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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/03/2026

Iniziato il processo contro Maduro e Flores, sequestrati dagli USA

Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono comparsi ieri davanti ad un tribunale a New York a due mesi di distanza dal loro rapimento in Venezuela da parte delle forze militari statunitensi e dal successivo trasferimento negli Stati Uniti. In occasione di questa prima udienza ufficiale, manifestazioni che hanno richiesto la loro liberazione si sono svolte a New York e, in Italia, a Roma e Milano.

Maduro, già nella prima udienza a gennaio aveva denunciato: “Sono stato rapito nella mia casa a Caracas”, definendosi un “prigioniero di guerra”.

Il giudice Hellerstein ha scelto di non pronunciarsi né sull’archiviazione del caso né sulla questione cruciale delle spese legali, riservandosi la decisione. La difesa ha ribadito che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti impediscono a Maduro di utilizzare fondi pubblici venezuelani per pagare i propri avvocati, compromettendo – secondo i legali – un diritto fondamentale garantito dal sistema costituzionale americano stesso.

Gli avvocati sostengono che l’impossibilità di accedere a risorse economiche adeguate limita concretamente il diritto alla difesa. L’accusa, invece, insiste sul fatto che il procedimento debba andare avanti indipendentemente dalle sanzioni. Il risultato è una situazione giuridica sospesa, in cui il processo procede mentre resta incerta la possibilità stessa di una difesa piena.

Sono molti gli osservatori internazionali che mettono in discussione la legittimità di un sequestro e di un’operazione militare unilaterale condotta in un territorio sovrano, senza mandato internazionale.

Ma se l’arresto è avvenuto in violazione del diritto internazionale, si apre un problema di fondo sulla validità stessa del procedimento giudiziario avviato unilateralmente e arbitrariamente dal governo degli Stati Uniti.

Le accuse statunitensi parlano di “narco-terrorismo” e traffico internazionale di droga, ma queste accuse sono già cadute nel corso di questi mesi, motivo per cui la difesa insiste sulla natura politica del processo. Maduro e Flores si sono dichiarati non colpevoli e continuano a sostenere la propria innocenza.

Nel frattempo, a New York fuori dal tribunale, si sono svolte manifestazioni contrapposte: da un lato personaggi della destra venezuelana che chiedono una condanna esemplare, dall’altro i sostenitori di Maduro e Flores che denunciano un processo politico e chiedono la liberazione dei due leader.

Manifestazioni per la liberazione di Nicolas Maduro e Cilia Flores in occasione dell’apertura del processo a New York si sono svolte ieri nel pomeriggio anche a Roma e Milano rispettivamente sotto l’ambasciata e il consolato degli Stati Uniti.

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10/03/2026

Fede popolare e costruzione politica nella lettera di Maduro dal carcere

di Luciano Vasapollo

Il messaggio del presidente Maduro (vedi sotto) non può essere letto come una semplice dichiarazione celebrativa per l’8 marzo. Esso si colloca dentro una tradizione storica e culturale che appartiene profondamente all’America Latina: quella che unisce fede popolare, liberazione nazionale e partecipazione democratica dei popoli.

Il riferimento evangelico alla fede che muove le montagne richiama una spiritualità concreta, radicata nella vita dei popoli latinoamericani. Non si tratta di una fede astratta, ma di una fede che diventa impegno sociale, solidarietà comunitaria, costruzione di giustizia.

Allo stesso tempo il richiamo a Simón Bolívar e al Discorso di Angostura indica una direzione politica precisa: l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione dei cittadini. Nella visione bolivariana contemporanea questa partecipazione si concretizza anche nelle Comunas, strutture territoriali di autogoverno riconosciute dalla Costituzione venezuelana e nate per promuovere la gestione diretta delle comunità locali.

Il riferimento a Cristo, Bolívar e Chávez non è dunque un semplice slogan. È la sintesi di tre dimensioni che nel processo bolivariano si intrecciano: la spiritualità cristiana della liberazione, la tradizione indipendentista latinoamericana e il progetto politico inaugurato da Hugo Chávez.

In questo quadro, il ruolo delle donne – richiamato nel messaggio dell’8 marzo – assume un valore centrale. Nelle comunità popolari, nei movimenti sociali, nelle organizzazioni territoriali, sono spesso proprio le donne a rappresentare il cuore della resistenza sociale e della costruzione della solidarietà.

La questione decisiva: la sovranità dei popoli

Ma il significato più profondo di questa lettera emerge quando la si colloca nel contesto geopolitico attuale. Il Venezuela, come molti altri Paesi dell’America Latina, continua a essere sottoposto a forti pressioni economiche, diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Da anni Washington utilizza strumenti come sanzioni economiche, isolamento politico e minacce militari per tentare di piegare governi che rivendicano una linea indipendente. Lo stesso governo venezuelano ha denunciato più volte queste pressioni e ha chiamato alla mobilitazione popolare contro le minacce provenienti dagli Stati Uniti.

Qui emerge la questione fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Se esiste un principio che dovrebbe essere universalmente riconosciuto nel diritto internazionale è proprio questo: ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente il proprio destino politico, economico e sociale.

Eppure assistiamo sempre più spesso a una politica internazionale in cui questo principio viene calpestato senza scrupoli quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze.

L’arroganza imperiale degli Stati Uniti

La politica estera degli Stati Uniti negli ultimi decenni – dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’America Latina – ha mostrato con chiarezza una logica di dominio che pretende di imporre modelli politici ed economici attraverso sanzioni, destabilizzazioni e, quando necessario, interventi militari. È una politica che parla continuamente di diritti umani ma troppo spesso nega nella pratica il diritto dei popoli alla sovranità.

Nel caso del Venezuela, questa contraddizione è evidente. Mentre si invoca la democrazia, si sostengono sanzioni economiche che colpiscono la popolazione e si tenta di isolare politicamente il Paese. Nel frattempo si costruisce una narrazione mediatica che riduce la complessità di una società a un semplice schema propagandistico.

Di fronte a questa realtà, il messaggio che arriva dal carcere di New York – al di là delle opinioni politiche che ognuno può avere sulle scelte politiche di Maduro – pone una domanda fondamentale al mondo: chi ha il diritto di decidere il destino di un popolo? Se davvero crediamo nei valori della democrazia, della pace e del diritto internazionale, la risposta dovrebbe essere una sola: i popoli stessi.

Ed è proprio questa la sfida che emerge dalle parole della lettera di Maduro: la convinzione che la storia non debba essere scritta dalle potenze imperiali ma dalla partecipazione cosciente dei popoli.

Per questo la fede che muove le montagne non è soltanto un’immagine religiosa. È una metafora politica potente: la fede dei popoli nella propria dignità, nella propria libertà e nel diritto di costruire il proprio futuro senza padroni.

Riportiamo integralmente la lettera diffusa dal presidente venezuelano Nicolás Maduro in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Oggi, 8 marzo, Giornata della Donna, veniamo davanti a Dio e a Bolívar, insieme alle amate comunas del Venezuela, per chiedere al Signore di accompagnarci in questa giornata di costruzione del Potere Popolare, realizzata dalle mani coraggiose delle nostre donne e degli uomini del popolo.

Alziamo questa parola d’ordine che ci guida come idea centrale: “La fede che muove le montagne e l’azione che costruisce il nuovo, in Cristo e Bolívar”

Gesù ci ha insegnato: «Se avete fede e non dubitate, potete dire a questa montagna: spostati e gettati nel mare, e così avverrà», come si legge nel Vangelo di Matteo. Donaci quella fede sincera e popolare per muovere le montagne delle difficoltà che a volte ci frenano e trasformarle in una strada libera per la nostra patria.

E Bolívar, ad Angostura, ci ha indicato il cammino dell’azione: chiedeva un governo popolare, giusto e morale, capace di porre fine all’oppressione e portare la pace. Oggi lo stesso Bolívar ci invita a votare e a costruire, a partire dalle comunas, un governo in cui regnino l’uguaglianza e la libertà.

Che questa giornata, benedetta da Dio, sia segno della nostra fede salda e della nostra lotta quotidiana. Uniti in Cristo, Bolívar e Chávez faremo del Venezuela una casa di amore, giustizia e potere popolare. Amen.

Nicolás Maduro Moros
Fonte

16/02/2026

Il Venezuela un mese dopo la deportazione del Presidente Maduro

Roma, pioggia fitta. I sanpietrini davanti alla redazione di Mediafighter riflettono le luci come una pellicola consumata. Il professore arriva con passo svelto, l’impermeabile segnato da gocce minute, lo sguardo già altrove: in quei luoghi dove la geopolitica non è un gioco di mappe, ma il respiro o l’affanno di un popolo. Ci sediamo. Il registratore si accende. Fuori, la città rumoreggia piano; dentro, le parole cercano una forma che non sia propaganda né lamento, ma giudizio a un mese dal rapimento manu militari di Maduro in Venezuela.

Professore, partiamo da un mese che non somiglia agli altri: gennaio 2026. L’operazione che ha violato la sovranità venezuelana, la deportazione del presidente Maduro e della consorte, più di cento vittime. Lei che nome darebbe a quel mese?

