Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!
Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.
Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.
Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.
Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.
Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.
L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/11/2024
Le balle di Rampini sulle emissioni climalteranti cinesi
Lo vediamo spesso che l’informazione italiana è diventata un raccogliticcio di propaganda inserita tra notizie frivole, spesso di poca valenza per capire quel che succede al Paese e nello scenario internazionale. Ieri la rubrica di Federico Rampini “Oriente | Occidente” si è cimentata nel primo caso.
“Emissioni di CO2, la Cina sorpassa l’Europa anche nelle colpe «storiche»” è il titolo che campeggia sull’articolo come un monito a tutti coloro che ancora si ostinano a credere che il blocco occidentale non sia “il migliore dei mondi possibili”.
Ormai a conclusione della Cop29, Rampini sottolinea come l’argomento spesso portato dai paesi emergenti a quel consesso, ovvero che sono sostanzialmente Stati Uniti ed Europa a dover pagare il maggior prezzo per la transizione ecologica, non regge più alla prova dei dati.
E non regge perché, tra chi ha sollevato questo argomento, c’è la Cina che ormai ha superato la UE nel “calcolo storico delle emissioni carboniche accumulate nell’atmosfera in passato. Presto avverrà lo stesso sorpasso cinese anche ai danni dell’America”.
“Xi Jinping, in base a questo dato”, chiosa Rampini, “ha perso la legittimità per salire in cattedra e dare lezioni all’Occidente inquinante”. E dunque, che il Dragone comunista stia zitto, ché Washington e Bruxelles devono tornare a dettare legge.
Però, se si va a leggere l’analisi da cui è presa questa notizia, ovvero uno studio uscito sul sito scientifico Carbon Brief, rinomato per il suo lavoro sul cambiamento climatico, ci si rende conto subito che quel che è raccontato sul Corriere non torna.
È vero che anche qui il titolo è esplicito: “le emissioni della Cina hanno ora causato più riscaldamento globale della UE”. E la notizia è sostenuta poi coi dati: parlando di miliardi di tonnellate di anidride carbonica (GtCO2), la Cina ha raggiunto le 312 GtCO2 nel 2023, superando le 303 GtCO2 europee.
Ma se non ci si ferma al titolo e si continua a leggere il testo, la realtà delle cose appare molto differente da quella raccontata sul giornale italiano.
Prima di tutto, se si va oltre il semplice dato complessivo, ma si guarda a quello che conta davvero, cioè le emissioni pro-capite (il rapporto tra quantità delle sostanze emesse e quantità della popolazione). In questo caso, la questione si ribalta immediatamente, e ogni cinese diventa “responsabile” di 227 tonnellate di CO2. Mentre sono 682 le tonnellate emesse da ogni cittadino UE, e addirittura 1.570 quelle di ogni statunitense.
Dovrebbe essere risaputo che è il dato pro-capite quello che conta, considerando l’enorme differenza di popolazione tra gli attori considerati (1,4 miliardi di cinesi, 500 milioni di europei, 330 milioni di yankee). Di fatto uno statunitense inquina come 4 cinesi e un europeo come 3 persone del Celeste Impero.
Ma se si pensa che sia una svista sul peso che viene dato a certe statistiche invece che ad altre, c’è il resto del confronto tra i due articoli a sciogliere i dubbi.
Rampini ricorda correttamente che la Cina è ancora molto indietro rispetto alle emissioni complessive degli USA (532 GtCO2). Ma poi afferma che il sorpasso cinese avverrà presto anche su di loro, e ora che è tornato Trump e la sua politica energetica poco eco-friendly la situazione si fa critica.
Sul fatto che la nuova amministrazione di Washington sia pericolosa rispetto al collasso ambientale non ci sono dubbi. Ma il resto è il contrario di quel che è scritto nello studio di Carbon Brief, letteralmente.
Sulla rivista online si legge: “è improbabile che la Cina superi mai il contributo degli Stati Uniti al riscaldamento globale”. E questo “anche prima di tenere conto delle potenziali politiche di aumento delle emissioni della presidenza Trump in arrivo”.
Viene poi affermato sul Corriere che sono le politiche di Xi Jinping ad essere mascherate dall’attenzione alla “sostenibilità”, ma che in realtà si muoverebbero in barba al pericolo climatico.
Carbon Brief, invece, ha esaminato la tendenza delle emissioni annuali in Cina, negli Stati Uniti e nell’UE a 27 in base alle impostazioni politiche correnti e nello “scenario delle politiche dichiarate” (STEPS) dell’IEA. E nel caso del Dragone le emissioni dovrebbero crollare nei prossimi anni.
Assurdo, dunque, che l’articolo di Rampini si concluda dicendo che “l’America finirà per allinearsi al pragmatismo di Xi Jinping”. Se lo facesse avremmo molti più strumenti per combattere il cambiamento climatico, come altri studi hanno dimostrato.
Detto questo, nessuno nega che l’impatto cinese, o indiano o di altri paesi che si affacciano sullo scenario globale, sia sostanzioso. Ma perché ognuno faccia la propria parte, bisogna far sì che l’opinione pubblica possa fare le giuste pressioni sui nostri decisori politici.
E servirebbe dunque che i giornalisti facessero il proprio lavoro, e dessero le giuste informazioni ai cittadini che devono farsi un’opinione, senza narrazioni strumentali anticinesi.
Fonte
“Emissioni di CO2, la Cina sorpassa l’Europa anche nelle colpe «storiche»” è il titolo che campeggia sull’articolo come un monito a tutti coloro che ancora si ostinano a credere che il blocco occidentale non sia “il migliore dei mondi possibili”.
Ormai a conclusione della Cop29, Rampini sottolinea come l’argomento spesso portato dai paesi emergenti a quel consesso, ovvero che sono sostanzialmente Stati Uniti ed Europa a dover pagare il maggior prezzo per la transizione ecologica, non regge più alla prova dei dati.
E non regge perché, tra chi ha sollevato questo argomento, c’è la Cina che ormai ha superato la UE nel “calcolo storico delle emissioni carboniche accumulate nell’atmosfera in passato. Presto avverrà lo stesso sorpasso cinese anche ai danni dell’America”.
“Xi Jinping, in base a questo dato”, chiosa Rampini, “ha perso la legittimità per salire in cattedra e dare lezioni all’Occidente inquinante”. E dunque, che il Dragone comunista stia zitto, ché Washington e Bruxelles devono tornare a dettare legge.
Però, se si va a leggere l’analisi da cui è presa questa notizia, ovvero uno studio uscito sul sito scientifico Carbon Brief, rinomato per il suo lavoro sul cambiamento climatico, ci si rende conto subito che quel che è raccontato sul Corriere non torna.
È vero che anche qui il titolo è esplicito: “le emissioni della Cina hanno ora causato più riscaldamento globale della UE”. E la notizia è sostenuta poi coi dati: parlando di miliardi di tonnellate di anidride carbonica (GtCO2), la Cina ha raggiunto le 312 GtCO2 nel 2023, superando le 303 GtCO2 europee.
Ma se non ci si ferma al titolo e si continua a leggere il testo, la realtà delle cose appare molto differente da quella raccontata sul giornale italiano.
Prima di tutto, se si va oltre il semplice dato complessivo, ma si guarda a quello che conta davvero, cioè le emissioni pro-capite (il rapporto tra quantità delle sostanze emesse e quantità della popolazione). In questo caso, la questione si ribalta immediatamente, e ogni cinese diventa “responsabile” di 227 tonnellate di CO2. Mentre sono 682 le tonnellate emesse da ogni cittadino UE, e addirittura 1.570 quelle di ogni statunitense.
Dovrebbe essere risaputo che è il dato pro-capite quello che conta, considerando l’enorme differenza di popolazione tra gli attori considerati (1,4 miliardi di cinesi, 500 milioni di europei, 330 milioni di yankee). Di fatto uno statunitense inquina come 4 cinesi e un europeo come 3 persone del Celeste Impero.
Ma se si pensa che sia una svista sul peso che viene dato a certe statistiche invece che ad altre, c’è il resto del confronto tra i due articoli a sciogliere i dubbi.
Rampini ricorda correttamente che la Cina è ancora molto indietro rispetto alle emissioni complessive degli USA (532 GtCO2). Ma poi afferma che il sorpasso cinese avverrà presto anche su di loro, e ora che è tornato Trump e la sua politica energetica poco eco-friendly la situazione si fa critica.
Sul fatto che la nuova amministrazione di Washington sia pericolosa rispetto al collasso ambientale non ci sono dubbi. Ma il resto è il contrario di quel che è scritto nello studio di Carbon Brief, letteralmente.
Sulla rivista online si legge: “è improbabile che la Cina superi mai il contributo degli Stati Uniti al riscaldamento globale”. E questo “anche prima di tenere conto delle potenziali politiche di aumento delle emissioni della presidenza Trump in arrivo”.
Viene poi affermato sul Corriere che sono le politiche di Xi Jinping ad essere mascherate dall’attenzione alla “sostenibilità”, ma che in realtà si muoverebbero in barba al pericolo climatico.
Carbon Brief, invece, ha esaminato la tendenza delle emissioni annuali in Cina, negli Stati Uniti e nell’UE a 27 in base alle impostazioni politiche correnti e nello “scenario delle politiche dichiarate” (STEPS) dell’IEA. E nel caso del Dragone le emissioni dovrebbero crollare nei prossimi anni.
Assurdo, dunque, che l’articolo di Rampini si concluda dicendo che “l’America finirà per allinearsi al pragmatismo di Xi Jinping”. Se lo facesse avremmo molti più strumenti per combattere il cambiamento climatico, come altri studi hanno dimostrato.
