Dopo Burkina Faso, Mali e Niger, anche il Ciad ha annunciato l’inizio del processo di ritiro dalla Corte penale internazionale (Cpi), che si concluderà ai sensi dello Statuto di Roma il 27 luglio del 2027, un anno dopo la notifica inviata ieri.
I motivi del ritiro dalla Cpi
Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.
Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.
In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi
Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.
Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.
L’invito al resto dei Paesi africani
Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.
Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.
Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa
Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.
Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.
Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.
Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?
Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.
Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.
Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/07/2026
24/02/2025
La Francia mantiene soldati in Costa d’Avorio
La Francia ha annunciato giovedì che manterrà una presenza militare in Costa d’Avorio, lasciando sul territorio 80 soldati con funzioni principalmente di addestramento. La decisione è arrivata mentre Parigi ha ufficialmente ceduto il controllo di una base militare nella capitale economica Abidjan, nell’ambito di un più ampio ridimensionamento delle proprie forze in Africa occidentale e centrale dopo una lunga storia di colonialismo nel continente.
Durante la cerimonia di consegna della base, il ministro della Difesa francese Sébastien Lecornu ha voluto rassicurare sul ruolo della Francia nella regione. “Non stiamo scomparendo”, ha dichiarato, sottolineando che il contingente residuo fungerà da nucleo per un distaccamento congiunto, adattato alle necessità locali e costantemente rivalutato in base alle esigenze di addestramento.
Già a fine novembre, fonti di Reuters avevano riferito che Parigi stava valutando una significativa riduzione della sua presenza militare in Africa occidentale e centrale, con l’ipotesi di ridurre il contingente in Costa d’Avorio da 2.200 a circa 600 unità. A dicembre, Ouattara aveva confermato il ritiro delle truppe francesi dal Paese.
La Francia ha inoltre iniziato il ritiro delle proprie forze dal Ciad, dopo che il governo locale ha deciso di porre fine all’accordo di cooperazione in materia di difesa. In precedenza, Parigi aveva già abbandonato le proprie basi in Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai colpi di Stato militari e alla crescente ondata di sentimenti anti-francesi nella regione.
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Durante la cerimonia di consegna della base, il ministro della Difesa francese Sébastien Lecornu ha voluto rassicurare sul ruolo della Francia nella regione. “Non stiamo scomparendo”, ha dichiarato, sottolineando che il contingente residuo fungerà da nucleo per un distaccamento congiunto, adattato alle necessità locali e costantemente rivalutato in base alle esigenze di addestramento.
Già a fine novembre, fonti di Reuters avevano riferito che Parigi stava valutando una significativa riduzione della sua presenza militare in Africa occidentale e centrale, con l’ipotesi di ridurre il contingente in Costa d’Avorio da 2.200 a circa 600 unità. A dicembre, Ouattara aveva confermato il ritiro delle truppe francesi dal Paese.
La Francia ha inoltre iniziato il ritiro delle proprie forze dal Ciad, dopo che il governo locale ha deciso di porre fine all’accordo di cooperazione in materia di difesa. In precedenza, Parigi aveva già abbandonato le proprie basi in Mali, Burkina Faso e Niger, in seguito ai colpi di Stato militari e alla crescente ondata di sentimenti anti-francesi nella regione.
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01/01/2025
Macron s’è perso in Africa
Due secoli di influenza e presenza militare francese in Africa spazzati via da due mandati presidenziali di Emmanuel Macron. Il che dimostra, tra l’altro, la differenza che c’è tra un promettente banchiere spietato (con Rotschild, mica poco..) e un presidente imperiale vincente.
Dopo Mali, Niger e Burkina Faso, le cui giunte militari avevano cacciato le truppe francesi (ma anche quelle della UE sotto comando francese in Mali della “Operation Barkhane” e quelle tedesche e statunitensi in Niger), i militari e le basi di Parigi vengono estromessi ora anche da Senegal e Ciad.
Il paradosso apparente è che questo accade mentre lo stesso Macron stava mettendo a punto un piano per ridimensionare la presenza nelle nazioni africane che ancora accettano la sempre più ingombrante “tutela” francese.
Il 27 dicembre il nuovo primo ministro senegalese Ousmane Sonko, prigioniero politico sotto il regime pro-Parigi, ha annunciato in Parlamento la “prossima chiusura di tutte le basi militari straniere in Senegal”.
Sonko ha precisato che questa decisione è stata presa dal presidente della Repubblica, Bassirou Diomaye Faye (anche lui prigioniero politico, poi amnistiato a furor di popolo) senza rendere nota la data ma garantendo che ciò avverrà presto.
“È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha affermato Sonko.
La decisione non arriva certo inattesa. Già a maggio Sonko aveva messo sul tavolo la possibilità di chiudere le basi militari francesi perché la sovranità nazionale del Paese “è incompatibile con la presenza delle basi militari straniere”. Strano che non venga mai in mente ai “nazionalisti” di casa nostra, no?
Anche il governo del Ciad, fin qui il partner più stabile della Francia in Africa, ha annunciato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi allo scopo di “ridefinire la propria sovranità” (dovranno perciò andarsene un migliaio di militari e una dozzina di velivoli).
“Il Ciad e la Francia continueranno a lavorare strettamente” ma solo per “assicurare un ritiro rapido e rispettoso delle forze francesi, preservando allo stesso tempo la sovranità di ciascun Paese”.
All’aeroporto di N’djamena sono ancora schierate le forze aeree francesi con UAV Reaper, velivoli da combattimento e arei da trasporto, ma anche questi verranno trasferiti nel porto camerunense di Douala per poi rientrare in Francia.
Un primo reparto di 120 militari francesi è già stato rimpatriato da N’Djamena prima di Natale e dallo stesso aeroporto erano rientrati in Francia il 10 dicembre 2 cacciabombardieri Mirage 2000.
Il Ciad era rimasto l’ultimo bastione della presenza francese nel Sahel dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano aperto la porta alla presenza militare russa e alla cooperazione militare anche con Cina e Turchia.
Nell’aprile scorso il Ciad aveva interrotto anche la cooperazione militare con gli Stati Uniti, allontanando il centinaio di militari americani di aeronautica e forze speciali presenti a N’Djamena. Il 20 dicembre il governo del Ciad ha chiesto a Parigi di accelerare le operazioni per completarle entro il 31 gennaio.
Come detto, le decisioni di Senegal e Ciad sono arrivate mentre la Francia stava cercando di rilanciare la sua influenza in declino in Africa.
“La decisione del Ciad segna l’ultimo chiodo nella bara del dominio militare postcoloniale della Francia nell’intera regione del Sahel”, ha affermato Mucahid Durmaz, analista senior presso la società di consulenza sui rischi globali Verisk Maplecroft, intervistato dall’Associated Press (AP).
Le decisioni del Senegal e del Ciad “fanno parte della più ampia trasformazione strutturale nell’impegno della regione con la Francia, in cui l’influenza politica e militare di Parigi continua a diminuire”, ha aggiunto Durmaz.
Fonte
Dopo Mali, Niger e Burkina Faso, le cui giunte militari avevano cacciato le truppe francesi (ma anche quelle della UE sotto comando francese in Mali della “Operation Barkhane” e quelle tedesche e statunitensi in Niger), i militari e le basi di Parigi vengono estromessi ora anche da Senegal e Ciad.
Il paradosso apparente è che questo accade mentre lo stesso Macron stava mettendo a punto un piano per ridimensionare la presenza nelle nazioni africane che ancora accettano la sempre più ingombrante “tutela” francese.
Il 27 dicembre il nuovo primo ministro senegalese Ousmane Sonko, prigioniero politico sotto il regime pro-Parigi, ha annunciato in Parlamento la “prossima chiusura di tutte le basi militari straniere in Senegal”.
Sonko ha precisato che questa decisione è stata presa dal presidente della Repubblica, Bassirou Diomaye Faye (anche lui prigioniero politico, poi amnistiato a furor di popolo) senza rendere nota la data ma garantendo che ciò avverrà presto.
“È arrivato il momento che il Senegal gestisca la propria difesa e il proprio territorio, senza influenze esterne”, ha affermato Sonko.
La decisione non arriva certo inattesa. Già a maggio Sonko aveva messo sul tavolo la possibilità di chiudere le basi militari francesi perché la sovranità nazionale del Paese “è incompatibile con la presenza delle basi militari straniere”. Strano che non venga mai in mente ai “nazionalisti” di casa nostra, no?
Anche il governo del Ciad, fin qui il partner più stabile della Francia in Africa, ha annunciato il 28 novembre la fine della cooperazione militare con Parigi allo scopo di “ridefinire la propria sovranità” (dovranno perciò andarsene un migliaio di militari e una dozzina di velivoli).
“Il Ciad e la Francia continueranno a lavorare strettamente” ma solo per “assicurare un ritiro rapido e rispettoso delle forze francesi, preservando allo stesso tempo la sovranità di ciascun Paese”.
All’aeroporto di N’djamena sono ancora schierate le forze aeree francesi con UAV Reaper, velivoli da combattimento e arei da trasporto, ma anche questi verranno trasferiti nel porto camerunense di Douala per poi rientrare in Francia.
Un primo reparto di 120 militari francesi è già stato rimpatriato da N’Djamena prima di Natale e dallo stesso aeroporto erano rientrati in Francia il 10 dicembre 2 cacciabombardieri Mirage 2000.
Il Ciad era rimasto l’ultimo bastione della presenza francese nel Sahel dopo che Mali, Burkina Faso e Niger avevano aperto la porta alla presenza militare russa e alla cooperazione militare anche con Cina e Turchia.
Nell’aprile scorso il Ciad aveva interrotto anche la cooperazione militare con gli Stati Uniti, allontanando il centinaio di militari americani di aeronautica e forze speciali presenti a N’Djamena. Il 20 dicembre il governo del Ciad ha chiesto a Parigi di accelerare le operazioni per completarle entro il 31 gennaio.
Come detto, le decisioni di Senegal e Ciad sono arrivate mentre la Francia stava cercando di rilanciare la sua influenza in declino in Africa.
“La decisione del Ciad segna l’ultimo chiodo nella bara del dominio militare postcoloniale della Francia nell’intera regione del Sahel”, ha affermato Mucahid Durmaz, analista senior presso la società di consulenza sui rischi globali Verisk Maplecroft, intervistato dall’Associated Press (AP).
Le decisioni del Senegal e del Ciad “fanno parte della più ampia trasformazione strutturale nell’impegno della regione con la Francia, in cui l’influenza politica e militare di Parigi continua a diminuire”, ha aggiunto Durmaz.
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30/11/2024
Francia estromessa anche da Ciad e Senegal
Il 28 novembre diverrà una giornata per certi versi periodizzante per la fine del dominio occidentale in Africa.
Le truppe francesi – dopo essere state cacciate grazie ai colpi di Stato dei “militari patriottici” in Mali, Burkina Faso e Niger, fortemente sostenuti dalla popolazione e poi unitisi nell’Alleanza degli Stati del Sahel – dovranno fare letteralmente “armi e bagagli” e sloggiare sia dal Ciad che dal Senegal.
L’annuncio, per quanto riguarda il Ciad, è stato dato – senza specificare le tempistiche della partenza dei militari francesi – attraverso un comunicato ufficiale questo giovedì in cui viene espressamente messa nero su bianco la volontà di mettere fine agli accordi militari con Parigi che sembra non sia stata preventivamente informata della decisione.
Un vero e proprio schiaffo in faccia alla Francia che aveva nel Ciad uno dei suoi ultimi perni nell’area ed aveva taciuto sulle criticità del processo di transizione militare triennale che ha portato alla presidenza Mahamat Idriss Déby, che era capo di quella giunta, dopo la morte in combattimento del presidente precedente, padre del nuovo presidente eletto a maggio di quest’anno.
L’aiuto militare di Parigi era stato fondamentale alla classe dirigente ciadiana per respingere l’insorgenza dei “ribelli” in due occasioni: nel 2008 e nel 2019. Ed il legame con la Francia era stato un’assicurazione sulla vita per uno dei regimi più inclini ad assecondare la strategia dell’Africa Francese anche durante gli anni della transizione.
Andando ancora indietro, bisogna ricordare che il Ciad è il paese che ha avuto il più gran numero di operazioni francesi sul suo territorio dai tempi dell’indipendenza, in cui fu amministrato per i primi 5 anni dall’esercito francese: “Limousin” (1969-1971) e “Epervier” (1986-2014).
Per questo Parigi aveva sempre tenuto un “bassissimo” profilo anche quando, in piena campagna elettorale presidenziale, era stato assassinato il capo dell’opposizione nella sede della propria formazione politica con una operazione di tipo militare da parte dell’esercito.
E pensare che il 4 ottobre Macron e Déby si erano visti all’Eliseo, e si erano pubblicamente accordati per rafforzare la propria cooperazione bilaterale a livello economico, militare e culturale.
Parigi aveva annunciato di voler ridimensionare il suo contingente di un migliaio di militari, ma non la loro partenza, come ora chiede ufficialmente il Ministro degli Esteri proprio il giorno del 66simo anniversario dell’indipendenza.
Non si tratta di una rottura netta con Parigi e si lascia la porta aperta ad un “dialogo costruttivo per esplorare nuove forme di partnership” – come recita il comunicato – ma ormai il paese ha una pluralità di partner con cui ha intensificato gli scambi, come la Turchia, l’Ungheria e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti; deve inoltre affrontare le difficili conseguenze della guerra in Sudan e la minaccia terrorista di Boko Haram.
Inoltre l’attuale uomo forte del Ciad ha caratterizzato i propri discorsi in senso “sovranista”, non nascondendo le critiche alla Francia, per cercare di guadagnare il consenso di un’opinione pubblica che vede con grande ostilità la presenza militare francese sul proprio territorio.
Recentemente, al ritorno dal suo viaggio in Africa, Jean-Marie Bockel, inviato personale del presidente francese nel continente – nonché ex segretario di stato alla cooperazione durante la presidenza Sarkozy (2007-2012) – aveva formalizzato questa settimana al presidente francese (senza che fosse reso pubblico) il piano di ridimensionamento dell’impegno militare transalpino in Africa.
Una fonte militare confidenziale dell’AFP aveva rivelato che, nei piani di Parigi, il progetto mirava a conservare un centinaio di militari in Gabon (contro i precedenti 350), così come in Senegal (contro 350 attuali) ed in Costa d’Avorio (contro i 600 di oggi), oltre a circa trecento in Ciad.
“Wishfull thinking”, si direbbe.
Ma, come abbiamo scritto all’inizio dell’articolo, la partenza dal Ciad non è stata l’unica cattiva notizia per Parigi.
In un’intervista ufficiale a “Le Monde” il neo-eletto presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, in quella che probabilmente era stata pensata come occasione di discussione sul “massacro di Thiaroye” – avvenuto il primo dicembre del 1944 nei confronti dei soldati senegalesi che avevano combattuto per la “Francia Libera”, ammesso solo da poco come tale da Parigi – è stato più che esplicito rispetto alla prossima partenza delle truppe francesi.
Riportiamo integralmente la risposta al giornalista che chiede se la presenza di militari francesi mini oppure no la sovranità senegalese:
“Quanti soldati senegalesi ci sono in Francia? Perché ci dovrebbero essere soldati francesi in Senegal? Perché deve competere al Signor M. Bockel od ad un altro francese decidere che, in un paese sovrano e indipendente, bisognerebbe mantenere 100 soldati? Questo non corrisponde alla nostra concezione della sovranità e dell’indipendenza. Bisogna rovesciare i ruoli (...) sia che i francesi l’accettino o meno”.
Parole come pietre da parte dei uno dei leader della coalizione pan-africanista che ha vinto le elezioni presidenziali, otto mesi fa, e che nelle elezioni politiche anticipate del 17 novembre ha fatto incetta di voti ottenendo una maggioranza schiacciante, conquistando 130 seggi su 165.
Questo successo ha posto fine alla difficile coabitazione tra l’ex maggioranza eletta nel 2022, fedele al presidente uscente Macky Sall – la cui formazione ha ottenuto ora solo 16 deputati – ed alla possibilità di realizzare il proprio programma “di rottura” da parte del governo, con a capo l’ex prigioniero politico Sanko.
Sall, che ha governato il Paese dal 2012 al 2024, e che ha gestito la sua campagna elettorale dal Marocco attraverso messaggi “Whatsapp”, dovrà rispondere anche a livello giudiziario all’Alta Corte di Giustizia dell’edificazione di un sistema il cui principale beneficiario, a parte una ristretta élite a lui legata, era la Francia stessa, ora derubricata a partner come gli altri.
Se il progetto della FrançeAfrique è ormai al tramonto, lo è anche quello dell’Unione Europea che ha considerato il continente il proprio “cortile di casa”, trattandolo come una “periferia integrata” colonizzata dal proprio polo imperialista in formazione.
Il “mancato” intervento militare in Niger da parte della CEDEAO/ECOWAS, dopo il colpo di Stato in Niger che la Francia avrebbe fortemente voluto, aveva suonato le campane a morte per le aspirazioni francesi in Sahel.
Questo doppio “scacco matto alla Francia” è duro colpo per Parigi e per Bruxelles – ed in generale per il blocco euro-atlantico – ed un ottima notizia per la nuova alba dei popoli africani contro il giogo neo-colonialista che prende forma nel mondo multipolare.
Fonte
Le truppe francesi – dopo essere state cacciate grazie ai colpi di Stato dei “militari patriottici” in Mali, Burkina Faso e Niger, fortemente sostenuti dalla popolazione e poi unitisi nell’Alleanza degli Stati del Sahel – dovranno fare letteralmente “armi e bagagli” e sloggiare sia dal Ciad che dal Senegal.
L’annuncio, per quanto riguarda il Ciad, è stato dato – senza specificare le tempistiche della partenza dei militari francesi – attraverso un comunicato ufficiale questo giovedì in cui viene espressamente messa nero su bianco la volontà di mettere fine agli accordi militari con Parigi che sembra non sia stata preventivamente informata della decisione.
Un vero e proprio schiaffo in faccia alla Francia che aveva nel Ciad uno dei suoi ultimi perni nell’area ed aveva taciuto sulle criticità del processo di transizione militare triennale che ha portato alla presidenza Mahamat Idriss Déby, che era capo di quella giunta, dopo la morte in combattimento del presidente precedente, padre del nuovo presidente eletto a maggio di quest’anno.
L’aiuto militare di Parigi era stato fondamentale alla classe dirigente ciadiana per respingere l’insorgenza dei “ribelli” in due occasioni: nel 2008 e nel 2019. Ed il legame con la Francia era stato un’assicurazione sulla vita per uno dei regimi più inclini ad assecondare la strategia dell’Africa Francese anche durante gli anni della transizione.
Andando ancora indietro, bisogna ricordare che il Ciad è il paese che ha avuto il più gran numero di operazioni francesi sul suo territorio dai tempi dell’indipendenza, in cui fu amministrato per i primi 5 anni dall’esercito francese: “Limousin” (1969-1971) e “Epervier” (1986-2014).
Per questo Parigi aveva sempre tenuto un “bassissimo” profilo anche quando, in piena campagna elettorale presidenziale, era stato assassinato il capo dell’opposizione nella sede della propria formazione politica con una operazione di tipo militare da parte dell’esercito.
