Il prigioniero anarchico Alfredo Cospito dovrà rimanere ancora sottoposto alle restrizioni del 41 bis.
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha infatti respinto il ricorso presentato dal legale di Cospito contro la proroga del regime di carcere duro disposta dal ministero della Giustizia, confermando il rinnovo della misura restrittiva per altri due anni.
Cospito è detenuto ormai dal 2012, attualmente è rinchiuso nel carcere di Sassari, ed è sottoposto al 41 bis dal 2022. Il ricorso era stato presentato dall’avvocato Flavio Rossi Albertini, che aveva contestato le motivazioni alla base del decreto ministeriale.
Nel provvedimento, composto da 75 pagine, vengono richiamati i pareri favorevoli alla revoca del 41 bis espressi dalla Direzione nazionale antimafia, dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino e dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione del Viminale.
Secondo le valutazioni dei giudici, l’area anarchica che fa riferimento alla figura di Cospito rappresenterebbe ancora un “concreto pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale”.
Per questo motivo, sostengono che il ritorno a un regime detentivo meno rigido del 41 bis potrebbe consentire la ripresa di collegamenti e scambi di informazioni con ambienti ritenuti di matrice eversiva.
La difesa aveva confutato questa ricostruzione. Secondo il legale di Cospito, gli ultimi attentati rivendicati dalla Federazione anarchica informale risalgono ormai al biennio 2022-2023 e successivamente non sarebbero emersi episodi riconducibili alla stessa organizzazione. L’avvocato Rossi Albertini ha inoltre sottolineato che né Mercogliano né Ardizzone avrebbero avuto legami con la Fai. Il primo era stato assolto dall’accusa di appartenenza all’organizzazione nel processo ‘Scripta Manent’ di Torino, mentre la seconda era stata assolta nell’inchiesta ‘Sibilla’ della procura di Perugia, relativa alla rivista anarchica ‘Vetriolo’.
Tra i rilievi avanzati dalla difesa figura anche il richiamo, contenuto nelle motivazioni del rinnovo del 41 bis, a procedimenti giudiziari nei quali l’accusa di associazione con finalità di terrorismo è successivamente caduta.
Oltre all’inchiesta sulla rivista ‘Vetriolo’, viene citata anche l’operazione ‘Byalistok’ del 2020, che coinvolse alcuni frequentatori del centro sociale Bencivenga di Roma.
Nonostante le obiezioni della difesa, gli apparati dello Stato ritengono che Cospito continui a esercitare un ruolo di riferimento all’interno della galassia anarchica e che possa ancora trasmettere indicazioni all’esterno anche dal carcere. Nelle motivazioni del decreto si evidenzia inoltre il “rischio che il detenuto possa mantenere un flusso di informazioni” attraverso i colloqui autorizzati con la sorella. Da qui la proroga delle restrizioni carcerarie previste dal 41 bis.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/07/2026
Continua l’accanimento giudiziario e carcerario contro Alfredo Cospito
31/03/2026
Le “sciagure” del controllo preventivo di polizia. Dal caso Salis agli anarchici
Quanti accaduto sabato alla eurodeputata Ilaria Salis e il fermo di massa degli anarchici a Roma nella giornata di domenica, meritano di non passare sotto silenzio come normale amministrazione dell’attuazione del nuovo decreto sicurezza.
Su quanto accaduto sabato lo lasciamo raccontare alla stessa Salis: “Intorno alle 7:30 sono stata svegliata dalla polizia nella stanza dove mi trovavo. Hanno bussato alla porta, hanno pronunciato il mio nome, dicevano che si trattava della polizia e mi hanno chiesto di aprire. Io ho aperto, mi hanno chiesto un documento che io gli ho dato, gli ho anche fatto presente che sono un’eurodeputata. Non hanno spiegato il motivo della visita, hanno detto semplicemente che si trattava di accertamenti”.
La deputata europea ha intenzione di avviare un’azione parlamentare a Bruxelles e, attraverso il suo partito, in Italia con un’interrogazione nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Non si esclude che l’interrogazione possa essere rivolta anche al ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Fino ad oggi la Questura si è trincerata dietro il fatto che il controllo alla Salis sia stato un atto dovuto in base ad un alert partito dalla Germania e motivato dalla vicinanza della europarlamentare italiana a gruppi antifascisti tedeschi, nel caso specifico si tratterebbe della rete antifascista “Hammerbande”, coinvolta in alcuni procedimenti giudiziari in Germania e in Ungheria. In quest’ultima la Salis è stata detenuta in carcere per mesi, messa sotto processo e scarcerata a seguito della sua elezione a parlamentare europea.
Nel caso della Salis la Questura ha escluso che fosse una messa in atto delle misure preventive introdotte dal nuovo decreto sicurezza ma, appunto, un atto dovuto in base ad una segnalazione proveniente da un altro paese dell’area Schengen.
In realtà le domande degli agenti presentatisi alla camera d’albergo della Salis sono state anche sulla sua eventuale volontà di partecipare alla manifestazione del pomeriggio, ragione per cui il nesso con il fermo preventivo previsto dal nuovo decreto sicurezza verrebbe fuori eccome.
Ma sulle segnalazioni dall’estero e il procedere in automatico su questo, è forse il caso di ricordare agli apparati di polizia che questo modo procedere senza previe verifiche, fu alla base del clamoroso casino combinato a Roma dalla Digos a maggio del 2013 nel caso di Alma Shalabayeva, moglie di un rifugiato politico del Kazakistan. La vicenda ha portato nell’aprile del 2025 alla condanna – anche in secondo grado – dei cinque poliziotti imputati al processo d’appello bis sulle irregolarità nell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, che venne fermata e poi espulsa dall’Italia insieme alla figlia. Si è arrivati al processo con l’accusa non certo leggera di sequestro di persona.
Forse le interrogazioni parlamentari costringeranno il ministro Piantedosi a dare risposte meno farfugliate sulla vicenda di Ilaria Salis.
Non sappiamo se sia stato per voler mettere una pezza alla cantonata di sabato che gli apparati di polizia domenica pomeriggio hanno scelto invece la mano dura, con la scelta clamorosa del fermo di massa nel caso degli anarchici che si erano recati con mazzi di fiori a commemorare i due militanti anarchici morti nell’esplosione del 19 marzo scorso a Roma.
In questo caso ben 91 persone hanno subìto per prime il “fermo preventivo” in nome del famigerato decreto sicurezza varato dal governo Meloni. Gli anarchici sono stati fermati preventivamente prima di raggiungere, domenica 29 marzo, il uogo di ritrovo per ricordare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti il 19 marzo nell’esplosione dentro un casolare al Parco degli Acquedotti nella capitale. “Le persone fermate, però, erano ‘armate’ di fiori, quindi è evidente che non ci fossero presupposti di pericolo”, fa sapere l’avvocata Paola Bevere, intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Il presidio di commemorazione per i due anarchici morti era stato vietato dal questore di Roma. Polizia e carabinieri hanno dunque identificato i manifestanti e in un secondo momento li hanno portato negli uffici di via Patini per il fotosegnalamento.
Domenica la polizia – addirittura anche con reparti a cavallo – ha quindi blindato tutti gli accessi del Parco degli Acquedotti – frequentatissimo da famiglie e bambini – fermando, identificando e poi portando via in pullman decine di anarchici giovani e meno giovani “armati” di mazzi di fuori.
Fonte
Su quanto accaduto sabato lo lasciamo raccontare alla stessa Salis: “Intorno alle 7:30 sono stata svegliata dalla polizia nella stanza dove mi trovavo. Hanno bussato alla porta, hanno pronunciato il mio nome, dicevano che si trattava della polizia e mi hanno chiesto di aprire. Io ho aperto, mi hanno chiesto un documento che io gli ho dato, gli ho anche fatto presente che sono un’eurodeputata. Non hanno spiegato il motivo della visita, hanno detto semplicemente che si trattava di accertamenti”.
La deputata europea ha intenzione di avviare un’azione parlamentare a Bruxelles e, attraverso il suo partito, in Italia con un’interrogazione nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Non si esclude che l’interrogazione possa essere rivolta anche al ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Fino ad oggi la Questura si è trincerata dietro il fatto che il controllo alla Salis sia stato un atto dovuto in base ad un alert partito dalla Germania e motivato dalla vicinanza della europarlamentare italiana a gruppi antifascisti tedeschi, nel caso specifico si tratterebbe della rete antifascista “Hammerbande”, coinvolta in alcuni procedimenti giudiziari in Germania e in Ungheria. In quest’ultima la Salis è stata detenuta in carcere per mesi, messa sotto processo e scarcerata a seguito della sua elezione a parlamentare europea.
Nel caso della Salis la Questura ha escluso che fosse una messa in atto delle misure preventive introdotte dal nuovo decreto sicurezza ma, appunto, un atto dovuto in base ad una segnalazione proveniente da un altro paese dell’area Schengen.
In realtà le domande degli agenti presentatisi alla camera d’albergo della Salis sono state anche sulla sua eventuale volontà di partecipare alla manifestazione del pomeriggio, ragione per cui il nesso con il fermo preventivo previsto dal nuovo decreto sicurezza verrebbe fuori eccome.