Detto questo, nessuno nega che l’impatto cinese, o indiano o di altri paesi che si affacciano sullo scenario globale, sia sostanzioso. Ma perché ognuno faccia la propria parte, bisogna far sì che l’opinione pubblica possa fare le giuste pressioni sui nostri decisori politici.
E servirebbe dunque che i giornalisti facessero il proprio lavoro, e dessero le giuste informazioni ai cittadini che devono farsi un’opinione, senza narrazioni strumentali anticinesi.
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27/09/2024
L’atomica sotto le bretelle
Lo ammettiamo subito: Federico Rampini è solo un pretesto. Anzi, solo un esempio di quel che è diventato il giornalismo servile in quest’angolo di Occidente capitalistico. Giusto un po’ più noto della media, e quindi utile per “riassumere” un comportamento collettivo, con o senza bretelle.
Si potrebbero mettere in fila i titoli dei suoi pezzi degli ultimi anni, che spaziano dalla Cina alla Russia, dal Medio Oriente al Sudamerica. Tutti tasselli di un puzzle narrativo semplice e vagamente bipolare (in senso clinico): l’Occidente ha sempre ragione, i suoi competitor sempre torto.
Non c’è differenza tra una contesa sui dazi o sui missili, sul libero commercio o sugli smartphone, sulle alleanze internazionali o sulle tecnologie: il risultato è sempre lo stesso.
Anche a costo di dire sciocchezze grandi come un fungo atomico.
Del resto siamo in tempi di guerra e, dovunque si guardi, dall’Ucraina alla Palestina, il confine tra conflitti con armi convenzionali o possibili scarrucolamenti atomici è sempre più vicino.
Lo si è visto sulla questione “consentire a Kiev di utilizzare contro il territorio russo i missili a lungo raggio forniti dai paesi Nato” che di fatto avrebbe richiesto l’impegno diretto dell’Alleanza Atlantica per direzionarli, controllarli e assisterli via satellite (che Kiev non possiede...). Dunque entrare in una guerra potenzialmente nucleare (è previsto da entrambe le “dottrine nucleari”, sia russa che Nato).
L’impossibilità di sfuggire al dilemma “ogni aiuto ulteriore a Kiev sarebbe guerra totale, ma non vogliamo la guerra totale, che distruggerebbe anche noi” deve aver suscitato in ambienti Nafo (North Atlantic “fella” Organization, insomma i “tifosi”) un sentimento nostalgico irresistibile.
Colto immediatamente dai tanti Rampini in circolazione, al punto da suggerire un pezzo come “Trent’anni fa l’America «regalava» le atomiche ucraine alla Russia”. Che errore (sottotitolo silenzioso)...
Lasciamo perdere il piccolo falso storico (quelle atomiche non erano “ucraine”, ma costruite e posizionate “anche” in Ucraina dall’Unione Sovietica appena disciolta) e limitiamoci ad analizzare logica e conseguenze di questo “rammarico”.
Nel ‘94 l’Occidente aveva appena vinto la “guerra fredda” con l’URSS, ne aveva favorito la dissoluzione grazie all’ubriacone salito al Cremlino (Boris Eltsin), manovrabile come una marionetta da abili “consiglieri” statunitensi e non (basta leggere qualche intervista di uno di loro, Jeffrey Sachs).
La situazione era abbastanza simile anche nelle altre repubbliche ex sovietiche, guidate da oligarchi rapaci e classi politiche – diciamo così – parecchio instabili, con potenziali conflitti reciproci (Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan, ecc.).
Le testate nucleari sovietiche erano presenti un po’ dappertutto e la preoccupazione principale era – comprensibilmente – sottrarle al controllo di un personale politico e militare non all’altezza di quel potere distruttivo. Concentrarle tutte in Russia, mentre contemporaneamente se ne disattivano molte, sembrò una buona idea. In fondo da quel Cremlino lì non potevano venire grossi problemi. Tanto che fu ammesso tranquillamente nel G7 (c’era anche Putin a Genova 2001...) e qualche tempo dopo chiese inutilmente addirittura di entrare nella Nato.
L’esagerata famelicità delle multinazionali (che si impossessavano delle immense risorse russe anche tramite alcuni oligarchi “prestanome”) e l’atteggiamento colonialista delle élite occidentali (l’enorme estensione ad Est della Nato, contrariamente alla parola data) provocò ad un certo punto la reazione nazionalista dell’unica classe dirigente locale dotata di una solida preparazione: l’ex Kgb. Che, a partire dal suo ex capo – Putin – iniziò a riscrivere la mappa del potere interno recuperando “sovranità decisionale” (non “popolare”).
Di lì in poi la storia è più recente e nota. E, per quanto riguarda specialmente l’Ucraina, tenuta sotto silenzio. Il golpe di Majdan, nel 2014, defenestra il presidente eletto – Yanukovic – e installa i nazisti al potere. La Crimea – con oltre il 90% di cittadini russi – indice un referendum e decide l’indipendenza e l’adesione alla Russia (che è una federazione, del resto). Lo stesso o quasi fanno le repubbliche del Donbass (Donetsk e Luhansk).
E contro queste ultime parte l’offensiva militare nazista e di parte dell’esercito ucraino, che produce 14.000 morti fino al 2022, quando Mosca – dopo aver inutilmente proposto un “piano” per evitare l’escalation – fa partire l’“operazione militare speciale”.
Gli analisti militari della Nato, anche nelle settimane precedenti (i movimenti di truppe sono visibili dai satelliti), valutano però inutile aprire trattative, considerando improbabile che la Russia avrebbe valicato l’immaginaria “linea rossa” dell’intervento diretto.
Da allora ad oggi abbiamo avuto decine di valutazioni altrettanto sbagliate, tutte univocamente motivate allo stesso modo (per gli Himars, i Patriot, gli Abrams, gli F-16, ecc.). Come se Mosca non avesse ogni volta, e a sua volta, alzato il livello della risposta.
Fino alla modifica della “dottrina nucleare”, che prevede d’ora in poi che ogni attacco verso la Russia da parte di uno Stato che non possiede armi nucleari, ma con la ‟partecipazione” o il ‟sostegno” di uno Stato nucleare, sarà considerato un attacco congiunto alla Federazione Russa da parte di entrambi.
Di più: ‟sotto determinate condizioni”, o con ‟informazioni attendibili” circa l’inizio di un attacco aerospaziale e il passaggio della frontiera con aerei strategici o tattici, missili cruise, droni, missili ipersonici ‟e altri apparecchi volanti” può determinarsi una risposta nucleare. La protezione nucleare è inoltre estesa anche alla Bielorussia, alle stesse condizioni. Definizioni elastiche, problemi certi…
Un segnale chiaro, e ben compreso a Washington, che ha immediatamente ricondotto all’ovile quel poco di buono di Starmer (nuovo premier inglese sedicente “laburista”) e confermato il divieto (o la non partecipazione, peraltro indispensabile) all’uso di missili a lungo raggio sul territorio russo.
Contrordine, Nafo! Occorre prudenza nello sfruculiare l’orso con artigli atomici (checché se ne pensi, ovvio)... E se avevate credute alle vostre stesse fandonie (sostanzialmente: “La Russia è pezzi, quindi bluffa”), beh, fate finta di niente, tanto ci siete abituati...
Perdonate la lunga ricostruzione, anche se nota a molti lettori, ma era necessaria per comprendere perché i fomentati guerrafondai che si sentivano già a cavallo dei “missili a lungo raggio”, come in Stranamore, siano ora costretti a ripiegare sul “rammarico” per le “testate regalate dall’America alla Russia”.
Il ragionamento è degno di un bambino litigioso. Se quelle testate fossero rimaste in Ucraina ora Kiev potrebbe usarle liberamente (non proprio “tranquillamente”, visto quel che possiede comunque la Russia) e noi occidentali non ci saremmo dovuti neanche sporcare gli scarponi.
Falso anche questo, comunque, perché in ogni caso direzionare missili con testata nucleare richiede un’assistenza satellitare di prim’ordine. E soprattutto perché lo hanno capito anche i sassi che Kiev è solo il reparto avanzato “irregolare” della Nato. Dunque, anche nel caso in cui quelle testate fossero rimaste ucraine, la risposta russa sarebbe stata contro tutta l’Alleanza, non solo verso Kiev...
In mano a questa gente è affidata la “narrazione” che dovrebbe stimolare le popolazioni occidentali a farsi “partecipi” di un conflitto senza possibili vincitori e probabilmente con pochissimi sopravvissuti.
Per fortuna, nonostante i sondaggi manipolati dai Mentana di turno, sono proprio in pochi a bersela...
Fonte
Si potrebbero mettere in fila i titoli dei suoi pezzi degli ultimi anni, che spaziano dalla Cina alla Russia, dal Medio Oriente al Sudamerica. Tutti tasselli di un puzzle narrativo semplice e vagamente bipolare (in senso clinico): l’Occidente ha sempre ragione, i suoi competitor sempre torto.
Non c’è differenza tra una contesa sui dazi o sui missili, sul libero commercio o sugli smartphone, sulle alleanze internazionali o sulle tecnologie: il risultato è sempre lo stesso.
Anche a costo di dire sciocchezze grandi come un fungo atomico.
Del resto siamo in tempi di guerra e, dovunque si guardi, dall’Ucraina alla Palestina, il confine tra conflitti con armi convenzionali o possibili scarrucolamenti atomici è sempre più vicino.
Lo si è visto sulla questione “consentire a Kiev di utilizzare contro il territorio russo i missili a lungo raggio forniti dai paesi Nato” che di fatto avrebbe richiesto l’impegno diretto dell’Alleanza Atlantica per direzionarli, controllarli e assisterli via satellite (che Kiev non possiede...). Dunque entrare in una guerra potenzialmente nucleare (è previsto da entrambe le “dottrine nucleari”, sia russa che Nato).
