Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.
Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.
Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.
Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.
In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.
Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.
Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.
Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.
Anche per questo Genova continua a parlarci.
Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.
A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.
L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.
Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.
Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.
Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.
Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.
In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.
Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.
Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.
Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.
Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.
La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.
È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.
Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.
Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.
Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.
La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.
Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.
È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.
Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.
Ma Genova è stata anche altro.
È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.
Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.
Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.
E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
19/07/2026
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
03/03/2026
Guerra. Per una nuova antropologia politica
di Gioacchino Toni
Silvano Cacciari, Guerra. Per una nuova antropologia politica, McGraw-Hill Education, Milano 2025, pp. 158, € 19,00
Il volume di Silvano Cacciari si apre facendo riferimento a opere cinematografiche che hanno saputo mostrare come sia cambiata la guerra rispetto a come la si era conosciuta e messa in scena in passato. Se Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola aveva saputo mostrare una guerra ormai indirizzata ad autoalimentarsi priva di scopo e indipendente dalle forze che si proponevano di controllarla, più recentemente il film russo Best in Hell (2022) di Andrey Batov, prodotto dai mercenari del Gruppo Wagner, ha evidenziato lo stato di assoluta incontrollabilità raggiunto dalla guerra. «La grammatica delle immagini della guerra contemporanea, dai film strutturati all’universo di video postati sui social, propone un processo di significazione della crisi radicale del télos, della finalità politica che Clausewitz poneva a fondamento della razionalità bellica» (p. IX).
Dalla fine del secolo scorso la guerra si è fatta sempre più tecnologica, permanente, ibrida, senza limiti e basata su «una violenza tanto radicale da sembrare ancestrale, quanto innovativa da sembrare magica» (p. IX). Delle guerre tradizionali il conflitto non dichiarato in atto condivide la portata globale e il carattere totale, ma li esprime in forme nuove: globale è la connessione dei piani di conflitto (finanziario, commerciale, economico, informativo-cognitivo, cibernetico, tecnologico ecc.), totale è la «molteplicità di domini globali connessi tra loro, sinergici con guerre locali e guerre non militari che alimentano l’instabilità planetaria proprio perché moltiplicano i piani di battaglia esistenti». Insomma, scrive Cacciari, si tratta di «guerre che, in forma nuova, sono globali nella loro portata e totali nei loro metodi» (pp. X-XI). La sfera bellica si è allargata ben oltre gli Stati, coinvolgendo una pluralità di attori che agiscono globalizzando le crisi locali, conferendo loro effetti planetari e, in quanto guerra non dichiarata, questa evita di confrontarsi con le conseguenze politiche, legali ed economiche proprie di una guerra dichiarata. In un tale scenario la politica non detta la logica della guerra ma si adegua ad essa. «La politica è, ora, la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, questo è il marchio, a caratteri indelebili, del campo di forza antropologico che si è creato» (p. XI).
Cacciari individua nell’Actor-Network Theory lo strumento analitico che consente di definire una nuova microfisica del potere: «con la sua ostinata attenzione per le associazioni concrete, per l’ordine del discorso e le pratiche degli attanti umani e non-umani, permette di “seguire” un algoritmo, di mappare la rete che lega una piattaforma social a una campagna di disinformazione, un drone a una decisione politica, o un flusso finanziario a una crisi sociale» (pp. XII-XIII).
Guerra ibrida e intelligenza artificiale – che rappresenta una mutazione ontologica nel suo essere a tutti gli effetti un attante operativo nelle reti del potere – hanno nell’incontrollabilità la normale e specifica modalità di funzionamento. Nonostante l’arrogarsi il diritto al monopolio della violenza per contenere e addomesticare la guerra, lo Stato, attraverso la propria spinta all’innovazione tecnologica e strategica, sostiene Cacciari, ha finito per scatenare una forma di guerra talmente potente, reticolare e autonoma che agisce al di fuori del suo controllo politico.
Non è più la politica, come istanza sovrana e deliberativa, a decidere sull’eccezione della guerra, ma è la logica della guerra ibrida a dettare i tempi, i modi e persino gli obiettivi dell’agire politico. Il terrore ancestrale della guerra che sfugge al controllo delle azioni umane, è tornato in abito tecnologico. [...] Il politico, in questo campo di forza antropologico, anche quando formalmente è l’architetto del conflitto, non è che uno degli attanti, spesso nemmeno il più importante, costretto ad adattarsi e a sopravvivere in un ecosistema sociale e tecnologico le cui regole non scrive più (p. XV).
A partire da tali premesse, Cacciari indaga il campo di forza antropologico, «il terreno su cui si definiscono le relazioni e le gerarchie tra gli attanti – umani e non-umani –, in cui si scontrano le logiche sistemiche e dal quale emergono incessantemente le dinamiche di ordine e caos che caratterizzano il nostro scenario» (p. XVI), al fine di delineare una nuova antropologia politica.
In questo campo di forza antropologico, non si assiste a una dialettica tra pace (la norma) e guerra (l’eccezione), ma a uno stato di emergenza senza fine su molteplici livelli e a un moltiplicarsi dei piani di realtà che si fanno guerra [...] In questo ambiente, la politica si scopre strutturalmente incapace di esercitare la sua prerogativa sovrana: la decisione. La decisione sull’eccezione le è, infatti, sottratta dalla velocità dei processi tecnologici, dall’opacità degli attori che operano nella rete e dalla complessità emergente del sistema che dovrebbe governare. Il politico non decide più sullo stato di eccezione: è lo stato di eccezione che ritaglia gli spazi di decisione del politico. Se un sovrano esiste ancora, non è più un’istituzione o tantomeno una persona, ma è la logica tecnologicamente mediata della guerra ibrida stessa ad essere diventata un “sovrano senza corona” (pp. XVII-XVIII).
Cacciari guarda al mito e l’anomia, tecnologicamente accelerati, come al “software” culturale e affettivo del campo di forza antropologico. Riprendendo il pensiero di Franz Boas e gli strumenti analitici dell’Actor-Network Theory e dell’Agent-Based Modeling, l’autore indaga la funzione del mito contemporaneo e la sua connessione con le logiche di potere e di conflitto della guerra ibrida. «Se la guerra ha esteso i propri piani operativi ben oltre il campo di battaglia tradizionale, infiltrandosi nella finanza, nel cyberspazio, nell’informazione e nel diritto, si deve all’intreccio con il piano della realtà simbolica e mitopoietica» (p. 31). I miti contemporanei (le narrazioni che creano consenso per il conflitto o per introdurre misure di sicurezza, che polarizzano la società ecc.) «non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono a crearlo, fornendo le mappe cognitive e le giustificazioni emotive che orientano l’azione. Consolidano la logica del conflitto come unica cornice interpretativa della realtà e contribuiscono attivamente a marginalizzare la politica basata sulla deliberazione razionale e la ricerca di compromessi fondati su una realtà condivisa» (p. 32).
«Quando il caos della guerra determina il paradigma della politica, la società esiste in modo difficilmente controllabile e come strumento della pratica di weaponization of everything tipico della guerra ibrida. Disconnessa dalla politica, essa perde di centralità sistemica e diviene strumento di guerra» (p. 36). In un contesto contraddistinto da «una comunicazione emotiva, frammentata e tecnologicamente mediata da piattaforme algoritmiche che privilegiano l’engagement istantaneo e la reazione affettiva, rispetto alla deliberazione razionale e al confronto argomentato» è difficile che si formi un senso collettivo condiviso, una volontà generale o una guida politica legittimata e in grado di confrontarsi con sfide sistemiche e globali.
Se la società produce incessantemente piani di realtà irriducibili tra loro, la guerra ibrida conduce questa moltiplicazione di piani sul terreno della guerra permanente.
La politica, intesa come continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, opera all’interno di queste fratture, sfruttando l’anomia, alimentando la polarizzazione e legittimando emozioni e narrazioni per raggiungere i propri obiettivi di potere e di sopravvivenza. Allo stesso tempo, si innesta in una società che è terreno di sviluppo della guerra ibrida, in quanto altamente specializzata, caotica ed entropica.
La società stessa, quindi, non è solo il “contesto” della guerra ibrida, ma ne diviene una componente attiva, come un campo di battaglia e, in ultima analisi, una vittima (p. 53).
In uno scenario in cui la società diviene un «piano di complessità che esiste tra una dimensione ridotta di ordine e una prevalente di caos» (p. 55), prende piede un pensiero magico aggiornato che non si oppone alla tecnologia, ma deriva da essa. Dalla saldatura tra la dimensione magico-operativa di matrice tecnologica e la guerra deriva un immaginario collettivo in cui la politica è relegata al ruolo di comparsa tenuta ad adattarsi a linguaggi costruiti altrove.
Il contesto tecno-magico della guerra ibrida, sottolinea Cacciari, tende a piegare il futuro sul presente imponendo uno scenario distopico vissuto come normalità. Anziché consolidare un ordine sociale condiviso, come avveniva in passato, i miti contemporanei si fanno «veicoli di narrazioni magiche che legittimano il potere, creano “tribù” identitarie in perenne conflitto e offrono spiegazioni semplicistiche a un mondo percepito come caotico» (p. 70). Insomma, il vuoto creato dall’anomia viene riempito dal pensiero tenco-magico strumentalizzato dalla politica-guerra che priva la politica della prerogativa di decidere lo stato d’eccezione: la guerra ibrida non si presenta come un’eccezione ma come uno stato di emergenza permanente che ha delegato il potere alla capacità di connettere le reti e orientare le percezioni.
Alla luce della marginalità riservata all’attante umano nei conflitti contemporanei, la politica che si fa continuazione della guerra ibrida necessita che gli individui interiorizzino non solo la propensione a collaborare con i sistemi tecnologici, ma persino a sottomettersi ad essi.
In questo scenario, la politica non solo perde il controllo operativo sulla guerra, ma anche la sua capacità di renderla un oggetto di dibattito pubblico significativo e di decisione democratica. Essa può solo commentare, reagire, subire o, nel peggiore dei casi, utilizzare lo spettacolo della guerra per i propri effimeri fini di consenso interno. Di fronte allo spettacolo della violenza tecnologicamente potenziata e la sua subordinazione alla guerra ibrida, la politica trova la sua eclissi forse definitiva (p. 94).
Dal momento in cui la politica si è fatta la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi, sostiene Cacciari, il capitalismo politico si è trasformato/potenziato in tecnocapitalismo politico: un sistema in cui l’alleanza tra le élite politiche e quelle economiche si fonda soprattutto sul controllo e lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche, i nuovi strumenti di potere e di controllo sociale e militare. Il nuovo legame sociale che si viene a creare integra i gruppi sociali «insieme agli attanti tecnologici, in una rete performativa la cui funzione ultima è la perpetuazione di uno stato di competizione e di conflitto permanente. La società non è più il fine della politica, ma il suo terreno operativo, la sua risorsa strategica e, in definitiva, il suo principale campo di battaglia» (p. 108).
Cacciari conclude il volume guardando alla crisi che attraversa l’istituzione universitaria, un tempo funzionale alla stabilizzazione e al progresso della società industriale e dello Stato-nazione fornendogli le competenze scientifiche, tecniche e umanistiche necessarie alla governamentalità.
