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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/06/2026

“La nostra guerra contro la Russia”. L’ammissione nell’anniversario dell’Operazione Barbarossa

Lo scorso 22 giugno, nel lugubre 85° anniversario dell’aggressione nazista all’Unione Sovietica, appare quantomeno curioso osservare come da alcune dispute giornalistiche tedesche scaturisca, involontariamente, la realtà di un’Europa che, ancora una volta, è impegnata militarmente sul “fronte orientale”.

Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista “si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa”.

Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica “distorce la realtà storica”.

Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di compromettere “la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni”. Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia.

Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014.

È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.

D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa “non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa”.

Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.

Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev.

Oggi, dice “si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina”. L’Europa, afferma Luk’janov, “sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina... Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva“.

E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina “non stia perdendo”: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui “la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio”.

Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che “la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace”.

Da qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste.

Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che “l’Ucraina ha già perso”. Vade retro.

Tra una declamazione e l’altra su “Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa” ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per “l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte”, dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei.

Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che “sono critici sulle armi”. Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.

La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio.

Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurata “da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva””. Questo, da un lato.

Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”.

Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale.

E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.

Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli Esteri, l’intera “esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia”.

L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda.

E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.

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23/11/2025

Il mito dell’Holodomor: quando la propaganda si traveste da storia

Ieri era il “giorno del ricordo” e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij ha commemorato le vittime della carestia dell’era sovietica che uccise milioni di cittadini (di cui una parte ucraini) nell’inverno del 1932-33.

L’Holodomor, che si traduce approssimativamente come “sterminio per fame”, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella memoria collettiva ucraina da quando la cosiddetta “rivoluzione di Maidan”, nel 2014, ha portato al governo partiti dichiaratamente neonazisti (Pravij Sektor, ecc.) e ha reso “religione di Stato” una serie di invenzioni propagandistiche per nulla innocenti. Nè con “illustri” progenitori.

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C’è una costante meravigliosa nella storia: ogni epoca è convinta di essere immune dalle bufale del passato, salvo poi cascarci di nuovo con la stessa grazia con cui un cavaliere del Trecento finiva nel fossato mentre sventolava la lancia. L’Holodomor, nella sua versione più romanzata – quella del “genocidio pianificato” come deliberato sterminio etnico – appartiene a questo genere fortunatissimo di narrazioni: quelle che non hanno bisogno di prove, ma solo di un buon regista.

Douglas Tottle, che non era un pericoloso bolscevico ma un sindacalista canadese con un debole per le fonti archivistiche, nel 1987 pubblicò Fraud, Famine and Fascism. Titolo poco sobrio, d’accordo, ma l’argomentazione è lineare: la storia della carestia del 1932-33 trasformata in “genocidio ucraino” nasce negli anni ’30 dentro un laboratorio che di storico aveva ben poco e di propagandistico moltissimo. E c’è un nome che ritorna, come certi parenti che bussano alla porta solo quando c’è da litigare sull’eredità: il signor William Randolph Hearst

Un giornalista inesistente e fotografie prese in prestito

Il personaggio chiave della fiaba nera dell’Holodomor sarebbe Thomas Walker, un “giornalista esperto di questioni russe”, che nel 1935 racconta sulle testate di Hearst una Ucraina trasformata in cimitero a cielo aperto. Peccato che Walker non fosse mai stato in Ucraina. E, dettaglio ancora più scomodo, che Walker non fosse… Walker: non esisteva. Un alias, un prestanome, un invisibile utile allo scopo.

Quanto alle fotografie dei suoi reportage, funzionano così: alcune arrivavano dalla Prima Guerra Mondiale, scattate tra i villaggi francesi e belgi distrutti dai combattimenti; altre risalivano alla carestia del Volga del 1921-22. Ma la magia della propaganda è semplice: basta un didascalia convincente, e una vittima della guerra del 1918 diventa una vittima del comunismo del 1933. Cambia tutto, senza cambiare nulla.

Tottle osserva maliziosamente che quelle stesse foto, “smontate come bufale da cinquant’anni”, continuano a ricomparire nei materiali divulgativi di certi nazionalisti e nei siti web di istituzioni rispettabilissime. Come dire: ogni secolo ha la sua fake news ricorrente, proprio come ogni principato medievale aveva la sua eterna disputa sui confini.
 
Da Berlino con furore: Goebbels e l’operazione Ucraina

Hearst non era solo. Quando nel 1933 la Germania nazista decide che l’Ucraina è perfetta come Lebensraum, serve costruire un nemico credibile: il governo sovietico. È qui che Joseph Goebbels, con la sua consueta delicatezza, inaugura una campagna sistematica sulle “atrocità” sovietiche in Ucraina. In quell’epoca, se Berlino e un magnate americano arrivano sulla stessa narrazione, non è perché hanno scoperto improvvisamente la verità: è perché hanno scoperto di avere lo stesso interesse.

Nel 1934, Hearst incontra Hitler. E dopo quel viaggio tedesco, osserva Tottle con l’aria di chi indica l’ovvio, i giornali di Hearst partono all’assalto dell’URSS con un entusiasmo degno di una campagna abbonamenti.

La cosa più ironica è che mentre Hearst dipinge i sovietici come vampiri affamatori di popoli, la stessa stampa elogia la rinascita economica della Germania hitleriana. Dimenticando, dettaglio minore, che quel miracolo tedesco era finanziato – per restare in tema di magie economiche – dai prestiti americani e inglesi.
 
Le carestie ci sono state, ma questo non è un processo teatrale

È evidente – e nessuno storico serio lo nega – che la carestia ci fu, e colpì duramente Ucraina, Volga, Kazakhstan e Caucaso. Ma il problema della narrazione “genocidaria” è un altro: l’idea che Stalin e il governo sovietico abbiano progettato deliberatamente di affamare gli ucraini come popolo nazionale.

E qui la storia, quella vera, si prende il suo spazio: la carestia fu il risultato micidiale di una serie di disastri amministrativi, errori colossali nelle politiche agricole e un’industrializzazione forzata condotta col pragmatismo di un chirurgo bendato. Un crimine? Sì. Un massacro? Per molti versi sì. Un genocidio etnico mirato? La documentazione disponibile non lo sostiene.

Ma il punto centrale non è se Stalin fu innocente, bensì capire che la costruzione del “genocidio ucraino per fame” nasce in un contesto preciso: la propaganda di guerra, non la storiografia.
 
Morale: la storia è una signora difficile e non ama le semplificazioni

Dietro la grande retorica dell’Holodomor come genocidio nazionale non c’è un’analisi dei documenti, ma un’operazione politico-mediatica iniziata con un giornalista fasullo, perfezionata da Goebbels e adottata con entusiasmo da certi settori della Guerra Fredda.

E il punto non è assolvere nessuno, ma, all’opposto, ricordare che la storia – quella vera – funziona come un tribunale medievale: prima si cercano le prove, poi si pronuncia sentenza. Non il contrario.

Bibliografia

Tottle, Douglas. Fraud, Famine and Fascism: The Ukrainian Genocide Myth from Hitler to Harvard. Toronto: Progress Books, 1987.

Conquest, Robert. The Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-Famine. Oxford University Press, 1986. (N.B.: opera fondamentale ma fortemente contestata sul piano metodologico e storiografico.)

Davies, R.W. – Wheatcroft, S.G. The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931–1933. London: Palgrave Macmillan, 2004.

Tauger, Mark B. “Natural Disaster and Human Actions in the Soviet Famine of 1931–1933.” The Carl Beck Papers, n.1506 (2001).