Lo chiamerei un mese-soglia. Ci sono mesi che passano e mesi che restano come cicatrici nella storia. Gennaio 2026 è una cicatrice perché segna l’idea – terribile nella sua semplicità – che un capo di Stato possa essere “prelevato” come un pacco. Non è soltanto un fatto politico: è una pedagogia del dominio. Dice al mondo: la forza vale più del diritto. E quando la forza diventa grammatica, il resto è subordinato: i corpi, le istituzioni, perfino la verità.

Molti, qui da noi, hanno ascoltato le parole-chiave: “antidroga”, “criminalità”, “cartello”. È la cornice che giustifica?

È la cornice che rende digeribile l’indigeribile. Si prende un Paese e lo si riduce a un’etichetta. È un meccanismo antico: prima si costruisce il mostro, poi si invoca la necessità. La cosa più inquietante è che queste narrazioni cambiano con facilità, come accadde per le “armi di distruzione di massa” in Iraq: prima assolute, poi evaporate. E intanto resta il danno, restano i morti, resta la destabilizzazione. La storia, quando non è studiata, torna sempre come inganno.

Il suo sguardo torna sempre alla parola sovranità. Perché, oggi, è così scomoda?

Perché la sovranità è la parola che impedisce l’arbitrio. È un limite. E l’epoca che stiamo vivendo è un’epoca che detesta i limiti. Si può discutere di Maduro, del socialismo, della rivoluzione bolivariana: questo fa parte del pluralismo. Ma se si accetta che l’autodeterminazione di un popolo sia revocabile dall’esterno, allora nessuno è al sicuro. Oggi tocca al Venezuela, domani a chiunque osi essere “diverso” dai canoni del profitto e delle alleanze.

Lei dice: “si può essere d’accordo o no”, ma “va rispettato il popolo”. In concreto: qual è la priorità?

La priorità è semplice, anche se sembra scandalosa: lasciare il Venezuela in pace. Significa cessare la guerra economica, finanziaria, commerciale; smettere di rendere un’intera popolazione ostaggio di sanzioni e ricatti. E significa riportare la politica a ciò che deve essere: confronto interno, decisione nazionale, diritto internazionale. Chi ama la democrazia dovrebbe partire da qui: dalla regola che vale per tutti.

Lei ha insistito sul tema della “menzogna” che domina il mondo. Non è una parola troppo forte?

È una parola necessaria. Perché viviamo in un mondo dove la verità è spesso un dispositivo: si accende, si spegne, si modella. Sul Venezuela è accaduto per anni: si ripete “non si vota”, “non ci sono elezioni libere”, “è una dittatura”, come se fosse un ritornello inevitabile. Poi, quando arrivano osservatori o si verificano passaggi istituzionali, la complessità sparisce. Resta l’etichetta. La menzogna, oggi, è utile al profitto: mantiene lo scontro Nord-Sud e giustifica nuove forme di strozzinaggio.

E infatti lei chiama in causa Fondo Monetario, Banca Mondiale, grandi organismi. È ancora un tema attuale?

È il tema. Il capitalismo contemporaneo non si regge solo sulle fabbriche: si regge su debito, condizionalità, privatizzazioni imposte, discipline di bilancio che diventano disciplina sociale. Lo strozzinaggio non è un insulto, è una descrizione. E quando un Paese prova a sottrarsi – redistribuendo ricchezza, investendo nel sociale, costruendo un’alternativa – viene punito: isolamento, sanzioni, delegittimazione. È un manuale, non un incidente.

Lei cita spesso i risultati sociali: case popolari, occupazione, redistribuzione. Alcuni dicono: propaganda.

La propaganda la fa chi cancella i dati e la realtà concreta. Io ho visto – e non da turista – quartieri popolari costruiti, servizi attivati, politiche sociali che hanno dato dignità a chi era escluso. Non parlo di paradiso: il paradiso in terra non esiste. Ma parlo di un criterio: misurare l’economia dal basso, da ciò che cambia nella vita delle persone. Se un modello redistributivo ha difetti, lo si corregge; non lo si bombarda, non lo si strangola.

Eppure resta il nodo strutturale: dipendenza dal petrolio. Come se ne esce?

Con la diversificazione produttiva: industria, agricoltura, cooperazione, imprese pubbliche e private, ricerca, infrastrutture. Ridurre l’importazione e rafforzare lo “scheletro” produttivo. Ma è una scommessa dura, soprattutto se dall’esterno ti impediscono di respirare. È come chiedere a un atleta di correre con un peso al collo e poi dire che è un incapace. Prima si rimuove il peso: sanzioni e sabotaggio.

Nel suo discorso torna spesso una geografia più ampia: Brasile, India, Sudafrica, Turchia, Vietnam.... Che cosa cambia?

Cambia che il mondo non è più un monologo. C’è un multipolarismo in costruzione: potenze regionali, Paesi che vogliono dire la loro, soprattutto nel Sud globale e in Africa. Questo non è automaticamente “buono”, ma apre spazi: cooperazione, alternative, nuove rotte. Il problema è che le potenze dominanti reagiscono spesso con l’istinto del controllo. E quando non controllano, puniscono.

Lei ha pronunciato parole forti: “mi accusano di essere fiancheggiatore del terrorismo perché sono amico di Maduro”. Come vive questa criminalizzazione?

La vivo come un segno dei tempi. Quando mancano argomenti, si passa alle etichette: estremista, fiancheggiatore, terrorista. Ma io rivendico una cosa: la coerenza. Stare dalla parte dei popoli che rivendicano autodeterminazione non è estremismo; è una scelta politica e umana. Estremismo è normalizzare la guerra economica quotidiana, la militarizzazione, il sangue come strumento di governo.

Che cosa direbbe a un lettore che non ha simpatia per Maduro e che però è turbato da ciò che è accaduto?

Gli direi: non ti chiedo simpatia, ti chiedo principio. Se accetti che una potenza possa violare uno Stato e deportare un presidente, allora stai accettando che il diritto sia una decorazione. O quel principio vale sempre, oppure non vale mai. La democrazia, se è vera, comincia quando difendi anche il diritto di chi non ti piace.

Ultima domanda. In questa pioggia romana che sembra lavare e non pulire, che parola resta dopo gennaio 2026?

Resta una parola semplice e difficile: pace. Non come poesia, ma come pratica politica. Pace significa giustizia sociale, rispetto dei popoli, fine dello strozzinaggio, cooperazione. Pace significa interrompere l’idea che la violenza sia una scorciatoia legittima. Se vogliamo un futuro più equilibrato, più giusto, di uomini liberi, dobbiamo scegliere: o il mondo governato dalla paura e dal profitto, o il mondo costruito sulla dignità. Io non ho dubbi da che parte stare.

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20/01/2026

Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.

Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.

Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.

Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.

Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.

Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).

È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.

Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.

Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.

Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati Uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.

Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servito a giustificare l’intervento di Washington.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale... E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della Cia non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili – incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore – per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela – considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS+ – non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.

Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione – o dall’estorsione – con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!). Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange –, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.

“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.

Fonte

15/01/2026

Venezuela - La reazione cinese

Molti “tastieristi inquieti” hanno lamentato nei giorni scorsi che Cina e Russia non abbiano reagito con la forza militare all’attacco statunitense contro il Venezuela. Molti opinionisti mainstream hanno fatto la stessa operazione, ovviamente in chiave opposta, magnificando lo strapotere Usa e irridendo l’impotenza di Pechino.

Un analista tedesco con intensi rapporti con la Cina, Kurt Grötsch[1], dà informazioni piuttosto diverse, anche se non strombazzate con l’enfasi narcisistica di Donald Tump.

La Cina ha condannato fermamente la confisca e la violazione della sovranità del Venezuela, non solo con le parole del ministro degli esteri e di altri portavoce governativi. Ha, infatti, adottato una serie di misure economiche, con la consapevolezza che gli Stati Uniti hanno definito il controllo del petrolio venezuelano come un modo per fermare la presenza cinese in Sud America e bloccarne lo sviluppo.

A Pechino hanno insomma capito benissimo che l’aggressione al Venezuela è una dichiarazione di guerra alla proposta di un mondo multipolare e ai BRICS. Poche ore dopo la diffusione della notizia del rapimento del presidente Maduro, Xi Jinping avrebbe convocato una riunione d’emergenza del Comitato permanente del Politburo che ha attivato quella che gli strateghi cinesi chiamano una “Risposta Asimmetrica Globale”, progettata per contrastare l’aggressione contro i propri partner collocati nell’emisfero occidentale (quello che gli Usa dichiarano “cosa nostra”).

La prima fase della risposta è stata attivata il 4 gennaio, quando la Banca Popolare Cinese ha annunciato silenziosamente la sospensione temporanea di tutte le transazioni in dollari statunitensi con società legate al settore della difesa statunitense. Boeing, Lockheed-Martin, Raytheon e General Dynamics, da quel giovedì, si ritrovano con le transazioni con la Cina di fatto congelate.

Lo stesso giorno, anche la State Gray Corporation of China, che controlla la rete elettrica, ha sospeso le operazioni annunciando una “revisione tecnica” di tutti i suoi contratti con i fornitori americani di apparecchiature elettriche; il che implica che la Cina stia avviando il disaccoppiamento dalla corrispondente tecnologia americana, annullando così un parte consistente delle future importazioni.

