Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2025

Sumud

È iniziato il conto alla rovescia. Per una missione che porterà nel ventre del Mediterraneo un’urgenza che nessun governo ha avuto il coraggio di assumersi.

Il 31 agosto, da Barcellona e da Genova, salperanno le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla: il più grande tentativo mai organizzato di spezzare l’assedio di Gaza. Decine di navi, centinaia di attivisti, tonnellate di aiuti. E non è che l’inizio: il 4 settembre, altre decine di imbarcazioni partiranno dalla Tunisia e dai porti del Sud Italia. Ancora sconosciuti gli scali.

È rottura, è azione, è Sumud: la fermezza, che resiste anche quando la storia sembra franare.

44 paesi coinvolti, centinaia di città che dal 31 agosto in poi ospiteranno manifestazioni, azioni dirette. Un oceano di popoli che si rifiutano di stare a guardare.

Il cuore italiano di questa missione batte forte a Genova. Qui, nel cuore del porto, si corre contro il tempo per caricare 40–45 tonnellate di aiuti umanitari: generi alimentari, medicine, beni di prima necessità. Qui associazioni come Music for Peace e CALP hanno fatto della solidarietà una pratica concreta, non una parola da comunicati.

La Flotilla è un atto di insubordinazione globale. È la pratica di un corridoio umanitario laddove le cancellerie sono immobili, per codardia o per complicità. È la testimonianza che la solidarietà non chiede permesso.

Il rischio è enorme: chi parte lo sa. Ma o si è complici del blocco, o si è parte di chi lo sfida.

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26/07/2025

Gli ultimi colpi di coda di USAID: nessun furto degli aiuti da parte di Hamas

L’agenzia statunitense USAID, braccio del soft power stelle-e-strisce che l’amministrazione Trump ha deciso di smantellare in una revisione delle priorità di spesa e propendendo per l’uso diretto dell’hard power, ha smentito le ricostruzioni che accusavano Hamas di aver dirottato gli aiuti umanitari per ottenerne un guadagno.

Il Bureau for Humanitarian Assistance (BHA) dell’agenzia ha analizzato 156 casi segnalati da propri partner che hanno riguardato il furto o lo smarrimento di forniture finanziate dagli USA, tra l’ottobre 2023 e il maggio di quest’anno. Le cause dietro questi eventi sono varie, ma in nessun caso, dietro di essi, è stato riconosciuta la responsabilità di alcun gruppo designato come terroristico.

Anzi, lo studio, presentato con una serie di slide visionate dall’agenzia Reuters, indica che in ben 44 occasioni furti e smarrimenti sono stati dovuti all’azione diretta e indiretta delle forze armate israeliane. Tra le cause, sono segnalati attacchi aerei, ordini di evacuazione e consegne forzate di aiuti lungo rotte segnalate come insicure dalle ONG che operano a Gaza.

I risultati delle verifiche sono stati condivisi con alcuni funzionari del Dipartimento di Stato. Un suo portavoce ha respinto nettamente le conclusioni del rapporto, sostenendo che Hamas ha saccheggiato gli aiuti e accusando le organizzazioni umanitarie di aver insabbiato il tutto per la loro complicità con l’organizzazione. Tutto questo senza portare alcuna prova.

Queste informazioni si inseriscono in un quadro politico che va ben oltre il genocidio che sta avvenendo in Palestina, e che tocca i nervi scoperti della politica statunitense. Infatti, le accuse di dirottamento degli aiuti sono state usate da Washington e Tel Aviv per legittimare il passaggio della loro gestione degli aiuti alla Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Tale organizzazione è al centro di una bufera per essersi dimostrata un vero e proprio strumento della pulizia etnica, un catalizzatore di gazawi disperati, che diventano così un bersaglio facile dell’IDF. Le Nazioni Unite hanno stimato che le forze armate di Israele abbiano ucciso almeno un migliaio di persone in cerca di cibo, la maggior parte proprio intorno ai siti di distribuzione della GHF.

I vertici militari israeliani hanno commentato le slide USAID affermando che le accuse sul dirottamente degli aiuti derivano da rapporti dell’intelligence. Stando a questi rapporti, almeno il 25% delle forniture sarebbero state sequestrate da Hamas per ridistribuirle ai propri militanti o rivenderle con extraprofitti ai civili.

