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30/03/2024

Senegal - Il significato della vittoria dell'opposizione panafricanista

Secondo i risultati ufficiali provvisori, Bassirou Diomaye Faye avrebbe ottenuto la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali con il 54,28% dei consensi.

L’annuncio è stato dato mercoledì dalla Commissione nazionale di censimento dei voti, confermando ciò che era chiaro già nella giornata di lunedì, riconosciuto da tutti i candidati alla presidenza.

Non si tratta di una vittoria di stretta misura considerando che il candidato espresso dalla coalizione che governava il paese ha ottenuto solo il 35,79% dei voti.

Le due figure politiche, la prima esplicitamente “di rottura” mentre l’altra “di continuità”, hanno monopolizzato il voto come era da attendersi, con il terzo candidato – Aliou Mamadou Dia, del Parti de l’unité et du rassemblent – che ha ottenuto appena il 2,8% dei suffragi.

Una vittoria “straordinaria” considerando che una decina di giorni prima delle elezioni, Faye era ancora un prigioniero politico detenuto nelle carceri di Dakar.

Una vittoria “storica” tenendo conto che per la prima volta dall’indipendenza, il candidato dell’opposizione vince al primo turno.

Se, come sembra, nessun candidato depositerà presso il Consiglio costituzionale alcun ricorso – entro 72 ore dopo l’annuncio della Commissione nazionale – i risultati “provvisori” diventano “definitivi” secondo la Costituzione ed il passaggio di poteri tra il vecchio presidente Macky Sall e Faye dovrebbe essere lineare.

Se invece ci sarà un ricorso, entro 5 giorni il Consiglio dovrà esprimersi, ed il passaggio entro il 2 aprile potrebbe essere rimesso in causa.

A complicare infatti il quadro è stato, a febbraio, il maldestro tentativo di “golpe istituzionale” tentato da Sall stesso – che “stranamente” non aveva fatto “strappare le vesti” alla cosiddetta comunità internazionale – e che ad un certo punto sembrava volersi presentare per un “terzo mandato” non previsto dalla Costituzione.

Faye, 44 enne, è il più giovane presidente della storia del Senegal e non ha mai avuto un incarico nazionale in precedenza. Ha di fronte un compito certo non facile, ma ha idee chiare e grande determinazione nel far cambiare il corso politico complessivo del Paese.

Dovrà al più presto comporre il governo e con ogni probabilità sciogliere l’Assemblea nazionale, proclamando nuove elezioni, forte di un consenso che gli darebbe la maggioranza assoluta.

Nel suo primo discorso pubblico ha confermato sostanzialmente le priorità già enunciate, in primis la lotta alla “corruzione” e la necessità di una “riconciliazione nazionale”, dopo la frattura provocata dalla torsione autoritaria che il presidente uscente ha imposto al paese da alcuni anni a questa parte, nel tentativo di annichilire ogni alternativa politica, a colpi di repressione di piazza e di “messa al bando” dell’opposizione.

Era la forma politica di un modello di sviluppo fatto per soddisfare le esigenze delle multinazionali straniere – in particolari francesi – e di una élite che viveva delle prebende di questo sistema.

Un modello fatto di accumulazione per esproprio delle maggiori risorse nazionali (pesca ed idrocarburi) e di dipendenza dalle importazioni – anche per ciò che concerne il proprio fabbisogno alimentare – come tratti peculiari. Mentre sullo sfondo pesava il signoraggio economico del Franco CFA e una sovranità amputata dalla presenza militare francese a Dakar.

Faye ha cercato di rassicurare il partner internazionali che vorranno “impegnarsi con noi in una cooperazione virtuosa, rispettosa e mutuamente proficua”.

Un Senegal che proietta quindi il suo profilo nel mondo multipolare senza che vi siano primus inter pares.

Il campo ex-presidenziale – sia la coalizione BBY che il partito di Sall, l’APR – esce dalle consultazioni con le ossa rotte, così come i suoi padrini internazionali. Lì sta incominciando una poco velata resa dei conti, in specie nei confronti dell’ex presidente, mettendone in discussione le scelte scellerate e lo scarso sostegno a Ba.

La redde rationem nelle fila degli ex-governanti del paese potrebbe portare ad un processo di decomposizione di quell’espressione politica di interessi tenuti insieme dalla prospettiva di potere, e da null’altro.

Le élite filo-occidentali africane hanno un chiaro problema di riproduzione di “propri” rappresentanti politici all’altezza, ossia capaci di essere qualcosa di più di obbedienti tecnocrati ben visti dalla cosiddetta “comunità internazionale”, nonostante gli ingenti mezzi a loro disposizione.