Nel momento in cui questa istituzione entra in una crisi così profonda, travolta dalle stesse forze tecnologiche, economiche e culturali che alimentano la guerra ibrida, diventa strutturalmente incapace di supportare la politica [...], non può più fornire alla politica quegli strumenti di analisi, di visione a lungo termine e di legittimazione razionale di cui avrebbe disperatamente bisogno per affrontare la complessità dello scenario contemporaneo. [...] La rottura sistemica della vecchia università è, in definitiva, la condizione che sancisce e rende forse irreversibile la trasformazione della politica nella mera continuazione della guerra ibrida con altri, sempre più immateriali, potenti e inumani, mezzi (p. 126-128).
Con la rottura sistemica dell’università tradizionale la civiltà viene privata di una fonte importante di auto-riflessione critica. La sfida per una nuova antropologia politica, conclude Cacciari, è quella «di fornire una “grammatica” per decifrare questo nuovo campo di forza, nominare i nuovi attanti e comprendere le nuove forme di potere, come primo, indispensabile, passo per pensare la possibilità di una politica che non sia la continuazione della guerra» (p. 129).
21/07/2025
Genova 2001, il “decreto sicurezza” prima del ddl
Le radici di quel luglio 2001 affondano nei decenni precedenti. La sconfitta delle grandi lotte operaie alla Fiat nel 1980 chiuse un ciclo: la borghesia italiana, sostenuta apertamente dallo Stato, impose flessibilità, disciplinamento, privatizzazioni. Il PCI, incapace di una strategia autonoma, abbandonò ogni pretesa di egemonia operaia e divenne garante della stabilità repubblicana.
Negli anni Novanta il PDS-DS completò la mutazione: servilmente allineato a Blair e Schröder, si fece gestore delle compatibilità neoliberali, abbandonando le periferie, smantellando il welfare e normalizzando la precarietà.
Napoli, nel marzo 2001, segnalò la vitalità di un nuovo antagonismo sociale. Il Global Forum mise in luce la capacità di mobilitazione di un blocco composito: disoccupati organizzati, centri sociali, studenti, sindacalismo conflittuale. La repressione fu feroce: cariche, arresti preventivi, militarizzazione dei quartieri. Napoli fu il banco di prova di una strategia che a Genova avrebbe trovato applicazione sistematica.
A Genova, nel 2001, la macchina dello Stato si mosse compatta. Il governo Berlusconi II dettò la linea politica: Claudio Scajola, ministro dell’Interno, orchestrò la cornice repressiva; Piero Fassino, dai banchi dell’opposizione, contribuì a legittimare la retorica della “sicurezza” con un linguaggio bipartisan; Roberto Castelli, alla Giustizia, difese pubblicamente l’operato della polizia. Gianni De Gennaro guidò la macchina esecutiva come capo della Polizia, Arnaldo La Barbera coordinò i servizi segreti operativi sul terreno, mentre Francesco Colucci fu la figura formale della questura di Genova.
Tutti, ciascuno al proprio livello, eseguirono la funzione che la gerarchia imponeva: garantire che la sfida lanciata dalla piazza venisse ricondotta alla compatibilità, a qualunque costo.
Il 20 luglio 2001 la città era già blindata, la zona rossa presidiata, le strade militarizzate. Fu in quella giornata che l’ordine di mostrare la forza dello Stato si concretizzò nella sua forma più feroce.
Nel pomeriggio, in piazza Alimonda, la giovane vita di Carlo Giuliani venne spezzata. Ventitré anni, figlio di una famiglia comunista, un ragazzo che aveva scelto di stare dalla parte giusta della barricata. Un proiettile lo colpì al volto, e il suo corpo fu schiacciato sotto le ruote del blindato: la violenza dello Stato non si limitava a disperdere, ma a punire esemplarmente.
La macchina della propaganda si mise subito in moto: la vittima fu trasformata in colpevole, la ribellione in devianza. Per anni Carlo fu descritto come teppista, sobillatore, come se la sua esecuzione fosse la logica conseguenza della sua esistenza. Ma chi guarda la storia dal basso sa che Carlo non fu un errore, ma un segnale: che la giovinezza proletaria, quando si fa soggetto, fa paura. La sua memoria resta, ostinata, fra i caduti della lotta di classe.
Nelle ore successive, decine e decine di manifestanti vennero arrestati, portati a Bolzaneto. Fu lì che la sospensione del diritto divenne regola: umiliazioni, pestaggi sistematici, torture psicologiche e fisiche. Non fu un eccesso, ma una pedagogia della paura: dimostrare che la democrazia cede, senza scrupoli, davanti alla necessità di difendere i rapporti di produzione.
La notte del 21 luglio, infine, fu la Diaz a chiudere il cerchio: l’irruzione più brutale e simbolica. I vertici politici e polizieschi, con De Gennaro, La Barbera e Colucci al comando operativo, scelsero la violenza deliberata: un massacro di corpi e diritti, un tentativo di distruggere la capacità dei movimenti di egemonizzare l’opinione pubblica. La Diaz fu la prova che lo Stato è disposto a calpestare i propri stessi codici pur di riaffermare l’ordine.
Politicamente, Genova rivelò la piena complicità della sinistra istituzionale. I DS non solo non furono in piazza, ma giustificarono la repressione. Rifondazione Comunista, pur intercettando inizialmente la mobilitazione, preferì il compromesso e la governabilità con Prodi, votando missioni militari e austerità.
Nel dopo-Genova, la rabbia restò, ma si fece impotente. La crisi globale del 2008 completò la sconfitta, lasciando spazio alla cooptazione populista.
Il Movimento 5 Stelle fu l’esempio più sofisticato di neutralizzazione. Nei primi anni seppe catalizzare rabbia e diffidenza verso le élite, portando avanti battaglie simboliche: la Val di Susa, l’opposizione a discariche e inceneritori, la denuncia dei privilegi della “casta”. Ma ogni conflitto venne depoliticizzato, svuotato di contenuto di classe, ridotto a “onestà” e “trasparenza”.
Le contraddizioni esplosero quando il M5S si trovò a gestire il potere: la sua partecipazione ai governi Conte e Draghi lo vide convertito da “forza antisistema” a forza d’ordine, amministratore delle compatibilità e garante della disciplina di bilancio. Il movimento che aveva parlato alla Val di Susa firmò documenti di sostegno alla TAV; quello che aveva denunciato le missioni militari ne approvò i rifinanziamenti.
Nei primi anni di governo arrivarono persino a firmare atti formali e a deliberare documenti che avallavano e sostenevano la prosecuzione dei lavori per la TAV Torino–Lione, contraddicendo clamorosamente anni di retorica No TAV che ne aveva alimentato il consenso iniziale. Quell’atto sancì simbolicamente la mutazione definitiva del M5S: da interprete moraleggiante del malcontento a garante della continuità istituzionale.
Oggi la possibilità stessa di una Genova appare remota. Il tessuto organizzativo è frammentato, la repressione è più pervasiva. Il dispositivo giuridico è più sofisticato: ordinanze restrittive, fogli di via, sorveglianze speciali, misure preventive, denunce per devastazione, associazione a delinquere, terrorismo interno.
La giurisprudenza ha criminalizzato picchetti e blocchi stradali, mentre la sorveglianza digitale e la schedatura preventiva isolano e neutralizzano le avanguardie. A livello internazionale, il ciclo delle mobilitazioni globali è stato interrotto: la guerra al terrore, le crisi economiche, la chiusura dei confini hanno legittimato uno stato di eccezione permanente.
Qui sta la lezione più dura e più lucida di Genova. La lotta di classe non conosce scorciatoie: ogni tregua rafforza il nemico, ogni compromesso ne legittima il dominio. La cooptazione è più efficace della repressione diretta: il capitale sa trasformare la ribellione in spettacolo, il dissenso in brand, la lotta in governabilità.
Eppure Genova resta.
Resta come ammonimento: che nessuna mobilitazione può vincere se non è radicata nei rapporti di produzione, se non è organizzata in autonomia, se non ha coscienza storica.
Resta come memoria: che lo Stato, anche nella sua forma più democratica, è sempre pronto a mostrare la propria violenza di classe, sempre pronto a colpire chi minaccia i rapporti sociali.
Resta come promessa: che nessun ordine, per quanto saldo, è eterno; che ogni sistema porta in sé le contraddizioni che possono distruggerlo.
Ma resta, anche, la domanda più amara: sapremo mai, noi, esserne all’altezza? Sapremo trasformare la memoria in forza, la rabbia in progetto, la frammentazione in organizzazione? O resteremo prigionieri delle nostre nostalgie, mentre le classi dominanti continuano a governare l’ingiustizia con la benevolenza dei vinti?
Genova ci consegna, insieme, la più alta delle promesse e la più dura delle sconfitte.
Nulla è più pericoloso per le classi dominanti di una generazione che abbia imparato la lezione di Genova: che la violenza dello Stato non è devianza ma regola; che la sinistra istituzionale non è avanguardia ma complice; che il populismo non è alternativa ma gestione ordinata del malcontento.
Nulla è più temibile di un movimento che abbia imparato a non dimenticare, a non farsi più addomesticare, a trasformare la memoria in organizzazione e la rabbia in progetto.
Genova resta.
Carlo Giuliani resta.
E attende chi saprà, finalmente, farne storia.
Fonte
21/03/2024
El Salvador - Nayib Bukele vince ma perde la faccia
Uno spregiudicato azzardo, da esagerata considerazione di sé, che giunge solo due settimane dopo la partecipazione nel Maryland a una convention di conservatori trumpisti (in cui ha peraltro sconfessato il suo essere “né di destra né di sinistra”) dove Bukele si è avventurato a suggerire agli Stati Uniti: “fate come me” se volete salvarvi dal diffondersi della violenza e della criminalità.
Per esempio decretando lo “stato di eccezione”, ininterrottamente vigente dal 2022 in El Salvador e rinnovato proprio l’altro giorno, con la relativa sospensione delle garanzie costituzionali.
Il 42enne presidente Nayib ha costruito del resto la sua popolarità proprio da allora incarcerando oltre 78mila giovani delle pandillas che controllavano a suon di estorsioni le disperate periferie delle città. Certo, col risultato di far precipitare il tasso di omicidi per centomila abitanti. Ma convertendo al contempo El Salvador nel paese al mondo con la più alta percentuale di popolazione (l’1,4%) in galera; facendone costruire il penitenziario più grande (40mila detenuti).
Viene da chiedersi quanti di quei reclusi (dodicenni compresi) siano in realtà effettivamente colpevoli quando sottoposti a indagini e processi sommari e di gruppo. Con le varie entità internazionali (Amnesty in testa) a denunciare la sistematica violazione dei più elementari diritti umani. Di cui sono rimasti vittima anche la società civile organizzata e i giornalisti della libera stampa, costretti via via ad abbandonare il paese. Come la giovane redazione di El Faro, primo periodico digitale dell’America Latina; e il suo direttore Carlos Dada.
In questo modo il “dittatore più cool”, come si autodefinisce Bukele, è assurto col suo esclusivo clan (pure familiare) a modello per altri neopresidenti ultrapopulisti del subcontinente, quali l’argentino Javier Milei o l’ecuadoriano Daniel Noboa.