Ma sulle segnalazioni dall’estero e il procedere in automatico su questo, è forse il caso di ricordare agli apparati di polizia che questo modo procedere senza previe verifiche, fu alla base del clamoroso casino combinato a Roma dalla Digos a maggio del 2013 nel caso di Alma Shalabayeva, moglie di un rifugiato politico del Kazakistan. La vicenda ha portato nell’aprile del 2025 alla condanna – anche in secondo grado – dei cinque poliziotti imputati al processo d’appello bis sulle irregolarità nell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, che venne fermata e poi espulsa dall’Italia insieme alla figlia. Si è arrivati al processo con l’accusa non certo leggera di sequestro di persona.
Forse le interrogazioni parlamentari costringeranno il ministro Piantedosi a dare risposte meno farfugliate sulla vicenda di Ilaria Salis.
Non sappiamo se sia stato per voler mettere una pezza alla cantonata di sabato che gli apparati di polizia domenica pomeriggio hanno scelto invece la mano dura, con la scelta clamorosa del fermo di massa nel caso degli anarchici che si erano recati con mazzi di fiori a commemorare i due militanti anarchici morti nell’esplosione del 19 marzo scorso a Roma.
In questo caso ben 91 persone hanno subìto per prime il “fermo preventivo” in nome del famigerato decreto sicurezza varato dal governo Meloni. Gli anarchici sono stati fermati preventivamente prima di raggiungere, domenica 29 marzo, il uogo di ritrovo per ricordare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti il 19 marzo nell’esplosione dentro un casolare al Parco degli Acquedotti nella capitale. “Le persone fermate, però, erano ‘armate’ di fiori, quindi è evidente che non ci fossero presupposti di pericolo”, fa sapere l’avvocata Paola Bevere, intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto.
Il presidio di commemorazione per i due anarchici morti era stato vietato dal questore di Roma. Polizia e carabinieri hanno dunque identificato i manifestanti e in un secondo momento li hanno portato negli uffici di via Patini per il fotosegnalamento.
Domenica la polizia – addirittura anche con reparti a cavallo – ha quindi blindato tutti gli accessi del Parco degli Acquedotti – frequentatissimo da famiglie e bambini – fermando, identificando e poi portando via in pullman decine di anarchici giovani e meno giovani “armati” di mazzi di fuori.
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23/03/2026
Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma
Sui mass media è tutto un fiorire di ipotesi e congetture sulla possibile destinazione della bomba la cui esplosione in un cascinale abbandonato a Roma ha causato la morte di due militanti anarchici: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone.
Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di polizia formulano palate di congetture a vanvera sui “possibili obbiettivi” di una bomba che per ora è ancora un’ipotesi investigativa: una caserma di polizia, la ferrovia, una base militare e chi più ne ha più ne metta. Mancano solo il palazzo del Papa a Castel Gandolfo o gli studi cinematografici a Cinecittà.
Le ipotesi viaggiano sul monitoraggio di ipotetici “punti sensibili” nelle vicinanze del Parco degli Acquedotti, dove si è prodotta l’esplosione e sono stati rinvenuti i corpi dei due anarchici.
Come al solito il più sballato è Il Giornale che colloca come possibile obiettivo “Il polo della Polizia di Stato nel Nomentano, distante 400 metri circa dal luogo dell’esplosione”, mentre tutti sanno che il parco degli Acquedotti dista parecchi chilometri di distanza dalla Nomentana, in tutt’altra zona di Roma. Fa decisamente pena leggere “giornalisti” che non fanno neanche lo sforzo di consultare lo stradario della città, eppure scrivono a casaccio su questa come su altre questioni importanti.
Sulla morte dei due militanti, alcuni circoli anarchici hanno scritto un comunicato ripubblicato dalla pagina della Croce Nera Anarchica: “Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni”.
In un altro passaggio viene sottolineato “Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni ‘trapelate’ non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo”.
In mancanza di altri fatti e per amplificare o rafforzare le proprie congetture i mass media citano poi la relazione semestrale dei servizi segreti nella parte relativa agli “anarchici insurrezionalisti”. Ma cosa è stato detto, lì, in proposito?
“L’attivismo anarco-insurrezionalista si conferma come il vettore di minaccia più concreto, anche alla luce dei recenti attentati compiuti nel contesto delle proteste contro i giochi Olimpici Milano-Cortina ai danni della rete ferroviaria nazionale”, scrivono i servizi nella loro Relazione al Parlamento nel capitolo sulla “minaccia interna”.
Secondo gli apparati di intelligence “Nel 2025 l’attenzione dei circuiti libertari si è concentrata soprattutto sulla denuncia delle ricadute interne delle guerre, attraverso la critica all’aumento della spesa militare e all’asserita spinta verso la militarizzazione della società, nonché sul contrasto alla ‘repressione’, nel cui solco s’inseriscono le mobilitazioni contro i recenti interventi legislativi in materia di sicurezza”.
Dalle attività di monitoraggio e spionaggio dei servizi segreti sui movimenti anarchici viene poi rilevato che “Particolare attenzione è stata rivolta altresì al tema dell’intelligenza artificiale, la cui ‘filiera’ è stata considerata quale obiettivo da colpire nella prospettiva di ‘sabotare la guerra’. Inoltre, tale tecnologia viene vista come un nuovo strumento di accumulazione capitalista, in cui il valore dei dati generati dagli utenti diventa l’oggetto di una ‘corsa all’oro’ digitale”.
Niente di meno, niente di più. Informazioni ripetute praticamente uguali tutti gli anni, con un tocco di “novità” obbligatorio per l’IA. Così come non convincono le veline diffuse fino ad ora dagli inquirenti intorno a questa vicenda.
Nel frattempo l’esplosione di Roma e la morte dei due anarchici è stata immediatamente strumentalizzata dal governo in due direzioni: la prima è quella impedire la riduzione delle pesantissime restrizioni del 41 bis al prigioniero politico anarchico Alfredo Cospito, prevista tra poche settimane. La motivazione è il fatto che Cospito e Alessandro Mercogliano figurano come co-imputati in un vecchissimo processo. Quale occasione migliore per continuare ad accanirsi contro chi è già detenuto da anni?
La seconda è alimentare l’allarmismo addirittura sulla manifestazione nazionale “No Kings” del prossimo 28 marzo a Roma. Una manifestazione che dichiara apertamente la propria inimicizia al governo e ai suoi sponsor internazionali, e che sono in molti a desiderare che vada in malora, in un modo o nell’altro.
Emblematica la dichiarazione del ministro degli Esteri nonché vicepremier Tajani: “Vedremo come proseguiranno le indagini, però il fatto che due anarchici maneggiassero una bomba alla vigilia del voto referendario lascia molto perplessi. Ci preoccupa molto perché si conferma tutto ciò che era stato detto in occasione delle manifestazioni più violente che c’erano state in tante città italiane”, ha aggiunto Tajani invitando a mantenere “la guardia alta”.
Lo scorso 3 febbraio intervenendo alla Camera il ministro degli Interni aveva affermato: “Un dato che emerge dal lavoro preventivo delle nostre forze di polizia è che disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni sono in realtà, al di là delle motivazioni contingenti di volta in volta annunciate, il vero obiettivo perseguito in molte occasioni”. Un modo sbrigativo e questurino di cancellare le ragioni sociali di qualsiasi protesta politica contro questo governo e ridurre tutto a “voglia di disordini”.
Al Viminale, sabato si è tenuta la riunione riservata del Comitato di Analisi strategica antiterrorismo (Casa) convocata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Fonte
Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di polizia formulano palate di congetture a vanvera sui “possibili obbiettivi” di una bomba che per ora è ancora un’ipotesi investigativa: una caserma di polizia, la ferrovia, una base militare e chi più ne ha più ne metta. Mancano solo il palazzo del Papa a Castel Gandolfo o gli studi cinematografici a Cinecittà.
Le ipotesi viaggiano sul monitoraggio di ipotetici “punti sensibili” nelle vicinanze del Parco degli Acquedotti, dove si è prodotta l’esplosione e sono stati rinvenuti i corpi dei due anarchici.
Come al solito il più sballato è Il Giornale che colloca come possibile obiettivo “Il polo della Polizia di Stato nel Nomentano, distante 400 metri circa dal luogo dell’esplosione”, mentre tutti sanno che il parco degli Acquedotti dista parecchi chilometri di distanza dalla Nomentana, in tutt’altra zona di Roma. Fa decisamente pena leggere “giornalisti” che non fanno neanche lo sforzo di consultare lo stradario della città, eppure scrivono a casaccio su questa come su altre questioni importanti.
Sulla morte dei due militanti, alcuni circoli anarchici hanno scritto un comunicato ripubblicato dalla pagina della Croce Nera Anarchica: “Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni”.
In un altro passaggio viene sottolineato “Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni ‘trapelate’ non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo”.
In mancanza di altri fatti e per amplificare o rafforzare le proprie congetture i mass media citano poi la relazione semestrale dei servizi segreti nella parte relativa agli “anarchici insurrezionalisti”. Ma cosa è stato detto, lì, in proposito?