L’impossibilità di sfuggire al dilemma “ogni aiuto ulteriore a Kiev sarebbe guerra totale, ma non vogliamo la guerra totale, che distruggerebbe anche noi” deve aver suscitato in ambienti Nafo (North Atlantic “fella” Organization, insomma i “tifosi”) un sentimento nostalgico irresistibile.
Colto immediatamente dai tanti Rampini in circolazione, al punto da suggerire un pezzo come “Trent’anni fa l’America «regalava» le atomiche ucraine alla Russia”. Che errore (sottotitolo silenzioso)...
Lasciamo perdere il piccolo falso storico (quelle atomiche non erano “ucraine”, ma costruite e posizionate “anche” in Ucraina dall’Unione Sovietica appena disciolta) e limitiamoci ad analizzare logica e conseguenze di questo “rammarico”.
Nel ‘94 l’Occidente aveva appena vinto la “guerra fredda” con l’URSS, ne aveva favorito la dissoluzione grazie all’ubriacone salito al Cremlino (Boris Eltsin), manovrabile come una marionetta da abili “consiglieri” statunitensi e non (basta leggere qualche intervista di uno di loro, Jeffrey Sachs).
La situazione era abbastanza simile anche nelle altre repubbliche ex sovietiche, guidate da oligarchi rapaci e classi politiche – diciamo così – parecchio instabili, con potenziali conflitti reciproci (Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan, ecc.).
Le testate nucleari sovietiche erano presenti un po’ dappertutto e la preoccupazione principale era – comprensibilmente – sottrarle al controllo di un personale politico e militare non all’altezza di quel potere distruttivo. Concentrarle tutte in Russia, mentre contemporaneamente se ne disattivano molte, sembrò una buona idea. In fondo da quel Cremlino lì non potevano venire grossi problemi. Tanto che fu ammesso tranquillamente nel G7 (c’era anche Putin a Genova 2001...) e qualche tempo dopo chiese inutilmente addirittura di entrare nella Nato.
L’esagerata famelicità delle multinazionali (che si impossessavano delle immense risorse russe anche tramite alcuni oligarchi “prestanome”) e l’atteggiamento colonialista delle élite occidentali (l’enorme estensione ad Est della Nato, contrariamente alla parola data) provocò ad un certo punto la reazione nazionalista dell’unica classe dirigente locale dotata di una solida preparazione: l’ex Kgb. Che, a partire dal suo ex capo – Putin – iniziò a riscrivere la mappa del potere interno recuperando “sovranità decisionale” (non “popolare”).
Di lì in poi la storia è più recente e nota. E, per quanto riguarda specialmente l’Ucraina, tenuta sotto silenzio. Il golpe di Majdan, nel 2014, defenestra il presidente eletto – Yanukovic – e installa i nazisti al potere. La Crimea – con oltre il 90% di cittadini russi – indice un referendum e decide l’indipendenza e l’adesione alla Russia (che è una federazione, del resto). Lo stesso o quasi fanno le repubbliche del Donbass (Donetsk e Luhansk).
E contro queste ultime parte l’offensiva militare nazista e di parte dell’esercito ucraino, che produce 14.000 morti fino al 2022, quando Mosca – dopo aver inutilmente proposto un “piano” per evitare l’escalation – fa partire l’“operazione militare speciale”.
Gli analisti militari della Nato, anche nelle settimane precedenti (i movimenti di truppe sono visibili dai satelliti), valutano però inutile aprire trattative, considerando improbabile che la Russia avrebbe valicato l’immaginaria “linea rossa” dell’intervento diretto.
Da allora ad oggi abbiamo avuto decine di valutazioni altrettanto sbagliate, tutte univocamente motivate allo stesso modo (per gli Himars, i Patriot, gli Abrams, gli F-16, ecc.). Come se Mosca non avesse ogni volta, e a sua volta, alzato il livello della risposta.
Fino alla modifica della “dottrina nucleare”, che prevede d’ora in poi che ogni attacco verso la Russia da parte di uno Stato che non possiede armi nucleari, ma con la ‟partecipazione” o il ‟sostegno” di uno Stato nucleare, sarà considerato un attacco congiunto alla Federazione Russa da parte di entrambi.
Di più: ‟sotto determinate condizioni”, o con ‟informazioni attendibili” circa l’inizio di un attacco aerospaziale e il passaggio della frontiera con aerei strategici o tattici, missili cruise, droni, missili ipersonici ‟e altri apparecchi volanti” può determinarsi una risposta nucleare. La protezione nucleare è inoltre estesa anche alla Bielorussia, alle stesse condizioni. Definizioni elastiche, problemi certi…
Un segnale chiaro, e ben compreso a Washington, che ha immediatamente ricondotto all’ovile quel poco di buono di Starmer (nuovo premier inglese sedicente “laburista”) e confermato il divieto (o la non partecipazione, peraltro indispensabile) all’uso di missili a lungo raggio sul territorio russo.
Contrordine, Nafo! Occorre prudenza nello sfruculiare l’orso con artigli atomici (checché se ne pensi, ovvio)... E se avevate credute alle vostre stesse fandonie (sostanzialmente: “La Russia è pezzi, quindi bluffa”), beh, fate finta di niente, tanto ci siete abituati...
Perdonate la lunga ricostruzione, anche se nota a molti lettori, ma era necessaria per comprendere perché i fomentati guerrafondai che si sentivano già a cavallo dei “missili a lungo raggio”, come in Stranamore, siano ora costretti a ripiegare sul “rammarico” per le “testate regalate dall’America alla Russia”.
Il ragionamento è degno di un bambino litigioso. Se quelle testate fossero rimaste in Ucraina ora Kiev potrebbe usarle liberamente (non proprio “tranquillamente”, visto quel che possiede comunque la Russia) e noi occidentali non ci saremmo dovuti neanche sporcare gli scarponi.
Falso anche questo, comunque, perché in ogni caso direzionare missili con testata nucleare richiede un’assistenza satellitare di prim’ordine. E soprattutto perché lo hanno capito anche i sassi che Kiev è solo il reparto avanzato “irregolare” della Nato. Dunque, anche nel caso in cui quelle testate fossero rimaste ucraine, la risposta russa sarebbe stata contro tutta l’Alleanza, non solo verso Kiev...
In mano a questa gente è affidata la “narrazione” che dovrebbe stimolare le popolazioni occidentali a farsi “partecipi” di un conflitto senza possibili vincitori e probabilmente con pochissimi sopravvissuti.
Per fortuna, nonostante i sondaggi manipolati dai Mentana di turno, sono proprio in pochi a bersela...
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23/10/2023
USA alla frutta, o forse all’amaro
Se non esistesse un Federico Rampini bisognerebbe inventarlo. Perché parliamo di uno dei più fedeli agit-prop dell’imperialismo euro-atlantico, senza mai l’ombra del dubbio sulla “giustezza” della propria collocazione e sull’erroneità dei “nemici della civiltà”, ossia dell’America.
Una dei suoi ultimi articoli sul Corriere – ne scrive a profusione... – segnala però un brivido che deve essergli corso per la schiena.
Già il titolo è un gridarello d’allarme: Perché l’America potrebbe essere costretta ad abbandonare le «guerre gemelle» contro Putin e Hamas. Come se il dubbio sulla prosecuzione della guerra sia ormai così forte, dall’altra parte dell’Atlantico, da far temere che la sconfitta possa essere ormai prossima.
Già il fatto di chiamarle “guerre gemelle” può sembrare sorprendente a chi non segue troppo attentamente la politica internazionale. Perché l’Ucraina e la Palestina – o più precisamente i loro antagonisti, Russia e Israele – non potrebbero essere più diversi.
Ma per l’imperialismo euro-atlantico si tratta esattamente della stessa guerra: quella per il mantenimento della propria egemonia sul resto del mondo.
Non a caso appena il giorno prima lo stesso Rampini aveva rilasciato un allarme della stessa natura: Quello che stiamo vivendo è solo un assaggio del mondo post-americano. Senza il “poliziotto del mondo”, insomma, avremo un profluvio di conflitti da cui alla fine guadagneranno solo i “nemici della civiltà”, ossia Cina, Russia, Iran, ecc.
Ergo “l’Asse del Bene” non si dovrebbe far distrarre da sirene pacifiste e ancor meno da dubbi, andando dritto verso guerre sicuramente costose ma – vivaddio! – purtroppo “indispensabili al mantenimento dell’ordine”.
Purtroppo per i tanti Rampini qualche scricchiolio sinistro si avverte proprio nella casa-madre. E qui la sua paura (quella della fetta di borghesia italiana ranicchiata in modo subordinato nel “disegno europeista”, che controllo tra l’altro il Corriere e La7), prende corpo.
“L’America non perde mai le sue guerre. Le abbandona spesso” è un incipit efficace, nella testa dell’autore, per indicare “il pericolo” che si delinea all’orizzonte (o più vicino) di una superpotenza “invincibile” ma che si stanca troppo presto delle guerre che scatena.
Il problema – che sembra incomprensibile per tutti i Rampini del pianeta – sono le “contraddizioni interne” a quel paese, tra gruppi di potere differenti per interessi economici (tra multinazionali industrial-finanziarie e affaristi dal raggio d’azione più limitato), complicate da “contraddizioni di classe” (gli scioperi che vanno riprendendo piede, non solo nell’industria dell’auto o a Hollywood), da quelle inter-etniche (gestite con il solito razzismo poliziesco), ecc.
E dunque quell’incipit si rivela un non innocente menzogna: anche l’America perde le guerre, e negli ultimi tempi sempre più spesso.
