Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

venerdì 29 luglio 2016

Paradossi... in tempi di guerra globalizzata

In questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti il vocabolario politico europeo si va arricchendo di parole e concetti che forse riflettono meglio di mille ragionamenti la matrice intimamente neocoloniale dei conflitti in corso. Dopo aver ridotto a sinonimi i concetti di islamico ed islamista, dopo aver trasformato il radicalismo islamico in una psicopatologia per menti fragili pur di depoliticizzarne la natura e dopo aver addirittura teorizzato la “radicalizzazione istantanea” dei banlieusard arrabbiati nella moschea di Google, eccoci dunque arrivati alla proposta di “israelizzare” la società come panacea di tutti i mali. Come ha avuto modo di specificare il politologo francese Dominique Moïsi, esperto di geopolitica e di Medio Oriente per conto dell’Ifri (Institut français des rélations internationales), e convinto sostenitore della tesi: mi riferisco all’israelizzazione delle teste, degli stati d’animo, dei pensieri. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo in presenza di una minaccia permanente, imprevedibile, vicina e comportarci di conseguenza. Questo non vuol certo dire – continua Moïsi mettendo le mani avanti – che bisogna erigere muri, costruire barriere, consentire alla gente di armarsi o militarizzare le nostre città. Come se i muri, le barriere e la militarizzazione delle citta non fossero il prodotto del razzismo e del colonialismo di cui è intrisa la sociètà israeliana. Ed allora, in questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti, il paradosso è che per leggere un commento intelligente bisogna andare a cercarsi l’articolo di un giornalista che tutto è fuorchè comunista e che, per di più, scrive sul giornale dei padroni...

*****

Perché è una guerra «dentro» una religione

È guerra, ma non di religione dice il Papa. E ha ragione: questa è una guerra “dentro” una religione. È cominciata all’interno l’Islam e la maggior parte delle sue vittime sono musulmani: per questo appare così frammentaria e contradditoria, anche quando il bersaglio sono le società occidentali. In realtà i contorni sono più nitidi di quanto non si voglia far credere: la religione è usata strumentalmente per un conflitto di potenza.

Si comincia nel 1979 quando l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan: fu allora che i mujaheddin vennero appoggiati per abbattere l’Impero Rosso. Erano “i nostri eroi”, dopo l’11 settembre, con i talebani e Al Qaeda, diventarono i” barbari”. La regia era americana, i soldi sauditi e il Pakistan a fare da ospitale piattaforma per tutti i gruppi islamisti anti-sovietici: è il ruolo che ha avuto la Turchia in Siria aprendo l’”autostrada dei jihadisti” per far fuori nel 2011 Bashar Assad. La Siria è l’Afghanistan dei nostri tempi. Ma alle porte di casa.

Il conflitto dentro l’Islam è diventato apertamente una guerra tra sciiti e sunniti nel 1980 quando il 22 settembre Saddam Hussein attacca l’Iran di Khomeini: tutto questo dieci giorni dopo il colpo di stato del generale Kenan Evren in Turchia. Corsi e ricorsi della storia: il fallito colpo di stato in Turchia oggi non solo ha aperto la strada alle epurazioni di Erdogan ma anche a un rivolgimento in un Paese cardine della Nato.

Il conflitto nel Golfo durò otto anni con un milione di morti senza cambiare i confini di un centimetro: Saddam venne finanziato con 50 miliardi di dollari dalle petromonarchie del Golfo per far fuori la repubblica islamica vissuta come una minaccia perenne all’egemonia dei sunniti. Ma non sempre le cose vanno come si vorrebbe: il Raìs, dopo l’occupazione del Kuwait nel ’90, diventò bersaglio di una prima guerra nel ’91 e di una seconda nel 2003. Questi “intervalli”, in cui l’Occidente “guardava a Est” furono costellati da centinaia di migliaia di morti tra i curdi e gli sciiti.

Facciamo un passo indietro per capire la politica occidentale e dei suoi alleati musulmani. Nel novembre ’78 Carter nominò il diplomatico George Ball capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran. Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l’opposizione di Khomeini. In realtà aveva ricalcato lo studio di uno dei massimi esperti mondiali, Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, ex agente britannico al Cairo durante la seconda guerra mondiale.

Lewis raccomandava di appoggiare i movimenti radicali islamici, i Fratelli Musulmani e Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Più o meno quanto sostenevano i neo-con di Bush jr. che infatti nel 2003 acclamarono Lewis come il loro ispiratore.

Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “arco della crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco di crisi” ebbe un enorme successo, fu ripresa da Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale, insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica. L’Iran, sfortunatamente per Carter, si rivelò più un problema per gli Usa che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: furono armati migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi in un conflitto disastroso fino al ritiro nell’89. Con la fine dell’Urss, Washington decise che l’area non era più interessante e l’abbandonò all’Islam radicale.

Lewis fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente». Le cose sono andate diversamente. Ma quello che colpisce non sono le previsioni sbagliate, quanto i discorsi che hanno accompagnato le azioni occidentali in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del complotto, questi studi rispondevano alla necessità di giustificare a posteriori le proprie azioni.

Esattamente come avviene oggi con la Siria, il Califfato e la Turchia: si voleva abbattere un dittatore a Damasco e adesso abbiamo un autocrate anche ad Ankara. Non solo ma come in una nemesi della storia, la Russia è tornata protagonista in Medio Oriente e l’Iran ha rafforzato le sue mire egemoniche davanti a potenze sunnite in crisi. Ma come giustamente sottolinea il Papa prima ancora che guerre di religione sono conflitti di potenza che tendono a salvare dinastie clienti dell’Occidente come quella dei Saud. Nessuna distorsione dell’Islam o interpretazione del Corano sfugge a questa prosaica realtà

di Alberto Negri, da Il Sole 24 ore del 29/7/2016

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento