione di Washington e Kiev, sommando il servilismo all’accettazione passiva di un atto di guerra contro il paese che dirigono.
Naturalmente chi, come noi, senza fonti di informazione particolari ma sulla base della logica elementare, spiegava già allora quel che oggi viene “scoperto”, veniva ascritto d’autorità tra i “putiniani”...
Comunque, la decisione della magistratura tedesca, per quanto tardiva, segnala che tutta la vicenda ucraina ha superato i limiti della tolleranza possibile. Se si procede contro agenti segreti di Kiev vuol dire che l’ora dello “sganciamento” tra interessi ucraini, Nato ed europei si sta forse avvicinando...
Quanto ai gazzettieri di casa nostra, ahinoi, non c’è proprio speranza che questa o altre “scoperte” li convincano a diventare appena appena più seri.
Fonte
Il procuratore federale tedesco Jens Rommel ha ottenuto un primo mandato di arresto per un cittadino ucraino nell’ambito delle indagini sul sabotaggio del gasdotto North Stream nel Mar Baltico. È l’anticipazione data il 14 agosto dai media tedeschi Die Zeit, Süddeutsche Zeitung e dall’emittente pubblica Ard, secondo cui negli ultimi mesi gli investigatori sarebbero riusciti a raccogliere prove sufficienti per ottenere un mandato d’arresto per il sospetto da un giudice istruttore della Corte federale di giustizia all’inizio di giugno.
È da ricordare che anche questi tre media, come tutti quelli del “libero Occidente”, avevano giurato (e confuso i loro lettori) che quell’attentato era stato compiuto dai russi. E a nulla valeva far notare che risultava piuttosto assurdo che Putin o chi per lui avesse ordinato la distruzione del gasdotto che tanto era costato a Mosca e garantiva solide entrate trasportando gas in Germania e in Europa. Ma non c’era niente da fare: “ha stato Putin” e “i russi si bombardano da soli”...
A giugno, i procuratori tedeschi si sarebbero rivolti alle autorità polacche con un mandato d’arresto europeo, nella speranza di poter arrestare il sospettato (Volodymir Z, quasi un omonimo di Zelenskij), che avrebbe avuto come ultimo luogo di residenza la Polonia.
Notizia confermata dalla Polonia che ha fatto sapere di aver ricevuto il mandato di cattura europeo dalla Germania. A dichiararlo è stata una portavoce dell’ufficio della Procura, confermando di fatto le anticipazioni dei media tedeschi.
Il sospetto, ha ribadito la portavoce, è un cittadino ucraino che non è stato trovato al momento delle ricerche effettuate nel luogo di residenza.
Stando ai tre media tedeschi, altri due cittadini ucraini sono sospettati nel quadro della stessa inchiesta, tra loro una donna. I due sono stati coinvolti nell’operazione, forse con il ruolo di sommozzatori, per piazzare le cariche esplosive sul gasdotto
Il New York Times ha ricostruito la storia con molti più dettagli, narrando di una riunione tra alti ufficiali ucraini che ha messo a punto il piano di sabotaggio ottenendo rapidamente il placet dei Zelelnskij.
L’operazione, sul piano militare, non era per nulla costosa né complessa: il gasdotto correva ad appena 16 metri di profondità, nel punto in cui è stato distrutto, a poche centinaia di metri da una base Nato (molto probabilmente al corrente dell’impresa, altrimenti sarebbe stato un suicidio compierla). Bastavano un paio di sommozzatori neanche tanto esperti e il gioco era fatto.
La menzogna sull’attribuzione della responsabilità era pressoché obbligata. In base alle regole del diritto internazionale, sempre citato a sproposito dai menestrelli dei media occidentali, il sabotaggio del North Stream era tecnicamente una dichiarazione di guerra alla Germania: una infrastruttura strategica per la sicurezza energetica di un paese centrale nella NATO fatta saltare da un commando appartenente a un paese extra-NATO con la complicità o la connivenza dei servizi segreti di altri paesi NATO e della Polonia.
Roba da invocare l’art. 5 dell’alleanza contro l’Ucraina.
Ed era difficile spiegare ai cittadini tedeschi perché fosse così necessario armare e finanziare un regime neonazista che poneva in essere atti di guerra contro la Germania...
Scholz e Baerbock (la “verde” ministra della difesa) hanno così avallato la versione di Washington e Kiev, sommando il servilismo all’accettazione passiva di un atto di guerra contro il paese che dirigono.
Naturalmente chi, come noi, senza fonti di informazione particolari ma sulla base della logica elementare, spiegava già allora quel che oggi viene “scoperto”, veniva ascritto d’autorità tra i “putiniani”...
Comunque, la decisione della magistratura tedesca, per quanto tardiva, segnala che tutta la vicenda ucraina ha superato i limiti della tolleranza possibile. Se si procede contro agenti segreti di Kiev vuol dire che l’ora dello “sganciamento” tra interessi ucraini, Nato ed europei si sta forse avvicinando...
Quanto ai gazzettieri di casa nostra, ahinoi, non c’è proprio speranza che questa o altre “scoperte” li convincano a diventare appena appena più seri.
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06/10/2023
Guerra in Ucraina - Un anno dopo il sabotaggio al Nord Stream la Russia ha vinto?
In questi giorni è ricorso l’anniversario della distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream 1 e 2 da parte dell’amministrazione Biden. Avrei qualcosa da aggiungere a riguardo, ma dovremo aspettare. Perché?
Perché la guerra tra Russia e Ucraina, nella quale la Casa Bianca continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta. Ci sono alti esponenti dell’intelligence americana che, sulla base di rapporti sul campo e informazioni tecniche, ritengono che l’esercito ucraino, demoralizzato, abbia rinunciato alla possibilità di superare le tre linee di difesa russe, dove c’è una grande presenza di mine, e di portando la guerra in Crimea e nelle quattro province che la Russia conquistò e annesse.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vincere.
La guerra continua, mi dice un funzionario con accesso all’intelligence attuale, perché Zelenskyj insiste che deve continuare. Né nel suo quartier generale né alla Casa Bianca di Biden si parla di un cessate il fuoco né c’è interesse per colloqui che potrebbero porre fine al massacro.
“È tutta una bugia”, ha detto il funzionario, riferendosi alle affermazioni ucraine di un graduale progresso in un’offensiva che ha subito perdite sconcertanti mentre guadagnava terreno in alcune aree sparse che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Cerchiamo di essere chiari”, ha detto il funzionario, “Putin ha commesso un atto stupido e autodistruttivo dando inizio alla guerra. Pensava di avere poteri magici e che tutto ciò che desiderava si sarebbe avverato. L’attacco iniziale della Russia”, ha aggiunto il funzionario, “è stato mal pianificato, poco presidiato e ha causato perdite inutili. I suoi generali gli hanno mentito e lui ha iniziato la guerra senza logistica, senza modo di rifornire le sue truppe”. Molti dei generali colpevoli sono poi stati licenziati sommariamente.
“Sì, non importa quanto provocato, Putin è stato stupido violando la Carta delle Nazioni Unite, e lo siamo stati anche noi”, ha detto il funzionario, riferendosi alla decisione del presidente Biden di intraprendere una guerra per procura con la Russia finanziando Zelenskyj e il suo esercito.
“Ed è per questo che ora, per giustificare il nostro errore, dobbiamo dipingerlo di nero con l’aiuto dei media”. Si riferiva ad un’operazione segreta di disinformazione volta a screditare Putin e portata avanti dalla CIA in coordinamento con membri dell’intelligence britannica.
Il successo dell’operazione ha portato i principali media degli Usa e a Londra a riferire che il presidente russo soffriva di diverse malattie, tra cui problemi ematologici e gravi tumori. Un aneddoto molto citato diceva che Putin veniva trattato con forti dosi di steroidi.
Non tutti si sono lasciati ingannare. Nel maggio 2022, Il Guardian ha riferito scettico che le voci “abbracciavano un ampio spettro: Vladimir Putin soffre di cancro o morbo di Parkinson, dicono rapporti non confermati e non verificati”.
Ma molte delle principali agenzie di stampa hanno abboccato. Nel giugno 2022, Newsweek ha pubblicato quello che ha definito un grande scoop, citando fonti anonime secondo cui, due mesi prima, Putin si era sottoposto a un trattamento per un cancro in stadio avanzato: “Il controllo di Putin è forte ma non più assoluto. La lotta all’interno del Cremlino non è mai stata così intensa… tutti sentono che la fine è vicina”.
“Nei primi giorni dell’offensiva di giugno ci sono state alcune incursioni ucraine”, ha detto il funzionario, “sopra o vicino” alla prima delle tre formidabili barriere difensive di cemento della Russia, “e i russi si sono ritirati per assorbirle. E li hanno uccisi tutti”.
Dopo settimane di forti perdite e scarsi progressi, oltre a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, ha continuato il funzionario, importanti membri dell’esercito ucraino, senza dichiararlo, hanno praticamente annullato l’offensiva.
Le due città che l’esercito ucraino ha recentemente rivendicato come catturate “sono così piccole che non starebbero tra due cartelloni pubblicitari della Burma-Shave”, un riferimento ai cartelloni pubblicitari che sembravano essere su ogni autostrada americana dopo la seconda guerra mondiale.
Una conseguenza dell’ostilità neoconservatrice dell’amministrazione Biden nei confronti di Russia e Cina – esemplificata dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Tony Blinken, che ha ripetutamente affermato che non tollererà un cessate il fuoco in Ucraina in questo momento – è stata una significativa divisione nella comunità dell’intelligence.
Una delle vittime è il National Intelligence Estimates (NIE), che da decenni definisce i parametri della politica estera americana. In molti casi, alcuni uffici chiave della CIA si sono rifiutati di partecipare al processo NIE a causa del profondo disaccordo politico con la politica estera aggressiva del governo. Uno dei fallimenti più recenti è stato quello del NIE che calcolava l’esito di un attacco cinese a Taiwan.
Per molte settimane ho riferito del disaccordo di lunga data tra la CIA e altri membri della comunità dell’intelligence sulla prognosi dell’attuale guerra in Ucraina. Gli analisti della CIA sono sempre stati molto più scettici rispetto ai loro colleghi della Defense Intelligence Agency (DIA) riguardo alle prospettive di successo dell’Ucraina. I media americani hanno ignorato la disputa, ma non The Economist, con sede a Londra, i cui giornalisti meglio informati non firmano gli articoli.
Un segnale della tensione interna alla comunità americana è emerso nel numero del 9 settembre della rivista, quando Trent Maul, direttore delle analisi della DIA, ha rilasciato un’intervista straordinaria in cui ha difeso i resoconti ottimistici della sua agenzia sulla guerra in Ucraina e la sua problematica controffensiva. L’Economist titolò “Un’intervista insolita”, ma passò inosservata anche ai principali giornali degli Stati Uniti.
Maul ha riconosciuto che la DIA “ha sbagliato” nel riferire sulla “volontà di combattere” dei suoi alleati quando gli eserciti addestrati e finanziati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan “sono andati in pezzi quasi da un giorno all’altro”.
Maul ha contestato le denunce della CIA – anche se non ha citato l’agenzia per nome – sulla mancanza di abilità dei leader militari ucraini e sulle loro tattiche nell’attuale controffensiva. Ha detto all’Economist che i recenti successi militari dell’Ucraina sono stati “significativi” e hanno dato alle sue truppe una probabilità del 40-50% di sfondare le tre linee difensive della Russia entro la fine di quest’anno.
Tuttavia, secondo The Economist, ha avvertito che “le munizioni limitate e il peggioramento del tempo renderanno tutto molto difficile”.
Zelenskyj ha anche riconosciuto che quelle che ha definito le “recenti difficoltà” della sua nazione sul campo di battaglia sono state percepite da alcuni come un motivo per avviare seri negoziati con la Russia sulla fine della guerra. Zelenskyj lo ha definito “cattivo tempismo” perché la Russia “percepisce la stessa cosa”.
Tuttavia, ancora una volta ha chiarito che i colloqui di pace non sono sul tavolo e ha lanciato una nuova minaccia ai leader dell’area i cui Paesi ospitano i rifugiati ucraini e che vogliono, come ha informato Washington la CIA, la fine della guerra.
Zelenskyj ha avvertito nell’intervista, come ha scritto The Economist: “Non c’è modo di prevedere come i milioni di rifugiati ucraini nei Paesi europei reagirebbero all’abbandono del loro Paese”.
Zelenskyj ha detto che i rifugiati ucraini “si sono comportati bene… e sono grati” a coloro che hanno dato loro rifugio, ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se una sconfitta ucraina “mettesse le persone con le spalle al muro”.
Si trattava niente di meno che di una minaccia di insurrezione interna [o, più realisticamente, di atti di terrorismo nei paesi della diaspora ucraina, ndr].
Il discorso di Zelenskyj alla recente Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, come riportato dal Washington Post, ha ricevuto l’obbligatorio “caloroso benvenuto” da parte dei partecipanti.
Tuttavia, secondo il giornale, “ha tenuto il suo discorso in una sala semipiena, nella quale molte delegazioni hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”.
I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i diversi miliardi che l’amministrazione Biden stava spendendo, senza una seria responsabilità, per finanziare la guerra in Ucraina stavano diminuendo il sostegno alle loro stesse lotte per “affrontare il riscaldamento globale, la povertà e garantire un vita più sicura per i suoi cittadini”.
Il presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia, ma ha invece riaffermato il suo forte sostegno all’Ucraina e ha insistito sul fatto che “la Russia è l’unica responsabile di questa guerra”, dimenticando tre decenni di espansione della NATO verso Est e il coinvolgimento segreto dell’amministrazione Obama, nel 2014, nel rovesciamento di un governo filo-russo in Ucraina.
Il presidente potrebbe avere ragione nel merito, ma il resto del mondo ricorda, a differenza della Casa Bianca, che sono stati gli Stati Uniti a scegliere di entrare in guerra in Iraq e Afghanistan, con poca considerazione per la giustificazione che avevano per farlo.
Il presidente Biden non ha parlato della necessità di un cessate il fuoco immediato in una guerra che l’Ucraina non può vincere, e che si aggiunge all’inquinamento che ha causato l’attuale crisi climatica in cui è impantanato il pianeta.
Biden, con il sostegno del segretario di Stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un sostegno in calo in altre parti degli Stati Uniti – ha reso il suo inesorabile sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Nel frattempo, un implacabile Zelenskyj, in un’intervista la scorsa settimana con un corrispondente servile di 60 Minutes, un tempo apice del giornalismo americano aggressivo, ha descritto Putin come un altro Hitler e ha insistito falsamente sul fatto che l’Ucraina avesse l’iniziativa nella sua attuale guerra con la Russia.
Alla domanda del corrispondente della CBS Scott Pelley se pensasse che “la minaccia della guerra nucleare sia alle nostre spalle”, Zelenskyj ha risposto: “Penso che continuerà a minacciare. Aspetta che gli Stati Uniti perdano stabilità e crede che ciò accadrà durante le elezioni americane. Cercherà l’instabilità in Europa e negli Stati Uniti. Utilizzerà il rischio di utilizzare armi nucleari per alimentarlo. Continuerà a minacciare”.
Il funzionario dell’intelligence americana con cui ho parlato ha lavorato all’inizio della sua carriera contro l’aggressione e lo spionaggio sovietici. Rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e provocare la morte e la distruzione che la guerra provoca.
Tuttavia, come mi ha detto: “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più un’offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle sciocchezze concepite dalla Casa Bianca di Biden”.
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Perché la guerra tra Russia e Ucraina, nella quale la Casa Bianca continua a respingere qualsiasi discorso di cessate il fuoco, è a un punto di svolta. Ci sono alti esponenti dell’intelligence americana che, sulla base di rapporti sul campo e informazioni tecniche, ritengono che l’esercito ucraino, demoralizzato, abbia rinunciato alla possibilità di superare le tre linee di difesa russe, dove c’è una grande presenza di mine, e di portando la guerra in Crimea e nelle quattro province che la Russia conquistò e annesse.
La realtà è che il malconcio esercito di Volodymyr Zelenskyj non ha più alcuna possibilità di vincere.
La guerra continua, mi dice un funzionario con accesso all’intelligence attuale, perché Zelenskyj insiste che deve continuare. Né nel suo quartier generale né alla Casa Bianca di Biden si parla di un cessate il fuoco né c’è interesse per colloqui che potrebbero porre fine al massacro.
“È tutta una bugia”, ha detto il funzionario, riferendosi alle affermazioni ucraine di un graduale progresso in un’offensiva che ha subito perdite sconcertanti mentre guadagnava terreno in alcune aree sparse che l’esercito ucraino misura in metri a settimana.
“Cerchiamo di essere chiari”, ha detto il funzionario, “Putin ha commesso un atto stupido e autodistruttivo dando inizio alla guerra. Pensava di avere poteri magici e che tutto ciò che desiderava si sarebbe avverato. L’attacco iniziale della Russia”, ha aggiunto il funzionario, “è stato mal pianificato, poco presidiato e ha causato perdite inutili. I suoi generali gli hanno mentito e lui ha iniziato la guerra senza logistica, senza modo di rifornire le sue truppe”. Molti dei generali colpevoli sono poi stati licenziati sommariamente.
“Sì, non importa quanto provocato, Putin è stato stupido violando la Carta delle Nazioni Unite, e lo siamo stati anche noi”, ha detto il funzionario, riferendosi alla decisione del presidente Biden di intraprendere una guerra per procura con la Russia finanziando Zelenskyj e il suo esercito.
“Ed è per questo che ora, per giustificare il nostro errore, dobbiamo dipingerlo di nero con l’aiuto dei media”. Si riferiva ad un’operazione segreta di disinformazione volta a screditare Putin e portata avanti dalla CIA in coordinamento con membri dell’intelligence britannica.
Il successo dell’operazione ha portato i principali media degli Usa e a Londra a riferire che il presidente russo soffriva di diverse malattie, tra cui problemi ematologici e gravi tumori. Un aneddoto molto citato diceva che Putin veniva trattato con forti dosi di steroidi.
Non tutti si sono lasciati ingannare. Nel maggio 2022, Il Guardian ha riferito scettico che le voci “abbracciavano un ampio spettro: Vladimir Putin soffre di cancro o morbo di Parkinson, dicono rapporti non confermati e non verificati”.
Ma molte delle principali agenzie di stampa hanno abboccato. Nel giugno 2022, Newsweek ha pubblicato quello che ha definito un grande scoop, citando fonti anonime secondo cui, due mesi prima, Putin si era sottoposto a un trattamento per un cancro in stadio avanzato: “Il controllo di Putin è forte ma non più assoluto. La lotta all’interno del Cremlino non è mai stata così intensa… tutti sentono che la fine è vicina”.
“Nei primi giorni dell’offensiva di giugno ci sono state alcune incursioni ucraine”, ha detto il funzionario, “sopra o vicino” alla prima delle tre formidabili barriere difensive di cemento della Russia, “e i russi si sono ritirati per assorbirle. E li hanno uccisi tutti”.
Dopo settimane di forti perdite e scarsi progressi, oltre a terribili perdite di carri armati e veicoli blindati, ha continuato il funzionario, importanti membri dell’esercito ucraino, senza dichiararlo, hanno praticamente annullato l’offensiva.
Le due città che l’esercito ucraino ha recentemente rivendicato come catturate “sono così piccole che non starebbero tra due cartelloni pubblicitari della Burma-Shave”, un riferimento ai cartelloni pubblicitari che sembravano essere su ogni autostrada americana dopo la seconda guerra mondiale.
Una conseguenza dell’ostilità neoconservatrice dell’amministrazione Biden nei confronti di Russia e Cina – esemplificata dalle dichiarazioni del Segretario di Stato Tony Blinken, che ha ripetutamente affermato che non tollererà un cessate il fuoco in Ucraina in questo momento – è stata una significativa divisione nella comunità dell’intelligence.
Una delle vittime è il National Intelligence Estimates (NIE), che da decenni definisce i parametri della politica estera americana. In molti casi, alcuni uffici chiave della CIA si sono rifiutati di partecipare al processo NIE a causa del profondo disaccordo politico con la politica estera aggressiva del governo. Uno dei fallimenti più recenti è stato quello del NIE che calcolava l’esito di un attacco cinese a Taiwan.
