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15/10/2026

Due diverse “seconde guerre mondiali”

“Questa guerra sarà molto diversa dalla guerra in Occidente.”
Adolf Hitler ai suoi generali, 30 marzo 1941, come riportato nel diario del generale Franz Halder

Prologo: una domanda in una bella casa

Quest’autunno, un famoso giornalista americano, ospite a casa di un ex ministro del governo britannico, si è complimentato per l’abitazione e poi ha posto una domanda che ha scatenato un acceso dibattito tra i commentatori su entrambe le sponde dell’Atlantico. La Gran Bretagna aveva davvero tratto qualche vantaggio dalla lotta contro Hitler?

Il ministro cercò la risposta che ogni scolaro britannico conosce. Senza la guerra, disse, parlerebbero tutti tedesco. L’americano scrollò le spalle. Chi se ne importa? L’indignazione fu immediata. I politici si schierarono contro di lui. Gli opinionisti usarono il termine “revisionismo”. Il ministro fu dichiarato vincitore ai punti e tutti tornarono a discutere su cosa quell’episodio avesse rivelato sulla destra americana.

Quasi nessuno si accorse di cosa fosse realmente accaduto in quella stanza. Due uomini della stessa civiltà stavano discutendo della questione più antica del mondo: se una lite tra parenti fosse valsa la pena, considerando il prezzo pagato. Uno riteneva che la Gran Bretagna avesse gettato via un impero per una disputa che non la riguardava.

L’altro pensava che la Gran Bretagna avesse fatto la cosa giusta, preservando la propria libertà e il suo amor proprio. Ascoltate i termini della discussione: l’impero, la lingua, la sovranità britannica, l’amor proprio della Gran Bretagna. Persino la difesa della guerra fu fatta in termini di bilancio britannico.

Permettetemi dunque di dire ciò che nessuno in quella stanza avrebbe osato dire. La domanda posta in quella bella casa non era un’eresia. Era la domanda di un rivale, e poteva essere posta solo in riferimento al fronte occidentale. La Seconda Guerra Mondiale in Europa non fu una sola guerra, ma due.

In Occidente, la Germania nazista combatté contro dei rivali: potenze che invidiava, imitava, con cui negoziava e con cui sperava, quasi fino alla fine, di raggiungere la pace. In Oriente, combatté contro un nemico: uno Stato che intendeva distruggere, un’idea che intendeva sterminare e popoli che intendeva affamare, ridurre in schiavitù e rimpiazzare.

Hitler comprese la differenza. Così come, lo dimostrano i fatti, la compresero le potenze occidentali. Agirono di conseguenza prima della guerra, durante la guerra e soprattutto dopo. E quando la situazione si fece critica, i rivali si ritrovarono a schierarsi dalla stessa parte. Lo fanno sempre.
 
Hitler lo disse per primo

Il 30 marzo 1941, oltre duecento alti comandanti tedeschi si riunirono nella Cancelleria del Reich a Berlino per ascoltare Hitler descrivere l’imminente invasione dell’Unione Sovietica. Il generale Franz Halder, capo di stato maggiore dell’esercito, prese appunti. Questi appunti sono giunti fino a noi e sono tra i documenti più rivelatori del secolo.

Hitler disse ai suoi generali che la guerra a est sarebbe stata uno scontro tra due visioni del mondo. Il comunismo, disse, rappresentava un enorme pericolo per il futuro della Germania. La vecchia idea militare di cameratismo con il nemico doveva essere abbandonata: un comunista non era un compagno, né prima né dopo la battaglia.

Questa sarebbe stata una guerra di sterminio. I commissari sovietici e l’intellighenzia comunista dovevano essere annientati, e questo, disse, non era compito dei tribunali militari. Poi arrivò la frase che svelò tutto. Questa guerra, disse Hitler, sarebbe stata molto diversa dalla guerra in Occidente.

Rileggilo. La guerra contro la Gran Bretagna e la Francia era stata una guerra. La guerra contro l’Unione Sovietica sarebbe stata qualcosa di completamente diverso. Non sono il primo a dire che la guerra in Occidente è stata una guerra diversa. Fu Adolf Hitler a dirlo per primo, a più di duecento dei suoi generali, nel marzo del 1941.

Non si trattò di un’ispirazione improvvisa. L’11 agosto 1939, dodici giorni prima della firma del patto nazi-sovietico, Hitler ricevette Carl Burckhardt, Alto Commissario della Società delle Nazioni a Danzica. Secondo il racconto di Burckhardt, Hitler gli disse che ogni sua iniziativa era diretta contro l'URSS e che, se l’Occidente fosse stato troppo stupido e cieco per comprenderlo, sarebbe stato costretto a scendere a patti con i russi, sconfiggere l’Occidente e poi rivolgere tutte le sue forze contro l’Unione Sovietica.

Alla vigilia della guerra con Gran Bretagna e Francia, Hitler descriveva quel conflitto come una deviazione, impostagli dalla cecità occidentale, sulla strada verso la vera guerra.

Gli storici tradizionali non contestano questa distinzione. Anzi, la sviluppano ulteriormente. Sir Ian Kershaw, il più importante biografo britannico di Hitler, ha descritto la guerra in Occidente come, dal punto di vista della leadership nazista, una guerra molto più convenzionale, e la guerra in Oriente come qualcosa di completamente diverso: una guerra di annientamento, senza pietà né sconti di pena. Tutto ciò che chiedo è che prendiamo sul serio questa distinzione e che la seguiamo ovunque ci conduca.

Due guerre, due regolamenti

Cosa significava in pratica “molto diverso”? Significava che l’invasione dell’Unione Sovietica era stata pianificata come un crimine prima ancora che venisse sparato un solo colpo.

Il 2 maggio 1941, sette settimane prima dell’invasione, alti funzionari tedeschi si riunirono per pianificare come i territori orientali conquistati avrebbero rifornito di cibo la Wehrmacht e il Reich. I loro verbali riportano, con calma burocratica, che di conseguenza “innumerevoli milioni” di persone sarebbero indubbiamente morte di fame. Questo era il Piano della Fame, e non la previsione di uno sfortunato effetto collaterale. Era la politica.

Il 13 maggio entrò in vigore il Decreto di giurisdizione Barbarossa, che aboliva l’obbligo di processare i soldati tedeschi per crimini contro i civili sovietici. Il 6 giugno arrivò l’Ordine del Commissario: gli ufficiali politici dell’Armata Rossa dovevano essere separati dagli altri prigionieri e fucilati.

Dietro il fronte, gli Einsatzgruppen delle SS seguirono l’esercito e iniziò l’Olocausto per mezzo delle pallottole: l’uccisione in massa di uomini, donne e bambini ebrei in tutto il territorio sovietico occupato. Dietro a tutto ciò c’era il Generalplan Ost, il progetto per una Germania dell’Est da cui decine di milioni di slavi dovevano essere deportati, lasciati morire di fame o costretti a lavorare fino alla morte per far posto ai coloni tedeschi.

Ora confrontiamo il destino degli uomini che si arresero. Dei circa 5,7 milioni di soldati dell’Armata Rossa fatti prigionieri dai tedeschi, circa 3,3 milioni morirono in prigionia: fucilati, di fame o lasciati morire di freddo in recinti all’aperto. I prigionieri britannici e americani dei nazisti morirono in una percentuale di poche unità. Ricevettero pacchi dalla Croce Rossa. Organizzarono rappresentazioni teatrali nei campi di prigionia. Dopo la guerra, scrissero libri di successo sulle loro fughe.

Un soldato britannico catturato dai nazisti aveva più del novantacinque per cento di probabilità di tornare a casa. Un soldato dell’Armata Rossa aveva probabilità peggiori di un lancio di moneta.

Tutto ciò non significa che l’Europa occidentale occupata sia stata risparmiata dal terrore nazista. Non lo fu. Gli ebrei di Francia, Belgio e Paesi Bassi furono radunati e deportati verso la morte, e nel giugno del 1944 una divisione delle SS, che aveva trascorso anni a combattere a est, massacrò il villaggio francese di Oradour-sur-Glane.

Ma notate dove andavano i treni della deportazione: a est. I campi di sterminio sorgevano nella Polonia occupata; i campi di sterminio si trovavano nei territori sovietici occupati. La macchina dello sterminio fu costruita a est e puntata verso l’est, e fu l’Armata Rossa a conquistarla. I soldati dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini aprirono i cancelli di Majdanek nel luglio del 1944 e di Auschwitz nel gennaio del 1945.

Ecco dunque la prima lezione. Sul fronte occidentale, la Germania combatté per vincere. Sul fronte orientale, combatté per annientare. Un rivale è qualcuno che si intende sconfiggere. Un nemico è qualcuno che si intende distruggere.

La somiglianza familiare

Perché Hitler tracciò proprio quel confine? In parte per una questione razziale. Nell’ideologia nazista, gli inglesi erano un popolo germanico come noi, mentre gli slavi erano considerati subumani e il bolscevismo una cospirazione ebraica. Ma in parte, e in modo ben più scomodo per l’Occidente, si trattava di ammirazione. Hitler non solo temeva le potenze occidentali, ma le studiava.

Disse ai suoi commensali che lo spazio russo sarebbe stato l’India della Germania e che, come gli inglesi, i tedeschi avrebbero governato il loro impero con una manciata di uomini. L’ideologia che ha costruito Auschwitz guardava al Raj britannico e vi vedeva un modello da seguire. Il modello di Hitler per la conquista della Russia era l’India britannica.

Il suo interesse per l’America era altrettanto specifico. Nel Mein Kampf elogiò gli Stati Uniti per aver impedito l’immigrazione in base a motivi di salute e di razza. Nel giugno del 1934, quando i giuristi nazisti si riunirono per pianificare la legislazione razziale che sarebbe poi diventata le Leggi di Norimberga, il ministro della giustizia del Reich portò un memorandum sul diritto americano, e la riunione esaminò le leggi razziali di uno stato americano dopo l’altro.

Come ha documentato lo storico del diritto di Yale James Q. Whitman, uno dei più spietati avvocati nazisti presenti, Roland Freisler, riteneva che la giurisprudenza americana si adattasse perfettamente alle loro esigenze. Quando i nazisti si sedettero a redigere le loro leggi razziali, studiarono quelle americane. Sulla regola della “goccia di sangue”, la legge americana si spinse oltre persino a ciò che i nazisti erano disposti a fare.

L’ammirazione fu ricambiata nelle sale riunioni e nei salotti occidentali. Nel 1937, il presidente dell’IBM, Thomas Watson, accettò l’Ordine dell’Aquila Tedesca. Nel luglio del 1938, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, Henry Ford accettò la Gran Croce, la più alta onorificenza che la Germania nazista potesse conferire a uno straniero.

Nell’ottobre del 1937, l’ex re Edoardo VIII, ormai Duca di Windsor, fece visita a Hitler al Berghof. Il Daily Mail di Lord Rothermere, uno dei più importanti quotidiani britannici, aveva già pubblicato il titolo “Evviva le Camicie Nere” in lode dei fascisti britannici di Oswald Mosley.

Persino Winston Churchill, l’uomo che la Gran Bretagna ricorda come il grande avversario del fascismo, ebbe i suoi momenti. A Roma, nel gennaio del 1927, dichiarò alla stampa che, se fosse stato italiano, avrebbe appoggiato Mussolini dall’inizio alla fine nella sua lotta contro il leninismo. In un saggio ristampato nel 1937, pur condannando le persecuzioni del regime, ammise che, se la Gran Bretagna fosse mai stata sconfitta, sperava che avrebbe trovato un campione indomabile come Hitler per ridarle coraggio.