E pensare che il 4 ottobre Macron e Déby si erano visti all’Eliseo, e si erano pubblicamente accordati per rafforzare la propria cooperazione bilaterale a livello economico, militare e culturale.
Parigi aveva annunciato di voler ridimensionare il suo contingente di un migliaio di militari, ma non la loro partenza, come ora chiede ufficialmente il Ministro degli Esteri proprio il giorno del 66simo anniversario dell’indipendenza.
Non si tratta di una rottura netta con Parigi e si lascia la porta aperta ad un “dialogo costruttivo per esplorare nuove forme di partnership” – come recita il comunicato – ma ormai il paese ha una pluralità di partner con cui ha intensificato gli scambi, come la Turchia, l’Ungheria e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti; deve inoltre affrontare le difficili conseguenze della guerra in Sudan e la minaccia terrorista di Boko Haram.
Inoltre l’attuale uomo forte del Ciad ha caratterizzato i propri discorsi in senso “sovranista”, non nascondendo le critiche alla Francia, per cercare di guadagnare il consenso di un’opinione pubblica che vede con grande ostilità la presenza militare francese sul proprio territorio.
Recentemente, al ritorno dal suo viaggio in Africa, Jean-Marie Bockel, inviato personale del presidente francese nel continente – nonché ex segretario di stato alla cooperazione durante la presidenza Sarkozy (2007-2012) – aveva formalizzato questa settimana al presidente francese (senza che fosse reso pubblico) il piano di ridimensionamento dell’impegno militare transalpino in Africa.
Una fonte militare confidenziale dell’AFP aveva rivelato che, nei piani di Parigi, il progetto mirava a conservare un centinaio di militari in Gabon (contro i precedenti 350), così come in Senegal (contro 350 attuali) ed in Costa d’Avorio (contro i 600 di oggi), oltre a circa trecento in Ciad.
“Wishfull thinking”, si direbbe.
Ma, come abbiamo scritto all’inizio dell’articolo, la partenza dal Ciad non è stata l’unica cattiva notizia per Parigi.
In un’intervista ufficiale a “Le Monde” il neo-eletto presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, in quella che probabilmente era stata pensata come occasione di discussione sul “massacro di Thiaroye” – avvenuto il primo dicembre del 1944 nei confronti dei soldati senegalesi che avevano combattuto per la “Francia Libera”, ammesso solo da poco come tale da Parigi – è stato più che esplicito rispetto alla prossima partenza delle truppe francesi.
Riportiamo integralmente la risposta al giornalista che chiede se la presenza di militari francesi mini oppure no la sovranità senegalese:
“Quanti soldati senegalesi ci sono in Francia? Perché ci dovrebbero essere soldati francesi in Senegal? Perché deve competere al Signor M. Bockel od ad un altro francese decidere che, in un paese sovrano e indipendente, bisognerebbe mantenere 100 soldati? Questo non corrisponde alla nostra concezione della sovranità e dell’indipendenza. Bisogna rovesciare i ruoli (...) sia che i francesi l’accettino o meno”.
Parole come pietre da parte dei uno dei leader della coalizione pan-africanista che ha vinto le elezioni presidenziali, otto mesi fa, e che nelle elezioni politiche anticipate del 17 novembre ha fatto incetta di voti ottenendo una maggioranza schiacciante, conquistando 130 seggi su 165.
Questo successo ha posto fine alla difficile coabitazione tra l’ex maggioranza eletta nel 2022, fedele al presidente uscente Macky Sall – la cui formazione ha ottenuto ora solo 16 deputati – ed alla possibilità di realizzare il proprio programma “di rottura” da parte del governo, con a capo l’ex prigioniero politico Sanko.
Sall, che ha governato il Paese dal 2012 al 2024, e che ha gestito la sua campagna elettorale dal Marocco attraverso messaggi “Whatsapp”, dovrà rispondere anche a livello giudiziario all’Alta Corte di Giustizia dell’edificazione di un sistema il cui principale beneficiario, a parte una ristretta élite a lui legata, era la Francia stessa, ora derubricata a partner come gli altri.
Se il progetto della FrançeAfrique è ormai al tramonto, lo è anche quello dell’Unione Europea che ha considerato il continente il proprio “cortile di casa”, trattandolo come una “periferia integrata” colonizzata dal proprio polo imperialista in formazione.
Il “mancato” intervento militare in Niger da parte della CEDEAO/ECOWAS, dopo il colpo di Stato in Niger che la Francia avrebbe fortemente voluto, aveva suonato le campane a morte per le aspirazioni francesi in Sahel.
Questo doppio “scacco matto alla Francia” è duro colpo per Parigi e per Bruxelles – ed in generale per il blocco euro-atlantico – ed un ottima notizia per la nuova alba dei popoli africani contro il giogo neo-colonialista che prende forma nel mondo multipolare.
Fonte
22/05/2024
L’Africa non vuole più i militari francesi e statunitensi
Mentre cresce la presenza militare russa, in Africa si estende il rifiuto di quella occidentale, considerata un indesiderabile retaggio storico del colonialismo pur giustificata dalla necessità di contrastare un tempo i movimenti guerriglieri e oggi le organizzazioni jihadiste.
Nei mesi scorsi era toccato alle truppe francesi ritirarsi da alcuni dei paesi del Sahel dopo le pressanti richieste dei governi nati dai colpi di stato militari degli ultimi anni, sostenute spesso da mobilitazioni popolari anche vigorose (anche se non sempre spontanee).
Niger: dopo i francesi tocca agli americani lasciare il paese
Alla fine del 2023 gli ultimi soldati di Parigi avevano dovuto abbandonare il Niger, uno dei paesi fino ad allora più importanti dello schieramento militare francese in Africa. Poche settimane dopo, la giunta militare di Niamey – al potere grazie al golpe del 26 luglio del 2023 – aveva chiesto anche la fine della presenza militare statunitense, accusando Washington di ingerenze negli affari interni del paese dell’Africa Occidentale, tra i maggiori produttori di uranio al mondo.
I responsabili politici e militari statunitensi avevano provato ad aprire dei negoziati con i golpisti, tentando di convincere la giunta ad accettare la permanenza di un numero limitato di truppe a stelle e strisce, ricevendo però un secco diniego.
La settimana scorsa, infine, i rappresentanti del Ministero della Difesa di Washington e di quello di Niamey, nel corso di un lungo incontro, hanno concordato che il ritiro dei mille militari statunitensi finora schierati in Niger – chiesto a gran voce da manifestazioni popolari sempre più aggressive – avverrà al massimo entro il 15 settembre prossimo.
Una nota congiunta afferma che il ritiro dei soldati statunitensi «non pregiudica la continuazione delle relazioni di sviluppo tra Stati Uniti e Niger» e che i due paesi rimangono «impegnati nel dialogo diplomatico per definire il futuro delle loro reazioni bilaterali», ma è chiaro che i golpisti hanno scelto di privilegiare le relazioni con la Russia e con la Cina e di approfondire l’integrazione con altri paesi del Sahel dove sono al potere i militari, come il Burkina Faso e il Mali.
A Niamey – dove per ora rimangono 250 soldati italiani e un centinaio di tedeschi – nelle scorse settimane sono sbarcati un centinaio di istruttori militari provenienti da Mosca e la Russia ha consegnato alla giunta un sistema di difesa antiaerea. Contemporaneamente, Niamey ha siglato un importante accordo petrolifero con Pechino.
Il Ciad chiede il ritiro dei militari di Washington
Come se non bastasse, improvvisamente, ad aprile, anche la giunta militare che guida il Ciad dopo l’auto-golpe del 2021 (al dittatore Idriss Déby, al potere da 31 anni e morto negli scontri con i ribelli, l’esercito sostituì il figlio Mahamat) ha chiesto il ritiro dei soldati di Washington, mettendo ulteriormente in crisi la strategia in Africa dell’amministrazione Biden.
Le tensioni tra i golpisti ciadiani a gli Stati Uniti erano iniziate nel 2023, quando Washington aveva avvisato che Mosca stava tramando un complotto contro la giunta – fino a quel momento in ottime relazioni con gli americani – e che aveva iniziato a sostenere i ribelli. Il governo di N’Djamena, però, non solo non ha preso contromisure contro Mosca ma ha approfondito le relazioni con la Russia. Lo scorso 24 gennaio Déby ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, ricevendo assicurazioni sul contributo russo alla “stabilità del paese”.
In attesa di capire chi guiderà il paese nei prossimi anni – le elezioni presidenziali del 5 e 6 maggio sono state ufficialmente vinte da Déby ma sia il principale sfidante sia le opposizioni escluse dal voto contestano il risultato – il Pentagono ha “temporaneamente ritirato”, a inizio maggio, 60 dei 100 Berretti Verdi delle forze speciali finora di stanza a N’Djamena, nella speranza di aprire presto una trattativa che permetta un ritorno delle sue truppe in Ciad.
In Ciad, tra i paesi più poveri dell’area anche se ricco di petrolio, rimangono per ora un migliaio di soldati francesi, impegnati nel contrasto alle milizie jihadiste di Boko Haram. Ma nei prossimi giorni a N’Djamena dovrebbero arrivare ben 200 militari ungheresi mentre in città ha aperto il suo primo ufficio di rappresentanza in Africa “Hungary Helps”, l’agenzia di cooperazione governativa di Budapest.
Washington punta sul Kenya
Per cercare di mantenere e se possibile rafforzare le proprie posizioni nel continente africano, obiettivo al quale l’amministrazione Biden ha dedicato grandi sforzi dopo il disinteresse dimostrato da quella Trump, la Casa Bianca sembra puntare ad un rafforzamento delle relazioni con il Kenya puntando sul presidente William Ruto, invitato a intervenire al Congresso degli Stati Uniti il prossimo 23 maggio in occasione del 60esimo anniversario dei rapporti tra i due paesi.
Alla fine di settembre del 2023, in occasione della visita a Nairobi del segretario alla Difesa Floyd Austin, gli Stati Uniti hanno siglato con il Kenya un accordo di cooperazione che prevede l’addestramento dei soldati delle Forze di difesa del Kenya (Kdf) ed un programma di assistenza finanziaria e tecnica nei prossimi cinque anni. «Il governo degli Stati Uniti apprezza profondamente la nostra partnership con il Kenya nel contrastare Al Shabaab ed è grato al Kenya per la sua leadership nell’affrontare le sfide alla sicurezza nella regione e nel mondo» ha affermato Austin nel corso di una conferenza stampa.
Nella base costiera di Manda Bay il Kenya ospita già un certo numero di militare statunitensi, e Washington spera che il paese possa diventare presto un hub del proprio schieramento militare nell’area.
Il premier senegalese: “via le truppe francesi”
Se Washington sembra aggrapparsi ad alcuni appigli per mantenere la sua presenza militare in Africa, il declino di quella francese sembra al momento inesorabile. Dopo l’estromissione dal Mali e poi dal Niger, lo schieramento militari di Parigi sembra vacillare ora anche in Senegal dopo che il nuovo premier Ousmane Sonko ne ha contestato la legittimità. «A più di sessant’anni dalla nostra indipendenza, dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui l’esercito francese, ad esempio, beneficia ancora di numerose basi militari nei nostri Paesi, e sull’impatto di questa presenza sulla nostra sovranità nazionale e sulla nostra autonomia strategica» ha dichiarato il capo del governo, considerato il mentore del neo-eletto presidente Bassirou Diomaye Faye, insieme al quale è stato scarcerato grazie ad un’amnistia concessa dall’ex presidente Macky Sall a poche settimane dalle elezioni generali del 24 marzo scorso. Le dichiarazioni di Sonko sono state pronunciate nel corso di una conferenza stampa congiunta tenuta con il leader della sinistra francese, Jean-Luc Melenchon, in visita a Dakar.
Pur esprimendo «il desiderio del Senegal di avere il pieno controllo, incompatibile con la presenza duratura di basi militari straniere», il premier senegalese ha affermato di voler comunque mantenere alcuni degli accordi di cooperazione militare esistenti con la Francia. Ma le sue parole sono state inequivocabili: «Possiamo stipulare accordi di difesa senza che questo giustifichi che un terzo della regione di Dakar sia oggi occupata da guarnigioni straniere». Sonko, esponente delle correnti nazionaliste e pan-africaniste, ha anche affermato di voler rafforzare i legami con Mali, Burkina Faso e Niger.
Attualmente in Senegal sono dispiegati 350 militari francesi, 260 dei quali stabilmente. Presenti nel Paese dal 2011, le truppe si occupano prevalentemente della formazione dei soldati provenienti dai Paesi della regione. La presenza francese è concentrata nella zona della capitale Dakar, e in particolare nel campo intitolato al colonnello Frederic Geille, a Ouakam, e in quello dedicato al contrammiraglio Protet, situato nel porto militare della capitale. Un piccolo distaccamento di Parigi si trova anche nell’area dell’aeroporto militare “Leopold Sedar Senghor” di Dakar.
Parigi rassegnata ad un diminuzione della sua influenza
Nel tentativo di correre ai ripari, il governo francese sta cercando di accordarsi con Washington per mantenere un piccolo contingente nelle installazioni militari africane di Washington. L’ipotesi – ha spiegato a marzo il capo di Stato maggiore francese, Thierry Burkhard – permetterebbe di «ridurre la nostra visibilità mantenendo l’impronta minima necessaria per mantenere aperto il nostro accesso» al territorio.
Emmanuel Macron sarebbe ormai rassegnato ad un’ulteriore riduzione dello schieramento francese in Africa nei prossimi anni – ad eccezione di Gibuti – ed avrebbe incaricato l’ex ministro Jean-Marie Bockel, appena nominato inviato personale del presidente nel continente, di discutere con i leader africani le nuove forme della presenza militare di Parigi nei loro paesi.
Al momento, le truppe francesi sono ufficialmente presenti in quattro diverse basi: in Senegal con 350 unità, in Costa d’Avorio con 600, in Gabon con 400 ed in Ciad con più di 1000. A Gibuti, poi, sono schierati ben 1500 soldati.
Fonte
Nei mesi scorsi era toccato alle truppe francesi ritirarsi da alcuni dei paesi del Sahel dopo le pressanti richieste dei governi nati dai colpi di stato militari degli ultimi anni, sostenute spesso da mobilitazioni popolari anche vigorose (anche se non sempre spontanee).
Niger: dopo i francesi tocca agli americani lasciare il paese
Alla fine del 2023 gli ultimi soldati di Parigi avevano dovuto abbandonare il Niger, uno dei paesi fino ad allora più importanti dello schieramento militare francese in Africa. Poche settimane dopo, la giunta militare di Niamey – al potere grazie al golpe del 26 luglio del 2023 – aveva chiesto anche la fine della presenza militare statunitense, accusando Washington di ingerenze negli affari interni del paese dell’Africa Occidentale, tra i maggiori produttori di uranio al mondo.
I responsabili politici e militari statunitensi avevano provato ad aprire dei negoziati con i golpisti, tentando di convincere la giunta ad accettare la permanenza di un numero limitato di truppe a stelle e strisce, ricevendo però un secco diniego.
La settimana scorsa, infine, i rappresentanti del Ministero della Difesa di Washington e di quello di Niamey, nel corso di un lungo incontro, hanno concordato che il ritiro dei mille militari statunitensi finora schierati in Niger – chiesto a gran voce da manifestazioni popolari sempre più aggressive – avverrà al massimo entro il 15 settembre prossimo.
Una nota congiunta afferma che il ritiro dei soldati statunitensi «non pregiudica la continuazione delle relazioni di sviluppo tra Stati Uniti e Niger» e che i due paesi rimangono «impegnati nel dialogo diplomatico per definire il futuro delle loro reazioni bilaterali», ma è chiaro che i golpisti hanno scelto di privilegiare le relazioni con la Russia e con la Cina e di approfondire l’integrazione con altri paesi del Sahel dove sono al potere i militari, come il Burkina Faso e il Mali.
A Niamey – dove per ora rimangono 250 soldati italiani e un centinaio di tedeschi – nelle scorse settimane sono sbarcati un centinaio di istruttori militari provenienti da Mosca e la Russia ha consegnato alla giunta un sistema di difesa antiaerea. Contemporaneamente, Niamey ha siglato un importante accordo petrolifero con Pechino.
Il Ciad chiede il ritiro dei militari di Washington
Come se non bastasse, improvvisamente, ad aprile, anche la giunta militare che guida il Ciad dopo l’auto-golpe del 2021 (al dittatore Idriss Déby, al potere da 31 anni e morto negli scontri con i ribelli, l’esercito sostituì il figlio Mahamat) ha chiesto il ritiro dei soldati di Washington, mettendo ulteriormente in crisi la strategia in Africa dell’amministrazione Biden.
Le tensioni tra i golpisti ciadiani a gli Stati Uniti erano iniziate nel 2023, quando Washington aveva avvisato che Mosca stava tramando un complotto contro la giunta – fino a quel momento in ottime relazioni con gli americani – e che aveva iniziato a sostenere i ribelli. Il governo di N’Djamena, però, non solo non ha preso contromisure contro Mosca ma ha approfondito le relazioni con la Russia. Lo scorso 24 gennaio Déby ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, ricevendo assicurazioni sul contributo russo alla “stabilità del paese”.
In attesa di capire chi guiderà il paese nei prossimi anni – le elezioni presidenziali del 5 e 6 maggio sono state ufficialmente vinte da Déby ma sia il principale sfidante sia le opposizioni escluse dal voto contestano il risultato – il Pentagono ha “temporaneamente ritirato”, a inizio maggio, 60 dei 100 Berretti Verdi delle forze speciali finora di stanza a N’Djamena, nella speranza di aprire presto una trattativa che permetta un ritorno delle sue truppe in Ciad.
In Ciad, tra i paesi più poveri dell’area anche se ricco di petrolio, rimangono per ora un migliaio di soldati francesi, impegnati nel contrasto alle milizie jihadiste di Boko Haram. Ma nei prossimi giorni a N’Djamena dovrebbero arrivare ben 200 militari ungheresi mentre in città ha aperto il suo primo ufficio di rappresentanza in Africa “Hungary Helps”, l’agenzia di cooperazione governativa di Budapest.
Washington punta sul Kenya
Per cercare di mantenere e se possibile rafforzare le proprie posizioni nel continente africano, obiettivo al quale l’amministrazione Biden ha dedicato grandi sforzi dopo il disinteresse dimostrato da quella Trump, la Casa Bianca sembra puntare ad un rafforzamento delle relazioni con il Kenya puntando sul presidente William Ruto, invitato a intervenire al Congresso degli Stati Uniti il prossimo 23 maggio in occasione del 60esimo anniversario dei rapporti tra i due paesi.
Alla fine di settembre del 2023, in occasione della visita a Nairobi del segretario alla Difesa Floyd Austin, gli Stati Uniti hanno siglato con il Kenya un accordo di cooperazione che prevede l’addestramento dei soldati delle Forze di difesa del Kenya (Kdf) ed un programma di assistenza finanziaria e tecnica nei prossimi cinque anni. «Il governo degli Stati Uniti apprezza profondamente la nostra partnership con il Kenya nel contrastare Al Shabaab ed è grato al Kenya per la sua leadership nell’affrontare le sfide alla sicurezza nella regione e nel mondo» ha affermato Austin nel corso di una conferenza stampa.