Per molte settimane ho riferito del disaccordo di lunga data tra la CIA e altri membri della comunità dell’intelligence sulla prognosi dell’attuale guerra in Ucraina. Gli analisti della CIA sono sempre stati molto più scettici rispetto ai loro colleghi della Defense Intelligence Agency (DIA) riguardo alle prospettive di successo dell’Ucraina. I media americani hanno ignorato la disputa, ma non The Economist, con sede a Londra, i cui giornalisti meglio informati non firmano gli articoli.
Un segnale della tensione interna alla comunità americana è emerso nel numero del 9 settembre della rivista, quando Trent Maul, direttore delle analisi della DIA, ha rilasciato un’intervista straordinaria in cui ha difeso i resoconti ottimistici della sua agenzia sulla guerra in Ucraina e la sua problematica controffensiva. L’Economist titolò “Un’intervista insolita”, ma passò inosservata anche ai principali giornali degli Stati Uniti.
Maul ha riconosciuto che la DIA “ha sbagliato” nel riferire sulla “volontà di combattere” dei suoi alleati quando gli eserciti addestrati e finanziati dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan “sono andati in pezzi quasi da un giorno all’altro”.
Maul ha contestato le denunce della CIA – anche se non ha citato l’agenzia per nome – sulla mancanza di abilità dei leader militari ucraini e sulle loro tattiche nell’attuale controffensiva. Ha detto all’Economist che i recenti successi militari dell’Ucraina sono stati “significativi” e hanno dato alle sue truppe una probabilità del 40-50% di sfondare le tre linee difensive della Russia entro la fine di quest’anno.
Tuttavia, secondo The Economist, ha avvertito che “le munizioni limitate e il peggioramento del tempo renderanno tutto molto difficile”.
Zelenskyj ha anche riconosciuto che quelle che ha definito le “recenti difficoltà” della sua nazione sul campo di battaglia sono state percepite da alcuni come un motivo per avviare seri negoziati con la Russia sulla fine della guerra. Zelenskyj lo ha definito “cattivo tempismo” perché la Russia “percepisce la stessa cosa”.
Tuttavia, ancora una volta ha chiarito che i colloqui di pace non sono sul tavolo e ha lanciato una nuova minaccia ai leader dell’area i cui Paesi ospitano i rifugiati ucraini e che vogliono, come ha informato Washington la CIA, la fine della guerra.
Zelenskyj ha avvertito nell’intervista, come ha scritto The Economist: “Non c’è modo di prevedere come i milioni di rifugiati ucraini nei Paesi europei reagirebbero all’abbandono del loro Paese”.
Zelenskyj ha detto che i rifugiati ucraini “si sono comportati bene… e sono grati” a coloro che hanno dato loro rifugio, ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se una sconfitta ucraina “mettesse le persone con le spalle al muro”.
Si trattava niente di meno che di una minaccia di insurrezione interna [o, più realisticamente, di atti di terrorismo nei paesi della diaspora ucraina, ndr].
Il discorso di Zelenskyj alla recente Assemblea generale annuale delle Nazioni Unite a New York non ha offerto molte novità e, come riportato dal Washington Post, ha ricevuto l’obbligatorio “caloroso benvenuto” da parte dei partecipanti.
Tuttavia, secondo il giornale, “ha tenuto il suo discorso in una sala semipiena, nella quale molte delegazioni hanno rifiutato di presentarsi per ascoltare ciò che aveva da dire”.
I leader di alcune nazioni in via di sviluppo, aggiunge il rapporto, erano “frustrati” dal fatto che i diversi miliardi che l’amministrazione Biden stava spendendo, senza una seria responsabilità, per finanziare la guerra in Ucraina stavano diminuendo il sostegno alle loro stesse lotte per “affrontare il riscaldamento globale, la povertà e garantire un vita più sicura per i suoi cittadini”.
Il presidente Biden, nel suo discorso all’Assemblea generale, non ha affrontato la pericolosa posizione dell’Ucraina nella guerra con la Russia, ma ha invece riaffermato il suo forte sostegno all’Ucraina e ha insistito sul fatto che “la Russia è l’unica responsabile di questa guerra”, dimenticando tre decenni di espansione della NATO verso Est e il coinvolgimento segreto dell’amministrazione Obama, nel 2014, nel rovesciamento di un governo filo-russo in Ucraina.
Il presidente potrebbe avere ragione nel merito, ma il resto del mondo ricorda, a differenza della Casa Bianca, che sono stati gli Stati Uniti a scegliere di entrare in guerra in Iraq e Afghanistan, con poca considerazione per la giustificazione che avevano per farlo.
Il presidente Biden non ha parlato della necessità di un cessate il fuoco immediato in una guerra che l’Ucraina non può vincere, e che si aggiunge all’inquinamento che ha causato l’attuale crisi climatica in cui è impantanato il pianeta.
Biden, con il sostegno del segretario di Stato Blinken e del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan – ma con un sostegno in calo in altre parti degli Stati Uniti – ha reso il suo inesorabile sostegno finanziario e morale alla guerra in Ucraina una questione di vita o di morte per la sua rielezione.
Nel frattempo, un implacabile Zelenskyj, in un’intervista la scorsa settimana con un corrispondente servile di 60 Minutes, un tempo apice del giornalismo americano aggressivo, ha descritto Putin come un altro Hitler e ha insistito falsamente sul fatto che l’Ucraina avesse l’iniziativa nella sua attuale guerra con la Russia.
Alla domanda del corrispondente della CBS Scott Pelley se pensasse che “la minaccia della guerra nucleare sia alle nostre spalle”, Zelenskyj ha risposto: “Penso che continuerà a minacciare. Aspetta che gli Stati Uniti perdano stabilità e crede che ciò accadrà durante le elezioni americane. Cercherà l’instabilità in Europa e negli Stati Uniti. Utilizzerà il rischio di utilizzare armi nucleari per alimentarlo. Continuerà a minacciare”.
Il funzionario dell’intelligence americana con cui ho parlato ha lavorato all’inizio della sua carriera contro l’aggressione e lo spionaggio sovietici. Rispetta l’intelligenza di Putin ma disprezza la sua decisione di entrare in guerra con l’Ucraina e provocare la morte e la distruzione che la guerra provoca.
Tuttavia, come mi ha detto: “La guerra è finita. La Russia ha vinto. Non c’è più un’offensiva ucraina, ma la Casa Bianca e i media americani devono continuare a mentire. La verità è che se all’esercito ucraino venisse ordinato di continuare l’offensiva, si ammutinerebbe. I soldati non sono più disposti a morire, ma questo non si adatta alle sciocchezze concepite dalla Casa Bianca di Biden”.
Fonte
27/08/2023
Inchiesta tedesca: “è stata Kiev a distruggere il gasdotto Nord Stream”
Bastava forse la semplice logica, ma se c’è anche un’indagine forse è più chiaro.
L’attentato al gasdotti Nord Stream 1 e 2, che portavano il gas russo alla Germania (e di qui ad altri paesi europei), aveva chiaramente un solo obiettivo: troncare fisicamente una delle maggiori fonti di esportazione russe. E “pazienza” se nel far questo si danneggiava Berlino e l’Unione Europea in genere.
Dunque, come abbiamo scritto anche noi a quel tempo (meno di un anno fa!), potevano esser stati solo membri della Nato o aspiranti tali. Come il regime di Kiev.
Oltretutto il punto dell’attentato era praticamente “nei fondali attorno all’isola danese di Bornholm, in un’area solitamente sorvegliatissima da navi e aerei della NATO, essendo piuttosto vicina agli stretti del Kattegat e dello Skagerrak che collegano il Mar Baltico all’Oceano Atlantico.”
E se la logica e la geografi convergono, è probabilissimo che si possa capire qualcosa.
Il premio Pulitzer Seymour Hersh attivò le sue “fonti” all’interno del Pentagono e giunse alle stesse conclusioni.
Ma la narrazione occidentale – a partire dall’inattendibile Ursula von der Leyen – gettò immediatamente la responsabilità sulla Russia, come se tagliarsi le vene (economiche) fosse la vera aspirazione del Cremlino. Che, ricordiamolo, il gasdotto lo aveva anche costruito e in gran parte finanziato…
Si attivarono centinaia di fabbricanti di falsi, autonominati o investiti della nomea di fact checkers, incaricati di smontare qualsiasi ipotesi più razionale. Vi consigliamo di rileggere Open, fondato e diretto da Enrico Mentana, per avere un riscontro tra i più penosi nel tentativo di “smontare” lo stesso Hersh.
Ma i fatti hanno la testa dura (proverbio inglese), e soprattutto gli interessi concreti. Non è dunque un caso che proprio nel paese più danneggiato dall’interruzione delle forniture di gas a basso costo – la Germania – abbia lentamente ma inesorabilmente preso forma l’indagine che porta a Kiev (e alla Nato).
Il settimanale Der Spiegel e la televisione pubblica Zdf hanno lavorato insieme e ora hanno pubblicato i risultati.
“Le analisi dei metadati dei membri dell’equipaggio dello Yacht Andromeda, utilizzato dai presunti attentatori per trasportare l’esplosivo e deporlo sui fondali, in prossimità dei gasdotti Nord Stream, proverebbero infatti che questi, prima e dopo il sabotaggio, si trovavano effettivamente in Ucraina.”
A riferirlo è, in Italia, l’agenzia di stampa Agi. Di proprietà dell’Eni, che qualcosina capisce del mercato degli idrocarburi.
“Nell’inchiesta congiunta, i reporter del settimanale e del secondo canale tedesco citano fonti della Procura generale e dell’Ufficio federale anticrimine di Wiesbaden, che da mesi indagano sull’attentato inizialmente attribuito ai servizi segreti russi.
Der Spiegel peraltro già a maggio, in una prima ricostruzione del fatto basata su fonti investigative tedesche, si era detto “quasi certo” della traccia ucraina. “Nelle indagini sugli attentati compiuti con esplosivi ai gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico – aveva scritto in quell’occasione – ci sono sempre più indicazioni che gli autori siano ucraini”.
Un segreto di pulcinella, insomma. Ma tenuto sotto tutela per quai un anno, viste le grosse implicazioni politiche.
Non è “carino” – diciamo così – che un paese sostenuto con soldi, armi, consiglieri, istruttori, ecc, morda la mano di uno dei principali sostenitori (Berlino, appunto) pur di perseguire i propri obiettivi unilaterali. In una alleanza, normalmente, si lavora per compromessi, in modo da non danneggiarsi l’un l’altro.
E, in primo luogo, non è “corretto” utilizzare la libertà di movimento concessa in ambito Nato agli agenti dello Sbu ucraino per danneggiare il principale paese europeo della Nato.
L’inchiesta è arrivata a conclusioni così certe da costringere persino il governo tedesco a scuotersi dal suo obbligato torpore.
“Oggi i sospetti si sono ulteriormente rafforzati tanto che la ministra degli Interni tedesca, Nancy Faeser, reagendo alle nuove rivelazioni ha assicurato di voler fare “piena luce” sui retroscena dell’attentato, auspicando l’apertura di un processo contro i presunti responsabili, “chiunque essi siano”.
Ci crediamo ovviamente poco, ma è indubbio che anche questa notizia alimenta quel profondo senso di insoddisfazione “occidentale” per come procede la guerra e, in primo luogo, per la disinvoltura con cui Kiev pretende sia alimentata – con soldi e armi Nato – ogni sua esigenza, senza rispettare gli interessi altrui.
Secondo le due testate giornalistiche tedesche, dopo aver fatto esplodere i gasdotti, il commando avrebbe dovuto colpire anche il gasdotto Turk Stream, che collega Turchia e Russia attraverso il mar Nero.
Ma lì, evidentemente, la libertà di movimento per i servizi ucraini deve essere stata assai minore...
Fonte
06/04/2023
Il Nord Stream vale ancora un polizza assicurativa
Tra dichiarazioni pubbliche e pratiche concrete, nella politica internazionale, lo scarto è sempre abissale. Ma questa volta appare così immenso da rasentare l’incredibile.
Nel pieno di una “guerra calda” che oppone l’Occidente neoliberista e la Russia, nel mentre si incrementano sanzioni per recidere il più possibile i legami economici tra i due “fronti”, alcune società di assicurazione rinnovano la copertura sull’infrastruttura che più di ogni altra rappresenta fisicamente cosa significa questa guerra: il North Stream.
Sì, proprio il gasdotto interrotto da un’esplosione provocata – secondo l’autorevole ricostruzione di Seymour Hersh, uno dei pochi giornalisti di inchiesta rimasti attivi – da commandos statunitensi con l’aiuto norvegese.
A che serve rinnovare una polizza assicurativa su una struttura che gli Stati Uniti, prima ancora della guerra, volevano fosse chiusa? Perché mai delle società orientate esclusivamente al profitto dovrebbero accettare un rischio di esposizione (e rimetterci soldi) su qualcosa che è già stato parzialmente distrutto?
L’inchiesta condotta da Reuters sembra però confermare proprio questa fantascientifica ipotesi, che sta in piedi solo se il governo tedesco – o alcuni suoi esponenti di altissimo livello – ha dato l’ok. Lasciando così una porta aperta all’eventuale ripresa di “rapporti normali” con Mosca dopo un accordo di pace sufficientemente credibile.
In queste faccende, come sempre, “le fonti” che fanno circolare l’indiscrezione pretendono e ottengono l’assoluto anonimato.
Ma è praticamente certo che Allianz e Munich Re – le due principali compagnie tedesche – abbiano rinnovato la copertura per il North Stream, considerando possibile il ripristino del suo funzionamento in tempi ragionevoli, e dunque meritevoli di questo “rischio di investimento”.
Già solo questa decisione – formalmente presa da “privati” – è in contraddizione totale con l’atteggiamento pubblico del governo tedesco. Il gasdotto è infatti stato costruito dalla russa Gazprom, tra i principali bersagli delle sanzioni. E la stessa Russia detiene il 51% delle azioni relative.
Evidente – e altre “fonti” anonime citate da Reuters lo confermano – che dal premier Sholz deve essere arrivato un via libera. Anche perché “alcuni degli azionisti tedeschi di Nord Stream sono favorevoli almeno a preservare il gasdotto danneggiato nel caso in cui le relazioni con Mosca migliorino”.
Tra le tante cose incredibili di questa vicenda c’è anche la presenza dei Lloyd’s di Londra tra i vecchi assicuratori dell’infrastruttura, ma anche tra quelli disponili a riaprire la posizione.
Sia chiaro: che si mantenga una polizza attiva sul North Stream, ovviamente a prezzi stracciati vista la situazione mondiale e la chiusura del gasdotto, non vuol dire che sicuramente tutto tornerà come prima.
Vuol dire solo – ed è già molto – che questa ipotesi sia tra quelle da prendere in considerazione, e quindi che sia meritevole di un certo investimento finanziario.
Le variabili in gioco sono effettivamente moltissime. La contrarietà degli Stati Uniti alle forniture di gas russo all’Europa è abbastanza granitica e bispartisan (accomuna Trump e i democratici), ma l’evoluzione politica interna agli States potrebbe almeno stemperarla.
Un’evoluzione della guerra negativa per l’asse euro-atlantico ridurrebbe di molto il peso politico di Washington sulle decisioni che l’Europa dovrebbe prendere per far fronte alle sue necessità energetiche. E una fornitura certa, a prezzo contenuti, risolverebbe molte equazioni al momento incertissime.
E così via.
Quando i media insistono tanto sui “valori di civiltà” che giustificherebbero il sostegno a Kiev “fino alla vittoria” (la “pace giusta” di cui si riempiono la bocca Ursula von der Leyen & co.) forse è bene ricordare di quali “valori” si tratta.
Follow the money, e pure le assicurazioni. Qualcosa di più si capisce...
Fonte
Nel pieno di una “guerra calda” che oppone l’Occidente neoliberista e la Russia, nel mentre si incrementano sanzioni per recidere il più possibile i legami economici tra i due “fronti”, alcune società di assicurazione rinnovano la copertura sull’infrastruttura che più di ogni altra rappresenta fisicamente cosa significa questa guerra: il North Stream.
Sì, proprio il gasdotto interrotto da un’esplosione provocata – secondo l’autorevole ricostruzione di Seymour Hersh, uno dei pochi giornalisti di inchiesta rimasti attivi – da commandos statunitensi con l’aiuto norvegese.
A che serve rinnovare una polizza assicurativa su una struttura che gli Stati Uniti, prima ancora della guerra, volevano fosse chiusa? Perché mai delle società orientate esclusivamente al profitto dovrebbero accettare un rischio di esposizione (e rimetterci soldi) su qualcosa che è già stato parzialmente distrutto?
L’inchiesta condotta da Reuters sembra però confermare proprio questa fantascientifica ipotesi, che sta in piedi solo se il governo tedesco – o alcuni suoi esponenti di altissimo livello – ha dato l’ok. Lasciando così una porta aperta all’eventuale ripresa di “rapporti normali” con Mosca dopo un accordo di pace sufficientemente credibile.
In queste faccende, come sempre, “le fonti” che fanno circolare l’indiscrezione pretendono e ottengono l’assoluto anonimato.
Ma è praticamente certo che Allianz e Munich Re – le due principali compagnie tedesche – abbiano rinnovato la copertura per il North Stream, considerando possibile il ripristino del suo funzionamento in tempi ragionevoli, e dunque meritevoli di questo “rischio di investimento”.
Già solo questa decisione – formalmente presa da “privati” – è in contraddizione totale con l’atteggiamento pubblico del governo tedesco. Il gasdotto è infatti stato costruito dalla russa Gazprom, tra i principali bersagli delle sanzioni. E la stessa Russia detiene il 51% delle azioni relative.
Evidente – e altre “fonti” anonime citate da Reuters lo confermano – che dal premier Sholz deve essere arrivato un via libera. Anche perché “alcuni degli azionisti tedeschi di Nord Stream sono favorevoli almeno a preservare il gasdotto danneggiato nel caso in cui le relazioni con Mosca migliorino”.
Tra le tante cose incredibili di questa vicenda c’è anche la presenza dei Lloyd’s di Londra tra i vecchi assicuratori dell’infrastruttura, ma anche tra quelli disponili a riaprire la posizione.
Sia chiaro: che si mantenga una polizza attiva sul North Stream, ovviamente a prezzi stracciati vista la situazione mondiale e la chiusura del gasdotto, non vuol dire che sicuramente tutto tornerà come prima.
Vuol dire solo – ed è già molto – che questa ipotesi sia tra quelle da prendere in considerazione, e quindi che sia meritevole di un certo investimento finanziario.
Le variabili in gioco sono effettivamente moltissime. La contrarietà degli Stati Uniti alle forniture di gas russo all’Europa è abbastanza granitica e bispartisan (accomuna Trump e i democratici), ma l’evoluzione politica interna agli States potrebbe almeno stemperarla.
Un’evoluzione della guerra negativa per l’asse euro-atlantico ridurrebbe di molto il peso politico di Washington sulle decisioni che l’Europa dovrebbe prendere per far fronte alle sue necessità energetiche. E una fornitura certa, a prezzo contenuti, risolverebbe molte equazioni al momento incertissime.
E così via.
Quando i media insistono tanto sui “valori di civiltà” che giustificherebbero il sostegno a Kiev “fino alla vittoria” (la “pace giusta” di cui si riempiono la bocca Ursula von der Leyen & co.) forse è bene ricordare di quali “valori” si tratta.
Follow the money, e pure le assicurazioni. Qualcosa di più si capisce...
Fonte
26/03/2023
“Insabbiamenti sull’attentato al gasdotto North Stream 2”
Sei settimane fa ho pubblicato un rapporto citando fonti anonime che indicavano il presidente Joseph Biden come l’uomo che aveva ordinato la distruzione dei gasdotti Nord Stream lo scorso settembre.
Il Nord Stream 2 a doppia conduttura era appena stato posato per l’equivalente di 11 miliardi di dollari USA e aveva lo scopo di raddoppiare il volume delle forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania.
Il mio rapporto è stato raccolto in Germania e in altri paesi europei, ma è stato quasi completamente ignorato dai media negli Stati Uniti. Poi, due settimane fa, a seguito di una visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Washington, le agenzie di intelligence statunitensi e tedesche hanno tentato di rafforzare quel muro di silenzio raccontando al New York Times che il settimanale tedesco Die Zeit ha avanzato false ipotesi per contrastare il rapporto secondo cui Biden e altri funzionari statunitensi erano responsabili della distruzione dei gasdotti.
Gli addetti stampa della Casa Bianca e della CIA hanno costantemente negato che gli Stati Uniti fossero responsabili dell’esplosione dei gasdotti, e quelle doverose smentite sono state accettate dai funzionari dei media accreditati alla Casa Bianca.
