Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità.
Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia, attraverso espulsioni letali nel deserto, la reclusione in campi di lavoro forzato e uccisioni vere e proprie. Nessuno intervenne.
Nel 1915 l’Impero ottomano uccise direttamente un gran numero di armeni che intendeva rimuovere dal cuore dell’Anatolia, oppure ne provocò la morte mediante marce forzate. I deboli tentativi di chiamare a rispondere gli ex capi di Stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.
Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga.
Anche altri genocidi conclusi con la sconfitta militare dei loro autori – come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 – culminarono tutti in una qualche forma di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. Negare ciò che era accaduto divenne quindi impossibile.
Nel primo caso, quello dei genocidi che ebbero «successo» grazie all’impunità del momento o all’assenza di un successivo accertamento delle responsabilità, lo Stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il perpetuarsi di questa dinamica di impunità e profitto.
Quanto abbiamo visto svolgersi a Gaza, dove Israele è accusato davanti alla Corte internazionale di giustizia di avere commesso un genocidio a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sembra preannunciare un nuovo futuro per questo crimine.
È un futuro nel quale altre nazioni o altri leader potrebbero essere incentivati a perseguire politiche genocide, sapendo di poterla fare franca anche dopo avere ucciso e perfino di poterne trarre vantaggio. È un futuro nel quale i Paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio potrebbero consentirne il ripetersi.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 e il piano in venti punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani.
Le IDF controllano ormai quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo della Striscia, dove cercano di sopravvivere in zone devastate e prive delle più elementari infrastrutture umanitarie.
Dopo il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, a metà gennaio 2026 è cominciata la Fase 2 del piano di Trump, che mira alla completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, da affidare a un organismo palestinese tecnocratico di transizione. A supervisionare il processo è un Consiglio di Pace internazionale presieduto da Trump.
Sul lungo periodo, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica «Nuova Gaza» da molti miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, sta progettando una grande base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo relegherà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di lavoratori edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che un tempo era la loro terra.
Come siamo arrivati a questo punto?
La leadership politica e militare israeliana ha condotto a Gaza un’operazione che ha ucciso almeno 70.000 persone – come ora ammesso dalle stesse forze armate israeliane – in maggioranza civili; ne ha ferite quasi 200.000 e ha provocato indirettamente la morte di moltissime altre persone attraverso la totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, oltre che mediante la privazione di cibo e acqua potabile.
Come scrissi nel luglio 2025, in qualità di studioso del genocidio ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi raggiunto l’elevata soglia fissata dalla definizione di questo crimine contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948.
Israele difficilmente sarà chiamato a rendere conto delle proprie azioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che contro un esponente di Hamas, risultato poi già ucciso.
Gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la Corte e Netanyahu si è recato ripetutamente alla Casa Bianca anche per cercare, secondo quanto riferito, di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran.
Israele potrebbe infine essere riconosciuto colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, presso la quale il Sudafrica ha avviato un procedimento distinto contro Israele. Le conseguenze di una simile sentenza restano incerte finché Israele conserva il sostegno statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che agisce come organo esecutivo della Corte internazionale di giustizia.
È quindi probabile che i leader israeliani non saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, salvo che un giorno vengano consegnati alla Corte penale internazionale da un nuovo governo israeliano deciso a evitare un processo in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota.
Il piano in venti punti di Trump aggira di fatto ogni possibile accertamento delle responsabilità o punizione degli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso a tutte le persone coinvolte. Le richieste di restituire ai palestinesi una parvenza di normalità difficilmente susciteranno molta solidarietà mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe risollevare vecchie accuse quando sta per sorgere un mondo nuovo?
È vero che Israele sta sperimentando un crescente isolamento globale e la disapprovazione degli americani di ogni area dello spettro politico. Proprio questo, tuttavia, i patinati progetti per una nuova Gaza potrebbero attenuare o perfino capovolgere ribaltare la percezione dei fatti, convincendo opinioni pubbliche distratte, in un mondo tormentato, che la questione di Gaza è stata risolta con soddisfazione di tutti.
Il piano di Trump, qualora la sua visione venisse realizzata, comporterebbe che il governo statunitense o gli uomini d’affari americani operanti per suo conto venderebbe diritti di locazione e costruzione su terreni espropriati ai legittimi abitanti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.
Un gruppo di magnati immobiliari, comprendente forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, oppure società da loro promosse, ricaverebbe in questo modo una fortuna finanziaria per imprese e investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità internazionale di investimento.
Il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri a uso misto, apparentemente destinate ad acquirenti stranieri e al turismo, garantendo profitti agli imprenditori immobiliari. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi dal mercato delle abitazioni su quella che un tempo era la loro terra.
Il piano cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza e trasformerà la Striscia in un’economia di libero mercato al servizio di società straniere, alle quali saranno offerte «straordinarie opportunità di investimento», per usare le parole di Kushner.
La costruzione della cosiddetta Riviera di Trump dipenderebbe dalla disponibilità dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo a mettere a disposizione ingenti somme di denaro, in cambio della promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti.
Per il momento, l’Arabia Saudita e il Qatar, insieme a Turchia, Egitto e Indonesia, hanno manifestato il proprio interesse aderendo al Consiglio di Pace di Trump. Mentre il Consiglio consoliderebbe il proprio controllo e Gaza verrebbe ricostruita, Israele compirebbe un altro passo verso il proprio obiettivo di lungo periodo: cancellare le speranze palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Anche altre nazioni, scegliendo di evitare che Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno beneficio.
La Germania è il secondo maggiore fornitore di armamenti a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per acquistare tecnologia militare israeliana. La Germania si sta difendendo davanti alla Corte internazionale di giustizia dalle accuse del Nicaragua di avere facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Ha quindi ogni interesse politico ed economico a togliere la questione dal tavolo. La Germania ha respinto le accuse.
Si ritiene che il Regno Unito abbia utilizzato le proprie basi militari a Cipro per sostenere Israele e sta lavorando per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. La Francia cerca di conservare la propria influenza politica nel Levante e di lasciarsi alle spalle la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà stabilita «dagli storici, a tempo debito».
Anche Israele trae profitto dalla situazione. Sebbene alcuni governi europei abbiano annullato accordi sugli armamenti e imposto sanzioni alle aziende israeliane della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria bellica israeliana sono rimasti floridi. Le vendite israeliane di armamenti all’estero sono aumentate del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, secondo il sito israeliano di informazione finanziaria Calcalist.
Il collaudo in battaglia dei sistemi d’arma a Gaza costituisce un argomento di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, seminare distruzione produce profitti.
Per il momento, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio. Le conseguenze saranno un degrado sempre più profondo dell’etica e della morale israeliane, l’erosione dello Stato di diritto, la violenza poliziesca interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello Stato e l’indebolimento di quel che resta della democrazia israeliana.
Oltre a essere private di qualunque forma di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le proprie sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni drammatiche, sotto sorveglianza militare e con prospettive future estremamente limitate.
Da quando il ministro della Difesa Israel Katz dichiarò, secondo quanto riferito, nel luglio scorso che Israele progettava di istituire una «città umanitaria» nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno hanno continuato a peggiorare.
Appare plausibile che il piano di Trump venga agevolato da una forza internazionale, assistita dal personale di sicurezza palestinese e dalle IDF, incaricata di confinare la popolazione in città di questo genere. Da queste città la popolazione potrebbe uscire esclusivamente per prestare servizio ai ricchi abitanti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia rimaste sotto il controllo israeliano verranno probabilmente impiantati nuovi e prosperi insediamenti ebraici.
Trump ha affermato che il Consiglio di Pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite. Molti temono che finirà per indebolire l’organizzazione mondiale.
Uno degli effetti di questo cambiamento dell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo sì che ogni speranza di portare i responsabili politici israeliani davanti alla giustizia resti una chimera e segnalando alle altre nazioni che anche per loro l’impunità sarà un’opzione.
Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia unico, poiché Israele gode di una posizione internazionale particolare grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla possibilità di fare affidamento sull’eredità dell’Olocausto. Forse altri Stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti per un genocidio.
Eppure quanto vediamo oggi stabilisce un precedente straordinario, capace di minare l’intero fondamento dell’idea di genocidio quale crimine punibile secondo il diritto internazionale del secondo dopoguerra.
Se i progetti attualmente elaborati per Gaza andranno avanti, alcune nazioni potrebbero arrivare a considerare il genocidio una continuazione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Quanto meno, le nazioni che avranno tratto qualche vantaggio dal genocidio potrebbero essere meno inclini a chiamare a rispondere i futuri autori.
Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che si batté per l’adozione, quattro anni dopo, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sperava di impedire proprio questo esito. Potrebbe davvero essere il futuro del genocidio.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/07/2026
Entrare in una nuova era del genocidio
12/07/2026
L’israelizzazione che reprime anche l’Italia
Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.
Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.
Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.
“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.
Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.
Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.
Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.
La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.
È una domanda che riguarda anche l’Italia.
Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.
Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.
Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.
Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.
La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?
Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.
Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.
La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.
Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.
Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.
È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.
Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.
Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.
La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.
Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.
La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.
Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.
Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno all’università delle norme?
Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?
Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.
Fonte
03/07/2026
L’ombra dell’impunità sul Board of Peace, a discapito dei palestinesi
La Risoluzione n. 2026/3 del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per demolire l’ONU ma avallato dallo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sembra voler mettere su carta quel che viene denunciato da tempo, ovvero che si tratta dell’ennesimo organismo coloniale, pensato per istituzionalizzare la pulizia etnica dei palestinesi e trasformare Gaza secondo i desideri di Washington e Tel Aviv.
La Risoluzione – documento classificato come “sensibile ma non riservato” – è stato visionato dal quotidiano britannico The Guardian, che ne ha evidenziato gli elementi più controversi. Sono in particolare due i nodi che preoccupano: la larghissima immunità legale che verrebbe concessa ai membri del Board e a chi lavora con esso, e la possibilità di confisca illegale di beni e terreni dei palestinesi.
L’immunità di cui si parla nel testo è definita come la facoltà di sottrarsi a “qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza”. Tale tutela coprirà anche personale quale forze militari internazionali, esperti tecnici palestinesi e, soprattutto, i contractor privati non residenti a cui verranno affidati i colossali appalti per la rimozione delle macerie, la sicurezza e la ricostruzione edilizia.
Il giusto timore che è stato sollevato è che la Risoluzuone vada a creare un “mostro” giuridico, che opererà al di fuori del diritto internazionale e che chiuderà non uno, ma due occhi, sui continui abusi che subiranno i palestinesi. L’unico a poter revocare l’immunità sarebbe il presidente del Board, con l’approvazione della maggioranza del suo consiglio esecutivo.
È bene ricordare che si tratta di una struttura di potere verticistica e blindata, in cui siedono il genero di Trump, Jared Kushner, l’inviato speciale Steve Witkoff, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, e anche l’ex premier britannico Tony Blair. Insomma, solo il “re” e la sua “corte” potranno decidere cosa è legale e cosa no a Gaza.
Il documento, poi, stabilisce che per portare a termine i compiti del Board of Peace possono essere “forniti gratuitamente locali e strutture pubbliche necessari per il compimento delle missioni a Gaza”. Per molti analisti e organizzazioni internazionali, questo ambiguo passaggio apre la strada alla confisca unilaterale di proprietà palestinesi senza alcuna forma di consenso, indennizzo o possibilità di ricorso.
In pratica, si tratta della continuazione della prassi israeliana, ma sancita come regola di un organismo internazionale. Con l’aggiunta che, così come successo nelle vicende post-belliche in Iraq e Afghanistan, la privatizzazione e la militarizzazione delle attività di ricostruzione e degli aiuti andrà a beneficio di varie imprese stelle-e-strisce. Nei casi sopra citati, sono stati tanti ed enormi gli scandali di corruzione, gli abusi e persino gli omicidi di civili, senza mai davvero raggiungere giustizia.
Il Board of Peace non ha fatto commenti specifici sulla Risoluzione, ma in un comunicato è stato scritto che “qualsiasi insinuazione secondo cui questo processo sia concepito per creare illegalità o impunità è errata, fuorviante e ribalta completamente la questione” che è trattata dalla Risoluzione.
Essa non è ancora entrata in vigore, perché serve la firma dell’Alto Rappresentante per Gaza, parte del Board, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov. Secondo le fonti del Guardian, egli ha incontrato al Cairo alcuni amministratori palestinesi selezionati dal Board, ma non avrebbe ancora condiviso la bozza della Risoluzione.
La quale, forse, non avrà approvazione immediata, ma il cui testo esprime un chiaro attacco al diritto internazionale, anche se nel “democratico” Occidente i capi di stato rimangono in silenzio...
Fonte
05/05/2026
La Sumud Flotilla sotto sorveglianza pre-attacco
Le forze israeliane stanno provando ad intercettare le imbarcazioni della Freedom Flotilla Coalition al largo della Grecia; aerei e droni statunitensi Lockheed Martin sorvolano le navi FFC.
La Global Sumud Flotilla segnala di essere sotto sorveglianza e l’avvicinamento di navi non identificate; crescono i timori di torture e rapimenti illegali dopo il trattamento riservato ai partecipanti GSF.