La maratona elettorale
È in questo clima di militarizzazione di fatto del paese che si è tenuta in El Salvador la maratona elettorale iniziata con le presidenziali e parlamentari del 4 febbraio scorso e conclusasi il 3 marzo ultimo con il rinnovo di sindaci, consigli municipali e deputati al Parlamento Centroamericano.
Consultazioni dall’esito scontatamente in favore del partito Nuevas Ideas, oltre che del suo fondatore Bukele. Che per farsi rieleggere alla massima carica dello stato ha violato la carta magna che ne proibiva tassativamente la ricandidatura. Salvo autosospendersi e farsi sostituire fittiziamente negli ultimi sei mesi di mandato.
Paradosso vuole che quella che per Bukele avrebbe dovuto essere una trionfale e plebiscitaria riaffermazione si è convertita in un incredibile flop.
La sera di domenica 4 febbraio infatti, dopo appena due d’ore dalla chiusura dei seggi e con tanto di consorte al suo fianco, si era già solennemente affacciato dal balcone del Palacio Nacional autoproclamandosi vincitore con l’85% delle preferenze e facendo appena in tempo ad annunciare pure che il suo partito avrebbe ottenuto 58 deputati su 60.
Quando il sistema informatico di conteggio è andato in tilt senza mai più rifunzionare...
C’è voluta un’intera settimana perché arrivassero i risultati che lo sancivano di nuovo alla guida del paese con un 82%. Ma a quel punto “presunto”, visto che nel frattempo ai seggi e nella sede centrale dello scrutinio (invasi da militanti della sua organizzazione) si erano consumate infinite irregolarità: furti di urne, manomissione di schede e plateali inosservanze delle procedure.
Con gli osservatori dell’Organizzazione degli Stati Americani a segnalare la “mancanza di controlli da parte del Tribunale Supremo Elettorale (TSE)”, scavalcato dall’“atteggiamento dominante e intimidatorio dei rappresentanti di Nuevas Ideas”. E raccomandandosi di “correggere gli innumerevoli malfunzionamenti logistici”.
Solo alla vigilia dell’appuntamento delle amministrative, in extremis e a rischio che dovessero essere posticipate, è arrivato anche il verdetto delle parlamentari. Secondo il quale Nuevas Ideas avrebbe accresciuto il controllo dai due terzi ai tre quarti degli scranni (54 su 60) assicurando a Bukele la (in ogni caso) arbitraria subalternità del potere giudiziario sin qui goduta; potendo nominare, fra gli altri, Corte Suprema di Giustizia, Corte dei Conti e TSE.
Ma chi può garantire che quella super maggioranza sia stata reale? Pur senza voler mettere in discussione il successo di Bukele e del suo partito, che hanno ridotto ai minimi termini l’antico bipartitismo, con due seggi alla destra di ARENA e lo “zero” all’ex guerriglia del Frente Farabundo Martì (tra le cui fila era stato peraltro eletto sindaco della capitale nel 2015 per poi esserne espulso).
E soprattutto, quanti salvadoregni sono andati effettivamente a votare? Il 52%, come sostiene l’entourage governativo? O, a fatica, il 40% come indicano più affidabili fonti indipendenti? O si sarebbe registrato addirittura un 71% di astensionismo (comprendendo schede bianche e nulle) come assicurano gli oppositori più critici (che ne chiedono l’annullamento)?
Non si saprà mai. Salvo comprendere, a posteriori, perché un preoccupato Bukele, ben prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale, fosse apparso in tv alla nazione esortando la popolazione a recarsi alle urne.
Insomma un gran caos del sistema elettorale, montato paradossalmente dal primo presidente millennial latinoamericano, iper twittero / informatico / digitale; ridotto a contare i voti manualmente, uno per uno. Mettendo in seria discussione la credibilità e il marcato consenso che gli davano i sondaggi della vigilia.
Spentisi i riflettori internazionali su presidenziali e legislative, l’ultimo oltre che relativamente meno importante (e seguito) appuntamento del tour de force elettorale [per i 44 sindaci e consigli comunali del Paese, e per i 20 deputati di El Salvador al Parlamento Centroamericano, ndr] si è svolto celermente e fornendo risultati più verosimili.
Innanzitutto per aver registrato un’affluenza ben al di sotto del 30%. E poi perché Nuevas Ideas ha ottenuto 13 su 20 seggi nell’assise centroamericana (invece dei 54 su 60 al parlamento nazionale). Così come ha conquistato il controllo diretto di “soli” 26 dei 44 comuni in palio. Anche qui tenendo conto che Bukele aveva drasticamente sforbiciato d’autorità il numero dei municipi che erano sempre stati 262, ridisegnando ad hoc i nuovi 44 collegi elettorali in funzione della propria formazione politica.
Ciò nonostante Bukele ha voluto ostentare forzatamente con orgoglio “il record della prima democrazia al mondo a partito unico”. Anche se il suo riconfermato vice, Felix Ulloa, in una precedente intervista al New York Times aveva parlato di “eliminazione della democrazia in El Salvador”. Che è poi la stessa cosa.
Oltre a enfatizzare suoi tratti reazionari un tempo pressoché sconosciuti. Come la strenua difesa della legge che proibisce qualsiasi tipo di aborto in El Salvador (con decine di giovani donne a scontare in carcere fino a trent’anni) e rilanciando ringalluzzito la messa al bando di ogni “ideologia di genere” nelle scuole.
Di fatto però lo sfoggio propagandistico di Bukele ha finito col tramutarsi nella sua nemesi, come ha sottolineato padre Rodolfo Cardenal, direttore del Centro Oscar Romero dell’Università Centroamericana dei gesuiti di San Salvador, anch’essa sotto il mirino dell’aspirante autocrate. Che “senza averne bisogno ha messo a repentaglio la propria popolarità con approssimazione, dilettantismo e delirio di potere; eccedendo nell’uso della manita (manina) come ai tempi dei passati regimi militari”.
Proprio lui che da “negazionista” ha definito gli storici accordi di pace fra esercito e guerriglia del 1992 (dopo dodici anni di sanguinosa guerra civile) “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”.
Così che dal primo giugno prossimo (data di reinsediamento per un secondo quinquennio) al campione dell’antipolitica Bukele, cui deve essere riconosciuto di aver risollevato i salvadoregni in quanto a sicurezza (ma al prezzo di un azzeramento dello stato di diritto) non resta che una sola alternativa per recuperare in affidabilità. Abolire innanzitutto la normalità dello “stato di eccezione”. Per poi darsi da fare per migliorare le miserie condizioni di vita dei salvadoregni, perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%.
E non certo ripartendo dai pacchi di alimenti (regalati dai cinesi) come ha fatto durante la recente campagna elettorale. O sottraendo a prestito dal fondo pensioni nazionale denari per l’erario pubblico. E men che meno ricorrendo a scorciatoie come l’aver dato corso dal 2021 (prima nazione al mondo) al bitcoin, investendovi impropriamente 105 milioni di risorse pubbliche in un mercato esclusivamente speculativo (pur attualmente in rialzo).
E soprattutto illudendosi che le rimesse familiari degli emigrati (che ammontano al 26% del pil) sarebbero entrate nel fraudolento circuito della criptomoneta. Con tanto di curioso gemellaggio con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Bensì introducendo finalmente qualche imposta diretta sui settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate. E varando salari minimi dignitosi. Per ridurre disuguaglianze sociali pazzesche sulle quali, nel suo primo mandato, non ha fatto pressoché nulla.
Altra raccomandazione gli è venuta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani con sede a Ginevra: “ripristinare la separazione dei poteri dello stato”.
Anche se, per ora, dopo aver criticato nel passato le pluri-postulazioni dei vicini Daniel Ortega in Nicaragua e dell’ex narcopresidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, Bukele si è solo limitato a promettere che non si ricandiderà per una terza volta. Gli basterà, assicura, “aver incamminato El Salvador in questo percorso di cambiamento irreversibile”.
Nota: Port au Prince e il resto di Haiti sono in balia di decine di gang armate che la scorsa settimana hanno fatto irruzione nel più grande carcere della capitale, liberando 4.500 detenuti. Con il primo ministro Ariel Henry che ha appena dato le dimissioni ed è riparato all’estero. Mentre le Nazioni Unite avrebbero disposto dall’ottobre scorso una missione multinazionale di sicurezza (capeggiata da militari del Kenya) che non è stata ancora dispiegata. Nel 2021 lo stesso presidente Jovenel Moise era rimasto vittima di un attentato.
Fonte
08/02/2024
Uno “spregiudicato” El Salvador alle urne
Cominciò così a prendere forma un incipiente stato democratico mai sperimentato nel “Pulgarcito (pollicino) de America” come definì El Salvador il suo illustre poeta Roque Dalton. Nel ‘94 si tennero le prime elezioni libere, che confermarono ARENA alla guida del paese e alla quale toccarono tre mandati di fila (fino al 2009), cui seguirono due periodi del FMLN. Da allora non si sono registrati assassinii politici nello stato più piccolo quanto più densamente popolato del subcontinente latinoamericano. Con un fragile potere giudiziario che tentava via via di guadagnarsi una relativa indipendenza.
Ma alla stabilità politica non seguì un miglioramento delle misere condizioni di vita della popolazione. Con ARENA che, controllando anche l’Assemblea Legislativa, continuò a garantire gli interessi della storica oligarchia locale. Fino alla clamorosa adozione nel 2001 del dollaro come moneta ufficiale. E tantomeno attuando quella riforma agraria che gli accordi di pace avevano in qualche modo auspicato per superare il secolare schema coloniale “terratenientes versus peones”.
L’avvento delle maras
Pace dunque; ma con povertà e disuguaglianze sociali crescenti. Il che provocò un nuovo incremento dell’emigrazione (soprattutto verso gli Stati Uniti) già abbondantemente registratosi durante il conflitto. Cui seguì il sorgere di un nuovo fenomeno: le maras (bande giovanili). Nate già nel dopoguerra nei quartieri marginali di Los Angeles, si sono progressivamente rinfoltite in tutta la California (e non solo) coi figli dei migranti centroamericani. I quali, a partire dalla metà degli anni ’90 e una volta scontata una pena in un carcere degli states, venivano deportati a migliaia ogni anno nei loro paesi d’origine. In El Salvador, in un ambiente post conflitto assai precario e con una gran quantità di armi ancora in circolazione, trovarono le condizioni propizie per trapiantarvi le loro pandillas: la Salvatrucha e la Barrio 18, spesso in lotta fra loro.
Di lì il graduale diffondersi nelle periferie delle città fino al controllo di vaste aree in particolare della capitale San Salvador, imponendo la pratica generalizzata dell’estorsione. Col risultato di un’impennata della violenza e degli omicidi fino al tasso di 106 assassinii ogni centomila abitanti (dati del 2015). Fra i più elevati in America Latina e nel mondo senza che vi sia in corso una guerra. Insomma una tragica disputa fra poveri.
ARENA, scarsamente interessata al problema, che non toccava gli iperprotetti quartieri dell’élite benestante, si limitò ad adottare misure propagandistiche di “mano dura” soprattutto in vista degli appuntamenti elettorali. Mentre il FMLN, subentrato nel 2009 per dieci anni alla guida del paese (dopo i venti consecutivi della destra) alternò fasi di repressione a negoziati con i capi delle bande; non riuscendo comunque a contenerle, impossibilitato com’era (senza maggioranza in parlamento) a varare riforme strutturali che incidessero sulla redistribuzione dei redditi e l’incremento dell’occupazione.
