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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026

Congo, l’Ebola corre più veloce dei soccorsi: oltre tremila morti

Quando l’epidemia è stata ufficialmente dichiarata, il 15 maggio, il virus aveva probabilmente già accumulato mesi di vantaggio. Oggi, meno di quattro mesi dopo, la Repubblica Democratica del Congo conta 6.186 casi confermati di Ebola e 3.007 morti. È la più grande e la più letale epidemia mai registrata nel Paese e la seconda più mortale nella storia, superata soltanto da quella che tra il 2014 e il 2016 uccise oltre 11 mila persone in Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Ma il numero che spiega forse meglio la gravità di ciò che sta accadendo non è quello dei contagi. È un altro: circa il 60% delle persone che muoiono non arriva mai in un centro di cura. Muoiono nelle case, nei villaggi, lontano dai sanitari e spesso senza essere state inserite nelle liste dei contatti di un caso già conosciuto. Per l’Organizzazione mondiale della sanità ogni morte di questo tipo significa che esiste una catena di trasmissione che le autorità non hanno ancora individuato. “L’epidemia è lontana dall’essere sotto controllo”, aveva avvertito ad agosto il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus.

Il focolaio è partito dall’Ituri, nel nord-est del Congo, una delle regioni più instabili del Paese. Inizialmente era concentrato nella zona sanitaria di Mongbwalu, ma in tre mesi si è allargato a sessanta zone sanitarie distribuite in sei province: Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Haut-Uélé, Tshopo e Bas-Uélé. Al 26 agosto, l’ultimo aggiornamento dettagliato dell’Oms, l’Ituri da solo contava 4.802 casi confermati. Da allora i numeri hanno continuato a salire.

È proprio qui che un’epidemia già difficile da contenere incontra una crisi che dura da decenni. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo operano gruppi armati, milizie comunitarie e formazioni ribelli; intere aree sfuggono al controllo dello Stato, le strade sono insicure e migliaia di persone vengono periodicamente costrette a lasciare le proprie case. A luglio, soltanto nell’Ituri, fonti locali citate dalle Nazioni Unite riferivano di decine di civili uccisi o rapiti e di diverse migliaia di nuovi sfollati. L’accesso umanitario resta intermittente proprio nelle zone in cui fermare il virus richiederebbe invece la capacità di raggiungere rapidamente ogni villaggio, individuare ogni malato e ricostruire tutti i suoi contatti.

Ebola non si trasmette con la facilità di un virus respiratorio. Serve il contatto diretto con il sangue o altri fluidi corporei di una persona infetta, viva o morta. Per spezzare la trasmissione servono quindi strumenti che in teoria sono ben conosciuti: individuazione rapida dei casi, isolamento, tracciamento dei contatti, protezione dei sanitari e sepolture sicure. Ma sono esattamente queste procedure a diventare fragili quando le persone si spostano per fuggire dai combattimenti, gli operatori non possono raggiungere alcune aree e i malati arrivano troppo tardi negli ospedali.

La risposta è complicata ulteriormente dal virus responsabile di questa epidemia. Non si tratta della specie Zaire, contro la quale negli ultimi anni sono stati sviluppati vaccini e terapie efficaci, ma del più raro Bundibugyo. Per questa forma della malattia non esistono al momento né un vaccino né un trattamento specifico approvati.

Alla fine di agosto il Congo ha cominciato a vaccinare gli operatori sanitari con Ervebo, il vaccino già utilizzato contro l’Ebola provocata dalla specie Zaire. Ma è una misura sperimentale: l’Oms afferma che non esistono ancora prove sufficienti per stabilire se protegga realmente gli esseri umani dal Bundibugyo. Sono state messe a disposizione inizialmente 70 mila dosi, 20 mila delle quali destinate a uno studio clinico e 50 mila agli operatori in prima linea. Il 1 settembre l’Oms ha ribadito che l’eventuale protezione incrociata resta da dimostrare e che il vaccino dovrebbe essere utilizzato nell’ambito di protocolli di ricerca.

Sono in corso anche sperimentazioni sui trattamenti. L’Oms sta studiando diversi anticorpi monoclonali e antivirali, mentre per la prima volta due vaccini progettati specificamente contro il Bundibugyo sono entrati nella fase di sperimentazione sull’uomo. Ma il tempo della ricerca non coincide con quello dell’epidemia. Alla fine di luglio i casi confermati erano poco più di 3.600 e i morti 1.587. Il 26 agosto erano diventati 5.794 e 2.786. Una settimana dopo le vittime hanno superato quota tremila.

Anche il sistema sanitario sta mostrando tutte le proprie fragilità. In alcune delle aree colpite gli operatori hanno scioperato per il mancato pagamento degli stipendi, mentre mancano posti letto e strutture adeguate. Medici Senza Frontiere ha aperto alla fine di agosto un nuovo centro di trattamento nell’est del Paese proprio per aumentare una capacità di ricovero ormai insufficiente.

Il problema non riguarda soltanto il Congo. Il virus ha già attraversato i confini. L’Uganda ha registrato venti casi e due morti prima di riuscire a interrompere la trasmissione; casi importati sono stati individuati anche in Europa. Alla fine di agosto l’Oms continuava a considerare l’epidemia un’emergenza sanitaria di interesse internazionale e avvertiva che il rischio di nuove esportazioni del virus rimane concreto, soprattutto lungo le frontiere terrestri attraversate quotidianamente attraverso decine di passaggi informali.

Nell’Ituri, intanto, la vita continua in una condizione che riassume bene il paradosso dell’intera emergenza. A Bunia, epicentro dell’epidemia, le scuole hanno riaperto tra le proteste di genitori e insegnanti. In molte strutture manca persino l’acqua corrente necessaria per applicare le più elementari misure di prevenzione. Per i bambini sotto i cinque anni la mortalità registrata è particolarmente alta.

Il Congo conosce Ebola meglio di quasi ogni altro Paese al mondo: questa è la diciassettesima epidemia registrata sul suo territorio. Proprio l’esperienza accumulata negli ultimi decenni aveva permesso di contenere altri focolai molto più rapidamente. Questa volta però il virus è arrivato con mesi di anticipo sulla risposta, è di una specie contro la quale gli strumenti disponibili sono ancora sperimentali ed è entrato in alcune delle regioni più fragili e violente del Paese.

Il risultato è che mentre la scienza cerca il vaccino giusto e le squadre sanitarie inseguono le catene di contagio, l’epidemia continua a trovare persone che muoiono prima ancora che qualcuno sappia che erano malate.

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30/06/2026

La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

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26/07/2025

La politica agricola italiana dentro le mire di autonomia energetica europea

Può sembrare strano che la politica agricola possa svolgere un ruolo nell’autonomia energetica, ma è proprio su questa particolare sinergia che il governo Meloni ha puntato da tempo, come elemento qualificante anche del Piano Mattei. O sarebbe meglio dire, alcuni gruppi (a partire da ENI) nella cornice dei tentativi UE di cercare una propria autonomia energetica e strategica.

Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.

ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.

Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.

I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.

Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.

Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.

La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.

Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.

L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.

Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.

Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.

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18/07/2025

Le nuove guerre dei contractors Usa

A supportare le deportazioni di immigrati illegali voluta dal presidente Trump, Erik Prince, fondatore della famigerata Blackwater e fornitore di servizi militari e di sicurezza privati, da febbraio è tornato prepotentemente a far parlare di sé. «Come una sorta di ambasciatore ombra, facilitatore o apripista» il sospetto di Pietro Orizio in Analisi Sicurezza.

El Salvador, Ecuador, Congo, Haiti

In El Salvador a progettare il trasferimento di immigrati illegali dalle galere al CECOT, la prigione lager antiterrorismo; in Ecuador a sostenere la lotta al narcoterrorismo; in Repubblica Democratica del Congo a proteggere le risorse minerarie; ad Haiti a condurre operazioni militari contro le gang che imperversano nel Paese.

El Salvador e la super Guantanamo

Ad aprile il quotidiano statunitense Politico è entrato in possesso di una nuova proposta presentata da Erik alla Casa Bianca: il trasferimento di migliaia di immigrati illegali con precedenti penali dalle strutture di detenzione statunitensi al CECOT, carcere di massima sicurezza di Tecoluca, El Salvador. Piano logistico compreso. «Trasferire ‘100.000 tra i peggiori criminali’ in El Salvador, passando per un campo di detenzione intermedio con una capacità di 10.000 persone». Prevista la conversione di parte della struttura carceraria salvadoregna in territorio americano. Guantanamo alla rovescia. Versione ‘moderata’ del dispiegamento di un esercito di agenti privati per arrestare e deportare 12 milioni di immigrati legali, per 25 miliardi di dollari.

Ecuador e la narco-violenza

L’Ecuador al primo posto per numero di omicidi in America Latina nel 2023. A marzo il presidente Daniel Noboa ha arruolato l’esercito privato di Erik Prince nella lotta al narcoterrorismo e la protezione delle acque nazionali dalla pesca illegale (i trasporti di droga). A maggio, ‘studio e valutazione di un’offerta presentata da Prince’. Senza fornire ulteriori dettagli o indicazioni, annunciato il dispiegamento dei contractor a partire da luglio.

Repubblica Democratica del Congo

Ricchissima di giacimenti di rame, cobalto, litio e coltan, la Repubblica Democratica del Congo è dilaniata da decenni di scontri nella sua parte orientale. Prince avrebbe stipulato un accordo con Kinshasa per la protezione di giacimenti e riscossione delle tasse collegate. Ad aprile la presidenza aveva ammesso la firma di un accordo con Erik Prince, senza precisare il numero di effettivi né le località di dispiegamento. Mentre Erik Prince risulta impegnato nel reclutamento di ex soldati francesi; in particolare della Legione Straniera.

Il Prince africano

Nel 2017 un alto dirigente della Frontier Services Group – allora di proprietà di Erik Prince – ed alcuni partner dell’ex presidente congolese, Joseph Kabila hanno fondato la Congo Gold Raffinerie (CGR) a Bukavu. Nel 2023, l’ONU ha accusato Prince di aver proposto l’invio di 2.500 mercenari latinoamericani provenienti da Colombia, Messico e Argentina nel Kivu Nord, per proteggere le miniere e fermare l’avanzata dei ribelli. Nel Paese, hanno recentemente subito cocenti sconfitte i romeni di due PMSC (Private Military & Security Companies; Compagnie Militari e di Sicurezza Private) facenti capo all’ex legionario transilvano, Horatiu Potra: Agemira e Asociata RALF.

L’inferno di Haiti

La situazione di Haiti, già da tempo disastrosa, si è ulteriormente aggravata nel 2021, con l’assassinio del presidente Jovenel Moïse da parte di mercenari colombiani. E lo scorso anno alcune delle bande armate si sono unite in una coalizione chiamata Viv Ansanm e hanno intensificato le violenze. Tanto che, le Nazioni Unite hanno avvertito che la capitale, Port-au-Prince rischia di cadere sotto il loro completo controllo. Tutto ciò, mentre la missione internazionale guidata dal Kenya ha sostanzialmente mancato il raggiungimento dei suoi obiettivi e la polizia haitiana, sottodimensionata e mal equipaggiata, non riesce a tenere testa ai criminali. Popolazione ed istituzioni, si sono dichiarati favorevoli a misure estreme e a qualsiasi aiuto dall’estero.