Tauger, Mark B. The 1932 Harvest: The Soviet Famine of 1931–1933 in Historical and Comparative Perspective. Pittsburgh: University of Pittsburgh, 1991.

Kondrashin, Viktor. The Tragedy of the Soviet Village, 1927–1939. Moscow: ROSSPEN, 2008. (Basato su fondi archivistici russi resi disponibili negli anni ’90.)

Viola, Lynne. The Unknown Gulag: The Lost World of Stalin’s Special Settlements. Oxford University Press, 2007. (Rilevante per comprendere le politiche agrarie staliniane e la repressione delle popolazioni rurali.)

Osokina, Elena. Our Daily Bread: Socialist Distribution and the Art of Survival in Stalin’s Russia, 1927–1941. Ithaca: Cornell University Press, 2001.

Getty, J. Arch; Naumov, Oleg V. The Road to Terror: Stalin and the Self-Destruction of the Bolsheviks, 1932–1939. Yale University Press, 1999. (Contesto politico della decisione sovietica negli anni delle carestie.)

Snyder, Timothy. Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin. Basic Books, 2010. (Testo molto influente, ma con posizioni critiche sulla natura della carestia: utile per confronto.)

Kuromiya, Hiroaki. Freedom and Terror in the Donbas. Cambridge University Press, 1998. (Utile per comprendere l’impatto della collettivizzazione nelle regioni minerarie e agricole ucraine.)

Wheatcroft, Stephen. “Towards Explaining the Soviet Famine of 1931-3: Political and Natural Factors in Perspective.” Food and Foodways, vol.4, n.2 (1991): 125–156.

Mace, James E.; Subtelny, Orest. Commission on the Ukrainian Famine, Investigation of the Ukrainian Famine 1932–1933. U.S. Congress, 1988. (Importante per ricostruire la nascita del filone “genocidario” negli anni della Guerra Fredda.)

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12/05/2025

Il Corriere e Rampini reinventano la seconda guerra mondiale

Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!

Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.

Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.

Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.

Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.

Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.

L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.

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28/04/2025

1941, il segreto dell’attacco all’URSS: il sostegno europeo all’invasione nazista

Nel giugno del 1941, quando la Germania nazista decise di lanciarsi nell’invasione dell’Unione Sovietica, anche la Svizzera — ufficialmente neutrale — si schierò, in modo tutt’altro che marginale, nella crociata antibolscevica.

In un gesto clamoroso, il governo elvetico offrì al Reich non un prestito, ma un vero e proprio regalo di duecento milioni di franchi svizzeri. Non solo: mise a disposizione la propria industria per produrre armi e munizioni destinate all’esercito di Hitler. Una violazione della neutralità che rimase avvolta nel silenzio fino agli anni Novanta, quando una commissione parlamentare d’inchiesta ammise — pur cercando di ridimensionare — la collaborazione.

Secondo quella stessa commissione, il contributo svizzero rappresentò solo lo 0,5% della produzione bellica tedesca e dunque non influenzò significativamente la durata del conflitto. Ma si trattò comunque di 1500 cannoni, relative munizioni e dei fondamentali cuscinetti a sfera, prodotti in Svizzera e in Svezia, al riparo dai bombardamenti alleati.

Questi dettagli storici non sono citati per pedanteria. Servono a comprendere meglio le condizioni in cui Hitler decise di attaccare l’URSS: convinto che il “baraccone sovietico” sarebbe crollato in due mesi, e che l’Occidente avrebbe approvato o tollerato. Su questa base, oltre a scatenare l’Operazione Barbarossa, mise in moto anche il genocidio degli ebrei.

L’attacco, tuttavia, non fu soltanto un’iniziativa tedesca. Fu un’offensiva europea, appoggiata da numerosi alleati, alcuni dei quali antinazisti. Per ragioni ideologiche o geopolitiche, diversi governi e movimenti collaborarono con il Reich. I socialdemocratici del Nord Europa, il Vaticano, i conservatori francesi di Vichy: tutti vedevano nell’URSS il nemico principale.

Sul campo, Hitler poteva contare su un esercito composito e imponente:

– 400.000 finlandesi

– 230.000 italiani

– 280.000 ungheresi

– 530.000 romeni

– 5.400 croati

– 50.000 spagnoli

– 35.000 slovacchi

– 5.000 francesi

– 1.000 portoghesi

– 2.000 svedesi

– 7.000 norvegesi, danesi, belgi e olandesi

In tutto, circa 1.600.000 uomini su 70 divisioni dislocate sul fronte orientale. Tra questi, anche i nazionalisti ucraini, che si resero protagonisti dei primi pogrom contro gli ebrei.

Questo aspetto della guerra – l’attacco europeo all’URSS – è ancora oggi taciuto o minimizzato. Spesso proprio da chi, paradossalmente, sostiene che gli alpini abbiano difeso la nostra libertà “a oriente”, fingendo di ignorare o conoscere benissimo il contesto.

Già nell’agosto del 1941, appena due mesi dopo l’attacco, il nervosismo serpeggiava tra gli alleati del Reich. Hitler, riferendosi alla situazione, disse di sentirsi come il cavaliere che, attraversato il ghiaccio sottile, muore di paura solo dopo, rendendosi conto del rischio corso. Si lamentava del fatto che i suoi servizi segreti avevano gravemente sottovalutato l’Armata Rossa, ma affermava con sicurezza che il suo genio avrebbe rimediato all’imprevisto.

Anche sul piano diplomatico qualcosa scricchiolava. Lo Shah di Persia si infuriò con l’ambasciatore tedesco: dov’era finita quella vittoria tanto annunciata? In Giappone, durante una conferenza imperiale a Tokyo, si prese atto che sconfiggere l’URSS non sarebbe stato né semplice né rapido. L’alternativa per l’espansione giapponese? Puntare a sud, verso le colonie britanniche, a condizione di neutralizzare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor.

A Berlino, l’ambasciatore giapponese Oshima entrò in crisi: aveva promesso a Ribbentrop l’imminente intervento nipponico, ma doveva ora confessargli che la resistenza sovietica aveva sconvolto i piani. Intanto Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, metteva in guardia: «Il bolscevismo, che doveva uscire distrutto da questa guerra, potrebbe invece uscirne rafforzato, se non stiamo attenti».

E mentre tutto questo accadeva, nel 1938 Albert Speer – architetto di Hitler – aveva aperto un conto speciale per finanziare la ricostruzione di Berlino in versione monumentale, “imperiale”, da realizzare dopo la vittoria. Nel 1943, senza dir nulla al Führer, chiuse silenziosamente quel conto. Una premonizione? O semplicemente, la fine di un’illusione.

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11/03/2025

Le origini del revisionismo storico

Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato il fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.

I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.

L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.

Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.

Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.

Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.

Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.

Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.

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10/03/2025

Perché Gaza non è Auschwitz

di Franco Berardi Bifo

Auschwitz fu l’esercizio scientifico di tutte le tecniche che mirano allo sterminio. Fu tortura prolungata, uso sistematico del terrore contro una popolazione di reclusi che non aveva nessuna possibilità di fuggire.

Fu lo scatenarsi di una potenza di fuoco gigantesca contro una popolazione indifesa, disarmata, nuda.

Fu il perseguimento intenzionale di un genocidio, l’assassinio sistematico degli innocenti, delle donne, dei bambini.

