Secondo i risultati ufficiali provvisori, Bassirou Diomaye Faye avrebbe ottenuto la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali con il 54,28% dei consensi.
L’annuncio è stato dato mercoledì dalla Commissione nazionale di censimento dei voti, confermando ciò che era chiaro già nella giornata di lunedì, riconosciuto da tutti i candidati alla presidenza.
Non si tratta di una vittoria di stretta misura considerando che il candidato espresso dalla coalizione che governava il paese ha ottenuto solo il 35,79% dei voti.
Le due figure politiche, la prima esplicitamente “di rottura” mentre l’altra “di continuità”, hanno monopolizzato il voto come era da attendersi, con il terzo candidato – Aliou Mamadou Dia, del Parti de l’unité et du rassemblent – che ha ottenuto appena il 2,8% dei suffragi.
Una vittoria “straordinaria” considerando che una decina di giorni prima delle elezioni, Faye era ancora un prigioniero politico detenuto nelle carceri di Dakar.
Una vittoria “storica” tenendo conto che per la prima volta dall’indipendenza, il candidato dell’opposizione vince al primo turno.
Se, come sembra, nessun candidato depositerà presso il Consiglio costituzionale alcun ricorso – entro 72 ore dopo l’annuncio della Commissione nazionale – i risultati “provvisori” diventano “definitivi” secondo la Costituzione ed il passaggio di poteri tra il vecchio presidente Macky Sall e Faye dovrebbe essere lineare.
Se invece ci sarà un ricorso, entro 5 giorni il Consiglio dovrà esprimersi, ed il passaggio entro il 2 aprile potrebbe essere rimesso in causa.
A complicare infatti il quadro è stato, a febbraio, il maldestro tentativo di “golpe istituzionale” tentato da Sall stesso – che “stranamente” non aveva fatto “strappare le vesti” alla cosiddetta comunità internazionale – e che ad un certo punto sembrava volersi presentare per un “terzo mandato” non previsto dalla Costituzione.
Faye, 44 enne, è il più giovane presidente della storia del Senegal e non ha mai avuto un incarico nazionale in precedenza. Ha di fronte un compito certo non facile, ma ha idee chiare e grande determinazione nel far cambiare il corso politico complessivo del Paese.
Dovrà al più presto comporre il governo e con ogni probabilità sciogliere l’Assemblea nazionale, proclamando nuove elezioni, forte di un consenso che gli darebbe la maggioranza assoluta.
Nel suo primo discorso pubblico ha confermato sostanzialmente le priorità già enunciate, in primis la lotta alla “corruzione” e la necessità di una “riconciliazione nazionale”, dopo la frattura provocata dalla torsione autoritaria che il presidente uscente ha imposto al paese da alcuni anni a questa parte, nel tentativo di annichilire ogni alternativa politica, a colpi di repressione di piazza e di “messa al bando” dell’opposizione.
Era la forma politica di un modello di sviluppo fatto per soddisfare le esigenze delle multinazionali straniere – in particolari francesi – e di una élite che viveva delle prebende di questo sistema.
Un modello fatto di accumulazione per esproprio delle maggiori risorse nazionali (pesca ed idrocarburi) e di dipendenza dalle importazioni – anche per ciò che concerne il proprio fabbisogno alimentare – come tratti peculiari. Mentre sullo sfondo pesava il signoraggio economico del Franco CFA e una sovranità amputata dalla presenza militare francese a Dakar.
Faye ha cercato di rassicurare il partner internazionali che vorranno “impegnarsi con noi in una cooperazione virtuosa, rispettosa e mutuamente proficua”.
Un Senegal che proietta quindi il suo profilo nel mondo multipolare senza che vi siano primus inter pares.
Il campo ex-presidenziale – sia la coalizione BBY che il partito di Sall, l’APR – esce dalle consultazioni con le ossa rotte, così come i suoi padrini internazionali. Lì sta incominciando una poco velata resa dei conti, in specie nei confronti dell’ex presidente, mettendone in discussione le scelte scellerate e lo scarso sostegno a Ba.
La redde rationem nelle fila degli ex-governanti del paese potrebbe portare ad un processo di decomposizione di quell’espressione politica di interessi tenuti insieme dalla prospettiva di potere, e da null’altro.
Le élite filo-occidentali africane hanno un chiaro problema di riproduzione di “propri” rappresentanti politici all’altezza, ossia capaci di essere qualcosa di più di obbedienti tecnocrati ben visti dalla cosiddetta “comunità internazionale”, nonostante gli ingenti mezzi a loro disposizione.
