Egitto – 2012
Per il grande paese africano il decennio appena terminato è coinciso
con eventi di portata eccezionale e, purtroppo, costati la vita a
migliaia di persone. Il primo all’inizio del 2011 è stato
la caduta del regime di Hosni Mubarak, presidente per trent’anni e leader
del Partito Nazionale Democratico, avvenuta con quella che è passata
alla storia come la “Rivoluzione del 25 gennaio”. Violenti
scontri tra forze di sicurezza e manifestanti provocarono la morte di
almeno 800 persone e oltre 6.000 feriti. La lotta dei manifestanti
egiziani si concentrò su questioni legali e politiche, brutalità della
polizia, leggi sullo stato di emergenza, mancanza di libertà politica,
libertà civile, libertà di parola, corruzione, alto tasso di
disoccupazione, inflazione e salari bassi.
Andati al potere, con le elezioni, i Fratelli musulmani, le proteste
degli egiziani non sostenitori del movimento islamista si concentrarono
contro il nuovo presidente Mohamed Morsi. Il 22 novembre 2012, milioni
di manifestanti iniziarono a protestare contro Morsi, dopo che il suo
governo aveva annunciato una dichiarazione costituzionale temporanea che
avrebbe garantito al presidente poteri illimitati. A capo delle
manifestazioni, organizzazioni e figure dell’opposizione egiziana,
principalmente liberali, di sinistra, laici e cristiani. Le
dimostrazioni provocarono violenti scontri con decine di morti e
centinaia di feriti. Numerosi consiglieri di Morsi diedero le
dimissioni in segno di protesta e anche molti giudici manifestarono la
propria opinione contro le azioni del presidente.
A dicembre del 2012, Morsi annullò il decreto temporaneo che aveva
ampliato la sua autorità presidenziale e rimosso la revisione
giudiziaria dei suoi decreti. Ma il suo destino sarebbe stato segnato
dal colpo di stato militare. Il 30 giugno 2013, primo anniversario della
sua elezione, milioni di oppositori si radunarono in piazza Tahrir e
fuori dal palazzo presidenziale, nel sobborgo di Heliopolis, chiedendo
le dimissioni del presidente. Il 3 luglio 2013 le forze armate egiziane
entrarono in azione mettendo fine alla sua presidenza e diedero vita ad
una feroce repressione dei sostenitori del presidente islamista.
Sudafrica – 2013
A 95 anni, il 5 dicembre 2013, muore Nelson Mandela. Leader dei
diritti civili, leader politico e simbolo di integrità e
riconciliazione, dopo un periodo di quasi tre anni in prigione diventa
presidente del Sudafrica.
La sua missione permanente di porre fine all’apartheid è iniziata quando ha lasciato presto la scuola per unirsi all’African National Congress
(ANC). Fu nel 1960 che gli sforzi di Mandela divennero più militanti,
scatenati quando la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti
disarmati nella cittadina di Sharpeville, uccidendo 69 persone.
Poco dopo, l’ANC fu considerato fuorilegge, ma ciò non fermò Mandela
che continuò la sua lotta a fianco dell’organizzazione la ‘Umkhonto we Sizwe’ (lancia della nazione).
In qualità di presidente, dal 1994, Mandela ha introdotto innovativi
programmi sociali ed economici e ha presieduto l’emanazione di una nuova
costituzione che ha istituito un forte governo centrale e vietato la
discriminazione razziale.
Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia – 2014
Il 30 dicembre del 2015 è stata dichiarata libera dal focolaio di
ebola, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la Guinea
Conakry. Nel corso del 2016 vengono dichiarati spenti anche gli ultimi
focolai di ebola in Liberia e Sierra Leone.
È stata la fine di una delle più aggressive epidemie del virus
ebola in Africa occidentale, che ha contato 28.657 casi conclamati e
11.325 morti. L’ebola ha lasciato orfani circa 6.200 bambini solo in
Guinea Conakry.
Il focolaio infettivo è iniziato a Gueckedou, nella Guinea
orientale, prima di diffondersi violentemente in Liberia, Sierra Leone e
altri sette Paesi limitrofi. La costruzione di sistemi di assistenza
sanitaria resilienti, la ferrea vigilanza e la rapidità di risposta sono
stati i punti chiavi per sottomettere l’infezione.
Etiopia – 2015
El Niño colpisce le regioni settentrionali dell’Africa orientale con
una crescente intensità. L’aumentato rischio di siccità seguito da
inondazioni nelle aree fluviali è risultato strettamente correlato alle
anomalie climatiche.
I forti eventi di El Niño hanno causato un’importante riduzione nella
produzione agricola. Inoltre, l’impatto della variabilità climatica
sullo stoccaggio delle acque sotterranee, ha ricevuto ancora una volta
un’attenzione limitata, nonostante la diffusa dipendenza da queste come
risorsa di acqua potabile e come elemento cruciale in agricoltura e
industria.
Il Paese più colpito rimane l’Etiopia con una drammatica siccità che
ha costretto 18 milioni di persone alla dipendenza da aiuti umanitari,
secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e
l’agricoltura (FAO).
Rwanda – 2018
Firmato nella capitale rwandese Kigali, il 21 marzo 2018, l‘African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA). Con l’accordo, tenacemente mediato dall’Unione Africana, nasce una zona di libero scambio tra 44 Paesi africani.
L’accordo prevede che i membri riducano le tariffe doganali del 90%,
consentendo il libero accesso a merci e servizi in tutto il continente.
La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (UNECA) ha
stimato che l’accordo aumenterà il commercio intra-africano del 52%
entro il 2022.
Algeria – 2019
Iniziato il 16 febbraio 2019, sei giorni dopo che Abdelaziz
Bouteflika ha annunciato la sua candidatura per un quinto mandato
presidenziale, il movimento Revolution of Smiles o Hirak Movement, ha inondato di proteste e manifestazioni le strade algerine.
Queste proteste, senza precedenti dalla guerra civile algerina, sono
state pacifiche e hanno portato i militari algerini a insistere sulle
dimissioni immediate di Bouteflika, che hanno effettivamente avuto luogo
il 2 aprile 2019.
Le crescenti tensioni all’interno del regime algerino possono essere
ricondotte all’inizio del dominio di Bouteflika, che è stato
caratterizzato dal monopolio dello stato sulle entrate delle risorse
naturali utilizzate per finanziare il sistema clientelare del governo volto a garantirne la stabilità.
Le autorità algerine hanno arrestato decine di attivisti del Mouvement pour la démocratie en Algérie dal settembre 2019. Molti rimangono tuttora detenuti con vaghe accuse.
Presi di mira anche i giornalisti che hanno documentato le proteste. I
rapporti della polizia negli archivi giudiziari mostrano che la Brigade de Recherche et Investigation,
ha monitorato le attività sui social media di alcuni leader del
movimento, presentandole come crimini elettronici ai danni della
sicurezza dello stato o dell’unità nazionale.
Sud Sudan – 2011
Le celebrazioni sono scoppiate a mezzanotte. Migliaia di manifestanti
si sono riversati nelle strade di Juba nelle prime ore del mattino,
issando enormi bandiere per festeggiare la nascita di una nuova Nazione.
Era il 9 luglio del 2011.
Dopo più di cinquant’anni di guerriglia e due milioni di vite perse,
la Repubblica del Sud-Sudan, il 54° stato dell’Africa, ha dunque
ufficialmente dichiarato la propria indipendenza.
Dalla metà degli anni ’50, anche prima che il Sudan si liberasse dal giogo coloniale, i sudanesi del sud cercavano maggiori diritti. La
lotta del Sud Sudan scoppiò in una vera e propria ribellione negli anni
’60, poi ripresa di nuovo negli anni ’80. Il governo sudanese rispose
brutalmente, bombardando villaggi e scatenando milizie arabe che
massacrarono civili e ridussero in schiavitù i minorenni.
I gruppi cristiani hanno storicamente difeso il Sud Sudan. Il governo
americano ha spinto i ribelli del sud e il governo centrale a firmare
un accordo di pace globale che garantisse ai meridionali il diritto alla
secessione.
Fonte
Una cronaca davvero molto parziale in alcuni dettagli specifici: da Mandela che non era affatto un pacifista a senso unico come viene dipinto dall'autrice e che abdicò troppo presto nei confronti della giustizia sociale senza cui la parità civile tra bianchi e neri in Sudafrica non si è di fatto ancora realizzata, all'epidemia di Ebola in cui si rimuove come l'occidente strumentalizzò l'emergenza per insediarsi militarmente nelle aree colpite dal contagio, la cui sconfittà si giovò in larga parte degli sforzi profusi a titolo puramente solidaristico da Cuba.
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/01/2020
18/04/2019
Sudan - Bashir in carcere, le proteste proseguono
L’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, deposto da un golpe militare
una settimana fa, è stato trasferito in una prigione di Khartoum,
Kobar, dopo una settimana di arresti domiciliari nel palazzo
presidenziale.
A renderlo noto è la famiglia. Che perde altri pezzi: ieri un portavoce del Consiglio militare, Shams Eldin Kabashi, ha fatto sapere che anche due fratelli del dittatore sono stati arrestati, nell’ambito di una campagna detentiva “contro i simboli del precedente regime”.
Nell’ultima settimana sono stati decine gli arresti delle personalità più in vista del vecchio regime, ma tuttora mancano numeri precisi. Sotto il controllo dell’esercito, aggiunge il portavoce, anche membri delle forze armate irregolari fedeli al partito di governo di Bashir.
Ma le proteste proseguono. I manifestanti, centinaia di migliaia in tutto il paese, in piazza dal 19 dicembre scorso, non intendono cedere: a gestire la transizione è al momento l’esercito che ha già imposto misure di militarizzazione del paese. La gente chiede un governo civile e il trasferimento dei poteri dal Consiglio militare a un nuovo esecutivo, ma per ora ha solo ottenuto la rimozione del coprifuoco notturno, il rimpasto dei servizi segreti e la riduzione dello stato di emergenza.
Ieri a scendere in strada nella capitale sono stati i medici e il personale sanitario: con i camici bianchi hanno marciato dal principale ospedale della città al luogo del sit-in permanente, di fronte al quartier generale dell’esercito, dove da settimane stazionano migliaia di persone dandosi il cambio e sfidando gas lacrimogeni e arresti. La paura, come dicono i manifestanti, è che “ci rubino la rivoluzione”. Nelle stesse ore a manifestare erano di nuovo i giornalisti che chiedono di passare la gestione dei media pubblici a loro rappresentanti indipendenti.
A placarsi sono intanto le ostilità negli Stati meridionali del Blue Nile e del South Kordofan: ad annunciare uno stop della lotta armata nelle due regioni fino al prossimo 31 luglio è il Sudan’s People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), tre mesi di tregua come atto di buona volontà a seguito della rimozione di Bashir. “Un gesto di buona volontà – ha detto Abdulaziz al-Hilu, il leader del movimento scissosi otto anni fa da quello di liberazione del Sud Sudan e che tuttora rivendica l’indipendenza da Khartoum – per dare un’occasione per l’immediato trasferimento del potere ai civili”.
Ma a muoversi sono anche i paesi vicini. Ieri il Sud Sudan, Stato nato nel 2011 ottenendo l’indipendenza da Khartoum e privandolo dei ricchi pozzi petroliferi che hanno in parte provocato la crisi economica che ha inizialmente scatenato le proteste, si dice pronto a fare da mediatore della crisi politica.
Il presidente sudsudanese, Salva Kirr, si è detto pronto a sostenere il popolo sudanese e le sue “aspirazioni democratiche” attraverso “una mediazione delle attuali negoziazioni tra i vari gruppi politici del Sudan”. Si fa avanti anche l’Uganda che si dice – parola del ministero degli esteri – potrebbe garantire asilo politico a Bashir, visto il ruolo svolto dal dittatore nel mediare l’accordo di pace tra governo ugandese e Sud Sudan.
E non poteva mancare il generale golpista Abdel Fattah al-Sisi, rapidissimo nello scaricare Bashir e a dichiarare il proprio sostegno alla giunta militare. Il presidente egiziano, martedì, ha chiamato al-Burhan, capo del Consiglio militare, per offrire il supporto del Cairo nella transizione.
Infine gli Stati Uniti. Washington sarebbe pronto a rimuovere Khartoum dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo, dice il dipartimento di Stato senza aspettare di vedere se quello che la Casa Bianca definisce “un cambiamento significativo” sia effettivamente rispettoso del volere del popolo del Sudan. Non stupisce: gli Stati Uniti stavano già valutando la decisione con Bashir, criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale, ancora al potere.
Fonte
A renderlo noto è la famiglia. Che perde altri pezzi: ieri un portavoce del Consiglio militare, Shams Eldin Kabashi, ha fatto sapere che anche due fratelli del dittatore sono stati arrestati, nell’ambito di una campagna detentiva “contro i simboli del precedente regime”.
Nell’ultima settimana sono stati decine gli arresti delle personalità più in vista del vecchio regime, ma tuttora mancano numeri precisi. Sotto il controllo dell’esercito, aggiunge il portavoce, anche membri delle forze armate irregolari fedeli al partito di governo di Bashir.
Ma le proteste proseguono. I manifestanti, centinaia di migliaia in tutto il paese, in piazza dal 19 dicembre scorso, non intendono cedere: a gestire la transizione è al momento l’esercito che ha già imposto misure di militarizzazione del paese. La gente chiede un governo civile e il trasferimento dei poteri dal Consiglio militare a un nuovo esecutivo, ma per ora ha solo ottenuto la rimozione del coprifuoco notturno, il rimpasto dei servizi segreti e la riduzione dello stato di emergenza.
Ieri a scendere in strada nella capitale sono stati i medici e il personale sanitario: con i camici bianchi hanno marciato dal principale ospedale della città al luogo del sit-in permanente, di fronte al quartier generale dell’esercito, dove da settimane stazionano migliaia di persone dandosi il cambio e sfidando gas lacrimogeni e arresti. La paura, come dicono i manifestanti, è che “ci rubino la rivoluzione”. Nelle stesse ore a manifestare erano di nuovo i giornalisti che chiedono di passare la gestione dei media pubblici a loro rappresentanti indipendenti.
A placarsi sono intanto le ostilità negli Stati meridionali del Blue Nile e del South Kordofan: ad annunciare uno stop della lotta armata nelle due regioni fino al prossimo 31 luglio è il Sudan’s People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), tre mesi di tregua come atto di buona volontà a seguito della rimozione di Bashir. “Un gesto di buona volontà – ha detto Abdulaziz al-Hilu, il leader del movimento scissosi otto anni fa da quello di liberazione del Sud Sudan e che tuttora rivendica l’indipendenza da Khartoum – per dare un’occasione per l’immediato trasferimento del potere ai civili”.
Ma a muoversi sono anche i paesi vicini. Ieri il Sud Sudan, Stato nato nel 2011 ottenendo l’indipendenza da Khartoum e privandolo dei ricchi pozzi petroliferi che hanno in parte provocato la crisi economica che ha inizialmente scatenato le proteste, si dice pronto a fare da mediatore della crisi politica.
Il presidente sudsudanese, Salva Kirr, si è detto pronto a sostenere il popolo sudanese e le sue “aspirazioni democratiche” attraverso “una mediazione delle attuali negoziazioni tra i vari gruppi politici del Sudan”. Si fa avanti anche l’Uganda che si dice – parola del ministero degli esteri – potrebbe garantire asilo politico a Bashir, visto il ruolo svolto dal dittatore nel mediare l’accordo di pace tra governo ugandese e Sud Sudan.
E non poteva mancare il generale golpista Abdel Fattah al-Sisi, rapidissimo nello scaricare Bashir e a dichiarare il proprio sostegno alla giunta militare. Il presidente egiziano, martedì, ha chiamato al-Burhan, capo del Consiglio militare, per offrire il supporto del Cairo nella transizione.
Infine gli Stati Uniti. Washington sarebbe pronto a rimuovere Khartoum dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo, dice il dipartimento di Stato senza aspettare di vedere se quello che la Casa Bianca definisce “un cambiamento significativo” sia effettivamente rispettoso del volere del popolo del Sudan. Non stupisce: gli Stati Uniti stavano già valutando la decisione con Bashir, criminale di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale, ancora al potere.
Fonte
16/09/2018
Una linea irregolare nella sabbia del Sahel
All’inizio tutto è solo sabbia. La linea arriva subito dopo da mano divina per delimitare lo spazio e l’identità delle sue creature. Il solco si trasforma in ferita per l’uccisione di un fratello ad opera del fratello. Caino e Abele firmano sulla sabbia la prima frontiera conosciuta. Da allora in poi una linea nella sabbia accompagna l’umana avventura fino ai nostri giorni. Quella che attraversa il mondo non è che una continuazione delle precedenti. Linee tracciate per generazioni tra guerre, armistizi, piste carovaniere per schiavi, concubine e mercanzie. Su queste linee sono passate, spesso assieme agli eserciti, idee, culture, navi e religioni. Le nostre invece no. Nel Sahel abbiamo innumerevoli linee nella sabbia che si cancellano dopo averle create. Se ne fanno di nuove ogni giorno che passa. Sono linee irregolari tracciate da pneumatici di fuoristrada che assomigliano al primo solco. Sono solo i nomi e il numero dei fratelli che hanno cambiato.
Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa al sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.
Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilato dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo il Niger dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che la unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Chad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio ad uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continui a girare dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.
Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi ad entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credete, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.
Niamey, settembre 2018
Fonte
Alcune linee arrivano a destinazione. Partono da una riva, proprio ciò che il nome Sahel significa, per raggiungerne un’altra. Da lì, come per magia, la linea si getta nel mare e diventa una scia, una cometa, un gorgoglio, un’onda come le altre. Le linee nella sabbia e le linee nel mare si cancellano entrambe dopo essersi faticosamente inseguite. Non risultano registrate da nessuna parte. Si trovano invece nelle punteggiature colorate delle cartine dei movimenti delle migrazioni irregolari in Africa al sud di Lampedusa. Sono talvolta stimate dalle Agenzie specializzate nelle statistiche del nulla, che prosperano come mai nelle nostre zone. Altre invece no. Non arrivano da nessuna parte perché si perdono prima. Devono scappare, nascondersi, evitare trappole e controlli di milizie pagate per fermarne il tracciato. Sono linee interrotte nel deserto di pietra e di sabbia. Quando due di queste linee si congiungono perdendosi formano in genere una croce di sabbia.