4 maggio 2026, MAR MEDITERRANEO — La Global Sumud Flotilla (GSF) ha ricevuto preoccupanti messaggi dalla missione che confermano che la flotta della Freedom Flotilla Coalition (FFC), attualmente al largo della Grecia per unirsi alla GSF in una missione congiunta verso Gaza, è sottoposta a sorveglianza militare attiva e intimidazioni.
Cronologia dell’escalation:
– 19:27 (orario palestinese): quattro imbarcazioni FFC segnalano un elicottero militare che sorvola la loro posizione.
– 21:53 (orario palestinese): i partecipanti riferiscono la presenza di tre droni e di una nave non identificata in lontananza, con le luci di navigazione volutamente spente.
– Sorveglianza tattica: i dati di Marine Traffic confermano che un aereo statunitense Lockheed Martin ha sorvolato direttamente la flotta poco prima dell’ultima escalation.
– Stato attuale: i partecipanti segnalano ora imbarcazioni non identificate e luci bianche che si avvicinano alla flotta FFC da poppa.
Richieste urgenti di responsabilità
La Global Sumud Flotilla esprime grave preoccupazione per l’incolumità fisica di tutti i partecipanti. Alla luce delle prove di torture e abusi subiti da volontari GSF — inclusi maltrattamenti, minacce di morte e privazione sensoriale attualmente inflitti agli attivisti Saif Abukeshek e Thiago Ávila sotto custodia israeliana — cresce il timore che queste manovre tattiche rappresentino il preludio a ulteriori rapimenti illegali.
– Messaggio GSF al governo greco: il vostro mancato intervento per garantire la sicurezza di imbarcazioni civili umanitarie nelle vostre acque costituisce una violazione del diritto del mare e un atto di complicità. Chiediamo un intervento immediato per proteggerle da interferenze militari straniere.
– Alla comunità internazionale: chiediamo garanzie di sicurezza per tutto l’equipaggio. La presenza di aerei militari di produzione statunitense e di navi non identificate “sospetto” suggerisce uno sforzo coordinato per reprimere una missione umanitaria pacifica attraverso paura e forza.
– Prevenzione della tortura: ricordiamo a tutte le parti coinvolte che la detenzione arbitraria e i maltrattamenti di civili — inclusi pestaggi, bendature e isolamento — costituiscono crimini di guerra secondo il diritto internazionale.
– Responsabilità: il regime israeliano e le nazioni coinvolte devono essere ritenuti responsabili di questi recenti crimini di guerra, così come del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica in Cisgiordania.
Questo attacco coordinato contro la Freedom Flotilla Coalition e la Global Sumud Flotilla rappresenta un tentativo disperato dell’occupazione israeliana di mantenere il proprio blocco illegale e genocida su Gaza. Il mondo non può restare a guardare mentre imbarcazioni civili vengono inseguite in acque internazionali e regionali da elicotteri e droni, in violazione continua del diritto internazionale e umanitario.
Invitiamo l’opinione pubblica a mobilitarsi e a chiedere ai propri governi di intervenire per fermare questa forma di pirateria e garantire il passaggio sicuro degli aiuti e dei difensori dei diritti umani.
Fonte
19/04/2026
Ungheria - Magyar invita Netanyahu, tutto come prima
Dunque pur essendo “europeista” Magyar non intende rivedere i legami con Israele e torna a sfidare la Corte Penale Internazionale e la conformazione alla sua giurisdizione nei paesi dell’Unione Europea.
Va infatti ricordato che Viktor Orbán aveva già ospitato Netanyahu nell’aprile 2025, sfidando apertamente la Corte e dichiarando che il mandato d’arresto non avrebbe avuto “alcun effetto” in Ungheria.
L’invito di Magyar a Netanyahu conferma che, nonostante il cambio di governo, la politica estera verso Israele rimane un “binario preferenziale” che ignora i vincoli delle istituzioni del diritto internazionale.
Eppure solo due giorni prima dell’invito al premier israeliano incriminato dalla Corte Penale Internazionale, Peter Magyar aveva dichiarato pubblicamente di voler riportare l’Ungheria nel pieno della giurisdizione della CPI, invertendo il processo di uscita avviato da Orbán nel 2025.
Invitando Netanyahu in Ungheria (su cui pende un mandato d’arresto della CPI dal novembre 2024) Magyar sta di fatto sospendendo l’applicazione di quel trattato proprio mentre afferma di volerlo onorare.
Se Netanyahu accetterà l’invito e il volo atterrerà a Budapest senza conseguenze legali, il messaggio sarà chiaro: il diritto internazionale è diventato un’opzione facoltativa.
Perché Peter Magyar, appena eletto con la promessa di un’Ungheria più moderna, ha scelto questa strada? La risposta risiede nella necessità di accreditarsi politicamente come un “nuovo Orbán” ma con una facciata diversa e magari più gradita a Bruxelles ma soprattutto a Trump.
Garantendo sicurezza a Netanyahu, Magyar invia un segnale a Washington e ai repubblicani americani: l’Ungheria resta il baluardo del sovranismo reazionario contro gli organismi sovranazionali. Peter Magyar ha vinto le elezioni promettendo un nuovo corso, ma le sue radici affondano profondamente nel sistema che ha appena finto di sconfiggere alle urne.
Con buona pace di Bruxelles e delle anime belle che hanno festeggiato per l’esito delle elezioni in Ungheria che hanno portato il paese dalla padella alla brace.
Fonte
03/04/2026
ONU: l’Italia chiarisca sulla possibile violazione dell’embargo militare sulla Libia
Secondo gli esperti dell’ONU, infatti, l’Italia sarebbe “non compliant”, ovvero non conforme alle prescrizioni previste dalle risoluzioni, in particolare la 1970 del 2011, che funge da architrave per l’embargo sulle armi e il divieto di assistenza militare al paese nordafricano. Al centro della contestazione c’è un corso di addestramento svoltosi nel dicembre 2024.
Nell’ambito della missione bilaterale di assistenza (MIASIT), il Mobile Training Team del Centro di Addestramento Paracadutisti e del 184° Comando “Nembo” ha svolto attività di “formazione” di 27 cadetti dell’accademia di Tripoli in “speciali tecniche di combattimento corpo a corpo”. Se per il Ministero della Difesa questa attività rappresenta uno strumento per rafforzare le istituzioni locali e la credibilità italiana nelle operazioni internazionali, la valutazione delle Nazioni Unite è diametralmente opposta.
Per il Panel, l’addestramento aveva una natura puramente militare e, in quanto tale, costituisce una violazione diretta del paragrafo 9 della risoluzione 1970. Ma forse ancora più grave è il fatto che, nonostante tre missive formali inviate dagli esperti a Roma, nessuna risposta è mai giunta dal governo italiano. E non è l’unico nodo rimasto senza chiarimenti.
Il Panel ha chiesto informazioni rispetto a ben 38 voli cargo militari partiti dall’aeroporto di Pisa con destinazione Misurata, Tripoli e Bengasi. Il trasporto di beni o operativi impegnati in attività non proibite dalle risoluzioni ONU deve essere dimostrata, e ciò non è stato fatto dal governo italiano.
Stati spesso indicati come autoritari (la Turchia, e persino la Russia, ad esempio), in situazioni simili, hanno fornito tutte le informazioni richieste, l’Italia no. E nemmeno gli Stati Uniti, che hanno scelto la via del silenzio, di cui 11 dei 14 voli contestati sono decollati da Sigonella. Giusto a ricordarci il peso nelle continue violazioni del diritto internazionale su cui il nostro governo “chiude un occhio” a causa del suo asservimento a Washington.
Del resto, il volo italiano che più desta scalpore è quello avvenuto il 23 gennaio 2025, appena due giorni dopo la riconsegna di Almasri, nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale che pendeva su di lui. Come per i sorvoli di Netanyahu sui nostri cieli, per loro il diritto valeva “solo fino a un certo punto”.
Il rapporto del Panel finirà probabilmente sul tavolo del Consiglio di Sicurezza, ed è necessario pretendere la fine del silenzio di Roma.
Fonte
25/01/2026
La Nuova Dottrina Monroe, una spada sospesa sull’America Latina
Questo editoriale del Global Times – “pubblicazione del gruppo editoriale del Quotidiano del Popolo, che rappresenta la voce autorevole del Partito Comunista e del governo cinese” – indica che il problema strategico di contenere questa accresciuta aggressività militare statunitense è ben presente ed è stato già inquadrato.
Una volta verificato che “gli Stati Uniti stanno tentando di strappare le pagine del codice giuridico internazionale del XXI secolo e riportare il calendario all’era del XIX secolo della ‘legge della giungla’” ci si deve porre l’obbiettivo di costruire “uno scudo più robusto per deviare i colpi diretti, ma ancor più importante” diventa “la forgiatura di una ‘lama affilata’ di equità per recidere le catene dell’interferenza egemonica”.
Naturalmente chiunque abbia la testa sulle spalle sa che, anche se possiede grande potenza economica e un arsenale nucleare rilevante, ogni escalation solo militare porta con sé il rischio massimo di un conflitto che azzererebbe lo sviluppo dei paesi coinvolti e dell’intera umanità. Dunque c’è da chiarire il significato concreto di quella “lama affilata” con cui “recidere le catene dell’interferenza egemonica”. Che non è la scontata “reazione automatica uguale e contraria” del pensiero militare occidentale, ma piuttosto una rete che avvolge l’aggressore per bloccarne alla fine le mosse.
Spiega infatti l’editoriale del Global Times che “non è un invito a intensificare il conflitto, ma piuttosto un catalizzatore per la ricostruzione delle capacità e l’innovazione dell’ordine globale. Significa difendere con fermezza il multilateralismo nel quadro del diritto internazionale per formare un potente contrappeso all’intervento. Significa approfondire la cooperazione Sud-Sud, rafforzare l’integrazione regionale e costruire reti economiche e finanziarie resilienti per resistere alle sanzioni unilaterali”.
Un lavoro attento, complicato, “di lunga durata”. Perché si tratta di disinnescare un meccanismo esplosivo, non di combattere il fuoco con il fuoco.
Ci si riuscirà? Lo scopriremo solo vivendo... Che è comunque meglio del morire “tutti e presto”.
Mentre i titoli sull’attacco militare USA al Venezuela e sul sequestro forzato del suo presidente Nicolás Maduro cedono gradualmente il passo alle notizie sulla Groenlandia e sulle divisioni USA-Europa a Davos, rimane una realtà agghiacciante: la sovranità e la sicurezza regionale dei paesi latinoamericani sono ancora ostaggio della lama del loro vicino settentrionale.
Giovedì, il Wall Street Journal (WSJ) ha citato fonti vicine alla questione affermando che l’amministrazione Trump sta cercando insider all’interno del governo cubano per facilitare un cambio di regime entro la fine dell’anno. Sebbene, secondo il media statunitense, i funzionari USA “non abbiano un piano concreto” per porre fine al governo cubano, tali discussioni non sono altro che sale sulle ferite ancora aperte dell’America Latina sullo sfondo dell’intervento in Venezuela.
Questo rapporto del WSJ riporta ancora una volta il fantasma della Dottrina Monroe – uno spettro che ha perseguitato le Americhe per due secoli – sotto i riflettori in una forma più barbarica. Sotto l’attuale amministrazione USA, la Nuova Dottrina Monroe ha rivelato i suoi effetti più pericolosi: una campagna di espansione imperialista mascherata da “sicurezza nazionale“.
I suoi tratti distintivi non sono più limitati alla semplice manipolazione politica, all’isolamento diplomatico o agli embarghi commerciali; piuttosto, si è evoluta in un sistema di manipolazione strutturale: un’offensiva a più punte che mescola attacchi militari, strangolamento finanziario, blocchi energetici e pervasiva sovversione interna.
Dai diretti interventi militari del passato alle moderne “rivoluzioni colorate”, guerre economiche e operazioni psicologiche, la cassetta degli attrezzi interventista di Washington è stata continuamente “aggiornata”. Per i paesi latinoamericani, la Nuova Dottrina Monroe non è un “dono” del suo “buon vicino”; è una spada sospesa a un filo, la cui lama brilla della luce fredda dell’interventismo.
L’incursione a Caracas è stata solo una plateale prova generale della Nuova Dottrina Monroe. Per i falchi di Washington, il Venezuela è semplicemente il primo domino. Stanno sfruttando lo slancio dell’egemonia militare per creare un “effetto raggelante” in tutta la regione: sottomettiti, o diventerai il prossimo bersaglio. Questa nuda politica di potenza è una totale profanazione della Carta delle Nazioni Unite e dei principi fondamentali di uguaglianza sovrana e non interferenza.
Non serve ossessionarsi sull’accuratezza della rivelazione del WSJ o se un colpo di stato a Cuba si manifesterà davvero entro la fine del 2026. Il vero pericolo non risiede in una specifica tempistica, ma nella mentalità di Washington di trattare l’intervento come un diritto e l’egemonia come ordine. Finché la macchina della Nuova Dottrina Monroe rimane in moto, la pace in America Latina rimarrà fragile.
Se gli USA sono ubriacati dai temporanei successi militari in Venezuela, portandoli a credere di poter agire impunemente in tutta la regione, stanno commettendo un grave errore di calcolo sia della storia che della realtà. L’America Latina di oggi non è la regione della metà del XIX e dell’inizio del XX secolo. Mentre l’egemonia seminerà divisioni, l’aspirazione collettiva allo sviluppo sovrano tra i popoli della regione rimane una forza irresistibile.