La disputa dell’establishment britannico non era mai stata con il fascismo in quanto tale. Era con il fascismo che minacciava la Gran Bretagna. Il fascismo che minacciava il bolscevismo era un’altra questione.
 
La politica di appeasement era una strategia, non un errore

La narrazione occidentale standard degli anni ’30 è una storia di ingenuità: uomini onesti, stanchi della guerra, che giudicarono male un folle. Se si guarda alla stessa vicenda dal punto di vista dell’Est, emerge uno schema diverso. Le potenze occidentali non solo non riuscirono a fermare Hitler, ma, ripetutamente, scelsero accordi che gli lasciarono la strada verso est spianata.

Nel giugno del 1935, la Gran Bretagna firmò un accordo navale con la Germania nazista che le consentiva di disporre di una flotta pari al 35% del tonnellaggio della Royal Navy. Si trattò di una benedizione britannica per il riarmo tedesco al di là dei confini di Versailles, concluso senza consultare la Francia.

Nel 1936, quando i generali di Franco si ribellarono alla Repubblica spagnola, Gran Bretagna e Francia adottarono la politica di “non intervento” che negò al governo eletto le armi necessarie per difendersi. Germania e Italia la ignorarono; nel 1937 la Legione Condor bombardò Guernica. In Spagna, il primo campo di battaglia tra il fascismo e i suoi nemici, le democrazie occidentali dichiararono la neutralità. Hitler inviò i bombardieri. Mosca inviò i carri armati.

Nel settembre del 1938, a Monaco, Gran Bretagna e Francia cedettero a Hitler la regione dei Sudeti. La Cecoslovacchia, il paese che veniva smembrato, non era presente al tavolo delle trattative. Nemmeno l’Unione Sovietica, che aveva un trattato di mutua assistenza con Praga e si era dichiarata pronta a rispettarlo se la Francia lo avesse fatto, non era presente.

Chamberlain tornò in patria sventolando un documento, firmato da Hitler, che salutava l’accordo navale del 1935 e gli accordi di Monaco come simboli della volontà dei popoli britannico e tedesco di non entrare mai più in guerra l’uno contro l’altro. Nel marzo del 1939, le truppe di Hitler entrarono a Praga.

Pochi giorni dopo, la Banca dei Regolamenti Internazionali chiese alla Banca d’Inghilterra di trasferire circa 5,6 milioni di sterline in oro tra due suoi conti. Secondo quanto riportato in seguito dalla stessa Banca d’Inghilterra, quest’ultima era piuttosto certa che il primo conto appartenesse alla Banca Nazionale Cecoslovacca e riteneva che il secondo appartenesse alla Reichsbank.

Ciononostante, effettuò il trasferimento e il suo governatore respinse la richiesta del suo omologo francese di bloccare il trasferimento di beni cecoslovacchi. Pochi giorni dopo la presa di Praga da parte di Hitler, la Banca d’Inghilterra trasferì l’oro della Cecoslovacchia sul conto della Reichsbank.

Poi arrivò l’estate del 1939: l’ultima occasione per un’alleanza contro Hitler. In aprile, il commissario agli affari esteri sovietico Maxim Litvinov propose una piena alleanza militare tra Gran Bretagna, Francia e URSS. Londra esitò per mesi. Quando una missione militare anglo-francese fu finalmente inviata a Mosca, viaggiò su una lenta nave mercantile e arrivò l’11 agosto, tre settimane prima dell’invasione della Polonia.

Il capo della delegazione britannica era l’ammiraglio Sir Reginald Aylmer Ranfurly Plunkett-Ernle-Erle-Drax. Non aveva pieni poteri per concludere un accordo e, nel giro di pochi giorni, i francesi avrebbero fatto pressioni su Londra affinché gli conferisse l’autorità di cui già disponeva la loro delegazione. Secondo un cablogramma inviato dall’ambasciata americana a Londra a Washington l’8 agosto, alla missione britannica era stato detto di fare ogni sforzo per prolungare le trattative fino al 1° ottobre.

La Gran Bretagna inviò a Mosca un ammiraglio con quattro cognomi e senza alcuna autorità per firmare, con l’ordine di prolungare i negoziati fino a ottobre. Mosca trasse le proprie conclusioni.

“Ma Stalin firmò un accordo con Hitler”

Ogni argomentazione di questo tipo si scontra con la stessa obiezione, quindi affrontiamola direttamente. Nell’agosto del 1939 l’Unione Sovietica firmò un patto di non aggressione con la Germania nazista. I critici non si stancano mai di citare il suo protocollo segreto, o l’avanzata dell’Armata Rossa nella Polonia orientale in quel settembre. Questo non fa forse di Mosca un altro rivale di Hitler?

No. Partiamo dalla coda. La Polonia firmò un patto di non aggressione con Hitler nel gennaio del 1934 e nell’ottobre del 1938 si appropriò di una parte della Cecoslovacchia smembrata. La Gran Bretagna firmò il suo accordo navale nel 1935 e la sua dichiarazione di Monaco nel 1938. La Francia firmò una dichiarazione di buon vicinato con la Germania nel dicembre del 1938.

L’Estonia e la Lettonia firmarono patti di non aggressione con la Germania nel giugno del 1939. Solo dopo che ognuno di loro, e solo dopo che Londra e Parigi avevano escluso Mosca a Monaco e l’avevano tenuta in sospeso per tutta l’estate, Stalin firmò. Stalin non fu il primo a stringere un accordo con Hitler. Anzi, fu quasi l’ultimo.

Allora guardate cos’era realmente quel patto. Non è mai stata un’amicizia. Era una tregua tra due nemici mortali, ed entrambi lo sapevano. Hitler lo sapeva prima ancora che l’inchiostro si asciugasse. Dodici giorni prima della firma, aveva detto a Burckhardt che ogni sua azione era mirata all'URSS. Nel luglio del 1940, meno di un anno dopo, ordinò ai suoi generali di preparare un’invasione dell’Unione Sovietica per la primavera successiva, e a dicembre firmò la Direttiva n. 21, Operazione Barbarossa.

Alla vigilia dell’invasione, scrisse a Mussolini che la partnership con Mosca lo aveva spesso irritato, facendogli percepire una rottura con le sue origini, le sue idee e i suoi vecchi impegni, e che era lieto di essersi finalmente liberato dalle sue “sofferenze mentali”. Hitler decise di rompere il patto prima del suo primo anniversario. Quando finalmente lo fece, disse a Mussolini che era un sollievo dalle sue “sofferenze mentali”.

Anche Stalin lo sapeva. Aveva trascorso il decennio a guardare l’Occidente alimentare la bestia fascista un vicino alla volta, e non si faceva illusioni sulla direzione che avrebbe preso. I ventidue mesi garantiti dal patto furono impiegati per i preparativi.

Il 1° settembre 1939, proprio il giorno in cui la Germania invase la Polonia, l’Unione Sovietica adottò una legge sul servizio militare obbligatorio che ne allungava la durata ed eliminava la maggior parte delle esenzioni, e l’Armata Rossa crebbe di oltre un milione di uomini. Il T-34, il carro armato che avrebbe accerchiato la Sesta Armata tedesca a Stalingrado e marciato su Berlino, entrò in produzione.

I piani quinquennali avevano già creato un secondo cuore industriale molto più a est, a Magnitogorsk e Chelyabinsk, fuori dalla portata di qualsiasi invasore. E il confine stesso fu spostato di centinaia di chilometri verso ovest, in modo che l’imminente attacco cadesse il più lontano possibile da Leningrado, Minsk e Kiev.

I lavori non erano ancora terminati quando il colpo di grazia arrivò il 22 giugno 1941, e l’estate del 1941 fu pagata con il sangue. Ma fu sufficiente. Quando le fabbriche occidentali dovettero essere sradicate dalle loro fondamenta, c’era un posto dove mandarle: più di milleduecento grandi stabilimenti furono caricati su treni e ricostruiti negli Urali, nella Siberia occidentale e in Asia centrale, e Chelyabinsk divenne Tankograd.

Stalin non firmò il patto per stringere amicizia con la bestia fascista. Lo firmò per prepararsi alla battaglia delle battaglie contro di essa.

Infine, poniamoci la domanda più difficile: cosa accadde quando ciascuna di queste relazioni si interruppe? Il patto nazi-sovietico durò ventidue mesi. Terminò all’alba del 22 giugno 1941 con la più grande invasione della storia umana, lanciata con l’ordine di affamare, sparare e sterminare.

La guerra anglo-tedesca durò sei anni. Si concluse, nel giro di un decennio, con un’alleanza: nel maggio del 1955, la Germania Ovest entrò a far parte della NATO. Il patto nazi-sovietico si concluse con una guerra di annientamento. La guerra anglo-tedesca si concluse con un’alleanza.

Questa è la differenza tra una tregua e un’alleanza. Un rivale è qualcuno con cui puoi stringere un patto, combattere e poi stringerne un altro. Un nemico è qualcuno con cui stringi un patto solo per guadagnare il tempo per affrontarlo. Mosca vinse i suoi ventidue mesi, e quando la bestia arrivò a est, i popoli sovietici pagarono ventisette milioni di vite per ucciderla.

Nel novembre del 1944, Stalin affidò all’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini il compito di annientare la bestia fascista nella sua tana e di innalzare la bandiera della vittoria su Berlino. Sei mesi dopo, entrambi gli obiettivi erano stati raggiunti.

La guerra che non ci fu

Il 3 settembre 1939, Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra alla Germania in difesa della Polonia. Ciò che seguì è ricordato in Gran Bretagna come la “guerra finta” e in Francia come la “drôle de guerre”, la strana guerra. Per la Polonia, invece, non c’era nulla di strano. Era semplicemente una guerra combattuta da soli.

Mentre la Wehrmacht annientava l’esercito polacco in cinque settimane, la Francia avanzava di qualche chilometro nella Saarland, si fermava e si ritirava silenziosamente. La prima notte di guerra, i bombardieri della Royal Air Force sconfinarono nello spazio aereo tedesco e sganciarono il loro carico sulle città tedesche. Svolazzava. Il primo raid aereo britannico sulla Germania nazista prevedeva il lancio di carta: milioni di volantini di propaganda.

Durante l’inverno, con gli attacchi contro obiettivi sul suolo tedesco esclusi per timore di vittime civili e rappresaglie, i volantini rimasero il principale carico sganciato dalla RAF sulla Germania. Eppure gli stessi governi che non avrebbero bombardato la Germania trovarono una notevole energia per un altro fronte. Nell’inverno del 1939-40, Gran Bretagna e Francia prepararono un corpo di spedizione per aiutare la Finlandia a combattere l’Armata Rossa; solo l’armistizio finlandese del marzo 1940 ne impedì l’invio.

Negli stessi mesi, gli stati maggiori britannici e francesi pianificarono l’Operazione Pike, una campagna di bombardamenti contro i giacimenti petroliferi sovietici di Baku, Batumi e Grozny. Nella primavera del 1940, aerei da ricognizione britannici senza insegne fotografarono Baku e Batumi per i bombardieri.