Quel che gli israeliani stanno facendo a Gaza, quel che gli israeliani fanno da decenni in tutto il territorio della Palestina, ha la stessa qualità di crudeltà e di accuratezza scientifica che ebbe l’Olocausto ebraico di ottanta anni fa.

L’assedio ha provocato la fame, la sete, la mancanza di tutto ciò che è indispensabile per la sopravvivenza. I bombardamenti procurano terrore ininterrotto a persone innocenti che corrono da una parte all’altra senza sapere dove riparare.

L’intera popolazione israeliana (con pochissime eccezioni) ha partecipato allo sterminio dei palestinesi, come l’intera popolazione tedesca con pochissime eccezioni aveva partecipato allo sterminio degli ebrei.

E però non si tratta di due eventi identificabili, perché tra quello e questo c’è una differenza enorme.

La differenza tra Auschwitz e Gaza sta nel carattere pubblico, mediaticamente ostentato dell’Olocausto inflitto ai palestinesi.

La lezione che i nazisti di Sion stanno dando al mondo è che non c’è alcun modo per difendere la nostra vita, le persone a noi vicine, i nostri figli, contro l’illimitata violenza di uno stato che è nato come stato coloniale, avamposto dell’imperialismo occidentale, e fa uso sistematico delle tecniche di pulizia etnica, di apartheid, e deportazione di massa.

Gaza non è come Auschwitz, perché in quel villaggio polacco non c’erano le telecamere, mentre oggi è l’umanità intera che siede in salotto e osserva il suo futuro.

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27/01/2025

Chi ha vinto e “chi ha aiutato chi” a vincere la Seconda guerra mondiale

27 gennaio: Giornata della memoria e ottantesimo anniversario della liberazione del lager nazista di Auschwitz da parte dell’Esercito Rosso sovietico, a simboleggiare la liberazione di tutti i campi di concentramento e di sterminio nazisti, attraverso cui erano passate 18 milioni di persone di Unione Sovietica, Jugoslavia, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Italia e di altri paesi: di esse, 11 milioni non fecero ritorno.

Nel luglio 1944, le truppe sovietiche erano state le prime ad arrivare al più grande lager nazista, Majdanek; nello stesso periodo, liberarono anche i campi di sterminio di Belzec, Sobibor, Treblinka e, successivamente, altri lager nei Paesi baltici e in Polonia. Prima della capitolazione tedesca, i soldati sovietici liberarono anche Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück.

Il 27 gennaio 1945, l’Esercito Rosso aveva aperto le porte del più grande complesso di campi di concentramento: Auschwitz. Ottant’anni dopo, i degni continuatori del fascista Jozef Pilsudski, idolo e modello di Adolf Hitler, mentre accolgono alle commemorazioni autori e complici di nuovi genocidi, ignorano gesuiticamente l’invito ai rappresentanti russi.

E, però, nel ricordare il contributo sovietico alla liberazione dal nazifascismo, pare opportuno soffermarsi ancora su alcune affermazioni contenute nel discorso di Donald Trump, a proposito delle sue simpatie per la «Russia, che ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, perdendo in quel processo quasi 60.000.000 di vite umane».

Così, ponendoci qualche innocente interrogativo sulle cognizioni e sulla buona fede dei suoi speechwriter, preme precisare alcuni passaggi storici, troppo spesso artatamente passati sotto silenzio, quando non sfacciatamente falsati, non solo dai tanti eredi di quei Komplizen filohitleriani che abbondano oggi nelle assise parlamentari di mezza Europa, ma anche da molte ingenue vittime delle vomitevoli falsità, messe ciclicamente in circolazione da quei “resilienti combattenti” per una «memoria storica».

“Combattenti” delle malebolge infernali che, «contro la disinformazione russa», tornano a indossare le vecchie divise nere o grigioverdi dei Hilfswilligen di 80 anni fa, riversando calunniosamente su altri le accuse per crimini da loro stessi perpetrati, oggi e, prima, dai loro avi, macchiatisi di «guerre di aggressione non provocate, ingiustificate e illegali», «attacchi mirati contro la popolazione civile, le aree residenziali e le infrastrutture civili», il tutto, «ricorrendo anche ad argomentazioni storiche distorte, manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere». Esattamente, le loro sporche nefandezze.

Così, senza entrare nei dettagli storici – anche se, per la verità, ce ne sarebbe un gran bisogno, visto il rifiorire di narrazioni che si credeva ormai ferme alle “scoperte” liberal-reazionarie di sessant’anni fa, à la Walther Hofer e simili – pare sufficiente riportare alcune nude cifre, diffuse, è vero dal Ministero degli esteri russo (ah, vi abbiamo colto con le mani nel sacco!, urleranno in coro nuovi socialfascisti e perenni reazionari) ma sulla base delle conclusioni della Commissione internazionale per le riparazioni dalla Germania del febbraio 1945.

Sottolineiamo: Commissione internazionale, composta di rappresentanti di URSS, USA e Gran Bretagna, la cui creazione era stata decisa nel corso della Conferenza di Jalta.

Dunque, secondo i dati di quella Commissione, il numero di “giorni-soldato” costati alla Germania sul fronte sovietico aveva superato di almeno 10 volte lo stesso numero di tutti gli altri fronti alleati presi insieme. Sul fronte sovietico erano stati impegnati 4/5 dei carri armati tedeschi e circa 2/3 degli aerei.

Complessivamente, era ricaduto sulle spalle dell’URSS quasi il 75% dell’intero sforzo bellico della coalizione anti-hitleriana. Nel corso della guerra, l’Esercito Rosso aveva liquidato 626 divisioni della Germania e dei suoi alleati, di cui 508 tedesche, contro le 176 eliminate da USA e Inghilterra sui loro fronti.

Il fronte sovietico-tedesco si era sviluppato lungo enormi spazi di territorio: in lunghezza (circa 4.000 km nel 1941 e oltre 6.000 km nel 1942) era stato di 4 volte superiore alla lunghezza totale dei fronti nordafricano, italiano e occidentale insieme. Su 1.418 giorni di durata del fronte sovietico-tedesco, le effettive operazioni di guerra vi si erano svolte per 1.320 giorni, quando sul fronte italiano erano state di 492 giorni su 663, sul fronte occidentale di 293 su 338 e sul fronte nordafricano di 309 su 973 giorni.

Il 28 aprile 1942, il presidente USA Franklin Roosevelt, nel discorso alla nazione americana, dichiarò: «Le truppe russe hanno liquidato, e continuano a eliminare, più uomini, aerei, carri armati e cannoni del nostro comune nemico, di tutte le altre 25 nazioni della coalizione antihitleriana messe insieme».

Il premier britannico Winston Churchill, in un messaggio a Stalin del 27 settembre 1944, scriveva che «è stato proprio l’esercito russo a sventrare la macchina da guerra tedesca...».

Il contributo decisivo dell’URSS alla vittoria è definito dal fatto che oltre il 73% delle perdite totali delle forze tedesche-fasciste erano state subite in battaglie e scontri con l’esercito sovietico. Qui era stata distrutta anche la maggior parte degli armamenti nemici: circa il 75% delle perdite totali di carri armati e cannoni d’assalto, oltre il 75% di tutte le perdite dell’aviazione, il 74% delle perdite complessive dell’artiglieria.

Le vittorie dell’Esercito Rosso sul fronte sovietico-tedesco furono decisive per l’apertura del Secondo fronte in Europa, iniziato il 6 giugno 1944 con l’operazione “Overlord” in Normandia.