Inoltre, poiché gli impulsi unilaterali di Washington non sono più confinati al loro “cortile”, il risentimento globale verso le sue parole e azioni egemoniche ha raggiunto un punto di rottura – le recenti minacce di Washington riguardo alla Groenlandia hanno persino costretto gli alleati degli statunitensi al di là dell’Oceano Atlantico a prendere posizione, implorando che “il più forte ha sempre ragione” non deve diventare la legge universale della condotta internazionale.
In effetti, gli Stati Uniti stanno tentando di strappare le pagine del codice giuridico internazionale del XXI secolo e riportare il calendario all’era del XIX secolo della “legge della giungla”. In questo contesto, difendere la giustizia richiede uno scudo più robusto per deviare i colpi diretti, ma ancor più importante, richiede la forgiatura di una “lama affilata” equamente a quella dell'avversario per recidere le catene dell’interferenza egemonica.
Questa “lama” non è un invito a intensificare il conflitto, ma piuttosto un catalizzatore per la ricostruzione delle capacità e l’innovazione dell’ordine globale. Significa difendere con fermezza il multilateralismo nel quadro del diritto internazionale per formare un potente contrappeso all’intervento.
Significa approfondire la cooperazione Sud-Sud, rafforzare l’integrazione regionale e costruire reti economiche e finanziarie resilienti per resistere alle sanzioni unilaterali.
Soprattutto, si tratta di aumentare l’autonomia strategica nei settori critici per rafforzare le fondamenta della sicurezza nazionale.
L’obiettivo finale è guidare l’ordine internazionale verso un futuro più democratico e multipolare, riducendo così sistematicamente lo spazio in cui possono operare egemonia e politica di potenza. Solo quando l’egemone realizzerà che le sue ambizioni predatorie comporteranno un costo insopportabile, quella spada sospesa smetterà finalmente di cadere.
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08/01/2026
Quando gli Stati Uniti “mettono Maduro sotto processo”, anche il mondo mette gli Stati Uniti sotto esame
Lunedì, quasi contemporaneamente, si sono svolti a New York, negli Stati Uniti, un incontro internazionale molto atteso e un cosiddetto “processo” altrettanto importante.
All’interno della sede delle Nazioni Unite a Manhattan, il Consiglio di Sicurezza ha convocato una riunione di emergenza per discutere le crescenti tensioni innescate dalle azioni militari statunitensi contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite, diversi membri del Consiglio di Sicurezza e rappresentanti di molti paesi hanno sottolineato l’imperativo di aderire alla Carta delle Nazioni Unite e di opporsi all’uso della forza per risolvere le controversie internazionali. Questo consenso transregionale e multilaterale sottolinea un punto fondamentale: la difesa del diritto internazionale non è una “scelta di interesse” di un singolo paese, ma un consenso di base della comunità internazionale.
Se Washington cerca di intimidire e scoraggiare gli altri attraverso lo spettacolo pubblico dell’umiliazione di un capo di stato straniero, ha chiaramente sottovalutato sia il consenso condiviso sia i principi fondamentali della comunità internazionale.
Da qualsiasi prospettiva, le azioni degli Stati Uniti mancano sia di legittimità che di legalità. Tali palesi invasioni e rapimenti violano palesemente tutte le norme fondamentali e i principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Con qualsiasi pretesto – senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e in assenza di condizioni per una legittima autodifesa – l’uso della forza militare contro uno Stato membro sovrano delle Nazioni Unite, incluso il rapimento del suo capo di Stato, costituisce una vera e propria aggressione.
Le successive giustificazioni del governo statunitense non sono altro che un palese tentativo di occultare la verità: elevare accuse “giudiziarie” interne – basate su prove tenui o addirittura false – al di sopra del diritto internazionale e sostituire azioni militari unilaterali ai meccanismi diplomatici multilaterali. In sostanza, si tratta di un comportamento egemonico unilaterale che sfida fondamentalmente, e persino nega, la forza vincolante universale del diritto internazionale.
Ciò che tali pratiche minano è il fondamento istituzionale del sistema internazionale. L’uguaglianza sovrana, la non ingerenza negli affari interni e il divieto della minaccia o dell’uso della forza sono i pilastri su cui si fonda l’ordine internazionale del secondo dopoguerra.
Se si consente ad alcuni Paesi di decidere, in base al proprio giudizio, “chi è colpevole, chi deve essere punito e come deve essere inflitta la pena”, il diritto internazionale sarà ridotto a uno strumento applicato selettivamente e il meccanismo di sicurezza collettiva istituito dalla Carta delle Nazioni Unite sarà svuotato. Come hanno sottolineato molti rappresentanti alla riunione del Consiglio di Sicurezza, questa questione riguarda non solo la sovranità e la sicurezza di un singolo Stato, ma anche se il diritto internazionale mantenga ancora autorità e prevedibilità.
L’esperienza storica ha ripetutamente dimostrato che sostituire le regole con il puro potere non porta a una stabilità duratura. La stragrande maggioranza dei Paesi non è disposta a tornare a una giungla internazionale hobbesiana governata dalla legge del più forte che preda i deboli.
Dalla fine della Guerra Fredda, i casi in cui l’ONU è stata aggirata e si è fatto affidamento su azioni militari unilaterali per affrontare complessi problemi politici sono stati tutt’altro che rari. I risultati sono stati spesso prolungati disordini regionali, crolli della governance nazionale e un peggioramento delle crisi umanitarie. Il prezzo pagato dalla comunità internazionale è stato estremamente pesante. L’attuale clima di pace duramente conquistato in America Latina e nei Caraibi non dovrebbe essere minato dall’unilateralismo e dalla politica di potenza.
Le sfacciate azioni militari degli Stati Uniti contro il Venezuela, seguite dalle minacce contro Colombia, Cuba e altri Paesi, mettono ancora una volta in guardia il mondo che il pensiero imperialista e le pratiche egemoniche rimangono le forze più distruttive che minano la pace e la stabilità globali. Le Nazioni Unite sono il fulcro dell’attuale sistema internazionale e il diritto internazionale è la norma fondamentale che regola le relazioni internazionali.
Quanto più turbolenta e incerta diventa la situazione globale, tanto più necessario è tornare al quadro delle Nazioni Unite e gestire le divergenze attraverso soluzioni politiche come il dialogo, la negoziazione e la mediazione per prevenire l’escalation.
Quando Maduro è stato processato, anche gli Stati Uniti si sono trovati sul banco degli imputati della comunità internazionale. Qualsiasi azione che indebolisca l’autorità delle Nazioni Unite o neghi la forza vincolante del diritto internazionale si ritorcerà in ultima analisi contro l’egemone stesso.
Nessun paese può fungere da polizia internazionale, né può affermare di essere il giudice internazionale. La comunità internazionale non ha bisogno di una politica egemonica basata sul principio “il più forte ha ragione”, né di un “ordine imperiale” che si ponga al di sopra delle altre nazioni.
Solo aderendo al vero multilateralismo e rispettando il diritto internazionale, nonché gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, il sistema internazionale può evitare di sprofondare in una logica da giungla in cui i forti predano i deboli, consentendo al mondo di muoversi verso una direzione più stabile e giusta.
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24/10/2025
La Corte Internazionale di Giustizia censura le restrizioni israeliane agli aiuti umanitari
L’opinione della Corte era stata richiesta a dicembre dall’Assemblea Generale dell’ONU, dopo che Tel Aviv aveva deciso di proibire ogni attività dell’UNRWA. Ciò ha comportato che, mentre il personale palestinese presente a Gaza e in Cisgiordania ha continuato a garantire assistenza e supporto, Israele ha impedito l’accesso degli aiuti a Gaza e ha rifiutato i visti per lo staff internazionale.
Al posto dell’UNRWA e di altre agenzie è stata creata la Gaza Humantarian Foundation, di cui è stato evidenziato a più riprese il ruolo di connivenza con il genocidio. Per questo la posizione dell’Aja, seppur non vincolante, ha di certo un chiaro peso morale, a cui va aggiunto anche un evidente peso diplomatico, in un frangente in cui l’opposizione di piazza al terrorismo sionista è forte un po’ in tutto il Mondo.
A pronunciare il parere è stato il giudice Iwasawa Yuji, che ha dichiarato: “in quanto potenza occupante, Israele è obbligato a garantire i bisogni primari della popolazione locale, compresi i beni essenziali per la loro sopravvivenza”. Sotto questo aspetto, la Corte ha ritenuto che Israele ha mancato ai propri obblighi.
Inoltre, i giudici hanno sottolineato che “la potenza occupante non potrà mai invocare ragioni di sicurezza per giustificare la sospensione generale di tutte le attività umanitarie nei territori occupati”. Questa posizione si riverbera anche sul blocco illegale posto su Gaza, e sul sequestro degli attivisti delle varie Flotille, che ancora una volta viene confermato come un atto contrario al diritto internazionale.
C’è poi un nodo fondamentale: quello delle accuse di ‘collaborazionismo’ dell’UNRWA con Hamas. Non solo la Corte ha affermato che l’agenzia ONU non ha violato le regole di imparzialità e che Israele, in quanto membro delle Nazioni Unite, deve sostenerne l’attività, ma anche che Tel Aviv non ha portato prove sostanziali a dimostrazione della partecipazione del suo personale alle attività di Hamas.
Il governo Netanyahu aveva parlato di oltre mille dipendenti dell’UNRWA affiliati all’organizzazione palestinese. “La Corte – dice sempre Iwasawa – ritiene che Israele non abbia dimostrato le sue accuse secondo cui una parte significativa dei dipendenti dell’UNRWA sarebbero ‘membri di Hamas... o di altre fazioni terroristiche”.
Quelle sioniste, insomma, sono state tutte menzogne funzionali a mettere al bando ogni aiuto umanitario e poter usare la fame per portare a termine la pulizia etnica, non essendo Israele riuscita a piegare la resistenza né il popolo palestinese. Altro appunto fatto dai giudici, che hanno ricordato come anche questo è un crimine di cui Tel Aviv si è macchiata.
La reazione sionista non si è fatta attendere, al solito scomposta e mistificatoria. L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha ribadito che gli organismi dell’ONU “sono diventati focolai di terroristi”, e che il suo paese non si farà imporre “misure politiche”. Il Dipartimento di Stato statunitense ha definito il parere “corrotto” e ha affermato che “attacca ingiustamente Israele e dà all’UNRWA un lasciapassare per il suo profondo coinvolgimento e il suo sostegno materiale al terrorismo di Hamas”.
Lo spregio con cui l’ONU e il diritto internazionale viene trattato da Tel Aviv e da Washington (come sempre ha fatto anche Bruxelles, del resto) non è nuovo. Certo è che questo ulteriore pronunciamento arriva in un momento in cui la misura è piena, e in cui la consapevolezza del fatto che Israele continua a occupare illegalmente i territori palestinesi e a impedirne l’autodeterminazione è fatta propria da tutto il Mondo. Per questo bisogna continuare a bloccare tutto, per dare un’ulteriore spinta internazionalista all’abbattimento dell’apartheid.
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23/10/2025
I pm di Roma indagano sull’assalto alla Flotilla
Nelle diciassette pagine firmate da Rossi Albertini, il focus è su quello che è accaduto dopo lo stop alle imbarcazioni, cioè sul trattamento riservato agli attivisti nel porto di Ashdod e nella prigione di Ketziot.
Per il legale, quanto avvenuto da quelle parti si configura come «una completa violazione dei diritti umani» dal momento che «i militari, armati, hanno identificato gli attivisti, circa 300, poi li hanno privati di tutti gli effetti personali, dopodiché li hanno perquisiti imprimendo una gratuita violenza fisica, motivo per cui ad alcuni è stato rotto un braccio».
I soldati di Tel Aviv, inoltre, «hanno ammanettato gli attivisti» con le mani «dietro la schiena con delle fascette di plastica molto strette e hanno obbligato gli stessi a stare piegati, faccia a terra» per poi portarli «verso un piazzale assolato», «costringendo gli equipaggi a stare in ginocchio con i bagagli dietro le spalle e a guardare sempre in basso, impedendogli di muoversi e di parlare, dando dei colpi sulla testa a chi si rifiutava».
I militari, prosegue la denuncia, hanno anche «colto ogni minima occasione per umiliare gli attivisti», tra i quali c’era anche Greta Thunberg, che «è stata picchiata, trascinata a terra per i capelli, costretta a baciare la bandiera israeliana e poi avvolta nella stessa ed esibita come un trofeo, infliggendo gratuite e sadiche vessazioni».
All’arrivo in carcere, La Piccirella, che si è rifiutato di sottoscrivere un documento preparato dall’Ufficio immigrazione israeliano in cui sostanzialmente si accettava come lecito quanto subito, sarebbe stato portato insieme ad altre undici persone in una stanza con «solo sei letti» e «durante la prima notte è stato privato del sonno e sottoposto a pratiche di deprivazioni sensoriali».
Alle 3 della stessa notte, all’attivista sarebbe stato nuovamente proposto di firmare il documento, ma lui ha rifiutato perché farlo sarebbe stato «una legittimazione a posteriori dei gravi reati di cui era stato vittima». È così che, oltre al sequestro di persona, «nelle gratuite e dolorose vessazioni ed umiliazioni fisiche e morali» si configurerebbe il reato di tortura.