Bukele presidente
È in questo contesto che nel giugno 2019 il 38enne Najib Bukele, di lontana origine palestinese, subentra alla sinistra alla guida del paese, senza necessità neppure del ballottaggio e archiviando definitivamente lo schema bipartitista che aveva retto fino a quel momento. Da sindaco uscente della capitale era stato improvvidamente espulso dal FMLN (tra le cui fila era stato eletto) per le sue “intemperanze”. L’ex guerriglia al governo si era rivelata del resto fin troppo ortodossa rispetto all’evoluzione dei tempi, investendo scarsamente sulle giovani disperate generazioni di El Salvador. Che sono poi la stragrande maggioranza della popolazione. Così che Bukele ebbe buon gioco a fondare il partito Nuevas Ideas, che appena due anni dopo avrebbe conseguito anche la maggioranza dei due terzi dei deputati. Di lì in avanti, a colpi di twitter, il giovane millennial inaugura la sua stagione autoritaria. Destruttura l’organismo giudiziario e nomina una Corte Suprema di Giustizia a propria immagine e somiglianza, assumendo di fatto la gestione dei tre poteri dello stato. Oltre a guadagnarsi, da ultimo, i favori di esercito e polizia.
Col suo spirito imprenditoriale, ereditato in famiglia, nel settembre 2021 si avventura (primo paese al mondo) a dare corso legale al bitcoin, investendovi 105 milioni di dollari in risorse pubbliche. Il suo obiettivo era di fare in modo che le rimesse familiari dall’estero (che ammontano a ben il 26% del pil) entrassero nel circuito della valuta virtuale. Non solo: annunciò l’emissione di bitcoinbond per oltre un miliardo di dollari per attrarre investimenti stranieri e fondare sulla costa del Pacifico Bitcoin City; dove “produrre” direttamente in casa (facendo concorrenza al Kazakistan) la criptomoneta grazie all’energia geotermica del vulcano Conchagua. Il tentativo di convertire El Salvador in un paradiso fiscale di nuovo conio si è però rivelato un grande bluff. Tanto che quei promessi bond sono rimasti nel cassetto. Non solo: esaurita la fase di lancio, cui aderirono i due terzi dei salvadoregni (per intascare il bonus di 30 dollari d’entrata nel relativo wallet Chivo) oggi appena il 3% delle transazioni avviene in criptovaluta. E dire che Bukele, che ancora non si dà per vinto, si era spinto persino a sottoscrivere un gemellaggio nientemeno che con la piazza finanziaria svizzera di Lugano.
Lo “stato di eccezione”
Fallita la scorciatoia di creare una ricchezza opaca e speculativa, invece di introdurre finalmente qualche imposta diretta ai settori oligarchici che di tasse (a quelle latitudini) non ne hanno quasi mai pagate, Bukele ha virato sullo scottante tema della sicurezza. E dopo aver tentato accordi di “contenimento” con i leader delle maras (documentati dal prestigioso periodico El Faro) alla fine del marzo 2022, dopo un week-end particolarmente cruento, ha decretato lo “stato di eccezione” in tutto il paese. Con la sospensione delle garanzie costituzionali, il fermo di polizia attuato praticamente senza limiti, processi collettivi lampo e l’abbassamento dai 16 ai 12 anni per la responsabilità penale. Ne è risultata la carcerazione a tutt’oggi di 74mila giovani dei quali diverse migliaia (quelli ostentatamente filmati con i loro vistosi tatuaggi) sono effettivamente pandilleros. Ma tantissimi altri ne sono rimasti caso mai vittima o comunque sono stati arrestati arbitrariamente senza alcuna prova, né previo pronunciamenti giudiziari. Basta la soffiata maligna di un vicino per finire nei nuovi penitenziari di massa allestiti a tempo di record da Bukele. Privi di assistenza sanitaria, tanto che sono numerosi i decessi e comunque le denunce per abusi e torture.
Il risultato è che il tasso di morti violente è certamente precipitato lo scorso anno a sole 4 vittime per centomila abitanti. Ma in compenso El Salvador è assurto a nazione con la più alta percentuale (l’1,4%) di popolazione carceraria del Pianeta. Finendo nel mirino delle varie istanze in difesa dei diritti umani (Nazioni Unite in testa). Con Bukele a controbattere che “le organizzazioni internazionali rispondono a lobbisti che vogliono mantenerci poveri”. Non è del resto un caso che i suoi metodi repressivi siano presi sempre più a modello in America Latina da neopresidenti ultrapopulisti come l’argentino Javier Milei o il giovanissimo ecuadoriano Daniel Noboa; dove (a differenza di El Salvador) la crescita della violenza e della criminalità sono strettamente legate al dilagare del narcotraffico.
Il successo del piano securitario gli ha comunque fatto schizzare alle stelle i consensi; con i salvadoregni che si sentono (comprensibilmente) risollevati, seppur perennemente condannati a campare alla giornata in un paese dove l’economia informale supera il 60%. Così che il presidente “social” ha pensato bene di approfittarne subordinando a sé anche la Corte Costituzionale e il Tribunale Supremo Elettorale. Per poi decidere di ricandidarsi per la nuova tornata elettorale; ovviando all’assoluto divieto dei due mandati consecutivi (sancito dalla carta magna) con una furbesca (quanto fittizia) “sospensione” dall’incarico negli ultimi sei mesi di questo quinquennio.
Naturalmente Bukele, oltre a porre al proprio servizio le istituzioni e conseguentemente impedire qualsiasi forma di controllo sul suo entourage (anche privato) ha rivolto pure le sue “attenzioni” sulle organizzazioni della società civile, intimidendole. E verso i media, registrandosi nel 2022 ben 137 aggressioni di vario genere contro giornalisti. Compreso l’indipendente El Faro, primo magazine digitale latinoamericano, i cui redattori, dopo aver subito intercettazioni telefoniche attraverso il sistema Pegasus, si sono auto esiliati; pur mantenendo le pubblicazioni grazie al contributo di collaboratori anonimi.
La persecuzione contro Rubén Zamora
Dal canto suo alla vigilia delle imminenti consultazioni l’opposizione politica vaga in ordine sparso. Disarticolata e ridotta ai minimi termini (a tal punto che nei sondaggi il secondo “partito” è la scheda bianca più il voto nullo) non è riuscita ad accordarsi su un unico candidato espresso dalla società civile; sul quale sia ARENA che l’FMLN avrebbero dovuto confluire. Con questo obbiettivo si era prodigato a fondo una delle figure chiave della storia del Salvador: il democristiano Rubén Zamora, perseguito e torturato ai tempi dell’ultimo regime militare; successivamente esiliato e alleatosi politicamente con la guerriglia; per poi fare ritorno a proprio rischio e pericolo in patria. Si rivelò decisivo nei negoziati di pace, fino ad essere candidato a presidente per la sinistra nel ’94; nonché ambasciatore in India, negli Stati Uniti e all’Onu durante i governi del FMLN.
Ebbene l’apparato di Bukele si è accanito contro di lui (nonostante i suoi 81 anni) già dal momento in cui costituì il movimento Resistencia Ciudadana. Fino a che a fine dicembre scorso una magistrata, con un’aberrazione giudiziaria, ha emesso un grottesco mandato di cattura nei suoi confronti che, seppur non ancora eseguito, ha provocato l’indignazione della comunità internazionale.
Duri attacchi e velate minacce Bukele le ha dirette anche contro l’Università Centroamericana (UCA) della Compagnia di Gesù, baluardo dell’opposizione civica che non gli risparmia critiche (quello stesso ateneo dei sei gesuiti uccisi dall’esercito durante la guerra). Anche il cardinale Gregorio Rosa Chavez ha parlato di “regime del terrore sulla strada del partito unico” che “disprezza la dignità umana”, riferendosi al recente discorso del presidente all’Assemblea Generale dell’Onu nel quale aveva ostentato i suoi risultati in materia di sicurezza.
Rimuoverà Bukele anche la figura di mons. Óscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato dagli squadroni della morte nel 1980, che papa Francesco ha fatto “santo” nel 2018? E il cui dipinto si staglia alle sue spalle ogni qualvolta riceve ospiti di riguardo nel salone di protocollo del palazzo presidenziale?
Il “negazionismo” di Bukele
Il capo di stato salvadoregno ha intrapreso del resto da tempo una strategia di sistematica cancellazione del passato. Nell’ottobre scorso a Chalchuapa ha fatto rimuovere un busto di Che Guevara. Mentre è arrivato a disporre l’abbattimento nella capitale dello stesso monumento alla Riconciliazione Nazionale, in occasione dell’appena celebrato 32° anniversario degli accordi di pace, da lui definiti: “l’evento più ipocrita della nostra storia, per la glorificazione di un patto fra gli assassini del nostro popolo che poi si sono spartiti la torta”. Vantandosi di non essere “né di destra né di sinistra, categorie nate ai tempi della Rivoluzione Francese”.
Insomma un Bukele “negazionista”. Quando in realtà è proprio lui a voler emulare per primo (a quasi un secolo di distanza) il generale e presidente Maximiliano Hernandez Martinez nel farsi eleggere per una seconda volta consecutiva. Certo allora vigeva una sanguinaria dittatura militare. Ma anche queste elezioni si svolgono in uno “stato di eccezione” permanente da quasi due anni. Il che non ne garantisce certo l’imprescindibile libertà e trasparenza.
“Saremo la prima democrazia al mondo a partito unico”. Così Nayib Bukele, in queste ore si è proclamato di nuovo presidente in El Salvador (a scrutino ancora in corso) con oltre l’80% dei voti. “Abbiamo battuto ogni record della storia democratica mondiale” ha aggiunto riferendosi pure agli oltre due/terzi dei deputati in parlamento ottenuti dal suo partito Nuevas Ideas, indispensabili per rinnovare a futuro lo “stato di eccezione” in vigore dal marzo 2022.
Il suo slogan vincente è stato: “preferisci che i pandilleros tornino liberi?”. Ottenendo un consenso ovviamente reale, a differenza del vicino Nicaragua dove Daniel Ortega si mantiene al potere a suon di brogli oltre che repressione. Così come si è confermata la riduzione ad una sola cifra dell’ex guerriglia del FMLN e della destra ARENA. Quello che non è chiaro, né verificabile visto che l’apparato di Bukele controlla ogni istituzione del paese (compreso il Tribunale Elettorale, per altro andato in tilt durante il conteggio dei voti) è quanto sia stata effettivamente l’affluenza alle urne e di conseguenza l’astensionismo. Bukele infatti (forse preoccupato) oltre un’ora prima che chiudessero i seggi e violando il silenzio elettorale si era rivolto alla nazione raccomandandosi di recarsi a votare.
Vedremo ora se “il dittatore più cool” (quale Nayib si è autodefinisce) riuscirà a risollevare i salvadoregni che lo hanno votato alleviando anche la loro disperante miseria. Oltre che arginare la corruzione crescente del suo entourage.
