Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/06/2026
Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”
Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.
Mentre tutto il mondo constatava che il “memorandum of understanding” firmato con Teheran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come Israele avrebbe impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.
Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.
Chiaro che questa eventualità sarebbe un colpo mortale non solo alla (residua) credibilità degli Usa come king maker dell’Occidente capitalistico, ma anche ai loro progetti geostrategici – qualsiasi essi siano – perché li obbligherebbe a restare impegnati nel teatro mediorientale ben al di là di quanto previsto.
Sarebbe insomma un far prevalere gli interessi di Israele – oltretutto disegnati sul millenarismo delirante delle favole bibliche di tremila anni fa – contro quelli della superpotenza dominante. Certificandone così il declino davanti al resto del mondo.
Questa volta, dunque, non bastava la solita telefonata tra il tycoon e Netanyahu, da raccontare poi ai media come piena di urli ed insulti cui nessuno, in fondo, crede davvero. Serviva un altolà ufficiale, quasi formale, pronunciato da chi non è altrettanto ricattabile personalmente dal Mossad. Serviva una dose di sedativo abbastanza forte, oltretutto imprevisto.
Vance ha recitato il suo ordine con i toni tipici riservati da questa amministrazione ai vassalli europei, quasi en passant mentre teneva una conferenza stampa sul memorandum.
“Quello che mi dà fastidio è che abbiamo visto persone nel governo di Bibi attaccare l’accordo e in alcuni casi attaccare personalmente il presidente. Il mio messaggio a loro è che Donald Trump è l’unico capo di stato in tutto il mondo che è solidale con in Israele, ed è anche il capo della superpotenza mondiale”.
Non sono solo parole, perché la “solidarietà” americana con i killer seriali di Tel Aviv è sostanziata da denaro e soprattutto armi tecnologicamente avanzate (l’Iron Dome, lo scudo anti-missile, è fatto di Patriot e Thaad statunitensi, utilizzati nella guerra al punto da esaurire le scorte del Pentagono). “Negli ultimi 3 mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra nazione sono state costruite da mani americane e pagate con soldi di contribuenti americani. Se io fossi nel governo israeliano – ha detto ancora Vance – non attaccherei l’unico alleato potente che mi è rimasto nell’intero mondo”.
Semplice, concreto, immediato.
“Il problema per Israele non è Donald Trump e chiunque in Israele pensi che il loro maggiore problema sia il presidente degli Stati Uniti si deve svegliare e rendersi conto della realtà della situazione in cui si trova il loro Paese”. Il millenarismo dei coloni non può insomma essere la linea politica di Israele, e tanto meno quella dell’America. Non per bontà, ma per banale realismo.
La Casa Bianca, insomma, fa sapere che è stata fin troppo tollerante con il botolo ringhioso. “Siamo alla svolta decisiva per l’accordo, all’improvviso c’è un’enorme esplosione in un’area di civili a Beirut, e un sacco di persone che non hanno nulla a che vedere con Hezbollah hanno perso la vita. Questo non è accettabile”.
Perché svuota di credibilità la leadership statunitense una volta di troppo, subordinandola pubblicamente agli interessi di un paese da “nove milioni di abitanti che nessuno al mondo sopporta più”. E la cui impunità intollerabile è garantita unicamente dal “protettore” che siede a Washington.
Nessuno si illuda che ciò rappresenti una “rottura” di portata strategica tra i due paesi. L’“amicizia” resta solida e incrollabile, così come i finanziamenti e le forniture di materiale bellico, ma la reprimenda di Vance punta a ristabilire le gerarchie e gli interessi prevalenti.
È una linea di frattura appena accennata – la prima da quasi 80 anni – che sta ora a Israele decidere se si allargherà oppure resterà allo stato di “avvertimento”. Ma è anche chiaro che una eventuale – e niente affatto impossibile – “seconda puntata” potrebbe prevedere il passaggio dalle parole ai fatti, ossia a qualche riduzione della portata degli aiuti diretti.
In fondo a Washington non hanno le remore ipocrite che paralizzano l’Unione Europea – incapace persino di emettere sanzioni per il solo BenGvir – e possono decidere in un attimo come “rivedere il contratto” che li lega a Israele.
È di fatto il contenuto vero dell’intervista poi rilasciata da Trump ad Axios per smentire la valutazione universale sul memorandum come “sconfitta” americana e ribadire che il suo personale potere “non conosce limiti”. All’interno del Paese, forse. Nel mondo – dopo questa fallimentare guerra condotta al seguito di Netanyahu – sicuramente no. E il memorandum sta lì a dimostrarlo.
Siccome la Storia ama mostrarsi ironica, questo “irrigidimento” dell’attuale amministrazione arriva nelle stesse ore in cui la presunta “teocrazia iraniana” – dove gli ayatollah farebbero e disfarrebbero ogni cosa insieme ai pasdaran – si mostra invece molto più articolata.
Nella prima vera dichiarazione pubblica della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, siamo venuto a sapere che “Avevo un’opinione diversa (riguardo al memorandum d’intesa, ndr) ma ho dato la mia approvazione considerando l’impegno che il Presidente Pezeshkian ha assunto per per preservare i diritti del popolo iraniano e del fronte della resistenza”.
Insomma, in Iran c’è un potere laico, regolarmente eletto (le presidenziali si sono svolte esattamente due anni fa, dopo un primo bombardamento israeliano sul Paese, facendo prevalere il cardiochirurgo Massoud Pezeshkian), che può assumere decisioni diverse da quelle preferite dalla “gerarchia ecclesiastica”. La quale accetta di “provare e vedere” anche soluzioni offerte da altri poteri, comunque riconosciuti come “patriottici” e assolutamente legittimi.
Il contrario dei “poteri senza limiti” vantati da un tycoon che deve addolcire il fiele di una sconfitta e temere che il botolo ringhioso azzanni anche lui, magari con qualche foto o filmato, invece che con le bombe.
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07/06/2026
Gli USA strumentalizzano i fondi ONU per colpire la Cina
Ma il quotidiano statunitense presenta la questione come se ci fosse una concorrenza di responsabilità tra i due maggiori debitori, ovvero Cina e gli stessi USA, quando in realtà la situazione è ben differente. Non solo dal punto di vista dell’ammontare dovuto, ma anche e in virtù della strumentalizzazione che la Casa Bianca vuole fare dei debiti che ha con le Nazioni Unite.
Le due principali economie mondiali, insieme, valgono il 42% del budget di base dell’ONU (il 22% Washington e il 20% Pechino). Gli Stati Uniti sono di gran lunga il debitore maggiore, con 4,28 miliardi di dollari dovuti che sono in ritardo. Nel dettaglio, Washington deve circa 2 miliardi per il bilancio ordinario – su cui poggia la tenuta dell’intera agenzia – e 2,2 miliardi per le operazioni di peacekeeping, più 44 milioni per il funzionamento dei tribunali internazionali.
Il presidente Donald Trump non ha mai nascosto la sua ostilità verso il multilateralismo e le agenzie ONU, considerate uno spreco di denaro e avverse agli interessi stelle-e-strisce. All’inizio del 2026, la Casa Bianca ha ordinato il ritiro statunitense da 66 organizzazioni internazionali (circa la metà legate all’ONU), tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Trump ha persino tentato di promuovere organismi paralleli, come il Board of Peace per Gaza, un progetto che ha già mostrato tutti i suoi limiti (e non era difficile prevederlo). Ad ogni modo, se gli arretrati dovuti supereranno i due anni, si rischia di perdere il diritto di voto all’Assemblea Generale, e ciò potrebbe accadere agli States nel 2027, se non regolarizzeranno la propria posizione.
La Cina, dal canto suo, deve alle Nazioni Unite circa 455 milioni di dollari, dopo che qualche giorno fa, in concomitanza con una riunione del Consiglio di Sicurezza presieduta dal ministro degli Esteri Wang Yi, ha sbloccato circa 850 milioni di fondi. Fu Cong, l’ambasciatore cinese all’ONU, ha garantito che Pechino salderà i suoi debiti, come del resto ha sempre fatto, seppur in periodi diversi dell’anno.
Qui emerge la grande differenza tra i due paesi. Tolto il fatto che, per quanto riguarda il bilancio ordinario, anche il Giappone deve oltre 150 milioni, e che dunque non può essere ridotto tutto ai soli due paesi più in vista quando si tratta di arretrati, gli Stati Uniti hanno messo in chiaro che il pagamento avverrà solo a specifiche condizioni, tra cui una esplicitamente anti-cinese.
Washington, già a fine aprile, aveva fatto circolare due note diplomatiche, stando a quel che riporta la piattaforma mediatica Devex, citata da Reuters, nel quale venivano indicate nove riforme che le Nazioni Unite avrebbero dovuto intraprendere, tra cui ulteriori tagli alle spese operative e, soprattutto, il rifiuto di accettare finanziamenti cinesi al fondo discrezionale gestito dall’ufficio del Segretario Generale.