Da qui la richiesta ai pm di Roma di indagare per poi chiedere al ministero della Giustizia di procedere sulla base dell’articolo 8 del codice penale, quello che riguarda i delitti politici commessi all’estero. Che – e questo è un dettaglio per nulla scontato – possono essere puniti solo e soltanto dietro richiesta ministeriale.
Rossi Albertini, comunque, in aggiunta a questo evoca anche il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale, secondo il quale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».
Qui il dito è puntato contro il governo, soprattutto per il caso della nave Alpino della marina militare, che ha scortato la Flotilla fino a 150 miglia nautiche dalle coste di Gaza e poi si è ritirata, lasciando di fatto campo libero agli israeliani, che sono intervenuti in acque internazionali, dove ogni nave che batte bandiera italiana è da considerare a tutti gli effetti territorio italiano. Dunque la presa degli attivisti andrebbe considerata come un rapimento e la requisizione delle loro barche come una rapina a mano armata.
La questione giurisdizionale resta in ogni caso complessa: il diritto penale italiano si mischia con quello internazionali e con le convenzioni marittime: la definizione del caso – che il procuratore capo Francesco Lo Voi ha affidato al pool di magistrati che si occupa di terrorismo – non è tanto difficile sul piano fattuale, quanto su quello del diritto.
In sostanza il problema non è «cosa» indagare, ma come farlo. Ad ogni modo (e in aiuto), a strettissimo giro di posta, dal team legale della Flotilla arriveranno decine di integrazioni al primo esposto. Nei giorni scorsi gli attivisti hanno incontrato i vari avvocati coinvolti per mettere nero su bianco la loro versione dei fatti, dal momento del blitz israeliano fino al rimpatrio forzato.
Il fascicolo appare destinato a crescere di volume e l’indagine a salire di tono. È uno di quei casi, non molto consueti, in cui la questione giudiziaria si sovrappone alla perfezione alla questione politica.
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10/10/2025
Il piano Trump per la Palestina è un progetto di dominio travestito da soluzione politica
Ma si guarda anche al futuro del piano di Donald Trump che nella sua seconda fase prevedere il disarmo di Hamas e una governance per Gaza supervisionata dal presidente Usa e altri esponenti stranieri, senza per questo garantire il diritto all’indipendenza e alla libertà dei palestinesi.
Trump peraltro ha messo a punto un piano per il futuro della Palestina in contraddizione aperta con la legalità internazionale e che sembra destinato a perpetuare, sotto altre forme, l’occupazione israeliana. Lo denuncia l’analista giordana Shahd Hammouri, della Kent Law School, esperta di leggi e convenzioni internazionali. L’abbiamo raggiunta telefonicamente in Gran Bretagna.
A Sharm el Sheikh è stato approvato l’accordo per l’attuazione della prima fase del piano Trump, con lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi, e l’inizio del cessate il fuoco. Tutti, a cominciare dalla popolazione di Gaza, in queste ore celebrano la fine dell’offensiva militare israeliana, sebbene non sia garantita. Qual è la sua valutazione della sostanza dell’iniziativa americana?
Secondo il diritto internazionale, un accordo raggiunto sotto coercizione è nullo. Inoltre, alcune questioni possono essere oggetto di negoziato e altre no e il diritto palestinese all’autodeterminazione è inalienabile, non è negoziabile. Esso poggia su molti pilastri, tra cui quello di poter resistere finché l’occupazione israeliana non sarà terminata.
Quanto affermo è stato ribadito dalla giudice Hilary Charlesworth nella decisione della Corte internazionale di giustizia del 24 luglio sull’illegalità dell’occupazione israeliana della Palestina. Il piano inoltre non fa alcun riferimento a questioni centrali, come il diritto al ritorno per i profughi palestinesi.
La ricostruzione di Gaza e la sua governance sono assegnati dal piano Trump ad esecutivi guidati da stranieri...
I palestinesi reclamano la non ingerenza negli affari interni. La decisione su chi governa Gaza spetta solo al popolo palestinese. Nessun ente al mondo può determinarlo al posto loro, e questo è chiaramente sancito dal diritto internazionale. Il piano vuole introdurre una nuova forma di occupazione, diversa da quella israeliana ma pur sempre un’occupazione.
È ciò che da tempo gli studiosi palestinesi denunciano: la sostituzione del controllo diretto israeliano con quello americano. Viene proposto un sistema che ricorda l’Autorità Provvisoria della Coalizione in Iraq. Si tratterebbe di un organismo amministrativo che, secondo quanto si dice, verrebbe guidato da Trump e Tony Blair insieme a tecnocrati palestinesi.
Ma la presenza di palestinesi o arabi in un simile organismo non cambia la sua natura: rimane un’entità estranea e una forma di dominio esterno. È inaccettabile a qualunque livello. Ogni fase di transizione per i palestinesi deve essere gestita dai palestinesi stessi e nel loro interesse.
Eppure Hamas ha accettato questo piano insidioso per i palestinesi...
Hamas a mio avviso ha accettato solo i punti sui quali è effettivamente in grado di accordarsi, nel rispetto delle prerogative che detiene soltanto il popolo palestinese. Hamas sa che non ha l’autorità di decidere quale dovrà essere la futura forma di governo della Palestina. Non possiede tale autorità, al momento nessuno la possiede.
Questo significa che, per proteggere i diritti del popolo palestinese, bisogna innanzitutto difendere il diritto internazionale, in particolare il principio di autodeterminazione come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia.
Quanto allo scambio di prigionieri, bisogna ricordare che, se da un lato la presa di ostaggi è illegale, lo è altrettanto la detenzione dei circa diecimila prigionieri politici palestinesi, in base alla Terza Convenzione di Ginevra.
Più voci palestinesi affermano che siamo di fronte a una manovra volta a favorire i disegni di Netanyahu e del suo governo. È d’accordo?
Netanyahu deve alleggerire subito la pressione interna che lo sta opprimendo sulla questione degli ostaggi israeliani senza rinunciare all’occupazione e alla possibilità di un pieno controllo su Gaza. Inoltre, cerca un modo per evitare l’isolamento internazionale in cui si trova.
Bisogna considerare il momento in cui è emersa l’iniziativa americana: durante i lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in un contesto in cui cresceva il sostegno al riconoscimento dello Stato di Palestina, aumentava la pressione per un corridoio umanitario a Gaza e si registrava un forte slancio di solidarietà della classe lavoratrice in Europa.
Il piano Trump ha anche lo scopo di bloccare lo slancio verso il rafforzamento del diritto internazionale per imporre un progetto di dominio che si traveste da soluzione politica.
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22/08/2025
Altre sanzioni USA a quattro giudici dell’Aja, Netanyahu si congratula
Le figure sanzionate sono il canadese Kimberly Prost, il francese Nicolas Guillou, Nazhat Shameem Khan delle isole Figi e, infine, Mame Mandiaye Niang del Senegal. Se gli ultimi tre hanno un ruolo nelle attuali accuse e procedimenti contro Benjamin Netanyahu, Prost ha la ‘colpa’ di aver autorizzato alcune indagini su presunti crimini di guerra USA in Afghanistan.
Non è la prima volta che si osserva un braccio di ferro del genere tra Washington e L’Aja, ma in questo frangente storico è di certo ancor più significativo, anche per il fatto che il pacchetto di sanzioni arriva anche per coloro che perseguono i vertici di Tel Aviv. Una pressione importante sull’operato dei giudici, mentre Khan e Niang, per ora, mantengono sospesi i mandati d’arresto per Ben Gvir e Smotrich.
Insomma, l’occasione è stata colta al volo per un attacco a tutto tondo a qualsiasi opposizione all’arbitrio stelle-e-strisce. Per Rubio, la CPI è addirittura una “minaccia alla sicurezza nazionale”, mentre il primo ministro israeliano Netanyahu si è congratulato con la Casa Bianca per la sua “azione decisiva contro la campagna di diffamazione e menzogne che prende di mira lo Stato di Israele”.
Il Segretario di Stato USA ha persino invitato “i paesi che ancora sostengono la CPI, molti dei quali hanno ottenuto la libertà al prezzo di grandi sacrifici americani, a resistere alle pretese di questa istituzione in bancarotta”. Rubio, in sostanza, sta chiamando i vassalli europei a non osservarne le risoluzioni legali della Corte (su cui, comunque, le capitali del Vecchio Continente fanno buon viso a cattivo gioco).
Dalla CPI arriva una risposta molto netta, considerando le sanzioni “un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale che opera sotto il mandato di 125 Stati di tutte le regioni. Costituiscono inoltre un affronto agli stati che fanno parte della Corte, all’ordine internazionale basato sulle regole e soprattutto a milioni di vittime innocenti in tutto il mondo”.
Tutto questo avviene mentre Trump indica Netnayahu come un “eroe di guerra”, con Tel Aviv che si appresta all’occupazione di Gaza e a stabilire nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania. Le parole continuano a sprecarsi nelle cancellerie europee, ma rimane il fatto che nessuno si muove per impedire lo scempio del diritto internazionale e la soluzione finale contro il popolo palestinese.
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14/07/2025
Nordio sapeva tutto per tempo sul caso Almasri
Con la fine delle indagini del Tribunale dei ministri di Roma emergono nuove informazioni che smontano la ricostruzione dei fatti offerta inizialmente dal guardasigilli Carlo Nordio. Nella sua informativa al Parlamento, lo scorso febbraio, il ministro aveva sostenuto di essere stato avvisato solo lunedì 20 gennaio dell’arresto di Almasri, quando ormai il generale libico era stato rispedito oltre il Mediterraneo.
Invece, il capo del Dipartimento affari di giustizia Luigi Birritteri ha scritto al capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi il pomeriggio del 19 gennaio, segnalando la necessità che Nordio mettesse la firma su un atto urgente, per osservare il mandato di cattura emanato dall’Aja e porre rimedio all’errore procedurale segnalato dalla Corte di appello di Roma nell’arresto di Almasri.
C’è una mail delle 15:28 del 19 gennaio in cui Bartolazzi informa Birritteri di essere già informata dell’accaduto, e la sua preoccupazione è quella di raccomandare il massimo riserbo, aggiungendo che preferisce una comunicazione chat su Signal piuttosto che l’uso di protocolli e mail. Un ottimo modo per cercare di nascondere quanto più possibile le proprie azioni.
Il ministero della Giustizia afferma che una mail precedente, delle 14:35, già dimostrerebbe come Birritteri aveva informato Bartolazzi, ma in essa veniva scritto che la vicenda, irrituale nella sua procedura, non vedeva coinvolto il dicastero in maniera diretta come autorità competente. “Domani faremo le nostre valutazioni – era scritto nel messaggio – sulla base della documentazione che ci verrà eventualmente trasmessa”.
Tanto basta a Nordio e al suo staff per discolparsi, perché dimostrerebbe che non avevano ancora abbastanza elementi per agire. Eppure, il magistrato di collegamento presso l’ambasciata italiana in Olanda, per quell’ora, aveva già inviato sulla piattaforma Prisma l’atto di accusa dei giudici dell’Aja.
Bartolazzi ha detto di aver aperto la piattaforma solo il 20 gennaio, quando ormai era troppo tardi per intervenire. Come se si trattasse della chat di gruppo con gli amici, che ignori qualche ora per rispondere poi la mattina successiva, e non ci fosse in gioco l’arresto di un criminale internazionale. Quindi, al di là di tutte le ‘irritualità’, c’erano tutti gli elementi per assicurare Almasri alla giustizia.
È evidente che la scelta di lasciare libero il generale libico è stata tutta politica, rispetto agli accordi coi trafficanti di esseri umani che il nostro paese ha stipulato con le autorità al di là del Mediterraneo. Del resto, nelle mail si legge esplicitamente che il caso poteva avere “una possibile valenza politica di non trascurabile entità trattandosi di questione inerente lo scenario nord-africano”.
Inoltre, si conferma che il responsabile del ministero della Giustizia ha dunque mentito al Parlamento. Non che questo sorprenda, non che questo non sia successo in passato. Eppure, non va sottovalutata la gravità di un atto del genere. Senza considerare che ciò avviene mentre Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano sono indagati per i fatti.
Un terremoto giudiziario che avviene sul terreno della complicità di Palazzo Chigi con la sistematica violazione dei diritti umani. Anche in questo caso, non una novità, soprattutto dopo due anni di genocidio dei palestinesi in diretta TV. È però un segnale evidente di una crisi irreversibile di cui è partecipe tutta la classe dirigente, che a fasi alterne si è resa responsabile, tutta insieme, delle stesse azioni.
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23/01/2025
La rapida visita del “nostro” scafista preferito
In breve i fatti. Almasri, ufficialmente “capo della polizia giudiziaria libica”, primo responsabile della gestione del flusso di migranti dall’Africa all’Italia dopo l’uccisione di “Bija”, è stato prima arrestato dalla polizia italiana in un albergo di Torino e poi riportato a casa con un aereo dei servizi segreti del “nostro” paese.
L’arresto era avvenuto in esecuzione del mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte Penale de L’Aja – la stessa che ne ha decisi altri due per Netanyahu e l’ex ministro della difesa di Tel Aviv, Yoav Gallant – subito dopo l’arrivo della segnalazione dell’Interpol, visto che aveva noleggiato a suo nome un’auto in Olanda, da restituire poi all’aeroporto di Fiumicino.