Nella base costiera di Manda Bay il Kenya ospita già un certo numero di militare statunitensi, e Washington spera che il paese possa diventare presto un hub del proprio schieramento militare nell’area.
Il premier senegalese: “via le truppe francesi”
Se Washington sembra aggrapparsi ad alcuni appigli per mantenere la sua presenza militare in Africa, il declino di quella francese sembra al momento inesorabile. Dopo l’estromissione dal Mali e poi dal Niger, lo schieramento militari di Parigi sembra vacillare ora anche in Senegal dopo che il nuovo premier Ousmane Sonko ne ha contestato la legittimità. «A più di sessant’anni dalla nostra indipendenza, dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui l’esercito francese, ad esempio, beneficia ancora di numerose basi militari nei nostri Paesi, e sull’impatto di questa presenza sulla nostra sovranità nazionale e sulla nostra autonomia strategica» ha dichiarato il capo del governo, considerato il mentore del neo-eletto presidente Bassirou Diomaye Faye, insieme al quale è stato scarcerato grazie ad un’amnistia concessa dall’ex presidente Macky Sall a poche settimane dalle elezioni generali del 24 marzo scorso. Le dichiarazioni di Sonko sono state pronunciate nel corso di una conferenza stampa congiunta tenuta con il leader della sinistra francese, Jean-Luc Melenchon, in visita a Dakar.
Pur esprimendo «il desiderio del Senegal di avere il pieno controllo, incompatibile con la presenza duratura di basi militari straniere», il premier senegalese ha affermato di voler comunque mantenere alcuni degli accordi di cooperazione militare esistenti con la Francia. Ma le sue parole sono state inequivocabili: «Possiamo stipulare accordi di difesa senza che questo giustifichi che un terzo della regione di Dakar sia oggi occupata da guarnigioni straniere». Sonko, esponente delle correnti nazionaliste e pan-africaniste, ha anche affermato di voler rafforzare i legami con Mali, Burkina Faso e Niger.
Attualmente in Senegal sono dispiegati 350 militari francesi, 260 dei quali stabilmente. Presenti nel Paese dal 2011, le truppe si occupano prevalentemente della formazione dei soldati provenienti dai Paesi della regione. La presenza francese è concentrata nella zona della capitale Dakar, e in particolare nel campo intitolato al colonnello Frederic Geille, a Ouakam, e in quello dedicato al contrammiraglio Protet, situato nel porto militare della capitale. Un piccolo distaccamento di Parigi si trova anche nell’area dell’aeroporto militare “Leopold Sedar Senghor” di Dakar.
Parigi rassegnata ad un diminuzione della sua influenza
Nel tentativo di correre ai ripari, il governo francese sta cercando di accordarsi con Washington per mantenere un piccolo contingente nelle installazioni militari africane di Washington. L’ipotesi – ha spiegato a marzo il capo di Stato maggiore francese, Thierry Burkhard – permetterebbe di «ridurre la nostra visibilità mantenendo l’impronta minima necessaria per mantenere aperto il nostro accesso» al territorio.
Emmanuel Macron sarebbe ormai rassegnato ad un’ulteriore riduzione dello schieramento francese in Africa nei prossimi anni – ad eccezione di Gibuti – ed avrebbe incaricato l’ex ministro Jean-Marie Bockel, appena nominato inviato personale del presidente nel continente, di discutere con i leader africani le nuove forme della presenza militare di Parigi nei loro paesi.
Al momento, le truppe francesi sono ufficialmente presenti in quattro diverse basi: in Senegal con 350 unità, in Costa d’Avorio con 600, in Gabon con 400 ed in Ciad con più di 1000. A Gibuti, poi, sono schierati ben 1500 soldati.
Fonte
29/04/2024
Crisi dell'egemonia Occidentale in Africa
È di pochissimi giorni fa la notizia che il Ciad, per voce del ministro delle forze armate Idriss Amine Ahmed, ha invitato il contingente militare degli Stati Uniti a fare le valigie e a lasciare il paese. Viceversa, i soldati francesi non hanno ricevuto lo stesso invito (almeno finora), anche se non è da escludere che il benservito non possa presto giungere anche a loro, dal momento che il presidente, Mahamat Idriss Deby, ha già stretto accordi con la Russia in direzione di un rafforzamento della cooperazione tra i due paesi.
Non è cosa da poco un simile ‘schiaffo’ dato agli USA da parte di un paese geograficamente centrale nell’Africa Subsahariana, anche perché non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno.
Negli ultimi 2-3 anni, e soprattutto da un anno a questa parte, sono in aumento i paesi dell’Africa Centrale e Occidentale i quali stanno portando avanti una politica di allontanamento dai paesi europei e dagli USA, segnatamente dalla Francia, la quale, come è noto, ha mantenuto una certa egemonia nell’area fino ai giorni nostri.
Il caso più clamoroso, o quantomeno quello che ha avuto maggior risalto mediatico e che ha fatto più discutere, è stato quello del Niger. L’anno scorso l’ex premier filoccidentale Mohamed Bazoum, è stato esautorato e al suo posto è subentrata una nuova giunta, la CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) con a capo il neo-presidente Abdourahamane Tchiani, un generale dell’esercito. Il nuovo governo, con una decisione che ha fatto notizia, ha letteralmente espulso il contingente militare francese dal paese, suscitando l’ovvia contrarietà di Parigi, ma anche degli altri paesi della regione legati a questa. In compenso, però, ha incassato l’appoggio di altri due paesi importanti nell’area: il Mali e il Burkina Faso, i quali avevano già effettuato un passaggio simile negli anni scorsi.
I tre paesi ‘ribelli’ si sono messi in contrasto con l’Ecowas – un organismo che raccoglie i paesi dell’Africa Occidentale e che in sostanza è uno strumento dell’imperialismo euro-americano, soprattutto francese – il quale ha minacciato di adottare misure di ritorsione nei loro confronti. Per tutta risposta il Mali, il Burkina Faso e adesso anche il Niger sono usciti da quell’organismo.
Come se non bastasse, l’egemonia politico-economica e militare francese e occidentale nella zona sta subendo un altro colpo, con la recentissima elezione nel Senegal di Bassirou Diomaye Faye, nonostante i tentativi di scongiurare tale esito da parte dell’ex premier, con l’arresto di Faye (poi messo di nuovo in libertà dal tribunale) e il rinvio delle elezioni.
Il nuovo presidente del Senegal ha già espresso in modo chiaro le sue intenzioni, che sono quelle di sganciarsi dal dominio neo (post) coloniale dei paesi occidentali e di portare avanti riforme nel senso di una redistribuzione della ricchezza a favore del popolo.
Al di là dell’importanza geo-strategica, i paesi citati (quindi Mali, Burkina Faso, Niger, Senegal e Ciad, ai quali si potrebbe aggiungere anche il Sudan) hanno un peso significativo anche a livello economico, in quanto abbondanti di petrolio, gas e anche uranio.
Ma ciò che preoccupa maggiormente la Francia e gli altri paesi occidentali è anche il fattore – esempio che i paesi ‘ribelli’ possono suscitare, incoraggiando anche altri paesi dell’area ad adottare misure simili, spinti certo anche da pressioni interne.
A livello più generale una cosa appare evidente, ossia l’indebolimento dell’egemonia euro – americana nel Continente Africano e il progressivo rafforzamento di quella della Russia, della Cina e in generale dei paesi del Brics+.
Le dinamiche in corso sopra descritte infatti sarebbero state impensabili se non ci fosse stato contemporaneamente un notevole incremento dei rapporti economici, politici – e in alcuni casi perfino di collaborazione militare – da parte questi, ma anche di altri paesi africani.
Infine le due guerre in corso stanno dando un ulteriore impulso in tal senso: quella in Ucraina, in quanto Mosca è chiaramente in procinto di vincere il conflitto, nonostante abbia contro tutti i paesi occidentali, ossia quelle che fino a poco fa erano considerate le più grandi potenze economico-militari. Dimostrando così a tutto il mondo che queste non sono invincibili.
Quella nella Striscia di Gaza, in quanto gli stessi paesi – USA in testa – continuano a sostenere, in parte ad aiutare o quantomeno a non condannare Israele, nonostante stia commettendo un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo palestinese, il che incide non poco sul prestigio e sulla credibilità dell’Occidente.
Fonte
Non è cosa da poco un simile ‘schiaffo’ dato agli USA da parte di un paese geograficamente centrale nell’Africa Subsahariana, anche perché non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno.
Negli ultimi 2-3 anni, e soprattutto da un anno a questa parte, sono in aumento i paesi dell’Africa Centrale e Occidentale i quali stanno portando avanti una politica di allontanamento dai paesi europei e dagli USA, segnatamente dalla Francia, la quale, come è noto, ha mantenuto una certa egemonia nell’area fino ai giorni nostri.
Il caso più clamoroso, o quantomeno quello che ha avuto maggior risalto mediatico e che ha fatto più discutere, è stato quello del Niger. L’anno scorso l’ex premier filoccidentale Mohamed Bazoum, è stato esautorato e al suo posto è subentrata una nuova giunta, la CNSP (Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria) con a capo il neo-presidente Abdourahamane Tchiani, un generale dell’esercito. Il nuovo governo, con una decisione che ha fatto notizia, ha letteralmente espulso il contingente militare francese dal paese, suscitando l’ovvia contrarietà di Parigi, ma anche degli altri paesi della regione legati a questa. In compenso, però, ha incassato l’appoggio di altri due paesi importanti nell’area: il Mali e il Burkina Faso, i quali avevano già effettuato un passaggio simile negli anni scorsi.
I tre paesi ‘ribelli’ si sono messi in contrasto con l’Ecowas – un organismo che raccoglie i paesi dell’Africa Occidentale e che in sostanza è uno strumento dell’imperialismo euro-americano, soprattutto francese – il quale ha minacciato di adottare misure di ritorsione nei loro confronti. Per tutta risposta il Mali, il Burkina Faso e adesso anche il Niger sono usciti da quell’organismo.
Come se non bastasse, l’egemonia politico-economica e militare francese e occidentale nella zona sta subendo un altro colpo, con la recentissima elezione nel Senegal di Bassirou Diomaye Faye, nonostante i tentativi di scongiurare tale esito da parte dell’ex premier, con l’arresto di Faye (poi messo di nuovo in libertà dal tribunale) e il rinvio delle elezioni.
Il nuovo presidente del Senegal ha già espresso in modo chiaro le sue intenzioni, che sono quelle di sganciarsi dal dominio neo (post) coloniale dei paesi occidentali e di portare avanti riforme nel senso di una redistribuzione della ricchezza a favore del popolo.
Al di là dell’importanza geo-strategica, i paesi citati (quindi Mali, Burkina Faso, Niger, Senegal e Ciad, ai quali si potrebbe aggiungere anche il Sudan) hanno un peso significativo anche a livello economico, in quanto abbondanti di petrolio, gas e anche uranio.
Ma ciò che preoccupa maggiormente la Francia e gli altri paesi occidentali è anche il fattore – esempio che i paesi ‘ribelli’ possono suscitare, incoraggiando anche altri paesi dell’area ad adottare misure simili, spinti certo anche da pressioni interne.
A livello più generale una cosa appare evidente, ossia l’indebolimento dell’egemonia euro – americana nel Continente Africano e il progressivo rafforzamento di quella della Russia, della Cina e in generale dei paesi del Brics+.
Le dinamiche in corso sopra descritte infatti sarebbero state impensabili se non ci fosse stato contemporaneamente un notevole incremento dei rapporti economici, politici – e in alcuni casi perfino di collaborazione militare – da parte questi, ma anche di altri paesi africani.
Infine le due guerre in corso stanno dando un ulteriore impulso in tal senso: quella in Ucraina, in quanto Mosca è chiaramente in procinto di vincere il conflitto, nonostante abbia contro tutti i paesi occidentali, ossia quelle che fino a poco fa erano considerate le più grandi potenze economico-militari. Dimostrando così a tutto il mondo che queste non sono invincibili.
Quella nella Striscia di Gaza, in quanto gli stessi paesi – USA in testa – continuano a sostenere, in parte ad aiutare o quantomeno a non condannare Israele, nonostante stia commettendo un vero e proprio genocidio nei confronti del popolo palestinese, il che incide non poco sul prestigio e sulla credibilità dell’Occidente.
Fonte
11/03/2024
Ciad - I servizi segreti francesi dietro l’omicidio del leader dell’opposizione
Si complica ulteriormente la situazione nell’ultimo paese del Sahel rimasto fedele alla Francia, tanto che Parigi sembra essere tornata ai bei tempi delle “guerre sporche” in Africa.
Mentre l’inviato speciale di Macron per l’Africa ha espresso “ammirazione” per il generale Mahamt Deby, attuale presidente del Ciad, secondo quanto pubblicato dal sito d’informazione “TchadOne”, i servizi segreti francesi sarebbero implicati nell’assassinio del leader dell’opposizione del Ciad, Yaya Dillo, avvenuta lo scorso 28 febbraio nel quadro delle tensioni politiche e poi degli scontri nella capitale N’Djamena. “TchadOne” cita “due fonti di sicurezza di alto livello”. Stando a queste ultime, l’operazione sarebbe stata pianificata con mesi di anticipo, nel novembre del 2023.
“TchadOne” parla di una preparazione “lunga e minuziosa”, alla quale avrebbero partecipato dirigenti dell’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans) del Ciad, generali in servizio e in congedo, uomini della Direzione generale per la sicurezza esterna (Dgse) francese a Parigi e a N’Djamena, e promette nuovi dettagli in un articolo in pubblicazione nella giornata di domani.
Nell’ultima settimana di febbraio “l’ultimo bastione” della Francafrique nel Sahel è stato teatro di scontri che hanno provocato decine di morti e feriti, con l’uccisione del leader del Partito socialista senza frontiere (Psf) Yaya Dillo e l’arresto dell’oppositore Saleh Deby Itno, zio dell’attuale leader Mahamat Deby, il presidente del Ciad sostenuto e con profondi legami con la Francia.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, i sostenitori del Psf – guidati da Dillo – hanno assaltato la sede del Agenzia per la sicurezza nazionale, provocando “diversi morti”, secondo quanto denunciato dal ministro delle Comunicazioni in un comunicato.
Nella serata di martedì 27 febbraio, la giunta militare del presidente Deby aveva accusato Dillo e i suoi seguaci di essere i mandanti di un presunto tentativo di assassinio del presidente della Corte suprema, Samir Adam Annour, accuse che il leader di opposizione ha negato, descrivendo l’attacco come “organizzato”.
Un’operazione di repressione condotta dalle forze di sicurezza ciadiane contro la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf) ha di conseguenza provocato la morte del suo leader, Yaya Dillo.
Per quasi un’ora i soldati hanno forzato con le armi l’ingresso dell’edificio, situato nel quartiere di Klemat, provocando numerose esplosioni. Il giorno dopo la giunta al potere ha dato ordine di demolire la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf).
L’uccisione di Dillo e l’arresto di Saleh Deby Itno hanno tuttavia sollevato dubbi e polemiche in seno alla comunità internazionale. Domenica scorsa il governo del Ciad ha preso atto della richiesta di un’indagine indipendente richiesta da Human Rights Watch (Hrw) sulle violenze che hanno interessato il Ciad gli scorsi 27 e 28 febbraio, sottolineando la disponibilità a collaborare pienamente con qualsiasi indagine indipendente volta a stabilire la verità.
Le Monde riferisce che l‘esercito francese intende rimanere in Ciad. Attualmente ci sono circa 1.000 soldati francesi nel paese, l’unico rimasto fedele alla Francia dopo la ritirata imposta dalle nuove giunte di governo in Mali, Niger, Burkina Faso.
La decisione francese è stata ribadita giovedì scorso a N’Djamena dall’inviato di Emmanuel Macron per l’Africa, Jean-Marie Bockel, esprimendo inoltre “l’ammirazione” della Francia al presidente e capo della giunta al potere da tre anni, il generale Idriss Deby Itno per il suo processo di transizione.
“Non è solo una questione di numeri, dobbiamo rimanere e ovviamente rimarremo”, ha detto Jean-Marie Bockel, “inviato personale” del presidente francese, alla stampa ciadiana incaricata di discutere le nuove forme di presenza militare francese sul continente africano.
In Ciad, una volta eliminato fisicamente il principale leader dell’opposizione, si va verso elezioni farsa. Il primo ministro della giunta militare in Ciad, Succès Masra, ha infatti annunciato ieri la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 6 maggio, otto giorni dopo quella del presidente di transizione, il generale Mahamat Idriss Déby Itno.
Masra, è un ex leader dell’opposizione, che ha firmato un accordo di riconciliazione con Mahamat Déby per poi essere nominato primo ministro il 1° gennaio scorso. L’opposizione denuncia una “candidatura pretestuosa” volta a dare una parvenza di pluralità in elezioni che si ritengono vinte già in anticipo da Mahamat Déby, il fantoccio del governo francese.
Fonte
Mentre l’inviato speciale di Macron per l’Africa ha espresso “ammirazione” per il generale Mahamt Deby, attuale presidente del Ciad, secondo quanto pubblicato dal sito d’informazione “TchadOne”, i servizi segreti francesi sarebbero implicati nell’assassinio del leader dell’opposizione del Ciad, Yaya Dillo, avvenuta lo scorso 28 febbraio nel quadro delle tensioni politiche e poi degli scontri nella capitale N’Djamena. “TchadOne” cita “due fonti di sicurezza di alto livello”. Stando a queste ultime, l’operazione sarebbe stata pianificata con mesi di anticipo, nel novembre del 2023.
“TchadOne” parla di una preparazione “lunga e minuziosa”, alla quale avrebbero partecipato dirigenti dell’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans) del Ciad, generali in servizio e in congedo, uomini della Direzione generale per la sicurezza esterna (Dgse) francese a Parigi e a N’Djamena, e promette nuovi dettagli in un articolo in pubblicazione nella giornata di domani.
Nell’ultima settimana di febbraio “l’ultimo bastione” della Francafrique nel Sahel è stato teatro di scontri che hanno provocato decine di morti e feriti, con l’uccisione del leader del Partito socialista senza frontiere (Psf) Yaya Dillo e l’arresto dell’oppositore Saleh Deby Itno, zio dell’attuale leader Mahamat Deby, il presidente del Ciad sostenuto e con profondi legami con la Francia.
Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, i sostenitori del Psf – guidati da Dillo – hanno assaltato la sede del Agenzia per la sicurezza nazionale, provocando “diversi morti”, secondo quanto denunciato dal ministro delle Comunicazioni in un comunicato.
Nella serata di martedì 27 febbraio, la giunta militare del presidente Deby aveva accusato Dillo e i suoi seguaci di essere i mandanti di un presunto tentativo di assassinio del presidente della Corte suprema, Samir Adam Annour, accuse che il leader di opposizione ha negato, descrivendo l’attacco come “organizzato”.
Un’operazione di repressione condotta dalle forze di sicurezza ciadiane contro la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf) ha di conseguenza provocato la morte del suo leader, Yaya Dillo.
Per quasi un’ora i soldati hanno forzato con le armi l’ingresso dell’edificio, situato nel quartiere di Klemat, provocando numerose esplosioni. Il giorno dopo la giunta al potere ha dato ordine di demolire la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf).