Una fonte anonima negli alti ranghi del partito presidenziale spiega al corrispondente del quotidiano francese Le Monde: “Sulla carta erano elezioni imperdibili. Noi avevamo l’apparato di Stato, i soldi, il rullo compressore della nostra coalizione ed un bilancio materiale da elogiare”.

Non avevano fatto i conti con una variabile determinante: la volontà popolare e le capacità politica di una opposizione ridotta stricto sensu alla clandestinità ed al carcere, ma non alla marginalità politica.

È chiaro che il voto popolare ha espresso il rigetto per questi ultimi 12 anni di presidenza – in specie gli ultimi 3 – e ha voluto punire coloro i quali hanno ordito un colpo di stato istituzionale non andato in porto solo grazie alla mobilitazione popolare.

La frattura infatti tra il presidente e l’opposizione – che aveva esordito alle scorse presidenziali con il 19% dei consensi, con la leadership di Sonko – si era definitivamente consumata nel 2021, con l’uso politico del potere giudiziario nei confronti di Sonko e le manifestazioni represse nel sangue.

Una frattura tra “centro” e periferia”, tra il vecchio establishment politico e le nuove generazioni senegalesi, tra la narrazione auto-compiacente del potere – “il bilancio materiale da elogiare” – ed una realtà sociale impoverita e costretta all’immigrazione, che agognava un cambiamento radicale.

Faye ha fatto il pieno di voti nelle periferie di Dakar, come a Pikine o Guédiawaye, importanti bacini di voto della gioventù senegalese.

Nell’area metropolitana della capitale, dove vive circa il 26% degli elettori totali, con un milione di aventi diritto, Faye ha ottenuto più di 286 mila voti contro i 118 circa di Ba; cioè molto più del doppio.

Senza sorpresa, Faye ha polverizzato i concorrenti nei bastioni dell’opposizione, come nella regione di Ziguinchor; e non solo a Casamance dove Sonko è sindaco, ma anche a Bignona e Oussouye.

Nel Nord ha vinto a Saint-Louis, nell’ovest a Mbour.

Di fatto Ba ha vinto solo nei bastioni tradizionali della coalizione al potere, cioè a Metam e Podor.

Faye si appresta a cambiare il “paradigma economico”, promuovendo la sovranità alimentare con la creazione di otto poli agro-industriali regionali, diversificando le colture, per invertire l’indebitamento causato dalle importazioni; vuole inoltre aumentare l’interdizione dello sfruttamento ittico da parte delle navi straniere fino a 20 km dalla costa favorendo i pescatori locali; e infine decentrare gli investimenti, considerato che l’80% di questi sono indirizzati verso la capitale.

Vuole rinegoziare il debito e avviare una politica fiscale progressiva, e soprattutto rinegoziare i contratti per lo sfruttamento del petrolio e del gas.

Sulla sovranità monetaria è stato più cauto e sembra deciso a intraprendere una strada più graduale, ma comunque risoluta.

In sintesi: se la CEDEAO/ECOWAS non deciderà di dar seguito al progetto di nuova valuta della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest nel 2027 – l’éco – il Senegal adotterà una divisa nazionale che subentri al Franco CFA dopo avere aumentato le sue riserve auree e appianato il suo bilancio.

Se il compito è arduo, rimane chiaro che un altro “pezzetto di mondo” ha visto la caduta dell’egemonia politica di chi aveva adottato un profilo di “modernizzazione” – frutto della globalizzazione neo-liberista per la “periferia integrata” – che non ha dato risultati tangibili per la maggioranza della popolazione.

Ora i desiderata dell’Occidente non detteranno più l’agenda politica del paese, che dovrà comunque faticare non poco per recuperare credibilità agli occhi di chi ha conosciuto la schiavitù, la colonizzazione ed il neo-colonialismo e che oggi vuole riacquistare la propria indipendenza reale dentro un riscatto continentale.

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26/03/2024

Senegal - Vince Faye, leader panafricanista

Il candidato espresso dall’establishment politico senegalese, Amadou Ba, ha riconosciuto nella giornata di lunedì la vittoria di Bassirou Diomaye Faye al primo turno delle presidenziali che si sono svolte domenica.

É un terremoto politico – che avevamo previsto oltreché auspicato – non solo per gli equilibri interni al paese africano, ma per le mire occidentali che non trovano più acconsenzienti esecutori dei desiderata dei consigli d’amministrazione delle multinazionali e dell’establishment occidentale.

Se i risultati finali del primo turno verranno ufficializzati nel corso di questa settimana, è chiaro che l’opposizione ha vinto la sfida elettorale nonostante il processo di criminalizzazione che va avanti almeno dal 2021; è così naufragato il tentativo del presidente uscente Macky Sall di posticipare il voto per restare al potere.

La commissione elettorale nazionale ha tempo fino a venerdì per pubblicare i risultati “provvisori” prima che vengano validati dal Consiglio costituzionale, ma la vittoria “eclatante” di Faye – scarcerato da poco grazie ad una travagliata amnistia – è un fatto evidente.