China National Petroleum Corporation, la più grande compagnia petrolifera statale al mondo, ha annunciato una riorganizzazione strategica delle sue rotte di approvvigionamento globali. Ciò comporta la cancellazione di contratti di fornitura di petrolio con le raffinerie americane per un valore di circa 47 miliardi di dollari all’anno.

La China Ocean Shipping Company, che controlla circa il 40% della capacità di trasporto globale, ha implementato quella che ha definito “Ottimizzazione Operativa delle Rotte”. Ciò ha comportato che le navi cargo cinesi abbiano iniziato a evitare i porti americani – Long Beach, Los Angeles, New York e Miami – che si affidano alla logistica marittima cinese per mantenere le loro catene di approvvigionamento. Questi porti devono ora fare i conti con la riduzione del 35% del loro normale traffico container.

Non ne saranno felici Walmart, Amazon, Target e altre piattaforme e-commerce che dipendono dalle navi cinesi per importare merci prodotte in Cina, visto che le loro catene di approvvigionamento sono state parzialmente cancellate nel giro di poche ore.

L’aspetto più sorprendente di tutte queste misure è stata la loro simultaneità. Hanno creato un effetto a cascata che amplifica esponenzialmente l’impatto economico. Non si è trattato di un’escalation graduale, ma di un mini-shock sistemico con effetti crescenti nel tempo.

Contemporaneamente, la Cina ha attivato un nuovo pacchetto di misure miranti a mobilitare il Sud del mondo.

Sempre il 4 gennaio, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha offerto a Brasile, India, Sudafrica, Iran, Turchia, Indonesia e altri 23 paesi, condizioni commerciali preferenziali immediate se si fossero impegnati pubblicamente a non riconoscere alcun governo venezuelano salito al potere con il sostegno criminale degli Stati Uniti.

In meno di 24 ore, 19 paesi hanno accettato l’offerta. Il Brasile è stato il primo, seguito da India, Sudafrica e Messico, rivelando in pratica un mondo multipolare in azione.

Il 5 gennaio il sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese ha annunciato l’espansione della sua capacità operativa per assorbire qualsiasi transazione globale che cercasse di aggirare il sistema SWIFT, controllato da Washington.

Ciò significa che la Cina prova a fornire al mondo un’alternativa pienamente funzionale al sistema finanziario occidentale. Qualsiasi paese, azienda o banca che desideri operare senza dipendere dall’infrastruttura finanziaria americana può utilizzare il sistema cinese, tra l’altro più economico.

La risposta è stata immediata e massiccia: nelle prime 48 ore di operatività, sono state elaborate transazioni per un valore di 89 miliardi di dollari. Le banche centrali di 34 paesi hanno aperto conti operativi nel sistema cinese, a simboleggiare un’accelerazione della de-dollarizzazione di una delle più importanti fonti di finanziamento statunitensi.

Sul fronte tecnologico, il governo cinese, che controlla il 60% della produzione mondiale di terre rare – elementi essenziali per la produzione di semiconduttori e componenti elettronici – ha annunciato restrizioni temporanee sulle esportazioni di terre rare verso qualsiasi paese che abbia sostenuto il rapimento del presidente Nicolás Maduro.

Apple, Microsoft, Google, Intel – tutti i giganti tecnologici americani che dipendono dalle catene di fornitura cinesi per componenti essenziali – devono a questo punto trovare velocemente alterative affidabili alle forniture di Pechino.

Non sono mosse spettacolari da sparare sui giornali, ma pesano certo più di una strigliata verbale o di una “esibizione muscolare”.

Note 

[1] Kurt Grötsch ha conseguito una laurea in Filologia e Psicologia, un dottorato presso l’Università di Norimberga, un MBA presso l’ESDEN di Madrid ed è stato insignito della Croce al Merito Federale della Germania. Ha iniziato la sua ricerca sulle esperienze e le emozioni nella cultura e nel turismo negli anni ’90, presentando il suo approccio Emotionware al Congresso TILE (Trends in Leisure and Entertainment, Strasburgo, 1998). È docente e relatore sia all’Università di Erlangen-Norimberga, sia in numerose università e centri di ricerca in Europa, Asia e America Latina. Nel 1982 ha fondato l’Istituto di Franconia per la Comunicazione. Nel 1987 ha diretto il Centro Culturale Tandem (Madrid), nel 1993 è stato direttore generale del marketing del Parque de los Descubrimientos (Siviglia) e Chief Project Manager del parco tematico dell’Esposizione Universale di Hannover nel 2000. Nel 1998 ha fondato l’azienda Trillennium e la Scuola di Imprenditoria. Dal 2006 è direttore del Museo del Baile Flamenco Cristina Hoyos (Siviglia). È socio di diverse associazioni turistiche e culturali, membro della Commissione delle Industrie Culturali della CEA, fondatore e CEO dell’azienda Chinese Friendly International nel 2011, successivamente Silk Road Experience Group. È cofondatore e vicepresidente della Cátedra China, vicepresidente del Consiglio Nazionale del Flamenco e ambasciatore della Minzu University of China.

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11/01/2026

Strana “dittatura” quella venezuelana...

In Italia e in Europa c’è ancora gente – nelle redazioni dei giornali o nelle toilette di Montecitorio – che ci dice ogni giorno quanto sia “legittimo” bombardare un paese sovrano e rapirne il presidente perché lì c’è una “dittatura” e quindi bisogna esportarci la “democrazia”.

Neanche il fatto che il bombardiere-capo – un immobiliarista diventato ricco comprando e ricattando giudici – dica esplicitamente che a lui interessa soltanto il petrolio del Venezuela è sufficiente a far cambiare, se non altro, la “narrazione”.

È del tutto inutile cercare di sbugiardare questi “anti-dittatori” con prove o argomenti ragionevoli, perché la malafede è così esplicita da rendere impossibile un confronto serio. È preferibile, quindi, far parlare lo stesso Trump, che gode certamente di qualche informazione più attendibile, di prima mano.

Alla base della definizione del regime socialista bolivariano del Venezuela come “dittatura” c’è un’affermazione che è diventata un dogma di fede: “Nelle elezioni dell’estate 2024 Edmundo González, leader dell’opposizione, aveva vinto con circa il 65-70% dei voti, mentre Maduro risultava nettamente sconfitto”. Come propaganda funziona, visto che persino gente “di sinistra” ripete questo mantra senza chiedersi nulla... 

Dunque all’interno del Paese l’opposizione sarebbe fortissima, pronta a cambiare totalmente il sistema e la repubblica, se solo “qualcuno” colpisse il regime impedendogli di continuare ad “opprimere” questa maggioranza oceanica.

Questo evento è accaduto “finalmente” il 3 gennaio, lasciando sul terreno un centinaio di morti e il rapimento del presidente Maduro, nonché di sua moglie, portati immediatamente a New York per girare un “processo” che si vorrebbe spettacolare – siamo pur sempre nel regno di Hollywood... – pur essendo “legalmente” una farsa.

“Decapitato il regime”, come hanno titolato tutti i media occidentali, grazie anche a “tradimenti interni” (prosegue la narrazione), ci si aspettava che quella “opposizione straordinariamente maggioritaria” prendesse il potere o venisse paracadutata a Miraflores. In fondo, che ci vuole? Il “dittatore” è in manette, i suoi “complici” allo sbando, “il popolo” è felice, l’America sorveglia dall’alto con i cacciabombardieri... date le chiavi del potere al “candidato vincente” alle elezioni, o almeno alla sua sodale, fresca di premio Nobel “per la pace”, e facciamola finita.

Ma proprio il bombardiere-capo emana la sentenza: “Maria Corina Machado non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela”. Quindi neanche Edmundo Gonzalez... 

Ma come? Il 65-70% dei voti non garantisce abbastanza “sostegno e rispetto”? E quanti voti servirebbero?

Peggio ancora: il “regime dittatoriale” passa il ruolo di presidente pro-tempore alla sua vice, Delcy Rodriguez, con regolare sentenza della Corte Suprema e seguendo tutte le procedure costituzionali vigenti – sul punto del trasferimento dei poteri – in qualsiasi “democrazia occidentale” (se pensate che in Italia ciò significherebbe avere La Russa al Quirinale, fate bene a preoccuparvi, ma purtroppo sarebbe “costituzionalmente corretto”).

Insomma: il governo bolivariano resta in piedi, apre trattative con l’aggressore statunitense, il popolo manifesta tutti i giorni (ma a sostegno del presidente rapito e del “regime”, contro l’aggressore), e la “straordinaria maggioranza” dell’opposizione tace. Come se non esistesse o fosse rilevante quanto – “vi ricordate?” – Guaidò (un narcotrafficante vero, autonominatosi “presidente” dopo un’altra tornata elettorale perduta e riconosciuto tale dalla “comunità internazionale”, Enrico Mentana compreso).

Un silenzio che ne dimostra l’inconsistenza e conferma – cosa tocca scrivere, signora mia... – quanto affermato da Trump: “non ha sostegno e rispetto per guidare il Venezuela”. Il governo bolivariano invece sì. Anche se Trump vorrebbe ammazzarli tutti, “purtroppo” il popolo è con loro e non con Machado e Gonzalez.