Il sintetico excursus storico premesso da Rampini illumina del resto il suo modo di pensare. Gli Usa, secondo lui, mollarono la presa sul Vietnam perché “metà degli americani consideravano ingiusto e immorale” condurre quella guerra. Idem per la Corea, l’Iraq e l’Afghanistan (per stare solo alle guerre maggiori)...
Non lo sfiora insomma il dubbio che ogni guerra si fa, si vince o si perde, in base ad un calcolo costi/benefici che tiene assieme economia, rapporti internazionali, risorse, consenso sociale, ecc. Quando l’equazione diventa concretamente troppo negativa o c’è un tracollo militare oppure il “fronte interno” si rompe, fino a imporre una sospensione della guerra (trattative di pace, ritirata, fuga dal paese invaso, ecc.).
Non ricorda insomma neppure che, tra le cause del ritiro dal Vietnam, c’era proprio l’alto numero delle perdite dell’esercito USA, composto allora in base alla “leva obbligatoria di massa”. Perdite, insomma, che resero quella guerra per i più incomprensibile, anche socialmente insostenibile. Decise non la “morale”, ma il sangue versato.
Non capire questi fondamentali, oppure cercare di argomentare prescindendone, porta i Rampini a grattare sugli specchi, al punto da fantasticare sulla infinita potenza politica, negli Usa (!), della lobby... palestinese! Ad un passo, insomma da “Protocolli dei sette savi di Gaza”...
Anche i propagandisti dell’Occidente più navigati, al dunque, cominciano a sfarfallare. Abituati al passo trionfale degli eserciti euro-atlantici alle prese con avversari minimi (veniamo da 30 anni di “guerre asimmetriche”, tecnologicamente impari), improvvisamente si trovano con formule ormai inadeguate a cogliere la dinamica delle guerre in corso.
Rovesciano qualche vecchia categoria democratico-progressista (tipo i neonazisti del battaglione Azov ribattezzati “partigiani”), accusano un popolo semita (i palestinesi) di essere “antisemiti” come i suprematisti della “razza bianca” di casa nostra. Ma sentono di stare alla frutta, forse all’amaro... come l’America che devono vendere al pubblico occidentale.
Se il paese che muove guerra è la superpotenza da tre decenni egemone sul pianeta è evidente che al proprio interno, e da molto tempo, ci siano opinioni differenti su quale debba essere il “nemico principale”. E non in base a ragionamenti sui “valori”, ma fondati più seriamente sul “valore”: dove abbiamo da guadagnare di più?
Ed è su questo frangiflutti che gli States sembrano spiaggiati da parecchi anni. La “globalizzazione” ha arricchito in modo fenomenale le frazioni più internazionalizzate del capitale, ma ha lentamente bloccato le prospettive di crescita per quelle più “geograficamente limitate”. Bloccando brutalmente anche la quota di reddito e il benessere che andavano ai lavoratori di casa propria.
Con lo stesso processo, le “delocalizzazioni” produttive allungavano – sì – le “catene del valore”, sfruttando le abnormi differenze salariali con il resto del mondo, ma al prezzo di permettere l’ascesa dei paesi più capaci di cogliere l’occasione della modernizzazione a ritmi accelerati (Cina docet...).
L’America, insomma, è come una squadra di calcio che si è “allungata troppo” (ha fatto crescere le proprie diseguaglianze sociali interne), non riesce più a coprire contemporaneamente le zone strategiche del campo e – diciamolo pure – ha pochi “assi”, per di più impigriti da guadagni facili.
Che i principali candidati alla prossima presidenza siano due ottuagenari diversamente impresentabili ne è una riprova di evidenza solare.
Le “divisioni interne” che preoccupano i Rampini non sono insomma fastidiosi “pidocchi” sul mantello di un animale pur sempre nobile e poderoso, ma le pustole che rivelano anche all’esterno l’evoluzione di numerose malattie interne.
Incurabili con i farmaci del neoliberismo, che le hanno scatenate.
Ma vaglielo a spiegare, a chi ci ha costruito sopra una carriera e il proprio individuale benessere...
Una dei suoi ultimi articoli sul Corriere – ne scrive a profusione... – segnala però un brivido che deve essergli corso per la schiena.
Già il titolo è un gridarello d’allarme: Perché l’America potrebbe essere costretta ad abbandonare le «guerre gemelle» contro Putin e Hamas. Come se il dubbio sulla prosecuzione della guerra sia ormai così forte, dall’altra parte dell’Atlantico, da far temere che la sconfitta possa essere ormai prossima.
Già il fatto di chiamarle “guerre gemelle” può sembrare sorprendente a chi non segue troppo attentamente la politica internazionale. Perché l’Ucraina e la Palestina – o più precisamente i loro antagonisti, Russia e Israele – non potrebbero essere più diversi.
Ma per l’imperialismo euro-atlantico si tratta esattamente della stessa guerra: quella per il mantenimento della propria egemonia sul resto del mondo.
Non a caso appena il giorno prima lo stesso Rampini aveva rilasciato un allarme della stessa natura: Quello che stiamo vivendo è solo un assaggio del mondo post-americano. Senza il “poliziotto del mondo”, insomma, avremo un profluvio di conflitti da cui alla fine guadagneranno solo i “nemici della civiltà”, ossia Cina, Russia, Iran, ecc.
Ergo “l’Asse del Bene” non si dovrebbe far distrarre da sirene pacifiste e ancor meno da dubbi, andando dritto verso guerre sicuramente costose ma – vivaddio! – purtroppo “indispensabili al mantenimento dell’ordine”.
Purtroppo per i tanti Rampini qualche scricchiolio sinistro si avverte proprio nella casa-madre. E qui la sua paura (quella della fetta di borghesia italiana ranicchiata in modo subordinato nel “disegno europeista”, che controllo tra l’altro il Corriere e La7), prende corpo.
“L’America non perde mai le sue guerre. Le abbandona spesso” è un incipit efficace, nella testa dell’autore, per indicare “il pericolo” che si delinea all’orizzonte (o più vicino) di una superpotenza “invincibile” ma che si stanca troppo presto delle guerre che scatena.
Il problema – che sembra incomprensibile per tutti i Rampini del pianeta – sono le “contraddizioni interne” a quel paese, tra gruppi di potere differenti per interessi economici (tra multinazionali industrial-finanziarie e affaristi dal raggio d’azione più limitato), complicate da “contraddizioni di classe” (gli scioperi che vanno riprendendo piede, non solo nell’industria dell’auto o a Hollywood), da quelle inter-etniche (gestite con il solito razzismo poliziesco), ecc.
E dunque quell’incipit si rivela un non innocente menzogna: anche l’America perde le guerre, e negli ultimi tempi sempre più spesso.
Il sintetico excursus storico premesso da Rampini illumina del resto il suo modo di pensare. Gli Usa, secondo lui, mollarono la presa sul Vietnam perché “metà degli americani consideravano ingiusto e immorale” condurre quella guerra. Idem per la Corea, l’Iraq e l’Afghanistan (per stare solo alle guerre maggiori)...
Non lo sfiora insomma il dubbio che ogni guerra si fa, si vince o si perde, in base ad un calcolo costi/benefici che tiene assieme economia, rapporti internazionali, risorse, consenso sociale, ecc. Quando l’equazione diventa concretamente troppo negativa o c’è un tracollo militare oppure il “fronte interno” si rompe, fino a imporre una sospensione della guerra (trattative di pace, ritirata, fuga dal paese invaso, ecc.).
Non ricorda insomma neppure che, tra le cause del ritiro dal Vietnam, c’era proprio l’alto numero delle perdite dell’esercito USA, composto allora in base alla “leva obbligatoria di massa”. Perdite, insomma, che resero quella guerra per i più incomprensibile, anche socialmente insostenibile. Decise non la “morale”, ma il sangue versato.
Non capire questi fondamentali, oppure cercare di argomentare prescindendone, porta i Rampini a grattare sugli specchi, al punto da fantasticare sulla infinita potenza politica, negli Usa (!), della lobby... palestinese! Ad un passo, insomma da “Protocolli dei sette savi di Gaza”...
Anche i propagandisti dell’Occidente più navigati, al dunque, cominciano a sfarfallare. Abituati al passo trionfale degli eserciti euro-atlantici alle prese con avversari minimi (veniamo da 30 anni di “guerre asimmetriche”, tecnologicamente impari), improvvisamente si trovano con formule ormai inadeguate a cogliere la dinamica delle guerre in corso.
Rovesciano qualche vecchia categoria democratico-progressista (tipo i neonazisti del battaglione Azov ribattezzati “partigiani”), accusano un popolo semita (i palestinesi) di essere “antisemiti” come i suprematisti della “razza bianca” di casa nostra. Ma sentono di stare alla frutta, forse all’amaro... come l’America che devono vendere al pubblico occidentale.
Se il paese che muove guerra è la superpotenza da tre decenni egemone sul pianeta è evidente che al proprio interno, e da molto tempo, ci siano opinioni differenti su quale debba essere il “nemico principale”. E non in base a ragionamenti sui “valori”, ma fondati più seriamente sul “valore”: dove abbiamo da guadagnare di più?
Ed è su questo frangiflutti che gli States sembrano spiaggiati da parecchi anni. La “globalizzazione” ha arricchito in modo fenomenale le frazioni più internazionalizzate del capitale, ma ha lentamente bloccato le prospettive di crescita per quelle più “geograficamente limitate”. Bloccando brutalmente anche la quota di reddito e il benessere che andavano ai lavoratori di casa propria.
Con lo stesso processo, le “delocalizzazioni” produttive allungavano – sì – le “catene del valore”, sfruttando le abnormi differenze salariali con il resto del mondo, ma al prezzo di permettere l’ascesa dei paesi più capaci di cogliere l’occasione della modernizzazione a ritmi accelerati (Cina docet...).