Per quanto riguarda il sostegno sovietico «agli Alleati occidentali, da parte nostra risuonerebbe blasfemo», si afferma nella nota russa, «non riconoscere i fatti della storia che testimoniano in modo inconfutabile come l’Unione Sovietica e le sue Forze Armate, puntualmente e, talvolta, nelle condizioni a esse meno favorevoli, avessero onestamente e pienamente adempiuto ai propri doveri di alleati. L’Unione Sovietica ha adempiuto pienamente ai propri obblighi nei confronti degli Alleati, tendendo sempre una mano d’aiuto».

Fu così, ad esempio, con l’estesa operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici, allorché l’Esercito Rosso sostenne lo sbarco anglo-americano in Normandia. Quindi, nel gennaio 1945, con l’operazione “Vistola-Oder”, venendo incontro alle richieste di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticiperà l’inizio della prevista offensiva e così gli americani potranno districarsi da una situazione quantomeno per loro complicata.

Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in piena corrispondenza con gli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone. Iniziate le operazioni di combattimento nella penisola coreana, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, unità della 25° Armata e della Flotta del Pacifico già il 15 agosto avevano liberato quasi completamente il territorio della Corea fino al 38° parallelo.

«Gli Alleati occidentali si erano resi conto», si legge nella nota del Ministero degli esteri russo, che «senza l’aiuto dell’URSS, non sarebbero stati in grado di porre rapidamente fine alla guerra con il Giappone che, secondo gli USA, avrebbe potuto protrarsi fino al 1947 o al 1950. Il fulmineo smacco inferto in 11 giorni dall’esercito sovietico alle più potenti ed efficienti forze di terra giapponesi rappresentò un risultato senza precedenti non solo nel quadro della Seconda Guerra Mondiale, ma anche nell’intera storia dell’arte militare».

Su quel fronte, le perdite totali dell’URSS ammontarono a circa 4.500 uomini, di cui 1.500 morti. Alla liberazione della Corea non avevano preso parte né truppe americane, né di altri paesi: le prime unità delle forze USA sbarcarono sulla penisola l’8 settembre 1945, dopo che il Giappone aveva firmato l’atto di resa il 2 settembre 1945.

C’è inoltre da dire che un momento particolare nella dichiarazione di Donald Trump è costituito dalla cifra, da lui enunciata, di 60.000.000 di perdite sovietiche. Ora, ricorda Jurij Selivanov su news-front.ru, è il caso di evidenziare come Trump, su questo versante, abbia stabilito un nuovo “record mondiale”, superando anche i più vigorosi attivisti antisovietici della “katastrojka” gorbacëviana che, all’epoca, avevano giocato con le cifre sulle perdite al solo scopo di introdurre nelle coscienze l’idea che in Unione Sovietica non ci fosse e non ci fosse mai stato nulla di positivo e che fosse quindi giunto il momento di liquidarla.

Nello specifico, a proposito delle generazioni precedenti, che si erano battute sui fronti della Guerra patriottica, si insinuava che nessuno avesse «saputo combattere se non ammassando montagne di cadaveri sulle posizioni del nemico».

Da notare che, in queste macabre statistiche, le cifre hanno sempre ricevuto una forte spinta verso l’alto proprio nei momenti in cui i nuovi governanti avevano urgentemente bisogno di infangare il più possibile i predecessori.

Era stato così con il cosiddetto “smascheramento del culto della personalità”, all’epoca di Khrushchëv, quando Stalin veniva accusato di ogni possibile misfatto, senza che nessuno si preoccupasse di avallare scientificamente quelle accuse: fu allora, dice Selivanov, che il numero delle nostre perdite militari passò in un attimo da 7 a 20 milioni.

E quando Gorbacëv, all’inizio degli anni ’90, ebbe bisogno di introdurre nello stesso tema “fatti” ancora più terribili, ecco che apparve la nuova cifra di 27 milioni, ora più che raddoppiata da Donald Trump.

Nella nota del Ministero degli esteri russo, riportata sopra, si parla di perdite complessive della popolazione dell’URSS negli anni della guerra, per circa 26 milioni di persone, di cui 12 milioni di militari; tra questi ultimi: 5,2 milioni uccisi, 5,1 milioni dispersi e fatti prigionieri, 1,7 milioni deceduti negli ospedali in seguito alle ferite e morti in altre circostanze. A questi si aggiungono 13,7 milioni di civili, di cui 7,4 milioni deliberatamente sterminati nei territori occupati e 4,1 milioni morti e periti per le tremende condizioni del regime di occupazione, oltre a 2,2 milioni morti nei lavori forzati in Germania.

In generale, nei paesi europei occupati dai nazisti, le perdite della Polonia ammontarono a 4,1 milioni di persone, 1,7 milioni quelle della Jugoslavia, 450.000 della Grecia, 210.000 dei Paesi Bassi, 88.000 del Belgio. Le perdite umane (morti) nei principali paesi della coalizione anti-hitleriana furono: 400.000 per gli Stati Uniti, 370.000 per la Gran Bretagna, 600.000 per la Francia. Nel corso della lunga pluriennale guerra contro l’occupazione giapponese, la Cina perse 35 milioni di persone.

Questi, e non altri, sono i fatti storici, volutamente taciuti o stravolti dagli odierni maleodoranti continuatori dei Pilsudski, dei legionari lettoni, delle Relvagrenaderide SS-diviis estoni, dei tagliagole ucraini della divisione “Galicina”, degli adoratori del nazista Bandera e del fascista maresciallo Graziani, gli epigoni del Churchill del piano “Unthinkable” e del “Totality” americano di attacco all’URSS a guerra finita.

Quelle sopra riportate, e non altre, sono le testimonianze che provano l’ipocrisia di chi oggi, a Bruxelles, Strasburgo, Varsavia o Kiev, versa lacrime su «i monumenti di Holodomor» e singhiozza su un «imperdonabile ruolo svolto inizialmente dall’Unione sovietica nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale», secondo cui – di nuovo à la Walther Hofer – «due regimi totalitari cospirarono per dividere l’Europa in sfere di influenza esclusive».

Ma basta; anche il voltastomaco ha dei limiti. Ricordiamo soltanto, per tutti quei signori dalla memoria intermittente, che esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso aveva liberato Leningrado, dopo un assedio di 872 giorni che aveva provocato la morte, secondo fonti diverse, di 600.000 o 1,5 milioni di cittadini; una cifra che, secondo il politologo americano Michael Walzer, supera quella dei morti civili di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki presi insieme.

Non ci stanchiamo di ripeterlo: sozze belve guerrafondaie, eredi dei Quisling, dei Bandera, Himmler e Petain, che invece di giacere nel putridume che loro spetta, omeliano empie falsità dai pulpiti euroatlantisti.

Fonte

12/01/2024

Lettere da Stalingrado

Sono le ultime lettere di 39 ufficiali, sottufficiali e soldati, scelte fra le migliaia di ultime lettere scritte fra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 ai loro cari dai combattenti della Wehrmacht, ormai accerchiati a Stalingrado dalle truppe russe, e portate in Germania dall’ultimo aeroplano tedesco partito da lì prima che i russi rioccupassero l’aeroporto.

Le lettere, che in un primo tempo Hitler pensava di poter utilizzare a scopo di propaganda, finirono invece, quando il ‘Führer’ si rese conto che non erano suscettibili di un tale uso, nell’archivio dell’esercito a Postdam, dove vennero ritrovate al termine della guerra per poi vedere la luce anche nel nostro paese nel 1958, opportunamente selezionate e tradotte, con il titolo di “Ultime lettere da Stalingrado”.