Non ci sono prove che un solo giornalista presente abbia chiesto al portavoce della Casa Bianca se il presidente Biden avesse organizzato ciò che qualsiasi leader politico serio avrebbe fatto: ha incaricato formalmente la comunità dell’intelligence statunitense di condurre un’indagine approfondita su tutte le possibilità tecniche e personali per scoprire chi ha eseguito l'operazione nel Mar Baltico?
Una fonte nei circoli dell’intelligence mi ha detto che il presidente non l’ha fatto e non lo farà.
Per quale motivo? Perché conosce già la risposta.
Sarah Miller – esperta di energia ed editrice presso Energy Intelligence, editore di importanti riviste di settore – mi ha spiegato in un’intervista perché le rivelazioni sui gasdotti hanno fatto così tanto scalpore in Germania e nell’Europa occidentale: “La distruzione dei gasdotti Nord Stream ha portato a un ulteriore aumento dei prezzi del gas naturale, che aveva già superato il livello pre-crisi di almeno sei volte“, ha affermato.
“Nord Stream è stato fatto saltare in aria alla fine di settembre. Nel mese successivo, la Germania ha dovuto pagare dieci volte tanto per le sue importazioni di gas rispetto a prima della crisi, una cifra massima. L’aumento dei prezzi ha colpito tutta l’Europa e si stima che i governi abbiano speso non meno di 800 miliardi di euro per proteggere le famiglie e le imprese dalle conseguenze di questo aumento dei prezzi.
Poiché l’inverno in Europa era mite, i prezzi del gas sono ora scesi a circa un quarto del picco di ottobre, ma sono ancora da due a tre volte superiori ai livelli pre-crisi e più di tre volte superiori agli attuali livelli statunitensi. Nell’ultimo anno, i produttori tedeschi e altri produttori europei hanno chiuso i loro settori più energivori, come la produzione di fertilizzanti e vetro. Non è chiaro se queste fabbriche riapriranno mai.
L’Europa sta lottando per mettere in rete l’energia solare ed eolica, ma non è chiaro se ciò accadrà abbastanza velocemente da salvare gran parte dell’industria tedesca.” (Miller pubblica anche su Substack).
A inizio marzo Biden ha ospitato a Washington il cancelliere Olaf Scholz. Solo due appuntamenti erano destinati al pubblico: un breve scambio formale di convenevoli davanti alla stampa della capitale senza la possibilità di fare domande, e un’intervista con Scholz alla CNN, guidato da Fareed Zakaria che non ha nemmeno affrontato la questione dei gasdotti.
Il cancelliere era volato a Washington senza l’accompagnamento dei rappresentanti dei media tedeschi e non era prevista né una cena celebrativa né una conferenza stampa, anche se è consuetudine in riunioni di così alto livello. Invece, secondo quanto riferito, Biden e Scholz hanno avuto una conversazione di 80 minuti, per lo più in privato.
Nessuno dei due governi ha rilasciato alcuna dichiarazione verbale o scritta dopo l’incontro, ma una persona con accesso alle informazioni pertinenti mi ha detto che la questione del gasdotto è stata discussa e alla fine è stato chiesto alle persone interessate della CIA di lanciare una storia di copertura insieme ai servizi segreti tedeschi, che potrebbe essere presentata alla stampa statunitense e tedesca come alternativa alla spiegazione della distruzione dei gasdotti Nord Stream.
Come si dice nei circoli dell’intelligence, “il sistema dovrebbe essere fulminato” per screditare l’affermazione secondo cui Biden avrebbe ordinato la distruzione dei gasdotti.
Vale la pena notare qui che il cancelliere tedesco Scholz, che fosse a conoscenza o meno in anticipo della distruzione dei gasdotti, è stato chiaramente coinvolto nell’insabbiamento dell’operazione dell’amministrazione Biden nel Mar Baltico dallo scorso autunno.
La CIA ha fatto il suo lavoro e, con l’aiuto dell’intelligence tedesca, ha inventato e propagandato storie su un’operazione spontanea “non ufficiale” che ha portato alla distruzione dei gasdotti e le ha diffuse sulla stampa. Questa truffa ha portato a un rapporto del New York Times del 7 marzo che citava un anonimo funzionario statunitense, il quale avrebbe affermato che “la nuova intelligence (…) indicava” che “un gruppo filo-ucraino” era implicato nella distruzione del gasdotto.
Lo stesso giorno un reportage online su Die Zeit, un settimanale molto letto in Germania, ha riferito che gli investigatori tedeschi avevano rintracciato uno yacht a vela di lusso noleggiato che ha lasciato il porto tedesco di Rostock il 6 settembre e ha superato l’isola di Bornholm al largo della costa danese.
L’isola si trova a pochi chilometri dalla zona dove il 26 settembre sono stati distrutti i gasdotti. Si dice che lo yacht sia stato affittato da armatori ucraini e fosse composto da un equipaggio di sei persone: un capitano, due sommozzatori, due assistenti subacquei e un medico. Cinque membri dell’equipaggio erano uomini e una donna. I passaporti presentati erano falsi.
Holger Stark, l’autore del rapporto su Die Zeit mi ha detto, dopo la pubblicazione dell'articolo, che aveva seguito per mesi l’indagine criminale sullo yacht e su dove si trovava e che lui e il giornale hanno deciso di affrettarsi a pubblicare ciò che sapevano, dopo aver appreso del rapporto del New York Times. Non aveva contatti con i servizi segreti tedeschi.
Entrambe le pubblicazioni hanno sottolineato che, come affermato dal New York Times, “c’erano molte cose che non sapevano“. Tuttavia, le informazioni appena acquisite avevano reso gli agenti inquirenti “più ottimisti” sul fatto che sarebbero giunti a una conclusione chiara sugli autori.
Ma ci vorrebbe molto tempo, hanno detto vari alti funzionari a Washington e in Germania. Quindi il messaggio era che la stampa e il pubblico dovevano smettere di fare domande e lasciare che gli investigatori scoprissero la verità.
Questo, ovviamente, non sarebbe mai venuto alla luce. Il veterano Stark, il dipartimento investigativo dell’epoca ha fatto un ulteriore passo avanti, osservando che c’erano alcuni “nei servizi di sicurezza internazionale” che non avevano escluso la possibilità che la storia dello yacht fosse “un’operazione diversiva“. In effetti lo era.
“È stata una totale invenzione dell’intelligence statunitense, trasmessa ai tedeschi, volta a screditare la tua storia“, mi ha detto una fonte dell’intelligence statunitense. I professionisti della disinformazione della CIA sanno che uno stratagemma di propaganda funziona solo quando i destinatari sono alla disperata ricerca di una storia che possa sminuire o soppiantare una verità indesiderata.
E la verità in questione è che il presidente Joseph Biden ha autorizzato la distruzione dei gasdotti e potrebbe avere difficoltà a spiegare la sua azione quando la Germania e i suoi vicini dell’Europa occidentale soffrono di alti costi energetici giornalieri e le aziende sono costrette a chiudere.
Ironia della sorte, la prova più eloquente della debolezza del rapporto del New York Times è venuta da uno dei tre giornalisti del Times i cui nomi sono stati riportati sotto l’articolo. Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto, il giornalista Julian Barnes è stato intervistato dal conduttore Michael Barbaro nel popolare podcast del NYT The Daily. Ecco la trascrizione:
Barbaro: Chi era esattamente il responsabile di questo attacco? E come avete fatto tu e i tuoi colleghi a scoprirlo?
Barnes: Beh, non credo che abbiamo posto le domande giuste durante la maggior parte delle indagini.
Barbaro: Ehm. E quali erano le domande giuste?
Barnes: Beh, ovviamente ci siamo concentrati sui paesi.
Barbaro: Hm-hmm.
Barnes: Tutti questi stati che abbiamo appena attraversato: l’ha fatto la Russia? Era lo stato ucraino? E quelli erano solo vicoli ciechi, uno dopo l’altro. Non abbiamo trovato funzionari che ci abbiano detto che c’erano prove credibili che indicassero il governo. Quindi i miei colleghi Adam Entous, Adam Goldman e io abbiamo iniziato a fare una domanda diversa. Questo potrebbe essere stato fatto da attori non statali?
Barbaro: Ehm.
Barnes: Potrebbe essere stato fatto da un gruppo di persone non governative?
Barbaro: Qualcosa come i sabotatori freelance. Come ti è venuta questa nuova domanda?
Barnes: Beh, abbiamo iniziato a chiederci chi potessero essere questi sabotatori. Oppure, se non siamo in grado di rispondere, con chi potrebbero essere stati alleati? Potrebbero essere stati sabotatori filo-russi? O erano altri sabotatori? E più parlavamo con funzionari che avevano accesso a informazioni di intelligence, più vedevamo che la teoria prendeva piede.
Barbaro: Hm-hmm.
Barnes: E il mio pensiero iniziale che potessero essere sabotatori filo-russi si è rivelato sbagliato. Abbiamo appreso che molto probabilmente si trattava di un gruppo filo-ucraino.
Barbaro: Ehm. In altre parole: un gruppo di persone che ha fatto questo per conto dell’Ucraina. Cosa hai scoperto che ti fa credere che fosse così?
Barnes: Michael, voglio sottolineare che sappiamo davvero molto poco, giusto? Questo gruppo rimane misterioso. E rimane un mistero non solo per noi, ma anche per i funzionari statunitensi con cui abbiamo parlato. Sanno che le persone coinvolte erano ucraini o russi o un misto di entrambi. Sanno che non si tratta di soggetti affiliati al governo ucraino. Ma sanno anche che erano contro Putin e filo-Ucraina.
Barbaro: Quindi, dopo tutti questi rapporti e ricerche, sei giunto alla conclusione che gli autori erano un gruppo di persone che vogliono la stessa cosa dell’Ucraina ma non sono ufficialmente affiliate al governo ucraino. Ora sono curioso di sapere quanto sei sicuro che queste persone non siano affiliate al governo ucraino.
Barnes: Beh, l’intelligence al momento dice che non lo sono. E mentre ci viene detto ufficialmente che il presidente dell’Ucraina e i suoi consiglieri chiave non lo sapevano, non possiamo essere sicuri che sia vero e che qualcun altro non lo sapesse”.
I giornalisti del New York Times a Washington erano alla mercé dei funzionari della Casa Bianca “che avevano accesso alle informazioni dell’intelligence“. Ma le informazioni che hanno ottenuto provenivano da un gruppo di esperti di inganni e propaganda della CIA incaricati di fornire al giornale una storia in prima pagina e di proteggere un presidente che ha preso una decisione poco saggia e ora sta mentendo al riguardo.
Fonte
Il Nord Stream 2 a doppia conduttura era appena stato posato per l’equivalente di 11 miliardi di dollari USA e aveva lo scopo di raddoppiare il volume delle forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania.
Il mio rapporto è stato raccolto in Germania e in altri paesi europei, ma è stato quasi completamente ignorato dai media negli Stati Uniti. Poi, due settimane fa, a seguito di una visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Washington, le agenzie di intelligence statunitensi e tedesche hanno tentato di rafforzare quel muro di silenzio raccontando al New York Times che il settimanale tedesco Die Zeit ha avanzato false ipotesi per contrastare il rapporto secondo cui Biden e altri funzionari statunitensi erano responsabili della distruzione dei gasdotti.
Gli addetti stampa della Casa Bianca e della CIA hanno costantemente negato che gli Stati Uniti fossero responsabili dell’esplosione dei gasdotti, e quelle doverose smentite sono state accettate dai funzionari dei media accreditati alla Casa Bianca.
Non ci sono prove che un solo giornalista presente abbia chiesto al portavoce della Casa Bianca se il presidente Biden avesse organizzato ciò che qualsiasi leader politico serio avrebbe fatto: ha incaricato formalmente la comunità dell’intelligence statunitense di condurre un’indagine approfondita su tutte le possibilità tecniche e personali per scoprire chi ha eseguito l'operazione nel Mar Baltico?
Una fonte nei circoli dell’intelligence mi ha detto che il presidente non l’ha fatto e non lo farà.
Per quale motivo? Perché conosce già la risposta.
Sarah Miller – esperta di energia ed editrice presso Energy Intelligence, editore di importanti riviste di settore – mi ha spiegato in un’intervista perché le rivelazioni sui gasdotti hanno fatto così tanto scalpore in Germania e nell’Europa occidentale: “La distruzione dei gasdotti Nord Stream ha portato a un ulteriore aumento dei prezzi del gas naturale, che aveva già superato il livello pre-crisi di almeno sei volte“, ha affermato.
“Nord Stream è stato fatto saltare in aria alla fine di settembre. Nel mese successivo, la Germania ha dovuto pagare dieci volte tanto per le sue importazioni di gas rispetto a prima della crisi, una cifra massima. L’aumento dei prezzi ha colpito tutta l’Europa e si stima che i governi abbiano speso non meno di 800 miliardi di euro per proteggere le famiglie e le imprese dalle conseguenze di questo aumento dei prezzi.
Poiché l’inverno in Europa era mite, i prezzi del gas sono ora scesi a circa un quarto del picco di ottobre, ma sono ancora da due a tre volte superiori ai livelli pre-crisi e più di tre volte superiori agli attuali livelli statunitensi. Nell’ultimo anno, i produttori tedeschi e altri produttori europei hanno chiuso i loro settori più energivori, come la produzione di fertilizzanti e vetro. Non è chiaro se queste fabbriche riapriranno mai.
L’Europa sta lottando per mettere in rete l’energia solare ed eolica, ma non è chiaro se ciò accadrà abbastanza velocemente da salvare gran parte dell’industria tedesca.” (Miller pubblica anche su Substack).
A inizio marzo Biden ha ospitato a Washington il cancelliere Olaf Scholz. Solo due appuntamenti erano destinati al pubblico: un breve scambio formale di convenevoli davanti alla stampa della capitale senza la possibilità di fare domande, e un’intervista con Scholz alla CNN, guidato da Fareed Zakaria che non ha nemmeno affrontato la questione dei gasdotti.
Il cancelliere era volato a Washington senza l’accompagnamento dei rappresentanti dei media tedeschi e non era prevista né una cena celebrativa né una conferenza stampa, anche se è consuetudine in riunioni di così alto livello. Invece, secondo quanto riferito, Biden e Scholz hanno avuto una conversazione di 80 minuti, per lo più in privato.
Nessuno dei due governi ha rilasciato alcuna dichiarazione verbale o scritta dopo l’incontro, ma una persona con accesso alle informazioni pertinenti mi ha detto che la questione del gasdotto è stata discussa e alla fine è stato chiesto alle persone interessate della CIA di lanciare una storia di copertura insieme ai servizi segreti tedeschi, che potrebbe essere presentata alla stampa statunitense e tedesca come alternativa alla spiegazione della distruzione dei gasdotti Nord Stream.
Come si dice nei circoli dell’intelligence, “il sistema dovrebbe essere fulminato” per screditare l’affermazione secondo cui Biden avrebbe ordinato la distruzione dei gasdotti.
Vale la pena notare qui che il cancelliere tedesco Scholz, che fosse a conoscenza o meno in anticipo della distruzione dei gasdotti, è stato chiaramente coinvolto nell’insabbiamento dell’operazione dell’amministrazione Biden nel Mar Baltico dallo scorso autunno.
La CIA ha fatto il suo lavoro e, con l’aiuto dell’intelligence tedesca, ha inventato e propagandato storie su un’operazione spontanea “non ufficiale” che ha portato alla distruzione dei gasdotti e le ha diffuse sulla stampa. Questa truffa ha portato a un rapporto del New York Times del 7 marzo che citava un anonimo funzionario statunitense, il quale avrebbe affermato che “la nuova intelligence (…) indicava” che “un gruppo filo-ucraino” era implicato nella distruzione del gasdotto.
Lo stesso giorno un reportage online su Die Zeit, un settimanale molto letto in Germania, ha riferito che gli investigatori tedeschi avevano rintracciato uno yacht a vela di lusso noleggiato che ha lasciato il porto tedesco di Rostock il 6 settembre e ha superato l’isola di Bornholm al largo della costa danese.
L’isola si trova a pochi chilometri dalla zona dove il 26 settembre sono stati distrutti i gasdotti. Si dice che lo yacht sia stato affittato da armatori ucraini e fosse composto da un equipaggio di sei persone: un capitano, due sommozzatori, due assistenti subacquei e un medico. Cinque membri dell’equipaggio erano uomini e una donna. I passaporti presentati erano falsi.
Holger Stark, l’autore del rapporto su Die Zeit mi ha detto, dopo la pubblicazione dell'articolo, che aveva seguito per mesi l’indagine criminale sullo yacht e su dove si trovava e che lui e il giornale hanno deciso di affrettarsi a pubblicare ciò che sapevano, dopo aver appreso del rapporto del New York Times. Non aveva contatti con i servizi segreti tedeschi.
Entrambe le pubblicazioni hanno sottolineato che, come affermato dal New York Times, “c’erano molte cose che non sapevano“. Tuttavia, le informazioni appena acquisite avevano reso gli agenti inquirenti “più ottimisti” sul fatto che sarebbero giunti a una conclusione chiara sugli autori.
Ma ci vorrebbe molto tempo, hanno detto vari alti funzionari a Washington e in Germania. Quindi il messaggio era che la stampa e il pubblico dovevano smettere di fare domande e lasciare che gli investigatori scoprissero la verità.
Questo, ovviamente, non sarebbe mai venuto alla luce. Il veterano Stark, il dipartimento investigativo dell’epoca ha fatto un ulteriore passo avanti, osservando che c’erano alcuni “nei servizi di sicurezza internazionale” che non avevano escluso la possibilità che la storia dello yacht fosse “un’operazione diversiva“. In effetti lo era.
“È stata una totale invenzione dell’intelligence statunitense, trasmessa ai tedeschi, volta a screditare la tua storia“, mi ha detto una fonte dell’intelligence statunitense. I professionisti della disinformazione della CIA sanno che uno stratagemma di propaganda funziona solo quando i destinatari sono alla disperata ricerca di una storia che possa sminuire o soppiantare una verità indesiderata.
E la verità in questione è che il presidente Joseph Biden ha autorizzato la distruzione dei gasdotti e potrebbe avere difficoltà a spiegare la sua azione quando la Germania e i suoi vicini dell’Europa occidentale soffrono di alti costi energetici giornalieri e le aziende sono costrette a chiudere.
Ironia della sorte, la prova più eloquente della debolezza del rapporto del New York Times è venuta da uno dei tre giornalisti del Times i cui nomi sono stati riportati sotto l’articolo. Pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto, il giornalista Julian Barnes è stato intervistato dal conduttore Michael Barbaro nel popolare podcast del NYT The Daily. Ecco la trascrizione:
Barbaro: Chi era esattamente il responsabile di questo attacco? E come avete fatto tu e i tuoi colleghi a scoprirlo?
Barnes: Beh, non credo che abbiamo posto le domande giuste durante la maggior parte delle indagini.
Barbaro: Ehm. E quali erano le domande giuste?
Barnes: Beh, ovviamente ci siamo concentrati sui paesi.
Barbaro: Hm-hmm.
Barnes: Tutti questi stati che abbiamo appena attraversato: l’ha fatto la Russia? Era lo stato ucraino? E quelli erano solo vicoli ciechi, uno dopo l’altro. Non abbiamo trovato funzionari che ci abbiano detto che c’erano prove credibili che indicassero il governo. Quindi i miei colleghi Adam Entous, Adam Goldman e io abbiamo iniziato a fare una domanda diversa. Questo potrebbe essere stato fatto da attori non statali?
Barbaro: Ehm.
Barnes: Potrebbe essere stato fatto da un gruppo di persone non governative?
Barbaro: Qualcosa come i sabotatori freelance. Come ti è venuta questa nuova domanda?
Barnes: Beh, abbiamo iniziato a chiederci chi potessero essere questi sabotatori. Oppure, se non siamo in grado di rispondere, con chi potrebbero essere stati alleati? Potrebbero essere stati sabotatori filo-russi? O erano altri sabotatori? E più parlavamo con funzionari che avevano accesso a informazioni di intelligence, più vedevamo che la teoria prendeva piede.
Barbaro: Hm-hmm.
Barnes: E il mio pensiero iniziale che potessero essere sabotatori filo-russi si è rivelato sbagliato. Abbiamo appreso che molto probabilmente si trattava di un gruppo filo-ucraino.
Barbaro: Ehm. In altre parole: un gruppo di persone che ha fatto questo per conto dell’Ucraina. Cosa hai scoperto che ti fa credere che fosse così?
