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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2026

La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

Fonte

07/03/2026

La “coalizione Epstein”, a puntino

di Francesca Fornario

Veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini.

1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I file evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come agente del Mossad addestrato da Barak: l’ex primo ministro Israeliano ed ex ministro della difesa di Israele era, del resto, sodale e socio in affari di Epstein, soggiornava regolarmente nei suoi appartamenti a NY.
Il legame riguarda anche la compagna e socia in crimine Ghislaine Maxwell, a sua volta figlia di una spia del Mossad. Da anni, l’ex spia del Mossad Ari Ben-Menashe andava spiegando che il pedofilo Epstein era una risorsa del Mossad e che il suo ruolo era quello di organizzare e gestire una “honey trap”, una trappola per ricattare figure influenti dopo averle compromesse attirandole “al miele”.

2) Per i loro rapporti con il finanziere pedofilo emersi dai file rilasciati dal dipartimento di Trump si dimettono politici di primo piano, quasi tutti dell’area del “centrosinistra”.
Ora, chiamare quella roba centrosinistra è come chiamare amore la gelosia: diciamo quindi esponenti del centro di quella roba che ha fatto fuori la sinistra, tipo il New Labour di Blair e Starmer che ha fatto fuori il vecchio labourista Corbyn (con l’accusa – pensa il caso – di antisemitismo).
Si dimette il capo di gabinetto del premier Starmer e viene addirittura arrestato l’ex ministro di Tony Blair e di Gordon Brown, Peter Mandelson, nominato da Starmer ambasciatore in Usa. Si dimette da Harvard l’ex segretario del Tesoro di Bill Clinton, Larry Summers. Lo stesso Clinton – prima volta per un ex presidente – è costretto a testimoniare per evitare l’accusa di Oltraggio al Congresso.
Si dimette in Francia l’ex ministro socialista Jack Lang. In Norvegia lo scandalo travolge l’ex premier laburista Thorbjørn Jagland e l’ambasciatrice svedese Mona Juul.
I documenti contenuti nei file evidenziano il rapporto di lungo corso intrattenuto da Epstein con Mona Juul e suo marito, Terje Rod-Larsen. I due erano stati figure di spicco durante gli Accordi di Oslo tra Israele e Olp. Nel suo ultimo testamento, Epstein avrebbe lasciato 10 milioni di dollari in eredità ai figli della coppia. Il governo Norvegese ne ha chiesto le dimissioni per il sospetto che abbia favorito Israele in cambio di utilità personali.

3) I democratici e la stampa denunciano gli omissis e la mancata pubblicazione dei file che riguardano Trump. Alcuni file compaiono per poi sparire, ma c’era chi aveva fatto in tempo a salvarne le copie. Eppure, Trump era legatissimo al finanziere pedofilo Epstein, che di Trump si era definito il migliore amico.
Si sa che Trump partecipava alle sue feste, volava sul suo “Lolita express”, si sa che tramite lui ha conosciuto la futura moglie Melania quando era una giovane modella. Trump aveva dichiarato in un’intervista che Epstein era un tipo fantastico (“A terrific guy”) e che condividevano la passione per le donne “specialmente quelle moooolto giovani” (“It is even said that he likes beautiful women as much as I do, and many of them are on the younger side!”).
Stranamente però, pur comparendo il nome di Trump migliaia di volte, tra i milioni di email e file resi pubblici, non ci sono documenti che compromettano Trump più di quanto non lo avessero già compromesso queste sue dichiarazioni pubbliche e fatti noti.

4) Il 21 Gennaio, al forum di Davos, Trump dichiara: «Abbiamo cancellato la capacità nucleare dell’Iran con l’operazione Midnight Hammer. Erano a due mesi dall’arma nucleare, adesso non possono più. Ora l’Iran vuole parlare e noi parleremo». Presunta minaccia nucleare archiviata, partono le trattative sull’arricchimento a uso civile dell’uranio.

5) L’11 Febbraio Netanyahu vola da Trump. Dopo l’incontro, nessuna conferenza stampa congiunta. Nel frattempo proseguono i negoziati Usa con l’Iran sul nucleare civile e anche quelli sembrano pienamente soddisfacenti. Trump affida la guida dei negoziati all’Oman, paese alleato.

6) Il 27 Febbraio, il ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, annuncia trionfante che i negoziati hanno fatto impensabili passi avanti: «L’Iran ha accettato di non stoccare uranio arricchito. È un fatto completamente nuovo, che rende evidentemente a questo punto la questione risolta, poiché d’ora in poi si può negoziare partendo da questo presupposto. Ci sarà inoltre pieno accesso ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea. È una svolta! Le scorte attuali saranno miscelate al livello più basso possibile e convertite definitivamente in combustibile».

7) Il 28 Febbraio gli Stati Uniti attaccano l’Iran. Il segretario di Stato Rubio spiega sostanzialmente che gli Stati Uniti siano intervenuti perché costretti da Israele: “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato, anche da qualcun altro, in risposta avrebbe colpito gli Stati Uniti”. Questa era la “minaccia imminente” per gli Stati Uniti. Qualcun altro chi? Trump lo smentisce: nessuno lo ha costretto, è lui che ha deciso l’attacco.

8) Il giornalista Alan Friedman interviene a su La7 per ricostruire i malumori del Pentagono e della Cia contro il ministro della guerra Hegseth: «Viene fuori che Netanyahu ha spinto Trump a bombardare, forse – dice Friedman – lo ricatta con gli Epstein files: se veramente il Mossad sa di atti sessuali e molestie di Trump su una tredicenne allora lo ricatta. Questa è una teoria che adesso a Washington si discute».