Una linea nella sabbia della povertà unisce tra loro i paesi nei bassifondi della classifica dell’umano sviluppo. Stilato dall’apposito Ufficio delle Nazioni Unite ne conferma il tracciato. Ultimo il Niger dove una linea di sabbia diventa strada di laterite tra le foreste che la unisce al Centrafrica distrutto dalla guerra. Sale al Sudan del Sud che, ultimo nato tra i Paesi del globo, ha la sfortuna di possedere petrolio in quantità. Proprio come il Chad che cambia la linea nella sabbia in condotti per esportare il petrolio ad uso cinese controllato e garantito. Il tracciato termina nel Burundi, quint’ultimo della classifica, che gioca coi fantasmi del passato per paura del presente. Linee irregolari, clandestine, inaffidabili e inaccettabili per chi vorrebbe che il mondo continui a girare dalla stessa parte, l’unica giusta per loro. Le linee perse nella sabbia sono una delle ultime occasioni per cambiare la direzione delle stagioni della storia. Seguendole passo a passo si arriva da noi.
Siamo diversi da voi. Non facciamo ponti levatoi, palizzate o muri di mattoni. Non scaviamo fossati o trincee dietro le quali barricarci per paura dei barbari. Facciamo a meno dei vostri permessi di soggiorno temporaneo a chi vi offre garanzie di tranquillità. Ripudiamo i vostri trattati e le alleanze rinnovabili a vostro piacimento. Non ci illudono le vostre promesse di solidarietà umanitaria e neppure i vostri discorsi sui diritti umani. Vendete armi ad entrambi i belligeranti e poi li fate sedere al tavolo di pace da voi presieduto. Credete, siamo diversi da voi. Ci limitiamo a scrivere sulla sabbia e a tracciare una linea che il vento cancella al suo passaggio. Su questa linea inesistente fabbricate reticolati e piazzate sensori pronti a ringhiare come cani addestrati alla caccia di stranieri. Formate addetti per i controlli di una frontiera che avete deciso di costruire per dare lavoro alle vostre imprese coloniali. Date soldi ai nostri politici perché allontanino ogni traccia possibile della linea scavata nella sabbia. Non vi siete accorti che dalla linea di sabbia hanno incominciato a nascere alberi e fiori.
Niamey, settembre 2018
Fonte
15/12/2016
Sud Sudan - La guera civile piega il paese
di Federica Iezzi
Più volte paragonata al genocidio del Rwanda, la violenza etnica in Sud Sudan orchestrata dal governo di Salva Kiir sta raggiungendo cifre vertiginose.
Nel terzo anniversario della guerra civile nel Paese più giovane del mondo, non è più sufficiente l’enorme dispiegamento delle unità di protezione ONU per separare le parti in guerra.
La violenza è scoppiata nel dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice-presidente, Riek Machar, di essere a capo di un colpo di stato. Il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 a seguito di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi avvenuti in Africa.
Le tensioni etniche hanno fatto saltare in aria istituzioni deboli e inesistente identità nazionale. Le tribù più popolose del paese, i Dinka e i Nuer, avrebbero dovuto condividere il potere nel nuovo governo. Ma l’estrema povertà e la mancanza di istituzioni ha relegato il Paese nella morsa di una guerra etnica.
Decine di migliaia i civili che hanno perso la vita nei combattimenti. Secondo i dati OCHA più di un milione di persone ha lasciato il Paese e sono più di un milione e mezzo i rifugiati interni. Il Programma Alimentare Mondiale stima che almeno 3,6 milioni di persone hanno necessità di assistenza alimentare.
Le minacce di violenza hanno avuto solo una debole riduzione quando i leader locali sono intervenuti per fermare le continue espressioni di odio.
L’Ufficio del Consigliere Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio, ha sottolineato l’importanza in questo delicato momento di imporre un embargo sulle armi. “Il genocidio” afferma, “E’ un processo che si instaura in un lasso di tempo medio-lungo, e proprio per questo può essere evitato. Ci sono passi che possono essere adottati, prima di arrivare vicini alla catastrofe”.
Solo nello scorso mese di luglio, a seguito di un aumento della violenza nella capitale Juba, altre 4.000 unità sudanesi facenti parte della missione dell’ONU in Sud Sudan (MINUSS) erano state reclutate per la protezione dei civili. Obiettivo mancato, visto che il governo sudanese ha accettato solo il dispiegamento di truppe straniere sul suo territorio.
Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi.
L’economia schiacciata del Paese ha il più alto tasso di inflazione del mondo, arrivato a sfiorare più dell’800% nello scorso mese di ottobre.
I servizi sanitari continuano il lento processo di deterioramento, la crisi idrica nazionale è in crescita, il settore agricolo è in declino e i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo. La repressione è l’unico strumento di sopravvivenza per il regime nazionale.
Fonte
Più volte paragonata al genocidio del Rwanda, la violenza etnica in Sud Sudan orchestrata dal governo di Salva Kiir sta raggiungendo cifre vertiginose.
Nel terzo anniversario della guerra civile nel Paese più giovane del mondo, non è più sufficiente l’enorme dispiegamento delle unità di protezione ONU per separare le parti in guerra.
La violenza è scoppiata nel dicembre 2013, quando il presidente Salva Kiir ha accusato il suo vice-presidente, Riek Machar, di essere a capo di un colpo di stato. Il Paese aveva ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011 a seguito di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi avvenuti in Africa.
Le tensioni etniche hanno fatto saltare in aria istituzioni deboli e inesistente identità nazionale. Le tribù più popolose del paese, i Dinka e i Nuer, avrebbero dovuto condividere il potere nel nuovo governo. Ma l’estrema povertà e la mancanza di istituzioni ha relegato il Paese nella morsa di una guerra etnica.
Decine di migliaia i civili che hanno perso la vita nei combattimenti. Secondo i dati OCHA più di un milione di persone ha lasciato il Paese e sono più di un milione e mezzo i rifugiati interni. Il Programma Alimentare Mondiale stima che almeno 3,6 milioni di persone hanno necessità di assistenza alimentare.
Le minacce di violenza hanno avuto solo una debole riduzione quando i leader locali sono intervenuti per fermare le continue espressioni di odio.
L’Ufficio del Consigliere Speciale delle Nazioni Unite sulla Prevenzione del Genocidio, ha sottolineato l’importanza in questo delicato momento di imporre un embargo sulle armi. “Il genocidio” afferma, “E’ un processo che si instaura in un lasso di tempo medio-lungo, e proprio per questo può essere evitato. Ci sono passi che possono essere adottati, prima di arrivare vicini alla catastrofe”.
Solo nello scorso mese di luglio, a seguito di un aumento della violenza nella capitale Juba, altre 4.000 unità sudanesi facenti parte della missione dell’ONU in Sud Sudan (MINUSS) erano state reclutate per la protezione dei civili. Obiettivo mancato, visto che il governo sudanese ha accettato solo il dispiegamento di truppe straniere sul suo territorio.
Il costante processo di pulizia etnica in corso in diverse aree del Sud Sudan tra le 64 diverse tribù che abitano il Paese, annovera fame, stupri di gruppo e incendi di villaggi.
L’economia schiacciata del Paese ha il più alto tasso di inflazione del mondo, arrivato a sfiorare più dell’800% nello scorso mese di ottobre.
I servizi sanitari continuano il lento processo di deterioramento, la crisi idrica nazionale è in crescita, il settore agricolo è in declino e i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo. La repressione è l’unico strumento di sopravvivenza per il regime nazionale.
Fonte
07/08/2016
Africa - Emergenza Sud Sudan
di Federica Iezzi
Ancora violenza in Sud Sudan. Violenza inaudita esplosa negli stessi giorni in cui il Paese si apprestava a festeggiare il quinto anniversario dell’indipendenza. Alier solo due anni continua a gridare senza sosta durante la medicazione al braccio ferito da un proiettile. Siamo nella clinica all’aperto, allestita ai piedi della cattedrale di Santa Teresa, al centro della capitale Juba.
Con carenza di personale, mancanza di risorse, tra cui elettricità e acqua corrente, gli ospedali sud sudanesi sono al limite della sopravvivenza. La guerra civile che imperversa nel Paese è legata ai disordini etnici tra la maggioranza Dinka e il popolo Nuer, iniziati nel dicembre del 2013. Da allora ha ucciso decine di migliaia di persone, ha creato tre milioni di sfollati e quattro milioni di denutriti. Una fragile tregua si è affacciata nella vita del Sud Sudan con un falso accordo di pace firmato lo scorso agosto. Mai guarita la rivalità tra il clan del presidente Salva Kiir e quello del suo vice Rieck Machar, appoggiato da Khartoum.
Una raffica di proiettili ha lasciato nel Paese in queste ultime settimane più di 270 cadaveri ma, secondo le prime stime delle Nazioni Unite, le perdite potrebbero essere maggiori. Quasi 52mila nuovi rifugiati hanno raggiunto nell’ultimo mese il confinante Uganda, che ha già ridotto le pratiche di autorizzazione di asilo.
Il dramma degli sfollati
Fori di proiettili, vetri fracassati, calcestruzzo macchiato di sangue. Più di 36.000 profughi riversati nelle strade di Juba e almeno 7.000 accolti nella base Tomping delle Nazioni Unite. I camion d’acqua non sono in grado di fornire i carichi giornalieri necessari. Saccheggiati i magazzini del Programma Alimentare Mondiale. È così che si sveglia ogni giorno Juba.
A Malakal, nel sud, la situazione non è differente dal resto del Paese. Nyandeng, solo 17 anni e già mamma di due figli, ci racconta che tutte le strade sono perpetuamente pattugliate dai soldati governativi del Sudan People’s Liberation Army (Spla), partito politico separatista, fondato in Sudan negli anni ’80, come gruppo armato per l’indipendenza del Sudan del Sud.
Almeno 17.000 rifugiati vivono in circa 45 acri di terra cotta dal sole. Un muro di cinta di filo spinato avvolge gli alloggi ricavati da lenzuola e coperte. Si dividono gli spazi con i serbatoi d’acqua e le latrine. Il tutto pattugliato dalle forze di pace Unmiss (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan). Ad abitare il campo sono principalmente civili della tribù Nuer, stessa etnia di Riek Machar. Al di fuori della recinzione i Dinka di Salva Kiir.
I soldati di Kiir
«Il governo ha sempre negato che i Nuer sono stati presi di mira per attacchi di vendetta», ci dice Mabior, un uomo di forse 40 anni che ne dimostra almeno 60 «Ma nelle strade i poliziotti ti chiedono in lingua dinka, se sei un dinka». E chi non è dinka? Picchiati con il calcio dei fucili, bendati e costretti a salire su grossi camion in direzione della più vicina stazione di polizia.
«I soldati di Kiir entrano di notte nelle case dei Nuer», continua Mabior. «Ci hanno rubato tutto. Le case, i vestiti, le storie, le vite. Io vivevo nel quartiere di Gudele, a Juba. Poco più di due settimane fa un commando di soldati ha buttato giù la porta della nostra casa mentre dormivamo. L’aria era riempita da colpi di pistola e urla e le torce luminose trafiggevano il buio pesto della notte. Alcune capanne erano state già date alle fiamme e il fumo nero riempiva i polmoni. Da allora le nostre vite sono diventate un inferno». Mabior, con moglie e cinque figli, è stato buttato nel campo rifugiati di Ajuong Thok, non molto lontano dalla città di Bentiu, nella parte settentrionale del Sud Sudan. «Le forniture di cibo e acqua delle Nazioni Unite non sempre raggiungono tutti», ci spiega mentre il sole tramonta e l’ultima luce del giorno svanisce.
Oggi la famiglia di Mabior vive in una capanna di forma quadrata. I figli aiutano nelle faccende quotidiane e si prendono cura degli anziani del campo, come fanno centinaia di altri bambini. La moglie cucina le razioni di cibo distribuite dal Programma Alimentare Mondiale: frittelle di farina, riso, fagioli. Ci dice: «Dipendiamo da altre persone per tutto e non si sa mai cosa sta per accadere».
La polvere è ovunque. I canti riempiono l’aria e commuove la condivisione della musica, a dispetto delle cose orribili che tutti sono stati costretti ad attraversare. Sulle strade sterrate rosse del mercato in Ajuong Thok, non mancano racconti attorno ad un infuso con zenzero, cardamomo e cannella.
Tra i banchi di scuola
L’unica scuola si trova nel vicino campo profughi di Yida. La mattina presto, più di 2.000 studenti si riversano nella scuola elementare Yousif Kuwa. Tra questi c’è Anna, la figlia di Mabior «Voglio diventare un dottore da grande ma se non studio come faccio?», ci fa vedere i suoi disegni del corpo umano ricopiati da vecchi libri. «Ci sono tante malattie e non si può perdere tempo, bisogna studiarle tutte e capire se ne arriveranno altre». Ha appena 10 anni.
La scuola ha preso il nome da un famoso comandante del movimento ribelle Spla, che ora controlla ampie fasce dei monti Nuba e combatte le forze del governo di Khartoum. Per questo, secondo il presidente sudanese al-Bashir, rappresenterebbe una sicura base dei ribelli e per questo lo stesso presidente spinge la Comunità Internazionale allo smantellamento, alla chiusura e all’abbandono dei suoi 70.000 residenti.
Gli insegnanti a Yousif Kuwa sono volontari. Gli studenti ogni mattina portano lattine vuote di olio di mais che utilizzano come sedie, tra teli e bastoni. Anna ci racconta che è difficile seguire le lezioni, i maestri sono troppo pochi. E spesso sono semplicemente ragazzi che hanno iniziato e poi abbandonato l’università. Migliaia di persone continuano a spostarsi e a fuggire dalle battaglie tribali di una Nazione che non trova pace. Nonostante un cessate il fuoco temporaneo che sembra tenere, molti sono ancora troppo spaventati per tornare a casa.
Achan, madre di tre ragazzini, ha lasciato la sua casa dopo vetri distrutti da colpi di arma da fuoco e spari nel cortile. Teme di rientrare nella casa dove è nata e vissuta «Adesso sanno che lì vivono Nuer. Sanno i nostri nomi». Achan mentre fa mangiare il più piccolo dei suoi figli, Gatbel, ci racconta di spari e urla, dell’obbligo di abbandonare le proprie case, di soldati con divise e scarponi che ti spingevano fuori dai quartieri residenziali. Achan e la sua famiglia sono tra i più di 2,4 milioni di sud sudanesi senza casa a causa di guerra, fame o povertà.
«Ormai crescere in campi come questo è diventato un modo di vita in Sud Sudan», dice Achan. Gatbel segue un programma gestito dalla Croce Rossa Internazionale per la malnutrizione, nell’unico ospedale da campo dell’area. Il pavimento è sporco, pochi farmaci, pochi strumenti, poco personale. Anemie e polmoniti sono le conseguenze più disastrose della malnutrizione.
Manca il cibo
Dall’inizio dell’anno, più di 100.000 bambini sono stati trattati per malnutrizione grave, soprattutto nelle regioni di Equatoria Orientale e Bahr el-Ghazal occidentale, dato in aumento del 150% rispetto al 2014. Secondo Fao, Unicef e Programma Alimentare Mondiale, almeno 4,8 milioni di persone in Sud Sudan, oltre un terzo della popolazione, si troverà ad affrontare gravi carenze alimentari nei prossimi mesi: «Mancano le infrastrutture. Istruzione, sanità e servizi sociali sono scadenti». Gli effetti della guerra sulle zone di scontri sono chiari: villaggi svuotati, campi abbandonati, scuole e cliniche bombardate.
Achan torna a raccontare e si sofferma su come vivevano prima degli ultimi scontri: «Avevamo un pezzetto di terra, così abbiamo provato a seminare mais, sorgo e arachidi. È arrivata la pioggia e i raccolti sono stati buoni. Abbiamo mangiato nonostante non ci fosse lavoro». Ci confessa che non sarebbe mai scappata dalla sua casa per la fame, avrebbe trovato un modo per andare avanti. Ma per la guerra sì, è scappata. Più di 125.000 civili come lei, hanno lasciato il Sud Sudan nei primi quattro mesi del 2016 per Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.
Il padre di Achan, ci racconta lei «era in cura nel Juba Teaching Hospital per un problema renale cronico». Era diventato troppo pericoloso per lui fare ogni mese un viaggio di cinque giorni dal suo villaggio, così è stato obbligato a interrompere le terapie. «Il Sud Sudan sta diventando una crisi dimenticata».
Fonte
Ancora violenza in Sud Sudan. Violenza inaudita esplosa negli stessi giorni in cui il Paese si apprestava a festeggiare il quinto anniversario dell’indipendenza. Alier solo due anni continua a gridare senza sosta durante la medicazione al braccio ferito da un proiettile. Siamo nella clinica all’aperto, allestita ai piedi della cattedrale di Santa Teresa, al centro della capitale Juba.
Con carenza di personale, mancanza di risorse, tra cui elettricità e acqua corrente, gli ospedali sud sudanesi sono al limite della sopravvivenza. La guerra civile che imperversa nel Paese è legata ai disordini etnici tra la maggioranza Dinka e il popolo Nuer, iniziati nel dicembre del 2013. Da allora ha ucciso decine di migliaia di persone, ha creato tre milioni di sfollati e quattro milioni di denutriti. Una fragile tregua si è affacciata nella vita del Sud Sudan con un falso accordo di pace firmato lo scorso agosto. Mai guarita la rivalità tra il clan del presidente Salva Kiir e quello del suo vice Rieck Machar, appoggiato da Khartoum.
Una raffica di proiettili ha lasciato nel Paese in queste ultime settimane più di 270 cadaveri ma, secondo le prime stime delle Nazioni Unite, le perdite potrebbero essere maggiori. Quasi 52mila nuovi rifugiati hanno raggiunto nell’ultimo mese il confinante Uganda, che ha già ridotto le pratiche di autorizzazione di asilo.