“L’attivismo anarco-insurrezionalista si conferma come il vettore di minaccia più concreto, anche alla luce dei recenti attentati compiuti nel contesto delle proteste contro i giochi Olimpici Milano-Cortina ai danni della rete ferroviaria nazionale”, scrivono i servizi nella loro Relazione al Parlamento nel capitolo sulla “minaccia interna”.
Secondo gli apparati di intelligence “Nel 2025 l’attenzione dei circuiti libertari si è concentrata soprattutto sulla denuncia delle ricadute interne delle guerre, attraverso la critica all’aumento della spesa militare e all’asserita spinta verso la militarizzazione della società, nonché sul contrasto alla ‘repressione’, nel cui solco s’inseriscono le mobilitazioni contro i recenti interventi legislativi in materia di sicurezza”.
Dalle attività di monitoraggio e spionaggio dei servizi segreti sui movimenti anarchici viene poi rilevato che “Particolare attenzione è stata rivolta altresì al tema dell’intelligenza artificiale, la cui ‘filiera’ è stata considerata quale obiettivo da colpire nella prospettiva di ‘sabotare la guerra’. Inoltre, tale tecnologia viene vista come un nuovo strumento di accumulazione capitalista, in cui il valore dei dati generati dagli utenti diventa l’oggetto di una ‘corsa all’oro’ digitale”.
Niente di meno, niente di più. Informazioni ripetute praticamente uguali tutti gli anni, con un tocco di “novità” obbligatorio per l’IA. Così come non convincono le veline diffuse fino ad ora dagli inquirenti intorno a questa vicenda.
Nel frattempo l’esplosione di Roma e la morte dei due anarchici è stata immediatamente strumentalizzata dal governo in due direzioni: la prima è quella impedire la riduzione delle pesantissime restrizioni del 41 bis al prigioniero politico anarchico Alfredo Cospito, prevista tra poche settimane. La motivazione è il fatto che Cospito e Alessandro Mercogliano figurano come co-imputati in un vecchissimo processo. Quale occasione migliore per continuare ad accanirsi contro chi è già detenuto da anni?
La seconda è alimentare l’allarmismo addirittura sulla manifestazione nazionale “No Kings” del prossimo 28 marzo a Roma. Una manifestazione che dichiara apertamente la propria inimicizia al governo e ai suoi sponsor internazionali, e che sono in molti a desiderare che vada in malora, in un modo o nell’altro.
Emblematica la dichiarazione del ministro degli Esteri nonché vicepremier Tajani: “Vedremo come proseguiranno le indagini, però il fatto che due anarchici maneggiassero una bomba alla vigilia del voto referendario lascia molto perplessi. Ci preoccupa molto perché si conferma tutto ciò che era stato detto in occasione delle manifestazioni più violente che c’erano state in tante città italiane”, ha aggiunto Tajani invitando a mantenere “la guardia alta”.
Lo scorso 3 febbraio intervenendo alla Camera il ministro degli Interni aveva affermato: “Un dato che emerge dal lavoro preventivo delle nostre forze di polizia è che disordini, violenze, danneggiamenti e devastazioni sono in realtà, al di là delle motivazioni contingenti di volta in volta annunciate, il vero obiettivo perseguito in molte occasioni”. Un modo sbrigativo e questurino di cancellare le ragioni sociali di qualsiasi protesta politica contro questo governo e ridurre tutto a “voglia di disordini”.
Al Viminale, sabato si è tenuta la riunione riservata del Comitato di Analisi strategica antiterrorismo (Casa) convocata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
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12/12/2025
Piazza Fontana, sono stati loro...
Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.
Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.
L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.
Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.
Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.
La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.
Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.
Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.
Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.
Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.
Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.
Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.
E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.
Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.
L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.
Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.
Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.
La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.
Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.
Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.
Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.
Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.
Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.
Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.
E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.
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Le mele marce dell’informazione
Le mele marce dell’informazione
1
I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.
Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.
La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.
Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».
Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.
Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.
Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.
Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.
Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».
Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».
La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».
L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.
Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.
È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».
Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.
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La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».
La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.
Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.
Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).
Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.
La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.
A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».
Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.
Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.
Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.
Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.
Fonte
07/03/2024
La spia Rovelli: do ut des con il commissario Calabresi
“Conoscevo Calabresi perché era vicedirigente della Digos e seguiva gli anarchici. Per aprire un locale servivano i permessi, diciamo che fu una sorta di scambio. Tu mi dai delle informazioni, io ti faccio avere le licenze”.
Enrico Rovelli, ex manager di rockstar e organizzatore di eventi musicali, festeggia i suoi 80 anni con una compiacente (eufemismo) intervista al Corriere della Sera.
Rovelli afferma di essere ancora anarchico anche se in pratica smentito dalle sue stesse parole con cui ricostruisce il ruolo che ebbe ai tempi della strage di piazza Fontana e della morte per defenestramento di Pino Pinelli.
“Di notizie importanti non ne ho mai date, se lo avessi fatto non sarei qui a raccontarlo – spiega in un colloquio col giornalista per dire e non dire – nell’area anarchica milanese eravamo in due a tenere i rapporti con Calabresi, io e Pino Pinelli. Pino aveva un rapporto speciale con Calabresi, ogni Natale si regalavano un libro”.
Gabriele Fuga avvocato anarchico autore insieme a Enrico Maltini di “La finestra è ancora aperta” sulla morte di Pinelli tiene a precisare: “È gravemente offensivo per Pinelli e la sua famiglia l’accostamento quasi in ‘simbiosi’ che fa con Pino in merito alla fondazione del circolo del Ponte della Ghisolfa e rapporti con Calabresi. Lui Rovelli dava informazioni e Pino… libri”.
Poi Gabriele Fuga aggiunge: “Si sono dimenticati Rovelli e soprattutto il suo intervistatore di Anna Bolena (nome d’arte di Rovelli n.d.r.) che era al servizio di Federico Umberto D’Amato, responsabile dell’ufficio affari riservati”.
D’Amato, noto anche per una rubrica culinaria sul settimanale L’Espresso, fu uno dei personaggi chiave nella storia della strategia della tensione. Anna Bolena era il nome in codice nei rapporti con i servizi segreti che ebbero un ruolo importante sul quale la magistratura non indagò nel nascondere la verità sulla fine di Pinelli.
Via Fatebenefratelli, sede della questura vide un via vai di 007 arrivati da Roma subito dopo che Pinelli volò dal quarto piano.
Le parole di Rovelli sono significative del modo in cui Luigi Calabresi faceva il commissario, scambiava permessi quantomeno in violazione dei doveri di ufficio in cambio di informazioni sugli anarchici che Rovelli, adesso a 80 anni, punta a ridimensionare ma sulle quali non sapremo mai la verità.
È una intervista da leggere soprattutto per chi santifica Calabresi che quella notte famosa era il più alto in grado a contatto con l’interrogatorio dell’anarchico e l’ufficio dove si svolgeva era il suo.
È da lì, secondo la testimonianza di Lello Valitutti – in questura anche lui perché fermato – Calabresi non si mosse. Anche se il dettaglio non è importante. Il ruolo recitato per nascondere la verità appare fuori discussione. Al di là della sentenza creativa sul malore attivo con cui la magistratura se ne lavava le mani.
Enrico Rovelli, ex manager di rockstar e organizzatore di eventi musicali, festeggia i suoi 80 anni con una compiacente (eufemismo) intervista al Corriere della Sera.
Rovelli afferma di essere ancora anarchico anche se in pratica smentito dalle sue stesse parole con cui ricostruisce il ruolo che ebbe ai tempi della strage di piazza Fontana e della morte per defenestramento di Pino Pinelli.
“Di notizie importanti non ne ho mai date, se lo avessi fatto non sarei qui a raccontarlo – spiega in un colloquio col giornalista per dire e non dire – nell’area anarchica milanese eravamo in due a tenere i rapporti con Calabresi, io e Pino Pinelli. Pino aveva un rapporto speciale con Calabresi, ogni Natale si regalavano un libro”.
Gabriele Fuga avvocato anarchico autore insieme a Enrico Maltini di “La finestra è ancora aperta” sulla morte di Pinelli tiene a precisare: “È gravemente offensivo per Pinelli e la sua famiglia l’accostamento quasi in ‘simbiosi’ che fa con Pino in merito alla fondazione del circolo del Ponte della Ghisolfa e rapporti con Calabresi. Lui Rovelli dava informazioni e Pino… libri”.
Poi Gabriele Fuga aggiunge: “Si sono dimenticati Rovelli e soprattutto il suo intervistatore di Anna Bolena (nome d’arte di Rovelli n.d.r.) che era al servizio di Federico Umberto D’Amato, responsabile dell’ufficio affari riservati”.
D’Amato, noto anche per una rubrica culinaria sul settimanale L’Espresso, fu uno dei personaggi chiave nella storia della strategia della tensione. Anna Bolena era il nome in codice nei rapporti con i servizi segreti che ebbero un ruolo importante sul quale la magistratura non indagò nel nascondere la verità sulla fine di Pinelli.
Via Fatebenefratelli, sede della questura vide un via vai di 007 arrivati da Roma subito dopo che Pinelli volò dal quarto piano.
