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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2024

Senegal - Vince Faye, leader panafricanista

Il candidato espresso dall’establishment politico senegalese, Amadou Ba, ha riconosciuto nella giornata di lunedì la vittoria di Bassirou Diomaye Faye al primo turno delle presidenziali che si sono svolte domenica.

É un terremoto politico – che avevamo previsto oltreché auspicato – non solo per gli equilibri interni al paese africano, ma per le mire occidentali che non trovano più acconsenzienti esecutori dei desiderata dei consigli d’amministrazione delle multinazionali e dell’establishment occidentale.

Se i risultati finali del primo turno verranno ufficializzati nel corso di questa settimana, è chiaro che l’opposizione ha vinto la sfida elettorale nonostante il processo di criminalizzazione che va avanti almeno dal 2021; è così naufragato il tentativo del presidente uscente Macky Sall di posticipare il voto per restare al potere.

La commissione elettorale nazionale ha tempo fino a venerdì per pubblicare i risultati “provvisori” prima che vengano validati dal Consiglio costituzionale, ma la vittoria “eclatante” di Faye – scarcerato da poco grazie ad una travagliata amnistia – è un fatto evidente.

Faye, che fino a poche settimane fa era un “prigioniero politico”, insieme al principale leader dell’opposizione Ousmane Sonko – e a tanti altri – diverrà il 5° presidente del paese dell’Africa Occidentale, con 18 milioni di abitanti, di cui solo 7,3 aventi diritto di voto.

Faye si definisce legittimamente “candidato del cambiamento di sistema” e di “panafricanismo di sinistra”, insistendo su una sovranità nazionale calpestata dai paesi stranieri con il beneplacito dei loro tirapiedi locali.

La sua schiacciante vittoria è forse la peggiore notizia che potevano ricevere Parigi e Bruxelles (ma anche Washington) dopo l’affermarsi in Sahel di un nuovo corso politico inaugurato dai colpi di Stato dei “militari patriottici”, sostenuti dalla maggioranza della popolazione, in Mali, Burkina Faso e Niger.

Il nuovo presidente si era impegnato nel corso della campagna elettorale, tra l’altro, per la rinegoziazione dei contratti minerari, del gas e del petrolio stipulati – a tutto loro vantaggio – dalle compagnie straniere.

Se in un primo momento, quasi subito dopo la chiusura delle urne, c’era ancora il dubbio di una vittoria al primo turno o il ricorso al ballottaggio, nel corso della giornata di lunedì le cose si sono chiarite definitivamente.

Gli elettori e le elettrici non si sono sbagliati, ed hanno seguito alla lettera lo slogan in Wolof dell’opposizione: “Sonko moy Diomaye, Diomaye moy Sonko”, letteralmente “Sonko è Diomaye, e Diomaye è Sonko”.

Sonko era “ineleggibile” per una delle classiche strategie di uso strumentale del potere giudiziario, che si era accanito contro di lui.

Fin dai primi exit pool le persone sono scese in strada, in particolare i giovani e le donne, per urlare la loro gioia e danzare ai bordi delle strade, e per impedire sempre possibili “colpi di mano” da parte di un potere morente.

Un’ultima avvisaglia era stata l’indicazione del PDS dell’anziano presidente Abdoulaye Wade che, tre giorni prima del voto, ha chiamato a votare per Faye, per provare a “salire sul carro dei vincitori” dopo essere stato a lungo l’utile idiota delle trame del presidente uscente.

Già in mattinata 13 candidati su 19 si erano già complimentati con Faye per la vittoria, mentre Ba andava ancora dicendo che “nel peggiore dei casi” sarebbe andato al secondo turno, in data ovviamente imprecisata.

È stata una doccia fredda per l’establishment e, come sempre in questi casi, la tracotanza di un potere crepuscolare appare in tutta la sua paradossale ilarità attraverso le prime dichiarazione di Ba.

“Il campo che festeggia prima di conoscere il risultato dimostra solamente una volontà di manipolazione e di conquista del potere per vandalismo. Il precipitare del Senegal nell’avventurismo populista non è una fatalità”.

In realtà, è proprio l’establishment politico che portava la responsabilità di una possibile precipitazione nel caos del paese.

Dopo la repressione e la messa al bando dell’opposizione, Macky Sall (e Ba) le avevano tentate tutte, cercando di posticipare le elezioni e continuando con la scia di morti: 4 persone hanno perso la vita nelle manifestazioni contro il loro possibile rinvio.

Una vittoria conquistata attraverso la mobilitazione popolare e l’organizzazione in condizione di “clandestinità” per il PASTEF, che avrà conseguenze dirette in tutta la regione, al di là della frontiera del Senegal.

Come ha affermato lo specialista di storia senegalese Mamadou Diouf: “la regione è arrivata alla fine del ciclo post-coloniale nato con i primi presidenti. Altri paesi come la Costa d’Avorio potrebbero fare lo stesso”.

Un effetto domino che si è realizzato sia con i colpi di Stato dei “militari patriottici” sia per via elettorale, e che segna la nuova alba dei popoli africani.

Fonte

22/03/2024

Senegal - La posta in gioco nelle elezioni

Il 6 marzo i sette giudici della Consiglio Costituzionale hanno imposto al presidente senegalese uscente Macky Sall di indire le elezioni presidenziali prima della fine del suo mandato, che scadrà il 2 aprile.

Si è trattato di un “capovolgimento” dopo il colpo di Stato istituzionale attraverso il quale le elezioni erano state posticipate praticamente sine die.

È dal 1963, quando il paese aveva da poco acquisito l’indipendenza, che le elezioni non si erano svolte nella data prefissata.

Si tratta comunque di un posticipo rispetto alla data prevista, il 25 febbraio scorso, visto che Macky Sall aveva deciso di rinviarle – senza averne tra l’altro la facoltà giuridica – con il pretesto di un “malfunzionamento” del Consiglio Costituzionale.

L’unica ragione reale era però la possibilità che la coalizione guidata dal partito presidenziale avrebbe potute perderle a favore della montante opposizione del Pastef (formalmente bandito dal luglio 2023), i cui due principali leader erano comunque detenuti in carcere, con Ousmane Sonko impossibilitato a candidarsi per pretestuosi precedenti giuridici, e l’altro – Bassirou Diomaye Faye – anch’esso detenuto, ma comunque eleggibile.

I due principali leader dell’opposizione sono stati però scarcerati il 14 marzo, dopo l’approvazione di una “travagliata” legge sull’amnistia, ed hanno potuto iniziare la propria campagna elettorale dalla capitale della Casamance – Ziguinchor, nel sud del paese – dove Sonko è sindaco.

La loro liberazione ha visto migliaia di persone manifestare gioiosamente.

Faye, nella sua prima uscita pubblica, aveva ricordato l’approccio con cui lui e l’opposizione stanno affrontando queste elezioni presidenziali: “ricordo la formula che descrive la logica politica nella quale siamo proiettati, coscienti che il Senegal non ha bisogno di un messia, né di eroi, ma di una massa critica di cittadini che sono coscienti delle questioni fondamentali da affrontare”.

