di Rita Plantera
Dall’8 luglio
scorso – a ridosso del quinto anniversario di indipendenza e in
violazione di fragili accordi di pace – a Juba è l’inferno conclamato,
scandito dall’eco dei colpi di mortaio, lanciagranate, elicotteri da
combattimento, carri armati e delle armi d’assalto pesanti. Uno
scenario che acuisce i timori sulle possibilità che una nuova guerra
civile possa travolgere il Sud Sudan già devastato da una grave crisi
economica e umanitaria.
Le difficoltà nelle comunicazioni, le piogge torrenziali e la
violenza dei combattimenti scoppiati tra i soldati governativi fedeli al
presidente Salva Kiir e i ribelli che sostengono il suo vice Riek
Machar rendono più difficile la situazione di migliaia di civili già
afflitti da abusi e violenze. Mentre scriviamo non vi sono
ancora bilanci ufficiali ma secondo alcune fonti del ministero della
sanità 272 persone, tra cui 33 civili e due caschi blu cinesi sarebbero
stati uccisi solo nella giornata di venerdì.
Sebbene non siano del tutto chiare le ragioni alla base di tale
escalation di violenze, pare che a innescarla sia stata una sparatoria –
dopo discussioni a un posto di blocco – tra soldati rivali nella notte
di giovedì in cui ne sarebbero morti cinque. Un episodio che ha
fatto degenerare una situazione contingente e contribuito a far
implodere tensioni già alte da aprile, quando Machar è tornato a Juba e
si è reinsediato come vicepresidente in un governo di unità nazionale
guidato da Kiir, nel rispetto degli accordi di pace ma in mancanza
dell’appoggio concreto e di fiducia reciproca tra i due leader.
E alla luce del fallimento di quegli accordi laddove tanto Kiir quanto
Machar non hanno dimostrato la volontà di implementarne almeno i punti
chiave tra cui la smobilitazione delle rispettive forze e la promozione
della loro integrazione.
Gli scontri sono continuati ieri nonostante l’appello dei due leader
politici al cessate il fuoco e la dichiarazione votata all’unanimità con
cui domenica il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto
l’immediata cessazione delle violenze e condannato ogni attacco alle
basi Onu dove, a Jebel, hanno trovato temporaneamente rifugio circa
30.000 civili. Cinque anni fa, a luglio 2011, il Sud Sudan si è
reso indipendente dopo che a gennaio dello stesso anno la stragrande
maggioranza dei sud sudanesi si era espressa per la secessione dal
Sudan. Nasceva il più giovane stato del mondo che dal Sudan ha ereditato
sia le ricchezze petrolifere sia le tensioni etniche. Se da un
lato il Sud Sudan si è da subito trovato a fronteggiare relazioni
ostili con il Sudan (per contenziosi legati alla gestione dei flussi di
petrolio attraverso gli oleodotti sudanesi verso il Mar Rosso)
dall’altro nel giro di pochi anni è stato travolto da una guerra civile
scoppiata a dicembre del 2013 che secondo l’Onu ha fatto circa 50.000
morti e più di 2,2 milioni di rifugiati e sfollati.
Ad agosto 2015 dopo mesi di negoziati ospitati dall’Etiopia, e
diversi accordi di cessate il fuoco non rispettati, il presidente Salva
Kiir ha firmato un accordo di pace per porre fine a quasi 2 anni di
guerra civile. Un accordo «mediocre», dirà Kiir durante la
cerimonia, firmato con «serie riserve» e sotto la minaccia di nuove
sanzioni internazionali e di un embargo sulle armi.
Un accordo che secondo Kiir poteva ritorcersi contro la regione. Preoccupazioni
che il presidente ha meglio esplicitato dichiarando in un’intervista
rilasciata ad Al Jazeera che quell’accordo «non era stato fatto per
essere implementato».
Parole che ora alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni
suonano premonitrici. L’accordo prevedeva la smilitarizzazione della
capitale rimasta sotto il controllo del governo; il controllo bipartisan
sulle aree petrolifere del paese; il ritorno di Machar come vice
presidente.
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