Le parole di Rovelli sono significative del modo in cui Luigi Calabresi faceva il commissario, scambiava permessi quantomeno in violazione dei doveri di ufficio in cambio di informazioni sugli anarchici che Rovelli, adesso a 80 anni, punta a ridimensionare ma sulle quali non sapremo mai la verità.
È una intervista da leggere soprattutto per chi santifica Calabresi che quella notte famosa era il più alto in grado a contatto con l’interrogatorio dell’anarchico e l’ufficio dove si svolgeva era il suo.
È da lì, secondo la testimonianza di Lello Valitutti – in questura anche lui perché fermato – Calabresi non si mosse. Anche se il dettaglio non è importante. Il ruolo recitato per nascondere la verità appare fuori discussione. Al di là della sentenza creativa sul malore attivo con cui la magistratura se ne lavava le mani.
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Redazione. L’importanza “pedagogica” di storie come questa dovrebbe essere registrata con grande evidenza da ogni nuova generazione di attivisti. Il modo più antico e semplice di cercare di “controllare” i movimenti è quello di infiltrarli con propri agenti (nel gruppo anarchico d’allora, neanche il principale, infilarono il fascista Mario Merlino e un poliziotto sotto copertura, Salvatore Ippolito).
Ma anche quello di “comprare confidenti”, come questo Enrico Rovelli, piccolo-medio “imprenditore culturale” che risolve i problemi di burocrazia che gli si presentano spifferando informazioni al Commissario.
Fonte
29/02/2024
I servizi segreti italiani “preoccupati” dalle mobilitazioni contro la guerra e per la Palestina
È stata presentata al Parlamento la Relazione annuale dei servizi di sicurezza sulle minacce al Paese. Come al solito la relazione è molto ricca di informazioni – e preoccupazioni – sugli scenari internazionali caratterizzati ormai da ben due guerre in corso (Ucraina e Medio Oriente) ma anche dall’esposizione politica e militare all’estero dell’Italia.
Vale pena di concentrarsi sul capitolo dedicato alle “minacce interne” sul fronte politico. Come al solito tanto spazio agli anarchici e ai gruppi della sinistra e poca roba – e assai generica – sui fascisti. Inutile soprendersi, è così da sempre.
Più avanti ci occupiamo invece di quella che i servizi segreti ritengono la “minaccia ibrida” rappresentata da quelle che vengono ritenute le ingerenze della Russia e della Cina sul nostro Paese.
Vale pena di concentrarsi sul capitolo dedicato alle “minacce interne” sul fronte politico. Come al solito tanto spazio agli anarchici e ai gruppi della sinistra e poca roba – e assai generica – sui fascisti. Inutile soprendersi, è così da sempre.
Più avanti ci occupiamo invece di quella che i servizi segreti ritengono la “minaccia ibrida” rappresentata da quelle che vengono ritenute le ingerenze della Russia e della Cina sul nostro Paese.
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La principale preoccupazione e attenzione dei servizi di intelligence sul “fronte interno” è dedicata – come ogni anno da ormai tanti anni – agli anarchici e in particolari a quelli che vengono definiti “anarco-insurrezionalisti”. Particolarmente attenzionate sono state le mobilitazioni che chiedevano la fine del 41bis in occasione del lungo sciopero della fame del prigioniero politico anarchico Alfredo Cospito.
“L’Intelligence, in stretta sinergia informativa con le Forze di polizia, ha continuato a porre particolare attenzione all’attivismo anarco-insurrezionalista che, anche nel 2023, ha rappresentato, nello scenario eversivo interno, il più concreto e insidioso vettore di minaccia. Secondo quanto emerso, la metodologia operativa si è dispiegata su un piano sia “pubblico” che “clandestino”, con un ampio ventaglio d’interventi, da cortei e presidi, in alcuni casi pure al fianco di altre realtà antagoniste per innalzarne il livello di radicalità, agli atti di vandalismo e danneggiamenti, fino ad azioni, potenzialmente più pericolose, poste in essere con manufatti incendiari ed esplosivi”.Prese di mira le mobilitazioni contro il 41 bis e in solidarietà con lo sciopero della fame di Alfredo Cospito:
“La mobilitazione a sostegno del leader detenuto al regime carcerario del 41bis della Federazione Anarchica Informale/ Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI), Alfredo Cospito, ha continuato a costituire il principale volano della lotta libertaria, che ha scandito le tappe del procedimento giudiziario e dello sciopero della fame di Cospito, interrotto ad aprile”.Venendo invece ai gruppi e organizzazioni comuniste, la relazione annuale dei servizi di sicurezza insiste molto nella segnalazione delle mobilitazioni internazionaliste per la Palestina e contro la guerra in Ucraina.
“La classica visione “internazionalista delle lotte” ha contraddistinto in maniera significativa l’attivismo dei ristretti ambienti dell’oltranzismo marxista-leninista che, trainati dagli eventi bellici in Ucraina e, soprattutto, dal riaccendersi della crisi in Medio Oriente, si sono prodigati, pure in collaborazione con omologhi circuiti stranieri, in iniziative propagandistiche e mobilitative dal respiro anti-militarista, anti-imperialista e di decisa opposizione alla NATO. È in questo ambito che lo storico sostegno alla “resistenza palestinese” ha lasciato spazio anche a interpretazioni di maggiore radicalità e intransigenza che si sono spinte a giustificare l’attacco armato di Hamas contro il “colonialismo sionista”.Lavoratori che lottano e giovani che si informano preoccupano molto gli apparati di sicurezza italiani:
“Si è confermata la strumentale attenzione nei confronti del mondo del lavoro, con riferimento tanto a controversie salariali e occupazionali d’importanti realtà produttive nazionali, quanto ai variegati settori del precariato lavorativo, spesso a prevalente composizione immigrata, ritenuti, dalla propaganda d’area, i nuovi terreni dello “scontro di classe”.In un altro passaggio la relazione annuale dei servizi di sicurezza sottolinea che:
“Non sono mancate, inoltre, attività di proselitismo tra i circuiti più giovanili della militanza antagonista con l’intento di plasmare, in una prospettiva di lungo periodo, nuove “coscienze rivoluzionarie”, concretizzatesi, tuttavia, unicamente in opere di studio e di approfondimento della dottrina di riferimento e di vicende legate ai passati “anni di piombo”.
Le convergenze unitarie contro la guerra e nella solidarietà con il popolo palestinese preoccupano i servizi di sicurezza. Probabilmente non solo quelli italiani ma anche quelli israeliani, ucraini e dei paesi Nato:
“I diversi scenari di crisi internazionali hanno influenzato anche l’eterogeneo movimento antagonista che, partendo dal tema della guerra, ha riproposto strategie di convergenza di temi e istanze, in un rinnovato tentativo di ampliamento e di compattezza del fronte del dissenso. Gli attivisti hanno dunque cercato di serrare i ranghi facendo perno, sia a livello propagandistico che di “piazza”, soprattutto sull’antimilitarismo che, oltre a ribadire la sua consolidata valenza aggregativa e trasversale, ha trovato nuovo slancio con gli eventi mediorientali. Oltre a cortei e presidi, si è infatti assistito a iniziative di propaganda e controinformazione in chiave “antisionista”, nel più ampio quadro della campagna denominata “Boicotta, Disinvesti, Sanziona” (BDS), volta a orientare l’opinione pubblica verso forme di pressione contro Israele. Il dibattito strumentale sulle diversificate ricadute dei “conflitti imperialisti” e dell’“economia di guerra” su vari dossier sociali, come il carovita, l’immigrazione, l’emergenza abitativa e occupazionale, ha poi costituito il filo conduttore dell’agenda contestativa antagonista”.Dalla Val di Susa alla Sicilia anche le lotte ambientaliste vissute con preoccupazione:
“Altre tematiche di ampia risonanza e di particolare sensibilità per l’area, come l’antifascismo e l’ambientalismo militante, hanno offerto l’opportunità di rinsaldare contatti e sinergie internazionali. Proprio la visione oltranzista della questione ecologica ha seguitato a qualificarsi come il versante più avanzato della protesta, con iniziative particolarmente veementi o di alto impatto mediatico. Nel senso, la campagna No TAV ha continuato a rappresentare il riferimento più insidioso, con i suoi ciclici picchi mobilitativi, contraddistinti nuovamente da scontri con le Forze dell’ordine, assalti ai cantieri, lanci di sassi e bombe carta.Le minacce “ibride” rappresentate da Russia e Cina
Nel medesimo filone ambientalista si sono inseriti pure i rilevati segnali d’interesse antagonista verso i propositi di realizzare rigassificatori e nuove infrastrutture, come il ponte sullo stretto di Messina, che ha già fatto registrare fermenti nei circuiti dell’antagonismo locale”.
Un altro capitolo interessante e destinato a produrre effetti preoccupanti – anche in base ai diktat del presidente ucraino Zelenski – è quello dedicate alla “minaccia ibrida” individuata soprattutto nelle attività in Italia di Russia e Cina.
“Anche nel 2023 la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese si sono confermate tra i principali attori della minaccia ibrida, in grado di condurre campagne in danno dei Paesi occidentali sfruttando alcune delle caratteristiche sistemiche che connotano le nostre società, quali l’apertura dei mercati e le garanzie di libertà e indipendenza dei media”è scritto nella relazione.