Allo stesso tempo, però, una fonte vicina ai servizi segreti stelle-e-strisce ha dichiarato a Reuters che non ci sarebbe nessun materiale che descriva questo tipo di azioni da parte di Hamas, e che Washington si stia basando esclusivamente sulle dichiarazioni non verificate di Tel Aviv. USAID non nega la possibilità che ciò sia avvenuto, ma afferma che, per ora, non c’è nessuna prova al riguardo.

In sintesi, l’analisi a firma USAID starebbe facendo franare la legittimazione (già decisamente incrinata) dell’operazione con cui tutto il sistema di aiuti umanitari è stato affidato alla GHF. E non perché nell’agenzia ci sia un moto di umanità: si tratta di uno scontro interno all’establishment statunitense.

USAID doveva chiudere i battenti il primo luglio. Per una serie di motivi di budget e burocratici continua a sopravvivere, anche se i suoi programmi di assistenza sono ora gestiti direttamente dal Dipartimento di Stato. In sostanza, si trova ad essere un involucro vuoto, fortemente egemonizzato da settori economici e politici legati al Partito Democratico.

USAID si avvale, ovviamente, della collaborazione di molte agenzie esterne, associazioni e ONG che creano una vera e propria galassia di interessi, cresciuta intorno al business degli aiuti umanitari. Questa galassia è radicata profondamente nel mondo del Partito Democratico, e perciò il rapporto USAID va interpretato come un’altra carta giocata nello scontro con Trump.

Il tycoon ha sostituito questi affaristi con altri, indebolendo anche il ‘capitale politico’ dei democratici. Quello per cui USAID può ancora essere utile è lo scontro interno alla classe dirigente oltre l’Atlantico. Che, lo vediamo bene, versa in condizioni pietose.

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20/05/2025

Gaza - Bombardamenti uccidono altri 67 palestinesi. Gli “aiuti umanitari” sono solo una goccia nel mare

Fonti mediche palestinesi hanno riferito che 67 palestinesi sono stati uccisi dall’alba di oggi nei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, che hanno preso di mira i siti degli sfollati e hanno colpito un certo numero di centri sanitari in un “piano sistematico per distruggere il settore sanitario”, secondo quanto denunciato dal direttore degli ospedali civili di Gaza, Marwan al-Hams.

L’esercito israeliano ha ordinato l’espulsione dei palestinesi da Khan Younis, comprese le aree di Bani Suhaila e Abasan nel sud della Striscia di Gaza, in vista di quello che ha descritto come un “attacco senza precedenti”.

Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, ha emesso l’avvertimento in un post su X (ex Twitter), dichiarando Khan Younis una “pericolosa zona di combattimento” e ordinando ai residenti delle aree colpite di spostarsi verso la zona di al-Mawasi nel sud di Gaza, che l’esercito ha precedentemente designato come “area umanitaria”. Nonostante sia etichettata come una cosiddetta “zona sicura”, al-Mawasi è stata ripetutamente presa di mira dalle forze israeliane. L’area è attualmente sede di migliaia di famiglie palestinesi sfollate che hanno cercato rifugio dagli attacchi aerei e terrestri israeliani in corso.

L’ultima ondata di ordini di espulsione emessi dall’esercito israeliano fa seguito a un’operazione fallita delle forze speciali israeliane volta a catturare un alto dirigente delle Brigate Nasser Salah al-Din, il braccio militare dei Comitati di Resistenza Popolare.

Durante la missione, effettuata lunedì mattina presto, le forze speciali israeliano hanno assassinato il comandante Ahmed Sarhan. Tuttavia, un corrispondente radio dell’esercito israeliano, come riportato da Al Jazeera, ha dichiarato che uccidere Sarhan non era il “vero obiettivo” dell’operazione. “L’operazione a Khan Younis ha vacillato e non ha raggiunto il suo vero obiettivo. Non c’è bisogno di assassinare una persona mettendo in pericolo un’unità delle forze speciali, quando può essere presa di mira dall’aria”, ha detto il corrispondente.

Le Brigate Al-Nasser Salah al-Din hanno successivamente confermato la morte di Sarhan in una dichiarazione, affermando che: “Il comandante Ahmed Kamel Sarhan, ufficiale delle operazioni speciali delle brigate, è stato martirizzato dopo aver ingaggiato uno scontro eroico contro le forze speciali sioniste”.