Una fonte anonima negli alti ranghi del partito presidenziale spiega al corrispondente del quotidiano francese Le Monde: “Sulla carta erano elezioni imperdibili. Noi avevamo l’apparato di Stato, i soldi, il rullo compressore della nostra coalizione ed un bilancio materiale da elogiare”.
Non avevano fatto i conti con una variabile determinante: la volontà popolare e le capacità politica di una opposizione ridotta stricto sensu alla clandestinità ed al carcere, ma non alla marginalità politica.
È chiaro che il voto popolare ha espresso il rigetto per questi ultimi 12 anni di presidenza – in specie gli ultimi 3 – e ha voluto punire coloro i quali hanno ordito un colpo di stato istituzionale non andato in porto solo grazie alla mobilitazione popolare.
La frattura infatti tra il presidente e l’opposizione – che aveva esordito alle scorse presidenziali con il 19% dei consensi, con la leadership di Sonko – si era definitivamente consumata nel 2021, con l’uso politico del potere giudiziario nei confronti di Sonko e le manifestazioni represse nel sangue.
Una frattura tra “centro” e periferia”, tra il vecchio establishment politico e le nuove generazioni senegalesi, tra la narrazione auto-compiacente del potere – “il bilancio materiale da elogiare” – ed una realtà sociale impoverita e costretta all’immigrazione, che agognava un cambiamento radicale.
Faye ha fatto il pieno di voti nelle periferie di Dakar, come a Pikine o Guédiawaye, importanti bacini di voto della gioventù senegalese.
Nell’area metropolitana della capitale, dove vive circa il 26% degli elettori totali, con un milione di aventi diritto, Faye ha ottenuto più di 286 mila voti contro i 118 circa di Ba; cioè molto più del doppio.
Senza sorpresa, Faye ha polverizzato i concorrenti nei bastioni dell’opposizione, come nella regione di Ziguinchor; e non solo a Casamance dove Sonko è sindaco, ma anche a Bignona e Oussouye.
Nel Nord ha vinto a Saint-Louis, nell’ovest a Mbour.
Di fatto Ba ha vinto solo nei bastioni tradizionali della coalizione al potere, cioè a Metam e Podor.
Faye si appresta a cambiare il “paradigma economico”, promuovendo la sovranità alimentare con la creazione di otto poli agro-industriali regionali, diversificando le colture, per invertire l’indebitamento causato dalle importazioni; vuole inoltre aumentare l’interdizione dello sfruttamento ittico da parte delle navi straniere fino a 20 km dalla costa favorendo i pescatori locali; e infine decentrare gli investimenti, considerato che l’80% di questi sono indirizzati verso la capitale.
Vuole rinegoziare il debito e avviare una politica fiscale progressiva, e soprattutto rinegoziare i contratti per lo sfruttamento del petrolio e del gas.
Sulla sovranità monetaria è stato più cauto e sembra deciso a intraprendere una strada più graduale, ma comunque risoluta.
In sintesi: se la CEDEAO/ECOWAS non deciderà di dar seguito al progetto di nuova valuta della Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest nel 2027 – l’éco – il Senegal adotterà una divisa nazionale che subentri al Franco CFA dopo avere aumentato le sue riserve auree e appianato il suo bilancio.
Se il compito è arduo, rimane chiaro che un altro “pezzetto di mondo” ha visto la caduta dell’egemonia politica di chi aveva adottato un profilo di “modernizzazione” – frutto della globalizzazione neo-liberista per la “periferia integrata” – che non ha dato risultati tangibili per la maggioranza della popolazione.
Ora i desiderata dell’Occidente non detteranno più l’agenda politica del paese, che dovrà comunque faticare non poco per recuperare credibilità agli occhi di chi ha conosciuto la schiavitù, la colonizzazione ed il neo-colonialismo e che oggi vuole riacquistare la propria indipendenza reale dentro un riscatto continentale.
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26/03/2024
Senegal - Vince Faye, leader panafricanista
Il candidato espresso dall’establishment politico senegalese, Amadou Ba, ha riconosciuto nella giornata di lunedì la vittoria di Bassirou Diomaye Faye al primo turno delle presidenziali che si sono svolte domenica.
É un terremoto politico – che avevamo previsto oltreché auspicato – non solo per gli equilibri interni al paese africano, ma per le mire occidentali che non trovano più acconsenzienti esecutori dei desiderata dei consigli d’amministrazione delle multinazionali e dell’establishment occidentale.