Il dramma degli sfollati
Fori di proiettili, vetri fracassati, calcestruzzo macchiato di sangue. Più di 36.000 profughi riversati nelle strade di Juba e almeno 7.000 accolti nella base Tomping delle Nazioni Unite. I camion d’acqua non sono in grado di fornire i carichi giornalieri necessari. Saccheggiati i magazzini del Programma Alimentare Mondiale. È così che si sveglia ogni giorno Juba.
A Malakal, nel sud, la situazione non è differente dal resto del Paese. Nyandeng, solo 17 anni e già mamma di due figli, ci racconta che tutte le strade sono perpetuamente pattugliate dai soldati governativi del Sudan People’s Liberation Army (Spla), partito politico separatista, fondato in Sudan negli anni ’80, come gruppo armato per l’indipendenza del Sudan del Sud.
Almeno 17.000 rifugiati vivono in circa 45 acri di terra cotta dal sole. Un muro di cinta di filo spinato avvolge gli alloggi ricavati da lenzuola e coperte. Si dividono gli spazi con i serbatoi d’acqua e le latrine. Il tutto pattugliato dalle forze di pace Unmiss (Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan). Ad abitare il campo sono principalmente civili della tribù Nuer, stessa etnia di Riek Machar. Al di fuori della recinzione i Dinka di Salva Kiir.
I soldati di Kiir
«Il governo ha sempre negato che i Nuer sono stati presi di mira per attacchi di vendetta», ci dice Mabior, un uomo di forse 40 anni che ne dimostra almeno 60 «Ma nelle strade i poliziotti ti chiedono in lingua dinka, se sei un dinka». E chi non è dinka? Picchiati con il calcio dei fucili, bendati e costretti a salire su grossi camion in direzione della più vicina stazione di polizia.
«I soldati di Kiir entrano di notte nelle case dei Nuer», continua Mabior. «Ci hanno rubato tutto. Le case, i vestiti, le storie, le vite. Io vivevo nel quartiere di Gudele, a Juba. Poco più di due settimane fa un commando di soldati ha buttato giù la porta della nostra casa mentre dormivamo. L’aria era riempita da colpi di pistola e urla e le torce luminose trafiggevano il buio pesto della notte. Alcune capanne erano state già date alle fiamme e il fumo nero riempiva i polmoni. Da allora le nostre vite sono diventate un inferno». Mabior, con moglie e cinque figli, è stato buttato nel campo rifugiati di Ajuong Thok, non molto lontano dalla città di Bentiu, nella parte settentrionale del Sud Sudan. «Le forniture di cibo e acqua delle Nazioni Unite non sempre raggiungono tutti», ci spiega mentre il sole tramonta e l’ultima luce del giorno svanisce.
Oggi la famiglia di Mabior vive in una capanna di forma quadrata. I figli aiutano nelle faccende quotidiane e si prendono cura degli anziani del campo, come fanno centinaia di altri bambini. La moglie cucina le razioni di cibo distribuite dal Programma Alimentare Mondiale: frittelle di farina, riso, fagioli. Ci dice: «Dipendiamo da altre persone per tutto e non si sa mai cosa sta per accadere».
La polvere è ovunque. I canti riempiono l’aria e commuove la condivisione della musica, a dispetto delle cose orribili che tutti sono stati costretti ad attraversare. Sulle strade sterrate rosse del mercato in Ajuong Thok, non mancano racconti attorno ad un infuso con zenzero, cardamomo e cannella.
Tra i banchi di scuola
L’unica scuola si trova nel vicino campo profughi di Yida. La mattina presto, più di 2.000 studenti si riversano nella scuola elementare Yousif Kuwa. Tra questi c’è Anna, la figlia di Mabior «Voglio diventare un dottore da grande ma se non studio come faccio?», ci fa vedere i suoi disegni del corpo umano ricopiati da vecchi libri. «Ci sono tante malattie e non si può perdere tempo, bisogna studiarle tutte e capire se ne arriveranno altre». Ha appena 10 anni.
La scuola ha preso il nome da un famoso comandante del movimento ribelle Spla, che ora controlla ampie fasce dei monti Nuba e combatte le forze del governo di Khartoum. Per questo, secondo il presidente sudanese al-Bashir, rappresenterebbe una sicura base dei ribelli e per questo lo stesso presidente spinge la Comunità Internazionale allo smantellamento, alla chiusura e all’abbandono dei suoi 70.000 residenti.
Gli insegnanti a Yousif Kuwa sono volontari. Gli studenti ogni mattina portano lattine vuote di olio di mais che utilizzano come sedie, tra teli e bastoni. Anna ci racconta che è difficile seguire le lezioni, i maestri sono troppo pochi. E spesso sono semplicemente ragazzi che hanno iniziato e poi abbandonato l’università. Migliaia di persone continuano a spostarsi e a fuggire dalle battaglie tribali di una Nazione che non trova pace. Nonostante un cessate il fuoco temporaneo che sembra tenere, molti sono ancora troppo spaventati per tornare a casa.
Achan, madre di tre ragazzini, ha lasciato la sua casa dopo vetri distrutti da colpi di arma da fuoco e spari nel cortile. Teme di rientrare nella casa dove è nata e vissuta «Adesso sanno che lì vivono Nuer. Sanno i nostri nomi». Achan mentre fa mangiare il più piccolo dei suoi figli, Gatbel, ci racconta di spari e urla, dell’obbligo di abbandonare le proprie case, di soldati con divise e scarponi che ti spingevano fuori dai quartieri residenziali. Achan e la sua famiglia sono tra i più di 2,4 milioni di sud sudanesi senza casa a causa di guerra, fame o povertà.
«Ormai crescere in campi come questo è diventato un modo di vita in Sud Sudan», dice Achan. Gatbel segue un programma gestito dalla Croce Rossa Internazionale per la malnutrizione, nell’unico ospedale da campo dell’area. Il pavimento è sporco, pochi farmaci, pochi strumenti, poco personale. Anemie e polmoniti sono le conseguenze più disastrose della malnutrizione.
Manca il cibo
Dall’inizio dell’anno, più di 100.000 bambini sono stati trattati per malnutrizione grave, soprattutto nelle regioni di Equatoria Orientale e Bahr el-Ghazal occidentale, dato in aumento del 150% rispetto al 2014. Secondo Fao, Unicef e Programma Alimentare Mondiale, almeno 4,8 milioni di persone in Sud Sudan, oltre un terzo della popolazione, si troverà ad affrontare gravi carenze alimentari nei prossimi mesi: «Mancano le infrastrutture. Istruzione, sanità e servizi sociali sono scadenti». Gli effetti della guerra sulle zone di scontri sono chiari: villaggi svuotati, campi abbandonati, scuole e cliniche bombardate.
Achan torna a raccontare e si sofferma su come vivevano prima degli ultimi scontri: «Avevamo un pezzetto di terra, così abbiamo provato a seminare mais, sorgo e arachidi. È arrivata la pioggia e i raccolti sono stati buoni. Abbiamo mangiato nonostante non ci fosse lavoro». Ci confessa che non sarebbe mai scappata dalla sua casa per la fame, avrebbe trovato un modo per andare avanti. Ma per la guerra sì, è scappata. Più di 125.000 civili come lei, hanno lasciato il Sud Sudan nei primi quattro mesi del 2016 per Sudan, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Uganda.
Il padre di Achan, ci racconta lei «era in cura nel Juba Teaching Hospital per un problema renale cronico». Era diventato troppo pericoloso per lui fare ogni mese un viaggio di cinque giorni dal suo villaggio, così è stato obbligato a interrompere le terapie. «Il Sud Sudan sta diventando una crisi dimenticata».
Fonte
13/07/2016
Sud Sudan - Torna l'incubo della guerra civile
di Rita Plantera
Dall’8 luglio scorso – a ridosso del quinto anniversario di indipendenza e in violazione di fragili accordi di pace – a Juba è l’inferno conclamato, scandito dall’eco dei colpi di mortaio, lanciagranate, elicotteri da combattimento, carri armati e delle armi d’assalto pesanti. Uno scenario che acuisce i timori sulle possibilità che una nuova guerra civile possa travolgere il Sud Sudan già devastato da una grave crisi economica e umanitaria.
Le difficoltà nelle comunicazioni, le piogge torrenziali e la violenza dei combattimenti scoppiati tra i soldati governativi fedeli al presidente Salva Kiir e i ribelli che sostengono il suo vice Riek Machar rendono più difficile la situazione di migliaia di civili già afflitti da abusi e violenze. Mentre scriviamo non vi sono ancora bilanci ufficiali ma secondo alcune fonti del ministero della sanità 272 persone, tra cui 33 civili e due caschi blu cinesi sarebbero stati uccisi solo nella giornata di venerdì.
Sebbene non siano del tutto chiare le ragioni alla base di tale escalation di violenze, pare che a innescarla sia stata una sparatoria – dopo discussioni a un posto di blocco – tra soldati rivali nella notte di giovedì in cui ne sarebbero morti cinque. Un episodio che ha fatto degenerare una situazione contingente e contribuito a far implodere tensioni già alte da aprile, quando Machar è tornato a Juba e si è reinsediato come vicepresidente in un governo di unità nazionale guidato da Kiir, nel rispetto degli accordi di pace ma in mancanza dell’appoggio concreto e di fiducia reciproca tra i due leader. E alla luce del fallimento di quegli accordi laddove tanto Kiir quanto Machar non hanno dimostrato la volontà di implementarne almeno i punti chiave tra cui la smobilitazione delle rispettive forze e la promozione della loro integrazione.
Gli scontri sono continuati ieri nonostante l’appello dei due leader politici al cessate il fuoco e la dichiarazione votata all’unanimità con cui domenica il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto l’immediata cessazione delle violenze e condannato ogni attacco alle basi Onu dove, a Jebel, hanno trovato temporaneamente rifugio circa 30.000 civili. Cinque anni fa, a luglio 2011, il Sud Sudan si è reso indipendente dopo che a gennaio dello stesso anno la stragrande maggioranza dei sud sudanesi si era espressa per la secessione dal Sudan. Nasceva il più giovane stato del mondo che dal Sudan ha ereditato sia le ricchezze petrolifere sia le tensioni etniche. Se da un lato il Sud Sudan si è da subito trovato a fronteggiare relazioni ostili con il Sudan (per contenziosi legati alla gestione dei flussi di petrolio attraverso gli oleodotti sudanesi verso il Mar Rosso) dall’altro nel giro di pochi anni è stato travolto da una guerra civile scoppiata a dicembre del 2013 che secondo l’Onu ha fatto circa 50.000 morti e più di 2,2 milioni di rifugiati e sfollati.
Ad agosto 2015 dopo mesi di negoziati ospitati dall’Etiopia, e diversi accordi di cessate il fuoco non rispettati, il presidente Salva Kiir ha firmato un accordo di pace per porre fine a quasi 2 anni di guerra civile. Un accordo «mediocre», dirà Kiir durante la cerimonia, firmato con «serie riserve» e sotto la minaccia di nuove sanzioni internazionali e di un embargo sulle armi.
Un accordo che secondo Kiir poteva ritorcersi contro la regione. Preoccupazioni che il presidente ha meglio esplicitato dichiarando in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera che quell’accordo «non era stato fatto per essere implementato».
Parole che ora alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni suonano premonitrici. L’accordo prevedeva la smilitarizzazione della capitale rimasta sotto il controllo del governo; il controllo bipartisan sulle aree petrolifere del paese; il ritorno di Machar come vice presidente.
Fonte
Dall’8 luglio scorso – a ridosso del quinto anniversario di indipendenza e in violazione di fragili accordi di pace – a Juba è l’inferno conclamato, scandito dall’eco dei colpi di mortaio, lanciagranate, elicotteri da combattimento, carri armati e delle armi d’assalto pesanti. Uno scenario che acuisce i timori sulle possibilità che una nuova guerra civile possa travolgere il Sud Sudan già devastato da una grave crisi economica e umanitaria.
Le difficoltà nelle comunicazioni, le piogge torrenziali e la violenza dei combattimenti scoppiati tra i soldati governativi fedeli al presidente Salva Kiir e i ribelli che sostengono il suo vice Riek Machar rendono più difficile la situazione di migliaia di civili già afflitti da abusi e violenze. Mentre scriviamo non vi sono ancora bilanci ufficiali ma secondo alcune fonti del ministero della sanità 272 persone, tra cui 33 civili e due caschi blu cinesi sarebbero stati uccisi solo nella giornata di venerdì.
Sebbene non siano del tutto chiare le ragioni alla base di tale escalation di violenze, pare che a innescarla sia stata una sparatoria – dopo discussioni a un posto di blocco – tra soldati rivali nella notte di giovedì in cui ne sarebbero morti cinque. Un episodio che ha fatto degenerare una situazione contingente e contribuito a far implodere tensioni già alte da aprile, quando Machar è tornato a Juba e si è reinsediato come vicepresidente in un governo di unità nazionale guidato da Kiir, nel rispetto degli accordi di pace ma in mancanza dell’appoggio concreto e di fiducia reciproca tra i due leader. E alla luce del fallimento di quegli accordi laddove tanto Kiir quanto Machar non hanno dimostrato la volontà di implementarne almeno i punti chiave tra cui la smobilitazione delle rispettive forze e la promozione della loro integrazione.
Gli scontri sono continuati ieri nonostante l’appello dei due leader politici al cessate il fuoco e la dichiarazione votata all’unanimità con cui domenica il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto l’immediata cessazione delle violenze e condannato ogni attacco alle basi Onu dove, a Jebel, hanno trovato temporaneamente rifugio circa 30.000 civili. Cinque anni fa, a luglio 2011, il Sud Sudan si è reso indipendente dopo che a gennaio dello stesso anno la stragrande maggioranza dei sud sudanesi si era espressa per la secessione dal Sudan. Nasceva il più giovane stato del mondo che dal Sudan ha ereditato sia le ricchezze petrolifere sia le tensioni etniche. Se da un lato il Sud Sudan si è da subito trovato a fronteggiare relazioni ostili con il Sudan (per contenziosi legati alla gestione dei flussi di petrolio attraverso gli oleodotti sudanesi verso il Mar Rosso) dall’altro nel giro di pochi anni è stato travolto da una guerra civile scoppiata a dicembre del 2013 che secondo l’Onu ha fatto circa 50.000 morti e più di 2,2 milioni di rifugiati e sfollati.
Ad agosto 2015 dopo mesi di negoziati ospitati dall’Etiopia, e diversi accordi di cessate il fuoco non rispettati, il presidente Salva Kiir ha firmato un accordo di pace per porre fine a quasi 2 anni di guerra civile. Un accordo «mediocre», dirà Kiir durante la cerimonia, firmato con «serie riserve» e sotto la minaccia di nuove sanzioni internazionali e di un embargo sulle armi.
Un accordo che secondo Kiir poteva ritorcersi contro la regione. Preoccupazioni che il presidente ha meglio esplicitato dichiarando in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera che quell’accordo «non era stato fatto per essere implementato».
Parole che ora alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni suonano premonitrici. L’accordo prevedeva la smilitarizzazione della capitale rimasta sotto il controllo del governo; il controllo bipartisan sulle aree petrolifere del paese; il ritorno di Machar come vice presidente.
Fonte
29/07/2015
Obama in Africa: sfida alla Cina
di Mario Lombardo
Con un discorso al quartier generale dell’Unione Africana nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, martedì si è chiuso il viaggio in Africa orientale del presidente americano, Barack Obama. Prima dell’intervento che ha chiuso l’attesa trasferta, l’inquilino della Casa Bianca aveva visitato il Kenya, paese natale del padre, e successivamente incontrato il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn.
Il punto centrale dell’intervento di martedì è stato l’invito ai leader africani a rispettare le norme costituzionali dei loro paesi e a farsi da parte una volta esaurito il mandato assegnato dagli elettori. Il riferimento immediato è stato il caso del Burundi, dove una grave crisi politica è scoppiata lo scorso mese di aprile in seguito alla decisione del presidente, Pierre Nkurunziza, di candidarsi alla guida del paese per la terza volta.
La mossa di Nkurunziza aveva provocato accese proteste popolari e un tentativo di colpo di stato da parte di una sezione delle forze armate, dal momento che la Costituzione del Burundi prevede un massimo di due mandati. Nonostante le pressioni internazionali, il presidente ha però partecipato al voto di settimana scorsa, conquistando un nuovo mandato.
Nel discorso di Obama non sono inoltre mancati i riferimenti ai diritti umani, alla corruzione che pervade i sistemi di governo africani e alla necessità di combatterla, principalmente per creare un clima favorevole agli investimenti internazionali.
Nelle ore precedenti l’apparizione alla sede dell’Unione Africana, invece, il presidente USA aveva visitato una fabbrica etiope che opera nel settore alimentare, dove ha presentato una serie di iniziative del suo governo destinate teoricamente ad alleviare la fame nel continente.
Piuttosto controverso era stato poi l’incontro con il premier etiope, il cui governo - definito da Obama come “democraticamente eletto” - il presidente USA ha ringraziato per essere un partner fidato nella “guerra al terrore”. Le parole di Obama hanno suscitato parecchie critiche anche tra gli stessi sostenitori della sua amministrazione.
Il partito al potere in Etiopia - Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo (EPRDF) - nel mese di maggio aveva conquistato ogni singolo seggio in palio nelle elezioni parlamentari, universalmente considerate irregolari. Ben poco democratico è anche il sistema politico e la società dell’Etiopia, caratterizzati dalla regolare repressione degli oppositori e dalla censura dei mezzi di informazione indipendenti.
Obama
ha comunque provato a lanciare qualche critica benevola a Desalegn,
esortando il suo regime a tollerare il dissenso, ammettendo che in
Etiopia resta ancora “parecchio lavoro da fare” sul fronte democratico
ma riconoscendo le sfide e le difficoltà che questo paese deve
affrontare dopo un lungo periodo di dittatura.
Al di là delle diatribe sulle questioni dei diritti umani e delle pressioni che Obama ha fatto o avrebbe potuto fare ai leader di Kenya ed Etiopia, entrambi i paesi visitati in questi giorni rappresentano partner strategici importanti degli Stati Uniti in un’area cruciale del continente africano.