Poi, certo, proseguendo con bombardamenti e minacce, tentativi di corruzione e manovre golpiste, praticando l’embargo sul petrolio e su tutto, col tempo le cose potrebbero cambiare. Ma per ora è così: il governo bolivariano ha il consenso popolare, l’“opposizione democratica” – o semplicemente al servizio degli Stati Uniti – no. E non c’è nessun “cugggino venezuelano” che possa cambiare questo fatto.

Conclusione logica, rifiutata per principio dai propagandisti a libro paga: Maduro era e resta il legittimo presidente del Venezuela. Il “dittatore” sarebbe chiunque altro venisse insediato al suo posto per distruggere l’opera sua e del predecessore, Chavez.

P.S. Chi volesse maggiori informazioni sul sistema elettorale venezuelano e sul perché, di conseguenza, i “brogli” sono quasi impossibili, può leggersi la descrizione fatta dagli osservatori internazionali presenti al momento del voto.

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Trump attacca il Venezuela. Un gangster a piede libero

di Marco Consolo

Nella notte di sabato 3 gennaio, l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha ordinato un attacco militare alla Repubblica bolivariana del Venezuela. I bombardamenti contro le infrastrutture militari e civili sono stati la copertura operativa di ciò che il linguaggio militare imperiale definisce un’“estrazione”. Nella stessa notte, il Presidente costituzionale Nicolas Maduro è stato sequestrato insieme a sua moglie, la deputata Cilia Flores, da truppe speciali statunitensi e portato in gran segreto negli USA dove è iniziato un processo farsa contro entrambi. Mentre scrivo, non c’è ancora un bilancio delle vittime civili e militari dei bombardamenti e delle distruzioni.

I bombardamenti e il sequestro del mandatario e della deputata Cilia Flores sono una flagrante violazione della Carta dell’ONU, e fanno carta straccia del diritto internazionale, sostituito dalla “legge della giungla” e dalla “legge del più forte”. Nessun Paese è al sicuro da questo comportamento da gangster internazionale.

Tutto questo non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa della democrazia, dei diritti umani o la lotta al narcotraffico. Si tratta della riconfigurazione della geopolitica imperiale più sfacciata e bellicosa, del dominio geopolitico della regione e del saccheggio coloniale delle risorse naturali. Ne è un esempio lampante la conferenza stampa di Trump, una perla di infamia e cinismo. La maschera è caduta ed il re (si fa per dire) è nudo.

Si è trattato di un attacco militare, non di una invasione con truppe via terra. Trump non ha né il controllo politico, né quello militare o territoriale del Paese. Non c’è stata, per il momento, un’invasione militare su larga scala, ma un’azione per sequestrare un Presidente costituzionale in carica e utilizzarlo come strumento di pressione ed eventuale moneta di scambio. Per prendere il controllo del Paese, ci vorrebbe una quantità molto maggiore di truppe sul terreno. Nel 1989 l’invasione della piccola Panama ha richiesto la mobilitazione di oltre 30.000 soldati. Non sarebbe sufficiente neanche la totalità delle truppe dispiegate nelle ultime 28 settimane nel Mar dei Caraibi. A questo si aggiunge la geografia variegata ed estesa del Venezuela, e la complessità della capitale Caracas e dei suoi immensi e organizzati quartieri popolari.

L’attacco militare ha diversi obiettivi. L’obiettivo principale è stato decapitare la guida politica del Paese, con l’idea di provocarne il collasso istituzionale. Allo stesso tempo, cercare di determinare una frattura nelle Forze Armate per indurle a ribellarsi contro il governo, cosa che in tutti questi anni non è riuscita né agli Stati Uniti, né alla parte dell’opposizione golpista e “vende-patria” loro alleata. Il secondo non è certo un obiettivo originale, dato che, sin dalla vittoria di Hugo Chavez nel 1998, è stata l’ossessione frustrata delle diverse amministrazioni USA che si sono succedute.

Trump, e i suoi ministri “falchi” Marco Rubio e Pete Hegseth, hanno minacciato una seconda ondata di attacchi sottolineando che la flotta USA attualmente nei Caraibi si mantiene nella zona. Non si può escludere che si possa arrivare a un’invasione vera e propria, soprattutto se a livello internazionale non si attivano azioni efficaci e dissuasive, in campo diplomatico, economico e/o militare. Il mancato obiettivo di indurre una sollevazione militare ed una “ribellione popolare” (o una combinazione di entrambe), aumenta il rischio di pressione armata con la quale il Pentagono potrebbe cercare di ottenere manu militari ciò che non sta ottenendo con la pressione politica, ovvero la resa incondizionata delle forze bolivariane ed il controllo del Paese.

Il punto debole nella strategia della Casabianca è che non esiste una forza locale con consenso di massa e capacità militare, in grado di organizzare una “ribellione legittima contro la dittatura”, che possa servire da “paravento democratico” all’aggressione. Il Venezuela non è né la Libia, né la Siria ed i tentativi golpisti finora sono stati controllati efficacemente, compreso quello del breve golpe del 2002, che aveva visto il sequestro di Chavez. L’unità politico-militare in Venezuela ad oggi si è dimostrata più solida che in altre zone del pianeta.

Questo spiega una situazione paradossale. La Casabianca ha sequestrato Maduro, ma non controlla nulla nel Paese. Al contrario, fino a questo momento, il controllo da parte delle forze fedeli a governo (ed alla Costituzione) è totale. Non ci sono stati combattimenti tra diversi settori militari, né tentativi di “ribellione popolare” (più o meno eterodiretta) o violenze di piazza come le cosiddette “guarimbas” del 2014 e 2017. Le uniche mobilitazioni di questi giorni sono state delle forze chaviste. In base alla Costituzione venezuelana, la Vicepresidente Delcy Rodriguez, è stata nominata “presidente incaricata” dagli organi istituzionali preposti e, ad oggi, il governo venezuelano mantiene la propria composizione, così come tutte le altre istituzioni.

Prova della debolezza della “quinta colonna” interna, è che Trump non ha indicato un “presidente legittimo” per sostituire Maduro (vedi il fantoccio Juan Guaidò). Viceversa, Trump ha sbattuto la porta in faccia alla golpista María Corina Machado (premio Nobel per la pace... sic), dichiarando che non ha appoggio nel Paese caraibico, e definendola pubblicamente incompetente per la carica presidenziale. Più che contare su marionette senza consenso locale, Trump ha annunciato che Washington si sarebbe occupata direttamente della “transizione” guidata da una squadra di sua scelta (forse, bontà sua, con qualche marionetta venezuelana). Una “transizione” per riaprire le porte alle multinazionali dell’energia che, in queste ore, hanno visto schizzare il valore delle proprie azioni, ma che hanno bisogno di stabilità politica per fare affari.

In questo caso non si può escludere che una forza militare di invasione possa cercare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere nelle zone di maggior produzione, per finanziare così l’operazione e avviare una imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale. Ricordiamo che, secondo il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe del 1823 (“America agli americani”), le risorse del Venezuela appartengono agli Stati Uniti che non hanno mai accettato le nazionalizzazioni del 1976 e gli aumenti delle royalties dell’inizio di questo secolo durante il governo Chávez. L’azione militare evidenzia un mix di nostalgie energivore imperialiste e di ossessione anti-Cina, (il nemico geostrategico per antonomasia) che Trump ha evocato nelle sue dichiarazioni senza nominarla.

Poche ore prima dell’aggressione militare, il Presidente Maduro si era riunito a Caracas con Qiu Xiaoqi, l’inviato speciale di Xi Jinping. Nell’incontro si erano discussi diversi accordi, in particolare in materia di contratti petroliferi in cambio di tecnologia moderna per rinnovare gli impianti che risalgono all’epoca del dominio statunitense (e che il bloqueo Usa ha privato dei pezzi di ricambio), nonché di un consistente fondo di stabilizzazione. Il blocco armato delle esportazioni petrolifere del Venezuela colpisce direttamente la Cina che importa gran parte del petrolio venezuelano, oltre alla stessa Cuba che ha accordi petroliferi con il governo bolivariano.

Nelle stesse ore dell’attacco militare, il Congresso statunitense stava discutendo del coinvolgimento di Trump nel “caso Epstein”, che, insieme all’intervento militare, ha provocato serie spaccature nella base sociale MAGA. Il tutto, mentre il governo deve affrontare la grave crisi economica e sociale, con il declino irreversibile dell’egemonia mondiale statunitense e del dominio del dollaro.

Questa aggressione è stata preparata e annunciata da mesi (in realtà da anni) sotto gli occhi del mondo. La maggior parte degli attori (governi, organismi multilaterali, mezzi di comunicazione, accademici, molti partiti politici della cosiddetta “sinistra moderata” e non solo, ecc.) ha preferito essere complice o voltarsi dall’altra parte rispetto ai venti di guerra che arrivavano sempre più forti dai Caraibi. Ha dominato la narrativa “made in Usa” della “dittatura crudele e feroce” che opprime il suo popolo e lo obbliga ad emigrare. Per rimediare agli errori, c’è bisogno di un’azione forte e decisa, in particolare degli altri Paesi che oggi sono stati minacciati apertamente anche di un intervento militare: Cuba, Colombia, Messico, ecc.. Il pronunciamento congiunto di 6 governi (Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna) è una prima risposta diplomatica all’arroganza imperiale di chi si crede padrone del mondo.