Entrando nel merito la relazione dei servizi segreti italiani sulla “minaccia ibrida della Russia” sottolinea, a loro avviso ovviamente, che:
“Nel 2023 gli apparati di informazione legati al Cremlino hanno continuato a operare all’interno del dominio dell’informazione per minare la coesione europea e la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni sia nazionali che dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica. Dopo il blocco imposto dall’UE alle attività verso gli Stati membri dei media russi, come RT e Sputnik, e l’adozione di politiche più stringenti a contrasto della disinformazione e della propaganda di Mosca, quest’ultima ha potuto contare sull’appoggio di network mediatici di Paesi terzi per promuovere le proprie narrative ampliando, allo stesso tempo, la propria capacità di coordinamento a livello internazionale.Relativamente alla Cina, la relazione annuale dei servizi scrive che:
Le narrazioni diffuse dalle campagne disinformative russe hanno riguardato, anche nel 2023, la colpevolizzazione della NATO e dei Paesi occidentali per la guerra in Ucraina, alla quale si aggiunge, come elemento di novità, quella per la guerra tra Israele e Hamas. Su tale versante, a partire dal 7 ottobre 2023, la posizione ufficiale russa è stata caratterizzata da una forte ambiguità rispetto alla sua formale iniziale equidistanza tra le parti, cercando di attribuire la colpa dell’escalation all’Occidente, con un progressivo posizionamento a favore della posizione di Hamas.
Mosca ha subito sfruttato la situazione per evidenziare le divisioni politiche statunitensi sui finanziamenti all’Ucraina e interpretare a proprio favore le differenti posture dei partner occidentali dell’Ucraina, sostenendo che questi avrebbero abbandonato il supporto – sia politico che in termini di aiuti economici e militari – a Kiev per indirizzarlo verso Israele”.
“Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, grazie anche a un ventaglio di leggi nazionali che lo permettono (come ad esempio la recente legge sul controspionaggio), i principali vettori della minaccia ibrida impiegati fanno affidamento anche su alcuni elementi della diaspora cinese nell’Unione Europea. Questi ultimi vengono infatti utilizzati per: raccogliere informazioni di pregio; mettere in atto azioni di pressione economica; penetrare e interferire all’interno del mondo accademico e della ricerca; condurre operazioni cibernetiche ostili con maggiore efficacia; manipolare l’informazione per finalità di propaganda e per orientare, in modo favorevole alla Cina, l’opinione pubblica europea”.Ancora sulla Cina, i servizi segreti italiani individuano come minaccia ibrida anche la postura diplomatica assunta da Pechino sui vari teatri di crisi e di guerra.
“Sul versante cyber, nel corso del 2023 la Cina si è confermata come uno degli attori principali della minaccia, caratterizzato da elevata sofisticazione e da un alto livello di maturità operativa. Per quanto riguarda il dominio dell’informazione, Pechino è in grado di condurre operazioni informative tese a influenzare la percezione dell’opinione pubblica all’estero in modo favorevole agli interessi della Repubblica Popolare Cinese, accreditandosi come partner affidabile e di rilievo e ricorrendo anche a noti influencer per promuovere un’immagine positiva del Paese”.L’approccio “pacifico” della Cina preoccupa invece che avvicinare:
Durante il 2023, la postura cinese sul conflitto russo-ucraino si è attestata su un appoggio tiepido e moderato a Mosca, condividendo alcune narrative diffuse sui social, quali la responsabilità di Washington tra le motivazioni della lunga durata del conflitto e la presenza di laboratori biologici sperimentali statunitensi in Ucraina. Per quanto riguarda il conflitto tra Israele e Hamas, la Cina, analogamente a quanto fatto per il conflitto russo-ucraino, ha adottato il suo consueto approccio “pacifico” anche per porsi in strategica contrapposizione con quello “militare” degli Stati Uniti... promuovendo Pechino come un possibile mediatore tra le parti e, al contempo, attribuendo a Washington la responsabilità del conflitto in Israele”.Fonte
26/12/2023
Anarchici a processo per un giornaletto a Massa
Le mobilitazioni in solidarietà con Alfredo Cospito nel corso del lunghissimo sciopero della fame portano alla celebrazione dell’ennesimo processo che inizierà il prossimo 9 gennaio davanti al Tribunale di Massa con rito immediato. I reati contestati dalla procura di Genova sono quelli di istigazione a delinquere e offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica.
4 imputati sono agli arresti domiciliari in 5 hanno l’obbligo di dimora e uno è libero. L’inchiesta è quella denominata Scripta Scelera e ruota intorno alla rivista Bezmotivny, accusata in un altro troncone di indagine per stampa clandestina nonostante fosse stata in bacheca sulla pubblica via.
Il quadro dell’indagine è abbastanza pasticciato con il processo che viene celebrato mentre si è ancora in attesa dell’udienza in Cassazione sulle misure cautelari.
Sotto accusa c’è una storia di solidarietà di internazionalismo di lotta di classe. Il prossimo 9 gennaio davanti al Tribunale ci sarà un presidio contro la censura e un comunicato che indice la mobilitazione afferma che non basteranno le acrobazie tecniche di un magistrato in cerca di autore a far sì che un percorso politico venga giudicato e liquidato alla chetichella.
Nel recente passato la procura di Roma aveva avuto l’idea di procedere con il rito immediato nell’operazione Byalistock senza avere grande fortuna.
Bezmotivny ricorda la storia di altri giornali e riviste dell’area antagonista finiti a processo. Chi ha i capelli e la barba bianca ha memoria della rivista dell’autonomia operaia “Metropoli” finita nei guai ormai quasi mezzo secolo fa per un fumetto sul caso Moro.
Scripta Scelera è una delle tante inchieste aperte sugli anarchici negli ultimi anni dove viene contestata anche l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo quasi sempre caduta ancora prima di arrivare in aula.
Evidentemente la pista anarchica è eterna e ha ripreso vigore come si diceva all’inizio per reprimere la solidarietà ad Alfredo Cospito detenuto nel carcere di Sassari Bancali col regime del 41bis che gli nega anche il diritto di accedere alla biblioteca centrale della prigione.
Fonte
4 imputati sono agli arresti domiciliari in 5 hanno l’obbligo di dimora e uno è libero. L’inchiesta è quella denominata Scripta Scelera e ruota intorno alla rivista Bezmotivny, accusata in un altro troncone di indagine per stampa clandestina nonostante fosse stata in bacheca sulla pubblica via.
Il quadro dell’indagine è abbastanza pasticciato con il processo che viene celebrato mentre si è ancora in attesa dell’udienza in Cassazione sulle misure cautelari.
Sotto accusa c’è una storia di solidarietà di internazionalismo di lotta di classe. Il prossimo 9 gennaio davanti al Tribunale ci sarà un presidio contro la censura e un comunicato che indice la mobilitazione afferma che non basteranno le acrobazie tecniche di un magistrato in cerca di autore a far sì che un percorso politico venga giudicato e liquidato alla chetichella.
Nel recente passato la procura di Roma aveva avuto l’idea di procedere con il rito immediato nell’operazione Byalistock senza avere grande fortuna.
Bezmotivny ricorda la storia di altri giornali e riviste dell’area antagonista finiti a processo. Chi ha i capelli e la barba bianca ha memoria della rivista dell’autonomia operaia “Metropoli” finita nei guai ormai quasi mezzo secolo fa per un fumetto sul caso Moro.
Scripta Scelera è una delle tante inchieste aperte sugli anarchici negli ultimi anni dove viene contestata anche l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo quasi sempre caduta ancora prima di arrivare in aula.
Evidentemente la pista anarchica è eterna e ha ripreso vigore come si diceva all’inizio per reprimere la solidarietà ad Alfredo Cospito detenuto nel carcere di Sassari Bancali col regime del 41bis che gli nega anche il diritto di accedere alla biblioteca centrale della prigione.
Fonte
23/12/2023
Storia della caccia al fantasma anarchico
Per merito del lungo sciopero della fame contro il 41bis di Alfredo Cospito siamo tutti tornati per diversi mesi a parlare di anarchici, come non accadeva dai tempi dell’inchiesta su piazza Fontana.
Ne scrive Mario Di Vito in “La pista anarchica. dai pacchi bomba al caso Cospito”, 166 pagine, 18 curo, Edizioni La Terza. Di Vito non è un anarchico anche se racconta dì conoscerne molti, fa il giornalista al Manifesto dove si occupa di cronaca e politica giudiziaria, con spinto critico nei confronti della magistratura, a differenza della stragrande maggioranza dei cronisti.
Nel libro racconta gli anarchici degli ultimi 30 anni a partire dai pacchi bomba del 1990, per poi illustrare la caterva di inchieste che si sono succedute e dove molto spesso l’accusa di “associazione sovversiva finalizzata al terrorismo” non ha trovato riscontri, a volte addirittura cassata in sede di riesame.
Di Cospito si paria a lungo spiegando che a differenza, per esempio, di Valpreda il quale affermava la sua innocenza, l’anarchico abruzzese – poi trasfentosi in Piemonte – rivendica di essere un “terrorista”.