I temi della sicurezza e della lotta al terrorismo islamista sono stati ampiamente discussi sui media di tutto il mondo, con al centro l’impegno dell’amministrazione Obama a sostenere lo sforzo di Kenya ed Etiopia soprattutto contro le milizie di al-Shabaab in Somalia.
Un’altra questione sull’agenda di Obama nel corso della visita di cinque giorni in Africa è stata poi la guerra civile che da oltre un anno sta insanguinando il Sudan del Sud, paese creato pochi anni fa su iniziativa degli Stati Uniti per indebolire il Sudan, importante produttore di petrolio il cui regime ha stabilito profondi legami con la Cina.
Il conflitto in corso ha provocato una vera catastrofe umanitaria e Obama ha cercato di rinvigorire gli sforzi diplomatici per una soluzione pacifica, mettendo però in guardia fin dall’inizio circa l’improbabilità di giungere a risultati concreti durante la sua presenza in Africa.
Se la visita dei giorni scorsi è stata promossa sui giornali ufficiali come una sorta di ritorno a casa per Obama o, tutt’al più, un tentativo disinteressato di consolidare la guerra al terrorismo, quest’ultimo aspetto nasconde in realtà ancora una volta la volontà americana di mantenere ed espandere il controllo su un’area strategicamente importante del globo.
I
paesi dell’Africa orientale rappresentano infatti il punto d’incontro
tra una vasta area ricca di risorse del sottosuolo e vie d’acqua
attraversate da rotte commerciali vitali per l’economia mondiale, in
particolare sul fronte delle forniture petrolifere.
Sia in questa regione che, più in generale, nell’intera Africa, gli Stati Uniti stanno cercando infine di contrastare l’espansione della Cina, la quale ha da tempo abbondantemente superato gli USA come primo partner commerciale del continente. I segni della presenza cinese in Africa sono ormai ovunque, inclusa la stessa Etiopia, e dal punto di vista economico è difficile pensare che Washington possa scalzare Pechino nel breve o medio periodo.
Per questa ragione, in Africa come altrove, gli Stati Uniti cercano di compensare l’influenza e il peso economico perduti a favore della Cina incrementando la propria presenza militare, giustificata da necessità di “stabilizzazione” e dall’infinita “guerra al terrore”.
Fonte
Con un discorso al quartier generale dell’Unione Africana nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, martedì si è chiuso il viaggio in Africa orientale del presidente americano, Barack Obama. Prima dell’intervento che ha chiuso l’attesa trasferta, l’inquilino della Casa Bianca aveva visitato il Kenya, paese natale del padre, e successivamente incontrato il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn.
Il punto centrale dell’intervento di martedì è stato l’invito ai leader africani a rispettare le norme costituzionali dei loro paesi e a farsi da parte una volta esaurito il mandato assegnato dagli elettori. Il riferimento immediato è stato il caso del Burundi, dove una grave crisi politica è scoppiata lo scorso mese di aprile in seguito alla decisione del presidente, Pierre Nkurunziza, di candidarsi alla guida del paese per la terza volta.
La mossa di Nkurunziza aveva provocato accese proteste popolari e un tentativo di colpo di stato da parte di una sezione delle forze armate, dal momento che la Costituzione del Burundi prevede un massimo di due mandati. Nonostante le pressioni internazionali, il presidente ha però partecipato al voto di settimana scorsa, conquistando un nuovo mandato.
Nel discorso di Obama non sono inoltre mancati i riferimenti ai diritti umani, alla corruzione che pervade i sistemi di governo africani e alla necessità di combatterla, principalmente per creare un clima favorevole agli investimenti internazionali.
Nelle ore precedenti l’apparizione alla sede dell’Unione Africana, invece, il presidente USA aveva visitato una fabbrica etiope che opera nel settore alimentare, dove ha presentato una serie di iniziative del suo governo destinate teoricamente ad alleviare la fame nel continente.
Piuttosto controverso era stato poi l’incontro con il premier etiope, il cui governo - definito da Obama come “democraticamente eletto” - il presidente USA ha ringraziato per essere un partner fidato nella “guerra al terrore”. Le parole di Obama hanno suscitato parecchie critiche anche tra gli stessi sostenitori della sua amministrazione.
Il partito al potere in Etiopia - Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo (EPRDF) - nel mese di maggio aveva conquistato ogni singolo seggio in palio nelle elezioni parlamentari, universalmente considerate irregolari. Ben poco democratico è anche il sistema politico e la società dell’Etiopia, caratterizzati dalla regolare repressione degli oppositori e dalla censura dei mezzi di informazione indipendenti.
Al di là delle diatribe sulle questioni dei diritti umani e delle pressioni che Obama ha fatto o avrebbe potuto fare ai leader di Kenya ed Etiopia, entrambi i paesi visitati in questi giorni rappresentano partner strategici importanti degli Stati Uniti in un’area cruciale del continente africano.
I temi della sicurezza e della lotta al terrorismo islamista sono stati ampiamente discussi sui media di tutto il mondo, con al centro l’impegno dell’amministrazione Obama a sostenere lo sforzo di Kenya ed Etiopia soprattutto contro le milizie di al-Shabaab in Somalia.
Un’altra questione sull’agenda di Obama nel corso della visita di cinque giorni in Africa è stata poi la guerra civile che da oltre un anno sta insanguinando il Sudan del Sud, paese creato pochi anni fa su iniziativa degli Stati Uniti per indebolire il Sudan, importante produttore di petrolio il cui regime ha stabilito profondi legami con la Cina.
Il conflitto in corso ha provocato una vera catastrofe umanitaria e Obama ha cercato di rinvigorire gli sforzi diplomatici per una soluzione pacifica, mettendo però in guardia fin dall’inizio circa l’improbabilità di giungere a risultati concreti durante la sua presenza in Africa.
Se la visita dei giorni scorsi è stata promossa sui giornali ufficiali come una sorta di ritorno a casa per Obama o, tutt’al più, un tentativo disinteressato di consolidare la guerra al terrorismo, quest’ultimo aspetto nasconde in realtà ancora una volta la volontà americana di mantenere ed espandere il controllo su un’area strategicamente importante del globo.
Sia in questa regione che, più in generale, nell’intera Africa, gli Stati Uniti stanno cercando infine di contrastare l’espansione della Cina, la quale ha da tempo abbondantemente superato gli USA come primo partner commerciale del continente. I segni della presenza cinese in Africa sono ormai ovunque, inclusa la stessa Etiopia, e dal punto di vista economico è difficile pensare che Washington possa scalzare Pechino nel breve o medio periodo.
Per questa ragione, in Africa come altrove, gli Stati Uniti cercano di compensare l’influenza e il peso economico perduti a favore della Cina incrementando la propria presenza militare, giustificata da necessità di “stabilizzazione” e dall’infinita “guerra al terrore”.
Fonte
05/07/2014
Sud Sudan. Il disastro tre anni dopo l'indipendenza
di Federica Iezzi
Il 9 luglio, tra poco meno di una settimana, il Sud Sudan salta il traguardo dei tre anni di indipendenza. Dopo decenni di guerra civile, nel dicembre 2013 i ribelli antigovernativi di etnia nuer, guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar, attaccarono la città di Bor. Così l’antico conflitto tra nuer e dinka, parzialmente sanato nel 2005, al termine della seconda guerra civile, si è travestito in conflitto politico tra Salva Kiir, attuale Presidente, e Riek Machar, leader dei ribelli. Nonostante il secondo accordo di cessate il fuoco, siglato alcune settimane fa, gli scontri continuano e tutti i colloqui di pace sono stati sospesi.
Il ventennio di guerra civile contro il Sudan ha lasciato in eredità al nuovo Stato territori devastati, carenza di infrastrutture come acquedotti e servizi sanitari. Secondo il dettagliato report di Medici Senza Frontiere, sulla situazione sanitaria in Sud Sudan, in pochi mesi, 6 ospedali sono stati distrutti e bruciati e almeno 58 persone uccise al loro interno.
La campagna di devastazione è iniziata nel Bor State hospital, sulla riva orientale del Nilo, lo scorso dicembre. 14 pazienti e un membro del Ministero della Salute sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. A gennaio è stato totalmente distrutto, insieme a gran parte della città, il Leer hospital. Nell’Unity State, l’ospedale forniva assistenza medica a un’area abitata da circa 270.000 persone. Ridotti in macerie interi edifici. Smantellati laboratori, attrezzature chirurgiche, stabilimenti per la conservazione dei vaccini, banche del sangue.
Sulle rive del Nilo Bianco, lo scorso febbraio, nel Malakal teaching hospital sono morte 14 persone, tra cui 11 pazienti, a cui hanno sparato mentre erano nei loro letti.
17 tra ambulanze e mezzi sanitari sono stati rubati o distrutti. Almeno 13 episodi di saccheggio e distruzione di strutture sanitarie secondarie. In aprile, nel Bentiu State hospital almeno 28 persone sono state uccise. Lo scorso maggio documentato 1 morto nell’ospedale della città di Nasir, roccaforte dei ribelli.
Una condizione che sembra ricalcare il Darfur degli anni 2003-2006. Il conflitto che vide contrapposti i Janjawid, miliziani arabi reclutati fra i membri delle tribù nomadi dei Baggara, e la popolazione della regione sudanese, composta dai gruppi etnici Fur, Zaghawa e Masalit. Un genocidio dai numeri sconvolgenti. Le Nazioni Unite parlarono di almeno 200.000 morti (anche se fonti locali documentarono 450.000 morti) e più di 2 milioni di rifugiati.
Oltre che villaggi, scuole, chiese e moschee, la guerra distrusse sistematicamente servizi idrici e sanitari. Le strutture mediche delle ONG internazionali per anni hanno coperto le richieste sanitarie di centinaia di chilometri quadrati. Nel resto del Paese furono allestiti ospedali da campo, regolarmente saccheggiati.
Attualmente a causa del conflitto in Sud Sudan, si contano quasi 1,5 milioni di rifugiati in Etiopia, Kenya, Sudan e Uganda. 10.000 i morti. Sullo sfondo un’incontrollabile epidemia di colera è arrivata ormai fino alla capitale Juba. In poche settimane già segnalati 1812 casi di colera, con 18 morti. Inoltre, le ultime stime dell’ONU e del Disasters Emergency Committee, prevedono una dura carestia nelle prossime settimane, che potrebbe essere la più grave dopo quella che nel 1984 colpì l’Etiopia. Donatori internazionali hanno promesso finanziamenti per 600 milioni di dollari e urgenti aiuti alimentari.
Fonte
13/05/2014
Sud Sudan lacerato tra tribù e petrolio. Avvio di una tregua
Dopo cinque mesi di guerra inter-etnica, un milione e mezzo di sfollati e migliaia di morti, il 9 maggio è stato firmato l’accordo di cessate il fuoco fra il Presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il suo ex vice Riek Machar. Formazione di un Governo di transizione per elezioni nel 2015.
Presidente e vicepresidente del neonato Stato indipendente del Sud Sudan costretti a convivere per garantire complessi equilibri tribali. Ma la rivalità esplode nel dicembre 2013 quando Salva Kiir, il Presidente accusa Machar, il suo vice, di tentato colpo di Stato costringendolo alla fuga.
L’antica ostilità tra i Dinka che costituiscono il 38% della popolazione e i Nuer che ne sono il 17% riemerge fra Kiir, d’etnia Dinka, e Machar, d’etnia Nuer.
La tensione si ripercuote all’interno del Movimento per la Liberazione del Popolo Sudanese divenuto Esercito governativo e i soldati delle due etnie cominciano a combattersi.
Una prima tregua nel gennaio di quest’anno 2014 mediata dal blocco regionale dell’Africa Orientale naufraga subito con reciproche accuse di violazioni.
E la crisi umanitaria da gennaio ad oggi raggiunge proporzioni inimmaginabili.
La missione ONU con 8 mila peacekeeper calcola per i primi 4 mesi di guerra oltre 1 milione di sfollati, di cui 800 mila nel Paese e 250 mila fuggiti nei Paesi limitrofi. Oltre 67 mila sono i civili ospitati presso le basi della missione Onu.
I campi profughi gestiti dall’Unmiss sono da allora in piena emergenza umanitaria a rischio colera, malaria, malnutrizione.
Durante il conflitto è stata commessa ogni atrocità: omicidi di donne e bambini, esecuzioni a sangue freddo, stupri, devastazione di interi quartieri.
Emblematico l’attacco alla base ONU di Bor a 120 km dalla capitale Juba che ha causato 58 morti e oltre 100 feriti costringendo il Governo a inviare l’Esercito a difesa della Missione.
Da allora, mentre USA e Unione Europea minacciano sanzioni mirate contro chiunque ostacola i fragili tentatici di tregua, i militari sono dovunque.
Le pressioni vengono anche da Cina, Russia e Malesia, fra i maggior investitori petroliferi nel Sud Sudan, ricchissimo di fonti energetiche, dove fra le altre operano la China National Petroleum Corp., l’Indian ONGVidesh e la Petronas malesiana.
Risolutiva è stata la missione nella prima settimana di maggio del Segretario Generale dell’ONU Ban ki Moon e del Segretario di Stato Usa John Kerry che ottengono l’impegno tra le parti a dar vita da subito ad un Governo di transizione per portare alla pacificazione e ad elezioni nel 2015.
Sulla tenuta dell’accordo è difficile un pronostico.
Fonte
19/04/2014
Sud Sudan - Esercito in soccorso dell’Onu.
All’indomani dell’attacco alla base Onu a 120 chilometri a nord della capitale Juba, è il Sud Sudan a inviare l’esercito a difesa della missione delle Nazioni Unite (Unmiss). A riferirlo è stato ieri Ateny Wek Ateny, portavoce del presidente Salva Kiir dopo che un gruppo di circa 350 individui in abiti civili ha fatto irruzione giovedì mattina nel campo profughi della città di Bor nello stato dello Jonglei – nord del Paese – aprendo il fuoco contro circa 5 mila sfollati interni di etnia Nuer. Stime provvisorie riportano un bilancio di circa 58 morti di cui 10 tra gli aggressori e di almeno 100 feriti a seguito di un conflitto a fuoco con i caschi blu indiani e sud coreani. Gabriel Hilaire, project manager dell’ong Intersos, al momento dell’attacco si trovava nel campo profughi: «Li ho visti arrivare, armati. Hanno iniziato a sparare in mezzo alla gente: donne, bambini, anziani inermi. Non abbiamo potuto far altro che correre, ma non tutti si sono salvati».
Secondo quanto riferito da un alto funzionario dell’Onu, Toby Lanzer, a fare irruzione sarebbero stati civili armati che col pretesto di presentare una petizione per il trasferimento degli sfollati Nuer in altra sede avrebbero forzato il cancello del compound dell’Unmiss e sparato indiscriminatamente contro donne, uomini e bambini. Gli scontri, sostiene l’Unmiss, sarebbero iniziati a ovest e a nord-ovest di Bentiu tra lunedì mattina presto e martedì, quando forze anti-governative avrebbero invaso la città e il vicino quartiere di Rubkona.
«Come risultato dei combattimenti, il numero di sfollati interni nel compound Unmiss è salito a 12.000» sostengono dalla base Onu, aggiungendo che migliaia di sfollati si sono radunati nei pressi del Bentiu Hospital e della sede del World Food Programme.
L’attacco contro la minoranza Nuer del campo di Bor, secondo Ateny Wek Ateny, sembra una spedizione punitiva in rappresaglia alla riconquista della città di Bentiu, capitale dello stato dello Unity e uno dei maggiori centri di produzione di petrolio, da parte dei ribelli dell’ex vice presidente Riek Machar, di etnia Nuer: «Quegli sfollati interni di Bor della comunità Nuer festeggiano la cattura di Bentiu da parte dei ribelli e questo ha fatto arrabbiare la comunità locale». Due giorni prima, sollecitando tutte le compagnie petrolifere che operano nelle aree controllate dal governo di fermare le loro operazioni ed evacuare il personale entro una settimana, il portavoce delle forze ribelli di Machar – Lul Ruai Koang – con un comunicato aveva rivendicato che «la riconquista di Bentiu segna la prima fase della liberazione dei campi petroliferi dalle forze anti- democratiche e pro-genocidio di Kiir». Già lunedì 14 secondo le dichiarazioni di un funzionario delle Nazioni Unite in Sud Sudan, Joe Contreras, i peacekeepers mongoli avevano messo in salvo 10 membri del personale della società petrolifera russa Safinat, appena a nord di Bentiu, due dei quali in condizioni critiche.
La Cina e la Russia, sono tra i maggiori investitori petroliferi del Sud Sudan dove operano tra le altre la China National Petroleum Corp , l’India Ongc Videsh e la Petronas della Malesia. Le Nazioni Unite dispongono di circa 8.000 peacekeepers in Sud Sudan e di una base a Bentiu dove migliaia di sfollati hanno trovato rifugio da quando sono scoppiati i combattimenti nel mese di dicembre 2013. Secondo un rapporto Onu del milione e più di sfollati a causa del conflitto, 803.200 rimangono all’interno del Paese mentre un altro 254 mila sono fuggiti nei Paesi limitrofi.
In quattro mesi di conflitto, sarebbero circa 67.000 i civili ospitati presso le basi dell’Unmiss. I recenti combattimenti mandano in frantumi diverse settimane di calma nello stato dello Unity seguite a un fragile cessate il fuoco firmato nel mese di gennaio sotto l’egida del blocco regionale dell’Africa Orientale – l’Intergovernmental Authority on Development (Igad) – per porre fine a un conflitto innescato da una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir e l’ex vicepresidente Riek Machar. Conflitto scoppiato a Juba intorno al 15 dicembre 2013 tra il governo e i ribelli fedeli all’ex vice presidente per questioni politiche di lungo corso e viziato da odi interetnici che hanno fatto precipitare il più giovane stato del mondo in una guerra civile che la comunità internazionale e gli Usa in particolare, di cui il Sud Sudan rimane una creatura voluta dall’amministrazione di G. W. Bush, è stata incapace di prevenire o fermare. Da New York Ban Ki-moon ha condannato l’aggressione ricordando che qualsiasi attacco contro le forze di pace delle Nazioni Unite è «inaccettabile e costituisce un crimine di guerra».