Se l’“ultra-presidenzialismo” aveva forse una qualche ragione d’essere nel paese che aveva appena conquistato l’indipendenza, per contrastare l’“etnicismo” a causa di una popolazione senza alcun livello d’istruzione, ora è invece semplicemente l’arroccamento di un ristretto establishment politico al servizio delle multinazionali francesi, teso solo al mantenimento della propria rendita di posizione e delle proprie clientele, a detrimento della maggior parte della popolazione.

In questo contesto l’Assemblea nazionale, cioè il parlamento senegalese, ha agito come appendice dell’esecutivo, con i deputati ridotti più a “leali servitori” del presidente che detentori di un mandato popolare.

In questa assenza di “bilanciamento di poteri”, sotto la chiara influenza dell’ex potenza coloniale, si è aperto un conflitto di poteri tra Consiglio Costituzionale e presidenza, segno di una frattura che attraversa la società nel suo insieme fin dentro la classe dirigente, e non solo “tra l’alto e il basso”.

Nonostante i sempre più risicati margini di agibilità politica legale, la società senegalese si è subito mobilitata per impedire che il colpo di stato istituzionale di Sall potesse realizzarsi, con una pressione costante che ha ottenuto risultati tangibili. In caso contrario, il paese sarebbe stato portato sull’orlo di una “ingovernabilità” permanente, dagli esiti incerti e probabilmente ad ulteriore drammatizzazione dello scontro politico.

È chiaro che al centro della disputa ci sono profondi interessi materiali esemplificati nella domanda: chi beneficerà dello sfruttamento delle risorse energetiche del paese – gas e petrolio – ma anche di quelle ittiche? Soprattutto, quale sarà il modello di sviluppo rispetto a quello quello fin qui dominante, del tutto funzionale a Parigi?

La crisi politica apertasi nel marzo 2021 – confermata dagli avvenimenti dell’estate del 2023 – è stata chiusa con la legge d’amnistia e uno scambio politico evidente: impunità dei responsabili del massacro da un lato e agibilità politica dall’altro. Ma comunque non placa la sete di giustizia per i 60 morti durante le manifestazioni – di cui una decina uccisi direttamente dalle forze di sicurezza – e soprattutto non ha per nulla risolto le cause che l’hanno innescata.

La volontà di riscatto e la necessità di cambiamento del corso politico passa per il 44enne Faye, che ha pagato con 335 giorni di carcere la sua coerenza politica.

Co-fondatore del Pastef nel 2014, funzionario delle imposte ed ex allievo della Scuola Nazionale d’Amministrazione (ENA), è stato il “braccio destro” e coetaneo di Sonko. Si è distinto già da molto giovane, dopo aver militato nel sindacato dei funzionari pubblici, diventando uno dei principali ideologi ed ispiratori del programma per le presidenziali del 2019.

Il Pastef ha ottenuto nel 2019 il 16% dei voti al primo turno, diventando la terza forza politica. Ma era in un contesto internazionale e regionale assai diverso, in cui la forza della Francia sembrava ancora saldamente ancorata nel paese.

Dal febbraio del 2021, con l’incarcerazione di Sonko e di altri quadri dirigenti, Faye emerge anche per il suo “sangue freddo” in una situazione non certo facile, emergendo come l’architetto di un fronte politico ampio che non marginalizza l’opposizione.

L’establishment politico muove allora ai due leader – mussulmani praticanti – l’accusa pretestuosa di essere “salafiti”, in un paese caratterizzato da confraternite sufi.

È lo stesso Faye che spiega il loro approccio politico: “noi non intendiamo rifarci a questioni religiose, etniche o identitarie. Noi abbiamo rifiutato di utilizzare le confraternite perché, dietro, c’è sempre uno scambio per ricevere quello e quell’altro. Noi non pratichiamo il proselitismo per assicurarci il favore di questo o quest’altro marabutto”.

I propri tratti distintivi li descrive lui stesso definendosi “antisistema” e “panafracanista”, facendosi portatore di sentimenti popolari diffusi soprattutto tra la gioventù del paese, gli intellettuali e gli stessi funzionari, che posso costituire quel nuovo “blocco storico” per avviare un nuovo corso politico per il paese.

In continuità con il programma del 2019, Faye vuole battersi contro la corruzione e gli interessi economici francesi in Senegal.

Auspica un’uscita dal Senegal dal franco CFA, la soppressione del posto di Primo Ministro e l’istituzione di un posto di vice-presidente eletto in tandem con il Presidente – cui vorrebbe ridurre i poteri – la sospensione dell’accordo di pesca con l’Unione Europea, la riformulazione dei contratti di sfruttamento del petrolio e del gas che dovrebbero iniziare a operare quest’anno.

Si tratta di 100.000 di barili di petrolio al giorno, circa 2,5 milioni di tonnellate l’anno (con il progetto GTA che coinvolge la Mauritania ed il Senegal), che potrebbero portare alla costruzione di un indotto considerevole per l’approvvigionamento e la raffinazione, con un “salto di qualità” per lo sviluppo del paese.

Faye, intervistato da Le Monde, non nasconde le sue intenzioni e parla apertamente dell’obiettivo di portare avanti una “rottura” in Senegal, in termini di sovranità da riacquisire anche nella scelta dei partner internazionali, a cominciare dalla relazione con i vicini, ed in alcuni casi confinanti, paesi del Sahel.

Rispetto ai rapporti con la Francia è piuttosto chiaro: “Il Senegal ha già costruito una relazione formidabile con la Francia, da molto tempo, nonostante un inizio doloroso marcato dallo schiavismo e dal colonialismo. È necessario che che questa relazione non rimanga dentro un quadro neo-colonialista che ci fa rimanere dipendenti. Noi non rinunceremo alle nostre aspirazioni al progresso, alla sovranità, alle relazioni equilibrate, rispettose e reciprocamente vantaggiose, portate avanti dalle nuove élite africane e dai popoli africani”.

Il suo avversario è il poco popolare Amadou Ba, un tecnocrate benvoluto dalle élite occidentali, che assicurerebbe la continuità della gestione politica di quella ‘modernizzazione’ che ha acuito la distanza tra la capitale, Dakar, e il resto del paese, senza risolvere i problemi della maggioranza della popolazione e “regalando” le ricchezze del paese a soggetti terzi.

Sebbene, ci siano ufficialmente una ventina candidati, è chiaro che – anche con l’uscita di scena di Karim Wade del PDS – tertium non datur. La partita elettorale estremamente polarizzata si gioca tra un’ipotesi di rottura, con Faye, o di continuità, con Ba.

Questo in un contesto di disoccupazione giovanile anche tra i settori più scolarizzati, inflazione galoppante con un costo della vita sempre più elevato, l’esplosione dei prezzi delle abitazioni, ecc., che potrebbe suggerire ai sette milioni di elettori senegalesi un “voto di vendetta” contro una classe politica percepita come corrotta e che non si è fatta problemi a “rompere” la consuetudine democratica del paese pur di restare in sella.

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15/02/2024

Senegal - L’inquietante spirale dittatoriale di Macky Sall

Sabato 3 febbraio, il Capo dello Stato senegalese ha annunciato di aver revocato il decreto che fissava la data delle elezioni presidenziali al 25 febbraio. Questa decisione giunge a poche ore dall’apertura della campagna elettorale in cui si sarebbero dovuti sfidare 20 candidati.