Il corrispondente di Al Jazeera, Hani Al Shaer, ha riferito testimonianze oculari che affermano che le forze speciali israeliane erano travestite da donne e sono arrivate in un veicolo civile. Secondo quanto riferito, hanno fatto irruzione nella casa in cui si trovava Sarhan, arrestando sua moglie e i suoi figli. Secondo quanto riferito, un altro bambino è stato ucciso durante il raid e il destino della famiglia rimane sconosciuto. Per coprire il ritiro delle forze speciali, sono stati lanciati oltre 40 attacchi aerei israeliani in meno di un’ora, con intensi bombardamenti segnalati in tutta l’area.

Intanto solo nove camion che trasportavano aiuti umanitari, tra cui alimenti per bambini e sudari per i cadaveri, sono stati autorizzati ieri a entrare nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Kerem Shalom. A comunicarlo è stato l'organismo israeliano incaricato di coordinare gli aiuti a Gaza, il Cogat.

Netanyahu ha affermato che le pressioni internazionali, comprese quelle dei senatori repubblicani favorevoli a Israele e della Casa Bianca, hanno richiesto l’apparenza di un intervento umanitario. “I nostri migliori amici nel mondo – senatori che conosco come forti sostenitori di Israele – hanno avvertito che non ci possono sostenere se emergono immagini di fame di massa”, ha detto. Vengono da me e mi dicono: “Vi daremo tutto l’aiuto necessario per vincere la guerra... ma non possiamo accettare che ci siano in giro immagini di carestia”, ha aggiunto Netanyahu. Per continuare la guerra di annientamento, ha affermato, “dobbiamo farlo in modo che non ci possano fermare”.

L’alleato di coalizione di Netanyahu, Bezalel Smotrich, ministro del governo di estrema destra e da tempo sostenitore dell’affamamento, dell’uccisione di massa e dello spopolamento di Gaza, ha appoggiato la mossa di Netanyahu. Smotrich ha detto che il piano di aiuti permetterà “ai nostri amici nel mondo di continuare a fornirci un ombrello internazionale di protezione contro il Consiglio di Sicurezza e il Tribunale dell’Aia, e di continuare a combattere, se Dio vuole, fino alla vittoria”.

Le Nazioni Unite hanno definito la consegna un “gradito sviluppo”, ma hanno affermato che è “una goccia nel mare” e che sono necessari molti più aiuti per affrontare la crisi umanitaria nella Striscia. Gli esperti hanno già messo in guardia da una potenziale carestia se il blocco imposto ai circa due milioni di palestinesi del territorio non verrà revocato del tutto.

In una dichiarazione congiunta e insolitamente forte rilasciata lunedì, i governi di Francia, Gran Bretagna e Canada hanno avvertito che avrebbero intrapreso azioni concrete contro Israele se non avesse immediatamente fermato il suo assalto militare in corso sulla Striscia di Gaza e posto fine alle sue restrizioni sugli aiuti umanitari.

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03/03/2025

Israele blocca tutti gli aiuti umanitari a Gaza e si rimangia l’accordo

Su ordine del premier Benjamin Netanyahu, Israele ha chiuso il passaggio di tutte le merci e gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Una mossa letale per la popolazione affamata e impoverita dell’enclave, che lotta per la sopravvivenza tra le macerie e la devastazione, circondata da migliaia di corpi in putrefazione sotto le macerie delle case distrutte.

“Il primo ministro Netanyahu ha deciso che a partire da questa mattina tutti gli ingressi di merci e forniture nella Striscia di Gaza cesseranno”. Un comunicato stampa netto e senza alcuna esitazione. Hamas ha definito la decisione di Tel Aviv “un ricatto” e ha annunciato che non si “piegherà”, dichiarando che “Israele sta ignorando il diritto internazionale e bloccando l’ingresso di medicine e cibo. Interrompere gli aiuti significa che l’occupazione ha deciso di affamare la gente della Striscia di Gaza”. In effetti l’obiettivo dichiarato da Netanyahu è esattamente quello di affamare la popolazione per costringere il gruppo islamico ad accettare le nuove condizioni israeliane, che non intendono rispettare gli accordi già sottoscritti e bloccano la seconda fase degli accordi stessi pur di non discutere di ritiro, di cessate il fuoco permanente, di ricostruzione, di tutto ciò che garantirebbe una seppur lenta ripresa della vita nell’enclave assediata e distrutta.