Barnes: Michael, voglio sottolineare che sappiamo davvero molto poco, giusto? Questo gruppo rimane misterioso. E rimane un mistero non solo per noi, ma anche per i funzionari statunitensi con cui abbiamo parlato. Sanno che le persone coinvolte erano ucraini o russi o un misto di entrambi. Sanno che non si tratta di soggetti affiliati al governo ucraino. Ma sanno anche che erano contro Putin e filo-Ucraina.
Barbaro: Quindi, dopo tutti questi rapporti e ricerche, sei giunto alla conclusione che gli autori erano un gruppo di persone che vogliono la stessa cosa dell’Ucraina ma non sono ufficialmente affiliate al governo ucraino. Ora sono curioso di sapere quanto sei sicuro che queste persone non siano affiliate al governo ucraino.
Barnes: Beh, l’intelligence al momento dice che non lo sono. E mentre ci viene detto ufficialmente che il presidente dell’Ucraina e i suoi consiglieri chiave non lo sapevano, non possiamo essere sicuri che sia vero e che qualcun altro non lo sapesse”.
I giornalisti del New York Times a Washington erano alla mercé dei funzionari della Casa Bianca “che avevano accesso alle informazioni dell’intelligence“. Ma le informazioni che hanno ottenuto provenivano da un gruppo di esperti di inganni e propaganda della CIA incaricati di fornire al giornale una storia in prima pagina e di proteggere un presidente che ha preso una decisione poco saggia e ora sta mentendo al riguardo.
Fonte
12/03/2023
Guerra mediatica internazionale per la verità su chi ha sabotato il Nord Stream
Notizie provenienti da Germania e Stati Uniti sostengono che dietro l’esplosione del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico nel settembre 2022 ci sia un gruppo filo-ucraino.
Il quotidiano tedesco Die Zeit, le emittenti pubbliche ARD e SWR e la rivista politica ARD Kontraste hanno riferito nel marzo 2023 che gli investigatori sono riusciti a ricostruire le modalità di sabotaggio dei gasdotti dalla Russia alla Germania il 26 settembre 2022.
Citando diversi funzionari anonimi, le indagini degli organi di informazione hanno rivelato che cinque uomini e una donna hanno utilizzato uno yacht noleggiato da una società di proprietà ucraina in Polonia per compiere l’attacco.
Il New York Times ha anche riferito che l’intelligence statunitense suggerisce che dietro le esplosioni ci sia un gruppo filo-ucraino.
Il Times ha affermato che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i suoi principali collaboratori “non hanno autorizzato” l’attacco.
Il New York Times si comporta di solito come un portavoce del Dipartimento di Stato. Nel 2004 il New York Times è stato costretto a presentare delle scuse per la sua copertura fuorviante sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Il Times è stato essenzialmente usato dal Dipartimento di Stato per ripetere a pappagallo le linee che giustificavano la guerra illegale condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Ma eccoci di nuovo qui, questa volta dopo un rapporto del pluripremiato reporter investigativo Seymour Hersh, che ha accusato gli Stati Uniti di aver ordinato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream sotto la copertura di un’esercitazione della NATO.
Hersh ha spiegato come i norvegesi abbiano aiutato i sommozzatori statunitensi a posizionare gli esplosivi innescati a distanza sui gasdotti nel giugno 2022.
Washington e i suoi alleati hanno negato le accuse di Hersh. Il New York Times, fedele alla sua forma, ha scelto di ripetere a pappagallo le battute che gli sono state fornite e ha scelto gli organi di stampa tedeschi.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato di aver letto le notizie “con grande interesse“, ma ha messo in guardia dal trarre conclusioni affrettate sulla questione.
“Dobbiamo distinguere chiaramente se si tratta di un gruppo ucraino che ha agito su ordine dell’Ucraina o... all’insaputa del governo“, ha dichiarato ai giornalisti.
Questo è molto diverso dall’insistenza con cui gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono che la Russia è responsabile dell’esplosione dei gasdotti da cui trae profitto fornendo grandi quantità di energia all’Europa.
Il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ha respinto l’ipotesi che l’attacco possa essere stato ordinato da Kiev dicendo ai giornalisti: “È come un complimento per le nostre forze speciali, ma questa non è la nostra attività“.
Naturalmente lo nega. Sarà già a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti sono responsabili del sabotaggio.
Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha rifiutato di commentare la notizia del New York Times, sottolineando che le indagini di Danimarca, Germania e Svezia sono ancora in corso.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha descritto le ultime notizie riportate dai media come una manipolazione coordinata volta a nascondere le origini dell’attacco.
Ha dichiarato: “Le menti dell’attacco terroristico vogliono chiaramente distrarre l’attenzione“.
Il Presidente russo Vladimir Putin e i suoi funzionari hanno accusato gli Stati Uniti di aver atuato l’esplosione dei gasdotti, che hanno descritto come un “attacco terroristico“.
Jan Oberg, direttore della Fondazione transnazionale per la pace e la ricerca sul futuro, ha affermato che una volta che il reportage di Hersh sarà stato confermato e il ruolo delle forze navali statunitensi sarà provato, “gli europei si sveglieranno e capiranno finalmente che non condividono più interessi con gli Stati Uniti“.
L’organizzazione pacifista guidata dalle donne Code Pink ha rilasciato una dichiarazione: “Abbiamo bisogno di una vera indagine pubblica su questo crimine contro l’ambiente!“.
Non per la prima volta, l’organizzatore nazionale della Black Alliance for Peace, Ajamu Baraka, ha colto nel segno quando ha twittato: “L’arroganza della mente suprematista bianca le rende impossibile comprendere come l’ultima manovra propagandistica con la campagna di disinformazione sull’attacco statunitense ai gasdotti Nord Stream stia rendendo la stampa statunitense uno zimbello in tutto il mondo“.
“Dal momento che gli Stati Uniti affermano di voler dare un giro di vite alle campagne di disinformazione, forse dovrebbero indagare sulla campagna di disinformazione del News York Times sull’attacco al Nord Stream?“.
Fonte
Il quotidiano tedesco Die Zeit, le emittenti pubbliche ARD e SWR e la rivista politica ARD Kontraste hanno riferito nel marzo 2023 che gli investigatori sono riusciti a ricostruire le modalità di sabotaggio dei gasdotti dalla Russia alla Germania il 26 settembre 2022.
Citando diversi funzionari anonimi, le indagini degli organi di informazione hanno rivelato che cinque uomini e una donna hanno utilizzato uno yacht noleggiato da una società di proprietà ucraina in Polonia per compiere l’attacco.
Il New York Times ha anche riferito che l’intelligence statunitense suggerisce che dietro le esplosioni ci sia un gruppo filo-ucraino.
Il Times ha affermato che il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e i suoi principali collaboratori “non hanno autorizzato” l’attacco.
Il New York Times si comporta di solito come un portavoce del Dipartimento di Stato. Nel 2004 il New York Times è stato costretto a presentare delle scuse per la sua copertura fuorviante sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Il Times è stato essenzialmente usato dal Dipartimento di Stato per ripetere a pappagallo le linee che giustificavano la guerra illegale condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Ma eccoci di nuovo qui, questa volta dopo un rapporto del pluripremiato reporter investigativo Seymour Hersh, che ha accusato gli Stati Uniti di aver ordinato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream sotto la copertura di un’esercitazione della NATO.
Hersh ha spiegato come i norvegesi abbiano aiutato i sommozzatori statunitensi a posizionare gli esplosivi innescati a distanza sui gasdotti nel giugno 2022.
Washington e i suoi alleati hanno negato le accuse di Hersh. Il New York Times, fedele alla sua forma, ha scelto di ripetere a pappagallo le battute che gli sono state fornite e ha scelto gli organi di stampa tedeschi.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha dichiarato di aver letto le notizie “con grande interesse“, ma ha messo in guardia dal trarre conclusioni affrettate sulla questione.
“Dobbiamo distinguere chiaramente se si tratta di un gruppo ucraino che ha agito su ordine dell’Ucraina o... all’insaputa del governo“, ha dichiarato ai giornalisti.
Questo è molto diverso dall’insistenza con cui gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono che la Russia è responsabile dell’esplosione dei gasdotti da cui trae profitto fornendo grandi quantità di energia all’Europa.
Il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov ha respinto l’ipotesi che l’attacco possa essere stato ordinato da Kiev dicendo ai giornalisti: “È come un complimento per le nostre forze speciali, ma questa non è la nostra attività“.
Naturalmente lo nega. Sarà già a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti sono responsabili del sabotaggio.
Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha rifiutato di commentare la notizia del New York Times, sottolineando che le indagini di Danimarca, Germania e Svezia sono ancora in corso.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha descritto le ultime notizie riportate dai media come una manipolazione coordinata volta a nascondere le origini dell’attacco.
Ha dichiarato: “Le menti dell’attacco terroristico vogliono chiaramente distrarre l’attenzione“.
Il Presidente russo Vladimir Putin e i suoi funzionari hanno accusato gli Stati Uniti di aver atuato l’esplosione dei gasdotti, che hanno descritto come un “attacco terroristico“.
Jan Oberg, direttore della Fondazione transnazionale per la pace e la ricerca sul futuro, ha affermato che una volta che il reportage di Hersh sarà stato confermato e il ruolo delle forze navali statunitensi sarà provato, “gli europei si sveglieranno e capiranno finalmente che non condividono più interessi con gli Stati Uniti“.
L’organizzazione pacifista guidata dalle donne Code Pink ha rilasciato una dichiarazione: “Abbiamo bisogno di una vera indagine pubblica su questo crimine contro l’ambiente!“.
Non per la prima volta, l’organizzatore nazionale della Black Alliance for Peace, Ajamu Baraka, ha colto nel segno quando ha twittato: “L’arroganza della mente suprematista bianca le rende impossibile comprendere come l’ultima manovra propagandistica con la campagna di disinformazione sull’attacco statunitense ai gasdotti Nord Stream stia rendendo la stampa statunitense uno zimbello in tutto il mondo“.
“Dal momento che gli Stati Uniti affermano di voler dare un giro di vite alle campagne di disinformazione, forse dovrebbero indagare sulla campagna di disinformazione del News York Times sull’attacco al Nord Stream?“.
Fonte
28/12/2022
Miti e misfatti dell’attuale crisi energetica
Con la distruzione dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 (avvenuta lo scorso 26 settembre), l’Europa ha tagliato i ponti dietro se stessa. Quale nazione, tra quelle aderenti alla Nato, l’abbia materialmente portata a termine – giunti a questo punto del conflitto in corso – potrebbe risultare secondario, visto che nessun paese europeo se l’è sentita di smentire la versione mass-mediatica che ne è stata fornita: quella di un auto sabotaggio russo.
Che sia stato impossibile per i russi sabotare i propri gasdotti (a parte l’evidente mancanza di tornaconto), lo dimostrano – oltre ogni ragionevole dubbio – le mappe numero 1 e 2 sopra riportate, facenti parte della valutazione di impatto ambientale sul gasdotto Nord Stream 2, commissionata nel 2018 dalla Agenzia Danese per l’energia [1]. Nella Mappa n. 1 sono evidenziati i punti delle esplosioni che ricadono in un’area classificata dal Governo danese come “zona di tiro” per esercitazioni militari (tratteggiata in rosso nella Mappa n. 2), peraltro confinante con una vasta zona (tratteggiata in nero) riservata alle manovre dei sottomarini, zone in cui lo scorso luglio si svolse una esercitazione navale della Nato [2].
Oskar La Fontaine, in una recente intervista, ha lasciato intendere chiaramente che l’attentato – di cui a Berlino si sa tutto – non può essere avvenuto senza il consenso di Washington e che si tratta di un atto di guerra contro la Germania. La Fontaine ha militato nella sinistra ma, da buon tedesco, mette al primo posto le sorti della Germania invece che quelle della popolazione civile europea che, come scrissi a suo tempo [3], è la vittima reale di questi attentati i cui effetti si stanno delineando assai più gravi di quanto si lasci intendere all’opinione pubblica.
Propaganda vs. termodinamica
La propaganda ha riguardato due aspetti principali: il primo relativo agli stoccaggi di gas che, è stato assicurato, hanno raggiunto in molti paesi europei il 90%. A parte il fatto che non tutti i paesi europei possiedono siti di stoccaggio, ma a quale volume è riferito questo 90%? Concretamente la capacità totale di stoccaggio europea si aggira sui 90-95 mld di metri cubi (limite dovuto a ragioni fisiche) a fronte di un consumo annuale di oltre 550 mld di metri cubi per cui, pur considerando gli apporti dei gasdotti “altri” (non russi), resta comunque un deficit strutturale che deve essere colmato in qualche modo. In pratica, esclusa la Norvegia – che esporta gas in Europa, ma non fa parte della Unione Europea (UE) – tutti i paesi sono a rischio.
L’altro aspetto è consistito nell’assicurare l’opinione pubblica che, attraverso la rete dei gasdotti “altri” e ricorrendo all’importazione di Gas Naturale Liquefatto (GNL), si era in grado di fare a meno del gas russo. I gasdotti altri sono quelli provenienti da Norvegia, Algeria, Libia e Azerbaigian (attraverso il TAP); cassata la Libia (per ovvi motivi di inaffidabilità) tutti gli altri gasdotti operano già al limite della capacità e gli accordi presi in sede UE o dall’ex Presidente del consiglio Draghi, rappresentano dei pannicelli caldi in quanto il limite nella fornitura di gas via gasdotto è rappresentato dal gasdotto stesso. Detto in parole semplici la quantità massima di gas che può passare attraverso un tubo è influenzata dalle caratteristiche del gas (temperatura e pressione) ma è decisamente ancorata alla sezione del tubo e alle caratteristiche della stazione di pompaggio: si può aumentare un poco la portata agendo sulla pressione, ma più di tanto non si può e, non a caso, gli accordi presi prevedono 10-15 miliardi di mc in più dalla Norvegia (verso l’Europa, ma non per l’Italia); 5 miliardi di mc in più dall’Algeria verso l’Italia, ma non prima di due anni; 2 miliardi di mc in più dal TAP non prima del 2027, previo potenziamento del sistema di pompaggio.
Propaganda vs. fattibilità
Resta la carta del GNL il cui limite operativo non dipende da fattori tecnologici, ma dalle infrastrutture che sono rappresentate dal numero di navi gasiere disponibili sul mercato e dai terminali di liquefazione (in partenza) e di rigassificazione (in arrivo). Negli Usa (principale esportatore di GNL verso l'Europa) si stanno realizzando enormi investimenti per raddoppiare i “treni”[4] di produzione che già ora consentono di esportare 95 miliardi di mc di GNL in tutto il mondo, attraverso sette terminali di cui quattro situati nel Golfo del Messico, due sulla costa atlantica e uno in Alaska a cui però non fa riscontro un equivalente sviluppo dei terminali di ricezione sulle coste europee.
Di qui la corsa frenetica ai rigassificatori galleggianti che vede in prima linea paesi come Germania (3-5 navi da collocare sulle coste del mare del Nord); Francia (2 navi da collocare sulla costa atlantica + un gasdotto sottomarino tra il terminale spagnolo di Barcellona e quello di Fos in Francia); Italia almeno 3 nuovi terminali di cui uno già stabilito d’autorità dal governo Draghi nel porto di Piombino: una decisione scellerata e tecnicamente al limite di ogni criterio di sicurezza e funzionalità.
Oltre a questo collo di bottiglia c’è da mettere in conto la questione del trasporto del GNL che richiede uno specifico tipo di navi (gasiere o LNG carriers) in numero decisamente crescente: per rifornire l’Europa della stessa quantità di gas erogato attraverso il Nord Stream 1 (55 mld di mc/anno) occorrerebbero tra le 600-650 gasiere su una flotta mondiale di poco superiore alle 900 unità.
La lotteria del buio (per non parlare del freddo)
L’esportazione di GNL negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata specie nei confronti dei paesi asiatici (Cina, Giappone e Corea del Sud da sole assommano al 54% di tutte le importazioni) facendo registrare un corrispondente aumento nel prezzo del GNL. Con l’aumento delle importazioni verso l’Europa però, il prezzo è ulteriormente salito mettendo a rischio l’economia di paesi meno sviluppati che sono stati costretti a ridurre i consumi di gas fino a stabilire dei black-out programmati come è successo per il Bangladesh (130 milioni di abitanti) che non è collegato a gasdotti [5]. Ma una sorte analoga si prospetta anche per molti paesi della ricca e sviluppata Europa che hanno riposto la loro fiducia nel nucleare, ritenendo con ciò di essersi messi al riparo da eventuali black out legati alla “crisi” del gas.
È di questi giorni l’annuncio del primo ministro francese [6] di possibili interruzioni programmate del servizio elettrico a partire dal gennaio 2023, causa l’indisponibilità delle centrali nucleari (22 centrali su 56) dovuta principalmente a difetti di corrosione riscontrati nelle tubazioni degli scambiatori di calore. La Francia, da paese esportatore di energia, è diventato importatore: da circa sei mesi infatti importa sistematicamente tra i 12.000 e 14.000 Mw di potenza elettrica al giorno di cui 1200 circa dall’Italia, sfatando così l’altro falso mito (che ho sempre denunciato come tale) che l’importazione di energia dalla Francia all’Italia fosse dovuto a insufficiente capacità di generazione del nostro sistema elettrico.
Stessa situazione in Finlandia [7] che, a causa della messa fuori servizio della centrale nucleare di Olkiluoto 3 per seri problemi alle pompe di circolazione (era entrata in funzione pochi mesi fa, dopo un’attesa di 10 anni), si prepara a razionare l’energia elettrica.
Anche il primo ministro svedese ha annunciato provvedimenti analoghi a causa della indisponibilità di tre delle sei centrali nucleari oggi in funzione, suscitando lo sconcerto dei suoi concittadini abituati a standard di consumo elettrico pro capite fra i più alti al mondo [8].
Crolla così il mito dell’indipendenza e dell’affidabilità del nucleare, ma non per questo paesi come la Germania e l’Italia (che di nucleare ne hanno poco o niente) possono ritenersi fuori dal rischio black out, a meno di ricorrere a carbone e lignite come del resto già fanno la stessa Germania insieme a Polonia, Ungheria, Bulgaria e Romania.
L’etica del gas e quella dei cannoni
Quando si pose, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, l’interrogativo etico di quale atteggiamento assumere di fronte a questa guerra, i governanti europei non ebbero dubbi e così, attraverso la Commissione europea, vararono un elenco di divieti import/export, da e per la Russia, pressoché illimitato (dalle lozioni per capelli, alle apparecchiature elettroniche). Ma nel redigere quelle sanzioni, la loro coscienza non si è ispirata – a differenza di quella di Kant – ne al cielo stellato, né alla legge morale che sarebbe dovuta albergare in loro, tant’è vero che lasciarono fuori dall’elenco materie prime energetiche come l’uranio, il petrolio e il gas che seguitarono ad essere importati dalla Russia.
Accortisi di questa falla, i leader europei hanno tentato di porvi riparo stabilendo un tetto alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, ma dato che la “mano invisibile del mercato” è più potente di qualsiasi motivazione etica, non ci sono riusciti e quindi, pur di salvare la faccia hanno promosso una campagna in favore delle importazioni di GNL perché, dissero, non sarebbe stato etico seguitare a comprare il gas russo fornendo a Putin i soldi per alimentare la sua guerra.
A parte il fatto che, tutt’ora, 42 milioni di mc al giorno di gas transitano dalla Russia all’Europa, via Ucraina, bisogna mettere in conto che questa decisione ha fatto triplicare le importazioni di gas dagli Stati Uniti con un forte aggravio economico per i cittadini europei a cui è corrisposto un enorme profitto per le multinazionali statunitensi che ci vendono il “gas della libertà” [9] ad un prezzo 4-5 volte superiore a quello russo.
Le chiamano “dolorose” sanzioni (dolorose per noi cittadini europei) questi leader, aggiungendo però che questo è il prezzo da pagare per impedire a Putin di seguitare la guerra, ma si tratta di un inganno perché se si considera che sui profitti generati dalle esportazioni di gas USA verso l’Europa, gravano 80-90 milioni di dollari al giorno di tasse federali con cui il governo USA ripaga, in larga misura, il costo delle armi che invia all’Ucraina, vuol dire che noi europei continuiamo a finanziare la guerra, e più gas compriamo dagli USA, più la prolunghiamo.
