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13/05/2026

Gli esuberi annunciati da Electrolux in Italia e le logiche distorte del capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

I licenziamenti che la società Electrolux sta operando in Italia sono il risultato di politiche neoliberali decisamente sbagliate, che avrebbero dovuto essere l’alternativa agli errori del capitalismo industriale italiano.

La storia di Electrolux in Italia inizia ufficialmente nel 1984, quando il colosso svedese acquisisce la Zanussi di Pordenone per la cifra decisamente ridotta di 200 miliardi di lire. All’epoca la Zanussi era un simbolo del miracolo economico italiano, arrivata a contare oltre 30mila dipendenti ma si trovava in una crisi finanziaria gravissima, dovuta a un eccesso di indebitamento e a scelte strategiche sbagliate, a cominciare da quella di ampliare a dismisura i confini del settore degli elettrodomestici fino a comprendere la produzione di televisioni a colori, peraltro, osteggiata in Italia dalla politica.

L’ingresso di Electrolux salvò l’azienda dal fallimento e per diversi anni garantì il mantenimento di un ruolo centrale in Europa, con poli di eccellenza a Porcia (lavatrici), Susegana (frigoriferi), Solaro (lavastoviglie), Forlì (forni) e Cerreto d’Esi (cappe).

A partire dal 2010, tuttavia, il settore degli elettrodomestici in Italia ha iniziato a soffrire per l’ascesa di colossi come LG, Samsung e produttori cinesi con costi inferiori, per l’allargamento a Est dell’Unione europea che ha reso il complesso industriale italiano meno competitivo rispetto a stabilimenti in Polonia, Ungheria e Romania e per i costanti piani di efficientamento volti a ridurre il costo del lavoro ma anche la qualità delle produzioni. Il modello neoliberale della globalizzazione e l’allargamento dell’Unione per avere manodopera a basso costo rappresentavano dunque due scelte politiche destinate ad aggravare in maniera radicale la crisi industriale italiana.

A fine 2023 Electrolux annuncia poi un piano globale di riorganizzazione dovuto a un calo del mercato europeo (sceso del 12% rispetto al periodo pre-pandemico) e all’inflazione e nel gennaio del 2024, senza troppa attenzione da parte della politica, l’azienda dichiara 373 esuberi in Italia (199 operai e 174 impiegati). Si arriva così alla firma dell’ accordo di marzo 2024, basato sulla non opposizione (uscite volontarie incentivate) e sull’utilizzo di contratti di solidarietà a Porcia e Forlì per evitare licenziamenti forzati.

Tutto ciò non basta però a scongiurare la decisione di inizio maggio 2026 che prevede appunto 1.700 licenziamenti su 4.500 dipendenti, la chiusura di Cerreto d’Esi e pesanti tagli che colpiscono gli storici stabilimenti di Porcia e Susegana, oltre a Solaro e Forlì. In pratica un radicale ridimensionamento delle attività produttive che prelude all’abbandono dei siti italiani, trasferiti in larga parte in Polonia. Electrolux motiva una simile “strategia” per focalizzarsi solo sulla fascia premium (marchi Aeg ed Electrolux di alta gamma), che però richiede meno manodopera.

Si tratta davvero di una brutta vicenda per capire la quale sono necessarie alcuni riferimenti specifici. Il primo riguarda la proprietà di Electrolux. La famiglia Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e americani. È interessante in questo senso notare la forte finanziarizzazione della proprietà. I due fondi più rilevanti sono BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e, soprattutto, dei sindacati svedesi. Sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio.

È importante segnalare che tra aprile e maggio 2026 si sono intensificate anche le voci di un’acquisizione da parte di Midea, colosso cinese degli elettrodomestici. Sebbene al momento non ci sia una proprietà cinese ufficiale, Electrolux ha recentemente stretto una partnership strategica e avviato un aumento di capitale (aprile 2026) per rafforzare le proprie finanze, alimentando i timori su un possibile passaggio di mano futuro; vendere a Midea Group, società cinese quotata a Shenzen e a Hong Kong, sarebbe molto coerente con l’opera di finanziarizzazione dal momento che si tratta di una società a capitale privato con la forte presenza di BlackRock e Morgan Stanley.

Oltre al tema della proprietà, per capire come si è arrivati ai licenziamenti in massa occorre tener presenti due altri fattori. Certamente nella scelta ha pesato la volontà di trasferire le produzioni in Polonia, diventata il primo produttore di elettrodomestici in Europa, per effetto di un costo della manodopera decisamente più basso, per gli incentivi garantiti dal governo polacco con il finanziamento europeo, che spesso viene utilizzato aggirando il divieto degli aiuti di Stato, e per effetto di una concorrenza fiscale feroce.

Per essere ancora più chiari è bene specificare che le regole dell’Unione europea vietano l’uso di fondi comunitari per finanziare direttamente la delocalizzazione da uno Stato membro all’altro ma esistono delle “sfumature” che le multinazionali sfruttano. La Polonia riceve enormi stanziamenti dai Fondi di coesione Ue (oltre 76 miliardi di euro per il periodo 2021-2027). Questi fondi possono essere usati per creare “nuovi” posti di lavoro o investire in “innovazione” in Polonia. Legalmente non è considerato un finanziamento per “chiudere in Italia” ma per “aprire in Polonia”, anche se il risultato finale è lo spostamento dei volumi produttivi. Proprio a fine 2024, inoltre, Electrolux ha ricevuto un prestito di 200 milioni di euro dalla Banca europea degli investimenti (Bei) per attività di ricerca e sviluppo “green”, finiti quasi per intero proprio in Polonia.

Ma la questione della concorrenza fiscale riguarda anche la Svezia. Investor AB non paga tasse sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni (se detenute per scopi industriali a lungo termine) e non paga tasse sui dividendi che riceve dalle società che controlla (come Electrolux, Ericsson, Abb, AstraZeneca). Alla luce di tutto ciò è forse più semplice capire perché i 1.700 licenziamenti di Electrolux rischiano di essere uno dei tanti sintomi della deindustrializzazione italiana.

Fonte

18/03/2026

Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1

Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.

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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.

Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)

Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.

Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.

In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?

Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.

Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.

Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).

È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.

Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.

L’Ucraina e la forma della guerra

È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.

È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).

La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.

Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.

In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)

È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.

Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.

Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.

Il modello scandinavo

In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.

I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.

In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.

Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)

Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)

La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici. 

In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.

In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.

In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.

Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.

Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.

È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.

Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.

Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.

Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)

La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.

Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)

Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).

È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.

Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.

Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.

Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.

La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.

Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.

Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.

Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.

Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.

I paesi baltici

È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.

In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.

Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.

Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).

Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.). 

Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.

Note

(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.

(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.

(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.

(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.

(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.

(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.

(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).

(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.

(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.

(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.

Note

25/11/2024

Due cavi internet e il punto di rottura del Baltico

Due cavi danneggiati non fanno una prova, ma sono abbastanza da scatenare indagini e sospetti di guerra ibrida. Specie se stanno sott’acqua, e per di più nelle acque politicamente agitate del Mar Baltico, dove si specchiano, e si interconnettono, Paesi come la Svezia, la Danimarca, la Germania, la Finlandia, la Lituania, e la Russia, tutti protagonisti di un giallo in cui a un certo punto si aggiungerà un attore inaspettato, come vedremo.

Quello stesso specchio d’acqua dove passa il gasdotto Nordstream (che fu sabotato nel 2022 – lo scorso agosto il Wall Street Journal [dopo l’inchiesta della magistratura tedesca, che ha individuato anche i responsabili, ndr] ha attribuito il sabotaggio a militari ucraini), e che è spesso oggetto di interferenze del segnale GPS, come avevo raccontato in questa newsletter.

Sta di fatto che, lo scorso weekend, due cavi internet sottomarini nel Mar Baltico sono stati improvvisamente danneggiati, a poco tempo l’uno dall’altro. A riferirlo inizialmente sono state le stesse società che gestiscono queste infrastrutture.

Il primo è un cavo di 218 km che va dalla Lituania alla Svezia (isola di Gotland) – si chiama BCS East-West Interlink – e sarebbe stato fisicamente danneggiato domenica mattina alle 10 ora locale, secondo la società telco Telia Lietuva.

