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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2026

Il Burkina Faso rompe le relazioni diplomatiche con la Francia

Il governo militare del Burkina Faso ha annunciato la rottura immediata e totale delle relazioni diplomatiche con la Francia. La proclamazione è giunta il 26 giugno, attraverso un comunicato ufficiale letto in televisione dal portavoce dalle autorità di Ouagadougou.

Da tre anni, ovvero da quando è andato al potere il capitano Ibrahim Traoré, le relazioni tra i due paesi si sono complicati, in virtù della netta posizione anticoloniale burkinabè. La scelta dello scorso venerdì arriva con l’accusa verso Parigi di “un attivismo incessante contro gli interessi del Faso, di ambizioni neocoloniali e di sostegno attivo a reti sovversive e terroristiche”.

Il pensiero va immediatamente alle formazioni fondamentaliste e separatiste dell’area, che hanno avuto di recente un ruolo significativo negli scontri avvenuti anche in Mali, con cui il Burkina Faso è unito nell’Alleanza degli Stati del Sahel. La rottura dei rapporti con Parigi è un altro tassello del collasso del sistema della Françafrique.

Ovviamente, la Francia nega tutto e ha dichiarato infondate le accuse provenienti da Ouagadougou, mentre annuncia lo studio di “misure di reciprocità”, senza ulteriori specifiche ad ora. Ad ogni modo, la portata effettiva di questa nuova svolta nel Sahel diventerà chiara nelle prossime settimane.

Basti pensare al fatto che il governo burkinabè ha sottolineato che la rottura “riguarda esclusivamente il quadro istituzionale delle relazioni tra i due Stati a livello diplomatico” e “non mette in alcun modo in discussione i legami storici, umani, culturali e sociali” che uniscono i due popoli.

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23/05/2026

Tanti no all’imperialismo sanitario USA in Africa. Il piano di Trump vacilla

Dopo i tagli a USAID (strumento di soft Power di Washington) e l’addio all’OMS, la strategia sulla sanità internazionale della Casa Bianca è stata rimodulata nell’America First Global Health Strategy. Fondata su rapporti bilaterali, invece che su una cornice multilaterale, è un’altra forma di “predazione” a cui molti paesi africani stanno dicendo no.

Con l’inizio del suo secondo mandato, The Donald ha promosso un approccio che, propagandisticamente, viene detto favorire una maggiore trasparenza e maggiore centralità ai governi locali. Nella realtà, è un modo per vincolare aiuti necessari a intese commerciali e minerarie che fanno gli interessi statunitensi.

Dopo una prima ondata di oltre trenta intese preliminari (di cui almeno 18 formalizzate, in genere quinquennali e di cui i testi sono per lo più segreti) il meccanismo ha però iniziato a incepparsi con vari paesi. Il segnale di rottura più forte è arrivato dal Ghana.

Nei primi mesi del 2026, l’intesa tra Accra e Washington sembrava ormai cosa fatta: un piano da 109 milioni di dollari erogati dagli USA per specifici interventi sanitari sul territorio. Tuttavia, dallo scorso febbraio, il governo del presidente John Dramani Mahama ha iniziato a frenare, sollevando forti perplessità sul testo dell’accordo.

Di fronte ai tentennamenti ghanesi, la Casa Bianca ha tentato la linea dura fissando un ultimatum per la firma definitiva. La risposta è arrivata il 24 aprile, giorno della scadenza: nessun via libera. Alla base del rifiuto c’è una formula di “estrattivismo” che è segno dei tempi: quello dei dati, in questo caso sanitari.

Il timore che sul piatto finisse l’accesso alle cartelle cliniche e ai dati sensibili dei pazienti ghanesi, creando un immenso database sanitario sotto il controllo statunitense, alla fine ha portato Accra a dire di no. Altri accordi prevedevano la condivisione delle cartelle cliniche, dei test diagnostici e di campioni di agenti patogeni a maggior rischio di contagio.

Su una sorta di sfruttamento dei paesi in via di sviluppo come serbatoi di patogeni per le grandi compagnie farmaceutiche occidentali c’è un dibattito che va avanti da almeno vent’anni. Ma mettere le mani sui dati sanitari significa anche garantirsi un vantaggio competitivo enorme rispetto ai concorrenti europei e asiatici sulle nuove frontiere delle discipline biotecnologiche.

Come evidenziato da Oladoyin Odubanjo, segretario dell’Accademia nigeriana delle scienze, “l’ingrediente fondamentale per sviluppare l’intelligenza artificiale che avrà un impatto sulla ricerca e sullo sviluppo di vaccini, trattamenti e persino armi biologiche e antidoti, sono i dati”. Ovviamente, ai paesi africani non viene offerta alcuna garanzia di accesso ai farmaci derivati da queste ricerche.

Il Ghana non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg. La trattazione bilaterale svantaggia gli stati africani di fronte al gigante americano. E alla fine le preoccupazioni sulla sovranità digitale e sulla privacy dei cittadini stanno spingendo diversi paesi del continente a rompere con Washington.

È il Kenya che ha sollevato per primo l’allarme. L’intesa siglata con gli States prevedeva 1,6 miliardi di dollari in 5 anni in cambio dell’accesso illimitato ai dati sanitari dei cittadini. Nonostante la firma di Nairobi lo scorso anno, il ricorso di diverse associazioni di consumatori locali ha spinto la Corte Suprema keniana a sospendere temporaneamente l’efficacia dell’accordo.

A seguire il Kenya c’è stato lo Zimbabwe, che ha rispedito al mittente la proposta di collaborazione sanitaria di Washington, giudicando le condizioni inaccettabili. In particolare, è stato proprio l’uso dei dati medici come leva ad essere stato indicato come una linea rossa invalicabile.

Per ora, i funzionari della Casa Bianca gettano acqua sul fuoco e minimizzano la portata della fronda africana. Da Washington ricordano che i memoranda sottoscritti esprimono un volume complessivo di investimenti già concordati che sfiora i 12 miliardi di dollari. Ma le crepe in questo nuova forma di neocolonialismo ci sono, e con le politiche guerrafondaie degli USA potrebbero ampliarsi.

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10/05/2026

Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile

Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel Maghreb)?

Oltre dodicimila combattenti, secondo le prime stime, hanno in poche ore colpito in modo chirurgico da Kidal a Gao, da Mopti a Bamako, e a Kati, “città guarnigione”, l’esplosione di una cisterna ha ucciso il ministro della difesa Sadio Camara e ferito il responsabile dei servizi di intelligence, il generale Modibo Keita. Per comprendere quanto accaduto bisogna fare un passo indietro e ripercorrere quella che è una storia postcoloniale non molto diversa da quanto accaduto in altri paesi (il Sudan o la Repubblica Democratica del Congo).

Appena dopo l’indipendenza, già nel 1962-1963, si erano andati costituendo i primi gruppi tuareg indipendentisti, intolleranti verso i confini coloniali e l’ordinamento di un paese sospeso tra istanze panafricaniste e l’idea di uno stato centralizzato. Il governo di Modibo Keita prima, quello di Moussa Toure poi, malgrado le profonde differenze, non riusciranno a sedare la resistenza, e la violenta repressione alimenterà solo il progetto separatista di alcuni gruppi, che esploderà nuovamente nel 1990 con l’attacco alla caserma di Menaka e l’uccisione di decine di militari.

Ma a quest’ultima si arriva dopo un processo nel quale ha un ruolo decisivo anche le siccità del 1973-4 e del 1984. I giovani tuareg che dal Mali e dal Niger emigreranno in quegli anni in Libia seguendo le reti di alleanza esistenti fra tribù e clan, saranno accolti da Gheddafi e addestrati a Beni Walid all’interno della Legione Verde. Molti di loro saranno poi inviati a combattere nella guerra contro il Chad.

Il contesto politico sempre più ostile convince Gheddafi della necessità di costruire una strategia regionale (nasce il progetto dell’Unione del Maghreb Arabo). Ed è di quegli anni la scelta di far ritornare i tuareg in Mali e in Niger per rivendicare il possesso delle terre. La ribellione, guidata da Iyad Ag-Ghali, sarà contenuta da Moussa Traoré al prezzo di molte vittime, ma gli accordi durano poco perché Traoré verrà qualche mese dopo rovesciato da un colpo di stato (è il marzo 1991).

Quando riprende, la rivolta tuareg dei Movimenti Unificati del Fronte dell’Azawad (MFUA) avrà una diversa fisionomia: frammentata in quattro gruppi maggiori (il Movimento popolare dell’Azawad, MPA, diretto da Ag-Ghali; il Fronte popolare di liberazione dell’Azawad, FPLA, nella regione di Timbuctù; l’Armata Rivoluzionaria di Liberazione dell’Azawad, ARLA, costituita essenzialmente da membri della tribù Imghad; il Fronte Islamico Arabo dell’Azawad, FFIA), vedrà da questo momento una vertigine di alleanze a carattere “etnico-tribale” comporsi e dissolversi secondo le circostanze.

Ma è impossibile offrire un’interpretazione univoca di un progetto di indipendenza che ha radici eterogenee e si nutre spesso di legami familiari, e altrettanto impossibile è lasciarsi sedurre da un’interpretazione che veda quella dei tuareg come la ribellione di “una società contro lo stato”.

Le alleanze che avrebbero costruito negli anni, oltre che con la Libia di Gheddafi, con l’Algeria, ma soprattutto con la Francia, rivelano la grande capacità di sfruttare gli interessi di attori diversi e ottenere supporto militare, economico, logistico o mediatico senza però avere la forza di venirne a capo una volta per tutte. Lo dimostreranno gli anni seguenti, scanditi dall’ingresso del fronte jihadista, che pone agli stessi Tuareg non pochi problemi, e di miliziani provenienti da altri paesi (Sudan).

Agli inizi del 2012 l’erede della galassia dei movimenti secessionisti del nord proclama l’indipendenza dell’Azawad, la vasta regione che da Tessalit, Kidal e Menaka si estende sino a Timbuctu e Gao (quasi i due terzi del paese, largamente desertici, ma ricchissimi di risorse naturali). Con il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, MPLA, operano le milizie Ansar Dine (“Ausiliari della regione Islamica”, al comando di Iyad Ag-Ghali).

Il progetto di uno stato islamico non troverà nella comunità internazionale alcun riconoscimento, ma queste milizie che arrivano sino a Segou sulle loro moto o sui pick-up 4X4 armati con mitragliatrici e lanciarazzi sottratti all’esercito regolare costituiscono una seria minaccia all’integrità territoriale del paese, tanto più che l’esercito regolare arretra, abbandona mezzi e armi, e nel caos rivela ancora una volta che l’addestramento francese non ha avuto altro effetto che quello di creare un esercito fragile e dipendente.

In questo clima di sfiducia, un giovane militare sino a quel momento sconosciuto, Amadou Sanogo, di origine dogon, prende il potere e pone fine al governo di Amani Toumani Toure (ATT). Sanogo finirà poi agli arresti, in una isolata località ai confini con la Guinea, ma intanto il presidente ad interim invoca l’intervento aereo dei francesi per fermare l’avanzata dei ribelli.

Holland accorre in modo trionfale: comincia l’operazione Serval (dall’agosto 2014 il suo nome diventerà Barkhane), affiancata dal luglio dello stesso anno dalle forze dell’ONU. Come sempre la fantasia militare è all’opera, ma con una semantica che vale la pena sottolineare: il nome di un felino dell’Africa subsahariana (serval), il termine con cui si indicano le dune mobili dal profilo a mezzaluna creato dai venti (barkhane), sono l’atto di imperio linguistico di chi si sente da tempo padrone di quei luoghi.

La presenza francese si fa via via più invadente. Le elezioni del nuovo presidente Ibrahima Aboubacar Keita (IBK) consentono al paese una relativa stabilità, ma le critiche all’autonomia del presidente, considerato da molti un fantoccio nelle mani dei francesi, si fanno sempre più aspre.

Un duro colpo al patto fra il Mali e la Francia arriva quando quest’ultima impedisce all’esercito regolare di entrare a Kidal, quartier generale delle forze ribelli controllata dal MPLA invocando motivi di sicurezza e rendendo impossibile sia il controllo della città che le elezioni. Kidal è tutt’oggi una ferita non cicatrizzata, l’immagine di una sovranità nazionale offesa da una potenza straniera.

Non è un caso che la sua riconquista con l’aiuto delle truppe mercenarie russe Wagner nel 2023 sarà celebrata come un riscatto, così come non sorprende che la sua caduta dieci giorni fa nelle mani delle forze ribelli sia stata ripresa dai media francesi infinite volte per umiliare il governo di transizione guidato da Assimi Goïta ed annunciare che ormai i due terzi del paese sono sotto il controllo dei ribelli.

Quando i risultati elettorali che avevano riconfermato IBK furono contestati e il presidente deposto (colpo di stato del 2020, con il forte appoggio della società civile, rappresentata dal Mouvement du 5 juin – Rassemblement des forces patriottiques), un nuovo governo di transizione guidato da Bah Ndaw dovrebbe permettere il ritorno alla democrazia.

Ma nel 2021 un nuovo colpo di stato interrompe il processo, e Bah Ndaw è accusato di aver tradito gli accordi: il ministero della difesa sarebbe dovuto andare a Camara, quello dell’intelligence a Keita (incarichi poi confermati dal governo di transizione). Per una strana coincidenza, sono proprio loro ad essere vittima degli attentati di questi giorni, gli stessi che avevano condotto il processo di alleanza con la Russia e definitivamente spezzato quel che restava dei legami con la Francia.