Ponete fine a questa guerra e ridateci il gas russo
Ogni giorno che passa lo scontro in corso tra Est e Ovest, di cui la guerra in Ucraina è parte integrante, si palesa sempre di più come guerra per l’accaparramento di materie prime strategiche che servono all’occidente per realizzare la transizione energetica e la IV rivoluzione industriale. Nelle more di questa transizione, la funzione del gas – comunque la si pensi in proposito – è divenuta esiziale per l’Europa, in quanto ritenuta la fonte più versatile, economicamente più conveniente e ambientalmente meno impattante (rispetto a carbone e petrolio) per accompagnare nel breve periodo, l’avvento delle energie rinnovabili da qui al 2050. Questo scenario è stato sconvolto dagli interessi di paesi come Australia, Qatar e Stati Uniti che negli ultimi anni sono diventati i maggiori esportatori di GNL al mondo, con l’obiettivo comune di ridisegnare la mappa del mercato mondiale del gas a cominciare da quella europea. Prova ne sia che l’aumento più consistente del prezzo del gas naturale a livello internazionale si è verificato nel 2021 con punte del 600% (vale a dire prima dell’inizio della guerra), proprio a causa dell’aumento della domanda (e del prezzo) del GNL.
Nel nuovo scenario che si va delineando, gli Usa – che fino al 2016 importavano gas – hanno ipotecato il futuro economico e politico dell’Europa esportandovi gas, con due scopi principali: colpire gli interessi economici della Russia (nel 2015 iniziano le sanzioni contro la Russia per ostacolare il progetto Nord Stream 2); condizionare la politica europea, anche attraverso l’operato della Nato.
È uno scenario di pura follia per l’Europa che, da qualunque punto di vista lo si esamini, porta a conseguenze disastrose anche e soprattutto per chi ha a cuore le sorti della pace e dell’ambiente. Le prime essendo sotto ricatto della “falsa libertà” (come la chiamava Lu Hsün) rappresentata dalla Nato, le altre perché la “guerra del gas” è comunque un ostacolo alla transizione, dato che i costi complessivi del GNL (basti pensare agli investimenti necessari per la rigassificazione) sono talmente più alti di quelli del gas trasportato via tubo, da mettere in discussione gli investimenti nelle rinnovabili (già di per sè insufficienti) o comunque di ritardarli, senza contare poi che il GNL è significativamente più inquinante del gas trasportato via tubo e ancora di più se il gasdotto è sottomarino – come il Nord Stream – che non ha stazioni di pompaggio intermedie.
Quanto ai costi economici di questo passaggio epocale da “tubo a nave”, tutte le previsioni indicano che l’aumento del prezzo del gas è irreversibile [10], con ricadute sul costo della vita di milioni e milioni di cittadini europei decisamente insostenibili, cosa che non tocca minimamente l’atteggiamento dei leader europei, prima fra tutti la Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che nel discorso tenuto il 14 dicembre scorso al Parlamento europeo ha tenuto a precisare che “L’economicità della fornitura di energia da parte della Russia faceva parte del modello di business di molte industrie europee. Quel modello è stato infranto dall’attacco della Russia all’Ucraina. E la scomoda verità è che quel modello non tornerà”. È la versione paneuropea di ciò che Draghi, con tutta la tracotanza di cui è capace un banchiere, disse agli italiani “Volete la pace o i condizionatori accesi”, come non si sapesse che il condizionatore, ammesso che ce l’abbiano tutti, resterebbe comunque acceso per chi si può permettere di pagare il prezzo di una scelta – quella del GNL – che, come s’è visto, alimenta la guerra e ha dei costi insopportabili per quei mortali che non vivono di “business”, ma di salari, pensioni o, peggio ancora, precarietà.
Note
[1] https://am.lrv.lt/uploads/am/documents/files/PAV/11_-_environmental_impact_assessment_denmark__nord_stream_2_-_north-western_route__august_2018(2).pdf
[2] https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_196240.htm?selectedLocale=en
[3] https://www.labottegadelbarbieri.org/il-sabotaggio-del-nord-stream-1-e-2-e-un-atto-di-guerra-contro-la-popolazione-europea/
[4] Per treno di un impianto di produzione GNL si intendo tre operazioni sequenziali: trattamento del gas (purificazione); compressione; refrigerazione. Data la possibilità che durante queste operazioni possano divampare incendi o prodursi scoppi, si usa mettere in parallelo al primo un secondo treno di compressori.
[5] https://www.dhakatribune.com/bangladesh/2022/10/11/lng-european-thirst-for-natural-gas-puts-bangladesh-in-dark
[6] https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2022/12/03/france-is-on-a-knife-edge-over-possible-power-cuts_6006449_5.html
https://www.wsj.com/articles/france-prepares-for-targeted-blackouts-if-energy-crisis-cold-winter-strain-grid-11669839036
[7] https://www.reuters.com/business/energy/finlands-energy-authority-says-risks-power-outages-increased-2022-12-01/?rpc=401&
[8] https://nord.news/2022/12/09/the-swedish-prime-minister-calls-for-energy-restraint-to-prevent-power-outages/
[9] Nel maggio del 2019 il presidente Trump autorizzò il Dipartimento dell’energia americano a lanciare una campagna di promozione internazionale dello shale gas (fracking) chiamandolo “freedom gas”. Nel luglio dello stesso anno, il segretario all’energia Rick Perry, durante una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, disse: “Gli Stati Uniti stanno nuovamente offrendo una forma di libertà al continente europeo, ma invece che sotto forma di giovani soldati americani, è sotto forma di gas naturale liquefatto” https://www.energy.gov/articles/department-energy-authorizes-additional-lng-exports-freeport-lng
[10] https://www.montelnews.com/news/1373423/race-for-lng-in-2023-to-cause-new-gas-price-spikes–expert-
Fonte
Che sia stato impossibile per i russi sabotare i propri gasdotti (a parte l’evidente mancanza di tornaconto), lo dimostrano – oltre ogni ragionevole dubbio – le mappe numero 1 e 2 sopra riportate, facenti parte della valutazione di impatto ambientale sul gasdotto Nord Stream 2, commissionata nel 2018 dalla Agenzia Danese per l’energia [1]. Nella Mappa n. 1 sono evidenziati i punti delle esplosioni che ricadono in un’area classificata dal Governo danese come “zona di tiro” per esercitazioni militari (tratteggiata in rosso nella Mappa n. 2), peraltro confinante con una vasta zona (tratteggiata in nero) riservata alle manovre dei sottomarini, zone in cui lo scorso luglio si svolse una esercitazione navale della Nato [2].
Oskar La Fontaine, in una recente intervista, ha lasciato intendere chiaramente che l’attentato – di cui a Berlino si sa tutto – non può essere avvenuto senza il consenso di Washington e che si tratta di un atto di guerra contro la Germania. La Fontaine ha militato nella sinistra ma, da buon tedesco, mette al primo posto le sorti della Germania invece che quelle della popolazione civile europea che, come scrissi a suo tempo [3], è la vittima reale di questi attentati i cui effetti si stanno delineando assai più gravi di quanto si lasci intendere all’opinione pubblica.
Propaganda vs. termodinamica
La propaganda ha riguardato due aspetti principali: il primo relativo agli stoccaggi di gas che, è stato assicurato, hanno raggiunto in molti paesi europei il 90%. A parte il fatto che non tutti i paesi europei possiedono siti di stoccaggio, ma a quale volume è riferito questo 90%? Concretamente la capacità totale di stoccaggio europea si aggira sui 90-95 mld di metri cubi (limite dovuto a ragioni fisiche) a fronte di un consumo annuale di oltre 550 mld di metri cubi per cui, pur considerando gli apporti dei gasdotti “altri” (non russi), resta comunque un deficit strutturale che deve essere colmato in qualche modo. In pratica, esclusa la Norvegia – che esporta gas in Europa, ma non fa parte della Unione Europea (UE) – tutti i paesi sono a rischio.
L’altro aspetto è consistito nell’assicurare l’opinione pubblica che, attraverso la rete dei gasdotti “altri” e ricorrendo all’importazione di Gas Naturale Liquefatto (GNL), si era in grado di fare a meno del gas russo. I gasdotti altri sono quelli provenienti da Norvegia, Algeria, Libia e Azerbaigian (attraverso il TAP); cassata la Libia (per ovvi motivi di inaffidabilità) tutti gli altri gasdotti operano già al limite della capacità e gli accordi presi in sede UE o dall’ex Presidente del consiglio Draghi, rappresentano dei pannicelli caldi in quanto il limite nella fornitura di gas via gasdotto è rappresentato dal gasdotto stesso. Detto in parole semplici la quantità massima di gas che può passare attraverso un tubo è influenzata dalle caratteristiche del gas (temperatura e pressione) ma è decisamente ancorata alla sezione del tubo e alle caratteristiche della stazione di pompaggio: si può aumentare un poco la portata agendo sulla pressione, ma più di tanto non si può e, non a caso, gli accordi presi prevedono 10-15 miliardi di mc in più dalla Norvegia (verso l’Europa, ma non per l’Italia); 5 miliardi di mc in più dall’Algeria verso l’Italia, ma non prima di due anni; 2 miliardi di mc in più dal TAP non prima del 2027, previo potenziamento del sistema di pompaggio.
Propaganda vs. fattibilità
Resta la carta del GNL il cui limite operativo non dipende da fattori tecnologici, ma dalle infrastrutture che sono rappresentate dal numero di navi gasiere disponibili sul mercato e dai terminali di liquefazione (in partenza) e di rigassificazione (in arrivo). Negli Usa (principale esportatore di GNL verso l'Europa) si stanno realizzando enormi investimenti per raddoppiare i “treni”[4] di produzione che già ora consentono di esportare 95 miliardi di mc di GNL in tutto il mondo, attraverso sette terminali di cui quattro situati nel Golfo del Messico, due sulla costa atlantica e uno in Alaska a cui però non fa riscontro un equivalente sviluppo dei terminali di ricezione sulle coste europee.
Di qui la corsa frenetica ai rigassificatori galleggianti che vede in prima linea paesi come Germania (3-5 navi da collocare sulle coste del mare del Nord); Francia (2 navi da collocare sulla costa atlantica + un gasdotto sottomarino tra il terminale spagnolo di Barcellona e quello di Fos in Francia); Italia almeno 3 nuovi terminali di cui uno già stabilito d’autorità dal governo Draghi nel porto di Piombino: una decisione scellerata e tecnicamente al limite di ogni criterio di sicurezza e funzionalità.
Oltre a questo collo di bottiglia c’è da mettere in conto la questione del trasporto del GNL che richiede uno specifico tipo di navi (gasiere o LNG carriers) in numero decisamente crescente: per rifornire l’Europa della stessa quantità di gas erogato attraverso il Nord Stream 1 (55 mld di mc/anno) occorrerebbero tra le 600-650 gasiere su una flotta mondiale di poco superiore alle 900 unità.
La lotteria del buio (per non parlare del freddo)
L’esportazione di GNL negli ultimi dieci anni è più che raddoppiata specie nei confronti dei paesi asiatici (Cina, Giappone e Corea del Sud da sole assommano al 54% di tutte le importazioni) facendo registrare un corrispondente aumento nel prezzo del GNL. Con l’aumento delle importazioni verso l’Europa però, il prezzo è ulteriormente salito mettendo a rischio l’economia di paesi meno sviluppati che sono stati costretti a ridurre i consumi di gas fino a stabilire dei black-out programmati come è successo per il Bangladesh (130 milioni di abitanti) che non è collegato a gasdotti [5]. Ma una sorte analoga si prospetta anche per molti paesi della ricca e sviluppata Europa che hanno riposto la loro fiducia nel nucleare, ritenendo con ciò di essersi messi al riparo da eventuali black out legati alla “crisi” del gas.
È di questi giorni l’annuncio del primo ministro francese [6] di possibili interruzioni programmate del servizio elettrico a partire dal gennaio 2023, causa l’indisponibilità delle centrali nucleari (22 centrali su 56) dovuta principalmente a difetti di corrosione riscontrati nelle tubazioni degli scambiatori di calore. La Francia, da paese esportatore di energia, è diventato importatore: da circa sei mesi infatti importa sistematicamente tra i 12.000 e 14.000 Mw di potenza elettrica al giorno di cui 1200 circa dall’Italia, sfatando così l’altro falso mito (che ho sempre denunciato come tale) che l’importazione di energia dalla Francia all’Italia fosse dovuto a insufficiente capacità di generazione del nostro sistema elettrico.
Stessa situazione in Finlandia [7] che, a causa della messa fuori servizio della centrale nucleare di Olkiluoto 3 per seri problemi alle pompe di circolazione (era entrata in funzione pochi mesi fa, dopo un’attesa di 10 anni), si prepara a razionare l’energia elettrica.
Anche il primo ministro svedese ha annunciato provvedimenti analoghi a causa della indisponibilità di tre delle sei centrali nucleari oggi in funzione, suscitando lo sconcerto dei suoi concittadini abituati a standard di consumo elettrico pro capite fra i più alti al mondo [8].
Crolla così il mito dell’indipendenza e dell’affidabilità del nucleare, ma non per questo paesi come la Germania e l’Italia (che di nucleare ne hanno poco o niente) possono ritenersi fuori dal rischio black out, a meno di ricorrere a carbone e lignite come del resto già fanno la stessa Germania insieme a Polonia, Ungheria, Bulgaria e Romania.
L’etica del gas e quella dei cannoni
Quando si pose, all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, l’interrogativo etico di quale atteggiamento assumere di fronte a questa guerra, i governanti europei non ebbero dubbi e così, attraverso la Commissione europea, vararono un elenco di divieti import/export, da e per la Russia, pressoché illimitato (dalle lozioni per capelli, alle apparecchiature elettroniche). Ma nel redigere quelle sanzioni, la loro coscienza non si è ispirata – a differenza di quella di Kant – ne al cielo stellato, né alla legge morale che sarebbe dovuta albergare in loro, tant’è vero che lasciarono fuori dall’elenco materie prime energetiche come l’uranio, il petrolio e il gas che seguitarono ad essere importati dalla Russia.
Accortisi di questa falla, i leader europei hanno tentato di porvi riparo stabilendo un tetto alle importazioni di gas e petrolio dalla Russia, ma dato che la “mano invisibile del mercato” è più potente di qualsiasi motivazione etica, non ci sono riusciti e quindi, pur di salvare la faccia hanno promosso una campagna in favore delle importazioni di GNL perché, dissero, non sarebbe stato etico seguitare a comprare il gas russo fornendo a Putin i soldi per alimentare la sua guerra.
A parte il fatto che, tutt’ora, 42 milioni di mc al giorno di gas transitano dalla Russia all’Europa, via Ucraina, bisogna mettere in conto che questa decisione ha fatto triplicare le importazioni di gas dagli Stati Uniti con un forte aggravio economico per i cittadini europei a cui è corrisposto un enorme profitto per le multinazionali statunitensi che ci vendono il “gas della libertà” [9] ad un prezzo 4-5 volte superiore a quello russo.
Le chiamano “dolorose” sanzioni (dolorose per noi cittadini europei) questi leader, aggiungendo però che questo è il prezzo da pagare per impedire a Putin di seguitare la guerra, ma si tratta di un inganno perché se si considera che sui profitti generati dalle esportazioni di gas USA verso l’Europa, gravano 80-90 milioni di dollari al giorno di tasse federali con cui il governo USA ripaga, in larga misura, il costo delle armi che invia all’Ucraina, vuol dire che noi europei continuiamo a finanziare la guerra, e più gas compriamo dagli USA, più la prolunghiamo.
Ponete fine a questa guerra e ridateci il gas russo
Ogni giorno che passa lo scontro in corso tra Est e Ovest, di cui la guerra in Ucraina è parte integrante, si palesa sempre di più come guerra per l’accaparramento di materie prime strategiche che servono all’occidente per realizzare la transizione energetica e la IV rivoluzione industriale. Nelle more di questa transizione, la funzione del gas – comunque la si pensi in proposito – è divenuta esiziale per l’Europa, in quanto ritenuta la fonte più versatile, economicamente più conveniente e ambientalmente meno impattante (rispetto a carbone e petrolio) per accompagnare nel breve periodo, l’avvento delle energie rinnovabili da qui al 2050. Questo scenario è stato sconvolto dagli interessi di paesi come Australia, Qatar e Stati Uniti che negli ultimi anni sono diventati i maggiori esportatori di GNL al mondo, con l’obiettivo comune di ridisegnare la mappa del mercato mondiale del gas a cominciare da quella europea. Prova ne sia che l’aumento più consistente del prezzo del gas naturale a livello internazionale si è verificato nel 2021 con punte del 600% (vale a dire prima dell’inizio della guerra), proprio a causa dell’aumento della domanda (e del prezzo) del GNL.
Nel nuovo scenario che si va delineando, gli Usa – che fino al 2016 importavano gas – hanno ipotecato il futuro economico e politico dell’Europa esportandovi gas, con due scopi principali: colpire gli interessi economici della Russia (nel 2015 iniziano le sanzioni contro la Russia per ostacolare il progetto Nord Stream 2); condizionare la politica europea, anche attraverso l’operato della Nato.
È uno scenario di pura follia per l’Europa che, da qualunque punto di vista lo si esamini, porta a conseguenze disastrose anche e soprattutto per chi ha a cuore le sorti della pace e dell’ambiente. Le prime essendo sotto ricatto della “falsa libertà” (come la chiamava Lu Hsün) rappresentata dalla Nato, le altre perché la “guerra del gas” è comunque un ostacolo alla transizione, dato che i costi complessivi del GNL (basti pensare agli investimenti necessari per la rigassificazione) sono talmente più alti di quelli del gas trasportato via tubo, da mettere in discussione gli investimenti nelle rinnovabili (già di per sè insufficienti) o comunque di ritardarli, senza contare poi che il GNL è significativamente più inquinante del gas trasportato via tubo e ancora di più se il gasdotto è sottomarino – come il Nord Stream – che non ha stazioni di pompaggio intermedie.
Quanto ai costi economici di questo passaggio epocale da “tubo a nave”, tutte le previsioni indicano che l’aumento del prezzo del gas è irreversibile [10], con ricadute sul costo della vita di milioni e milioni di cittadini europei decisamente insostenibili, cosa che non tocca minimamente l’atteggiamento dei leader europei, prima fra tutti la Presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, che nel discorso tenuto il 14 dicembre scorso al Parlamento europeo ha tenuto a precisare che “L’economicità della fornitura di energia da parte della Russia faceva parte del modello di business di molte industrie europee. Quel modello è stato infranto dall’attacco della Russia all’Ucraina. E la scomoda verità è che quel modello non tornerà”. È la versione paneuropea di ciò che Draghi, con tutta la tracotanza di cui è capace un banchiere, disse agli italiani “Volete la pace o i condizionatori accesi”, come non si sapesse che il condizionatore, ammesso che ce l’abbiano tutti, resterebbe comunque acceso per chi si può permettere di pagare il prezzo di una scelta – quella del GNL – che, come s’è visto, alimenta la guerra e ha dei costi insopportabili per quei mortali che non vivono di “business”, ma di salari, pensioni o, peggio ancora, precarietà.
Note
[1] https://am.lrv.lt/uploads/am/documents/files/PAV/11_-_environmental_impact_assessment_denmark__nord_stream_2_-_north-western_route__august_2018(2).pdf
[2] https://www.nato.int/cps/en/natohq/news_196240.htm?selectedLocale=en
[3] https://www.labottegadelbarbieri.org/il-sabotaggio-del-nord-stream-1-e-2-e-un-atto-di-guerra-contro-la-popolazione-europea/
[4] Per treno di un impianto di produzione GNL si intendo tre operazioni sequenziali: trattamento del gas (purificazione); compressione; refrigerazione. Data la possibilità che durante queste operazioni possano divampare incendi o prodursi scoppi, si usa mettere in parallelo al primo un secondo treno di compressori.