Fonte
Senegal: il colpo di Stato istituzionale della Françafrique
Le motivazioni del presidente sono state, all’apparenza, alquanto bizzarre: «le opinioni contrastanti tra l’Assemblea nazionale ed il Consiglio costituzionale, in aperto conflitto rispetto ad un supposto affare di corruzione di giudici».
Lunedì 5, differenti fonti riferivano di un probabile rinvio di sei mesi, con ipotetico vuoto di potere che si sarebbe concretizzato dal 2 aprile, giorno della fine del mandato di Sall; ma erano previsioni “per difetto”, essendo state rimandate a dicembre le consultazioni.
Si è aperta così una inedita crisi istituzionale, e bisogna andare al 1962, due anni dopo l’indipendenza del paese, con lo scontro tra l’allora presidente Léopold Sédar Senghor ed il presidente del consiglio dei ministri, Mamadou Dia, per trovarne una simile.
La decisione presa da Sall non ha alcune base giuridica valida; siamo di fronte ad un vero e proprio “colpo di Stato istituzionale”, visto il suo carattere unilaterale ed anti-costituzionale.
Facciamo un breve sintesi del modo in cui si è giunti a questa forzatura.
Il 3 luglio scorso Sall scioglie i dubbi, dichiarando che non si presenterà per il terzo mandato, dopo la prima elezione nel 2012 e poi nel 2019, decidendo di non appoggiarsi ad una interpretazione capziosa secondo cui la revisione costituzionale del 2016 gli avrebbe concesso la possibilità di candidarsi, azzerando il conto dei suoi mandati.
Una decisione presa anche per placare gli animi rispetto alla seconda ondata di manifestazioni soffocate nel sangue nel giro di pochi anni: 56 morti, secondo Amnesty International, dal 2021 ad oggi.
La scelta di un successore è tutt’altro che scontata e lineare, e la decisione presa a settembre da Sall in favore di Amadou Ba – un tecnocrate senza base elettorale nel paese, già ministro dell’economia (2013-2019), poi fino al 2020 degli Affari Esteri e successivamente Primo Ministro – non ha un consenso unanime neanche all’interno del partito presidenziale, Alliance pour la République (APR), né nella coalizione di cui fa parte.
Ba è un successore gradito agli occhi della cosiddetta “comunità internazionale” (la parte occidentale, ovvio), ma non è detto possa essere effettivamente eletto, specie se si dovesse andare al ballottaggio, visto il precedente dello stesso Sall che, allora nella versione di “outsider”, nel 2012 riuscì a battere il presidente uscente Abdoulaye Wade (2000-2012) solo al secondo turno.
L’opposizione disponeva di una figura carismatica che gode di un consenso crescente, come il giovane Ousmane Sonko.
Ex ispettore fiscale, Sonko appare sulla scena politica nel 2014 come “lanceur d’allerte” denunciando delle irregolarità nelle attribuzioni di permessi di esplorazione petrolifera, affermando il proprio profilo di “incorruttibile”; sviluppa nel tempo un discorso “anti-sistema” che seduce una buona parte della popolazione senegalese, tra cui, in particolare, le nuove generazioni sempre più inclini alla ritrovata sensibilità panafricanista.
È alla testa del PASTEF (Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique e la fraternité), la maggiore coalizione politica d’opposizione.
Nel 2022 è eletto sindaco della propria città, Ziguinchor, e alcuni a lui vicini si impongono nei comuni della periferia di Dakar, la capitale.
Per Sall, così come per l’establishment economico – tra cui le multinazionali francesi – prosperato grazie all’attuale modalità della gestione della “cosa pubblica”, Sonko diviene una minaccia.
Così come era successo con i due principali rivali di Sall nelle elezioni del 2019 (Karim Wade, figlio del vecchio presidente e Khalifa Sall), lo strumento giudiziario è stato attivato producendo delle condanne che impediscono a Sonko di presentarsi alle elezioni.
In questo caso però non solo vengono colpiti ripetutamente Sonko o i dirigenti di spicco del PASTEF, ma tutta l’opposizione, in una torsione autoritaria evidente ma completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”.
Non proprio casualmente Sonko, nel 2023, viene condannato due volte.
La sua seconda condanna, a giugno, fa da detonatore per una serie di mobilitazioni che vengono violentemente represse e portano alla “dissoluzione” per via amministrativa del PASTEF, reso nei fatti illegale.
Queste condanne hanno portato alla dichiarazione di ineleggibilità di Sonko per 5 anni, nel gennaio scorso, e il Consiglio Costituzionale ha così rigettato la sua candidatura.
Ma la vittoria per il candidato prescelto da Sall non sarebbe stata comunque scontata.
Il piano B del PASTEF si è concretizzato con la candidatura di Bassirou Diomaye Faye, autorizzato a presentarsi nonostante sia imprigionato da aprile con l’accusa di «attentato alla sicurezza dello Stato, appello all’insurrezione e associazione a delinquere».
Un prigioniero politico co-fondatore del PASTEF che gli analisti davano come possibile vincitore scelto da Sonko, che ha annunciato la sua decisione in un video.
Un incubo per Sall nonché per la sua maggiore “tutrice”, la Francia, parecchio preoccupata per i discorsi antimperialisti di Sonko e del suo “sostituto”, visto che è già stata cacciata dal Sahel e può ormai appoggiarsi solo su Ciad e Costa d’Avorio, oltre al Senegal.
Per evitare questo scenario, Sall ha pensato di “cooptare” il suo vecchio avversario, figlio del precedente presidente – Abdoulaye Wade – che viveva in esilio in Qatar ma che è potuto rientrare, senza scontare la pena cui era stato anche lui condannato, nel giugno scorso.
Sarebbe stato libero di presentarsi alle elezioni a nome del Parti démocratique sénégalais (PDS), partecipando in caso di ballottaggio ad una alleanza con Ba contro il PASTEF, ma il 20 gennaio scorso il Consiglio Costituzionale ha deciso diversamente: ha dovuto infatti invalidarne la candidatura per la sua doppia nazionalità, franco-senegalese.
Una decisione formalmente ineccepibile, considerato che chi ha una doppia nazionalità non può presentarsi per dirigere il paese, e che la sua rinuncia alla “nazionalità straniera” – controfirmata dal Primo ministro francese Attal – è solo del 16 gennaio, ossia tre settimane dopo la sua candidatura ufficiale.
Un piano teoricamente “ben congegnato”, ma che si è rivelato un pasticcio politico-legale su cui era impossibile sorvolare.
Un vero e proprio rompicapo politico che Sall ha voluto risolvere con una forzatura senza precedenti, di cui si “vociferava” da giorni, aprendo così una crisi istituzionale per mano del PDS, i cui deputati hanno chiesto una Commissione d’Inchiesta sul Consiglio Istituzionale, sostenuta anche da una parte della maggioranza, cioè dai deputati della coalizione che ha eletto l’attuale presidente.
Sall, tre giorni dopo, ha preso la palla al balzo dichiarando che tali ‘supposizioni’ potrebbero «nuocere gravemente alla credibilità dello scrutinio installando i germi di un contenzioso pre e post-elettorale».
Paradossalmente per risolvere una crisi istituzionale, Sall ha deciso così di aprirne un’altra, probabilmente più grave se si considera la reattività della piazza contro la decisione e l’ulteriore livello di delegittimazione per una leadership politica arroccata al potere.
Domenica a Dakar, una manifestazione è stata dispersa solo con l’uso di gas lacrimogeni.
Ma la repressione non si è limitata alle strade, con internet “oscurato” – come è avvenuto a giugno – e l’università di Dakar che rimane chiusa da allora. Studenti e organizzazioni sindacali rimangono però ‘vigili e critici’ rispetto al corso “bonapartista” scelto da Sall.
La cinquantina di deputati dell’opposizione che, cantando ripetutamente l’inno nazionale, facevano ostruzionismo all’approvazione della legge che posticipava le elezioni al 15 dicembre, sono stati evacuati manu militari dai reparti speciali della gendarmerie a viso coperto.
Non certo una immagine di “rispetto delle istituzioni rappresentative”. Per la cronaca, la legge è stata poi votata con 105 voti a favore contro uno solo contrario.
Lo stesso dispositivo legislativo dà a Sall la possibilità di restare in carica fino all’insediamento del successore. Una sorta di “stato d’eccezione permanente” che liquida le residuali garanzie istituzionali.
È una “rottura storica” con la prassi per cui, dal 1963, le elezioni si sono tenute sempre nella data prevista e con l’istituzione del multipartitismo integrale – nel 1981 sotto la presidenza di Abdou Diouf.
Come è stato scritto, riferendosi a Sall, nel preoccupato editoriale di lunedì su Le Monde: «Nel mentre il paese ha i nervi a fior di pelle, a causa delle sue manovre e di una opposizione sempre più radicale, in un contesto di povertà endemica dove la gioventù è lasciata senza altre prospettive che l’emigrazione, rischia di mettere fuoco alle polveri».
Gli fa eco il giudizio di Francis Laloupo, analista geopolitico, che afferma: «c’è una grande rabbia oggi in Senegal. Il popolo si sente tradito. La democrazia senegalese è considerata come un patrimonio collettivo e a questo riguardo ogni cittadino si sente ferito. Oggi, nulla garantisce che i senegalesi si rassegneranno alla decisione del posticipo delle elezioni al 15 dicembre, come è stato votato all’Assemblea Nazionale».
Siamo convinti che quest’atto di forza si rivelerà un boomerang non solo per il presidente uscente ed il suo entourage, corrotto fino al midollo e pronto a sacrificare le più banali garanzie democratiche per godere di una rendita politica che la popolazione vuole legittimamente sottrargli.
Sarà l’ennesimo passo falso per uno dei residui perni dell’“Africa Francese” nella regione.
Come afferma una delle figure più in vista del nuovo panafricanismo: “finiranno per comprendere”.
Fonte
14/04/2023
Francia - “Lo stato delle libertà pubbliche è in pericolo”
Nel corso del dopoguerra sono state create diverse organizzazioni internazionali che hanno come “ragione sociale” la difesa dei diritti umani e la denuncia della loro violazione sotto qualsiasi regime.
Alcune si sono “specializzate” nella denuncia di regimi e paesi che intralciano la strada dell’imperialismo neoliberista occidentale. Meritandosi il non velato sospetto di essere al servizio di interessi tutt’altro che umanitari, ma che abbisognano di una “patente umanitaria” per scatenare invasioni. L’elenco degli ultimi 30 anni è troppo lungo e noto per essere ripetuto qui.
Altre, come la Lega per i diritti dell’uomo, hanno provato a svolgere la propria funzione di “controllo del potere” in modo un po’ più imparziale ed obiettivo. Meritandosi inevitabilmente l’ostilità feroce di governi che di “democratico” hanno solo l’insegna sopra il bancone.
In Francia la situazione sta velocemente degenerando, sotto la spinta di un movimento di massa che si trova davanti un governo sordo e feroce, che ha come unica risposta a qualsiasi problema sociale l’uso della polizia armata fino ai denti e con ben pochi limiti all’esercizio di una violenza tutt’altro che “legittima”.
Qui di seguito la traduzione dell’intervista che Le Monde (un giornale tutt’altro che “estremista”, com’è noto, l’equivalente serio del Corriere della Sera) al presidente della LDH in Francia.
Buona lettura.