Il secondo – si chiama C-Lion – si estende insieme a gasdotti e cavi elettrici per 1200 chilometri da Helsinki (Finlandia) a Rostock (Germania), e secondo Cinia, la società finlandese controllata dallo Stato che gestisce il collegamento, sarebbe stato danneggiato nella notte di domenica (prime ore del lunedì). Le riparazioni – attraverso una nave specializzata in arrivo dalla Francia – potrebbero richiedere fino a due settimane.

Il danneggiamento si è verificato nella zona economica speciale svedese a sud dell’isola di Öland, quindi le autorità svedesi sono responsabili delle indagini sul caso, e stanno indagando, ha dichiarato a SVT il ministro svedese della Difesa Carl-Oskar Bohlin.


In questo contesto, ancora molto incerto, è rotolata come un macigno la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Finlandia e Germania, arrivata molto a caldo, lunedì stesso.

“Siamo profondamente preoccupati per la rottura del cavo sottomarino che collega Finlandia e Germania nel Mar Baltico. Il fatto che un simile incidente sollevi immediatamente il sospetto di un danno intenzionale la dice lunga sull’instabilità dei nostri tempi. È in corso un’indagine approfondita. La nostra sicurezza europea non è minacciata solo dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma anche dalla guerra ibrida condotta da attori malintenzionati. La salvaguardia delle nostre infrastrutture critiche condivise è fondamentale per la nostra sicurezza e la resilienza delle nostre società”.

L’incidente arriva anche due giorni dopo che una nave russa, Yantar, è stata scortata lontano da un’area con cavi critici nel mare d’Irlanda, nota Politico. La Yantar è ufficialmente classificata come nave ausiliaria di ricerca oceanografica generale con capacità di salvataggio subacqueo, ma la sua presenza ha destato preoccupazione per la sicurezza dei cavi di interconnessione che corrono tra l’Irlanda e il Regno Unito e che trasportano il traffico internet globale dagli imponenti data center gestiti da aziende tech come Google e Microsoft, riferisce il Guardian.

La questione però è complessa. Per capirlo, bisogna ricordare che lo scorso agosto Pechino aveva ammesso che una nave di proprietà cinese avesse danneggiato un gasdotto critico del Mar Baltico, ma che si era trattato di un incidente.

Dico questo perché nelle ore successive al danneggiamento dei due cavi internet avvenuto una settimana fa, alcuni ricercatori che esplorano fonti aperte (OSINT) hanno segnalato sui social la presenza di una nave cinese nell’area, la YI PENG 3, con una rotta sospetta.


Arriviamo quindi a metà settimana, quando anche le autorità parlano di una nave cinese. Infatti la polizia svedese, che come detto sopra sta indagando sul presunto sabotaggio, dichiara che una nave cinese al largo delle coste danesi sarebbe oggetto “di interesse”, mentre la marina danese starebbe sorvegliando una nave da carico registrata in Cina.

La nave, identificata dalla Danimarca come la già citata Yi Peng 3, e che era stata individuata online anche da alcuni analisti, avrebbe passato i due cavi domenica e lunedì, all’incirca nel momento in cui si ritiene che siano stati recisi. La nave è stata sorvegliata da una vascello della marina danese poiché si trovava nelle acque tra Svezia e Danimarca, scrive il Guardian.

Certo, la dichiarazione del comando della difesa danese è piuttosto laconica, sembra una conferma per sottrazione: “La Difesa danese può confermare che siamo presenti nell’area vicino alla nave cinese Yi Peng 3. La Difesa danese al momento non ha ulteriori commenti”.

Come nota il sito specializzato Maritime-executive, la Yi Peng 3 “era in navigazione nel Baltico nel periodo in cui si sono verificate le due rotture consecutive dei cavi. I suoi dati AIS [sistema di identificazione automatica, in sintesi una tecnologia nautica che consente lo scambio di informazioni sulla navigazione e dati identificativi tra imbarcazioni, ndr ] mostrano insolite variazioni di rotta e velocità in posizioni che potrebbero corrispondere ai due incidenti. La nave è stata intercettata da una pattuglia della Marina danese mentre transitava verso il Grande Belt il 18 novembre. Ha poi gettato l’ancora nel Kattegat, con la pattuglia in attesa nelle vicinanze. Nonostante l’apparenza di un intervento formale, la Danimarca non ha annunciato il fermo”.

La Yi Peng 3, una nave cargo registrata in Cina, partita dal porto russo di Ust-Luga e diretta a Port Said, in Egitto, scrive il Financial Times, ed è passata vicino ai cavi svedese-lituano e finlandese-tedesco all’incirca nel momento in cui sono stati tagliati, secondo i dati forniti dal gruppo di monitoraggio marittimo MarineTraffic. Il sito finlandese MTV Uutiset ha realizzato un video che intende mostrare questa concomitanza (di seguito ne ho estratto due screenshot).



La Yi Peng 3 è di proprietà della Ningbo Yipeng Shipping, una società che possiede solo un’ulteriore nave e che ha sede vicino alla città portuale cinese orientale di Ningbo. Un rappresentante della Ningbo Yipeng ha dichiarato al Financial Times che “il governo ha chiesto alla società di cooperare con le indagini”, ma non ha risposto a ulteriori domande. Mentre scrivo, la Yi Peng 3 risulta ancora nel Kattegat.

Trattenere una nave straniera senza un mandato è insolito. Tuttavia, un articolo raramente utilizzato in una convenzione secolare potrebbe dare ai danesi l’autorità legale per trattenere la Yi Peng 3, ha dichiarato al WSJ Kenneth Øhlenschlæger Buhl, analista militare ed esperto di diritto marittimo del Royal Danish Defense College.

Alcuni sostengono che la mossa aggressiva della marina danese segni un cambiamento di politica. “Diversi funzionari che hanno familiarità con l’indagine hanno detto che si sospetta che dietro il sabotaggio ci sia la Russia e che i suoi agenti potrebbero aver usato la nave registrata in Cina per avere plausible deniability.(...). E che è improbabile che il governo cinese fosse a conoscenza del complotto”, scrive ancora il WSJ.

Come una simile operazione sia possibile in pratica, però, nessuno al momento lo ha spiegato. La Russia, dal suo canto, ha respinto qualsiasi suggestione in proposito, puntando il dito contro gli ucraini.

Malgrado la dichiarazione congiunta e a caldo di lunedì – insieme al governo tedesco – del governo finlandese, i servizi finlandesi hanno rilasciato dichiarazioni più blande, osservando che le rotture accidentali dei cavi sono comuni in tutto il mondo e ammontano a circa 200 incidenti all’anno, la maggior parte dei quali è attribuibile all’ancoraggio o alla pesca a strascico, nota sempre the Maritime-Executive.

Mentre martedì il primo ministro finlandese Orpo aveva precisato che era troppo presto per parlare di sabotaggio. Cautela è arrivata anche da funzionari americani interpellati da CNN.

La vicenda – sia che si risolva in un danno accidentale, sia che prenda corpo l’ipotesi di sabotaggio, al momento ancora tutta da dimostrare – evidenzia in ogni caso il livello di tensione che attraversa quell’area, e che s‘interseca con le preoccupazioni per la sicurezza delle reti di comunicazione, specie quelle delicate come i cavi sottomarini.

Lo scorso settembre gli Stati Uniti avrebbero rilevato un aumento dell’attività militare russa intorno a cavi sottomarini chiave, secondo due funzionari statunitensi sentiti dalla CNN. La Russia, hanno continuato le fonti statunitensi, starebbe puntando sempre di più sulla costruzione di un’unità militare dedicata, composta da una flotta di navi di superficie, sottomarini e droni navali. L’unità, la “General Staff Main Directorate for Deep Sea Research”, sarebbe nota con l’acronimo russo GUGI e, almeno secondo think tank statunitensi, nutrirebbe particolare interesse verso il Baltico.

Lo scorso maggio la Russia aveva pubblicato un piano per ridisegnare la sua area nel Mar Baltico, espandendo unilateralmente i confini marittimi del Paese con la Lituania e la Finlandia, entrambi membri Nato (la Finlandia solo dal 2023). Il piano era poi stato cancellato dal sito web del governo, riferisce il Financial Times.

Infine, esattamente un mese fa, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, è arrivato in elicottero a Rostock per inaugurare un nuovo comando navale Nato nella città costiera del Baltico. Il Command Task Force Baltic sarà guidato da un ammiraglio tedesco, con il dispiegamento di ufficiali navali di altri 11 Paesi, e avrà l’obiettivo di proteggere le principali vie di approvvigionamento, le rotte commerciali e le infrastrutture critiche.