L’America, insomma, è come una squadra di calcio che si è “allungata troppo” (ha fatto crescere le proprie diseguaglianze sociali interne), non riesce più a coprire contemporaneamente le zone strategiche del campo e – diciamolo pure – ha pochi “assi”, per di più impigriti da guadagni facili.
Che i principali candidati alla prossima presidenza siano due ottuagenari diversamente impresentabili ne è una riprova di evidenza solare.
Le “divisioni interne” che preoccupano i Rampini non sono insomma fastidiosi “pidocchi” sul mantello di un animale pur sempre nobile e poderoso, ma le pustole che rivelano anche all’esterno l’evoluzione di numerose malattie interne.
Incurabili con i farmaci del neoliberismo, che le hanno scatenate.
Ma vaglielo a spiegare, a chi ci ha costruito sopra una carriera e il proprio individuale benessere...
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Perché l’America potrebbe essere costretta ad abbandonare le «guerre gemelle» contro Putin e Hamas
Perché l’America potrebbe essere costretta ad abbandonare le «guerre gemelle» contro Putin e Hamas
L’America non perde mai le sue guerre. Le abbandona spesso. È una storia che si ripete da quando è diventata la più grande potenza globale. In Corea nel 1953 finì con un «pareggio» tra le forze Usa e quelle nordcoreane-cinesi perché l’opinione pubblica americana era esausta dai sacrifici della seconda guerra mondiale.
In Vietnam non fu sconfitta sul terreno militare, ma nelle proprie piazze dove divampavano le proteste contro un conflitto che metà degli americani consideravano ingiusto e immorale. In Iraq, in , di nuovo: non ci sono state disfatte militari ma una disaffezione e un logoramento politico interno, che hanno regalato Bagdad all’influenza di Teheran e hanno restituito Kabul a quella dei talebani.
Rischiamo di vedere lo stesso spettacolo con le guerre attuali?
Di sicuro la debolezza maggiore per l’America di Biden è quella di sempre: il fronte interno.
Sull’Ucraina le defezioni più vistose sono a destra. Donald Trump sostiene da tempo che quella era una guerra evitabile, lui l’avrebbe risolta a tu per tu con Putin. Altri repubblicani magari esitano a fare i putiniani, per fedeltà alla propria storia, però ripiegano su forme collaudate di isolazionismo: «Abbiamo tanti problemi da risolvere a casa nostra, non siamo neppure capaci di difendere il nostro confine Sud dall’invasione di migranti, occupiamoci di questo e lasciamo perdere le guerre degli altri».
Tutto questo viene aggravato dal caos alla Camera, dove il partito repubblicano si è bruciato il terzo candidato per il ruolo di Speaker of the House, il potentissimo presidente di quel ramo del Congresso. La paralisi della Camera rischia intanto di ritardare l’approvazione dei nuovi aiuti per Ucraina e Israele; inoltre è di cattivo augurio per il 2024, anno di campagna elettorale.
Comunque nel fronte americano pro-Putin non manca qualche spezzone di sinistra radicale: Robert Kennedy Jr, che ha deciso di uscire dal partito democratico e si presenterà come indipendente per la Casa Bianca nel novembre 2024, sull’Ucraina dà ragione al leader russo.
Poiché le ultime elezioni americane si sono decise per margini ridottissimi, basta che un Kennedy ultra-ambientalista porti via uno o due punti percentuali a Biden (o chi per lui), per cambiare le sorti dell’America… e del mondo.
Di fronte interno ce n’è un altro: è Israele che divide il partito democratico. Anche in America la sinistra radicale è filo-palestinese; spesso è anche filo-Hamas: evidentemente senza cogliere l’incompatibilità delle due posizioni. Questa sinistra radicale filo-palestinese negli Usa è molto più potente di quanto si pensi di solito all’estero.
Che sia ben insediata dentro l’establishment lo dimostra il fatto che un suo esponente, Josh Paul, si è dimesso dal Dipartimento di Stato in segno di protesta per l’aiuto di Biden a Israele.
Quelle dimissioni hanno fatto scalpore ma sono solo la punta dell’iceberg: dentro il Dipartimento di Stato, cioè il ministero degli Esteri, cova la protesta della lobby filo-palestinese rappresentata a molti livelli. Anche al Congresso c’è una fronda di parlamentari che contestano il viaggio di Biden a Tel Aviv e l’abbraccio con Benjamin Netanyahu.
Le posizioni pro-Hamas di cui mi sono già occupato a proposito delle università di élite, sono ancora più estese e radicate nella comunità afroamericana, in particolare gli estremisti dell’antirazzismo come Black Lives Matter e tutta la galassia affine. Uno degli intellettuali più rispettati in quegli ambienti, il professore afroamericano Cornel West, ha deciso pure di lui di candidarsi come indipendente nell’elezione presidenziale dell’anno prossimo.
Cornel West è un estremista, proprio per questo è popolare tra i giovani, black e non solo. Inoltre la sua posizione filo-palestinese gli può conquistare voti nella comunità di immigrati arabi. Vale lo stesso ragionamento già fatto per Robert Kennedy Jr: queste sono candidature «di disturbo», destinate a raccogliere piccole percentuali.
Ma tutti e due hanno profili che piacciono nel mondo giovanile e dell’estrema sinistra, quindi sono suscettibili di danneggiare soprattutto Biden (o un candidato democratico alternativo, se Biden decidesse all’improvviso di ritirarsi).
Questo presidente, pur logorato dall’età, è un «uomo della storia». Nel senso che ha attraversato tutta la storia della guerra fredda, ne ha assorbito le lezioni.
È l’ultimo presidente Usa nato durante la seconda guerra mondiale. È l’unico leader politico in carica che può vantarsi di aver incontrato la premier israeliana Golda Meir durante la guerra dello Yom Kippur 50 anni fa. Perciò è convinto di capire come nessun altro la posta in gioco nei due «conflitti gemelli» in Ucraina e Israele.
Nonostante l’esperienza, potrebbe essere condannato a ripercorrere la traiettoria di tanti suoi predecessori: costretti a perdere i conflitti non dai nemici esterni ma dalle divisioni interne.
Fonte
05/09/2023
08/07/2022
Per il Rampini furioso la consegna di migliaia di rifugiati curdi ad Erdogan è un “costo accettabile”
Mercoledì sera, durante la trasmissione #inonda, su #La7, interrogato dalla giornalista in studio che gli chiedeva cosa pensasse dell’accordo raggiunto tra NATO ed Erdogan – che ha permesso a Svezia e Finlandia di entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica in cambio della possibile estradizione di decine di migliaia di esuli curdi, appunto, dalla Svezia e dalla Finlandia, verso la Turchia dove rischiano la tortura e la stessa vita – l’ultrà atlantista Federico Rampini ha risposto senza mezzi termini: “sono un costo doloroso ma accettabile per lo sblocco delle derrate di grano“.
E lo ha fatto davanti ad una incredula Concita De Gregorio (!) che insisteva facendogli presente che una estradizione in massa di cittadini curdi da Svezia e Finlandia corrisponderebbe ad una vera e propria pulizia etnica.
Reazione analoga da parte dell’altra ospite in studio, Eddi Marcucci, la partigiana torinese “sorvegliata speciale” che ha combattuto con le YPJ curde contro l’Isis, visibilmente esterrefatta per quella gravissima affermazione, e che ho visto faticare parecchio per trattenersi dal rispondergli a tono.
Quella frase pronunciata da Rampini, peraltro con estrema naturalezza, è certamente rivelatrice di un cinismo raggelante ma, allo stesso tempo è un clamoroso autogol che demistifica la vulgata guerrafondaia in auge sui grandi mezzi di comunicazione di massa, quella che ci propone – continuamente ed ossessivamente – il paradigma manicheo “buoni da una parte-cattivi dall’altra“, gli uni portatori di valori di pace, civiltà e progresso, gli altri di sola barbarie.
Federico Rampini è un giornalista e saggista italiano naturalizzato statunitense. Adesso fa l’editorialista del Corriere della Sera da New York, ed è stato vicedirettore de IlSole24Ore e dal 1997 al 2021, ed anche corrispondente estero per La Repubblica.
Insomma, una “colonna” del giornalismo mainstream. La sua deriva ultra-atlantista e filoamerikana era nota ma, fino ad un po’ di tempo fa, lo contraddistinguevano, quanto meno, dei toni ed uno stile decisamente più pacati.
Tuttavia, dall’inizio della guerra in Ucraina, l’uomo sembra aver subito una decisa e repentina trasformazione, diventando un concitato comiziante televisivo filo-USA e filo-NATO che arriva a dire cose che nemmeno Edward Luttwak, o l’Henry Kissinger dei tempi più truci, si sarebbero sognati mai di dire.
Fonte
E lo ha fatto davanti ad una incredula Concita De Gregorio (!) che insisteva facendogli presente che una estradizione in massa di cittadini curdi da Svezia e Finlandia corrisponderebbe ad una vera e propria pulizia etnica.
Reazione analoga da parte dell’altra ospite in studio, Eddi Marcucci, la partigiana torinese “sorvegliata speciale” che ha combattuto con le YPJ curde contro l’Isis, visibilmente esterrefatta per quella gravissima affermazione, e che ho visto faticare parecchio per trattenersi dal rispondergli a tono.
Quella frase pronunciata da Rampini, peraltro con estrema naturalezza, è certamente rivelatrice di un cinismo raggelante ma, allo stesso tempo è un clamoroso autogol che demistifica la vulgata guerrafondaia in auge sui grandi mezzi di comunicazione di massa, quella che ci propone – continuamente ed ossessivamente – il paradigma manicheo “buoni da una parte-cattivi dall’altra“, gli uni portatori di valori di pace, civiltà e progresso, gli altri di sola barbarie.