Se i risultati finali del primo turno verranno ufficializzati nel corso di questa settimana, è chiaro che l’opposizione ha vinto la sfida elettorale nonostante il processo di criminalizzazione che va avanti almeno dal 2021; è così naufragato il tentativo del presidente uscente Macky Sall di posticipare il voto per restare al potere.
La commissione elettorale nazionale ha tempo fino a venerdì per pubblicare i risultati “provvisori” prima che vengano validati dal Consiglio costituzionale, ma la vittoria “eclatante” di Faye – scarcerato da poco grazie ad una travagliata amnistia – è un fatto evidente.
Faye, che fino a poche settimane fa era un “prigioniero politico”, insieme al principale leader dell’opposizione Ousmane Sonko – e a tanti altri – diverrà il 5° presidente del paese dell’Africa Occidentale, con 18 milioni di abitanti, di cui solo 7,3 aventi diritto di voto.
Faye si definisce legittimamente “candidato del cambiamento di sistema” e di “panafricanismo di sinistra”, insistendo su una sovranità nazionale calpestata dai paesi stranieri con il beneplacito dei loro tirapiedi locali.
La sua schiacciante vittoria è forse la peggiore notizia che potevano ricevere Parigi e Bruxelles (ma anche Washington) dopo l’affermarsi in Sahel di un nuovo corso politico inaugurato dai colpi di Stato dei “militari patriottici”, sostenuti dalla maggioranza della popolazione, in Mali, Burkina Faso e Niger.
Il nuovo presidente si era impegnato nel corso della campagna elettorale, tra l’altro, per la rinegoziazione dei contratti minerari, del gas e del petrolio stipulati – a tutto loro vantaggio – dalle compagnie straniere.
Se in un primo momento, quasi subito dopo la chiusura delle urne, c’era ancora il dubbio di una vittoria al primo turno o il ricorso al ballottaggio, nel corso della giornata di lunedì le cose si sono chiarite definitivamente.
Gli elettori e le elettrici non si sono sbagliati, ed hanno seguito alla lettera lo slogan in Wolof dell’opposizione: “Sonko moy Diomaye, Diomaye moy Sonko”, letteralmente “Sonko è Diomaye, e Diomaye è Sonko”.
Sonko era “ineleggibile” per una delle classiche strategie di uso strumentale del potere giudiziario, che si era accanito contro di lui.
Fin dai primi exit pool le persone sono scese in strada, in particolare i giovani e le donne, per urlare la loro gioia e danzare ai bordi delle strade, e per impedire sempre possibili “colpi di mano” da parte di un potere morente.
Un’ultima avvisaglia era stata l’indicazione del PDS dell’anziano presidente Abdoulaye Wade che, tre giorni prima del voto, ha chiamato a votare per Faye, per provare a “salire sul carro dei vincitori” dopo essere stato a lungo l’utile idiota delle trame del presidente uscente.
Già in mattinata 13 candidati su 19 si erano già complimentati con Faye per la vittoria, mentre Ba andava ancora dicendo che “nel peggiore dei casi” sarebbe andato al secondo turno, in data ovviamente imprecisata.
È stata una doccia fredda per l’establishment e, come sempre in questi casi, la tracotanza di un potere crepuscolare appare in tutta la sua paradossale ilarità attraverso le prime dichiarazione di Ba.
“Il campo che festeggia prima di conoscere il risultato dimostra solamente una volontà di manipolazione e di conquista del potere per vandalismo. Il precipitare del Senegal nell’avventurismo populista non è una fatalità”.
In realtà, è proprio l’establishment politico che portava la responsabilità di una possibile precipitazione nel caos del paese.
Dopo la repressione e la messa al bando dell’opposizione, Macky Sall (e Ba) le avevano tentate tutte, cercando di posticipare le elezioni e continuando con la scia di morti: 4 persone hanno perso la vita nelle manifestazioni contro il loro possibile rinvio.
Una vittoria conquistata attraverso la mobilitazione popolare e l’organizzazione in condizione di “clandestinità” per il PASTEF, che avrà conseguenze dirette in tutta la regione, al di là della frontiera del Senegal.
Come ha affermato lo specialista di storia senegalese Mamadou Diouf: “la regione è arrivata alla fine del ciclo post-coloniale nato con i primi presidenti. Altri paesi come la Costa d’Avorio potrebbero fare lo stesso”.
Un effetto domino che si è realizzato sia con i colpi di Stato dei “militari patriottici” sia per via elettorale, e che segna la nuova alba dei popoli africani.