Sono sessantaquattro pagine in tutto, da cui emerge una galleria di formidabili ritratti che si accampano nello scenario apocalittico della battaglia decisiva della seconda guerra mondiale.

Viene subito alla mente, come è ovvio, l’altro volume, ben più folto, delle lettere di partigiani condannati a morte. Sennonché qui l’effetto è forse ancora più struggente, perché noi sappiamo che quegli sventurati non fecero più ritorno, e loro stessi, tranne qualche eccezione, si rendevano conto di essere condannati senza appello.

I combattenti tedeschi, infatti, erano ormai discesi nel gorgo della tempesta, ma gli sguardi erano ancora rivolti alla cara vita, alla cara casa, alla donna lontana, ai sogni del futuro.

Da ciò deriva al loro dramma una potenza di ‘pathos’ e una tensione poetica, quali forse si ritrovano, ai giorni nostri, nei messaggi scambiati dai combattenti ucraini o russi con i loro familiari e con gli amici.

Certo, la scelta è stata fatta da un tedesco e si ispira ad un intento apologetico, poiché neppure una di queste confessioni depone a sfavore di chi scrive.

Tuttavia, malgrado quell’intento, in esse l’orrore del male, che scaturisce dalla costrizione militare e che segue la logica inesorabile della dottrina per cui “homo homini lupus”, si mescola con la ‘pietà omicida’ (un ossimoro che solo la guerra è capace di creare) verso il nemico dilaniato, con gli affetti elementari legati alla famiglia lontana e irraggiungibile e con le considerazioni impietose su quell’amalgama di sangue, di carne umana bruciata, di materia organica e di fango, che prende il nome, allora come oggi, di guerra imperialista per l’accaparramento delle materie prime e per la spartizione delle sfere d’influenza.

Troviamo così, sfogliando con il fiato sospeso le epigrafi di questo cimitero di vivi, il rigido ufficiale che manifesta il suo disprezzo verso i compagni: «…Uno eguale all’altro. Cioè tutti vigliacchi. Non possiamo vincere una guerra con gente come questa e tanto meno questa guerra… Ho imparato in questi quattro mesi certamente di più di quanto non avrei potuto imparare in una vita di cent’anni. Mi rincresce soltanto di dover finire i miei giorni in così miserevole compagnia».

Troviamo perfino chi scrive al padre, pastore protestante, con disperato sarcasmo, e la descrizione sembra attagliarsi perfettamente al quotidiano spettacolo dello sterminio, della deportazione e dell’umiliazione, cui il mondo intero assiste, tra impotenza e indifferenza, nella “terra dei profeti”:

«Dio non si è mostrato quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici e così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no».

Proseguendo, troviamo chi è tormentato dall’incubo: «Martedì ho fatto fuori con il mio carro due T-34 che la curiosità aveva spinto oltre le nostre linee. Era un quadro meraviglioso e impressionante. Poi passai davanti ai rottami fumanti. Dallo sportello pendeva giù un corpo, la testa all’ingiù; i piedi erano incastrati e bruciavano fino al ginocchio. Il corpo era vivo, la bocca rantolava.

Il dolore deve essere stato spaventoso e non c’era nessuna possibilità di liberarlo. Anche se fosse stato possibile, sarebbe morto lo stesso fra dolori atroci. Gli ho sparato, mentre le lacrime mi colavano giù dalle guance. Ora piango già da tre notti, per quel carrista russo assassinato da me…».

E troviamo anche una dignità, una generosità e una forza d’animo tali da intimidire: «Sentirai molto la mia mancanza, ma non fuggire gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli… Guarda bene all’uomo che scegli, sta attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa…».

Né si può tralasciare, eccezionale documento della civiltà nella barbarie, quella scena memorabile, descritta in una di queste lettere, in cui un pianista, «in una piccola strada laterale alla Piazza Rossa, su un pianoforte a coda, ha suonato l’“Appassionata”. Il pianoforte era proprio là sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento, certo per compassione, l’avevano sistemato sulla strada. […]

Quelle cento reclute sedevano, nei loro mantelli, le coperte tirate fin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti ma nessuno si lasciava distrarre, ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano».

Così, il significato più profondo e universale di queste testimonianze epistolari si riassume in una parola che supera ogni confine, ogni razza, ogni politica e ogni bandiera: una parola che dice che tutti gli uomini sono uguali:

«Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra le parole “Deutschland!” o “Heil Hitler!”. Si muore, questo sì, non si può negarlo; ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido di aiuto».

Una volta scossa dai venti impetuosi della storia e dagli eventi bellici della politica internazionale la polvere dell’oblio che le ha ricoperte per motivi più o meno confessabili durante i passati decenni, queste lettere costituiscono una straordinaria lezione dall’inferno, perché parlano di cose a cui nessuno al mondo è estraneo.

Gli italiani poi sono stati direttamente implicati, e con una parte di pesante responsabilità, nella terribile vicenda testimoniata da quelle lettere, anche se le generazioni che l’hanno vissuta in prima persona non sono più fra noi e quelle che le hanno seguite hanno beneficiato a lungo dell’oblio di cui si è detto poc’anzi.

Una lezione straordinaria, dunque, che parla non solo di un periodo lontano che risale ad ottant’anni orsono, ma parla a noi dell’oggi e del domani. Perché se gli italiani avessero saputo dire no al momento opportuno, probabilmente una quantità spaventosa di lacrime e di sangue sarebbe stata risparmiata, e quelle lettere – le ultime scritte da Stalingrado – nessuno le avrebbe scritte mai per il semplice motivo che non ve ne sarebbe stato il bisogno.

Fonte

07/08/2023

Lo sguardo dei viaggiatori stranieri sulla quotidianità del Terzo Reich

di Gioacchino Toni

Julia Boyd, Turisti nel Terzo Reich. Viaggiare in Germania all’epoca del nazismo, Luiss University Press, Roma, 2023, pp. 424, € 26,00 stampa, € 14,99 ebook

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Germania esercitava ancora una forte attrazione sugli stranieri presentandosi come un paese incantevole e incontaminato, con le sue città, i suoi borghi medievali, i suoi castelli e le sue cattedrali risparmiati dal conflitto, a cui si aggiungeva il fascino della sua cultura romantica e della sua tradizione musicale. La quantità di stranieri che, per vari motivi, soggiornavano e attraversavano il paese – in buona parte statunitensi e britannici – era decisamente elevata, tanto da arrivare a toccare nel 1937 quasi il mezzo milione di presenze l’anno.

Raccogliendo le testimonianze di tanti studenti, giornalisti, diplomatici, letterati, musicisti ecc., il corposo volume di Julia Boyd ricostruisce lo sguardo con cui i viaggiatori stranieri osservavano la quotidianità tedesca nel periodo hitleriano. Molti di loro avevano già un’idea ben precisa della Germania hitleriana prima di mettervi piede e la loro permanenza in terra tedesca, spesso, non faceva che confermare le loro aspettative; pochi cambiarono idea dopo avervi soggiornato. Tra gli stranieri presenti in Germania, almeno fino al 1937, a denunciare la deriva intrapresa dal paese erano soprattutto giornalisti e diplomatici ma, in molti casi, ai loro allarmi si guardava con disinteresse in patria.