Questo tipo di finanziamenti viene visto come uno strumento per rafforzare l’influenza del Dragone nel consesso multilaterale. E però, storicamente sono stati gli stessi Stati Uniti a favorire la riduzione del bilancio ordinario per favorire lo sviluppo di programmi finanziati a discrezione di singoli contributori... perché all’epoca erano gli unici che potevano permettersi investimenti di questo tipo.
Ora, mettono le Nazioni Unite sotto scacco, in barba ai suoi funzionamenti interni e a un processo concordato per la loro modifica, ricattando l’agenzia con il blocco dei fondi affinché si trasformi in uno strumento di lotta contro la Cina e di garanzia per l'egemonia stelle-e-strisce ormai in crisi.
Gli effetti di questo congelamento non sono perciò a responsabilità condivisa, che ricade invece tutta sulle spalle di Washington. Già il bilancio ordinario dell’ONU per il 2026, approvato a fine 2025, era stato fissato a 3,45 miliardi di dollari, con un taglio del 7% rispetto all’anno precedente. E le stime parlano del fatto che sarà anche minore.
Si prevede che l’agenzia continuerà sul trend di taglio del personale, che ha seguito già negli ultimi anni. Ma il risultato non riguarda solo l’organico: le Nazioni Unite hanno accelerato il ritiro delle truppe di peacekeeping dalla Repubblica Democratica del Congo e hanno sospeso o ritardato i pagamenti ai paesi che forniscono soldati a simili missioni, come nel caso del Nepal e del Bangladesh.
Il Segretario Generale António Guterres non ha nascosto un vero e proprio pericolo bancarotta, con l’impossibilità di pagare gli stipendi da agosto. Anche perché, in prospettiva, la crisi finanziaria dell’ONU potrebbe finire in un circolo vizioso: l’agenzia deve restituire agli stati membri i fondi non spesi per specifici programmi alla fine dell’anno.
Ma poiché manca la liquidità, i programmi non possono nemmeno partire. Le difficoltà economiche andrebbero così incancrenendosi, e ne risentirebbe anche la legittimità di tutto il sistema multilaterale. Proprio come vuole l’establishment statunitense, a meno che le Nazioni Unite non si pieghino a essere in tutto e per tutto uno strumento dell’imperialismo yankee.
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07/03/2026
La “coalizione Epstein”, a puntino
Veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini.
1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I file evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come agente del Mossad addestrato da Barak: l’ex primo ministro Israeliano ed ex ministro della difesa di Israele era, del resto, sodale e socio in affari di Epstein, soggiornava regolarmente nei suoi appartamenti a NY.
Il legame riguarda anche la compagna e socia in crimine Ghislaine Maxwell, a sua volta figlia di una spia del Mossad. Da anni, l’ex spia del Mossad Ari Ben-Menashe andava spiegando che il pedofilo Epstein era una risorsa del Mossad e che il suo ruolo era quello di organizzare e gestire una “honey trap”, una trappola per ricattare figure influenti dopo averle compromesse attirandole “al miele”.
2) Per i loro rapporti con il finanziere pedofilo emersi dai file rilasciati dal dipartimento di Trump si dimettono politici di primo piano, quasi tutti dell’area del “centrosinistra”.
Ora, chiamare quella roba centrosinistra è come chiamare amore la gelosia: diciamo quindi esponenti del centro di quella roba che ha fatto fuori la sinistra, tipo il New Labour di Blair e Starmer che ha fatto fuori il vecchio labourista Corbyn (con l’accusa – pensa il caso – di antisemitismo).
Si dimette il capo di gabinetto del premier Starmer e viene addirittura arrestato l’ex ministro di Tony Blair e di Gordon Brown, Peter Mandelson, nominato da Starmer ambasciatore in Usa. Si dimette da Harvard l’ex segretario del Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers. Lo stesso Clinton – prima volta per un ex presidente – è costretto a testimoniare per evitare l’accusa di Oltraggio al Congresso.
Si dimette in Francia l’ex ministro socialista Jack Lang. In Norvegia lo scandalo travolge l’ex premier laburista Thorbjørn Jagland e l’ambasciatrice svedese Mona Juul.
I documenti contenuti nei file evidenziano il rapporto di lungo corso intrattenuto da Epstein con Mona Juul e suo marito, Terje Rod-Larsen. I due erano stati figure di spicco durante gli Accordi di Oslo tra Israele e Olp. Nel suo ultimo testamento, Epstein avrebbe lasciato 10 milioni di dollari in eredità ai figli della coppia. Il governo Norvegese ne ha chiesto le dimissioni per il sospetto che abbia favorito Israele in cambio di utilità personali.
3) I democratici e la stampa denunciano gli omissis e la mancata pubblicazione dei file che riguardano Trump. Alcuni file compaiono per poi sparire, ma c’era chi aveva fatto in tempo a salvarne le copie. Eppure, Trump era legatissimo al finanziere pedofilo Epstein, che di Trump si era definito il migliore amico.
Si sa che Trump partecipava alle sue feste, volava sul suo “Lolita express”, si sa che tramite lui ha conosciuto la futura moglie Melania quando era una giovane modella. Trump aveva dichiarato in un’intervista che Epstein era un tipo fantastico (“A terrific guy”) e che condividevano la passione per le donne “specialmente quelle moooolto giovani” (“It is even said that he likes beautiful women as much as I do, and many of them are on the younger side!”).
Stranamente però, pur comparendo il nome di Trump migliaia di volte, tra i milioni di email e file resi pubblici, non ci sono documenti che compromettano Trump più di quanto non lo avessero già compromesso queste sue dichiarazioni pubbliche e fatti noti.
4) Il 21 Gennaio, al forum di Davos, Trump dichiara: «Abbiamo cancellato la capacità nucleare dell’Iran con l’operazione Midnight Hammer. Erano a due mesi dall’arma nucleare, adesso non possono più. Ora l’Iran vuole parlare e noi parleremo». Presunta minaccia nucleare archiviata, partono le trattative sull’arricchimento a uso civile dell’uranio.
5) L’11 Febbraio Netanyahu vola da Trump. Dopo l’incontro, nessuna conferenza stampa congiunta. Nel frattempo proseguono i negoziati Usa con l’Iran sul nucleare civile e anche quelli sembrano pienamente soddisfacenti. Trump affida la guida dei negoziati all’Oman, paese alleato.
6) Il 27 Febbraio, il ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, annuncia trionfante che i negoziati hanno fatto impensabili passi avanti: «L’Iran ha accettato di non stoccare uranio arricchito. È un fatto completamente nuovo, che rende evidentemente a questo punto la questione risolta, poiché d’ora in poi si può negoziare partendo da questo presupposto. Ci sarà inoltre pieno accesso ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea. È una svolta! Le scorte attuali saranno miscelate al livello più basso possibile e convertite definitivamente in combustibile».
7) Il 28 Febbraio gli Stati Uniti attaccano l’Iran. Il segretario di Stato Rubio spiega sostanzialmente che gli Stati Uniti siano intervenuti perché costretti da Israele: “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato, anche da qualcun altro, in risposta avrebbe colpito gli Stati Uniti”. Questa era la “minaccia imminente” per gli Stati Uniti. Qualcun altro chi? Trump lo smentisce: nessuno lo ha costretto, è lui che ha deciso l’attacco.
8) Il giornalista Alan Friedman interviene a su La7 per ricostruire i malumori del Pentagono e della Cia contro il ministro della guerra Hegseth: «Viene fuori che Netanyahu ha spinto Trump a bombardare, forse – dice Friedman – lo ricatta con gli Epstein files: se veramente il Mossad sa di atti sessuali e molestie di Trump su una tredicenne allora lo ricatta. Questa è una teoria che adesso a Washington si discute».
9) Il 3 Marzo la Cbs denuncia che, dal momento dell’attacco Usa all’Iran, il Dipartimento di Giustizia americano sta piano piano eliminando i fascicoli su Epstein dal suo sito: a fine febbraio il Dipartimento di Giustizia ha rimosso più di 47.000 file, per un totale di circa 65.500 pagine.
Ricompaiono però le già pubblicate deposizioni all’Fbi di una donna che ha affermato di essere stata aggredita sessualmente da Trump quando lei aveva 13 anni, dopo essere stata presentata a Trump da Jeffrey Epstein. La donna accusa Trump di aver tentato di costringerla a fare sesso orale e di averla picchiata dopo che lei, riluttante, gli aveva morso il pene.
Sono i file noti come FBI 302 e consultabili sul sito del dipartimento. Pubblico il link nei commenti. Oltre tre milioni di file Epstein restano ancora secretati. il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia.
Anche i più fedeli alleati di Trump sono in difficoltà quando devono trovare una spiegazione logica al perché Trump abbia attaccato l’Iran. Non doveva mettere fine alle guerre? Contraria anche la maggioranza degli elettori trumpiani. C’è chi gli si rivolta contro, come l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson. Altri si inabissano, come il vice J.D. Vance e da noi Meloni. Altri ancora prendono il treno in piena faccia che per quello fanno il ministro dei trasporti. Teniamoci stretti.