Faye, che fino a poche settimane fa era un “prigioniero politico”, insieme al principale leader dell’opposizione Ousmane Sonko – e a tanti altri – diverrà il 5° presidente del paese dell’Africa Occidentale, con 18 milioni di abitanti, di cui solo 7,3 aventi diritto di voto.

Faye si definisce legittimamente “candidato del cambiamento di sistema” e di “panafricanismo di sinistra”, insistendo su una sovranità nazionale calpestata dai paesi stranieri con il beneplacito dei loro tirapiedi locali.

La sua schiacciante vittoria è forse la peggiore notizia che potevano ricevere Parigi e Bruxelles (ma anche Washington) dopo l’affermarsi in Sahel di un nuovo corso politico inaugurato dai colpi di Stato dei “militari patriottici”, sostenuti dalla maggioranza della popolazione, in Mali, Burkina Faso e Niger.

Il nuovo presidente si era impegnato nel corso della campagna elettorale, tra l’altro, per la rinegoziazione dei contratti minerari, del gas e del petrolio stipulati – a tutto loro vantaggio – dalle compagnie straniere.

Se in un primo momento, quasi subito dopo la chiusura delle urne, c’era ancora il dubbio di una vittoria al primo turno o il ricorso al ballottaggio, nel corso della giornata di lunedì le cose si sono chiarite definitivamente.

Gli elettori e le elettrici non si sono sbagliati, ed hanno seguito alla lettera lo slogan in Wolof dell’opposizione: “Sonko moy Diomaye, Diomaye moy Sonko”, letteralmente “Sonko è Diomaye, e Diomaye è Sonko”.

Sonko era “ineleggibile” per una delle classiche strategie di uso strumentale del potere giudiziario, che si era accanito contro di lui.

Fin dai primi exit pool le persone sono scese in strada, in particolare i giovani e le donne, per urlare la loro gioia e danzare ai bordi delle strade, e per impedire sempre possibili “colpi di mano” da parte di un potere morente.

Un’ultima avvisaglia era stata l’indicazione del PDS dell’anziano presidente Abdoulaye Wade che, tre giorni prima del voto, ha chiamato a votare per Faye, per provare a “salire sul carro dei vincitori” dopo essere stato a lungo l’utile idiota delle trame del presidente uscente.

Già in mattinata 13 candidati su 19 si erano già complimentati con Faye per la vittoria, mentre Ba andava ancora dicendo che “nel peggiore dei casi” sarebbe andato al secondo turno, in data ovviamente imprecisata.

È stata una doccia fredda per l’establishment e, come sempre in questi casi, la tracotanza di un potere crepuscolare appare in tutta la sua paradossale ilarità attraverso le prime dichiarazione di Ba.

“Il campo che festeggia prima di conoscere il risultato dimostra solamente una volontà di manipolazione e di conquista del potere per vandalismo. Il precipitare del Senegal nell’avventurismo populista non è una fatalità”.

In realtà, è proprio l’establishment politico che portava la responsabilità di una possibile precipitazione nel caos del paese.

Dopo la repressione e la messa al bando dell’opposizione, Macky Sall (e Ba) le avevano tentate tutte, cercando di posticipare le elezioni e continuando con la scia di morti: 4 persone hanno perso la vita nelle manifestazioni contro il loro possibile rinvio.

Una vittoria conquistata attraverso la mobilitazione popolare e l’organizzazione in condizione di “clandestinità” per il PASTEF, che avrà conseguenze dirette in tutta la regione, al di là della frontiera del Senegal.

Come ha affermato lo specialista di storia senegalese Mamadou Diouf: “la regione è arrivata alla fine del ciclo post-coloniale nato con i primi presidenti. Altri paesi come la Costa d’Avorio potrebbero fare lo stesso”.

Un effetto domino che si è realizzato sia con i colpi di Stato dei “militari patriottici” sia per via elettorale, e che segna la nuova alba dei popoli africani.

Fonte

15/02/2024

Senegal - L’inquietante spirale dittatoriale di Macky Sall

Sabato 3 febbraio, il Capo dello Stato senegalese ha annunciato di aver revocato il decreto che fissava la data delle elezioni presidenziali al 25 febbraio. Questa decisione giunge a poche ore dall’apertura della campagna elettorale in cui si sarebbero dovuti sfidare 20 candidati.

Come ogni volta che viene fatta una mossa antidemocratica sbagliata, Macky Sall promette un “dialogo nazionale”: “Mi impegnerò in un dialogo nazionale aperto, al fine di creare le condizioni per un’elezione libera, trasparente e inclusiva”. Ufficialmente, la decisione è giustificata da uno pseudo conflitto tra l’Assemblea nazionale e il Consiglio Costituzionale iniziato pochi giorni fa.