La UE, a favore della continuazione della guerra in Ucraina, continua a suicidarsi politicamente ed economicamente e le dichiarazioni della sua nomenclatura (Kaja Kallas, Ursula von der Leyen, etc.) brillano per subordinazione atlantista. Queste dichiarazioni si aggiungono alle “sanzioni” in vigore da parte della UE ed alla rapina dell’oro venezuelano (da parte di Euroclear e Banca d’Inghilterra, tra gli altri) con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’economia del Venezuela e provocare un “cambio di regime”.

Il governo italiano si contraddistingue per la posizione servile nei confronti della Casabianca, già ampiamente dimostrata con la complicità attiva nel genocidio della popolazione palestinese. Ciò è particolarmente grave verso il Venezuela, un Paese che ospita un’importante popolazione di origine italiana che ha contribuito allo sviluppo del Paese. Una posizione che, inoltre, mette a rischio il necessario dialogo tra l’Italia ed il governo costituzionale del Venezuela su diversi dossier aperti tra i due Paesi.

La “diplomazia imperialista delle cannoniere” non mira solo al controllo delle risorse naturali venezuelane (non solo energetiche). Cerca anche di distruggere l’esempio di dignità e resistenza che la Rivoluzione Bolivariana rappresenta per i popoli che lottano per la loro indipendenza dal dominio della Casabianca. Come sosteneva “El Libertador”, Simón Bolivar, “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piagare con la miseria l’America intera in nome della libertà”. Lo stesso “Che” Guevara avvertiva: “Dell’imperialismo non ci si può fidare neanche un poco”. Per chi non ha memoria (non solo latino-americana), la storia dell’ingerenza a stelle e a strisce, fatta di golpe sanguinari, di omicidi di dirigenti e presidenti popolari scomodi, di attentati, destabilizzazioni e ricatti di ogni genere, dovrebbe insegnare qualcosa.

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08/01/2026

Quando gli Stati Uniti “mettono Maduro sotto processo”, anche il mondo mette gli Stati Uniti sotto esame

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Lunedì, quasi contemporaneamente, si sono svolti a New York, negli Stati Uniti, un incontro internazionale molto atteso e un cosiddetto “processo” altrettanto importante.

All’interno della sede delle Nazioni Unite a Manhattan, il Consiglio di Sicurezza ha convocato una riunione di emergenza per discutere le crescenti tensioni innescate dalle azioni militari statunitensi contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, diversi membri del Consiglio di Sicurezza e rappresentanti di molti paesi hanno sottolineato l’imperativo di aderire alla Carta delle Nazioni Unite e di opporsi all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Questo consenso transregionale e multilaterale sottolinea un punto fondamentale: la difesa del diritto internazionale non è una “scelta di interesse” di un singolo paese, ma un consenso di base della comunità internazionale.

Se Washington cerca di intimidire e scoraggiare gli altri attraverso lo spettacolo pubblico dell’umiliazione di un capo di stato straniero, ha chiaramente sottovalutato sia il consenso condiviso sia i principi fondamentali della comunità internazionale.

Da qualsiasi prospettiva, le azioni degli Stati Uniti mancano sia di legittimità che di legalità. Tali palesi invasioni e rapimenti violano palesemente tutte le norme fondamentali e i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Con qualsiasi pretesto – senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e in assenza di condizioni per una legittima autodifesa – l’uso della forza militare contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite, incluso il rapimento del suo capo di Stato, costituisce una vera e propria aggressione.

Le successive giustificazioni del governo statunitense non sono altro che un palese tentativo di occultare la verità: elevare accuse “giudiziarie” interne – basate su prove tenui o addirittura false – al di sopra del diritto internazionale e sostituire azioni militari unilaterali ai meccanismi diplomatici multilaterali. In sostanza, si tratta di un comportamento egemonico unilaterale che sfida fondamentalmente, e persino nega, la forza vincolante universale del diritto internazionale.

Ciò che tali pratiche minano è il fondamento istituzionale del sistema internazionale. L’uguaglianza sovrana, la non ingerenza negli affari interni e il divieto della minaccia o dell’uso della forza sono i pilastri su cui si fonda l’ordine internazionale del secondo dopoguerra.

Se si consente ad alcuni Paesi di decidere, in base al proprio giudizio, “chi è colpevole, chi deve essere punito e come deve essere inflitta la pena”, il diritto internazionale sarà ridotto a uno strumento applicato selettivamente e il meccanismo di sicurezza collettiva istituito dalla Carta delle Nazioni Unite sarà svuotato. Come hanno sottolineato molti rappresentanti alla riunione del Consiglio di Sicurezza, questa questione riguarda non solo la sovranità e la sicurezza di un singolo Stato, ma anche se il diritto internazionale mantenga ancora autorità e prevedibilità.

L’esperienza storica ha ripetutamente dimostrato che sostituire le regole con il puro potere non porta a una stabilità duratura. La stragrande maggioranza dei Paesi non è disposta a tornare a una giungla internazionale hobbesiana governata dalla legge del più forte che preda i deboli.

Dalla fine della Guerra Fredda, i casi in cui l’ONU è stata aggirata e si è fatto affidamento su azioni militari unilaterali per affrontare complessi problemi politici sono stati tutt’altro che rari. I risultati sono stati spesso prolungati disordini regionali, crolli della governance nazionale e un peggioramento delle crisi umanitarie. Il prezzo pagato dalla comunità internazionale è stato estremamente pesante. L’attuale clima di pace duramente conquistato in America Latina e nei Caraibi non dovrebbe essere minato dall’unilateralismo e dalla politica di potenza.

Le sfacciate azioni militari degli Stati Uniti contro il Venezuela, seguite dalle minacce contro Colombia, Cuba e altri Paesi, mettono ancora una volta in guardia il mondo che il pensiero imperialista e le pratiche egemoniche rimangono le forze più distruttive che minano la pace e la stabilità globali. Le Nazioni Unite sono il fulcro dell’attuale sistema internazionale e il diritto internazionale è la norma fondamentale che regola le relazioni internazionali.

Quanto più turbolenta e incerta diventa la situazione globale, tanto più necessario è tornare al quadro delle Nazioni Unite e gestire le divergenze attraverso soluzioni politiche come il dialogo, la negoziazione e la mediazione per prevenire l’escalation.

Quando Maduro è stato processato, anche gli Stati Uniti si sono trovati sul banco degli imputati della comunità internazionale. Qualsiasi azione che indebolisca l’autorità delle Nazioni Unite o neghi la forza vincolante del diritto internazionale si ritorcerà in ultima analisi contro l’egemone stesso.

Nessun paese può fungere da polizia internazionale, né può affermare di essere il giudice internazionale. La comunità internazionale non ha bisogno di una politica egemonica basata sul principio “il più forte ha ragione”, né di un “ordine imperiale” che si ponga al di sopra delle altre nazioni.

Solo aderendo al vero multilateralismo e rispettando il diritto internazionale, nonché gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, il sistema internazionale può evitare di sprofondare in una logica da giungla in cui i forti predano i deboli, consentendo al mondo di muoversi verso una direzione più stabile e giusta.

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Venezuela - Voci su arresto di un generale per aver collaborato al sequestro del presidente Maduro

Secondo alcune indiscrezioni la presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez avrebbe ordinato l’arresto immediato del Maggior Generale Javier Marcano Tábata, capo della Guardia d’Onore Presidenziale e direttore della DGCIM (Direzione Generale del Controspionaggio Militare). L’alto ufficiale viene indicato come l’architetto del tradimento che ha permesso il sequestro del presidente Maduro lo scorso 3 gennaio.

L’arresto di Marcano Tábata sarebbe avvenuto nelle ultime ore dopo una notte piuttosto caotica nel Palazzo Legislativo Federale e a Miraflores, sede quest’ultima della Presidenza.

Quella che le prime versioni ufficiali avevano definito come una risposta a “droni intrusi” sarebbe stata, in realtà, un’operazione per neutralizzare il potente Generale.

Il generale Marcano Tábata è stato collegato direttamente all’operazione statunitense per aver disattivato i protocolli di difesa aerea nella notte di sabato sulla caserma di Fuerte Tiuna, ossia il luogo dove stavano dormendo Maduro e la moglie e dove sono stati sequestrati dalle forze speciali statunitensi.

Le indagini della nuova amministrazione venezuelana indicano comunicazioni cifrate tra il Generale e agenzie di intelligence straniere nelle settimane precedenti al 3 gennaio.

Il generale Marcano Tábata viene accusato di aver consegnato agli USA le coordinate esatte e i punti ciechi dell’anello di sicurezza cubano-venezuelano, di aver permesso a forze irregolari di attaccare il Legislativo per creare una cortina di fumo mentre venivano negoziate le epurazioni interne. Si segnalano arresti di massa di ufficiali dei servizi segreti che rispondevano a Marcano. La Presidente Delcy Rodríguez ha mobilitato unità della Milizia popolare e collettivi chavisti leali per circondare Miraflores, non ricorrendo all’Esercito regolare.

La Presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha decretato sette giorni di lutto nazionale in omaggio ai militari e ai civili morti nella difesa della sovranità venezuelana e del presidente Nicolás Maduro, durante l’aggressione perpetrata dagli Stati Uniti lo scorso sabato 3 gennaio.