Dal 2016 nelle aree centrali del paese (regione di Mopti, ansa del Niger) entra in scena un nuovo alleato: il Front de Libération du Macina (Katiba Macina), al comando di Amadou Kouffa. L’area, che vede preponderante la popolazione Peul aveva conosciuto da sempre un complesso sistema d'uso delle terre da parte di pastori e contadini, secondo un equilibrio non del tutto privo di conflitti ma in grado di autoregolarsi ed evitare eccessi (sapienti tecniche di coltivazione e di pascolo avevano reso possibile lo sfruttamento delle risorse di un territorio periodicamente inondato dal Niger).

Ma i conflitti generati dalla riduzione delle terre coltivabili e dei pascoli, e il capovolgimento delle tradizionali gerarchie, avrebbero finito con l’alimentare un’economia di guerra spesso banalizzata nel vocabolario di un conflitto etnico-religioso ricalcato sulle linee di antichi conflitti (i Peul, pastori, da un lato; i Dogon, contadini, dall’altro).

Nel nuovo scenario, segnato dalla comparsa di una milizia di autodifesa dogon (i Dan Nan Ambassagou, “i cacciatori che si confidano a Dio”), il FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei movimenti indipendentisti tuareg) può contare ora su un nuovo alleato: l’Ucraina, come veniva ammesso nel corso di un servizio delle televisione francese del luglio 2025, ricevendo da un paese diventato centrale nella circolazione mondiale delle armi quegli aiuti (addestramento militare in Europa, droni, attrezzature logistiche) che la Francia non può dare alla luce del sole.

L’obiettivo è far cadere l’attuale giunta al potere e indurre i russi a lasciare il paese. Che la Francia abbia sostenuto in passato i gruppi tuareg è noto da sempre (sin dal 2012, il suo appoggio diplomatico e mediatico è stato evidente). Ma l’alleanza fra i Tuareg e i loro sostenitori internazionali (Algeria, Francia) da un lato, e i gruppi che predicano la sharia e sono affiliati ad Al-Qaida nel Magreb dall’altro, sebbene difficile e non priva di rischi non è più fonte d’imbarazzo dopo l’incontro fra Trump e il nuovo presidente siriano, Aḥmad Ḥusayn al-Shara, membro di un gruppo legato a Al-Qaida e considerato solo qualche mese fa un pericoloso terrorista.

È stridente la libertà con la quale le definizioni di terrorismo siano in Occidente volatili e piegate agli interessi del momento, mentre rimane sempre lo stesso il vocabolario che delegittima i dirigenti africani ridicolizzando i loro sforzi per reagire alla minaccia della povertà, della crisi ecologica o della violenza.

Una tagliente denuncia di questo colonialismo semantico e delle ipocrisie che lo sostengono è stata offerta dal discorso di Jean Emmanuel Ouedraogo, primo ministro del Burkina Faso all’ONU nel settembre 2025, e più recentemente da Bassoma Bazié, sempre per il Burkina Faso, a Lomé, di fronte ai rappresentanti della CEDEAO nell’aprile scorso.

Perché tra i mutamenti più significativi della regione, avvertiti con preoccupazione da Parigi, vi è stata la nascita di una nuova entità: l’Alliance des États du Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger), poco importa se al prezzo di alleanze che hanno anch’esse il loro costo (quelle con la Cina e la Russia).

La galassia di acronimi, le definizioni provvisorie di “terrorista”, “ribelle” o “jihadista”, di alleato o mercenario, dicono però poco o nulla di ciò che è diventata la vita in questo paese, segnato da anni di violenze compiute da tutte le milizie (dai jihadisti del Katiba Macina ai mercenari di Wagner e dell’Africa Corps, così come dai Dan Nan Ambassagou).

I furti di milioni di capi di bestiame, l’uccisione di animali e la distruzione dei granai, l’impossibilità di lavorare nei campi o frequentare le scuole (un gran numero delle quali è stato chiuso nei villaggi dove è stata imposta la sharia), i continui assalti ai mezzi di trasporto, hanno stravolto il paesaggio sociale e trasformato anche i vicini in possibili nemici (il clima di sospetto trova espressione negli arresti di militari e personalità politiche in questi giorni, accusati di complicità con i terroristi). Due storicità sembrano così duellare da tempo senza incontrarsi, e in questo duello il Mali sembra essere oggi il luogo dove si giocano il destino e il futuro dell’intero continente africano.

Mentre il neocolonialismo e il capitalismo estrattivista non fanno che affondare in modo sempre più aggressivo i loro artigli sulle risorse naturali (petrolio, litio e gas in Mali; oro in Mali e Burkina Faso; uranio in Niger), i paesi africani lottano per affermare una sovranità sempre negata, sempre assoggettata, sempre ridicolizzata.

Il progetto anticoloniale dei loro leader (come Ibrahim Traoré, che in Burkina Faso assume esplicitamente il ruolo di erede di Sankara) urta l’arroganza dei governi occidentali: che se continuano ad umiliare le élite politiche di questi paesi, non hanno mai esitato ad assassinarne i leader quando scomodi.

Quanto alle reciproche accuse di manipolazione dell’informazione, solo in apparenza si è di fronte allo stesso problema. Se in Mali il potere della giunta militare ricorre alla censura e, certo, anche all’intimidazione o al silenziamento delle voci critiche, i media occidentali (e quelli francesi, in particolare) operano con infinite risorse una duplice operazione: non si accontentano di offrire degli eventi informazioni e analisi di segno opposto, ma aggiungono come un metatesto il cui progetto è far vacillare l’idea stessa di un paese sovrano.

Sulla riva di un tempo ferito dal caos, dall’isolamento (le difficoltà di approvvigionamento di carburante e beni alimentari), dagli indicatori di povertà, dalla nostalgia di lingue e saperi erosi dalla violenza dell’estrattivismo come dalla curiosa indifferenza del turismo (e ciò vale per i Tuareg come per le altre popolazioni di questa regione: Peul, Dogon, Bozo...), si intravede però il coraggio e l’ostinazione di donne e uomini che non intendono cedere alla paura, alla minaccia, e per i quali l’alleanza dei connazionali della diaspora rimane fondamentale.

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08/10/2025

“Una battaglia dopo l’altra”: il neocolonialismo come distopia

In Una battaglia dopo l’altra (A Battle after a Battle, 2025) di Paul Thomas Anderson, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, il neocolonialismo dei suprematisti bianchi sembra essersi esteso a macchia d’olio in tutto il territorio degli Stati Uniti. Insomma, quei “nazisti dell’Illinois” odiati dai protagonisti di The Blues Brothers (1980) di John Landis sono ormai sparsi dappertutto. Se il romanzo si ambientava nell’America reaganiana del 1984, l’azione del film si svolge in un’epoca imprecisata che rimanda alla contemporaneità, un universo distopico dove l’odio nei confronti degli immigrati e delle persone di colore pare costituire le fondamenta del potere politico, economico e sociale. In questo mondo frutto di una sorta di pastiche tecnologico (come diverse ambientazioni degli episodi della serie TV Black Mirror) dove convivono telefoni a gettone, grossi cellulari stile anni Novanta, Facebook, i social e i più moderni smartphone, si muove, “in una battaglia dopo l’altra”, il gruppo eversivo di estrema sinistra dei “French 75” compiendo rapine e azioni per liberare gli immigrati nei centri di detenzione al confine fra Messico e Stati Uniti.

Se nelle prime sequenze vediamo “Ghetto Pat” (Leonardo DiCaprio), uno degli esponenti del gruppo, intento a muoversi rapidamente durante azioni violente e concitate, nella seconda parte del film, che si ambienta quindici anni dopo sempre in questa sorta di universo parallelo assai vicino alla realtà, il personaggio, nascosto sotto il falso nome di Bob Ferguson assieme alla figlia Charlene, che diventa Willa Ferguson (Chase Infiniti), ormai dedito alla droga e all’alcool, finisce per assomigliare all’ozioso Grande Lebovski del film dei fratelli Coen, perennemente in pantofole stravaccato sul divano. In questa società intrisa di neocolonialismo e di complottismo destrorso, gli immigrati e gli individui di colore sono diventati ormai i ‘paria’ della società, rinchiusi in gabbie nei centri di detenzione o marginalizzati in città e quartieri-ghetto. È quella società che la stessa Perfidia “Beverly Hills” (Teyana Taylor), militante del “French 75” e compagna di Pat, nera, combatteva con tanta veemenza e coraggio. Gli immigrati e i ‘non bianchi’ sono i nuovi fantasmi della società, destinati a sparire, condannati a non esistere, disintegrati dall’opinione pubblica. Possono solo protestare contro i soprusi dello stato, come avviene a Baktan Cross, in manifestazioni infiltrate con frange violente da esercito e polizia per giustificare l’altrettanto violenta repressione.

Nel film, la violenza neocolonialista è bene rappresentata dal capitano Lockjaw, poi divenuto colonnello, interpretato da uno strepitoso Sean Penn. Per poter entrare nella società segreta suprematista bianca “I Pionieri del Natale”, il capitano, in prima linea nella repressione del gruppo eversivo “French 75”, deve dimostrare di non aver avuto rapporti con donne di colore. Certo, nell’ufficio elegante della società segreta, che sia nascosto nei sotterranei della villa di uno dei suoi ricchissimi esponenti, con sullo sfondo il rassicurante dipinto di una idilliaca campagna, oppure al piano alto di un imponente edificio, separato dall’esterno da una sottile membrana di vetro, non c’è posto per chi si contamina con dei ‘diversi’. Viene da pensare, in fondo, all’America trumpiana, il cui presidente si è fatto promotore della costruzione di una barriera metallica tra Stati Uniti e Messico. E viene da pensare, anche, alle immagini di qualche giorno fa che mostrano la reunion fra Trump e Netanyahu intenti a esporre il loro piano di “pace” – in cui i palestinesi, non bianchi, spariscono come fantasmi – al mondo intero, in un’ovattata sala della Casa Bianca, un interno forse non troppo diverso da quegli uffici sfarzosi della società dei “Pionieri del Natale”.

Una battaglia dopo l’altra ci mostra però anche un altro tipo di spazio interno, quello marginale ed emarginato di chi resiste in semiclandestinità, come la casa di Pat e di sua figlia, una specie di baracca prefabbricata nascosta in un bosco, caratterizzata da interni poveri e semplici; oppure, la casa di Sensei Sergio St. Carlos (Benicio del Toro), un maestro di karate protettore degli immigrati clandestini. La dimora di quest’ultimo è connotata da spazi ampi e popolari, abitati dalla sua numerosa famiglia, le cui finestre si aprono sulle vie della rivolta dove si cerca di combattere le violenze del neocolonialismo bianco. Egli stesso, prima di aiutare Pat a fuggire, sta guardando su un vecchio televisore La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo, film emblematico sul processo di decolonizzazione algerino. Gli interni popolari sono quelli degli umili e dei diversi che continuano a resistere, come i personaggi del film di Pontecorvo e come la strampalata compagnia delle “Sorelle del prode castoro”, il gruppo di suore combattenti dove si rifugia la giovane Charlene.

L’odio nei confronti del diverso sembra comunque biologicamente connaturato a un tipo di società come quella americana, perfino dopo le devastazioni, altrettanto distopiche, portate da una guerra civile, come vediamo in Civil War (2024) di Alex Garland, in cui un gruppo di violenti suprematisti non esita a uccidere a colpi di fucile dei giornalisti di origine asiatica. Un odio e un neocolonialismo che, come detto all’inizio, si espandono a macchia d’olio e corrono lungo le strade: non a caso, nel film prevale un continuo movimento di travelling della macchina da presa, intento a seguire i personaggi nelle loro rocambolesche fughe e le auto sparate a tutta velocità sulle strade che salgono e scendono, come in un delirio dal sapore onirico, vicino al confine messicano. Il movimento ossessivo e rapido in discesa e in salita rappresenta il graduale e inesorabile diffondersi di questo odio neocolonialista e razzista: sale e scende, si diffonde, viaggia, anche lontano, fino a varcare l’oceano e a trovarsi a casa sua in una nazione in cui il (la?) presidente del consiglio accusa di voler fare “un weekend lungo” i lavoratori che scioperano contro il genocidio di un popolo (perché per i “nazisti dell’Illinois” de noantri “gli scioperi non servono a niente”), un popolo naturalmente non bianco e non occidentale.

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19/09/2025

Colpo di stato militare o rivoluzione? Comprendere ciò che è in gioco nel Sahel

Questo 16 settembre, i popoli di Burkina Faso, Mali e Niger celebrano il secondo anniversario dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), stabilita dalla Carta di Liptako-Gourma nel 2023. Questa non è solo una data sul calendario, ma la celebrazione di una rinnovata lotta per la sovranità in una regione a lungo soffocata dal neocolonialismo francese e dalle fallite strategie di sicurezza occidentali.

Mentre si pianificano azioni di solidarietà in tutto il Sahel, è essenziale guardare oltre le narrazioni tradizionali dei “colpi di stato” e comprendere le condizioni che hanno portato a questo momento cruciale.

Per decenni, il Sahel è stato un classico caso di saccheggio neocoloniale. L'“indipendenza della bandiera” degli anni ’60 è stata una facciata per la continua dominazione francese, mantenuta attraverso il franco CFA e una rete di patti di difesa.

L’accordo del 1961 con il Niger, ad esempio, concesse alla Francia il controllo su installazioni militari e risorse strategiche come l’uranio, garantendo al contempo esenzioni fiscali per le aziende francesi. Questo sistema ha distrutto la sovranità fiscale della regione, risultando in un sottosviluppo catastrofico, povertà e una crisi della sicurezza esacerbata dalle stesse potenze che pretendevano di risolverla.

I numeri sono cupi. Nel 2023, il PIL pro capite del Niger era di soli 560 dollari, con quasi metà della sua popolazione che vive in povertà; i suoi vicini affrontano realtà simili. Questa è la diretta conseguenza di un sistema progettato per l’estrazione.