Infatti, la pubblicazione da parte del Consiglio Costituzionale delle 20 candidature, convalidate il 20 gennaio di quest’anno, ha dato origine a un reclamo da parte di un candidato non vincitore, Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ed ex ministro della Cooperazione e dei Trasporti. Egli ha presentato al Parlamento una richiesta di commissione d’inchiesta, che è stata approvata con 120 voti favorevoli e 24 contrari.

La richiesta di Karim Wade riguarda due giudici del Consiglio Costituzionale accusati di “corruzione”. La denuncia riguarda anche il primo ministro Amadou Ba, anch’egli candidato della maggioranza presidenziale e scelto dallo stesso Macky Sall. Il voto su questa commissione parlamentare d’inchiesta era scontato, in quanto la risoluzione che ne proponeva la creazione era stata presentata dal partito presidenziale, il Parti Démocratique Sénégalais (PDS).

Ecco quindi che i deputati della maggioranza e del partito al potere decidono di istituire una commissione d’inchiesta contro il loro stesso candidato. Si tratta di una storia molto densa, che nasconde una macchinazione ai vertici. L’unica ragione per cui esiste questa commissione d’inchiesta è permettere a Macky Sall di rinviare le elezioni presidenziali e di rimanere al potere abbastanza a lungo da assicurare una vittoria certa al suo attuale delfino.

Nel frattempo, i deputati della maggioranza hanno presentato “un progetto di legge costituzionale in deroga all’articolo 31 della Costituzione”, che sarà sottoposto all’Assemblea questa settimana.

Un piano così massiccio si spiega solo con l’impasse politica delle autorità senegalesi e dei loro sponsor internazionali, l’Unione Europea in generale e la Francia in particolare, che sono stati costretti a rendersi conto che il successore scelto da Macky Sall non aveva alcuna possibilità di vittoria.

Questo li ha portati a rischiare una crisi politica e un’esplosione sociale piuttosto che cedere il potere. Per la prima volta dal 1963, le elezioni presidenziali sono state rinviate per mantenere al potere i sostenitori della Françafrique. La reazione popolare non si è fatta attendere.

Il giorno successivo all’annuncio del rinvio delle presidenziali, i gendarmi hanno usato i lacrimogeni per disperdere migliaia di manifestanti nella capitale, che protestavano contro il rinvio delle elezioni. Indossando bandiere senegalesi e maglie della nazionale di calcio, i manifestanti hanno scandito “Macky Sall dittatore”.

Le autorità senegalesi hanno anche sospeso la Walf TV con la motivazione che le immagini delle manifestazioni costituivano “incitamento alla violenza”: “In accordo con il Consiglio nazionale per la regolamentazione audiovisiva, il ministero ha ordinato alle emittenti della Walf TV di tagliare temporaneamente il segnale per incitamento alla violenza”.

L’ordine temporaneo è diventato rapidamente permanente, poiché poche ore dopo l’interruzione temporanea, il gruppo Walf ha annunciato sui social network di essere stato “definitivamente privato della sua licenza dallo Stato”.

Le autorità senegalesi stanno prendendo una decisione pericolosa e piena di conseguenze. Il popolo senegalese è destinato a scendere in piazza, come ha fatto dal 2021 ogni volta che il capo dello Stato ha cercato di imporre un’elezione presidenziale truccata in anticipo.

La decisione del Presidente di rinviare le elezioni è un rischio reale. Questo può essere compreso solo collocando la decisione nel suo contesto storico e regionale. Il contesto storico è quello di un processo elettorale con molteplici colpi di scena, una vera e propria saga di determinazione a non andarsene da parte di chi è attualmente al potere e dei suoi sponsor esterni.

Il primo episodio della saga è stato l’annuncio della candidatura di Macky Sall per un terzo mandato presidenziale, in contrasto con le disposizioni della Costituzione.

Sebbene egli stesso avesse denunciato la candidatura del suo predecessore Abdoulaye Wade per un terzo mandato nel 2012 e sebbene la Costituzione vigente del 2016, cioè quella del suo mandato, stabilisca che “nessuna persona può candidarsi per più di due mandati consecutivi”, il presidente Macky Sall ha sostenuto che la Costituzione del 2016 aveva azzerato i contatori e che quindi il suo primo mandato, iniziato nel 2012, non doveva essere conteggiato.

Per più di un anno, il popolo senegalese ha reagito a questa proposta di violazione della Costituzione con manifestazioni di massa che sono state duramente represse.

Il secondo episodio della saga è la decisione di eliminare a tutti i costi il candidato patriottico dell’opposizione, Ousmane Sonko, leader del PASTEF (Patriotes Africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), che ha grandi possibilità di vincere se le elezioni fossero veramente democratiche.