La motivazione ufficiale era quella di interrompere le forniture di petrolio sovietico alla Germania. Ma consideriamo cosa proponevano i pianificatori: aprire una seconda guerra, contro l’Unione Sovietica, mentre la guerra con la Germania era ancora, per scelta dello stesso Occidente, in gran parte una questione di volantini. Il piano fallì solo con la caduta della Francia. Nella primavera del 1940, la Gran Bretagna continuava a lanciare volantini sulla Germania e a fotografare Baku per i suoi bombardieri.

Iniziative di pace sul fronte occidentale

Durante tutto questo periodo, Hitler mantenne una porta aperta verso Londra. Dopo la caduta della Francia, ordinò i preparativi per l’invasione della Gran Bretagna il 16 luglio 1940 e, tre giorni dopo, si presentò davanti al Reichstag per quello che definì un appello alla ragione: un’offerta di pace alla Gran Bretagna.

La Gran Bretagna rifiutò, a suo merito. Ma notate l’asimmetria. Hitler non si presentò mai davanti al Reichstag per appellarsi alla ragione sovietica. Fece invece pianificare ai suoi funzionari di far morire di fame la popolazione sovietica. Il 10 maggio 1941, Rudolf Hess, vicecapo del Partito nazista e confidente di Hitler fin dagli anni ’20, decollò da solo a bordo di un Messerschmitt, volò in Scozia e si lanciò con il paracadute, nel tentativo di raggiungere la pace con la Gran Bretagna.

Hitler lo ripudiò e lo dichiarò squilibrato. Ma la missione di Hess aveva un solo senso: appianare la faida familiare in Occidente, in modo che la vera guerra a Est potesse essere combattuta senza ostacoli. Sei settimane prima che Hitler invadesse l’Unione Sovietica, il suo vice si recò personalmente in Scozia per negoziare la pace con la Gran Bretagna.

L’Occidente, dal canto suo, non disdegnava la speranza che i due si dissanguassero a vicenda. Il giorno dopo l’invasione, un senatore del Missouri affermò che se la Germania avesse vinto, l’America avrebbe dovuto aiutare la Russia, e se la Russia avesse vinto, avrebbe dovuto aiutare la Germania, “e in questo modo lasciamo che uccidano più persone possibile”, pur aggiungendo di non volere la vittoria di Hitler in nessuna circostanza. Il New York Times pubblicò le sue dichiarazioni il 24 giugno 1941.

Quattro anni dopo, quel senatore, Harry S. Truman, sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti. Il giorno dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, un futuro presidente americano propose di aiutare la parte perdente, in modo che i nemici potessero uccidersi a vicenda il più possibile.

Nel luglio del 1941 Stalin chiese a Churchill l’apertura di un secondo fronte in Francia, che si aprì solo nel giugno del 1944. Gli Alleati occidentali combatterono duramente in Nord Africa e in Italia, e i convogli artici portarono aiuti concreti ai porti sovietici, a caro prezzo in termini di vite britanniche.

Ma quando avvenne lo sbarco in Normandia, la Wehrmacht era già stata sconfitta a Mosca, a Stalingrado e a Kursk. Sedici giorni dopo il D-Day, nel terzo anniversario dell’invasione, l’Armata Rossa dei Lavoratori e dei Contadini lanciò l’Operazione Bagration, sradicando il cuore del Gruppo d’armate Centro tedesco. Per tre anni, le battaglie terrestri decisive della guerra in Europa si combatterono sul fronte orientale.

Arrenditi al rivale, combatti il nemico

La prova più evidente di come la leadership nazista vedesse le sue due guerre giunse proprio alla fine, quando non c’era più nulla da perdere e ogni pretesa crollò.

Nel marzo e aprile del 1945, Allen Dulles, capo dell’intelligence americana in Svizzera, tenne colloqui segreti con il generale delle SS Karl Wolff sulla resa delle forze tedesche in Italia. Quando Mosca chiese di partecipare, la richiesta fu respinta. Stalin accusò i suoi alleati di negoziare alle sue spalle; Roosevelt rispose con amara indignazione. La resa tedesca in Italia divenne effettiva il 2 maggio.

Nella notte tra il 23 e il 24 aprile, mentre l’Armata Rossa stringeva l’assedio su Berlino, Heinrich Himmler incontrò il conte svedese Folke Bernadotte a Lubecca e offrì la resa, ma solo agli Alleati occidentali. Sul fronte orientale, la guerra sarebbe continuata. A onor del vero, Washington e Londra rifiutarono; erano determinate a una resa incondizionata su tutti i fronti. Ma l’offerta stessa era una confessione.

Dopo il suicidio di Hitler, il suo successore, il Grand’ammiraglio Karl Dönitz, trasformò quella confessione in una linea politica. L’obiettivo del suo governo era quello di arrendersi gradualmente agli inglesi e agli americani, tenendo a bada l’Armata Rossa il più a lungo possibile, in modo che il maggior numero possibile di soldati e civili tedeschi potesse fuggire verso ovest.

Il 4 maggio, le forze tedesche nella Germania nord-occidentale, in Danimarca e nei Paesi Bassi si arresero al feldmaresciallo Montgomery nella brughiera di Lüneburg. Negli ultimi giorni, interi eserciti tedeschi si precipitarono verso ovest per deporre le armi di fronte alle truppe americane e britanniche, piuttosto che di fronte all’Armata Rossa. Nella sua ultima settimana, l’ultimo piano di guerra del Terzo Reich era quello di arrendersi ai rivali per poter continuare a combattere il nemico.

Anche la resa dovette essere firmata due volte. Il primo documento fu firmato al quartier generale degli Alleati occidentali a Reims nelle prime ore del 7 maggio. Stalin insistette per una seconda cerimonia completa a Berlino, la città conquistata dall’Armata Rossa. La firma avvenne nella tarda serata dell’8 maggio, quando a Mosca era già il 9 maggio. Ecco perché l’Unione Sovietica, e in seguito la Russia, ha sempre celebrato il Giorno della Vittoria un giorno dopo l’Occidente.

La mattina dopo

Se la guerra rivelò la differenza tra rivali e nemici, la pace la ufficializzò. Le armi si erano appena raffreddate che l’Occidente si volse a Est. Il 22 maggio 1945, due settimane dopo la resa della Germania, Churchill ricevette dal suo Stato Maggiore Congiunto un piano per un’offensiva a sorpresa contro l’Armata Rossa, da iniziare il 1° luglio. Lo chiamarono “Operazione Impensabile” [in italiano, ndr].

I pianificatori contavano quarantasette divisioni britanniche e americane contro un’Armata Rossa di gran lunga superiore, e prevedevano la possibilità di ricostituire fino a dieci divisioni tedesche con ex soldati della Wehrmacht se la guerra si fosse protratta. Gli stessi capi di stato maggiore britannici bocciarono il piano, considerandolo militarmente irrealizzabile, l’8 giugno. Ma il piano era stato elaborato: una guerra contro l’alleato di ieri, con spazio per il nemico di ieri sul fronte britannico.

Nel marzo del 1946, Churchill si recò a Fulton, nel Missouri, e dichiarò che una cortina di ferro era calata sul continente. La famiglia si stava ricomponendo. Poi l’Occidente si mise a fare acquisti. Con l’Operazione Paperclip, gli Stati Uniti portarono in America più di 1.600 scienziati e ingegneri tedeschi.

Il più famoso fu Wernher von Braun, ufficiale delle SS e direttore tecnico del programma missilistico V-2. Il V-2 veniva prodotto in serie nella fabbrica sotterranea di Mittelwerk da prigionieri del campo di concentramento di Mittelbau-Dora, migliaia dei quali vi morirono. Von Braun in seguito diresse lo sviluppo del Saturn V del programma statunitense Apollo.

Arthur Rudolph, che aveva gestito la produzione del V-2 a Mittelwerk, divenne un dirigente di alto livello del programma Saturn V; nel 1984, a seguito di un’indagine del Dipartimento di Giustizia statunitense sul suo passato in tempo di guerra, rinunciò alla cittadinanza americana e si trasferì nella Germania Ovest.

Più persone morirono durante la costruzione del V-2 di Hitler di quante ne furono uccise dal razzo stesso. L’ingegnere che ne guidò lo sviluppo costruì anche il razzo che portò l’America sulla Luna. Gli americani assunsero anche Reinhard Gehlen, che aveva diretto i servizi segreti dell’esercito tedesco sull’Armata Rossa durante tutta la guerra sul fronte orientale.

Con i suoi archivi, le sue reti e molti dei suoi ufficiali ancora operativi, l’Organizzazione Gehlen iniziò a lavorare per i servizi segreti americani. Nel 1956 divenne il servizio segreto federale della Germania Ovest, il BND, con Gehlen come primo presidente. Il capo dei servizi segreti di Hitler contro Mosca cambiò semplicemente datore di lavoro.

Franz Halder, il generale che nel proprio diario trascrisse il discorso di Hitler sulla “guerra di sterminio”, trascorse il periodo dal 1947 al 1961 lavorando con la Divisione Storica dell’Esercito degli Stati Uniti, supervisionando centinaia di ex ufficiali tedeschi impegnati nella stesura di studi sulla guerra per i loro nuovi committenti americani.

Gli storici attribuiscono oggi ad Halder un ruolo di primo piano nella creazione del mito della “Wehrmacht pulita”, un esercito presumibilmente innocente dei crimini commessi a est. L’esperienza del suo gruppo nella lotta contro i russi rese facile trascurare questo aspetto. Nel 1961, gli Stati Uniti gli conferirono il Meritorious Civilian Service Award.

Il generale che trascrisse il discorso di Hitler sulla “guerra di sterminio” fu in seguito decorato dagli Stati Uniti. E poi l’alleanza stessa. Nel maggio del 1955, dieci anni dopo la resa, la Germania Ovest entrò a far parte della NATO e il suo nuovo esercito, la Bundeswehr, fu formato da ex ufficiali della Wehrmacht. Hans Speidel, che era stato capo di stato maggiore del feldmaresciallo Rommel in Normandia, assunse il comando delle forze terrestri della NATO nell’Europa centrale nel 1957.

Adolf Heusinger, un tempo capo delle operazioni dello stato maggiore dell’esercito tedesco, andò ancora oltre. Il 20 luglio 1944, nella Tana del Lupo nella Prussia orientale, Heusinger si trovava al tavolo delle mappe per presentare il rapporto sulla situazione a Hitler quando esplose la bomba di Stauffenberg. Dal 1961 al 1964, presiedette il Comitato militare della NATO a Washington.

Dieci anni dopo la sconfitta della Germania nazista, i veterani della Wehrmacht erano tornati a indossare l’uniforme all’interno dell’alleanza occidentale. Nel giro di vent’anni, ricoprivano alcune delle più alte cariche. Il rancore occidentale era durato sei anni. L’inimicizia verso Mosca sopravvisse alla stessa Unione Sovietica.
 
Il “libro mastro”

Chi ha dunque effettivamente distrutto il nazismo? L’Unione Sovietica perse circa 27 milioni di persone in guerra, tra soldati e civili. La Gran Bretagna ne perse circa 450.000; gli Stati Uniti circa 420.000. Secondo la maggior parte delle stime, tre quarti o più di tutte le perdite militari tedesche si registrarono sul fronte orientale.