9) Il 3 Marzo la Cbs denuncia che, dal momento dell’attacco Usa all’Iran, il Dipartimento di Giustizia americano sta piano piano eliminando i fascicoli su Epstein dal suo sito: a fine febbraio il Dipartimento di Giustizia ha rimosso più di 47.000 file, per un totale di circa 65.500 pagine.
Ricompaiono però le già pubblicate deposizioni all’Fbi di una donna che ha affermato di essere stata aggredita sessualmente da Trump quando lei aveva 13 anni, dopo essere stata presentata a Trump da Jeffrey Epstein. La donna accusa Trump di aver tentato di costringerla a fare sesso orale e di averla picchiata dopo che lei, riluttante, gli aveva morso il pene.
Sono i file noti come FBI 302 e consultabili sul sito del dipartimento. Pubblico il link nei commenti. Oltre tre milioni di file Epstein restano ancora secretati. il Dipartimento di Giustizia ha spiegato di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia.

Anche i più fedeli alleati di Trump sono in difficoltà quando devono trovare una spiegazione logica al perché Trump abbia attaccato l’Iran. Non doveva mettere fine alle guerre? Contraria anche la maggioranza degli elettori trumpiani. C’è chi gli si rivolta contro, come l’ex anchorman di Fox News Tucker Carlson. Altri si inabissano, come il vice J.D. Vance e da noi Meloni. Altri ancora prendono il treno in piena faccia che per quello fanno il ministro dei trasporti. Teniamoci stretti.

Fonte

14/02/2026

Il caso Epstein e il coinvolgimento di Israele. Ipotesi iniziali

Il caso Epstein continua a produrre una doppia vertigine. Da un lato, l’elenco delle relazioni, che attraversa politica, finanza, diplomazia, accademia, monarchie. Dall’altro, la persistenza dell’impunità, che appare non solo come lentezza giudiziaria, ma che ci pone davanti alle strutture perverse del potere, a un problema di genere e di sfruttamento.

Qui voglio concentrarmi sulla parte più squisitamente politica. La contesa sull’accesso ai file integrali e la discussione sui criteri di oscuramento delle carte rese pubbliche. Questo movimento ha rimesso al centro un’ipotesi già circolante da anni che entra nei rapporti tra Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell e ambienti di intelligence, con un riferimento ricorrente ai servizi israeliani.

Il punto di origine. L’anomalia giudiziaria della Florida

Il primo nucleo giudiziario del caso esplode tra il 2005 e il 2006 a Palm Beach, in Florida. La polizia locale avvia un’indagine dopo la denuncia dei genitori di una quattordicenne. L’inchiesta porta alla raccolta di decine di testimonianze di ragazze minorenni. I verbali descrivono uno schema stereotipato fisso: reclutamento tramite coetanee, promesse di denaro, massaggi trasformati in atti sessuali e pagamenti in contanti.

Secondo i documenti investigativi citati dalla stampa statunitense degli anni successivi, la polizia di Palm Beach aveva identificato oltre trenta minori coinvolte. Il dossier venne trasmesso all’ufficio del procuratore federale con l’ipotesi di capi d’accusa per traffico sessuale di minori, reati che avrebbero comportato pene detentive molto lunghe e severe.

Nel 2008, però, la procedura si conclude con un accordo extragiudiziale. Epstein si dichiara colpevole davanti alla corte statale della Florida per reati minori legati alla prostituzione e al favoreggiamento. L’accordo esclude le accuse federali più gravi e concede immunità a potenziali co‑cospiratori.

La pena concordata consiste in diciotto mesi di detenzione in una struttura della contea, con regime di lavoro esterno per gran parte della giornata. Durante la detenzione, Epstein continua a frequentare il proprio ufficio e a ricevere visite. Questa soluzione giudiziaria, già allora, appare sproporzionata rispetto al numero delle vittime e alla natura dei reati descritti negli atti di polizia. Non esistono casi di patteggiamenti così favorevoli per quel genere di reati.

Tra le sopravvissute più note compare Virginia Giuffre, che negli anni successivi accuserà Epstein e altri uomini potenti di abusi e traffico sessuale. La sua testimonianza diventerà centrale in procedimenti civili negli Stati Uniti e nel Regno Unito, compresa la causa contro il principe Andrea. Nel luglio 2019, a New York, Epstein viene arrestato con accuse federali di traffico sessuale di minori e cospirazione. L’atto di accusa descrive un sistema organizzato tra Manhattan e la Florida, con ragazze minorenni reclutate e trasportate per incontri sessuali a pagamento.

Il 10 agosto 2019 Epstein viene trovato morto nella cella del Metropolitan Correctional Center di New York, in circostanze classificate come suicidio (qui ovviamente le ipotesi sono infinite e i dubbi anche) dalle autorità. La morte interrompe il processo penale, lasciando aperte numerose azioni civili.

Nel 2021, a New York, Ghislaine Maxwell viene condannata da una corte federale per traffico sessuale di minori e cospirazione. La giuria la riconosce colpevole per il ruolo di reclutamento e gestione delle vittime negli anni Novanta e nei primi Duemila. Nel 2022 riceve una condanna a vent’anni di carcere federale.