L’uccisione di Dillo e l’arresto di Saleh Deby Itno hanno tuttavia sollevato dubbi e polemiche in seno alla comunità internazionale. Domenica scorsa il governo del Ciad ha preso atto della richiesta di un’indagine indipendente richiesta da Human Rights Watch (Hrw) sulle violenze che hanno interessato il Ciad gli scorsi 27 e 28 febbraio, sottolineando la disponibilità a collaborare pienamente con qualsiasi indagine indipendente volta a stabilire la verità.
Le Monde riferisce che l‘esercito francese intende rimanere in Ciad. Attualmente ci sono circa 1.000 soldati francesi nel paese, l’unico rimasto fedele alla Francia dopo la ritirata imposta dalle nuove giunte di governo in Mali, Niger, Burkina Faso.
La decisione francese è stata ribadita giovedì scorso a N’Djamena dall’inviato di Emmanuel Macron per l’Africa, Jean-Marie Bockel, esprimendo inoltre “l’ammirazione” della Francia al presidente e capo della giunta al potere da tre anni, il generale Idriss Deby Itno per il suo processo di transizione.
“Non è solo una questione di numeri, dobbiamo rimanere e ovviamente rimarremo”, ha detto Jean-Marie Bockel, “inviato personale” del presidente francese, alla stampa ciadiana incaricata di discutere le nuove forme di presenza militare francese sul continente africano.
In Ciad, una volta eliminato fisicamente il principale leader dell’opposizione, si va verso elezioni farsa. Il primo ministro della giunta militare in Ciad, Succès Masra, ha infatti annunciato ieri la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 6 maggio, otto giorni dopo quella del presidente di transizione, il generale Mahamat Idriss Déby Itno.
Masra, è un ex leader dell’opposizione, che ha firmato un accordo di riconciliazione con Mahamat Déby per poi essere nominato primo ministro il 1° gennaio scorso. L’opposizione denuncia una “candidatura pretestuosa” volta a dare una parvenza di pluralità in elezioni che si ritengono vinte già in anticipo da Mahamat Déby, il fantoccio del governo francese.
Fonte
07/01/2024
Israele “in trattative con Ruanda e Ciad” per esiliare i palestinesi
Funzionari israeliani sono in trattative con il Ruanda e il Ciad – oltre che con il Congo – per ricevere i palestinesi cacciati dalla Striscia di Gaza, ha riferito venerdì il sito di notizie israeliano Zman Yisrael, versione in ebraico del quotidiano Times of Israel.
Entrambi i paesi hanno espresso un accordo di base per continuare i colloqui, secondo fonti anonime, a differenza di altri paesi che hanno rifiutato in linea di principio.
Secondo le fonti israeliane, l’iniziativa è guidata dal ministero degli Esteri e dal Mossad, il servizio di intelligence israeliano.
“La faccenda è molto complessa“, ha detto un funzionario a Zman Yisrael. “Dobbiamo promuovere questo canale, ma stare molto attenti alle reazioni nel mondo e anche al timore che venga interpretato come un trasferimento e non come una migrazione volontaria. Ecco perché lavoriamo con una stretta consulenza legale“.
Lo schema di base dell’iniziativa è quello di dare una generosa sovvenzione finanziaria a qualsiasi palestinese che esprima il desiderio di lasciare Gaza, insieme a un ampio aiuto al paese ospitante, compreso l’aiuto militare.
Mercoledì, Zman Yisrael ha riferito che colloqui simili si sono tenuti con la Repubblica Democratica del Congo, che è apparso meno disposto ad accettare tale offerta.
La politica di ripulire Gaza dai palestinesi “sta lentamente diventando la politica principale e ufficiale del governo e della coalizione“, afferma il rapporto.
Il governo israeliano ci tiene a dire che i palestinesi non sono stati oggetto di pulizia etnica da Gaza, ma piuttosto che la mossa sarebbe una “politica di immigrazione volontaria“.
La distinzione è stata esaminata perché i politici israeliani hanno dichiarato esplicitamente i piani per rendere Gaza invivibile per i suoi abitanti e sostituire la popolazione con coloni israeliani.
Le voci in Israele sono sempre più aperte sui piani per rimuovere i palestinesi da Gaza dopo quasi tre mesi di bombardamenti sul territorio palestinese assediato.
A novembre, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha appoggiato un piano per la “migrazione volontaria” dei palestinesi.Oltre a Smotrich, il ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto lunedì che ci dovrebbe essere una “migrazione dei residenti di Gaza” al di fuori dell’enclave assediata.
La condanna internazionale
Martedì, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha preso l’insolita decisione di chiamare direttamente i due ministri per il loro sostegno al piano.
“Gli Stati Uniti respingono le recenti dichiarazioni dei ministri israeliani Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir che sostengono il reinsediamento dei palestinesi al di fuori di Gaza. Questa retorica è incendiaria e irresponsabile“, ha detto in una dichiarazione.
La comunità internazionale ha condannato le proposte israeliane di tentare la pulizia etnica dei palestinesi da Gaza.
Giovedì l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “molto turbato” dai commenti fatti dai ministri israeliani sul trasferimento della popolazione di Gaza in altri paesi.
“L’ottantacinque per cento delle persone a Gaza sono già sfollate all’interno del paese. Hanno il diritto di tornare alle loro case“, ha detto Turk in un post su X.Il diritto internazionale vieta “il trasferimento forzato di persone protette all’interno o la deportazione da territori occupati“, ha aggiunto.
A ottobre, un documento del ministero dell’intelligence israeliano era trapelato sul sito di notizie israeliano Calcalist, che dettagliava i presunti piani per il trasferimento forzato dei palestinesi di Gaza nella penisola del Sinai.
Secondo la bozza trapelata, dopo la loro espulsione, i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza sarebbero stati inizialmente ospitati in tendopoli, prima che potessero essere costruite comunità permanenti nel nord della penisola.
Il Cairo ha ripetutamente respinto l’idea che i palestinesi possano essere temporaneamente sfollati in Egitto mentre Israele conduce la sua operazione militare contro Hamas a Gaza.
Secondo quanto riferito, Israele ha anche proposto di cancellare una parte significativa dei debiti internazionali dell’Egitto attraverso la Banca Mondiale per invogliare il leader del paese, Abdel Fattah al-Sisi, a corto di liquidità, ad aprire le sue porte ai palestinesi sfollati.
Fonte
Entrambi i paesi hanno espresso un accordo di base per continuare i colloqui, secondo fonti anonime, a differenza di altri paesi che hanno rifiutato in linea di principio.
Secondo le fonti israeliane, l’iniziativa è guidata dal ministero degli Esteri e dal Mossad, il servizio di intelligence israeliano.
“La faccenda è molto complessa“, ha detto un funzionario a Zman Yisrael. “Dobbiamo promuovere questo canale, ma stare molto attenti alle reazioni nel mondo e anche al timore che venga interpretato come un trasferimento e non come una migrazione volontaria. Ecco perché lavoriamo con una stretta consulenza legale“.
Lo schema di base dell’iniziativa è quello di dare una generosa sovvenzione finanziaria a qualsiasi palestinese che esprima il desiderio di lasciare Gaza, insieme a un ampio aiuto al paese ospitante, compreso l’aiuto militare.
Mercoledì, Zman Yisrael ha riferito che colloqui simili si sono tenuti con la Repubblica Democratica del Congo, che è apparso meno disposto ad accettare tale offerta.
La politica di ripulire Gaza dai palestinesi “sta lentamente diventando la politica principale e ufficiale del governo e della coalizione“, afferma il rapporto.
Il governo israeliano ci tiene a dire che i palestinesi non sono stati oggetto di pulizia etnica da Gaza, ma piuttosto che la mossa sarebbe una “politica di immigrazione volontaria“.
La distinzione è stata esaminata perché i politici israeliani hanno dichiarato esplicitamente i piani per rendere Gaza invivibile per i suoi abitanti e sostituire la popolazione con coloni israeliani.
Le voci in Israele sono sempre più aperte sui piani per rimuovere i palestinesi da Gaza dopo quasi tre mesi di bombardamenti sul territorio palestinese assediato.
A novembre, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha appoggiato un piano per la “migrazione volontaria” dei palestinesi.Oltre a Smotrich, il ministro della Sicurezza nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir ha detto lunedì che ci dovrebbe essere una “migrazione dei residenti di Gaza” al di fuori dell’enclave assediata.
La condanna internazionale
Martedì, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha preso l’insolita decisione di chiamare direttamente i due ministri per il loro sostegno al piano.
“Gli Stati Uniti respingono le recenti dichiarazioni dei ministri israeliani Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir che sostengono il reinsediamento dei palestinesi al di fuori di Gaza. Questa retorica è incendiaria e irresponsabile“, ha detto in una dichiarazione.
La comunità internazionale ha condannato le proposte israeliane di tentare la pulizia etnica dei palestinesi da Gaza.
Giovedì l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha detto di essere “molto turbato” dai commenti fatti dai ministri israeliani sul trasferimento della popolazione di Gaza in altri paesi.
“L’ottantacinque per cento delle persone a Gaza sono già sfollate all’interno del paese. Hanno il diritto di tornare alle loro case“, ha detto Turk in un post su X.Il diritto internazionale vieta “il trasferimento forzato di persone protette all’interno o la deportazione da territori occupati“, ha aggiunto.
A ottobre, un documento del ministero dell’intelligence israeliano era trapelato sul sito di notizie israeliano Calcalist, che dettagliava i presunti piani per il trasferimento forzato dei palestinesi di Gaza nella penisola del Sinai.
Secondo la bozza trapelata, dopo la loro espulsione, i 2,3 milioni di palestinesi di Gaza sarebbero stati inizialmente ospitati in tendopoli, prima che potessero essere costruite comunità permanenti nel nord della penisola.
Il Cairo ha ripetutamente respinto l’idea che i palestinesi possano essere temporaneamente sfollati in Egitto mentre Israele conduce la sua operazione militare contro Hamas a Gaza.
Secondo quanto riferito, Israele ha anche proposto di cancellare una parte significativa dei debiti internazionali dell’Egitto attraverso la Banca Mondiale per invogliare il leader del paese, Abdel Fattah al-Sisi, a corto di liquidità, ad aprire le sue porte ai palestinesi sfollati.
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02/10/2023
Ciad, “una pentola pronta ad esplodere”
L’ondata di sentimenti antifrancesi che sta investendo la regione del Sahel sta risuonando anche in Ciad.
Mentre la giunta militare ciadiana sostenuta dalla Francia ha ricevuto il sostegno della comunità internazionale, compresi i funzionari delle Nazioni Unite, all’interno sta affrontando un’intensa resistenza. Un attivista ha descritto il Paese come una “pentola a pressione in attesa di esplodere”.
La giunta militare del Ciad guidata da Mahamat Déby avrebbe dovuto cedere il potere a un governo civile eletto entro il 20 ottobre 2022. Tuttavia, le elezioni non si sono tenute e il governo militare è stato prorogato di altri due anni a ottobre.
Opponendosi alla proroga, il 20 ottobre 2022 i manifestanti sono scesi in piazza nella capitale N’Djamena e in tutto il Paese, innalzando slogan contro la giunta al potere e la Francia.
La giunta ha risposto con la repressione, uccidendo almeno 128 persone. La Commissione nazionale per i diritti umani del Ciad (CNDH) ha riferito all’inizio di quest’anno che 943 persone sono state arrestate, altre 435 detenute e 12 sono scomparse durante la repressione del 20 ottobre, che è diventata nota come il “giovedì nero”.
“Gli eventi del 20 ottobre hanno avuto un forte impatto sulla politica ciadiana. Il regime ora teme visibilmente le proteste“, ha dichiarato Max Loalngar, presidente della Lega ciadiana per i diritti umani (LTDH).
La giunta militare del Ciad è stata formata con il sostegno della Francia nell’aprile 2021 dal generale Mahamat Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato dopo che suo padre, l’allora presidente Idriss Déby, è stato ucciso mentre era in visita ai soldati che stavano combattendo i ribelli.
Idriss Déby, che ha governato il Ciad per oltre 30 anni fino alla sua morte nel 2021, è stato ampiamente descritto come un dittatore. Al suo funerale, il Presidente francese Emmanuel Macron lo ha salutato come “un grande soldato” e un “coraggioso amico” della Francia. Macron ha poi rassicurato il figlio, Mahamat Déby, sul sostegno della Francia.
Il 5 settembre, l’esercito ciadiano ha sparato a diversi manifestanti per disperdere le manifestazioni antifrancesi nella città di Faya-Largeau. I manifestanti avevano circondato la guarnigione francese nella città e, secondo quanto riferito, alcuni avevano cercato di fare irruzione, dopo aver appreso che un soldato ciadiano, Mahamat Dakou Hamid, 35 anni, era stato ucciso da un medico dell’esercito francese.
Sebbene le circostanze della sua morte siano controverse, le proteste militanti che ha immediatamente scatenato, dimostrano che sotto la relativa stabilità che il regime di Déby ha mantenuto in superficie dal Giovedì Nero, c’è quella che Loalngar ha definito “una pentola a pressione pronta a esplodere“.
In Ciad sono presenti contingenti militari francesi e statunitensi.
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Mentre la giunta militare ciadiana sostenuta dalla Francia ha ricevuto il sostegno della comunità internazionale, compresi i funzionari delle Nazioni Unite, all’interno sta affrontando un’intensa resistenza. Un attivista ha descritto il Paese come una “pentola a pressione in attesa di esplodere”.
La giunta militare del Ciad guidata da Mahamat Déby avrebbe dovuto cedere il potere a un governo civile eletto entro il 20 ottobre 2022. Tuttavia, le elezioni non si sono tenute e il governo militare è stato prorogato di altri due anni a ottobre.
Opponendosi alla proroga, il 20 ottobre 2022 i manifestanti sono scesi in piazza nella capitale N’Djamena e in tutto il Paese, innalzando slogan contro la giunta al potere e la Francia.
La giunta ha risposto con la repressione, uccidendo almeno 128 persone. La Commissione nazionale per i diritti umani del Ciad (CNDH) ha riferito all’inizio di quest’anno che 943 persone sono state arrestate, altre 435 detenute e 12 sono scomparse durante la repressione del 20 ottobre, che è diventata nota come il “giovedì nero”.
“Gli eventi del 20 ottobre hanno avuto un forte impatto sulla politica ciadiana. Il regime ora teme visibilmente le proteste“, ha dichiarato Max Loalngar, presidente della Lega ciadiana per i diritti umani (LTDH).
La giunta militare del Ciad è stata formata con il sostegno della Francia nell’aprile 2021 dal generale Mahamat Déby, che ha preso il potere con un colpo di stato dopo che suo padre, l’allora presidente Idriss Déby, è stato ucciso mentre era in visita ai soldati che stavano combattendo i ribelli.
Idriss Déby, che ha governato il Ciad per oltre 30 anni fino alla sua morte nel 2021, è stato ampiamente descritto come un dittatore. Al suo funerale, il Presidente francese Emmanuel Macron lo ha salutato come “un grande soldato” e un “coraggioso amico” della Francia. Macron ha poi rassicurato il figlio, Mahamat Déby, sul sostegno della Francia.
Il 5 settembre, l’esercito ciadiano ha sparato a diversi manifestanti per disperdere le manifestazioni antifrancesi nella città di Faya-Largeau. I manifestanti avevano circondato la guarnigione francese nella città e, secondo quanto riferito, alcuni avevano cercato di fare irruzione, dopo aver appreso che un soldato ciadiano, Mahamat Dakou Hamid, 35 anni, era stato ucciso da un medico dell’esercito francese.
Sebbene le circostanze della sua morte siano controverse, le proteste militanti che ha immediatamente scatenato, dimostrano che sotto la relativa stabilità che il regime di Déby ha mantenuto in superficie dal Giovedì Nero, c’è quella che Loalngar ha definito “una pentola a pressione pronta a esplodere“.
In Ciad sono presenti contingenti militari francesi e statunitensi.
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27/08/2023
Libia - La situazione sul terreno torna a complicarsi
Le milizie dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar ha lanciato giovedi degli attacchi aerei contro “gruppi armati stranieri al confine tra Libia e Ciad. In precedenza, le forze della Cirenaica avevano annunciato l’inizio di “un’ampia operazione militare, di terra e aerea, al confine libico-ciadiano”.
“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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“Non permetteremo che il nostro Paese sia una base d’appoggio per qualsiasi gruppo o formazione armata che rappresenti una minaccia per i nostri vicini o lanci qualsiasi azione illegale”, ha dichiarato il portavoce del LNA Al Mismari, sottolineando che verrà preservato “il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi amici, fraterni e vicini e nei loro problemi politici”. L’operazione militare “via terra e via aerea non si fermerà finché non saranno raggiunti gli obiettivi fissati dal Comando generale”, ha detto il portavoce.
La ben informata agenzia Nova riferisce che giovedì 24 agosto, la Brigata Tariq bin Ziyad, guidata da Saddam Haftar, il figlio del generale Haftar, si era scontrata con alcuni gruppi armati nella città di Umm al Aranib, 250 chilometri a sud-est di Sebha, principale città della regione sud-occidentale libica del Fezzan.
La zona di confine tra Libia e Ciad è da qualche tempo teatro di rinnovate tensioni dopo che l’esercito ciadiano ha preso di mira, pochi giorni fa, il Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad (Fact), organizzazione paramilitare e politica di opposizione al governo militare del Ciad molto legato alla Francia e agli Stati Uniti. Nel paese ci sono migliaia di militari delle due potenze occidentali.
La situazione al confine tra Libia e Ciad si è fatta talmente tesa e confusa che l’ambasciata di Francia a Tripoli ha sentito il dovere di “smentire le false informazioni diffuse da alcuni organi di stampa e sui social network sul coinvolgimento francese nelle operazioni militari in Libia”.
Qualsiasi escalation della situazione in Niger avrà un impatto negativo sul territorio libico e sulla sicurezza della Libia. Lo ha detto Ahmed al Mismari, portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) comandato dal generale Khalifa Haftar, parlando ieri sera ai media libici e ripresi dall’agenzia Nova. “L’operazione militare che abbiamo lanciato prende di mira la regione sud-occidentale vicino ai confini con il Ciad e il Niger”, ha spiegato al Mismari, riferendosi all’avvio di una campagna di terra e aerea contro i gruppi dell’opposizione ciadiana nella regione sud-occidentale libica del Fezzan. “Questo territorio è stato testimone negli ultimi tempi dell’arrivo illegale di molte famiglie ciadiane, che hanno costituto una testa di ponte per l’immigrazione irregolare”, ha aggiunto il portavoce. La regione meridionale della Libia, a detta di Al Mismari, “è diventata un rifugio per criminali e terroristi in fuga attraverso le frontiere terrestri dei Paesi vicini”. Da parte loro, i rappresentanti dei Tebu, tribù di ceppo etiope presente nella Libia meridionale ma anche in Niger e Ciad, hanno accusato le forze di Haftar di “pulizia etnica” tramite l’insediamento, al loro posto, dei clan arabi con il pretesto di combattere i ribelli armati ciadiani.
La fortissima instabilità della zona di confine tra Libia e Ciad, soprattutto nel Fezzan, si accompagna alla secessione de facto della Libia in due entità diverse e contrapposte.