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14/02/2026
Il caso Epstein e il coinvolgimento di Israele. Ipotesi iniziali
Il caso Epstein continua a produrre una doppia vertigine. Da un lato, l’elenco delle relazioni, che attraversa politica, finanza, diplomazia, accademia, monarchie. Dall’altro, la persistenza dell’impunità, che appare non solo come lentezza giudiziaria, ma che ci pone davanti alle strutture perverse del potere, a un problema di genere e di sfruttamento.
Qui voglio concentrarmi sulla parte più squisitamente politica. La contesa sull’accesso ai file integrali e la discussione sui criteri di oscuramento delle carte rese pubbliche. Questo movimento ha rimesso al centro un’ipotesi già circolante da anni che entra nei rapporti tra Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell e ambienti di intelligence, con un riferimento ricorrente ai servizi israeliani.
Il punto di origine. L’anomalia giudiziaria della Florida
Il primo nucleo giudiziario del caso esplode tra il 2005 e il 2006 a Palm Beach, in Florida. La polizia locale avvia un’indagine dopo la denuncia dei genitori di una quattordicenne. L’inchiesta porta alla raccolta di decine di testimonianze di ragazze minorenni. I verbali descrivono uno schema stereotipato fisso: reclutamento tramite coetanee, promesse di denaro, massaggi trasformati in atti sessuali e pagamenti in contanti.
Secondo i documenti investigativi citati dalla stampa statunitense degli anni successivi, la polizia di Palm Beach aveva identificato oltre trenta minori coinvolte. Il dossier venne trasmesso all’ufficio del procuratore federale con l’ipotesi di capi d’accusa per traffico sessuale di minori, reati che avrebbero comportato pene detentive molto lunghe e severe.
Nel 2008, però, la procedura si conclude con un accordo extragiudiziale. Epstein si dichiara colpevole davanti alla corte statale della Florida per reati minori legati alla prostituzione e al favoreggiamento. L’accordo esclude le accuse federali più gravi e concede immunità a potenziali co‑cospiratori.
La pena concordata consiste in diciotto mesi di detenzione in una struttura della contea, con regime di lavoro esterno per gran parte della giornata. Durante la detenzione, Epstein continua a frequentare il proprio ufficio e a ricevere visite. Questa soluzione giudiziaria, già allora, appare sproporzionata rispetto al numero delle vittime e alla natura dei reati descritti negli atti di polizia. Non esistono casi di patteggiamenti così favorevoli per quel genere di reati.
Tra le sopravvissute più note compare Virginia Giuffre, che negli anni successivi accuserà Epstein e altri uomini potenti di abusi e traffico sessuale. La sua testimonianza diventerà centrale in procedimenti civili negli Stati Uniti e nel Regno Unito, compresa la causa contro il principe Andrea. Nel luglio 2019, a New York, Epstein viene arrestato con accuse federali di traffico sessuale di minori e cospirazione. L’atto di accusa descrive un sistema organizzato tra Manhattan e la Florida, con ragazze minorenni reclutate e trasportate per incontri sessuali a pagamento.
Il 10 agosto 2019 Epstein viene trovato morto nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York, in circostanze classificate come suicidio (qui ovviamente le ipotesi sono infinite e i dubbi anche) dalle autorità. La morte interrompe il processo penale, lasciando aperte numerose azioni civili.
Nel 2021, a New York, Ghislaine Maxwell viene condannata da una corte federale per traffico sessuale di minori e cospirazione. La giuria la riconosce colpevole per il ruolo di reclutamento e gestione delle vittime negli anni Novanta e nei primi Duemila. Nel 2022 riceve una condanna a vent’anni di carcere federale.
Nei materiali citati dalla stampa italiana compare anche un episodio spesso richiamato nella pubblicistica anglosassone. L’ex procuratore Alex Acosta avrebbe riferito di aver ricevuto indicazioni informali legate a circuiti di intelligence. Nei documenti discussi nel febbraio 2026, questa linea si intreccia con un rapporto dell’FBI del 2020 che riferirebbe la convinzione di una fonte confidenziale circa legami tra Epstein e l’intelligence israeliana.
Il padre di Ghislaine
Robert Maxwell, nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923, incarna la figura del demiurgo capace di integrare l’accumulazione di capitali con il servizio verso lo Stato di Israele. La sua biografia testimonia una transizione dal valore d’uso al valore di scambio delle informazioni strategiche.
Maxwell fuggì dall’occupazione nazista nella nativa Cecoslovacchia. Egli ottenne la Military Cross per prestazione d’opera bellica presso l’esercito britannico. Raggiunse il grado di capitano.
Il patriarca Maxwell stabilì il precedente per l’assetto operativo della rete epsteiniana. Maxwell operò quale mediatore cruciale durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Egli coordinò i contatti con i vertici comunisti cecoslovacchi. Tale intervento facilitò il trasferimento di componenti aeronautiche e armamenti alle forze israeliane.
L’assistenza militare cecoslovacca risultò determinante. Essa garantì il conseguimento della supremazia aerea. Tale atto costituì il fondamento del suo credito politico presso l’establishment di Tel Aviv.
Maxwell estese le proprie prerogative operative al dominio della sorveglianza digitale primitiva. Egli facilitò la diffusione del software PROMIS. Lo strumento conteneva una porta d’accesso occulta destinata all’intelligence israeliana. Maxwell cedette la versione alterata a istituzioni quali i Sandia National Laboratories negli Stati Uniti. Tale operazione permise a una potenza straniera di monitorare dati sensibili relativi alla sicurezza nazionale.
Egli impiegò figure quali il senatore John Tower per agevolare tali transazioni commerciali. La missione di Maxwell definì l’uso di veicoli commerciali come piattaforme per la raccolta di informazioni strategiche.
La morte di Maxwell assunse i connotati di un evento di Stato. Essa avvenne nel 1991 nelle acque delle Canarie, in circostanze che alimentarono esegesi speculative. La cerimonia funebre sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme vide la partecipazione dei vertici politici israeliani. Parteciparono sei ufficiali dei servizi segreti. Yitzhak Shamir dichiarò: “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”. (Shamir, Elogio funebre, 1991).
Ghislaine Maxwell ereditò questo capitale sociale immenso. Ella giunse a New York quale depositaria di un’eredità di intelligence collegata al Deep State.
L’organizzazione di Epstein e i Maxwell
L’ingresso di Jeffrey Epstein nell’orbita dei Maxwell segnò la sintesi tra i metodi clandestini e la finanza globale. Leslie Wexner fornì il motore economico primario. Egli concesse a Epstein la procura generale sui propri beni.
Epstein divenne figura centrale nel Mega Group. Tale collettivo di miliardari si dedicava alla difesa degli interessi strategici israeliani negli Stati Uniti. Il gruppo operava quale veicolo per operazioni di influenza. Esso mirava ad allineare la politica estera di Washington alle necessità di Tel Aviv.
L’operazione Epstein-Maxwell mirava alla raccolta metodica di materiale compromettente. La documentazione delle trasgressioni creava un debito di segretezza. Tale leva condizionava le decisioni politiche. L’accordo di non perseguibilità del 2008 costituisce l’esemplificazione del privilegio.
Come abbiamo visto, Alex Acosta riferì di aver ricevuto istruzioni di desistere. Egli affermò che Epstein apparteneva all’intelligence. La protezione garantita suggerisce un’immunità tipica degli asset la cui esposizione minaccerebbe la stabilità di interessi statali superiori.
L’asse Ehud Barak, tra cybersecurity e diplomazia ombra
Ehud Barak rappresenta la massima espressione dell’apparato militare e politico israeliano inserita nel network epsteiniano. Egli conseguì i gradi apicali dell’esercito. Ricoprì la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Barak ascese alla guida del governo quale Primo Ministro tra il 1999 e il 2001. Successivamente esercitò le funzioni di Ministro della Difesa fino al 2013.
La relazione tra Barak e Jeffrey Epstein superò il limite della frequentazione sociale. Epstein fungeva da consulente finanziario di fiducia. Egli operava quale intermediario per l’accesso a network finanziari esclusivi.
La corrispondenza rivela brani di diplomazia sotterranea. Epstein coordinava incontri con leader mondiali. Egli agiva come un sounding board per le ambizioni economiche di Barak dopo il termine del mandato politico. Barak sollecitava il parere di Epstein per transazioni relative alla società Apollo Global Management. Egli riceveva sostegno per l’istituzione di attività di consulenza globali.
Il nesso operativo tra i due si consolidò nel dominio della cybersecurity. Essi collaborarono nella startup Reporty Homeland Security, ora denominata Carbyne. Tale impresa sviluppa tecnologie avanzate per la gestione delle chiamate di emergenza e l’identificazione dei soggetti. Epstein finanziò gran parte dell’investimento milionario formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo su infrastrutture civili estere.
La collaborazione suggerisce una convergenza tra l’intelligence di Stato e l’impresa privata nel controllo dei flussi informativi. Un documento investigativo dell’FBI del 2020 introduce elementi di estrema gravità. Una fonte umana riservata espresse la convinzione che Epstein fosse un agente cooptato dall’intelligence israeliana.