Nei materiali citati dalla stampa italiana compare anche un episodio spesso richiamato nella pubblicistica anglosassone. L’ex procuratore Alex Acosta avrebbe riferito di aver ricevuto indicazioni informali legate a circuiti di intelligence. Nei documenti discussi nel febbraio 2026, questa linea si intreccia con un rapporto dell’FBI del 2020 che riferirebbe la convinzione di una fonte confidenziale circa legami tra Epstein e l’intelligence israeliana.

Il padre di Ghislaine 

Robert Maxwell, nato Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch nel 1923, incarna la figura del demiurgo capace di integrare l’accumulazione di capitali con il servizio verso lo Stato di Israele. La sua biografia testimonia una transizione dal valore d’uso al valore di scambio delle informazioni strategiche.

Maxwell fuggì dall’occupazione nazista nella nativa Cecoslovacchia. Egli ottenne la Military Cross per prestazione d’opera bellica presso l’esercito britannico. Raggiunse il grado di capitano.

Il patriarca Maxwell stabilì il precedente per l’assetto operativo della rete epsteiniana. Maxwell operò quale mediatore cruciale durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Egli coordinò i contatti con i vertici comunisti cecoslovacchi. Tale intervento facilitò il trasferimento di componenti aeronautiche e armamenti alle forze israeliane.

L’assistenza militare cecoslovacca risultò determinante. Essa garantì il conseguimento della supremazia aerea. Tale atto costituì il fondamento del suo credito politico presso l’establishment di Tel Aviv.

Maxwell estese le proprie prerogative operative al dominio della sorveglianza digitale primitiva. Egli facilitò la diffusione del software PROMIS. Lo strumento conteneva una porta d’accesso occulta destinata all’intelligence israeliana. Maxwell cedette la versione alterata a istituzioni quali i Sandia National Laboratories negli Stati Uniti. Tale operazione permise a una potenza straniera di monitorare dati sensibili relativi alla sicurezza nazionale.

Egli impiegò figure quali il senatore John Tower per agevolare tali transazioni commerciali. La missione di Maxwell definì l’uso di veicoli commerciali come piattaforme per la raccolta di informazioni strategiche.

La morte di Maxwell assunse i connotati di un evento di Stato. Essa avvenne nel 1991 nelle acque delle Canarie, in circostanze che alimentarono esegesi speculative. La cerimonia funebre sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme vide la partecipazione dei vertici politici israeliani. Parteciparono sei ufficiali dei servizi segreti. Yitzhak Shamir dichiarò: “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”. (Shamir, Elogio funebre, 1991).

Ghislaine Maxwell ereditò questo capitale sociale immenso. Ella giunse a New York quale depositaria di un’eredità di intelligence collegata al Deep State. 

L’organizzazione di Epstein e i Maxwell

L’ingresso di Jeffrey Epstein nell’orbita dei Maxwell segnò la sintesi tra i metodi clandestini e la finanza globale. Leslie Wexner fornì il motore economico primario. Egli concesse a Epstein la procura generale sui propri beni.

Epstein divenne figura centrale nel Mega Group. Tale collettivo di miliardari si dedicava alla difesa degli interessi strategici israeliani negli Stati Uniti. Il gruppo operava quale veicolo per operazioni di influenza. Esso mirava ad allineare la politica estera di Washington alle necessità di Tel Aviv.

L’operazione Epstein-Maxwell mirava alla raccolta metodica di materiale compromettente. La documentazione delle trasgressioni creava un debito di segretezza. Tale leva condizionava le decisioni politiche. L’accordo di non perseguibilità del 2008 costituisce l’esemplificazione del privilegio.

Come abbiamo visto, Alex Acosta riferì di aver ricevuto istruzioni di desistere. Egli affermò che Epstein apparteneva all’intelligence. La protezione garantita suggerisce un’immunità tipica degli asset la cui esposizione minaccerebbe la stabilità di interessi statali superiori.

L’asse Ehud Barak, tra cybersecurity e diplomazia ombra

Ehud Barak rappresenta la massima espressione dell’apparato militare e politico israeliano inserita nel network epsteiniano. Egli conseguì i gradi apicali dell’esercito. Ricoprì la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane. Barak ascese alla guida del governo quale Primo Ministro tra il 1999 e il 2001. Successivamente esercitò le funzioni di Ministro della Difesa fino al 2013.

La relazione tra Barak e Jeffrey Epstein superò il limite della frequentazione sociale. Epstein fungeva da consulente finanziario di fiducia. Egli operava quale intermediario per l’accesso a network finanziari esclusivi.

La corrispondenza rivela brani di diplomazia sotterranea. Epstein coordinava incontri con leader mondiali. Egli agiva come un sounding board per le ambizioni economiche di Barak dopo il termine del mandato politico. Barak sollecitava il parere di Epstein per transazioni relative alla società Apollo Global Management. Egli riceveva sostegno per l’istituzione di attività di consulenza globali.

Il nesso operativo tra i due si consolidò nel dominio della cybersecurity. Essi collaborarono nella startup Reporty Homeland Security, ora denominata Carbyne. Tale impresa sviluppa tecnologie avanzate per la gestione delle chiamate di emergenza e l’identificazione dei soggetti. Epstein finanziò gran parte dell’investimento milionario formalmente intestato a Barak. Tale assetto ha garantito a Israele il controllo su infrastrutture civili estere.