Non è facile, sostiene, Boyd, trovare una spiegazione al perché così tanti statunitensi e britannici inviassero i loro figli a soggiornare nella Germania nazista persino quando la guerra sembrava sempre più imminente. Nonostante a livello internazionale non mancassero i timori che Hitler potesse condurre a un nuovo conflitto, molti visitatori desideravano vedere in lui un uomo di pace. Inoltre, l’enfasi nazista sull’ordine e sulla ferrea disciplina non mancava di esercitare un certo fascino sugli stranieri.

Nonostante fosse passato poco tempo dalla fine del primo conflitto mondiale, molti dei britannici che mettevano piede in Germania tendevano a guardare a quel paese come a un modello a cui ispirarsi. I viaggiatori statunitensi, sottolinea Boyd, pur stupiti dalla diffusione capillare di proclami antisemiti, faticavano ad affrontare criticamente la persecuzione nei confronti degli ebrei non solo in quanto, in molti casi, erano antisemiti loro stessi, ma anche perché ciò li avrebbe costretti a fare i conti con le discriminazioni praticate nel loro paese nei confronti degli afroamericani.

Inizialmente, per conquistarsi i favori stranieri, i nazisti insistevano molto nel presentarsi come baluardo alla minaccia “bolscevico-ebraica”. E se diversi viaggiatori di fede antibolscevica erano pronti a denunciare l’onnipotenza della polizia segreta, la propaganda martellante e l’autoritarismo del paese di Stalin, non altrettanto erano disposti a fare nei confronti di quello di Hitler, forse che le finalità di quest’ultimo bastassero a far passare del tutto in secondo piano tutto il resto.

Le prime testimonianze raccolte dal volume fanno riferimento al periodo weimariano, quando gli stranieri, nel visitare la Germania, non potevano che notare quanto fosse diffuso il risentimento per le condizione imposte dal Trattato di Versailles accentuato dall’impressionante livello di malnutrizione e povertà che toccava anche il ceto medio soprattutto nelle grandi città.

A stupire i viaggiatori britannici e statunitensi erano anche le tante espressioni artistiche, cinematografiche e teatrali d’avanguardia, il livello di emancipazione femminile, il libertinismo che si respirava a Berlino e, più in generale, la tendenza a un’esibizione del corpo del tutto sconosciuta nei loro paesi di provenienza. Negli ultimi anni della Germania weimariana a colpire i visitatori stranieri era anche l’incredibile attenzione riservata alle aggregazioni giovanili da parte di associazioni ecclesiastiche e formazioni politiche.

In apertura degli anni Trenta, la crisi dilagante aveva ridimensionato la presenza di visitatori stranieri in Germania, inoltre, le prime forme di turismo organizzato diminuirono le spese pro capite dei gruppi rispetto a quelle dei viaggiatori in proprio. Dopo la presa del potere da parte di Hitler, non pochi stranieri notarono come pian piano i tedeschi, a prescindere dalle precedenti posizioni politiche, si allineassero sempre più al nazismo per questioni di sopravvivenza.

Nel volume sono riportati gli sguardi attraverso cui i viaggiatori stranieri guardarono al rogo dei libri, ai sempre più frequenti sequestri di oppositori operati nottetempo e alle persecuzioni nei confronti degli ebrei. A proposito di queste ultime, dalle testimonianze raccolte, emerge come molti stranieri tendessero a ritenerle “un piccolo prezzo da pagare” per la rinascita di una grande nazione di cui si comprendeva, tutto sommato, il risentimento post Versailles.

Nel 1933 così vedeva invece le cose il giornalista francese di sinistra Daniel Guérin:

Per un socialista, visitare la Germania al di là del Reno era come esplorare le rovine di una città dopo un terremoto. Qui, fino a poco tempo fa, c’era il quartier generale di un partito politico, di un sindacato, di un giornale, là una libreria per i lavoratori. Oggi a quegli edifici son appese enorme bandiere con la svastica. Questa era solita essere una strada rossa; qui sapevano come si combatte. Oggi ci si imbatte solo in uomini silenziosi, dagli sguardi tristi e preoccupati, mentre i bambini ti spaccano i timpani con i loro “Heil Hitler!” (p. 114)

Quegli ostelli che solo poco tempo prima erano gremiti di giovani escursionisti pacifici ora erano occupati da giovani nazisti con cinturoni, stivali e la cravatta della Gioventù hitleriana indossata sulla camicia color cachi, indottrinati a ricordare agli stranieri che era grazie a loro se si stava salvando il pianeta dal bolscevismo. Non era difficile immaginare come questi giovani così entusiasti della disciplina a cui erano stati assoggettati prima o poi sarebbero stati ben disposti a prender le armi.

Oltre a notare quanto i giovani fossero stati coinvolti dal movimento nazista, qualche osservatore straniero restò stupito dal vedere come il ceto medio fosse disponibile a rinunciare a diverse libertà conquistate nel periodo weimariano e come molte donne, in nome dell’“interesse del popolo tedesco”, accettassero di abbandonare il lavoro per occuparsi solo della famiglia e di essere riprese se fumavano in pubblico o se andavano in giro truccate.

Se molti viaggiatori stranieri preferivano non guardare troppo in profondità la realtà tedesca, Guérin aveva notato come esistessero ancora luoghi nelle città tedesche in cui i nazisti preferivano non avventurarsi: nei bassifondi di Amburgo, ad esempio, continuavano a comparire sulle mura scritte come “Morte a Hitler!” e “Lunga vita alla rivoluzione”. Per qualche tempo, osservando piccoli comportamenti quotidiani, alcuni viaggiatori dedussero che non tutti i tedeschi sembravano in realtà convinti nazisti.

Consapevole dell’importanza del turismo come strumento di propaganda, il regime si adoperò per mostrare ai visitatori stranieri quanto la Germania fosse una nazione “amante della pace”, gaudente e ospitale: «“Venite a vedere con i vostri occhi” vantava un opuscolo “i progressi che sta facendo la Germania: disoccupazione assente, produzione ai massimi livelli, sicurezza sociale, grandi opere per lo sviluppo industriale, pianificazione economica, efficienza organizzata, una dinamica volontà di unire le forze, un popolo felice ed energico, lieto di condividere i sui successi con voi”» (p. 119).

A colpire gli stranieri era anche l’utilizzo propagandistico del festival wagneriano di Bayreuth, della festa del raccolto sulla collina di Bückeberg nei pressi di Hamelin, della rappresentazione della Passione di Oberammergau, di cui si accentuavano i caratteri antisemiti già presenti alla sua nascita secentesca. Probabilmente a sbalordire maggiormente i visitatori stranieri erano le tante iniziative neopagnane che celebravano il solstizio d’estate spronando i giovani al fervore patriottico. Molti stranieri raccontarono degli imponenti festeggiamenti annuali tenuti sulla collina di Hesselberg, scelta come Montagna Sacra dai nazisti, in cui si danzava attorno a un grande falò rivolgendo preghiere al sole e venerando Hitler. Centinaia di viaggiatori stranieri parteciparono agli oceanici raduni di Norimberga organizzati tra il 1933 e il 1938 e in diverse loro testimonianze raccontarono di quanto fossero coinvolgenti.

Nei primi tempi il campo di Dachau, inaugurato nel 1933, veniva mostrato con orgoglio ai visitatori stranieri. Le testimonianze riportate nel volume sono di diverso tono; mentre alcuni visitatori mettevano l’accento sul terrore che si poteva leggere negli occhi dei reclusi, consapevoli di essere in balia del totale arbitrio delle guardie, altri evidenziavano come, dopotutto, non si trattasse che di una modalità di rieducazione attraverso il lavoro. «L’antisemitismo era diffuso nell’alta società inglese, come pure in Francia e in buona parte dell’America. Analogamente il destino dei comunisti, degli zingari, degli omosessuali e dei “malati di mente”, che finivano a Dachau insieme agli ebrei, non rappresentava di certo una questione scottante per molti» (p. 154).