Secondo i media israeliani la decisione è stata presa insieme agli Stati Uniti. Su richiesta del partner ebraico l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Wittkoff, avrebbe presentato agli altri negoziatori una proposta che riprende esattamente le volontà di Tel Aviv e blocca il processo di pace chiedendo di continuare con lo scambio degli ostaggi senza alcuna garanzia che dopo i rilasci non riprendano i bombardamenti. Israele aveva già dichiarato, nei giorni scorsi, che a differenza di ciò che è stato sottoscritto a gennaio, non intende ritirarsi dal corridoio Filadelfia, che separa Gaza dall’Egitto e continuerà dunque a controllare e gestire tutto ciò che entra e tutti coloro che intendono uscire dalla Striscia.

Immediato il coro di giubilo dei ministri più estremisti del governo Netanyahu, come quello delle finanze, Bezalal Smotrich e l’ex ministro della sicurezza nazionale, il supremasista ebraico Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo ha dichiarato in un post su X che “Alla fine la decisione è stata presa: meglio tardi che mai. Questa dovrebbe essere la politica da seguire finché non saranno restituiti gli ultimi ostaggi. Adesso è il momento di aprire le porte dell’inferno, di chiudere l’elettricità e l’acqua, di tornare alla guerra e, cosa più importante, di non accontentarsi solo di metà degli ostaggi, ma di tornare all’ultimatum del presidente Trump: tutti gli ostaggi immediatamente, altrimenti si scatenerà l’inferno a Gaza”.

Anche il ministro delle finanze israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha affidato a X il suo pensiero di soddisfazione e sangue: “la decisione che abbiamo preso di fermare completamente il flusso di aiuti umanitari a Gaza fino a quando Hamas non sarà distrutto o si arrende completamente e tutti i nostri ostaggi saranno restituiti è un passo importante nella giusta direzione. Le porte dell’inferno sono allettanti. Ora dobbiamo aprire queste porte il più rapidamente e mortalmente possibile al nemico, fino alla completa vittoria”.

Le proteste, già esplose sabato sera in Israele per richiedere di continuare con la seconda fase dell’accordo, proseguono oggi dinanzi alle case dei ministri.

Per mettere pressione a Netanyahu e al suo governo, Hamas ha reso pubblico sabato un video che mostra due fratelli, Eitan e Iar Horn, entrambi ostaggi a Gaza, salutarsi e abbracciarsi in lacrime prima del rilascio di uno di loro. Eitan è rimasto nella Striscia e nel filmato girato dal gruppo islamico chiede a Netanyahu di accettare la seconda fase dell’accordo e riportare tutti a casa: “Se hai un cuore, una coscienza anche piccola, firma, firma oggi”. L’ufficio del primo ministro ha accusato il gruppo islamico di “brutale propaganda”.

A Gaza il Ramadan, il cui inizio è coinciso con la fine della tregua, è cominciato tra l’incertezza e i timori per ciò che potrà accadere. Centinaia di palestinesi hanno tenuto insieme il primo Iftar, il pasto serale che rompe il digiuno, con una lunghissima tavolata tra le macerie di Rafah.

Il ministero della salute palestinese ha fatto sapere che negli ultimi due giorni sono stati registrati ventitré decessi, di cui due persone uccise e ventuno corpi recuperati, aggiornando così il numero dei morti a 48.388. Saleem Oweis, portavoce di Unicef a Gaza, ha dichiarato che sei settimane dopo l’inizio del cessate il fuoco le necessità della popolazione restano enormi: “Riparo, cibo, acqua pulita, che non è ancora disponibile per molti”.

Anche se la tregua ha permesso l’ingresso di beni sul mercato, ha aggiunto Oweis, “è tutto troppo costoso per la maggior parte di coloro che sono stati tagliati fuori da qualsiasi reddito negli ultimi 16 mesi. Tutto quello che dobbiamo fare è aprire le porte e far entrare tutto l’aiuto necessario, senza alcuna restrizione”.

Mentre si moltiplicano gli appelli internazionali per proseguire il cessate il fuoco, il segretario di stato Usa Marco Rubio ha richiesto l’invio di altri 2,04 miliardi di dollari in munizioni e attrezzatura militare per Israele. Motivato da «ragioni di emergenza» e negli «interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti», il nuovo lotto verrà consegnato nel 2026 e comprende 35.529 bombe, 4.000 testate a penetrazione, materiale per i ricambi, supporto per il trasporto e altro ancora.