La Wehrmacht fu annientata a Mosca, a Stalingrado e a Kursk; il suo Gruppo d’armate Centro fu distrutto in Bielorussia; e la sua capitale fu presa d’assalto dall’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini, la cui bandiera rossa sventolò sul Reichstag mentre Berlino cadeva. Per ogni cittadino britannico morto in guerra, l’Unione Sovietica ne seppellì circa sessanta.

Niente di tutto ciò sminuisce il coraggio degli aviatori britannici del 1940, dei marinai dei convogli artici o dei soldati sbarcati in Normandia. Li mette nella giusta prospettiva. La Gran Bretagna lottò per rimanere una grande potenza e, alla fine, perse quella battaglia con dignità, contro gli Stati Uniti. I popoli sovietici lottarono per sopravvivere.

Ecco perché la domanda posta in quella bella casa poteva riguardare solo un fronte. Un britannico o un americano possono sedersi comodamente in una stanza e discutere se la guerra sia valsa la pena: se l’impero sia stato pagato a un prezzo troppo alto, se la vittoria abbia migliorato la situazione del paese.

È una domanda reale per un rivale, perché la guerra di un rivale si combatte per rango, ricchezza e prestigio, e queste cose si possono valutare. Nessuno nella Leningrado assediata ha discusso se la guerra sia valsa la pena. Nessuno nel villaggio bielorusso di Khatyn, bruciato con i suoi abitanti nel marzo del 1943, ha valutato i costi rispetto ai benefici. Sul fronte occidentale, il prezzo della sconfitta era parlare tedesco. Sul fronte orientale, era cessare di esistere.

Conclusione: quando la situazione si fa critica

Torniamo, un’ultima volta, a quella bella casa. L’americano dice che la Gran Bretagna non avrebbe mai dovuto combattere contro la Germania. L’inglese dice che la Gran Bretagna ha fatto bene. Sembrano essere in disaccordo su tutto. In realtà sono d’accordo sull’unica cosa che conta.

Entrambi danno per scontato che la guerra tra Gran Bretagna e Germania sia stata una lotta tra pari, la cui saggezza è oggetto di dibattito in una stanza confortevole. Uno pensa che la famiglia non avrebbe mai dovuto litigare. L’altro pensa che il litigio sia valso la pena. Nessuno dei due è estraneo all’altro. Ecco cos’è una rivalità.

I rivali combattono duramente. Bombardano le città l’uno dell’altro; firmano trattati e poi li infrangono; e quando i combattimenti finiscono, si siedono nelle case altrui e discutono se ne sia valsa la pena. Gran Bretagna e Germania si sono combattute due volte in una sola generazione. Dieci anni dopo la seconda guerra mondiale, erano alleate. Oggi la loro antica faida è un segmento di un podcast.

Un nemico è qualcos’altro. Un nemico è colui il cui popolo si progetta di far morire di fame prima ancora che inizi la guerra. Colui i cui prigionieri si lasciano morire nei campi aperti. Colui contro il quale si riarma il nemico di ieri due settimane dopo la sua resa. Colui contro il quale si continua ad armarsi anche molto tempo dopo che lo stato che si temeva ha cessato di esistere.

La disputa sul fronte occidentale si fa di nuovo accesa. Conduttori televisivi famosi ed ex ministri si scambiano frecciate attraverso l’Atlantico, e i commentatori la considerano una rottura storica. Non fatevi ingannare. È una lite familiare per un’eredità, e le famiglie si riconciliano. Quando si arriverà al dunque, e la storia dimostra che accade sempre, i rivali si troveranno dalla stessa parte, e le armi torneranno a puntare verso est.

Erano rivali temporanei. Noi eravamo il vero nemico. Questa è tutta la storia, e tutto l’avvertimento.

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27/08/2026

Come nascondere i crimini di guerra: il linguaggio della negazione

Nel 1947, due anni dopo il crollo del Regime che aveva minacciato la sua vita, il filologo ebreo tedesco Victor Klemperer pubblicò un breve libro intitolato: “Il linguaggio del Terzo Reich”. Klemperer, scampato allo sterminio perché sposato con una donna non ebrea, non scrisse di Campi di Sterminio o di Squadre della Morte delle SS. Scrisse di parole.

Secondo lui, il Nazismo si insinuava nella società non solo attraverso discorsi e manifesti per le strade, ma soprattutto attraverso espressioni che le persone interiorizzavano inconsapevolmente, come minuscole dosi di veleno che entravano nel flusso sanguigno. Singole parole, espressioni e schemi sintattici venivano imposti alle masse attraverso milioni di ripetizioni, per poi essere adottati meccanicamente e inconsciamente. Il veleno, scriveva, non agisce immediatamente. Si accumula.

Questi termini sono familiari a quasi tutti oggi, ed è proprio per questo che vale la pena ricordarli. Si considerino alcuni esempi: “trattamento speciale” (Sonderbehandlung), un eufemismo per omicidio; “reinsediamento” o “trasferimento” (Umsiedlung), un eufemismo per deportazione forzata e sterminio; “custodia protettiva” (Schutzhaft), ovvero detenzione arbitraria senza controllo giurisdizionale, spesso in un Campo di Concentramento; e “morte pietosa” o “omicidio pietoso” (Gnadentod), un eufemismo per l’uccisione di persone disabili nell’ambito del programma Nazista di “eutanasia”.

Poi c’è l’espressione più famigerata di tutte, “la Soluzione Finale alla Questione Ebraica” (Endlösung der Judenfrage), formulata in uno stile inequivocabilmente burocratico: c’è un problema, c’è una soluzione, non ci sono cadaveri.

Nella sua analisi del processo Eichmann, Hannah Arendt esaminò quelle che i Nazisti chiamavano “regole linguistiche” (Sprachregelungen), un sistema di eufemismi ed espressioni in codice usate per mascherare omicidi e deportazioni. Dimostrò che questi termini non erano intesi semplicemente a nascondere i crimini al mondo. Prima di tutto, permettevano agli stessi carnefici di continuare a operare senza dover mentire. Fornivano agli assassini parole, termini e condanne con cui potevano convivere.

Questo fenomeno non era esclusivo della Germania e certamente non si concluse con la caduta del Terzo Reich. Decenni prima del Genocidio Nazista, il governo ottomano presentò la deportazione forzata degli armeni durante la Prima Guerra Mondiale come una misura amministrativa, usando il termine tehcir, che significa “deportazione” o “rimozione”.

Sotto la dittatura militare argentina, traslado, o “trasferimento”, era un eufemismo per indicare il prelievo di prigionieri per essere uccisi. Alcuni vennero assassinati sui famigerati “Voli della Morte”, gettati vivi in ​​mare o nel Río de la Plata. Ufficialmente irreperibili, divennero noti come desaparecidos, “gli scomparsi”, come se fossero semplicemente evaporati. Durante il Genocidio ruandese, gli assassini Hutu chiamavano l’omicidio “lavoro” e le loro vittime Tutsi “scarafaggi”.

Termini simili si sono radicati anche negli Stati Uniti, ciascuno all’interno di un particolare contesto storico. L’espressione “danni collaterali” ha assunto sempre maggiore importanza durante e dopo la Guerra del Vietnam, quando i militari ebbero bisogno di quantificare l’uccisione di civili senza chiamarla con il suo vero nome.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, la CIA e l’amministrazione di George W. Bush usarono l’espressione “tecniche di interrogatorio rafforzate” per indicare pratiche coercitive che includevano la tortura dell’acqua, il waterboarding; in altre parole, la Tortura. Questa terminologia consentiva l’uso della Tortura senza invocare la parola stessa, contribuendo a impedire che tali pratiche venissero legalmente definite come crimini.

Nel suo saggio fondamentale del 1946: “Politica e lingua inglese”, George Orwell scrisse che il linguaggio politico è concepito “per far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio”. Ricercatori successivi hanno dimostrato che la sintassi stessa può svolgere un ruolo ideologico. La forma passiva cancella i responsabili di un crimine, lasciando visibili solo le vittime: “I palestinesi sono stati uccisi”.

Le costruzioni senza agente, incluse le forme passive e le frasi costruite attorno a verbi inaccusativi, trasformano un evento in un processo avvenuto di per sé, come un cambiamento del tempo: “Si sono sviluppati degli scontri”; “Si è verificata una recrudescenza”.

La distinzione tra “noi” e “loro” crea una dicotomia superficiale tra il “buono” e il “cattivo”. Le nostre azioni sono descritte nel linguaggio delle intenzioni e delle circostanze: “un fallimento dei servizi di spionaggio”; “sono stati feriti accidentalmente”. Le loro azioni, invece, sono descritte nel linguaggio delle caratteristiche intrinseche: “assetati di sangue”; “consumati da un odio profondo”.

Nel suo libro del 2001: “Stati di negazione”, Stanley Cohen ha distinto la negazione letterale, “non è successo”, dalla negazione interpretativa, in cui i fatti fondamentali vengono riconosciuti ma a cui viene attribuito un significato diverso. Sì, delle persone sono morte, ma non si è trattato di un massacro o di un omicidio. Si è trattato di un “incidente” o di un “evento”. Non è un’occupazione, ma una “situazione”. Non si tratta di un’espulsione, ma di un'“evacuazione”.

E non c’è esempio migliore della raccapricciante espressione “incoraggiare la migrazione volontaria”. Lo Stato che ha distrutto la maggior parte delle case nella Striscia di Gaza, ha interrotto le forniture di cibo, acqua, elettricità e medicinali, ha impedito la ricostruzione e ha ripetutamente sfollato un milione di persone, ha istituito un ufficio dedicato all’interno del Ministero della Difesa per incoraggiare la migrazione.

Offre “infrastrutture che consentono il passaggio via terra, mare e aria” e annuncia che una parte significativa dei residenti è effettivamente “interessata” a emigrare.

Si tratta di un eufemismo dialettico. Invece di nascondere l’espulsione, la ribalta. Il criminale diventa un “fornitore di servizi”, la persona espulsa diventa un cliente e la Pulizia Etnica diventa opera di un ufficio governativo con un nome e un bilancio.

La parola “volontaria” presuppone l’esistenza del libero arbitrio. Ma tale volontà, se esiste, è essa stessa il prodotto della devastazione e della distruzione. In primo luogo, vengono create le condizioni in cui la vita diventa impossibile. Poi, fuggire da tali condizioni viene presentato come una scelta. In questo modo, il linguaggio liberale della libertà di movimento e di scelta personale viene strumentalizzato al servizio dell’ingegneria demografica.

Come ogni eufemismo, anche questo è un’ammissione. Alcuni hanno già chiamato il nuovo organismo con il suo vero nome: “l’Ufficio Trasferimenti”. Questo è il nome corretto. Semplicemente, non viene menzionato dai media compiacenti e nel dibattito pubblico.

I media israeliani ora dispongono di un lessico completo, efficiente e raffinato, progettato per impiantare descrizioni eufemistiche dei Crimini dello Stato nella mente degli israeliani. Le stragi a Gaza rientrano nella categoria delle “attività operative”. 

La distruzione di interi quartieri diventa “falciare il prato” o “radere al suolo”, immagini prese in prestito dal giardinaggio e dall’edilizia. Un bombardamento aereo mirato che uccide decine di innocenti viene descritto come uno “sventamento” o una “neutralizzazione”, termini provenienti dal mondo dei servizi segreti che implicano la prevenzione di un male maggiore.