Fonte
É un terremoto politico – che avevamo previsto oltreché auspicato – non solo per gli equilibri interni al paese africano, ma per le mire occidentali che non trovano più acconsenzienti esecutori dei desiderata dei consigli d’amministrazione delle multinazionali e dell’establishment occidentale.
Se i risultati finali del primo turno verranno ufficializzati nel corso di questa settimana, è chiaro che l’opposizione ha vinto la sfida elettorale nonostante il processo di criminalizzazione che va avanti almeno dal 2021; è così naufragato il tentativo del presidente uscente Macky Sall di posticipare il voto per restare al potere.
La commissione elettorale nazionale ha tempo fino a venerdì per pubblicare i risultati “provvisori” prima che vengano validati dal Consiglio costituzionale, ma la vittoria “eclatante” di Faye – scarcerato da poco grazie ad una travagliata amnistia – è un fatto evidente.
Faye, che fino a poche settimane fa era un “prigioniero politico”, insieme al principale leader dell’opposizione Ousmane Sonko – e a tanti altri – diverrà il 5° presidente del paese dell’Africa Occidentale, con 18 milioni di abitanti, di cui solo 7,3 aventi diritto di voto.
Faye si definisce legittimamente “candidato del cambiamento di sistema” e di “panafricanismo di sinistra”, insistendo su una sovranità nazionale calpestata dai paesi stranieri con il beneplacito dei loro tirapiedi locali.
La sua schiacciante vittoria è forse la peggiore notizia che potevano ricevere Parigi e Bruxelles (ma anche Washington) dopo l’affermarsi in Sahel di un nuovo corso politico inaugurato dai colpi di Stato dei “militari patriottici”, sostenuti dalla maggioranza della popolazione, in Mali, Burkina Faso e Niger.
Il nuovo presidente si era impegnato nel corso della campagna elettorale, tra l’altro, per la rinegoziazione dei contratti minerari, del gas e del petrolio stipulati – a tutto loro vantaggio – dalle compagnie straniere.
Se in un primo momento, quasi subito dopo la chiusura delle urne, c’era ancora il dubbio di una vittoria al primo turno o il ricorso al ballottaggio, nel corso della giornata di lunedì le cose si sono chiarite definitivamente.
Gli elettori e le elettrici non si sono sbagliati, ed hanno seguito alla lettera lo slogan in Wolof dell’opposizione: “Sonko moy Diomaye, Diomaye moy Sonko”, letteralmente “Sonko è Diomaye, e Diomaye è Sonko”.
Sonko era “ineleggibile” per una delle classiche strategie di uso strumentale del potere giudiziario, che si era accanito contro di lui.
Fin dai primi exit pool le persone sono scese in strada, in particolare i giovani e le donne, per urlare la loro gioia e danzare ai bordi delle strade, e per impedire sempre possibili “colpi di mano” da parte di un potere morente.
Un’ultima avvisaglia era stata l’indicazione del PDS dell’anziano presidente Abdoulaye Wade che, tre giorni prima del voto, ha chiamato a votare per Faye, per provare a “salire sul carro dei vincitori” dopo essere stato a lungo l’utile idiota delle trame del presidente uscente.
Già in mattinata 13 candidati su 19 si erano già complimentati con Faye per la vittoria, mentre Ba andava ancora dicendo che “nel peggiore dei casi” sarebbe andato al secondo turno, in data ovviamente imprecisata.
È stata una doccia fredda per l’establishment e, come sempre in questi casi, la tracotanza di un potere crepuscolare appare in tutta la sua paradossale ilarità attraverso le prime dichiarazione di Ba.
“Il campo che festeggia prima di conoscere il risultato dimostra solamente una volontà di manipolazione e di conquista del potere per vandalismo. Il precipitare del Senegal nell’avventurismo populista non è una fatalità”.
In realtà, è proprio l’establishment politico che portava la responsabilità di una possibile precipitazione nel caos del paese.
Dopo la repressione e la messa al bando dell’opposizione, Macky Sall (e Ba) le avevano tentate tutte, cercando di posticipare le elezioni e continuando con la scia di morti: 4 persone hanno perso la vita nelle manifestazioni contro il loro possibile rinvio.
Una vittoria conquistata attraverso la mobilitazione popolare e l’organizzazione in condizione di “clandestinità” per il PASTEF, che avrà conseguenze dirette in tutta la regione, al di là della frontiera del Senegal.
Come ha affermato lo specialista di storia senegalese Mamadou Diouf: “la regione è arrivata alla fine del ciclo post-coloniale nato con i primi presidenti. Altri paesi come la Costa d’Avorio potrebbero fare lo stesso”.
Un effetto domino che si è realizzato sia con i colpi di Stato dei “militari patriottici” sia per via elettorale, e che segna la nuova alba dei popoli africani.
Fonte
22/03/2024
Senegal - La posta in gioco nelle elezioni
Il 6 marzo i sette giudici della Consiglio Costituzionale hanno imposto al presidente senegalese uscente Macky Sall di indire le elezioni presidenziali prima della fine del suo mandato, che scadrà il 2 aprile.
Si è trattato di un “capovolgimento” dopo il colpo di Stato istituzionale attraverso il quale le elezioni erano state posticipate praticamente sine die.
È dal 1963, quando il paese aveva da poco acquisito l’indipendenza, che le elezioni non si erano svolte nella data prefissata.
Si tratta comunque di un posticipo rispetto alla data prevista, il 25 febbraio scorso, visto che Macky Sall aveva deciso di rinviarle – senza averne tra l’altro la facoltà giuridica – con il pretesto di un “malfunzionamento” del Consiglio Costituzionale.
L’unica ragione reale era però la possibilità che la coalizione guidata dal partito presidenziale avrebbe potute perderle a favore della montante opposizione del Pastef (formalmente bandito dal luglio 2023), i cui due principali leader erano comunque detenuti in carcere, con Ousmane Sonko impossibilitato a candidarsi per pretestuosi precedenti giuridici, e l’altro – Bassirou Diomaye Faye – anch’esso detenuto, ma comunque eleggibile.
I due principali leader dell’opposizione sono stati però scarcerati il 14 marzo, dopo l’approvazione di una “travagliata” legge sull’amnistia, ed hanno potuto iniziare la propria campagna elettorale dalla capitale della Casamance – Ziguinchor, nel sud del paese – dove Sonko è sindaco.
La loro liberazione ha visto migliaia di persone manifestare gioiosamente.
Faye, nella sua prima uscita pubblica, aveva ricordato l’approccio con cui lui e l’opposizione stanno affrontando queste elezioni presidenziali: “ricordo la formula che descrive la logica politica nella quale siamo proiettati, coscienti che il Senegal non ha bisogno di un messia, né di eroi, ma di una massa critica di cittadini che sono coscienti delle questioni fondamentali da affrontare”.
Se l’“ultra-presidenzialismo” aveva forse una qualche ragione d’essere nel paese che aveva appena conquistato l’indipendenza, per contrastare l’“etnicismo” a causa di una popolazione senza alcun livello d’istruzione, ora è invece semplicemente l’arroccamento di un ristretto establishment politico al servizio delle multinazionali francesi, teso solo al mantenimento della propria rendita di posizione e delle proprie clientele, a detrimento della maggior parte della popolazione.
In questo contesto l’Assemblea nazionale, cioè il parlamento senegalese, ha agito come appendice dell’esecutivo, con i deputati ridotti più a “leali servitori” del presidente che detentori di un mandato popolare.
In questa assenza di “bilanciamento di poteri”, sotto la chiara influenza dell’ex potenza coloniale, si è aperto un conflitto di poteri tra Consiglio Costituzionale e presidenza, segno di una frattura che attraversa la società nel suo insieme fin dentro la classe dirigente, e non solo “tra l’alto e il basso”.
Nonostante i sempre più risicati margini di agibilità politica legale, la società senegalese si è subito mobilitata per impedire che il colpo di stato istituzionale di Sall potesse realizzarsi, con una pressione costante che ha ottenuto risultati tangibili. In caso contrario, il paese sarebbe stato portato sull’orlo di una “ingovernabilità” permanente, dagli esiti incerti e probabilmente ad ulteriore drammatizzazione dello scontro politico.
È chiaro che al centro della disputa ci sono profondi interessi materiali esemplificati nella domanda: chi beneficerà dello sfruttamento delle risorse energetiche del paese – gas e petrolio – ma anche di quelle ittiche? Soprattutto, quale sarà il modello di sviluppo rispetto a quello quello fin qui dominante, del tutto funzionale a Parigi?
La crisi politica apertasi nel marzo 2021 – confermata dagli avvenimenti dell’estate del 2023 – è stata chiusa con la legge d’amnistia e uno scambio politico evidente: impunità dei responsabili del massacro da un lato e agibilità politica dall’altro. Ma comunque non placa la sete di giustizia per i 60 morti durante le manifestazioni – di cui una decina uccisi direttamente dalle forze di sicurezza – e soprattutto non ha per nulla risolto le cause che l’hanno innescata.