La collaborazione suggerisce una convergenza tra l’intelligence di Stato e l’impresa privata nel controllo dei flussi informativi. Un documento investigativo dell’FBI del 2020 introduce elementi di estrema gravità. Una fonte umana riservata espresse la convinzione che Epstein fosse un agente cooptato dall’intelligence israeliana.

Il rapporto menziona un addestramento specifico ricevuto da Epstein sotto la supervisione diretta di Ehud Barak. I file del 2026 attestano oltre sessanta incontri tra il 2010 e il 2019. Barak visitava la residenza di Manhattan con il volto parzialmente occultato. Benjamin Netanyahu ha cavalcato tali evidenze per colpire il prestigio dell’avversario. Egli ha affermato che la relazione prova il coinvolgimento di Barak in narrazioni mediatiche false per indebolire il governo. 

Ghislaine, l’erede della missione clandestina 

Ghislaine Maxwell, la figlia minore di Robert, assunse il ruolo di depositaria del capitale sociale e spionistico del padre. Ella crebbe in un ambiente di privilegio presso la magione di Headington Hill Hall a Oxford. Giunse a New York nel 1991 per curare gli interessi paterni nel settore dei media. La sua presenza negli Stati Uniti coincise con il collasso dell’impero Maxwell e la morte del patriarca.

L’incontro con Jeffrey Epstein avvenne nel 1991 su Madison Avenue. Maxwell non agì quale semplice compagna. Ella operò quale facilitatrice strategica, infatti possedeva le chiavi d’accesso dell’alta società europea e britannica. Epstein necessitava di tale legittimazione per accreditarsi presso le oligarchie globali.

Maxwell coltivò i traffici del finanziere con lucida intelligenza. Dagli atti processuali emerge che Ghislaine manipolava la psiche delle vittime offrendo il conforto di una figura materna. Le carte dell’inchiesta rivelano che Maxwell si metteva a nudo con le ragazze per abbassarne le difese. Potremmo dire una metodologia da “spia”, da manuale dei servizi.

L’ipotesi di un coinvolgimento strutturale con il Mossad trova fondamento in molteplici evidenze testimoniali. Ari Ben-Menashe, già ufficiale dell’intelligence israeliana, ha dichiarato che Maxwell ed Epstein operavano per i servizi di Tel Aviv sin dagli anni Ottanta. Maxwell avrebbe agito quale “operative” dedicata alla raccolta di informazioni tramite il ricatto sessuale. Tale metodica ricalca le operazioni di influenza paterne basate sulla vulnerabilità dei decisori politici.

L’assetto familiare dei Maxwell rafforza tale prospettiva. Le sorelle di Ghislaine, Christine e Isabel, prestano servizio in organizzazioni legate o finanziate dallo Stato israeliano. Jeffrey Epstein riferì a collaboratori che Robert Maxwell era stato eliminato dai servizi segreti israeliani per aver tentato un ricatto ai danni dell’agenzia.

In tale contesto, Ghislaine Maxwell appare come un asset cooptato. Ella garantiva la persistenza della rete di influenza israeliana nel cuore del potere statunitense. 

Epstein e Israele: evidenze ed esegesi dell’influenza 

Il nesso con lo Stato di Israele si manifesta attraverso un aggregato di dati eterogenei. Alcune evidenze assumono la consistenza del fatto pubblico, suffragate da fonti costanti e da prove evidenti. Altre risultanze indicano una prossimità tra attori e contesti. Un ambito ulteriore pertiene alla congettura, alimentata dalla protezione garantita al finanziere. Per farne una disamina rigorosa, ma, ci tengo a specificarlo, ancora molto provvisoria, occorre, a mio avviso, distingue alcuni livelli per analizzarne le interconnessioni.

Il primo livello di indagine riguarda la genealogia dei Maxwell. Robert Maxwell ricevette in Israele esequie equiparate a un saluto di Stato. Il Washington Post descrisse nel 1991 una celebrazione riservata agli eroi nazionali. All’evento presenziarono le massime autorità del Paese. La stampa israeliana ha ricordato l’elogio funebre di Yitzhak Shamir. Lo statista affermò che Maxwell aveva agito per Israele “oltre quanto fosse possibile rivelare”. Tale onorificenza segnala un credito politico effettivo. Essa attesta un’intimità rivendicata dall’opinione pubblica del tempo.

Il profilo del patriarca condiziona l’esegesi della figura di Ghislaine Maxwell. La biografia di Robert Maxwell è stata associata a sospetti di collaborazione con molteplici agenzie di sicurezza. La cronaca riferì domande circa il coinvolgimento del Mossad nella sua scomparsa. Tale materiale definisce il contesto storico del soggetto. Ghislaine Maxwell crebbe in un ambiente dove il potere e la protezione costituivano categorie dell’esistenza quotidiana.

Il secondo piano concerne le relazioni documentate tra Epstein e vertici politici israeliani. Risulta centrale la figura di Ehud Barak. Numerose testate hanno attestato rapporti personali e d’affari proseguiti oltre la condanna del 2008. Times of Israel riportò che Epstein operò come partner di Barak fino al 2015. Un’inchiesta di Forbes del 2026 ha analizzato il ruolo di Barak nell’operazione che permise a Epstein di investire in Reporty, società ridenominata Carbyne.

Un ex capo di governo facilita l’ingresso di un pregiudicato in un’impresa strategica per la sicurezza pubblica. Questa evidenza delimita un riferimento strategico oggettivo.