Il rapporto menziona un addestramento specifico ricevuto da Epstein sotto la supervisione diretta di Ehud Barak. I file del 2026 attestano oltre sessanta incontri tra il 2010 e il 2019. Barak visitava la residenza di Manhattan con il volto parzialmente occultato. Benjamin Netanyahu ha cavalcato tali evidenze per colpire il prestigio dell’avversario. Egli ha affermato che la relazione prova il coinvolgimento di Barak in narrazioni mediatiche false per indebolire il governo.
Ghislaine, l’erede della missione clandestina
Ghislaine Maxwell, la figlia minore di Robert, assunse il ruolo di depositaria del capitale sociale e spionistico del padre. Ella crebbe in un ambiente di privilegio presso la magione di Headington Hill Hall a Oxford. Giunse a New York nel 1991 per curare gli interessi paterni nel settore dei media. La sua presenza negli Stati Uniti coincise con il collasso dell’impero Maxwell e la morte del patriarca.
L’incontro con Jeffrey Epstein avvenne nel 1991 su Madison Avenue. Maxwell non agì quale semplice compagna. Ella operò quale facilitatrice strategica, infatti possedeva le chiavi d’accesso dell’alta società europea e britannica. Epstein necessitava di tale legittimazione per accreditarsi presso le oligarchie globali.
Maxwell coltivò i traffici del finanziere con lucida intelligenza. Dagli atti processuali emerge che Ghislaine manipolava la psiche delle vittime offrendo il conforto di una figura materna. Le carte dell’inchiesta rivelano che Maxwell si metteva a nudo con le ragazze per abbassarne le difese. Potremmo dire una metodologia da “spia”, da manuale dei servizi.
L’ipotesi di un coinvolgimento strutturale con il Mossad trova fondamento in molteplici evidenze testimoniali. Ari Ben-Menashe, già ufficiale dell’intelligence israeliana, ha dichiarato che Maxwell ed Epstein operavano per i servizi di Tel Aviv sin dagli anni Ottanta. Maxwell avrebbe agito quale “operative” dedicata alla raccolta di informazioni tramite il ricatto sessuale. Tale metodica ricalca le operazioni di influenza paterne basate sulla vulnerabilità dei decisori politici.
L’assetto familiare dei Maxwell rafforza tale prospettiva. Le sorelle di Ghislaine, Christine e Isabel, prestano servizio in organizzazioni legate o finanziate dallo Stato israeliano. Jeffrey Epstein riferì a collaboratori che Robert Maxwell era stato eliminato dai servizi segreti israeliani per aver tentato un ricatto ai danni dell’agenzia.
In tale contesto, Ghislaine Maxwell appare come un asset cooptato. Ella garantiva la persistenza della rete di influenza israeliana nel cuore del potere statunitense.
Epstein e Israele: evidenze ed esegesi dell’influenza
Il nesso con lo Stato di Israele si manifesta attraverso un aggregato di dati eterogenei. Alcune evidenze assumono la consistenza del fatto pubblico, suffragate da fonti costanti e da prove evidenti. Altre risultanze indicano una prossimità tra attori e contesti. Un ambito ulteriore pertiene alla congettura, alimentata dalla protezione garantita al finanziere. Per farne una disamina rigorosa, ma, ci tengo a specificarlo, ancora molto provvisoria, occorre, a mio avviso, distingue alcuni livelli per analizzarne le interconnessioni.
Il primo livello di indagine riguarda la genealogia dei Maxwell. Robert Maxwell ricevette in Israele esequie equiparate a un saluto di Stato. Il Washington Post descrisse nel 1991 una celebrazione riservata agli eroi nazionali. All’evento presenziarono le massime autorità del Paese. La stampa israeliana ha ricordato l’elogio funebre di Yitzhak Shamir. Lo statista affermò che Maxwell aveva agito per Israele “oltre quanto fosse possibile rivelare”. Tale onorificenza segnala un credito politico effettivo. Essa attesta un’intimità rivendicata dall’opinione pubblica del tempo.
Il profilo del patriarca condiziona l’esegesi della figura di Ghislaine Maxwell. La biografia di Robert Maxwell è stata associata a sospetti di collaborazione con molteplici agenzie di sicurezza. La cronaca riferì domande circa il coinvolgimento del Mossad nella sua scomparsa. Tale materiale definisce il contesto storico del soggetto. Ghislaine Maxwell crebbe in un ambiente dove il potere e la protezione costituivano categorie dell’esistenza quotidiana.
Il secondo piano concerne le relazioni documentate tra Epstein e vertici politici israeliani. Risulta centrale la figura di Ehud Barak. Numerose testate hanno attestato rapporti personali e d’affari proseguiti oltre la condanna del 2008. Times of Israel riportò che Epstein operò come partner di Barak fino al 2015. Un’inchiesta di Forbes del 2026 ha analizzato il ruolo di Barak nell’operazione che permise a Epstein di investire in Reporty, società ridenominata Carbyne.
Un ex capo di governo facilita l’ingresso di un pregiudicato in un’impresa strategica per la sicurezza pubblica. Questa evidenza delimita un riferimento strategico oggettivo.
La pertinenza dell’atto risiede nelle possibilità che esso genera. Un investimento simile apre canali di relazione con i funzionari. Esso offre l’accesso a reti economiche. Tale manovra produce un capitale reputazionale utile a ridurre la tossicità sociale di Epstein. La politica esercita una funzione di riabilitazione anche in assenza di una regia occulta.
Il terzo ambito riguarda i legami finanziari tracciati nei documenti pubblici. Epstein finanziò organizzazioni collegate alle forze armate israeliane. Le testate citano i trasferimenti verso Friends of Israel Defense Forces e Jewish National Fund. Questo dato indica un interesse verso i circuiti di sostegno che collegano la filantropia allo status politico negli Stati Uniti. L’evidenza definisce un campo di relazioni tramite cui il soggetto acquisisce legittimazione.
Il quarto piano analizza la riattivazione dell’ipotesi Mossad. La stampa internazionale adotta formule caute. Al Jazeera descrive elementi che hanno alimentato l’idea di un legame strutturale con i servizi segreti. Il Times cita un confidente dell’FBI convinto di una cooptazione avvenuta nel 2020. Altre fonti presentano Epstein come un soggetto utile.
L’Associated Press ha sintetizzato nel 2026 le conclusioni investigative dell’FBI. Esistono evidenze sulla sussistenza degli abusi e sulla cooperazione con Maxwell. Risultano invece deboli i riscontri per una rete di traffico destinata a figure apicali. Questa assenza di prove spendibili in sede penale convive con una vasta prossimità sociale. Tale coesistenza alimenta le congetture di intelligence. La vicenda appare segnata da indulgenze procedurali e cadute di attenzione e ricordiamo anche che 3 milioni di mail sono ancora secretate.
Il quinto livello pertiene ai documenti civili. Le deposizioni nel contenzioso Giuffre contro Maxwell descrivono una rete di reclutamento. Reuters ha evidenziato la potenza di tale massa documentale. Gli scambi interni restituiscono la costanza del controllo sulle vittime. Essi confermano il ruolo di Maxwell come organizzatrice.
Un’email attribuita a Maxwell appare confermare l’autenticità della fotografia con il principe Andrea. Il Guardian ha riportato il contenuto della bozza di dichiarazione. Questo dato incide sulla credibilità delle sopravvissute. La propaganda contraria lavora sullo screditamento della persona offesa. Essa mira a saturare lo spazio pubblico di dubbi. Tale processo trasforma la prova in oggetto di dileggio.
Il nodo Israele acquista una fisionomia definita. Esistono relazioni documentate con Ehud Barak. Si registrano investimenti in tecnologia e onori concessi a Robert Maxwell. Le testimonianze rilanciate dai media puntano verso il Mossad. Naftali Bennett ha respinto con fermezza l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana.
Epstein appare come un intermediario che accumula valore tramite la compromissione. Tale figura risulta utile a molteplici poteri. La storia della sua protezione suggerisce l’apertura di numerose porte. Le relazioni con Israele sono dimostrabili nella portata politica ed economica. Un mandato operativo richiederebbe documenti quali ordini o pagamenti tracciati. Risulterebbe necessaria la presenza di rapporti interni.
La tesi della regia unica costituisce una semplificazione e scarica la responsabilità su una singola entità. Il caso Epstein richiede l’analisi delle forme concrete del potere. È necessaria l’attenzione ai flussi di denaro e alle reti di relazione. Risultano determinanti le protezioni giudiziarie e i vantaggi ottenuti dai predatori quando la società premia lo status e il segreto.
La foto di apertura ritrae Ghislaine Maxwel, tenutaria del “Bordello Epstein” – dove pedofilia, stupri di minorenni, omicidi e cannibalismo erano la regola – che parla in una assemblea dell’Onu addirittura di “diritti umani”. Se si vuol capire la portata e la potenza di fuoco del “sistema Mossad” questa foto è un punto di partenza.
Fonte
06/02/2026
I dossier Epstein: Israele, Trump e le infinite omissioni
La recente pubblicazione dei documenti di Epstein da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, oltre 3 milioni di pagine, ha scatenato un’altra grande tempesta politica. Non solo viene menzionato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ma anche una serie di leader mondiali e figure influenti, che si presume siano stati compromessi da Israele.