“La Libia oggi ha due governi, uno a est e uno a ovest. Se continua così, la Libia potrebbe andare verso una divisione a lungo termine perdendo la sua sovranità e integrità territoriale. Il popolo libico è molto preoccupato per questo, vuole che il Paese rimanga una nazione unita”, ha dichiarato il rappresentante speciale dell’Onu Abdoulaye Bathily.
La ex Jamahiriya libica edificata da Muammar Gheddafi, brutalmente ucciso nel colpo di stato del 2011, è sostanzialmente divisa in due coalizioni politiche e militari rivali: da una parte il Governo di unità nazionale con sede a Tripoli del premier Abdulhamid Dabaiba, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato soprattutto dalla Turchia; dall’altra il Governo di stabilità nazionale, di fatto un esecutivo parallelo basato in Cirenaica e sostenuto dall’Egitto, in cui l’uomo forte è il generale Khalifa Haftar. Per uscire dallo stallo politico, l’inviato dell’Onu aveva lanciato, il 27 febbraio scorso, un piano per redigere gli emendamenti costituzionali e le leggi elettorali necessarie per tenere elezioni “libere, inclusive e trasparenti” entro il 2023. Tuttavia, il termine ultimo proposto da Bathily per preparare la tabella di marcia è scaduto il 15 giugno e lo stesso inviato ha detto che lo “status quo” non è più tollerabile
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01/08/2023
Il Niger è un test decisivo per l’imperialismo europeo in Africa
Il Niger è già diventato un test decisivo. Non sarà come per il Mali, il Burkina Faso, la Repubblica Centroafricana, la Guinea, per il semplice motivo che l’imperialismo europeo non può fare a meno del Niger.
Uno dei paesi più poveri del mondo ha la disgrazia di essere ricco di materie prime strategiche per le industrie europee: uranio, oro, silicio. E poi in Niger i militari europei e statunitensi sono già presenti sul campo con i loro contingenti, inclusi Italia e Germania.
Domenica 30 luglio ad Abuja i paesi “ascari” della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) – hanno già imposto sanzioni alla giunta golpista, arrivando a minacciare l’uso della forza in caso di mancato ripristino del presidente filofrancese.
Dal canto loro i governi di Burkina Faso e Mali hanno avvertito in una dichiarazione di lunedì 31 luglio che “qualsiasi intervento militare contro il Niger” con l’obiettivo di restaurare il presidente eletto Mohamed Bazoum, “equivarrebbe a una dichiarazione di guerra” contro di loro. Insomma un posizionamento forte al fianco dei militari nigerini che hanno rovesciato il presidente filofrancese.
La Francia si è già dichiarata sempre più preoccupata per l’evolversi degli eventi in un Paese ritenuto strategico da Parigi sia per la massiccia presenza militare sia – e soprattutto – per le riserve di uranio presenti in Niger, da cui dipende buona parte del fabbisogno energetico francese.
Una preoccupazione resa ancor più acuta dalle manifestazioni di massa che si sono tenute nella capitale Niamey a sostegno dei militari golpisti, in cui si sono viste sventolare bandiere della Russia ed è stata presa d’assalto anche l’ambasciata francese. L’attacco ha suscitato la pronta reazione di Parigi, con l’Eliseo che ha fatto sapere che “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i suoi interessi”.
Alla luce di quanto sta avvenendo, e vista l’importanza strategica che il Niger riveste per l’Europa, l’eventualità di un intervento militare da parte della Francia non può affatto essere scartata.
Lo stesso Macron ha usato parole molto dure: “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici e la sedi francesi vedrà la Francia reagire in modo immediato e inflessibile”, ha fatto sapere l’Eliseo in una nota.
Un possibile intervento francese è stato paventato anche dalla stessa giunta militare di Niamey, che ha accusato la Francia di voler cercare “modi e mezzi per intervenire militarmente in Niger”.
In un comunicato letto in diretta dal colonnello maggiore Amadou Abdramane, portavoce del Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (Cnsp), la giunta ha denunciato il fatto che sarebbe avvenuto un incontro tra i soldati francesi, l’ex ministro delle Finanze, Hassoumi Massaoudou, e l’ex capo della Guardia nazionale del Niger, Midou Guirey, per firmare un documento che autorizzi la Francia a compiere attacchi contro il palazzo presidenziale.
È evidente come, a differenza di quanto accaduto negli ultimi tre anni con i colpi di Stato in Mali, Guinea e Burkina Faso, questa volta la Francia difficilmente potrà tollerare la perdita d’influenza in quello che da anni era il suo principale alleato strategico nel Sahel, oggi accreditato piuttosto goffamente come “ultimo bastione democratico” in una regione ormai quasi interamente formata da Paesi guidati da giunte militari golpiste riconducibili all’orbita russa.
È al Niger che Francia, Unione europea e Stati Uniti si erano finora aggrappati per non vedersi definitivamente estromessi nel Sahel a vantaggio della Russia.
In Niger la Francia ha già ricollocato i circa 2.400 militari della missione francese Barkhane precedentemente stanziati in Mali, come voluto dal presidente Emmanuel Macron in seguito all’escalation delle tensioni antifrancesi nel paese.
La stessa sorte è toccata ai militari della task force europea Takuba (cui l’Italia contribuiva con circa 200 uomini), ora riposizionati proprio in Niger alla frontiera con il Mali, in seguito alla chiusura delle basi militari maliane di Gossi, Menaka e Gao. Un eventuale scivolamento del Niger in orbita russa sancirebbe dunque la definitiva estromissione francese ed europea dal Sahel, con conseguenze che andrebbero ben oltre la dimensione militare. Con due miniere di uranio – quelle di Acuta e di Arlit – gestite entrambe dalla società francese Orano, il Niger è infatti il primo fornitore di uranio dell’Ue, assicurando il 24 per cento del fabbisogno europeo.
Il presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby Itno, uno dei pochi alleati rimasti alla Francia nel Sahel, ha effettuato due giorni fa una visita di qualche ora a Niamey per trovare una soluzione negoziata, mentre a Niamey andavano in scena manifestazioni di massa.
Il Niger, appunto, sarà un test decisivo della competizione nelle relazioni internazionali in Africa. Non è difficile prevedere un intervento militare dei pochi paesi africani rimasti fedeli all’Occidente con il sostegno dei militari europei e statunitensi già presenti nel paese e nel vicino Ciad.
Fonte
Uno dei paesi più poveri del mondo ha la disgrazia di essere ricco di materie prime strategiche per le industrie europee: uranio, oro, silicio. E poi in Niger i militari europei e statunitensi sono già presenti sul campo con i loro contingenti, inclusi Italia e Germania.
Domenica 30 luglio ad Abuja i paesi “ascari” della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) – hanno già imposto sanzioni alla giunta golpista, arrivando a minacciare l’uso della forza in caso di mancato ripristino del presidente filofrancese.
Dal canto loro i governi di Burkina Faso e Mali hanno avvertito in una dichiarazione di lunedì 31 luglio che “qualsiasi intervento militare contro il Niger” con l’obiettivo di restaurare il presidente eletto Mohamed Bazoum, “equivarrebbe a una dichiarazione di guerra” contro di loro. Insomma un posizionamento forte al fianco dei militari nigerini che hanno rovesciato il presidente filofrancese.
La Francia si è già dichiarata sempre più preoccupata per l’evolversi degli eventi in un Paese ritenuto strategico da Parigi sia per la massiccia presenza militare sia – e soprattutto – per le riserve di uranio presenti in Niger, da cui dipende buona parte del fabbisogno energetico francese.
Una preoccupazione resa ancor più acuta dalle manifestazioni di massa che si sono tenute nella capitale Niamey a sostegno dei militari golpisti, in cui si sono viste sventolare bandiere della Russia ed è stata presa d’assalto anche l’ambasciata francese. L’attacco ha suscitato la pronta reazione di Parigi, con l’Eliseo che ha fatto sapere che “non tollererà alcun attacco contro la Francia e i suoi interessi”.
Alla luce di quanto sta avvenendo, e vista l’importanza strategica che il Niger riveste per l’Europa, l’eventualità di un intervento militare da parte della Francia non può affatto essere scartata.
Lo stesso Macron ha usato parole molto dure: “Chiunque attacchi i cittadini francesi, l’esercito, i diplomatici e la sedi francesi vedrà la Francia reagire in modo immediato e inflessibile”, ha fatto sapere l’Eliseo in una nota.
Un possibile intervento francese è stato paventato anche dalla stessa giunta militare di Niamey, che ha accusato la Francia di voler cercare “modi e mezzi per intervenire militarmente in Niger”.
In un comunicato letto in diretta dal colonnello maggiore Amadou Abdramane, portavoce del Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (Cnsp), la giunta ha denunciato il fatto che sarebbe avvenuto un incontro tra i soldati francesi, l’ex ministro delle Finanze, Hassoumi Massaoudou, e l’ex capo della Guardia nazionale del Niger, Midou Guirey, per firmare un documento che autorizzi la Francia a compiere attacchi contro il palazzo presidenziale.
È evidente come, a differenza di quanto accaduto negli ultimi tre anni con i colpi di Stato in Mali, Guinea e Burkina Faso, questa volta la Francia difficilmente potrà tollerare la perdita d’influenza in quello che da anni era il suo principale alleato strategico nel Sahel, oggi accreditato piuttosto goffamente come “ultimo bastione democratico” in una regione ormai quasi interamente formata da Paesi guidati da giunte militari golpiste riconducibili all’orbita russa.
È al Niger che Francia, Unione europea e Stati Uniti si erano finora aggrappati per non vedersi definitivamente estromessi nel Sahel a vantaggio della Russia.
In Niger la Francia ha già ricollocato i circa 2.400 militari della missione francese Barkhane precedentemente stanziati in Mali, come voluto dal presidente Emmanuel Macron in seguito all’escalation delle tensioni antifrancesi nel paese.
La stessa sorte è toccata ai militari della task force europea Takuba (cui l’Italia contribuiva con circa 200 uomini), ora riposizionati proprio in Niger alla frontiera con il Mali, in seguito alla chiusura delle basi militari maliane di Gossi, Menaka e Gao. Un eventuale scivolamento del Niger in orbita russa sancirebbe dunque la definitiva estromissione francese ed europea dal Sahel, con conseguenze che andrebbero ben oltre la dimensione militare. Con due miniere di uranio – quelle di Acuta e di Arlit – gestite entrambe dalla società francese Orano, il Niger è infatti il primo fornitore di uranio dell’Ue, assicurando il 24 per cento del fabbisogno europeo.
Il presidente del Ciad, Mahamat Idriss Déby Itno, uno dei pochi alleati rimasti alla Francia nel Sahel, ha effettuato due giorni fa una visita di qualche ora a Niamey per trovare una soluzione negoziata, mentre a Niamey andavano in scena manifestazioni di massa.
Il Niger, appunto, sarà un test decisivo della competizione nelle relazioni internazionali in Africa. Non è difficile prevedere un intervento militare dei pochi paesi africani rimasti fedeli all’Occidente con il sostegno dei militari europei e statunitensi già presenti nel paese e nel vicino Ciad.
Fonte
04/05/2021
Libia - Lo scandalo sotto il tappeto
Mercenari russi, truppe turche e gruppi armati composti da siriani, ciadiani e sudanesi. Secondo le Nazioni Unite erano circa 20 mila i soldati e i mercenari presenti in Libia alla fine del 2020, nessun ritiro è stato rilevato da allora. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha chiesto, con una dichiarazione approvata all’unanimità, il ritiro senza ulteriori ritardi di tutte le forze straniere e dei mercenari dalla Libia con il pieno rispetto dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite da parte di tutti gli Stati membri. Secondo gli esperti dell’Onu addetti al controllo, l’embargo dal 2011 è stato regolarmente violato per anni. Le Nazioni Unite hanno accolto comunque con favore il governo transitorio del premier Abdul Hamid Dbeibah, che ha ottenuto la fiducia del Parlamento a Sirte. Un’apertura verso le buone intenzioni espresse dal neonato governo.
Il ritiro di mercenari e stranieri secondo l’inviato Onu nel paese, Jan Kubis, servirà molto per ricostruire l’unità e la sovranità della Libia e sanare le profonde ferite causate da molti anni di conflitti interni e interferenze straniere. Ma non è così semplice e non basterà una risoluzione Onu per raggiungere l’obiettivo. La Libia ospita dieci basi militari completamente o parzialmente occupate dai 20 mila soldati stranieri e mercenari. “Una sconvolgente violazione della sovranità libica” l’ha definita lo scorso dicembre l’inviata Onu “ad interim” in Libia, Stephanie Williams. “Potreste credere – ha detto alle autorità locali – che questi stranieri siano qui come ospiti, ma ora stanno occupando la vostra casa. Questa è una palese violazione dell’embargo sulle armi. Stanno riversando armi nel vostro Paese, un Paese che non ha bisogno di altre armi. Non sono in Libia per i vostri interessi, sono in Libia per i loro interessi”.
Il governo di Abdul Hamid Dbeibah intanto, dopo l’accordo di Sirte – non a caso firmato lungo la linea che divide Tripolitania e Cirenaica, in sostanza la prima sotto l’influenza turca e la seconda sotto quella russa – afferma di voler offrire alla Libia una reale opportunità per andare avanti verso l’unità e la stabilità, ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. L’inserimento di Turchia e Russia nell’area dalla fine del 2019 si è aggiunta agli interessi già difesi da Italia, Francia, Emirati ed Egitto. Ankara ha sostenuto Fayez al-Serraj, mandando soldati e alcune migliaia di mercenari precedentemente utilizzati in Siria. La Russia invece ha sostenuto Khalifa Haftar inviando uomini nella regione della Cirenaica. Nella visione degli Usa una Libia instabile destabilizza l’intera sponda sud del Mediterraneo, alimentando flussi migratori incontrollati e potenziali minacce terroristiche. Da qui il sostegno all’appello dell’Onu per i ritiro dei militari stranieri.
Mentre l’Italia sostiene con entusiasmo – parole di Mario Draghi del 5 aprile scorso da Tripoli – le politiche sull’immigrazione e anche “i salvataggi” dei migranti da parte delle autorità libiche, il rapporto dell’Onu confermato da Jan Kubis (548 pagine presentate in contemporanea alle lodi di Draghi ai libici) documenta le faide tra le milizie e gli accordi indicibili con i governi stranieri, il flop dell’embargo sulle armi, le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati, con il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani. In materia poi di “soddisfazione” su come la Libia effettua il “salvataggio” dei migranti, la Ong Sea Watch ha mostrato al mondo, le immagini della guardia costiera libica che insegue i migranti in mare a bordo di un gommone, li picchia con un bastone e li riporta sulla costa.
Uccisioni, sparizioni forzate, stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati dall’odio, libertà d’espressione compromessa, gruppi armati liberi di circolare. Questa la Libia reale che calpesta i diritti umani nella totale impunità, documentata dall’Onu senza possibilità di smentita. A fine marzo erano 3.858 i migranti detenuti in centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all’accesso umanitario. 10 mila persone sono detenute in centri di detenzione sotto l’autorità di milizie e gruppi armati. Si stima che fra essi vi siano circa 480 donne, di cui 184 non libiche, con 63 minori e bambini.
Gli occhi dei governi stranieri come delle autorità libiche sono chiusi in nome del petrolio, principale fonte di entrate, unica vera posta in gioco dello scontro interno e internazionale. Gli italiani, nel silenzio incredibile di stampa e propaganda filo governativa, hanno deciso l’invio di un contingente militare con duecento soldati nel Sahel, regione desertica dell’Africa occidentale, che coinvolge Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso ed è uno dei territori più interessati dalla lotta globale al terrorismo jihadista. Il Consiglio della Ue, su pressione della Francia, ha poi prorogato il mandato della missione Eucap Sahel Mali fino al gennaio del 2023 e le ha assegnato un bilancio di 89 milioni di euro. In chiave libica il Sahel è la regione da cui provengono molti dei mercenari presenti nel Paese e buona parte dei migranti in fuga dalle guerre e dalla fame che tentano dalle coste libiche di raggiungere l’Europa.
L’uccisione di Idriss Deby, presidente del Ciad – la porta diretta per la Libia – da parte di bande locali legate a Turchia e Qatar, ha aggravato l’instabilità politica delle regione e complicato la possibile ripresa di unità nazionale libica.
Fonte
Il ritiro di mercenari e stranieri secondo l’inviato Onu nel paese, Jan Kubis, servirà molto per ricostruire l’unità e la sovranità della Libia e sanare le profonde ferite causate da molti anni di conflitti interni e interferenze straniere. Ma non è così semplice e non basterà una risoluzione Onu per raggiungere l’obiettivo. La Libia ospita dieci basi militari completamente o parzialmente occupate dai 20 mila soldati stranieri e mercenari. “Una sconvolgente violazione della sovranità libica” l’ha definita lo scorso dicembre l’inviata Onu “ad interim” in Libia, Stephanie Williams. “Potreste credere – ha detto alle autorità locali – che questi stranieri siano qui come ospiti, ma ora stanno occupando la vostra casa. Questa è una palese violazione dell’embargo sulle armi. Stanno riversando armi nel vostro Paese, un Paese che non ha bisogno di altre armi. Non sono in Libia per i vostri interessi, sono in Libia per i loro interessi”.
Il governo di Abdul Hamid Dbeibah intanto, dopo l’accordo di Sirte – non a caso firmato lungo la linea che divide Tripolitania e Cirenaica, in sostanza la prima sotto l’influenza turca e la seconda sotto quella russa – afferma di voler offrire alla Libia una reale opportunità per andare avanti verso l’unità e la stabilità, ma la situazione è tutt’altro che sotto controllo. L’inserimento di Turchia e Russia nell’area dalla fine del 2019 si è aggiunta agli interessi già difesi da Italia, Francia, Emirati ed Egitto. Ankara ha sostenuto Fayez al-Serraj, mandando soldati e alcune migliaia di mercenari precedentemente utilizzati in Siria. La Russia invece ha sostenuto Khalifa Haftar inviando uomini nella regione della Cirenaica. Nella visione degli Usa una Libia instabile destabilizza l’intera sponda sud del Mediterraneo, alimentando flussi migratori incontrollati e potenziali minacce terroristiche. Da qui il sostegno all’appello dell’Onu per i ritiro dei militari stranieri.
Mentre l’Italia sostiene con entusiasmo – parole di Mario Draghi del 5 aprile scorso da Tripoli – le politiche sull’immigrazione e anche “i salvataggi” dei migranti da parte delle autorità libiche, il rapporto dell’Onu confermato da Jan Kubis (548 pagine presentate in contemporanea alle lodi di Draghi ai libici) documenta le faide tra le milizie e gli accordi indicibili con i governi stranieri, il flop dell’embargo sulle armi, le violazioni dei diritti umani, i campi di tortura istituzionalizzati, con il contrabbando di petrolio, armi, droga ed esseri umani. In materia poi di “soddisfazione” su come la Libia effettua il “salvataggio” dei migranti, la Ong Sea Watch ha mostrato al mondo, le immagini della guardia costiera libica che insegue i migranti in mare a bordo di un gommone, li picchia con un bastone e li riporta sulla costa.