Un’area che continua a essere bombardata, come Al-Mawasi nel Sud di Gaza, viene definita “zona umanitaria”. E quando diventa chiaro che civili innocenti, compresi bambini, sono stati uccisi, subentrano formulazioni passive: “sono stati uccisi durante un’operazione”, “hanno perso la vita”, “sono stati segnalati dei decessi”.

Quando un israeliano viene ucciso, veniamo a conoscenza del suo nome, età, città di origine, genitori e coniuge o compagno. Ma quando decine di palestinesi vengono uccisi, ci viene fornito solo un numero e talvolta la fonte della notizia, “secondo il Ministero della Sanità di Gaza”, accompagnata dall’insinuazione che l’informazione in primo luogo non dovrebbe essere creduta.

Il mese scorso, un gruppo di israeliani è entrato nella periferia del villaggio di Tell, a ovest di Nablus, vicino alla moschea. Nei telegiornali, sono stati descritti come “escursionisti”. Non coloni, non una folla omicida, nemmeno un gruppo proveniente dalla zona intorno all’avamposto di Havat Gilad. Semplicemente “escursionisti”, una parola che evoca l’immagine di una gita in famiglia del sabato mattina.

Presenta gli intrusi come persone del tutto innocenti, poiché è improbabile che qualcuno che fa un’escursione abbia dato inizio alla violenza. Quando il resoconto afferma che “hanno incontrato dei palestinesi che li hanno attaccat”, l’intera scena è già stata delineata: c’era una gita nella natura, un sentiero e un gruppo di pacifici escursionisti del sabato. Poi, all’improvviso, sono comparsi degli assassini palestinesi portando con sé la violenza.

In realtà, le incursioni dei coloni armati nei villaggi della zona, Far’ata, Jit, Madama e Jalud, e i tentativi dei residenti palestinesi di fermarli erano già stati documentati da giorni. Nello scontro a Tell, quattro membri della famiglia Ramadan sono stati uccisi, insieme a un membro della squadra di sicurezza Havat Gilad e a un ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane.

Le vittime israeliane sono state descritte in dettaglio, inclusi i loro nomi, età, luoghi di residenza e contesto familiare. Le vittime palestinesi sono state ridotte dalla maggior parte dei media a una sola etichetta: “terroristi”.

È un termine generico attribuito retroattivamente, dopo un omicidio, a qualsiasi palestinese che arrechi danno a un ebreo, anche se questi stesse cercando di difendere la propria casa e la propria famiglia da teppisti ebrei armati. Segue poi la solita descrizione, che di per sé fornisce una giustificazione retrospettiva: “il terrorista è stato eliminato”. La definizione precede l’indagine e, in pratica, la rende superflua.

Se la stessa scena si fosse svolta al contrario, il linguaggio sarebbe rimasto lo stesso? Se un gruppo di palestinesi armati fosse entrato nella periferia di un insediamento israeliano un sabato mattina, vicino alla sinagoga, e avesse affrontato i residenti, qualcuno in televisione li avrebbe definiti “escursionisti”? I residenti che sono usciti per respingerli sarebbero stati definiti “terroristi”?

Questo è precisamente ciò che il sociologo Pierre Bourdieu intendeva con “violenza simbolica”. Non si tratta di una menzogna che qualcuno ha deciso di diffondere o di un ordine impartito dall’alto, ma di un insieme di categorie di pensiero interiorizzate così profondamente che sia chi classifica sia chi viene classificato le accettano come naturali.

Un redattore che scrive “escursionisti” o “terroristi” non ha la sensazione di scegliere una parola. Ha la sensazione di descrivere la realtà. Questo è il potere della violenza simbolica. Non richiede alcuna imposizione amministrativa perché è già radicata nel nostro vocabolario.

Il meccanismo linguistico descritto da Klemperer esiste in ogni società che vuole continuare a fare qualcosa che sa già di non poter chiamare con il suo vero nome. Un eufemismo non è un ornamento o una decorazione. È un’infrastruttura. Permette a un cittadino ragionevole e morale di guardare il telegiornale, dire: “Quello che sta succedendo lì è terribile”, e poi passare alla puntata successiva di “Sposato a prima vista” o “Ballando con le stelle” senza che nulla turbi il suo equilibrio psicologico.

La grande trasgressione, tuttavia, non appartiene solo ai media ipocriti. Appartiene anche all’opposizione, che ha adottato lo stesso identico lessico. Yair Golan, leader del partito di opposizione dei Democratici, una volta osò infrangere la barriera e affermare che un Paese sano di mente “non uccide i bambini per divertimento”.

Fu universalmente condannato e costretto a spiegare, qualificare e attenuare la sua affermazione. La lezione che Golan sembra aver imparato non riguarda i limiti della critica, ma i limiti del suo vocabolario. Si può criticare la condotta della guerra o ciò che sta accadendo in Cisgiordania, ma non si possono chiamare le conseguenze con il loro nome preciso.

Gadi Eisenkot, attualmente il principale candidato del fronte antigovernativo, incarna a suo modo lo stesso principio. Chiede l’istituzione di una commissione d’inchiesta statale sull’attacco del 7 ottobre e sulla guerra successiva, e invoca la responsabilità individuale, eppure non dice quasi nulla sulla violenza dei coloni in Cisgiordania o sull’ufficio per la “migrazione volontaria”. Questo silenzio non può essere liquidato come una semplice tattica elettorale, perché ha un profondo significato storico.

Quando coloro che affermano di offrire un’alternativa al governo parlano la lingua del governo, l’eufemismo cessa di essere propaganda di un singolo schieramento politico e diventa la voce nazionale. In tal caso, anche il mandato di una commissione d’inchiesta statale, ammesso che venga mai istituita, sarà scritto nella stessa lingua. Pertanto, non sarà in grado di giungere a conclusioni accurate su un evento che non è mai stato chiamato con il suo vero nome: Genocidio.

L’unico ruolo critico che ci rimane, come consumatori di media che ancora credono nell’integrità del linguaggio e nei valori umanistici, è quello interpretativo.

Quando sentiamo parlare di un “incidente”, dobbiamo chiederci chi ha fatto cosa a chi. Quando sentiamo parlare di “escursionisti”, dobbiamo chiederci da dove venivano e quali armi portavano con loro. Quando sentiamo che delle persone “sono state uccise”, dobbiamo chiederci chi le ha uccise. Quando sentiamo la parola “terrorista”, dobbiamo chiederci chi ha dato inizio alla violenza. E quando sentiamo parlare di “attività operative” a Gaza, dobbiamo cercare di capire cosa sta realmente accadendo alle vittime innocenti, esposte in fragili tende a una raffica di bombe che cadono dal cielo.

Klemperer scrisse che parole velenose gli erano entrate nel sangue. Stanno entrando anche nel nostro. Ma possiamo ancora scegliere le parole giuste per sostituirle. Per ora, questa è quasi l’unica cosa che ci resta da fare.

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24/06/2026

“La nostra guerra contro la Russia”. L’ammissione nell’anniversario dell’Operazione Barbarossa

Lo scorso 22 giugno, nel lugubre 85° anniversario dell’aggressione nazista all’Unione Sovietica, appare quantomeno curioso osservare come da alcune dispute giornalistiche tedesche scaturisca, involontariamente, la realtà di un’Europa che, ancora una volta, è impegnata militarmente sul “fronte orientale”.

Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista “si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa”.

Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica “distorce la realtà storica”.

Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di compromettere “la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni”. Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia.

Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014.

È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.

D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa “non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa”.

Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.

Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev.

Oggi, dice “si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina”. L’Europa, afferma Luk’janov, “sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina... Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva“.

E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina “non stia perdendo”: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui “la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio”.

Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che “la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace”.

Da qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste.

Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che “l’Ucraina ha già perso”. Vade retro.

Tra una declamazione e l’altra su “Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa” ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per “l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte”, dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei.

Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che “sono critici sulle armi”. Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.

La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio.

Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurata “da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva””. Questo, da un lato.

Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”.

Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale.

E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.

Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli Esteri, l’intera “esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia”.

L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda.

E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.

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23/11/2025

Il mito dell’Holodomor: quando la propaganda si traveste da storia

Ieri era il “giorno del ricordo” e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskij ha commemorato le vittime della carestia dell’era sovietica che uccise milioni di cittadini (di cui una parte ucraini) nell’inverno del 1932-33.

L’Holodomor, che si traduce approssimativamente come “sterminio per fame”, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella memoria collettiva ucraina da quando la cosiddetta “rivoluzione di Maidan”, nel 2014, ha portato al governo partiti dichiaratamente neonazisti (Pravij Sektor, ecc.) e ha reso “religione di Stato” una serie di invenzioni propagandistiche per nulla innocenti. Nè con “illustri” progenitori.

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C’è una costante meravigliosa nella storia: ogni epoca è convinta di essere immune dalle bufale del passato, salvo poi cascarci di nuovo con la stessa grazia con cui un cavaliere del Trecento finiva nel fossato mentre sventolava la lancia. L’Holodomor, nella sua versione più romanzata – quella del “genocidio pianificato” come deliberato sterminio etnico – appartiene a questo genere fortunatissimo di narrazioni: quelle che non hanno bisogno di prove, ma solo di un buon regista.

Douglas Tottle, che non era un pericoloso bolscevico ma un sindacalista canadese con un debole per le fonti archivistiche, nel 1987 pubblicò Fraud, Famine and Fascism. Titolo poco sobrio, d’accordo, ma l’argomentazione è lineare: la storia della carestia del 1932-33 trasformata in “genocidio ucraino” nasce negli anni ’30 dentro un laboratorio che di storico aveva ben poco e di propagandistico moltissimo. E c’è un nome che ritorna, come certi parenti che bussano alla porta solo quando c’è da litigare sull’eredità: il signor William Randolph Hearst. 

Un giornalista inesistente e fotografie prese in prestito

Il personaggio chiave della fiaba nera dell’Holodomor sarebbe Thomas Walker, un “giornalista esperto di questioni russe”, che nel 1935 racconta sulle testate di Hearst una Ucraina trasformata in cimitero a cielo aperto. Peccato che Walker non fosse mai stato in Ucraina. E, dettaglio ancora più scomodo, che Walker non fosse… Walker: non esisteva. Un alias, un prestanome, un invisibile utile allo scopo.

Quanto alle fotografie dei suoi reportage, funzionano così: alcune arrivavano dalla Prima Guerra Mondiale, scattate tra i villaggi francesi e belgi distrutti dai combattimenti; altre risalivano alla carestia del Volga del 1921-22. Ma la magia della propaganda è semplice: basta un didascalia convincente, e una vittima della guerra del 1918 diventa una vittima del comunismo del 1933. Cambia tutto, senza cambiare nulla.

Tottle osserva maliziosamente che quelle stesse foto, “smontate come bufale da cinquant’anni”, continuano a ricomparire nei materiali divulgativi di certi nazionalisti e nei siti web di istituzioni rispettabilissime. Come dire: ogni secolo ha la sua fake news ricorrente, proprio come ogni principato medievale aveva la sua eterna disputa sui confini.
 
Da Berlino con furore: Goebbels e l’operazione Ucraina

Hearst non era solo. Quando nel 1933 la Germania nazista decide che l’Ucraina è perfetta come Lebensraum, serve costruire un nemico credibile: il governo sovietico. È qui che Joseph Goebbels, con la sua consueta delicatezza, inaugura una campagna sistematica sulle “atrocità” sovietiche in Ucraina. In quell’epoca, se Berlino e un magnate americano arrivano sulla stessa narrazione, non è perché hanno scoperto improvvisamente la verità: è perché hanno scoperto di avere lo stesso interesse.