Contractors seminascosti e droni

E così, dei contractor americani, tra cui Erik Prince, avrebbero stipulato un contratto con il Governo per impiegare droni commerciali, armati con ordigni esplosivi per eliminare esponenti delle gang. Per l’organizzazione dei diritti umani RNDDH, da marzo a fine maggio gli attacchi dei droni avrebbero ucciso circa 300 persone. Tra queste non vi sarebbero vittime civili, ma la scarsa trasparenza delle autorità e la difficoltà di accedere alle zone colpite non consentono bilanci credibili. Oltre ai droni, Prince prevederebbe la mobilitazione di 150 veterani americani di origini haitiane e caraibiche da inviare sul campo. Polemiche politiche sui legami di Erik Prince con l’amministrazione Usa. Prince avrebbe rivelato l’intenzione di trasferire uomini da El Salvador ad Haiti, insieme a tre elicotteri d’attacco e di aver già spedito loro un grosso carico di armi nel Paese. Infine, il suo obiettivo finale sarebbe quello di accaparrarsi anche la gestione di dogane, trasporti, riscossione delle tasse e altri servizi necessari alla stabilizzazione del Paese.

Mercenari dolorosi

Quella di Haiti con i contractor -dettaglia Orizio-, è una convivenza di lungo corso non sempre indolore. Quando gli americani hanno riportato al potere l’ex presidente Jean-Bertrand Aristide nel 1994 dopo essere stato deposto da un sanguinoso colpo di stato militare, della sua sicurezza è stata incaricata la Steele Foundation di San Francisco. Contractor hanno operato nel post-terremoto del 2010. I colombiani che nel 2021, al soldo della società americana CTU Security LLC, hanno assassinato il presidente Moïse. Ora la canadese GardaWorld che nel maggio dell’anno scorso si è aggiudicata un contratto da 30 milioni di dollari per supportare la missione di polizia internazionale guidata dal Kenya. Con il Cremlino che s’è proposto col gruppo Wagner.

Prince braccio armato nascosto di Trump?

Dopo l’insediamento di Trump a gennaio, Erik Prince, nel suo podcast, annunciava che per gli Stati Uniti era giunto il tempo di riprendersi il ruolo imperiale e l’influenza militare ed economica in Africa e Sudamerica. Due continenti che sono sicuramente importanti per Washington, in cui i suoi principali concorrenti hanno una consolidata presenza, sia diretta con truppe e funzionari, che attraverso le proprie PMSC: Gruppo Wagner, Afrika Corps, Redut e Bear russe o le varie PSC (Compagnie di Sicurezza) cinesi.

Sean Mcfate, ex contractor, professore ed esperto del mondo delle PMSC ad affermare: «vale sempre la pena osservare dove si muove Prince, perché è un indicatore di dove, secondo lui, potrebbe finire Trump per cercare sempre di trarne profitto».

Aiuti ai leader amici, peggio per i nemici

Stabilizzazione di Paesi con alti tassi di criminalità attraverso il supporto a leader amici, addestramento delle Forze di Sicurezza, controllo delle acque territoriali, e, addirittura, partecipazione diretta ad operazioni. Per non parlare, al contrario, della destabilizzazione di governi ostili. Si pensi al Venezuela. Nel 2019 Prince aveva proposto un piano per rovesciare il presidente Maduro utilizzando dei mercenari. L’anno successivo diversi ex militari statunitensi e latinoamericani della società Silvercorp USA hanno lanciato l’Operazione Gedeón; un maldestro tentativo di golpe in territorio venezuelano.

In seguito alle controverse elezioni di luglio 2024 che hanno visto la rielezione di Maduro, Prince ha iniziato a sostenere un nuovo movimento di opposizione chiamato Ya Casi Venezuela (Il Venezuela è quasi qui). E ha lanciato una campagna per il finanziamento di una presunta operazione. Dopo settimane di raccolta fondi, però, il piano militare non è mai stato attuato.

‘Ambasciatore’ a mano armata

A seconda dei casi e del grado di ‘endorsement’ ottenuto da Washington, Prince ha assunto il ruolo di ambasciatore ombra, facilitatore e apripista, negoziando direttamente con i vertici dei vari Paesi. Inseguendo i propri interessi, ma anche quelli di Washington e, addirittura, anticipandoli.

Grazie allo status giuridico ambiguo e la mancata necessità di approvazioni parlamentari, queste realtà, un tempo ancillari ai governi, risultano oggi sempre più rilevanti per contesti così delicati come quelli analizzati.

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01/07/2025

Pace inutile tra Congo e Ruanda

Congo e Ruanda hanno firmato l’ennesima “pace inutile” impegnandosi a risolvere un sanguinoso conflitto che dura da tre decenni e che cinque accordi simili sottoscritti anche recentemente non hanno disinnescato.

Eppure il presidente degli Stati Uniti ha definito “meraviglioso” l’accordo preliminare, intestandosene il merito. «Non riceverò un premio Nobel per la pace per questo – ha detto Donald Trump, citando poi anche i conflitti tra Russia e Ucraina e tra Israele e Iran – ma le persone sanno, e questo è quello che conta per me».

Il testo è stato firmato il 27 giugno a Washington, dal ministro degli Esteri del Ruanda, Olivier Nduhungirehe, e dalla sua omologa della Repubblica Democratica del Congo, Thérèse Kayikwamba Wagner, alla presenza del segretario di Stato americano Marco Rubio.

La foto di rito nello studio ovale includeva anche il vicepresidente J. D. Vance e Massad Boulos, uomo d’affari di origini libanesi e consuocero di Trump che dallo scorso aprile il presidente ha nominato “consigliere speciale” per l’Africa.

I particolari dell’accordo non sono stati diffusi, ma i paesi firmatari hanno emesso un comunicato congiunto con gli Stati Uniti nei quali si elencano i punti salienti. La genericità degli impegni assunti dalle parti e la mancanza di alcuni capitoli fondamentali evidenziano la provvisorietà e la scarsa solidità del compromesso, utile più che altro a rafforzare le carte di Washington nell’area.

Denis Mukwege, medico e attivista congolese insignito nel 2018 del Nobel per la pace, definisce l’accordo una resa alle forze che hanno causato milioni di morti, aggravata dalla legittimazione della rapina delle risorse minerarie del suo paese nell’ottica di una logica che definisce “estrattivista neocoloniale”. In una dichiarazione, il Nobel ha affermato che l’accordo «equivarrebbe a concedere una ricompensa per l’aggressione, legittimando il saccheggio delle risorse naturali congolesi e costringendo la vittima ad alienare il proprio patrimonio nazionale, sacrificando la giustizia per garantire una pace precaria e fragile».

Eppure è stato lo stesso presidente del Congo, Félix Tshisekedi, a sollecitare l’intervento di Trump per mettere fine al conflitto offrendo in cambio un generoso accesso alle terre rare e ai minerali preziosi i cui giacimenti si concentrano proprio nelle regioni orientali del paese occupate nei mesi scorsi dalle milizie del “Movimento 23 Marzo” (M23), costituito per lo più da ex soldati congolesi Tutsi che affermano di lottare per difendere i diritti della propria comunità etnica.

I critici dell’accordo accusano Tshisekedi di aver svenduto la sovranità del paese in cambio di un tornaconto personale. Pur sostenendo il raggiungimento di un compromesso con l’M23 che porti alla fine delle ostilità, Mukwege ha addirittura avvisato che «Nel caso in cui le nostre autorità non rispettassero la Costituzione o il diritto internazionale, saremo costretti a chiamare il popolo a una vera rivoluzione democratica per esigere il ripristino della nostra sovranità e integrità territoriale».

Alcuni analisti invece spiegano che la concessione dei diritti di sfruttamento delle ingenti risorse minerarie congolesi – controllate e sfruttate per lo più dall’M23 e dal Ruanda che finanzia e arma la milizia – sia stato considerata dal presidente il male minore rispetto ad una situazione del paese ormai disastrosa e all’incapacità da parte dell’esercito regolare di tenere testa all’invasione.

Nei primi mesi di quest’anno l’M23, che si è trasformato ormai in un esercito bene armato e addestrato, ha preso il controllo della maggior parte del Nord e del Sud Kivu, compresi i due capoluoghi Goma e Bukavu. L’offensiva è avvenuta a poche settimane dalla firma, il 25 novembre 2024, di un’intesa tra Congo e Ruanda analoga a quella sottoscritta pochi giorni fa.

Le risorse minerarie vengono estratte illegalmente e trasportate in Ruanda, che è diventato uno dei principali esportatori dell’area, permettendo alla milizia di riempire le proprie casse e al piccolo paese limitrofo di tramutarsi in paese ricco e moderno sotto il controllo del dittatore Paul Kagame.

Nelle regioni occupate l’M23, supportato da alcune migliaia di soldati ruandesi – di cui però Kigali continua a negare l’esistenza – ha messo in atto una sistematica repressione nei confronti di chi oppone resistenza. Secondo un’indagine dell’Ufficio dell’Onu per i Diritti Umani, gli occupanti compiono sistematicamente crimini di guerra, commettendo stupri, arresti arbitrari e omicidi extragiudiziali. Per non parlare del fatto che l’economia e le infrastrutture della zona sono crollate e più di un milione di persone ha dovuto sfollare dalle proprie case per scampare ai combattimenti e alle persecuzioni.

Incredibilmente l’accordo firmato a Washington contiene l’impegno da parte della Repubblica Democratica del Congo e del Ruanda a rispettare la reciproca integrità territoriale, a salvaguardare i civili, a permettere il ritorno degli sfollati e a garantire la fine delle ostilità ma non menziona mai esplicitamente il ruolo dell’M23 e non riconosce il Ruanda come paese belligerante. Da parte sua la milizia non è stata coinvolta nella trattativa e ha già affermato che non si sente condizionata in alcun modo.

Mentre la longa manus del Ruanda continuerà a occupare e a sfruttare ampie porzioni del Congo, il testo impegna Kinshasa a smobilitare le “Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda”, un movimento armato composto da poche centinaia di hutu ruandesi che secondo Kigali rappresenterebbe addirittura una “minaccia esistenziale” e giustificherebbe le “misure difensive” messe in atto dalle forze armate ruandesi.

Anche se l’accordo prevede un impegno a introdurre una maggiore trasparenza nella filiera delle terre rare e dei metalli preziosi, è l’ingresso delle imprese statunitensi nelle procedure di sfruttamento e commercializzazione il punto dirimente, al centro inoltre di specifiche intese tra Kinshasa e Washington. Lo stesso Trump ha affermato che Washington si è assicurata «una larga parte dei diritti minerari della Repubblica Democratica del Congo», un passo avanti non indifferente nella competizione con la Cina che finora sfruttava una parte consistente dei giacimenti congolesi, in particolare quelli di cobalto, che rappresentano l’80% delle riserve mondiali.

Le imprese statunitensi potranno contare sul Corridoio di Lobito, un collegamento ferroviario lungo 1.500 km che collega lo Zambia settentrionale alla costa angolana passando per il sud della RDC. Per rinnovare l’infrastruttura ed avere a disposizione un proprio corridoio alternativo a quello finanziato dalla Cina verso il Mozambico, l’amministrazione Biden ha investito circa 4 miliardi.

Il presidente congolese spera forse che gli Stati Uniti, per sfruttare i giacimenti del Congo orientale, convincano le milizie tutsi a sloggiare, ma è assai più probabile che Washington trovi un accordo reciprocamente vantaggioso con l’M23 e il Ruanda piuttosto che inimicarsi il regime di Kagame che rappresenta già il più stretto alleato di Israele in Africa.