Come ogni volta che viene fatta una mossa antidemocratica sbagliata, Macky Sall promette un “dialogo nazionale”: “Mi impegnerò in un dialogo nazionale aperto, al fine di creare le condizioni per un’elezione libera, trasparente e inclusiva”. Ufficialmente, la decisione è giustificata da uno pseudo conflitto tra l’Assemblea nazionale e il Consiglio Costituzionale iniziato pochi giorni fa.

Infatti, la pubblicazione da parte del Consiglio Costituzionale delle 20 candidature, convalidate il 20 gennaio di quest’anno, ha dato origine a un reclamo da parte di un candidato non vincitore, Karim Wade, figlio dell’ex presidente Abdoulaye Wade, ed ex ministro della Cooperazione e dei Trasporti. Egli ha presentato al Parlamento una richiesta di commissione d’inchiesta, che è stata approvata con 120 voti favorevoli e 24 contrari.

La richiesta di Karim Wade riguarda due giudici del Consiglio Costituzionale accusati di “corruzione”. La denuncia riguarda anche il primo ministro Amadou Ba, anch’egli candidato della maggioranza presidenziale e scelto dallo stesso Macky Sall. Il voto su questa commissione parlamentare d’inchiesta era scontato, in quanto la risoluzione che ne proponeva la creazione era stata presentata dal partito presidenziale, il Parti Démocratique Sénégalais (PDS).

Ecco quindi che i deputati della maggioranza e del partito al potere decidono di istituire una commissione d’inchiesta contro il loro stesso candidato. Si tratta di una storia molto densa, che nasconde una macchinazione ai vertici. L’unica ragione per cui esiste questa commissione d’inchiesta è permettere a Macky Sall di rinviare le elezioni presidenziali e di rimanere al potere abbastanza a lungo da assicurare una vittoria certa al suo attuale delfino.

Nel frattempo, i deputati della maggioranza hanno presentato “un progetto di legge costituzionale in deroga all’articolo 31 della Costituzione”, che sarà sottoposto all’Assemblea questa settimana.

Un piano così massiccio si spiega solo con l’impasse politica delle autorità senegalesi e dei loro sponsor internazionali, l’Unione Europea in generale e la Francia in particolare, che sono stati costretti a rendersi conto che il successore scelto da Macky Sall non aveva alcuna possibilità di vittoria.

Questo li ha portati a rischiare una crisi politica e un’esplosione sociale piuttosto che cedere il potere. Per la prima volta dal 1963, le elezioni presidenziali sono state rinviate per mantenere al potere i sostenitori della Françafrique. La reazione popolare non si è fatta attendere.

Il giorno successivo all’annuncio del rinvio delle presidenziali, i gendarmi hanno usato i lacrimogeni per disperdere migliaia di manifestanti nella capitale, che protestavano contro il rinvio delle elezioni. Indossando bandiere senegalesi e maglie della nazionale di calcio, i manifestanti hanno scandito “Macky Sall dittatore”.

Le autorità senegalesi hanno anche sospeso la Walf TV con la motivazione che le immagini delle manifestazioni costituivano “incitamento alla violenza”: “In accordo con il Consiglio nazionale per la regolamentazione audiovisiva, il ministero ha ordinato alle emittenti della Walf TV di tagliare temporaneamente il segnale per incitamento alla violenza”.

L’ordine temporaneo è diventato rapidamente permanente, poiché poche ore dopo l’interruzione temporanea, il gruppo Walf ha annunciato sui social network di essere stato “definitivamente privato della sua licenza dallo Stato”.

Le autorità senegalesi stanno prendendo una decisione pericolosa e piena di conseguenze. Il popolo senegalese è destinato a scendere in piazza, come ha fatto dal 2021 ogni volta che il capo dello Stato ha cercato di imporre un’elezione presidenziale truccata in anticipo.

La decisione del Presidente di rinviare le elezioni è un rischio reale. Questo può essere compreso solo collocando la decisione nel suo contesto storico e regionale. Il contesto storico è quello di un processo elettorale con molteplici colpi di scena, una vera e propria saga di determinazione a non andarsene da parte di chi è attualmente al potere e dei suoi sponsor esterni.

Il primo episodio della saga è stato l’annuncio della candidatura di Macky Sall per un terzo mandato presidenziale, in contrasto con le disposizioni della Costituzione.

Sebbene egli stesso avesse denunciato la candidatura del suo predecessore Abdoulaye Wade per un terzo mandato nel 2012 e sebbene la Costituzione vigente del 2016, cioè quella del suo mandato, stabilisca che “nessuna persona può candidarsi per più di due mandati consecutivi”, il presidente Macky Sall ha sostenuto che la Costituzione del 2016 aveva azzerato i contatori e che quindi il suo primo mandato, iniziato nel 2012, non doveva essere conteggiato.

Per più di un anno, il popolo senegalese ha reagito a questa proposta di violazione della Costituzione con manifestazioni di massa che sono state duramente represse.

Il secondo episodio della saga è la decisione di eliminare a tutti i costi il candidato patriottico dell’opposizione, Ousmane Sonko, leader del PASTEF (Patriotes Africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité), che ha grandi possibilità di vincere se le elezioni fossero veramente democratiche.

Questo candidato, che sta sviluppando un programma per rompere la dipendenza neocoloniale e puntare sullo sviluppo economico, è particolarmente popolare tra i giovani, che vedono in lui un’alternativa all’esilio forzato e alla morte nel deserto e nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa.

La Francia, ovviamente, è particolarmente preoccupata per questa candidatura. I tribunali saranno quindi chiamati a vietare la candidatura di Ousmane Sonko, arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019 con il 15% dei voti. Nel febbraio 2021 è stato accusato di “stupro e minacce di morte”. È stato assolto da queste accuse il 1° giugno 2023, ma condannato a due anni di reclusione per “corruzione di giovani”.

Questa condanna lo rende ineleggibile, afferma il Ministro della Giustizia senegalese: “La condanna dell’oppositore Ousmane Sonko in un affare di moralità è definitiva e lo rende ineleggibile per le elezioni presidenziali del 2024. Non c’è nessun complotto per estromettere un candidato alle presidenziali”.

Come se non bastasse, nel maggio 2023 Sonko è stato nuovamente condannato per diffamazione nei confronti del Ministro del Turismo a una pena detentiva di sei mesi con sospensione condizionale. Questa decisione è stata confermata dalla Corte Suprema senegalese nel gennaio 2024.

Durante questa farsa giudiziaria, sono state organizzate manifestazioni popolari a sostegno di Sonko, chiedendo la sua liberazione e la revoca della ineleggibilità. La repressione della polizia è stata particolarmente violenta e ha provocato decine di morti, centinaia di feriti e centinaia di arresti.

Per citare solo un esempio delle manifestazioni del maggio-giugno 2023, Human Rights Watch descrive il bilancio: “Le autorità senegalesi dovrebbero immediatamente condurre un’indagine indipendente e credibile sulle violenze commesse durante le manifestazioni che hanno avuto luogo in tutto il Paese. Si parla di almeno 16 morti e decine di feriti”.

La portata delle proteste ha costretto Macky Salle ad annunciare, all’inizio di luglio 2023, che non si sarebbe candidato per un terzo mandato. Ma questo non era ancora sufficiente per il clan di Sall e i suoi sponsor internazionali. Temendo che i tribunali avrebbero contestato l’ineleggibilità di Ousmane Sonko, quest’ultimo è stato nuovamente accusato e incriminato a fine luglio per “incitamento all’insurrezione e cospirazione”.