La pertinenza dell’atto risiede nelle possibilità che esso genera. Un investimento simile apre canali di relazione con i funzionari. Esso offre l’accesso a reti economiche. Tale manovra produce un capitale reputazionale utile a ridurre la tossicità sociale di Epstein. La politica esercita una funzione di riabilitazione anche in assenza di una regia occulta.

Il terzo ambito riguarda i legami finanziari tracciati nei documenti pubblici. Epstein finanziò organizzazioni collegate alle forze armate israeliane. Le testate citano i trasferimenti verso Friends of Israel Defense Forces e Jewish National Fund. Questo dato indica un interesse verso i circuiti di sostegno che collegano la filantropia allo status politico negli Stati Uniti. L’evidenza definisce un campo di relazioni tramite cui il soggetto acquisisce legittimazione.

Il quarto piano analizza la riattivazione dell’ipotesi Mossad. La stampa internazionale adotta formule caute. Al Jazeera descrive elementi che hanno alimentato l’idea di un legame strutturale con i servizi segreti. Il Times cita un confidente dell’FBI convinto di una cooptazione avvenuta nel 2020. Altre fonti presentano Epstein come un soggetto utile.

L’Associated Press ha sintetizzato nel 2026 le conclusioni investigative dell’FBI. Esistono evidenze sulla sussistenza degli abusi e sulla cooperazione con Maxwell. Risultano invece deboli i riscontri per una rete di traffico destinata a figure apicali. Questa assenza di prove spendibili in sede penale convive con una vasta prossimità sociale. Tale coesistenza alimenta le congetture di intelligence. La vicenda appare segnata da indulgenze procedurali e cadute di attenzione e ricordiamo anche che 3 milioni di mail sono ancora secretate.

Il quinto livello pertiene ai documenti civili. Le deposizioni nel contenzioso Giuffre contro Maxwell descrivono una rete di reclutamento. Reuters ha evidenziato la potenza di tale massa documentale. Gli scambi interni restituiscono la costanza del controllo sulle vittime. Essi confermano il ruolo di Maxwell come organizzatrice.

Un’email attribuita a Maxwell appare confermare l’autenticità della fotografia con il principe Andrea. Il Guardian ha riportato il contenuto della bozza di dichiarazione. Questo dato incide sulla credibilità delle sopravvissute. La propaganda contraria lavora sullo screditamento della persona offesa. Essa mira a saturare lo spazio pubblico di dubbi. Tale processo trasforma la prova in oggetto di dileggio.

Il nodo Israele acquista una fisionomia definita. Esistono relazioni documentate con Ehud Barak. Si registrano investimenti in tecnologia e onori concessi a Robert Maxwell. Le testimonianze rilanciate dai media puntano verso il Mossad. Naftali Bennett ha respinto con fermezza l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana.

Epstein appare come un intermediario che accumula valore tramite la compromissione. Tale figura risulta utile a molteplici poteri. La storia della sua protezione suggerisce l’apertura di numerose porte. Le relazioni con Israele sono dimostrabili nella portata politica ed economica. Un mandato operativo richiederebbe documenti quali ordini o pagamenti tracciati. Risulterebbe necessaria la presenza di rapporti interni.

La tesi della regia unica costituisce una semplificazione e scarica la responsabilità su una singola entità. Il caso Epstein richiede l’analisi delle forme concrete del potere. È necessaria l’attenzione ai flussi di denaro e alle reti di relazione. Risultano determinanti le protezioni giudiziarie e i vantaggi ottenuti dai predatori quando la società premia lo status e il segreto.

La foto di apertura ritrae Ghislaine Maxwel, tenutaria del “Bordello Epstein” – dove pedofilia, stupri di minorenni, omicidi e cannibalismo erano la regola – che parla in una assemblea dell’Onu addirittura di “diritti umani”. Se si vuol capire la portata e la potenza di fuoco del “sistema Mossad” questa foto è un punto di partenza.

Fonte

10/02/2026

Sulle email tra Jeffrey Epstein e Noam Chomsky

di Vijay Prashad

Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.

Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.

Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.

Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.

Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.

Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.

Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.

Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.

Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.

Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.

Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.

Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.

Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.

Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.

Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?

Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.

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27/12/2025

I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele

La biografia postuma di Virginia Giuffre – vittima centrale del network di Jeffrey Epstein – espone abusi sessuali e violenza fisica sistemica. Le sue memorie costituiscono un’accusa formale contro l’élite di individui potenti coinvolti nel traffico sessuale. Giuffre documenta un regime di sfruttamento, afferma di essere stata violentata e brutalmente percossa da un “noto Primo Ministro” non identificato, dichiarando di aver temuto la morte durante la violenza sessuale. La vittima specifica che negli anni trascorsi con Epstein e il suo entourage è stata regolarmente “prestata a decine di persone ricche e potenti”. Descrive l’uso e l’umiliazione abituali subiti, includendo atti di strangolamento, percosse e lesioni fisiche. Il libro è stato pubblicato in Australia, a sei mesi dalla morte di Giuffre, e offre una ricostruzione dettagliata degli abusi subiti in adolescenza e del suo successivo impegno per ottenere giustizia.

Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.

Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.

Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.

È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.

La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.

Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.

Israele come rifugio per predatori

Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.

Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”. 

L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.

La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.

Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.

Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.

Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.

Un vero schema di spionaggio e ricatti

C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.

Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.

Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.

Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.

Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana

Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.

Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.

Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.

Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista

Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.

Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.

Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.

La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?

Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.

È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.

Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.

I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale

In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.

Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.

Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.

Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo

L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.

Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.

Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.

A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.

I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.

L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.