Fonte
03/03/2014
Speciale Africa: Le crisi senza fine nel continente nero
Neocolonialismo: tra i primi venti “Stati falliti” quindici sono africani. Si moltiplicano le emergenze umanitarie dovute alle strategie di destabilizzazione dei Paesi occidentali.
STATI FALLITI E TRIBALIZZAZIONE
La principale attribuzione di uno Stato sovrano è quella di esercitare il monopolio della forza sul suo territorio ed assicurare ai propri cittadini i servizi fondamentali. La definizione di failed state si riferisce a un Stato dove questo non avviene più. Nella classifica 2013 degli Stati falliti, pubblicata da Fund for Peace, le prime quattro posizioni sono occupate da Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sud e Nord Sudan. Tra i primi venti Paesi ce ne sono soltanto cinque non africani (Iraq, Afghanistan, Yemen, Haiti e Pakistan).
La Somalia, da anni indiscussa capolista, è un po' il prototipo dello Stato tribalizzato dopo il clamoroso fallimento dell'intervento militare occidentale a metà anni '90 che sancì il trionfo dei signori della guerra. Oggi è divisa in tre zone autonome e la sua instabilità rischia di contagiare tutta la regione (vedi attentato al centro commerciale di Nairobi del 21/9).
Politici ed opinionisti occidentali si mostrano preoccupati dalla possibilità che uno Stato fallito diventi la base per organizzazioni criminali e terroristiche, ma il collasso di questi Stati è il risultato di strategie di destabilizzazione, economiche o militari, cinicamente messe in atto dai Paesi ricchi a fini di controllo geopolitico e di appropriazione delle risorse naturali. Anche la proliferazione delle milizie, che ormai si spostano agevolmente tra frontiere sempre più “porose”, non è casuale ma deriva da una “tribalizzazione pianificata” come quella che stiamo osservando in Siria. E poco importa se molte di queste milizie fanno parte della galassia islamista che a parole si dice di voler combattere. Si finanziano finché fanno comodo, e quando non servono più si spazzano via facilmente con un rapido intervento militare (come quello francese in Mali).
Negli ultimi mesi del 2013 le emergenze umanitarie dovute a strategie di questo tipo si sono drammaticamente manifestate in diversi Paesi africani. In questo articolo ne vediamo un breve panorama.
REPUBBLICA CENTROAFRICANA
Ai tempi degli Imperi coloniali era nota come Oubangui-Chari ed era considerata la cenerentola delle colonie francesi. Dopo l'indipendenza (1960) una continua sequela di colpi di Stato - tutti con il beneplacito di Parigi - ha portato al potere personaggi impresentabili quali il folle Jean Bédel Bokassa, che nel 1976, dopo dieci anni di presidenza, arrivò ad autoproclamarsi “Imperatore del Centrafrica”. Poi i Francesi si stufarono e nel 1979 lo destituirono (“Operazione Barracuda”).
Grande quanto la “madrepatria” ma con soli 5 milioni di abitanti (l'11% sieropositivi, speranza di vita 48 anni) non ha sbocco sul mare e confina con vicini molto “caldi” come il Ciad, i due Sudan e la Repubblica Democratica del Congo.
È ricca di acqua, di biodiversità e di importanti risorse naturali: legname, uranio (controllato dalla multinazionale francese Areva), oro e diamanti. Ma è uno dei Paesi più poveri del mondo (179° su 187 Paesi in classifica) ed è al 9° posto nella classifica degli Stati falliti.
Nel 2002 a seguito dell'ennesimo golpe (appoggiato dal Ciad e dalla Francia) era salito al potere un ex generale di Bokassa, François Bozizé. Già tra il 2003 e il 2007 Bozizé aveva dovuto fronteggiare le milizie di Séléka (“Alleanza”), ma i militari francesi in appoggio a Bozizé lanciarono una serie di attacchi aerei contro la Séléka.
Bozizé però ha commesso un errore: come rivela un cablo di Wikileaks (2009), cercava di rafforzare i legami economici e commerciali con la Cina. Così a dicembre 2012, quando la Séléka ha attaccato di nuovo, la Francia non ha mosso un dito. I ribelli hanno quindi conquistato agevolmente la capitale Bangui
I combattenti della Séléka sono in maggioranza musulmani e appartenengono a gruppi etnici presenti nel nord del Paese, in Ciad e Sudan; molti sono reduci del Darfur e non mancano i criminali comuni. Dopo la presa del potere i miliziani sarebbero aumentati da 5.000 a 20.000, sono ben addestrati e armati e possono contare sul sostegno occulto del Ciad, formalmente neutrale. Molti degli abusi sono stati commessi dai vari capi locali di Séléka, così nelle province occupate si sono formate milizie cristiane di autodifesa (anti-balaka, cioé anti-machete) e i profughi sono arrivati a circa un milione. Amnesty International parla di emergenza umanitaria fuori controllo e di gravi violazioni dei diritti umani da parte di tutte le fazioni.
A rendere lo scenario ancora più intricato (e drammatico per i civili), ci sono anche le forze armate ugandesi a caccia della famigerata Lord’s Resistance Army, la milizia fondamentalista cristiana del predicatore pazzo Joseph Kony.
Intanto Michel Djotodia, il capo della Séléka, ha dichiarato che caccerà i sudafricani, colpevoli di aver sempre appoggiato Bozizé. Neanche il Sudafrica emergente di “San” Mandela sembra infatti rifuggire da tentazioni “sub-imperialiste” nella regione.
NIGER
Il Niger, ex colonia francese, è di nuovo colpito dalla carestia e circa un milione di persone si troverebbe senza accesso al cibo.
Crisi di questo tipo si erano già verificate nel 2005, 2010 e 2012 a causa di fenomeni climatici estremi. Ma la causa principale è il sottosviluppo pianificato del Niger sotto il neocolonialismo francese.
Il Niger è grande quattro volte l'Italia ma ha solo 17 milioni di abitanti. Gran parte del suo territorio è arido, ma è il quinto maggior produttore mondiale di minerale di uranio. Ha anche oro, ferro, molibdeno, stagno, sale, gesso e fosfati e sono stati individuati vasti giacimenti di petrolio e gas. Tuttavia si trova all'ultimo posto per indici di sviluppo umano su 187 Paesi censiti. Nella classifica degli Stati falliti è 18°.
Areva gestisce nel Paese quattro miniere di uranio che assicurano il combustibile ad almeno un terzo delle centrali nucleari transalpine. Il 21 dicembre scorso la gente è scesa in piazza per chiedere al governo di non rinnovare la concessione.
SUD SUDAN
A metà dicembre nel Sud Sudan è iniziato un conflitto armato tra i seguaci dell'ex vice presidente Riek Machar (di etnia nuer) e quelli del presidente Salva Kiir (dinka), che ha causato oltre mille morti e 20 mila sfollati. Attualmente le milizie di Machar controllano due capoluoghi regionali.
Il Sudan del Sud è l'ultimo nato (2011) tra gli Stati indipendenti africani. Nonostante le panzane dei media ufficiali (i “sudisti” cristiani buoni contro i musulmani cattivi del nord) la secessione è stata fomentata da diversi Paesi occidentali per evitare che la Cina si assicurasse il controllo delle risorse petrolifere della regione: qui sono localizzati quasi l'80% dei giacimenti dell'intero Sudan. Ma il Sud non ha sbocco sul mare, il petrolio può essere esportato solo da Port Sudan (che appartiene al Nord) e questa controversia continua a generare scontri di confine. C'è l'ipotesi di un nuovo oleodotto (dovrebbe costruirlo la Toyota) per trasportare il petrolio a Lamu, in Kenya, una zona incontaminata dove la popolazione sta protestando contro un progetto che sarebbe devastante per l'ecosistema.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Il 30 dicembre violenti scontri sono scoppiati a Kinshasa, Lumumbashi e Kindu tra le forze di sicurezza congolesi e i seguaci di Joseph Mukungobila Mutombo, candidato sconfitto alle elezioni di sette anni fa dall'attuale presidente Kabila, che avevano occupato la TV di Stato e altri obiettivi a scopo puramente dimostrativo. Mukungobila, pastore evangelico autonominatosi “le prophète de l'Éternel”, promette di liberare la RDC dalla tirannia di Kabila e del Rwanda. Negli scontri sono stati uccisi alcune decine di ribelli.
La Repubblica Democratica del Congo, ex Congo Belga e Zaire, è grande più di 7 volte l'Italia e ha quasi 80 milioni di abitanti. È ricchissima di risorse naturali (oro, coltan, uranio, diamanti) ma è al penultimo posto assoluto per gli indici di sviluppo umano.
Nel nord-est della RDC c'è il Kivu, la regione più calda del mondo, da dove proviene l'80% del coltan estratto nel mondo, essenziale per le batterie di pc e cellulari. Numerose milizie (armate e finanziate dal Rwanda) rapiscono i bambini per utilizzarli come soldati e nelle miniere e violentano le donne in massa per costringere la popolazione a fuggire. Sulle terre lasciate libere arrivano sedicenti “profughi” che se ne impadroniscono. I minerali vengono trasporati in Rwanda e il loro commercio controllato dalle multinazionali. Il Rwanda, dove sono tornati al potere i tutsi, è grande appena quanto la Svizzera ma armato fino ai denti da diversi Paesi occidentali, compreso Israele.
Negli anni '90 il Kivu è stato il detonatore delle due cosiddette Guerre Mondiali africane, che hanno coinvolto una decina di Paesi e causato sei milioni di morti.
L'anno appena iniziato non promette niente di buono. A queste crisi se ne aggiungeranno probabilmente delle altre, perché le ricchezze dell'Africa sono troppo importanti per lasciarle agli africani.
Nello Gradirà
Tratto da Senza Soste n.89 (gennaio-febbraio 2014)
Fonte
STATI FALLITI E TRIBALIZZAZIONE
La principale attribuzione di uno Stato sovrano è quella di esercitare il monopolio della forza sul suo territorio ed assicurare ai propri cittadini i servizi fondamentali. La definizione di failed state si riferisce a un Stato dove questo non avviene più. Nella classifica 2013 degli Stati falliti, pubblicata da Fund for Peace, le prime quattro posizioni sono occupate da Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sud e Nord Sudan. Tra i primi venti Paesi ce ne sono soltanto cinque non africani (Iraq, Afghanistan, Yemen, Haiti e Pakistan).
La Somalia, da anni indiscussa capolista, è un po' il prototipo dello Stato tribalizzato dopo il clamoroso fallimento dell'intervento militare occidentale a metà anni '90 che sancì il trionfo dei signori della guerra. Oggi è divisa in tre zone autonome e la sua instabilità rischia di contagiare tutta la regione (vedi attentato al centro commerciale di Nairobi del 21/9).
Politici ed opinionisti occidentali si mostrano preoccupati dalla possibilità che uno Stato fallito diventi la base per organizzazioni criminali e terroristiche, ma il collasso di questi Stati è il risultato di strategie di destabilizzazione, economiche o militari, cinicamente messe in atto dai Paesi ricchi a fini di controllo geopolitico e di appropriazione delle risorse naturali. Anche la proliferazione delle milizie, che ormai si spostano agevolmente tra frontiere sempre più “porose”, non è casuale ma deriva da una “tribalizzazione pianificata” come quella che stiamo osservando in Siria. E poco importa se molte di queste milizie fanno parte della galassia islamista che a parole si dice di voler combattere. Si finanziano finché fanno comodo, e quando non servono più si spazzano via facilmente con un rapido intervento militare (come quello francese in Mali).
Negli ultimi mesi del 2013 le emergenze umanitarie dovute a strategie di questo tipo si sono drammaticamente manifestate in diversi Paesi africani. In questo articolo ne vediamo un breve panorama.
REPUBBLICA CENTROAFRICANA
Ai tempi degli Imperi coloniali era nota come Oubangui-Chari ed era considerata la cenerentola delle colonie francesi. Dopo l'indipendenza (1960) una continua sequela di colpi di Stato - tutti con il beneplacito di Parigi - ha portato al potere personaggi impresentabili quali il folle Jean Bédel Bokassa, che nel 1976, dopo dieci anni di presidenza, arrivò ad autoproclamarsi “Imperatore del Centrafrica”. Poi i Francesi si stufarono e nel 1979 lo destituirono (“Operazione Barracuda”).
Grande quanto la “madrepatria” ma con soli 5 milioni di abitanti (l'11% sieropositivi, speranza di vita 48 anni) non ha sbocco sul mare e confina con vicini molto “caldi” come il Ciad, i due Sudan e la Repubblica Democratica del Congo.
È ricca di acqua, di biodiversità e di importanti risorse naturali: legname, uranio (controllato dalla multinazionale francese Areva), oro e diamanti. Ma è uno dei Paesi più poveri del mondo (179° su 187 Paesi in classifica) ed è al 9° posto nella classifica degli Stati falliti.
Nel 2002 a seguito dell'ennesimo golpe (appoggiato dal Ciad e dalla Francia) era salito al potere un ex generale di Bokassa, François Bozizé. Già tra il 2003 e il 2007 Bozizé aveva dovuto fronteggiare le milizie di Séléka (“Alleanza”), ma i militari francesi in appoggio a Bozizé lanciarono una serie di attacchi aerei contro la Séléka.
Bozizé però ha commesso un errore: come rivela un cablo di Wikileaks (2009), cercava di rafforzare i legami economici e commerciali con la Cina. Così a dicembre 2012, quando la Séléka ha attaccato di nuovo, la Francia non ha mosso un dito. I ribelli hanno quindi conquistato agevolmente la capitale Bangui
I combattenti della Séléka sono in maggioranza musulmani e appartenengono a gruppi etnici presenti nel nord del Paese, in Ciad e Sudan; molti sono reduci del Darfur e non mancano i criminali comuni. Dopo la presa del potere i miliziani sarebbero aumentati da 5.000 a 20.000, sono ben addestrati e armati e possono contare sul sostegno occulto del Ciad, formalmente neutrale. Molti degli abusi sono stati commessi dai vari capi locali di Séléka, così nelle province occupate si sono formate milizie cristiane di autodifesa (anti-balaka, cioé anti-machete) e i profughi sono arrivati a circa un milione. Amnesty International parla di emergenza umanitaria fuori controllo e di gravi violazioni dei diritti umani da parte di tutte le fazioni.
A rendere lo scenario ancora più intricato (e drammatico per i civili), ci sono anche le forze armate ugandesi a caccia della famigerata Lord’s Resistance Army, la milizia fondamentalista cristiana del predicatore pazzo Joseph Kony.
Intanto Michel Djotodia, il capo della Séléka, ha dichiarato che caccerà i sudafricani, colpevoli di aver sempre appoggiato Bozizé. Neanche il Sudafrica emergente di “San” Mandela sembra infatti rifuggire da tentazioni “sub-imperialiste” nella regione.
NIGER
Il Niger, ex colonia francese, è di nuovo colpito dalla carestia e circa un milione di persone si troverebbe senza accesso al cibo.
Crisi di questo tipo si erano già verificate nel 2005, 2010 e 2012 a causa di fenomeni climatici estremi. Ma la causa principale è il sottosviluppo pianificato del Niger sotto il neocolonialismo francese.
Il Niger è grande quattro volte l'Italia ma ha solo 17 milioni di abitanti. Gran parte del suo territorio è arido, ma è il quinto maggior produttore mondiale di minerale di uranio. Ha anche oro, ferro, molibdeno, stagno, sale, gesso e fosfati e sono stati individuati vasti giacimenti di petrolio e gas. Tuttavia si trova all'ultimo posto per indici di sviluppo umano su 187 Paesi censiti. Nella classifica degli Stati falliti è 18°.
Areva gestisce nel Paese quattro miniere di uranio che assicurano il combustibile ad almeno un terzo delle centrali nucleari transalpine. Il 21 dicembre scorso la gente è scesa in piazza per chiedere al governo di non rinnovare la concessione.
SUD SUDAN
A metà dicembre nel Sud Sudan è iniziato un conflitto armato tra i seguaci dell'ex vice presidente Riek Machar (di etnia nuer) e quelli del presidente Salva Kiir (dinka), che ha causato oltre mille morti e 20 mila sfollati. Attualmente le milizie di Machar controllano due capoluoghi regionali.
Il Sudan del Sud è l'ultimo nato (2011) tra gli Stati indipendenti africani. Nonostante le panzane dei media ufficiali (i “sudisti” cristiani buoni contro i musulmani cattivi del nord) la secessione è stata fomentata da diversi Paesi occidentali per evitare che la Cina si assicurasse il controllo delle risorse petrolifere della regione: qui sono localizzati quasi l'80% dei giacimenti dell'intero Sudan. Ma il Sud non ha sbocco sul mare, il petrolio può essere esportato solo da Port Sudan (che appartiene al Nord) e questa controversia continua a generare scontri di confine. C'è l'ipotesi di un nuovo oleodotto (dovrebbe costruirlo la Toyota) per trasportare il petrolio a Lamu, in Kenya, una zona incontaminata dove la popolazione sta protestando contro un progetto che sarebbe devastante per l'ecosistema.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Il 30 dicembre violenti scontri sono scoppiati a Kinshasa, Lumumbashi e Kindu tra le forze di sicurezza congolesi e i seguaci di Joseph Mukungobila Mutombo, candidato sconfitto alle elezioni di sette anni fa dall'attuale presidente Kabila, che avevano occupato la TV di Stato e altri obiettivi a scopo puramente dimostrativo. Mukungobila, pastore evangelico autonominatosi “le prophète de l'Éternel”, promette di liberare la RDC dalla tirannia di Kabila e del Rwanda. Negli scontri sono stati uccisi alcune decine di ribelli.
La Repubblica Democratica del Congo, ex Congo Belga e Zaire, è grande più di 7 volte l'Italia e ha quasi 80 milioni di abitanti. È ricchissima di risorse naturali (oro, coltan, uranio, diamanti) ma è al penultimo posto assoluto per gli indici di sviluppo umano.