Questo candidato, che sta sviluppando un programma per rompere la dipendenza neocoloniale e puntare sullo sviluppo economico, è particolarmente popolare tra i giovani, che vedono in lui un’alternativa all’esilio forzato e alla morte nel deserto e nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.

La Francia, ovviamente, è particolarmente preoccupata per questa candidatura. I tribunali saranno quindi chiamati a vietare la candidatura di Ousmane Sonko, arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 con il 15% dei voti. Nel febbraio 2021 è stato accusato di “stupro e minacce di morte”. È stato assolto da queste accuse il 1° giugno 2023, ma condannato a due anni di reclusione per “corruzione di giovani”.

Questa condanna lo rende ineleggibile, afferma il Ministro della Giustizia senegalese: “La condanna dell’oppositore Ousmane Sonko in un affare di moralità è definitiva e lo rende ineleggibile per le elezioni presidenziali del 2024. Non c’è nessun complotto per estromettere un candidato alle presidenziali”.

Come se non bastasse, nel maggio 2023 Sonko è stato nuovamente condannato per diffamazione nei confronti del Ministro del Turismo a una pena detentiva di sei mesi con sospensione condizionale. Questa decisione è stata confermata dalla Corte Suprema senegalese nel gennaio 2024.

Durante questa farsa giudiziaria, sono state organizzate manifestazioni popolari a sostegno di Sonko, chiedendo la sua liberazione e la revoca della ineleggibilità. La repressione della polizia è stata particolarmente violenta e ha provocato decine di morti, centinaia di feriti e centinaia di arresti.

Per citare solo un esempio delle manifestazioni del maggio-giugno 2023, Human Rights Watch descrive il bilancio: “Le autorità senegalesi dovrebbero immediatamente condurre un’indagine indipendente e credibile sulle violenze commesse durante le manifestazioni che hanno avuto luogo in tutto il Paese. Si parla di almeno 16 morti e decine di feriti”.

La portata delle proteste ha costretto Macky Salle ad annunciare, all’inizio di luglio 2023, che non si sarebbe candidato per un terzo mandato. Ma questo non era ancora sufficiente per il clan di Sall e i suoi sponsor internazionali. Temendo che i tribunali avrebbero contestato l’ineleggibilità di Ousmane Sonko, quest’ultimo è stato nuovamente accusato e incriminato a fine luglio per “incitamento all’insurrezione e cospirazione”.

Allo stesso tempo, il suo partito PASTEF è stato sciolto. Il ministro dell’Interno Antoine Félix Diome ha annunciato “lo scioglimento per decreto del PASTEF per i frequenti appelli a movimenti insurrezionali, che costituiscono una violazione permanente e grave degli obblighi dei partiti politici”. Nonostante la sua ineleggibilità, Ousmane Sonko continua a far paura. Dal carcere, ha invitato a votare per il numero 2 del suo partito, Bassirou Diomaye Faye.

Il terzo episodio della saga è l'entrata in scena del delfino di Macky Sall e dei suoi sponsor internazionali. Si tratta dell’attuale primo ministro, Amadou Ba. La campagna pre-elettorale ha presto rivelato che questo candidato non aveva alcuna possibilità di vittoria. Queste possibilità sono ancora più remote se si considera lo spettro della candidatura di Ousmane Sonko.

Due sentenze, quella del tribunale di Ziguinchor dell’ottobre 2023 e quella del tribunale di Dakar del dicembre 2023, hanno ripristinato il diritto di Ousmane Sonko a candidarsi alle elezioni presidenziali.

La Commissione elettorale nazionale autonoma deve ora prendere una decisione. Il presidente Macky Sall ha semplicemente deciso di licenziare 12 membri della Commissione e ha nominato un nuovo presidente, Abdoulaye Sylla, che ci si aspettava fosse più docile. Non resta che l’atto finale, ovvero il rinvio delle elezioni per dare il tempo di trovare un successore più credibile.

Il contesto di questa frenesia di potere in Senegal è anche quello della regione. I colpi di Stato patriottici in Mali, Burkina Faso e Niger hanno inferto un duro colpo all’imperialismo francese in Africa.

La richiesta di ritiro delle truppe francesi da questi tre Paesi, la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel come parte di un progetto federale, le nuove alleanze internazionali di questi Paesi, la decisione comune di lasciare la CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), la decisione di armonizzare le politiche economiche e finanziarie per arrivare alla creazione di una moneta comune abbandonando il franco CFA, ecc. sono tutte misure che stanno causando enormi preoccupazioni a Bruxelles e Parigi.