Le compagnie minerarie francesi per anni hanno dirottato gli introiti dell’uranio e dell’oro della regione, lasciando ben poco dietro di se. Nel 2010, ad esempio, il Niger ha ricevuto solo il 13% del valore totale delle esportazioni del suo uranio.

Questo sfruttamento economico è intrinsecamente legato alla crisi della sicurezza. L’intervento della NATO in Libia nel 2011 ha scatenato un grande flusso di armi ed estremisti in tutta la regione.

Operazioni successive guidate dalla Francia, come Barkhane, si sono rivelate controproducenti, poiché l’attività terroristica è schizzata alle stelle sotto la sua supervisione – con un aumento del 2.860% delle morti in quindici anni. Per il popolo del Sahel, la conclusione era inevitabile: la volpe stava sorvegliando il pollaio.

Da questa fusione tra stati falliti, interferenza straniera e frustrazione popolare è nata l’AES. Gli interventi militari in Mali (2020), Burkina Faso (2022) e Niger (2023) non sono state le tipiche prese del potere da parte di un’élite interessata.

Sono stati, come li ha definiti Philippe Toyo Noudjnoume dell’Organizzazione dei Popoli dell’Africa Occidentale: “interventi militari per la sovranità”. Guidati da una nuova generazione di giovani ufficiali patriottici come Ibrahim Traoré del Burkina Faso e Assimi Goïta del Mali, questi movimenti sono stati alimentati da mobilitazioni di massa di una popolazione stanca del vecchio ordine, come ben dimostra il recente dossier pubblicato dall’Istituto Tricontinental di Ricerca Sociale, Sahel in cerca della sovranità.

Le scene di manifestazioni di massa per le strade di Bamako, Ouagadougou e Niamey, dopo la deposizione di governi appoggiati dall’Occidente, sono state una potente testimonianza del profondo desiderio di cambiamento. Inoltre, le masse non si sono semplicemente mobilitate per appoggiare ciecamente un nuovo regime.

Si veda il caso del Niger: quando i leader militari hanno preso il potere – motivati principalmente dalla mancanza di protezione e di una retribuzione adeguata mentre combattevano in prima linea contro le incursioni terroristiche, spesso legate al presunto supporto francese – sono state le organizzazioni di base a guidare la richiesta di espulsione delle forze militari e diplomatiche francesi, assediando le guarnigioni militari e l’ambasciata del paese europeo.

Non si trattava solo di esplosioni di sentimenti anti-francesi, ma di un profondo rifiuto di un sistema che, per troppo tempo, ha negato al popolo del Sahel la sua dignità e il suo diritto all’autodeterminazione.

L’AES, quindi, non è solo un’alleanza militare, ma un progetto politico, un tentativo audace di tracciare un nuovo percorso basato sul panafricanismo, sullo sviluppo endogeno e su una risoluta posizione anti-imperialista.

In due anni di esistenza, l’AES ha compiuto progressi significativi. L’espulsione delle truppe francesi dai tre stati membri è stato un colpo storico per il neocolonialismo francese in Africa. La formazione della Confederazione degli Stati del Sahel, il 6 luglio 2024, ha ulteriormente consolidato l’alleanza, con una forza militare congiunta che ha già condotto esercitazioni e i cui leader hanno approfondito i legami di sicurezza, come visto negli incontri militari in Russia a luglio e agosto 2025.

Sono in fase di avanzamento piani per un passaporto unico, un nuovo fondo di investimento domestico finanziato dalle tasse e, infine, una moneta comune. Sul fronte economico, l’AES sta prendendo misure concrete per riprendere il controllo del proprio destino. Sono in discussione proposte per riunire risorse per progetti chiave nel settore minerario, energetico e delle infrastrutture.

In una mossa significativa verso la sovranità energetica, Rosatom (la corporazione statale russa responsabile per l’industria e l’energia nucleare) ha firmato un accordo con i tre membri nel giugno-luglio 2025, sull’uso pacifico dell’energia nucleare per sviluppare un “ciclo regionale del combustibile nucleare verticalmente integrato – dalle miniere del Niger ai reattori del Burkina Faso e del Mali”.

Questo si affianca agli sforzi nazionali in tutta l’alleanza, che includono una serie di accordi bilaterali con nuovi partner e nuove iniziative nazionali di sviluppo, che abbracciano una gamma di settori economici, politici e sociali.

Mali e Burkina Faso hanno approvato nuovi codici minerari nel 2023 per aumentare la partecipazione statale ed eliminare le esenzioni fiscali dell’era neocoloniale, mentre il Niger ha avviato un’audit completo dei contratti minerari esistenti con l’obiettivo di rinegoziarli secondo termini più equi.

Queste politiche concrete sono accompagnate da una spinta al rinnovamento ideologico. Il Burkina Faso sta rivitalizzando lo spirito di Thomas Sankara con una grande spinta all’autosufficienza alimentare, mobilitando programmi nazionali di volontariato per costruire dighe di irrigazione, avviando la costruzione della prima fabbrica di trasformazione del pomodoro del paese per ridurre la dipendenza dalle importazioni e la campagna nazionale di rimboschimento (una campagna a giugno 2025 ha portato alla piantumazione di 5 milioni di alberi in un’ora).

Il Mali, nel suo nuovo piano di sviluppo nazionale, sta promuovendo il concetto del kura Maliden (“nuovo maliano”) – un cittadino patriottico, responsabile e laborioso, dedito alla sovranità nazionale.

Questi sforzi paralleli, sia materiali che ideologici, stanno tessendo una nuova bandiera per la regione, simboleggiata nella bandiera dell’AES: una mappa delle tre nazioni unite in una sola, in contrasto con i colori panafricani di rosso, oro e verde, con l’antico baobab al centro.

Il popolo del Sahel ha issato la bandiera della sovranità e, ogni giorno, attraverso le lotte quotidiane per costruire un progetto regionale coerente, riconquista la sua dignità.

Le sfide che si prospettano rimangono immense. Le economie dei paesi dell’AES rimangono fortemente dipendenti dall’esportazione di materie prime, rendendole vulnerabili ai capricci del mercato globale. La situazione della sicurezza, sebbene migliorata in alcune aree, rimane precaria. E le forze dell’imperialismo non sono rimaste inattive.

Ma concentrarsi solo su queste sfide significa ignorare la storia più ampia. Il popolo del Sahel non aspetta un salvatore. Sta prendendo il proprio destino nelle proprie mani. Questo secondo anniversario dell’AES è un momento per elogiare il suo coraggio e la sua visione. È un promemoria che, come disse una volta Thomas Sankara: “uno schiavo che non è capace di assumere il controllo della propria ribellione non ha diritto alla pietà”.

Il popolo del Sahel ha assunto il controllo della propria ribellione.

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26/07/2025

La politica agricola italiana dentro le mire di autonomia energetica europea

Può sembrare strano che la politica agricola possa svolgere un ruolo nell’autonomia energetica, ma è proprio su questa particolare sinergia che il governo Meloni ha puntato da tempo, come elemento qualificante anche del Piano Mattei. O sarebbe meglio dire, alcuni gruppi (a partire da ENI) nella cornice dei tentativi UE di cercare una propria autonomia energetica e strategica.

Un tempo c’era la ‘battaglia del grano’, e in realtà si prevede che, associata alla prossima legge di bilancio, Palazzo Chigi assocerà alcune misure per rafforzare il settore primario italiano. Ma basta guardare appena oltre il Mediterraneo per vedere dove si prospettano davvero importanti investimenti, e con quale logica.

ENI ha infatti chiuso un accordo, alla fine di giugno, per un impianto di spremitura di oli vegetali a Loudima, nella Repubblica del Congo. Già nel 2025 il sito dovrebbe arrivare a produrre 30 mila tonnellate di prodotto, attraverso la coltivazione di 1,1 milioni di tonnellate di soia e girasoli, distribuiti su di una superficie di 15 mila ettari.

Mettiamo subito in chiaro la logica coloniale e il forte impatto sulle condizioni di vita locali che un piano del genere può avere. In Congo la produzione alimentare interna soddisfa meno di un terzo delle esigenze del paese e la malnutrizione è molto diffusa. Allo stesso tempo, il dipartimento della Bouenza, dove si troverò l’impianto dell’ENI, è definito come ‘il granaio del Congo’.

I suoi terreni sono molto fertili, ma molti di questi sono diventati difficili da coltivare, perché degradati dopo decenni di abbandono. ENI ha fornito a consorzi di agricoltori locali le semenze, gli agrofarmaci e circa 200 mezzi agricoli pesanti per permettere di lavorarli, per poi chiedere in cambio l’acquisto del raccolto, che dovrà alimentare il sito di spremitura.

Quella che a prima vista può sembrare una buona azione, in realtà si presenta come una tipica opera coloniale. Soia e girasoli sono colture edibili che potrebbero quindi aiutare a migliorare le condizioni di vita locali, ma viene in sostanza imposta una monocultura in alcuni dei terreni migliori del Congo, tutta finalizzata alla produzione di oli vegetali.

Invece di aiutare l’emancipazione delle popolazioni locali, al ricatto della fame viene sostituito il ricatto della fornitura di materie prime alla potenza straniera. Questi oli vengono poi usati per la produzione di biocombustibili, in accordi simili ad altri che ENI ha stretto anche in Kenya, Costa d’Avorio e Mozambico.

La multinazionale italiana ha infatti obiettivi ambiziosi: vuole aumentare la propria capacità di bioraffinazione da 1,65 milioni di tonnellate all’anno a 5 milioni di tonnellate di biocarburanti e oltre 2 milioni di tonnellate di carburanti per l’aviazione entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo, c’è la necessità di coltivare 1 milione di tonnellate di oli vegetali.

Dall’altro lato di questo sfruttamento delle terre africane c’è, ad esempio, Livorno. L’ENI ha appena chiuso un contratto da 15 anni con la Banca Europea per gli Investimenti per un finanziamento fino a 500 milioni di euro, finalizzato alla conversione della raffineria della città toscana in una bioraffineria.

L’impresa italiana costruirà delle strutture per la produzione di biocarburanti idrogenati, di cui si prevede che la domanda aumenterà del 65% entro il 2028. Un nuovo mercato in cui posizionare ENI, con l’interesse che anche la UE palesa, attraverso la BEI, rispetto all’aiuto che questo tipo di prodotti potranno dare alla riduzione delle dipendenze esterne rispetto all’energia.

Qui faremo solo un accenno al tema, ma uno dei cardini attorno a cui ruota questo programma di sfruttamento imperialistico è BF, che sta per Bonifiche Ferraresi. Il gruppo italiano (che, tra le altre cose, ha appena stretto importanti accordi per rafforzare la propria presenza in Algeria) ha firmato a febbraio un accordo con ENI per la fornitura di materie prime per biocombustibili.

Alla fine dello scorso anno, BF aveva raggiunto un’altra importante intesa con Leonardo, che nel campo agricolo può far valere i propri servizi riguardanti geoinformazione, satelliti e digitale. Insomma, anche il settore delle armi trova da guadagnare nei piani agricoli sostenuti dal governo e dal Piano Mattei. E Bruxelles è contenta.

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19/10/2024

Global Gateway, la direttrice imperialistica e coloniale di Bruxelles

Nel 2021, dopo la fase emergenziale del Covid-19 e con la tensione internazionale già vicina a un punto di rottura, la presidente della Commissione Europea von der Leyen lanciò un nuovo programma economico dal nome Global Gateway. Lo scopo dichiarato era quello di investire 300 miliardi di euro in progetti nel Sud del mondo, per favorirne lo sviluppo.

In un clima di piena competizione globale, questo impegno veniva presentato come una risposta alla Nuova Via della Seta cinese, considerata come uno strumento di proiezione delle mire del Dragone. La narrazione che sentiamo da tempo è che i progetti finanziati da Pechino creino una trappola del debito e stiano strozzando i paesi poveri.

La realtà sottolineata da studiosi e organizzazioni internazionali è tutt’altra (nonostante si tratti pur sempre di affari, dove nulla viene fatto se non secondo una logica di guadagno; bisogna vedere se unilaterale o reciproco). Mentre dopo tre anni dal lancio del Global Gateway si possono fare le prime valutazioni, visto che era stato pensato e sviluppato senza ascoltare i paesi interessati.

Un rapporto da poco redatto da Oxfam, Counter Balance ed Eurodad ha analizzato 40 progetti, di cui molti considerati ‘flagship’, ovvero strategici e dunque finanziariamente e scientificamente più rilevanti degli altri. Il verdetto è così riassunto: il Global Gateway dà priorità “alle opportunità per le imprese europee nel Sud Globale rispetto allo sviluppo di obiettivi come la riduzione della povertà”.

Il Global Gateway era stato presentato come “il terzo vettore della politica economica estera” della UE, in cui “38 milioni di posti di lavoro dipendono dal commercio internazionale”. Gli investimenti dovevano aiutare nella lotta alle disuguaglianze, nella protezione dei diritti umani, nello “sviluppo sostenibile”.

Una retorica, questa, che spesso accompagna le politiche neocoloniali occidentali, e anche stavolta il copione è lo stesso. Le azioni concrete della UE “rischiano di contraddire l’impegno a sostenere alti standard di diritti umani, sociali e dei lavoratori, la trasparenza, a creare relazioni eque invece che dipendenze, e a offrire un’agenda di investimento democratica”.

Le tre organizzazioni che hanno redatto il rapporto si chiedono nel titolo “Chi guadagna dal Global Gateway?”, di cui i 225 progetti ‘flagship’ ad oggi si suddividono così: 49% nel settore del clima e dell’energia, 22% nei trasporti, 13% nel digitale, e solo il 9% nella sanità e il 7% nell’istruzione. La risposta è, ovviamente, il grande capitale su base continentale.