Ad avvantaggiarsi dei nuovi equilibri sarà anche il Qatar, che sta mediando anche una trattativa parallela tra M23 e Congo e che viene citato come membro del comitato di monitoraggio dell’accordo firmato venerdì. L’emirato ha fortemente investito in Ruanda, finanziando numerose infrastrutture, acquistando il 60% della RwandAir ed acquisendo alcuni degli stabilimenti che raffinano i minerali trafugati nelle regioni congolesi occupate.

Fonte

07/03/2025

Congo - Le bombe di Kinshasa esplodono a Bukavu

La strage (13 morti e 72 feriti), perpetrata il 27 febbraio alla fine del meeting del Movimento del 23 Marzo (M23) nella capitale provinciale del Sud-Kivu, segna un passo in avanti del governo della Repubblica democratica del Congo (RDC) nel tentativo estremo d’isolare la rebellione dalle popolazioni che la sostengono.

Nei giorni precedenti l’attentato, dei volantini non firmati e un messaggio-video veicolato nei social da un attivista considerato vicino al potere di Kinshasa, la capitale, invitavano gli abitanti di Bukavu, pena il rischio di spargimento di sangue, a non recarsi agli appuntamenti indetti dall’opposizione politico-militare.

La “Guerra Rivoluzionaria”

Dopo la sua entrata senza incontrare resistenza, à metà febbraio, nella città affacciata sulle rive del lago Kivu, le nuove autorità dell’M23 avevano consolidato il rapporto del movimento con gli abitanti, che ritrovavano tra i loro concittadini alcuni membri della ribellione. Una settimana prima del meeting, tutta Bukavu aveva partecipato al salongo, i lavori collettivi per la ripulitura della città.

A questo punto, impotente sul piano militare convenzionale e fortemente indebolito su quello della comunicazione, il potere adotta l’opzione della strategia controinsurrezionale classica: mettere pressione sui civili per sottrarre alla ribellione il suo retroterra sociale e politico.

E se non è possibile « conquistare il cuore e le menti » della gente con le buone maniere e l’azione psicologica soft, il ricorso al terrore resta la soluzione finale per prosciugare l’acqua (le masse) in cui vive il pesce (il movimento insurrezionale).

Un gruppo di ufficiali d’elite delle Forze armate della RDC (FARDC) sono infatti stati formati alle teorie anti sovversive, riunite nella Dottrina della scuola militare francese chiamata paradossalmente «Guerra Rivoluzionaria» (DGR).

La Dottrina fa riferimento, nella sua applicazione pervertita in senso contrario, al corpus teorico maoista e soprattutto a quanto scrisse Mao-Tse-Tung durante la seconda guerra sino-giapponese: se il popolo può essere paragonato all’acqua, i guerriglieri sono il pesce che vi abita. Come per dire che, di fatto, la posta in gioco della guerra asimmetrica è il controllo delle popolazioni, di cui bisogna ottenere il consenso a qualsiasi prezzo. Anche a quello del terrore, secondo tutti quelli che hanno riadattato il pensiero dell’ex presidente cinese per farne uno strumento di repressione dei movimenti di liberazione durante la colonizzazione. L’applicazione della DGR nella crisi congolese non data da oggi e la sua scena inaugurale non è certo quella di Bukavu.

I massacri di Beni, nel Grand Nord del Nord-Kivu, quelli degli insorti di Kwamina Nsapu nel Kasaï, degli Hema nell’Ituri, con gli atti di genocidio dei Tutsi del Nord-Kivu e dei Banyamulenge del Sud-Kivu, fanno parte di questa metodologia feroce della violenza anti-popolare che resta uno dei tratti distintivi di un regime che la comunità internazionale si ostina a proteggere.

Pertanto, questi crimini di Stato, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e atti di genocidio, sono da tempo ben conosciuti e talora anche documentati a livello ufficiale.

In numerosi documenti pubblicati dalle Nazioni unite (NU), sono stati citati i nomi dei comandanti delle FARDC implicati nelle stragi di civili. Tutti rimasti al loro posto e la cosa non ha avuto seguito. Basti pensare che una delle menti di questi eccidi, in attività dal 2013, è l’attuale patron della Casa Militare del presidente Tshisekedi, il generale Frank Bwamenda Ntumba.

Le ambasciate occidentali, l’Unione africana (UA) e diverse ONG dei diritti umani sono anche al corrente delle modalità d’esecuzione e delle motivazioni che presiedono a tali attività criminali: una strategia del terrore messa in atto dal potere e senza soluzione di continuità tra le magistrature supreme di Joseph Kabila e Félix Tshisekedi, al fine di mantenere il comando sulle popolazioni delle provincie orientali, culla di tutte le rivolte nella storia del paese.

Come si poteva leggere nel testo di un comunicato del 16 febbraio 2021 dell’Alto commissariato per i rifugiati (HCR) delle Nazioni Unite, queste atrocità «s’iscrivono nel quadro di un approccio sistematico volto a perturbare la vita dei civili, a seminare la paura e a provocare il caos».

Per ritornare all’attualità, le due esplosioni che hanno seminato il panico e mietuto delle vittime innocenti a Bukavu sono perciò da contestualizzare in un’escalation della tensione da tempo programmata dalle autorità. Da diversi giorni, l’esercito aveva agito utilizzando droni e granate per attaccare i villaggi densamente popolati del Sud-Kivu, il tutto durante un cessate-il-fuoco stabilito in precedenza e lontano dalle linee del fronte.

Gli attacchi contro i Banyamulenge

E In quest’ultimo periodo, sempre nel Sud-Kivu, si era intensificata l’offensiva delle forze regolari, supportate da milizie etniche e da reparti dell’esercito burundese, contro i borghi e i campi di sfollati, situati negli altipiani di Uvira, Fizi e Mwenga e abitati dai Banyamulenge.

Queste comunità di allevatori d’origine tutsi sono installate nel loro habitat attuale da diversi secoli. Da decenni, sono oggetto di persecuzioni ad opera di notabili locali che agiscono in complicità con le autorità di Kinshasa e si servono di milizie formate da combattenti di altri gruppi etnici della provincia (Bafulero, Banyindu, Babembe). Il 25 febbraio, tre giorni prima dei fatti di Bukavu, i villaggi irundu e Nyarujika nel territorio di Minembwe erano stati cannoneggiati, mentre nella città d’Uvira i membri della comunità munyamulenge (singulier de Banyamulenge, ndr) subivano arresti arbitrari, sequestri ed altri atti criminali.

Per questi pastori delle montagne vale – secondo i discorsi d’odio istruiti ad arte – la stessa accusa di non appartenenza alla nazione congolese, formulata in una vulgata d’origine coloniale che li individua come «invasori venuti dal Ruanda» e non aventi diritto alla cittadinanza della RDC.

Sempre nell’Est, nella provincia dell’Ituri confinante coi territori settentrionali del Nord-Kivu, un’ondata di violenze contro i civili ha fatto registrare una sessantina di vittime. Responsabili di questi massacri, avvenuti alla vigilia dell’esplosione delle bombe a Bukavu, sono ancora una volta dei gruppi armati tribali manipolati e teleguidati da ufficiali delle FARDC.

Il crescendo di questa strategia – di cui si possono trovare le teorizzazioni nei manuali della DGR – è anche la conferma della scelta della soluzione militare alla crisi da parte del regime. Con gli effetti che ci si possono aspettare in termini di costi umani e del rischio di una conflagrazione regionale, dato che il cerchio stretto del potere congolese, unito intorno al presidente Tshisekedi, continua ad accusare il Ruanda di essere dietro la ribellione dell’M23. Di fronte a questa prospettiva, che rende sempre più aleatoria l’uscita a breve o a medio termine da un conflitto senza fine, l’opzione, sostenuta, sia pure con sfumature differenti, dall’insieme della comunità internazionale, che spinge per un dialogo tra i belligeranti, fatica a trovare uno sbocco conseguente e fattuale.

Il Processo di Nairobi (Kenya) e quello di Luanda (Angola), fissati dai leader dei blocchi regionali africani della Comunità dell’Africa dell’Est (EAC, secondo l’acronimo inglese) e della Comunità di sviluppo dell’Africa del Sud (SADC, secondo l’acronimo inglese) soffrono dell’ambiguità di non aver voluto o potuto far chiarezza sulle cause rea​li della crisi, la cui lettura è offuscata e complicata da una narrazione prefabbricata e semplicistica, secondo la quale le origini del conflitto si situerebbero nella volontà di un preteso espansionismo di Kigali, la capitale del Ruanda, e non nel mal-governo congolese.

Lo storytelling è tanto più nefasto, quanto più serve da alibi alla stessa classe politica di Kinshasa, ostinata nel proprio rifiuto di sedersi al tavolo delle trattative con l’M23. Ora, questa strategia è votata al fallimento, basta considerarne gli antecedenti e gli attuali sviluppi. La guerra ha finora messo in evidenza la capacità dell’opposizione armata di ristabilire la sicurezza nelle zone conquistate e di fare opera di pacificazione tra le diverse comunità, messe l’una contro l’altra dall’ancien régime.

D’altro canto, la deliquescenza progressiva dell’esercito « lealista » – che abbandona regolarmente le sue posizioni e il suo materiale senza colpo ferire – testimonia che la volontà e le motivazioni per battersi fanno difetto a una truppa che eccelle solo quando si tratta di bombardare le aree densamente popolate di civili disarmati.

La presenza delle FDLR, eredi del genocidio

Occorre altresì sottolineare che le FARDC sono appoggiate non soltanto dai Caschi blu delle Nazioni Unite (MONUSCO), dall’esercito del Burundi, dai militari sudafricani, tanzaniani e malawiti della SAMIDRC, la Missione dell’Africa del Sud nella RDC, ma anche da una serie di milizie locali, i Wazalendo, mobilitate e indottrinate a una forma particolarmente esasperata di odio tribale contro i loro compatrioti ruandofoni.

In tale coalizione eteroclita, facevano parte, fino alla presa di Goma da parte dell’M23, i mercenari di due società private di matrice francese, e fanno sempre parte, come alleate indefettibili delle FARDC, le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR), fondate dai responsabili del genocidio dei Tutsi nel 1994 in Ruanda. Forza negativa per eccellenza, le FDLR si trovano così a essere i commilitoni dei soldati dell’ONU, le cui autorità non si pongono alcun problema a ritrovarsi in una alleanza assieme ai combattenti di un gruppo fondato dai transfughi ruandesi del 1994, esecutori dello sterminio di un milione di Tutsi.

Un’alleanza certo indegna, ma non contro natura se consideriamo che le milizie Interahamwe e le Forze armate ruandesi (FAR), che hanno eseguito l’olocausto dei Tutsi, sono state sostenute dalla Francia durante i massacri e dopo, quando i militari dell’operazione francese Turquoise ne hanno coperto la ritirata con armi e bagagli nel Kivu, dove questa soldatesca si è riarmata ed ha cominciato a dare la caccia ai Tutsi congolesi prima di attaccare massicciamente le regioni occidentali del Ruanda nel 1997-98.