La volontà di riscatto e la necessità di cambiamento del corso politico passa per il 44enne Faye, che ha pagato con 335 giorni di carcere la sua coerenza politica.
Co-fondatore del Pastef nel 2014, funzionario delle imposte ed ex allievo della Scuola Nazionale d’Amministrazione (ENA), è stato il “braccio destro” e coetaneo di Sonko. Si è distinto già da molto giovane, dopo aver militato nel sindacato dei funzionari pubblici, diventando uno dei principali ideologi ed ispiratori del programma per le presidenziali del 2019.
Il Pastef ha ottenuto nel 2019 il 16% dei voti al primo turno, diventando la terza forza politica. Ma era in un contesto internazionale e regionale assai diverso, in cui la forza della Francia sembrava ancora saldamente ancorata nel paese.
Dal febbraio del 2021, con l’incarcerazione di Sonko e di altri quadri dirigenti, Faye emerge anche per il suo “sangue freddo” in una situazione non certo facile, emergendo come l’architetto di un fronte politico ampio che non marginalizza l’opposizione.
L’establishment politico muove allora ai due leader – mussulmani praticanti – l’accusa pretestuosa di essere “salafiti”, in un paese caratterizzato da confraternite sufi.
È lo stesso Faye che spiega il loro approccio politico: “noi non intendiamo rifarci a questioni religiose, etniche o identitarie. Noi abbiamo rifiutato di utilizzare le confraternite perché, dietro, c’è sempre uno scambio per ricevere quello e quell’altro. Noi non pratichiamo il proselitismo per assicurarci il favore di questo o quest’altro marabutto”.
I propri tratti distintivi li descrive lui stesso definendosi “antisistema” e “panafracanista”, facendosi portatore di sentimenti popolari diffusi soprattutto tra la gioventù del paese, gli intellettuali e gli stessi funzionari, che posso costituire quel nuovo “blocco storico” per avviare un nuovo corso politico per il paese.
In continuità con il programma del 2019, Faye vuole battersi contro la corruzione e gli interessi economici francesi in Senegal.
Auspica un’uscita dal Senegal dal franco CFA, la soppressione del posto di Primo Ministro e l’istituzione di un posto di vice-presidente eletto in tandem con il Presidente – cui vorrebbe ridurre i poteri – la sospensione dell’accordo di pesca con l’Unione Europea, la riformulazione dei contratti di sfruttamento del petrolio e del gas che dovrebbero iniziare a operare quest’anno.
Si tratta di 100.000 di barili di petrolio al giorno, circa 2,5 milioni di tonnellate l’anno (con il progetto GTA che coinvolge la Mauritania ed il Senegal), che potrebbero portare alla costruzione di un indotto considerevole per l’approvvigionamento e la raffinazione, con un “salto di qualità” per lo sviluppo del paese.
Faye, intervistato da Le Monde, non nasconde le sue intenzioni e parla apertamente dell’obiettivo di portare avanti una “rottura” in Senegal, in termini di sovranità da riacquisire anche nella scelta dei partner internazionali, a cominciare dalla relazione con i vicini, ed in alcuni casi confinanti, paesi del Sahel.
Rispetto ai rapporti con la Francia è piuttosto chiaro: “Il Senegal ha già costruito una relazione formidabile con la Francia, da molto tempo, nonostante un inizio doloroso marcato dallo schiavismo e dal colonialismo. È necessario che che questa relazione non rimanga dentro un quadro neo-colonialista che ci fa rimanere dipendenti. Noi non rinunceremo alle nostre aspirazioni al progresso, alla sovranità, alle relazioni equilibrate, rispettose e reciprocamente vantaggiose, portate avanti dalle nuove élite africane e dai popoli africani”.
Il suo avversario è il poco popolare Amadou Ba, un tecnocrate benvoluto dalle élite occidentali, che assicurerebbe la continuità della gestione politica di quella ‘modernizzazione’ che ha acuito la distanza tra la capitale, Dakar, e il resto del paese, senza risolvere i problemi della maggioranza della popolazione e “regalando” le ricchezze del paese a soggetti terzi.
Sebbene, ci siano ufficialmente una ventina candidati, è chiaro che – anche con l’uscita di scena di Karim Wade del PDS – tertium non datur. La partita elettorale estremamente polarizzata si gioca tra un’ipotesi di rottura, con Faye, o di continuità, con Ba.