Non è un assassino, aveva ferito il manager Roberto Adinolfi rimediando la condanna a 9 anni e 6 mesi Poi i pacchi bomba di Fossano che non provocarono morti o feriti ma che sono costati la condanna a 23 anni dopo aver rischiato di prendere l’ergastolo per “strage politica”, un’accusa non contestata neanche ai responsabili delle uccisioni di Falcone e Borsellino.
La battaglia contro il 41bis il motto di Cospito è stato “non per me ma per gli altri innanzitutto anziani e malati“. Scrive Di Vito: “Un anarchico insurrezionalista, un bombarolo, uno che di solito si esprime soltanto per minacciare i suoi nemici si sta trasformando in un difensore dell’ordine costituzionale del paese. E per farlo umilia Nordio”.
Nordio infatti prima di fare il ministro aveva sostenuto che il 41bis era incivile. Poi arrivato in via Arenula si è ben guardato dal revocare l’articolo del carcere più duro firmato nel maggio del 2022 da Marta Cartabia.
Poi fuori a lottare sono rimasti solo gli anarchici. Il caso ha finito di offrire spunti ai giornalisti e con un gioco di parole rispunta solo quando i partiti, tra l’altro tutti favorevoli al 41bis, litigano tra loro, come è successo per il caso del sottosegretanio Andrea Delmastro, un politico che al di là delle ipotizzate responsabilità penali è abbonato alle gaffe e agli autogol.
Nel 2003 arriva a casa di Romano Prodi, allora capo della commissione europea, un pacco con dentro una copia del Piacere di Gabriele D’Annunzio, da dove parte una fiammata. Attentato rivendicato dalla Federazione Anarchica Informale. Di Vito racconta che da allora la vicenda impegnerà le procure di mezza Italia per indagare sulla battaglia contro lo Stato e il capitale.
A condurla poche decine di persone che nemmeno si conoscono tra loro. “Venti anni di piste e vicoli ciechi alla ricerca di un fantasma, il fantasma dell’anarchia vendicatrice” sintetizza l’autore.
Durante le manifestazioni a favore di Cospito decine di anarchici sono stati denunciati per reati di piazza, inducendo le destre e i sindacati di polizia a varare, come in realtà tentano di fare da tempo, il reato di “terrorismo di piazza”.
Sono gli stessi refrattari (eufemismo) a dotare i poliziotti di un numero identificativo.
Il lavoro di Mario Di Vito è utile, anche a chi non ne condivide contenuti e idee, per capire come funziona la democratura italiana. E serve per continuare a parlare e a denunciare la tortura del 4ibis che però non è nato con le stragi di mafia. Si tratta infatti semplicemente della continuazione dell’”articolo 90” introdotto ai tempi della madre di tutte le emergenze e mai revocato per annientare l’identità dei detenuti politici oltre ad attaccarli fisicamente e psicologicamente.
Oggi oltre a Cospito il 4lbis viene applicato ad altri tre detenuti politici Marco Mezzasalma, Roberto Morandi e Nadia Lioce. Tutti ex militanti delle Brigate Rosse [in realtà di una formazione successiva, che ne aveva ripreso il nome, ndr] che non esistono più da oltre 20 anni.
Fonte
Ne scrive Mario Di Vito in “La pista anarchica. dai pacchi bomba al caso Cospito”, 166 pagine, 18 curo, Edizioni La Terza. Di Vito non è un anarchico anche se racconta dì conoscerne molti, fa il giornalista al Manifesto dove si occupa di cronaca e politica giudiziaria, con spinto critico nei confronti della magistratura, a differenza della stragrande maggioranza dei cronisti.
Nel libro racconta gli anarchici degli ultimi 30 anni a partire dai pacchi bomba del 1990, per poi illustrare la caterva di inchieste che si sono succedute e dove molto spesso l’accusa di “associazione sovversiva finalizzata al terrorismo” non ha trovato riscontri, a volte addirittura cassata in sede di riesame.
Di Cospito si paria a lungo spiegando che a differenza, per esempio, di Valpreda il quale affermava la sua innocenza, l’anarchico abruzzese – poi trasfentosi in Piemonte – rivendica di essere un “terrorista”.
Non è un assassino, aveva ferito il manager Roberto Adinolfi rimediando la condanna a 9 anni e 6 mesi Poi i pacchi bomba di Fossano che non provocarono morti o feriti ma che sono costati la condanna a 23 anni dopo aver rischiato di prendere l’ergastolo per “strage politica”, un’accusa non contestata neanche ai responsabili delle uccisioni di Falcone e Borsellino.
La battaglia contro il 41bis il motto di Cospito è stato “non per me ma per gli altri innanzitutto anziani e malati“. Scrive Di Vito: “Un anarchico insurrezionalista, un bombarolo, uno che di solito si esprime soltanto per minacciare i suoi nemici si sta trasformando in un difensore dell’ordine costituzionale del paese. E per farlo umilia Nordio”.
Nordio infatti prima di fare il ministro aveva sostenuto che il 41bis era incivile. Poi arrivato in via Arenula si è ben guardato dal revocare l’articolo del carcere più duro firmato nel maggio del 2022 da Marta Cartabia.
Poi fuori a lottare sono rimasti solo gli anarchici. Il caso ha finito di offrire spunti ai giornalisti e con un gioco di parole rispunta solo quando i partiti, tra l’altro tutti favorevoli al 41bis, litigano tra loro, come è successo per il caso del sottosegretanio Andrea Delmastro, un politico che al di là delle ipotizzate responsabilità penali è abbonato alle gaffe e agli autogol.
Nel 2003 arriva a casa di Romano Prodi, allora capo della commissione europea, un pacco con dentro una copia del Piacere di Gabriele D’Annunzio, da dove parte una fiammata. Attentato rivendicato dalla Federazione Anarchica Informale. Di Vito racconta che da allora la vicenda impegnerà le procure di mezza Italia per indagare sulla battaglia contro lo Stato e il capitale.
A condurla poche decine di persone che nemmeno si conoscono tra loro. “Venti anni di piste e vicoli ciechi alla ricerca di un fantasma, il fantasma dell’anarchia vendicatrice” sintetizza l’autore.
Durante le manifestazioni a favore di Cospito decine di anarchici sono stati denunciati per reati di piazza, inducendo le destre e i sindacati di polizia a varare, come in realtà tentano di fare da tempo, il reato di “terrorismo di piazza”.
Sono gli stessi refrattari (eufemismo) a dotare i poliziotti di un numero identificativo.
Il lavoro di Mario Di Vito è utile, anche a chi non ne condivide contenuti e idee, per capire come funziona la democratura italiana. E serve per continuare a parlare e a denunciare la tortura del 4ibis che però non è nato con le stragi di mafia. Si tratta infatti semplicemente della continuazione dell’”articolo 90” introdotto ai tempi della madre di tutte le emergenze e mai revocato per annientare l’identità dei detenuti politici oltre ad attaccarli fisicamente e psicologicamente.
Oggi oltre a Cospito il 4lbis viene applicato ad altri tre detenuti politici Marco Mezzasalma, Roberto Morandi e Nadia Lioce. Tutti ex militanti delle Brigate Rosse [in realtà di una formazione successiva, che ne aveva ripreso il nome, ndr] che non esistono più da oltre 20 anni.
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10/10/2023
Anarchici, da domiciliari a carcere per colloqui “sospetti”
Gino Vatteroni, anarchico indagato nel processo “Scripta scelera”, dagli arresti domiciliari, sino a mercoledì 4 ottobre, è direttamente passato al carcere ad alta sorveglianza di Alessandria, con il trattamento riservato ai detenuti politici pericolosi, per istigazione a delinquere aggravata, priva di fatti concreti diversi dalla redazione di scritti sulla rivista “Bezmotivny” considerata dagli inquirenti antiterrorismo una sorta di “Metropoli” del terzo millennio.
Vatteroni è oggetto, con altri, di un’indagine della Digos della Spezia diretta dalla DDA di Genova per due anni, che i contribuenti hanno pagato per scoprire quanto tutti gli abbonati al giornale esclusivamente cartaceo, pubblicato e poi spedito con posta ordinaria e con i normali canali anche nelle carceri, potevano leggere.
Questo giornale è stato chiuso spontaneamente dagli indagati per mancanza di soldi il mese prima degli arresti (8 agosto). Nessun fatto concreto, diverso dalla scrittura, contro cose o persone è attribuito agli indagati.
Malgrado Procura DDA e Gip di Genova avessero ritenuto il gruppo una cellula sovversiva, il Tribunale della libertà ha stabilito che tale ipotesi di reato non era sorretta da gravi indizi di colpevolezza, negando sempre la custodia in carcere e confermando gli arresti domiciliari rinforzati (con divieto di contatti esterni) e alcuni obblighi di dimora, sugli altri reati (istigazione a delinquere aggravata, in primis) contestati. “Siamo tutti in attesa di leggere le motivazioni di tale provvedimento”, dice l’avvocato George Botti.
Martedì 3 a Vatteroni è stata aggravata la misura e mercoledì 4, dagli arresti domiciliari con braccialetto, è stato collocato in carcere a Massa: gli sono state contestate delle violazioni alle prescrizioni, cioè dei “colloqui non permessi”. Avrebbe parlato con due persone ritenute “sospette” per fatti accaduti ormai molti anni fa, violando le prescrizioni relative al provvedimento restrittivo. Poi da Massa alla casa di reclusione di Alessandria.