Federico Rampini è un giornalista e saggista italiano naturalizzato statunitense. Adesso fa l’editorialista del Corriere della Sera da New York, ed è stato vicedirettore de IlSole24Ore e dal 1997 al 2021, ed anche corrispondente estero per La Repubblica.
Insomma, una “colonna” del giornalismo mainstream. La sua deriva ultra-atlantista e filoamerikana era nota ma, fino ad un po’ di tempo fa, lo contraddistinguevano, quanto meno, dei toni ed uno stile decisamente più pacati.
Tuttavia, dall’inizio della guerra in Ucraina, l’uomo sembra aver subito una decisa e repentina trasformazione, diventando un concitato comiziante televisivo filo-USA e filo-NATO che arriva a dire cose che nemmeno Edward Luttwak, o l’Henry Kissinger dei tempi più truci, si sarebbero sognati mai di dire.
Fonte
18/04/2022
Le paure di Rampini e l’annunciato crepuscolo dell’Occidente
Colpisce l’insolito editoriale pasquale di Federico Rampini – sul Corriere della Sera – “Verità sgradevoli. Il mondo diviso su Putin” nel quale il democratico occidentale prende atto (con stupore ma anche con un pizzico di paura) che la maggioranza dei paesi e dei popoli del pianeta non è intruppata nello schieramento euro/atlantico e nel convinto sostegno al criminale dispositivo delle sanzioni.
L’amerikano Rampini registra che l’India (da decenni costantemente “curata” dagli USA in funzione anticinese ed antirussa) non è scattata sugli attenti rispetto alle direttive di Washington, di Wall Street e del Pentagono.
Fatto che interroga l’intero Occidente e costringe lo stesso autore a domandarsi se non sia stato masochista il comportamento che pure condivide, il quale avrebbe contributo alla formazione di un pensiero post/coloniale che narra l’arretratezza e i profondi squilibri di gran parte del mondo come conseguenza secolare dell’azione del colonialismo e dell’imperialismo.
Non a caso l’Amerikano – in questa disamina – mette nel mirino della sua amara critica gli insegnamenti che sarebbero vigenti nelle università statunitensi, dove si sono formati i gruppi dirigenti delle élites dei paesi africani i quali sarebbero stati plasmati ed orientati da questo “malsano complesso di colpa occidentale”.
Inoltre, nel cahiers de dolance redatto da Rampini, emerge la consapevolezza che Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale (per citare due delle istituzioni sovranazionali su cui si regge gran parte della potenza euro/atlantica) sono oramai inadeguati a svolgere la loro funzione, a fronte di una delegittimazione subita negli ultimi anni – una sorta di “fuoco amico” – mentre la Cina avvia la Nuova Via della Seta e si afferma, con una dinamica veloce, come un soggetto fortemente attivo in Asia e Africa.
L’Amerikano ricorda con piglio cattedratico – alle classi dirigenti occidentali – che Cina, Russia e altre entità statuali impegnate in questa nuova competizione globale che sta rivoluzionando gli assetti internazionali, non hanno dovuto subire l’esame del “rispetto dei diritti civili”, mentre verso le filiere occidentali vengono costantemente mosse critiche ed obiezioni, prima di tutto dalle opinioni pubbliche di casa propria, considerate, evidentemente, poco “patriottiche”.
Insomma un Rampini che si fa portavoce delle preoccupazioni e dei timori di quanti cominciano ad intravedere o, addirittura, hanno piena contezza che l’unipolarismo USA è sempre più declinante, mentre emerge – a ridosso di un ciclo politico caratterizzato da guerre, tensioni diplomatiche, rotture economiche e grandi rivolgimenti sociali – un multipolarismo segnato da scontri tra poli imperialisti, blocchi militari ed aree monetarie.
Allora – se queste sono le riflessioni e i tristi presagi di un dichiarato apologeta dell’imperialismo come Federico Rampini, nonché dei principali think tank collocati a New York, Londra, Francoforte, Parigi e Roma – sarebbe ora che anche tra quanti si collocano sul versante della lotta alla guerra e della critica alle conseguenze materiali (ed antisociali) del conflitto in atto nel cuore d’Europa cominciasse ad emergere uno sguardo sulla complessità della moderna contemporaneità meno viziato da concezioni eurocentriche, fondate – spesso inconsapevolmente – su una presunta “superiorità” del civile Occidente rispetto alla stragrande maggioranza dell’umanità.
Una attitudine – finalmente – aperta al mondo intero e in particolare a quella “altra metà” che storicamente è stata rapinata, vivisezionata ed umiliata dalla vicenda plurisecolare del capitalismo neo/colonialista; e che ora – con tutte le contraddizioni che un processo del genere incuba – bussa alle porte dell’Ovest!
Fonte
L’amerikano Rampini registra che l’India (da decenni costantemente “curata” dagli USA in funzione anticinese ed antirussa) non è scattata sugli attenti rispetto alle direttive di Washington, di Wall Street e del Pentagono.
Fatto che interroga l’intero Occidente e costringe lo stesso autore a domandarsi se non sia stato masochista il comportamento che pure condivide, il quale avrebbe contributo alla formazione di un pensiero post/coloniale che narra l’arretratezza e i profondi squilibri di gran parte del mondo come conseguenza secolare dell’azione del colonialismo e dell’imperialismo.
Non a caso l’Amerikano – in questa disamina – mette nel mirino della sua amara critica gli insegnamenti che sarebbero vigenti nelle università statunitensi, dove si sono formati i gruppi dirigenti delle élites dei paesi africani i quali sarebbero stati plasmati ed orientati da questo “malsano complesso di colpa occidentale”.
Inoltre, nel cahiers de dolance redatto da Rampini, emerge la consapevolezza che Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale (per citare due delle istituzioni sovranazionali su cui si regge gran parte della potenza euro/atlantica) sono oramai inadeguati a svolgere la loro funzione, a fronte di una delegittimazione subita negli ultimi anni – una sorta di “fuoco amico” – mentre la Cina avvia la Nuova Via della Seta e si afferma, con una dinamica veloce, come un soggetto fortemente attivo in Asia e Africa.
L’Amerikano ricorda con piglio cattedratico – alle classi dirigenti occidentali – che Cina, Russia e altre entità statuali impegnate in questa nuova competizione globale che sta rivoluzionando gli assetti internazionali, non hanno dovuto subire l’esame del “rispetto dei diritti civili”, mentre verso le filiere occidentali vengono costantemente mosse critiche ed obiezioni, prima di tutto dalle opinioni pubbliche di casa propria, considerate, evidentemente, poco “patriottiche”.
Insomma un Rampini che si fa portavoce delle preoccupazioni e dei timori di quanti cominciano ad intravedere o, addirittura, hanno piena contezza che l’unipolarismo USA è sempre più declinante, mentre emerge – a ridosso di un ciclo politico caratterizzato da guerre, tensioni diplomatiche, rotture economiche e grandi rivolgimenti sociali – un multipolarismo segnato da scontri tra poli imperialisti, blocchi militari ed aree monetarie.
Allora – se queste sono le riflessioni e i tristi presagi di un dichiarato apologeta dell’imperialismo come Federico Rampini, nonché dei principali think tank collocati a New York, Londra, Francoforte, Parigi e Roma – sarebbe ora che anche tra quanti si collocano sul versante della lotta alla guerra e della critica alle conseguenze materiali (ed antisociali) del conflitto in atto nel cuore d’Europa cominciasse ad emergere uno sguardo sulla complessità della moderna contemporaneità meno viziato da concezioni eurocentriche, fondate – spesso inconsapevolmente – su una presunta “superiorità” del civile Occidente rispetto alla stragrande maggioranza dell’umanità.
Una attitudine – finalmente – aperta al mondo intero e in particolare a quella “altra metà” che storicamente è stata rapinata, vivisezionata ed umiliata dalla vicenda plurisecolare del capitalismo neo/colonialista; e che ora – con tutte le contraddizioni che un processo del genere incuba – bussa alle porte dell’Ovest!
Fonte
18/04/2021
Povero Rampini, ora che “Biden copia la Cina”
Dopo Ernesto Galli Della Loggia, non poteva mancare il famoso traduttore Federico Rampini nella, per ora breve, lista degli opinionisti (fare informazione è un altro mestiere) che hanno ricevuto l’input “si cambia registro”.
Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).
Divertiamoci un po’.
Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Trump e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occidentali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).
Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.
La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.
L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.”
Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.
E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che ha 1,4 miliardi di abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.
Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?
Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.
Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.
Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”
Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.
Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine...).
Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte volte e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.
Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice tedesca).
La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.”
Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.
Su questi altri “piccoli dettagli”... silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.
Seconda osservazione: che “la crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.
Terza osservazione: “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.
Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali...
Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.
Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.
E parecchi silenzi in meno.
Solo che non cerca di concettualizzare troppo, non si fida a toccare i “massimi sistemi”, e dunque si limita a fare il compitino anti-cinese. Purtroppo per lui – anche se finge di non accorgersene – così facendo si dà la zappa sui piedi e, soprattutto, rende un pessimo servizio ai suo datori di lavoro (il gruppo Gedi, parte della galassia Stellantis, che incorpora ora Fiat-Citroen-Peugeot-Chrysler; insomma una multinazionale davvero “euro-atlantica”).
Divertiamoci un po’.
Nella sua articolessa di oggi il buon Rampini deve segnalare che gli Usa stanno ripartendo alla grande, come e anzi più della Cina (che Pechino sia diventato ora il competitor principale è una decisione yankee, in perfetta continuità tra Trump e Biden). E dunque comincia sparando su Xi Jinping, pur riconoscendo – sono dati ufficiali, addirittura un po’ più bassi delle previsioni degli analisti occidentali – l’enormità della crescita cinese nel primo trimestre 2021 (+18,3%).