La testimonianza di uno straniero che aveva voluto sperimentare la partecipazione a un campo di lavoro nei primi anni del regime hitleriano riporta la facilità con cui era risuscito a integrarsi con lo spirito cameratesco dei giovani presenti e, soprattutto, come le esercitazioni fisiche che si tenevano – come nelle scuole – pur essendo eseguite senza armi, si sarebbero potute rivelare un ottimo addestramento per un futuro conflitto militare.

Stando a Boyd non erano pochi gli statunitensi presenti a Berlino nel 1934 per il congresso battista – che si diceva contrario al razzismo e all’antisemitismo – ad apprezzare la Germania hitleriana per aver «dato alle fiamme cumuli di libri e riviste diseducativi» facendo «piazza pulita delle librerie ebraiche comuniste» (p. 140). A visitare il paese erano anche diversi letterati europei e statunitensi. Anche in questo caso l’esperienza diretta aveva confermato il giudizio che già avevano del regime.

Nel volume viene racconta anche l’esperienza di un gruppo di studenti cinesi decisi a passare un periodo di vacanza a Berlino anche perché meno costosa rispetto alla capitale francese ove studiavano. Dai resoconti di questi studenti emerge un certo fastidio per l’ossessione con cui i tedeschi si esibivano costantemente in saluti a braccio teso e, soprattutto, la piena consapevolezza delle politiche repressive riservate agli ebrei.

Rimettendo piede in Germania dopo alcuni anni, qualche visitatore aveva notato come la popolazione apparisse improvvisamente più bionda; nel solo 1934 erano state vendute nel paese oltre 10 milioni di confezioni di tinta per capelli, mentre il rossetto, considerato non in linea con l’ideale femminile ariano, era letteralmente scomparso.

Nel 1936 si erano svolte in Germania sia le olimpiadi estive che quelle invernali e ciò aveva portato nel paese – soprattutto a Berlino – un numero elevato di stranieri, seppure, a conti fatti, inferiore alle attese. Per il regime nazista si trattava di una grande occasione per mostrare al mondo la rinascita e l’efficienza del paese. Se qualche inviato straniero colse l’occasione per denunciare quanto i giochi intendessero nascondere il totalitarismo del regime, così invece si esprimeva l’antisemita e razzista presidente del Comitato olimpico americano Avery Brundage: «Nessuna nazione dai tempi dell’antica Grecia ha colto il vero spirito olimpico come la Germania» (p. 218).

Anche nel biennio 1937-1938 il numero di visitatori stranieri in Germania restava alto. Nel commentare la sua visita alla mostra di Arte degenerata inaugurata a Monaco nel 1937, un commentatore straniero si diceva colpito dall’insistita presenza presenza tra le opere esposte di didascalie, punti esclamativi e interrogativi, «quasi come se i nazisti avessero paura che i visitatori non le schernissero abbastanza» (p. 270).

Curiosi sono i commenti rilasciati da un uomo di provate simpatie naziste come Crawford, consigliere del re d’Inghilterra, a margine della sua partecipazione (su invito) a una delle crociere a basso prezzo che lo stato, tra il 1933 ed il 1939, offriva ai lavoratori tedeschi: stupito dal cameratismo e dalla naturalezza con cui i tedeschi rispondevano con entusiasmo agli ordini loro impartiti – cosa, a suo avviso, inimmaginabile per i britannici – con ironia espresse il convincimento che i tedeschi fossero gli unici al mondo «nati socialisti».

Parrebbe che persino i viaggiatori fondamentalmente ostili al nazismo guardassero istintivamente oltre il regime e vedessero quella che immaginavano essere la reale Germania: un paese che, nonostante tutto, conservava la sua inossidabile capacità di sedurre e incantare (p. 281).

A partire dal 1938, quando si assistette a una vera e propria escalation di violenze, la visione della Germania da parte dei viaggiatori stranieri iniziò a cambiare; diversi “scoprirono” quanto sino ad allora non avevano saputo o voluto vedere e si resero conto di come la guerra fosse sempre più imminente. Non a caso nel 1939 le presenze straniere sul suolo tedesco diminuirono decisamente e molti tra i presenti optarono per abbandonare velocemente il paese. Poi arrivò la guerra. «Tutti i racconti che ci hanno tramandato gli stranieri ancora in grado di viaggiare in modo indipendente nel Reich durante gli ultimi tre anni di guerra sono raccapriccianti e commoventi al tempo stesso. Un tema li accomuna, i bombardamenti» (p. 229)

Ricostruendo le modalità con cui tanti viaggiatori stranieri avevano guardato alla quotidianità tedesca durante il regime hitleriano, il volume di Boyd, pur non aggiungendo nulla di nuovo sulla Germania del periodo, ha il merito di mostrare come a lungo, soprattutto i britannici e gli statunitensi avessero voluto vedere soltanto ciò che confermava il giudizio che già avevano sul regime e come, in diversi casi, forti delle convinzioni antibolsceviche e antisemite, che di certo non mancavano nei paesi d’origine, vi avessero guardato con una certa benevolenza, almeno fino allo scoppio della guerra.

Certo, non erano mancate voci dissonanti, provenienti da chi politicamente manifestava convincimenti risolutamente antinazisti, ma, complice anche la composizione sociale dei viaggiatori, i più non trovarono poi così disdicevole il totalitarismo incontrato visto che questo garantiva, ai loro occhi, l’efficiente rinascita di una nazione umiliata dal Tratto di Versailles e, soprattutto, un baluardo al comunismo. E pazienza per chi ne faceva e ne avrebbe fatto le spese con lo scoppio della guerra.

Attorno alla metà degli anni Trenta molti viaggiatori stranieri erano stati favorevolmente colpiti dal livello di idealismo e patriottismo manifestato dai tedeschi comuni, cosa che ritenevano del tutto impossibile nei loro paesi. Altra cosa che, come testimoniano diversi racconti, aveva profondamente colpito gli occhi dei visitatori era l’ostinato desiderio dei tedeschi di essere apprezzati, capiti e rispettati dagli stranieri.

Persino alla fine degli anni Trenta era ancora possibile per uno straniero passare settimane in Germania e non provare niente di più spiacevole di una puntura d’insetto. Tuttavia c’è una differenza tra “non vedere” e “non sapere”. E dopo la Notte dei cristalli del 9 novembre 1938 non potevano esserci scusanti per un viaggiatore straniero che affermasse di “non conoscere” la vera natura dei nazisti (p. 362).

A distanza di tempo, la disinvoltura con cui si tende ad appiccicare l’etichetta “nazista” a tutto ciò che si presenta autoritario rischia di sminuire la portata di quanto accaduto. Meglio sarebbe non dimenticarsi mai cosa è stato davvero il nazismo e di cosa è stato capace.

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16/07/2023

La memoria storica della “neutralità” svedese

Non ce ne vogliano i lettori; la presente nota non ha alcuna pretesa: né sul piano dell’attualità politica e nemmeno, però, su quello della memoria storica, pur se è proprio sul secondo piano che si incentra. Semplicemente, è il tentativo di puntualizzare una verità che, detta in un certo modo, tale non è fino in fondo.