Gli “alleati affidabili” stanno diminuendo rapidamente. Gli unici pilastri importanti rimasti sono la Costa d’Avorio e il Senegal. Se quest’ultimo dovesse cadere democraticamente, sarebbe una ferita mortale per il neocolonialismo nella regione e un esempio per le altre regioni del continente. È quindi urgente che Bruxelles e Parigi mettano un uomo “sicuro” alla guida del Senegal, anche a costo di sacrificare l’immagine di un Senegal democratico che ha richiesto tanto tempo per essere costruita.

Le due capitali sanno di essere minacciate in Senegal dalla crescente opposizione al neocolonialismo francese. Movimenti e campagne come “France dégage” o “Auchan dégage” esistono da diversi anni. Durante le proteste popolari del 2021 e del 2023, diversi rivenditori francesi sono stati saccheggiati. Tra questi, Orange, Auchan e Total. Due eventi significativi hanno ricordato l’importanza che la Francia attribuisce alle prossime elezioni presidenziali senegalesi.

Il primo è stata la nomina, lo scorso novembre, da parte dello stesso Emmanuel Macron, del presidente Macky Sall a inviato speciale del Patto di Parigi per il Pianeta e i Popoli in occasione del 6° Forum della Pace di Parigi. Questa onorificenza, che arriva in un momento in cui Macky Sall è ancora in carica, suona come una ricompensa per il servizio reso.

Il secondo fatto è il ricevimento del candidato premier da parte del presidente Macron e del primo ministro Borne nel dicembre 2023. L’opinione pubblica senegalese non si sbaglia nell’analizzare questa calorosa accoglienza come un riconoscimento e un’approvazione del candidato senegalese.

La posta in gioco in Senegal è niente meno che il futuro del neocolonialismo nella regione. È la portata della posta in gioco che spiega i rischi assunti da Macky Sall con l’appoggio di Bruxelles e Parigi.

Fonte

08/02/2024

Senegal: il colpo di Stato istituzionale della Françafrique

Sabato 3 febbraio, a tre settimane dal primo turno delle elezioni presidenziali, alle quali non si sarebbe potuto neanche presentare, il capo di Stato senegalese Macky Sall ha rinviato lo scrutino sine die. Il 4 febbraio doveva iniziare la campagna elettorale.

Le motivazioni del presidente sono state, all’apparenza, alquanto bizzarre: «le opinioni contrastanti tra l’Assemblea nazionale ed il Consiglio costituzionale, in aperto conflitto rispetto ad un supposto affare di corruzione di giudici».

Lunedì 5, differenti fonti riferivano di un probabile rinvio di sei mesi, con ipotetico vuoto di potere che si sarebbe concretizzato dal 2 aprile, giorno della fine del mandato di Sall; ma erano previsioni “per difetto”, essendo state rimandate a dicembre le consultazioni.

Si è aperta così una inedita crisi istituzionale, e bisogna andare al 1962, due anni dopo l’indipendenza del paese, con lo scontro tra l’allora presidente Léopold Sédar Senghor ed il presidente del consiglio dei ministri, Mamadou Dia, per trovarne una simile.

La decisione presa da Sall non ha alcune base giuridica valida; siamo di fronte ad un vero e proprio “colpo di Stato istituzionale”, visto il suo carattere unilaterale ed anti-costituzionale.

Facciamo un breve sintesi del modo in cui si è giunti a questa forzatura.

Il 3 luglio scorso Sall scioglie i dubbi, dichiarando che non si presenterà per il terzo mandato, dopo la prima elezione nel 2012 e poi nel 2019, decidendo di non appoggiarsi ad una interpretazione capziosa secondo cui la revisione costituzionale del 2016 gli avrebbe concesso la possibilità di candidarsi, azzerando il conto dei suoi mandati.

Una decisione presa anche per placare gli animi rispetto alla seconda ondata di manifestazioni soffocate nel sangue nel giro di pochi anni: 56 morti, secondo Amnesty International, dal 2021 ad oggi.

La scelta di un successore è tutt’altro che scontata e lineare, e la decisione presa a settembre da Sall in favore di Amadou Ba – un tecnocrate senza base elettorale nel paese, già ministro dell’economia (2013-2019), poi fino al 2020 degli Affari Esteri e successivamente Primo Ministro – non ha un consenso unanime neanche all’interno del partito presidenziale, Alliance pour la République (APR), né nella coalizione di cui fa parte.

Ba è un successore gradito agli occhi della cosiddetta “comunità internazionale” (la parte occidentale, ovvio), ma non è detto possa essere effettivamente eletto, specie se si dovesse andare al ballottaggio, visto il precedente dello stesso Sall che, allora nella versione di “outsider”, nel 2012 riuscì a battere il presidente uscente Abdoulaye Wade (2000-2012) solo al secondo turno.

L’opposizione disponeva di una figura carismatica che gode di un consenso crescente, come il giovane Ousmane Sonko.