La prassi ordinaria prevedeva la sua detenzione in carcere fino alla convalida da parte di un magistrato chiamato ad esaminare il caso, per poi consegnarlo alla Corte Penale stessa (come era stato fatto a suo tempo per Milosevic, poi assolto dopo la morte) e altri accusati di “crimini di guerra” o “contro l’umanità”.
Gli indizi e le prove raccolte contro Almasri riempiono un tir, vista la quantità di riscontri trovati nelle testimonianze dei migranti che poi arrivano egualmente sulle nostre coste, ma anche in decine di servizi giornalistici sulle torture, le violenze, gli omicidi e gli stupri che avvengono ancora oggi nei “centri di raccolta” gestiti dallo stesso Almasri e dalla sua milizia.
È lui, detto con parole comprensibili anche per i nostri ministri, “il capo degli scafisti”, quello che apre o chiude il rubinetto delle partenze con i barconi. E che l’Italia paga – non da oggi – per minimizzare gli afflussi.
In ogni caso, per un paese aderente alla Corte Penale, come l’Italia, non c’era quasi nulla da obiettare nel merito delle accuse, ma semplicemente da eseguire l’ordine di arresto. La verifica processuale delle prove spettava per l’appunto alla corte internazionale.
Ovvio che per procedere, oltre che di un magistrato, c’era bisogno di una decisione politica del governo, visto che queste procedure sono regolate da trattati internazionali e devono avvenire “per via diplomatica”.
E il procuratore generale di Roma, competente per i casi internazionali, ha reso noto che «Il ministro della Giustizia, interessato da questo ufficio in data 20 gennaio immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, ad oggi non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito».
Questo silenzio è diventato il “cavillo” che ha consentito la scarcerazione di Almasri, perché in casi come questo è prevista l’«interlocuzione tra il ministro della Giustizia e la Procura generale presso la Corte d’Appello di Roma».
Ma il ministro ha fatto lo gnorri e quindi la Procura, capita l’antifona, ha messo fuori Almasri. All’uscita dal carcere lo attendeva peraltro una scorta che lo ha caricato direttamente su un aereo dei “servizi” che lo ha riportato a Tripoli.
Insomma: il governo ha deciso di fottersene della richiesta della Corte Penale, preferendo mantenere “buoni rapporti” con i tagliagole che regolano l’afflusso di migranti sui barconi. Hai visto mai che quei tagliagole si incazzavano e ce ne facevano arrivare qualche decina di migliaia tutti insieme, che gli raccontavamo agli elettori?
I fatti sono questi. Semplici, innegabili.
Cosa significano? In primo luogo che non esiste più nessun “diritto internazionale” riconosciuto dall’Italia e da altri paesi occidentali. Neanche dall’Olanda, che pure ospita sia la Corte Penale che il Tribunale internazionale, dove il “generale libico” aveva affittato una macchina ed era sbarcato con i suoi documenti.
Se ne erano avute le avvisaglie già con l’ipotesi che Netanyahu (o Gallant) potesse o no venire in Europa. Vari ministri (dall’immancabile Salvini in giù) si erano sbracciati nell’assicurare che mai e poi mai sarebbe stato rispettato l’ordine della Corte Penale.
In quel caso – anche se non è affatto una giustificazione, anzi… – si poteva far finta di considerare rilevante la “legittimità elettorale” (non “democratica”) di un alleato genocida, per di più primo ministro dell’“unica democrazia del Medio Oriente” (affermazione peraltro falsa).
Ma nel caso di Almasri parliamo di un bandito che, banalmente, “ci serve” sull’altra sponda del Mediterraneo.
Nessun “valore occidentale” da difendere, nessuna “democrazia”, nessun “diritto umano”. Anzi, il suo esatto contrario.
Cadono le finzioni e le maschere. L’Occidente neoliberista non ha altri criteri di funzionamento che l’interesse immediato dei gruppi dirigenti, politici od economici, o intrecciati. Vale per gli Usa, vale per l’Unione Europa, vale a maggior (o minore) ragione per l’Italietta fascistoide di questi anni. Anche se siamo certi che Draghi o altri avrebbero fatto lo stesso, magari con un pizzico di fretta in meno e qualche indecente menzogna in più...
Bisognerà ricordarsene ogni volta che qualcuno di costoro si presenterà strombazzando di volere “legge e ordine”, per “combattere la criminalità organizzata” e magari anche “quella politica”.
Se non c’è legge uguale per tutti, non c’è nessuna legge per nessuno. Decide la forza, ma anche quella non dura mai per sempre...
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22/11/2024
Il tribunale della Storia aspetta Netanyahu
In concreto non avverrà, anche se il trattato istitutivo della Corte – firmato a Roma nel 1996 ed entrato in vigore nel 2002 – obbliga gli Stati aderenti a comportarsi di conseguenza.
A “Bibi” e al suo ex ministro della difesa – quello che aveva affermato “stiamo combattendo contro animali umani e ci comporteremo di conseguenza” – basterà non andare in uno dei 120 paesi che l’hanno ratificato (all’appello mancano Usa, Cina, Russia e la stessa Israele – che pure l’aveva inizialmente firmato – più una serie di paesi minori).
Di certo non potrebbero venire in Europa, anche se non riusciamo a immagnare uno dei pallidi servi dell’impero Usa provare a mettere le manette ai macellai della popolazione di Gaza (il fascistoide Orbàn già lo ha invitato a fargli visita...).
La decisione della Corte, comunque, è a suo modo storica. È infatti la prima volta che figure di vertice di un paese occidentale – Israele è dichiaratamente la longa manus degli Stati Uniti in Medio Oriente – vengono inseriti nella lista dei “ricercati” per crimini di guerra (in attesa del giudizio pendente per l’accusa di genocidio presso la Corte di Giustizia, sempre a L’Aja).
Subito i camerieri e i complici dei genocidi sono scattati a difesa del loro “collega”. Del resto, dopo 13 mesi di bombardamenti e massacri, dopo 75 anni di occupazione e massacri, stanno difendendo anche o soprattutto se stessi.
Abbiamo visto obiezioni abbiette secondo cui “non si possono mettere sullo stesso piano i leader di uno stato democratico e i terroristi di Hamas” (sono stati emessi mandati di cattura anche per Haniye e Sinwar, nel frattempo uccisi, oltre che per Deif, della cui sorte non si sa ufficialmente nulla). Come se una reato del genere (crimini di guerra) non potesse “per princìpio” essere contestato a degli occidentali (le “democrazie” sono altra cosa, e di molti tipi).
Altrettanto ridicoli gli arzigogoli para-giuridici, come “la Corte non ha giurisdizione su Israele perché Tel Aviv non aderisce al trattato istitutivo”. Ci vuole un attimo a verificare che invece può benissimo processare e condannare cittadini di uno “Stato non parte” del trattato se questi hanno aggredito uno “Stato parte”.
E la Palestina aderisce e riconosce la Corte Penale Internazionale.
Sofismi e menzogne a parte, la portata storica della decisione rompe forse definitivamente la “narrazione” e l’ideologia che copriva larga parte del cosiddetto “diritto internazionale”. Se, infatti, “la legge non è uguale per tutti” non esiste né la legge né i tribunali.
Va infatti ricordato che tutta questa architettura legale ha preso definitivamente corpo dopo la “caduta del Muro”, negli anni ‘90, quando l’Occidente neoliberista – e quindi soprattutto gli Stati Uniti – era rimasto l’unico “sceriffo in città”, in grado di decidere chi e cosa era “fuorilegge”, la sentenza e la punizione.
Non a caso fin qui la Corte aveva messo in Stato d’accusa solo leader di paesi africani (Congo, Repubblica Centrafricana, Uganda, Darfur–Sudan, Kenya, Libia, Costa d’Avorio, Mali, Burundi), o di “nemici dell’Occidente”, come in Georgia, e infine Vladimir Putin.
Un “braccio legale” che aveva servizievolmente accompagnato gli assalti dell’imperialismo, chiudendo gli occhi, il naso e la bocca davanti ai suoi orrori. Tant’è che diversi paesi africani avevano più volte contestato il suo operato, così evidentemente a doppio standard.
Questi mandati di cattura contro i genocidi israeliani, invece, sembrano affermare il princìpio base di ogni legislazione seria: La legge è uguale per tutti. E un crimine di guerra è una crimine di guerra, chiunque lo commetta.
Ma ora ogni re e ogni diritto resta nudo. La reazione occidentale dimostra al resto del mondo che certi “reati universali” – crimini di guerra e genocidio in testa – valgono solo se servono ad accusare i propri nemici. Ma non possono essere mai imputati a uno dei componenti della “comunità internazionale occidentale”.
Proprio come pretendono i sionisti quando teorizzano che l’unico genocidio della storia è quello che hanno subito gli ebrei, e dunque Israele – che però non rappresenta affatto “tutti gli ebrei”, ma solo la loro frazione colonialista – non può essere accusato di un simile crimine.
Sappiamo bene che è molto più probabile che finiscano in galera i giudici della Corte Penale de L’Aja che non “Bibi” e Gallant. Trump già promette sanzioni contro di loro dopo il suo insediamento. Mentre il Mossad probabilmente è già sulle loro tracce (contro il procuratore, il britannico Karim Khan, erano già partite accuse di “molestie sessuali”, secondo lo schema usato per tenere per anni in galera Julian Assange)…
Siamo in tempi di guerra e “la legge” dipende dal suo esito. Anche per processare i nazisti come autori del “male assoluto”, in fondo, fu necessario prima batterli sul campo.
È tempo che Israele e l’imperialismo, insomma il suprematismo occidentale, finiscano effettivamente sul banco degli imputati e quindi fuori dalla Storia.
Ma i tribunali arriveranno ad avere potere effettivo solo dopo...
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15/11/2024
Israele non ha rispettato l'”ultimatum” USA, ma Washington continuerà a fornirgli armi
E questo nonostante che le Nazioni Unite e ben otto organizzazioni internazionali abbiano affermato che la situazione è tutt’altro che migliorata. Anzi, secondo molti operatori sul luogo ci troviamo nella fase più critica da quando è cominciato l’attacco sionista nell’ottobre 2023.
Che non ci si potesse aspettare granché dallo Zio Sam è cosa nota, e nessuno con un minimo di coscienza su quel che sta accadendo in Medio Oriente poteva davvero credere che il sostegno a Israele si sarebbe fermato.
Non è successo nell’ultimo anno, non succederà di certo ora, soprattutto con l’amministrazione Biden che sta passando il testimone a Trump, il quale non ha mai nascosto il completo appoggio alle scelte di Netanyahu.
Ma la questione va ribaltata, altrimenti si può finire a pensare che sia solo Trump il ‘cattivo’ che timbra il lasciapassare per continuare il genocidio in atto. I democratici sono stati fin qui assolutamente sodali con Tel Aviv e, pur perfettamente consapevoli delle operazioni di pulizia etnica, hanno sempre chiuso un occhio.
L’ultimatum è stato semmai una mossa propagandistica, utilizzata come strumento elettorale in un paese che ha visto una solidarietà con la Palestina radicale e diffusa.
Nulla di molto diverso dal “molo temporaneo” costruito la scorsa primavera per far arrivare un po’ di aiuti umanitari, sostanzialmente mai entrato in funzione e usato soprattutto dagli israeliani stessi per azioni di guerra.
E infatti, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Vedant Patel, ha reso chiaro che le armi continueranno ad arrivare perché “Israele sta rispettando gli accordi”.
Martedì scorso ha dichiarato che “al momento non si è valutato che gli israeliani stiano violando la legge statunitense” riguardo all’assistenza militare.
Ma quella legge lega gli aiuti al rispetto del diritto umanitario internazionale. E ormai non è difficile dimostrare che i sionisti se ne facciano beffa in maniera consapevole e persino scientifica.
Semmai, è sfacciato sostenere il contrario: Israele sta facendo a pezzi la legalità internazionale, e con essa la maschera di un arbitrario “ordine fondato su regole” millantato dall’Occidente.
Le ragioni statunitensi si fondano sul fatto che Israele avrebbe in qualche misura permesso l’accesso di aiuti nel nord della Striscia, tagliata fuori dall’arrivo di cibo per oltre un mese e dunque in piena carestia. Ma allo stesso tempo le Nazioni Unite hanno fatto sapere che la maggior parte di questi aiuti non può essere distribuita proprio a causa delle restrizioni israeliane.
Anche al sud ci sono centinaia di camion carichi di cibo di cui le imposizioni sioniste impediscono la distribuzione. Tel Aviv ha aperto un nuovo valico nella zona centrale di Gaza, ma non ne è chiara l’utilità, dato che il problema non è la mancanza di vie d’accesso, ma i blocchi che l’esercito dispone.
Insomma, atti senza valore nel gioco delle parti tra Washington e Tel Aviv, mentre il massacro continua. Senza dimenticare il fatto che, ad ogni modo, non si può ridurre tutto a una crisi umanitaria, accettando così il politicidio delle rivendicazioni palestinesi insieme al genocidio.