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13/11/2025

“Shitstorm Epstein” sulla Casa Bianca

Lungi da noi volerci occupare dell’ennesimo “scandalo” che colpisce il vertice statunitense, ossia le mail rese note solo ora con cui Jeffrey Epstein – finanziere e organizzatore di festini tra potenti e minorenni – affermava di aver avuto tra i propri “clienti” anche Donand Trump.

Epstein è morto in un carcere federale nel 2019, ufficialmente “suicida”, come spesso capita a chi detiene così tanti segreti da perderne il controllo e venirne travolto.

Il dettaglio – Trump che si intrattiene “per ore”, in casa Epstein, con una ragazza minorenne poi a sua volta morta suicida (ma il padre ne dubita) – è comunque importante per tutt’altro motivo.

È leggenda ben poco segreta che il finanziere-puttaniere fosse anche un “agente operativo” del Mossad. Lui stesso – racconta Michael Robotham in un libro dedicato a lui e alla sua compagna di avventure, Ghislaine Maxwell, anche lei ora detenuta – metteva in circolazione le storie più incontrollabili:
«Una storia scandalosa lo collega alla CIA e al Mossad. Un’altra racconta che Epstein fosse un pianista concertista. Un’altra ancora che fosse un insegnante di matematica in un’esclusiva scuola femminile... “Mi disse che era una spia assunta da alcune società per ritrovare ingenti somme di denaro che erano state sottratte”, racconta. “Lo faceva sembrare molto eccitante e affascinante...”»
Niente di nuovo sotto il cielo dello spionaggio... Martin Wolf, “l’uomo senza volto” fondatore e direttore della Stasi nella DDR, ha spiegato bene come i letti siano uno degli strumenti migliori per carpire segreti.

La sua appartenenza al “noto servizio” è stata ad una certo punto così data per certa da costringere un premier israeliano – Naftali Bennet – a smentirla nervosamente. L’attendibilità dei governanti di Tel Aviv è però da sempre decisamente al di sotto di qualsiasi soglia umanamente accettabile.

Tanto più che un altro premier – Ehud Barak – ha intrattenuto con Epstein lunghissimi e documentati rapporti di collaborazione miranti, tra l’altro, a stabilire un rapporto semi-segreto con Putin nel tentativo di convincerlo a scaricare Bashar Al Assad tra il 2013 e il 2016. Un incontro diretto, al Cremlino, alla fine ci fu, ma non ebbe il risultato sperato.

Ehud Barak, teoricamente “laburista”, era stato peraltro il comandante del nucleo di “teste di cuoio” israeliane che nel 1972 fu autore del massacro all’aeroporto di Lod (26 morti e 80 feriti), per metter fine ad un dirottamento aereo filo-palestinese. Nel nucleo delle forze speciali c’era anche un tale Benjamin Netanyahu, che rimase ferito ad un braccio da “fuoco amico”. Che ambientino “civile” dev’essere il vertice dello Stato sionista, vero?

L’appartenenza di Epstein al Mossad – con grandissima libertà d’azione, vista la sua ricchezza e le sue entrature – è testimoniata però da Ari Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence israeliana, che nel 2020, in un’intervista ha dichiarato che sia Epstein sia Robert Maxwell, padre di Ghislaine Maxwell, erano agenti.

La “tecnica” preferita di Epstein con i potenti che entravano nel giro stretto dei suoi “amici” era appunto quella di organizzare incontri sessuali con ragazze, anche minorenni, nelle sue numerose case. Ovviamente ricche di telecamere e registratori nascosti. Anche il fratello dell’attuale re d’Inghilterra, l’ex “principe” Andrea – ora privato del titolo proprio per questo – si è ritrovato tra i ricattati eccellenti.

Quando ci si chiede il perché dell’“alleanza d’acciaio” tra Stati Uniti e Israele bisognerebbe forse mettere in conto anche queste tresche. Che contano certo meno dei soldi e degli affari, ma non tanto di meno. La credibilità politica dei leader è infatti molto volatile e risente inevitabilmente anche degli scandali.

Trump non cadrà per questo, ma un altro consistente pezzo del suo piedistallo sta saltando via...

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21/11/2023

Barak smonta le veline israeliane su Al Shifa. Si tratta su ostaggi e prigionieri. Si combatte a Gaza

Clamorose rivelazioni dell’ex premier israeliano Barak smentiscono le veline dei militari israeliani sui tunnel sotto Al Shifa

Sono decisamente clamorose le rivelazioni dell’ex premier israeliano Ehud Barak alla CNN, rivelazioni che smentiscono le giustificazioni sul raid d’Israele sull’ospedale Al Shifa di Gaza. “I bunker e i tunnel sotto la struttura sono stati costruiti da ingegneri israeliani decenni fa, quando Tel Aviv occupava ancora la Striscia”.

Rispondendo alla domanda sull’esistenza o meno di prove sufficienti a stabilire che sotto l’ospedale al Shifa vi fosse effettivamente una rete di tunnel e bunker parte di un importante centro di comando di Hamas, Barak ha risposto: “Sappiamo già da molti anni che sotto l’ospedale esisteva un bunker, in origine costruito da ingegneri israeliani, collegato a una rete di tunnel utilizzati da Hamas e facente parte di una rete più ampia. Non so se si tratta di uno dei più importanti nella Striscia, ma sicuramente è uno dei tanti presenti sotto gli ospedali e in altre aree che vengono utilizzati anche nel corso di questo conflitto”. A una richiesta di chiarimento, Barak ha poi specificato che “questi tunnel esistono da molti decenni, probabilmente una quarantina di anni, ed erano stati costruiti per ampliare l’area dell’ospedale che era troppo limitata”.