Patrick Baudouin, presidente della LDH: “Lo stato delle libertà pubbliche in Francia è in pericolo”.
di Franck Johannès
Nel bel mezzo di una polemica con il governo, il presidente della Lega dei diritti dell’uomo risponde, in un’intervista a “Le Monde”, alle accuse di Gérald Darmanin ed Elisabeth Borne.
Il Primo Ministro, Elisabeth Borne, dopo il Ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, ha messo in discussione, mercoledì 12 aprile, la Lega dei Diritti Umani (LDH), che si è espressa contro la violenza della polizia, in particolare durante la manifestazione di Sainte-Soline (Deux-Sèvres). Il presidente Patrick Baudouin risponde punto per punto alle accuse del governo.
Elisabeth Borne ha dichiarato davanti al Senato di “non capire più certe posizioni” della Lega per i Diritti Umani. La LDH è cambiata?
Assolutamente no, e sono ferito e disgustato. I suoi commenti sono molto gravi, perché è un primo ministro. Dopo le dichiarazioni di Gérald Darmanin, abbiamo avvertito un’esitazione da parte di diversi ministri, o almeno un disagio: speravamo che Elisabeth Borne riformulasse le parole del suo ministro in modo più repubblicano e più rispettoso della libertà associativa.
Oggi mi vergogno un po’ per il nostro Paese, che sta gradualmente scivolando verso regimi illiberali.
Quali posizioni non capisce più? Le uniche due precisazioni che fornisce sono “che questa mancanza di comprensione è diventata evidente nelle sue ambiguità di fronte all’islamismo radicale” e che “la LDH ha recentemente attaccato un’ordinanza che vietava il trasporto di armi a Sainte-Soline”.
Il secondo punto, innanzitutto. È un rimprovero ricorrente. Naturalmente la LDH è contraria al porto d’armi da parte dei manifestanti. C’è un articolo del codice penale che vieta il porto d’armi, è un reato, quindi non c’è bisogno di un ordine della prefettura.
In secondo luogo, l’ordinanza non vietava solo il porto di armi, ma anche quello di oggetti che potessero costituire “un’arma per destinazione”, cioè qualsiasi oggetto che potesse essere lanciato contro la polizia, un casco, una bottiglia di birra...
Tuttavia, il Consiglio Costituzionale, il 18 gennaio 1995, ha ritenuto che non fosse possibile vietare il porto o il trasporto di oggetti che potessero essere usati come proiettili, e che si trattasse di “una formulazione generica e imprecisa che comporta eccessive violazioni della libertà individuale”.
Si tratta di un semplice richiamo a una decisione del Consiglio costituzionale.
Il giudice per i provvedimenti provvisori ha respinto il ricorso, ma è stato fatto in gran fretta e noi intendiamo continuare a impugnare questo tipo di ordinanza. Siamo spesso accusati di fare ricorsi abusivi contro lo Stato, ma tre quarti delle nostre azioni hanno successo in tribunale.
Mi limito a citare uno dei recenti ricorsi contro le ordinanze del prefetto di Parigi emesse alle 17:30, affisse alle 18:00 per vietare le manifestazioni alle 19:00, senza alcuna possibilità reale di impugnarle, e che hanno privato i manifestanti del diritto di ricorso.
La gestione delle forze dell’ordine si fa più difficile di fronte al moltiplicarsi delle manifestazioni spontanee.
La signora Borne denuncia anche le vostre “ambiguità di fronte all’islamismo radicale”...
I valori difesi dalla LDH, la libertà, l’uguaglianza, la dignità umana e la fraternità, sono totalmente opposti a quelli dell’islamismo radicale. Quindi, dire che ci sarebbe un’ambiguità con l’islamismo radicale è una falsità assoluta, inaccettabile.
In realtà, dietro questa dichiarazione c’è dell’altro. Non è la prima volta che veniamo accusati di questo. Noi difendiamo tutti i diritti, anche quello dei terroristi di essere giudicati in modo equo e non da tribunali speciali.
Difendiamo anche i diritti di coloro che sono accusati di islamismo radicale, pur condannando assolutamente gli atti in sé, difendiamo il diritto dei jihadisti a un processo equo.
C’è un evidente aumento dell’islamofobia. Ovviamente la combattiamo e siamo stati portati a prendere posizioni che sono state criticate, ad esempio sull’uso del velo: anche noi siamo qui per la libertà, non per i divieti. E ci sentiamo molto vicini alle donne iraniane che si rifiutano di indossare il velo e che, nonostante tutto, accettano che altre donne possano indossarlo.
Avete anche difeso un imam radicale del Nord?
L’imam radicale Hassan Iquioussen, che ha fatto notizia la scorsa estate, viveva in Francia dalla nascita e non era mai stato oggetto di alcuna condanna penale.
Il ministro dell’Interno, in un momento di agitazione politica per occupare il campo, ha emesso un ordine di espulsione nel luglio 2022: l’avvocato dell’imam l’ha impugnato e l’ELEC è intervenuta a sostegno di questa impugnazione. L’imam ha vinto davanti al tribunale amministrativo e ha perso davanti al Consiglio di Stato.
Davanti al Consiglio di Stato, il Ministero dell’Interno ha nuovamente denunciato il “doppio discorso” dell’imam Iquioussen.
Ma perché siamo intervenuti, quando siamo stati molto criticati? Perché viveva in Francia, aveva una famiglia e quindi il diritto al rispetto della sua vita familiare, come ha detto il tribunale amministrativo.
D’altra parte, era accusato di aver fatto commenti antisemiti assolutamente spregevoli, che abbiamo assolutamente condannato, ma che risalivano al 2014. Non c’era stato alcun procedimento penale, come invece sarebbe dovuto accadere. E poi ha fatto commenti completamente contrari alla parità di genere, altrettanto inammissibili.
Ma vogliamo che l’azione penale si svolga nel rispetto della legge. Questo risale alla storia dell’ELEC, una lotta di centoventicinque anni contro l’ingiustizia e l’arbitrarietà. La nostra lotta è sempre la stessa, per il rispetto del diritto a un giusto processo.
Dopo la Prima guerra mondiale, siamo intervenuti sulla questione dei fucilati e siamo stati accusati di essere traditori del nostro Paese.
Alla Liberazione, nonostante l’ELEC fosse stata una delle vittime di Vichy e del nazismo, abbiamo contestato le modalità dell’epurazione. All’epoca della guerra d’Algeria, ci siamo battuti contro la tortura. Per gli immigrati senza documenti nella chiesa di Saint-Bernard, ci è stato rimproverato di essere per gli stranieri, per gli immigrati. Noi non facciamo altro che difendere i loro diritti.
Accettiamo il fatto di essere un contropotere, perché ogni potere ha il suo lato oscuro quando si tratta di rispettare i diritti e le libertà. Ma a parte il periodo dell’occupazione, non siamo mai stati attaccati così frontalmente da un governo.
Il signor Darmanin ha detto che la sovvenzione che lo Stato vi ha concesso merita “di essere esaminata nel contesto delle azioni che possono essere state compiute”.
Merita di essere esaminata, sì. Nella misura in cui la Ligue des droits de l’homme riceve sovvenzioni pubbliche, è soggetta a controlli, in particolare da parte della Corte dei Conti. E le nostre finanze sono trasparenti. Basta andare sul sito della LDH per vedere che abbiamo un bilancio di poco più di 2 milioni di euro e che le sovvenzioni ne rappresentano circa un terzo. Il resto è costituito da quote associative, donazioni e lasciti, tutti perfettamente trasparenti.
Ciò che più preoccupa nella dichiarazione del Ministro è la velata minaccia che segue, “nel contesto di azioni che potrebbero essere state intraprese”.
Ciò sembra significare che la concessione di sovvenzioni sarà valutata in base al modo in cui lo Stato guarda alle nostre azioni.
Dove stiamo andando? È esattamente quello che stanno facendo Viktor Orban, Benyamin Netanyahu o Vladimir Putin.
Significa che vi verranno concessi sussidi se il vostro comportamento andrà nella direzione del potere. È probabile che questa minaccia venga messa in atto? Nel suo discorso la signora Borne sembra affermare il contrario.
Gérald Darmanin minaccia di rimettere in discussione le sovvenzioni pubbliche concesse alla Lega per i Diritti dell’Uomo
Al di là della sola LDH, è in gioco la libertà delle associazioni. Questo è ciò che noi e altri denunciamo da diversi mesi, soprattutto dopo il voto della legge sul separatismo dell’agosto 2021 e il decreto del 31 dicembre 2021 sul contratto di impegno repubblicano.
Questo “contratto” – che non è un contratto in quanto è imposto dallo Stato – obbliga le associazioni che ricevono sovvenzioni a rispettare sette impegni, uno dei quali consiste nel non intraprendere azioni di natura politica, sindacale, associativa o religiosa che possano costituire una turbativa dell’ordine pubblico.
Tutti sanno quanto sia ampio questo concetto e come possa essere interpretato in molti modi, soprattutto se un governo di estrema destra sale al potere.
La LDH, a Sainte-Soline, è stata accusata di diffondere notizie false, affermando che i servizi di emergenza non erano stati autorizzati a soccorrere i feriti...
Credo che la LDH abbia centrato in pieno il problema di Sainte-Soline. Due elementi si uniscono. In primo luogo, c’è quello che è stato contestato durante le manifestazioni che hanno seguito il 16 marzo, dopo il voto forzato sulla legge sulle pensioni.
L’uso di metodi violenti di repressione da parte della polizia, un ritorno alla violenza sproporzionata come ai tempi dei “gilet gialli”, è stato ampiamente osservato, documentato e contestato. Questo è stato il primo “prurito” che ha irritato M. Darmanin.
Quando un membro del team BRAV-M [quelli che sparavano dai quad in corsa contro i manifestanti, ndr] è scivolato, durante una sosta, ci ha riso su: “Posso dire che ci siamo rotti gomiti e facce”.
Poi c’è stata Saint-Soline. Avevamo degli osservatori, una squadra di ventidue persone. È emerso che c’è stata innanzitutto una violenza inaudita, è vero, da parte dei black block contro la polizia: questo è assolutamente condannabile, è delinquenza.
Poi c’è stato l’uso da parte delle forze dell’ordine di una violenza altrettanto inaudita contro i manifestanti; i gendarmi hanno usato queste granate pericolosissime, le GM2L, che non solo sono assordanti e accecanti, ma che rilasciano anche frammenti che possono ferire più o meno gravemente. Di conseguenza, ci sono stati dei feriti, in particolare due persone tra la vita e la morte.
Si dà il caso che ci siano stati osservatori che hanno potuto vedere lo stato estremamente grave di Serge, uno di loro, e si sono preoccupati, in collegamento con un medico che era in una sorta di quartier generale della nostra squadra, di cercare di intervenire affinché potesse essere evacuato e salvato.
La registrazione pubblicata da Le Monde è molto rivelatrice: gli osservatori dicono al SAMU che la zona è perfettamente accessibile da almeno mezz’ora e che esiste un percorso che permette alla squadra di soccorso di arrivarci senza difficoltà. Il SAMU risponde che al momento non ha l’autorizzazione per raggiungere i feriti. È stato vietato loro di recarsi sul posto, afferma il rappresentante del SAMU nella registrazione.