Allo stesso tempo, il suo partito PASTEF è stato sciolto. Il ministro dell’Interno Antoine Félix Diome ha annunciato “lo scioglimento per decreto del PASTEF per i frequenti appelli a movimenti insurrezionali, che costituiscono una violazione permanente e grave degli obblighi dei partiti politici”. Nonostante la sua ineleggibilità, Ousmane Sonko continua a far paura. Dal carcere, ha invitato a votare per il numero 2 del suo partito, Bassirou Diomaye Faye.

Il terzo episodio della saga è l'entrata in scena del delfino di Macky Sall e dei suoi sponsor internazionali. Si tratta dell’attuale primo ministro, Amadou Ba. La campagna pre-elettorale ha presto rivelato che questo candidato non aveva alcuna possibilità di vittoria. Queste possibilità sono ancora più remote se si considera lo spettro della candidatura di Ousmane Sonko.

Due sentenze, quella del tribunale di Ziguinchor dell’ottobre 2023 e quella del tribunale di Dakar del dicembre 2023, hanno ripristinato il diritto di Ousmane Sonko a candidarsi alle elezioni presidenziali.

La Commissione elettorale nazionale autonoma deve ora prendere una decisione. Il presidente Macky Sall ha semplicemente deciso di licenziare 12 membri della Commissione e ha nominato un nuovo presidente, Abdoulaye Sylla, che ci si aspettava fosse più docile. Non resta che l’atto finale, ovvero il rinvio delle elezioni per dare il tempo di trovare un successore più credibile.

Il contesto di questa frenesia di potere in Senegal è anche quello della regione. I colpi di Stato patriottici in Mali, Burkina Faso e Niger hanno inferto un duro colpo all’imperialismo francese in Africa.

La richiesta di ritiro delle truppe francesi da questi tre Paesi, la creazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel come parte di un progetto federale, le nuove alleanze internazionali di questi Paesi, la decisione comune di lasciare la CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), la decisione di armonizzare le politiche economiche e finanziarie per arrivare alla creazione di una moneta comune abbandonando il franco CFA, ecc. sono tutte misure che stanno causando enormi preoccupazioni a Bruxelles e Parigi.

Gli “alleati affidabili” stanno diminuendo rapidamente. Gli unici pilastri importanti rimasti sono la Costa d’Avorio e il Senegal. Se quest’ultimo dovesse cadere democraticamente, sarebbe una ferita mortale per il neocolonialismo nella regione e un esempio per le altre regioni del continente. È quindi urgente che Bruxelles e Parigi mettano un uomo “sicuro” alla guida del Senegal, anche a costo di sacrificare l’immagine di un Senegal democratico che ha richiesto tanto tempo per essere costruita.

Le due capitali sanno di essere minacciate in Senegal dalla crescente opposizione al neocolonialismo francese. Movimenti e campagne come “France dégage” o “Auchan dégage” esistono da diversi anni. Durante le proteste popolari del 2021 e del 2023, diversi rivenditori francesi sono stati saccheggiati. Tra questi, Orange, Auchan e Total. Due eventi significativi hanno ricordato l’importanza che la Francia attribuisce alle prossime elezioni presidenziali senegalesi.

Il primo è stata la nomina, lo scorso novembre, da parte dello stesso Emmanuel Macron, del presidente Macky Sall a inviato speciale del Patto di Parigi per il Pianeta e i Popoli in occasione del 6° Forum della Pace di Parigi. Questa onorificenza, che arriva in un momento in cui Macky Sall è ancora in carica, suona come una ricompensa per il servizio reso.

Il secondo fatto è il ricevimento del candidato premier da parte del presidente Macron e del primo ministro Borne nel dicembre 2023. L’opinione pubblica senegalese non si sbaglia nell’analizzare questa calorosa accoglienza come un riconoscimento e un’approvazione del candidato senegalese.

La posta in gioco in Senegal è niente meno che il futuro del neocolonialismo nella regione. È la portata della posta in gioco che spiega i rischi assunti da Macky Sall con l’appoggio di Bruxelles e Parigi.

Fonte

08/02/2024

Senegal: il colpo di Stato istituzionale della Françafrique

Sabato 3 febbraio, a tre settimane dal primo turno delle elezioni presidenziali, alle quali non si sarebbe potuto neanche presentare, il capo di Stato senegalese Macky Sall ha rinviato lo scrutino sine die. Il 4 febbraio doveva iniziare la campagna elettorale.

Le motivazioni del presidente sono state, all’apparenza, alquanto bizzarre: «le opinioni contrastanti tra l’Assemblea nazionale ed il Consiglio costituzionale, in aperto conflitto rispetto ad un supposto affare di corruzione di giudici».

Lunedì 5, differenti fonti riferivano di un probabile rinvio di sei mesi, con ipotetico vuoto di potere che si sarebbe concretizzato dal 2 aprile, giorno della fine del mandato di Sall; ma erano previsioni “per difetto”, essendo state rimandate a dicembre le consultazioni.

Si è aperta così una inedita crisi istituzionale, e bisogna andare al 1962, due anni dopo l’indipendenza del paese, con lo scontro tra l’allora presidente Léopold Sédar Senghor ed il presidente del consiglio dei ministri, Mamadou Dia, per trovarne una simile.

La decisione presa da Sall non ha alcune base giuridica valida; siamo di fronte ad un vero e proprio “colpo di Stato istituzionale”, visto il suo carattere unilaterale ed anti-costituzionale.

Facciamo un breve sintesi del modo in cui si è giunti a questa forzatura.

Il 3 luglio scorso Sall scioglie i dubbi, dichiarando che non si presenterà per il terzo mandato, dopo la prima elezione nel 2012 e poi nel 2019, decidendo di non appoggiarsi ad una interpretazione capziosa secondo cui la revisione costituzionale del 2016 gli avrebbe concesso la possibilità di candidarsi, azzerando il conto dei suoi mandati.

Una decisione presa anche per placare gli animi rispetto alla seconda ondata di manifestazioni soffocate nel sangue nel giro di pochi anni: 56 morti, secondo Amnesty International, dal 2021 ad oggi.

La scelta di un successore è tutt’altro che scontata e lineare, e la decisione presa a settembre da Sall in favore di Amadou Ba – un tecnocrate senza base elettorale nel paese, già ministro dell’economia (2013-2019), poi fino al 2020 degli Affari Esteri e successivamente Primo Ministro – non ha un consenso unanime neanche all’interno del partito presidenziale, Alliance pour la République (APR), né nella coalizione di cui fa parte.

Ba è un successore gradito agli occhi della cosiddetta “comunità internazionale” (la parte occidentale, ovvio), ma non è detto possa essere effettivamente eletto, specie se si dovesse andare al ballottaggio, visto il precedente dello stesso Sall che, allora nella versione di “outsider”, nel 2012 riuscì a battere il presidente uscente Abdoulaye Wade (2000-2012) solo al secondo turno.

L’opposizione disponeva di una figura carismatica che gode di un consenso crescente, come il giovane Ousmane Sonko.