Razzismo, pedofilia, sacrifici rituali e cooptazione di personaggi influenti hanno scandito la storia di Jeffrey Epstein, raccontata attraverso i documenti pubblicati e/o trapelati nell’ultimo anno. Nell’ottobre del 2025, sia Drop Site News che The Investigations hanno rivelato un altro elemento chiave nello scandalo Epstein: il ruolo di Israele.
Nonostante si tratti di una delle notizie più controverse e in continua evoluzione al mondo, che cattura l’interesse di esponenti di ogni angolo del panorama politico, la menzione dei legami dei trafficanti di minori con Israele è quasi del tutto assente dalla copertura mediatica dell’argomento.
Sebbene si siano a lungo speculate sul potenziale coinvolgimento del Mossad israeliano con Jeffrey Epstein e la sua operazione, basandosi principalmente su prove circostanziali e affiliazioni, nessuna documentazione concreta ha dimostrato l’entità del collegamento; in altre parole, non c’era esattamente la prova schiacciante. Eppure, i documenti di posta elettronica estratti dal gruppo di pirati informatici Handala sono trapelati e hanno fornito esattamente questo.
Non solo il collegamento tra Epstein e Israele esisteva chiaramente, ma ora c’erano anche prove che il trafficante di minori condannato stava tentando di favorire il rovesciamento del governo siriano. Inoltre, aveva un rapporto così stretto con l’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak che ne aveva persino inviato bozze e raccomandazioni per i suoi editoriali.
Col passare del tempo, sia Murtaza Hussain che Ryan Grim di Drop Site News avrebbero pubblicato ulteriori prove del ruolo di Epstein nel favorire Israele. Tra queste, la vendita di uno Stato di sorveglianza alla Costa d’Avorio, dove un’importante spia israeliana avrebbe soggiornato a casa sua per settimane intere, e persino l’aver incoraggiato una banca svizzera Rothschild a finanziare l’industria israeliana delle armi informatiche.
Con il nuovo documento del Dipartimento di Giustizia incompleto, è diventato ancora più chiaro. Il rapporto di Epstein con Israele non era solo una ricerca di accordi, ma era anche qualcosa che Epstein era ideologicamente incline a sostenere. Sebbene abbia ricevuto scarsa attenzione, ci sono diversi scambi tra Epstein e altri colleghi ebrei, in cui usano esplicitamente la retorica suprematista ebraica, prendendo in giro coloro che chiamano “Goyim” (non ebrei) e riferendosi alle persone afro usando la parola che inizia con la N.
La componente ideologica dell’operazione Epstein è importante, in quanto potrebbe evidenziare le potenziali motivazioni del suo impegno ad aiutare Israele. Rende anche i suoi legami con il potere ancora più preoccupanti. In una e-mail del 2016, Epstein affermò al fondatore di Palantir, Peter Thiel, che “come probabilmente saprai, rappresento i Rothschild”, un’importante famiglia di banchieri fortemente coinvolta nel Progetto Sionista fin dagli anni ’10 del 900.
Tenendo presente queste informazioni, i chiari legami di Epstein con leader mondiali, famiglie di banchieri, servizi segreti, giganti della tecnologia, appaltatori di armi e altro ancora, la menzione del nome di Donald Trump, circa 1.800 volte nei documenti pubblicati, solleva di per sé importanti interrogativi.
John Kiriakou, un ex importante agente della CIA diventato informatore, ha persino espresso la sua opinione secondo cui Jeffrey Epstein fosse un “agente di accesso” che lavorava per conto del Mossad israeliano. Ha spiegato che le agenzie di spionaggio usano persone come Epstein per raggiungere individui in posizioni di potere che non possono reclutare direttamente.
Sebbene le accuse di gravi illeciti penali mosse contro Trump nei documenti non siano comprovate, l’ultima rivelazione ha scatenato un’ondata di proteste pubbliche che chiedeva risposte, ovvero un memorandum dell’FBI del 2020 che afferma che Trump era stato “compromesso da Israele”.
Sebbene le affermazioni contenute nel rapporto CHS dell’FBI, che sostengono anche la cooptazione di altri importanti individui da parte del Mossad, non siano il risultato di un’indagine e non siano state provate in tribunale, provenendo invece da una fonte non divulgata, sono comunque gravi.
Per tutta la durata del primo mandato di Trump, i media istituzionali hanno seguito la vicenda del Russiagate 24 ore su 24, nel tentativo di costruire la tesi secondo cui Mosca avrebbe cooptato il Presidente degli Stati Uniti. Eppure, abbiamo la documentazione dell’affiliazione di Trump con Epstein; è noto a tutti che la sua campagna è stata finanziata dalla miliardaria più ricca d’Israele, Miriam Adelson, e c’è persino un documento dell’FBI che afferma che è stato cooptato. Tutte queste prove vengono semplicemente ignorate dalla stampa convenzionale.
Al momento, non ci sono prove conclusive che possano reggere in tribunale e portare a una condanna del Presidente degli Stati Uniti, per nessuna delle accuse. Tuttavia, alla luce di quanto è stato reso pubblico, molte voci scettiche si sono chieste se esistano prove del genere, raccolte a scopo di ricatto.
Se la teoria secondo cui l’operazione di Epstein fosse gestita dal Mossad israeliano e, almeno in parte, progettata per raccogliere informazioni compromettenti su individui influenti è corretta, una valutazione che non è più assurda, allora questo sarebbe il più grande scandalo nella storia della presidenza degli Stati Uniti. Un altro importante interrogativo riguarda la tempistica della divulgazione dei documenti da parte del Dipartimento di Giustizia, in relazione all’escalation tra Stati Uniti e Iran.
Attualmente esistono prove che dimostrano senza ombra di dubbio che Epstein stava lavorando per conto di Israele in qualche modo, che ha usato un linguaggio suprematista ebraico e che molti individui potenti sono accusati di illeciti nei suoi confronti. Al momento, ci sono molti punti ancora da collegare e mancano informazioni vitali, senza le quali è impossibile determinare le responsabilità.
Dal lato degli accusati, tutti coloro che erano coinvolti con Epstein, da Trump al principe Andrea, negano qualsiasi illecito. Anche questo è quantomeno sospetto, poiché tutti sostengono la versione secondo cui nessuno ha fatto nulla di sbagliato a parte Epstein e, nel caso di Donald Trump, i suoi oppositori politici, anch’essi implicati.
L’archivio reso finora disponibile è reperibile con questo link.
di Robert Inlakesh, analista politico, giornalista e documentarista attualmente residente a Londra, Regno Unito. Ha scritto e vissuto nei Territori Palestinesi Occupati e conduce lo speciale televisivo “Palestine Files”. È regista di “Steal of the Century: Trump’s Palestine-Israel Catastrophe” (Il Furto del Secolo: La Catastrofe di Trump tra Palestina e Israele).
Fonte
30/01/2026
Trump e il mondo: quando la politica si trasforma in una prova di forza e di psicologia
Nei suoi incontri pubblici e nei discorsi rivolti ai leader mondiali – in particolare al Forum Economico Mondiale di Davos del 21 gennaio 2026 – Trump è apparso duro, conflittuale e talvolta persino offensivo. Non ha esitato a rimproverare leader europei, a ridimensionare il ruolo dell’Unione Europea e a trattare il Vecchio Continente come un’entità stanca, incapace di proteggersi senza l’ombrello americano.
Ha rifiutato di ascoltare lunghe discussioni sul diritto internazionale, sulla sovranità degli Stati o sull’ordine globale basato sulle regole, ritenendo tale linguaggio morale incompatibile con la logica della forza e limitante per la capacità degli Stati Uniti di imporre la propria volontà e tutelare i propri interessi.
La stessa posizione è stata ribadita nel discorso di lancio di quello che è stato definito il “Consiglio per la Pace”, il 22 gennaio 2026, a margine del forum.
Tuttavia, questa immagine, per quanto netta, non restituisce l’intero quadro. Lo stesso uomo che ha adottato un linguaggio duro verso l’Europa ha mostrato cordialità evidente e rispetto calibrato nei confronti del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, così come del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Questa discrepanza non può essere spiegata come semplice volatilità umorale, ma riflette piuttosto un modello politico e psicologico coerente, definibile come una sorta di “diplomazia trumpiana inversa”.
Il cuore di questo modello consiste nel rovesciamento dell’ordine tradizionale degli strumenti: non si parte da una domanda o da una trattativa, ma dall’annuncio preventivo del risultato. Trump parla di ciò che deve accadere come se fosse già deciso, collocando l’interlocutore di fronte a una pressione psicologica e politica intensa.
A quel punto, il dibattito non riguarda più l’accettazione o il rifiuto, ma la gestione delle perdite e la riformulazione degli esiti in modo da salvaguardare il minimo possibile di interessi.
Il secondo elemento di questo approccio è l’escalation prima del dialogo. Minacce, sanzioni e linguaggio aggressivo non sono strumenti contingenti, bensì una fase iniziale deliberata. Quando la pressione raggiunge il suo apice, si apre lo spazio negoziale da una posizione di evidente superiorità. In questo senso, Trump non considera la negoziazione come uno scambio equilibrato, ma come un meccanismo per estorcere il consenso dopo aver logorato l’altra parte sul piano politico e psicologico.