La mandataria ha ribadito l’impegno del Governo Bolivariano per la pace, la sovranità nazionale e per la liberazione del presidente Maduro e della moglie Cilia Flores, sequestrati dai commandos delle forze speciali dell’esercito statunitense.

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Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano

Vorrei condividere un paio di osservazioni che ritengo importanti in relazione alle notizie che stanno circolando sul recente attacco militare da parte dell’imperialismo statunitense contro il territorio venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana con il sequestro del presidente Nicolás Maduro.

Innanzitutto, credo che ci sia già la consapevolezza che uno dei motivi principali per i quali l’imperialismo sceglie di attaccare non solo militarmente il Venezuela, ma anche attraverso sanzioni, attraverso una guerra economica e mediatica, ha a che fare con l’interesse degli Stati Uniti ad accedere direttamente e poter continuare il saccheggio coloniale e imperialista delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio.

Tuttavia, credo sia molto importante tenere presente che questa consapevolezza, ad esempio in certi contesti progressisti, decoloniali, che si definiscono di “sinistra” – sia in America Latina che in Spagna o in diversi contesti europei – non ha nulla a che vedere con il sostegno, che infatti è stato sempre negato, alla Rivoluzione Bolivariana. Sono state spesso proprio le persone che animano questi contesti, che si definiscono anticolonialiste e progressiste, ad essere attive nel tagliare i legami di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, nell’impedire che ci fosse un lavoro politico attivo in sua difesa. (...)

L’interesse degli Stati Uniti in questo territorio ha a che fare con la possibilità di continuare a depredare le nostre risorse naturali e per questo hanno bisogno di controllare i media, di controllare il governo, di avere un’élite che sia a loro servizio, hanno bisogno di avere un intero apparato statale che sia funzionale all’imperialismo per continuare il saccheggio coloniale. Se siamo tutti consapevoli di questo però non è perché è stata ascoltata la Rivoluzione Bolivariana, le persone organizzate nelle comunità o le autorità del governo chavista del Venezuela, ma perché Donald Trump ha avuto la sfacciataggine di ripeterlo più volte nelle sue conferenze stampa, così come i vari funzionari del suo governo e persino i funzionari militari. Sia Trump che molti altri hanno detto chiaramente che l’interesse principale nel territorio venezuelano è quello di poter accedere alle sue risorse naturali, in particolare al petrolio.

Ecco quindi il primo punto che mi sembra importante tenere presente: in quale collasso ideologico di visione e impostazione politica si trovano i progressisti, gli anticolonialisti, le femministe che si dicono di sinistra – tanto in Sudamerica che in Europa – che non hanno mostrato solidarietà con la rivoluzione bolivariana, se hanno dovuto aspettare che Donald Trump e lo stesso governo statunitense e le sue autorità confermassero esplicitamente che il loro interesse è quello di accedere alle risorse naturali del Venezuela?

A che livello di razzismo e di arroganza ci troviamo? Credo che sia molto importante tenere presente che la rivoluzione bolivariana è fatta dal popolo venezuelano, dalla classe proletaria, dai contadini venezuelani, dalle persone razializzate, dalle persone che hanno vissuto per 500 anni la sottomissione coloniale. Anche i suoi rappresentanti eletti fanno parte di questa classe, lo stesso presidente Nicolás Maduro è un autista che non appartiene alle élite né alla classe politica creola bianca, lo stesso Hugo Chávez non proviene da un contesto privilegiato ed era un uomo razzializzato.

Credo che ci sia stata una logica profondamente razzista nel non ascoltare questo popolo razzializzato, proletario, contadino che da 20 anni denuncia che l’imperialismo contro il Venezuela ha a che fare principalmente con l’accesso e il saccheggio coloniale delle sue risorse. Invece molti hanno dovuto aspettare che fossero lo stesso Donald Trump, l’imperialismo e le sue autorità, a confermare con assoluta disinvoltura che il proprio interesse principale è l’accesso e il saccheggio delle riserve di petrolio. Quando finalmente i progressisti occidentali riescono a riconoscere che c’è un intervento imperialista e che l’interesse è il petrolio, sostengono però contemporaneamente che questo intervento non abbia nulla a che fare con Maduro, né con la rivoluzione, né con il tipo di governo che c’è in Venezuela.

Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, che ha avuto come una delle sue priorità, ed è per questo che c’è questo livello di attacco e pressione, difendere la sovranità del territorio venezuelano.

E cosa significa “sovranità” in una visione socialista? Il popolo venezuelano, a partire da una prospettiva non capitalista, non coloniale, da una prospettiva che non avvantaggia le élite, ha deciso autonomamente come gestire lo sfruttamento delle proprie risorse naturali, la loro vendita e i profitti ottenuti da questa. Questo è quello che ha fatto il chavismo nei primi anni della rivoluzione, quando c’erano ottime condizioni materiali per promuovere quel processo rivoluzionario, perché sono riusciti a ridistribuire le ricchezze che venivano dal proprio territorio e dalle proprie risorse naturali, risorse a cui gli Stati Uniti e l’imperialismo non avevano più accesso. (...)

La figura di Maduro, come è stato fatto a suo tempo con Chávez, è stata “mostrificata” perché sia Chávez che Maduro, come il governo del Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana, hanno impedito agli Stati Uniti di portare avanti il saccheggio coloniale.

Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, quelle autorità, quel presidente Nicolás Maduro, che garantivano che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantivano che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana. A decidere come reinvestire i profitti, come è stato fatto nei primi anni della rivoluzione.

Certo, bisogna riconoscere, che negli anni successivi tutto è stato molto più complesso in virtù delle sanzioni e dei blocchi imposti dai paesi imperialisti che sono stati pensati e applicati per far crollare sistematicamente l’economia e generare, ad esempio, un processo di migrazione forzata di massa, come quello a cui abbiamo assistito, della popolazione venezuelana.

Abbiamo visto anche come nelle ultime settimane gli Stati Uniti abbiano sequestrato e si siano impossessati di due navi che trasportavano petrolio. Quel sequestro ha a che fare con il saccheggio delle risorse, ma anche con la possibilità che il processo rivoluzionario manchi delle condizioni materiali, politiche e sociali per poter essere realizzato, per poter costruire quella sovranità e per poter difendere il diritto del popolo venezuelano di decidere cosa fare con quelle risorse.

C’è qualcosa di molto importante che vorrei sottolineare: ci sono persone, tra quelle che ho definito “progressiste” che, dopo aver letteralmente accusato di dittatura il governo del Venezuela e definito Maduro un dittatore, hanno sistematicamente messo al servizio dell’imperialismo gli strumenti interpretativi e le argomentazioni della sinistra, del discorso decoloniale, femminista, per rompere i legami di solidarietà, e ancora più grave, per impedire la possibilità di fare un lavoro di pedagogia politica che consentisse di comprendere cosa succede nel contesto venezuelano, limitandosi così solo a ripetere la narrazione imperialista che, evidentemente, è stata da loro molto ben assorbita.

Credo sinceramente, e in questo momento non ho più alcuna ritrosia a dirlo, che molte di queste persone hanno tanta visibilità e popolarità nella loro presunta radicalità femminista, nella loro radicalità “antirazzista”, proprio perché l’egemonia imperialista permette loro di accedere a spazi istituzionali. (...)

Molte figure pubbliche considerate decoloniali, antirazziste, radicali hanno potuto ampliare i loro spazi di visibilità utilizzando questo armamentario retorico apparentemente progressista perché hanno mantenuto il patto imperialista di tacere di fronte alle sanzioni e al blocco, che sono metodologie e punizioni collettive razziste che hanno imposto la fame principalmente ai contadini, alle classi proletarie venezuelane, mentre le élite creole se la spassavano a Madrid e a Miami.

Finora hanno taciuto. E adesso che hanno deciso di dire qualcosa, molte di queste persone, per esempio riguardo al bombardamento del Venezuela (a quanto pare dovevano vedere le bombe per capire come funziona l’imperialismo!), hanno utilizzato, per esempio chiamando Maduro dittatore, la stessa retorica dell’imperialismo, ammantandola di parole femministe, anticoloniali, antirazziste e così via.

Così facendo, e questo è l’ultimo punto che volevo condividere, queste persone hanno ostacolato la possibilità di comprendere la profondità e la ricchezza della coscienza antimperialista che questo governo e le autorità – pur tenendo conto degli errori, dei fallimenti o delle contraddizioni del presidente Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro – sono riuscite a costruire nel contesto venezuelano.

Questo credo davvero che sia qualcosa contro cui l’imperialismo non potrà lottare, non stiamo parlando, ad esempio, di una situazione come quella che si è presentata in Afghanistan, ma di un contesto in cui c’è una coscienza politica molto forte, che forse è più simile al contesto del Vietnam al tempo della sua guerra. Il chavismo ha fatto un vero e proprio lavoro di pedagogia politica antimperialista, ha spiegato come leggere l’imperialismo, quali sono le sue finalità, i suoi interessi, e il popolo venezuelano è assolutamente consapevole che la serie di eventi che sta vivendo da decenni ha principalmente a che fare con il saccheggio delle sue risorse.