La stessa Francia, che dirige da sempre il Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace (DPKO, secondo l’acronimo inglese) delle NU, di cui la MONUSCO dipende, non ha mai smesso di sostenere l’alleanza delle FDLR coi governi congolesi che, dall’epoca di Laurent-Désiré Kabila, si sono succeduti fino ad oggi. Nello stesso tempo, la presenza di questo gruppo armato nei pressi della frontiera ruandese non può che impensierire le autorità di Kigali, che da 30 anni domandano, senza ottenere alcun risultato, il suo smantellamento sia ai dirigenti della RDC che alle NU. Pertanto, numerose incursioni ed altri attacchi in territorio ruandese sono stati registrati in tutto questo periodo da parte delle FDLR.

Per restare ai fatti più recenti, nel 2019, un commando FDLR della frazione RUD / Urunana ha ucciso 15 persone nella cittadina di Musanze ; tra il 2022 e il 2023 sono state bombardate le località de Kinigi, Burera e Rubavu. Quest’anno, sempre a Rubavu, un attacco delle FDLR ha fatto 16 vittime civili e 160 feriti.

Comunque sia, le FDLR hanno messo a profitto 30 anni di presenza nell’Est della RDC per forgiarsi come una forza economica e militare, agire con una formidabile capacità di dissimulazione, discrezione ed influenza, assoggettare comunità intere, terre, miniere e creare decine di gruppi armati ispirati alla loro ideologia del genocidio e dell’odio tribale contro i Tutsi. Sul piano politico, i loro dirigenti riescono ad intervenire nella definizione delle linee di politica interna ed esterna della RDC, a mobilitare il governo di Kinshasa contro i loro nemici, ad orientare l’opinione pubblica congolese e della diaspora e ad essere presenti in seno alle ONG, ai diversi gruppi d’interesse e ai think-tank.

L’urgenza di un cambio di narrativa

L’insieme di questa situazione dovrebbe far riflettere gli attori interni e soprattutto internazionali della crisi congolese, e portarli a riconoscerne il carattere endogeno. Non è più giustificabile, ove mai lo fosse stato, il sostegno a un regime per il quale l’esercizio del potere si riassume nella discriminazione dei cittadini secondo l’appartenenza comunitaria e nei massacri ricorrenti delle popolazioni civili per tenerle sotto controllo e assoggettate.

Lo storytelling che indica nel Ruanda l’agente promotore delle ribellioni nell’Est della RDC è in vigore dai primi anni 2000, all’alba della ribellione del Congresso nazionale per la difesa del popolo (CNDP) del generale Laurent Nkunda, di cui l’M23 è la filiazione.

Questo storytelling è una affabulazione in cui gli eventi narrati sono distorti e numerosi fatti sono occultati. Col passare del tempo, ci si incomincia a rendere conto che la narrativa in questione va cambiata perché, in fin dei conti, il suo costruirsi sulla perversione della realtà fattuale diventa una della cause della non soluzione della crisi congolese.

A proposito della quale, scriveva recentemente un ex alto funzionario africano dell’ONU, il somalo Nasser Ega Musa: “La verità deve essere detta: le radici dell’attuale tragedia congolese non si trovano al di fuori dei confini del paese, e non si trovano sicuramente in Ruanda”.

Cambiare narrativa è urgente e ci sono segni tangibili che qualcosa comincia a muoversi in questa direzione.

All’inizio di febbraio, un gruppo di ricercatori, avvocati, artisti, professori d’Università e storici hanno redatto un appello rivolto al Segretario generale delle Nazioni Unite (SGNU), in cui si sostiene che la maniera migliore di far terminare la lunga guerra nell’Est della RDC: “Non è certo quella di fare una fissazione sul rischio di frammentazione della RDC e sull’accusa particolarmente semplicistica secondo la quale il Ruanda sosterrebbe l’M23 al solo fine di sfruttare le risorse naturali del Kivu. Questa interpretazione, ampiamente diffusa dai mass-media, sceglie d’ignorare le atrocità spaventose commesse alla luce del sole contro i Tutsi congolesi, uccisi, mutilati e talora divorati dai loro carnefici. Una lettura così riduttiva dei fatti conforta l’esclusione, esacerba le tensioni ed alimenta i discorsi d’odio. L’attuale escalation militare ne è del resto una conseguenza diretta”.

Fonte

11/02/2025

Congo - Per trovare la pace, cambiare la narrazione della crisi!

La riunione degli organismi regionali africani in Tanzania per porre fine alla guerra nel Congo orientale è destinata a fallire se le cause della crisi continueranno a essere interpretate nello stesso modo in cui sono state interpretate finora. È una cortina di fumo che deve essere diradata se vogliamo voltare pagina rispetto agli innumerevoli atti di violenza che imperversano da decenni.

Dopo la conquista di Goma, la capitale del Nord Kivu, che è la provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), l’M23, movimento di opposizione politico-militare al governo di Kinshasa, in un comunicato emesso il 3 febbraio, ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale. Il suo portavoce civile ha inoltre affermato che il movimento non intende conquistare la città di Bukavu, nel Sud Kivu, verso la quale le sue truppe stanno attualmente avanzando.

Il vertice di Dar es Salaam

Secondo gli osservatori, queste dichiarazioni sono un segno di buona volontà da parte della leadership del movimento, in vista dell’apertura di un dialogo con le autorità del regime della RDC. Giovedì 6, la leadership dell’M23 ha incontrato la popolazione di Goma in un raduno allo Stade de l’Unité.

Intanto, si attende l’esito del vertice congiunto dei due blocchi regionali africani, la Comunità dell’Africa orientale (EAC) e la Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC), i cui soldati sono impegnati a sostenere l’esercito regolare (FARDC) contro l’M23.

L’incontro, tenutosi a Dar es Salaam, in Tanzania, è iniziato venerdì 7 e le sue conclusioni sono attese per domenica sera. Tra gli obiettivi dell’incontro ci sono la cessazione delle ostilità e l’avvio di un calendario di negoziati tra Kinshasa e l’M23. Questi colloqui dovrebbero svolgersi nel quadro del Processo di Nairobi, in Kenya, lanciato nell’aprile 2022 sotto l’egida della EAC, con l’obiettivo di risolvere la crisi nell’est della RDC e porre fine ai combattimenti.

Ma per tre anni l’iniziativa keniota è rimasta lettera morta. Il capo di Stato congolese, Félix Tshisekedi Tshilimbo, ha sempre rifiutato di sedersi al tavolo dei negoziati, sostenendo che l’M23 è in realtà il cavallo di Troia del Ruanda, che sostiene di essere diretto e manipolato dal Ruanda per destabilizzare l’est della RDC e impadronirsi delle sue risorse. I membri più estremisti dell’entourage del Presidente non esitano a considerare questo movimento come una milizia di Kigali, i cui membri non sono nemmeno congolesi, ma ruandesi.

Pochi giorni fa, come ulteriore prova della continua influenza dei falchi del regime di Kinshasa, le sue autorità militari hanno emesso un mandato di arresto internazionale per Corneille Nangaa, uno dei leader della ribellione. Si tratta di una misura che non serve a calmare la situazione, né offre molte speranze di un esito positivo del vertice di Dar es Salaam.

Alla radice della crisi

Da parte loro, i leader dell’M23 si sono ripetutamente dimostrati aperti al dialogo ed hanno insistito in particolare sulla necessità di un dibattito preventivo e approfondito, incentrato sulla ricerca delle vere cause di un conflitto le cui radici risalgono a diversi decenni fa. A loro avviso, questo sarebbe il nodo gordiano da recidere per porre fine a un conflitto così lungo.

Inoltre, gli obiettivi principali dell’M23 sono ben noti e sono strettamente legati agli eventi alla base di questo periodo di guerra e violenza, la cui fine non è in vista.

In cima alla lista delle loro rimostranze, i ribelli chiedono il ritorno dei rifugiati dell’Est, la maggior parte dei quali appartiene alle comunità di lingua ruandese, che languono – alcuni da più di 30 anni – nei campi in Ruanda, Burundi, Uganda e Tanzania.

Allo stesso tempo, chiedono lo smantellamento delle Forces démocratiques de libération du Rwanda (FDLR), il più pericoloso e dannoso dei gruppi armati presenti nella RDC orientale. Questo gruppo, erede dell’ex esercito ruandese (FAR) e delle milizie hutu Interahamwe che hanno compiuto il genocidio dei Tutsi in Ruanda nel 1994, è un alleato irrinunciabile del regime di Kinshasa fin dai tempi del presidente Laurent-Désiré Kabila (1997-2001).

La simmetria tra queste due richieste è emblematica: il ritorno dei rifugiati in patria è concepibile a condizione che la loro sicurezza nell’est della RDC sia garantita una volta per tutte con la scomparsa del gruppo che da oltre 30 anni dà la caccia alla popolazione di lingua kinyarwanda, e in particolare ai tutsi, che costituiscono la maggior parte degli esuli.

Se vogliamo risalire alle radici di questa storia, che è una tragedia per le decine di migliaia di vittime, dobbiamo tornare indietro di oltre 30 anni.

È stato nell’agosto 1994 che la Francia, attraverso l’Operazione Turchese, ha iniziato a esfiltrare le forze che avevano appena commesso il terribile crimine del genocidio in Ruanda uccidendo un milione di Tutsi nella Terra delle Mille Colline. Protetti dallo staff militare privato del presidente francese François Mitterrand, i soldati e i miliziani ruandesi sbarcarono oltre confine, nel territorio dell’allora Zaire (l’attuale RDC), con armi e bagagli, sotto l’occhio benevolo del maresciallo Mobutu (1965-1997) e in mezzo a una folla di circa due milioni di hutu in fuga.

Mobutu, il dittatore congolese dell’ex Zaire, amico di Parigi, era stato anche – dettaglio da non trascurare – il sostenitore del regime di Kigali responsabile del crimine dei crimini.

Quelli che alcuni hanno chiamato, con una sottovalutazione un po’ ingenua, i “soldati perduti di Habyarimana” – dal nome del presidente ruandese che era stato a capo dello Stato genocida, perito nello schianto del suo aereo il 7 aprile 1994, all’inizio dello sterminio – intendevano riorganizzarsi per attaccare il Ruanda, rovesciare la nuova élite al potere del Fronte Patriottico Ruandese (RPF), che aveva fermato i massacri, e “finire il lavoro”, cioè il genocidio.

Se, nella loro logica perversa, allo stesso tempo e ancora una volta, si trattava di attaccare i congolesi delle vittime prese di mira durante l’olocausto ruandese, ora i tutsi congolesi dell’est della RDC si prestavano bene a questa sordida esigenza!

Questi soldati e miliziani potevano anche contare su un ambiente politico favorevole ai loro disegni criminali: le élite locali dell’est, provenienti da comunità non ruandofone (Nande, Hunde, Nyanga, Tembo, ecc.) erano note per il loro tribalismo omicida e, in passato, avevano organizzato pogrom anti-tutsi, come quelli del 1993 nelle zone di Walikale e Masisi (Nord Kivu).

Questi membri eletti delle assemblee provinciali orientali erano stati anche tra i più accaniti promotori di tutte le iniziative legislative con cui, dopo l’indipendenza del 1960, le autorità centrali miravano a escludere dalla cittadinanza congolese i ruandofoni del Nord e Sud Kivu.

Di conseguenza, non potevano che vedere di buon occhio l’attivismo razzista e tutsi-fobico delle forze hutu ruandesi che, appena arrivate, iniziarono a dare la caccia ai loro nemici giurati... Tanto più che erano sostenute nelle loro azioni dalle politiche discriminatorie di Kinshasa nei confronti dei tutsi, dove erano ancora restie a concedere la cittadinanza congolese permanente ai loro concittadini di lingua kinyarwanda.