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16/06/2024

Norvegia - Scoperto giacimento di "terre rare"

Nel sud-est della Norvegia è stato scoperto un nuovo giacimento di terre rare. A Fensfeltet il gruppo minerario norvegese Rare Earths Norway (Ren), in collaborazione con la società di consulenza canadese Wsp, ha reso noto di aver stimato la presenza di 8,8 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare.

Questo è il primo risultato di tre anni di trivellazioni e analisi, con valutazioni fino a 468 metri sotto il livello del mare. Ma altre perforazioni suggeriscono che si potrebbero individuare ulteriori quantità di questi materiali, arrivando fino al doppio di questa profondità.

Nei prossimi mesi verranno condotti ulteriori studi ed entro l’anno si daranno notizie più precise sulla fattibilità economica dell’estrazione. Tema che sta molto a cuore a tutta la filiera euroatlantica, e alla UE in particolare.

Almeno 1,5 milioni di tonnellate sarebbero di neodimio e praseodimio, usati nella produzione di veicoli elettrici e turbine eoliche. Minerali fondamentali per la transizione ecologica (o per lo meno per competere in questo mercato, dato che la conversione produttiva è passata nettamente in secondo piano rispetto al riarmo).

È dalla stessa Ren che fanno sapere che “l’Unione europea considera questi metalli come le materie prime più critiche quando si considera il rischio di approvvigionamento“. Viene sottolineato che questo nuovo giacimento è utile per “sostenere una catena del valore sicura delle terre rare per l’Europa“.

Ma è davvero così? A inizio 2023 la scoperta di un giacimento di ossidi di terre rare in Svezia, a Kiruna, era rimbalzata sulle testate di tutta Italia. L’importanza di queste materie prime nello sviluppo delle più avanzate tecnologie, e dunque nella competizione globale, aveva subito acceso le penne dei sostenitori del ritorno a una logica internazionale a blocchi.

Quello che era passato in sordina era la quantità trovata e i tempi necessari allo sfruttamento. A Kiruna era stata stimata la presenza di circa una o due milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, una parte infinitesimale rispetto alle 120 milioni di tonnellate che lo United States Geological Survey stima a livello mondiale.

La maggior parte di esse sono in paesi considerati nemici o avversari strategici, o comunque con cui i rapporti non sono segnati da una subalternità senza appello (vedi l’India). Inoltre, i tempi per lo sfruttamento del giacimento svedese erano stati calcolati in una quindicina d’anni: non un affare a breve termine.

Per quanto riguarda il giacimento di Fensfeltet, di sicuro la quantità è molto più sostanziosa. La Ren ha già accennato che vuole provare a soddisfare il 10% del fabbisogno UE di queste materie, rispondendo dunque all’obiettivo di autosufficienza per almeno il 10% dei materiali critici stabilito dal Critical Raw Materials Act.

Ma anche in questo caso i tempi non sono corti: la Ren non potrà probabilmente prendere una decisione finale di investimento prima del 2030. È vero che, se parliamo di soggetti come la UE, non possiamo che ragionare su tempi storici, ma è anche vero che la NATO sta accelerando sempre più la precipitazione dei punti di tensione internazionale.

La possibilità di fare a meno della Cina (e di tanti paesi del Sud Globale che guardano a Pechino), dopo che si è fatto a meno della Russia, non è all’ordine del giorno. Sarebbe il caso che nelle cancellerie occidentali si mettano in testa di rilanciare la cooperazione pacifica, invece che le sanzioni, l’invio di armi e le condanne moralistiche.

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04/10/2023

Svezia - Sempre più persone hanno bisogno degli aiuti alimentari

Il passaggio dalla “socialdemocrazia scandinava” al neoliberismo “frugale” imperante in Europa sta distruggendo il modello sociale svedese. Con effetti ormai visibili anche nelle strade e che investono non solo gli immigrati, ma anchei cittadini “indigeni”. L’adesione alla Nato e il risorgente razzismo sembrano il coronamento obbligato di questo ritorno all’Ottocento.

*****

Sempre più svedesi hanno bisogno di aiuto con il cibo. La distribuzione e la vendita di prodotti alimentari scontati da parte della City Mission sono aumentate di oltre il 50% nella prima metà di quest’anno, in tonnellate.

A Karlstad il pane che prima veniva bruciato ora viene invece distribuito ai bisognosi

“È umiliante stare qui, ma devo farlo“, dice Enes, che ha tre figli ed è lì diverse ore prima dell’inizio della distribuzione.

Ogni settimana il pane avanzato dai negozi del Värmland viene raccolto per essere portato all’incenerimento. Da qualche mese il camion del pane va invece alla Stadsmissionen di Karlstad, dove ogni volta che c’è la distribuzione del pane si forma una lunga coda.

In precedenza, veniva incenerito e dato alle fiamme. Adesso chi viene qui può scegliere quello che vuole e stasera lo serve ai propri figli, dice Marie Björklind, responsabile delle operazioni alla Stadsmissionen di Karlstad.

Diverse grandi organizzazioni umanitarie come l’Esercito della Salvezza, la Croce Rossa e la Missione cittadina segnalano un bisogno sempre crescente di aiuto per il cibo. L’aumento si registra soprattutto tra i single e i pensionati, e sempre più bambini cercano attività dove c’è qualcosa da mangiare.

Vogliono pane e riso, cose semplici, ma chiedono anche medicine, per esempio. “Quello che molte persone danno per scontato di avere a casa“, dice Marie Björklind.

Per Enes la lunga attesa ripaga. Ha lavorato per molti anni come autista di autobus, ma da quando ha sofferto di una grave malattia cardiaca non gli è più permesso guidare un autobus e per lui è importante la distribuzione del pane. Adesso è lui il primo ad alzarsi quando i cancelli aprono alle undici e può scegliere tra le pile di pane i preferiti dei suoi figli.

“Vabbè. I bambini sono la mia vita. Faccio tutto per loro“
, dice.

Nel clip potete vedere la coda per la distribuzione del pane e sentire di più sul crescente bisogno di aiuto con il cibo.

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19/09/2023

La digitalizzazione intensiva nelle scuole riduce e non migliora l’apprendimento

La digitalizzazione intensiva nelle scuole riduce l’apprendimento. A queste conclusioni è arrivato il sistema educativo svedese che prima e più degli altri aveva invece investito nella digitalizzazione degli strumenti di istruzione.

Una decisione apertamente in controtendenza, ma che ancora stenta a farsi largo nel dibattito sull’apprendimento scolastico travolto in modo invasivo dal totem della “digitalizzazione” e soprattutto dai fondi del PNRR.

A maggio aveva fatto scalpore la decisione degli insegnanti e degli studenti del liceo Albertelli di Roma di rigettare i fondi destinati a questo scopo dal PNRR e che ha avuto il merito di aprire una riflessione fin qui totalmente assente.

Come scrive la pagina specializzata Tecnica della scuola, da anni la Commissione europea sta spingendo per “l’abbandono progressivo dei supporti cartacei a favore dell’interazione e del maggior interesse suscitato da un dispositivo elettronico piuttosto che da uno statico e classico libro di testo hanno trainato la massiva opera di sostituzione e rinnovamento della didattica, anche attraverso l’introduzione di discipline prima sconosciute (matematica ed algebra applicata all’informatica, digital humanities, utilizzo di piattaforme per le discipline d’indirizzo)”.

I paesi del Nord Europa, meglio attrezzati sul piano infrastrutturale, erano partiti a spron battuto sul piano della digitalizzazione dell’istruzione, ma proprio da uno di essi – la Svezia – oggi sta venendo fuori uno stop che merita di diventare oggetto di discussione e decisione nel mondo dell’istruzione.

Facendo un bilancio, le istituzioni scolastiche svedesi hanno verificato che l’eccesso di digitalizzazione sta favorendo in linea di massima una parziale regressione del rendimento scolastico per le discipline strategiche, i cui contenuti a loro volta sono stati oggetto di digitalizzazione, fatto che non si sposa alla perfezione con la natura empirico-logica di tali discipline.