Ex ispettore fiscale, Sonko appare sulla scena politica nel 2014 come “lanceur d’allerte” denunciando delle irregolarità nelle attribuzioni di permessi di esplorazione petrolifera, affermando il proprio profilo di “incorruttibile”; sviluppa nel tempo un discorso “anti-sistema” che seduce una buona parte della popolazione senegalese, tra cui, in particolare, le nuove generazioni sempre più inclini alla ritrovata sensibilità panafricanista.

È alla testa del PASTEF (Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique e la fraternité), la maggiore coalizione politica d’opposizione.

Nel 2022 è eletto sindaco della propria città, Ziguinchor, e alcuni a lui vicini si impongono nei comuni della periferia di Dakar, la capitale.

Per Sall, così come per l’establishment economico – tra cui le multinazionali francesi – prosperato grazie all’attuale modalità della gestione della “cosa pubblica”, Sonko diviene una minaccia.

Così come era successo con i due principali rivali di Sall nelle elezioni del 2019 (Karim Wade, figlio del vecchio presidente e Khalifa Sall), lo strumento giudiziario è stato attivato producendo delle condanne che impediscono a Sonko di presentarsi alle elezioni.

In questo caso però non solo vengono colpiti ripetutamente Sonko o i dirigenti di spicco del PASTEF, ma tutta l’opposizione, in una torsione autoritaria evidente ma completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Non proprio casualmente Sonko, nel 2023, viene condannato due volte.

La sua seconda condanna, a giugno, fa da detonatore per una serie di mobilitazioni che vengono violentemente represse e portano alla “dissoluzione” per via amministrativa del PASTEF, reso nei fatti illegale.

Queste condanne hanno portato alla dichiarazione di ineleggibilità di Sonko per 5 anni, nel gennaio scorso, e il Consiglio Costituzionale ha così rigettato la sua candidatura.

Ma la vittoria per il candidato prescelto da Sall non sarebbe stata comunque scontata.

Il piano B del PASTEF si è concretizzato con la candidatura di Bassirou Diomaye Faye, autorizzato a presentarsi nonostante sia imprigionato da aprile con l’accusa di «attentato alla sicurezza dello Stato, appello all’insurrezione e associazione a delinquere».

Un prigioniero politico co-fondatore del PASTEF che gli analisti davano come possibile vincitore scelto da Sonko, che ha annunciato la sua decisione in un video.

Un incubo per Sall nonché per la sua maggiore “tutrice”, la Francia, parecchio preoccupata per i discorsi antimperialisti di Sonko e del suo “sostituto”, visto che è già stata cacciata dal Sahel e può ormai appoggiarsi solo su Ciad e Costa d’Avorio, oltre al Senegal.

Per evitare questo scenario, Sall ha pensato di “cooptare” il suo vecchio avversario, figlio del precedente presidente – Abdoulaye Wade – che viveva in esilio in Qatar ma che è potuto rientrare, senza scontare la pena cui era stato anche lui condannato, nel giugno scorso.

Sarebbe stato libero di presentarsi alle elezioni a nome del Parti démocratique sénégalais (PDS), partecipando in caso di ballottaggio ad una alleanza con Ba contro il PASTEF, ma il 20 gennaio scorso il Consiglio Costituzionale ha deciso diversamente: ha dovuto infatti invalidarne la candidatura per la sua doppia nazionalità, franco-senegalese.

Una decisione formalmente ineccepibile, considerato che chi ha una doppia nazionalità non può presentarsi per dirigere il paese, e che la sua rinuncia alla “nazionalità straniera” – controfirmata dal Primo ministro francese Attal – è solo del 16 gennaio, ossia tre settimane dopo la sua candidatura ufficiale.

Un piano teoricamente “ben congegnato”, ma che si è rivelato un pasticcio politico-legale su cui era impossibile sorvolare.

Un vero e proprio rompicapo politico che Sall ha voluto risolvere con una forzatura senza precedenti, di cui si “vociferava” da giorni, aprendo così una crisi istituzionale per mano del PDS, i cui deputati hanno chiesto una Commissione d’Inchiesta sul Consiglio Istituzionale, sostenuta anche da una parte della maggioranza, cioè dai deputati della coalizione che ha eletto l’attuale presidente.

Sall, tre giorni dopo, ha preso la palla al balzo dichiarando che tali ‘supposizioni’ potrebbero «nuocere gravemente alla credibilità dello scrutinio installando i germi di un contenzioso pre e post-elettorale».

Paradossalmente per risolvere una crisi istituzionale, Sall ha deciso così di aprirne un’altra, probabilmente più grave se si considera la reattività della piazza contro la decisione e l’ulteriore livello di delegittimazione per una leadership politica arroccata al potere.

Domenica a Dakar, una manifestazione è stata dispersa solo con l’uso di gas lacrimogeni.