Ex ispettore fiscale, Sonko appare sulla scena politica nel 2014 come “lanceur d’allerte” denunciando delle irregolarità nelle attribuzioni di permessi di esplorazione petrolifera, affermando il proprio profilo di “incorruttibile”; sviluppa nel tempo un discorso “anti-sistema” che seduce una buona parte della popolazione senegalese, tra cui, in particolare, le nuove generazioni sempre più inclini alla ritrovata sensibilità panafricanista.

È alla testa del PASTEF (Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique e la fraternité), la maggiore coalizione politica d’opposizione.

Nel 2022 è eletto sindaco della propria città, Ziguinchor, e alcuni a lui vicini si impongono nei comuni della periferia di Dakar, la capitale.

Per Sall, così come per l’establishment economico – tra cui le multinazionali francesi – prosperato grazie all’attuale modalità della gestione della “cosa pubblica”, Sonko diviene una minaccia.

Così come era successo con i due principali rivali di Sall nelle elezioni del 2019 (Karim Wade, figlio del vecchio presidente e Khalifa Sall), lo strumento giudiziario è stato attivato producendo delle condanne che impediscono a Sonko di presentarsi alle elezioni.

In questo caso però non solo vengono colpiti ripetutamente Sonko o i dirigenti di spicco del PASTEF, ma tutta l’opposizione, in una torsione autoritaria evidente ma completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”.

Non proprio casualmente Sonko, nel 2023, viene condannato due volte.

La sua seconda condanna, a giugno, fa da detonatore per una serie di mobilitazioni che vengono violentemente represse e portano alla “dissoluzione” per via amministrativa del PASTEF, reso nei fatti illegale.

Queste condanne hanno portato alla dichiarazione di ineleggibilità di Sonko per 5 anni, nel gennaio scorso, e il Consiglio Costituzionale ha così rigettato la sua candidatura.

Ma la vittoria per il candidato prescelto da Sall non sarebbe stata comunque scontata.

Il piano B del PASTEF si è concretizzato con la candidatura di Bassirou Diomaye Faye, autorizzato a presentarsi nonostante sia imprigionato da aprile con l’accusa di «attentato alla sicurezza dello Stato, appello all’insurrezione e associazione a delinquere».

Un prigioniero politico co-fondatore del PASTEF che gli analisti davano come possibile vincitore scelto da Sonko, che ha annunciato la sua decisione in un video.

Un incubo per Sall nonché per la sua maggiore “tutrice”, la Francia, parecchio preoccupata per i discorsi antimperialisti di Sonko e del suo “sostituto”, visto che è già stata cacciata dal Sahel e può ormai appoggiarsi solo su Ciad e Costa d’Avorio, oltre al Senegal.

Per evitare questo scenario, Sall ha pensato di “cooptare” il suo vecchio avversario, figlio del precedente presidente – Abdoulaye Wade – che viveva in esilio in Qatar ma che è potuto rientrare, senza scontare la pena cui era stato anche lui condannato, nel giugno scorso.

Sarebbe stato libero di presentarsi alle elezioni a nome del Parti démocratique sénégalais (PDS), partecipando in caso di ballottaggio ad una alleanza con Ba contro il PASTEF, ma il 20 gennaio scorso il Consiglio Costituzionale ha deciso diversamente: ha dovuto infatti invalidarne la candidatura per la sua doppia nazionalità, franco-senegalese.

Una decisione formalmente ineccepibile, considerato che chi ha una doppia nazionalità non può presentarsi per dirigere il paese, e che la sua rinuncia alla “nazionalità straniera” – controfirmata dal Primo ministro francese Attal – è solo del 16 gennaio, ossia tre settimane dopo la sua candidatura ufficiale.

Un piano teoricamente “ben congegnato”, ma che si è rivelato un pasticcio politico-legale su cui era impossibile sorvolare.

Un vero e proprio rompicapo politico che Sall ha voluto risolvere con una forzatura senza precedenti, di cui si “vociferava” da giorni, aprendo così una crisi istituzionale per mano del PDS, i cui deputati hanno chiesto una Commissione d’Inchiesta sul Consiglio Istituzionale, sostenuta anche da una parte della maggioranza, cioè dai deputati della coalizione che ha eletto l’attuale presidente.

Sall, tre giorni dopo, ha preso la palla al balzo dichiarando che tali ‘supposizioni’ potrebbero «nuocere gravemente alla credibilità dello scrutinio installando i germi di un contenzioso pre e post-elettorale».

Paradossalmente per risolvere una crisi istituzionale, Sall ha deciso così di aprirne un’altra, probabilmente più grave se si considera la reattività della piazza contro la decisione e l’ulteriore livello di delegittimazione per una leadership politica arroccata al potere.

Domenica a Dakar, una manifestazione è stata dispersa solo con l’uso di gas lacrimogeni.

Ma la repressione non si è limitata alle strade, con internet “oscurato” – come è avvenuto a giugno – e l’università di Dakar che rimane chiusa da allora. Studenti e organizzazioni sindacali rimangono però ‘vigili e critici’ rispetto al corso “bonapartista” scelto da Sall.

La cinquantina di deputati dell’opposizione che, cantando ripetutamente l’inno nazionale, facevano ostruzionismo all’approvazione della legge che posticipava le elezioni al 15 dicembre, sono stati evacuati manu militari dai reparti speciali della gendarmerie a viso coperto.

Non certo una immagine di “rispetto delle istituzioni rappresentative”. Per la cronaca, la legge è stata poi votata con 105 voti a favore contro uno solo contrario.

Lo stesso dispositivo legislativo dà a Sall la possibilità di restare in carica fino all’insediamento del successore. Una sorta di “stato d’eccezione permanente” che liquida le residuali garanzie istituzionali.

È una “rottura storica” con la prassi per cui, dal 1963, le elezioni si sono tenute sempre nella data prevista e con l’istituzione del multipartitismo integrale – nel 1981 sotto la presidenza di Abdou Diouf.

Come è stato scritto, riferendosi a Sall, nel preoccupato editoriale di lunedì su Le Monde: «Nel mentre il paese ha i nervi a fior di pelle, a causa delle sue manovre e di una opposizione sempre più radicale, in un contesto di povertà endemica dove la gioventù è lasciata senza altre prospettive che l’emigrazione, rischia di mettere fuoco alle polveri».

Gli fa eco il giudizio di Francis Laloupo, analista geopolitico, che afferma: «c’è una grande rabbia oggi in Senegal. Il popolo si sente tradito. La democrazia senegalese è considerata come un patrimonio collettivo e a questo riguardo ogni cittadino si sente ferito. Oggi, nulla garantisce che i senegalesi si rassegneranno alla decisione del posticipo delle elezioni al 15 dicembre, come è stato votato all’Assemblea Nazionale».

Siamo convinti che quest’atto di forza si rivelerà un boomerang non solo per il presidente uscente ed il suo entourage, corrotto fino al midollo e pronto a sacrificare le più banali garanzie democratiche per godere di una rendita politica che la popolazione vuole legittimamente sottrargli.

Sarà l’ennesimo passo falso per uno dei residui perni dell’“Africa Francese” nella regione.

Come afferma una delle figure più in vista del nuovo panafricanismo: “finiranno per comprendere”.