Ragione per cui le associazioni di insegnanti svedesi hanno proposto un graduale ritorno al supporto concettualmente cartaceo, con riferimento anche ai tempi di lettura sulla base di età e prestazione e sulla pratica della scrittura a mano, con il fine di ridurre i tempi di esposizione ai supporti digitali, alla ricerca online indipendente e alle abilità di tastiera.

Il ministro dell’Istruzione svedese, Lotta Hedolm, ad agosto aveva annunciato che l’esecutivo intendeva annullare la decisione dell’Agenzia nazionale per l’istruzione di rendere obbligatori i dispositivi digitali nelle scuole materne, una questione assai discussa anche tra le famiglie.

Si prevede di andare oltre e di eliminare completamente l’apprendimento digitale per i bambini sotto i sei anni.

Tecnica della scuola riferisce che sebbene gli studenti svedesi abbiano un punteggio superiore alla media europea per quanto riguarda l’abilità di lettura, una valutazione internazionale dei livelli di lettura della quarta elementare, il Progress in International Reading Literacy Study (PIRLS), ha evidenziato un calo tra i bambini svedesi tra il 2016 e il 2021.

Nel 2021, gli studenti svedesi di quarta elementare hanno ottenuto una media di 544 punti, in calo rispetto alla media di 555 del 2016. Tuttavia, le loro prestazioni hanno comunque collocato il Paese in parità con Taiwan per il settimo punteggio complessivo più alto nei test a livello globale.

In confronto, Singapore – che era in cima alla classifica – ha migliorato i suoi punteggi di lettura PIRLS da 576 a 587 durante lo stesso periodo, e il punteggio medio di rendimento nella lettura dell’Inghilterra è sceso solo leggermente, da 559 nel 2016 a 558 nel 2021.

Alcuni deficit di apprendimento potrebbero essere il risultato sia delle chiusure concernenti la pandemia di Covid, oppure un riflesso del numero crescente di studenti immigrati che non parlano svedese come prima lingua.

Ma un uso eccessivo di supporti digitali durante le lezioni scolastiche può far sì che gli scolari rimangano indietro nelle materie fondamentali, sostengono gli esperti del settore.

Indubbiamente, anche in Italia, la “bolla” dei lockdown durante la pandemia ha pesato e peserà molto sugli studenti che l’hanno vissuta. Ma la digitalizzazione intensiva è stata troppo spesso accettata e vissuta acriticamente come soluzione per un sistema educativo ormai subalterno al totem tecnologico e, nel caso dell’Italia, al dogma delle ‘competenze/competitività’ che vede scuole e università avviate alla mera funzionalità verso il sistema delle imprese e non alla formazione degli individui.

Insomma, il “sapere non critico”, puramente strumentale alla “produttività”, ottunde e non stimola l’intelligenza.

“Il passaggio dal quaderno cartaceo a quello digitale è una scelta che oggi come oggi non può essere fatta con la naturalezza con cui a suo tempo si passò dal pennino alla penna a sfera perché la posta in gioco è ben più alta”, afferma il pedagogista Daniele Novara.

L’eccitazione che si è respirata in molti collegi docenti intorno alla digitalizzazione intensiva – spinta come un caterpillar dal Miur – e all’idea che i tablet siano lo strumento di accompagnamento degli alunni dentro la modernità, è stato un pessimo segnale.

Nella discussione in tutte le sedi della formazione (dai collegi docenti agli altri) sarebbe opportuno cogliere anche segnali diversi, a cominciare da quello svedese ma, per parlare dell’Italia, anche dal rifiuto espresso a maggio dal liceo Albertelli.

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22/08/2023

Guerra in Ucraina - Gli F-16 saranno consegnati a Kiev, ma in tempi lunghi

di Francesco Dall'Aglio

Nel giorno in cui si lanciano un po' troppe notizie non confermate (Robotyne in mano ucraina, Sinkovka in mano russa) tiene naturalmente banco la questione degli F-16, che Danimarca e Olanda hanno finalmente deciso di consegnare all'Ucraina - nella foto, Zelensky seduto nella cabina di pilotaggio di uno degli F-16 olandesi, per la precisione un F-16B dei primi anni '80, modernizzato a F-16BM Block 20 MLU tra 1991 e 1997, che verosimilmente è uno di quelli che l'Ucraina riceverà.

Con calma, però. In primo luogo la consegna è subordinata al completamento del programma di addestramento per i piloti, che teoricamente è stimato in 4-6 mesi, un lasso di tempo ridicolmente basso anche se i piloti fossero già formati: ma non lo sono, perché ovviamente quelli formati e con esperienza sono in Ucraina a combattere con quello che hanno. Stando a quanto dice James Hecker, che in fondo è soltanto il comandante delle forze aeree degli Stati Uniti in Europa, per imparare le basi ci vorrà almeno un anno, per coordinare le azioni di un paio di squadroni di F-16 quattro o cinque (qui la sua intervista ad Air & Space Forces Magazine). Né l'addestramento, stando a quanto ha dichiarato il Ministro degli esteri danese, è l'unica condizione per la consegna. Ce ne sono infatti altre, che "includono, ma non sono limitate a, personale ucraino per gli F-16 selezionato, testato e addestrato con successo, e le necessarie autorizzazioni, infrastrutture e logistica.

E infatti il calendario delle spedizioni danesi non sembra essere improntato all'idea di massima urgenza: verranno inviati 19 F-16, sei prima della fine di quest'anno, 8 entro la fine del 2024, 5 nel 2025. Gli olandesi ne manderanno qualcuno di più, ma non hanno specificato quando. A questo proposito c'è stato un piccolo infortunio nella comunicazione tra Zelensky e Mark Rutte, il Primo Ministro olandese. Zelensky ha twittato che l'Olanda ne manderà 42, ma 42 sono tutti gli F-16 che hanno. Per di più, di questi 42 solo 24 sono operativi, gli altri sono tenuti in magazzino per cannibalizzare la parti di ricambio, per cui al massimo ne riceveranno 24, più appunto i 19 della Danimarca e quelli che eventualmente si aggiungeranno in seguito, sempre con questa tempistica di consegna molto rilassata.

Sulle ali (ehm...) dell'entusiasmo, ieri si era anche diffusa la voce che la Svezia avrebbe spedito anche un certo numero dei suoi Saab JAS 39 Gripen, molto più moderni degli F-16 e molto più adatti alle necessità ucraine, ma il Capo del Governo Ulf Kristersson ha chiarito che non ne hanno intenzione. Intanto, Brian Howard si chiede, dalle colonne di CNBC, se davvero "armi costose di fabbricazione americana potranno invertire la rotta nella guerra dell'Ucraina contro la Russia", e si risponde, ovviamente, di no.

Il "bagno di realtà" continua a mietere vittime.

Fonte

20/07/2023

Cose Turche, ma soprattutto Bizantine

di Guido Salerno Aletta

Da anni, la Turchia stupisce le diplomazie di tutto il mondo per la capacità manovriera che dimostra nell'occupare sempre nuovi spazi sullo scacchiere internazionale, per la straordinaria fertilità delle iniziative che mette in campo e per la capacità di legare ogni soluzione che propone alla creazione di nuovi problemi.

Una strategia neo-Ottomana, che si richiama al comportamento dell'Impero di Bisanzio: era troppo piccolo e circondato da popolazioni ostili per poter adottare le politiche di potenza di Roma, e quindi doveva creare condizioni di continua incertezza che rendessero le alleanze sempre molto complesse da gestire ed i rapporti con i nemici sempre in grado di prefigurare possibili terreni di intesa.

Ogni colpo di scena prelude ad un'altra mossa a sorpresa, ma soprattutto è calcolato per provocare le reazioni degli interlocutori.

In questi giorni, la prima notizia ad aver suscitato clamore è stata la consegna da parte della Turchia al Governo ucraino di alcuni militari del Battaglione Azov che si erano arresi alle truppe russe dopo una complessa trattativa diplomatica, che prevedeva che sarebbero stati trattenuti in Turchia fino alla fine delle ostilità: era indubbiamente uno sgarbo fatto a Mosca ed un favore reso a Kiev, di cui non si comprendeva bene il motivo.