Uccisioni, sparizioni forzate, stupri, arresti e detenzioni arbitrarie, attacchi contro attivisti e difensori dei diritti umani e crimini ispirati dall’odio, libertà d’espressione compromessa, gruppi armati liberi di circolare. Questa la Libia reale che calpesta i diritti umani nella totale impunità, documentata dall’Onu senza possibilità di smentita. A fine marzo erano 3.858 i migranti detenuti in centri di detenzione ufficiali gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale in condizioni estreme, senza un giusto processo e con restrizioni all’accesso umanitario. 10 mila persone sono detenute in centri di detenzione sotto l’autorità di milizie e gruppi armati. Si stima che fra essi vi siano circa 480 donne, di cui 184 non libiche, con 63 minori e bambini.
Gli occhi dei governi stranieri come delle autorità libiche sono chiusi in nome del petrolio, principale fonte di entrate, unica vera posta in gioco dello scontro interno e internazionale. Gli italiani, nel silenzio incredibile di stampa e propaganda filo governativa, hanno deciso l’invio di un contingente militare con duecento soldati nel Sahel, regione desertica dell’Africa occidentale, che coinvolge Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso ed è uno dei territori più interessati dalla lotta globale al terrorismo jihadista. Il Consiglio della Ue, su pressione della Francia, ha poi prorogato il mandato della missione Eucap Sahel Mali fino al gennaio del 2023 e le ha assegnato un bilancio di 89 milioni di euro. In chiave libica il Sahel è la regione da cui provengono molti dei mercenari presenti nel Paese e buona parte dei migranti in fuga dalle guerre e dalla fame che tentano dalle coste libiche di raggiungere l’Europa.
L’uccisione di Idriss Deby, presidente del Ciad – la porta diretta per la Libia – da parte di bande locali legate a Turchia e Qatar, ha aggravato l’instabilità politica delle regione e complicato la possibile ripresa di unità nazionale libica.
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25/04/2021
Ciad - “Siamo in guerra con la Francia”. Parla il leader dei ribelli
Il Fronte ribelle per l’alternanza e la concordia del Ciad (Fact) “è in guerra contro la Francia“. Lo ha dichiarato ad Agenzia Nova Kingabé Ogouzeimi de Tapol, portavoce della coalizione che dall’11 aprile ha lanciato un’offensiva nel nord del Paese con l’obiettivo di raggiungere la capitale N’Djamena, il quale ha accusato le truppe francesi della forza anti-jihadista Barkhane di non aver rispettato la tregua armata che i ribelli avevano dichiarato in occasione dei funerali del presidente Idriss Deby Itno, tenuti oggi a N’Djamena.
“Parigi continua a sorvegliare 24 ore su 24 i combattenti e le opposizioni del Ciad, comunicando all’esercito lealista le loro posizioni e facilitando il loro attacco. Non c’è stato un giorno in cui non siamo stati bombardati”, ha denunciato il portavoce in una lunga intervista, accusando la Francia di voler istituire “una dittatura” tollerando il Consiglio militare istituito all’indomani della morte di Deby e che fa capo al figlio Mahamat Idriss Deby Itno.
“Perché non rispettare la Costituzione ciadiana?”, ha chiesto il portavoce, osservando che nel discorso tenuto ai funerali di Deby il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito la sua posizione “interventista”.
“È fuori questione che la Francia ci imponga questa transizione di militari, questo ‘genocidio alla ruandese’”, ha concluso accusando Parigi di “tenere in ostaggio il Ciad con le sue relazioni nel mondo militare e della Francafrique”.
I combattenti del Fact, ha poi aggiunto il portavoce, “non sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, dal generale dell’autoproclamato Esercito di liberazione nazionale libico (Gna) Khalifa Belqasim Haftar o da ‘alcuna forza straniera‘”, ma “si autofinanziano” grazie al sostegno del popolo ciadiano e della diaspora. “Non è che perché veniamo dalla Libia siamo sostenuti da Haftar, in questo tipo di guerra ognuno cerca le proprie giustificazioni“, ha detto Kingabé.
“Ci hanno accusati di essere jihadisti quando invece abbiamo combattuto lo Stato islamico in Libia e sofferto come individui e rifugiati nel deserto libico”, ha detto Kingabé, che prende le distanze dalle azioni del defunto presidente Deby, accusandolo di aver “organizzato Boko Haram”.
Da quel periodo “abbiamo colto la possibilità di procurarci un po’ di armi e di tornare nel nostro Paese per imporre la pace”, ha aggiunto il portavoce, ribadendo che il gruppo ha “largamente ciò di cui autofinanziarsi” e “nessuna forza dietro”.
Dopo la morte del presidente Idriss Deby, il Fact ha disconosciuto la giunta militare salita al potere con a capo il figlio Mahamat Idriss Deby Itno e ha detto di essere “pronto a marciare” sulla capitale N’Djamena.
Il portavoce – che ha detto a “Nova” di trovarsi attualmente in Svizzera – ha poi chiesto alla comunità internazionale di condannare l’istituzione di un Consiglio militare di transizione in Ciad come ha denunciato il colpo di Stato in Mali, ribadendo che i ciadiani “non possono accettare che il figlio di Deby prenda il potere in tutta illegalità”.
In quell’occasione – il colpo di Stato in Mali – “tutta la comunità internazionale ha reagito mentre ora non parla nessuno”, ha detto Kingabé, ironizzando sul fatto che ora “bisogna lasciar violare la Costituzione” con quello che tecnicamente è stato considerato un colpo di Stato.
L’articolo 81 della Costituzione ciadiana, promulgata nel 2018, prevede infatti che in caso di “impedimento definitivo” da parte del presidente della Repubblica di esercitare le sue funzioni, il governo ad interim viene provvisoriamente affidato al presidente del parlamento o, in caso di impedimento di quest’ultimo, al primo vicepresidente. “Ma il Ciad non è una monarchia e i ciadiani vengono da 37 anni di dittatura: non accetteranno di farne altri 30″, ha detto Kingabé.
Il Ciad, ha poi assicurato il portavoce, resta al fianco della comunità internazionale nella lotta al terrorismo saheliano “indipendentemente dai suoi recenti sviluppi politici”, perché è nel suo interesse proteggere e mettere in sicurezza la regione.
“Il Ciad sarà sempre dalla parte della democrazia e dello stato di diritto”, e temere che dopo la caduta del presidente Deby il Paese si ritiri dalla lotta comune al jihadismo “è un falso problema“, ha detto Kingoré, per il quale N’Djamena “non ha bisogno di Deby o di suo figlio per garantire la presenza ciadiana nella lotta al terrorismo: sono il Ciad e i ciadiani che sono impegnati in questa lotta perché non possiamo tollerare il terrorismo vicino a noi, non è (merito di) un solo individuo o della sua famiglia”.
Il Ciad manterrà il suo impegno “costi quel che costi”, ha proseguito Kingabé, ricordando l’impegno dei militari ciadiani nella Seconda guerra mondiale. “Siamo gli stessi che nell’inverno del 1940 hanno attraversato il Paese per andare ad affrontare le truppe tedesche”, ha aggiunto, “e sulla scia di quella lotta siamo ancora qui”.
Infine, alla domanda su come consideri il ruolo dell’Italia nel monitoraggio delle frontiere sud della Libia – dato che in base agli accordi del 2008 il nostro Paese dovrebbe fornire ai libici un sofisticato sistema radar – il portavoce del Fact ha dichiarato di non vederlo “di cattivo occhio”, a condizione che quest’intervento sia fatto allo scopo di “stabilizzare la situazione e contribuire alla messa in sicurezza” regionale.
“Ogni intervento di sorveglianza è benvenuto se è per contribuire a stabilizzare la situazione e garantire la sicurezza”, ha detto Kingabé, il quale auspica che “l’Italia, da grande democrazia qual è, non si lasci distogliere dal suo ruolo”.
Il portavoce, che risponde dalla Svizzera, ha portato come esempio negativo quello della forza a guida francese Barkhane e di tutta la coalizione G5 Sahel, presenza che a poco a poco “si è trasformata in dittatura”, con una “messa in sorveglianza dell’opposizione” ciadiana e continue operazioni sul terreno. Se l’Italia manterrà saldi i capi della sua presenza al confine libico, ha ribadito Kingabé, “la sua azione sarà benvenuta”.
Fonte
“Parigi continua a sorvegliare 24 ore su 24 i combattenti e le opposizioni del Ciad, comunicando all’esercito lealista le loro posizioni e facilitando il loro attacco. Non c’è stato un giorno in cui non siamo stati bombardati”, ha denunciato il portavoce in una lunga intervista, accusando la Francia di voler istituire “una dittatura” tollerando il Consiglio militare istituito all’indomani della morte di Deby e che fa capo al figlio Mahamat Idriss Deby Itno.
“Perché non rispettare la Costituzione ciadiana?”, ha chiesto il portavoce, osservando che nel discorso tenuto ai funerali di Deby il presidente francese Emmanuel Macron ha ribadito la sua posizione “interventista”.
“È fuori questione che la Francia ci imponga questa transizione di militari, questo ‘genocidio alla ruandese’”, ha concluso accusando Parigi di “tenere in ostaggio il Ciad con le sue relazioni nel mondo militare e della Francafrique”.
I combattenti del Fact, ha poi aggiunto il portavoce, “non sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, dal generale dell’autoproclamato Esercito di liberazione nazionale libico (Gna) Khalifa Belqasim Haftar o da ‘alcuna forza straniera‘”, ma “si autofinanziano” grazie al sostegno del popolo ciadiano e della diaspora. “Non è che perché veniamo dalla Libia siamo sostenuti da Haftar, in questo tipo di guerra ognuno cerca le proprie giustificazioni“, ha detto Kingabé.
“Ci hanno accusati di essere jihadisti quando invece abbiamo combattuto lo Stato islamico in Libia e sofferto come individui e rifugiati nel deserto libico”, ha detto Kingabé, che prende le distanze dalle azioni del defunto presidente Deby, accusandolo di aver “organizzato Boko Haram”.
Da quel periodo “abbiamo colto la possibilità di procurarci un po’ di armi e di tornare nel nostro Paese per imporre la pace”, ha aggiunto il portavoce, ribadendo che il gruppo ha “largamente ciò di cui autofinanziarsi” e “nessuna forza dietro”.
Dopo la morte del presidente Idriss Deby, il Fact ha disconosciuto la giunta militare salita al potere con a capo il figlio Mahamat Idriss Deby Itno e ha detto di essere “pronto a marciare” sulla capitale N’Djamena.
Il portavoce – che ha detto a “Nova” di trovarsi attualmente in Svizzera – ha poi chiesto alla comunità internazionale di condannare l’istituzione di un Consiglio militare di transizione in Ciad come ha denunciato il colpo di Stato in Mali, ribadendo che i ciadiani “non possono accettare che il figlio di Deby prenda il potere in tutta illegalità”.
In quell’occasione – il colpo di Stato in Mali – “tutta la comunità internazionale ha reagito mentre ora non parla nessuno”, ha detto Kingabé, ironizzando sul fatto che ora “bisogna lasciar violare la Costituzione” con quello che tecnicamente è stato considerato un colpo di Stato.
L’articolo 81 della Costituzione ciadiana, promulgata nel 2018, prevede infatti che in caso di “impedimento definitivo” da parte del presidente della Repubblica di esercitare le sue funzioni, il governo ad interim viene provvisoriamente affidato al presidente del parlamento o, in caso di impedimento di quest’ultimo, al primo vicepresidente. “Ma il Ciad non è una monarchia e i ciadiani vengono da 37 anni di dittatura: non accetteranno di farne altri 30″, ha detto Kingabé.
Il Ciad, ha poi assicurato il portavoce, resta al fianco della comunità internazionale nella lotta al terrorismo saheliano “indipendentemente dai suoi recenti sviluppi politici”, perché è nel suo interesse proteggere e mettere in sicurezza la regione.
“Il Ciad sarà sempre dalla parte della democrazia e dello stato di diritto”, e temere che dopo la caduta del presidente Deby il Paese si ritiri dalla lotta comune al jihadismo “è un falso problema“, ha detto Kingoré, per il quale N’Djamena “non ha bisogno di Deby o di suo figlio per garantire la presenza ciadiana nella lotta al terrorismo: sono il Ciad e i ciadiani che sono impegnati in questa lotta perché non possiamo tollerare il terrorismo vicino a noi, non è (merito di) un solo individuo o della sua famiglia”.
Il Ciad manterrà il suo impegno “costi quel che costi”, ha proseguito Kingabé, ricordando l’impegno dei militari ciadiani nella Seconda guerra mondiale. “Siamo gli stessi che nell’inverno del 1940 hanno attraversato il Paese per andare ad affrontare le truppe tedesche”, ha aggiunto, “e sulla scia di quella lotta siamo ancora qui”.
Infine, alla domanda su come consideri il ruolo dell’Italia nel monitoraggio delle frontiere sud della Libia – dato che in base agli accordi del 2008 il nostro Paese dovrebbe fornire ai libici un sofisticato sistema radar – il portavoce del Fact ha dichiarato di non vederlo “di cattivo occhio”, a condizione che quest’intervento sia fatto allo scopo di “stabilizzare la situazione e contribuire alla messa in sicurezza” regionale.
“Ogni intervento di sorveglianza è benvenuto se è per contribuire a stabilizzare la situazione e garantire la sicurezza”, ha detto Kingabé, il quale auspica che “l’Italia, da grande democrazia qual è, non si lasci distogliere dal suo ruolo”.
Il portavoce, che risponde dalla Svizzera, ha portato come esempio negativo quello della forza a guida francese Barkhane e di tutta la coalizione G5 Sahel, presenza che a poco a poco “si è trasformata in dittatura”, con una “messa in sorveglianza dell’opposizione” ciadiana e continue operazioni sul terreno. Se l’Italia manterrà saldi i capi della sua presenza al confine libico, ha ribadito Kingabé, “la sua azione sarà benvenuta”.
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22/04/2021
Morto Déby, Parigi trema
Al consumatore medio di notizie di politica estera il nome del presidente del Ciad, Idriss Déby, dice probabilmente poco o nulla. Lo stesso paese del Sahel africano trova di rado un qualche spazio sui principali media in Occidente. La morte improvvisa e inaspettata dell’uomo forte di N’Djamena nella giornata di martedì rappresenta però un evento di estremo rilievo. Un decesso potenzialmente in grado di destabilizzare ancora di più una regione già messa in crisi dall’intervento militare delle potenze straniere che avevano orchestrato il caos in Libia, a cominciare dalla Francia, dei cui interessi strategici Déby è stato per tre decenni il fidatissimo protettore.
Le circostanze della morte di Déby restano oscure. La versione ufficiale è stata data da un portavoce dei militari ciadiani in diretta televisiva. Il presidente sarebbe finito vittima di uno scontro a fuoco tra le forze governative e i ribelli del cosiddetto Fronte per l’Alternanza e la Concordia (FACT) che da qualche giorno stavano cercando di condurre un’offensiva in direzione della capitale in concomitanza con le elezioni presidenziali.
Fonti vicine alla leadership del FACT hanno spiegato che Déby si trovava da domenica in una zona di combattimenti a poco meno di 300 chilometri a nord di N’Djamena e, dopo essere stato ferito, sarebbe deceduto una volta tornato nella capitale. I dettagli dell’incidente non sono però stati divulgati. Anche se Déby era solito mostrarsi assieme ai militari ciadiani impegnati in questi anni in varie operazioni belliche nella regione, più che altro per consolidare la sua immagine di combattente e ricavarne legittimità politica, non è chiaro il motivo della sua presenza al fronte, né è del tutto certo, secondo alcuni, che si trovasse effettivamente nella zona di guerra.
Soltanto il giorno prima della notizia della morte, le autorità elettorali ciadiane avevano ratificato il suo successo nelle elezioni presidenziali con quasi l’80% dei consensi. Per Déby si sarebbe trattato del sesto mandato consecutivo alla presidenza. Come in passato, il voto era stato fortemente contestato e caratterizzato da boicottaggi, proteste e repressione.
Le operazioni di voto, come già anticipato, erano state accompagnate anche da segnali di instabilità nel paese africano. I guerriglieri del FACT avevano oltrepassato il confine settentrionale con la Libia per puntare sulla capitale. Le preoccupazioni per l’avanzata si erano rapidamente diffuse, con il dispiegamento di carri armati nelle strade di N’Djamena e la fuga di civili nel vicino Camerun. Il governo aveva allora cercato di gettare acqua sul fuoco e tranquillizzare la popolazione. Lunedì, i vertici delle forze armate avevano parlato di una “grande vittoria” contro i ribelli, tra i quali avrebbero fatto circa 300 vittime. Le ambasciate di Stati Uniti e Regno Unito avevano tuttavia ordinato al proprio personale non essenziale di lasciare il Ciad in previsione di possibili violenze nella capitale.
Prevedibilmente, la scomparsa di Déby è stata accolta da espressioni di profondo dolore da parte del governo francese. L’ufficio del presidente Macron ha salutato un “amico coraggioso” e un “grande soldato”. Tra le righe del messaggio di cordoglio dell’Eliseo si evince chiaramente il ruolo e l’importanza di Déby per Parigi. Il Ciad “ha perso un presidente”, recita il comunicato della presidenza francese, “che ha operato instancabilmente per la sicurezza del paese e per la stabilità della regione”. Il ministro della Difesa, Florence Parly, ha definito invece Déby un “alleato essenziale nella lotta al terrorismo nel Sahel”.
Particolare enfasi è stata data al fattore della continuità nonostante la morte del presidente. Macron ha insistito sulla “stabilità e sull’integrità territoriale del Ciad” di fronte alla minaccia dei ribelli. La titolare della Difesa ha messo a sua volta l’accento sulla necessità di non interrompere la “guerra contro il jihadismo”. Proprio l’antiterrorismo è il motivo ufficiale della presenza militare francese nell’area del Sahel, incentrata in buona parte sulla collaborazione del regime ciadiano di Idriss Déby.
La Francia ha oggi più di cinquemila soldati in Ciad, dove si trova il quartier generale della cosiddetta Operazione Barkhane, lanciata formalmente nel 2014 per contrastare il dilagare delle forze jihadiste dopo il crollo del regime di Gheddafi, prima in Mali e in seguito in tutta la regione del Sahel. All’operazione partecipa attivamente anche l’esercito ciadiano che è inoltre intervenuto in svariati altri teatri di guerra africani promuovendo in primo luogo gli interessi francesi. Parigi ha da parte sua sostenuto il regime di Déby, fino a ordinare bombardamenti aerei contro formazioni ribelli quando, nel 2008 e ancora nel 2019, minacciavano di raggiungere la capitale. Le forze armate sono state la vera base del potere di Déby, come conferma il fatto che, secondo i dati raccolti dall’International Crisis Group, le spese militari assorbono tra il 30% e il 40% del bilancio annuale del Ciad.
La morte di Idriss Déby arriva in un momento particolarmente delicato per la Francia. Macron e il suo governo si trovano infatti da qualche tempo a fare i conti con la crescente opposizione interna e tra le popolazioni africane all’Operazione Barkhane. Il pretesto della lotta al terrorismo per difendere gli abitanti del Sahel è d’altra parte sempre meno credibile, mentre sono ben noti gli interessi strategici ed economici di Parigi nella regione, tra cui la difesa delle linee di approvvigionamento dell’uranio estratto dalle miniere in Niger.