Il sig. Darmanin ha presentato la Lega come se avesse detto delle falsità. In realtà si è offeso, perché c’è una reale preoccupazione da parte delle autorità.
Questa vicenda non è finita, c’è un’indagine, le famiglie hanno portato il caso in tribunale. Ciò che preoccupa il governo non è la LDH, ma il modo in cui la Francia viene vista all’estero. Tutto questo li preoccupa e hanno dovuto trovare una sorta di capro espiatorio, da mettere alla gogna.
Qual è lo stato delle libertà fondamentali nel nostro Paese?
Lo stato delle libertà civili in Francia è in pericolo. Lo è davvero. Dopo gli attentati di New York del 2001, tutti i Paesi, anche quelli democratici, hanno progressivamente adottato una legislazione sempre più repressiva, una legislazione d’eccezione in nome della lotta al terrorismo. Le libertà sono state insidiosamente ridotte, da uno stato di emergenza all’altro.
Credo che non ci sia abbastanza consapevolezza di questo scivolamento verso la perdita delle libertà essenziali. Per quanto ci riguarda, continueremo le nostre azioni. Il canale CNews ha recentemente pubblicato un servizio: “La Lega per i diritti umani, nemica dello Stato? No, la Lega per i diritti umani è amica dello Stato di diritto”.
Fonte
07/04/2023
A Napoli un altro caso Cospito?
L’articolo del Codice Penale utilizzato per questo arresto è il “270bis”. L’inchiesta coinvolge 12 persone ed è diretta dal pubblico ministero De Marco Maurizio.
A Marco Marino viene contestata la partecipazione ad un “attentato” avvenuto il 4 marzo 2021 nei pressi della sede del Consolato di Grecia a Napoli.
Se la memoria non ci inganna, l’attentato di cui parla questa “inchiesta” è poco più di un petardo (denominato “Rambo”), di quelli che – a Napoli – vengono esplosi a centinaia ogni giorno per festeggiare compleanni, eventi ludici, sportivi e quant’altro. Materiale pirotecnico liberamente in vendita nei numerosi negozi che trattano questo tipo di merce.
L’arresto di Marco Marino è stato descritto dalla stampa locale come la cattura di un “pericoloso terrorista”. Infatti è stato prima ristretto nella Sezione AS2 del Carcere di Secondigliano (un segmento particolarmente punitivo della struttura differenziata con cui a Secondigliano vengono “classificati” i detenuti) e poi trasferito a Terni.
Nel carcere della città umbra Marco Marino è stato associato in un cella con un altro detenuto anarchico, Juan Sorroche, condannato ad una pesante pena, 14 anni di detenzione, per un altro “attentato dinamitardo” (di quelli che nessuno ricorda e forse nessuno si è mai accorto...) che sarebbe stato compiuto in Veneto qualche anno fa.
Secondo le carte, i tempi dell’arresto sono stati accelerati dalle incalzanti azioni di solidarietà ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame contro 41bis ed ergastolo ostativo.
È evidente che l’arresto di Marco Marino e il trattamento carcerario a cui è sottoposto sono il prodotto perverso del clima culturale, politico e materiale che scaturisce dalla gestione paranoica e ferocemente antisociale, di cui la “vicenda Alfredo Cospito” e la sua determinazione a lottare contro il famigerato “41 bis” e il cosiddetto “Ergastolo Ostativo” sono l’aspetto più eclatante.
Ancora una volta siamo in presenza di un atto repressivo contro gli anarchici che è segnato – in ogni sua caratteristica formale ed informale – da una “logica dell’Emergenza” che moltiplica a dismisura il “rischio percepito” di fatti trascurabili, ma che sta dettando tempi e forme della repressione in ogni ambito della società.
Facciamo appello affinché si produca il massimo di attenzione possibile sulla persecuzione giudiziaria e penale in atto contro Marco Marino.
Sollecitiamo attivisti, compagni ed operatori del diritto ad un a presa di posizione pubblica di critica verso gli oggettivi elementi di “sproporzione giudiziaria e materiale” che sono stati impiegati dalla Procura della Repubblica partenopea.
Rompere il silenzio e cancellare il cono d’ombra che magistratura, polizia ed apparati dello Stato vorrebbero sancire, attraverso casi come questo, è un dovere per quanti non sono disposti a rassegnarsi ad un pericoloso “stato di eccezione permanente” e a un desolante presente panottico.
Alcuni link che rimandano alla notizia dell’arresto di Marco Marino:
Link 1
Link 2
Fonte
03/02/2023
Il pericoloso asse media-politica per inventare allarmi e giustificare la repressione
E quel che è peggio è che i media italiani, anche quelli che si dicono progressisti, stanno cavalcando quest’onda, arrivando a inventare alleanze tra anarchici e mafia ed alimentando la paura.
È questa, in sintesi, l’analisi di Italo Di Sabato dell’Osservatorio Repressione, che commenta ai nostri microfoni il clima di tensione che si sta creando in Italia e che né politica né stampa sembrano interessate a smorzare.
Al contrario: catalogare le manifestazioni di solidarietà nei confronti di Cospito e le azioni ai danni di cose nel calderone del presunto “terrorismo anarchico”, sostenere – come ha fatto il ministro della Giustizia Carlo Nordio – che Cospito pure dal 41-bis avrebbe dimostrato di essere in comunicazione con i militanti all’esterno, sostenere che la battaglia dell’anarchico con lo sciopero della fame sarebbe un favore fatto ai boss mafiosi, non fa altro che far salire la tensione, col rischio che qualche mitomane dia vita ad un incidente che a sua volta giustifichi la repressione.
L’eterna emergenza e il codice penale per risolvere problemi sociali con la repressione
«Il clima che stiamo vivendo in Italia alimenta ulteriormente quello stato di emergenza che diventa stato di eccezione – osserva Di Sabato – Evocare il pericolo anarchico per non entrare nel merito delle questioni ormai è un film già visto. Oggi è la questione Cospito, ma lo è stata per i migranti e per altre questioni sociali».
Sia l’attuale che i precedenti governi, secondo il referente dell’Osservatorio Repressione, evitano accuratamente di affrontare le questioni sociali con politiche di welfare, ma adottano lo strumento repressivo come soluzione.
Di Sabato pone l’accento proprio sul “panpenalismo“, cioè la tendenza ad introdurre sempre nuovi reati, come quello di rave oggetto del primo provvedimento del governo Meloni, che è stato al centro anche di critiche da parte di giuristi, come Nicola Mazzacuva, presidente della Camera penale di Bologna, che nei giorni scorsi in un dibattito pubblico ha criticato l’ipertrofia del codice penale e il tentativo di risolvere ogni questione sociale a suon di carcere e misure repressive.
Cospito, ad inquietare è il ruolo che i media stanno esercitando
A contribuire sensibilmente al clima di tensione sembra giocare un ruolo importante il mondo del giornalismo mainstream. I principali media, in questi giorni, prendono le veline delle questure o dei servizi di sicurezza e le gettano in pasto all’opinione pubblica, senza alcun tipo di verifica.
Un esempio, in questo senso, è rappresentato dalla grafica di Sky Tg24, evidentemente basata su uno dei tanti rapporti dell’intelligence, che individua come “circoli anarchici” tutta una serie di centri sociali in Italia che hanno anche altre aree politiche di riferimento. Un calderone di luoghi, di cui si ignorano le idee politiche e le pratiche, che serve per creare nell’opinione pubblica la sensazione dell’accerchiamento e del pericolo.
Di Sabato si concentra invece sulla prima pagina de Il Fatto Quotidiano di quest’oggi, che sostiene tra le righe un legame tra Cospito e i boss mafiosi. Una tesi sostenuta ieri anche da un giornalista antimafia come Giovanni Tizian su il Domani e che appare piuttosto grottesca.
In particolare, Cospito avrebbe detto ai parlamentari che gli hanno fatto visita per verificare le sue condizioni di salute di visitare anche gli altri detenuti. Ma poiché al 41-bis solitamente sono reclusi i boss mafiosi, ecco che la stampa ha trovato una sorta di alleanza tra anarchici e mafia.
«Il Fatto Quotidiano dimostra di non conoscere nemmeno le prerogative dei parlamentari – contesta il referente dell’Osservatorio Repressione – che possono fare visite ispettive per verificare le condizioni di salute dei detenuti. Cospito ha detto quindi di verificare anche le condizioni degli altri, ma sul Fatto troviamo un grido all’allarme a tutta pagina, una cosa vergognosa. A questo punto il problema non sono le testate di destra, ma quelle che si ritengono democratiche».
Per Di Sabato queste testate non fanno informazione, non entrano nel merito della questione, ma al contrario alimentano la paura.
Questo clima di confusione, di associazioni indebite e di ignoranza serve sia alla costruzione del nemico, sia «a non mettere in questione il 41-bis o l’egastolo ostativo», sottolinea Di Sabato, secondo cui purtroppo le cose peggioreranno ulteriormente.
«Questo clima serve per fare un’azione di repressione preventiva verso problemi sociali che esploderanno a fronte di quelle che sono le drammaticità che sta vivendo questo Paese dentro una crisi economica, dopo la pandemia e con la guerra. La vicenda Cospito viene usata come un’azione di repressione preventiva».
Fonte
04/05/2022
Il nuovo disordine mondiale / 13: Guerra e ipocrisia. Un’invettiva
di Sandro Moiso
“Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine” (Ernest Hemingway)
“Cosa preferiamo: la pace oppure star tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?” (Mario Draghi)
In tutte le guerre la prima a morire è la verità, così come hanno indirettamente dichiarato alcuni corrispondenti di guerra (qui) sulla falsariga di una ben più celebre e interessata frase di Winston Churchill (“in tempo di guerra la verità è così preziosa che dovrebbe essere circondata da un muro di bugie”), ma certamente il suo funerale è accompagnato dal trionfo dell’ipocrisia che la sostituisce con la propaganda intesa come unica fonte di informazione.
Il primo esempio di tale ipocrisia, forse il più importante e fuorviante, è proprio quello di voler definire, all’interno del ben più vasto crimine costituito dalla guerra, quelli che dovrebbero essere i crimini di guerra da addossare a qualcuno dei partecipanti a un conflitto. Una questione di lana caprina che trasforma le violenze odiose e i soprusi ignobili che accompagnano, inevitabilmente, i conflitti tra Stati e imperialismi in colpe specifiche di cui occorre accusare una delle parti in guerra. Possibilmente quella che la parte avversa spera destinata alla sconfitta.
Dalla prima guerra mondiale e dal congresso di Versailles e, in particolare, dal secondo dopoguerra in poi gli sconfitti del macello imperialista devono risultare colpevoli di “aggressione” e crimini indescrivibili, proprio per giustificare la parte svolta dai “buoni”, ovvero i vincitori, nel corso del conflitto. Motivo per cui la Germania, stato aggressore secondo i parametri individuati a Versailles nel corso del processo di risistemazione dei confini europei dopo il primo conflitto mondiale, fu condannata a pagare le riparazioni di guerra agli stati vincitori. Non importava se i generali di questi ultimi avevano mandato al macello, fatto fucilare o condannato alla follia milioni di giovani in divisa.