Nel nord-est della RDC c'è il Kivu, la regione più calda del mondo, da dove proviene l'80% del coltan estratto nel mondo, essenziale per le batterie di pc e cellulari. Numerose milizie (armate e finanziate dal Rwanda) rapiscono i bambini per utilizzarli come soldati e nelle miniere e violentano le donne in massa per costringere la popolazione a fuggire. Sulle terre lasciate libere arrivano sedicenti “profughi” che se ne impadroniscono. I minerali vengono trasporati in Rwanda e il loro commercio controllato dalle multinazionali. Il Rwanda, dove sono tornati al potere i tutsi, è grande appena quanto la Svizzera ma armato fino ai denti da diversi Paesi occidentali, compreso Israele.
Negli anni '90 il Kivu è stato il detonatore delle due cosiddette Guerre Mondiali africane, che hanno coinvolto una decina di Paesi e causato sei milioni di morti.
L'anno appena iniziato non promette niente di buono. A queste crisi se ne aggiungeranno probabilmente delle altre, perché le ricchezze dell'Africa sono troppo importanti per lasciarle agli africani.
Nello Gradirà
Tratto da Senza Soste n.89 (gennaio-febbraio 2014)
Fonte
26/01/2014
Regge il cessate il fuoco in Sud Sudan
Nonostante sporadici episodi di violenza e le accuse delle forze ribelli
di attacchi alle loro posizioni da parte dell'esercito governativo, ha
retto il cessate il fuoco firmato giovedì sera ad Addis Abeba tra il governo del presidente Salva Kiir e le milizie fedeli al suo ex vice Riek Machar.
La tregua, arrivata dopo settimane dall'avvio dei negoziati in Etiopia
sotto l'egida dell'Intergovernamental Authority on Development (IGAD),
rappresenta il primo passo verso un accordo di pace definitivo per cui i
negoziati sono ancora in corso e in vista del quale ambo le parti si
ritroveranno attorno a un tavolo ancora agli inizi di febbraio. Nel
tentativo, perseguito e invocato sia a livello regionale sia a più ampio
raggio internazionale, di mettere un freno alle violenze che fino ad
ora hanno provocato circa mille morti e 500 mila sfollati.
Prima che il cessate il fuoco venisse firmato, la delegazione ribelle aveva chiesto che le forze ugandesi coinvolte nei combattimenti a sostegno delle forze governative lasciassero il Paese.
Non facendo l'accordo di giovedì esplicito riferimento alle truppe dell'Uganda, non è chiaro se la richiesta sia stata accolta oppure no visto solo il generico riferimento al ritiro, da parte di entrambe le parti, di tutte le forze, comprese le truppe alleate, dal "teatro delle operazioni". Per quanto riguarda l'altra questione spinosa che per giorni e giorni ha tenuto in pugno il progredire dei negoziati, vale a dire la richiesta di liberazione degli 11 detenuti politici fedeli a Machar accusati di un tentativo di colpo di stato a dicembre scorso, l'accordo prevede la loro partecipazione al processo di pace mentre sarà, come previsto dalla legge, un tribunale a decidere sulla loro liberazione.
Intanto è di ieri la denuncia del World Food Programme di saccheggi per 3.770 tonnellate di riserve alimentari dai magazzini della città settentrionale di Malakal, scorte sufficienti a sfamare circa 220 mila persone per un mese e destinate ai 73.000 civili attualmente nelle basi delle Nazioni Unite e ai più di 200.000 rifugiati sotto protezione ONU negli stati dell'Upper Nile e dell'Unity, lì già da prima della recente crisi che sta sventrando il più giovane stato dello scacchiere geopolitico internazionale nato nel 2011 in seguito alla secessione dal Sudan.
Fonte
Prima che il cessate il fuoco venisse firmato, la delegazione ribelle aveva chiesto che le forze ugandesi coinvolte nei combattimenti a sostegno delle forze governative lasciassero il Paese.
Non facendo l'accordo di giovedì esplicito riferimento alle truppe dell'Uganda, non è chiaro se la richiesta sia stata accolta oppure no visto solo il generico riferimento al ritiro, da parte di entrambe le parti, di tutte le forze, comprese le truppe alleate, dal "teatro delle operazioni". Per quanto riguarda l'altra questione spinosa che per giorni e giorni ha tenuto in pugno il progredire dei negoziati, vale a dire la richiesta di liberazione degli 11 detenuti politici fedeli a Machar accusati di un tentativo di colpo di stato a dicembre scorso, l'accordo prevede la loro partecipazione al processo di pace mentre sarà, come previsto dalla legge, un tribunale a decidere sulla loro liberazione.
Intanto è di ieri la denuncia del World Food Programme di saccheggi per 3.770 tonnellate di riserve alimentari dai magazzini della città settentrionale di Malakal, scorte sufficienti a sfamare circa 220 mila persone per un mese e destinate ai 73.000 civili attualmente nelle basi delle Nazioni Unite e ai più di 200.000 rifugiati sotto protezione ONU negli stati dell'Upper Nile e dell'Unity, lì già da prima della recente crisi che sta sventrando il più giovane stato dello scacchiere geopolitico internazionale nato nel 2011 in seguito alla secessione dal Sudan.
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24/01/2014
Sud Sudan: l’Uganda impone la tregua, sotto il segno del petrolio
“L’intervento ugandese ha messo i ribelli nell’angolo” dice alla MISNA padre Sebhat Ayele, direttore a Kampala della rivista Leadership, all’indomani dell’accordo di cessate-il-fuoco tra il governo di Juba e il fronte legato all’ex vice-presidente Riek Machar.
Firmato giovedì sera ad Addis Abeba grazie a una mediazione dei paesi africani dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), l’accordo prevede la fine degli scontri armati entro 24 ore.
Il Sud Sudan è un paese divenuto indipendente solo nel 2011, dopo una guerra civile durata oltre 20 anni. Secondo le stime delle Nazioni Unite, i profughi causati da un mese di scontri sono circa mezzo milione, i morti sarebbero alcune decine di migliaia, i feriti non si contano. Particolarmente colpite le regioni settentrionali, dove si concentra la maggior parte dei pozzi di petrolio.
Se l’intesa reggerà alla prova dei fatti è da vedere. Un portavoce dei ribelli ha denunciato violazioni che oggi sarebbero state commesse dall’esercito in diverse regioni. Di certo l’intesa è stata però sottoscritta pochi giorni dopo la riconquista di Bor e di Malakal, importanti centri urbani che erano passati sotto il controllo degli uomini di Machar. Per l’avanzata l’intervento di Kampala è stato decisivo. “Il battaglione inviato dall’Uganda – sottolinea padre Ayele – ha a disposizione mezzi di artiglieria pesante ed è sostenuto da elicotteri da guerra che nel contesto sud-sudanese fanno la differenza”. Secondo il colonnello Felix Kulayigye, un commissario politico dell’esercito ugandese, i militari di Kampala hanno “messo in sicurezza” l’aeroporto di Juba pochi giorni dopo il presunto tentativo di golpe denunciato dal presidente Salva Kiir il 15 dicembre.
Non sorprende allora che una delle richieste dei ribelli, sulla quale per altro l’accordo di cessate-il-fuoco tace, sia proprio il ritiro del contingente di Kampala. “L’intervento ugandese è stato inizialmente motivato con l’esigenza di proteggere i cittadini ugandesi e favorirne il rimpatrio – sottolinea padre Ayele – ma con il passare dei giorni è apparso chiaro che le cose stavano diversamente”.
A scoprire le carte è stato lo stesso Yoweri Museveni. Annunciando, la settimana scorsa, che i militari ugandesi avevano partecipato a “una grande battaglia” al fianco dell’esercito di Juba. Ufficiali di Kampala hanno poi confermato la partecipazione ugandese all’offensiva culminata nella riconquista di Bor, seguita di pochi giorni dalla presa di Malakal. Di “un ruolo decisivo di Kampala su un piano militare” dice alla MISNA anche Petrus de Kock, analista di questioni strategiche per vari think tank dell’area sub-sahariana, tra i quali l’Istituto sudafricano per gli affari internazionali (Saiia). Secondo la sua interpretazione, i ribelli non avrebbero avuto di fatto alternative alla tregua. La pressione su di loro era forte. Perché in gioco non c’è solo il potere politico a Juba ma il controllo dei pozzi di petrolio, la grande risorsa del Sud Sudan, concentrata proprio nelle zone dove i combattimenti sono stati più intensi. Secondo il direttore di Leadership, “l’Uganda ha bisogno di un Sud Sudan stabile per via di legami economici e commerciali sempre più intensi”. Le voci sono diverse ma la parola chiave è petrolio, una risorsa della quale il Sud Sudan è ricco come nessun altro paese dell’area. E della quale l’Uganda vuole diventare una sorta di ‘hub’ regionale. Anche attraverso la costruzione di un oleodotto che, raggiungendo il porto keniano di Lamu, potrebbe aprire un corridoio di rilievo strategico per tutta l’Africa orientale. Secondo padre Ayele, in effetti, pur nella sua unilateralità l’intervento di Kampala ha interpretato esigenze condivise da altre capitali della regione. Il sostegno a Kiir si spiegherebbe con il fatto che il Sud Sudan possiede troppi pozzi di petrolio “per esser lasciato nel caos”.
Il negoziato promosso dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), un organismo che rappresenta sette governi dell’Africa orientale, risponde alla stessa necessità. Ed è stato proprio questo negoziato, dopo i colpi di artiglieria degli ugandesi, a portare a un accordo di cessate-il-fuoco. Jonah Leff, del centro studi Small Arms Survey, sottolinea che l’accordo sarà seguito da una nuova fase di negoziati. Secondo l’esperto, “i nodi da sciogliere sono diversi ed è improbabile che le milizie sul terreno siano disposte ad aspettare”. Molto ha a che fare con la composizione del fronte che, finora, si è battuto al fianco di Machar. Oltre ché, s’intende, sugli spazi di manovra dello stesso ex vice-presidente. “Non è escluso – sostiene Leff – che Machar cerchi di utilizzare la tregua per riarmarsi e ridisporsi dopo le sconfitte dell’ultima settimana”.
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Firmato giovedì sera ad Addis Abeba grazie a una mediazione dei paesi africani dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), l’accordo prevede la fine degli scontri armati entro 24 ore.
Il Sud Sudan è un paese divenuto indipendente solo nel 2011, dopo una guerra civile durata oltre 20 anni. Secondo le stime delle Nazioni Unite, i profughi causati da un mese di scontri sono circa mezzo milione, i morti sarebbero alcune decine di migliaia, i feriti non si contano. Particolarmente colpite le regioni settentrionali, dove si concentra la maggior parte dei pozzi di petrolio.
Se l’intesa reggerà alla prova dei fatti è da vedere. Un portavoce dei ribelli ha denunciato violazioni che oggi sarebbero state commesse dall’esercito in diverse regioni. Di certo l’intesa è stata però sottoscritta pochi giorni dopo la riconquista di Bor e di Malakal, importanti centri urbani che erano passati sotto il controllo degli uomini di Machar. Per l’avanzata l’intervento di Kampala è stato decisivo. “Il battaglione inviato dall’Uganda – sottolinea padre Ayele – ha a disposizione mezzi di artiglieria pesante ed è sostenuto da elicotteri da guerra che nel contesto sud-sudanese fanno la differenza”. Secondo il colonnello Felix Kulayigye, un commissario politico dell’esercito ugandese, i militari di Kampala hanno “messo in sicurezza” l’aeroporto di Juba pochi giorni dopo il presunto tentativo di golpe denunciato dal presidente Salva Kiir il 15 dicembre.
Non sorprende allora che una delle richieste dei ribelli, sulla quale per altro l’accordo di cessate-il-fuoco tace, sia proprio il ritiro del contingente di Kampala. “L’intervento ugandese è stato inizialmente motivato con l’esigenza di proteggere i cittadini ugandesi e favorirne il rimpatrio – sottolinea padre Ayele – ma con il passare dei giorni è apparso chiaro che le cose stavano diversamente”.
A scoprire le carte è stato lo stesso Yoweri Museveni. Annunciando, la settimana scorsa, che i militari ugandesi avevano partecipato a “una grande battaglia” al fianco dell’esercito di Juba. Ufficiali di Kampala hanno poi confermato la partecipazione ugandese all’offensiva culminata nella riconquista di Bor, seguita di pochi giorni dalla presa di Malakal. Di “un ruolo decisivo di Kampala su un piano militare” dice alla MISNA anche Petrus de Kock, analista di questioni strategiche per vari think tank dell’area sub-sahariana, tra i quali l’Istituto sudafricano per gli affari internazionali (Saiia). Secondo la sua interpretazione, i ribelli non avrebbero avuto di fatto alternative alla tregua. La pressione su di loro era forte. Perché in gioco non c’è solo il potere politico a Juba ma il controllo dei pozzi di petrolio, la grande risorsa del Sud Sudan, concentrata proprio nelle zone dove i combattimenti sono stati più intensi. Secondo il direttore di Leadership, “l’Uganda ha bisogno di un Sud Sudan stabile per via di legami economici e commerciali sempre più intensi”. Le voci sono diverse ma la parola chiave è petrolio, una risorsa della quale il Sud Sudan è ricco come nessun altro paese dell’area. E della quale l’Uganda vuole diventare una sorta di ‘hub’ regionale. Anche attraverso la costruzione di un oleodotto che, raggiungendo il porto keniano di Lamu, potrebbe aprire un corridoio di rilievo strategico per tutta l’Africa orientale. Secondo padre Ayele, in effetti, pur nella sua unilateralità l’intervento di Kampala ha interpretato esigenze condivise da altre capitali della regione. Il sostegno a Kiir si spiegherebbe con il fatto che il Sud Sudan possiede troppi pozzi di petrolio “per esser lasciato nel caos”.
Il negoziato promosso dall’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad), un organismo che rappresenta sette governi dell’Africa orientale, risponde alla stessa necessità. Ed è stato proprio questo negoziato, dopo i colpi di artiglieria degli ugandesi, a portare a un accordo di cessate-il-fuoco. Jonah Leff, del centro studi Small Arms Survey, sottolinea che l’accordo sarà seguito da una nuova fase di negoziati. Secondo l’esperto, “i nodi da sciogliere sono diversi ed è improbabile che le milizie sul terreno siano disposte ad aspettare”. Molto ha a che fare con la composizione del fronte che, finora, si è battuto al fianco di Machar. Oltre ché, s’intende, sugli spazi di manovra dello stesso ex vice-presidente. “Non è escluso – sostiene Leff – che Machar cerchi di utilizzare la tregua per riarmarsi e ridisporsi dopo le sconfitte dell’ultima settimana”.
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03/01/2014
Sud Sudan sull'orlo del baratro
Mentre raffiche di arma da fuoco fanno ancora eco all'interno di Bor -
città fantasma inaccessibile alla stampa - il nuovo anno si apre con la
speranza, seppur labile, di negoziati di pace tra i ribelli fedeli al
vice-presidente Riek Machar e il governo sud sudanese di Salva Kiir.
Dopo circa due settimane di scontri violenti che hanno messo a ferro e fuoco lo stato più giovane dello scacchiere geopolitico internazionale e anche il meno sviluppato, è Addis Abeba ad ospitare le delegazioni di ambo le parti per mettere a punto i dettagli di un cessate il fuoco sotto la pressione dei governi occidentali e di quelli regionali. L'ultimo dell'anno si era chiuso con pesanti combattimenti che avevano costretto l'esercito governativo a una ritirata strategica dalla città di Bor - a circa 200 chilometri dalla capitale Juba - e capitale essa stessa dello stato dello Jonglei, ricco di risorse petrolifere non sfruttate e teatro del massacro etnico del 1991.
Fin dal suo esplodere - a metà dicembre - il conflitto che sta trascinando il Paese nel baratro di una lunga guerra civile tra scontri violenti nelle zone strategiche di produzione di petrolio, massacri, stupri, esecuzioni sommarie di civili e soldati e fosse comuni scoperte a Juba, Bor e Malakal, la principale città dell'Upper Nile, si è caratterizzato per una recrudescenza di violenza etnica tra i membri della tribù Dinka del presidente Salva Kiir e quella dei Nuer di Machar, nonostante gli sforzi da più parti per negoziare un cessate il fuoco. In un'intervista alla Bbc il capo della missione di pace dell'Onu in Sud Sudan, Hilde Johnson, ha sostenuto che il conflitto ha le sue radici in «una lotta politica che richiede una soluzione politica» e fatto appello a entrambe le parti per «un grande sforzo di riconciliazione nazionale» al fine di risolvere le ragioni storiche delle attuali divisioni.
Sarebbero almeno 1000 i morti e circa 200.000 gli sfollati in circa due settimane di scontri tra i sostenitori del governo e i ribelli del White Army considerati fedeli a Machar, pesantemente armati con fucili automatici e granate a propulsione. I negoziati di pace appena all'avvio e con la mediazione del blocco dell'Africa orientale - l'Inter-Governmental Authority on Development (Igad) - si annunciano ardui considerando anche le ultime dichiarazioni di Salva Kiir che ha definito la guerra «senza senso» ma al contempo ha escluso la possibilità di una condivisione del potere con i ribelli e respinto le richieste di questi ultimi di liberare un certo numero di loro fedelissimi arrestati nelle settimane scorse.
Gli scontri ricordano la faida esplosa nel 1990 all'interno del Sudan People's Liberation Movement (Splm), il gruppo ora al potere che ha combattuto l'esercito del Sudan nella guerra civile, quando, al seguito di Machar a capo della fazione scissionista, i Nuer a lui fedeli massacrarono a Bor appartenenti all'etnia Dinka.
L'epicentro politico di questa nuova carneficina a sfondo tribale è stata Juba. Da lì le violenze si sono irradiate rapidamente nelle zone produttrici di petrolio, dividendo il paese lungo le linee etniche del gruppo Nuer e Dinka, i due principali di più di 200 gruppi etnici che con le loro lingue e tradizioni diverse convivono accanto a cristiani e musulmani facendo del Sud Sudan uno stato privo di una cultura dominante.