Anche la ragione di questa fenomenale risalita non può essere ignorata: la gestione della pandemia è stata decisamente diversa tra Occidente ed Oriente. E i risultati si vedono a occhio nudo.
La “spiegazione” di Rampini è però esilarante. “Il ‘metodo Xi Jinping’ applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.
L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.”
Se queste parole avessero un senso, bisognerebbe dire che “un regime autoritario” ha avuto paura della propria popolazione, mentre quelli “democratici” dell’Occidente se ne sono altamente fregati. Ma sistemi politici che “temono” la propria gente – qualunque cosa si intenda per “temere” – si mostrano decisamente più rispettosi di quelli che se ne fregano.
E non parliamo poi – e infatti Rampini tace su questo “piccolo dettaglio” – degli effetti di quella gestione in termini di vite umane: 567.000 morti negli Usa – con quasi 32 milioni di contagiati su una popolazione di 318 milioni di persone – contro i 4.845 morti e i 102.000 contagiati della Cina, che ha 1,4 miliardi di abitanti. Oltre un milione di morti nell’Unione Europea, con 446 milioni di abitanti.
Tirando le somme: i regimi “democratici e liberali” hanno gestito le cose in modo da provocare strage dei propri cittadini, mentre il “regime autoritario” si è preoccupato – per “paura”, naturalmente – di minimizzare le perdite adottando le misure che ogni scienziato serio inutilmente predica dalle nostre parti. Eppure il primo dei diritti umani è proprio quello alla vita, no?
Dettaglio secondario: confinando l’epidemia a relativamente pochi casi, anche la capacità produttiva cinese ne ha tratto decisamente beneficio, anticipando di mesi la “ripresa” che qui è ancora al livello delle speranze.
Davvero vantaggiosa, insomma, la “democrazia liberale” per chi vive da queste parti.
Ma Rampini scrive l’articolo per far vedere che sa di economia, anche. E quindi deve girare i dati oggettivi in una torsione particolarmente ridicola: “Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori. Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.”
Il dato fornito da Rampini è in primo luogo sbagliato (49%, non 39), in secondo luogo parziale. Ogni redattore economico – ma anche chiunque faccia la spesa – sa che bisogna tener d’occhio non solo le uscite (esportazioni, in questo caso), ma anche le entrate, altrimenti non si capisce granché. Le importazioni cinesi nel primo trimestre sono a loro volta cresciute, e del 28%.
Dunque la ripresa cinese non è orientata solo dalle esportazioni (non lo era più già da qualche anno), ma complessiva. Certo, con l’Occidente inchiodato nei finti lockdown stop and go, si erano creati vuoti di mercato che sono stati immediatamente riempiti (e non solo di mascherine...).
Il discorso sarebbe lungo, i dati li abbiamo forniti molte volte e a quelli vi rimandiamo per non tediarvi.
Sorvoliamo anche su altre solenni sciocchezze (“Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali”, come se qui in Europa non fossimo schiacciati da 30 anni di deflazione salariale e modello “export oriented” di matrice tedesca).
La “notizia” che ci dà Rampini – un po’ in ritardo – è che “Joe Biden sta copiando Xi Jinping”, e che proprio per questo “L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.”
Prima osservazione: se gli Usa ora copiano la Cina – sia pur limitatamente alla decisione di investimenti pubblici sostanziosi – vuol dire che il modello cinese non è poi così male; o comunque che il neoliberismo dominante fin dai tempi di Reagan sta tirando le cuoia, una crisi dopo l’altra.
Su questi altri “piccoli dettagli”... silenzio, naturalmente. I bilanci negativi si sposano male con il trionfalismo “amerikano” che Rampins deve promuovere.
Seconda osservazione: che “la crescita americana potrebbe superare quella cinese” è una previsione-speranza del Fmi, non un dato di fatto. Molto dipende sia dal via libero del Senato (al 50% trumpiano) al secondo piano di investimenti pubblici da 2.000 miliardi di dollari, oltre che dalla risposta del sistema economico ed industriale Usa, non proprio in buona salute negli ultimi tempi.
Terza osservazione: “d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica”. Di più: spende in deficit cifre mostruose (altra inesattezza: i cinesi non ne hanno bisogno, perché sono pieni di liquidità), seppellendo il primo comandamento del neoliberismo stile Chicago Boys o BundesBank.
Silenzio di tomba su questo “contrordine!” che sta circolando nelle cancellerie occidentali...
Che gli Usa riprenderanno a crescere quest’anno, anche sul piano industriale, è certamente vero. La “botta” subita nel 2020 è stata forte, e la vaccinazione di massa – trattenendo negli Usa il grosso della produzione di Pfizer, Moderna, Johnson&Johnson – rende a breve di nuovo possibile la riapertura di tutte le attività (qui si cerca di farlo senza le vaccinazioni, alla speraindio). Sull’Europa – e le illusioni che Rampini nutre – c’è poco da dire, visto che finora non un solo euro è stato stanziato davvero per avviare un qualsiasi tipo di Recovery.
Ma da un prestigioso e ultra-retribuito inviato internazionale ci si aspetterebbe un po’ più di precisione sui dati, qualche insulto gratuito e qualche panzana propagandistica in meno, un briciolo di riflessione sulle conseguenze di quel dice.
E parecchi silenzi in meno.
*****
Ripartono le locomotive
Ripartono le locomotive
Federico Rampini – La Repubblica
Per qualcuno la pandemia è un ricordo distante, un’immagine che rimpicciolisce nello specchietto retrovisore. La Cina ha cancellato tutti i danni, oggi è più ricca di quanto fosse nell’era pre Covid. La crescita dell’economia cinese nel primo trimestre di quest’anno, +18,3%, segna un record ventennale anche se in parte è dovuto al rimbalzo dopo la paralisi dei lockdown. La recessione del 2020 è stata brevissima in Cina.
Il “metodo Xi Jinping” applicato ai lockdown insegna: perfino un regime autoritario non ha osato infliggere troppo a lungo le restrizioni estreme. La chiusura di Wuhan, con metodi inaccettabili in qualsiasi paese democratico, è durata però 76 giorni, un’inezia rispetto agli interminabili lockdown occidentali.
L’autocrate Xi Jinping ha mostrato di conoscere i limiti del proprio potere. La sua terapia durissima ma corta, è il segreto della turbo-ripresa cinese.
Mentre l’America e l’Europa erano paralizzate, le fabbriche cinesi avevano ricominciato a produrre per noi già l’estate scorsa. Gli ingorghi che da mesi affliggono il traffico navale e i porti di tutto il mondo sono rivelatori.
Uno dei motori del boom cinese, ancora una volta siamo noi: i consumatori occidentali. Nel primo trimestre le esportazioni cinesi sono aumentate del 39%.
Nella formidabile performance del dragone cinese ci sono delle fragilità. La Repubblica Popolare si conferma troppo dipendente dalle esportazioni, in una fase in cui il protezionismo non è tramontato. Anzi, una delle rivelazioni della pandemia riguarda il pericolo di affidarsi a una logistica industriale troppo globale e dilatata, esposta a improvvise chiusure di frontiere (nei medicinali ma non solo).
Il mondo post Covid sì riorganizza con un’attenzione alla sicurezza delle catene produttive, che molti Stati cercano di riportare dentro i propri confini. Xi Jinping non è ancora riuscito a realizzare la conversione del modello di sviluppo cinese allo stadio di un’economia avanzata dove prevale il traino dei consumi nazionali.
L’autogol nella diplomazia sanitaria, dopo la pasticciata (e poi smentita) ammissione che i vaccini made in China sono poco efficaci, rivela i limiti di un sistema allergico alla trasparenza.
Il vero successo della Cina però sì misura a Washington. L’America è lanciata verso un aggancio-sorpasso clamoroso. A fine anno secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale la crescita americana potrebbe superare quella cinese.
Anche gli Stati Uniti hanno avuto una recessione più breve e meno cruenta del previsto; ora hanno la loro turbo-ripresa e finiranno per cancellare i danni sociali dei lockdown prima del previsto.
Ma in parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil.
Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil.
È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione.
L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica.
Nella gara tra le due superpotenze questa è la vera novità: l’America sta inseguendo un modello cinese, dopo averlo sottovalutato troppo a lungo.
L’Europa è in ritardo su tutti i fronti, ma le riprese gemelle delle due locomotive cinese e americana sono una buona notizia per tutti. Per scegliere un micro-esempio fra tanti: entro pochi anni i consumatori cinesi compreranno la metà di tutti i prodotti di lusso venduti nel mondo, saranno quindi un mercato sempre più trainante per il made in Italy.
Ma un monito viene dal recente infortunio di molte marche occidentali della moda che hanno osato boicottare il cotone dello Xinjiang per condannare gli abusi che Pechino infligge ai diritti umani in quella regione: è partita una massiccia campagna di rappresaglie.
Il nazionalismo cinese non perdona; usa il commercio estero come un’arma strategica di micidiale efficacia. Sempre più spesso, anche nella sfera economica l’Europa sarà messa di fronte a scelte difficili, dovrà decidere da che parte stare, e gli spazi per la neutralità si restringeranno perfino per chi pensa solo a vendere i propri prodotti.
Fonte
13/08/2017
Aveva ragione Maduro. E allora Rampini diventa Trumpiano doc
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antiplomatico.
Abbiamo dedicato tutta la settimana (con due diversi articoli che vi invitiamo a leggere qui, qui e qui) a provare a spiegarvi come la situazione interna in Venezuela sia esattamente il contrario di quella che descrivono quei media che, dopo ex Jusgolavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, stanno creando il terreno per l’ennesimo golpe “umanitario”.