Nel 1934, Hearst incontra Hitler. E dopo quel viaggio tedesco, osserva Tottle con l’aria di chi indica l’ovvio, i giornali di Hearst partono all’assalto dell’URSS con un entusiasmo degno di una campagna abbonamenti.

La cosa più ironica è che mentre Hearst dipinge i sovietici come vampiri affamatori di popoli, la stessa stampa elogia la rinascita economica della Germania hitleriana. Dimenticando, dettaglio minore, che quel miracolo tedesco era finanziato – per restare in tema di magie economiche – dai prestiti americani e inglesi.
 
Le carestie ci sono state, ma questo non è un processo teatrale

È evidente – e nessuno storico serio lo nega – che la carestia ci fu, e colpì duramente Ucraina, Volga, Kazakhstan e Caucaso. Ma il problema della narrazione “genocidaria” è un altro: l’idea che Stalin e il governo sovietico abbiano progettato deliberatamente di affamare gli ucraini come popolo nazionale.

E qui la storia, quella vera, si prende il suo spazio: la carestia fu il risultato micidiale di una serie di disastri amministrativi, errori colossali nelle politiche agricole e un’industrializzazione forzata condotta col pragmatismo di un chirurgo bendato. Un crimine? Sì. Un massacro? Per molti versi sì. Un genocidio etnico mirato? La documentazione disponibile non lo sostiene.

Ma il punto centrale non è se Stalin fu innocente, bensì capire che la costruzione del “genocidio ucraino per fame” nasce in un contesto preciso: la propaganda di guerra, non la storiografia.
 
Morale: la storia è una signora difficile e non ama le semplificazioni

Dietro la grande retorica dell’Holodomor come genocidio nazionale non c’è un’analisi dei documenti, ma un’operazione politico-mediatica iniziata con un giornalista fasullo, perfezionata da Goebbels e adottata con entusiasmo da certi settori della Guerra Fredda.

E il punto non è assolvere nessuno, ma, all’opposto, ricordare che la storia – quella vera – funziona come un tribunale medievale: prima si cercano le prove, poi si pronuncia sentenza. Non il contrario.

Bibliografia

Tottle, Douglas. Fraud, Famine and Fascism: The Ukrainian Genocide Myth from Hitler to Harvard. Toronto: Progress Books, 1987.

Conquest, Robert. The Harvest of Sorrow: Soviet Collectivization and the Terror-Famine. Oxford University Press, 1986. (N.B.: opera fondamentale ma fortemente contestata sul piano metodologico e storiografico.)

Davies, R.W. – Wheatcroft, S.G. The Years of Hunger: Soviet Agriculture, 1931–1933. London: Palgrave Macmillan, 2004.

Tauger, Mark B. “Natural Disaster and Human Actions in the Soviet Famine of 1931–1933.” The Carl Beck Papers, n.1506 (2001).

Tauger, Mark B. The 1932 Harvest: The Soviet Famine of 1931–1933 in Historical and Comparative Perspective. Pittsburgh: University of Pittsburgh, 1991.

Kondrashin, Viktor. The Tragedy of the Soviet Village, 1927–1939. Moscow: ROSSPEN, 2008. (Basato su fondi archivistici russi resi disponibili negli anni ’90.)

Viola, Lynne. The Unknown Gulag: The Lost World of Stalin’s Special Settlements. Oxford University Press, 2007. (Rilevante per comprendere le politiche agrarie staliniane e la repressione delle popolazioni rurali.)

Osokina, Elena. Our Daily Bread: Socialist Distribution and the Art of Survival in Stalin’s Russia, 1927–1941. Ithaca: Cornell University Press, 2001.

Getty, J. Arch; Naumov, Oleg V. The Road to Terror: Stalin and the Self-Destruction of the Bolsheviks, 1932–1939. Yale University Press, 1999. (Contesto politico della decisione sovietica negli anni delle carestie.)

Snyder, Timothy. Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin. Basic Books, 2010. (Testo molto influente, ma con posizioni critiche sulla natura della carestia: utile per confronto.)

Kuromiya, Hiroaki. Freedom and Terror in the Donbas. Cambridge University Press, 1998. (Utile per comprendere l’impatto della collettivizzazione nelle regioni minerarie e agricole ucraine.)

Wheatcroft, Stephen. “Towards Explaining the Soviet Famine of 1931-3: Political and Natural Factors in Perspective.” Food and Foodways, vol.4, n.2 (1991): 125–156.

Mace, James E.; Subtelny, Orest. Commission on the Ukrainian Famine, Investigation of the Ukrainian Famine 1932–1933. U.S. Congress, 1988. (Importante per ricostruire la nascita del filone “genocidario” negli anni della Guerra Fredda.)

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12/05/2025

Il Corriere e Rampini reinventano la seconda guerra mondiale

Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!

Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.

Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.

Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.

Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.

Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.

L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.

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28/04/2025

1941, il segreto dell’attacco all’URSS: il sostegno europeo all’invasione nazista

Nel giugno del 1941, quando la Germania nazista decise di lanciarsi nell’invasione dell’Unione Sovietica, anche la Svizzera — ufficialmente neutrale — si schierò, in modo tutt’altro che marginale, nella crociata antibolscevica.

In un gesto clamoroso, il governo elvetico offrì al Reich non un prestito, ma un vero e proprio regalo di duecento milioni di franchi svizzeri. Non solo: mise a disposizione la propria industria per produrre armi e munizioni destinate all’esercito di Hitler. Una violazione della neutralità che rimase avvolta nel silenzio fino agli anni Novanta, quando una commissione parlamentare d’inchiesta ammise — pur cercando di ridimensionare — la collaborazione.

Secondo quella stessa commissione, il contributo svizzero rappresentò solo lo 0,5% della produzione bellica tedesca e dunque non influenzò significativamente la durata del conflitto. Ma si trattò comunque di 1500 cannoni, relative munizioni e dei fondamentali cuscinetti a sfera, prodotti in Svizzera e in Svezia, al riparo dai bombardamenti alleati.

Questi dettagli storici non sono citati per pedanteria. Servono a comprendere meglio le condizioni in cui Hitler decise di attaccare l’URSS: convinto che il “baraccone sovietico” sarebbe crollato in due mesi, e che l’Occidente avrebbe approvato o tollerato. Su questa base, oltre a scatenare l’Operazione Barbarossa, mise in moto anche il genocidio degli ebrei.

L’attacco, tuttavia, non fu soltanto un’iniziativa tedesca. Fu un’offensiva europea, appoggiata da numerosi alleati, alcuni dei quali antinazisti. Per ragioni ideologiche o geopolitiche, diversi governi e movimenti collaborarono con il Reich. I socialdemocratici del Nord Europa, il Vaticano, i conservatori francesi di Vichy: tutti vedevano nell’URSS il nemico principale.

Sul campo, Hitler poteva contare su un esercito composito e imponente:

– 400.000 finlandesi

– 230.000 italiani

– 280.000 ungheresi

– 530.000 romeni

– 5.400 croati

– 50.000 spagnoli

– 35.000 slovacchi

– 5.000 francesi

– 1.000 portoghesi

– 2.000 svedesi

– 7.000 norvegesi, danesi, belgi e olandesi

In tutto, circa 1.600.000 uomini su 70 divisioni dislocate sul fronte orientale. Tra questi, anche i nazionalisti ucraini, che si resero protagonisti dei primi pogrom contro gli ebrei.

Questo aspetto della guerra – l’attacco europeo all’URSS – è ancora oggi taciuto o minimizzato. Spesso proprio da chi, paradossalmente, sostiene che gli alpini abbiano difeso la nostra libertà “a oriente”, fingendo di ignorare o conoscere benissimo il contesto.

Già nell’agosto del 1941, appena due mesi dopo l’attacco, il nervosismo serpeggiava tra gli alleati del Reich. Hitler, riferendosi alla situazione, disse di sentirsi come il cavaliere che, attraversato il ghiaccio sottile, muore di paura solo dopo, rendendosi conto del rischio corso. Si lamentava del fatto che i suoi servizi segreti avevano gravemente sottovalutato l’Armata Rossa, ma affermava con sicurezza che il suo genio avrebbe rimediato all’imprevisto.

Anche sul piano diplomatico qualcosa scricchiolava. Lo Shah di Persia si infuriò con l’ambasciatore tedesco: dov’era finita quella vittoria tanto annunciata? In Giappone, durante una conferenza imperiale a Tokyo, si prese atto che sconfiggere l’URSS non sarebbe stato né semplice né rapido. L’alternativa per l’espansione giapponese? Puntare a sud, verso le colonie britanniche, a condizione di neutralizzare la flotta americana di stanza a Pearl Harbor.

A Berlino, l’ambasciatore giapponese Oshima entrò in crisi: aveva promesso a Ribbentrop l’imminente intervento nipponico, ma doveva ora confessargli che la resistenza sovietica aveva sconvolto i piani. Intanto Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr, i servizi segreti tedeschi, metteva in guardia: «Il bolscevismo, che doveva uscire distrutto da questa guerra, potrebbe invece uscirne rafforzato, se non stiamo attenti».

E mentre tutto questo accadeva, nel 1938 Albert Speer – architetto di Hitler – aveva aperto un conto speciale per finanziare la ricostruzione di Berlino in versione monumentale, “imperiale”, da realizzare dopo la vittoria. Nel 1943, senza dir nulla al Führer, chiuse silenziosamente quel conto. Una premonizione? O semplicemente, la fine di un’illusione.

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11/03/2025

Le origini del revisionismo storico

Il vizietto nazista di bruciare pubblicamente montagne di libri ha dimostrato il fatto che il nazionalsocialismo nutriva un grande, se non addirittura eccessivo, rispetto per la parola scritta.

I libri venivano bruciati perché si attribuiva loro un grande potere, in altre parole, li si temeva. Questa paura di perdere l’esclusiva dell’interpretazione era uno dei moventi fondamentali dei roghi nazisti.

L’uomo del primo Novecento aveva abbastanza esperienza del libro come mezzo di comunicazione di massa, da sapere che la Storia non si limita ad accadere, ma viene scritta per le generazioni a venire.

Il fatto che l’“atto creativo” fosse sempre preceduto dalla lotta e dalla distruzione delle creazioni esistenti rispecchiava la tendenza radicale e aggressiva di Adolf Hitler.

Sin dal principio la consapevolezza con la quale i nazisti rielaborarono la Storia non si estrinsecò solo nelle azioni, ma in un vero e proprio progetto culturale e, in questo caso, letterario: l’attività culturale venne denigrata in quanto “ebreicizzata”, intere branche della scienza furono screditate in quanto “troppo soggette all’influenza straniera”.

Il libro, dunque, era considerato uno dei più efficaci strumenti di potere in mano al nemico, in particolare agli ebrei. Selezionare e bruciare i libri – come in seguito si fece con le persone – fu solo il primo passo.

Il secondo fu quello di prendersi cura e di coltivare la propria razza e di dare vita a una propria scienza e cultura. Quindi servivano libri propri, sia in ambito artistico che scientifico, perché si credeva che con lo specifico approccio nazista si fossero finalmente gettate le basi che consentivano di trasformare la scienza e l’arte in un scienza tedesca e in un’arte tedesca.