Le pressioni sulla Francia sono così aumentate esponenzialmente negli ultimi mesi. A febbraio, Macron era stato al centro di forti polemiche dopo avere deciso il prolungamento dell’Operazione Barkhane all’indomani di un vertice virtuale con i paesi riuniti sotto la formula del “G-5 del Sahel” (Burkina Faso, Ciad, Mali Mauritania, Niger). A ciò si è aggiunto un recente rapporto delle Nazioni Unite che ha indagato un episodio sanguinoso emblematico della natura imperialista e violenta dell’impegno francese in Africa. L’indagine riguardava un bombardamento aereo francese in Mali nel mese di gennaio che aveva causato la morte di 19 persone durante un matrimonio. Parigi aveva sempre sostenuto che le vittime erano guerriglieri jihadisti, mentre l’ONU ha dimostrato che si trattava di civili.
Con le fondamenta della presenza militare francese nel Sahel già in dubbio, la scomparsa del punto di riferimento di Parigi in Ciad appare dunque allarmante per Macron. Con queste prospettive, la Francia ha di fatto appoggiato l’intervento dei vertici militari ciadiani per guidare la transizione verso il dopo-Déby. Alla guida del paese è stato messo il figlio 37enne del defunto presidente, Mahamat Idriss Déby, generale delle forze armate ed ex comandante della guardia presidenziale.
La manovra è a tutti gli effetti un colpo di stato. Il Parlamento e il governo sono stati dissolti, la Costituzione sospesa e il paese messo nelle mani di una giunta militare che dovrebbe portare a nuove elezioni entro 18 mesi. In questo modo, le forze armate ciadiane cercano di mandare un segnale di continuità ai propri partner occidentali. Alcuni commentatori hanno tuttavia sollevato dubbi sulla stabilità del regime. Il consigliere di un politico nigeriano di alto livello ha ad esempio rivelato ad Al Jazeera come da N’Djamena siano arrivate notizie non confermate di avvenute esecuzioni di generali ciadiani. Se la notizia corrispondesse al vero, è evidente che la morte di Déby potrebbe essere da collegare a un movimento golpista all’interno degli stessi centri di potere del paese del Sahel.
A destabilizzare il Ciad e a minacciare la cerchia di Déby è in generale il peggioramento della situazione interna di un paese che occupa il 187esimo, posto su 189, nell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite. Il Ciad è in realtà relativamente ricco di petrolio e di altre risorse del sottosuolo, ma i profitti che ne derivano continuano ad andare in larghissima parte alle multinazionali che vi operano. Il crollo delle quotazioni del petrolio aveva penalizzato l’economia del paese africano ancora prima dell’arrivo della pandemia di Coronavirus che si è abbattuta poi su una realtà nella quale già i due terzi della popolazione viveva in condizioni di gravissima povertà.
Il docente di studi Africani, Douglas Yates, ha spiegato in un’intervista a France 24 che, in sostanza, “i ripetuti tentativi di colpo di stato” sono da ricondurre al malcontento diffuso per la mancata distribuzione dei proventi delle esportazioni di petrolio. Nonostante il regime trentennale di Déby abbia “eliminato qualsiasi rivale” e liquidato “l’opposizione democratica”, ha aggiunto l’accademico americano, “c’è da aspettarsi un certo disordine durante il periodo della transizione”. I prossimi mesi chiariranno perciò se la Francia potrà conservare a N’Djamena uno degli alleati più importanti per la promozione dei propri interessi nel continente africano.
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Le circostanze della morte di Déby restano oscure. La versione ufficiale è stata data da un portavoce dei militari ciadiani in diretta televisiva. Il presidente sarebbe finito vittima di uno scontro a fuoco tra le forze governative e i ribelli del cosiddetto Fronte per l’Alternanza e la Concordia (FACT) che da qualche giorno stavano cercando di condurre un’offensiva in direzione della capitale in concomitanza con le elezioni presidenziali.
Fonti vicine alla leadership del FACT hanno spiegato che Déby si trovava da domenica in una zona di combattimenti a poco meno di 300 chilometri a nord di N’Djamena e, dopo essere stato ferito, sarebbe deceduto una volta tornato nella capitale. I dettagli dell’incidente non sono però stati divulgati. Anche se Déby era solito mostrarsi assieme ai militari ciadiani impegnati in questi anni in varie operazioni belliche nella regione, più che altro per consolidare la sua immagine di combattente e ricavarne legittimità politica, non è chiaro il motivo della sua presenza al fronte, né è del tutto certo, secondo alcuni, che si trovasse effettivamente nella zona di guerra.
Soltanto il giorno prima della notizia della morte, le autorità elettorali ciadiane avevano ratificato il suo successo nelle elezioni presidenziali con quasi l’80% dei consensi. Per Déby si sarebbe trattato del sesto mandato consecutivo alla presidenza. Come in passato, il voto era stato fortemente contestato e caratterizzato da boicottaggi, proteste e repressione.
Le operazioni di voto, come già anticipato, erano state accompagnate anche da segnali di instabilità nel paese africano. I guerriglieri del FACT avevano oltrepassato il confine settentrionale con la Libia per puntare sulla capitale. Le preoccupazioni per l’avanzata si erano rapidamente diffuse, con il dispiegamento di carri armati nelle strade di N’Djamena e la fuga di civili nel vicino Camerun. Il governo aveva allora cercato di gettare acqua sul fuoco e tranquillizzare la popolazione. Lunedì, i vertici delle forze armate avevano parlato di una “grande vittoria” contro i ribelli, tra i quali avrebbero fatto circa 300 vittime. Le ambasciate di Stati Uniti e Regno Unito avevano tuttavia ordinato al proprio personale non essenziale di lasciare il Ciad in previsione di possibili violenze nella capitale.
Prevedibilmente, la scomparsa di Déby è stata accolta da espressioni di profondo dolore da parte del governo francese. L’ufficio del presidente Macron ha salutato un “amico coraggioso” e un “grande soldato”. Tra le righe del messaggio di cordoglio dell’Eliseo si evince chiaramente il ruolo e l’importanza di Déby per Parigi. Il Ciad “ha perso un presidente”, recita il comunicato della presidenza francese, “che ha operato instancabilmente per la sicurezza del paese e per la stabilità della regione”. Il ministro della Difesa, Florence Parly, ha definito invece Déby un “alleato essenziale nella lotta al terrorismo nel Sahel”.
Particolare enfasi è stata data al fattore della continuità nonostante la morte del presidente. Macron ha insistito sulla “stabilità e sull’integrità territoriale del Ciad” di fronte alla minaccia dei ribelli. La titolare della Difesa ha messo a sua volta l’accento sulla necessità di non interrompere la “guerra contro il jihadismo”. Proprio l’antiterrorismo è il motivo ufficiale della presenza militare francese nell’area del Sahel, incentrata in buona parte sulla collaborazione del regime ciadiano di Idriss Déby.
La Francia ha oggi più di cinquemila soldati in Ciad, dove si trova il quartier generale della cosiddetta Operazione Barkhane, lanciata formalmente nel 2014 per contrastare il dilagare delle forze jihadiste dopo il crollo del regime di Gheddafi, prima in Mali e in seguito in tutta la regione del Sahel. All’operazione partecipa attivamente anche l’esercito ciadiano che è inoltre intervenuto in svariati altri teatri di guerra africani promuovendo in primo luogo gli interessi francesi. Parigi ha da parte sua sostenuto il regime di Déby, fino a ordinare bombardamenti aerei contro formazioni ribelli quando, nel 2008 e ancora nel 2019, minacciavano di raggiungere la capitale. Le forze armate sono state la vera base del potere di Déby, come conferma il fatto che, secondo i dati raccolti dall’International Crisis Group, le spese militari assorbono tra il 30% e il 40% del bilancio annuale del Ciad.
La morte di Idriss Déby arriva in un momento particolarmente delicato per la Francia. Macron e il suo governo si trovano infatti da qualche tempo a fare i conti con la crescente opposizione interna e tra le popolazioni africane all’Operazione Barkhane. Il pretesto della lotta al terrorismo per difendere gli abitanti del Sahel è d’altra parte sempre meno credibile, mentre sono ben noti gli interessi strategici ed economici di Parigi nella regione, tra cui la difesa delle linee di approvvigionamento dell’uranio estratto dalle miniere in Niger.
Le pressioni sulla Francia sono così aumentate esponenzialmente negli ultimi mesi. A febbraio, Macron era stato al centro di forti polemiche dopo avere deciso il prolungamento dell’Operazione Barkhane all’indomani di un vertice virtuale con i paesi riuniti sotto la formula del “G-5 del Sahel” (Burkina Faso, Ciad, Mali Mauritania, Niger). A ciò si è aggiunto un recente rapporto delle Nazioni Unite che ha indagato un episodio sanguinoso emblematico della natura imperialista e violenta dell’impegno francese in Africa. L’indagine riguardava un bombardamento aereo francese in Mali nel mese di gennaio che aveva causato la morte di 19 persone durante un matrimonio. Parigi aveva sempre sostenuto che le vittime erano guerriglieri jihadisti, mentre l’ONU ha dimostrato che si trattava di civili.
Con le fondamenta della presenza militare francese nel Sahel già in dubbio, la scomparsa del punto di riferimento di Parigi in Ciad appare dunque allarmante per Macron. Con queste prospettive, la Francia ha di fatto appoggiato l’intervento dei vertici militari ciadiani per guidare la transizione verso il dopo-Déby. Alla guida del paese è stato messo il figlio 37enne del defunto presidente, Mahamat Idriss Déby, generale delle forze armate ed ex comandante della guardia presidenziale.
La manovra è a tutti gli effetti un colpo di stato. Il Parlamento e il governo sono stati dissolti, la Costituzione sospesa e il paese messo nelle mani di una giunta militare che dovrebbe portare a nuove elezioni entro 18 mesi. In questo modo, le forze armate ciadiane cercano di mandare un segnale di continuità ai propri partner occidentali. Alcuni commentatori hanno tuttavia sollevato dubbi sulla stabilità del regime. Il consigliere di un politico nigeriano di alto livello ha ad esempio rivelato ad Al Jazeera come da N’Djamena siano arrivate notizie non confermate di avvenute esecuzioni di generali ciadiani. Se la notizia corrispondesse al vero, è evidente che la morte di Déby potrebbe essere da collegare a un movimento golpista all’interno degli stessi centri di potere del paese del Sahel.
A destabilizzare il Ciad e a minacciare la cerchia di Déby è in generale il peggioramento della situazione interna di un paese che occupa il 187esimo, posto su 189, nell’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite. Il Ciad è in realtà relativamente ricco di petrolio e di altre risorse del sottosuolo, ma i profitti che ne derivano continuano ad andare in larghissima parte alle multinazionali che vi operano. Il crollo delle quotazioni del petrolio aveva penalizzato l’economia del paese africano ancora prima dell’arrivo della pandemia di Coronavirus che si è abbattuta poi su una realtà nella quale già i due terzi della popolazione viveva in condizioni di gravissima povertà.
Il docente di studi Africani, Douglas Yates, ha spiegato in un’intervista a France 24 che, in sostanza, “i ripetuti tentativi di colpo di stato” sono da ricondurre al malcontento diffuso per la mancata distribuzione dei proventi delle esportazioni di petrolio. Nonostante il regime trentennale di Déby abbia “eliminato qualsiasi rivale” e liquidato “l’opposizione democratica”, ha aggiunto l’accademico americano, “c’è da aspettarsi un certo disordine durante il periodo della transizione”. I prossimi mesi chiariranno perciò se la Francia potrà conservare a N’Djamena uno degli alleati più importanti per la promozione dei propri interessi nel continente africano.
Fonte
21/04/2021
Sahel in fiamme. Ucciso il presidente del Ciad, la guerra lambisce il sud della Libia
Le notizie che giungono dall’area del Sahel, danno un’idea che pochi sembrano comprendere in merito al ginepraio in cui l’Italia si è andata a infilare, sia in Libia sia inviando contingenti militari in Niger e Mali.
Il presidente del Ciad – “l’eterno” Idriss Deby Itno – è infatti stato ucciso dai ribelli. Deby era stato rieletto lunedì scorso per il sesto mandato dopo aver vinto le elezioni presidenziali dello scorso 11 aprile con quasi l’80 per cento dei voti.
L’agenzia Novanews riferisce che mercoledì il Fronte per l’Alternanza e la Concordia del Ciad (Fact), la coalizione ribelle che poco più di una settimana fa ha lanciato un’offensiva nel nord del paese, ha ribadito l’intenzione di “marciare fino alla capitale N’Djamena” dopo la morte del presidente Idriss Deby Itno.
“Rifiutiamo categoricamente la transizione (che dovrebbe essere guidata da uno dei figli di Deby)”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del Fact, Kingabe Ogouzeimi de Tapol. “Intendiamo portare avanti l’offensiva. Le nostre truppe sono in avanzata verso N’Djamena, ma secondo la tradizione concederemo 15-28 ore ai figli di Deby per seppellire il padre”, ha aggiunto.
L’esercito del Ciad aveva precedentemente affermato di aver respinto i ribelli dopo più di una settimana di combattimenti, affermando lunedì di aver ucciso più di 300 combattenti e di averne catturati altri 150. Il Fact, un gruppo composto principalmente da membri della tribù sahariana dei Goran, aveva dichiarato domenica scorsa di aver “liberato” la regione di Kanem, una delle aree che aveva attaccato dopo aver lanciato la sua incursione lo scorso 11 aprile, giorno in cui il Paese si recava alle urne.
La dichiarazione del Fact giunge dopo che martedì l’esercito di N’Djamena ha confermato la morte del presidente Deby in seguito alle ferite riportate mentre comandava le truppe dell’esercito del Ciad nella battaglia contro i ribelli nel nord, durante lo scorso fine settimana. Ad annunciarlo è stato il portavoce dell’esercito, Azem Bermandoa Agouna, in un comunicato letto in diretta sull’emittente televisiva ciadiana.
Intanto sui media del Ciad circolano notizie contrastanti circa una presunta sparatoria che sarebbe avvenuta nel palazzo presidenziale di N’Djamena il giorno dopo l’uccisione del presidente Idriss Deby. Una sparatoria che avrebbe portato al ferimento dell’erede di Deby, il figlio Mahamat Idriss Déby Itno, che si era insediato a capo della giunta d’emergenza.
Ripercussioni in Libia
Le ripercussioni dell'instabilità e della guerra civile in Ciad sono arrivate subito in Libia, dove la Camera dei rappresentanti di Tripoli sta seguendo l’accelerazione degli eventi che attraversa il vicino Ciad e ciò che potrebbe derivare dall’insicurezza o dall’esodo della popolazione della regione.
Il parlamento libico ha invitato tutte le autorità interessate alla protezione e alla sicurezza del Paese ad adottare tutte le misure urgenti al fine di assicurare e proteggere il paese e i suoi confini meridionali e preservarne la sovranità.
Il parlamento ha altresì invitato il Comitato militare congiunto 5+5 (cinque membri delle forze della Tripolitania, cinque fedeli al generale Khalifa Haftar) ad “accelerare l’unificazione dell’establishment militare per garantire la sicurezza e la stabilità della Libia, proteggere i suoi confini e preservare la sua sovranità”.
Secondo la sempre ben informata Novanews, le tribù della Libia meridionale, appaiono fortemente preoccupate per l’escalation del conflitto nel vicino Ciad, un conflitto che vede storicamente coinvolta anche la Francia.
Il Ciad infatti viene coinvolto direttamente e indirettamente nell’operazione militare francese “Barkhane” in Africa Centrale. Inoltre, tra il 1983 e il 1984, la Francia inviò le proprie truppe in Ciad contro quelle libiche inviate da Gheddafi durante la guerra civile nel paese.
Le tribù del Fezzan libico hanno chiesto al nuovo Governo di unità nazionale di riattivare gli accordi con l’Italia per mettere in sicurezza i confini meridionali. Il consiglio degli anziani e dei notabili della città di Murzuq, nel sud della Libia, ha lanciato l’allarme sul fatto che scontri militari nel nord del Ciad potrebbero causare “un’altra ondata di sfollati in Libia”.
La nota afferma che il sud della Libia è diventato “un incubatore per bande ciadiane, criminali, Stato islamico e terroristi”, anche a causa di “ambizioni coloniali straniere che mirano dominare il paese e saccheggiare le sue risorse”.
“È diventato chiaro che il Paese abbia bisogno di proteggere in particolare i suoi confini meridionali: chiediamo alle autorità libiche di attivare l’accordo libico-italiano firmato nel 2008 nel settore della sicurezza. Proteggere i confini è un dovere nazionale per eccellenza”, scrive il Consiglio di Murzuq.
Nel 2010, l’anno precedente la catastrofe del colpo di stato contro Gheddafi e dei bombardamenti Nato sulla Libia, l’Italia aveva cominciato a fornire alla Libia sofisticate attrezzature per il controllo radar dei porosi confini meridionali: gli equipaggiamenti, del valore complessivo di 300 milioni di euro, sono però andati perduti a Bengasi durante il golpe del 2011.
Secondo il rapporto Onu sulle violazioni dell’embargo sulle armi in Libia, relativo agli anni 2019-2020, i gruppi armati del Ciad “sono onnipresenti nel sud della Libia e sono diventati parte della vita sociale”.
Città come Hun e Murzuq hanno visto un numero crescente di cittadini ciadiani la cui presenza armata è fortemente evidente. Il Rapporto dell’Onu identifica in particolare due gruppi ciadiani, denominati “Ccmsr” e appunto il “Fact”.
Il primo ha buone relazioni con il Governo di accordo nazionale di Tripoli, ed ha dichiarato la propria “neutralità nel conflitto inter-libico”. La maggior parte degli elementi del gruppo ha attualmente sede nell’area di confine tra Libia e Ciad, nella zona di Kouri Bougoudi, e può contare su almeno 100 veicoli.
Il Fact, posizionato ad Al Jufra, ha ampliato i suoi campi a Sebha, Tamenhint e Brak Shati. Secondo quanto riferito, sta spostando la sua base di comando nell’area di Jabal al Aswad.
Anche il Fact rivendica la sua neutralità nel conflitto libico, ma le sue milizie stanno a guardia di alcune basi dell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Haftar, mentre elementi di questo gruppo servono anche i battaglioni 116 e 128 dell’esercito di Haftar.
Fonte
Il presidente del Ciad – “l’eterno” Idriss Deby Itno – è infatti stato ucciso dai ribelli. Deby era stato rieletto lunedì scorso per il sesto mandato dopo aver vinto le elezioni presidenziali dello scorso 11 aprile con quasi l’80 per cento dei voti.
L’agenzia Novanews riferisce che mercoledì il Fronte per l’Alternanza e la Concordia del Ciad (Fact), la coalizione ribelle che poco più di una settimana fa ha lanciato un’offensiva nel nord del paese, ha ribadito l’intenzione di “marciare fino alla capitale N’Djamena” dopo la morte del presidente Idriss Deby Itno.