L’incensuratezza di questo cinquantaseienne e la ritenuta, da un collegio di tre magistrati, insussistenza di gravi indizi di colpevolezza per il reato di ‘associazione sovversiva finalizzata al terrorismo’ evidentemente poco conta innanzi al fatto che Gino Vatteroni da una vita si professa dichiaratamente ed apertamente anarchico.
Ad avviso di Procura e DAP del Ministero, l’esistenza di un’aggravante al reato di ‘istigazione’ basta per l’alta sicurezza in carcere.
Il difensore farà appello al Tribunale del Riesame contro l’aggravamento della misura cautelare deciso da un gip che ha fatto copia e incolla con la richiesta della procura. Entrambi evidentemente “avvelenati” per essere stati smentiti dal Riesame che aveva cancellato il reato più grave.
La rivista così tanto pericolosa per la sicurezza dello Stato e per l’ordine pubblico stava anche in bacheca in una pubblica via di Carrara, città da secoli sospetta perché centrale nell’attività anarchica. Insomma altra aggravante...
Fonte
Vatteroni è oggetto, con altri, di un’indagine della Digos della Spezia diretta dalla DDA di Genova per due anni, che i contribuenti hanno pagato per scoprire quanto tutti gli abbonati al giornale esclusivamente cartaceo, pubblicato e poi spedito con posta ordinaria e con i normali canali anche nelle carceri, potevano leggere.
Questo giornale è stato chiuso spontaneamente dagli indagati per mancanza di soldi il mese prima degli arresti (8 agosto). Nessun fatto concreto, diverso dalla scrittura, contro cose o persone è attribuito agli indagati.
Malgrado Procura DDA e Gip di Genova avessero ritenuto il gruppo una cellula sovversiva, il Tribunale della libertà ha stabilito che tale ipotesi di reato non era sorretta da gravi indizi di colpevolezza, negando sempre la custodia in carcere e confermando gli arresti domiciliari rinforzati (con divieto di contatti esterni) e alcuni obblighi di dimora, sugli altri reati (istigazione a delinquere aggravata, in primis) contestati. “Siamo tutti in attesa di leggere le motivazioni di tale provvedimento”, dice l’avvocato George Botti.
Martedì 3 a Vatteroni è stata aggravata la misura e mercoledì 4, dagli arresti domiciliari con braccialetto, è stato collocato in carcere a Massa: gli sono state contestate delle violazioni alle prescrizioni, cioè dei “colloqui non permessi”. Avrebbe parlato con due persone ritenute “sospette” per fatti accaduti ormai molti anni fa, violando le prescrizioni relative al provvedimento restrittivo. Poi da Massa alla casa di reclusione di Alessandria.
L’incensuratezza di questo cinquantaseienne e la ritenuta, da un collegio di tre magistrati, insussistenza di gravi indizi di colpevolezza per il reato di ‘associazione sovversiva finalizzata al terrorismo’ evidentemente poco conta innanzi al fatto che Gino Vatteroni da una vita si professa dichiaratamente ed apertamente anarchico.
Ad avviso di Procura e DAP del Ministero, l’esistenza di un’aggravante al reato di ‘istigazione’ basta per l’alta sicurezza in carcere.
Il difensore farà appello al Tribunale del Riesame contro l’aggravamento della misura cautelare deciso da un gip che ha fatto copia e incolla con la richiesta della procura. Entrambi evidentemente “avvelenati” per essere stati smentiti dal Riesame che aveva cancellato il reato più grave.
La rivista così tanto pericolosa per la sicurezza dello Stato e per l’ordine pubblico stava anche in bacheca in una pubblica via di Carrara, città da secoli sospetta perché centrale nell’attività anarchica. Insomma altra aggravante...
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28/08/2023
Giurisprudenza creativa: “anarchici sono inaffidabili”
“Non emergono dagli atti di indagine elementi seri e concreti che consentano di fare affidamento su una cooperazione da parte degli indagati. Anzi tale concorso di volontà non solo non è ipotizzabile ma può ragionevolmente escludersi. Si tratta di soggetti refrattari al rispetto delle regole imposte dall’autorità”.
Questo scrive il pm di Genova Federico Monotti nel ricorso contro la decisione del gip di decidere “solo” per arresti domiciliari e obblighi di dimora in relazione alla posizione degli anarchici accusati di ‘associazione sovversiva finalizzata al terrorismo’ per la pubblicazione della rivista Bezmotivny definita dai magistrati “clandestina” pur stando in bacheca sulla pubblica via di Carrara.
Siamo in presenza di una giurisprudenza sempre più “creativa” che arriva a affermare che gli indagati devono cooperare con l’indagine altrimenti non risultano “affidabili”. Per cui per loro ci può essere solo la custodia cautelare in carcere.
Il ricorso del pm sarà discusso davanti al Tribunale del Riesame il 6 settembre mentre quello dei difensori che chiedono di annullare tutte le misure cautelari sarà esaminato domani mattina, lunedì.
Agli atti è stata allegata una relazione della Digos sull’ultimo numero della rivista che è praticamente stata chiusa con l’esecuzione delle misure cautelari.
La polizia racconta le difficoltà economiche del quindicinale emergenti dallo scambio di mail tra gli indagati per concludere: “Malgrado le difficoltà appare di tutta evidenza la ferma volontà del gruppo editoriale a proseguire nella stampa del quindicinale anarchico clandestino proseguendo nella loro idea apologetica associativa istigatoria ed esaltando sia la parte ideologica sia l’azione diretta”.
Insomma, lor signori hanno paura di un quindicinale chiuso per mancanza di soldi, perché tra l’altro non tornerebbero indietro i denari delle vendite delle copie mandate a diversi centri sociali.
Mezzo secolo fa più o meno il potere costituito scatenò la repressione per un fumetto pubblicato dalla rivista Metropoli. Ma almeno il potere di allora aveva l’attenuante cosiddetta che c’era di mezzo Moro oltre ai morti per le strade.
Qui nel terzo millennio siamo alla repressione senza sovversione. Del tutto preventiva.
Fonte
Questo scrive il pm di Genova Federico Monotti nel ricorso contro la decisione del gip di decidere “solo” per arresti domiciliari e obblighi di dimora in relazione alla posizione degli anarchici accusati di ‘associazione sovversiva finalizzata al terrorismo’ per la pubblicazione della rivista Bezmotivny definita dai magistrati “clandestina” pur stando in bacheca sulla pubblica via di Carrara.
Siamo in presenza di una giurisprudenza sempre più “creativa” che arriva a affermare che gli indagati devono cooperare con l’indagine altrimenti non risultano “affidabili”. Per cui per loro ci può essere solo la custodia cautelare in carcere.
Il ricorso del pm sarà discusso davanti al Tribunale del Riesame il 6 settembre mentre quello dei difensori che chiedono di annullare tutte le misure cautelari sarà esaminato domani mattina, lunedì.
Agli atti è stata allegata una relazione della Digos sull’ultimo numero della rivista che è praticamente stata chiusa con l’esecuzione delle misure cautelari.
La polizia racconta le difficoltà economiche del quindicinale emergenti dallo scambio di mail tra gli indagati per concludere: “Malgrado le difficoltà appare di tutta evidenza la ferma volontà del gruppo editoriale a proseguire nella stampa del quindicinale anarchico clandestino proseguendo nella loro idea apologetica associativa istigatoria ed esaltando sia la parte ideologica sia l’azione diretta”.
Insomma, lor signori hanno paura di un quindicinale chiuso per mancanza di soldi, perché tra l’altro non tornerebbero indietro i denari delle vendite delle copie mandate a diversi centri sociali.
Mezzo secolo fa più o meno il potere costituito scatenò la repressione per un fumetto pubblicato dalla rivista Metropoli. Ma almeno il potere di allora aveva l’attenuante cosiddetta che c’era di mezzo Moro oltre ai morti per le strade.
Qui nel terzo millennio siamo alla repressione senza sovversione. Del tutto preventiva.
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09/08/2023
Ancora persecuzioni giudiziarie contro gli anarchici. 9 arresti per un giornale
Dietro il blitz il nulla o peggio solo reati di opinione e di stampa. La Digos di Genova, La Spezia e Massa Carrara hanno dato vita questa mattina all’operazione “Scripta Scelera” che ha eseguito 9 misure cautelari emesse dal gip di Genova su richiesta della locale procura. I reati contestati a carico di altrettanti militanti anarchici sono associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia con finalità di terrorismo e offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica. Alcuni degli anarchici arrestati sono attivi nel circolo anarchico “Goliardo Fiaschi” di Carrara.
Le agenzie riferiscono che un indagato di 27 anni è stato portato in carcere, tre – di età compresa tra 56 e 35 anni – agli arresti domiciliari, altri cinque, di età compresa tra i 47 e i 29 anni, all’obbligo di dimora. Eseguite a carico di tutti gli indagati anche 10 perquisizioni locali, personali e informatiche nelle province di Bergamo, Lucca, Massa Carrara, L’Aquila e Perugia.