Il terzo elemento riguarda la sua visione degli Stati come entità gestite secondo la logica delle imprese. In questa prospettiva, confini, storia, simboli o discorsi giuridici non hanno valore intrinseco se non si traducono in numeri, accordi e ritorni immediati. La politica non è la gestione di interessi intrecciati, ma un calcolo di profitti e perdite, in cui chi detiene le leve della forza impone le proprie condizioni.
Il quarto elemento è la sua evidente avversione per la diplomazia istituzionale. Trump non ha mai mostrato una reale fiducia nel Dipartimento di Stato o nei canali tradizionali, preferendo affidarsi a una cerchia ristretta di emissari personali, perlopiù provenienti da ambienti economici o dal suo entourage più vicino.
Questo approccio ha sottratto dossier cruciali ai quadri istituzionali, trasformandoli in percorsi di negoziazione personalizzati, dove la fiducia e la lealtà contano più dell’esperienza protocollare.
Tra le figure più rilevanti figurano Tom Barrack, inviato speciale per Siria e Libano, Jared Kushner e Steve Witkoff per i dossier di Gaza e Ucraina, oltre a Massad Boulos come consigliere presidenziale per gli affari arabi e mediorientali.
Il quinto elemento – forse il più pericoloso – è l’uso dei media e dei social network, in particolare della piattaforma Truth Social, come arma politica. Trump negozia in pubblico, minaccia apertamente e mette in difficoltà i suoi avversari davanti alle rispettive opinioni pubbliche. Questo stile non è casuale, ma uno strumento di pressione psicologica volto a restringere le opzioni dell’altra parte e a spingerla al ritiro o all’accettazione per timore dell’escalation pubblica. In questa logica si può richiamare l’approccio negoziale di William Ury, fondato sull’ottenere un “sì” dall’avversario senza offrire un reale contropartita.
A Davos, questa impostazione si è manifestata con estrema chiarezza. Trump ha parlato di Groenlandia, NATO e Consiglio per la Pace come se si rivolgesse a consigli di amministrazione e non a Stati sovrani. Si è presentato come un leader che non ammette contestazioni, respingendo ogni riferimento europeo alla legittimità internazionale, considerata un discorso teorico privo di spazio in un mondo governato dalla forza.
Il tono è cambiato, invece, nel dialogo con il presidente egiziano. Qui Trump ha adottato un linguaggio basato sull’elogio e sul riconoscimento del ruolo, mostrando disponibilità a intervenire in dossier estremamente sensibili, primo fra tutti quello della diga del Nilo.
Non si è trattato di una semplice cortesia protocollare, ma del riconoscimento implicito del ruolo del Cairo come attore centrale nelle equazioni di stabilità regionale, in particolare nel dossier di Gaza.
Sebbene l’Egitto abbia respinto con fermezza proposte statunitensi e israeliane relative allo sfollamento della popolazione palestinese, tale rifiuto è stato formulato con calma e misura, evitando di provocare l’istinto competitivo di Trump e presentando l’alternativa egiziana in modo tale da poter essere venduta come un suo successo personale.
Da qui emerge una domanda cruciale: cosa potrebbe chiedere Trump all’Egitto in cambio del suo coinvolgimento nella risoluzione della crisi della diga verso i palestinesi?
Nel contesto turco, Trump ha adottato un linguaggio meno aspro nei confronti del presidente Erdoğan, consapevole del ruolo di Ankara nel dossier di Gaza, sia nella pressione su Hamas – in particolare per l’accettazione dell’iniziativa trumpiana e la consegna degli ostaggi e delle salme – sia nei percorsi di disarmo, integrazione parziale e trasformazione politica.
A ciò si aggiunge il ruolo centrale della Turchia nel dossier siriano, dove gli sviluppi sul campo non sono stati isolati da intese più ampie discusse in capitali influenti come Parigi ed Erbil. L’impossibilità di eliminare completamente le Forze Democratiche Siriane (SDF) ha spinto le parti verso soluzioni di compromesso, nelle quali Ankara si è concentrata sull’impedire qualsiasi continuità territoriale che potesse condurre a un’entità curda con sbocco sul Mediterraneo.
L’obiettivo non era annientare la presenza curda, ma contenerla geograficamente, privarla delle sue ambizioni espansive e confinarla in uno spazio chiuso, privo di profondità strategica e di accesso marittimo.
In conclusione, il comportamento di Trump non può essere interpretato come semplice caos o avventatezza politica. Ci troviamo di fronte a un modello di leadership fondato sulla shock therapy, sulla messa alla prova degli avversari e sull’uso della dimensione psicologica – in particolare il bisogno di riconoscimento e di successo – come strumento politico.
Chi comprende queste regole e le affronta con calma e pragmatismo può influenzare il processo decisionale. Chi invece risponde con slogan o gesti teatrali, spesso paga il prezzo di una cattiva valutazione.
Nel mondo di Trump, non basta possedere l’argomentazione morale o giuridica: ciò che conta davvero è convincerlo che il risultato finale venga attribuito a lui personalmente.
Fonte
27/12/2025
I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele
Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.
Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.
Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.
È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.
La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.
Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.
Israele come rifugio per predatori
Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.
Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”.
L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.
La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.
Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.
Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.
Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.
Un vero schema di spionaggio e ricatti
C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.
Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.
Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.
Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.
Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana
Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.
Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.
Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.
Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista
Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.
Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.
Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.
La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?
Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.
È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.
Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.
I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale
In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.
Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.
Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.
Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo
L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.
Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.
Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.
A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.
I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.
L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.
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13/11/2025
“Shitstorm Epstein” sulla Casa Bianca
Epstein è morto in un carcere federale nel 2019, ufficialmente “suicida”, come spesso capita a chi detiene così tanti segreti da perderne il controllo e venirne travolto.
Il dettaglio – Trump che si intrattiene “per ore”, in casa Epstein, con una ragazza minorenne poi a sua volta morta suicida (ma il padre ne dubita) – è comunque importante per tutt’altro motivo.
È leggenda ben poco segreta che il finanziere-puttaniere fosse anche un “agente operativo” del Mossad. Lui stesso – racconta Michael Robotham in un libro dedicato a lui e alla sua compagna di avventure, Ghislaine Maxwell, anche lei ora detenuta – metteva in circolazione le storie più incontrollabili:
«Una storia scandalosa lo collega alla CIA e al Mossad. Un’altra racconta che Epstein fosse un pianista concertista. Un’altra ancora che fosse un insegnante di matematica in un’esclusiva scuola femminile... “Mi disse che era una spia assunta da alcune società per ritrovare ingenti somme di denaro che erano state sottratte”, racconta. “Lo faceva sembrare molto eccitante e affascinante...”»Niente di nuovo sotto il cielo dello spionaggio... Martin Wolf, “l’uomo senza volto” fondatore e direttore della Stasi nella DDR, ha spiegato bene come i letti siano uno degli strumenti migliori per carpire segreti.
La sua appartenenza al “noto servizio” è stata ad una certo punto così data per certa da costringere un premier israeliano – Naftali Bennet – a smentirla nervosamente. L’attendibilità dei governanti di Tel Aviv è però da sempre decisamente al di sotto di qualsiasi soglia umanamente accettabile.
Tanto più che un altro premier – Ehud Barak – ha intrattenuto con Epstein lunghissimi e documentati rapporti di collaborazione miranti, tra l’altro, a stabilire un rapporto semi-segreto con Putin nel tentativo di convincerlo a scaricare Bashar Al Assad tra il 2013 e il 2016. Un incontro diretto, al Cremlino, alla fine ci fu, ma non ebbe il risultato sperato.
Ehud Barak, teoricamente “laburista”, era stato peraltro il comandante del nucleo di “teste di cuoio” israeliane che nel 1972 fu autore del massacro all’aeroporto di Lod (26 morti e 80 feriti), per metter fine ad un dirottamento aereo filo-palestinese. Nel nucleo delle forze speciali c’era anche un tale Benjamin Netanyahu, che rimase ferito ad un braccio da “fuoco amico”. Che ambientino “civile” dev’essere il vertice dello Stato sionista, vero?
L’appartenenza di Epstein al Mossad – con grandissima libertà d’azione, vista la sua ricchezza e le sue entrature – è testimoniata però da Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che nel 2020, in un’intervista ha dichiarato che sia Epstein sia Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, erano agenti.
La “tecnica” preferita di Epstein con i potenti che entravano nel giro stretto dei suoi “amici” era appunto quella di organizzare incontri sessuali con ragazze, anche minorenni, nelle sue numerose case. Ovviamente ricche di telecamere e registratori nascosti. Anche il fratello dell’attuale re d’Inghilterra, l’ex “principe” Andrea – ora privato del titolo proprio per questo – si è ritrovato tra i ricattati eccellenti.
Quando ci si chiede il perché dell’“alleanza d’acciaio” tra Stati Uniti e Israele bisognerebbe forse mettere in conto anche queste tresche. Che contano certo meno dei soldi e degli affari, ma non tanto di meno. La credibilità politica dei leader è infatti molto volatile e risente inevitabilmente anche degli scandali.