Nel frattempo, il tempo stringeva su quattro questioni di grande rilievo: l'adesione della Svezia alla Nato, non ancora perfezionatasi per la solitaria contrarietà espressa da Ankara che si era lamentata della protezione offerta da Stoccolma a presunti terroristi turchi; la scadenza dell'Accordo umanitario che permette l'esportazione del grano ucraino e su cui vigila la Turchia per evitare che ci sia un traffico di armi sulle navi che arrivano nei porti ucraini per imbarcare i cereali; la questione degli armamenti americani forniti alla Turchia, dagli F-35 agli F-16, bloccati da una decisione congressuale a Washington per ritorsione nei confronti dell'acquisto di armamenti russi da parte di Ankara; la presenza di truppe turche nel nord della Siria a protezione dei confini meridionali della Turchia, per evitare la formazione di un vero e proprio Kurdistan che leghi insieme le popolazioni curde che risiedono nel nord dell'Iraq a quelle che vivono nel nord della Siria. La questione siriana è particolarmente spinosa per gli Usa, che hanno subìto lo smacco di una Russia schierata da anni a difesa del regime di Assad, che pure era stato accusato di atti di violenza inaccettabile nei confronti delle proteste della popolazione inerme, facendo uso di gas letali.

Tutto si intreccia. Mosca da tempo teme per la sicurezza del lunghissimo ponte di Kerch che consente il collegamento diretto tra la Russia e la Crimea, già danneggiato pesantemente l'8 ottobre del 2022 per l'esplosione di un vagone ferroviario che trasportava combustibili: sospetta che droni o robot marini possano essere nascosti da navi mercantili che si trovino al largo nel nord del Mar Nero. E così è stato: appena poche ore prima che scadesse il termine dell'Accordo sul grano, che consente alle navi mercantili di avvicinarsi alle coste, nella notte del 17 luglio scorso due piloni del ponte sono stati colpiti.

Il danno materiale al ponte di Kerch non sembra ingente, ma le conseguenze politiche lo sono: l'Accordo sul grano ucraino non sarà rinnovato per il diniego della Russia. Il danno maggiore che ne deriverà, oltre che per le popolazioni africane cui verrà meno la fornitura, sarà per i produttori ucraini e per le multinazionali che sono interessate al gigantesco business che si muove dietro i cereali. Venendo meno queste forniture, saranno i cereali russi a rimpiazzarli, con un aumento dei prezzi.

Se Ankara ci rimette da questo blocco commerciale, visto che incassava i diritti di passaggio sulle navi, di certo aveva fatto una gran bella figura con tutto l'Occidente consegnando a Kiev i militari del Battaglione Azov. Ma al Vertice della Nato tenutosi a Vilnius, cui ha partecipato anche il Presidente americano Joe Biden per sottolinearne il rilievo, mentre tutti si attendevano finalmente la dichiarazione di assenso della Turchia all'ingresso della Svezia, non solo è stato annunciato un rinvio della decisione a dopo l'estate, ma è stata rimessa sul tappeto la questione della adesione della Turchia alla Unione europea: uno scambio di favori, "this for that" come si dice in gergo diplomatico.

Ma il favore più grande, intanto, Ankara lo ha fatto a Mosca: ha dato scacco alla strategia che punta al suo accerchiamento completo a Nord. Ed, in più, ha fatto capire che se la Nato si vuole allargare alla Svezia, e così pure l'Unione Europea alla Ucraina, la Turchia non può stare solo a guardare.

La questione non finisce qui. Ci sono gli interessi in Siria, dove pur tra ruvidezze gli interventi militari di Turchia e Russia si sono coordinati, dividendosi le aree di intervento: ma è qui che, a quanto pare, gli Usa vogliono prendersi una rivincita sul campo, per rendere più pesante dal punto di vista economico e sanguinoso sotto il profilo militare la presenza russa. Il problema è serio: per procedere ad un intervento diretto da parte americana, che sarebbe pericolosissimo per le implicazioni che creerebbe, "serve" comunque un casus belli, un massacro di civili che renda plausibile se non indispensabile il ricorso al Dovere di Proteggere le popolazioni siriane. Inoltre, si rischia di distogliere l'attenzione dall'Ucraina ed il consenso fin qui raggiunto nel conflitto politico dell'Occidente contro la Russia. Ma soprattutto l'Iran, dove è recentemente fallita anche la "rivoluzione dei capelli al vento" che sfruttava il desiderio femminile di libertà dalle costrizioni religiose, si muoverebbe.

Le pesanti pressioni politiche esercitate in passato verso la Turchia hanno sortito effetti opposti, inducendola ad aprire rapporti ed a negoziare con i cosiddetti nemici dell'Occidente: non tanto con la Russia di Putin, quanto con i Talebani in Afganistan passando per i Fratelli Musulmani sostenuti dal Qatar.

Sono queste le alchimie millenarie del potere, che Ankara ha ereditato dall'Impero d'Oriente.

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16/07/2023

La memoria storica della “neutralità” svedese

Non ce ne vogliano i lettori; la presente nota non ha alcuna pretesa: né sul piano dell’attualità politica e nemmeno, però, su quello della memoria storica, pur se è proprio sul secondo piano che si incentra. Semplicemente, è il tentativo di puntualizzare una verità che, detta in un certo modo, tale non è fino in fondo.

Il 14 luglio, l’ex diplomatico Giuseppe Cassini, su il manifesto, ha commentato l’ormai praticamente formalizzato ingresso della Svezia nella NATO, con un servizio dal titolo “L’involuzione scandinava”, sostenendo che sinora gli svedesi sarebbero stati «Sempre dalla parte giusta della storia».

Senza delimitare circostanziatamente i diversi periodi storici che avrebbero contrassegnato tale posizione «giusta della storia», l’autore scrive che gli svedesi sarebbero sempre stati «a difesa dei deboli: ebrei in fuga dai nazisti, palestinesi oppressi in patria, congolesi in lotta con i razzisti del Sudafrica, cileni perseguitati da Pinochet. E da ultimo gli immigrati, accolti a decine di migliaia: africani, iracheni, iraniani, afghani, tanti curdi».

Per inciso, l’autore è lo stesso che, poco più di un mese fa, ancora su il manifesto, in un tentativo lodevole quanto maldestro di spiegare, con l’espansione aggressiva della NATO, la «paranoia sull’Ucraina» di Putin, azzardava il “paragone storico” degli olandesi che nel 1940 avevano aperto le dighe per cercare di fermare i nazisti, credendo con ciò di “avvalorare” l’assioma ukro-europeista, che fossero stati i russi a far saltare la diga «sul Dnepr per frenare il contrattacco ucraino, provocando la devastazione di un territorio che Mosca vuole conquistare a costo di distruggerlo. Il masochismo dei regimi autocratici non ha limiti».

I limiti dei regimi bandero-nazisti, invece, sono quelli loro imposti dai comandi NATO, e non sempre da quelli accettati.

Ma proseguiamo. Nel servizio del 14 luglio, l’autore ricorda gli esempi onorevoli di «Raoul Wallenberg, “giusto fra le nazioni”»; ricorda «la “pietra d’inciampo” posata nel punto dove fu ucciso il premier Olof Palme»; cita l’ex Segretario dell’ONU Dag Hammarskjold, e il mediatore ONU Folke Bernadotte, «assassinato nel ’48 in Palestina da un gruppo sionista».

Lodevole è il senso dello scritto di Cassini, a proposito de «l’abbandono della neutralità significa rinunciare a una parte essenziale della loro identità», riferito ai due paesi scandinavi, anche se la “neutralità” degli ultimissimi decenni era tutto fuorché tale.

Corretto sottolineare che l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO costituisce un serio colpo alla flotta russa del Baltico, che «diventerà un bacino della Nato»; ovvio concludere che solo i sordi non avvertono «i venti di guerra soffiare dal mar Nero al mar Baltico».

Solo che, come nel caso della diga bersagliata dai missili USA forniti ai nazisti-golpisti ucraini, si tratta di stabilire chi soffi sul fuoco delle tensioni ai diretti confini della Russia.

In caso contrario – e veniamo al punto – si finisce per dare per “assoluto”, quanto, in realtà, ha un valore storico ben delimitato, perché, a ben vedere, «Sempre dalla parte giusta della storia» la Svezia non lo è stata.