Il 14 luglio, l’ex diplomatico Giuseppe Cassini, su il manifesto, ha commentato l’ormai praticamente formalizzato ingresso della Svezia nella NATO, con un servizio dal titolo “L’involuzione scandinava”, sostenendo che sinora gli svedesi sarebbero stati «Sempre dalla parte giusta della storia».

Senza delimitare circostanziatamente i diversi periodi storici che avrebbero contrassegnato tale posizione «giusta della storia», l’autore scrive che gli svedesi sarebbero sempre stati «a difesa dei deboli: ebrei in fuga dai nazisti, palestinesi oppressi in patria, congolesi in lotta con i razzisti del Sudafrica, cileni perseguitati da Pinochet. E da ultimo gli immigrati, accolti a decine di migliaia: africani, iracheni, iraniani, afghani, tanti curdi».

Per inciso, l’autore è lo stesso che, poco più di un mese fa, ancora su il manifesto, in un tentativo lodevole quanto maldestro di spiegare, con l’espansione aggressiva della NATO, la «paranoia sull’Ucraina» di Putin, azzardava il “paragone storico” degli olandesi che nel 1940 avevano aperto le dighe per cercare di fermare i nazisti, credendo con ciò di “avvalorare” l’assioma ukro-europeista, che fossero stati i russi a far saltare la diga «sul Dnepr per frenare il contrattacco ucraino, provocando la devastazione di un territorio che Mosca vuole conquistare a costo di distruggerlo. Il masochismo dei regimi autocratici non ha limiti».

I limiti dei regimi bandero-nazisti, invece, sono quelli loro imposti dai comandi NATO, e non sempre da quelli accettati.

Ma proseguiamo. Nel servizio del 14 luglio, l’autore ricorda gli esempi onorevoli di «Raoul Wallenberg, “giusto fra le nazioni”»; ricorda «la “pietra d’inciampo” posata nel punto dove fu ucciso il premier Olof Palme»; cita l’ex Segretario dell’ONU Dag Hammarskjold, e il mediatore ONU Folke Bernadotte, «assassinato nel ’48 in Palestina da un gruppo sionista».

Lodevole è il senso dello scritto di Cassini, a proposito de «l’abbandono della neutralità significa rinunciare a una parte essenziale della loro identità», riferito ai due paesi scandinavi, anche se la “neutralità” degli ultimissimi decenni era tutto fuorché tale.

Corretto sottolineare che l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO costituisce un serio colpo alla flotta russa del Baltico, che «diventerà un bacino della Nato»; ovvio concludere che solo i sordi non avvertono «i venti di guerra soffiare dal mar Nero al mar Baltico».

Solo che, come nel caso della diga bersagliata dai missili USA forniti ai nazisti-golpisti ucraini, si tratta di stabilire chi soffi sul fuoco delle tensioni ai diretti confini della Russia.

In caso contrario – e veniamo al punto – si finisce per dare per “assoluto”, quanto, in realtà, ha un valore storico ben delimitato, perché, a ben vedere, «Sempre dalla parte giusta della storia» la Svezia non lo è stata.

Nel 2020, in occasione del 75° anniversario della vittoria sovietica sul nazismo, L’Antidiplomatico pubblicò un volumetto (“Falsi storici. Chi ha scatenato la Seconda guerra mondiale?”), all’interno del quale era riportato un servizio del 2016 – l’originale in russo è tuttora reperibile qui – sul numero di soldati sovietici caduti per la liberazione dei paesi europei dal nazismo. Un paragrafo del servizio era dedicato specificamente ai “Paesi neutrali al servizio dei nazisti” e, in particolare, alla cosiddetta “neutralità” della Svezia.

Lo riportiamo, ricordando che gran parte di quanto riferito alla Svezia, come tutti sanno, vale per numerose industrie, compagnie petrolifere e banche USA, che non interruppero mai i rapporti con Berlino per tutta la durata del conflitto.
“... Nei primissimi giorni di guerra, una divisione tedesca fu lasciata passare attraverso la Svezia per operare nella Finlandia settentrionale. Tuttavia, il Primo Ministro svedese, il socialdemocratico P. Hansson, promise immediatamente al popolo svedese che mai più nessuna divisione tedesca sarebbe stata lasciata passare attraverso la Svezia e che il paese non sarebbe entrato in guerra contro l’URSS in alcun modo.

La Svezia assunse la rappresentanza degli interessi dell’URSS in Germania, eppure il transito di materiale militare tedesco verso la Finlandia continuò attraverso la Svezia; le navi tedesche trasportavano truppe, al riparo nelle acque territoriali della Svezia, e fino all’inverno del 1942/’43 furono scortate da forze navali svedesi. I nazisti ottennero la fornitura di merci svedesi a credito e il loro trasporto principalmente su navi svedesi.

Proprio il minerale di ferro svedese costituiva la migliore materia prima per Hitler. Questo minerale conteneva il 60% di ferro puro, mentre il minerale che la macchina militare tedesca riceveva da altri luoghi ne conteneva solo il 30%. Chiaro che la produzione di equipaggiamento militare col metallo fuso dal minerale svedese fosse molto più economica per il Terzo Reich.

Nello stesso 1939, quando la Germania hitleriana scatenava la seconda guerra mondiale, le furono consegnati 10,6 milioni di tonnellate di minerale ferroso svedese e le forniture aumentarono notevolmente dopo il 9 aprile 1940, quando la Germania aveva già conquistato Danimarca e Norvegia.

Nel 1941, 45.000 tonnellate di minerale svedese venivano fornite giornalmente via mare alla Germania, per le esigenze dell’industria militare tedesca. A poco a poco, il commercio tra Svezia e Germania nazista crebbe e, alla fine, rappresentò il 90% di tutto il commercio estero svedese.

Dal 1940 al 1944, gli svedesi vendettero ai nazisti oltre 45 milioni di tonnellate di minerale di ferro. Il porto svedese di Lulea fu appositamente convertito per la fornitura di minerale di ferro alla Germania attraverso le acque baltiche.

Dopo il 22 giugno 1941, i sottomarini sovietici arrecavano di tanto in tanto gravi disagi agli svedesi, silurando i loro trasporti, carichi del minerale.

Ancora oggi, solo poche persone sanno che uno dei compiti principali della Marina dell’Unione Sovietica nel Baltico non fu solo la lotta contro le navi fasciste, ma anche la distruzione delle navi della Svezia neutrale, che trasportavano merci per i nazisti.

Le forniture di minerali ferrosi alla Germania continuarono fin quasi al momento in cui il Terzo Reich prese ad agonizzare. Nel 1943, i tedeschi ne ricevettero circa 10,5 milioni di tonnellate; nel 1944, quando l’esito della guerra non era più dubbio, la Svezia fornì al Reich 7,5 milioni di tonnellate di minerale di ferro, ricevendo in cambio, fino all’agosto 1944, oro nazista attraverso banche svizzere.

La svedese SKF, che produceva i migliori cuscinetti a sfera del pianeta, forniva alla Germania circa il 10% del suo fabbisogno e l’importazione di cuscinetti dalla Svezia divenne particolarmente importante quando la VKF di Schweinfurt fu distrutta nel 1943.

Nell’autunno del 1941, il re di Svezia Gustav V Adolf inviò una lettera a Hitler in cui augurava al «caro Cancelliere del Reich ulteriori successi nella lotta contro il bolscevismo»”.
Più cauto dire: “ogni tanto, dalla parte giusta della storia”.

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