Un cessate il fuoco temporaneo a Gaza è atteso a breve

Il cessate il fuoco arriverebbe in un momento critico per gli abitanti di Gaza, poiché il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato che 2,2 milioni di persone nella Striscia – quasi la popolazione totale della piccola regione – hanno urgente bisogno di assistenza alimentare.

Un membro di Hamas, Izzat al Rishq, ha affermato oggi che nelle prossime ore potrebbe essere annunciato un accordo di cessate il fuoco mediato dal Qatar. Lo ha reso noto l’emittente Al Jazeera, secondo cui l’accordo includerà anche “uno scambio di prigionieri per rilasciare le donne e i bambini palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, in cambio di donne e bambini israeliani” tenuti in ostaggio a Gaza.

Secondo quanto riferito da Al Rishq, la mediazione del Qatar permetterà anche l’accesso di aiuti umanitari nell’intera Striscia di Gaza e il trasferimento dei feriti in altri Paesi per essere curati. Il funzionario di Hamas ha anche dichiarato che “i colloqui proseguono da settimane” ma il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, “sta prendendo tempo”. Da parte sua, Israele non ha ancora confermato l’accordo.

Il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha dichiarato ieri che i negoziatori stanno “avvicinandosi alla conclusione” di un accordo per il rilascio degli ostaggi detenuti dall’organizzazione islamista palestinese Hamas, ma ha rifiutato di fornire dettagli in merito ai termini dell’intesa.

Fonti vicine al negoziato hanno spiegato che l’accordo prevede una tregua di cinque giorni, che comporterebbe un cessate il fuoco sul terreno e limiti alle operazioni aeree israeliane nel sud di Gaza.

In cambio, saranno rilasciati tra i 50 e i 100 ostaggi detenuti da Hamas e dalla Jihad islamica, un altro dei gruppi armati palestinesi: saranno liberati civili israeliani e ostaggi di altre nazionalità, ma non personale militare. L’accordo porterebbe anche al rilascio di circa 300 palestinesi dalle carceri israeliane.

Interrogato sulla sua visione in merito al futuro di Gaza dopo il conflitto, il segretario generale dell’Onu Guterres ha respinto la possibilità di un protettorato dell’Onu nella Striscia, e ha chiesto un “approccio multilaterale” che conduca ad una soluzione a due Stati.

Almeno 12.700 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio della operazione militare israeliana a Gaza. L’attacco sferrato da Hamas il 7 ottobre scorso, ha causato a sua volta circa 1.200 vittime israeliane. Tra le vittime palestinesi degli attacchi israeliani si conterebbero almeno 5.350 bambini.

Ci siamo ormai avvicinati a quella soglia di 10 palestinesi uccisi per ogni israeliano che autorizza paragoni con quanto commesso dai militari tedeschi in Italia durante l’occupazione nazista del paese.

A Gaza la resistenza palestinese colpisce le truppe israeliane

Nel frattempo, feroci combattimenti tra la Resistenza palestinese e i militari israeliani sono continuati in diverse aree nel nord di Gaza. Anche i massacri israeliani contro i civili sono continuati senza sosta.

Più di 20 palestinesi sono stati uccisi quando gli aerei israeliani hanno bombardato due case nel campo di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza.

Le Brigate Al Quds (braccio militare della Jihad Islamica) dichiarano di aver preso di mira tre veicoli militari israeliani nei quartieri di Sheikh Radwan e Al-Nasr di Gaza City con proiettili “tandem” e “dispositivi di azione di guerriglia”.

Nella sua ultima dichiarazione, Abu Obeida, portavoce militare delle Brigate Al-Qassam, il braccio militare del movimento di resistenza palestinese Hamas, ha fatto annunci specifici, per quanto riguarda il numero di carri armati israeliani distrutti negli ultimi tre giorni e il tipo di operazioni militari e imboscate effettuate nelle vicinanze di Gaza City.

“I nostri combattenti hanno preso di mira 60 veicoli militari sionisti negli ultimi tre giorni, tra cui 10 veicoli corazzati. Continuano feroci scontri con il nemico su diversi fronti nella Striscia di Gaza. Una forza di combattenti d’élite, composta da 25 unità, ha effettuato un attacco composito contro le forze nemiche all’ospedale di Rantisi, che il nemico ha trasformato in una base dopo averlo evacuato dai pazienti”.

“I nostri combattenti hanno eseguito operazioni qualitative che hanno provocato direttamente vittime tra il nemico, in particolare un’imboscata contro le forze di fanteria a sud-ovest di Gaza City”.

Abu Obeida ha anche descritto diverse operazioni in cui sette soldati e altri quattro soldati sono stati uccisi a distanza zero in scontri militari diretti con truppe israeliane .

L’annuncio di Abu Obeida ha fatto seguito a una massiccia raffica di razzi lanciati verso le posizioni israeliane, nell’area metropolitana di Tel Aviv e in altre parti del centro di Israele. “La tempistica della dichiarazione, poco dopo la massiccia raffica di razzi lanciati contro obiettivi israeliani, suggerisce che la capacità della Resistenza palestinese è rimasta in gran parte intatta, così come il coordinamento tra i combattenti sul terreno e altri operativi della Resistenza” scrive il Palestine Chronicle.