Nel 2020, in occasione del 75° anniversario della vittoria sovietica sul nazismo, L’Antidiplomatico pubblicò un volumetto (“Falsi storici. Chi ha scatenato la Seconda guerra mondiale?”), all’interno del quale era riportato un servizio del 2016 – l’originale in russo è tuttora reperibile qui – sul numero di soldati sovietici caduti per la liberazione dei paesi europei dal nazismo. Un paragrafo del servizio era dedicato specificamente ai “Paesi neutrali al servizio dei nazisti” e, in particolare, alla cosiddetta “neutralità” della Svezia.

Lo riportiamo, ricordando che gran parte di quanto riferito alla Svezia, come tutti sanno, vale per numerose industrie, compagnie petrolifere e banche USA, che non interruppero mai i rapporti con Berlino per tutta la durata del conflitto.
“... Nei primissimi giorni di guerra, una divisione tedesca fu lasciata passare attraverso la Svezia per operare nella Finlandia settentrionale. Tuttavia, il Primo Ministro svedese, il socialdemocratico P. Hansson, promise immediatamente al popolo svedese che mai più nessuna divisione tedesca sarebbe stata lasciata passare attraverso la Svezia e che il paese non sarebbe entrato in guerra contro l’URSS in alcun modo.

La Svezia assunse la rappresentanza degli interessi dell’URSS in Germania, eppure il transito di materiale militare tedesco verso la Finlandia continuò attraverso la Svezia; le navi tedesche trasportavano truppe, al riparo nelle acque territoriali della Svezia, e fino all’inverno del 1942/’43 furono scortate da forze navali svedesi. I nazisti ottennero la fornitura di merci svedesi a credito e il loro trasporto principalmente su navi svedesi.

Proprio il minerale di ferro svedese costituiva la migliore materia prima per Hitler. Questo minerale conteneva il 60% di ferro puro, mentre il minerale che la macchina militare tedesca riceveva da altri luoghi ne conteneva solo il 30%. Chiaro che la produzione di equipaggiamento militare col metallo fuso dal minerale svedese fosse molto più economica per il Terzo Reich.

Nello stesso 1939, quando la Germania hitleriana scatenava la seconda guerra mondiale, le furono consegnati 10,6 milioni di tonnellate di minerale ferroso svedese e le forniture aumentarono notevolmente dopo il 9 aprile 1940, quando la Germania aveva già conquistato Danimarca e Norvegia.

Nel 1941, 45.000 tonnellate di minerale svedese venivano fornite giornalmente via mare alla Germania, per le esigenze dell’industria militare tedesca. A poco a poco, il commercio tra Svezia e Germania nazista crebbe e, alla fine, rappresentò il 90% di tutto il commercio estero svedese.

Dal 1940 al 1944, gli svedesi vendettero ai nazisti oltre 45 milioni di tonnellate di minerale di ferro. Il porto svedese di Lulea fu appositamente convertito per la fornitura di minerale di ferro alla Germania attraverso le acque baltiche.

Dopo il 22 giugno 1941, i sottomarini sovietici arrecavano di tanto in tanto gravi disagi agli svedesi, silurando i loro trasporti, carichi del minerale.

Ancora oggi, solo poche persone sanno che uno dei compiti principali della Marina dell’Unione Sovietica nel Baltico non fu solo la lotta contro le navi fasciste, ma anche la distruzione delle navi della Svezia neutrale, che trasportavano merci per i nazisti.

Le forniture di minerali ferrosi alla Germania continuarono fin quasi al momento in cui il Terzo Reich prese ad agonizzare. Nel 1943, i tedeschi ne ricevettero circa 10,5 milioni di tonnellate; nel 1944, quando l’esito della guerra non era più dubbio, la Svezia fornì al Reich 7,5 milioni di tonnellate di minerale di ferro, ricevendo in cambio, fino all’agosto 1944, oro nazista attraverso banche svizzere.

La svedese SKF, che produceva i migliori cuscinetti a sfera del pianeta, forniva alla Germania circa il 10% del suo fabbisogno e l’importazione di cuscinetti dalla Svezia divenne particolarmente importante quando la VKF di Schweinfurt fu distrutta nel 1943.

Nell’autunno del 1941, il re di Svezia Gustav V Adolf inviò una lettera a Hitler in cui augurava al «caro Cancelliere del Reich ulteriori successi nella lotta contro il bolscevismo»”.
Più cauto dire: “ogni tanto, dalla parte giusta della storia”.

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15/07/2023

Il vertice di Vilnius e l'atteggiamento sempre più aggressivo della NATO

di Domenico Moro

L’11 e il 12 luglio si è tenuto l’ultimo vertice della Nato a Vilnius, in Lituania. La Nato, acronimo inglese che sta per Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, esiste ormai da 74 anni. La sua nascita risale al 1949, quando l’obiettivo era contrastare l’Urss in Europa nel quadro della guerra fredda. Successivamente, l’Urss diede vita nel 1955 al Patto di Varsavia, un’alleanza dei paesi socialisti in risposta alla Nato. Teoricamente la Nato avrebbe dovuto sciogliersi al momento della dissoluzione dell’Urss e dello scioglimento del Patto di Varsavia nel 1991. Così non è stato. La Nato ha continuato ad esistere, partecipando a una serie di conflitti dentro e fuori dell’Europa, ad esempio in Serbia, che fu bombardata dagli aerei dell’alleanza per 78 giorni, in Afghanistan e in Libia, dove ha determinato il defenestramento di Gheddafi e la destabilizzazione di quel Paese che dura tutt’oggi. Soprattutto la Nato ha continuato ad allargarsi sempre più a est, inglobando numerosi Paesi del blocco ex sovietico ed estendendo i propri confini a ridosso della Russia, malgrado le ripetute rimostranze di quest’ultima. L’Ungheria, la Polonia e la Repubblica ceca sono entrate nella Nato nel 1999, mentre i Paesi baltici – Lettonia, Lituania ed Estonia – la Romania e la Slovacchia sono entrati nel 2004. Più recentemente era in programma l’ingresso della Ucraina nella Nato, una delle ragioni dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Una estensione della Nato in Ucraina avrebbe rappresentato un chiaro vantaggio strategico per l’alleanza, che avrebbe potuto piazzare basi missilistiche e truppe a pochi chilometri da Mosca, minacciandola direttamente.

L’allargamento a est contraddice quanto promesso dagli Usa ai dirigenti dell’Urss, in particolare a Gorbaciov, al momento della dissoluzione del Patto di Varsavia. In particolare nel marzo 1991 si tenne un vertice tra rappresentanti delle potenze occidentali (Usa, Francia, Regno Unito e Germania) e quelli dell’Urss e della Germania Est nel quale vennero fornite ampie assicurazioni sul mantenimento dei confini della Nato. In particolare, secondo quanto appurato dal settimanale tedesco Der Spiegel, il rappresentante statunitense, Raimond Seitz, dichiarò: “Abbiamo promesso ufficialmente all’Unione Sovietica nei colloqui 4+2 così come in altri contatti bilaterali tra Washington e Mosca, che non intendiamo sfruttare sul piano strategico il ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa centro-orientale e che la Nato non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente”. Inoltre, lo stesso Gorbaciov disse in una intervista del 7 maggio 2008 al Daily Telegraph che il cancelliere tedesco Helmut Khol gli aveva promesso che la Nato “non si muoverà di un centimetro più ad est”. Sempre Der Spiegel riporta anche le parole dell’ex ambasciatore Usa a Mosca, Jack Matlock, secondo cui erano state date “garanzie categoriche” all’Unione Sovietica sulla non estensione a est della Nato. La Nato ha quindi mostrato, contrariamente alle promesse seguite alla fine della guerra fredda, un atteggiamento espansivo ed aggressivo, che è stato ben sintetizzato da Papa Francesco quando ha parlato dell’”abbaiare della Nato alle porte di Mosca”.