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04/08/2023

Senegal - Il golpe lo ha fatto il presidente filofrancese arrestando il leader dell’opposizione

In Senegal continuano le proteste popolari contro l’arresto del leader dell’opposizione e sfidante alle elezioni presidenziali Ousmane Sonko. Manifestazioni sono ancora in corso sia nella capitale Dakar che a Ziguinchor, la città di cui è sindaco Ousmane Sonko, arrestato la scorsa settimana.

Le ultime proteste sono state innescate dallo scioglimento imposto dal governo del partito di Sonko, i “Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef).

Il ministro dell’Interno, Antoine Felix Abdoulaye Diome, ha motivato la decisione accusando Sonko e il suo partito di aver incitato disordini durante le violente proteste del mese scorso a Dakar contro l’eventuale ricandidatura ad un terzo mandato del presidente uscente Macky Sall.

Il Pastef, da parte sua, ha rilasciato un comunicato durissimo nel quale denuncia che la stabilità del Senegal “è ormai compromessa, perché il popolo non accetterà mai questa definitiva decadenza del potere nei confronti del favorito”, cioè l’attuale presidente Sall strettamente legato alla Francia.

Nei giorni scorsi le proteste si erano estese anche a Parigi, dove la comunità senegalese era scesa in piazza contro l’arresto di Sonko e la complicità della Francia con il governo di Sall.

Sonko, in carcere da alcuni giorni, ha iniziato uno sciopero della fame sostenendo che la sua detenzione sia avvenuta “sulla base di falsità” e ha dichiarato di attendere la notifica ufficiale dello scioglimento del suo partito per poterlo combattere con “mezzi legali”.

I sostenitori di Pastef accusano il partito al governo del presidente Sall, l’Alleanza per la Repubblica (Apr), di aver cercato di mettere da parte il suo popolare avversario, che è arrivato terzo alle elezioni presidenziali del 2019, con accuse inventate prima del voto di febbraio.

È la terza volta che un partito politico viene bandito in Senegal da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Gli altri sono avvenuti prima dell’introduzione del multipartitismo negli anni ’70.

I “campioni” di democrazia dell’Occidente in Africa hanno moltissimi scheletri nell’armadio, in Senegal come in Niger. Contrapporli ai golpisti è decisamente un volgare esempio di “doppio standard”.

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01/08/2023

Francia - Esplode la rabbia senegalese

Ci sono stati scontri e disordini a Parigi dopo la diffusione della notizia dell’arresto del leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, e la messa al bando del suo partito. La polizia è intervenuta con il lancio di gas lacrimogeni. Già ieri in Senegal manifestanti hanno bruciato le bandiere della Francia accusando Parigi di complicità con il presidente liberticida in carica. A Parigi è presente una numerosissima comunità senegalese.

L’annuncio dell’arresto di Sonko è arrivato ieri, lunedì, a fine pomeriggio, quando il ministro dell’Interno senegalese, Antoine Félix Diome ha annunciato che i “Patrioti del Senegal per il lavoro, l’etica e la fraternità” (Pastef) sono stati sciolti per decreto governativo. Le autorità vogliono così assestare un colpo mortale a Ousmane Sonko, il più serio rivale del partito al governo per le elezioni presidenziali del febbraio 2024. Poche ore prima, il presidente di Pastef era stato arrestato e portato nel carcere di Sébikotane.

Gli scontri a Parigi sono avvenuti dopo il colpo di Stato in Niger, che ha sancito la destituzione del presidente filofrancese Mohamed Bazoum. Tra le autorità francesi in molti cominciano a temere che anche il Senegal possa essere uno dei prossimi paesi africani ed ex colonia francofona, a scivolare nell’orbita filorussa.

Il leader dell’opposizione senegalese Ousmane Sonko, arrestato in Senegal, aveva presentato in Francia una denuncia penale per “crimini contro l’umanità” contro il presidente filofrancese Macky Sall, richiedendo un’indagine alla Corte penale internazionale. Sonko sostiene che gli scontri mortali seguiti alla sua condanna al carcere questo mese sono l’ultimo passo di “un attacco generalizzato e sistematico alla popolazione civile” del Senegal dal marzo 2021.

Lo scorso 22 giugno il presidente senegalese Sall era a Parigi per il vertice globale sulla finanza climatica convocato dal presidente Emmanuel Macron e si era incontrato con le autorità francesi.

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14/06/2023

Senegal - Il paese è pronto a ribellarsi ancora

Domenica a Genova centinaia di senegalesi sono scesi in piazza per protestare contro la violenta repressione del governo del Senegal contro l’opposizione. La situazione nel paese, dopo l’arresto del leader dell’opposizione Ousmane Sonko, continua ad essere esplosiva. Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo di Valeria Cagnazzo da Pagine Esteri che ricostruisce bene la situazione in Senegal.

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Senegal. Morti e feriti nelle proteste, la deriva autoritaria di Macky Sall

di Valeria Cagnazzo

È solo apparente la calma che regna nelle ultime ore in Senegal, a una settimana dagli scontri che hanno infiammato le strade di Dakar e delle più importanti città del Paese provocando morti, almeno 390 feriti e decine di arresti.

Secondo le fonti ufficiali del governo, le vittime delle rivolte di inizio giugno sarebbero 16, almeno 19 secondo l’opposizione, e Amnesty International parla addirittura di 23 persone uccise.

Adesso che i roghi di pneumatici sono spenti e la rabbia dei più giovani è momentaneamente arginata, è tempo di fare i conti con il sangue versato in questi giorni in una violenza senza precedenti per un Paese baluardo di stabilità nel continente e dalla lunga tradizione democratica. Basterebbe poco, d’altronde, come una dichiarazione del Presidente Macky Sall, per far esplodere di nuovo gli scontri.

Le proteste erano scoppiate l’1 giugno scorso, quando il tribunale di Dakar aveva emesso la sua condanna nei confronti di Ousmane Sonko, leader del partito Pastef (Patrioti africani del Senegal per il lavoro, l’etica e la fratellanza) particolarmente amato dai più giovani e fermo oppositore del Presidente in carica, Macky Sall.

La sentenza, due anni di carcere per il politico quarantottenne con l’accusa di aver “favorito la corruzione giovanile”, è arrivata a due anni di distanza dalla prima imputazione del leader dell’opposizione.

Nel marzo 2021, infatti, Sonko, che oltre a guidare il suo partito è anche sindaco della cittadina di Ziguinchor, era stato denunciato per stupro da una dipendente del centro massaggi “Sweet Beauté” che frequentava abitualmente per lombalgia cronica. L’1 giugno, l’accusa di stupro, che gli sarebbe valsa 5 anni di carcere, è di fatto caduta, ma l’ha sostituita una condanna per “corruzione di individui di età inferiore ai 21 anni”.

Il verdetto ha raggiunto Sonko nella sua casa di Ziguinchor e ha generato in poche ore manifestazioni nelle piazze e proteste sempre più violente nelle strade e nelle Università, per quella che è stata definita una “condanna politica” per eliminare l’oppositore più pericoloso di Macky Sall.

Dall’inizio dei suoi problemi giudiziari, Sonko si è sempre dichiarato innocente, puntando il dito contro il Presidente Sall per aver confezionate accuse contro di lui con l’obiettivo di estrometterlo dalle prossime elezioni presidenziali, che si terranno nel febbraio 2024 e che lo vedevano tra i favoriti.