Dopo la seconda guerra mondiale furono i “criminali” di un’unica parte, quella sconfitta e nazista e possibilmente anche i più insignificanti sul piano politico ed economico, a sedere sui banchi del processo di Norimberga. Lo fecero rassegnati, spesso indossando occhiali scuri per nascondere gli occhi chiusi dei dormienti e degli annoiati, consapevoli che su quegli stessi banchi non avrebbero mai preso posto gli ideatori dei bombardamenti a tappeto sulle città tedesche, delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki oppure i generali sovietici che avevano mandato all’assalto le proprie fanterie senza alcun riguardo nel trattarle come autentica carne da cannone. La colpa doveva essere soltanto degli sconfitti. I buoni trionfavano, nelle ridefinizione del mondo e nell’immaginario.
Anche se proprio in “casa” dei buoni alcuni dei principali esponenti dei cattivi avrebbero poi trovato riparo come scienziati (Wernher von Braun, ideatore delle V1 e V2 tedesche utilizzate per bombardare Londra e poi responsabile del primo programma spaziale americano), spie (tutti coloro che furono messi a capo di settori dei servizi occidentali nella Germania Ovest e in America Latina, dove avevano trovato rifugio, dopo aver accumulato “esperienze” negli apparati polizieschi e militari nazisti) e così via. Grazie anche all’aiutino fornito in molti casi dal Vaticano.
Già, crimini di guerra, ma solo quelli di una parte, e guai a sostenere, come fece Hemingway, che la guerra è un crimine in sé. Guai a sostenere che chi si oppone alla guerra, non si schiera, si dichiara antimilitarista, pacifista e antimperialista lo fa perché sa già in anticipo che la guerra porta con sé soltanto dolore, violenza, morte e distruzioni che ricadranno quasi sempre e principalmente sugli strati meno agiati della società, sulle donne, sui bambini, sui giovani, sugli anziani e sui lavoratori.
Domenico Quirico, in un testo già citato nella puntata precedente di questa serie di interventi sulla guerra, ha giustamente affermato:
Con leggerezza si parla della guerra, della sua necessità senza averne mai saggiato la pornografia della morte e la crudezza delle sue perversioni. Senza accorgersi che si lustra così la sua forza di attrazione, le si offre uno scopo, un senso, una dignità, una causa, un quarto di nobiltà. È un errore fatale1.
Spesso chi parla con troppa facilità e superficialità di “crimini di guerra” sembra voler far credere, oppure credere egli stesso, che esistano guerre pulite, senza ricadute sui civili. Ammaestrati da un immaginario cinematografico di stampo hollywoodiano in cui al massimo sono gli “eroi” a morire. Ignorano, i sostenitori della guerra pulita e intelligente, possibilmente democratica, che dal secondo conflitto mondiale e per tutta la seconda metà del secolo appena trascorso sono stati i civili a subire il maggior numero di perdite, violenze di ogni genere e patimenti. In un crescendo in cui dalla Palestina a tutto il Medio Oriente, dal Vietnam a tutte le tragedie asiatiche fino alle guerre balcaniche (di cui i media si dimenticano sempre, fingendo che prima della guerra in Ucraina non vi siano più state guerre sul territorio europeo fin dal 1945) e passando per le tragedie infinite del continente africano e del sub-continente latino-americano sono stati milioni i civili uccisi, mutilati, stuprati, torturati. Di ogni genere e età, ma non sempre della medesima appartenenza sociale, poiché in fondo alla scala stanno sempre i poveri, i lavoratori, i senza riserve. Vittime della violenza del capitale sia in guerra che in pace.
Se poi qualcuno osasse ricordare le bufale che accompagnarono la caduta di Ceausescu, senza per altro voler affatto difendere la sua dittatura personale, con i cadaveri tirati fuori dalle fosse per dimostrare una strage mai avvenuta a Timisoara nel 1989, oppure ricordare che sulle pagine del «Guardian», quotidiano britannico tutt’altro che filo-putiniano, sarebbe apparsa un’inchiesta in cui si rileverebbe che diverse vittime di Bucha sarebbero state abbattute da proiettili ucraini2 o, ancora, ricordare come tre ben noti salotti televisivi (Piazza Pulita, Controcorrente e Porta a Porta) abbiano utilizzato immagini tratte da un videogioco per illustrare la “struttura inespugnabile” dei bunker sottostanti alle acciaierie Azovstal di Mariupol, allora apriti cielo e caccia all’untore filo-putiniano e creatore di fake news anti-occidentali.
Guai a dire che il diritto che riconosce la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e imperiali è un diritto che non è tale, che è nato morto per disseminare la Morte in nome degli interessi nazionali, geopolitici e proprietari. Guai a dire soltanto che, anche nel contesto di un diritto internazionale segnato dal marchio di produzione capitalistico e borghese, chi invia armi ad un paese in guerra è cobelligerante di fatto. Tanto poi ci penserà la propaganda a spiegare che era inevitabile finire in guerra a causa dell’aggressività del nemico. E che le armi servono a disseminare la Pace. Anche quando, nelle parole di leader come Boris Johnson e dei media occidentali, non servono più a difendere la nazione “offesa”, ma ad aggredire e colpire l’ avversario. In casa, sul “suo” territorio.
Un “nemico odioso” che ci obbliga a scegliere tra il nostro meritato benessere e la rinuncia a qualche grado di fresco in estate e di caldo in inverno, mentre i nostri democratici governanti si arrovellano tra l’accontentare le richieste del socio di maggioranza a stelle strisce e le necessità, non della popolazione civile e reale, dei soci di minoranza (impresari, investitori, compagnie petrolifere e del gas, banchieri e finanzieri) che potrebbero subire gravi perdite nei loro interessi economici e manifatturieri.
Già, ma non chiamateli oligarchi. Loro no, loro sono altra cosa. Si
nutrono di carne umana e di lavoro vivo, di prebende statali e interessi
politico-mafiosi ma, non scherziamo, son mica russi!
Hanno giornali e televisioni, si son comprati giornalisti, intellettuali
e politici di ogni risma, colore, sesso, età e origine sociale.
Controllano il mercato azionario e delle materie prime, magari
rivendendo le scorte accumulate ad altri paesi per approfittare degli
alti prezzi causati dalla speculazione ancor prima che dalla guerra, ma
no chiamateli oligarchi. No, magari squali e profittatori, come furono
definiti dopo il primo conflitto interimperialista da coloro che seppero
ribellarsi alla prima carneficina su scala mondiale.
Un “nemico odioso” che, nella vulgata propagandistica a favore della guerra, si annida in ogni Stato che non abbia accolto a braccia aperte la predicazione liberal-democratica troppo spesso associata al biancore della pelle e alla religione cristiana. Stati canaglia che perseguono interessi contrastanti con quelli del ricco Occidente. Nemici sicuramente nazionalisti, autoritari, fascisti e imperialisti e per questi motivi, appunto, non troppo diversi dai governi che ci vogliono armare in difesa dei propri interessi che qui, come nei paesi “nemici”, non coincidono mai con quelli della maggioranza della popolazione e della specie.
E non importa che i governi dei paesi democratici, come l’Italia, possano agire in piena libertà extra-costituzionale per fornire armi di ogni genere al novello alleato. Senza sentire la necessità di informare, almeno formalmente, quel parlamento che nella narrazione democratico-liberale dovrebbe costituire il cuore della democrazia rappresentativa. Ma non preoccupiamocene, poiché ogni guerra è stata dichiarata sempre sopra e oltre il dibattito parlamentare. La centralizzazione del potere riguarda anche, e forse soprattutto, questo: lo stato d’eccezione. E cosa può esserci di più eccezionale di una guerra, magari mondiale?
Motivo per cui anche il piagnisteo del pacifismo generico o di chi vorrebbe salvare almeno la facciata di sinistra di partiti scaduti da tempo, appartiene, in fin dei conti alla stessa ipocrisia. Quella che non denuncia mai le reali radici della guerra, delle mafie, della distruzione ambientale e sociale, dell’impoverimento e dello sfruttamento esercitato da una classe sociale ristretta sul resto dell’umanità.
Umanità che, soprattutto nel continente africano e in Medio Oriente, sarebbe condannata soltanto ora, secondo la vulgata ipocrita della propaganda di guerra, alla fame, a causa del conflitto scatenato dall’“odioso nemico” in Ucraina3. Minaccia cui la gestione capitalistica e imperiale dell’esistente intende rispondere con quelle scelte e tecnologie che proprio hanno contribuito a creare quella fame e quella povertà diffusa soprattutto in Africa. Magari suggerendo, proprio per l’Africa sub-sahariana, strategie innovative basate sulla digitalizzazione e il “miglioramento genetico” delle colture tradizionali4.
Umanità che non è più costituita da proletari o poveri, ma da “persone fragili”, in modo da disconoscerle qualsiasi caratteristica sociale riconducibile alle classi e ai loro conflitti nei confronti di una sempre più diseguale ripartizione delle ricchezze e delle risorse. Umanità che là dove alza la testa e si ribella al giogo infame dell’imperialismo, del sionismo e dei corrotti governi locali, non ha mai potuto usufruire dell’appoggio militare dei paesi che oggi foraggiano abbondantemente la “resistenza” ucraina. Umanità per la quale il presidente Mattarella non ha mai speso parole di elogio, non soltanto quando era sottosegretario alla Difesa ai tempi dei bombardamenti sulla Serbia e i Balcani. Umanità che quando si arma e resiste è definita dai nostri governanti come dagli altri governi occidentali non “resistente”, ma “terrorista”. Motivo per cui, a differenza degli “eroici” volontari che accorrono in difesa dell’Ucraina, non importa se nazisti o membri effettivi delle forze speciali americane e inglesi, quelli che vanno a combatter sul fronte del Rojava, pur in qualche modo riconosciuto dagli Occidentali in funzione anti-turca, al ritorno in patria devono sottostare a pesanti misure di sicurezza preventive. Come nel caso di Eddi Marcucci e tanti altri militanti italiani.
Affermazioni che nel loro insieme rendono evidente la necessità dello spaccio dell’ipocrisia trionfante, parafrasando l’eretico Giordano Bruno e la sua opera intitolata Spaccio de la Bestia trionfante (1584), opera filosofica di cui uno degli intenti principali resta fondamentale quello della polemica di Bruno contro la Riforma protestante, che agli occhi del Nolano rappresentava il punto più basso di un ciclo di degenerazione iniziato col cristianesimo. E in cui il termine “spaccio” sta per “cacciata”. Unica e definitiva degli antichi vizi che da secoli accompagnano la vulgata occidentale, razziale e cristiana del mondo.
(13 – continua)
Note
Domenico Quirico, L’ebbrezza militarista che spinge al conflitto, «La Stampa» 28 aprile 2022
Si veda: Francesco Borgonovo, Intervista a Toni Capuozzo – «La propaganda non è da una parte sola: il dubbio è un dovere», «La Verità», 28 aprile 2022, p.9
Si veda, a solo titolo di esempio: La guerra mondiale del cibo. Gli effetti alimentari del conflitto in Ucraina minacciano miliardi di persone fragili, «Scenari» n°5, a29 aprile 2022
Ancora su «Scenari» n°5: Roberto Pretolani, La tecnologia alimentare può salvarci dalle crisi; Mario Enrico Pè e Leonardo Caproni, Il matrimonio fra genetica e tradizione contadina.