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19/01/2025

Gaza - È cominciata la tregua, ma gli ultimi raid aerei hanno ucciso altri 13 palestinesi

Con un ritardo di circa due ore rispetto all’orario previsto (7:30 italiane) è entrato in vigore a Gaza il cessate il fuoco tra Israele e Hamas concordato a Doha nei giorni scorsi. Nelle prossime ore saranno liberati tre ostaggi israeliani e successivamente 95 prigionieri politici palestinesi.

In questo momento i palestinesi di Gaza, colpiti duramente da 15 mesi di pesanti bombardamenti israeliani, sono in strada a festeggiare la fine dei raid. Ma Gaza è stata quasi interamente distrutta e ha pagato l’offensiva israeliana, scattata dopo l’attacco di Hamas nel 7 ottobre 2023, con 48 mila morti accertati e altre migliaia di vittime sotto le macerie degli edifici distrutti.

Questa mattina Israele, in reazione alla mancata consegna nei tempi previsti dei nomi degli ostaggi che verranno liberati, ha continuato i bombardamenti aerei uccidendo, secondo fonti palestinesi, altre 13 persone.

La felicità della gente di Gaza è incontenibile. Migliaia di sfollati stanno tornano alle loro case. Viaggiano su camion, auto e carretti o vanno a piedi tra le macerie in particolare nella parte settentrionale della Striscia.

L’Unrwa (Onu) comunica che 4mila camion carichi di aiuti umanitari sono pronti a entrare a Gaza, la metà trasporta cibo e farina.

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28/11/2024

Israele impedisce l’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza

A metà mese scrivevamo di come l’ultimatum statunitense sull’invio di armi a Israele si fosse rivelato per quello che era, ovvero una mossa propagandistica. Ma da Washington avevano giustificato il mantenimento delle forniture militari col fatto che Israele aveva concesso l’arrivo di alcuni aiuti nel nord di Gaza.

Già allora più voci avevano denunciato come ciò fosse reso vano dalle restrizioni che lo stesso occupante sionista imponeva alla distribuzione di questi aiuti. Ora arrivano i dati dell’ONU: dal 26 ottobre, Israele ha negato 82 delle 91 richieste di consegnare gli aiuti umanitari nell’area settentrionale della Striscia.

Queste sono le informazioni diffuse da Georgios Petropoulos, a capo dell’ufficio umanitario delle Nazioni Unite a Gaza. Inoltre, quei materiali che raggiungono le zone sotto assedio vengono spesso saccheggiati da bande illegali, sotto gli occhi dei soldati e dei droni dell’IDF che non fanno nulla per evitarlo.

Petropoulos ha anche aggiunto alla BBC che “si tratta di un saccheggio tattico, sistematico e criminale”, e non è dunque il risultato di singoli casi isolati. Del resto, sempre la BBC ha reso noto che “i beni rubati vengono apparentemente immagazzinati all’esterno o in magazzini in aree sotto il controllo militare israeliano”.

In sostanza, appare chiaro che i furti sono avallati se non addirittura organizzati dai sionisti, con la garanzia di impunità da parte dell’esercito di occupazione. E si palesa ancora una volta come Hamas sia solo una scusa per portare avanti una vera e propria pulizia etnica, che passa anche attraverso la fame.

La polizia della Striscia è stata decimata dalle armi israeliane, mentre il “controllo di sicurezza di Hamas è sceso al di sotto del 20%”, ha detto alla BBC l’ex capo delle indagini della polizia di Hamas. Si sta cercando di implementare dei piani per migliorare questo numero.

Non sappiamo a che livello si potrà ancora arrivare, ma di certo già impedire l’arrivo di aiuti umanitari è un grave crimine. Il loro furto sistematico si delinea come un’azione criminosa ancor peggiore, e anche tra le più vergognose di cui Israele si sta macchiando.

Non bisogna scordare che appena qualche giorno fa Smotrich ha detto che il suo governo può svuotare Gaza di metà della sua popolazione attraverso la migrazione “volontaria”. Per volontaria, è chiaro, Tel Aviv intende la fuga per evitare di morire tra i crampi della fame o sotto le bombe.

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15/11/2024

Israele non ha rispettato l'”ultimatum” USA, ma Washington continuerà a fornirgli armi

Scaduto l’ultimatum inviato da Biden a Israele, secondo il quale le forniture belliche si sarebbe fermate se Tel Aviv non avesse permesso l’arrivo degli aiuti umanitari a Gaza, Washington ha fatto sapere che l’invio di armi continuerà.