[5] https://www.dhakatribune.com/bangladesh/2022/10/11/lng-european-thirst-for-natural-gas-puts-bangladesh-in-dark
[6] https://www.lemonde.fr/en/politics/article/2022/12/03/france-is-on-a-knife-edge-over-possible-power-cuts_6006449_5.html
https://www.wsj.com/articles/france-prepares-for-targeted-blackouts-if-energy-crisis-cold-winter-strain-grid-11669839036
[7] https://www.reuters.com/business/energy/finlands-energy-authority-says-risks-power-outages-increased-2022-12-01/?rpc=401&
[8] https://nord.news/2022/12/09/the-swedish-prime-minister-calls-for-energy-restraint-to-prevent-power-outages/
[9] Nel maggio del 2019 il presidente Trump autorizzò il Dipartimento dell’energia americano a lanciare una campagna di promozione internazionale dello shale gas (fracking) chiamandolo “freedom gas”. Nel luglio dello stesso anno, il segretario all’energia Rick Perry, durante una conferenza stampa tenuta a Bruxelles, disse: “Gli Stati Uniti stanno nuovamente offrendo una forma di libertà al continente europeo, ma invece che sotto forma di giovani soldati americani, è sotto forma di gas naturale liquefatto” https://www.energy.gov/articles/department-energy-authorizes-additional-lng-exports-freeport-lng
[10] https://www.montelnews.com/news/1373423/race-for-lng-in-2023-to-cause-new-gas-price-spikes–expert-
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04/11/2022
La Russia accusa formalmente la Gran Bretagna per attentato al gasdotto e attacco alle navi russe
Una corrispondenza intercettata tra l’ex primo ministro britannico Liz Truss e il segretario di Stato americano Anthony Blinken confermerebbe il coinvolgimento della Marina britannica nel sabotaggio del gasdotto Nord Stream.
“Impossibile non prestare attenzione al messaggio SMS con cui il primo ministro britannico Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione dei gasdotti, riferisce immediatamente al segretario di Stato americano Anthony Blinken che 'tutto è stato fatto'”, ha denunciato il segretario del Consiglio di Sicurezza russo Patrushev in una riunione con i responsabili della sicurezza dei paesi della CSI.
Il fatto che il 26 settembre l’allora premier Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione al gasdotto Nord Stream abbia scritto al segretario di Stato Usa Antony Blinken un messaggio con il testo “tutto è fatto”, conferma il coinvolgimento della Marina britannica nell’attacco al Nord Stream. Lo ha affermato Patrushev citando un tweet dell’imprenditore tedesco-finlandese Kim Dotcom. È così che “i russi sapevano che la Gran Bretagna aveva fatto saltare in aria gli oleodotti”, ha affermato Dotcom, il quale però non ha rivelato la fonte della sua informazione.
Il fondatore delle piattaforme di condivisione di file Megaupload e Mega Kim Schmitz, noto anche come Kim Dotcom, aveva scritto su Twitter che Liz Truss aveva inviato a Blinken il messaggio “tutto è fatto” un minuto dopo le esplosioni sui gasdotti Nord Stream.
Il giornale britannico Daily Mail, ha scritto che il telefono di Truss sarebbe stato violato e che la sua corrispondenza è trapelata all’esterno. Secondo il Daily Mail, Kim Dotcom ha affermato di aver appreso del messaggio dall’iCloud di Truss, dopo che era stato rivelato che la Russia aveva violato il suo telefono mentre la Truss era ancora ministro degli esteri. Finora, sostiene il giornale britannico, nè Kim né il portavoce del Cremlino Peskov hanno rilasciato le prove di quanto affermano di aver visto.
Sul piano ufficiale invece, l’ambasciatrice della Gran Bretagna in Russia, Deborah Bronnert, è stata convocata al ministero degli Esteri russo per ricevere la protesta formale per il coinvolgimento di Londra nell’attacco condotto dalle forze armate ucraine contro le navi russe nel porto di Sebastopoli. Lo riferisce la Ria Novosti spiegando che Bronnert è arrivata al ministero degli Esteri russo intorno alle 10 di questa mattina. Davanti al ministero, scrive l’agenzia, è stata accolta da una manifestazione dove sono stati lanciati slogan “la Gran Bretagna è un paese terrorista”.
Fonte
“Impossibile non prestare attenzione al messaggio SMS con cui il primo ministro britannico Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione dei gasdotti, riferisce immediatamente al segretario di Stato americano Anthony Blinken che 'tutto è stato fatto'”, ha denunciato il segretario del Consiglio di Sicurezza russo Patrushev in una riunione con i responsabili della sicurezza dei paesi della CSI.
Il fatto che il 26 settembre l’allora premier Liz Truss, un minuto dopo l’esplosione al gasdotto Nord Stream abbia scritto al segretario di Stato Usa Antony Blinken un messaggio con il testo “tutto è fatto”, conferma il coinvolgimento della Marina britannica nell’attacco al Nord Stream. Lo ha affermato Patrushev citando un tweet dell’imprenditore tedesco-finlandese Kim Dotcom. È così che “i russi sapevano che la Gran Bretagna aveva fatto saltare in aria gli oleodotti”, ha affermato Dotcom, il quale però non ha rivelato la fonte della sua informazione.
Il fondatore delle piattaforme di condivisione di file Megaupload e Mega Kim Schmitz, noto anche come Kim Dotcom, aveva scritto su Twitter che Liz Truss aveva inviato a Blinken il messaggio “tutto è fatto” un minuto dopo le esplosioni sui gasdotti Nord Stream.
Il giornale britannico Daily Mail, ha scritto che il telefono di Truss sarebbe stato violato e che la sua corrispondenza è trapelata all’esterno. Secondo il Daily Mail, Kim Dotcom ha affermato di aver appreso del messaggio dall’iCloud di Truss, dopo che era stato rivelato che la Russia aveva violato il suo telefono mentre la Truss era ancora ministro degli esteri. Finora, sostiene il giornale britannico, nè Kim né il portavoce del Cremlino Peskov hanno rilasciato le prove di quanto affermano di aver visto.
Sul piano ufficiale invece, l’ambasciatrice della Gran Bretagna in Russia, Deborah Bronnert, è stata convocata al ministero degli Esteri russo per ricevere la protesta formale per il coinvolgimento di Londra nell’attacco condotto dalle forze armate ucraine contro le navi russe nel porto di Sebastopoli. Lo riferisce la Ria Novosti spiegando che Bronnert è arrivata al ministero degli Esteri russo intorno alle 10 di questa mattina. Davanti al ministero, scrive l’agenzia, è stata accolta da una manifestazione dove sono stati lanciati slogan “la Gran Bretagna è un paese terrorista”.
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20/10/2022
L’imbarazzante indagine sul sabotaggio dei gasdotti North Stream
Sta diventando sempre più imbarazzante per la Germania e l’Alleanza Atlantica l’indagine sui sabotaggi ai gasdotti North Stream che portavano il gas dalla Russia alla Germania e quindi all’Europa.
Entrambe le ipotesi sui mandanti hanno ripercussioni pesanti. Se fossero stati i russi dovrebbero saltare molte teste dentro l’alleanza. I sabotaggi sono avvenuti nel cortile di casa della Nato e nei pressi dell’isola di Bornholm dove ha sede una base militare proprio della Nato. Una operazione condotta sotto il naso delle strutture e delle aree controllate dall’alleanza sarebbe uno smacco senza precedenti.
Ma se non sono stati i russi e sono stati USA/Gran Bretagna/Polonia, significa che hanno colpito alle spalle, con deliberato fuoco amico, un alleato storico Nato: la Germania. Insomma una alternativa del diavolo.
Il Washington Post rivela che gli investigatori tedeschi hanno stabilito che la serie di esplosioni lungo i principali gasdotti sottomarini che collegano la Russia all’Europa sono state probabilmente causate da un sabotaggio, ma non sono stati in grado di collegare in modo definitivo il sospetto sabotaggio a un singolo attore. Secondo il WP alcuni funzionari tedeschi affermano di lavorare sull’ipotesi che dietro le esplosioni ci sia la Russia. Le esplosioni hanno creato perdite in tre dei quattro tubi che fanno parte dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2, costruiti sotto il Mar Baltico per trasportare il gas naturale dalla Russia all’Europa.
Mosca ha negato la responsabilità e ha affermato che le esplosioni sono state un attacco terroristico mirato contro gli interessi russi. All’inizio di questo mese, un’indagine preliminare svedese ha concluso che le esplosioni avvenute a fine settembre sono state probabilmente causate da un sabotaggio, ma non ha nemmeno indicato un colpevole. L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico ha dichiarato, poco dopo gli attacchi, che le fughe erano il risultato di un sabotaggio, ma non ha fornito alcuna prova né ha indicato un colpevole. Una teoria sull’attacco è che gli ordigni esplosivi siano stati lanciati da una nave e poi fatti esplodere a distanza, hanno detto i funzionari tedeschi, ma se così fosse significa che una nave russa era transitata sotto il naso delle difese militari della Nato nel Mar Baltico.
Le immagini dei luoghi dell’esplosione indicano che gli esplosivi avevano la forza di circa 500 chilogrammi di TNT, secondo i funzionari tedeschi.
Nord Stream era il principale gasdotto per le esportazioni di gas del gigante energetico russo Gazprom, controllato dallo Stato, verso l’Europa occidentale, fino a quando la società ha iniziato a ridurre i flussi quest’estate. Ad agosto ha interrotto tutte le forniture, adducendo problemi tecnici e sanzioni occidentali. Mosca ha poi dichiarato che avrebbe mantenuto le esportazioni chiuse a tempo indeterminato.
Il Nord Stream 2, è un gasdotto più recente costruito accanto al più vecchio Nord Stream 1, ed è operativo dall’anno scorso ma non è mai stato messo in funzione. Entrambi i gasdotti, tuttavia, erano pieni di gas al momento dell’incidente. Il gas è fuoriuscito per diversi giorni, causando grandi pozze d’acqua gorgogliante che hanno impedito alle navi di avvicinarsi.
L’unico gasdotto non danneggiato dalle esplosioni era una delle due linee del Nord Stream 2. La Germania, su pressione degli Usa e degli alleati (soprattutto la Polonia) si è rifiutata di certificare il Nord Stream 2 dopo che la Russia ha attaccato l’Ucraina. Secondo il Washington Post alcuni funzionari tedeschi sostengono che, mantenendo aperta una linea durante il sospetto attacco, la Russia stia cercando di aumentare la pressione sui politici tedeschi affinché cedano e aprano il Nord Stream 2. La Germania assiste da settimane a proteste popolari sempre più frequenti, soprattutto nei land della parte orientale del Paese, contro le sanzioni e gli aumenti di bollette del riscaldamento e dell’elettricità.
I gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 attraversano le acque di Germania, Svezia e Danimarca. Tutti e tre i Paesi stanno indagando sull’incidente. Le autorità svedesi e danesi non hanno ancora reso noti molti dettagli delle loro indagini. Il procuratore federale tedesco ha aperto un’indagine penale sugli attacchi, sospettando un sabotaggio.
Ma, come riferivamo ieri sul giornale, il governo tedesco si è rifiutato di rispondere al Bundestag alle domande dei parlamentari sulle indagini in corso sul sabotaggio dei gasdotti.
In Svezia, l’indagine è condotta dal servizio di controspionaggio del Paese. In Danimarca e Germania, la polizia e le marine militari di quei Paesi sono coinvolte nelle indagini. Per motivi amministrativi che regolano la condivisione di intelligence tra agenzie, la Svezia non sta conducendo un’indagine congiunta con i suoi due vicini, ma i funzionari affermano che i tre Paesi stanno collaborando strettamente tra loro e con i partner della NATO.
Il Cremlino ha definito l’incidente un atto di terrorismo internazionale.
La Russia afferma di disporre di informazioni sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2. Sergey Naryshkin, direttore del Servizio segreto estero russo (SVR), ha dichiarato alla TASS che: “Ci sono dei dati, ma non voglio essere specifico”.
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Entrambe le ipotesi sui mandanti hanno ripercussioni pesanti. Se fossero stati i russi dovrebbero saltare molte teste dentro l’alleanza. I sabotaggi sono avvenuti nel cortile di casa della Nato e nei pressi dell’isola di Bornholm dove ha sede una base militare proprio della Nato. Una operazione condotta sotto il naso delle strutture e delle aree controllate dall’alleanza sarebbe uno smacco senza precedenti.
Ma se non sono stati i russi e sono stati USA/Gran Bretagna/Polonia, significa che hanno colpito alle spalle, con deliberato fuoco amico, un alleato storico Nato: la Germania. Insomma una alternativa del diavolo.
Il Washington Post rivela che gli investigatori tedeschi hanno stabilito che la serie di esplosioni lungo i principali gasdotti sottomarini che collegano la Russia all’Europa sono state probabilmente causate da un sabotaggio, ma non sono stati in grado di collegare in modo definitivo il sospetto sabotaggio a un singolo attore. Secondo il WP alcuni funzionari tedeschi affermano di lavorare sull’ipotesi che dietro le esplosioni ci sia la Russia. Le esplosioni hanno creato perdite in tre dei quattro tubi che fanno parte dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2, costruiti sotto il Mar Baltico per trasportare il gas naturale dalla Russia all’Europa.
Mosca ha negato la responsabilità e ha affermato che le esplosioni sono state un attacco terroristico mirato contro gli interessi russi. All’inizio di questo mese, un’indagine preliminare svedese ha concluso che le esplosioni avvenute a fine settembre sono state probabilmente causate da un sabotaggio, ma non ha nemmeno indicato un colpevole. L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico ha dichiarato, poco dopo gli attacchi, che le fughe erano il risultato di un sabotaggio, ma non ha fornito alcuna prova né ha indicato un colpevole. Una teoria sull’attacco è che gli ordigni esplosivi siano stati lanciati da una nave e poi fatti esplodere a distanza, hanno detto i funzionari tedeschi, ma se così fosse significa che una nave russa era transitata sotto il naso delle difese militari della Nato nel Mar Baltico.
Le immagini dei luoghi dell’esplosione indicano che gli esplosivi avevano la forza di circa 500 chilogrammi di TNT, secondo i funzionari tedeschi.
Nord Stream era il principale gasdotto per le esportazioni di gas del gigante energetico russo Gazprom, controllato dallo Stato, verso l’Europa occidentale, fino a quando la società ha iniziato a ridurre i flussi quest’estate. Ad agosto ha interrotto tutte le forniture, adducendo problemi tecnici e sanzioni occidentali. Mosca ha poi dichiarato che avrebbe mantenuto le esportazioni chiuse a tempo indeterminato.
Il Nord Stream 2, è un gasdotto più recente costruito accanto al più vecchio Nord Stream 1, ed è operativo dall’anno scorso ma non è mai stato messo in funzione. Entrambi i gasdotti, tuttavia, erano pieni di gas al momento dell’incidente. Il gas è fuoriuscito per diversi giorni, causando grandi pozze d’acqua gorgogliante che hanno impedito alle navi di avvicinarsi.
L’unico gasdotto non danneggiato dalle esplosioni era una delle due linee del Nord Stream 2. La Germania, su pressione degli Usa e degli alleati (soprattutto la Polonia) si è rifiutata di certificare il Nord Stream 2 dopo che la Russia ha attaccato l’Ucraina. Secondo il Washington Post alcuni funzionari tedeschi sostengono che, mantenendo aperta una linea durante il sospetto attacco, la Russia stia cercando di aumentare la pressione sui politici tedeschi affinché cedano e aprano il Nord Stream 2. La Germania assiste da settimane a proteste popolari sempre più frequenti, soprattutto nei land della parte orientale del Paese, contro le sanzioni e gli aumenti di bollette del riscaldamento e dell’elettricità.
I gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 attraversano le acque di Germania, Svezia e Danimarca. Tutti e tre i Paesi stanno indagando sull’incidente. Le autorità svedesi e danesi non hanno ancora reso noti molti dettagli delle loro indagini. Il procuratore federale tedesco ha aperto un’indagine penale sugli attacchi, sospettando un sabotaggio.
Ma, come riferivamo ieri sul giornale, il governo tedesco si è rifiutato di rispondere al Bundestag alle domande dei parlamentari sulle indagini in corso sul sabotaggio dei gasdotti.
In Svezia, l’indagine è condotta dal servizio di controspionaggio del Paese. In Danimarca e Germania, la polizia e le marine militari di quei Paesi sono coinvolte nelle indagini. Per motivi amministrativi che regolano la condivisione di intelligence tra agenzie, la Svezia non sta conducendo un’indagine congiunta con i suoi due vicini, ma i funzionari affermano che i tre Paesi stanno collaborando strettamente tra loro e con i partner della NATO.
Il Cremlino ha definito l’incidente un atto di terrorismo internazionale.
La Russia afferma di disporre di informazioni sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2. Sergey Naryshkin, direttore del Servizio segreto estero russo (SVR), ha dichiarato alla TASS che: “Ci sono dei dati, ma non voglio essere specifico”.
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19/10/2022
Germania - I servizi segreti tedeschi a caccia di fantasmi
“I capi dell’intelligence tedesca parlano della “dichiarazione di guerra” di Putin all’Occidente”, titola il giornale tedesco Der Spiegel. “Spettacolo di propaganda” replica il giornale della sinistra Junge Welt.
L’audizione al Bundestag dei responsabili dei servizi segreti tedeschi, appare decisamente rivelatrice del clima di isteria bellicista e antirussa che si va diffondendo in Europa.
Lunedì, i capi dei servizi segreti tedeschi hanno esposto il loro lavoro e le loro preoccupazioni al Parlamento. Sono stati ascoltati Thomas Haldenwang, presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BFV); Bruno Kahl, presidente del Servizio federale di intelligence (BND) e Martina Rosenberg, presidente dell’Ufficio federale del servizio di controspionaggio militare (MAD).
Secondo il capo della BND, Bruno Kahl, Putin vuole imporre una “pace dettata” attraverso l’uso di armi nucleari “substrategiche”. Inoltre, Putin non si preoccupa affatto del territorio conquistato, ma di una “dichiarazione di guerra contro l’intero mondo occidentale libero democratico”.
Thomas Haldenwang sostiene che nella competizione sistemica tra autocrazia e democrazia postulata dalla propaganda occidentale, la Russia utilizza “questioni critiche” per dividere la società tedesca. Secondo Haldenwang, ci sono anche cosiddetti influencer che sono sul “libro paga” di Mosca. Il capo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione ha nominato come “agente di influenza” russo una videoreporter: Alina Lipp.
Alina Lipp è una ex rappresentante dei Verdi in Bassa Sassonia, membro consultivo del comitato ambientale della città di Hannover e a Lüneburg. La 28enne è nata ad Amburgo da madre tedesca e padre russo. Sul suo canale Telegram “Notizie dalla Russia”, Lipp ha ormai più di 120.000 follower e da mesi cura dei reportage dalla regione del Donbass.
Per reagire alla presunta disinformazione filorussa, è stata istituita una forza speciale nel ministero federale dell’Interno. Questa unità individua le bugie della propaganda nemica e nominano qualcuno responsabile “che racconta anche la contro-storia”, ha spiegato Haldenwang. In pratica si tratta dei cosiddetti cacciatori di fake news che però dimenticano sempre di smantellare quelle abbondantemente diffuse sui media occidentali (ultima quella scatola di denti d’oro come prova di torture dei russi e poi rivelatasi sottratta a un dentista ucraino, ndr).
“Una rivalità sistemica è diventata un aperto conflitto”, ha spiegato ai deputati tedeschi il capo del BFV, Thomas Haldenwang. Ma secondo i servizi segreti tedeschi il conflitto in Ucraina è un “game changer” globale, nel quale non si possono escludere sviluppi che comprendano “minacce dirette alla sicurezza interna del nostro Paese”. E tra gli scenari presi in considerazione dagli 007 tedeschi, vi è anche l’esecuzione di “omicidi” in Germania, diretta conseguenza del fatto che sarebbe “calata la soglia di inibizione per le operazioni dei servizi segreti russi”.
Ma i servizi segreti tedeschi, così come il governo federale tedesco si rifiutano ancora di fornire qualsiasi informazione sugli autori degli attacchi ai gasdotti Nord Stream. Da un lato, secondo una risposta del ministero federale dell’Economia a una domanda della parlamentare Sahra Wagenknecht (Die Linke), “non è stato possibile svolgere indagini in loco” sulle scene degli attacchi. D’altra parte, “non dovrebbero essere fornite ulteriori informazioni per motivi di interesse pubblico (…)”, nemmeno in una forma classificata come segreta. Wagenknecht voleva sapere cosa aveva scoperto finora il governo e cosa poteva dire sulla presenza di navi provenienti dalla Russia o dai paesi della NATO sulle scene del crimine in quel momento in questione.