Infine, il conflitto ormai si è allargato a tutto il Medio Oriente, in una fase generale di precipitazione bellica. La questione palestinese è diventata il fulcro su cui si vanno ridefinendo gli equilibri di tutta la regione, e dunque gli USA e Israele sono ancora più vitali l’uno all’altro.
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26/10/2024
I Verdi tedeschi con le mani rosse del sangue palestinese
Tra di essi, quelli che siedono nel governo di Berlino sono tra i peggiori guerrafondai. Non è un caso che Annalena Baerbock, una dei due presidenti dei “Grünen“, ricopra l’incarico di ministra degli Esteri della Germania, e che esprima alcune delle posizioni più reazionarie dell’intero continente.
In occasione dell’anniversario del 7 ottobre, durante il dibattito avvenuto al Parlamento tedesco, la Baerbock ha tenuto un discorso in cui ha condannato l’attacco di Hamas. Ma è andata bene oltre, legittimando i massacri indiscriminati fatti da Tel Avivi con il tante volte evocato diritto a Israele di difendersi.
La ministra ha espresso un collegamento presente solo nella sua testa per cui “il diritto internazionale umanitario e il diritto di Israele di esistere sono inestricabilmente legati“. Per lei, “autodifesa significa, ovviamente, non solo attaccare i terroristi, ma anche distruggerli“.
Facendosi forza di questa logica, la conclusione a cui la Baerbock giunge è quella che ha “chiarito alle Nazioni Unite, che i siti civili potrebbero perdere il loro status di protezione se i terroristi ne abusano“. Tradotto: ospedali, scuole e qualsiasi altro edificio in cui le forze armate israeliane dicono esserci un terrorista possono essere liberamente bombardati.
In pratica, i civili possono essere uccisi se i combattenti palestinesi sono accanto a loro, una concezione che rende donne e bambini bersagli legittimi nel contesto dell’occupazione sionista, che riguarda proprio gli insediamenti palestinesi. E questo è uno degli elementi con cui ovviamente è stato subito attaccato e smontato il discorso della ministra tedesca.
Craig Mokhiber, avvocato e precedentemente ufficiale delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha evidenziato come non esista alcun diritto internazionale che tuteli la difesa di Israele nei territori occupati, e dunque in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. E inoltre, non c’è alcun diritto alla difesa che giustifichi in alcun modo la perdita alla protezione dei civili.
Mokhiber critica anche l’operato dei giornalisti occidentali, che semplicemente riportano le parole dei vertici israeliani che parlano dell’uso da parte dei combattenti palestinesi di scudi umani. Narrazioni che spesso sono semplicemente false, fabbricate a partire dall’alta densità abitativa della Striscia, fattore che non cancella la tutela dei civili.
“Allo stesso tempo, sappiamo e indagini internazionali così come organizzazioni internazionali sui diritti umani hanno documentato più e più volte che Israele usa in maniera sistematica scudi umani“. La logica della Baerbock, fondata sulle rivendicazioni senza legittimità dei sionisti, sono completamente ribaltate in punta di diritto internazionale.
Alle dichiarazioni fatte al Bundestag ha risposto anche Francesca Albanese, relatrice speciale per l’Onu sui territori palestinesi occupati. La giurista italiana ha scritto su X che è preoccupata per le posizioni espresse e che “la ministra Baerbock dovrebbe essere invitata a fornire le prove di quanto afferma“.
“La Germania ha deciso di stare dalla parte di uno Stato che sta commettendo crimini internazionali“, ha aggiunto, “è una scelta politica, ma ha anche implicazioni legali. Che la giustizia prevalga laddove la politica ha fallito in maniera ripugnante“. La politica occidentale di connivenza col genocidio dei palestinesi, specifichiamo noi.
Ancora una volta, viene messa a nudo il fatto che “l’ordine internazionale basato su regole” non ha nulla a che vedere con le norme riconosciute e scritte nero su bianco, ma è la formula che assume arbitrariamente l’interesse di volta in volta espresso dalle centrali imperialistiche di Washington e Bruxelles.
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15/07/2024
Genocidio a Gaza. Inefficacia e parzialità del diritto internazionale
Tali istituzioni, che in qualche modo dovrebbero regolamentare e stabilire gli ambiti di liceità dell’azione politica e geopolitica nel mondo, sono perlopiù apparse come costitutive di un apparato dispensatore di opzioni giuridiche à la carte, utili soltanto alle potenze occidentali, secondo convenienze contingenti.
Nonostante la debole funzione normativa da esso espressa, il diritto internazionale genera ancora, specie in Europa e Stati Uniti, stimoli per un’opinione pubblica persuasa della sua presunta autorevolezza e irreprensibile equità: molti cultori o sostenitori del diritto internazionale vigente non esitano a magnificarne atti e procedure quando, in realtà, i risultati dei provvedimenti giuridici scaturiti si sono spietatamente rivelati inferiori al nulla. Finanche, ingiusti.
In breve, il gigantesco apparato di norme e istituzioni di diritto internazionali non si è affatto distinto per illuminata equità. Sembra funzionare bene solo quando azionato a tutela di interessi imperialisti e unipolari: il suo ruolo appare proficuo solo quando interpellato a difesa del privilegio dei potenti e a spese di Paesi e popoli svantaggiati.
Da moltissimi decenni, ormai, le conseguenze gravi e irreparabili abbattutesi su Palestina e Gaza rappresentano esempi evidenti del fallimento di siffatto sistema giuridico internazionale, pachidermico quanto inefficace. Gran parte dei mali attuati nel genocidio del popolo della Striscia traggono nutrimento dall’inettitudine e dalla parzialità di un sistema asimmetrico e obsoleto che dovrebbe garantire giustizia, non il suo esatto contrario.
A riguardo, fa seguito l’ampia conversazione avuta con la dottoressa Bana Abu Zuluf, studiosa palestinese di Diritto Internazionale presso l’Università di Maynooth in Irlanda e attivista nel Good Shepherd Collective nella Cisgiordania occupata.
Dottoressa Bana Abu Zuluf, l’attacco palestinese del 7 ottobre è stato trattato da stampa e media a maggior diffusione in Occidente come un evento separato dalla storia dell'oppressione palestinese ormai lunga quasi un secolo. In che misura, gli eventi di quel giorno possono essere considerati atto di resistenza contemplato dal diritto internazionale? In proposito, può spiegare quali sono i diritti tutelati per una forza di resistenza opposta a una situazione di occupazione territoriale?
Diritto di resistenza, diritto all’autodeterminazione, diritto allo status di prigioniero di guerra: nessuno di questi diritti viene tutelato e rispettato nel caso della Palestina. Tutti i gruppi armati palestinesi sono considerati terroristi e illegali e l’appartenenza a essi è quindi condannata. La Risoluzione 37/43 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite stabilì il diritto alla resistenza e all’autodeterminazione dei palestinesi “con tutti i mezzi necessari”. Il problema è che “tutti i mezzi necessari” nel diritto internazionale implicano il rispetto dei principi di proporzionalità, imminenza e necessità. Questi sono concetti vaghi, opinabili. Nel caso della Palestina, è immediato osservare che la colonizzazione, definita “occupazione” dal diritto internazionale, si inscrive in criteri che rispondono per soddisfare i tre principi di cui sopra.
In altre parole, lei sostiene che colonizzatore e colonizzato sono sottoposti a medesimi criteri valutativi dal punto di vista del diritto internazionale?
È proprio in questo che il diritto internazionale si rivela reazionario. Cosa c’è da proteggere nel colonialismo d’insediamento? I coloni che si sostituiscono violentemente ai nativi? I sionisti liberali che si aggrappano alle illusioni di un sionismo riformato? La società militarizzata che gioisce dei morti palestinesi?
Non si può parlare del 7 ottobre indipendentemente dai 76 anni di pulizia etnica e di espulsione forzata dei palestinesi. Né possiamo prestare ascolto alle narrazioni riguardanti il 7 ottobre senza evidenziare quel rifiuto diffuso che c’è stato di comprendere strategia, intenzioni e obiettivi delle forze di resistenza nella conduzione di quell’operazione. Argomenti, peraltro, esplicitamente divulgati nelle loro dichiarazioni pubbliche. Ciò è, ovviamente, fondamentale perché aiuta a demistificare l’operazione, fondandola su una visione di liberazione.
La controversia si concentra sul presunto attacco indiscriminato a danno di civili, cosa che è considerata crimine di guerra nel diritto internazionale: ebbene, da chi è stato confermato ciò, se non dalla sola testimonianza di parte degli stessi coloni? Molte inchieste, compresa quella del quotidiano israeliano Haaretz, dimostrano che in quell’occasione venne applicata dai militari israeliani la cosiddetta Dottrina Hannibal, in base alla quale è data autorizzazione all’esercito israeliano di ammazzare propri civili per evitarne la cattura come ostaggi.
Pertanto, accuse non verificabili non possono essere prodotte come prove fattuali dalle stesse istituzioni internazionali. Qual è l’opinione dei professionisti del diritto internazionale circa quest’ennesima ingiustizia testimoniale a danno dei palestinesi? Un popolo oppresso che vive da 76 anni sotto una brutale colonizzazione genocida dovrebbe modulare (contenendola) la propria resistenza aderendo a limiti assurdi di rispetto del diritto internazionale che, al tempo stesso, nega a quel popolo di offrire la propria testimonianza? Se il diritto internazionale non può essere emancipatorio per i palestinesi ma quest’ultimi desiderano la propria emancipazione, il diritto internazionale non può più essere la lente attraverso cui inquadrare la decolonizzazione della Palestina.
I palestinesi che emergono dalle macerie devono forse qualcosa al mondo? Per essi, nulla di tutto ciò ha importanza. La nostra bussola morale è guidata dall’idea di una Palestina libera e liberata, dallo smantellamento del sionismo e delle sue strutture e dal diritto al ritorno nella nostra terra. Questi sono stati i principi guida della resistenza del 7 ottobre. La diffusione della disinformazione sul 7 ottobre, anche quando smentita, ha contribuito a rafforzare la retorica islamofobica e razzista contro i palestinesi considerati geneticamente violenti.
Come intona giustamente il canto: la resistenza è un obbligo di fronte all’occupazione. In poche parole, la decolonizzazione per i palestinesi non significa solo la riorganizzazione territoriale e metaforica della Palestina, ma anche la riorganizzazione del mondo, incluso il diritto internazionale.
In parallelo a ciò, la risposta israeliana al diluvio di Al-Aqsa del 7 ottobre, che ha peraltro oltremodo violato i princìpi di proporzionalità e distinzione, può definirsi atto di autodifesa ai sensi del diritto internazionale, essendo Israele forza occupante? Tutte le potenze occidentali si sono precipitate a definire legittima la cruenta replica armata di Tel Aviv: non si tratta, invece, di un contesto colmo di illiceità?
Ai sensi del diritto internazionale, se dobbiamo analizzare i fatti attraverso questa lente, Israele non ha diritto all’autodifesa, essendo potenza occupante.
Al contrario, avrebbe doveri di protezione verso persone e cose. In ogni caso, commettere un genocidio non è certamente un atto di autodifesa. Le potenze occidentali si riferiscono al diritto internazionale quando parlano di autodifesa non per sostenere un diritto dell’entità sionista, ma per sanzionare e giustificare crimini di guerra e genocidio. Mi creda, legalità o illegalità di un atto commesso non hanno importanza: per il diritto internazionale, l’impunità dell’entità sionista è prassi consolidata.
Secondo la consuetudine delle potenze occidentali, è tutto molto semplice: le violazioni del diritto internazionale umanitario vengono premiate con l’impunità quando a commetterle sono gli amici e, invece, punite con sanzioni quando commesse – o si suppone commesse – da nemici. Non si può parlare di doppio standard: è il tipico standard colonial-imperialista.
Forse, mai prima d’ora, istituzioni, organi, procedure di diritto internazionale sono stati così di continuo esposti a livello globale con una serie di atti ufficiali, poi ampiamente disattesi. Quanto di questo è dovuto a difetti costitutivi, interni alla genesi delle istituzioni e delle leggi e quanto all’inefficacia confermata di strumenti universalisti?
Possiamo elencare innumerevoli difetti insiti nel diritto internazionale e nelle sue istituzioni. Dal punto di vista procedurale, ad esempio, sono evidenti importanti problemi (ex post facto, lunghezza dei tempi di elaborazione dei casi, costi elevati) con efficacia e deterrenza davvero discutibili e fittizia applicazione della norma. Per ciò che concerne i palestinesi, impattano soprattutto i difetti intrinseci al diritto internazionale, radicati nella sua storia di strumento di cui Stati e imperi potenti dispongono a loro piacimento per interessi egemonici. Esistono molte critiche al diritto internazionale, alcune tratte dalle tradizioni del Sud globale, altre più riformiste. Sono state condotte estese ricerche su tali carenze e non entro nei dettagli in questa sede. Ciò che preme evidenziare è come conciliare la conoscenza di tali difetti intrinseci con l’accanita difesa del linguaggio del diritto internazionale.
Sin da quando ho mosso i primi passi nello studio del diritto internazionale, mi sono sempre domandata senza riuscire a reperire una risposta concreta: “se il diritto internazionale è inapplicabile, come funziona?”. Ancora, “il diritto internazionale è stato creato per funzionare davvero?”. E, infine, “qual è la natura politica del diritto internazionale?”. Osservare che gli Stati Uniti promuovano sanzioni contro la Corte Penale Internazionale per aver semplicemente svolto il suo lavoro (un pessimo lavoro, sia chiaro) non deve sorprendere: essi hanno agito da par loro, in quanto impero. Le potenze occidentali si sono sempre considerate al di sopra della legge.