Questo è il motivo per cui sotto il nazionalsocialismo venne prodotto un numero impressionante di libri – e la reinterpretazione del sapere esistente fu devastante fin dall’inizio.

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10/03/2025

Perché Gaza non è Auschwitz

di Franco Berardi Bifo

Auschwitz fu l’esercizio scientifico di tutte le tecniche che mirano allo sterminio. Fu tortura prolungata, uso sistematico del terrore contro una popolazione di reclusi che non aveva nessuna possibilità di fuggire.

Fu lo scatenarsi di una potenza di fuoco gigantesca contro una popolazione indifesa, disarmata, nuda.

Fu il perseguimento intenzionale di un genocidio, l’assassinio sistematico degli innocenti, delle donne, dei bambini.

Quel che gli israeliani stanno facendo a Gaza, quel che gli israeliani fanno da decenni in tutto il territorio della Palestina, ha la stessa qualità di crudeltà e di accuratezza scientifica che ebbe l’Olocausto ebraico di ottanta anni fa.

L’assedio ha provocato la fame, la sete, la mancanza di tutto ciò che è indispensabile per la sopravvivenza. I bombardamenti procurano terrore ininterrotto a persone innocenti che corrono da una parte all’altra senza sapere dove riparare.

L’intera popolazione israeliana (con pochissime eccezioni) ha partecipato allo sterminio dei palestinesi, come l’intera popolazione tedesca con pochissime eccezioni aveva partecipato allo sterminio degli ebrei.

E però non si tratta di due eventi identificabili, perché tra quello e questo c’è una differenza enorme.

La differenza tra Auschwitz e Gaza sta nel carattere pubblico, mediaticamente ostentato dell’Olocausto inflitto ai palestinesi.

La lezione che i nazisti di Sion stanno dando al mondo è che non c’è alcun modo per difendere la nostra vita, le persone a noi vicine, i nostri figli, contro l’illimitata violenza di uno stato che è nato come stato coloniale, avamposto dell’imperialismo occidentale, e fa uso sistematico delle tecniche di pulizia etnica, di apartheid, e deportazione di massa.

Gaza non è come Auschwitz, perché in quel villaggio polacco non c’erano le telecamere, mentre oggi è l’umanità intera che siede in salotto e osserva il suo futuro.

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27/01/2025

Chi ha vinto e “chi ha aiutato chi” a vincere la Seconda guerra mondiale

27 gennaio: Giornata della memoria e ottantesimo anniversario della liberazione del lager nazista di Auschwitz da parte dell’Esercito Rosso sovietico, a simboleggiare la liberazione di tutti i campi di concentramento e di sterminio nazisti, attraverso cui erano passate 18 milioni di persone di Unione Sovietica, Jugoslavia, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Romania, Italia e di altri paesi: di esse, 11 milioni non fecero ritorno.

Nel luglio 1944, le truppe sovietiche erano state le prime ad arrivare al più grande lager nazista, Majdanek; nello stesso periodo, liberarono anche i campi di sterminio di Belzec, Sobibor, Treblinka e, successivamente, altri lager nei Paesi baltici e in Polonia. Prima della capitolazione tedesca, i soldati sovietici liberarono anche Stutthof, Sachsenhausen e Ravensbrück.

Il 27 gennaio 1945, l’Esercito Rosso aveva aperto le porte del più grande complesso di campi di concentramento: Auschwitz. Ottant’anni dopo, i degni continuatori del fascista Jozef Pilsudski, idolo e modello di Adolf Hitler, mentre accolgono alle commemorazioni autori e complici di nuovi genocidi, ignorano gesuiticamente l’invito ai rappresentanti russi.

E, però, nel ricordare il contributo sovietico alla liberazione dal nazifascismo, pare opportuno soffermarsi ancora su alcune affermazioni contenute nel discorso di Donald Trump, a proposito delle sue simpatie per la «Russia, che ci ha aiutato a vincere la Seconda guerra mondiale, perdendo in quel processo quasi 60.000.000 di vite umane».

Così, ponendoci qualche innocente interrogativo sulle cognizioni e sulla buona fede dei suoi speechwriter, preme precisare alcuni passaggi storici, troppo spesso artatamente passati sotto silenzio, quando non sfacciatamente falsati, non solo dai tanti eredi di quei Komplizen filohitleriani che abbondano oggi nelle assise parlamentari di mezza Europa, ma anche da molte ingenue vittime delle vomitevoli falsità, messe ciclicamente in circolazione da quei “resilienti combattenti” per una «memoria storica».

“Combattenti” delle malebolge infernali che, «contro la disinformazione russa», tornano a indossare le vecchie divise nere o grigioverdi dei Hilfswilligen di 80 anni fa, riversando calunniosamente su altri le accuse per crimini da loro stessi perpetrati, oggi e, prima, dai loro avi, macchiatisi di «guerre di aggressione non provocate, ingiustificate e illegali», «attacchi mirati contro la popolazione civile, le aree residenziali e le infrastrutture civili», il tutto, «ricorrendo anche ad argomentazioni storiche distorte, manipolazione delle informazioni e ingerenze straniere». Esattamente, le loro sporche nefandezze.

Così, senza entrare nei dettagli storici – anche se, per la verità, ce ne sarebbe un gran bisogno, visto il rifiorire di narrazioni che si credeva ormai ferme alle “scoperte” liberal-reazionarie di sessant’anni fa, à la Walther Hofer e simili – pare sufficiente riportare alcune nude cifre, diffuse, è vero dal Ministero degli esteri russo (ah, vi abbiamo colto con le mani nel sacco!, urleranno in coro nuovi socialfascisti e perenni reazionari) ma sulla base delle conclusioni della Commissione internazionale per le riparazioni dalla Germania del febbraio 1945.

Sottolineiamo: Commissione internazionale, composta di rappresentanti di URSS, USA e Gran Bretagna, la cui creazione era stata decisa nel corso della Conferenza di Jalta.

Dunque, secondo i dati di quella Commissione, il numero di “giorni-soldato” costati alla Germania sul fronte sovietico aveva superato di almeno 10 volte lo stesso numero di tutti gli altri fronti alleati presi insieme. Sul fronte sovietico erano stati impegnati 4/5 dei carri armati tedeschi e circa 2/3 degli aerei.

Complessivamente, era ricaduto sulle spalle dell’URSS quasi il 75% dell’intero sforzo bellico della coalizione anti-hitleriana. Nel corso della guerra, l’Esercito Rosso aveva liquidato 626 divisioni della Germania e dei suoi alleati, di cui 508 tedesche, contro le 176 eliminate da USA e Inghilterra sui loro fronti.

Il fronte sovietico-tedesco si era sviluppato lungo enormi spazi di territorio: in lunghezza (circa 4.000 km nel 1941 e oltre 6.000 km nel 1942) era stato di 4 volte superiore alla lunghezza totale dei fronti nordafricano, italiano e occidentale insieme. Su 1.418 giorni di durata del fronte sovietico-tedesco, le effettive operazioni di guerra vi si erano svolte per 1.320 giorni, quando sul fronte italiano erano state di 492 giorni su 663, sul fronte occidentale di 293 su 338 e sul fronte nordafricano di 309 su 973 giorni.

Il 28 aprile 1942, il presidente USA Franklin Roosevelt, nel discorso alla nazione americana, dichiarò: «Le truppe russe hanno liquidato, e continuano a eliminare, più uomini, aerei, carri armati e cannoni del nostro comune nemico, di tutte le altre 25 nazioni della coalizione antihitleriana messe insieme».

Il premier britannico Winston Churchill, in un messaggio a Stalin del 27 settembre 1944, scriveva che «è stato proprio l’esercito russo a sventrare la macchina da guerra tedesca...».

Il contributo decisivo dell’URSS alla vittoria è definito dal fatto che oltre il 73% delle perdite totali delle forze tedesche-fasciste erano state subite in battaglie e scontri con l’esercito sovietico. Qui era stata distrutta anche la maggior parte degli armamenti nemici: circa il 75% delle perdite totali di carri armati e cannoni d’assalto, oltre il 75% di tutte le perdite dell’aviazione, il 74% delle perdite complessive dell’artiglieria.

Le vittorie dell’Esercito Rosso sul fronte sovietico-tedesco furono decisive per l’apertura del Secondo fronte in Europa, iniziato il 6 giugno 1944 con l’operazione “Overlord” in Normandia.

Per quanto riguarda il sostegno sovietico «agli Alleati occidentali, da parte nostra risuonerebbe blasfemo», si afferma nella nota russa, «non riconoscere i fatti della storia che testimoniano in modo inconfutabile come l’Unione Sovietica e le sue Forze Armate, puntualmente e, talvolta, nelle condizioni a esse meno favorevoli, avessero onestamente e pienamente adempiuto ai propri doveri di alleati. L’Unione Sovietica ha adempiuto pienamente ai propri obblighi nei confronti degli Alleati, tendendo sempre una mano d’aiuto».

Fu così, ad esempio, con l’estesa operazione “Bagration” in Bielorussia, Polonia orientale e Paesi baltici, allorché l’Esercito Rosso sostenne lo sbarco anglo-americano in Normandia. Quindi, nel gennaio 1945, con l’operazione “Vistola-Oder”, venendo incontro alle richieste di Churchill di alleggerire la pressione sugli alleati inchiodati nelle Ardenne, Stalin anticiperà l’inizio della prevista offensiva e così gli americani potranno districarsi da una situazione quantomeno per loro complicata.

Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in piena corrispondenza con gli accordi di Jalta, dichiarò guerra al Giappone. Iniziate le operazioni di combattimento nella penisola coreana, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, unità della 25° Armata e della Flotta del Pacifico già il 15 agosto avevano liberato quasi completamente il territorio della Corea fino al 38° parallelo.

«Gli Alleati occidentali si erano resi conto», si legge nella nota del Ministero degli esteri russo, che «senza l’aiuto dell’URSS, non sarebbero stati in grado di porre rapidamente fine alla guerra con il Giappone che, secondo gli USA, avrebbe potuto protrarsi fino al 1947 o al 1950. Il fulmineo smacco inferto in 11 giorni dall’esercito sovietico alle più potenti ed efficienti forze di terra giapponesi rappresentò un risultato senza precedenti non solo nel quadro della Seconda Guerra Mondiale, ma anche nell’intera storia dell’arte militare».

Su quel fronte, le perdite totali dell’URSS ammontarono a circa 4.500 uomini, di cui 1.500 morti. Alla liberazione della Corea non avevano preso parte né truppe americane, né di altri paesi: le prime unità delle forze USA sbarcarono sulla penisola l’8 settembre 1945, dopo che il Giappone aveva firmato l’atto di resa il 2 settembre 1945.

C’è inoltre da dire che un momento particolare nella dichiarazione di Donald Trump è costituito dalla cifra, da lui enunciata, di 60.000.000 di perdite sovietiche. Ora, ricorda Jurij Selivanov su news-front.ru, è il caso di evidenziare come Trump, su questo versante, abbia stabilito un nuovo “record mondiale”, superando anche i più vigorosi attivisti antisovietici della “katastrojka” gorbacëviana che, all’epoca, avevano giocato con le cifre sulle perdite al solo scopo di introdurre nelle coscienze l’idea che in Unione Sovietica non ci fosse e non ci fosse mai stato nulla di positivo e che fosse quindi giunto il momento di liquidarla.