“Rifiutiamo categoricamente la transizione (che dovrebbe essere guidata da uno dei figli di Deby)”, ha dichiarato in un comunicato il portavoce del Fact, Kingabe Ogouzeimi de Tapol. “Intendiamo portare avanti l’offensiva. Le nostre truppe sono in avanzata verso N’Djamena, ma secondo la tradizione concederemo 15-28 ore ai figli di Deby per seppellire il padre”, ha aggiunto.
L’esercito del Ciad aveva precedentemente affermato di aver respinto i ribelli dopo più di una settimana di combattimenti, affermando lunedì di aver ucciso più di 300 combattenti e di averne catturati altri 150. Il Fact, un gruppo composto principalmente da membri della tribù sahariana dei Goran, aveva dichiarato domenica scorsa di aver “liberato” la regione di Kanem, una delle aree che aveva attaccato dopo aver lanciato la sua incursione lo scorso 11 aprile, giorno in cui il Paese si recava alle urne.
La dichiarazione del Fact giunge dopo che martedì l’esercito di N’Djamena ha confermato la morte del presidente Deby in seguito alle ferite riportate mentre comandava le truppe dell’esercito del Ciad nella battaglia contro i ribelli nel nord, durante lo scorso fine settimana. Ad annunciarlo è stato il portavoce dell’esercito, Azem Bermandoa Agouna, in un comunicato letto in diretta sull’emittente televisiva ciadiana.
Intanto sui media del Ciad circolano notizie contrastanti circa una presunta sparatoria che sarebbe avvenuta nel palazzo presidenziale di N’Djamena il giorno dopo l’uccisione del presidente Idriss Deby. Una sparatoria che avrebbe portato al ferimento dell’erede di Deby, il figlio Mahamat Idriss Déby Itno, che si era insediato a capo della giunta d’emergenza.
Ripercussioni in Libia
Le ripercussioni dell'instabilità e della guerra civile in Ciad sono arrivate subito in Libia, dove la Camera dei rappresentanti di Tripoli sta seguendo l’accelerazione degli eventi che attraversa il vicino Ciad e ciò che potrebbe derivare dall’insicurezza o dall’esodo della popolazione della regione.
Il parlamento libico ha invitato tutte le autorità interessate alla protezione e alla sicurezza del Paese ad adottare tutte le misure urgenti al fine di assicurare e proteggere il paese e i suoi confini meridionali e preservarne la sovranità.
Il parlamento ha altresì invitato il Comitato militare congiunto 5+5 (cinque membri delle forze della Tripolitania, cinque fedeli al generale Khalifa Haftar) ad “accelerare l’unificazione dell’establishment militare per garantire la sicurezza e la stabilità della Libia, proteggere i suoi confini e preservare la sua sovranità”.
Secondo la sempre ben informata Novanews, le tribù della Libia meridionale, appaiono fortemente preoccupate per l’escalation del conflitto nel vicino Ciad, un conflitto che vede storicamente coinvolta anche la Francia.
Il Ciad infatti viene coinvolto direttamente e indirettamente nell’operazione militare francese “Barkhane” in Africa Centrale. Inoltre, tra il 1983 e il 1984, la Francia inviò le proprie truppe in Ciad contro quelle libiche inviate da Gheddafi durante la guerra civile nel paese.
Le tribù del Fezzan libico hanno chiesto al nuovo Governo di unità nazionale di riattivare gli accordi con l’Italia per mettere in sicurezza i confini meridionali. Il consiglio degli anziani e dei notabili della città di Murzuq, nel sud della Libia, ha lanciato l’allarme sul fatto che scontri militari nel nord del Ciad potrebbero causare “un’altra ondata di sfollati in Libia”.
La nota afferma che il sud della Libia è diventato “un incubatore per bande ciadiane, criminali, Stato islamico e terroristi”, anche a causa di “ambizioni coloniali straniere che mirano dominare il paese e saccheggiare le sue risorse”.
“È diventato chiaro che il Paese abbia bisogno di proteggere in particolare i suoi confini meridionali: chiediamo alle autorità libiche di attivare l’accordo libico-italiano firmato nel 2008 nel settore della sicurezza. Proteggere i confini è un dovere nazionale per eccellenza”, scrive il Consiglio di Murzuq.
Nel 2010, l’anno precedente la catastrofe del colpo di stato contro Gheddafi e dei bombardamenti Nato sulla Libia, l’Italia aveva cominciato a fornire alla Libia sofisticate attrezzature per il controllo radar dei porosi confini meridionali: gli equipaggiamenti, del valore complessivo di 300 milioni di euro, sono però andati perduti a Bengasi durante il golpe del 2011.
Secondo il rapporto Onu sulle violazioni dell’embargo sulle armi in Libia, relativo agli anni 2019-2020, i gruppi armati del Ciad “sono onnipresenti nel sud della Libia e sono diventati parte della vita sociale”.
Città come Hun e Murzuq hanno visto un numero crescente di cittadini ciadiani la cui presenza armata è fortemente evidente. Il Rapporto dell’Onu identifica in particolare due gruppi ciadiani, denominati “Ccmsr” e appunto il “Fact”.
Il primo ha buone relazioni con il Governo di accordo nazionale di Tripoli, ed ha dichiarato la propria “neutralità nel conflitto inter-libico”. La maggior parte degli elementi del gruppo ha attualmente sede nell’area di confine tra Libia e Ciad, nella zona di Kouri Bougoudi, e può contare su almeno 100 veicoli.
Il Fact, posizionato ad Al Jufra, ha ampliato i suoi campi a Sebha, Tamenhint e Brak Shati. Secondo quanto riferito, sta spostando la sua base di comando nell’area di Jabal al Aswad.
Anche il Fact rivendica la sua neutralità nel conflitto libico, ma le sue milizie stanno a guardia di alcune basi dell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Haftar, mentre elementi di questo gruppo servono anche i battaglioni 116 e 128 dell’esercito di Haftar.
Fonte
17/04/2021
Libia - La stabilità è ancora lontana. Incombe la guerra civile del vicino Ciad
Miliziani provenienti dal confinante Ciad sono penetrati in Libia nel turbolento Fezzan. A riferirlo è l’agenzia Novanews. Secondo la commissione parlamentare Affari esteri della Camera dei rappresentanti della Libia questi gruppi armati avrebbero “approfittato dell’attuale situazione per compiere azioni criminali lungo la zona di confine meridionale del Paese“.
Già nei giorni scorsi si era diffusa la notizia del ritorno di gruppi armati e delle forze dell’opposizione ciadiana in patria provenienti dalla Libia, dove hanno operato al fianco delle forze del generale Khalifa Haftar, secondo quanto denunciato dal governo ciadiano.
Nell’ultima settimana le forze armate del Ciad hanno effettuato attacchi aerei contro una colonna di ribelli nella città di Zouarké, nella regione settentrionale di Tibesti. Fonti militari citate dall’emittente Rfi riferiscono che due MiG-21 dell’aviazione di N’Djamena hanno colpito la città di Zouarké per fermare l’avanzata dei ribelli mentre parallelamente l’esercito inviava rinforzi a Tibesti.
Zouarké, così come la città di Wour, sono state abbandonate dai militari e dai doganieri che hanno ceduto le loro posizioni ai ribelli. Gli scontri tra l’esercito e i ribelli si sono intensificati nella giornata di domenica, in concomitanza con le elezioni presidenziali in Ciad.
Secondo fonti di Rfi, la coalizione militare ribelle composta da quattro gruppi armati ha inviato circa 100 veicoli a Faya Largeau con circa 500 uomini provenienti dalla zona di confine con la Libia. Il loro obiettivo, come dichiarato dal segretario generale della coalizione militare ribelle Mohamed Ali, è quello di rovesciare il presidente Idriss Deby, in corsa per un sesto mandato alla guida del Paese. Dal 2018 i gruppi ribelli che cercano invano di rovesciare il governo ciadiano conducono incursioni e attacchi a Tibesti dalla Libia, dove sono stati in grado di acquisire una notevole quantità di attrezzature, veicoli e armi.
L’area settentrionale del Ciad, ricca di miniere aurifere, è da anni vittima di infiltrazioni da parte di un consistente gruppo di ribelli fedeli all’Unione delle forze della resistenza (Ufr), alleanza costituita nel 2009 a Hadjer Marfain, nella regione sudanese del Darfur, e che comprende nove gruppi ribelli ciadiani. Dopo essere stati cacciati dal Sudan nel 2013, i miliziani si sono trasferiti nel sud della Libia, dove avrebbero prestato servizio come mercenari e da dove partono le loro incursioni nel nord del Ciad con l’obiettivo di rovesciare il presidente Deby, sostenuto dalla Francia.
Intanto in Libia non viene rispettato l’embargo sulle armi. Nei giorni scorsi è stato segnalato l’arrivo nel Paese di tre aerei cargo dell’Aeronautica militare turca, mentre poche ore prima due velivoli militari inviati dall’Egitto erano atterrati a Sebha, capoluogo della regione libica meridionale del Fezzan.
Dei tre aerei turchi però uno solo, segnalati sul sito Flightradar, è atterrato all’aeroporto civile Mitiga a Tripoli, mentre gli altri due hanno avuto come destinazione la base militare di Al Watiyah, a ovest della capitale libica.
Fonte
Già nei giorni scorsi si era diffusa la notizia del ritorno di gruppi armati e delle forze dell’opposizione ciadiana in patria provenienti dalla Libia, dove hanno operato al fianco delle forze del generale Khalifa Haftar, secondo quanto denunciato dal governo ciadiano.
Nell’ultima settimana le forze armate del Ciad hanno effettuato attacchi aerei contro una colonna di ribelli nella città di Zouarké, nella regione settentrionale di Tibesti. Fonti militari citate dall’emittente Rfi riferiscono che due MiG-21 dell’aviazione di N’Djamena hanno colpito la città di Zouarké per fermare l’avanzata dei ribelli mentre parallelamente l’esercito inviava rinforzi a Tibesti.
Zouarké, così come la città di Wour, sono state abbandonate dai militari e dai doganieri che hanno ceduto le loro posizioni ai ribelli. Gli scontri tra l’esercito e i ribelli si sono intensificati nella giornata di domenica, in concomitanza con le elezioni presidenziali in Ciad.
Secondo fonti di Rfi, la coalizione militare ribelle composta da quattro gruppi armati ha inviato circa 100 veicoli a Faya Largeau con circa 500 uomini provenienti dalla zona di confine con la Libia. Il loro obiettivo, come dichiarato dal segretario generale della coalizione militare ribelle Mohamed Ali, è quello di rovesciare il presidente Idriss Deby, in corsa per un sesto mandato alla guida del Paese. Dal 2018 i gruppi ribelli che cercano invano di rovesciare il governo ciadiano conducono incursioni e attacchi a Tibesti dalla Libia, dove sono stati in grado di acquisire una notevole quantità di attrezzature, veicoli e armi.
L’area settentrionale del Ciad, ricca di miniere aurifere, è da anni vittima di infiltrazioni da parte di un consistente gruppo di ribelli fedeli all’Unione delle forze della resistenza (Ufr), alleanza costituita nel 2009 a Hadjer Marfain, nella regione sudanese del Darfur, e che comprende nove gruppi ribelli ciadiani. Dopo essere stati cacciati dal Sudan nel 2013, i miliziani si sono trasferiti nel sud della Libia, dove avrebbero prestato servizio come mercenari e da dove partono le loro incursioni nel nord del Ciad con l’obiettivo di rovesciare il presidente Deby, sostenuto dalla Francia.
Intanto in Libia non viene rispettato l’embargo sulle armi. Nei giorni scorsi è stato segnalato l’arrivo nel Paese di tre aerei cargo dell’Aeronautica militare turca, mentre poche ore prima due velivoli militari inviati dall’Egitto erano atterrati a Sebha, capoluogo della regione libica meridionale del Fezzan.
Dei tre aerei turchi però uno solo, segnalati sul sito Flightradar, è atterrato all’aeroporto civile Mitiga a Tripoli, mentre gli altri due hanno avuto come destinazione la base militare di Al Watiyah, a ovest della capitale libica.
Fonte
16/09/2018
Una linea irregolare nella sabbia del Sahel
All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello ad opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, concubine e mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi e il numero dei fratelli che hanno cambiato.
Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa al sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.
Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilato dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo il Niger dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che la unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Chad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio ad uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continui a girare dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.
Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi ad entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credete, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.
Niamey, settembre 2018
Fonte
Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa al sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.
Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilato dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo il Niger dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che la unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Chad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio ad uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continui a girare dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.
Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi ad entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credete, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.
Niamey, settembre 2018
Fonte
18/09/2017
Fronti come frontiere. Prove di militarizzazione coloniale del Sahel
Le frontiere stanno tutte nelle nostre teste. Non esistono frontiere ‘naturali’ da assumere come confini di stato. Sono i rapporti di forza che generano, disegnano e riproducono le frontiere. Le politiche transitano sulle frontiere che si armano, si trasformano in trincee, gabbie e talvolta in cimiteri senza croci. Le frontiere fanno la storia e la storia stampa le proprie frontiere. Di parole, di carta, di fili spinati, di campi minati, di genere, di classi sociali e di religioni. Financo gli dei sono recintati nei santuari e negli ostelli per i pellegrini. Le frontiere sono là, apparentemente da sempre, come a ricordare che persino la vita è una questione di frontiere da passare. Alcune di queste, nel Sahel delle due rive, sono, non per la prima volta, chiuse.
Le autorità libiche, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la decisione di chiudere le frontiere col Tchad e il Niger per tre mesi. Onde combattere il traffico di armi, di droga, di esseri umani e soprattutto per frenare le migrazioni informali in direzione della Libia. Anche il Sudan ha preso una decisione analoga nei confronti degli stessi paesi con in più il Sudan del Sud, ultimo nato grazie alle frontiere del petrolio. L’operazione sul confine libico è chiamata ‘lo scudo del deserto’. Una frontiera mobile fatta di mezzi di trasporto, armi e equipaggiamento utile a reperire le categorie di cui sopra. Frontiere di sabbie mobili che imprigionano e si trasformano nel braccio armato dei confini esteriori dell’Europa.
Il colonialismo ha inventato e poi tracciato le frontiere somiglianti a cocci di vetro. Il capitalismo neo liberale, fingendo la globalizzazione egualitaria, ha creato nuovi muri e torri di controllo democratico. Si esercita per tenere lontani i poveri pericolosi e rendere ostaggi del sistema gli altri che vengono graziati all’arrivo. Questi ultimi le frontiere se le portano dentro, negli occhi, nelle mani e nei sogni. Le frontiere vere sono loro, di persone che si spostano dove le altre, quelle armate, non possono arrivare. I migranti sono frontiere che cammino, scappano, inventano, sono tradite eppure resistono per creare un altro mondo. Si fanno scortare dai confini malgrado loro e grazie a loro le frontiere imparano un’altra lingua.
Poi è nato FRONTEX, le frontiere esteriori dell’Europa che per ora si fermano nei pressi di Agadez nel Niger. Su questo dispositivo si innestano le operazioni di salvataggio umanitario. Le agenzie che operano come ditte d’appalto del sistema di controllo, sono le stesse che si vantano di strappare dalla morte vite umane al mare o al deserto. Un buon esempio lo fornisce l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali. Gestisce Centri di Orientamento Umanitario, assiste rimpatri volontari resi obbligatori, milita per frontiere sicure e infine salva i migranti nel deserto. Scompare il confine tra umanitario e utilitario, i bombardamenti ‘chirurgici’ e le invasioni democratiche con le armi vendute per giustificare le frontiere anch’esse armate.
EUCAP, agenzia che propaga il paesaggio neocoloniale europeo ha la missione di creare un nuovo tipo di visione e gestione delle frontiere. Per questo, a suon di milioni di euro, la ditta investe nella formazione del personale per la gestione dei passaporti, dei traffici illegali e nella lotta contro il terrorismo regionale.
Si tratta di frontiere ormai clonate molto simili a quelle che riproducono il sistema che di queste frontiere è il prodotto finale. Altre frontiere invece sono invisibili e tagliano la storia in oppressi e oppressori in tutte le geografie. Dovremmo dunque essere riconoscenti a coloro che osano trasgredirle. Di essi è fatto un mondo nuovo. Saranno chiamati beati perché la loro unica frontiera è una passerella sospesa tra due sogni.
Niamey, settembre 017
Fonte
Le autorità libiche, tramite un comunicato stampa, hanno annunciato la decisione di chiudere le frontiere col Tchad e il Niger per tre mesi. Onde combattere il traffico di armi, di droga, di esseri umani e soprattutto per frenare le migrazioni informali in direzione della Libia. Anche il Sudan ha preso una decisione analoga nei confronti degli stessi paesi con in più il Sudan del Sud, ultimo nato grazie alle frontiere del petrolio. L’operazione sul confine libico è chiamata ‘lo scudo del deserto’. Una frontiera mobile fatta di mezzi di trasporto, armi e equipaggiamento utile a reperire le categorie di cui sopra. Frontiere di sabbie mobili che imprigionano e si trasformano nel braccio armato dei confini esteriori dell’Europa.
Il colonialismo ha inventato e poi tracciato le frontiere somiglianti a cocci di vetro. Il capitalismo neo liberale, fingendo la globalizzazione egualitaria, ha creato nuovi muri e torri di controllo democratico. Si esercita per tenere lontani i poveri pericolosi e rendere ostaggi del sistema gli altri che vengono graziati all’arrivo. Questi ultimi le frontiere se le portano dentro, negli occhi, nelle mani e nei sogni. Le frontiere vere sono loro, di persone che si spostano dove le altre, quelle armate, non possono arrivare. I migranti sono frontiere che cammino, scappano, inventano, sono tradite eppure resistono per creare un altro mondo. Si fanno scortare dai confini malgrado loro e grazie a loro le frontiere imparano un’altra lingua.
Poi è nato FRONTEX, le frontiere esteriori dell’Europa che per ora si fermano nei pressi di Agadez nel Niger. Su questo dispositivo si innestano le operazioni di salvataggio umanitario. Le agenzie che operano come ditte d’appalto del sistema di controllo, sono le stesse che si vantano di strappare dalla morte vite umane al mare o al deserto. Un buon esempio lo fornisce l’OIM, l’Organizzazione delle Migrazioni Internazionali. Gestisce Centri di Orientamento Umanitario, assiste rimpatri volontari resi obbligatori, milita per frontiere sicure e infine salva i migranti nel deserto. Scompare il confine tra umanitario e utilitario, i bombardamenti ‘chirurgici’ e le invasioni democratiche con le armi vendute per giustificare le frontiere anch’esse armate.
EUCAP, agenzia che propaga il paesaggio neocoloniale europeo ha la missione di creare un nuovo tipo di visione e gestione delle frontiere. Per questo, a suon di milioni di euro, la ditta investe nella formazione del personale per la gestione dei passaporti, dei traffici illegali e nella lotta contro il terrorismo regionale.
Si tratta di frontiere ormai clonate molto simili a quelle che riproducono il sistema che di queste frontiere è il prodotto finale. Altre frontiere invece sono invisibili e tagliano la storia in oppressi e oppressori in tutte le geografie. Dovremmo dunque essere riconoscenti a coloro che osano trasgredirle. Di essi è fatto un mondo nuovo. Saranno chiamati beati perché la loro unica frontiera è una passerella sospesa tra due sogni.
Niamey, settembre 017
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