Dei 40 progetti esaminati, in 25 di questi sono coinvolte importanti imprese europee. Si potrebbe ribattere che siamo ancora in un’economia di mercato, e che tutto ciò è fisiologico, se solo non fosse che 7 di queste multinazionali (Moller Maersk, Enel, Meridiam, Orange, Nokia, Total Energies, Siemens) siedono anche nel “Global Gateway Business Advisory Group”.

Si tratta di un gruppo di esperti che è stato istituito dalla Commissione Europea per consigliare le istituzioni sugli investimenti, e al suo interno vi sono i rappresentanti di 59 grandi aziende. In pratica, gli interventi finanziati dalla UE sono orientati da quegli stessi grandi agglomerati capitalistici, che poi partecipano ai bandi e si accaparrano i fondi.

Difficile trovare un esempio più lampante di un conflitto di interessi su scala gigantesca, e anche di come il “libero mercato” sia una favola che non corrisponde alla realtà. Inoltre, mostra la assoluta coincidenza tra gli orizzonti strategici della UE e gli interessi a medio termine delle multinazionali del Vecchio continente.

Sono due processi sempre più veloci – centralizzazione dei capitali e verticalizzazione delle decisioni politiche – che vanno a braccetto nelle stanze di Bruxelles. A risentirne è anche la presunta “democraticità” delle sue istituzioni: a governare sono i lobbysti, mentre i politici sono sempre più chiaramente gli esecutori delle loro volontà.

La Global Gateway Civil Society and Local Authorities Advisory Platform è una rete di 57 membri che dovrebbe aiutare a indirizzare i progetti verso gli obiettivi prefissati. 49 di questi membri sono organizzazioni della società civile, ma poiché una disposizione europea del 2012 considera anche le “associazioni legate al mondo imprenditoriale” come “società civile”, il risultato è paradossale.

Tra gli esempi evidenziati nel rapporto, vi è la Internet Society, che “promuove lo sviluppo di Internet come infrastruttura tecnica globale”. Tra i suoi partner vi sono Amazon, Google e persino Nokia, che è anche nel Global Gateway Business Advisory Group di cui si è già parlato e che “aiuta” la Commissione a prendere decisioni di investimento.

Viene dunque sottolineato il “deficit democratico del Global Gateway in assenza di ruoli vincolanti per i parlamenti del Sud Globale e dell’Europa”. Nero su bianco, si legge che i consessi eletti democraticamente non hanno voce in capitolo, e tutto è deciso tra i rappresentanti dei grandi gruppi capitalistici e i commissari europei.

Lo studio di Oxfam, Counter Balance ed Eurodad si conclude affermando che questo grande progetto europeo non è stato implementato in maniera trasparente, e rischia di avere addirittura un impatto negativo sia sull’ambiente sia sui diritti umani. Ma è il primo punto delle conclusioni che vale la pena di tradurre e riportare nella sua interezza.

“Il Global Gateway promuove gli interessi commerciali e geopolitici dell’UE, incoraggia la privatizzazione di infrastrutture e servizi pubblici nel Sud globale e rischia di aumentare l’onere del debito dei paesi partner. È lecito chiedersi se la priorità del Global Gateway sia quella di favorire gli investimenti dell’UE a livello globale o di combattere la povertà e la disuguaglianza nel mondo”.

La risposta sembra autoevidente, a leggere il rapporto e le scelte di Bruxelles.

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11/03/2024

Ciad - I servizi segreti francesi dietro l’omicidio del leader dell’opposizione

Si complica ulteriormente la situazione nell’ultimo paese del Sahel rimasto fedele alla Francia, tanto che Parigi sembra essere tornata ai bei tempi delle “guerre sporche” in Africa.

Mentre l’inviato speciale di Macron per l’Africa ha espresso “ammirazione” per il generale Mahamt Deby, attuale presidente del Ciad, secondo quanto pubblicato dal sito d’informazione “TchadOne”, i servizi segreti francesi sarebbero implicati nell’assassinio del leader dell’opposizione del Ciad, Yaya Dillo, avvenuta lo scorso 28 febbraio nel quadro delle tensioni politiche e poi degli scontri nella capitale N’Djamena. “TchadOne” cita “due fonti di sicurezza di alto livello”. Stando a queste ultime, l’operazione sarebbe stata pianificata con mesi di anticipo, nel novembre del 2023.

“TchadOne” parla di una preparazione “lunga e minuziosa”, alla quale avrebbero partecipato dirigenti dell’Agenzia nazionale di sicurezza (Ans) del Ciad, generali in servizio e in congedo, uomini della Direzione generale per la sicurezza esterna (Dgse) francese a Parigi e a N’Djamena, e promette nuovi dettagli in un articolo in pubblicazione nella giornata di domani.

Nell’ultima settimana di febbraio “l’ultimo bastione” della Francafrique nel Sahel è stato teatro di scontri che hanno provocato decine di morti e feriti, con l’uccisione del leader del Partito socialista senza frontiere (Psf) Yaya Dillo e l’arresto dell’oppositore Saleh Deby Itno, zio dell’attuale leader Mahamat Deby, il presidente del Ciad sostenuto e con profondi legami con la Francia.

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio, i sostenitori del Psf – guidati da Dillo – hanno assaltato la sede del Agenzia per la sicurezza nazionale, provocando “diversi morti”, secondo quanto denunciato dal ministro delle Comunicazioni in un comunicato.

Nella serata di martedì 27 febbraio, la giunta militare del presidente Deby aveva accusato Dillo e i suoi seguaci di essere i mandanti di un presunto tentativo di assassinio del presidente della Corte suprema, Samir Adam Annour, accuse che il leader di opposizione ha negato, descrivendo l’attacco come “organizzato”.

Un’operazione di repressione condotta dalle forze di sicurezza ciadiane contro la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf) ha di conseguenza provocato la morte del suo leader, Yaya Dillo.

Per quasi un’ora i soldati hanno forzato con le armi l’ingresso dell’edificio, situato nel quartiere di Klemat, provocando numerose esplosioni. Il giorno dopo la giunta al potere ha dato ordine di demolire la sede del Partito socialista senza frontiere (Psf).

L’uccisione di Dillo e l’arresto di Saleh Deby Itno hanno tuttavia sollevato dubbi e polemiche in seno alla comunità internazionale. Domenica scorsa il governo del Ciad ha preso atto della richiesta di un’indagine indipendente richiesta da Human Rights Watch (Hrw) sulle violenze che hanno interessato il Ciad gli scorsi 27 e 28 febbraio, sottolineando la disponibilità a collaborare pienamente con qualsiasi indagine indipendente volta a stabilire la verità.

Le Monde riferisce che l‘esercito francese intende rimanere in Ciad. Attualmente ci sono circa 1.000 soldati francesi nel paese, l’unico rimasto fedele alla Francia dopo la ritirata imposta dalle nuove giunte di governo in Mali, Niger, Burkina Faso.

La decisione francese è stata ribadita giovedì scorso a N’Djamena dall’inviato di Emmanuel Macron per l’Africa, Jean-Marie Bockel, esprimendo inoltre “l’ammirazione” della Francia al presidente e capo della giunta al potere da tre anni, il generale Idriss Deby Itno per il suo processo di transizione.

“Non è solo una questione di numeri, dobbiamo rimanere e ovviamente rimarremo”, ha detto Jean-Marie Bockel, “inviato personale” del presidente francese, alla stampa ciadiana incaricata di discutere le nuove forme di presenza militare francese sul continente africano.

In Ciad, una volta eliminato fisicamente il principale leader dell’opposizione, si va verso elezioni farsa. Il primo ministro della giunta militare in Ciad, Succès Masra, ha infatti annunciato ieri la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 6 maggio, otto giorni dopo quella del presidente di transizione, il generale Mahamat Idriss Déby Itno.

Masra, è un ex leader dell’opposizione, che ha firmato un accordo di riconciliazione con Mahamat Déby per poi essere nominato primo ministro il 1° gennaio scorso. L’opposizione denuncia una “candidatura pretestuosa” volta a dare una parvenza di pluralità in elezioni che si ritengono vinte già in anticipo da Mahamat Déby, il fantoccio del governo francese.

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15/02/2024

Senegal - L’inquietante spirale dittatoriale di Macky Sall

Sabato 3 febbraio, il Capo dello Stato senegalese ha annunciato di aver revocato il decreto che fissava la data delle elezioni presidenziali al 25 febbraio. Questa decisione giunge a poche ore dall’apertura della campagna elettorale in cui si sarebbero dovuti sfidare 20 candidati.

Come ogni volta che viene fatta una mossa antidemocratica sbagliata, Macky Sall promette un “dialogo nazionale”: “Mi impegnerò in un dialogo nazionale aperto, al fine di creare le condizioni per un’elezione libera, trasparente e inclusiva”. Ufficialmente, la decisione è giustificata da uno pseudo conflitto tra l’Assemblea nazionale e il Consiglio Costituzionale iniziato pochi giorni fa.

Infatti, la pubblicazione da parte del Consiglio Costituzionale delle 20 candidature, convalidate il 20 gennaio di quest’anno, ha dato origine a un reclamo da parte di un candidato non vincitore, Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ed ex ministro della Cooperazione e dei Trasporti. Egli ha presentato al Parlamento una richiesta di commissione d’inchiesta, che è stata approvata con 120 voti favorevoli e 24 contrari.

La richiesta di Karim Wade riguarda due giudici del Consiglio Costituzionale accusati di “corruzione”. La denuncia riguarda anche il primo ministro Amadou Ba, anch’egli candidato della maggioranza presidenziale e scelto dallo stesso Macky Sall. Il voto su questa commissione parlamentare d’inchiesta era scontato, in quanto la risoluzione che ne proponeva la creazione era stata presentata dal partito presidenziale, il Parti Démocratique Sénégalais (PDS).

Ecco quindi che i deputati della maggioranza e del partito al potere decidono di istituire una commissione d’inchiesta contro il loro stesso candidato. Si tratta di una storia molto densa, che nasconde una macchinazione ai vertici. L’unica ragione per cui esiste questa commissione d’inchiesta è permettere a Macky Sall di rinviare le elezioni presidenziali e di rimanere al potere abbastanza a lungo da assicurare una vittoria certa al suo attuale delfino.

Nel frattempo, i deputati della maggioranza hanno presentato “un progetto di legge costituzionale in deroga all’articolo 31 della Costituzione”, che sarà sottoposto all’Assemblea questa settimana.

Un piano così massiccio si spiega solo con l’impasse politica delle autorità senegalesi e dei loro sponsor internazionali, l’Unione Europea in generale e la Francia in particolare, che sono stati costretti a rendersi conto che il successore scelto da Macky Sall non aveva alcuna possibilità di vittoria.

Questo li ha portati a rischiare una crisi politica e un’esplosione sociale piuttosto che cedere il potere. Per la prima volta dal 1963, le elezioni presidenziali sono state rinviate per mantenere al potere i sostenitori della Françafrique. La reazione popolare non si è fatta attendere.

Il giorno successivo all’annuncio del rinvio delle presidenziali, i gendarmi hanno usato i lacrimogeni per disperdere migliaia di manifestanti nella capitale, che protestavano contro il rinvio delle elezioni. Indossando bandiere senegalesi e maglie della nazionale di calcio, i manifestanti hanno scandito “Macky Sall dittatore”.

Le autorità senegalesi hanno anche sospeso la Walf TV con la motivazione che le immagini delle manifestazioni costituivano “incitamento alla violenza”: “In accordo con il Consiglio nazionale per la regolamentazione audiovisiva, il ministero ha ordinato alle emittenti della Walf TV di tagliare temporaneamente il segnale per incitamento alla violenza”.

L’ordine temporaneo è diventato rapidamente permanente, poiché poche ore dopo l’interruzione temporanea, il gruppo Walf ha annunciato sui social network di essere stato “definitivamente privato della sua licenza dallo Stato”.

Le autorità senegalesi stanno prendendo una decisione pericolosa e piena di conseguenze. Il popolo senegalese è destinato a scendere in piazza, come ha fatto dal 2021 ogni volta che il capo dello Stato ha cercato di imporre un’elezione presidenziale truccata in anticipo.

La decisione del Presidente di rinviare le elezioni è un rischio reale. Questo può essere compreso solo collocando la decisione nel suo contesto storico e regionale. Il contesto storico è quello di un processo elettorale con molteplici colpi di scena, una vera e propria saga di determinazione a non andarsene da parte di chi è attualmente al potere e dei suoi sponsor esterni.

Il primo episodio della saga è stato l’annuncio della candidatura di Macky Sall per un terzo mandato presidenziale, in contrasto con le disposizioni della Costituzione.

Sebbene egli stesso avesse denunciato la candidatura del suo predecessore Abdoulaye Wade per un terzo mandato nel 2012 e sebbene la Costituzione vigente del 2016, cioè quella del suo mandato, stabilisca che “nessuna persona può candidarsi per più di due mandati consecutivi”, il presidente Macky Sall ha sostenuto che la Costituzione del 2016 aveva azzerato i contatori e che quindi il suo primo mandato, iniziato nel 2012, non doveva essere conteggiato.

Per più di un anno, il popolo senegalese ha reagito a questa proposta di violazione della Costituzione con manifestazioni di massa che sono state duramente represse.

Il secondo episodio della saga è la decisione di eliminare a tutti i costi il candidato patriottico dell’opposizione, Ousmane Sonko, leader del PASTEF (Patriotes Africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), che ha grandi possibilità di vincere se le elezioni fossero veramente democratiche.

Questo candidato, che sta sviluppando un programma per rompere la dipendenza neocoloniale e puntare sullo sviluppo economico, è particolarmente popolare tra i giovani, che vedono in lui un’alternativa all’esilio forzato e alla morte nel deserto e nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.