E questo nonostante che le Nazioni Unite e ben otto organizzazioni internazionali abbiano affermato che la situazione è tutt’altro che migliorata. Anzi, secondo molti operatori sul luogo ci troviamo nella fase più critica da quando è cominciato l’attacco sionista nell’ottobre 2023.

Che non ci si potesse aspettare granché dallo Zio Sam è cosa nota, e nessuno con un minimo di coscienza su quel che sta accadendo in Medio Oriente poteva davvero credere che il sostegno a Israele si sarebbe fermato.

Non è successo nell’ultimo anno, non succederà di certo ora, soprattutto con l’amministrazione Biden che sta passando il testimone a Trump, il quale non ha mai nascosto il completo appoggio alle scelte di Netanyahu.

Ma la questione va ribaltata, altrimenti si può finire a pensare che sia solo Trump il ‘cattivo’ che timbra il lasciapassare per continuare il genocidio in atto. I democratici sono stati fin qui assolutamente sodali con Tel Aviv e, pur perfettamente consapevoli delle operazioni di pulizia etnica, hanno sempre chiuso un occhio.

L’ultimatum è stato semmai una mossa propagandistica, utilizzata come strumento elettorale in un paese che ha visto una solidarietà con la Palestina radicale e diffusa.

Nulla di molto diverso dal “molo temporaneo” costruito la scorsa primavera per far arrivare un po’ di aiuti umanitari, sostanzialmente mai entrato in funzione e usato soprattutto dagli israeliani stessi per azioni di guerra.

E infatti, il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Vedant Patel, ha reso chiaro che le armi continueranno ad arrivare perché “Israele sta rispettando gli accordi”.

Martedì scorso ha dichiarato che “al momento non si è valutato che gli israeliani stiano violando la legge statunitense” riguardo all’assistenza militare.

Ma quella legge lega gli aiuti al rispetto del diritto umanitario internazionale. E ormai non è difficile dimostrare che i sionisti se ne facciano beffa in maniera consapevole e persino scientifica.

Semmai, è sfacciato sostenere il contrario: Israele sta facendo a pezzi la legalità internazionale, e con essa la maschera di un arbitrario “ordine fondato su regole” millantato dall’Occidente.

Le ragioni statunitensi si fondano sul fatto che Israele avrebbe in qualche misura permesso l’accesso di aiuti nel nord della Striscia, tagliata fuori dall’arrivo di cibo per oltre un mese e dunque in piena carestia. Ma allo stesso tempo le Nazioni Unite hanno fatto sapere che la maggior parte di questi aiuti non può essere distribuita proprio a causa delle restrizioni israeliane.

Anche al sud ci sono centinaia di camion carichi di cibo di cui le imposizioni sioniste impediscono la distribuzione. Tel Aviv ha aperto un nuovo valico nella zona centrale di Gaza, ma non ne è chiara l’utilità, dato che il problema non è la mancanza di vie d’accesso, ma i blocchi che l’esercito dispone.

Insomma, atti senza valore nel gioco delle parti tra Washington e Tel Aviv, mentre il massacro continua. Senza dimenticare il fatto che, ad ogni modo, non si può ridurre tutto a una crisi umanitaria, accettando così il politicidio delle rivendicazioni palestinesi insieme al genocidio.

Infine, il conflitto ormai si è allargato a tutto il Medio Oriente, in una fase generale di precipitazione bellica. La questione palestinese è diventata il fulcro su cui si vanno ridefinendo gli equilibri di tutta la regione, e dunque gli USA e Israele sono ancora più vitali l’uno all’altro.

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14/04/2024

Aiuti a Gaza «inopportuni»? Ong italiane indignate: «Il motivo è politico»

«Le operazioni di soccorso all’interno della Striscia sono pressoché impossibili e ad altissimo rischio. Alla luce di quanto sopra, d’intesa con l’Unità di crisi, si rappresenta pertanto, allo stato attuale, l’inopportunità di operare».

Si conclude così la comunicazione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con data 27 febbraio e firmata dal direttore generale Stefano Gatti, con cui il governo italiano ha bloccato le linee di finanziamento ai progetti a Gaza delle Ong italiane.

Nel momento in cui la Striscia affronta una crisi umanitaria spaventosa e la sua popolazione ha bisogno di tutto l’aiuto possibile, il ministro Antonio Tajani ha decretato «l’inopportunità» di qualsiasi attività di cooperazione a Gaza.

Un passo che segue i mesi di incertezza in cui è stato lasciato l’ufficio di Gerusalemme dell’Aics, l’agenzia della cooperazione governativa, rimasto senza un indirizzo e di fatto ignorato dal governo Meloni impegnato ad evitare qualsiasi atto nei Territori palestinesi occupati che potesse risultare sgradito a Israele. Di ciò il nostro giornale ha riferito in un articolo pubblicato il 14 marzo.

Il ministero degli Esteri indica tra i motivi della sua direttiva la situazione a Gaza descritta come «un’area bellica, al centro di una intensa operazione militare, con elevatissimi rischi per la sicurezza». Tuttavia, le Ong italiane sospettano che dietro queste ansie e la decisione di sospendere i progetti, anche quelli già approvati e finanziati da tempo, ci sia ancora la volontà del governo italiano di rassicurare Israele.

L’esecutivo guidato da Benyamin Netanyahu ripete dal 7 ottobre che i progetti a favore dei palestinesi di Gaza rappresentano un sostegno ad Hamas e, pertanto, vanno interrotti.

L’Italia non è l’unico paese ad aver fatto questo passo, ma non è passata inosservata la sua solerzia nel rispettare le intimazioni di Israele. Un altro esempio è l’interruzione dei fondi per l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i profughi palestinesi.

«Roma ha sospeso la linea di finanziamento per l’emergenza e ci chiede di spostare ogni progetto in Cisgiordania, quindi di abbandonare Gaza. Noi lo troviamo inaccettabile, in questo momento la Striscia deve poter ricevere tutto l’aiuto di emergenza possibile. La gente muore di fame», spiega al manifesto un cooperante italiano che ha chiesto di restare anonimo.

«Abbiamo proposto varianti ai progetti nella direzione del solo aiuto d’emergenza – aggiunge – perché siamo in grado di rispondere a bisogni primari grazie al personale palestinese a Gaza, ma ci siamo trovati davanti un muro. Eppure, a Roma sanno che alcune di queste attività proposte sono salvavita».

La possibilità scartata di poter adattare e continuare i progetti con l’impiego solo del personale palestinese, quindi senza prevedere l’ingresso a Gaza (peraltro al momento quasi impossibile) di cooperanti stranieri, alimenta ulteriormente il sospetto che il ministero degli Esteri sia animato da considerazioni di natura politica e non di sicurezza per gli operatori umanitari italiani.

Tra le Ong colpite direttamente dalla sospensione dei progetti a Gaza già approvati e dall’interruzione della linea di finanziamento ci sono sono Acs, Educaid, Cesvi, Cospe, Oxfam, WeWorld e Progetto Mondo.

«Il 15 aprile avremo un nuovo confronto e ribadiremo con forza che bloccare i progetti di emergenza è una decisione drammaticamente sbagliata – dice Meri Calvelli, capoprogetto di Acs – e uno scempio nel momento di maggior bisogno per i civili palestinesi. In ogni caso, continueremo ad inviare a Gaza gli aiuti che garantiamo con le donazioni provenienti dalla solidarietà popolare italiana».

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09/03/2024

Nessuna tregua per il Ramadan. A Gaza guerra e carestia

Sono sfumate tutte le speranze per una tregua a Gaza, in Cisgiordania e Gerusalemme alla vigilia del Ramadan, la festa più importante del mondo islamico.

Ieri Biden, ha dichiarato che sarà “difficile” raggiungere un accordo per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e di essere “sicuramente preoccupato” per possibili episodi di violenza a Gerusalemme.

Gli Stati Uniti continuano a dare sostegno politico e militare a Israele, sia in sede Onu che con forniture di armi, ma l’amministrazione Biden è duramente incalzata dall’opinione pubblica che lo accusa di complicità con il genocidio dei palestinesi a Gaza.

Per cercare di mettere un “pannicello caldo” su una situazione vergognosa e disperata, la Casa Bianca ha reso noto che oggi “la Commissione Europea, la Germania, la Grecia, l’Italia, i Paesi Bassi, la Repubblica di Cipro, gli Emirati Arabi Uniti, il Regno Unito, e gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di aprire un corridoio marittimo per l’assistenza umanitaria via mare”.