Aveva ragione Maduro. Quello che aveva promesso il Presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela quando il primo maggio scorso, seguendo rigorosamente il dettame della Costituzione, devolveva le decisioni al potere originario, al popolo, si sta realizzando. L’Assemblea Costituente ha prodotto un miracolo: forse pentite di aver agito solo come gli utili idioti di Stati Uniti e Unione Europea, le destre venezuelane, dopo oltre 100 morti sulla coscienza per il terzo tentativo di golpe violento contro il legittimo governo (dopo 2002 e 2014), hanno tutte accettato il calendario elettorale del CNE (organo che ha garantito la regolarià del voto del 30 luglio). E addirittura l’idolo dei giornali occidentali, Leopoldo Lopez, ha annunciato con una lettera al Presidente di sottomettersi alle decisioni della Commissione della Verità creata dall’Assemblea Costituente. Lopez, per chi dovesse leggere ancora i giornali italiani e quindi non saperlo, era stato condannato al carcere per i crimini imputategli dall’ex Fiscal General Luisa Ortega per l’altro golpe violento tentato nel febbraio 2014 in cui morirono 43 persone.
Niente più violenze. Un calendario elettorale preciso e le destre ritornate lentamente sulla via della legalità costituzionale dopo il terrorismo dei giorni passati. Uno scenario che ha mandato in tilt tutti coloro che cercano una destituzione violenta del governo, reo di aver nazionalizzato le prime riserve petrolifere del mondo e di utilizzarle non per arricchire le oligarchie transnazionale ma per i diritti sociali della popolazione. Non a caso, come testimoniato dall’ultima relazione delle Nazioni Unite in materia, il Venezuela ha il miglior coefficiente di Gini del continente.
Sono andati talmente in tilt dalla fine del terrorismo dei “manifestanti pacifici” che ieri, con dichiarazioni criminali, Trump ha addirittura minacciato apertamente il Venezuela di un intervento bellico. Ci sarà stata almeno questa volta, vi domanderete voi, la reazione sdegnata dei “progressisti” che avevano fino a ieri insultato il mostro Trump?
Niente affatto. Tutto il contario. Queste dichiarazioni, lo ripetiamo criminali, hanno trasformato il mostro in “stratega”. Si avete capito bene. E’ proprio questo il senso di un “editoriale” dai toni e dai tratti deliranti che l’inviato negli Stati Uniti di Repubblica, Federico Rampini, ci ha regalato oggi. In una trentina di righe confuse e con nessun filo logico, Rampini vorrebbe dimostrare la sua nuova tesi: “c’è del metodo” nel minacciare di guerra qui o lì. Il presidente insultato fino a ieri diviene uno stratega da non sottovalutare e, il tutto, solo perché è passato a fare quello che Repubblica ha sempre propagandato: l’interventismo bellico criminale in salsa “umanitaria”.
Il meglio di sé Rampini lo regala nel commentare la parte venezuelana dell’articolo. Dalle sue accuratissime fonti statunitensi dove risiede, il giornalista di Repubblica scrive: “Anche in Venezuela gli appelli ragionevoli e moderati – vedi papa Francesco – non hanno smosso dalla sua linea autoritaria un regime impazzito.” Siamo al grottesco, al ridicolo.
Aveva ragione Maduro. In Venezuela, la Costituente e l’eroica sfida di otto milioni di venezuelani al terrorismo delle destre ha prodotto pace e dialogo, con le opposizioni che si sono arrese al calendario elettorale. Questo ha mandato in tilt in tanti (vedere anche le deliranti affermazioni del sottosegretario Amendola) e la cosa più comica di tutte è che Repubblica si è abbassata a fare propaganda di basso livello per proteggere Trump dai suoi deliri criminali.
Fonte
Abbiamo dedicato tutta la settimana (con due diversi articoli che vi invitiamo a leggere qui, qui e qui) a provare a spiegarvi come la situazione interna in Venezuela sia esattamente il contrario di quella che descrivono quei media che, dopo ex Jusgolavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, stanno creando il terreno per l’ennesimo golpe “umanitario”.
Aveva ragione Maduro. Quello che aveva promesso il Presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela quando il primo maggio scorso, seguendo rigorosamente il dettame della Costituzione, devolveva le decisioni al potere originario, al popolo, si sta realizzando. L’Assemblea Costituente ha prodotto un miracolo: forse pentite di aver agito solo come gli utili idioti di Stati Uniti e Unione Europea, le destre venezuelane, dopo oltre 100 morti sulla coscienza per il terzo tentativo di golpe violento contro il legittimo governo (dopo 2002 e 2014), hanno tutte accettato il calendario elettorale del CNE (organo che ha garantito la regolarià del voto del 30 luglio). E addirittura l’idolo dei giornali occidentali, Leopoldo Lopez, ha annunciato con una lettera al Presidente di sottomettersi alle decisioni della Commissione della Verità creata dall’Assemblea Costituente. Lopez, per chi dovesse leggere ancora i giornali italiani e quindi non saperlo, era stato condannato al carcere per i crimini imputategli dall’ex Fiscal General Luisa Ortega per l’altro golpe violento tentato nel febbraio 2014 in cui morirono 43 persone.
Niente più violenze. Un calendario elettorale preciso e le destre ritornate lentamente sulla via della legalità costituzionale dopo il terrorismo dei giorni passati. Uno scenario che ha mandato in tilt tutti coloro che cercano una destituzione violenta del governo, reo di aver nazionalizzato le prime riserve petrolifere del mondo e di utilizzarle non per arricchire le oligarchie transnazionale ma per i diritti sociali della popolazione. Non a caso, come testimoniato dall’ultima relazione delle Nazioni Unite in materia, il Venezuela ha il miglior coefficiente di Gini del continente.
Sono andati talmente in tilt dalla fine del terrorismo dei “manifestanti pacifici” che ieri, con dichiarazioni criminali, Trump ha addirittura minacciato apertamente il Venezuela di un intervento bellico. Ci sarà stata almeno questa volta, vi domanderete voi, la reazione sdegnata dei “progressisti” che avevano fino a ieri insultato il mostro Trump?
Niente affatto. Tutto il contario. Queste dichiarazioni, lo ripetiamo criminali, hanno trasformato il mostro in “stratega”. Si avete capito bene. E’ proprio questo il senso di un “editoriale” dai toni e dai tratti deliranti che l’inviato negli Stati Uniti di Repubblica, Federico Rampini, ci ha regalato oggi. In una trentina di righe confuse e con nessun filo logico, Rampini vorrebbe dimostrare la sua nuova tesi: “c’è del metodo” nel minacciare di guerra qui o lì. Il presidente insultato fino a ieri diviene uno stratega da non sottovalutare e, il tutto, solo perché è passato a fare quello che Repubblica ha sempre propagandato: l’interventismo bellico criminale in salsa “umanitaria”.
Il meglio di sé Rampini lo regala nel commentare la parte venezuelana dell’articolo. Dalle sue accuratissime fonti statunitensi dove risiede, il giornalista di Repubblica scrive: “Anche in Venezuela gli appelli ragionevoli e moderati – vedi papa Francesco – non hanno smosso dalla sua linea autoritaria un regime impazzito.” Siamo al grottesco, al ridicolo.
Aveva ragione Maduro. In Venezuela, la Costituente e l’eroica sfida di otto milioni di venezuelani al terrorismo delle destre ha prodotto pace e dialogo, con le opposizioni che si sono arrese al calendario elettorale. Questo ha mandato in tilt in tanti (vedere anche le deliranti affermazioni del sottosegretario Amendola) e la cosa più comica di tutte è che Repubblica si è abbassata a fare propaganda di basso livello per proteggere Trump dai suoi deliri criminali.
Fonte
10/05/2013
Brancaccio e Rampini sul caso Rogoff
In una serie di ricerche pubblicate in collaborazione con Carmen
Reinhart, l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale Ken
Rogoff aveva sostenuto che nei casi in cui il debito pubblico supera la
soglia del 90% del Pil, la crescita media del reddito nazionale risulta
più bassa di almeno un punto percentuale rispetto ai casi in cui quel
limite non viene superato. Questo risultato è stato più volte citato da
vari tecnocrati europei ed esponenti politici tedeschi per giustificare
le politiche di austerity. Ma un giovane ricercatore, allievo
dell’economista eterodosso Robert Pollin, ha individuato una serie di
errori di calcolo in uno degli studi di Reinhart e Rogoff. La scoperta
di questi errori ha acceso i riflettori dei media sui contributi di
Pollin e del suo allievo, e più in generale sulle numerose analisi che
già da tempo avevano segnalato i limiti della tesi secondo cui un alto
debito pubblico implica una bassa crescita economica (1). Contestata sul
terreno scientifico, la dottrina dell’austerity è dunque destinata a
cedere il passo anche in ambito politico? Un’opinione diffusa è che,
mentre l’Europa resterà ancorata alla dottrina dell’austerity, gli Stati
Uniti in realtà non si sono mai fatti condizionare dai suoi dogmi ed è
per questo che sono usciti molto più in fretta dalla crisi. Siamo certi
tuttavia che la ripresa americana sia così robusta come sembra e non sia
causata da una nuova bolla speculativa? Ne discutono Federico Rampini
(Repubblica) ed Emiliano Brancaccio (Università del Sannio). Conduce
Maria Rosaria de Medici
(1) Tra le ricerche esistenti, si veda ad esempio un working paper di due economisti italiani: Ugo Panizza e Andrea F. Presbitero, Public debt and economic growth: is there a causal effect?, MoFiR working paper, n° 65, 2012.
Fonte
(1) Tra le ricerche esistenti, si veda ad esempio un working paper di due economisti italiani: Ugo Panizza e Andrea F. Presbitero, Public debt and economic growth: is there a causal effect?, MoFiR working paper, n° 65, 2012.
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