Trump non cadrà per questo, ma un altro consistente pezzo del suo piedistallo sta saltando via...
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13/09/2025
Chi ricatta chi? Trump e Netanyahu, Clinton e il fantasma di Epstein
Questa cronaca e tante altre concessioni americane a Israele in questi lunghi mesi di un conflitto in Medio Oriente che invece di chiudersi si va estendendo richiama alla memoria una vecchia storia mai del tutto chiarita. Netanyahu, si chiedono in molti, sta ricattando il presidente americano come quando lo stesso premier israeliano avrebbe ricattato il presidente Bill Clinton? «In uno scandalo che è andato in gran parte perduto nella memoria contemporanea – ricorda un giornalista sul sito americano ‘Drop site’ – era stata ventilata l’ipotesi che Netanyahu avesse ricattato il capo della Casa Bianca rivelandogli che Israele aveva raccolto registrazioni di telefonate a sfondo sessuale tra il 42° presidente e la stagista della Casa Bianca Monica Lewinsky».
Bill e Monica, sussurri e ricatti
«Clinton incontrò Netanyahu nello Studio Ovale nel febbraio 1997. Successivamente, secondo la testimonianza rilasciata dalla Lewinsky all’ufficio del procuratore speciale, la segretaria di Clinton, Bettie Currie, contattò la Lewinsky per invitarla a un incontro nello Studio Ovale, dicendole che Clinton ‘aveva qualcosa di importante da dirle’. Quello sarebbe stato il loro ultimo incontro sessuale, ma Clinton colse anche l’occasione per dirle che ‘un’ambasciata straniera’ aveva intercettato il suo telefono e registrato la loro conversazione. Clinton non avrebbe specificato quale ambasciata, sebbene l’incontro con la Lewinsky sia avvenuto il mese successivo al suo incontro con Netanyahu.
La spia Polard amica di Ben Gvir
In ballo c’era la sorte di una spia, cittadino americano, Jonathan Pollard che lavorava per Israele. Clinton accettò di ‘riesaminare’ il caso di Pollard. Non lo rilasciò ma – ricorda Drop Site – fu liberato nel 2015. Tornato in Israele, Pollard è un aperto sostenitore del ministro estremista per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir e ha chiesto la completa pulizia etnica di Gaza.
Altro scandalo sessuale oggi
Un altro scandalo sessuale, molto più vasto, rischia di travolgere l’attuale presidente americano. Qui non si parla di telefoni della Casa Bianca controllati dal Mossad o da altri servizi ancora più sofisticati della vasta comunità spionistica israeliana. È probabile, però, che molti degli attori dello scandalo che portò il finanziere Jeffrey Epstein in carcere fossero seguiti, osservati dai servizi di Tel Aviv. C’è chi sostiene che lui stesso avesse lavorato come agente segreto per gli israeliani come la sua compagna Ghislaine Maxwell, figlia di Élisabeth Meynard, storica francese nota per le sue ricerche sull’Olocausto, e dell’editore britannico Robert Maxwell, proprietario del Daily Mirror, e di importanti quote in note società editoriali come la MTV Europe e la casa editrice MacMillan.
«Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire», disse di lui il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, durante il suo funerale.
Archivo Epstein arma puntata
L’amicizia Trump-Epstein risale ai primi anni ’90, quando entrambi frequentavano gli stessi ambienti a Palm Beach, in Florida, e a New York. In un’intervista del 2002 al New York Magazine, Trump descrisse Epstein come «un ragazzo fantastico a cui piacciono le belle donne tanto quanto a me, e molte di loro sono giovani». Epstein fu arrestato nel 2019 per traffico sessuale di ragazze minorenni e morì un mese dopo in carcere. Il caso fu dichiarato suicidio. Ghislaine Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con o per conto del finanziere ed ex compagno.
Il loro ‘archivio’ resta più o meno segreto. E molti leader europei e americani, oltre a Trump, tremano.
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03/09/2025
Ricatto all’Arabia Saudita. Tornano le accuse sull’11 settembre
Un giudice federale di New York, George B. Daniels, ha infatti respinto la richiesta presentata dall’Arabia Saudita di archiviare la causa contro il Paese, accusato di aver aiutato i dirottatori degli aerei dell’11 Settembre. A distanza di quasi 24 anni dagli attentati, il giudice ha ritenuto invece che gli elementi inseriti nella causa avviata nel 2003 dalle famiglie delle vittime siano giuridicamente sufficienti per andare a processo.
Per il giudice, ci sarebbe dei legami tra Arabia Saudita e due membri sauditi di Al Qaeda arrivati a inizio 2000 negli Stati Uniti: Omar al-Bayoumi e Fahad al-Thumairy.
La decisione del giudice Daniels è stata resa possibile da una legge del 2016 approvata dal Congresso, chiamata Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), che ha consentito alle famiglie delle vittime dell’11/9 di citare in giudizio l’Arabia Saudita. La legge offre un’ampia possibilità di citare in giudizio governi stranieri nei tribunali federali statunitensi se hanno avuto un ruolo in attacchi terroristici che hanno ucciso americani su suolo statunitense.
La legge consente ai tribunati statunitensi di sequestrare qualsiasi bene saudita detenuto negli USA per risarcire le famiglie delle vittime dell’11/9 se la loro causa avrà successo. Il Fondo per gli Investimenti Pubblici saudita (PIF) possiede da solo circa 20 miliardi di dollari in azioni quotate negli Stati Uniti, senza includere immobili e altri investimenti.
Sempre nel 2016 era stato pubblicato un rapporto di 28 pagine del Congresso relativo agli attentati dell’11 Settembre 2001, secretato per 15 anni. Come già riportato da questo giornale, il rapporto giungeva alla conclusione che l’Arabia Saudita ebbe un ruolo di primo piano negli attentati suicidi dell’11 settembre alle Torri Gemelle.
Secondo il quotidiano New York Post “le argomentazione della CIA del 2002 non lasciano alcun dubbio in merito ai rapporti tra i pirati dell’aria sia con l’ambasciata dell’Arabia Saudita a Washington che con il suo consolato di Los Angeles. Le prove relative ad un sostegno logistico e finanziario da parte di funzionari sauditi sono inconfutabili”.
Nel 2016 però arrivava al potere Trump per il suo primo mandato presidenziale e il rapporto del Congresso venne affossato. Nove anni dopo, ma con molti cambiamenti intervenuti anche nelle relazioni tra Usa e Arabia Saudita, l’accusa contro Riad per gli attentati dell’11 settembre torna in piena evidenza, quasi a diventare una clava per riportare i sauditi al tavolo degli Accordi di Abramo con Israele saltati il 7 ottobre 2023 o per inibire la risoluzione sullo Stato di Palestina prevista per l’assemblea plenaria delle Nazioni Unite il prossimo 24 settembre.
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03/03/2025
Israele blocca tutti gli aiuti umanitari a Gaza e si rimangia l’accordo
“Il primo ministro Netanyahu ha deciso che a partire da questa mattina tutti gli ingressi di merci e forniture nella Striscia di Gaza cesseranno”. Un comunicato stampa netto e senza alcuna esitazione. Hamas ha definito la decisione di Tel Aviv “un ricatto” e ha annunciato che non si “piegherà”, dichiarando che “Israele sta ignorando il diritto internazionale e bloccando l’ingresso di medicine e cibo. Interrompere gli aiuti significa che l’occupazione ha deciso di affamare la gente della Striscia di Gaza”. In effetti l’obiettivo dichiarato da Netanyahu è esattamente quello di affamare la popolazione per costringere il gruppo islamico ad accettare le nuove condizioni israeliane, che non intendono rispettare gli accordi già sottoscritti e bloccano la seconda fase degli accordi stessi pur di non discutere di ritiro, di cessate il fuoco permanente, di ricostruzione, di tutto ciò che garantirebbe una seppur lenta ripresa della vita nell’enclave assediata e distrutta.
Secondo i media israeliani la decisione è stata presa insieme agli Stati Uniti. Su richiesta del partner ebraico l’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Wittkoff, avrebbe presentato agli altri negoziatori una proposta che riprende esattamente le volontà di Tel Aviv e blocca il processo di pace chiedendo di continuare con lo scambio degli ostaggi senza alcuna garanzia che dopo i rilasci non riprendano i bombardamenti. Israele aveva già dichiarato, nei giorni scorsi, che a differenza di ciò che è stato sottoscritto a gennaio, non intende ritirarsi dal corridoio Filadelfia, che separa Gaza dall’Egitto e continuerà dunque a controllare e gestire tutto ciò che entra e tutti coloro che intendono uscire dalla Striscia.
Immediato il coro di giubilo dei ministri più estremisti del governo Netanyahu, come quello delle finanze, Bezalal Smotrich e l’ex ministro della sicurezza nazionale, il supremasista ebraico Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo ha dichiarato in un post su X che “Alla fine la decisione è stata presa: meglio tardi che mai. Questa dovrebbe essere la politica da seguire finché non saranno restituiti gli ultimi ostaggi. Adesso è il momento di aprire le porte dell’inferno, di chiudere l’elettricità e l’acqua, di tornare alla guerra e, cosa più importante, di non accontentarsi solo di metà degli ostaggi, ma di tornare all’ultimatum del presidente Trump: tutti gli ostaggi immediatamente, altrimenti si scatenerà l’inferno a Gaza”.