Il giornale Junge Welt riferisce che Zaklin Nastic (Die Linke), lunedì ha affermato che il riferimento alla “regola dei terzi” perché la Svezia non avrebbe condiviso alcuna informazione è stata “una manovra subdola per minare i diritti del Parlamento”. Presume “che il governo federale abbia fatto le sue scoperte perché una nave di servizio della flotta della Bundeswehr con capacità di ricognizione potrebbe essere stata nelle vicinanze durante gli attacchi” ed è stata anche indagata sul luogo dell’attacco. Il processo vero e proprio è interessante, “ci sono almeno 17 ore tra le esplosioni”.
La procura competente in Svezia aveva già dichiarato il 6 ottobre che non erano stati forniti dettagli sull’indagine perché il caso era “molto delicato”. Pochi giorni dopo, Stoccolma ha annunciato che non ci sarebbero state indagini congiunte con la Danimarca, sempre perché la questione era soggetta a un livello eccezionale di segretezza. Secondo il governo federale lunedì, nemmeno i tedeschi faranno parte di una squadra investigativa.
La guerra è ormai penetrata e dilagata in tutti gli interstizi della società e l’ondata di isteria che vediamo in Germania sta germogliando anche in Italia. Non cedere terreno verso i guerrafondai, sviluppare la mobilitazione contro la guerra e una comunicazione alternativa senza sconti diventa sempre più decisivo.
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L’audizione al Bundestag dei responsabili dei servizi segreti tedeschi, appare decisamente rivelatrice del clima di isteria bellicista e antirussa che si va diffondendo in Europa.
Lunedì, i capi dei servizi segreti tedeschi hanno esposto il loro lavoro e le loro preoccupazioni al Parlamento. Sono stati ascoltati Thomas Haldenwang, presidente dell’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BFV); Bruno Kahl, presidente del Servizio federale di intelligence (BND) e Martina Rosenberg, presidente dell’Ufficio federale del servizio di controspionaggio militare (MAD).
Secondo il capo della BND, Bruno Kahl, Putin vuole imporre una “pace dettata” attraverso l’uso di armi nucleari “substrategiche”. Inoltre, Putin non si preoccupa affatto del territorio conquistato, ma di una “dichiarazione di guerra contro l’intero mondo occidentale libero democratico”.
Thomas Haldenwang sostiene che nella competizione sistemica tra autocrazia e democrazia postulata dalla propaganda occidentale, la Russia utilizza “questioni critiche” per dividere la società tedesca. Secondo Haldenwang, ci sono anche cosiddetti influencer che sono sul “libro paga” di Mosca. Il capo dell’Ufficio per la protezione della Costituzione ha nominato come “agente di influenza” russo una videoreporter: Alina Lipp.
Alina Lipp è una ex rappresentante dei Verdi in Bassa Sassonia, membro consultivo del comitato ambientale della città di Hannover e a Lüneburg. La 28enne è nata ad Amburgo da madre tedesca e padre russo. Sul suo canale Telegram “Notizie dalla Russia”, Lipp ha ormai più di 120.000 follower e da mesi cura dei reportage dalla regione del Donbass.
Per reagire alla presunta disinformazione filorussa, è stata istituita una forza speciale nel ministero federale dell’Interno. Questa unità individua le bugie della propaganda nemica e nominano qualcuno responsabile “che racconta anche la contro-storia”, ha spiegato Haldenwang. In pratica si tratta dei cosiddetti cacciatori di fake news che però dimenticano sempre di smantellare quelle abbondantemente diffuse sui media occidentali (ultima quella scatola di denti d’oro come prova di torture dei russi e poi rivelatasi sottratta a un dentista ucraino, ndr).
“Una rivalità sistemica è diventata un aperto conflitto”, ha spiegato ai deputati tedeschi il capo del BFV, Thomas Haldenwang. Ma secondo i servizi segreti tedeschi il conflitto in Ucraina è un “game changer” globale, nel quale non si possono escludere sviluppi che comprendano “minacce dirette alla sicurezza interna del nostro Paese”. E tra gli scenari presi in considerazione dagli 007 tedeschi, vi è anche l’esecuzione di “omicidi” in Germania, diretta conseguenza del fatto che sarebbe “calata la soglia di inibizione per le operazioni dei servizi segreti russi”.
Ma i servizi segreti tedeschi, così come il governo federale tedesco si rifiutano ancora di fornire qualsiasi informazione sugli autori degli attacchi ai gasdotti Nord Stream. Da un lato, secondo una risposta del ministero federale dell’Economia a una domanda della parlamentare Sahra Wagenknecht (Die Linke), “non è stato possibile svolgere indagini in loco” sulle scene degli attacchi. D’altra parte, “non dovrebbero essere fornite ulteriori informazioni per motivi di interesse pubblico (…)”, nemmeno in una forma classificata come segreta. Wagenknecht voleva sapere cosa aveva scoperto finora il governo e cosa poteva dire sulla presenza di navi provenienti dalla Russia o dai paesi della NATO sulle scene del crimine in quel momento in questione.
Il giornale Junge Welt riferisce che Zaklin Nastic (Die Linke), lunedì ha affermato che il riferimento alla “regola dei terzi” perché la Svezia non avrebbe condiviso alcuna informazione è stata “una manovra subdola per minare i diritti del Parlamento”. Presume “che il governo federale abbia fatto le sue scoperte perché una nave di servizio della flotta della Bundeswehr con capacità di ricognizione potrebbe essere stata nelle vicinanze durante gli attacchi” ed è stata anche indagata sul luogo dell’attacco. Il processo vero e proprio è interessante, “ci sono almeno 17 ore tra le esplosioni”.
La procura competente in Svezia aveva già dichiarato il 6 ottobre che non erano stati forniti dettagli sull’indagine perché il caso era “molto delicato”. Pochi giorni dopo, Stoccolma ha annunciato che non ci sarebbero state indagini congiunte con la Danimarca, sempre perché la questione era soggetta a un livello eccezionale di segretezza. Secondo il governo federale lunedì, nemmeno i tedeschi faranno parte di una squadra investigativa.
La guerra è ormai penetrata e dilagata in tutti gli interstizi della società e l’ondata di isteria che vediamo in Germania sta germogliando anche in Italia. Non cedere terreno verso i guerrafondai, sviluppare la mobilitazione contro la guerra e una comunicazione alternativa senza sconti diventa sempre più decisivo.
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06/10/2022
Tragici giochi attorno al Nord Stream e al destino dell’Europa
L’impresa tedesca Griesemann Gruppe, tra le altre attività, gestisce manutenzione e riparazione del Nord Stream 1 e 2. Ora, l’economista tedesco-americano Max Otte scrive su Twitter che tre settimane prima dell’attacco al gasdotto, «il proprietario e capo dell’impresa, Peter Griesemann e la sua famiglia sono morti in un incidente aereo. I media tedeschi tacciono».
Max Otte non azzarda affermazione dirette. Si limita a constatare lo strano sincronismo tra incidente aereo e attacco alle due linee del gasdotto. Il 4 settembre scorso si erano persi i contatti radio col Cessna 551 con a bordo Peter, Juliane e Lisa Griesemann, insieme a Paul Föllmer, fidanzato di Lisa, mentre l’areo stava sorvolando il Mar Baltico, al largo della lettone Ventspils.
Il sito del Griesemann Gruppe riporta tuttora la notizia in apertura di pagina: «È con profondo dolore e grande sgomento che dobbiamo accomiatarci dal nostro fondatore e a lungo amministratore delegato Peter Griesemann, da Juliane Griesemann, Lisa Griesemann e Paul Föllmer. A causa dell’enigmatico e tragico incidente aereo del 4 settembre, le autorità non assicurano che i passeggeri possano esser trovati vivi».
Ancora Max Otte su Twitter scrive: «L’attacco terroristico al Nord stream 2 è un evento di importanza geopolitica maggiore del 11 settembre. Se l’attacco al World Trade Center aveva cambiato il clima politico interno e aveva inaugurato la fase di sconvolgimento geopolitico, ora ci avviciniamo al finale».
Ora, stando alla Tass, i tempi per ispezionare i danni subiti dalle due linee del gasdotto potrebbero essere abbastanza lunghi, a causa delle autorizzazioni (di navigazione, ancoraggio, immersione, ecc.) delle diverse autorità marittime nazionali; ma, a differenza di quanto ipotizzato in un primo momento, tecnicamente il Nord Stream potrebbe essere riparato. Un’affermazione in tal senso è venuta domenica scorsa dal vice Primo ministro ed ex Ministro dell’energia russo Aleksandr Novak, mentre sembra che dal 3 ottobre la pressione in entrambe le linee del gasdotto si sia stabilizzata.
In ogni caso, la tedesca heise.de scrive che, con la crisi energetica, l’industria chimica tedesca «sta con le spalle al muro».
Il futuro della raffineria PCK, ad esempio, è incerto; il governo federale «latita o si muove a casaccio» e a Schwedt sull’Oder (nel Brandeburgo, sede della PCK Raffinerie GmbH, una delle maggiori raffinerie tedesche, controllata al 54,17% da Rosneft Deutschland, al 37,5% da Shell Deutschland e al 8,33% da Eni Deutschland. Ha una capacità di lavorazione pari a 12 milioni di tonnellate di greggio).
Si moltiplicano le proteste in piazza. Manifestazioni con migliaia di persone si stanno ripetendo un po’ in tutta la Germania, ma soprattutto nella parte orientale del paese.
Anche la produzione del cosiddetto parco chimico, nell’area attorno a Leuna, a ovest di Lipsia, è quasi dimezzata, per via del prezzo dell’energia. E problemi ancora maggiori si attendono per gennaio: la PCK potrà essere rifornita dal porto di Rostock appena per il 50-60% del fabbisogno.
Berlino contava sul porto di Danzica, ma Varsavia risponde picche, finché la raffineria rimarrà sotto controllo della russa Rosneft e ne esige addirittura l’esproprio. In alternativa, il vicepresidente della CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Sepp Müller, propone che il governo federale realizzi rapidamente un secondo oleodotto da Rostock a Schwedt.
Le associazioni imprenditoriali di Berlino-Brandeburgo spingono perché la PCK rimanga attiva, continuando a rifornirsi di petrolio russo: una sua chiusura avrebbe conseguenze immediate sulle forniture di carburante a Berlino e all’intero Brandeburgo, con ripercussioni sui settori edile e dei lavori stradali, dato che tutto il bitume per l’est tedesco arriva da Schwedt.
D’altra parte, le pretese polacche verso la Germania non si limitano alle raffinerie: già alla vigilia della visita di Annalena Baerbock a Varsavia, il suo omologo polacco Zbigniew Rau ha firmato una nota in cui, per l’ennesima volta, la Polonia richiede alla Germania un risarcimento di 1,3 trilioni di euro per i danni subiti durante la Seconda guerra mondiale. Finora, le pretese di Varsavia hanno sempre ricevuto un netto rifiuto tedesco; ma, con la “verde” Baerbock, non si possono escludere sorprese.
Tornando alle prevedibili conseguenze della strategia delineata dalla StratFor nel 2015, lo studio dell’agenzia russa Jakov e Partner “Il bilancio energetico europeo nella nuova realtà”, ripreso da Interfax, calcola che con ogni probabilità la spesa pubblica in Europa per mitigare la crisi energetica debba aggirarsi su 1-1,6 trilioni di euro, con conseguente crescita del disavanzo di bilancio fino a 2 trilioni di euro annui.
In caso contrario, la UE subirà un calo del PIL dal 6,5 al 11,5% (0,9-1,7 trilioni) e una prolungata depressione, con riduzione di produzione ed esportazioni e ricadute sulle industrie collegate. Tale crisi, scrivono Jakov e Partner, «rischia di causare un aumento di fallimenti, con effetto domino nel settore finanziario, un calo della domanda e riduzione dei piani di investimento».
Le industrie a più alto consumo di energia potrebbero ridurre la produzione dal 10 al 60% rispetto al 2021, con inevitabili tagli di posti di lavoro: «nel settore alimentare, le riduzioni possono interessare 1,4 milioni di lavoratori, nell’industria di cellulosa e carta 800.000».
Lo studio nota che per soddisfare la domanda di gas per il 2022, i paesi europei dovrebbero mantenere le forniture dalla Russia, oppure «tagliarne il consumo di ulteriori 7-12 miliardi mc, possibile solo con l’arresto totale o parziale di un certo numero di industrie. Per il 2023, la rinuncia al gas russo significherà un deficit di 40-60 miliardi di mc, paragonabile al consumo annuo di Francia e Polonia insieme, o a quello di settori industriali quali fertilizzanti, macchinari, petrolchimica, metallurgia».
Ma, ligi agli ordini d’oltreoceano, i paesi UE votano l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia, compresa l’imposizione di un tetto massimo al prezzo del petrolio russo, mentre i paesi OPEC +, riuniti a Vienna, programmano una riduzione di 2 milioni di barili al giorno a partire da novembre.
Secondo RT, vari paesi UE hanno espresso preoccupazione per le misure di Bruxelles, soprattutto per il prezzo del petrolio: allarme in particolare a Malta, Grecia e Cipro, le cui flotte sono impegnate nel trasporto di petrolio russo.
Ora, a cavallo tra la fondazione (il 7 ottobre 1949) e la data ufficiale dell’annessione alla RFT (il 3 ottobre 1990), un cittadino della ex Repubblica democratica tedesca, Markus Gelau, è tornato in Turingia, nella cittadina della sua infanzia – Weimar – e non ha trovato la settecentesca fabbrica di porcellane che aveva resistito a guerre, crisi, sconvolgimenti, per essere infine privatizzata attraverso la famigerata Treuhandanstalt, venduta, mandata in rovina e infine chiusa, pochi anni fa.
Alla “riunificazione”, ricorda Gelau con sarcasmo, «improvvisamente non abitavo più nella “straße der jungen pioniere” ma nella “christian-speck-straße”; il fatto che la ridenominazione fosse dovuta meno alla memoria del fondatore della fabbrica di porcellane e molto più alla cancellazione della memoria della DDR è ovviamente pura speculazione».
Dopo la cosiddetta “svolta”, una società della RFT acquistò per pochi centesimi la storica “Weimar Porzellana”, incassò in modo fraudolento sussidi governativi e nel 1995 dichiarò bancarotta. Per le centinaia di lavoratori della WP iniziò un periodo di apprensione, incertezza e disoccupazione.
Nel 2018 si è conclusa definitivamente la produzione della fabbrica di porcellane. Oggi, scrive Gelau, il luogo sembra «un’opprimente città fantasma... da paese pulsante all’epoca della DDR, con policlinico, i più vari negozi, sportelli bancari, ufficio postale, allevamento di polli, un essiccatoio, dove si producevano pellet e mangimi per l’industria zootecnica, una fabbrica di birra, un mulino... ora, più nulla.
C’erano una scuola professionale e una specialistica, asili nido e politecnico, imprese di costruzione, un caseificio... la nuova area di sviluppo in cui ho trascorso la mia infanzia è ora considerata un ghetto ad alto tasso di criminalità, la maggior parte degli abitanti sopravvive con Hartz-IV... il negozio di alimentari della mia infanzia era stato chiuso da tempo e al suo posto aperto un discount, che però ora non esiste più. Ora, lì, ci sono i volontari di Die Tafel (un’organizzazione caritatevole)».
È forse questo il destino segnato a Washington per tutta la UE e l’industria europea?
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Max Otte non azzarda affermazione dirette. Si limita a constatare lo strano sincronismo tra incidente aereo e attacco alle due linee del gasdotto. Il 4 settembre scorso si erano persi i contatti radio col Cessna 551 con a bordo Peter, Juliane e Lisa Griesemann, insieme a Paul Föllmer, fidanzato di Lisa, mentre l’areo stava sorvolando il Mar Baltico, al largo della lettone Ventspils.
Il sito del Griesemann Gruppe riporta tuttora la notizia in apertura di pagina: «È con profondo dolore e grande sgomento che dobbiamo accomiatarci dal nostro fondatore e a lungo amministratore delegato Peter Griesemann, da Juliane Griesemann, Lisa Griesemann e Paul Föllmer. A causa dell’enigmatico e tragico incidente aereo del 4 settembre, le autorità non assicurano che i passeggeri possano esser trovati vivi».
Ancora Max Otte su Twitter scrive: «L’attacco terroristico al Nord stream 2 è un evento di importanza geopolitica maggiore del 11 settembre. Se l’attacco al World Trade Center aveva cambiato il clima politico interno e aveva inaugurato la fase di sconvolgimento geopolitico, ora ci avviciniamo al finale».
Ora, stando alla Tass, i tempi per ispezionare i danni subiti dalle due linee del gasdotto potrebbero essere abbastanza lunghi, a causa delle autorizzazioni (di navigazione, ancoraggio, immersione, ecc.) delle diverse autorità marittime nazionali; ma, a differenza di quanto ipotizzato in un primo momento, tecnicamente il Nord Stream potrebbe essere riparato. Un’affermazione in tal senso è venuta domenica scorsa dal vice Primo ministro ed ex Ministro dell’energia russo Aleksandr Novak, mentre sembra che dal 3 ottobre la pressione in entrambe le linee del gasdotto si sia stabilizzata.
In ogni caso, la tedesca heise.de scrive che, con la crisi energetica, l’industria chimica tedesca «sta con le spalle al muro».
Il futuro della raffineria PCK, ad esempio, è incerto; il governo federale «latita o si muove a casaccio» e a Schwedt sull’Oder (nel Brandeburgo, sede della PCK Raffinerie GmbH, una delle maggiori raffinerie tedesche, controllata al 54,17% da Rosneft Deutschland, al 37,5% da Shell Deutschland e al 8,33% da Eni Deutschland. Ha una capacità di lavorazione pari a 12 milioni di tonnellate di greggio).
Si moltiplicano le proteste in piazza. Manifestazioni con migliaia di persone si stanno ripetendo un po’ in tutta la Germania, ma soprattutto nella parte orientale del paese.
Anche la produzione del cosiddetto parco chimico, nell’area attorno a Leuna, a ovest di Lipsia, è quasi dimezzata, per via del prezzo dell’energia. E problemi ancora maggiori si attendono per gennaio: la PCK potrà essere rifornita dal porto di Rostock appena per il 50-60% del fabbisogno.
Berlino contava sul porto di Danzica, ma Varsavia risponde picche, finché la raffineria rimarrà sotto controllo della russa Rosneft e ne esige addirittura l’esproprio. In alternativa, il vicepresidente della CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Sepp Müller, propone che il governo federale realizzi rapidamente un secondo oleodotto da Rostock a Schwedt.
Le associazioni imprenditoriali di Berlino-Brandeburgo spingono perché la PCK rimanga attiva, continuando a rifornirsi di petrolio russo: una sua chiusura avrebbe conseguenze immediate sulle forniture di carburante a Berlino e all’intero Brandeburgo, con ripercussioni sui settori edile e dei lavori stradali, dato che tutto il bitume per l’est tedesco arriva da Schwedt.
D’altra parte, le pretese polacche verso la Germania non si limitano alle raffinerie: già alla vigilia della visita di Annalena Baerbock a Varsavia, il suo omologo polacco Zbigniew Rau ha firmato una nota in cui, per l’ennesima volta, la Polonia richiede alla Germania un risarcimento di 1,3 trilioni di euro per i danni subiti durante la Seconda guerra mondiale. Finora, le pretese di Varsavia hanno sempre ricevuto un netto rifiuto tedesco; ma, con la “verde” Baerbock, non si possono escludere sorprese.
Tornando alle prevedibili conseguenze della strategia delineata dalla StratFor nel 2015, lo studio dell’agenzia russa Jakov e Partner “Il bilancio energetico europeo nella nuova realtà”, ripreso da Interfax, calcola che con ogni probabilità la spesa pubblica in Europa per mitigare la crisi energetica debba aggirarsi su 1-1,6 trilioni di euro, con conseguente crescita del disavanzo di bilancio fino a 2 trilioni di euro annui.
In caso contrario, la UE subirà un calo del PIL dal 6,5 al 11,5% (0,9-1,7 trilioni) e una prolungata depressione, con riduzione di produzione ed esportazioni e ricadute sulle industrie collegate. Tale crisi, scrivono Jakov e Partner, «rischia di causare un aumento di fallimenti, con effetto domino nel settore finanziario, un calo della domanda e riduzione dei piani di investimento».
Le industrie a più alto consumo di energia potrebbero ridurre la produzione dal 10 al 60% rispetto al 2021, con inevitabili tagli di posti di lavoro: «nel settore alimentare, le riduzioni possono interessare 1,4 milioni di lavoratori, nell’industria di cellulosa e carta 800.000».