L’avvento dell’AFDL

Col tempo, questi sviluppi hanno portato alla destabilizzazione e alla violenza nelle due province del Nord e del Sud Kivu, con l’inevitabile rivolta delle popolazioni vittime delle atrocità.

Le vittime, che non si limitavano alle comunità ruandofone, poiché tutte erano coinvolte in un modo o nell’altro nelle frequenti uccisioni, si sono mobilitate contro il governo di Kinshasa con la rivolta nel Sud Kivu dei Banyamulenge – tutsi di origine, insediati da diversi secoli negli altopiani dell’Itombwe – e dei giovani soldati del Movimento Rivoluzionario per la Liberazione dello Zaire (M.R.L.Z.), che hanno portato a una nuova mobilitazione, proveniente da tutte le etnie del Nord Kivu e guidato da Anselme Masasu Nindaga.

Con la partecipazione di altri due gruppi, si è formata l’Alliance des Forces démocratiques pour la libération du Congo (AFDL). Sostenuta dai governi di Ruanda, Burundi e Uganda, il 17 maggio 1997 rovesciò il maresciallo Mobutu e insediò il suo portavoce, Laurent-Désiré Kabila, come capo di Stato.

Pochi mesi dopo aver preso il potere, Kabila ha compiuto una spettacolare inversione di rotta sbarazzandosi dei suoi sponsor, in particolare del governo ruandese, e soprattutto riavvicinandosi ai suoi ex nemici della ribellione hutu ruandese, che avevano destabilizzato l’est della RDC e sognavano di attaccare Kigali: un ritorno al punto di partenza per gli abitanti delle province orientali e per i ruandofoni in particolare, i cui tutsi erano nuovamente bersaglio degli attacchi degli ex genocidari. Ma era anche un problema aggiuntivo per Kigali, minacciata sul fianco occidentale da queste forze negative.

Resta il fatto che LD Kabila e il suo entourage si stanno lanciando in una retorica piena di odio e tribalista rivolta ai Tutsi e al Ruanda.

L’emergere della politica dell’odio

Nel 1998, Kinshasa e Lubumbashi sono state teatro di pogrom contro i Tutsi. Fu la scena inaugurale di una politica basata sul razzismo e sulla discriminazione etnica che ha segnato tutti i governi congolesi fino ad oggi.

E non dimentichiamo che uno degli effetti di questa nuova intesa tra le autorità congolesi e gli ex genocidari fu che, tra il 1997 e il 1998, questi ultimi lanciarono una serie di attacchi omicidi in territorio ruandese. Per diversi mesi, l’intero ovest del Paese delle mille colline fu invaso e messo a ferro e fuoco dai vecchi soldati e miliziani di Habyarimana: una vera e propria insurrezione che le nuove autorità di Kigali riuscirono a domare, anche se non senza grandi sforzi.

Nell’agosto 1998 si formò una nuova ribellione contro il regime di Laurent-Désiré Kabila, con il sostegno del Ruanda: il Raggruppamento Congolese per la Democrazia (RCD). Inizia una guerra durata quasi quattro anni, durante i quali l’assassinio di Kabila è stato uno degli eventi chiave, mentre il figlio adottivo Joseph è salito al potere pochi giorni dopo (17 gennaio 2001).

Per porre fine a quella che passerà alla storia come “la prima guerra mondiale dell’Africa” (1998-2002), visto il numero di attori continentali coinvolti: Congo, Ruanda, Burundi, Angola, Tanzania, Uganda, ecc., le grandi potenze e le potenze regionali africane, guidate da Sudafrica e Angola, hanno organizzato il Dialogo Inter-Congolese (DIC) a Sun City, in Sudafrica.

L’ICD è durato diversi mesi. Tuttavia, i suoi attori più influenti, sia all’interno che all’esterno del continente, erano più motivati dall’urgenza di costruire un’architettura costituzionale e istituzionale che permettesse di continuare a sfruttare a basso costo le risorse naturali di uno dei Paesi più ricchi al mondo in termini di materie prime strategiche e terre rare, che dalla necessità di trovare un accordo che soddisfacesse tutti gli ex belligeranti e, soprattutto, conquistasse la pace per la popolazione civile.

La scelta di Joseph Kabila come uomo su cui contare per guidare la transizione secondo gli accordi della CDI e da elevare a tutti i costi a capo dello Stato dopo le elezioni presidenziali truccate del 2006, fa parte di questo calcolo a breve termine, che di conseguenza lascerà inalterati gli ingredienti dell’instabilità, del conflitto e della tribalizzazione della vita politica nell’Est della RDC.

Affidando il potere a Joseph Kabila, Sun City non avrebbe risolto nulla della crisi congolese iniziata con i pogrom tutsi del 1998. Tanto meno avrebbe risolto uno degli obiettivi dichiarati degli incontri sudafricani, quello della riconciliazione nazionale, di cui non si vede ancora l’alba all’inizio del 2025.

Infatti, Kabila farà delle forze genocidarie ruandesi, autodenominate FDLR nel 2000, il principale sostegno al proprio potere. Questo gruppo continuerà a fare dell’Est della RDC la sua roccaforte, rendendo la vita quotidiana insopportabile per i Tutsi del Nord Kivu e rendendo impossibile il ritorno dei rifugiati della stessa comunità ruandofona.

Una nuova ribellione, indipendente da Kigali

Si arriva così alle radici della crisi, con l’emergere di una nuova ribellione, questa volta completamente indipendente da Kigali, a differenza dell’AFDL e dell’RCD, e di cui l’M23 è l’erede e l’attuale espressione.

Il generale Laurent Nkunda, smobilitato dall’apparato militare dell’RCD, si è rifiutato di andare a Kinshasa per unirsi al nuovo esercito in fieri. Per lui e per altri ufficiali dell’RCD, le condizioni non sono mature, per i motivi sopra descritti, per portare la pace nei due Kivu e garantire la sicurezza a tutti i gruppi etnici, in particolare ai Tutsi.

Dopo aver organizzato l’autodifesa delle popolazioni minacciate dalle FDLR nell’ambito della Squadra Anti-Genocidio, nel 2005 Nkunda ha fondato a Jomba (Nord Kivu), cioè in territorio congolese, il Congrès national pour la défense du peuple (CNDP) – ci tiene a sottolinearlo per distinguersi dall’AFDL e dall’RCD, sponsorizzati dai kigali e creati in Ruanda.

In una prima fase, l’organizzazione ha protetto i civili di lingua ruandese che venivano attaccati e saccheggiati dalle FDLR e ha resistito alle offensive dell’esercito regolare (FARDC), che ha subito una sconfitta dopo l’altra.

Gradualmente, la strategia di Nkunda si è evoluta in una visione non congolese, non più limitata al problema tutsi.

Carismatico e visionario, il generale ha sviluppato una critica più radicale del regime kabilista, il cui elemento etnico e xenofobo – il Ruanda sistematicamente demonizzato come colui che tirava le fila della ribellione – non era più visto come circostanziale ma come parte di un metodo di governo basato sull’odio per l’Altro, sul razzismo e sulla ricerca di un capro espiatorio straniero.

È in questo contesto politico che viene raccontata la storia di Kigali come aggressore della RDC e una minaccia alla sua sovranità nazionale e integrità territoriale è diventato il discorso ufficiale delle cancellerie occidentali e della cosiddetta comunità internazionale nel suo complesso.

Minacciato di sanzioni, il Ruanda è stato ricattato affinché intervenisse militarmente per porre fine all’esperimento del CNDP, compito che ha svolto con l’arresto del generale Nkunda (gennaio 2009), mentre i vertici del movimento ribelle sono stati integrati, insieme ai loro soldati, nelle FARDC.

Queste decisioni sono state formalizzate negli Accordi di Ihusi del 23 marzo 2009 a Goma, in cui i soldati di Nkunda hanno accettato il loro nuovo incarico in cambio dell’impegno del governo a soddisfare le loro principali richieste: la promulgazione di una legge di amnistia per i ribelli, il ritorno dei rifugiati ruandofoni, lo scioglimento delle FDLR e l’istituzione di un meccanismo di riconciliazione nazionale.

Tre anni dopo (2012), non avendo Kinshasa rispettato nessuna di queste condizioni, l’ex CNDP ha ripreso le armi contro il governo sotto l’etichetta del Movimento del 23 marzo (M23), a memoria degli accordi falliti del passato.

La nuova guerra è durata un anno e mezzo e, nel novembre 2013, senza vincitori né vinti e ancora sotto pressione internazionale, le truppe dell’M23 si sono ritirate in Uganda dopo aver ottenuto dal presidente Joseph Kabila la promessa di applicare le clausole dell’Accordo del 2009.

L’esito è noto: non a caso, Kinshasa non ha rispettato gli impegni presi. Poi, stanchi di aspettare nei campi ugandesi, gruppi di soldati dell’M23 al comando del generale Sultani Makenga sono tornati nel Nord Kivu per accamparsi in una macchia sulle alture del Parco Virunga, vicino al vulcano Sabynyo.

Dopo ripetuti attacchi delle FARDC e un tentativo abortito di negoziati con il successore di Kabila, Félix Tshisekedi, le ostilità sono riprese nel novembre 2021, culminando nell’impresa delle armi e nell’impressionante avanzata dell’M23, di cui parliamo oggi.

Gestione del terrore

Nel frattempo, negli ultimi dieci anni, la situazione della sicurezza del popolo congolese, non solo nell’est, è peggiorata notevolmente. Mentre continuano le atrocità contro i ruandofoni, altre comunità sono prese di mira dalle milizie tribali manovrate dalle FARDC. Dall’ottobre 2014 a Beni, nell’estremo nord del Nord Kivu, una frazione dell’etnia Nande è stata vittima di una spaventosa serie di massacri che, ad oggi, ha fatto circa 11.000 vittime! Nel 2017, i pianificatori di queste uccisioni hanno iniziato a operare anche nella vicina provincia di Ituri e nel Sud Kivu, dove le vittime designate sono rispettivamente gli Hema e i Banyamulenge.

La governance attraverso il razzismo e la discriminazione etnica è ora parte di una sorta di gestione del terrore, con lo scatenamento di un’altra guerra spietata contro i civili, le cui leggi sono dettate da una mano invisibile. Per troppo tempo, questa strategia ha beneficiato di essere oscurata dalla narrazione fittizia dell’interferenza, dell’aggressione e persino dell’invasione da parte del Ruanda...

Il Ruanda è il capro espiatorio accusato di voler occupare le ricche e fertili terre dell’Est per procura di una “falsa ribellione”. Così, sventolando il cencio rosso di un presunto attacco alla sovranità nazionale e all’integrità territoriale della RDC, si rendono illeggibili e nascoste le vere cause della crisi. E si oscura il malgoverno assassino di Kinshasa, che è la ragione dell’esistenza della linea di ribellioni che è stata appena descritta, di cui l’M23 è la progenie del CNDP di Nkunda, dove questa storia è iniziata...

La narrazione come arma di guerra

È giunto il momento, tuttavia, che gli attori congolesi e la “comunità internazionale” cambino la loro narrazione e, se vogliono contribuire concretamente alla risoluzione della crisi, lo facciano nella piena consapevolezza della realtà dei fatti fondamentali che hanno portato alla situazione attuale.

Questi fatti sono ben noti e voci eminenti vi hanno fatto riferimento in passato, proprio agli albori di questo conflitto.