Ma veniamo al vertice recente della Nato, dove sono emerse nuove divergenze tra i paesi membri, dopo quelle che hanno impedito la nomina di un nuovo segretario generale al posto di Stoltenberg, che è stato riconfermato fino al 2024. Uno dei temi principali, se non il principale, era l’adesione dell’Ucraina alla Nato, che il presidente Zelensky avrebbe voluto immediata. Su questo i paesi della Nato si sono divisi tra di loro. In particolare, mentre il Regno Unito avrebbe voluto un ingresso immediato, la Germania e gli Usa hanno frenato per paura di ritrovarsi in una guerra contro la Russia in base all’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica, che prevede l’entrata in guerra dei paesi membri dell’alleanza nel caso in cui uno di essi fosse attaccato da un paese terzo. Di conseguenza, la Nato ha promesso “di estendere un invito” all’Ucraina non appena “vi sarà l’accordo degli alleati e le condizioni saranno rispettate”. La dilazione di una vera e propria decisione e di una road map definita ha sollevato l’irritazione di Zelensky che ha scritto su Twitter: “Sembra che non ci sia alcuna disponibilità né ad invitare l’Ucraina nella Nato né a farne un membro dell’alleanza. La Russia potrà continuare la guerra di terrore”. Alla conclusione del vertice si è praticamente rimandato l’ingresso dell’Ucraina nella Nato alla fine della guerra con la Russia. A determinare la mancata decisione della Nato sulla road map per l’ingresso ha pesato la volontà degli Usa, che non sono soddisfatti dell’andamento della guerra in Ucraina. Di fatto l’offensiva ucraina non mostra di fare passi in avanti. L’errore degli ucraini è stato quello di concentrarsi, contro i consigli statunitensi, su Bakhmut, lasciando ai russi il tempo di rinforzare le proprie difese con ampi campi minati e uno strutturato e profondo sistema di trincee, che ora non sembra essere superabile dagli ucraini. Di fatto, è evidente agli occhi degli statunitensi che l’Ucraina non è assolutamente in grado di sconfiggere la Russia e tantomeno di riconquistare la Crimea e gli altri territori del Donbass che si sono dichiarati indipendenti. Di conseguenza, sfumata la possibilità di vittoria, la dirigenza Ucraina ha solo una strada per entrare nella Nato: un trattato di pace con la Russia, che però sancirebbe la perdita di parte del suo territorio. Una condizione che risulterebbe inaccettabile a Zelensky, minando la base del suo potere. L’alternativa è continuare una guerra sanguinosa che esaurisce l’Ucraina e comporta alti costi anche per i paesi della Nato che la sostengono.

Altro tema importante è stato quello dell’ingresso della Svezia nella Nato. L’Ungheria e soprattutto la Turchia precedentemente si erano opposte a questo nuovo ingresso, perché la Svezia offre asilo politico a esponenti di organizzazioni curde che la Turchia giudica terroristiche. Ma dietro le ritrosie di Ankara c’era anche la questione dell’ingresso della Turchia nell’Ue, osteggiato da diversi paesi europei, e la questione della mancata disponibilità degli Usa alla vendita di alcuni armamenti, in particolare degli aerei da caccia F-16. Recentemente, però, c’è stata la disponibilità dei vertici europei a rilanciare la negoziazione sulla modernizzazione del trattato che regolamenta l’unione doganale tra Turchia e Ue, cosa di cui la Turchia ha bisogno data l’alta inflazione e la sua precaria situazione economica. Questo e la annunciata disponibilità statunitense alla vendita degli F-16 hanno contribuito a far sì che la Turchia desse il suo assenso all’adesione della Svezia alla Nato, a cui ha fatto seguito anche il via libera ungherese.

Infine, nel vertice di Vilnius va segnalata la presenza dei capi di governo di paesi dell’area dell’Indo-pacifico, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. L’incontro tra i paesi Nato e quelli dell’Indo-Pacifico nasce dalla volontà degli Usa di creare un unico blocco di Paesi alleati per contenere la Cina. Infatti, l’obiettivo è quello di rafforzare i rapporti con “una regione del mondo segnata dall’assertività della Cina”, dove è già attiva l’Aukus, l’alleanza recentemente siglata tra Australia, Regno Unito e Usa in funzione anti-cinese. Il coinvolgimento della Nato in questa area del mondo è un fatto grave che testimonia, come l’espansione in Europa orientale, che l’alleanza sta assumendo un atteggiamento sempre più espansivo e aggressivo andando anche ben oltre non solo le ragioni ma anche il contesto europeo per il quale era stata fondata nel 1949. Di fatto, la Nato sta diventando una alleanza con una volontà di proiezione della forza a livello globale. Non si vede, però, quale sia, per i Paesi europei come l’Italia, l’utilità di una alleanza che si estenda all’area dell’Indo-Pacifico, a parte provocare la Cina. Del resto, la Francia si è opposta all’apertura di un ufficio Nato a Tokyo. Il presidente Macron a Vilnius ha affermato: “L’Indo-Pacifico non è l’Atlantico del Nord. Sono d’accordo nel creare partenariati militari e intimità strategica con i paesi asiatici, ma senza per questo estendere il dominio della lotta”.

L’utilità di una estensione globale del raggio d’azione della Nato, del resto già raggiunta con l’intervento in Afghanistan, è solo per gli Usa, che mirano a separare l’Europa dalla Cina, così come è stata separata dalla Russia grazie alla guerra in Ucraina. L’unica difficoltà è che la Cina non è la Russia e economicamente è un gigante. La Cina, dalla globalizzazione in poi, è strettamente interconnessa con le economie statunitense e europea, che ne sono dipendenti. Per questo non è facile attuare politiche di separazione e di sostituzione con altri fornitori di beni, semilavorati e materie prime, specie quelle che servono alla costruzione dei microchip, sempre più strategici nell’industria, compresa quella bellica. Recentemente la Cina ha messo il blocco all’esportazione di alcune materie prime strategiche per la produzione di microchip, come risposta all’embargo contro la Cina decretato dagli Usa sui microchip. A tutto questo bisogna aggiungere che la Cina detiene gran parte del debito pubblico statunitense. Se la Cina decidesse di non acquistare più i treasury bill, i titoli di stato americani, l’amministrazione Biden si troverebbe in guai grossi, perché non riuscirebbe a finanziare il proprio debito e di conseguenza avrebbe difficoltà a garantire quel sostegno pubblico all’economia statunitense che è sempre più necessario data la stagnazione in cui si trova.

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14/07/2023

Chi esce vincitore dal vertice Nato di Vilnius?

Senza attendere i comunicati ufficiali, cosa si evidenzia maggiormente dal vertice NATO di Vilnius, il trentasettesimo della cosiddetta “alleanza” atlantica? Chi ha perso e chi ha guadagnato dalle decisioni “concordate”?

Dopo l’adesione della Finlandia, ufficializzata lo scorso aprile, ora anche per la Svezia i tempi dovrebbero accorciarsi, con la caduta dell’opposizione turca.

In cambio, Ankara riceve la promessa di ingresso nella UE: una promessa che è difficile valutare quanto sia davvero vantaggiosa per la Turchia, a parte forse l’eliminazione di alcune sanzioni e un maggiore accesso delle merci turche sui mercati europei, in cambio però di accresciuti problemi nella cooperazione con Mosca e Pechino, a causa delle sanzioni cui Ankara sarà costretta ad aderire contro Russia e Cina.

Di fatto, il prossimo ingresso della Svezia nella NATO rappresenta un indubbio successo per Washington.

Secondo il politologo Rostislav Išchenko, l’adesione della Svezia potrebbe significare, in caso di conflitto, un totale blocco della flotta russa del Baltico a Kronštadt e Kaliningrad.

Se, prima, la maggior preoccupazione NATO era quella, in caso di conflitto, di una rapida evacuazione dai Paesi baltici, ora gli USA si sono assicurati pieno accesso ai porti sul Baltico, potendo utilizzare anche le piazzeforti terrestri baltiche per attaccare Piter insieme ai finlandesi, o la Bielorussia insieme ai polacchi.

A livello di dichiarazioni, è stato dato ampio spazio alla condanna della partnership russo-cinese: la NATO dichiara che le mosse cinesi costituiscono una minaccia alla propria sicurezza e ai suoi “valori”. In tal modo, il blocco atlantico afferma esplicitamente l’espansione della propria sfera d’azione anche alla regione Asia-Pacifico

Per quanto riguarda l’Ucraina, eliminata la questione in quanto tale, si dice che viene agevolato il Piano d’azione per l’adesione e Kiev potrà aderire quando ci sarà pieno consenso tra i membri: «Confermiamo l’impegno preso al vertice di Bucarest del 2008, di far aderire l’Ucraina alla NATO, e oggi riconosciamo che il percorso dell’Ucraina verso la piena integrazione euro-atlantica esce dal quadro del Piano d’azione per l’adesione».