Libano. Fronte Nord

In Libano Hezbollah ha dichiarato di aver colpito un edificio nell’insediamento di Metulla dove sono di stanza i soldati dell’esercito di occupazione israeliano. L’IDF afferma di aver colpito tre squadre di missili anticarro di Hezbollah nel sud del Libano e di aver colpito alcuni siti dell’organizzazione in risposta ai ripetuti attacchi nel nord di Israele.

Fonte

15/07/2023

Israele - L'opportunismo di Barak sulla crisi che attraversa il Paese

di Gideon Levy

L’ex primo ministro Ehud Barak ritiene che Israle sia nel mezzo della “più grave crisi della sua storia”. Pochi giorni fa ha scritto per Haaretz un articolo particolarmente drammatico, con più punti esclamativi del solito. “Israele non sarà trasformato in una dittatura!”; “non ci arrenderemo mai!”; “non cederemo mai!”; “questa protesta avrà successo!“.

Dall’inizio della protesta, Barak è diventato un combattente per la libertà sotto steroidi. Non si può non rimanere colpiti dalla sua determinazione e darle il dovuto rispetto.

- L’ex primo ministro Barak ed ex parlamentare di Meretz potrebbe essere indagato per sedizione dalla polizia israeliana

- Il legislatore israeliano afferma che “in altri paesi” Barak sarebbe stato giustiziato

- Ehud Barak aveva ragione. L’occupazione farebbe marcire Israele dall’interno

Allo stesso tempo, non si può fare a meno di chiedersi come possa farlo, come osi.

Come può uno statista e militare israeliano con i suoi precedenti, un ex capo di stato maggiore dell’IDF, primo ministro e ministro della difesa, parlare così tanto di democrazia senza capirne nulla?

Come osa Barak parlare di democrazia chiudendo gli occhi non solo davanti alla realtà palesemente antidemocratica nel cortile del paese, ma anche davanti al fatto lampante di aver partecipato alla sua formazione, nientemeno e forse più della destra?

Uno statista israeliano come Barak non può parlare di democrazia finché parla di democrazia solo per gli ebrei, e questa è l’unica cosa di cui Barak parla.

Esattamente 25 anni fa, pochi mesi prima che fosse eletto primo ministro, chiesi a Barak in un’intervista televisiva: “Se tu fossi nato palestinese, come si sarebbe svolta la tua vita? Cosa saresti diventato?”

Ha dato coraggiosamente l’unica risposta vera possibile: “Suppongo che se avessi avuto l’età giusta, a un certo punto mi sarei unito a una delle organizzazioni terroristiche”. Lo ammiravo per la sua risposta e per le conclusioni che comportava.

Dieci anni dopo, lo stesso Barak, da ministro della Difesa, comandò l’Operazione Piombo Fuso, il più barbaro assalto israeliano alla Striscia di Gaza, che provocò la morte di 1.385 palestinesi, di cui più della metà persone indifese, tra cui 318 bambini, 109 donne e 248 vittime del traffico.

Quel barbaro attacco è stato un altro apice della tirannia militare di Israele sul popolo palestinese. Barak l’ha diretta, non si può dimenticarlo.

Ma a parte le sue mani sporche di sangue, che ha in comune con tutti i militari e i loro inviati, dopo i suoi tentativi falliti di raggiungere una soluzione politica al conflitto, dove offrì ai palestinesi molto meno dei termini stabiliti dalle risoluzioni internazionali, l’ex ministro della Difesa del governo Netanyahu è diventato una delle figure di spicco del movimento di protesta 2023.

Questo è un altro capitolo della gloriosa carriera di Barak, per il quale sta raccogliendo molti onori e riconoscimenti.

Ma Barak è anche uno dei più grandi ingannatori di questo movimento. La sua temporanea identificazione con i giovani palestinesi che lottano contro la tirannia militare che ha il nome di Israele è stata a lungo dimenticata, e ora sta lavorando, con una determinazione condivisa sia da destra che da sinistra, per far scomparire la questione, per negarla e sopprimerla.

Il fatto che non ci sarà democrazia finché questa tirannia continuerà è stato a lungo spazzato via dalla coscienza di Israele. Barak e i suoi sono la causa di tutto ciò.

Hanno creato la falsa immagine che permette alla gente di scendere in piazza con pathos, lottando per la democrazia di un popolo e sentendosi così bene, in un Paese dove due nazioni di uguali dimensioni vivono in uno stato di apartheid.

Si legge Barak con incredulità. Una democrazia perfetta sta per essere distrutta da Netanyahu e dai suoi collaboratori. Il regime di libertà e uguaglianza che ha caratterizzato Israele sta per essere distrutto dai cattivi della destra. Una dittatura è dietro l’angolo.

Barak conclude: “Questa è la lotta più importante a cui abbiamo mai preso parte”. Ecco un’altra frase diretta e onesta del soldato più decorato d’Israele: questa è davvero la lotta più importante a cui abbiate mai preso parte.

Siete scappati dalla vera lotta fatidica, vigliacchi, e continuate a farlo. Non avete né il coraggio né l’integrità necessari per intraprendere una lotta cruciale.

Invece, cercate di sorvolare su questa lotta con le manifestazioni settimanali di Kaplan Street, fuggendo da essa insieme, sia a destra che a sinistra. Se fosse nato palestinese, Ehud Barak, sarebbe andato a manifestare a KaplanStreet? Avrebbe riposto qualche speranza in queste manifestazioni?

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