Questo in un contesto di disoccupazione giovanile anche tra i settori più scolarizzati, inflazione galoppante con un costo della vita sempre più elevato, l’esplosione dei prezzi delle abitazioni, ecc., che potrebbe suggerire ai sette milioni di elettori senegalesi un “voto di vendetta” contro una classe politica percepita come corrotta e che non si è fatta problemi a “rompere” la consuetudine democratica del paese pur di restare in sella.
Fonte
Si è trattato di un “capovolgimento” dopo il colpo di Stato istituzionale attraverso il quale le elezioni erano state posticipate praticamente sine die.
È dal 1963, quando il paese aveva da poco acquisito l’indipendenza, che le elezioni non si erano svolte nella data prefissata.
Si tratta comunque di un posticipo rispetto alla data prevista, il 25 febbraio scorso, visto che Macky Sall aveva deciso di rinviarle – senza averne tra l’altro la facoltà giuridica – con il pretesto di un “malfunzionamento” del Consiglio Costituzionale.
L’unica ragione reale era però la possibilità che la coalizione guidata dal partito presidenziale avrebbe potute perderle a favore della montante opposizione del Pastef (formalmente bandito dal luglio 2023), i cui due principali leader erano comunque detenuti in carcere, con Ousmane Sonko impossibilitato a candidarsi per pretestuosi precedenti giuridici, e l’altro – Bassirou Diomaye Faye – anch’esso detenuto, ma comunque eleggibile.
I due principali leader dell’opposizione sono stati però scarcerati il 14 marzo, dopo l’approvazione di una “travagliata” legge sull’amnistia, ed hanno potuto iniziare la propria campagna elettorale dalla capitale della Casamance – Ziguinchor, nel sud del paese – dove Sonko è sindaco.
La loro liberazione ha visto migliaia di persone manifestare gioiosamente.
Faye, nella sua prima uscita pubblica, aveva ricordato l’approccio con cui lui e l’opposizione stanno affrontando queste elezioni presidenziali: “ricordo la formula che descrive la logica politica nella quale siamo proiettati, coscienti che il Senegal non ha bisogno di un messia, né di eroi, ma di una massa critica di cittadini che sono coscienti delle questioni fondamentali da affrontare”.
Se l’“ultra-presidenzialismo” aveva forse una qualche ragione d’essere nel paese che aveva appena conquistato l’indipendenza, per contrastare l’“etnicismo” a causa di una popolazione senza alcun livello d’istruzione, ora è invece semplicemente l’arroccamento di un ristretto establishment politico al servizio delle multinazionali francesi, teso solo al mantenimento della propria rendita di posizione e delle proprie clientele, a detrimento della maggior parte della popolazione.
In questo contesto l’Assemblea nazionale, cioè il parlamento senegalese, ha agito come appendice dell’esecutivo, con i deputati ridotti più a “leali servitori” del presidente che detentori di un mandato popolare.
In questa assenza di “bilanciamento di poteri”, sotto la chiara influenza dell’ex potenza coloniale, si è aperto un conflitto di poteri tra Consiglio Costituzionale e presidenza, segno di una frattura che attraversa la società nel suo insieme fin dentro la classe dirigente, e non solo “tra l’alto e il basso”.
Nonostante i sempre più risicati margini di agibilità politica legale, la società senegalese si è subito mobilitata per impedire che il colpo di stato istituzionale di Sall potesse realizzarsi, con una pressione costante che ha ottenuto risultati tangibili. In caso contrario, il paese sarebbe stato portato sull’orlo di una “ingovernabilità” permanente, dagli esiti incerti e probabilmente ad ulteriore drammatizzazione dello scontro politico.
È chiaro che al centro della disputa ci sono profondi interessi materiali esemplificati nella domanda: chi beneficerà dello sfruttamento delle risorse energetiche del paese – gas e petrolio – ma anche di quelle ittiche? Soprattutto, quale sarà il modello di sviluppo rispetto a quello quello fin qui dominante, del tutto funzionale a Parigi?
La crisi politica apertasi nel marzo 2021 – confermata dagli avvenimenti dell’estate del 2023 – è stata chiusa con la legge d’amnistia e uno scambio politico evidente: impunità dei responsabili del massacro da un lato e agibilità politica dall’altro. Ma comunque non placa la sete di giustizia per i 60 morti durante le manifestazioni – di cui una decina uccisi direttamente dalle forze di sicurezza – e soprattutto non ha per nulla risolto le cause che l’hanno innescata.
La volontà di riscatto e la necessità di cambiamento del corso politico passa per il 44enne Faye, che ha pagato con 335 giorni di carcere la sua coerenza politica.