Alle elezioni del 2019, Sonko si era collocato al terzo posto, con oltre il 15% dei voti. Il leader di Partef piace soprattutto ai giovani, perché parla di giustizia sociale e di lavoro in un Paese in cui il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e sono soprattutto loro a dover emigrare.

Parla anche di onestà e di trasparenza, Sonko, accusando l’attuale leadership di corruzione e il Presidente Sall di voler trasformare una democrazia storica in un regime autoritario, soprattutto da quando ha annunciato di volersi candidare alle presidenziali correndo per il suo terzo mandato consecutivo.

Sono proprio le prossime elezioni il nodo principale delle tensioni nel Paese, in cui il malcontento, la crisi economica e la fragilità politica crescente covavano da anni.

Quando Sall ha annunciato di essere pronto a candidarsi di nuovo, Sonko e tutta l’opposizione hanno gridato al rischio di dittatura, come lo stesso Sall avrebbe d’altronde potuto prevedere. A niente è valso il tentativo del Presidente, a fine maggio, di promuovere un progetto di “dialogo nazionale”, completamente boicottato dalle opposizioni.

Salito al potere nel 2012 per un mandato di sette anni, Macky Sall era stato rieletto nel 2019, per restare in carica fino al 2024. Cinque anni per il secondo mandato e non più sette perché nel 2016 una riforma costituzionale aveva modificato la durata della carica presidenziale.

Un altro articolo nella Costituzione vieta chiaramente che un Presidente possa restare in carica per più di due mandati consecutivi. Con un artificio che non dev’essere stato apprezzato dai partiti di opposizione né dalla popolazione senegalese, Sall ha cercato di giustificare il suo desiderio di correre come Presidente per la terza volta utilizzando proprio la riforma del 2016 come espediente: la modifica della durata del mandato rispetto al suo precedente incarico avrebbe azzerato la conta dei suoi mandati a partire da quello durato di cinque anni, ovvero di quello che rispetta la Costituzione attuale.

I primi sette anni di Presidenza sarebbero con questo cavillo, secondo Sall, escludibili dalla conta dei suoi incarichi. Secondo questo ragionamento a detta di molti capzioso, se dovesse vincere le elezioni di febbraio 2024, si ritroverebbe a governare per la seconda, e non la terza volta.

Una motivazione che non deve, però, aver convinto troppo il suo Paese. La condanna al carcere di Sonko ha lanciato nelle strade giovani manifestanti che non chiedevano soltanto l’immediato rilascio del loro leader, ma accusavano anche l’attuale Presidente di voler instaurare un regime dittatoriale e di minacciare con la sua sete di potere la democrazia senegalese.

Le rivolte non hanno riguardato solo il Senegal, ma anche i giovani della diaspora: i consolati di Milano, di New York, di Bordeaux sono stati presi d’assalto dai manifestanti anti-Sall, tanto che Dakar ha dovuto momentaneamente chiudere le sue ambasciate nel mondo per evitare ulteriori violenze.

In Senegal, la repressione delle proteste è stata durissima. In tre giorni, gli scontri hanno provocato almeno venti morti, centinaia sono stati i manifestanti feriti o quelli condotti in carcere. I due poli si accusano a vicenda di aver usato squadroni di uomini armati vestiti in abiti civili per attaccare i manifestanti o le forze di sicurezza, a seconda della provenienza dell’accusa.

Alcuni testimoni hanno raccontato di uomini armati di pistole o coltelli che a decine uscivano dai pick up per compiere attacchi mirati ai manifestanti. Nei giorni delle proteste, nel Paese è stato sospeso l’accesso a Facebook, Whatsapp e Twitter: per motivi di sicurezza, secondo quanto dichiarato dal governo, per impedire che i social media venissero utilizzati per incitamento alla violenza.

Solo mercoledì 7 giugno, il Presidente Sall si è pubblicamente pronunciato sulle violenze che avevano investito il suo Paese, condannandole come un “tentativo di seminare il terrore e paralizzare il Paese”, e ha invitato l’opposizione a lavorare insieme per “mantenere il rispetto della legge e il desiderio condiviso di vivere in pace, stabilità e solidarietà”.

Non ha fatto, però, nessun riferimento alle prossime elezioni. Eppure “Basterebbe che un uomo dicesse: rinuncio al terzo mandato, che disonorerebbe la mia parola, il mio Paese e la sua Costituzione, perché la collera che si esprime nelle strade si attenuasse. Quest’uomo, è il presidente della Repubblica”.

È quanto hanno scritto in questi giorni tre eminenti intellettuali del Paese, Boubacar Boris Diop, Felwine Sarr e Mohamed Mbougar Sarr, in una lettera aperta di denuncia della “deriva autoritaria del Presidente, l’anacronistica limitazione di libertà acquisite e il crescente clima di repressione in cui versa il Paese”. È Macky Sall, secondo gli scrittori, il responsabile del sangue versato in Senegal e la più grave minaccia per la sua democrazia.

“In realtà siamo tutti, da mesi, testimoni della hubris di un potere che imprigiona o manda in esilio gli opponenti più minacciosi”, si legge nel manifesto, “reprime le libertà (soprattutto quella di stampa) e tira su la sua fazione con una rivoltante impunità. Siamo anche testimoni degli errori di uno Stato desideroso di restare forte a tutti i costi – e il costo è quello del sangue, della dissimulazione, della menzogna – dimenticando che uno Stato forte è uno Stato giusto, e che l’ordine si mantiene con l’equità”.

Già altri oppositori prima di Sonko erano stati, infatti, arrestati e allontanati dalla scena pubblica, e tra maggio e giugno il clima si è fatto ancora più pesante. Aliou Sané, leader di Y’en a Marre, un gruppo di rapper e giornalisti senegalesi, è stato arrestato il 29 maggio mentre si recava a fare visita a Ousmane Sonko, a cui era stato impedito di lasciare la sua casa per evitare tensioni, con l’accusa di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate e disturbo della quiete pubblica.

Due giorni dopo, Bentaleb Sow prima e Moustapha Diop dopo, membri del gruppo di opposizione FRAPP, sono stati arrestati.

“Noi ci teniamo a mettere in allerta sull’uso eccessivo della forza nella repressione della rivolta popolare in corso”, scrivono nel manifesto i tre intellettuali, che puntano il dito contro “la frenesia accumulatrice di una casta che si arricchisce illegalmente, coltiva un egoismo indecente e, quando la si interpella o gliene si chiede conto, risponde con il disprezzo, la forza, o, peggio, con l’indifferenza”, e accusano il governo di “governare con la violenza e con la forza, una cosa che il regime attuale sta metodicamente mettendo in atto da tempo. L’intimidazione delle voci dissidenti, la violenza fisica, la privazione della libertà sono state una tappa importante del saccheggio delle nostre libertà democratiche”.

I firmatari sono Mohamed Mbougar Sarr, classe 1990, premio Goncourt per “La più recondita memoria degli uomini”, Felwine Sarr (1972) accademico, musicista e scrittore, autore, tra gli altri, di “Afrotopia” (2016), saggio sulla decolonizzazione della conoscenza nel continente africano, e Boubakar Boris Diop (1946), vincitore nel 2021 del Neustadt International Prize for Literature, scrittore, autore di teatro e giornalista ex direttore del quotidiano Le Matin.