L'Unione Africana ha espresso sconcerto che la più giovane nazione del continente si trovi coinvolta così presto in un conflitto di questo tipo esprimendo timori che la situazione possa decadere in «una guerra civile vera e propria». Timori che per molti analisti sono già realtà sin dallo scatenarsi di questo ennesimo turbinio di violenza con cui il mondo ha salutato il 2014.
Fonte
Dopo circa due settimane di scontri violenti che hanno messo a ferro e fuoco lo stato più giovane dello scacchiere geopolitico internazionale e anche il meno sviluppato, è Addis Abeba ad ospitare le delegazioni di ambo le parti per mettere a punto i dettagli di un cessate il fuoco sotto la pressione dei governi occidentali e di quelli regionali. L'ultimo dell'anno si era chiuso con pesanti combattimenti che avevano costretto l'esercito governativo a una ritirata strategica dalla città di Bor - a circa 200 chilometri dalla capitale Juba - e capitale essa stessa dello stato dello Jonglei, ricco di risorse petrolifere non sfruttate e teatro del massacro etnico del 1991.
Fin dal suo esplodere - a metà dicembre - il conflitto che sta trascinando il Paese nel baratro di una lunga guerra civile tra scontri violenti nelle zone strategiche di produzione di petrolio, massacri, stupri, esecuzioni sommarie di civili e soldati e fosse comuni scoperte a Juba, Bor e Malakal, la principale città dell'Upper Nile, si è caratterizzato per una recrudescenza di violenza etnica tra i membri della tribù Dinka del presidente Salva Kiir e quella dei Nuer di Machar, nonostante gli sforzi da più parti per negoziare un cessate il fuoco. In un'intervista alla Bbc il capo della missione di pace dell'Onu in Sud Sudan, Hilde Johnson, ha sostenuto che il conflitto ha le sue radici in «una lotta politica che richiede una soluzione politica» e fatto appello a entrambe le parti per «un grande sforzo di riconciliazione nazionale» al fine di risolvere le ragioni storiche delle attuali divisioni.
Sarebbero almeno 1000 i morti e circa 200.000 gli sfollati in circa due settimane di scontri tra i sostenitori del governo e i ribelli del White Army considerati fedeli a Machar, pesantemente armati con fucili automatici e granate a propulsione. I negoziati di pace appena all'avvio e con la mediazione del blocco dell'Africa orientale - l'Inter-Governmental Authority on Development (Igad) - si annunciano ardui considerando anche le ultime dichiarazioni di Salva Kiir che ha definito la guerra «senza senso» ma al contempo ha escluso la possibilità di una condivisione del potere con i ribelli e respinto le richieste di questi ultimi di liberare un certo numero di loro fedelissimi arrestati nelle settimane scorse.
Gli scontri ricordano la faida esplosa nel 1990 all'interno del Sudan People's Liberation Movement (Splm), il gruppo ora al potere che ha combattuto l'esercito del Sudan nella guerra civile, quando, al seguito di Machar a capo della fazione scissionista, i Nuer a lui fedeli massacrarono a Bor appartenenti all'etnia Dinka.
L'epicentro politico di questa nuova carneficina a sfondo tribale è stata Juba. Da lì le violenze si sono irradiate rapidamente nelle zone produttrici di petrolio, dividendo il paese lungo le linee etniche del gruppo Nuer e Dinka, i due principali di più di 200 gruppi etnici che con le loro lingue e tradizioni diverse convivono accanto a cristiani e musulmani facendo del Sud Sudan uno stato privo di una cultura dominante.
L'Unione Africana ha espresso sconcerto che la più giovane nazione del continente si trovi coinvolta così presto in un conflitto di questo tipo esprimendo timori che la situazione possa decadere in «una guerra civile vera e propria». Timori che per molti analisti sono già realtà sin dallo scatenarsi di questo ennesimo turbinio di violenza con cui il mondo ha salutato il 2014.
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27/12/2013
Sud Sudan, guerra per il greggio
di Mario Lombardo
Anche se il giorno di Natale il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha lanciato un appello di pace e unità nel neonato paese centro-africano, i combattimenti sono proseguiti senza sosta soprattutto negli stati settentrionali dove si concentra la maggior parte della produzione di petrolio. La disponibilità di Kiir a trattare senza condizioni con le forze ribelli guidate dall’ex vice-presidente, Riek Machar, è stata manifestata dopo il suo incontro con l’inviato speciale di Washington, Donald Booth, ed in concomitanza con la riconquista da parte delle forze regolari della importante città di Bor, a un centinaio di chilometri a nord della capitale, Juba.
Parlando da una chiesa cattolica al termine di una funzione natalizia, Kiir ha anche condannato le violenze commesse in suo nome. Nei giorni scorsi, infatti, si era diffusa la notizia che le forze armate fedeli al presidente erano state protagoniste di svariate atrocità ai danni di civili appartenenti all’etnia Nuer, facendo addirittura migliaia di morti.
Con l’aggravarsi dello scontro, in ogni caso, le Nazioni Unite hanno approvato questa settimana un consistente aumento del contingente di caschi blu in Sud Sudan, mentre giovedì a Juba è arrivata una delegazione dell’Unione Africana per cercare di favorire il dialogo tra le due parti in lotta e fermare un conflitto che ha già creato quasi centomila profughi. Sempre giovedì, anche il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, e il presidente keniano, Uhuru Kenyatta, sono giunti in Sud Sudan per incontrare Salva Kiir.
Gli Stati Uniti, da parte loro, già settimana scorsa avevano inviato 45 soldati nella capitale per difendere la propria ambasciata ed evacuare i cittadini americani nel paese. Altri 150 Marines sono stati inoltre trasferiti dalla Spagna alla base di Camp Lemonnier, a Gibuti, da dove verranno inviati in Sud Sudan in caso di necessità.
Come è noto, la situazione nel Sudan del Sud era precipitata il 15 dicembre scorso in seguito ad alcuni scontri a fuoco nei pressi di Juba tra le forze governative e quelle fedeli a Machar, rimosso dalla carica di vice-presidente nel mese di luglio dopo aver dichiarato di volere sfidare Kiir nelle elezioni previste per il 2015. Machar aveva chiesto al presidente di farsi da parte dopo averlo accusato di avere violato ripetutamente la Costituzione, mentre Kiir, a sua volta, aveva subito accusato Machar di volere tentare un colpo di stato ai suoi danni.
Le ragioni politiche del conflitto si sono ben presto intrecciate alle tensioni settarie, con l’etnia Dinca - la più numerosa in Sud Sudan e alla quale appartiene il presidente - opposta a quella Nuer dell’ex vice-presidente Machar.
L’appoggio dell’Occidente (e degli Stati Uniti in particolare) continua ad essere garantito al governo di Salva Kiir, il cui Movimento Sudanese di Liberazione Nazionale al potere fin dall’indipendenza dal Sudan nel 2011 ha fatto però ben poco per alleviare la povertà e porre un freno alla corruzione dilagante nel paese.
Le
divisioni tra Kiir e Machar risalgono a ben prima dell’indipendenza e
la minaccia di quest’ultimo alla leadership del presidente aveva spinto
il primo non solo a sollevare il suo vice dall’incarico ma anche a
constringere al ritiro un centinaio di alti ufficiali per installare
forze più fedeli ai vertici dell’esercito.
Le tendenze sempre più autoritarie di Kiir hanno poi contribuito alla formazione di un esercito parallelo vicino a Machar che negli ultimi giorni ha fatto segnare qualche importante successo militare, come la cacciata delle forze regolari in molte località negli stati nord-orientali di Jonglei, Unità e Alto Nilo.
Al di là dei proclami umanitari di questi giorni e degli scrupoli democratici ufficiali, l’interesse dei governi occidentali nel Sudan del Sud ha a che fare con importanti questioni strategiche legate a questo paese e, più in generale, all’intero continente africano.
Gli Stati Uniti sono stati i principali promotori degli accordi di pace che misero fine al conflitto sudanese, nel quale morirono più di due milioni di persone, portando nel 2011 all’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum. Alla base dell’appoggio di Washington all’indipendenza del Sud Sudan c’era soprattutto il desiderio di creare una nuova entità statale ricca di risorse del sottosuolo meglio disposta verso l’Occidente rispetto al regime del presidente Omar al-Bashir.
Il petrolio sudanese è infatti localizzato in gran parte nel sud e, prima della separazione, più della metà del greggio estratto era destinato alla Cina, il cui governo aveva instaurato legami politici ed economici estremamente solidi con Khartoum.
Fino ad ora, tuttavia, la penetrazione occidentale in Sud Sudan è stata inferiore alle aspettative. La nuova classe dirigente - e, in particolare, proprio le fazioni facenti capo al vice-presidente Machar - è tornata a rivolgersi a Pechino per investimenti e aiuti finanziari destinati a creare infrastrutture estremamente carenti. Inoltre, in assenza di rotte alternative, il petrolio estratto nel Sud Sudan continua a passare attraverso oleodotti situati nel Sudan per essere esportato.
La nuova crisi in Africa, dunque, potrebbe essere sfruttata ancora una volta dai governi occidentali per giustificare l’ennesimo intervento “umanitario” in questo continente, dopo quelli degli ultimi anni che hanno riguardato almeno Libia, Costa d’Avorio, Mali e Repubblica Centrafricana.
Tutti questi interventi hanno seguito la creazione nel 2007 del Comando militare Africano statunitense (AFRICOM), vero e proprio strumento di Washington nella corsa alle risorse del continente e alla lotta contro la crescente influenza cinese nell’ultimo decennio.
Nel caso del Sud Sudan, infine, la crisi a cui il mondo sta assistendo in questi giorni conferma quali siano le conseguenze disastrose delle macchinazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, ai quali va attribuita gran parte della responsabilità per le sofferenze patite dalla popolazione e per il sostanziale fallimento dell’esperimento di indipendenza di questo poverissimo paese nel cuore dell’Africa.
Fonte
Anche se il giorno di Natale il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha lanciato un appello di pace e unità nel neonato paese centro-africano, i combattimenti sono proseguiti senza sosta soprattutto negli stati settentrionali dove si concentra la maggior parte della produzione di petrolio. La disponibilità di Kiir a trattare senza condizioni con le forze ribelli guidate dall’ex vice-presidente, Riek Machar, è stata manifestata dopo il suo incontro con l’inviato speciale di Washington, Donald Booth, ed in concomitanza con la riconquista da parte delle forze regolari della importante città di Bor, a un centinaio di chilometri a nord della capitale, Juba.
Parlando da una chiesa cattolica al termine di una funzione natalizia, Kiir ha anche condannato le violenze commesse in suo nome. Nei giorni scorsi, infatti, si era diffusa la notizia che le forze armate fedeli al presidente erano state protagoniste di svariate atrocità ai danni di civili appartenenti all’etnia Nuer, facendo addirittura migliaia di morti.
Con l’aggravarsi dello scontro, in ogni caso, le Nazioni Unite hanno approvato questa settimana un consistente aumento del contingente di caschi blu in Sud Sudan, mentre giovedì a Juba è arrivata una delegazione dell’Unione Africana per cercare di favorire il dialogo tra le due parti in lotta e fermare un conflitto che ha già creato quasi centomila profughi. Sempre giovedì, anche il primo ministro etiope, Hailemariam Desalegn, e il presidente keniano, Uhuru Kenyatta, sono giunti in Sud Sudan per incontrare Salva Kiir.
Gli Stati Uniti, da parte loro, già settimana scorsa avevano inviato 45 soldati nella capitale per difendere la propria ambasciata ed evacuare i cittadini americani nel paese. Altri 150 Marines sono stati inoltre trasferiti dalla Spagna alla base di Camp Lemonnier, a Gibuti, da dove verranno inviati in Sud Sudan in caso di necessità.
Come è noto, la situazione nel Sudan del Sud era precipitata il 15 dicembre scorso in seguito ad alcuni scontri a fuoco nei pressi di Juba tra le forze governative e quelle fedeli a Machar, rimosso dalla carica di vice-presidente nel mese di luglio dopo aver dichiarato di volere sfidare Kiir nelle elezioni previste per il 2015. Machar aveva chiesto al presidente di farsi da parte dopo averlo accusato di avere violato ripetutamente la Costituzione, mentre Kiir, a sua volta, aveva subito accusato Machar di volere tentare un colpo di stato ai suoi danni.
Le ragioni politiche del conflitto si sono ben presto intrecciate alle tensioni settarie, con l’etnia Dinca - la più numerosa in Sud Sudan e alla quale appartiene il presidente - opposta a quella Nuer dell’ex vice-presidente Machar.
L’appoggio dell’Occidente (e degli Stati Uniti in particolare) continua ad essere garantito al governo di Salva Kiir, il cui Movimento Sudanese di Liberazione Nazionale al potere fin dall’indipendenza dal Sudan nel 2011 ha fatto però ben poco per alleviare la povertà e porre un freno alla corruzione dilagante nel paese.
Le tendenze sempre più autoritarie di Kiir hanno poi contribuito alla formazione di un esercito parallelo vicino a Machar che negli ultimi giorni ha fatto segnare qualche importante successo militare, come la cacciata delle forze regolari in molte località negli stati nord-orientali di Jonglei, Unità e Alto Nilo.
Al di là dei proclami umanitari di questi giorni e degli scrupoli democratici ufficiali, l’interesse dei governi occidentali nel Sudan del Sud ha a che fare con importanti questioni strategiche legate a questo paese e, più in generale, all’intero continente africano.
Gli Stati Uniti sono stati i principali promotori degli accordi di pace che misero fine al conflitto sudanese, nel quale morirono più di due milioni di persone, portando nel 2011 all’indipendenza delle regioni meridionali da Khartoum. Alla base dell’appoggio di Washington all’indipendenza del Sud Sudan c’era soprattutto il desiderio di creare una nuova entità statale ricca di risorse del sottosuolo meglio disposta verso l’Occidente rispetto al regime del presidente Omar al-Bashir.
Il petrolio sudanese è infatti localizzato in gran parte nel sud e, prima della separazione, più della metà del greggio estratto era destinato alla Cina, il cui governo aveva instaurato legami politici ed economici estremamente solidi con Khartoum.
Fino ad ora, tuttavia, la penetrazione occidentale in Sud Sudan è stata inferiore alle aspettative. La nuova classe dirigente - e, in particolare, proprio le fazioni facenti capo al vice-presidente Machar - è tornata a rivolgersi a Pechino per investimenti e aiuti finanziari destinati a creare infrastrutture estremamente carenti. Inoltre, in assenza di rotte alternative, il petrolio estratto nel Sud Sudan continua a passare attraverso oleodotti situati nel Sudan per essere esportato.
La nuova crisi in Africa, dunque, potrebbe essere sfruttata ancora una volta dai governi occidentali per giustificare l’ennesimo intervento “umanitario” in questo continente, dopo quelli degli ultimi anni che hanno riguardato almeno Libia, Costa d’Avorio, Mali e Repubblica Centrafricana.
Tutti questi interventi hanno seguito la creazione nel 2007 del Comando militare Africano statunitense (AFRICOM), vero e proprio strumento di Washington nella corsa alle risorse del continente e alla lotta contro la crescente influenza cinese nell’ultimo decennio.
Nel caso del Sud Sudan, infine, la crisi a cui il mondo sta assistendo in questi giorni conferma quali siano le conseguenze disastrose delle macchinazioni degli Stati Uniti e dei loro alleati, ai quali va attribuita gran parte della responsabilità per le sofferenze patite dalla popolazione e per il sostanziale fallimento dell’esperimento di indipendenza di questo poverissimo paese nel cuore dell’Africa.
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24/12/2013
Sud Sudan: testimoni denunciano pulizia etnica
Sembra aggravarsi di giorno in giorno la situazione in Sud Sudan. Secondo alcuni testimoni citati dalla stampa occidentale i soldati sud-sudanesi fedeli al governo sarebbero responsabili di una lunga serie di omicidi, esecuzioni e stupri motivati da ragioni etniche. Secondo alcuni sopravvissuti intervistati dalla France Presse i soldati fedeli al governo avrebbero arrestato oltre 200 uomini, li avrebbero condotti al posto di polizia della capitale Juba, dove poi li avrebbero giustiziati quasi tutti. I due testimoni, feriti, sarebbero riusciti a fuggire e a trovare rifugio in una base delle Nazioni Unite a Juba, insieme ad altri dieci scampati al massacro.
Gli inviati dell'Onu hanno informato nella tarda mattinata di oggi di aver trovato una fossa comune con 75 corpi nella città di Bentiu e di averne individuate altre due nella capitale contenenti ancora un numero imprecisato di vittime.
Le testimonianze di diverse altre persone hanno ugualmente descritto atti di violenza etnica accompagnati da omicidi e stupri compiuti dal 15 dicembre in poi, da quando cioè si affrontano i soldati fedeli al presidente Salva Kiir a quelle del rivale Riek Machar, l'ex vicepresidente allontanato dal potere a luglio. Kiir accusa Machar e i suoi sostenitori, sempre più numerosi, di aver orchestrato un golpe, imputazione che il suo ex vice rigetta, accusando a sua volta il capo di stato di “autoritarismo” e di volersi sbarazzare di qualsiasi voce critica.
Le forze ribelli hanno preso il controllo di numerose regioni del nord del paese. Quelle che controllano Bentiu, capitale dello stato petrolifero di Unity hanno affermato che “dirotteranno le rimesse del greggio estratto dai pozzi petroliferi e interromperanno il flusso economico verso Juba”. E’ la minaccia dello stesso ex vicepresidente Riek Machar che ha aggiunto: “Chiuderemo i rubinetti (…) ci occuperemo di negoziare direttamente con Khartoum per il trasferimento del petrolio negli oleodotti sudanesi”. Una notizia ferale per l’esecutivo di Juba che dipende per il 98% dai proventi dei giacimenti del nord.
Inoltre dopo la conquista degli stati di Jonglei e Unity le forze militari agli ordini di Machar starebbero progredendo anche nello stato di Upper Nile, altro importante polo petrolifero al confine con il Sudan.