Nel 1996, poche settimane dopo l’inizio della rivolta armata delle forze popolari che si dicevano riunite nell’AFDL, l’allora presidente uscente della Tanzania, Julius Nyerere, uno dei padri del socialismo africano e del panafricanismo, intervenne alla conferenza annuale dell’Accademia Internazionale della Pace a New York e accusò le autorità congolesi, allora zairesi, di essere responsabili degli eventi che si stavano verificando nel loro Paese, sottolineando che erano “colpevoli di voler discriminare ed espellere dal territorio nazionale le comunità ruandofone che vi vivevano da diversi secoli”.

Nella prima metà dell’anno successivo, Nelson Mandela è intervenuto nello stesso modo con tutto il suo peso politico e morale.

L’AFDL era alle porte di Kinshasa e il leader sudafricano si impegnò a negoziare una soluzione “onorevole” con Mobutu. Criticato da alcune cancellerie occidentali, in particolare dalla Francia, per aver appoggiato la ribellione, Mandela ha replicato con fermezza che, dopo il genocidio di un milione di tutsi in Ruanda tre anni prima, non avrebbe permesso un altro sterminio di tutsi nell’est dello Zaire/DRC.

Più recentemente, alla fine di gennaio, un altro ex presidente del Sudafrica, Thabo Mbeki, ha accusato il governo congolese di essere incapace di gestire l’est della RDC e il presidente Tshisekedi di essere incapace di dimostrare di essere il presidente di tutti i congolesi. Ha inoltre sottolineato che la crisi continuerà finché i leader di Kinshasa si rifiuteranno di riconoscere i diritti dei congolesi di lingua kinyarwanda.

In Africa, la parola dei padri, dei saggi e degli antenati è sacra. Sarebbe quindi una buona idea in questa situazione evocare le voci illuminate di questi anziani che hanno indicato, senza sotterfugi o giochi di parole, le ragioni per cui la guerra dura da 30 anni.

Ora dobbiamo cambiare la narrazione, separare i fatti dalla finzione. Iniziando proprio dal Congo, dove dovremmo aprire lo spazio di comunicazione e permettere alla popolazione di beneficiare di informazioni reali.

La narrazione ufficiale è un’arma di guerra che uccide, perché garantisce la continuità della guerra. Le cause di fondo della crisi sono state esposte e sono chiare, e la loro negazione si aggiunge come ulteriore causa della sua mancata risoluzione.

Per questo motivo, cambiare la narrazione e riconciliarla con la realtà è la condicio sine qua non per porre fine alla spirale della violenza.

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30/01/2025

Congo - La presa di Goma e la battaglia dell’informazione nello scontro internazionale /1

Nella tarda mattinata di martedì 28 gennaio – 36 ore dopo lo scadere dell’ultimatum del portavoce dell’M23, che aveva intimato alle forze della coalizione governativa della Repubblica Democratica del Congo/RDC (esercito regolare/FARDC, milizie etniche/Wazalendo, mercenari europei, ribelli hutu ruandesi delle FDLR – eredi dei genocidari del 1994 –, unità della SAMIDRC – la missione dell’Africa Australe sotto comando sudafricano –, di deporre le armi nelle basi delle Nazioni unite (NU), la popolosa città di Goma, più di 1 milione di abitanti, capitale del Nord Kivu nell’Est della RDC, è ormai sotto il pieno controllo dell’Esercito Rivoluzionario Congolese (ARC, secondo l’acronimo francese), ala militare del Movimento del 23 marzo (M23), la ribellione in guerra col governo dal novembre del 2021.

Mentre si preparano per il loro primo meeting cittadino, indetto alle 15.30, ora locale, le truppe ribelli hanno già occupato i locali della Radio-Televisione nazionale congolese (RTNC) e l’aeroporto. Intanto, gli ultimi nuclei di resistenza dei «lealisti» sono allo sbando nei quartieri periferici. Un fuga disordinata con l’abbandono di decine di mezzi blindati. Altri militari delle FARDC (Forze armate della Repubblica democratica del Congo) hanno approfittato del corridoio umanitario che era stato offerto loro e si sono rifugiati nelle sedi dei Caschi Blu, dove sono entrati in uniforme e usciti... in abiti civili.

Da segnalare come grottesco e non unico paradosso di una situazione sulla quale i grandi mezzi di comunicazioni di massa hanno fatto disinformazione a piene mani per ragioni che vedremo più avanti, c’è la fuga di centinaia di soldati governativi aldilà della frontiera, dove sono stati accolti benevolmente dalle autorità del Ruanda... Quello stesso Ruanda che, nelle cancellerie occidentali e non solo, oltre che nelle istanze delle Nazioni Unite, è considerato il paese «aggressore» e di cui l’M23 sarebbe solo un burattino in servizio telecomandato.

Questa narrazione, operante come une spessa cortina fumogena che impedisce la lettura corretta della crisi congolese, le cui origini risalgono all’inizio degli anni 2000, comincia finalmente a essere messa in discussione, soprattutto da parte africana.

Sabato 25 gennaio, mentre l’M23 si preparava ad entrare a Goma, il comunicato della Commissione dell’Unione Africana (UA) designava, e per la prima volta, l’M23 come «opposizione politico-militare» al governo ed invitava Kinshasa, capitale della RDC, ad aprire i negoziati con i suoi dirigenti.

D’altronde, il fatto che il presidente della RDC, Félix Tshisekedi Tshilombo, continui a non volerne sapere di sedersi al tavolo delle trattative con i capi dell’M23 (argomentando che, dietro di loro, si cela la mano del Ruanda...) comincia ad irritare seriamente soprattutto i suoi partner africani. In particolare i presidenti dell’Angola e del Kenia, Joao Laurenço e William Ruto, che si adoperano da anni per trovare una soluzione alla crisi nelle due sedi del «Processo di Luanda» e del «Processo di Nairobi».

Tanto più che, dal 15 dicembre 2023, la direzione dell’M23 fa parte di una più vasta coalizione di forze d’opposizione pan-congolesi denominata Alleanza del fiume Congo (AFC), il che rende ancor meno credibile la narrazione di un movimento ribelle che sarebbe in realtà un surrogato dell’esercito ruandese (RDF).

Per il resto, obiettivi e rivendicazioni dell’M23 sono conosciuti da sempre da tutti gli attori e gli osservatori del conflitto. Se nell’immediato Bertrand Bisimwa e Sultani Makenga – rispettivamente presidente e capo militare della ribellione – sono al lavoro par quella che chiamano la «mutazione delle condizioni di sicurezza della città di Goma» per tutti i suoi abitanti, da anni perseguitati dalle violenze e dagli abusi di una soldatesca indisciplinata e mal pagata, e per il ritorno conseguente degli sfollati fuggiti in seguito ai recenti combattimenti, questa linea di condotta è assolutamente iscritta nel programma di fondo del movimento.

Programma in cui la protezione delle popolazioni (R2P, responsabilité de protéger, secondo la dottrina dell’ONU) resta l’asse principale della sua azione e, più in generale, della sua esistenza.

Nelle cosiddette «zone liberate», i militari e i civili dell’M23 svolgono un’attività profonda di sensibilizzazione volta alla riconciliazione delle diverse comunità, specialmente laddove erano insorti conflitti o dove le autorità governative avevano creato le condizioni per deprecabili litigi e violenze inter-tribali, diffondendo discorsi di odio per dividere i diversi gruppi etnici.

Ci si domanda allora: cosa ha a che vedere una presunta “macchinazione di Kigali”, la capitale del Ruanda, con l’insorgenza di un gruppo di militanti e di combattenti che, nell’Est della RDC, si battono da anni per ricreare le condizioni della sicurezza della vita collettiva e della coesistenza pacifica tra le differenti comunità?

Se l’M23 è un movimento di Congolesi, per la maggior parte originari delle provincie orientali, e il conflitto che imperversa da lunghi anni nella zona è l’espressione di una crisi tutta congolese, come e perché è nata la cortina fumogena che ne occulta le cause originarie e addita – all’opinione internazionale e ai potenti di questo mondo – il capro espiatorio ruandese come “colpevole” di tutti i mali della RDC, le cui autorità sono per giunta sistematicamente sdoganate da 24 anni nonostante un mal governo costellato da massacri sistemici e da una predazione illimitata?

Le radici della ribellione dell’M23 risalgono alla fine della guerra del 1998-2002. Al termine delle ostilità tra i paesi e i movimenti belligeranti (il Ruanda e l’Uganda contro la RDC, in particolare), l’Est della RDC continuava e essere preda delle violenze dei vecchi genocidari delle FDLR (le Forze democratiche di liberazione del Ruanda, alleate da sempre e per sempre con i diversi regimi e governi congolesi).

Quest’ultimo gruppo era arrivato nell’Est del Congo 9 anni prima, nell’estate del 1994, dopo essere stato sconfitto dalle forze patriottiche ruandesi che avevano messo fine al genocidio dei Tutsi (aprile-luglio 1994). Qui, i suoi combattenti avevano cominciato a dare la caccia ai Tutsi congolesi, per finalizzare l’opera di sterminio cominciata, ma non terminata, in Ruanda.

Da quell’epoca a oggi, questa situazione, invece di risolversi, si è aggravata, e i gruppi etnici oggetto di violenze a carattere genocidario si sono estesi dai Congolesi ruandofoni (Tutsi, ma anche Hutu dell’Est RDC), ai Banyamulenge del Sud Kivu, ai Nande del Grande Nord del Nord Kivu e agli Hema dell’Ituri.

I primi gruppi antigovernativi di resistenza a questa situazione di violenze endemiche – favorita dalle autorità secondo il vecchio principio del divide et impera, hanno cominciato a formarsi nel 2003. Nel 2005, il generale tutsi Laurent Nkunda ha fondato il Congresso nazionale per la difesa del popolo (CNDP), di cui l’M23 è l’erede.

Durante tutto questo periodo, dal 2003 all’incirca – ma anche a partire dall’inizio della guerra scoppiata nel 1998 – fino ad oggi, una narrazione romanzesca si è sviluppata invadendo le tv, la stampa, i social, le Nazioni Unite e la diplomazia internazionale.

Questa versione artificiale dei fatti ha cancellato dal contesto storico le fonti della crisi, la presenza di politiche tribaliste e razziste da parte del potere congolese, e quella di forze operanti di conseguenza. Il tutto per rinviare all’opinione pubblica l’immagine di un Ruanda “destabilizzatore” dell’Est RDC, animato dall’intenzione mal celata di appropriarsi delle sue ingenti ricchezze in minerali strategici.

Non deve meravigliare che Parigi sia il motore principale di questa questa narrazione che è stata elaborata, e continua ad esserlo attraverso i suoi pseudo “esperti”, mobilitati nel Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace delle NU (DPKO, secondo l’acronimo inglese), da sempre un suo feudo, ed incaricati di divulgare ed aggiornare la versione fittizia.

Corresponsabile del genocidio di 1 milione de Tutsi nel 1994, la Francia continua ad avere il dente avvelenato contro Kigali, i cui dirigenti attuali le hanno fatto subire, 31 anni fa, una delle rare sconfitte in terra africana. Se è vero che da qualche anno è stato messo in atto dalle due capitali un riavvicinamento tutto diplomatico, l’Eliseo continua a mestare nel torbido ed accusa ancor oggi Paul Kagame, presidente del Ruanda, di teleguidare l’M23 in un’aggressione contro il suo vicino congolese.

Il tutto avviene con la piena consapevolezza che il persistere di questa narrazione è diventato oggi forse l’ostacolo principale alla soluzione della crisi.