Nello specifico, a proposito delle generazioni precedenti, che si erano battute sui fronti della Guerra patriottica, si insinuava che nessuno avesse «saputo combattere se non ammassando montagne di cadaveri sulle posizioni del nemico».

Da notare che, in queste macabre statistiche, le cifre hanno sempre ricevuto una forte spinta verso l’alto proprio nei momenti in cui i nuovi governanti avevano urgentemente bisogno di infangare il più possibile i predecessori.

Era stato così con il cosiddetto “smascheramento del culto della personalità”, all’epoca di Khrushchëv, quando Stalin veniva accusato di ogni possibile misfatto, senza che nessuno si preoccupasse di avallare scientificamente quelle accuse: fu allora, dice Selivanov, che il numero delle nostre perdite militari passò in un attimo da 7 a 20 milioni.

E quando Gorbacëv, all’inizio degli anni ’90, ebbe bisogno di introdurre nello stesso tema “fatti” ancora più terribili, ecco che apparve la nuova cifra di 27 milioni, ora più che raddoppiata da Donald Trump.

Nella nota del Ministero degli esteri russo, riportata sopra, si parla di perdite complessive della popolazione dell’URSS negli anni della guerra, per circa 26 milioni di persone, di cui 12 milioni di militari; tra questi ultimi: 5,2 milioni uccisi, 5,1 milioni dispersi e fatti prigionieri, 1,7 milioni deceduti negli ospedali in seguito alle ferite e morti in altre circostanze. A questi si aggiungono 13,7 milioni di civili, di cui 7,4 milioni deliberatamente sterminati nei territori occupati e 4,1 milioni morti e periti per le tremende condizioni del regime di occupazione, oltre a 2,2 milioni morti nei lavori forzati in Germania.

In generale, nei paesi europei occupati dai nazisti, le perdite della Polonia ammontarono a 4,1 milioni di persone, 1,7 milioni quelle della Jugoslavia, 450.000 della Grecia, 210.000 dei Paesi Bassi, 88.000 del Belgio. Le perdite umane (morti) nei principali paesi della coalizione anti-hitleriana furono: 400.000 per gli Stati Uniti, 370.000 per la Gran Bretagna, 600.000 per la Francia. Nel corso della lunga pluriennale guerra contro l’occupazione giapponese, la Cina perse 35 milioni di persone.

Questi, e non altri, sono i fatti storici, volutamente taciuti o stravolti dagli odierni maleodoranti continuatori dei Pilsudski, dei legionari lettoni, delle Relvagrenaderide SS-diviis estoni, dei tagliagole ucraini della divisione “Galicina”, degli adoratori del nazista Bandera e del fascista maresciallo Graziani, gli epigoni del Churchill del piano “Unthinkable” e del “Totality” americano di attacco all’URSS a guerra finita.

Quelle sopra riportate, e non altre, sono le testimonianze che provano l’ipocrisia di chi oggi, a Bruxelles, Strasburgo, Varsavia o Kiev, versa lacrime su «i monumenti di Holodomor» e singhiozza su un «imperdonabile ruolo svolto inizialmente dall’Unione sovietica nelle prime fasi della Seconda guerra mondiale», secondo cui – di nuovo à la Walther Hofer – «due regimi totalitari cospirarono per dividere l’Europa in sfere di influenza esclusive».

Ma basta; anche il voltastomaco ha dei limiti. Ricordiamo soltanto, per tutti quei signori dalla memoria intermittente, che esattamente un anno prima della liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio 1944, l’Esercito Rosso aveva liberato Leningrado, dopo un assedio di 872 giorni che aveva provocato la morte, secondo fonti diverse, di 600.000 o 1,5 milioni di cittadini; una cifra che, secondo il politologo americano Michael Walzer, supera quella dei morti civili di Amburgo, Dresda, Tokyo, Hiroshima e Nagasaki presi insieme.

Non ci stanchiamo di ripeterlo: sozze belve guerrafondaie, eredi dei Quisling, dei Bandera, Himmler e Petain, che invece di giacere nel putridume che loro spetta, omeliano empie falsità dai pulpiti euroatlantisti.

Fonte

12/01/2024

Lettere da Stalingrado

Sono le ultime lettere di 39 ufficiali, sottufficiali e soldati, scelte fra le migliaia di ultime lettere scritte fra il dicembre del 1942 e il gennaio del 1943 ai loro cari dai combattenti della Wehrmacht, ormai accerchiati a Stalingrado dalle truppe russe, e portate in Germania dall’ultimo aeroplano tedesco partito da lì prima che i russi rioccupassero l’aeroporto.

Le lettere, che in un primo tempo Hitler pensava di poter utilizzare a scopo di propaganda, finirono invece, quando il ‘Führer’ si rese conto che non erano suscettibili di un tale uso, nell’archivio dell’esercito a Postdam, dove vennero ritrovate al termine della guerra per poi vedere la luce anche nel nostro paese nel 1958, opportunamente selezionate e tradotte, con il titolo di “Ultime lettere da Stalingrado”.

Sono sessantaquattro pagine in tutto, da cui emerge una galleria di formidabili ritratti che si accampano nello scenario apocalittico della battaglia decisiva della seconda guerra mondiale.

Viene subito alla mente, come è ovvio, l’altro volume, ben più folto, delle lettere di partigiani condannati a morte. Sennonché qui l’effetto è forse ancora più struggente, perché noi sappiamo che quegli sventurati non fecero più ritorno, e loro stessi, tranne qualche eccezione, si rendevano conto di essere condannati senza appello.

I combattenti tedeschi, infatti, erano ormai discesi nel gorgo della tempesta, ma gli sguardi erano ancora rivolti alla cara vita, alla cara casa, alla donna lontana, ai sogni del futuro.

Da ciò deriva al loro dramma una potenza di ‘pathos’ e una tensione poetica, quali forse si ritrovano, ai giorni nostri, nei messaggi scambiati dai combattenti ucraini o russi con i loro familiari e con gli amici.

Certo, la scelta è stata fatta da un tedesco e si ispira ad un intento apologetico, poiché neppure una di queste confessioni depone a sfavore di chi scrive.

Tuttavia, malgrado quell’intento, in esse l’orrore del male, che scaturisce dalla costrizione militare e che segue la logica inesorabile della dottrina per cui “homo homini lupus”, si mescola con la ‘pietà omicida’ (un ossimoro che solo la guerra è capace di creare) verso il nemico dilaniato, con gli affetti elementari legati alla famiglia lontana e irraggiungibile e con le considerazioni impietose su quell’amalgama di sangue, di carne umana bruciata, di materia organica e di fango, che prende il nome, allora come oggi, di guerra imperialista per l’accaparramento delle materie prime e per la spartizione delle sfere d’influenza.

Troviamo così, sfogliando con il fiato sospeso le epigrafi di questo cimitero di vivi, il rigido ufficiale che manifesta il suo disprezzo verso i compagni: «…Uno eguale all’altro. Cioè tutti vigliacchi. Non possiamo vincere una guerra con gente come questa e tanto meno questa guerra… Ho imparato in questi quattro mesi certamente di più di quanto non avrei potuto imparare in una vita di cent’anni. Mi rincresce soltanto di dover finire i miei giorni in così miserevole compagnia».

Troviamo perfino chi scrive al padre, pastore protestante, con disperato sarcasmo, e la descrizione sembra attagliarsi perfettamente al quotidiano spettacolo dello sterminio, della deportazione e dell’umiliazione, cui il mondo intero assiste, tra impotenza e indifferenza, nella “terra dei profeti”:

«Dio non si è mostrato quando il mio cuore gridava a lui. Le case erano distrutte, i camerati erano tanto eroici e così vigliacchi quanto me, sulla terra c’erano fame ed omicidio e dal cielo cadevano bombe e fuoco. Soltanto Dio non c’era. No, padre, non c’è nessun Dio. Lo scrivo di nuovo e so che è una cosa terribile e per me irreparabile. E se proprio ci deve essere un Dio è solo presso di voi, nei libri dei salmi e nelle preghiere, nelle pie parole dei preti e dei pastori, nel suono delle campane e nel profumo dell’incenso. Ma a Stalingrado, no».

Proseguendo, troviamo chi è tormentato dall’incubo: «Martedì ho fatto fuori con il mio carro due T-34 che la curiosità aveva spinto oltre le nostre linee. Era un quadro meraviglioso e impressionante. Poi passai davanti ai rottami fumanti. Dallo sportello pendeva giù un corpo, la testa all’ingiù; i piedi erano incastrati e bruciavano fino al ginocchio. Il corpo era vivo, la bocca rantolava.

Il dolore deve essere stato spaventoso e non c’era nessuna possibilità di liberarlo. Anche se fosse stato possibile, sarebbe morto lo stesso fra dolori atroci. Gli ho sparato, mentre le lacrime mi colavano giù dalle guance. Ora piango già da tre notti, per quel carrista russo assassinato da me…».

E troviamo anche una dignità, una generosità e una forza d’animo tali da intimidire: «Sentirai molto la mia mancanza, ma non fuggire gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, non di più. Gertrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli… Guarda bene all’uomo che scegli, sta attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa…».

Né si può tralasciare, eccezionale documento della civiltà nella barbarie, quella scena memorabile, descritta in una di queste lettere, in cui un pianista, «in una piccola strada laterale alla Piazza Rossa, su un pianoforte a coda, ha suonato l’“Appassionata”. Il pianoforte era proprio là sulla strada. La casa era stata fatta saltare, ma lo strumento, certo per compassione, l’avevano sistemato sulla strada. […]

Quelle cento reclute sedevano, nei loro mantelli, le coperte tirate fin sulla testa. Si sentiva sparare da tutte le parti ma nessuno si lasciava distrarre, ascoltavano Beethoven a Stalingrado, anche se non lo capivano».

Così, il significato più profondo e universale di queste testimonianze epistolari si riassume in una parola che supera ogni confine, ogni razza, ogni politica e ogni bandiera: una parola che dice che tutti gli uomini sono uguali:

«Non mi si può far credere che i camerati muoiano con sulle labbra le parole “Deutschland!” o “Heil Hitler!”. Si muore, questo sì, non si può negarlo; ma l’ultima parola è per la mamma o per la persona più cara, oppure è solo un grido di aiuto».

Una volta scossa dai venti impetuosi della storia e dagli eventi bellici della politica internazionale la polvere dell’oblio che le ha ricoperte per motivi più o meno confessabili durante i passati decenni, queste lettere costituiscono una straordinaria lezione dall’inferno, perché parlano di cose a cui nessuno al mondo è estraneo.

Gli italiani poi sono stati direttamente implicati, e con una parte di pesante responsabilità, nella terribile vicenda testimoniata da quelle lettere, anche se le generazioni che l’hanno vissuta in prima persona non sono più fra noi e quelle che le hanno seguite hanno beneficiato a lungo dell’oblio di cui si è detto poc’anzi.

Una lezione straordinaria, dunque, che parla non solo di un periodo lontano che risale ad ottant’anni orsono, ma parla a noi dell’oggi e del domani. Perché se gli italiani avessero saputo dire no al momento opportuno, probabilmente una quantità spaventosa di lacrime e di sangue sarebbe stata risparmiata, e quelle lettere – le ultime scritte da Stalingrado – nessuno le avrebbe scritte mai per il semplice motivo che non ve ne sarebbe stato il bisogno.

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