Così che, il tanto atteso “invito ad aderire” rivolto a Kiev dovrà essere rinviato a «quando gli alleati saranno tutti d’accordo e le condizioni saranno soddisfatte».

Il segretario NATO Jens Stoltenberg ha specificato che l’adesione dell’Ucraina alla NATO dipenderà dall’esito del conflitto con la Russia: se l’Ucraina non vince, la questione delle garanzie e dell’adesione alla NATO non verrà affatto sollevata, e ha aggiunto che «Tutti gli alleati della NATO concordano sul fatto che è impossibile accogliere l’Ucraina nell’alleanza prima della fine delle ostilità».

In compenso, per la gioia di lavoratori, pensionati, disoccupati, operatori e utenti della Sanità pubblica che, nei paesi “alleati”, vedranno ridursi ulteriormente i bilanci di pace a favore di quelli di guerra, ecco che a Vilnius si decide di aumentare il sostegno finanziario (oltre 500 milioni di euro l’anno) e militare ai nazi-golpisti, a partire dai missili a lungo raggio “SCALP”, forniti dalla Francia e, dalla Germania, ancora un battaglione di Leopard-1A4 (25 carri: più o meno quanti Kiev ne ha persi nella “controffensiva”), due battaglioni di blindati “Marder” (40 mezzi) e due complessi “Patriot”.

In aggiunta, decisa la creazione del Consiglio NATO-Ucraina, che non soddisfa certo nemmeno le più misere aspettative del nazigolpista-capo, Vladimir Zelenskij; insieme a lui, abbastanza delusi a Vilnius anche Polonia e Baltici, che avrebbero voluto un più diretto coinvolgimento nella questione ucraina.

Per la Russia, sostiene ancora Išchenko, non è cambiato molto, dato che Svezia e Finlandia, anche prima di ora, partecipavano attivamente ai piani NATO.

E, però, spostando i principali sforzi statunitensi dal mar Nero (dove l’Ucraina sta perdendo, la Turchia è inaffidabile, Romania e Bulgaria sono troppo deboli per costituire una seria minaccia per Mosca) al nord, verso il Baltico, dove la Russia si trova in una situazione strategica peggiore, ecco che gli USA portano a casa un risultato positivo.

In sostanza, Washington è riuscita a far accettare alla NATO i propri disegni, sia nella questione dell’ulteriore confronto con la Russia, sia in quella del confronto con la Cina:

«Gli USA trascinano la NATO nella crisi dell’Asia-Pacifico, senza porre fine alla crisi europea (che è svantaggiosa per l’Europa, ma vantaggiosa per gli USA); accentuano le minacce alla Russia dal Baltico, spingendo in prima linea finlandesi, baltici e polacchi, pur restando gli yankee formalmente fuori dai giochi; risolvono i problemi più acuti con la Turchia, riducendo temporaneamente il grado di tensione sia nelle relazioni USA-Turchia, che in quelle Europa-Turchia».

La valutazione del summit di Vilnius data da Il’ja Golovnëv, che ne scrive sulla nazionalista Tsar’grad, è di una sensazione per cui, presto, per l’Occidente non farà alcuna differenza cosa ne sarà dell’Ucraina dopo la fine del conflitto, nonostante che sin dal 2014 la NATO avesse preparato Kiev allo scontro con la Russia.

Secondo il politologo Sergej Prostakov, a Ovest, per non perdere completamente l’Ucraina, cominciano a circolare ipotesi di una sua divisione, sul modello RFT-DDR, “due Coree”, Cina-Taiwan: «a quanto pare, molto presto Kiev, in cambio della promessa di adesione alla NATO, sarà persuasa a negoziare la pace con i russi. E allora, Zelenskij e i suoi dovranno riconoscere la Crimea e le altre regioni come parte della Russia.

A Occidente sono stanchi; presto per loro non farà alcuna differenza in quale forma l’Ucraina sarà ridotta dopo la guerra. Importante però è che, comunque, rimanga un pezzo di territorio che, come un cancro, possa indebolire» la Russia. Sul territorio che rimarrà dell’Ucraina, la NATO dispiegherà contingenti militari e armi.

Prostakov è perentorio: Mosca deve smetterla di ritirarsi diplomaticamente, di «credere ai nemici e ai bugiardi. Il dialogo con la NATO e Kiev può ora essere costruito solo sulla base del principio “Non credere, non aver paura, non chiedere!”.

L’unica cosa che fermerà la peste bruna ai nostri confini è la completa eliminazione dell’Ucraina come stato. Qualsiasi negoziato di pace prima della vittoria completa equivale a una perdita».

Anche Jurij Selivanov afferma che il nemico non lascia altra scelta alla Russia, se non la piena e definitiva vittoria e cita il portavoce del Pentagono John Kirby: «Vediamo come vanno le discussioni», ha detto Kirby, rispondendo alla domanda su quali garanzie di sicurezza la NATO possa fornire all’Ucraina, se l’ingresso nell’Alleanza non è ancora possibile.

«Non so se vedremo uno schema concreto con i dettagli esatti... Ma l’Alleanza è unita nella necessità di un impegno a lungo termine per la sicurezza dell’Ucraina, e che essa deve essere fornita dei fondi necessari per la difesa, anche dopo che la guerra sarà finita».

Nello specifico della “questione russa”, il vertice afferma che Mosca rappresenta “la minaccia più seria alla sicurezza dell’alleanza”, anche se si giura di non cercare il confronto e di sperare di mantenere canali di dialogo; si invita Mosca a riconsiderare la decisione di ritirarsi dal Trattato CFE.

Non poteva ovviamente mancare la condanna dello spiegamento di armi nucleari in Bielorussia e la richiesta di ritirare le forze di pace dalla Transnistria. Caratteristiche dell’“impero del male” sono anche: il potenziale militare russo nell’Artico; il sostegno militare iraniano a Mosca; la minacciosa integrazione militare di Russia e Bielorussia, ecc.

L’unica cosa di cui hanno veramente paura, afferma Selivanov, è di essere coinvolti direttamente in un conflitto con la Russia e di possibili attacchi russi sul loro territorio. Dunque, teoricamente, ci possono essere cinque vie d’uscita da questa situazione oggettivamente «senza uscita per la grande Russia; cessazione dell’intervento e ritiro delle truppe russe dall’Ucraina».

Ma questo sarebbe anche peggio di una capitolazione; sarebbe una «continuazione della guerra in condizioni per noi estremamente sfavorevoli, sul nostro stesso territorio, con la totale demoralizzazione dell’esercito e una reale minaccia di crollo del Paese».

Per quanto riguarda l’ipotesi di “congelamento” del conflitto, con una farsa di «processo negoziale, questo sarebbe proprio ciò che l’Occidente cerca di ottenere, dato che ha bisogno di una tregua strategica per cercare di cambiare l’equilibrio delle forze militari a suo favore».

Altra ipotesi è quella di portare attacchi militari sul «territorio della NATO, in risposta alla fornitura di armi a lungo raggio a Kiev: rispondere agli attacchi missilistici NATO contro la Russia, con attacchi al territorio ucraino, non è che un invito all’Occidente a ulteriori consegne di armi».

Tuttavia, questa sarebbe una «chiara minaccia di guerra mondiale. È corretto considerarla, così come la possibilità di utilizzare armi nucleari, quali possibili opzioni, ma di riserva, nello spirito di quanto detto dal vice segretario del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev».

Ultima ipotesi, una «offensiva strategica decisiva russa, con forze e mezzi adeguati per liberare l’intero territorio della “Russia storica” dall’attuale occupazione occidentale, con conseguente accesso alla naturale “linea rossa”: il confine della NATO».

A ben vedere, l’ultima ipotesi è quella più concretamente «attuabile, ma richiede molto: richiede la mobilitazione di tutte le forze della Russia». Che ancora non c’è stata, soprattutto sul piano psicologico e sociale.

In definitiva, se Kiev esce “scornata” da Vilnius, come era nelle previsioni; se gli “alleati” europei, come nella tradizione, vanno “allo scrittoio col cappello in mano”, come era uso per il misero mezzadro di fronte al “Signor fattore”; se Washington sembra uscire a piene mani dal vertice, è proprio dagli Stati Uniti e dalla parte repubblicana del Congresso che potrebbero venire gli inciampi ai piani della Casa Bianca per NATO e Ucraina. Ma di questo, un’altra volta.

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