La Francia, ovviamente, è particolarmente preoccupata per questa candidatura. I tribunali saranno quindi chiamati a vietare la candidatura di Ousmane Sonko, arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 con il 15% dei voti. Nel febbraio 2021 è stato accusato di “stupro e minacce di morte”. È stato assolto da queste accuse il 1° giugno 2023, ma condannato a due anni di reclusione per “corruzione di giovani”.

Questa condanna lo rende ineleggibile, afferma il Ministro della Giustizia senegalese: “La condanna dell’oppositore Ousmane Sonko in un affare di moralità è definitiva e lo rende ineleggibile per le elezioni presidenziali del 2024. Non c’è nessun complotto per estromettere un candidato alle presidenziali”.

Come se non bastasse, nel maggio 2023 Sonko è stato nuovamente condannato per diffamazione nei confronti del Ministro del Turismo a una pena detentiva di sei mesi con sospensione condizionale. Questa decisione è stata confermata dalla Corte Suprema senegalese nel gennaio 2024.

Durante questa farsa giudiziaria, sono state organizzate manifestazioni popolari a sostegno di Sonko, chiedendo la sua liberazione e la revoca della ineleggibilità. La repressione della polizia è stata particolarmente violenta e ha provocato decine di morti, centinaia di feriti e centinaia di arresti.

Per citare solo un esempio delle manifestazioni del maggio-giugno 2023, Human Rights Watch descrive il bilancio: “Le autorità senegalesi dovrebbero immediatamente condurre un’indagine indipendente e credibile sulle violenze commesse durante le manifestazioni che hanno avuto luogo in tutto il Paese. Si parla di almeno 16 morti e decine di feriti”.

La portata delle proteste ha costretto Macky Salle ad annunciare, all’inizio di luglio 2023, che non si sarebbe candidato per un terzo mandato. Ma questo non era ancora sufficiente per il clan di Sall e i suoi sponsor internazionali. Temendo che i tribunali avrebbero contestato l’ineleggibilità di Ousmane Sonko, quest’ultimo è stato nuovamente accusato e incriminato a fine luglio per “incitamento all’insurrezione e cospirazione”.

Allo stesso tempo, il suo partito PASTEF è stato sciolto. Il ministro dell’Interno Antoine Félix Diome ha annunciato “lo scioglimento per decreto del PASTEF per i frequenti appelli a movimenti insurrezionali, che costituiscono una violazione permanente e grave degli obblighi dei partiti politici”. Nonostante la sua ineleggibilità, Ousmane Sonko continua a far paura. Dal carcere, ha invitato a votare per il numero 2 del suo partito, Bassirou Diomaye Faye.

Il terzo episodio della saga è l'entrata in scena del delfino di Macky Sall e dei suoi sponsor internazionali. Si tratta dell’attuale primo ministro, Amadou Ba. La campagna pre-elettorale ha presto rivelato che questo candidato non aveva alcuna possibilità di vittoria. Queste possibilità sono ancora più remote se si considera lo spettro della candidatura di Ousmane Sonko.

Due sentenze, quella del tribunale di Ziguinchor dell’ottobre 2023 e quella del tribunale di Dakar del dicembre 2023, hanno ripristinato il diritto di Ousmane Sonko a candidarsi alle elezioni presidenziali.

La Commissione elettorale nazionale autonoma deve ora prendere una decisione. Il presidente Macky Sall ha semplicemente deciso di licenziare 12 membri della Commissione e ha nominato un nuovo presidente, Abdoulaye Sylla, che ci si aspettava fosse più docile. Non resta che l’atto finale, ovvero il rinvio delle elezioni per dare il tempo di trovare un successore più credibile.

Il contesto di questa frenesia di potere in Senegal è anche quello della regione. I colpi di Stato patriottici in Mali, Burkina Faso e Niger hanno inferto un duro colpo all’imperialismo francese in Africa.

La richiesta di ritiro delle truppe francesi da questi tre Paesi, la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel come parte di un progetto federale, le nuove alleanze internazionali di questi Paesi, la decisione comune di lasciare la CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), la decisione di armonizzare le politiche economiche e finanziarie per arrivare alla creazione di una moneta comune abbandonando il franco CFA, ecc. sono tutte misure che stanno causando enormi preoccupazioni a Bruxelles e Parigi.

Gli “alleati affidabili” stanno diminuendo rapidamente. Gli unici pilastri importanti rimasti sono la Costa d’Avorio e il Senegal. Se quest’ultimo dovesse cadere democraticamente, sarebbe una ferita mortale per il neocolonialismo nella regione e un esempio per le altre regioni del continente. È quindi urgente che Bruxelles e Parigi mettano un uomo “sicuro” alla guida del Senegal, anche a costo di sacrificare l’immagine di un Senegal democratico che ha richiesto tanto tempo per essere costruita.

Le due capitali sanno di essere minacciate in Senegal dalla crescente opposizione al neocolonialismo francese. Movimenti e campagne come “France dégage” o “Auchan dégage” esistono da diversi anni. Durante le proteste popolari del 2021 e del 2023, diversi rivenditori francesi sono stati saccheggiati. Tra questi, Orange, Auchan e Total. Due eventi significativi hanno ricordato l’importanza che la Francia attribuisce alle prossime elezioni presidenziali senegalesi.

Il primo è stata la nomina, lo scorso novembre, da parte dello stesso Emmanuel Macron, del presidente Macky Sall a inviato speciale del Patto di Parigi per il Pianeta e i Popoli in occasione del 6° Forum della Pace di Parigi. Questa onorificenza, che arriva in un momento in cui Macky Sall è ancora in carica, suona come una ricompensa per il servizio reso.

Il secondo fatto è il ricevimento del candidato premier da parte del presidente Macron e del primo ministro Borne nel dicembre 2023. L’opinione pubblica senegalese non si sbaglia nell’analizzare questa calorosa accoglienza come un riconoscimento e un’approvazione del candidato senegalese.

La posta in gioco in Senegal è niente meno che il futuro del neocolonialismo nella regione. È la portata della posta in gioco che spiega i rischi assunti da Macky Sall con l’appoggio di Bruxelles e Parigi.

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13/02/2024

“Dall’Italia neo-colonialismo agghindato dalla diplomazia”

Il Piano Mattei è una svolta per l’Africa? A sentire gli economisti africani, non pare proprio. “Miei colleghi che lavorano ai piani alti dell’Unione Africana non ne sapevano nulla”, dice al Fatto Fadhel Kaboub, economista tunisino con base a Nairobi e consigliere senior di Power Shift Africa: “Questo Piano non è pensato per una collaborazione su un piano di parità”.

Come mai i leader africani sono accorsi in massa al vertice Italia-Africa?

In Africa se lo chiedono tutti. Credo sia un segno di quanto sono vulnerabili e disperati i Paesi africani. I leader sono sotto pressione: devono mantenere tante promesse, ma la politica fiscale è vincolata dal debito estero e dalle condizioni del Fondo monetario internazionale.

Perciò, vanno dietro a chiunque offra anche le minime briciole di soccorso finanziario, nonostante sappiano che non riceveranno interventi trasformativi e anzi rischiano di subire politiche estrattive. Molti si sentono frustrati, ma non hanno alternative.

Meloni ha detto che il Piano Mattei non sarà né “predatorio” né “caritatevole”. Lei cosa ne pensa?

È solo linguaggio diplomatico, maquillage per le pubbliche relazioni. Il Piano Mattei, ovviamente, è un piano europeo per l’Africa. Che non è stata consultata.

Nei fatti è l’Europa che detta i termini della collaborazione, basandola su due punti: garantire la propria sicurezza energetica e affrontare le cause profonde dell’immigrazione di massa. Va dato atto che l’Europa sta provando ad andare alle cause. Ma non a condizioni favorevoli all’Africa, trasformative, che ne sviluppino le possibilità di diventare una potenza economica.

Ha scritto che “il piano Mattei è stato recentemente testato con la Tunisia e ora viene esteso all’intero continente”.

Qualche mese fa Meloni, prima da sola poi con una delegazione europea, si è recata in Tunisia con una proposta per il governo: controllo dei confini; rafforzamento delle relazioni commerciali con l’Ue (che implicherà la delocalizzazione di produzioni obsolete alla manodopera tunisina a basso costo, tenendoci in fondo alle catene del valore); un programma Erasmus esteso (che aggraverà la fuga di cervelli dalla Tunisia); investimenti in rinnovabili (per poi esportare l’energia in Europa).

Lo schema del Piano Mattei è simile, ma esteso all’intero continente e chiamato col nome del fondatore di Eni. Non un bel segnale, dato che la crisi climatica alimenta, con l’austerità, l’emigrazione di massa. Sotto le belle etichette si intravede un approccio estrattivo, come in passato.

La visione delineata al vertice di Roma tiene conto dell’enorme debito estero dell’Africa?

Per nulla. Non si fa cenno alla sua riduzione o cancellazione. Non si affrontano le cause del debito, il che consentirebbe ai nostri governi di fornire servizi sociali, lavoro e opportunità ai nostri cittadini, così che non debbano attraversare centinaia di chilometri e rischiare la vita nel Mediterraneo.

Quali sono le radici del debito?

L’Africa ha un deficit alimentare: importa l’85% del cibo, mentre un tempo era il granaio d’Europa. Non è così per caso, ma per scelta. Tutto è iniziato con la Politica agricola europea nel 1962 e misure analoghe dei grandi produttori: Usa, Canada, Giappone, Australia, Urss.

In Europa si accorsero di avere un problema di sicurezza alimentare, dato che dipendevano dall’Africa, e perciò introdussero sussidi sulle colture principali (grano, orzo e mais). Ciò costrinse gli agricoltori africani a passare a colture da reddito per le esportazioni (frutta, verdure, caffè, tè, fiori), spesso danneggiando la fertilità del suolo.

Queste strutture coloniali persistono ancora oggi, rafforzate dalle regole commerciali post-coloniali. Che il Piano Mattei non mette in discussione.

C’è qualche tentativo per facilitare la politica fiscale dei governi africani?

Non c’è una discussione specifica. Lo stesso vale per l’industria. Quando si parla di investimenti diretti esteri in Africa, in realtà si parla di tecnologie obsolete e di produzioni a cui serve solo manodopera a basso costo per l’assemblaggio. All’apparenza si creano posti di lavoro, in realtà si bloccano i Paesi africani in fondo alle catene del valore.

Dato che bisogna importare i macchinari, il carburante, i componenti intermedi e persino l’imballaggio, e poi si usa manodopera a basso costo, si esporta un prodotto a basso valore aggiunto. Si può quadruplicare il commercio, ma si rimane sempre bloccati in fondo, contribuendo alla trappola del debito.

Secondo lei i leader africani siano andati a Roma alla disperata ricerca di denaro. Ma questo va bene ai cittadini africani?

Per nulla. La lettera inviata alle istituzioni italiane da circa 80 organizzazioni della società civile africana ha fatto molto discutere. Non si sapeva di questo vertice Italia-Africa, né del Piano Mattei. Nei media africani non se ne parlava. E sembra che nemmeno i nostri leader ne avessero idea. Anche Moussa Faki, presidente dell ’Unione Africana, lo ha detto al vertice: “Avremmo voluto essere consultati”.

Definiresti il Piano Mattei un esperimento neo-coloniale?

Direi di sì. Anche perché è stato progettato senza alcuna consultazione con l’Unione Africana, né tiene conto di Agenda 2063, la visione strategica elaborata dall’Unione africana. Se il Piano Mattei fosse stato veramente concepito come un partenariato, avrebbe individuato i punti dell’Agenda 2063 su cui collaborare da pari.

Ma chiaramente non era questa l’intenzione. Per me, quindi, il Piano Mattei è un piano neo-coloniale, agghindato con un bel linguaggio diplomatico.

Fonte

12/02/2024

Piano Mattei: cooperazione o neocolonialismo?

di Domenico Moro

Tra il 28 e il 29 gennaio si è tenuto a Roma il vertice Italia-Africa che ha visto la presenza di 25 tra capi di governo e di stato africani e che ha posto le basi del cosiddetto Piano Mattei. Tra le iniziative politiche promosse dal governo Meloni in questa prima fase della legislatura, il Piano Mattei ricopre un ruolo importante, in quanto mira a ritagliare un ruolo specifico e di primo piano all’Italia nel rapporto tra Ue e Africa. Infatti, il continente africano ricopre una importanza fondamentale per la sua ricchezza di materie prime e per la sua demografia. Infatti, l’Africa nei prossimi decenni registrerà una crescita demografica consistente a fronte del calo demografico che caratterizza e caratterizzerà anche in futuro i paesi avanzati del cosiddetto Occidente collettivo, in particolare l’Europa occidentale e il Giappone.

Sul rapporto tra l’Europa e l’Africa, però, pesa come un macigno l’eredità di cinque secoli di storia in cui l’Europa ha esercitato sul continente nero un ferreo dominio coloniale. Tale dominio si è mantenuto anche più di recente in una forma nuova, neocoloniale appunto, dopo che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso i Paesi africani si erano liberati del dominio coloniale formale dei Paesi Europei, che era stato sostituito da una dipendenza diretta, sul piano economico, e indiretta, sul piano politico, da quelle stesse potenze ex coloniali, come ad esempio la Francia.

Per quanto riguarda l’Italia, l’iniziativa della Meloni si innesta in un Paese che è abituato a nascondere le parti scomode della sua storia sotto il tappeto. Molti dimenticano che l’Italia, tra la fine dell’800 e la prima metà del 900, è stata artefice di una politica colonialista che l’ha portata, sebbene ultima arrivata insieme alla Germania alla spartizione dei paesi periferici, a realizzare un impero di dimensioni tutt’altro che piccole. A parte una piccola presenza in Cina, eredità della missione militare occidentale contro i Boxer (1900) e l’annessione dell’Albania (1939), l’impero italiano alla fine degli anni Trenta del secolo scorso era concentrato proprio in Africa, comprendendo la Libia, la Somalia, l’Eritrea e l’Etiopia.