Quanto avviene in Palestina denota che il rispetto del diritto internazionale è requisito imposto ai soli nemici di Stati Uniti e Nato. Credo sia proprio questo il vero dilemma: gli Stati più deboli e con poca influenza politica devono rispettare il diritto internazionale perché destinatari bersaglio del merito di strumenti giuridici maneggiati dagli Stati più potenti. È tale “verticalità” del diritto internazionale la sua debolezza e, per tali ragioni, la resistenza palestinese sarà sempre perseguita dal diritto internazionale.
Vale la pena, adesso, di ricordare alcuni eventi recenti. Ad esempio, le parole, in apparenza dirompenti, del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antònio Guterres sul genocidio si sono rivelate insignificanti sul piano pratico. Che idea si è fatta di quella dichiarazione?
I sionisti griderebbero allo scandalo quando e se la loro narrazione egemonica non dovesse venir riportata alla lettera: reclamano la totale impunità. Anche se la dichiarazione di Guterres non minaccia la loro impunità, la richiesta che essi fanno è di nessuna ingerenza. Noi palestinesi, invece, gioiamo delle più piccole dichiarazioni che ci possano apparire in favore della normale umanità. È questo è un vero peccato! Dovremmo esigere di più: Guterres non ha detto nulla che meritasse scroscianti applausi.
Dire che il 7 ottobre non è avvenuto nel vuoto non è affatto un atto eroico. L’Onu è complice della storia di oppressione che lo stesso Segretario generale ammette non essere un vuoto. Sulla storia della complicità contestuale delle Nazioni Unite, Ardi Imseis ha scritto molto.
Solo quando l’Onu riconoscerà che il piano di spartizione territoriale è stato un errore, che Israele si è fondato sul colonialismo d’insediamento e sul genocidio della Nakba e che i Palestinesi sono un popolo indigeno colonizzato con pieno diritto all’autodeterminazione e al ritorno nelle proprie terre, solo allora, dicevo, potremo pensare di relazionarci con un’istituzione in buona fede. Su un piano ingenuo, possiamo sperare che questo si realizzi ma, finché ci saranno membri permanenti del Consiglio di Sicurezza che detengono potere di veto, nessuna di queste speranze avrà reale concretezza. L’indirizzo scaturente dall’Onu permane insignificante.
Il voto dell’Assemblea Generale sul cessate il fuoco o sul riconoscimento dello Stato palestinese sembra essere infatti irrilevante, dal momento che tutto è nelle mani del Consiglio di Sicurezza dove l’arma del veto degli Stati Uniti offre via libera alle azioni e alle politiche atroci di Israele. Cosa pensa di tali percorsi procedurali, spesso patologici, tipici delle Nazioni Unite?
Ripeto, finché all’interno del Consiglio di Sicurezza vi sarà potere di veto, nessun voto proveniente dall’Assemblea Generale avrà materiale importanza. Oppure, più accuratamente, finché l’impero statunitense sarà egemone, l’Onu resta inutile: è questa la patologia. Alcuni si illudono del potere dell’Onu e della sua autorità. La prima cosa che impariamo nelle relazioni internazionali è che gli Stati possiedono il monopolio della violenza. Ebbene, l’Onu è composta da Stati membri e questi perseguono i propri interessi. Ecco perché il mantenimento della pace è fuori da ogni equazione: gli Stati non sono interessati al mantenimento della pace. Essi sono interessati a mantenere lo status quo.
A volte, la pace può essere funzionale allo status quo: solo allora, nel consesso Onu, gli Stati sono sensibili a iniziative non belligeranti. Ecco perché vedo il processo di pace come un qualcosa dalla natura coercitiva, un processo sostanzialmente progettato per minare l’autodeterminazione. La soluzione a due Stati degrada l’autodeterminazione palestinese. Approvando e imponendo questa soluzione, l’Onu ha dato continuità a ciò che aveva iniziato con il piano di spartizione. E anche il riconoscimento della statualità palestinese va inquadrato in quest’ottica.
Perché l’Unrwa è stata oggetto di ritorsione da parte dei governi occidentali che la finanziano, decidendo di smettere di inviare fondi?
L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa) è stata istituita l’8 dicembre 1949. All’epoca, tuttavia, la protezione dei rifugiati non era demandata all’Unrwa, bensì all’Unhcr, responsabile dell’assistenza umanitaria e protezione a rifugiati, apolidi e sfollati interni. L’Unrwa doveva avere natura temporanea con i Paesi vicini ospitanti i rifugiati ad assumersi la responsabilità di assisterli. Poiché nella maggior parte dei Paesi ciò non è avvenuto, i rifugiati palestinesi continuano a ricevere istruzione, cibo e alloggio dall’Unrwa.
Tale modalità di assistenza distrae l’attenzione del mondo dalla questione principale rappresentata dal ritorno dei rifugiati alle loro case di appartenenza da cui sono stati evacuati. Molti impiegati all’Unrwa sono palestinesi e poiché ai palestinesi viene negato il diritto al ritorno da numerose leggi e regolamenti israeliani, in particolare dalla “Legge sulle proprietà degli assenti” e dalla “Legge amministrativa”, sembra chiaro che l’Unrwa inavvertitamente faciliti e paghi le conseguenze dello sfollamento.
La ritorsione contro l’Unrwa si è basata sul pretesto di accuse infondate secondo cui suoi lavoratori sarebbero affiliati a gruppi resistenti classificati – guarda caso! – come organizzazioni terroristiche dai governi occidentali. La vera ragione è che l’Unrwa esiste per legittimare le giuste aspirazioni dei palestinesi al ritorno, documentandone lo status di rifugiati sfollati. Altra terribile ragione è quella per cui la tattica dell’entità sionista di affamare e angustiare i palestinesi, in base alla Dottrina Dahiya, non potrebbe realizzarsi con la presenza di servizi Unrwa funzionanti.
Non sono però le stesse esistenza e funzione persistente dell’Unrwa a coadiuvare in qualche modo le prerogative coloniali di Israele in Palestina?
L’Unrwa è un cerotto e questo è molto chiaro ai palestinesi. Ma è l’unica fonte di speranza per milioni di rifugiati. Né io, né chiunque pur critico delle istituzioni “umanitarie” può negare che allo stato delle cose non esista una fonte di protezione alternativa per rifugiati e sfollati palestinesi. L’unica alternativa è lo smantellamento del colonialismo sionista. E questo è il limite della critica. Possiamo esercitare la critica fino alla fine dei tempi, ma se non immaginiamo o iniziamo a creare il mondo che meritiamo, la critica resta inutile. I sionisti vogliono smantellare l’Unrwa perché mirano a smantellare i palestinesi e il loro diritto al ritorno, mentre i palestinesi vogliono vedere l’Unrwa smantellata perché, finalmente liberi dal colonialismo sionista, sarebbe per loro possibile ritornare alle proprie case.
Cosa pensa delle attività svolte dal Relatore Speciale sui Territori Occupati? C’è la sensazione che il lavoro di questo profilo sia tanto utile e interessante quanto anch’esso disatteso e, dunque, privo di effetti concreti. Cosa ne pensa?
È importante notare che i Relatori speciali hanno limitata capacità di influenzare il processo di cambiamento. Tuttavia, svolgono un ruolo di rilievo nel coinvolgimento formale delle Nazioni Unite in un discorso serio su ciò che accade nei Territori Occupati. È importante notare che il linguaggio che riferisce al colonialismo d’insediamento non era mai stato usato prima dell'avvento dell’attuale Relatrice speciale. È importante ricordarlo perché tale inquadramento è fondamentale per i palestinesi.
La negazione del colonialismo è tipicamente tramandata nelle istituzioni internazionali e piace vedere invece testimoniata una simile analisi in un rapporto formale. Tuttavia, un piano di non convergenza con l’analisi di Francesca Albanese, attuale Relatrice speciale, è che per i Palestinesi il colonialismo d’insediamento non lo si sconfigge con la legge ma attraverso un processo di decolonizzazione con tutti i mezzi necessari per smantellare il sionismo, con la conseguente restituzione della terra e il diritto al ritorno realizzato.
Il caso promosso davanti alla Corte internazionale di giustizia dal Sudafrica, un Paese del cosiddetto Sud del mondo, è stato di grande importanza storica, ma con scarsi risvolti pratici. Per quali ragioni? Perché la Corte ha emesso solo misure cautelari, peraltro confermate da altre due sentenze, completamente eluse da Israele che ha addirittura risposto incrementando l’attuazione di crimini peggiori?
Il team legale sudafricano ha presentato un caso molto strutturato. Chiunque abbia seguito l’udienza può dire con orgoglio che è stato fatto un importante lavoro legale. Tuttavia, questo è il modo in cui funziona la Corte Internazionale di Giustizia: il suo primo passo consiste in una valutazione che porta a misure provvisorie, piuttosto inutili. Se la questione in ballo riguarda l’attuazione di genocidio, appare davvero ridicolo stabilire che uno Stato debba rispettare la legge per un motivo ritenuto “plausibile” per cui non l’avrebbe rispettata: sicuramente, procedure e tempistiche non sono più importanti di 40mila vite assassinate.
Onestamente, può risultare assurdo a chi non è addetto ai lavori ed è distante dal comprendere tali procedure, ma è ancora più assurdo quando tale procedura si compie nello stesso momento in cui si è testimoni in diretta di un genocidio in corso. Le misure provvisorie della Corte Internazionale di Giustizia si traducono nella richiesta di rispetto del diritto da parte a Israele. Mentre il processo è ancora in corso, il genocidio ha superato il nono mese: la Corte Internazionale di Giustizia abbaia ma non morde.
Si è assistito anche a un significativo gap procedurale nei confronti dei più alti organi delle Nazioni Unite quando l’Iran, in conformità con le procedure del diritto internazionale, ha ufficialmente preannunciato alle autorità competenti l’imminente azione di autodifesa contro Tel Aviv, a seguito dell’attacco israeliano alla sua sede consolare a Damasco. Nessuno al Palazzo di vetro ha intrapreso alcuna azione specificamente tecnica e diplomatica. Dopodiché, istituzioni e non pochi giuristi occidentali hanno qualificato il gesto dell’Iran come illecita ritorsione, rappresaglia piuttosto che legittima autodifesa. Rispetto a quanto più volte operato da Israele, anche in questo caso, sembra concretizzarsi un doppio standard. Cosa commenta?
In poche parole, si tratta di confermate narrazioni egemoniche, razziste e imperialiste. Da quando gli Stati del Sud globale hanno diritto all’autodifesa o le loro azioni vengono inquadrate come tali dai media tradizionali? Si assume come norma che gli Stati del Sud globale o descritti come nemici dell’Occidente non abbiano diritti. Sono fuorilegge perché sono nemici dell’Occidente, non detengono sovranità territoriale, né interessi di sicurezza o diritti sulle loro risorse naturali. Su questo si basa l’ordine mondiale odierno. Come già dicevo prima, è questo lo standard unico, imperialista.
L’azione della Corte Penale Internazionale, con i mandati di arresto emessi dal Procuratore Kharim Khan, ha ricevuto un’eco mediatica che ne ha sottolineato aspetti di autorità ed equità. Anche in alcuni ambienti filopalestinesi vi è stato un certo apprezzamento quando, in realtà, il dispositivo contiene evidenti incongruenze. Alcuni hanno parlato di bothsideism da parte di Khan con l’adozione di una salomonica e strumentale equidistanza dalle parti contrapposte. Si tratta di una procedura, giunta dopo un lungo silenzio e successiva a influenti pressioni americane e israeliane, che prevede il mandato di arresto a carico di due leader israeliani e tre di Hamas. Con i primi non apertamente accusati di genocidio e i secondi accusati anche di stupri ordinati ma non comprovati. Fino a che punto è giustificata l’euforia per questo dispositivo partorito dalla Corte dell’Aia?
Il diritto penale internazionale sostiene la responsabilità individuale e considera il genocidio, ad esempio, come atto di individui piuttosto che di uno Stato. Ciò contraddice alla base la comprensione del colonialismo d’insediamento che è un processo di rimozione forzata delle popolazioni indigene dalla terra sostituiti appunto dai coloni.
Un simile processo non è prodotto da singoli ma dallo Stato colonizzatore, in questo caso “Israele”. È un meccanismo piuttosto semplice: lo Stato colonizzatore per espandersi deve inglobare più terra possibile, sbarazzandosi degli indigeni. Per la Palestina, questo processo è iniziato con il genocidio del 1948, la Nakba. Il genocidio è alla base del processo di costruzione dello Stato del colonizzatore.
Ora, come ci si può limitare a perseguire singoli individui, a partire dal 2002 (anno di istituzione della Corte), per siffatti crimini? La Corte Penale Internazionale ha certamente un punto di osservazione cieco al colonialismo. Accettare questa premessa significa che i Palestinesi devono rinunciare a far valere il crimine di 76 anni di colonizzazione, sfollamento e genocidio.
Lei dice, cioè, che non vi sarebbe competenza della Corte Penale ad agire. Ma, intanto, il procuratore ha preso iniziativa...