Io dico che quel popolo deve essere ascoltato, deve essere visto, deve essere compreso e deve essere rispettato, soprattutto in questi momenti in cui è indispensabile continuare ad articolare e rafforzare la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana affinché la sovranità e le risorse venezuelane possano essere protette dall’assedio imperialista che questa volta si è manifestato attraverso la sua forma più diretta e visibile: i bombardamenti.

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07/01/2026

Dieci punti per il dibattito e l’orientamento politico delle forze popolari della Nuestra America

1) La recente aggressione militare degli Stati Uniti e il rapimento del presidente Nicolás Maduro costituiscono l’attacco più grave ed esplicito che l’imperialismo statunitense abbia mai compiuto in tutta la storia della nazione venezuelana. Allo stesso tempo, rappresentano la più profonda offensiva imperiale contro i progetti sovrani della nostra regione nel ventunesimo secolo e una rottura del diritto internazionale stabilito dal 1945 dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Donald Trump ha chiarito che l’obiettivo centrale di questa operazione è riconquistare il controllo diretto delle riserve petrolifere del Venezuela, le più grandi al mondo. Dal punto di vista politico-strategico, l’operazione riporta la storica Dottrina Monroe al centro dell’agenda: nei documenti del Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, la necessità di ricostruire il controllo sulle risorse naturali strategiche di tutta la nostra America è apertamente affermata.

2) Fino ad ora, uno sbarco frontale e massiccio di truppe statunitensi sul territorio venezuelano era impossibile a causa della vasta mobilitazione e organizzazione del popolo venezuelano, nonché della loro concreta capacità di confronto (con almeno otto milioni di cittadini armati in difesa attiva del processo bolivariano). Inoltre, la comunità internazionale difficilmente avrebbe tollerato un’occupazione terrestre aperta, in un contesto mondiale già sconvolto dal bombardamento israeliano su Gaza e dal crescente rifiuto globale per la guerra.

3) Un elemento importante da considerare è la politica interna degli Stati Uniti, dove Trump non ha la correlazione adeguata delle forze a favore di un intervento militare su larga scala, nemmeno all’interno del movimento MAGA. Anche l'“Operazione Absolute Resolution” ha prodotto segnali di destabilizzazione nella scena politica interna, il cui impatto resta da vedere di fronte alle prossime elezioni di metà mandato di novembre di quest’anno. La popolarità di Trump è in calo con sconfitte elettorali a New York, Virginia e New Jersey.
Negli ultimi mesi, con un conflitto aperto con i settori agricoli e una popolarità storicamente bassa in quel settore, non è riuscito a risolvere il problema dell’inflazione a livello generale. Non solo il sindaco di New York e settori del Partito Democratico si sono apertamente espressi contro l’intervento, ma anche all’interno del Partito Repubblicano stesso varie voci hanno messo in dubbio le azioni di Trump, incluso il legame politico con Corina Machado e il suo licenziamento.

4) L’operazione militare eseguita dagli Stati Uniti aveva una struttura logistica su larga scala: circa 150 aerei, il dispiegamento di navi da guerra strategicamente posizionate nei Caraibi con capacità di attacco missilistico, e l’intervento di unità d’élite come la Delta Force. È stata un’operazione meticolosamente pianificata, che ha incluso simulazioni su un modello a grandezza naturale della residenza di Maduro, oltre a un’azione di infiltrazione precedente della CIA in Venezuela. Durante l’operazione, c’è stato uno scontro militare aperto in cui gli Stati Uniti hanno ucciso circa 50 combattenti – 32 dei quali cittadini cubani – e, in precedenza, erano stati condotti attacchi selettivi contro installazioni militari fondamentali per la difesa del paese. Questi attentati hanno causato anche vittime civili e militari, il cui numero non è ancora stato quantificato.
Le operazioni mediatiche che cercano di instillare l’idea di un “tradimento interno” relativizzano deliberatamente questi fatti e omettono il fatto strutturale: oggi gli Stati Uniti sono la principale potenza militare del pianeta, con una schiacciante superiorità tecnologica su qualsiasi paese della nostra regione.

5) La strategia in corso da parte degli Stati Uniti continua la stessa linea che si sta sviluppando dalla morte di Hugo Chávez: rompere internamente il processo politico bolivariano e, in particolare, distruggere l’alleanza civico-militare che lo sostiene. L’attuale escalation è riuscita, per il momento, a decapitare la leadership politica attraverso il rapimento del presidente Nicolás Maduro. Tuttavia, la conferenza stampa guidata da Delcy Rodríguez – attualmente responsabile della leadership politica – insieme a Diosdado Cabello, Vladimir Padrino López, ministri e alti comandi delle FANB, ha dimostrato chiaramente la validità dell’unità civico-militare e il controllo effettivo dell’apparato statale da parte delle forze del Chavismo.

6) Parallelamente, è stata dispiegata un’operazione psicologica e mediatica volta a presentare Delcy Rodríguez come una figura di “transizione” e presunto garante degli interessi statunitensi nel paese. Questo espediente mira, da un lato, a frammentare internamente la forza politica bolivariana e, dall’altro, a fare pressione sul chavismo affinché ceda alle richieste imperialiste. Di fronte a questo scenario, è necessario considerare due elementi centrali. In primo luogo, il comprovato passato di lealtà alla rivoluzione bolivariana della famiglia Rodríguez e del gruppo di quadri politici che oggi guidano il processo politico-militare. In secondo luogo, la necessità di riprendere i canali di dialogo internazionale, in un contesto in cui gli Stati Uniti hanno unilateralmente interrotto questi casi e dove, a livello globale, le prospettive rivoluzionarie e socialiste stanno attraversando una fase di ritiro. L’analisi di questo momento richiede un equilibrio molto delicato: sostenere la sovranità e l’indipendenza del Venezuela, preservando al contempo la continuità del processo politico bolivariano di fronte all’aggressione imperiale.

7) Il contesto globale è un elemento chiave per comprendere la situazione attuale. Le analisi che presuppongono una rigida divisione del mondo in cui Russia e Cina si limiterebbero solo a dichiarazioni pubbliche sugli eventi accaduti nella nostra regione devono essere scartate in anticipo. Innanzitutto, un intervento militare aperto da parte di queste potenze ci metterebbe in pochi secondi sull’orlo di una guerra nucleare su scala globale. Ma è anche necessario osservare quali siano state, in realtà, i loro orientamenti politici negli ultimi anni.

Né la Cina né la Russia hanno promosso una politica di blocco con la logica di “dividere il mondo”. Invece, hanno promosso legami materiali – tecnologici, energetici e militari – con vari paesi della Nostra America. Sul fronte economico, hanno consolidato lo spazio dei BRICS e sono avanzate nei programmi commerciali in valute alternative al dollaro, inclusi accordi con il Venezuela. Entrambe le potenze, a loro volta, si sono espresse chiaramente e con forza a favore della liberazione di Nicolás Maduro e della sua restituzione al territorio venezuelano.

8) Nella nostra regione, Brasile, Messico, Uruguay e Cile hanno preso posizioni chiare, che hanno confermato il principio di non interferenza negli affari interni degli Stati e condannato l’aggressione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela. Tuttavia, queste dichiarazioni contengono una debolezza sostanziale: il denominatore comune è stata l’omissione deliberata di qualsiasi riferimento al rapimento del presidente costituzionale Nicolás Maduro e della prima combattente Cilia Flores.
Questa omissione non è accidentale. Risponde alla congiunzione di due fattori. Da un lato, la paura dell’amministrazione Trump: c’è un calcolo cauto di fronte alla volatilità, al comportamento imprevedibile e alla tendenza ad agire impunemente del presidente USA, che ha ripetutamente dimostrato il suo disprezzo per il diritto internazionale e persino per i limiti costituzionali interni del suo paese.
Dall’altra, c’è una debolezza politica interna, associata alla “zavorra Maduro”. I governi della regione – anche quelli progressisti – partono da posizioni di fragilità interna. La mancanza di una difesa ferma e sostenuta della legittimità delle elezioni venezuelane del 2024 ha generato uno scenario in cui qualsiasi posizione che possa essere interpretata come sostegno a Maduro viene percepita come un rischio elettorale. In paesi come Colombia o Brasile, con i processi elettorali all’orizzonte, predomina la paura di essere messi in discussione da un’opposizione e dai media, che da anni costruiscono un’immagine profondamente negativa della leadership bolivariana.

9) In questo contesto, è essenziale continuare a costruire ampie prospettive unitarie, con una reale capacità di mobilitazione in ciascuno dei nostri paesi e nel Sud Globale nel suo complesso. Una eventuale sconfitta o crollo della Rivoluzione Bolivariana significherebbe una battuta d'arresto storica di enorme portata per le aspirazioni popolari e per i processi di rottura con l’ordine egemonico, i cui effetti possono essere misurati in decenni. È necessario contestare con forza le narrazioni prodotte dagli Stati Uniti e dai principali media globali. Questa disputa deve essere espressa sia a livello di comunicazione politica e culturale sia con un intervento concreto negli spazi istituzionali nazionali e internazionali.
Allo stesso tempo, dobbiamo anticipare e ricreare nuove forme di azione politica e organizzazione militante, capaci di sostenere alti livelli di mobilitazione e impegno sociale. Al centro di ogni strategia comune deve essere posta una richiesta chiara e incrollabile: il rilascio immediato di Nicolás Maduro e la sua reintegrazione al Venezuela come leader supremo del processo rivoluzionario.