Vale la pena di ricordare, a questo punto, che la costruzione di questo impero avvenne a seguito di guerre sanguinose, come quella contro l’Etiopia e quella contro i resistenti della Libia, durante le quali furono usati anche gas asfissianti, proibiti dai trattati internazionali. Particolarmente virulenta fu la reazione italiana e fascista ai tentativi di ribellione delle popolazioni soggiogate. Oltre ai massacri avvenuti in Libia, dove una parte della popolazione fu rinchiusa in campi di concentramento per piegarla ai voleri dell’occupante, in Etiopia la rappresaglia a un attentato contro Graziani, comandante delle truppe occupanti italiane e ribattezzato con l’epiteto di “macellaio del Fezzan”, si concretizzò in una serie di massacri, tra cui quello di 2000 monaci del monastero cristiano copto di Debra Libanòs[i]. Ma la presenza militare italiana in Africa non è stata del tutto assente neanche nel dopoguerra. Nel 1993, l’Esercito italiano, durante la missione “Ibis” in Somalia, nel corso della battaglia del “check point pasta” contro le milizie locali a Mogadiscio, uccise centinaia di civili tra cui donne e bambini[ii].

Tutto questo, come dicevamo sopra, viene dimenticato e nascosto dietro la retorica degli “italiani brava gente”. Inoltre, l’imperialismo italiano viene in qualche modo sminuito dalla definizione di “imperialismo straccione”, come se non fosse stato un vero imperialismo. Il fatto è che un imperialismo “debole” è debole nei confronti di altri imperialismi e non delle popolazioni che sottomette. Senza contare che, come ricordava Palmiro Togliatti a proposito dell’imperialismo fascista, gli imperialismi deboli sono spesso quelli più aggressivi, perché sempre tesi a modificare i rapporti di forza a proprio favore. Non è, quindi, un caso che la strada che portò verso la Seconda guerra mondiale sia stata aperta dai conflitti innescati da due potenze imperialiste emergenti: quello dell’Italia contro l’Etiopia e quello del Giappone contro la Cina in Manciuria (1931-1932).

Dunque, stanti i precedenti, è lecito domandarsi se il piano che va sotto il nome prestigioso di Mattei (fondatore dell’Eni ed ex partigiano) ma che è ideato dal primo presidente del consiglio che rappresenta l’estrema destra di origine fascista dal 1943, data della caduta di Mussolini, non sia altro che l’ultimo capitolo del neocolonialismo e del neoimperialismo italiano, che, per quanto “debole” e subalterno all’imperialismo egemone statunitense, trova una nuova via di espressione, mascherandosi dietro la copertura della cooperazione internazionale.

Oggi, l’imperialismo è diverso da quello dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Non si basa più (o quasi) sulla conquista e sul controllo diretto del territorio della periferia dell’economia-mondo, ma si estrinseca attraverso la conquista economica e il controllo degli snodi strategici di comunicazione. L’obiettivo, però, è sempre lo stesso: accaparrarsi le risorse minerarie e agricole dell’Africa. Ad ogni modo, il fatto che il neoimperialismo italiano ed europeo non si estrinsechi in occupazioni territoriali non significa che non ci sia una presenza militare dei Paesi occidentali in Africa, come dimostra la presenza dell’esercito francese e di altri paesi europei (tra cui l’Italia) in molti paesi africani e la prossima messa in campo da parte della Ue della missione militare navale Aspides, che avrà il compito di pattugliare l’area del Mar rosso, strategica per i flussi commerciali, specie di materie prime energetiche, tra canale di Suez e Mar arabico.

Ma vediamo più da vicino che cosa è il piano Mattei. Il piano comprende, secondo il governo Meloni, cinque settori d’intervento: istruzione, salute, agricoltura, acqua e energia. I fondi utilizzabili dal piano Mattei non sono enormi: appena 5,5 miliardi di euro. Però, non si deve dimenticare che l’idea di Meloni è far sì che il piano Mattei si inserisca all’interno del Global Gateway della Ue, un piano che, per la costruzione di infrastrutture in Africa, stanzia ben 150 miliardi. Centrali nel nuovo imperialismo sono gli investimenti, principalmente nell’estrazione mineraria e nelle infrastrutture che colleghino i paesi africani produttori di materie prime all’Europa. In particolare, il piano Mattei prevede infrastrutture che colleghino l’Africa con l’Italia, che, sempre in base alle ambizioni della Meloni, dovrebbe diventare un hub energetico dell’Europa. Del resto, l’Africa e le sue materie prime energetiche sono diventate ancora più importanti per l’Italia (e per l’Europa) dopo che le sanzioni contro la Russia hanno provocato l’interruzione dei rifornimenti di gas e petrolio da parte di quello che è stato il maggiore fornitore di energia dell’Europa per decenni.

Il piano Mattei si fonda anche sugli investimenti di alcune delle maggiori imprese multinazionali e sul coinvolgimento diretto di alcune istituzioni statali italiane. L’elenco delle imprese italiane è abbastanza corposo e parte dai due colossi energetici controllati dallo Stato italiano, l’Eni e l’Enel. L’Eni, che è attiva in Africa dagli anni Cinquanta ed è in prima linea in 13 paesi (dal Marocco alla Costa d’Avorio), è l’architrave del piano Mattei, essendo direttamente coinvolta nella acquisizione di nuove rotte di rifornimento di materie prime energetiche per l’Italia e la Ue. L’Enel, dal 2016 ad oggi, ha investito in Africa 2,4 miliardi di euro, concentrati per lo più su solare e eolico. Fondamentale sarà l’apporto di Snam (anch’essa statale essendo controllata da Cassa depositi e prestiti), società di infrastrutture nel settore energetico, che sarà strategica per ultimare il progetto del SouthH2 Corridor, il corridoio dedicato all’idrogeno e lungo 3.300 chilometri che connetterà il Nord Africa, l’Italia, la Germania e l’Austria. Terna, sempre controllata da Cassa depositi e prestiti, opera nelle reti di trasmissione dell’energia elettrica e sarà centrale nella realizzazione del nuovo elettrodotto italo-tunisino Elmed, il primo collegamento elettrico in corrente continua tra Europa e Africa. Nel settore idrico ci sarà l’intervento dell’Acea (al 51% di proprietà del comune di Roma). Altre imprese italiane coinvolte nel piano Mattei sono, per quanto riguarda il settore pubblico, Fincantieri, colosso della cantieristica e Leonardo, multinazionale del settore bellico e elettronico e, per quanto riguarda il settore privato, Webuild, una grande impresa di costruzioni già presente in Africa.

Coinvolte nel piano sono anche diverse organizzazioni statali: Cassa depositi e prestiti, chiamata a studiare un nuovo strumento finanziario per agevolare gli investimenti privati nel piano Mattei, Sace, gruppo assicurativo-finanziario controllato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, che proseguirà nel supporto di contratti e progetti di imprese italiane, Simest, società del gruppo Cassa depositi e prestiti attiva nel supportare le imprese italiane che investono all’estero, che aprirà al Cairo la prima sede in Africa, e infine l’Ice, l’agenzia governativa che opera per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane. Tutti i maggiori dirigenti delle imprese e delle organizzazioni statali suddette sono intervenuti all’incontro Italia-Africa con i capi di governo e di stato africani a palazzo Madama. Significativa è stata anche la presenza della presidentessa della Commissione europea, von der Lyen, a dimostrazione della connessione tra piano Mattei e il Global Gateway della Ue. Oltre ai colossi pubblici (ma quotati in borsa e partecipati da capitali privati internazionali) e privati, è previsto il coinvolgimento nel piano Mattei di altre imprese italiane anche di dimensioni meno grandi. Del resto, Akinwumi Adesina, presidente della banca africana di sviluppo, è intervenuto recentemente a una assemblea di Confindustria esortando il settore privato e le imprese Ue a investire molto di più in Africa.

Tuttavia, al vertice Italia-Africa non sono mancate critiche da parte africana all’Italia e al governo Meloni. Il Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki, ha affermato nel suo intervento d’apertura che i leader del Continente avrebbero preferito “essere consultati prima” e che “c’è la necessità di passare dalle parole ai fatti”[iii]. Dall’intervento di Faki emerge un certo scetticismo verso un cambiamento di approccio europeo all’Africa che appare più retorico che sostanziale. La ripetizione di un tipo vecchio di approccio è paventato dagli africani soprattutto per due questioni: le forniture energetiche e il controllo dei flussi migratori verso l’Ue, che era in cima all’agenda di Meloni e dei leader europei presenti a Roma. Sull’emigrazione africana Faki insiste su un approccio più economico che sicuritario.

Il punto, infatti, è che il governo Meloni, fedele all’antica tradizione coloniale italiana, cerca di ritagliarsi uno spazio nella corsa all’accaparramento delle risorse, soprattutto energetiche, dell’Africa, un’area dove l’Europa sta subendo negli ultimi anni la forte concorrenza di altri Paesi, per lo più emergenti, quali la Russia, l’India, la Turchia e la Cina. Emblematica è la difficoltà della Francia, che, già presente anche militarmente in Africa, recentemente è stata cacciata da alcuni paesi africani, come il Niger, che l’hanno sostituita con la Russia.

Di particolare importanza è il ruolo della Cina, che ha dato vita, nell’ambito della Nuova via della seta (Belt and Road Initiative), a un’intensa relazione con molti stati africani, basata sullo scambio tra materie prime e costruzione di infrastrutture utili all’economia dei paesi. Il Global Gateway (300 miliardi di cui la metà destinati all’Africa) vuole essere la risposta europea alla Cina. C’è da vedere se gli africani daranno credito alle dichiarazioni degli europei e dell’Italia, anche perché ora – a differenza di cinquanta o anche solo dieci anni fa – esiste una concreta alternativa all’Europa e gli africani si trovano nella condizione inedita di poter scegliere i propri interlocutori economici.

Note

[i] Su questo si può vedere di Angelo del Boca, Italiani brava gente? Neri Pozza, Milano 2005.

[ii] Il dato sulle vittime civili della battaglia del “check point pasta” è stato riferito a chi scrive da un maggiore della brigata paracadutisti “Folgore”, durante una conversazione nel corso di una ricerca sociologica presso la sede della brigata.

[iii] Alberto Magnani, Faki (UA): ora passare dalle parole ai fatti, “Il Sole 24 ore”, 30 gennaio 2024.

Fonte

24/09/2023

Siamo alla fine del neocolonialismo francese in Africa?

Il 16 settembre, a Bamako, in Mali, i governi di Burkina Faso, Mali e Niger hanno creato l’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Su X, la piattaforma di social media un tempo nota come Twitter, il colonnello Assimi Goïta, capo del governo di transizione del Mali, ha scritto che la Carta di Liptako-Gourma che ha creato l’AES stabilirà “un’architettura di difesa collettiva e di assistenza reciproca a beneficio delle nostre popolazioni”.

L’esigenza di una simile cooperazione regionale risale al periodo in cui la Francia pose fine al suo dominio coloniale. Tra il 1958 e il 1963, Ghana e Guinea hanno fatto parte dell’Unione degli Stati africani, che avrebbe dovuto essere il seme di una più ampia unità panafricana. Anche il Mali ne ha fatto parte tra il 1961 e il 1963.

Ma, più di recente, questi tre Paesi – e altri della regione del Sahel, come il Niger – hanno lottato con problemi comuni, come la presenza delle forze radicali islamiche scatenata dalla guerra del 2011 della NATO contro la Libia.

La rabbia contro i francesi è stata così intensa da provocare almeno sette colpi di Stato in Africa (due in Burkina Faso, due in Mali, uno in Guinea, uno in Niger e uno in Gabon) e scatenare manifestazioni di massa dall’Algeria al Congo e, più recentemente, in Benin.

La frustrazione nei confronti della Francia è tale che le sue truppe sono state espulse dal Sahel, il Mali ha declassato il francese dallo status di lingua ufficiale e l’ambasciatore francese in Niger (Sylvain Itté) è stato di fatto tenuto “in ostaggio” – come ha detto il presidente francese Emmanuel Macron – da persone profondamente irritate dal comportamento francese nella regione.

Philippe Toyo Noudjenoume, presidente dell’Organizzazione dei popoli dell’Africa occidentale, ha spiegato le basi di questo sentimento antifrancese a cascata nella regione. Il colonialismo francese, ha detto, “è rimasto in vigore dal 1960”. La Francia detiene le entrate delle sue ex colonie nella Banque de France a Parigi.

La politica francese, nota come Françafrique, prevedeva la presenza di basi militari francesi da Gibuti al Senegal, dalla Costa d’Avorio al Gabon. “Di tutte le ex potenze coloniali in Africa”, ci ha detto Noudjenoume, “è la Francia che è intervenuta militarmente almeno sessanta volte per rovesciare governi, come quello di Modibo Keïta in Mali (1968), o assassinare leader patriottici, come Félix-Roland Moumié (1960) ed Ernest Ouandié (1971) in Camerun, Sylvanus Olympio in Togo nel 1963, Thomas Sankara in Burkina Faso nel 1987 e altri”.

Tra il 1997 e il 2002, durante la presidenza di Jacque Chirac, la Francia è intervenuta militarmente 33 volte nel continente africano (a titolo di confronto, tra il 1962 e il 1995, la Francia è intervenuta militarmente 19 volte negli Stati africani). La Francia non ha mai veramente sospeso la sua presa coloniale o le sue ambizioni coloniali.