Gli Stati Uniti annunciano una missione di emergenza guidata dall’esercito statunitense per stabilire un molo temporaneo a Gaza, in coordinamento con i partner umanitari e altri Paesi, per consentire la consegna di quantità significative di assistenza via mare. L’operazione farà base a Cipro dove Israele invierà i propri agenti di sicurezza per ispezionare i carichi prima che questi vengano imbarcati in direzione Gaza.

Ma le trattative per una tregua a Gaza appaiono ormai congelate. Nei giorni scorsi, si era tenuto un nuovo ciclo di negoziati al Cairo per raggiungere un cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri che si è concluso con un nulla di fatto.

Fin dal principio, le speranze di raggiungere un accordo al Cairo erano state affievolite dalla decisione di Israele di non inviare i propri rappresentanti, dopo il rifiuto di Hamas di fornire un elenco dettagliato degli ostaggi israeliani ancora vivi. A peggiorare la situazione, ha contribuito inoltre la strage di oltre 100 palestinesi nel nord della Striscia di Gaza durante una consegna di aiuti umanitari.

La delegazione di Hamas ha lasciato Il Cairo spiegando di doversi consultare con i propri leader per il proseguimento dei colloqui. In un annuncio ufficiale, Hamas ha comunque sottolineato che “i negoziati e gli sforzi per porre fine all’aggressione di Israele, consentire il ritorno degli sfollati e permettere l’ingresso di aiuti diretti al popolo palestinese continuano”.

Domenica scorsa al Cairo si erano riuniti i rappresentanti di Hamas, Qatar, Egitto e Stati Uniti per discutere di una proposta di tregua di sei settimane, facilitare lo scambio di decine di ostaggi israeliani con centinaia di prigionieri politici palestinesi e soddisfare l’urgente bisogno di aiuti umanitari a Gaza.

Il 6 marzo, Hamas aveva avanzato una proposta “non negoziabile” di 11 punti. Tra questi, vi sono la richiesta di un cessate il fuoco permanente, il ritiro di tutte le forze israeliane da Gaza e il ritorno degli sfollati nella parte settentrionale della Striscia. “I mediatori hanno cercato di trovare un compromesso, ma senza successo”, avevano riferito delle fonti citate da “Al Jazeera”.

A conferma del fallimento dei negoziati al Cairo, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha affermato che Israele “resisterà alle crescenti pressioni internazionali” per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, poiché l’obiettivo è la “vittoria totale”.

Durante una un evento pubblico Netanyahu ha ribadito che Israele è “impegnata in una guerra esistenziale” che “deve vincere”, promettendo di “colpire i nemici fino alla vittoria totale”. I leader occidentali dovrebbero capire che “quando sconfiggeremo gli assassini del 7 ottobre preverremo il prossimo 11 settembre”, ha affermato il premier, aggiungendo: “Per questo dovete sostenere Israele e le Idf”.

Sulla situazione è tornato a parlare da Gaza anche il portavoce della Brigate Al Qassam Abu Obeida. Nel video particolare enfasi è stata posta in gran parte sul mese sacro del Ramadan e, più specificamente, su ciò che la Resistenza di Gaza si aspetta dai suoi fratelli della Cisgiordania occupata e di Gerusalemme Est durante questo mese.

“Chiediamo a tutto il nostro popolo in Cisgiordania, ad Al-Quds e nelle terre occupate del 1948 di mobilitarsi e di marciare verso la Moschea di Al-Aqsa, di rimanere saldi in essa e di non permettere all’occupazione di imporre realtà sul terreno” – ha affermato Abu Obeida – “Al-Aqsa è nostra, fa parte del nostro credo, e per il suo bene è stato lanciato il Diluvio di Al-Aqsa. Per il suo bene, il nostro popolo ha dato tutto ciò che possedeva. Dio ha scelto di onorare ogni casa di Gaza con questo grande onore, così non c’è casa senza un martire, un ferito o un prigioniero per amore di Al-Aqsa”.

Secondo il Palestine Chronicle particolarmente interessanti sono gli argomenti urgenti di cui Abu Obeida non ha parlato o ai quali ha dedicato solo qualche frase di sfuggita. Uno, il molo di Gaza che gli Stati Uniti vogliono costruire per facilitare gli aiuti e due, i negoziati per la tregua in Egitto.

Per quanto riguarda il primo argomento, Abu Obeida non ha detto nulla, mentre per il secondo si è limitato a ribadire le condizioni della Resistenza, secondo cui non è possibile alcuna tregua senza un cessate il fuoco permanente.

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