Ma la repressione non si è limitata alle strade, con internet “oscurato” – come è avvenuto a giugno – e l’università di Dakar che rimane chiusa da allora. Studenti e organizzazioni sindacali rimangono però ‘vigili e critici’ rispetto al corso “bonapartista” scelto da Sall.

La cinquantina di deputati dell’opposizione che, cantando ripetutamente l’inno nazionale, facevano ostruzionismo all’approvazione della legge che posticipava le elezioni al 15 dicembre, sono stati evacuati manu militari dai reparti speciali della gendarmerie a viso coperto.

Non certo una immagine di “rispetto delle istituzioni rappresentative”. Per la cronaca, la legge è stata poi votata con 105 voti a favore contro uno solo contrario.

Lo stesso dispositivo legislativo dà a Sall la possibilità di restare in carica fino all’insediamento del successore. Una sorta di “stato d’eccezione permanente” che liquida le residuali garanzie istituzionali.

È una “rottura storica” con la prassi per cui, dal 1963, le elezioni si sono tenute sempre nella data prevista e con l’istituzione del multipartitismo integrale – nel 1981 sotto la presidenza di Abdou Diouf.

Come è stato scritto, riferendosi a Sall, nel preoccupato editoriale di lunedì su Le Monde: «Nel mentre il paese ha i nervi a fior di pelle, a causa delle sue manovre e di una opposizione sempre più radicale, in un contesto di povertà endemica dove la gioventù è lasciata senza altre prospettive che l’emigrazione, rischia di mettere fuoco alle polveri».

Gli fa eco il giudizio di Francis Laloupo, analista geopolitico, che afferma: «c’è una grande rabbia oggi in Senegal. Il popolo si sente tradito. La democrazia senegalese è considerata come un patrimonio collettivo e a questo riguardo ogni cittadino si sente ferito. Oggi, nulla garantisce che i senegalesi si rassegneranno alla decisione del posticipo delle elezioni al 15 dicembre, come è stato votato all’Assemblea Nazionale».

Siamo convinti che quest’atto di forza si rivelerà un boomerang non solo per il presidente uscente ed il suo entourage, corrotto fino al midollo e pronto a sacrificare le più banali garanzie democratiche per godere di una rendita politica che la popolazione vuole legittimamente sottrargli.

Sarà l’ennesimo passo falso per uno dei residui perni dell’“Africa Francese” nella regione.

Come afferma una delle figure più in vista del nuovo panafricanismo: “finiranno per comprendere”.

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04/08/2023

Senegal - Il golpe lo ha fatto il presidente filofrancese arrestando il leader dell’opposizione

In Senegal continuano le proteste popolari contro l’arresto del leader dell’opposizione e sfidante alle elezioni presidenziali Ousmane Sonko. Manifestazioni sono ancora in corso sia nella capitale Dakar che a Ziguinchor, la città di cui è sindaco Ousmane Sonko, arrestato la scorsa settimana.

Le ultime proteste sono state innescate dallo scioglimento imposto dal governo del partito di Sonko, i “Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef).

Il ministro dell’Interno, Antoine Felix Abdoulaye Diome, ha motivato la decisione accusando Sonko e il suo partito di aver incitato disordini durante le violente proteste del mese scorso a Dakar contro l’eventuale ricandidatura ad un terzo mandato del presidente uscente Macky Sall.

Il Pastef, da parte sua, ha rilasciato un comunicato durissimo nel quale denuncia che la stabilità del Senegal “è ormai compromessa, perché il popolo non accetterà mai questa definitiva decadenza del potere nei confronti del favorito”, cioè l’attuale presidente Sall strettamente legato alla Francia.

Nei giorni scorsi le proteste si erano estese anche a Parigi, dove la comunità senegalese era scesa in piazza contro l’arresto di Sonko e la complicità della Francia con il governo di Sall.

Sonko, in carcere da alcuni giorni, ha iniziato uno sciopero della fame sostenendo che la sua detenzione sia avvenuta “sulla base di falsità” e ha dichiarato di attendere la notifica ufficiale dello scioglimento del suo partito per poterlo combattere con “mezzi legali”.

I sostenitori di Pastef accusano il partito al governo del presidente Sall, l’Alleanza per la Repubblica (Apr), di aver cercato di mettere da parte il suo popolare avversario, che è arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019, con accuse inventate prima del voto di febbraio.

È la terza volta che un partito politico viene bandito in Senegal da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Gli altri sono avvenuti prima dell’introduzione del multipartitismo negli anni ’70.

I “campioni” di democrazia dell’Occidente in Africa hanno moltissimi scheletri nell’armadio, in Senegal come in Niger. Contrapporli ai golpisti è decisamente un volgare esempio di “doppio standard”.

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