La rottura della schiena del cammello

Due eventi nell’ultimo decennio hanno “rotto la schiena del cammello”, ha detto Noudjenoume: la guerra della NATO in Libia, guidata dalla Francia, nel marzo 2011, e l’intervento francese per rimuovere Koudou Gbagbo Laurent dalla presidenza della Costa d’Avorio nell’aprile 2011.

“Per anni”, ha detto, “questi eventi hanno imposto un forte sentimento anti-francese, in particolare tra i giovani. Questo sentimento non si è sviluppato solo nel Sahel, ma in tutta l’Africa francofona. È vero che è nel Sahel che attualmente si esprime più apertamente. Ma in tutta l’Africa francofona questo sentimento è forte”.

Le proteste di massa contro la presenza francese sono ormai evidenti in tutte le ex colonie francesi in Africa. Queste proteste non sono state in grado di sfociare in semplici transizioni civili di potere, soprattutto perché l’apparato politico di questi Paesi è stato eroso da cleptocrazie di lunga data sostenute dalla Francia (come la famiglia Bongo, che ha governato il Gabon dal 1967 al 2023, e che ha saccheggiato le ricchezze petrolifere del Gabon per il proprio tornaconto personale; quando Omar Bongo è morto nel 2009, la politica francese Eva Joly ha detto che governava per conto della Francia e non dei suoi cittadini).

Nonostante la repressione sostenuta dalla Francia in questi Paesi, i sindacati, le organizzazioni contadine e i partiti di sinistra non sono stati in grado di guidare l’ondata di patriottismo antifrancese, anche se sono riusciti ad affermarsi.

La Francia è intervenuta militarmente in Mali nel 2013 per cercare di controllare le forze che aveva scatenato con la guerra della NATO in Libia due anni prima. Queste forze islamiste radicali hanno conquistato metà del territorio del Mali e poi, nel 2015, hanno attaccato il Burkina Faso. La Francia è intervenuta, ma ha poi mandato i soldati degli eserciti di questi Paesi del Sahel a morire contro le forze islamiste radicali che aveva appoggiato in Libia. Questo ha creato molta animosità tra i soldati, ci ha detto Noudjenoume, ed è per questo che settori patriottici dei soldati si sono ribellati ai governi e li hanno rovesciati.

Lo schieramento anti-intervento militare

Dopo il colpo di Stato in Niger, l’Occidente sperava di inviare una forza di interposizione – guidata dalla Commissione economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) – ma i leader militari africani hanno rifiutato.

In tutta la regione, la popolazione ha creato comitati di solidarietà per difendere il popolo nigerino da qualsiasi attacco, con la minaccia di provocare “rivolta e indignazione tra le popolazioni”, ha spiegato Noudjenoume.

Il presidente nigeriano Bola Ahmed Tinubu è stato persino costretto a ritirarsi dalla crociata dell’ECOWAS quando il Congresso del suo Paese ha respinto la misura e si sono verificate proteste di massa contro l’intervento militare nel Paese vicino. Allo scadere degli ultimatum dell’ECOWAS per ripristinare il deposto leader nigeriano Mohamed Bazoum, divenne chiaro che la sua minaccia era vuota.

Nel frattempo, non solo è emerso che il popolo nigerino avrebbe resistito a qualsiasi intervento militare, ma il Burkina Faso e il Mali hanno immediatamente promesso di difendere il Niger da qualsiasi intervento di questo tipo. La nuova AES è il prodotto di questa solidarietà reciproca.

Ma l’AES non è solo un patto militare o di sicurezza. Alla cerimonia della firma, il ministro della Difesa del Mali Abdoulaye Diop ha dichiarato ai giornalisti: “Questa alleanza sarà una combinazione di sforzi militari ed economici [tra]… i tre Paesi”. Si baserà sull’accordo del febbraio 2023 tra Burkina Faso, Guinea e Mali per collaborare a uno scambio di carburante ed elettricità, per costruire reti di trasporto, per collaborare nella vendita di risorse minerarie, per costruire un progetto di sviluppo agricolo regionale e per aumentare il commercio all’interno del Sahel.

È da vedere se questi Paesi saranno in grado di sviluppare un’agenda economica a beneficio dei loro popoli e quindi di garantire che la Francia non abbia i mezzi per esercitare la sua autorità sulla regione.

Fonte

18/09/2023

La lotta tra il campo patriottico e quello neocoloniale in Africa e la questione della democrazia

Mentre in Senegal, dopo la Repubblica Centrafricana, la seconda fase della liberazione nazionale ha assunto la forma di una lotta elettorale aperta tra il campo patriottico e quello neocoloniale, in Mali, Burkina Faso e Niger è l’esercito a condurre al potere l’opzione patriottica espressa dalla mobilitazione popolare contro la sanguinosa repressione delle potenze neocoloniali.

Questa polarizzazione segue l’emergere di una ribellione patriottica tra i giovani sia civili che militari, in particolare tra gli intellettuali, che inizialmente avevano creduto alle sirene della ri-globalizzazione liberale nata dalla sconfitta del campo socialista in Europa, che millantava l’illusione della “fine della storia”, dell’“effetto a cascata del successo individuale”, dell’“aiuto allo sviluppo” attraverso l’imprigionamento di Stati, nazioni e popoli nel sistema del debito e dei piani liberali di aggiustamento strutturale sotto la guida del FMI e della Banca Mondiale.

I diktat liberali sono stati accompagnati dall’imposizione del “pensiero unico” che sostiene la “democrazia pluralista ed elettorale” e persino “l’alternanza democratica” tra liberali, social-liberali e persino comunisti di sinistra riconvertiti al liberalismo.

Ma alla fine di questi esperimenti tutti si rendono conto che la “democrazia” è servita solo come copertura per l’arricchimento spudorato di una borghesia nazionale burocratica asservita alla Françafrique, all’Eurafrique e all’Usafrique.

Il neocolonialismo non ha prodotto solo parole inconsce come “quando finirà l’indipendenza?”, mentre la “democrazia” del saccheggio dei fondi pubblici produrrà parole come “la democrazia, non la mangiamo, abbiamo fame” e persino “quando finirà la democrazia?”

La realtà socio-economica era in contraddizione inconciliabile con l’ideologia e la politica degli imperialisti, a cui hanno fatto eco la borghesia burocratica e la cosiddetta intellighenzia, che hanno dichiarato che “l’Africa ha bisogno di istituzioni forti, non di uomini forti”, un’aberrazione terribile che nega la dialettica per cui sono gli esseri umani a elaborare e applicare le leggi e a gestire le istituzioni in qualsiasi società che abbia definito regole comuni per se stessa.

È quindi rassicurante che si torni a parlare della necessità di sovranità nazionale e di democrazia al servizio della liberazione nazionale e panafricana. Il legame tra sovranità, democrazia e sviluppo nazionale in una prospettiva panafricana si sta facendo strada tra i ranghi della gioventù patriottica civile e militare dell’Africa.

Per questo motivo è importante che queste nozioni vengano chiarite, in modo da spogliarle di tutte le trappole concettuali e pratiche escogitate dalla borghesia imperialista e dai suoi scagnozzi borghesi nelle nostre neocolonie.

Anche se le alleanze strategiche e/o tattiche sono spesso necessarie nella lotta per l’emancipazione sociale e nazionale, sovranità, democrazia, panafricanismo e internazionalismo non sfuggono alla dimensione della lotta di classe. Il contenuto di questi concetti non è lo stesso per la borghesia, i feudatari, la classe operaia o le classi lavoratrici.

Ecco perché stiamo rivisitando questi concetti attraverso le lotte attualmente in corso da parte dei lavoratori e dei popoli.

La “democrazia” non è il potere del popolo, ma quello delle classi sociali

Formata dall’egemonia ideologica imperialista della democrazia formale, la condanna a priori dei colpi di Stato in linea di principio è sistematica.

Il caso Sankara contraddice questa impostura, frutto dell’ingiunzione del capitalismo imperialista sacralizzata dall’ormai famoso detto di Winston Churchill: “La democrazia è il peggior sistema di governo, ad esclusione di tutti gli altri che sono stati sperimentati nella storia”.

La democrazia formale repubblicana o parlamentare è stata storicamente il fondamento ideologico del rovesciamento del feudalesimo nei Paesi in cui è nato il capitalismo. La rivoluzione borghese ha rovesciato la monarchia assoluta, che rappresentava politicamente il potere di classe della nobiltà e dell’aristocrazia terriera.

La sacralizzazione della “democrazia” con la formula che “la democrazia è un cattivo sistema, ma è il meno cattivo di tutti i sistemi” fa di un sistema multipartitico (in realtà spesso bipartitico), di giostre elettorali, di urne e di istituzioni borghesi repubblicane o monarchiche, presidenziali o parlamentari, soggette alle lobby dei miliardari, l’alfa e l’omega di una “democrazia pura” la cui caratteristica fondamentale è quella di essere separata dalla sua base economica e sociale.

Il processo consiste nel nascondere l’intrinseco legame pratico tra la sovrastruttura politico-ideologica e la realtà socio-economica.

È così che la democrazia, definita come “potere del popolo”, è stata usata impropriamente per camuffare, separando la sfera politica da quella economica della società, il controllo dello Stato da parte dei ricchi, dei capitalisti, degli imperialisti e della loro estensione neocoloniale, della borghesia burocratica associata alla borghesia “import-import”, cioè agli “operatori economici” locali improduttivi che sono appendici del commercio mondiale nelle semicolonie e nei Paesi dipendenti.

Il potere esecutivo, legislativo, giudiziario e mediatico, al di là delle elezioni per le quali il popolo è invitato a votare, si svolge attraverso un meccanismo in cui il denaro, attraverso il lobbismo, gioca il ruolo decisivo a vantaggio degli azionisti miliardari che detengono il capitale finanziario e industriale.

Quando questo sistema è in crisi e il suo inganno viene smascherato, la borghesia si spoglia del suo piumaggio democratico a favore del fascismo totalitario.

La borghesia burocratica detiene il potere politico nelle neocolonie. Utilizza il potere statale per perpetuare il dominio economico dell’imperialismo sull’economia nazionale e quindi per prolungare, sotto i colori della bandiera nazionale e delle istituzioni nazionali, l’oppressione economica imperialista che, attraverso l’estroflessione economica, rallenta e impedisce l’uscita dal sottosviluppo.

È per questo che Engels sintetizza che
“lo Stato… è piuttosto un prodotto della società in un determinato stadio del suo sviluppo; è l’ammissione che questa società è impigliata in una contraddizione insolubile con se stessa, essendosi divisa in opposizioni inconciliabili che è impotente a scongiurare.
Ma se gli antagonisti, le classi con interessi economici contrapposti, non vogliono consumare se stessi e la società in una lotta sterile, sorge la necessità di un potere che, apparentemente posto al di sopra della società, deve smorzare il conflitto, mantenerlo entro i limiti dell’“ordine”; e questo potere, nato dalla società, ma posto al di sopra di essa e che le diventa sempre più estraneo, è lo Stato” (da “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”).
È importante, quindi, ritornare all’approccio di classe a questo concetto di “democrazia”, spogliandolo dell’ampio inganno di cui Nina Andreeva, la prima oppositrice comunista sovietica della Perestrojka e della Glasnost, ha parlato come segue:
“L’esacerbazione della coscienza della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato era stata considerata da Lenin una delle conquiste fondamentali di Marx ed Engels. Stalin non fece che confermare e mantenere questa posizione.

È proprio questa parte dell’insegnamento marxista-leninista che è stata sempre più attaccata da politici e ideologi borghesi e che alla fine è quasi scomparsa dal programma di tutta una serie di partiti comunisti.

Non è una questione terminologica, ma di contenuto, il contenuto di questo concetto. Ogni Stato è una dittatura, la dittatura di una classe o di un’altra. Una classe che esercita il potere economico.

Tuttavia, non dobbiamo confondere il contenuto del potere – cioè nell’interesse di chi il potere di classe viene applicato e difeso – con la forma, i mezzi e il regime di esecuzione di tale potere. Il fascismo è quindi una forma terroristica di dittatura borghese. Il fascismo nasce quando il capitale è costretto ad abbandonare le forme democratiche di governo a favore di un regime di sottomissione diretta e brutale dei lavoratori.

La dittatura del proletariato è garantita dalla classe dei lavoratori e dai loro alleati. La dittatura del proletariato può manifestarsi in forme di potere estremamente diverse. I lavoratori vogliono che questo metodo di attuazione del loro potere sia democratico. Tuttavia, come la storia ha dimostrato, questa possibilità non dipende sempre dai lavoratori stessi. L’opposizione alla borghesia può richiedere forme di potere molto più brutali. La rivoluzione deve essere in grado di difendersi per sopravvivere.

Gli ideologi e gli opportunisti borghesi confondono deliberatamente il contenuto della dittatura del proletariato, come sostanza di classe del potere statale proletario, con i metodi e le forme della sua applicazione. Questo per identificare socialismo e fascismo in modo da disorientare i lavoratori. I socialdemocratici e l’“eurocomunismo” hanno intrapreso questa strada. La cosa spiacevole è che alcuni comunisti non la vedono nemmeno come una trappola.

Tuttavia, non dobbiamo opporre dittatura e democrazia in termini di contenuto del potere. La dittatura e la democrazia si possono opporre solo dal punto di vista della forma, dei mezzi, delle modalità di attuazione del potere da parte di una classe o dell’altra. Questa è la sostanza dell’opposizione tra dittatura e democrazia.

Il leitmotiv degli opportunisti di Gorbaciov nel PCUS era la pace civile nel momento in cui la controrivoluzione attaccava le vittorie del socialismo nel Paese.