Co-fondatore del Pastef nel 2014, funzionario delle imposte ed ex allievo della Scuola Nazionale d’Amministrazione (ENA), è stato il “braccio destro” e coetaneo di Sonko. Si è distinto già da molto giovane, dopo aver militato nel sindacato dei funzionari pubblici, diventando uno dei principali ideologi ed ispiratori del programma per le presidenziali del 2019.
Il Pastef ha ottenuto nel 2019 il 16% dei voti al primo turno, diventando la terza forza politica. Ma era in un contesto internazionale e regionale assai diverso, in cui la forza della Francia sembrava ancora saldamente ancorata nel paese.
Dal febbraio del 2021, con l’incarcerazione di Sonko e di altri quadri dirigenti, Faye emerge anche per il suo “sangue freddo” in una situazione non certo facile, emergendo come l’architetto di un fronte politico ampio che non marginalizza l’opposizione.
L’establishment politico muove allora ai due leader – mussulmani praticanti – l’accusa pretestuosa di essere “salafiti”, in un paese caratterizzato da confraternite sufi.
È lo stesso Faye che spiega il loro approccio politico: “noi non intendiamo rifarci a questioni religiose, etniche o identitarie. Noi abbiamo rifiutato di utilizzare le confraternite perché, dietro, c’è sempre uno scambio per ricevere quello e quell’altro. Noi non pratichiamo il proselitismo per assicurarci il favore di questo o quest’altro marabutto”.
I propri tratti distintivi li descrive lui stesso definendosi “antisistema” e “panafracanista”, facendosi portatore di sentimenti popolari diffusi soprattutto tra la gioventù del paese, gli intellettuali e gli stessi funzionari, che posso costituire quel nuovo “blocco storico” per avviare un nuovo corso politico per il paese.
In continuità con il programma del 2019, Faye vuole battersi contro la corruzione e gli interessi economici francesi in Senegal.
Auspica un’uscita dal Senegal dal franco CFA, la soppressione del posto di Primo Ministro e l’istituzione di un posto di vice-presidente eletto in tandem con il Presidente – cui vorrebbe ridurre i poteri – la sospensione dell’accordo di pesca con l’Unione Europea, la riformulazione dei contratti di sfruttamento del petrolio e del gas che dovrebbero iniziare a operare quest’anno.
Si tratta di 100.000 di barili di petrolio al giorno, circa 2,5 milioni di tonnellate l’anno (con il progetto GTA che coinvolge la Mauritania ed il Senegal), che potrebbero portare alla costruzione di un indotto considerevole per l’approvvigionamento e la raffinazione, con un “salto di qualità” per lo sviluppo del paese.
Faye, intervistato da Le Monde, non nasconde le sue intenzioni e parla apertamente dell’obiettivo di portare avanti una “rottura” in Senegal, in termini di sovranità da riacquisire anche nella scelta dei partner internazionali, a cominciare dalla relazione con i vicini, ed in alcuni casi confinanti, paesi del Sahel.
Rispetto ai rapporti con la Francia è piuttosto chiaro: “Il Senegal ha già costruito una relazione formidabile con la Francia, da molto tempo, nonostante un inizio doloroso marcato dallo schiavismo e dal colonialismo. È necessario che che questa relazione non rimanga dentro un quadro neo-colonialista che ci fa rimanere dipendenti. Noi non rinunceremo alle nostre aspirazioni al progresso, alla sovranità, alle relazioni equilibrate, rispettose e reciprocamente vantaggiose, portate avanti dalle nuove élite africane e dai popoli africani”.
Il suo avversario è il poco popolare Amadou Ba, un tecnocrate benvoluto dalle élite occidentali, che assicurerebbe la continuità della gestione politica di quella ‘modernizzazione’ che ha acuito la distanza tra la capitale, Dakar, e il resto del paese, senza risolvere i problemi della maggioranza della popolazione e “regalando” le ricchezze del paese a soggetti terzi.
Sebbene, ci siano ufficialmente una ventina candidati, è chiaro che – anche con l’uscita di scena di Karim Wade del PDS – tertium non datur. La partita elettorale estremamente polarizzata si gioca tra un’ipotesi di rottura, con Faye, o di continuità, con Ba.
Questo in un contesto di disoccupazione giovanile anche tra i settori più scolarizzati, inflazione galoppante con un costo della vita sempre più elevato, l’esplosione dei prezzi delle abitazioni, ecc., che potrebbe suggerire ai sette milioni di elettori senegalesi un “voto di vendetta” contro una classe politica percepita come corrotta e che non si è fatta problemi a “rompere” la consuetudine democratica del paese pur di restare in sella.
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