Anche diverse ONG per i diritti umani hanno denunciato la deriva autoritaria e la violenza della repressione di Macky Sall.

Amnesty International ha sollecitato le autorità senegalesi “ad avviare immediatamente un’indagine indipendente e trasparente sulla morte di almeno 23 persone, tra cui tre bambini, nella repressione delle proteste del 1° e del 2 giugno”. In particolare, anche per Amnesty sarà da chiarire la “presenza di uomini armati in abiti civili in appoggio alle forze di sicurezza, ampiamente documentata dalle immagini filmate”.

Il 4 giugno scorso le autorità hanno negato il coinvolgimento di forze di sicurezza governative prive di identificativo negli scontri e hanno parlato di “forze occulte” venute dall’estero per infiltrarsi tra i manifestanti, ma le accuse da parte di Amnesty e Human Rights Watch rimangono pesantissime.

Più che pacificata, la situazione in Senegal è dunque solo momentaneamente congelata. Sonko non è ancora in carcere ma non può lasciare il suo domicilio, i suoi collaboratori lo dichiarano “rapito dallo Stato” e i suoi sostenitori aspettano che venga scagionato. Il Paese vigila e sembra pronto a ribellarsi ancora, se necessario.

Dopo la “tempesta”, come hanno definito le proteste i tre scrittori, il primo passo verso una pace sociale sarebbe probabilmente la rinuncia da parte di Macky Sall alle prossime presidenziali. A seguire, si dovrà fare i conti con il malessere profondo che il Paese covava da tempo e che le manifestazioni pro-Sonko hanno portato a galla: la crisi dello stato di diritto e la sete di una maggiore giustizia sociale, prima di tutto.

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09/06/2023

Senegal - Cosa succede nel Paese?

Durante le manifestazioni civili contro Macky Sall, il Presidente uscente, abbiamo assistito alla morte di alcuni giovani e vi sono stati tanti feriti.

Leggendo i giornali, si nota come si tenda a dipingere i manifestanti come dei criminali, senza entrare nel merito delle cause che hanno provocato questo malcontento dei cittadini. Io personalmente non condivido il fatto che vengano incendiati i luoghi pubblici perché questo non porta a nessun risultato, anzi, penso sia proprio controproducente.

La controversia tra opposizione e governo, iniziata dopo la rottura tra Sonko e Macky, va avanti da più di 6 anni. Questa situazione sembra essere analoga al momento in cui Wad, ex Presidente del paese dell’Africa sub sahariana occidentale, tentò di cambiare la Costituzione per avere un terzo mandato.

In quei tempi Sall era sostenuto da gran parte della società civile, come il movimento “Y’en na marre”, fino alla sua vittoria alle elezioni presidenziali di 11 anni fa.

Sonko è entrato in politica nel 2017 dopo che fu radiato dall’incarico di ispettore dell’economia e delle finanze pubbliche dallo stesso Macky Sall.

Prima era stato accusato di violenza sessuale, poi assolto per la testimonianza delle ragazze coinvolte che dichiararono: “ci hanno costretto ad accusarlo”. Una cosa disgustosa, perché la violenza sessuale è un problema serio ed usarla per distruggere un avversario politico significa buttare fango su chi subisce realmente questi abusi, soprattutto in queste zone da alcuni politici.

Poi arriva una condanna assurda nei confronti di Sonko a 2 anni, per corruzione della gioventù. In termini più semplici, significa che lui ha corrotto i giovani senegalesi per manifestare. Questa sentenza impedisce a Sonko di presentarsi alle prossime elezioni presidenziali.

Il Senegal, dopo l’indipendenza, è stato caratterizzato da una grande stabilità democratica. La situazione odierna rischia di destabilizzare completamente il paese e non penso che le forze dell’ordine continueranno a lungo ad uccidere i loro fratelli. In questo modo si rischia di mettere a repentaglio una stabilità democratica durata 60 anni.

Spero che Macky Sall ci ripensi e che non usi furbizie giudiziarie per colpire l’avversario. Se non ci fossero state le stesse mobilitazioni 11 anni fa contro Wad, lui non sarebbe stato eletto presidente.

È la regola della democrazia: quando si perde consenso, bisogna accettarlo senza spargimento di sangue. Bisogna accettare il dissenso e garantirlo.

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04/06/2022

L’Africa entra in ballo nella guerra in Ucraina

Venerdì, nel corso di un incontro con il presidente russo Putin, il presidente di turno dell’Unione Africana (UA) e presidente del Senegal, Macky Sall, ha esortato a rimuovere le restrizioni che impediscono l’esportazione di grano e fertilizzanti russi.

“Sono venuto a trovarvi per chiedervi di essere consapevoli che i nostri Paesi sono vittime di questa crisi a livello economico”, ha detto all’inizio dell’incontro. L’ONU teme “un uragano di carestie”, soprattutto nei Paesi africani che importano più della metà del loro grano dall’Ucraina o dalla Russia, soprattutto perché nessuna nave può più lasciare l’Ucraina a causa del conflitto.

Nel corso dell’incontro a Sochi, il leader africano ha denunciato come le sanzioni contro la Russia hanno interrotto l’accesso dei paesi africani “al grano, in particolare al grano russo e, soprattutto, ai fertilizzanti”. “Ci sono due problemi principali: la crisi alimentare e le sanzioni. Dobbiamo lavorare per risolvere questi due problemi e quindi eliminare le sanzioni sui prodotti alimentari, in particolare cereali e fertilizzanti”, ha affermato Sall. Poco dopo l’incontro, il leader senegalese ha twittato: “Il presidente Putin ci ha espresso la sua disponibilità a facilitare l’esportazione del grano ucraino. La Russia è pronta a garantire l’esportazione del suo grano e dei suoi fertilizzanti”. “Chiedo a tutti i partner di revocare le sanzioni su grano e fertilizzanti”, ha aggiunto.

Il presidente dell’Unione Africana aveva annunciato questo viaggio in Russia “per contribuire alla tregua della guerra in Ucraina” e “allo sblocco delle scorte di cereali e fertilizzanti il cui blocco colpisce in particolare i Paesi africani”. L’attuale presidente dell’Unione Africana e il presidente della Commissione dell’organizzazione panafricana hanno ricevuto un chiaro mandato dall’Unione Africana: rendere possibile all’Ucraina e alla Russia l’esportazione di cereali e fertilizzanti di cui il mondo ha bisogno.

Il Senegal, in sede Onu, si è astenuto dal primo voto sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condannava la Russia, Macky Sall sta agendo come mediatore. Al momento non è prevista una tappa successiva a Kiev dopo quella in Russia.

Più della la metà dei paesi africani si è astenuta o non ha votato alle due risoluzioni dell’Onu del 2 e del 24 marzo contro la Russia sulla guerra in Ucraina.

Molti Paesi africani dipendono infatti dai fertilizzanti prodotti in Russia, Ucraina e Bielorussia.

Il Senegal, in particolare, importa il 57% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina. Il Pil del paese, a causa della guerra, potrebbe ridursi del 3%.

L’effetto delle sanzioni alla Russia, la guerra e l’aumento dei prezzi del gas hanno reso il prezzo dei fertilizzanti azotati inaccessibile per gli agricoltori africani.

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