L’esperienza degli ultimi tre o quattro decenni di storia dell’URSS ha dimostrato che il principale nemico della gestione stalinista, l’opportunismo, porta inevitabilmente all’aperta restaurazione del capitalismo. L’isteria antistalinista ha fatto da schermo al rafforzamento della campagna antileninista e anticomunista” (dalla Conferenza stampa del 2 maggio 1992 a Bruxelles, pubblicata sul quotidiano belga Solidaire n. 823 del 27 maggio 1992).
Le principali tappe delle lotte dei popoli africani per la democrazia

Le lotte dei popoli africani per l’indipendenza nazionale hanno assunto varie forme: lotte armate (Algeria, Angola, Mozambico, Guinea Bissau, Zimbabwe, Sudafrica, Sahara, ecc.), lotte politiche (Guinea Conakry, Ghana, Mali, RDC, ecc.).

In molti Paesi, la decolonizzazione ha assunto molto rapidamente la forma di un accordo concertato chiamato “accordi di cooperazione” per organizzare la transizione da colonie a neocolonie (Senegal, Costa d’Avorio, Marocco, Tunisia, Benin, Togo, ecc.).

In altri Paesi, gli imperialisti hanno assassinato i leader e massacrato i popoli in rivolta per imporre l’indipendenza neocoloniale (Madagascar, Camerun, ecc.). I tentativi post-indipendenza di svincolarsi dagli “accordi di cooperazione” sono stati bloccati da colpi di Stato che hanno riportato questi Paesi al “cortile di casa” franco-africano (Togo, Gabon, Benin, Congo, Mali, Niger, Ciad, Repubblica Centrafricana, Comore, ecc.).

Le “conferenze nazionali” degli anni ‘90 hanno ristrutturato la dominazione franco-africana per frenare e recuperare le rivolte popolari, nonostante gli innegabili guadagni in termini di progresso democratico. L’Africa del franco coloniale CFA è stata così integrata nella dissoluzione monetaria delle monete nazionali europee nell’euro, una tappa della graduale evoluzione della Françafrique verso l’Eurafrique.

L’epoca nota come “vento orientale di democratizzazione” è stata segnata dalla svalutazione del franco CFA dopo oltre un decennio di imposizione di piani liberali di aggiustamento strutturale per ripagare l’iniquo debito.

La svalutazione ha aperto la strada alla privatizzazione e alla svendita di settori economici strategici (acqua, elettricità, telecomunicazioni, porti, ferrovie, aeroporti, miniere, terreni, ecc.) precedentemente detenuti dagli Stati africani per ripagare, in base ai leonini “accordi di cooperazione”, la potenza coloniale di un presunto “debito” coloniale per la costruzione di infrastrutture durante l’era coloniale.

Questo processo di spoliazione è identico al risarcimento pagato agli schiavisti al momento dell’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera nel XIX secolo.

Quest’epoca di democrazia multipartitica è succeduta all’epoca dei colpi di Stato civili e militari neocoloniali e delle dittature civili neocoloniali (Senegal, Costa d’Avorio) e militari in altre parti del mondo negli anni ‘60/’70/’80, segnati dall’insediamento ovunque del potere di partiti filoimperialisti singoli o unificati di destra o di “sinistra” socialista.

Imbrigliata da politiche economiche liberali neocoloniali, la “democratizzazione” africana degli anni ‘90 si è impantanata in un’esplosione esponenziale di corruzione che ha travolto liberali, social-liberali e persino la sinistra rivoluzionaria storica, o addirittura i comunisti, nella palude del nepotismo, della cattiva gestione e dell’arricchimento illecito.

La sfera della borghesia burocratica si è così estesa alla maggior parte della classe politica. Fare “politica”, diventare ministro, è diventata la via più breve per diventare miliardario nelle neocolonie, dove la maggior parte dell’attività economica è divisa tra il settore formale, detenuto principalmente dalle imprese imperialiste, e il settore informale, dove lottano gli imprenditori nazionali.

Tutti questi sviluppi predatori in Africa riflettono a livello locale l’aggravarsi della crisi sistemica di sovrapproduzione e sovraccumulazione del capitale globalizzato, che genererà una resistenza sociale all’interno dei Paesi imperialisti e una resistenza nazionale nei Paesi dominati.

I Paesi sopravvissuti nel campo socialista, come la Cina Popolare, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba socialista, saranno in prima linea nella resistenza al diktat del pensiero unico liberale, sviluppando un’alternativa socio-economica e politica che ha reso la Cina Popolare la prima economia mondiale, il Vietnam una potenza in divenire, la Corea del Nord una potenza nucleare difensiva e Cuba una potenza medica internazionalista.

Anche altri Paesi capitalisti come l’India, il Brasile e la Russia stanno combinando protezionismo e liberismo economico per crescere di potere.

L’imperialismo occidentale negli Stati Uniti e nell’Unione Europea si imbarcherà in un nuovo ciclo di guerre volte a controllare le fonti di materie prime in tutto il mondo per contrastare i Paesi emergenti, che stanno concentrando sempre più la maggior parte della produzione mondiale di beni e servizi.

Questo è il motivo per cui gli imperialisti (NATO/USA/UE) hanno lanciato la famosa “guerra al terrorismo”.

Non appena la strategia imperialista della “guerra al terrorismo” è stata estesa all’Africa, in concomitanza con la “crisi migratoria”, la rivolta dei giovani in cerca di una vita migliore in patria è divenuta una realtà forte.

Il sottosviluppo imposto costringe i figli dell’Africa a seguire il percorso delle materie prime per fuggire dalla miseria verso il chimerico “El Dorado” europeo o americano, dove vengono maltrattati come “schiavi senza documenti” che alimentano l’economia sommersa capitalista dei Paesi imperialisti.

L’equazione si riduce quindi a scegliere la morte nell’attraversare il deserto o il mare, o i maltrattamenti razzisti all’arrivo negli Stati Uniti o in Europa, oppure rimanere a casa e lottare per cambiare il Paese e conquistare una vita migliore.

In tutta l’Africa, i giovani sono sempre più inoculati contro le illusioni della “globalizzazione liberale per tutti”, di “un mondo che è diventato un villaggio globale per tutti”, della “globalizzazione dell’arricchimento individuale che si riversa sulla collettività”, del “fare della globalizzazione un’opportunità per tutti e per ogni Paese”, sta gradualmente scoprendo la realtà dello sfruttamento di classe e dell’oppressione dei popoli e sta cercando di rinnovare la lotta patriottica collettiva contro l’egemonia secolare dell’imperialismo NATO/USA/UE.

A seconda dei Paesi, le lotte popolari assumono la forma di un colpo di Stato patriottico come culmine temporaneo e provvisorio della mobilitazione popolare, come in Mali, Burkina Faso e Niger, oppure assumono la forma della conquista del potere attraverso le urne, come nella Repubblica Centrafricana o come sta per accadere in Senegal e altrove.

Questi colpi di Stato, come l’ascesa al potere di Sankara, non sono in alcun modo paragonabili ai putsch franco-africani degli anni ‘60 e ‘70.

L’attuale ingerenza militarista nella scena politica è il risultato del crescente bisogno di sicurezza di fronte al terrorismo jihadista, della crescente consapevolezza del doppio gioco della cosiddetta “lotta al terrorismo” dell’imperialismo, delle rivolte popolari fallite e selvaggiamente represse e del discredito della classe politica civile altamente corrotta.

Questi fattori oggettivi stanno favorendo una crescente consapevolezza tra i giovani e l’esercito – che è in prima linea contro il “terrorismo jihadista” – della necessità di sovranità nazionale, del panafricanismo patriottico e dell’opportunità di capitalizzare il graduale avvento di un mondo multipolare guidato dall’opposizione delle potenze in ascesa alla secolare egemonia dell’imperialismo occidentale.

Questi fattori stanno politicizzando non solo i giovani ma anche gli eserciti nazionali, come diceva giustamente Sankara: “Un soldato senza formazione politica è un potenziale criminale”.

I colpi di Stato di oggi in Mali, Burkina Faso e Niger hanno quindi un significato politico diverso dai colpi di Stato franco-africani degli anni ‘60 e ‘70 e dal colpo di Stato in Mali del 1991, recuperato e integrato nella strategia di “democratizzazione multipartitica delle conferenze nazionali” lanciata dal vertice franco-africano di La Baule presieduto dal socialista Mitterrand.

La democratizzazione multipartitica è una conquista delle lotte popolari, ma è stata dirottata dall’integrazione della classe politica, di destra e di sinistra, nella globalizzazione dell’unica mentalità liberale, che proclama a parole libertà individuali e collettive escludendo nella pratica la maggioranza povera della popolazione.

Questa è la democrazia dell’inganno, in cui i poveri, i lavoratori e il popolo sono invitati a votare per l’uomo o la donna che governerà al servizio dei profitti dei ricchi.

Mentre nei Paesi imperialisti il potere è direttamente o indirettamente al servizio dei grandi azionisti borghesi, nelle neocolonie le cariche ministeriali o a capo dell’alta amministrazione sono la strada maestra per l’arricchimento illecito della borghesia burocratica, che è anche il mezzo con cui il “politico” riempie il suo portafoglio di poveri elettori per le elezioni.

Le elezioni possono essere “una trappola per cretini”, come dicono i nostri cugini politici anarchici, ma sono anche un momento in cui noi comunisti possiamo misurare il grado di coscienza delle classi lavoratrici.

È quindi un criterio importante, ma non sufficiente per elogiare la democrazia borghese al capolinea. Lo stesso vale per il sistema multipartitico e per il monopolio dei miliardari sulla stampa d’opinione.

La democrazia è di per sé una dittatura di classe, che può assumere forme democratiche o fasciste (e quindi terroristiche). La forma, il metodo di attuazione, le istituzioni, le leggi sono determinate dall’equilibrio di potere tra le classi sociali di un Paese, di una nazione.

Colpi di Stato, democrazia multipartitica e sovranità nazionale

Questi colpi di Stato avvengono in un contesto in cui ci sono due questioni immediate da risolvere se vogliamo iniziare a prevedere la liberazione nazionale africana: liberarsi dell’occupazione militare da parte dell’imperialismo francese, africano, euro-africano e statunitense-africano, un’occupazione che avevamo previsto in un articolo del 2010 dal titolo “Ostaggi, Areva, Total, Africom: la posta in gioco nascosta dell’occupazione militare del Sahel”, e sconfiggere l’aggressione jihadista-terroristica fomentata dalla distruzione dello Stato nazionale libico da parte dell’imperialismo.

Ecco cosa scrivevamo all’epoca:
“Sempre più ostaggi vengono presi nel Sahel. Dopo la liberazione di P. Camatte in cambio di denaro, Michel Germaneau è stato ucciso in seguito a un attacco militare franco-mauritano in territorio maliano in condizioni ancora poco chiare secondo i giornali africani (Algeria, Mali, ecc.). Altri sette sono stati rapiti in Niger.

Ogni rapimento è stato l’occasione per aumentare la presenza militare francese, che ora è supportata da truppe d’élite e dalla tecnologia di sorveglianza spaziale statunitense. Viene da chiedersi se, persa la battaglia di Algeri, i terroristi islamico-fascisti armati che hanno insanguinato l’Algeria negli anni ‘90, questi ‘combattenti per la libertà’ finanziati, armati e addestrati dagli USA contro l’Afghanistan laico e progressista sostenuto dall’URSS, non si siano ritirati nei Paesi del Sahel?

Ma la presa in ostaggio ad Arlit in Niger dei dipendenti del monopolio capitalista franco-africano AREVA non ha forse sollevato un angolo di velo sul ventre nascosto della stampa borghese imperialista?”.
Altre tappe da conquistare devono combinare questi compiti immediati e urgenti del momento o farli susseguire a seconda dell’evoluzione dei rapporti di forza a livello nazionale, africano e internazionale tra il campo patriottico e quello neocoloniale: la sovranità monetaria, di bilancio, diplomatica, militare e di sicurezza sulle ricchezze nazionali e la ricostruzione di una democrazia elettiva che rispetti realmente sia la separazione dei poteri, sia il ruolo regolatore e sanzionatorio degli organi di controllo dello Stato, sia la democrazia popolare partecipativa.

Contro la dipendenza secolare che è stata inflitta alla nostra amata terra d’Africa, non dovremmo definire il rispetto della sovranità nazionale costituzionale come uno dei criteri democratici per il riconoscimento dei partiti politici?

Questo criterio si ritrova, ad esempio, nella Cina popolare, nel Vietnam socialista e nella Cuba socialista, che legalizzano solo i partiti o i movimenti che hanno partecipato alla liberazione nazionale e non i partiti apolidi filo-imperialisti. Questi partiti apolidi sono formalmente vietati.

Dobbiamo davvero porre fine al totalitarismo ideologico del preteso “universalismo” del cosiddetto ‘modello democratico’ nato dagli esperimenti rivoluzionari antifeudali in Europa che hanno dato origine alla repubblica borghese e alla monarchia parlamentare, o alla repubblica nordamericana – indipendente ma schiavista – che il feudalesimo ha lasciato in eredità al capitalismo nascente.

L’antitesi storica democratica dell’esperienza statunitense è la rivoluzione di Haiti, con la sua indipendenza e l’abolizione della tratta degli schiavi e della schiavitù nera.

Nonostante le conquiste democratiche del movimento antirazzista per i diritti civili contro l’apartheid statunitense, “la più grande democrazia” che si suppone essere gli Stati Uniti porta ancora le cicatrici di un razzismo endemico, come si può vedere dal macabro conteggio delle persone di colore uccise e dal fatto che i neri costituiscono il 90% della popolazione carceraria degli USA (13% della popolazione).

Inoltre, c’è un lavoro di decolonizzazione mentale da fare sulla nozione, sul concetto di democrazia e sulla sua operatività in evoluzione, integrando i valori positivi ante-coloniali o pre-coloniali della democratizzazione africana, come quello di Thierno Souleymane Baal nel 1776 e la Carta di Mandé nel XIII secolo.

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