Ma che importa alla Francia, e alle altre grandi e medie potenze che la seguono in questa avventurosa disinformazione, quando la demonizzazione del Ruanda è simmetrica al sostegno di un regime, quello della RDCD, da cui si aspettano, come ritorno, fior di contratti a buon mercato e svendita delle risorse naturali strategiche?

Sia comunque aggiunto, come stimolo alla riflessione, che l’azione dell’M23 si iscrive a pieno titolo nelle dinamiche decoloniali ed antifasciste del Multicentrismo e dell’opposizione a un mondo unipolare dominato dal blocco euro-atlantico, in cui la continuità di un Congo «mercato aperto» alle multinazionali, come dai tempi di Re Leopoldo (1865-1908) è uno dei presupposti da cui non derogare.

Spiace allora veder cadere nella trappola della narrazione imperialista diverse forze progressiste che si esprimono oggi in appoggio ad un regime congolese che pratica ormai da anni una politica di oppressione e di massacri di stampo genocidario sulle proprie popolazioni civili.

È d’obbligo allora una domanda: si può sostenere la lotta dei Palestinesi contro il genocidio a Gaza ed appoggiare nello stesso tempo, direttamente o solo indirettamente, il regime della RDC che pratica lo sterminio delle sue sue popolazioni?

Comunque sia, su questa complessità, ritorneremo periodicamente con altri interventi nello svilupparsi degli avvenimenti che si preannuncia tumultuoso.

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02/12/2024

Biden in Angola, lo scontro con la Cina ora corre su una linea ferroviaria

Joe Biden, alla fine del suo mandato, comincia oggi il viaggio in Africa annunciato per anni, ma mai effettuato. Sarà in Angola per un viaggio che riguarderà un importante progetto ferroviario sostenuto in parte anche con fondi degli Stati Uniti e che, di fatto, punta a sottrarre minerali strategici alla Cina. La ferrovia collegherà la Repubblica Democratica del Congo (Drc) ricca di risorse e lo Zambia al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico, ideale per i commerci e i trasporti verso l’Occidente.

In gioco ci sono vaste riserve di minerali come rame e cobalto che sono componenti chiave di batterie e altri dispositivi elettronici. La Cina al momento è l’attore principale in Drc con grande preoccupazione di Washington. A settembre Pechino ha anche firmato un accordo con la Tanzania e lo Zambia per rilanciare una linea ferroviaria rivale verso la costa orientale dell’Africa.

Secondo funzionari Usa è molto probabile che Donald Trump sosterrà la ferrovia e rimarrà uno stretto partner dell’Angola quando tornerà alla Casa Bianca a gennaio.

Il progetto è sponsorizzato dal commerciante globale di materie prime Trafigura, dal gruppo edile portoghese Mota-Engil e dall’operatore ferroviario Vecturis. La US Development Finance Corporation ha erogato un prestito di 550 milioni di dollari per ristrutturare la rete ferroviaria di 1.300 chilometri da Lobito alla Drc.

Biden atterrerà oggi brevemente a Capo Verde prima di volare in Angola. Lì visiterà il Museo Nazionale nella capitale Luanda durante il viaggio di due giorni e mercoledì farà tappa al porto di Lobito.

Il suo viaggio realizza una delle promesse che aveva fatto all’Africa. Altre restano irrealizzate, come l’ottenimento di due seggi permanenti per l’Africa al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Oltre al progetto ferroviario, Washington ha fatto ben poco per gli africani con quali affermava di voler stabilire relazioni ampie e ad alto livello. Ha invece subito diversi insuccessi diplomatici. Quest’estate ha perso la principale base di spionaggio americano in Niger. Ciò lascia gli Usa senza un punto d’appoggio militare nella vasta regione del Sahel, punto caldo della militanza islamista.

L’Angola ha coltivato a lungo stretti legami con Cina e Russia, ma di recente si è avvicinata all’Occidente. I funzionari angolani affermano di essere desiderosi di lavorare con qualsiasi partner che possa far progredire la loro agenda volta a promuovere la crescita economica e sperano che il progetto stimoli gli investimenti in una serie di settori.

La visita di Biden riflette un’inversione di tendenza nei rapporti tra Stati Uniti e Angola. Gli Usa e l’Unione Sovietica hanno sostenuto parti opposte nella guerra civile angolana durata 27 anni. Washington, che appoggiava le milizie di destra contro il governo socialista, ha stabilito relazioni con l’Angola solo nel 1993.

Funzionari dell’amministrazione Biden affermano che il progetto ferroviario di Lobito è un test per dimostrare che la partnership pubblico-privato funziona e porterà ad altri importanti progetti infrastrutturali in Africa. Non pochi, tuttavia, esprimono forti dubbi. Il progetto non ha una data di completamento e lo sviluppo di un suo collegamento anche verso Est, in competizione con la ferrovia sponsorizzata dalla Cina, al momento è solo una teoria.

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07/01/2024

Israele “in trattative con Ruanda e Ciad” per esiliare i palestinesi

Funzionari israeliani sono in trattative con il Ruanda e il Ciad – oltre che con il Congo – per ricevere i palestinesi cacciati dalla Striscia di Gaza, ha riferito venerdì il sito di notizie israeliano Zman Yisrael, versione in ebraico del quotidiano Times of Israel.

Entrambi i paesi hanno espresso un accordo di base per continuare i colloqui, secondo fonti anonime, a differenza di altri paesi che hanno rifiutato in linea di principio.

Secondo le fonti israeliane, l’iniziativa è guidata dal ministero degli Esteri e dal Mossad, il servizio di intelligence israeliano.

“La faccenda è molto complessa“, ha detto un funzionario a Zman Yisrael. “Dobbiamo promuovere questo canale, ma stare molto attenti alle reazioni nel mondo e anche al timore che venga interpretato come un trasferimento e non come una migrazione volontaria. Ecco perché lavoriamo con una stretta consulenza legale“.

Lo schema di base dell’iniziativa è quello di dare una generosa sovvenzione finanziaria a qualsiasi palestinese che esprima il desiderio di lasciare Gaza, insieme a un ampio aiuto al paese ospitante, compreso l’aiuto militare.

Mercoledì, Zman Yisrael ha riferito che colloqui simili si sono tenuti con la Repubblica Democratica del Congo, che è apparso meno disposto ad accettare tale offerta.

La politica di ripulire Gaza dai palestinesi “sta lentamente diventando la politica principale e ufficiale del governo e della coalizione“, afferma il rapporto.

Il governo israeliano ci tiene a dire che i palestinesi non sono stati oggetto di pulizia etnica da Gaza, ma piuttosto che la mossa sarebbe una “politica di immigrazione volontaria“.

La distinzione è stata esaminata perché i politici israeliani hanno dichiarato esplicitamente i piani per rendere Gaza invivibile per i suoi abitanti e sostituire la popolazione con coloni israeliani.

Le voci in Israele sono sempre più aperte sui piani per rimuovere i palestinesi da Gaza dopo quasi tre mesi di bombardamenti sul territorio palestinese assediato.

A novembre, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha appoggiato un piano per la “migrazione volontaria” dei palestinesi.Oltre a Smotrich, il ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto lunedì che ci dovrebbe essere una “migrazione dei residenti di Gaza” al di fuori dell’enclave assediata.

La condanna internazionale

Martedì, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha preso l’insolita decisione di chiamare direttamente i due ministri per il loro sostegno al piano.

“Gli Stati Uniti respingono le recenti dichiarazioni dei ministri israeliani Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir che sostengono il reinsediamento dei palestinesi al di fuori di Gaza. Questa retorica è incendiaria e irresponsabile“, ha detto in una dichiarazione.

La comunità internazionale ha condannato le proposte israeliane di tentare la pulizia etnica dei palestinesi da Gaza.

Giovedì l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “molto turbato” dai commenti fatti dai ministri israeliani sul trasferimento della popolazione di Gaza in altri paesi.

“L’ottantacinque per cento delle persone a Gaza sono già sfollate all’interno del paese. Hanno il diritto di tornare alle loro case“, ha detto Turk in un post su X.Il diritto internazionale vieta “il trasferimento forzato di persone protette all’interno o la deportazione da territori occupati“, ha aggiunto.

A ottobre, un documento del ministero dell’intelligence israeliano era trapelato sul sito di notizie israeliano Calcalist, che dettagliava i presunti piani per il trasferimento forzato dei palestinesi di Gaza nella penisola del Sinai.

Secondo la bozza trapelata, dopo la loro espulsione, i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza sarebbero stati inizialmente ospitati in tendopoli, prima che potessero essere costruite comunità permanenti nel nord della penisola.

Il Cairo ha ripetutamente respinto l’idea che i palestinesi possano essere temporaneamente sfollati in Egitto mentre Israele conduce la sua operazione militare contro Hamas a Gaza.

Secondo quanto riferito, Israele ha anche proposto di cancellare una parte significativa dei debiti internazionali dell’Egitto attraverso la Banca Mondiale per invogliare il leader del paese, Abdel Fattah al-Sisi, a corto di liquidità, ad aprire le sue porte ai palestinesi sfollati.

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30/01/2023

Il ruolo delle Nazioni Unite nel teatro delle ombre congolese

Il 2009 segna una svolta nella storia della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo (MONUC). A gennaio, la ribellione del Congresso Nazionale per la difesa del popolo (CNDP) è stata smantellata, il suo leader arrestato in Ruanda e la sua ala militare integrata nell’esercito congolese (FARDC).

In precedenza, quest’ultima e i Caschi Blu avevano assistito impotenti alle offensive delle truppe del generale Laurent Nkunda. Gli insorti avevano occupato vaste porzioni di territorio nella provincia orientale del Nord-Kivu e avrebbero potuto prendere in considerazione di marciare su Kinshasa.

Kigali aveva così aiutato il presidente congolese Joseph Kabila a salvare il posto. Prima infiltrando il CNDP per organizzare il putsch di Bosco Ntaganda – tentativo non riuscito del tutto – poi preparandosi a ricorrere alla forza per sconfiggere i ribelli, così costretti a deporre le armi.

Cambiamento di sistema

Se la « soluzione regionale » della crisi in versione ruandese era riuscita là dove i diciannovemila soldati dell’ONU avevano interpretato il ruolo di spettatori più o meno impotenti, nelle alte sfere della Casa di Vetro a Washington, in particolare all’interno del Dipartimento delle operazioni di mantenimento della pace (DOMP, o DPKO, secondo l’acronimo inglese), la convinzione di dotare la Missione di un mandato più robusto per fornire un sostegno attivo alle FARDC stava guadagnando terreno. Si imponeva un cambiamento di strategia, se non di sistema

All’epoca, il francese Alain Le Roy dirigeva il DPKO, secondo la consuetudine dell’istituzione creata nel 1992, della quale la Francia ha sempre detenuto il comando (a parte il primo mandato affidato a Marrack Goulding, con Koffi Annan come vice). Anche il Capo di Stato Maggiore dell’onnipotente Ufficio degli affari militari del DPKO era un francese, il generale Jean Baillaud.

Vice consigliere militare del Segretario generale (UNSG), secondo la nomina ufficiale, vi resterà fino al 2012. Ex paracadutista formato nelle missioni segrete nelle temibili Forze speciali transalpine – si legge la menzione « COS » (Comando delle operazioni speciali) nel suo profilo twetter – questo ufficiale è considerato un dottrinario.