Anche il ministro delle finanze israeliano di estrema destra Bezalel Smotrich ha affidato a X il suo pensiero di soddisfazione e sangue: “la decisione che abbiamo preso di fermare completamente il flusso di aiuti umanitari a Gaza fino a quando Hamas non sarà distrutto o si arrende completamente e tutti i nostri ostaggi saranno restituiti è un passo importante nella giusta direzione. Le porte dell’inferno sono allettanti. Ora dobbiamo aprire queste porte il più rapidamente e mortalmente possibile al nemico, fino alla completa vittoria”.
Le proteste, già esplose sabato sera in Israele per richiedere di continuare con la seconda fase dell’accordo, proseguono oggi dinanzi alle case dei ministri.
Per mettere pressione a Netanyahu e al suo governo, Hamas ha reso pubblico sabato un video che mostra due fratelli, Eitan e Iar Horn, entrambi ostaggi a Gaza, salutarsi e abbracciarsi in lacrime prima del rilascio di uno di loro. Eitan è rimasto nella Striscia e nel filmato girato dal gruppo islamico chiede a Netanyahu di accettare la seconda fase dell’accordo e riportare tutti a casa: “Se hai un cuore, una coscienza anche piccola, firma, firma oggi”. L’ufficio del primo ministro ha accusato il gruppo islamico di “brutale propaganda”.
A Gaza il Ramadan, il cui inizio è coinciso con la fine della tregua, è cominciato tra l’incertezza e i timori per ciò che potrà accadere. Centinaia di palestinesi hanno tenuto insieme il primo Iftar, il pasto serale che rompe il digiuno, con una lunghissima tavolata tra le macerie di Rafah.
Il ministero della salute palestinese ha fatto sapere che negli ultimi due giorni sono stati registrati ventitré decessi, di cui due persone uccise e ventuno corpi recuperati, aggiornando così il numero dei morti a 48.388. Saleem Oweis, portavoce di Unicef a Gaza, ha dichiarato che sei settimane dopo l’inizio del cessate il fuoco le necessità della popolazione restano enormi: “Riparo, cibo, acqua pulita, che non è ancora disponibile per molti”.
Anche se la tregua ha permesso l’ingresso di beni sul mercato, ha aggiunto Oweis, “è tutto troppo costoso per la maggior parte di coloro che sono stati tagliati fuori da qualsiasi reddito negli ultimi 16 mesi. Tutto quello che dobbiamo fare è aprire le porte e far entrare tutto l’aiuto necessario, senza alcuna restrizione”.
Mentre si moltiplicano gli appelli internazionali per proseguire il cessate il fuoco, il segretario di stato Usa Marco Rubio ha richiesto l’invio di altri 2,04 miliardi di dollari in munizioni e attrezzatura militare per Israele. Motivato da «ragioni di emergenza» e negli «interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti», il nuovo lotto verrà consegnato nel 2026 e comprende 35.529 bombe, 4.000 testate a penetrazione, materiale per i ricambi, supporto per il trasporto e altro ancora.
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11/08/2020
Libano - È caos politico. Si dimette il governo dopo solo sei mesi di attività
Anche oggi i manifestanti hanno protestato davanti alla sede del parlamento e potrebbero non essere soddisfatti dei due possibili scenari che fin qui sembrano delinearsi: un nuovo governo tecnico oppure nuove elezioni.
L’esecutivo tecnico di Diab conclude così il mandato a poco più di sei mesi dall’assunzione dell’incarico avvenuta il 21 gennaio scorso.
Durante la riunione dell’esecutivo di oggi altri ministri avevano già rassegnato le loro dimissioni. Tra questi la vice premier e ministro della Difesa, Zeina Acar. Nel corso della giornata si erano già dimessi quattro ministri (Finanze, Giustizia, Ambiente, Informazione), mentre il giorno successivo all’esplosione nel porto si era dimesso il ministro degli Esteri.
Appare piuttosto evidente il nesso tra le dimissioni del governo con le condizioni imposte dalla conferenza internazionale sugli “aiuti” al Libano. Così come per gli 11,6 miliardi di dollari promessi nel 2018 – e non pagati fino ad oggi – gli aiuti saranno vincolati all’attuazione di “riforme profonde”.
“Queste riforme sbloccheranno miliardi di dollari per il popolo libanese. È ora che i leader libanesi agiscano con decisione “, ha affermato Kristalina Georgieva, amministratore delegato del Fondo Monetario Internazionale.
Dal canto suo Trump continua ad insistere affinché il governo libanese conduca un’indagine “completa e trasparente” sulle cause dell’esplosione a Beirut. I paesi partecipanti alla conferenza hanno “offerto” la loro assistenza per “un’indagine imparziale, credibile e indipendente”.
Ma proprio il governo libanese dimissionario aveva rifiutato un’internazionalizzazione delle indagini, affermando che queste rientrano nella sua sovranità.
Prima di dare le dimissioni, il governo libanese ha trasferito il fascicolo sulla duplice esplosione avvenuta martedì scorso nel porto di Beirut dalla Sicurezza dello Stato alla Corte di giustizia. Questa Corte è un tribunale penale eccezionale equivalente all’Alta corte di Giustizia. La Corte di giustizia “è competente per giudicare i crimini commessi contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato, oltre che alcuni crimini contro la sicurezza pubblica". I verdetti della Corte di giustizia riguardano sia personale militare che civile e “non sono suscettibili di alcuna forma di ricorso ordinario o straordinario, eccetto che un’opposizione o un nuovo processo”.
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25/06/2020
10 anni fa la svolta reazionaria contro il lavoro che oggi ritorna
Un referendum voluto da Sergio Marchionne e gestito in un clima di intimidazione e ricatto degni di una dittatura, ma presentato dal sistema mediatico e da quello politico, tutti complici, come una grande scelta di “democrazia”.
Questo atto di violenza privata tramite voto, con gli operai che votavano sotto l’occhio vigile dei capireparto, raccolse un dissenso imprevisto. Quasi il 40% disse NO, la maggioranza degli addetti alle catene di montaggio. Marchionne come tutti i tiranni si aspettava un 90% di sì e ne fu contrariato.
Sarà per questo che la FIAT mise subito nel cassetto il tanto propagandato progetto chiamato “Fabbrica Italia”, che prevedeva 20 miliardi di investimenti. Tutti quei piani restarono sui titoli dei giornali e nelle menzogne dei politici che li avevano strombazzati.
Oggi la FIAT non esiste più, è una società americana che si appresta a diventare francese con sede legale in Olanda.
Ma se quel referendum si rivelò essere per ciò che era – un imbroglio – enormi furono le sue conseguenze per i lavoratori ed il paese. Nel pieno della crisi economica allora scoppiata, Sergio Marchionne indicò la via da percorrere alla classe politica ed economica del paese: la distruzione dei residui diritti e libertà dei lavoratori per ottenerne il pieno asservimento all’impresa.
Allora i lavoratori venivano già da anni di sacrifici e sembrava dunque arduo pretendere ancora da essi, ma Marchionne aprì la via ad una nuova fase e dimensione dello sfruttamento.
Le leggi di Monti e Fornero, quelle di Renzi, che distruggevano diritti che sembravano solidi e che fino ad allora erano stati difesi, poterono affermarsi perché a Pomigliano quella difesa era stata infranta.
Così oggi la classe operaia italiana è quella più sfruttata ed oppressa d’Europa, quella che ha perso di più. Allora solo la Fiom ed i sindacati di base si opposero, oggi la Fiom è rientrata, con la CGIL, nel concerto confederale e siamo al dilagare di uno sfruttamento del lavoro che dieci anni fa era ancora impensabile.
Il referendum a Pomigliano segnò una svolta reazionaria che dalla fabbrica si estese nella politica e nella cultura del paese, alimentando la distruzione della solidarietà e la guerra tra i poveri. Anche Salvini deve ad esso le sue fortune.
Oggi il nuovo presidente degli industriali Carlo Bonomi, di fronte alla catastrofica crisi economica, cerca di riproporre la stessa scelta di Marchionne, con lo stesso codazzo di intellettuali che abbelliscono di scenari futuribili l’orrore della realtà, di sindacalisti pronti a firmare qualsiasi accordo, di politici di tutti gli schieramenti al servizio dei padroni.
Perché nonostante il degrado attuale delle condizioni di chi lavora, la fantasia perversa dei padroni ha già individuato nuove vie per farle scendere ancora più in basso.
“No, dai, questo non è possibile”, si diceva allora come oggi. E invece sì perché il solo limite allo sfruttamento è quello imposto dalla resistenza e dalla lotta contro di esso. Perché se non si costruiscono la rottura e l’alternativa al capitalismo liberista, questo continuerà ad imporre la propria ferocia come unica soluzione possibile.
Ricordiamo dunque il referendum di Pomigliano come un passaggio buio per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, che può oggi riproporsi con conseguenze ancora più gravi.
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