Veniamo ai fatti recenti. Il procuratore Karim Khan sostiene di sapere esattamente cosa è successo il 7 ottobre. Bene, cosa è successo? Qualcuno sa dire con certezza cosa sia successo? Certamente, la narrazione egemone e ufficiale si basa su testimonianze diffuse da ambienti sionisti. Ebbene, la maggior parte di quelle testimonianze, se non tutte, sono state screditate. Quindi, come si può sostenere di sapere cosa sia esattamente accaduto? L’indagine è iniziata presentando il 7 ottobre come atto iniziale, a sé stante, mentre l’attacco a Gaza è stato qualificato come risposta a quell’atto. Si tratta semplicemente di un inquadramento al di fuori della storia.
La negazione dei crimini di guerra commessi nel corso degli anni a Gaza, nonostante le varie denunce alla Corte Penale Internazionale da parte dell’Organizzazione Palestinese per i Diritti Umani e dei gruppi legali internazionali, appare decisamente una dichiarazione politica. Decine di giuristi internazionali che si sono occupati degli eventi a Gaza a partire dal 2014 saranno amaramente sorpresi per il fatto che il frutto del lavoro svolto sia stato del tutto ignorato nella ricostruzione effettuata dal procuratore che si è concentrato unicamente sul 7 ottobre e sulle sue conseguenze.
L’ambivalenza di Khan è intenzionale. Mentre il diritto internazionale equipara la violenza dell’occupante a quella dell’occupato, è spaventosa la decisione di Khan di emettere mandati di arresto per Yahya Sinwar, Ismail Haniyeh e Mohammed Deif e solo due mandati di arresto per gli israeliani Netanyahu e Gallant. In sostanza, ha ribadito il diritto a difendersi di Israele, in contrasto con la posizione di occupante dello stesso. Ha inoltre fatto ampio utilizzo di terminologie come “inaudito”, “devastante” in riferimento ai presunti crimini commessi dai leader di Hamas, mentre ha tenuto invece a confermare il diritto di Israele all’autodifesa.
Il Procuratore della Corte Penale Internazionale non ha poi effettuato sopralluoghi a Gaza, né si è quindi confrontato direttamente con le vittime palestinesi, mentre ha fatto visita a quelle israeliane, raccogliendo le loro testimonianze. Il suo approccio mostra indifferenza nei confronti della sofferenza palestinese e dimostra l’esistenza di un radicato razzismo antipalestinese insito nella Corte Penale Internazionale. Ciò che Khan non testimonia, o sceglie di ignorare e travisare, è che Israele non ha mai dimostrato nella storia alcun rispetto per il diritto internazionale, attaccando a più riprese la Corte Penale Internazionale e contestandone la giurisdizione.
Al contrario, Hamas aveva accolto con favore le indagini, purché imparziali. Questo è quanto accaduto: Khan ha ascoltato le esigenze di “Israele” che non riconosce la giurisdizione della Corte Penale Internazionale mentre si è rifiutato di visitare Gaza nonostante poi la Palestina sia invece firmataria dello Statuto di Roma che ha istituito la Corte da lui presieduta. Oltretutto, Hamas viene ricostruito da Khan come autore di stupri e torture, nonostante l’indagine delle Nazioni Unite abbia negato tali circostanze.
Non c’è bisogno di sottolineare che, al contrario, sono stati i palestinesi a subire sistematicamente crimini di questo tipo, in tempi antecedenti l’inizio del genocidio. In definitiva, la testimonianza palestinese viene ignorata perché ritenuta non credibile per l’islamofobia e il razzismo antipalestinese che permangono nelo status quo.
Come si accennava, la Corte Penale Internazionale è un organismo non riconosciuto da Stati Uniti e Israele. Che tipo di potere reale può avere? Eppure, quando sono stati emessi i mandati di arresto per Putin, gli Stati Uniti hanno encomiato quell’azione. Gli stessi Usa che hanno invece ripudiato l’analogo provvedimento per Netanyahu, minacciando sanzioni e ritorsioni. Classica, arrogante dimostrazione del due pesi, due misure. Come può il diritto internazionale sopravvivere a ciò e divenire qualcosa di diverso e migliore?
Non esistono doppi standard. Torno a ripetere che esiste solo uno standard che distingue tra amici e nemici degli Stati Uniti. Forse non vogliamo inoltrarci in terminologie totalitarie e schmidtiane, ma è innegabile che una volta che questo è chiaro, tutto torna a ricomporsi. Il diritto internazionale, strumento controverso quando è stato emesso il mandato di arresto nei confronti di Putin? È chiaro che in quel caso è divenuto inaspettatamente uno strumento potente e Stati Uniti e Occidente tutto lo hanno applaudito, collegandolo all’adozione di sanzioni e boicottaggi.
D’improvviso, tutte le istituzioni hanno abbandonato la neutralità. Quando invece capita che i meccanismi del diritto internazionale tutelino gli interessi degli oppressi, essi risultano inaccettabili per l’Occidente scatenando persino sanzioni contro la Corte Penale Internazionale. Si tratta di un copione teatrale perché gli Usa non vedono il mandato di arresto contro Netanyahu e Gallant come problema in sé.
Al contrario, potrebbe essere la modalità mediante cui salvare l’entità sionista, con Netanyahu capro espiatorio perché non più utile all’impero e ai suoi interessi. Il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale sta funzionando come dovrebbe: ridurre la giustizia a perseguire singoli individui. Se dovessimo entrare nel dibattito relativo alla responsabilità individuale, potremmo ricordare vari problemi di deterrenza, criteri oscuri per l’identificazione delle persone e molto altro. Non è la prima volta che il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan agisce come agente degli Stati Uniti. Come anche stavolta.
Lei continua a descrivere uno sconfortante quadro giuridico internazionale pesantemente condizionato da biechi interessi, tracotanza, potere. Ma esiste anche una coscienza e una sviluppata cultura critica giuridica in Palestina: quali azioni sono state intraprese?
Mi sovviene la teoria dell’egemonia di Gramsci e di come l’egemonia si esercita attraverso coercizione e consenso. La narrativa egemonica sionista relativa al 7 ottobre è stata esercitata conferendo al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale una parvenza di obiettività da indagine imparziale che ha raccolto il consenso di coloro che hanno gioito per il mandato di arresto di Netanyahu e Gallant.
Sebbene molti palestinesi siano stati felici di vedere finalmente uno spiraglio di azione da parte delle istituzioni e della Corte penale internazionale in particolare, dopo oltre 76 anni di colonialismo, tengo a ribadire come la Corte penale internazionale non fosse nelle condizioni di comprendere le richieste di emancipazione palestinese. Quei sentimenti di gioia osservati, invece, possono essere compresi secondo due direttrici: il sedimentato pessimismo circa il reale superamento dell’ordine mondiale imperialista statunitense con l’ingiustizia inflitta ai Palestinesi e lo spirito di Ong per i diritti umani istituite dopo gli accordi di Oslo che assorbono il linguaggio del diritto internazionale quale strumento di giustizia.
Ong palestinesi e avvocati internazionali che hanno esultato dopo aver assistito al dibattimento presso la Corte Internazionale di Giustizia o ascoltando la lettura del mandato d’arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale, sperimentano forse una o entrambe le direttrici sintomatiche a cui accennavo. Si tratta di pragmatismo o, meglio e più semplicemente, nichilismo.
Rifiutare di immaginare una Palestina libera e decolonizzata dal fiume al mare o di guardare alla giustizia per i palestinesi attraverso la lente della decolonizzazione, è nichilismo.
Per questi soggetti, il diritto internazionale è credibile e rispettabile. Può essere imperfetto ai loro occhi, ma è la lente mediante il quale definire la loro umanità. È disumanizzante credere che sia utile quello stesso strumento che rifiuta di difendere efficacemente il proprio diritto di resistenza. La politica “rispettabile” in tal senso è nichilismo. Credere in uno stato di diritto sotto l’ordine imperialista unipolare è nichilismo. Sembra contraddittorio chiamare nichilismo la fede nel diritto internazionale e nelle sue istituzioni ma parliamo della negazione di ogni legittimo impulso a cambiare questo mondo ingiusto e crudele, a combattere l’imperialismo e a unirsi a forze che lo fanno attivamente. Rinunciarvi o negarlo, è l’abbandono della propria integrità: cosa rimane dopo? Per i palestinesi, la propria integrità è al di sopra dell’ordine mondiale.
Dottoressa Abu Zuluf, si può sostenere che le istituzioni giuridiche internazionali svolgano un ruolo funzionale nel mantenimento di un ordine mondiale unipolare e imperialista?
Da palestinese, la vedo così. Ancora una volta, le istituzioni di diritto internazionale non “mordono”. Gli Stati detengono il potere di far rispettare il diritto internazionale umanitario. Gli Stati Uniti lo fanno rispettare secondo convenienza. In definitiva, il diritto internazionale è uno strumento utile in mano ai potenti. Se si è deboli, e in pratica tutti gli Stati sono più deboli dell’impero statunitense nella loro capacità di creare e applicare norme nella più completa impunità, il diritto internazionale viene interpretato senza propri contributi e applicato solo quando è strategicamente necessario all’impero e ai suoi alleati.
Volendo essere cinici, il mandato della Corte Penale Internazionale non sarebbe mai stato emesso se gli Stati Uniti non avessero voluto sbarazzarsi di Netanyahu e Gallant. Netanyahu è visto ormai come impopolare e avventato e incolparlo è il modo per salvare l’entità sionista e gli interessi degli Stati Uniti in un momento in cui milioni di persone marciano nelle strade chiedendo una Palestina libera dal fiume al mare.
C’è un dibattito, un piano, all’interno di organismi che si occupano di diritto internazionale per una sua riforma e profonda riorganizzazione?
Al di fuori degli organismi istituzionali, emergono vari gruppi critici nei confronti del diritto internazionale. Ad esempio, gli Approcci del Terzo Mondo al Diritto Internazionale (Twail) e vari altri filoni portatori di un confronto variamente critico rispetto alla situazione vigente. Alcuni considerano il diritto internazionale prezioso nonostante i suoi difetti, altri lo considerano implicato nell’ordine mondiale capitalista imperialista e del tutto inutile nelle lotte indigene di decolonizzazione.
La riforma del diritto internazionale è controversa e ci sono varie proposte per renderlo più utile. Alcune sono dottrinali, altre procedurali e altre ancora mirano a rafforzare la regola del diritto internazionale. Una decina di istituzioni hanno come obiettivo la riforma del diritto e alcune si occupano di aree specifiche come nel caso del diritto internazionale degli investimenti e così via.
L’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba) è promettente per supportare le istanze a favore di un diritto internazionale basato sulla solidarietà, che prenda le distanze dal diritto internazionale eurocentrico e quindi passare al diritto internazionale emancipatorio. In tal senso, è immaginabile un diritto internazionale diverso, una volta eliminate le premesse di false “neutralità, equità e universalità” (si veda in proposito il lavoro di Al Attar e Miller, 2010). Queste sono sostituite da autonomia, solidarietà ed equità.
La parola chiave è, appunto, sostituzione, proprio a suggerire una rinascita, qualcosa iniziato dai princìpi della rivoluzione bolivariana. Sembra promettente in un mondo post-coloniale, dove la decolonizzazione è complementare e non radicata in una lotta esistenziale per la terra contro un ininterrotto colonialismo d’insediamento.
Per quanto concerne la Palestina, non abbiamo bisogno del diritto internazionale per lubrificare le ruote della decolonizzazione o giustificare la necessità di liberare dal sionismo la nostra terra, dal fiume al mare. La moralità dell’anti imperialismo, dell’anticapitalismo e dell’antirazzismo è sancita dalla resistenza indigena e dalla re-immaginazione di una Palestina e di un Sud globale liberi, non da nozioni teoriche di governance alternativa. Mohsen al Attar ha anche scritto di come la “doppia coscienza” di W.E.B. Du Bois possa scorgersi in coloro che criticano ferocemente il diritto internazionale e, al tempo stesso, ne sono riluttanti difensori. Lo stesso vale per i professionisti palestinesi del diritto internazionale che vedono orizzontalità nel diritto internazionale nonostante le numerose prove della sua verticalità.
Una di queste è la dicotomia tra colonizzatore e colonizzato o, nei termini rigorosi di diritto internazionale, tra ”occupante e occupato”. Per i Palestinesi sotto le macerie, la reputazione del diritto internazionale è in frantumi. Se il diritto internazionale non può fermare il genocidio, a cosa serve? Dobbiamo lottare per creare modi migliori per “regolare” il mondo quando è stato strutturato un sistema a strati che prevede determinate umanità da proteggere opposte a popoli “usa e getta”? C’è qualcosa che sia più urgente e rilevante che non fare tutto il possibile per fermare un genocidio? Sicuramente la Corte Internazionale di Giustizia non avverte tale urgenza, mentre intorno a essa si svolge un genocidio inconfutabile. Possiamo riformare l’intrinseco razzismo antipalestinese del diritto internazionale, la demonizzazione della resistenza, l’islamofobia?
È un compito arduo quando, invece, dovrebbe essere semplice. Il colonialismo d’insediamento richiede decolonizzazione, non la protezione limitata e la pseudo-giustizia del diritto internazionale.
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