Progettista della teoria dell’«Approccio globale» – aggiornamento della Dottrina della « Guerra rivoluzionaria » (DGR), la versione della contro-insurrezione elaborata dalla Scuola Militare di Parigi, e ad uso delle OPEX (Operazioni esterne) della Francia in Africa – Baillaud si trova nella giusta posizione e al momento giusto per appoggiare sul piano dottrinale la trasformazione radicale del concetto stesso di «mantenimento della pace » che si va preparando nei laboratori delle NU.

L’approccio contro insurrezionale

In effetti, come sottolinea nel suo notevole saggio, Militarizing the Peace: UN Intervention Against Congo’s Terrorist’ Rebels, l’americana Rachel Sweet, esperta delle Missioni delle Nazioni Unite: «La Missione delle Nazioni Unite ha sperimentato un nuovo approccio nel 2009, quando ha iniziato a supportare l’esercito congolese... Nel 2010, la Missione è stata riorganizzata con un mandato più aggressivo, al fine di stabilizzare le zone di conflitto nell’Est del paese cambiando il suo nome in MONUSCO, Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella RDCongo. Adottò un approccio “contro insurrezionale” per aiutare l’esercito congolese a “liberare, ripulire e mantenere i territori controllati dai ribelli”».

La sicurezza dei civili avrebbe dovuto essere così assicurata e l’autorità dello Stato ripristinata in tutto il paese.

Negli uffici della nuova MONUSCO viene elaborata una «Strategia di Sicurezza internazionale e Supporto alla stabilizzazione» («ISSSS»), «modellata sui principi della contro insurrezione, secondo la quale le operazioni militari di pulizia delle zone ribelli dovrebbero essere seguite da un processo di sostegno e di costruzione dello Stato» (The International Security and Stabilization Support Strategy, MONUSCO).

Con l’adozione di questo concetto di «stabilizzazione», la MONUSCO diventa l’esperimento pilota del DPKO, che sarà seguito via via dalla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Mali (MINUSMA, aprile 2013) e dalla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite per la stabilizzazione in Centrafrica (MINUSCA, aprile 2014).

Dimenticando che lo Stato che stavano rafforzando era promotore o causa dell’insicurezza, si vedrà una decina di anni dopo come queste Missioni mancheranno il loro obiettivo dichiarato, la protezione dei civili: «Le missioni forniscono a questi governi una protezione e una legittimità di facciata di cui usano e abusano contro la loro popolazione. Nella RDC, ad esempio, la Monusco ha fornito supporto logistico e militare a un esercito che si distingue per le sue violazioni dei diritti umani» (T. Vircoulon, ex direttore Africa del think tank International crisis group, Il mantenimento della pace, versione ONU: radiografia dell’impotenza, Le Monde, 10/10/2017).

La Brigata di intervento

Tuttavia, nel 2013, la strategia di contro insurrezione e di sostegno allo Stato partner RDC da parte della MONUSCO diventa operativa. Per farla finita con la nuova rivolta dell’M23, iniziata nel marzo 2012, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR) adotta la risoluzione 2098 nel marzo 2013. Il testo, redatto da Parigi, autorizza «a titolo eccezionale e senza che questo crei un precedente», lo schieramento a sostegno della forza del MONUSCO e dell’FARDC di una Brigata offensiva (Force intervention brigade, FIB), la prima nella storia delle Nazioni Unite.

A metà del 2013, la FIB si dispiega sul campo. Sotto forte pressione diplomatica e militare, in particolare degli elicotteri da combattimento MI-35 dell’esercito ucraino e dei Denel AH-2 della forza aerea sudafricana, in dotazione alla MONUSCO, l’M23 si ritira in Uganda.

Durante questo anno di guerra 2012-13, il generale francese Patrick Boubée de Gramont è responsabile della forza della MONUSCO. Collabora con il responsabile del DPKO, il suo compatriota Hervé Ladsous, per sostenere il governo di Kinshasa. Attraverso l’ONU, la Francia non ha mai lesinato gli sforzi per assicurare il mantenimento al potere di Joseph Kabila.

«I nostri ufficiali rappresentano la Francia in seno a tali comandi (del DPKO, ndr) e la loro azione volontaristica permette di servire direttamente gli interessi strategici e operativi del loro paese. Una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite può permettere alla Francia di evitare una costosa operazione nazionale risparmiandole rischi politici, e di raggiungere i suoi obiettivi politico-militari», affermerà più tardi su una rivista militare questo generale di divisione proveniente dalla Marina.

Con Ladsous, Boubée de Gramont è a capo della forza della MONUSCO in un sistema di alleanze ibride che mobilita, con le FARDC, milizie locali come APLCS e l’FDLR, i ribelli hutu ruandesi responsabili del genocidio dei tutsi nel 1994 nel paese delle mille colline ed ex compagni d’armi dei militari francesi. Paradosso vuole che la revisione strategica avviata nel 2009 in seno al DPKO fosse stata finalizzata, almeno nelle intenzioni dichiarate, allo sradicamento di questo gruppo...

Azione segreta e pressione psicologica

Durante la guerra contro l’M23, i combattimenti convenzionali furono accompagnati da azioni segrete e da una forte pressione psicologica su questo movimento e sulle popolazioni. Molte bombe furono sganciate su Goma, nel Nord Kivu, e in territorio ruandese. Degli atti seguiti da una campagna mediatica che ne attribuiva la responsabilità all’M23.....

Nel luglio 2013 Boubée de Gramont lascia la MOMUSCO. Lo sostituisce... Baillaud, che ha appena terminato il suo mandato all’Ufficio degli affari militari del DPKO, giusto in tempo per volare verso la RDC e poi andare in Uganda per partecipare alle discussioni preliminari agli Accordi di pace tra l’M23 e il governo congolese. Secondo una delle nostre fonti dell’epoca, il generale «inquadrava» gli ufficiali superiori delle FARDC presenti ai colloqui.

Il dispiegamento della Brigata fu deciso, secondo i testi per neutralizzare non solo l’M23, ma l’insieme dei gruppi armati dell’Est. Alla fine del 2013, viene annunciata una seconda campagna, orientata in linea di principio contro le FDLR; tuttavia il MONUSCO cambia rotta e suggerisce al governo congolese di procedere allo sradicamento dell’Allied Democratic Force (ADF), una ribellione ugandese attiva nel Grande Nord del Nord Kivu dal 1995.

È l’inizio di una serie di eventi turbolenti che coinvolgeranno l’esercito congolese in un contesto di forze oscure che agiscono nell’ombra.

Il primo ad essere incaricato delle operazioni contro l’ADF è il colonnello Mamadou Ndala, assassinato il 2 gennaio 2014, a Beni. Il movente e le circostanze esatte della sua morte non saranno mai chiariti, tuttavia, la corte militare riunita a Beni in novembre dello stesso anno condannerà alla pena capitale l’imputato principale, il colonnello dell’FARDC Samuel Birotsho, ex alto ufficiale della rivolta del RCD-K-ML di Mbusa Nyamwisi, accusato di collusione con l’ADF.

Entra in scena Mundos

Queste ultime saranno sconfitte a Madina nell’aprile 2014 dal generale Bahuma, inviato sul posto dopo l’omicidio di Ndala. Circa nello stesso periodo, Kinshasa aveva inviato a Beni un generale della Casa Militare del presidente Kabila, Akilimali Muhindo Mundosi, detto Mundos. Doveva indagare sui presunti preparativi di una nuova rivolta in gestazione da parte di vecchi elementi dell’RCD-K-ML, che avevano mantenuto una catena di comando parallela all’interno delle FARDC e progettavano di deporre Joseph Kabila.

Ad agosto, Bahuma muore improvvisamente e misteriosamente in Sudafrica. Mundos prende il suo posto a capo di un’unità speciale, la 31ª Brigata. Tra i suoi ranghi è anche integrato un colonnello membro del Consiglio nazionale di sicurezza (CNS) e analista personale di Kabila in materia di sicurezza.

Sul posto da marzo e ufficialmente per mobilitare i gruppi armati chiamati Mai Mai e convincerli ad allearsi con le FARDC, Frank Ntumba, questo è il nome dell’allora colonnello, probabilmente collaborava già con Mundos nel quadro di una missione segreta.

All’inizio di ottobre 2014, iniziano a Beni i primi massacri di contadini. Si apre un ciclo infernale, ancora in corso oggi. Le versioni ufficiali, governativa e delle Nazioni Unite, attribuiscono rapidamente i fatti all’ADF, malgrado che questa ribellione fosse stata appena disfatta e non si fosse mai distinta negli omicidi di civili.

A novembre 2014, un rapporto di deputati inviati a Beni per indagare, riferisce quanto segue: ordini contraddittori all’interno dell’FARDC, ufficiali che impediscono ai loro subordinati di intervenire durante le carneficine, che si svolgono anche vicino alle loro posizioni, complicità di alcuni ufficiali con gli assassini, «Immobilismo o inazione della MONUSCO».

Altre relazioni, tra cui quella delle Nazioni Unite, poi inchieste e reportages, mettono in discussione la versione ufficiale. Il nome di Mundos, degli ufficiali della 31ª Brigata e di altri reggimenti ritornarono sistematicamente: tutti sarebbero stati coinvolti nei massacri e, secondo alcune fonti, ne sarebbero stati i promotori.

È edificante leggere, tra gli altri, questi estratti della sintesi del Comitato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) che presiede alle sanzioni contro individui o entità ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani e/o di crimini di guerra. Secondo il testo, datato febbraio 2018: «Mundos ha reclutato ed equipaggiato ex combattenti di gruppi armati locali affinché partecipassero a esecuzioni extragiudiziali e ai massacri perpetrati dall’ADF.
Mentre era il comandante dell’operazione Sukola I delle FARDC, Mundos ha dato supporto e anche comandato una fazione di un sottogruppo dell’ADF, noto come ADF-Mwalika. Sotto il comando di Mundos, l’ADF-Mwalika ha compiuto attacchi contro civili con il sostegno supplementare dei combattenti delle FARDC, anche in questo caso sotto il comando di Mundos durante le operazioni»
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La Scuola di guerra di Kinshasa

Tuttavia, più di tre anni dopo la pubblicazione, che include Mundos nell’elenco delle persone sanzionate dalle Nazioni Unite, queste continuano a sostenere sul campo un esercito coinvolto in atrocità commesse contro le popolazioni. D’altronde e una volta partito da Beni, Mundos ha continuato la scalata nelle gerarchie dell’FARDC.

Nel gennaio 2021, il presidente della Repubblica Democratica del Congo Tshisekedi ha inaugurato la Scuola di Guerra di Kinshasa che è frutto del CHESD, il Collegio degli alti studi di strategia e difesa di Kinshasa, fondato dalla società francese THEMIIS (The Management Institute for International Security) e di cui il generale Baillaud è stato direttore accademico prima di lasciare il suo posto alla MONUSCO, nel luglio 2016.

Se la tragedia di Beni e dell’ADF si rivela così essere la storia di una contro insurrezione condotta secondo i suoi metodi più radicali (creazione di gerarchie parallele nell’esercito e mobilitazione di una falsa ribellione per attaccare i civili e inoculare la paura nelle popolazioni), è lecito o meno chiedersi se i suoi autori locali, nascosti in uno scenario oscuro e di dissimulazione, non fossero stati formati ai principi della «Guerra Rivoluzionaria» della Scuola Militare di Parigi, la più estrema delle dottrine anti-sovversive?

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