10) Le ore che stiamo attraversando sono decisive e storiche per i popoli del nostro continente e del mondo. Le forze popolari non possono esitare. È necessario chiamare alla mobilitazione e assumere una posizione d’avanguardia nella difesa della Rivoluzione Bolivariana, della sovranità del Venezuela e della libertà di Nicolás Maduro.
Dobbiamo capire che il palco resta aperto. In Venezuela, il chavismo mantiene il controllo politico e militare dello Stato. Nel continente ci sono processi politici di enorme importanza – come quelli in Brasile, Messico e Colombia – che devono essere consolidati, continuare nel governo e proiettarsi nel futuro.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente la loro intenzione di intervenire in Colombia e Cuba, confermando che si tratta di un’offensiva più ampia contro l’intera regione. Di fronte a ciò, il compito strategico è avanzare nella più ampia unità possibile in difesa della sovranità, dell’autodeterminazione dei popoli e della continuità del progetto emancipatorio della Nuestra America.

Le Madri della Plaza de Mayo insegnarono ai popoli del mondo che, anche nei momenti più difficili, non dobbiamo mai arrenderci o abbandonarci alla demoralizzazione. Il loro esempio di dignità, organizzazione e perseveranza dimostra che la verità e la giustizia possono essere conquistate solo attraverso l’unità consapevole e la lotta sostenuta dei popoli.

Oggi, di fronte a questa nuova aggressione imperiale, stiamo portando quell’eredità. Con organizzazione popolare, con fermezza politica e con la più ampia unità, difenderemo la sovranità del Venezuela e della Nuestra America. Perché abbiamo la profonda convinzione che la lotta collettiva sia l’unica via che renderà possibile la nostra vittoria.

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Contrordine! Il “cartello di Maduro” non esiste, dice l’accusa amerikana

Non c’è limite al ridicolo, non c’è limite al pericolo. Quando una gang di mafiosi arriva al vertice di una superpotenza può accadere di tutto. E troverà sempre un sacco di complici vermiformi pronti ad assecondarla.

Il mondo in questi giorni si è fermato a guardare quel che avveniva tra Venezuela e New York, con l’amministrazione Trump che ha scatenato un attacco informatico-spionistico-militare a Caracas per catturare il legittimo presidente del paese sudamericano, teatro di una rivoluzione bolivariana e antimperialista che faceva e fa soffrire gli Usa sia sotto l’aspetto politico che su quello delle risorse petrolifere.

L’accusa ufficiale, nel contorto linguaggio giustificazionista dell’attacco, bisognoso comunque di una parvenza di “legalità” (anche se la “giurisdizione” è decisamente arbitraria), era che Maduro in realtà stava a capo di una organizzazione di narcotrafficanti chiamata “Cartel de lo Soles”.

Non c’è bisogno che diciamo un’altra volta noi – citando centinaia di esperti e autorità antidroga internazionali – che quel “cartello” non esiste. Lo scrive nero su bianco, da ieri pomeriggio, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Ossia il braccio giuridico di Trump che sostiene il ruolo dell’“accusa” nel processo-farsa contro Maduro.

Per quanto ridicolo possa apparire, questo “organo di giustizia”, ai suoi massimi livelli, ha deciso di rivedere il capo d’accusa ammettendo – implicitamente, certo, per non darsi una martellata da solo – che il “Cartello dei Soli” non è una vera organizzazione criminale. Ma una via di mezzo tra un “patronato” (come il Caf per fare la dichiarazione dei redditi?) e “un sistema clientelare”.

L’alternativa era ammettere che non è proprio mai esistito. Ma così anche l’ultimo straccio di giustificazione “finto-legale” veniva a cadere. E la liberazione di Maduro diventava quasi obbligatoria...

Scrive, comprensibilmente infuriato ma anche divertito Telesur – media bolivariano senza se e senza ma – che “La nuova versione dell’accusa – presentata al Tribunale Federale del Distretto Sud di New York – menziona il ‘Cartello de los Soles’ solo due volte, contro le 32 citazioni dell’accusa originale del 2020. La nuova versione smonta l’eufemismo che lo aveva reso titolo obbligatorio nei grandi media internazionali, i quali si erano avvalsi di presunte ‘fughe di informazioni’ provenienti da fonti legate ai servizi di intelligence statunitensi, in particolare DEA e CIA, veicolate attraverso giornalisti come Emili Blasco, corrispondente del quotidiano spagnolo ABC negli Stati Uniti, e che alimentarono i titoli di agenzie e multimedia internazionali”.

Media internazionali costretti ora a rivedere – ma solo in parte, sia chiaro – la propria “narrativa” sul rapimento del Presidente venezuelano. Anche perché il Dipartimento Usa mantiene l’accusa di narcotraffico, nonostante sia sparita “l’organizzazione” che doveva gestirlo. In pratica, ci dice il Dipartimento, è come se la droga viaggiasse per conto proprio – anche se il Venezuela non ne produce né la veicola, anzi... – e poi i profitti arrivassero per vie misteriose al povero Maduro che, a tempo perso, faceva il Presidente. Pardon, “il dittatore”...

Il New York Times, giusnto in possesso della nuova versione dell’accusa (qui di fianco il passaggio decisivo), non poteva non pubblicarlo. E quindi anche i peggiori media europei si son sentiti in dovere di riprenderlo. Prudentemente. È riuscito comunque a far peggio di tutti il monarca dei “fact check”, Enrico Mentana, evidentemente in imbarazzo su “come gestire la notizia”, che ha scelto di ignorarla completamente, continuando a straparlare secondo il vecchio copione.

Sta di fatto che la nuova formula d’accusa, invece di descrivere il “Cartel de los Soles” come un’organizzazione gerarchica dedita al narcotraffico, definisce il presunto fenomeno come una “cultura della corruzione” (in Italia non resterebbe un solo politico in libertà...) composta da alti funzionari civili e militari venezuelani che “proteggono e promuovono il traffico di droga”. Una definizione lontana da quella di un “cartello del narcotraffico” con la quale Donald Trump ha giustificato un dispiegamento militare senza precedenti nel Mar dei Caraibi, trasformato poi in un blocco alle esportazioni di petrolio venezuelano.

Ma soprattutto una formula che ora rende difficile continuare a sostenere l’accusa originaria e i suoi corollari... 

La correzione assume rilevanza persino “processuale” – siamo nella farsa più penosa, lo sappiamo – perché, nel febbraio 2025, il Dipartimento del Tesoro e successivamente il Dipartimento di Stato designarono il “Cartel de lo Soles” addirittura come “Organizzazione Terroristica Straniera”. Ma nei rapporti tecnici della stessa Amministrazione per il Controllo delle Droghe (DEA), dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) e dell’Unione Europea, nessuno menziona il gruppo nelle proprie valutazioni annuali sul traffico di droga.

Quei poveracci della DEA (l’equivalente antidroga della CIA), nella loro ‘Valutazione Nazionale della Minaccia delle Droghe 2025’, dettagliano con precisione le rotte del narcotraffico nelle Americhe, ma purtroppo non includevano il Venezuela come “paese di transito principale”, né menzionavano il “Cartello dei Soli” in alcuna sezione. Lo stesso vale per i rapporti dell’ONU e dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe.

In definitiva: se solo qualche mese fa le agenzie Usa – e non solo loro – non consideravano affatto il Venezuela come “paese di transito” (neanche “di produzione”), e tanto meno Maduro come “narcoterrorista”, su quale base Trump ha deciso di attaccare? Il petrolio, certo, ma lo ha ammesso solo dopo... 

Nonostante ciò, in questi giorni, i funzionari statunitensi, incluso il segretario di Stato Marco Rubio, hanno insistito pubblicamente nel trattare il “Cartello dei Soli” come una vera organizzazione. In un’intervista del 5 gennaio a Meet the Press, Rubio aveva affermato che “il suo leader, il leader di quel cartello, si trova ora sotto custodia statunitense”, riferendosi a Maduro.

Sulla carriera di Marco Rubio, però, ci sia consentito ricordare quanto scritto soltanto ieri.

Il processo-farsa rischia così di diventare un boomerang per Trump direttamente a casa sua. La “riscrittura” dell’accusa non mancherà di diventare un argomento potente nelle mani dell’avvocato che ha assunto la difesa di Maduro – Barry J. Pollack, noto fra l’altro per aver ottenuto la liberazione di Julian Assange – e che si trova di fronte il giudice federale Alvin K. Hellerstein, 92 anni.

Un giudice che ha guadagnato notorietà per la sua indipendenza giudiziaria, anche di fronte a governi potenti, tanto da emettere negli ultimi anni sentenze contrarie a decisioni dell’amministrazione Trump, come nei casi legati a Stormy Daniels e alla Legge sui Nemici Stranieri (e le espulsioni di massa dei migrati irregolari).

Il processo a Maduro è una farsa, ma – anche scontando la certezza che Trump se ne fregherà completamente della “sentenza”, se non dovesse piacergli – di sicuro diventerà un plot hollywoodiano degno di Chaplin.

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