Lo studio nota che per soddisfare la domanda di gas per il 2022, i paesi europei dovrebbero mantenere le forniture dalla Russia, oppure «tagliarne il consumo di ulteriori 7-12 miliardi mc, possibile solo con l’arresto totale o parziale di un certo numero di industrie. Per il 2023, la rinuncia al gas russo significherà un deficit di 40-60 miliardi di mc, paragonabile al consumo annuo di Francia e Polonia insieme, o a quello di settori industriali quali fertilizzanti, macchinari, petrolchimica, metallurgia».
Ma, ligi agli ordini d’oltreoceano, i paesi UE votano l’ottavo pacchetto di sanzioni contro la Russia, compresa l’imposizione di un tetto massimo al prezzo del petrolio russo, mentre i paesi OPEC +, riuniti a Vienna, programmano una riduzione di 2 milioni di barili al giorno a partire da novembre.
Secondo RT, vari paesi UE hanno espresso preoccupazione per le misure di Bruxelles, soprattutto per il prezzo del petrolio: allarme in particolare a Malta, Grecia e Cipro, le cui flotte sono impegnate nel trasporto di petrolio russo.
Ora, a cavallo tra la fondazione (il 7 ottobre 1949) e la data ufficiale dell’annessione alla RFT (il 3 ottobre 1990), un cittadino della ex Repubblica democratica tedesca, Markus Gelau, è tornato in Turingia, nella cittadina della sua infanzia – Weimar – e non ha trovato la settecentesca fabbrica di porcellane che aveva resistito a guerre, crisi, sconvolgimenti, per essere infine privatizzata attraverso la famigerata Treuhandanstalt, venduta, mandata in rovina e infine chiusa, pochi anni fa.
Alla “riunificazione”, ricorda Gelau con sarcasmo, «improvvisamente non abitavo più nella “straße der jungen pioniere” ma nella “christian-speck-straße”; il fatto che la ridenominazione fosse dovuta meno alla memoria del fondatore della fabbrica di porcellane e molto più alla cancellazione della memoria della DDR è ovviamente pura speculazione».
Dopo la cosiddetta “svolta”, una società della RFT acquistò per pochi centesimi la storica “Weimar Porzellana”, incassò in modo fraudolento sussidi governativi e nel 1995 dichiarò bancarotta. Per le centinaia di lavoratori della WP iniziò un periodo di apprensione, incertezza e disoccupazione.
Nel 2018 si è conclusa definitivamente la produzione della fabbrica di porcellane. Oggi, scrive Gelau, il luogo sembra «un’opprimente città fantasma... da paese pulsante all’epoca della DDR, con policlinico, i più vari negozi, sportelli bancari, ufficio postale, allevamento di polli, un essiccatoio, dove si producevano pellet e mangimi per l’industria zootecnica, una fabbrica di birra, un mulino... ora, più nulla.
C’erano una scuola professionale e una specialistica, asili nido e politecnico, imprese di costruzione, un caseificio... la nuova area di sviluppo in cui ho trascorso la mia infanzia è ora considerata un ghetto ad alto tasso di criminalità, la maggior parte degli abitanti sopravvive con Hartz-IV... il negozio di alimentari della mia infanzia era stato chiuso da tempo e al suo posto aperto un discount, che però ora non esiste più. Ora, lì, ci sono i volontari di Die Tafel (un’organizzazione caritatevole)».
È forse questo il destino segnato a Washington per tutta la UE e l’industria europea?
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01/10/2022
Nord Stream, attacco a Berlino
Con il passare dei giorni, l’esplosione delle linee dei gasdotti Nord Stream 1 e Nord Stream 2 nelle acque del Mar Baltico sta assumendo sempre più i contorni di un’operazione condotta dall’interno della NATO al preciso scopo di impedire una soluzione diplomatica della crisi ucraina e, in parallelo, di affondare definitivamente qualsiasi ipotesi futura di collaborazione in ambito energetico tra l’Europa e la Russia.
Gli ambienti politici e dei media più radicali in Occidente, assieme al regime ucraino, hanno invece accusato apertamente Mosca per il sabotaggio delle due infrastrutture. L’analisi dei fatti per ora noti e una semplice riflessione sulle ragioni dell’accaduto, così come i vantaggi e gli svantaggi che derivano per i vari attori coinvolti, dovrebbero convincere al contrario a scartare rapidamente questa ipotesi. La Russia non poteva avere nessuna motivazione valida per distruggere un’opera di sua proprietà e alla costruzione della quale ha dedicato molti anni, una quantità enorme di denaro e sopportato enormi pressioni politiche. La quantità di gas che è inoltre già andata in fumo in seguito alle perdite causate dalle esplosioni è di per sé ingente, pari forse a quasi un miliardo di dollari.
Il fattore più importante da considerare è però l’utilità strategica dei due gasdotti in questo frangente. Con i Nord Stream fuori uso, la Russia perde uno strumento di pressione per spingere la Germania e l’Europa a negoziare, oltre a un mercato per il proprio gas che, per quanto ormai quasi azzerato e sostituito in larga misura da quello asiatico, rimane potenzialmente di un certo interesse per Mosca. Quasi superfluo è infine ricordare come le autorità russe avrebbero potuto semplicemente chiudere del tutto i rubinetti del gas diretto verso ovest se questo fosse stato l’obiettivo del Cremlino.
L’ex diplomatico indiano e commentatore M. K. Bhadrakumar ha spiegato in un articolo pubblicato sul suo blog Indian Punchline che, “qualunque sia il formato di un [potenziale] dialogo tra Europa e Russia”, al centro del negoziato ci dovrebbe essere “il ristabilimento delle forniture energetiche russe per mitigare la crisi economica europea”. Perciò, “chiunque abbia distrutto il Nord Stream ha colpito con perfetto tempismo”, uccidendo sul nascere, come accaduto ad aprile nei negoziati di Istanbul, ogni ipotesi diplomatica. “Questo atto odioso”, continua l’ex ambasciatore, “è stato condotto o sponsorizzato da un’entità statale e dimostra come in Occidente ci siano forze formidabili che vogliono prolungare il conflitto [in Ucraina]”. Queste ultime “faranno di tutto, a qualunque costo, per soffocare ogni scintilla di dialogo”.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’esplosione dei gasdotti che collegano Russia e Germania torna utile per alzare ancora di più il livello di isteria anti-russa, dipingendo quello di Mosca come un governo terrorista che non solo invade paesi sovrani senza ragione e massacra civili innocenti, ma che distrugge infrastrutture strategiche vitali. Oltre a questo aspetto propagandistico, Washington fa un passo decisivo verso lo sganciamento europeo dalle forniture di gas russo (a basso costo), per sostituirle, almeno per la maggior parte, con quello americano (molto più costoso).
Quest’ultimo era d’altra parte uno degli obiettivi centrali della guerra in Ucraina provocata dagli USA, con al centro la vera e propria trasformazione della Germania, in quanto prima economia e forza trainante del continente, da attore indipendente con inclinazioni allo sviluppo di partnership euro-asiatiche a vassallo indebolito e de-industrializzato dell’impero. In quest’ottica, la fine della disponibilità virtualmente illimitata di gas russo priva Berlino di uno degli elementi chiave del successo economico tedesco. Il sabotaggio degli impianti Nord Stream è dunque poco meno di una dichiarazione di guerra contro la Germania e il “nemico” non è in questo caso la Russia, ma uno degli alleati NATO.
L’identità degli esecutori materiali è ancora incerta, ma non è difficile individuare il probabile mandante. Sui social network è ampiamente circolato in questi giorni il video di una conferenza stampa del 7 febbraio scorso in occasione della visita a Washington del cancelliere tedesco Scholz. Il presidente americano Biden aveva avvertito che, in caso di invasione russa dell’Ucraina, “non esisterà più il gasdotto Nord Stream 2, [poiché] lo toglieremo di mezzo”. Alla domanda di come gli USA lo avrebbero fatto, visto che il progetto era controllato da un alleato, come appunto la Germania, Biden aveva replicato: “Vi garantisco che saremo in grado di farlo”.
Il governo russo ha ad ogni modo chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU, che si terrà nella giornata di venerdì, per discutere dei fatti nel Mar Baltico. È molto probabile che Mosca conosca i responsabili e i dettagli dell’operazione. Tra i commentatori al di fuori dei circuiti ufficiali, il giornalista ed ex consigliere politico australiano-americano residente a Mosca, John Helmer, è stato tra i più espliciti nell’identificare gli autori dell’attacco. Basandosi probabilmente su contatti dentro l’apparato di potere russo, Helmer ha affermato che a distruggere i gasdotti è stata la Marina polacca con la collaborazione delle forze speciali di Varsavia.
I militari danesi e svedesi avrebbero fornito appoggio ai polacchi, mentre il lavoro di “pianificazione” e “coordinamento” sarebbe avvenuto grazie “all’intelligence e al supporto tecnico americano”; il tutto con l’approvazione finale del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Helmer, come altri, ha ricordato anche l’opposizione della Polonia alla costruzione del Nord Stream 2 negli anni scorsi, tanto da avere tentato un’operazione di sabotaggio, poi sventata, già nella primavera del 2021.
Gli elementi a carico di vari paesi NATO sono comunque molteplici. Pochi giorni prima dei fatti, la presenza di alcune navi della Marina militare americana era stata ad esempio registrata a una manciata di chilometri dalle zone delle esplosioni, così come un elicottero USA il 2 settembre aveva volato in ricognizione lungo la rotta del Nord Stream 2 e tra i punti dei gasdotti interessati dall’incidente. A giugno si era inoltre tenuta un’esercitazione NATO nelle acque al largo dell’isola danese di Bornholm, nei pressi appunto delle esplosioni, per testare l’efficacia di nuovi “veicoli senza pilota” subacquei da utilizzare per l’individuazione di mine e altri esplosivi. Il blog Moon Of Alabama segnala a sua volta come a un centinaio di chilometri a sud del settore danneggiato del gasdotto ci sia la base navale polacca di Kolobrzeg, dove sono attraccate imbarcazioni e di stanza specialisti nel posizionamento di esplosivi sott'acqua.
La gravità dell’accaduto è comunque tale da minacciare potenzialmente la coesione stessa del fronte NATO impegnato a sostegno del regime ucraino. È probabile anzi che la provocazione sia un messaggio, facilmente definibile di natura mafiosa, a un governo tedesco accusato da più parti, in particolare dalla Polonia, di essere troppo cauto nell’appoggio a Kiev. Vanno considerate inoltre le crescenti manifestazioni di protesta registrate recentemente in varie città della Germania proprio per chiedere l’attivazione del Nord Stream 2 come rimedio alla crisi economica e all’impennata del costo dell’energia.
Il cancelliere Scholz e i membri del suo gabinetto hanno rilasciato finora poche e prudenti dichiarazioni sull’accaduto. Questo atteggiamento è il sintomo probabilmente di un acceso confronto interno su come rispondere a un’azione che mette in serio imbarazzo il governo della prima potenza economica europea. Berlino è a tutti gli effetti sotto attacco e si ritrova in una situazione caratterizzata da estreme tensioni sul fronte domestico e, su quello internazionale, dalla “richiesta” dei suoi alleati di certificare l’implosione del proprio sistema economico/industriale.
La leadership tedesca non è evidentemente all’altezza per fronteggiare un’offensiva di questo genere e continua a tentennare davanti alle pressioni NATO per intensificare l’offensiva anti-russa, oggettivamente disastrosa per gli interessi del paese. Le esplosioni del Mar Baltico hanno in definitiva fatto letteralmente deflagrare un conflitto che nei primi sette mesi di guerra in Ucraina era rimasto sullo sfondo, quello cioè che si sta consumando lungo le due sponde dell’Atlantico e tra i paesi dell’Europa dell’est, a cominciare dalla Polonia, e le principali economie del vecchio continente.
L’incupirsi delle prospettive economiche con l’avvicinarsi dell’inverno, l’imminente ratifica da parte di Mosca dei referendum nelle quattro regioni (ex-)ucraine filo-russe, la mobilitazione militare ordinata dal Cremlino e, da ultimo, le conseguenze del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream minacciano così un’ulteriore escalation delle tensioni in Europa, chiudendo pericolosamente e in maniera definitiva i già esilissimi spiragli di pace.
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Gli ambienti politici e dei media più radicali in Occidente, assieme al regime ucraino, hanno invece accusato apertamente Mosca per il sabotaggio delle due infrastrutture. L’analisi dei fatti per ora noti e una semplice riflessione sulle ragioni dell’accaduto, così come i vantaggi e gli svantaggi che derivano per i vari attori coinvolti, dovrebbero convincere al contrario a scartare rapidamente questa ipotesi. La Russia non poteva avere nessuna motivazione valida per distruggere un’opera di sua proprietà e alla costruzione della quale ha dedicato molti anni, una quantità enorme di denaro e sopportato enormi pressioni politiche. La quantità di gas che è inoltre già andata in fumo in seguito alle perdite causate dalle esplosioni è di per sé ingente, pari forse a quasi un miliardo di dollari.
Il fattore più importante da considerare è però l’utilità strategica dei due gasdotti in questo frangente. Con i Nord Stream fuori uso, la Russia perde uno strumento di pressione per spingere la Germania e l’Europa a negoziare, oltre a un mercato per il proprio gas che, per quanto ormai quasi azzerato e sostituito in larga misura da quello asiatico, rimane potenzialmente di un certo interesse per Mosca. Quasi superfluo è infine ricordare come le autorità russe avrebbero potuto semplicemente chiudere del tutto i rubinetti del gas diretto verso ovest se questo fosse stato l’obiettivo del Cremlino.
L’ex diplomatico indiano e commentatore M. K. Bhadrakumar ha spiegato in un articolo pubblicato sul suo blog Indian Punchline che, “qualunque sia il formato di un [potenziale] dialogo tra Europa e Russia”, al centro del negoziato ci dovrebbe essere “il ristabilimento delle forniture energetiche russe per mitigare la crisi economica europea”. Perciò, “chiunque abbia distrutto il Nord Stream ha colpito con perfetto tempismo”, uccidendo sul nascere, come accaduto ad aprile nei negoziati di Istanbul, ogni ipotesi diplomatica. “Questo atto odioso”, continua l’ex ambasciatore, “è stato condotto o sponsorizzato da un’entità statale e dimostra come in Occidente ci siano forze formidabili che vogliono prolungare il conflitto [in Ucraina]”. Queste ultime “faranno di tutto, a qualunque costo, per soffocare ogni scintilla di dialogo”.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’esplosione dei gasdotti che collegano Russia e Germania torna utile per alzare ancora di più il livello di isteria anti-russa, dipingendo quello di Mosca come un governo terrorista che non solo invade paesi sovrani senza ragione e massacra civili innocenti, ma che distrugge infrastrutture strategiche vitali. Oltre a questo aspetto propagandistico, Washington fa un passo decisivo verso lo sganciamento europeo dalle forniture di gas russo (a basso costo), per sostituirle, almeno per la maggior parte, con quello americano (molto più costoso).
Quest’ultimo era d’altra parte uno degli obiettivi centrali della guerra in Ucraina provocata dagli USA, con al centro la vera e propria trasformazione della Germania, in quanto prima economia e forza trainante del continente, da attore indipendente con inclinazioni allo sviluppo di partnership euro-asiatiche a vassallo indebolito e de-industrializzato dell’impero. In quest’ottica, la fine della disponibilità virtualmente illimitata di gas russo priva Berlino di uno degli elementi chiave del successo economico tedesco. Il sabotaggio degli impianti Nord Stream è dunque poco meno di una dichiarazione di guerra contro la Germania e il “nemico” non è in questo caso la Russia, ma uno degli alleati NATO.
L’identità degli esecutori materiali è ancora incerta, ma non è difficile individuare il probabile mandante. Sui social network è ampiamente circolato in questi giorni il video di una conferenza stampa del 7 febbraio scorso in occasione della visita a Washington del cancelliere tedesco Scholz. Il presidente americano Biden aveva avvertito che, in caso di invasione russa dell’Ucraina, “non esisterà più il gasdotto Nord Stream 2, [poiché] lo toglieremo di mezzo”. Alla domanda di come gli USA lo avrebbero fatto, visto che il progetto era controllato da un alleato, come appunto la Germania, Biden aveva replicato: “Vi garantisco che saremo in grado di farlo”.
Il governo russo ha ad ogni modo chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU, che si terrà nella giornata di venerdì, per discutere dei fatti nel Mar Baltico. È molto probabile che Mosca conosca i responsabili e i dettagli dell’operazione. Tra i commentatori al di fuori dei circuiti ufficiali, il giornalista ed ex consigliere politico australiano-americano residente a Mosca, John Helmer, è stato tra i più espliciti nell’identificare gli autori dell’attacco. Basandosi probabilmente su contatti dentro l’apparato di potere russo, Helmer ha affermato che a distruggere i gasdotti è stata la Marina polacca con la collaborazione delle forze speciali di Varsavia.
I militari danesi e svedesi avrebbero fornito appoggio ai polacchi, mentre il lavoro di “pianificazione” e “coordinamento” sarebbe avvenuto grazie “all’intelligence e al supporto tecnico americano”; il tutto con l’approvazione finale del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Helmer, come altri, ha ricordato anche l’opposizione della Polonia alla costruzione del Nord Stream 2 negli anni scorsi, tanto da avere tentato un’operazione di sabotaggio, poi sventata, già nella primavera del 2021.
Gli elementi a carico di vari paesi NATO sono comunque molteplici. Pochi giorni prima dei fatti, la presenza di alcune navi della Marina militare americana era stata ad esempio registrata a una manciata di chilometri dalle zone delle esplosioni, così come un elicottero USA il 2 settembre aveva volato in ricognizione lungo la rotta del Nord Stream 2 e tra i punti dei gasdotti interessati dall’incidente. A giugno si era inoltre tenuta un’esercitazione NATO nelle acque al largo dell’isola danese di Bornholm, nei pressi appunto delle esplosioni, per testare l’efficacia di nuovi “veicoli senza pilota” subacquei da utilizzare per l’individuazione di mine e altri esplosivi. Il blog Moon Of Alabama segnala a sua volta come a un centinaio di chilometri a sud del settore danneggiato del gasdotto ci sia la base navale polacca di Kolobrzeg, dove sono attraccate imbarcazioni e di stanza specialisti nel posizionamento di esplosivi sott'acqua.
La gravità dell’accaduto è comunque tale da minacciare potenzialmente la coesione stessa del fronte NATO impegnato a sostegno del regime ucraino. È probabile anzi che la provocazione sia un messaggio, facilmente definibile di natura mafiosa, a un governo tedesco accusato da più parti, in particolare dalla Polonia, di essere troppo cauto nell’appoggio a Kiev. Vanno considerate inoltre le crescenti manifestazioni di protesta registrate recentemente in varie città della Germania proprio per chiedere l’attivazione del Nord Stream 2 come rimedio alla crisi economica e all’impennata del costo dell’energia.
Il cancelliere Scholz e i membri del suo gabinetto hanno rilasciato finora poche e prudenti dichiarazioni sull’accaduto. Questo atteggiamento è il sintomo probabilmente di un acceso confronto interno su come rispondere a un’azione che mette in serio imbarazzo il governo della prima potenza economica europea. Berlino è a tutti gli effetti sotto attacco e si ritrova in una situazione caratterizzata da estreme tensioni sul fronte domestico e, su quello internazionale, dalla “richiesta” dei suoi alleati di certificare l’implosione del proprio sistema economico/industriale.
La leadership tedesca non è evidentemente all’altezza per fronteggiare un’offensiva di questo genere e continua a tentennare davanti alle pressioni NATO per intensificare l’offensiva anti-russa, oggettivamente disastrosa per gli interessi del paese. Le esplosioni del Mar Baltico hanno in definitiva fatto letteralmente deflagrare un conflitto che nei primi sette mesi di guerra in Ucraina era rimasto sullo sfondo, quello cioè che si sta consumando lungo le due sponde dell’Atlantico e tra i paesi dell’Europa dell’est, a cominciare dalla Polonia, e le principali economie del vecchio continente.
L’incupirsi delle prospettive economiche con l’avvicinarsi dell’inverno, l’imminente ratifica da parte di Mosca dei referendum nelle quattro regioni (ex-)ucraine filo-russe, la mobilitazione militare ordinata dal Cremlino e, da ultimo, le conseguenze del sabotaggio dei gasdotti Nord Stream minacciano così un’ulteriore escalation delle tensioni in Europa, chiudendo pericolosamente e in maniera definitiva i già esilissimi spiragli di pace.
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