Dal carcere di Juba, intanto, sono giunti gli appelli alla calma e al “dialogo pacifico” da parte di 11 uomini politici, tra cui ex ministri, incarcerati all’indomani del presunto golpe perché ritenuti vicini a Machar. Lo ha reso noto l’inviato statunitense nel paese Donald Booth subito dopo averli incontrati. Ieri su richiesta del Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, il Consiglio di Sicurezza ha approvato l’invio di altri 5000 caschi blu nel paese ‘indipendente’ dal 2011 per rafforzare la missione Unmiss, forte di 7000 uomini già sul terreno.
“Quello che è iniziato come uno scontro interno del Movimento popolare per la liberazione del Sudan (Splm), tra Machar e Kiir rischia di trasformarsi in un conflitto civile dalle conseguenze imprevedibili” sottolineano le fonti dell’agenzia di stampa MISNA. Le forze politiche e militari in competizione tra loro infatti “stanno facendo leva su tensioni etniche facili da strumentalizzare, soprattutto tra i giovani” osservano gli analisti “cavalcando un sentimento di malcontento radicato nella crisi economica e nel mancato sviluppo che, a distanza di anni dalla fine del conflitto con Khartoum, resta una chimera inaccessibile”.
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Gli inviati dell'Onu hanno informato nella tarda mattinata di oggi di aver trovato una fossa comune con 75 corpi nella città di Bentiu e di averne individuate altre due nella capitale contenenti ancora un numero imprecisato di vittime.
Le testimonianze di diverse altre persone hanno ugualmente descritto atti di violenza etnica accompagnati da omicidi e stupri compiuti dal 15 dicembre in poi, da quando cioè si affrontano i soldati fedeli al presidente Salva Kiir a quelle del rivale Riek Machar, l'ex vicepresidente allontanato dal potere a luglio. Kiir accusa Machar e i suoi sostenitori, sempre più numerosi, di aver orchestrato un golpe, imputazione che il suo ex vice rigetta, accusando a sua volta il capo di stato di “autoritarismo” e di volersi sbarazzare di qualsiasi voce critica.
Le forze ribelli hanno preso il controllo di numerose regioni del nord del paese. Quelle che controllano Bentiu, capitale dello stato petrolifero di Unity hanno affermato che “dirotteranno le rimesse del greggio estratto dai pozzi petroliferi e interromperanno il flusso economico verso Juba”. E’ la minaccia dello stesso ex vicepresidente Riek Machar che ha aggiunto: “Chiuderemo i rubinetti (…) ci occuperemo di negoziare direttamente con Khartoum per il trasferimento del petrolio negli oleodotti sudanesi”. Una notizia ferale per l’esecutivo di Juba che dipende per il 98% dai proventi dei giacimenti del nord.
Inoltre dopo la conquista degli stati di Jonglei e Unity le forze militari agli ordini di Machar starebbero progredendo anche nello stato di Upper Nile, altro importante polo petrolifero al confine con il Sudan.
Dal carcere di Juba, intanto, sono giunti gli appelli alla calma e al “dialogo pacifico” da parte di 11 uomini politici, tra cui ex ministri, incarcerati all’indomani del presunto golpe perché ritenuti vicini a Machar. Lo ha reso noto l’inviato statunitense nel paese Donald Booth subito dopo averli incontrati. Ieri su richiesta del Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, il Consiglio di Sicurezza ha approvato l’invio di altri 5000 caschi blu nel paese ‘indipendente’ dal 2011 per rafforzare la missione Unmiss, forte di 7000 uomini già sul terreno.
“Quello che è iniziato come uno scontro interno del Movimento popolare per la liberazione del Sudan (Splm), tra Machar e Kiir rischia di trasformarsi in un conflitto civile dalle conseguenze imprevedibili” sottolineano le fonti dell’agenzia di stampa MISNA. Le forze politiche e militari in competizione tra loro infatti “stanno facendo leva su tensioni etniche facili da strumentalizzare, soprattutto tra i giovani” osservano gli analisti “cavalcando un sentimento di malcontento radicato nella crisi economica e nel mancato sviluppo che, a distanza di anni dalla fine del conflitto con Khartoum, resta una chimera inaccessibile”.
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22/12/2013
Sud Sudan, torna l'incubo della guerra civile
Oggi un aereo militare degli Stati Uniti è stato colpito durante le operazioni di evacuazione dei cittadini statunitensi in corso da ieri nel Sud Sudan. Secondo l'esercito ugandese presente nella capitale Juba nell’ambito della missione dell’Onu, contro il velivolo di Washington sono stati sparati colpi di arma da fuoco mentre stava sorvolando la città di Bor, capitale dello Stato di Jonglei, nel nord del paese, dove sono in corso pesanti scontri tra l’esercito fedele al presidente e le milizie schierate con l’ex vicepresidente Riek Machar, che avrebbero preso il controllo della zona. Secondo le prime notizie quattro militari sono stati feriti, uno di loro in maniera grave. "Dopo essere stato colpito da terra mentre si avvicinava alla località, il velivolo ha cambiato la rotta verso una base aerea fuori dal Paese e ha interrotto la missione" informa in una nota il Comando Africa di Washington.
Ieri ad essere colpito era stato un elicottero dell’Onu sempre nel nord del paese indipendente dal 2011 e oggi sull’orlo della guerra civile. Secondo alcuni esperti i ribelli hanno preso il controllo di alcuni campi petroliferi del Sud, sviluppo che potrebbe trascinare l'area in un conflitto ancora più violento visto che sicuramente le truppe fedeli al governo cercheranno di riconquistarle. A guidare i soldati ribelli e le milizie fedeli a Machar è Peter Gadet, astro nascente sulla scena politica e militare del paese e che potrebbe avvantaggiarsi dello scontro tra i due ex alleati. “Peter Gadet resta un punto interrogativo o, quantomeno, un personaggio del quale è difficile prevedere le mosse” racconta all’agenzia Misna Emile Lebrun, esperto del centro studi Small Arms Survey, secondo il quale in Sudan è in atto uno scontro di potere tutto interno al partito di governo, il Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm).
Secondo Jonah Leff, un altro analista di Small Arms Survey, Gadet “potrebbe essere in grado di assumere la guida dell’Armata bianca, una forza composta per lo più da Nuer, responsabile sin dai tempi della guerra civile di attacchi ai danni delle comunità Murle”. A MISNA Leff dice anche che, potenzialmente, “l’Armata bianca è in grado di mobilitare fino a 10.000 combattenti”. Dalla sua, poi, Gadet avrebbe parte dell’ottava divisione dell’esercito; unità, anche in questo caso, Nuer come lui e come Machar. Per la prima volta Gadet aveva preso le armi contro il presidente Salva Kiir e il suo governo nel marzo 2011. L’11 aprile di quello stesso anno, a nome del suo Movimento di liberazione del Sud Sudan (Sslm, nell’acronimo inglese), aveva firmato la Dichiarazione di Mayom, nel quale criticava la direzione dell’Splm denunciando un’egemonia politica della comunità Dinka e chiedendo la nascita di un governo di coalizione “democratico”. Quel testo gli era valso amicizie nuove e influenti, in particolare con alcuni capi ribelli Nuer attivi nella regione petrolifera di Unity. Dopo alcuni mesi di scontri, però, Gadet aveva approfittato di un’offerta di amnistia di Kiir ed era divenuto ufficiale dell’esercito. La sua ascesa era proseguita nel 2012, quando era stato scelto per coordinare la campagna di disarmo delle comunità Nuer e Murle in lotta tra loro a Jonglei. Un impegno culminato nel marzo scorso nell’assegnazione di un incarico di rilievo ancora maggiore: la direzione dell’offensiva militare contro David Yau Yau, un capo ribelle Murle dal 2012 alla guida dell’Esercito per la difesa del Sud Sudan (Ssda). Poi l’ultimo colpo di scena, questa settimana, con la conquista di Bor e di alcuni importanti campi petroliferi e la dichiarazione del suo sostegno a Machar. Sullo sfondo, gli interessi dei paesi e delle multinazionali petrolifere straniere che hanno spinto per l’indipendenza del Sud Sudan per mettere le mani sulle risorse del suo territorio senza dover contrattare con i leader del Sudan del Nord e che ora sono in ansia per la stabilità del nuovo stato ‘indipendente’.
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Ieri ad essere colpito era stato un elicottero dell’Onu sempre nel nord del paese indipendente dal 2011 e oggi sull’orlo della guerra civile. Secondo alcuni esperti i ribelli hanno preso il controllo di alcuni campi petroliferi del Sud, sviluppo che potrebbe trascinare l'area in un conflitto ancora più violento visto che sicuramente le truppe fedeli al governo cercheranno di riconquistarle. A guidare i soldati ribelli e le milizie fedeli a Machar è Peter Gadet, astro nascente sulla scena politica e militare del paese e che potrebbe avvantaggiarsi dello scontro tra i due ex alleati. “Peter Gadet resta un punto interrogativo o, quantomeno, un personaggio del quale è difficile prevedere le mosse” racconta all’agenzia Misna Emile Lebrun, esperto del centro studi Small Arms Survey, secondo il quale in Sudan è in atto uno scontro di potere tutto interno al partito di governo, il Movimento popolare di liberazione del Sudan (Splm).
Secondo Jonah Leff, un altro analista di Small Arms Survey, Gadet “potrebbe essere in grado di assumere la guida dell’Armata bianca, una forza composta per lo più da Nuer, responsabile sin dai tempi della guerra civile di attacchi ai danni delle comunità Murle”. A MISNA Leff dice anche che, potenzialmente, “l’Armata bianca è in grado di mobilitare fino a 10.000 combattenti”. Dalla sua, poi, Gadet avrebbe parte dell’ottava divisione dell’esercito; unità, anche in questo caso, Nuer come lui e come Machar. Per la prima volta Gadet aveva preso le armi contro il presidente Salva Kiir e il suo governo nel marzo 2011. L’11 aprile di quello stesso anno, a nome del suo Movimento di liberazione del Sud Sudan (Sslm, nell’acronimo inglese), aveva firmato la Dichiarazione di Mayom, nel quale criticava la direzione dell’Splm denunciando un’egemonia politica della comunità Dinka e chiedendo la nascita di un governo di coalizione “democratico”. Quel testo gli era valso amicizie nuove e influenti, in particolare con alcuni capi ribelli Nuer attivi nella regione petrolifera di Unity. Dopo alcuni mesi di scontri, però, Gadet aveva approfittato di un’offerta di amnistia di Kiir ed era divenuto ufficiale dell’esercito. La sua ascesa era proseguita nel 2012, quando era stato scelto per coordinare la campagna di disarmo delle comunità Nuer e Murle in lotta tra loro a Jonglei. Un impegno culminato nel marzo scorso nell’assegnazione di un incarico di rilievo ancora maggiore: la direzione dell’offensiva militare contro David Yau Yau, un capo ribelle Murle dal 2012 alla guida dell’Esercito per la difesa del Sud Sudan (Ssda). Poi l’ultimo colpo di scena, questa settimana, con la conquista di Bor e di alcuni importanti campi petroliferi e la dichiarazione del suo sostegno a Machar. Sullo sfondo, gli interessi dei paesi e delle multinazionali petrolifere straniere che hanno spinto per l’indipendenza del Sud Sudan per mettere le mani sulle risorse del suo territorio senza dover contrattare con i leader del Sudan del Nord e che ora sono in ansia per la stabilità del nuovo stato ‘indipendente’.
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24/07/2013
Sud Sudan: caos e violenze
Persino gli Stati Uniti che tanto hanno fatto e tramato per vederlo nascere ora criticano il giovane Stato africano. Juba incapace di governare e proteggere i civili dalle violenze
Scappano nelle boscaglie nei dintorni per sfuggire alla violenza e ai combattimenti tra l'esercito e gli Yau Yau, un gruppo di guerriglieri locali che rivendica la lotta armata contro la corruzione e gli abusi dei militari e contro il governo di un solo partito.
Secondo Medici Senza Frontiere, in circa 120.000 avrebbero lasciato i villaggi per cercare rifugio altrove mentre l'Onu parla di almeno 100.000 civili a cui non è possibile fornire aiuti di prima necessità nello stato dello Jonglei dove gli scontri in atto minacciano la vita delle popolazioni locali e dove adesso, in pieno periodo delle piogge, è impossibile arrivare via terra. E d'altro canto non ci sono abbastanza elicotteri in dotazione al personale delle Nazioni Unite per poter garantire aiuti essenziali in modo continuo e sistematico.
A criticare fortemente il governo del Sud Sudan una decina di giorni fa era stato il suo più grande alleato, gli Stati Uniti, i quali si erano detti "profondamente delusi" dall'incapacità di Juba di proteggere le popolazioni civili dagli scontri in atto nella zona orientale. Stando a quanto riportato da fonti Onu, la maggior parte dei civili - contrariamente ai dati ufficiali diffusi dal governo - avrebbe infatti lasciato la città di Pibor, nel vasto stato dello Jonglei dove scontri tra le tribù rivali dei Lou Nuer e dei Murle avrebbero causato un numero imprecisato di morti.
Lo stesso esercito però - che il giovane stato sudanese ha cercato dal 2011 non senza pochi sforzi di strutturare compattando cellule di ex guerriglieri trasformati in soldati professionisti - si sarebbe reso responsabile a maggio scorso di azioni di saccheggio contro compound dell'Onu e di altre organizzazioni umanitarie. Tanto che Washington oltre a dirsi delusa ha anche esortato il governo ad attivarsi per fermare atti simili.
Il Sud Sudan accusa il Sudan di fornire armi agli Yau Yau. Accuse credibili dicono molti analisti, come altrettanto concreti però restano il dissenso e il malcontento che azioni di tortura, uccisioni e stupri ad opera dei soldati regolari stanno scatenando tra i civili.
Scontri e violenze sarebbero avvenuti anche nello stato dell'Unity, ricco di giacimenti petroliferi. Ma, nonostante una massiccia presenza sul territorio di peacekeepers in grado di monitorare quanto accade, l'ONU non ha diffuso cifre ufficiali sul numero di vittime. Che pure ci sono, come quella mamma coi suoi tre bambini arsi vivi in una capanna, raccontano fonti autorevoli. Nessun dato ufficiale però. Per non imbarazzare il governo, dicono i più cinici. Le potenze occidentali intanto stanno a guardare e si dicono preoccupate che un'escalation delle violenze possa esplodere in una nuova guerra civile mentre gli Stati Uniti provano a fare la voce grossa con l'alleato Juba.
Dal 2011, dalla secessione cioè dal Sudan, gli scontri tra esercito regolare, gruppi di ribelli e tribù rivali hanno provocato almeno 1600 morti e spinto decine di migliaia di sfollati a lasciare il Paese. Oltre naturalmente ad aver in parte ostacolato i piani e le attività di esplorazione del terreno alla ricerca di nuovi giacimenti di petrolio della francese Total e dell'americana Exxon.
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Scappano nelle boscaglie nei dintorni per sfuggire alla violenza e ai combattimenti tra l'esercito e gli Yau Yau, un gruppo di guerriglieri locali che rivendica la lotta armata contro la corruzione e gli abusi dei militari e contro il governo di un solo partito.
Secondo Medici Senza Frontiere, in circa 120.000 avrebbero lasciato i villaggi per cercare rifugio altrove mentre l'Onu parla di almeno 100.000 civili a cui non è possibile fornire aiuti di prima necessità nello stato dello Jonglei dove gli scontri in atto minacciano la vita delle popolazioni locali e dove adesso, in pieno periodo delle piogge, è impossibile arrivare via terra. E d'altro canto non ci sono abbastanza elicotteri in dotazione al personale delle Nazioni Unite per poter garantire aiuti essenziali in modo continuo e sistematico.
A criticare fortemente il governo del Sud Sudan una decina di giorni fa era stato il suo più grande alleato, gli Stati Uniti, i quali si erano detti "profondamente delusi" dall'incapacità di Juba di proteggere le popolazioni civili dagli scontri in atto nella zona orientale. Stando a quanto riportato da fonti Onu, la maggior parte dei civili - contrariamente ai dati ufficiali diffusi dal governo - avrebbe infatti lasciato la città di Pibor, nel vasto stato dello Jonglei dove scontri tra le tribù rivali dei Lou Nuer e dei Murle avrebbero causato un numero imprecisato di morti.
Lo stesso esercito però - che il giovane stato sudanese ha cercato dal 2011 non senza pochi sforzi di strutturare compattando cellule di ex guerriglieri trasformati in soldati professionisti - si sarebbe reso responsabile a maggio scorso di azioni di saccheggio contro compound dell'Onu e di altre organizzazioni umanitarie. Tanto che Washington oltre a dirsi delusa ha anche esortato il governo ad attivarsi per fermare atti simili.
Il Sud Sudan accusa il Sudan di fornire armi agli Yau Yau. Accuse credibili dicono molti analisti, come altrettanto concreti però restano il dissenso e il malcontento che azioni di tortura, uccisioni e stupri ad opera dei soldati regolari stanno scatenando tra i civili.
Scontri e violenze sarebbero avvenuti anche nello stato dell'Unity, ricco di giacimenti petroliferi. Ma, nonostante una massiccia presenza sul territorio di peacekeepers in grado di monitorare quanto accade, l'ONU non ha diffuso cifre ufficiali sul numero di vittime. Che pure ci sono, come quella mamma coi suoi tre bambini arsi vivi in una capanna, raccontano fonti autorevoli. Nessun dato ufficiale però. Per non imbarazzare il governo, dicono i più cinici. Le potenze occidentali intanto stanno a guardare e si dicono preoccupate che un'escalation delle violenze possa esplodere in una nuova guerra civile mentre gli Stati Uniti provano a fare la voce grossa con l'alleato Juba.
Dal 2011, dalla secessione cioè dal Sudan, gli scontri tra esercito regolare, gruppi di ribelli e tribù rivali hanno provocato almeno 1600 morti e spinto decine di migliaia di sfollati a lasciare il Paese. Oltre naturalmente ad aver in parte ostacolato i piani e le attività di esplorazione del terreno alla ricerca di nuovi giacimenti di petrolio della francese Total e dell'americana Exxon.
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