Le indagini degli investigatori della Digos e del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo interno coordinate dalla procura di Genova, dichiarano di aver individuato “l’esistenza di un’associazione con finalità di terrorismo dedita, tra l’altro, all’ideazione, predisposizione, redazione, stampa e diffusione della pubblicazione clandestina denominata “Bezmotivny – Senza Motivo”. Si tratta di una pubblicazione quindicinale in versione cartacea dal costo di 1,5 euro, la cui prima edizione risale al febbraio 2021.
Sul sito del giornale viene spiegato che “Il nome del periodico si richiama agli anarchici bezmotivny che, in Russia ai primi del ‘900, scelgono di colpire la borghesia per rompere la pacificazione sociale e radicalizzare l’attacco allo Stato. Ai più, in quel momento un attacco violento sembrava senza motivo, lo stesso accade adesso. Invece, l’obiettivo del nostro giornale è quello di raccogliere i momenti di una guerra in corso, per non cedere alla rassegnazione e contribuire a mostrare un motivo che esiste ed è sempre esistito”. In un altro passaggio si chiarisce che “il giornale sarà internazionalista; ospiterà le rivendicazioni di attacchi degli anarchici da varie parti del mondo”.
Nel blitz di questa mattina sono stati perquisiti anche il circolo libertario “Goliardo Fiaschi” di Carrara e la tipografia “Avenza Grafica” di Massa – quest’ultima sequestrata – dove veniva stampato il periodico.
In pratica è stata messa in piedi una grande operazione “antiterrorismo” per far chiudere un giornale quindicinale cartaceo e ritenendo un reato quello che c’è scritto. Siamo dunque sul terreno dei reati di opinione che vengono perseguiti penalmente. Ma non fanno così anche le autocrazie ogni giorno tanto stigmatizzate?
Fonte
Le agenzie riferiscono che un indagato di 27 anni è stato portato in carcere, tre – di età compresa tra 56 e 35 anni – agli arresti domiciliari, altri cinque, di età compresa tra i 47 e i 29 anni, all’obbligo di dimora. Eseguite a carico di tutti gli indagati anche 10 perquisizioni locali, personali e informatiche nelle province di Bergamo, Lucca, Massa Carrara, L’Aquila e Perugia.
Le indagini degli investigatori della Digos e del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo interno coordinate dalla procura di Genova, dichiarano di aver individuato “l’esistenza di un’associazione con finalità di terrorismo dedita, tra l’altro, all’ideazione, predisposizione, redazione, stampa e diffusione della pubblicazione clandestina denominata “Bezmotivny – Senza Motivo”. Si tratta di una pubblicazione quindicinale in versione cartacea dal costo di 1,5 euro, la cui prima edizione risale al febbraio 2021.
Sul sito del giornale viene spiegato che “Il nome del periodico si richiama agli anarchici bezmotivny che, in Russia ai primi del ‘900, scelgono di colpire la borghesia per rompere la pacificazione sociale e radicalizzare l’attacco allo Stato. Ai più, in quel momento un attacco violento sembrava senza motivo, lo stesso accade adesso. Invece, l’obiettivo del nostro giornale è quello di raccogliere i momenti di una guerra in corso, per non cedere alla rassegnazione e contribuire a mostrare un motivo che esiste ed è sempre esistito”. In un altro passaggio si chiarisce che “il giornale sarà internazionalista; ospiterà le rivendicazioni di attacchi degli anarchici da varie parti del mondo”.
Nel blitz di questa mattina sono stati perquisiti anche il circolo libertario “Goliardo Fiaschi” di Carrara e la tipografia “Avenza Grafica” di Massa – quest’ultima sequestrata – dove veniva stampato il periodico.
In pratica è stata messa in piedi una grande operazione “antiterrorismo” per far chiudere un giornale quindicinale cartaceo e ritenendo un reato quello che c’è scritto. Siamo dunque sul terreno dei reati di opinione che vengono perseguiti penalmente. Ma non fanno così anche le autocrazie ogni giorno tanto stigmatizzate?
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07/04/2023
A Napoli un altro caso Cospito?
Dallo scorso 28 marzo un attivista anarchico, Marco Marino, è stato arrestato in “forma preventiva” nell’ambito di una indagine ancora in corso.
L’articolo del Codice Penale utilizzato per questo arresto è il “270bis”. L’inchiesta coinvolge 12 persone ed è diretta dal pubblico ministero De Marco Maurizio.
A Marco Marino viene contestata la partecipazione ad un “attentato” avvenuto il 4 marzo 2021 nei pressi della sede del Consolato di Grecia a Napoli.
Se la memoria non ci inganna, l’attentato di cui parla questa “inchiesta” è poco più di un petardo (denominato “Rambo”), di quelli che – a Napoli – vengono esplosi a centinaia ogni giorno per festeggiare compleanni, eventi ludici, sportivi e quant’altro. Materiale pirotecnico liberamente in vendita nei numerosi negozi che trattano questo tipo di merce.
L’arresto di Marco Marino è stato descritto dalla stampa locale come la cattura di un “pericoloso terrorista”. Infatti è stato prima ristretto nella Sezione AS2 del Carcere di Secondigliano (un segmento particolarmente punitivo della struttura differenziata con cui a Secondigliano vengono “classificati” i detenuti) e poi trasferito a Terni.
Nel carcere della città umbra Marco Marino è stato associato in un cella con un altro detenuto anarchico, Juan Sorroche, condannato ad una pesante pena, 14 anni di detenzione, per un altro “attentato dinamitardo” (di quelli che nessuno ricorda e forse nessuno si è mai accorto...) che sarebbe stato compiuto in Veneto qualche anno fa.
Secondo le carte, i tempi dell’arresto sono stati accelerati dalle incalzanti azioni di solidarietà ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame contro 41bis ed ergastolo ostativo.
È evidente che l’arresto di Marco Marino e il trattamento carcerario a cui è sottoposto sono il prodotto perverso del clima culturale, politico e materiale che scaturisce dalla gestione paranoica e ferocemente antisociale, di cui la “vicenda Alfredo Cospito” e la sua determinazione a lottare contro il famigerato “41 bis” e il cosiddetto “Ergastolo Ostativo” sono l’aspetto più eclatante.
Ancora una volta siamo in presenza di un atto repressivo contro gli anarchici che è segnato – in ogni sua caratteristica formale ed informale – da una “logica dell’Emergenza” che moltiplica a dismisura il “rischio percepito” di fatti trascurabili, ma che sta dettando tempi e forme della repressione in ogni ambito della società.
Facciamo appello affinché si produca il massimo di attenzione possibile sulla persecuzione giudiziaria e penale in atto contro Marco Marino.
Sollecitiamo attivisti, compagni ed operatori del diritto ad un a presa di posizione pubblica di critica verso gli oggettivi elementi di “sproporzione giudiziaria e materiale” che sono stati impiegati dalla Procura della Repubblica partenopea.
Rompere il silenzio e cancellare il cono d’ombra che magistratura, polizia ed apparati dello Stato vorrebbero sancire, attraverso casi come questo, è un dovere per quanti non sono disposti a rassegnarsi ad un pericoloso “stato di eccezione permanente” e a un desolante presente panottico.
Alcuni link che rimandano alla notizia dell’arresto di Marco Marino:
Link 1
Link 2
Fonte
L’articolo del Codice Penale utilizzato per questo arresto è il “270bis”. L’inchiesta coinvolge 12 persone ed è diretta dal pubblico ministero De Marco Maurizio.
A Marco Marino viene contestata la partecipazione ad un “attentato” avvenuto il 4 marzo 2021 nei pressi della sede del Consolato di Grecia a Napoli.
Se la memoria non ci inganna, l’attentato di cui parla questa “inchiesta” è poco più di un petardo (denominato “Rambo”), di quelli che – a Napoli – vengono esplosi a centinaia ogni giorno per festeggiare compleanni, eventi ludici, sportivi e quant’altro. Materiale pirotecnico liberamente in vendita nei numerosi negozi che trattano questo tipo di merce.
L’arresto di Marco Marino è stato descritto dalla stampa locale come la cattura di un “pericoloso terrorista”. Infatti è stato prima ristretto nella Sezione AS2 del Carcere di Secondigliano (un segmento particolarmente punitivo della struttura differenziata con cui a Secondigliano vengono “classificati” i detenuti) e poi trasferito a Terni.
Nel carcere della città umbra Marco Marino è stato associato in un cella con un altro detenuto anarchico, Juan Sorroche, condannato ad una pesante pena, 14 anni di detenzione, per un altro “attentato dinamitardo” (di quelli che nessuno ricorda e forse nessuno si è mai accorto...) che sarebbe stato compiuto in Veneto qualche anno fa.
Secondo le carte, i tempi dell’arresto sono stati accelerati dalle incalzanti azioni di solidarietà ad Alfredo Cospito, prigioniero anarchico in sciopero della fame contro 41bis ed ergastolo ostativo.
È evidente che l’arresto di Marco Marino e il trattamento carcerario a cui è sottoposto sono il prodotto perverso del clima culturale, politico e materiale che scaturisce dalla gestione paranoica e ferocemente antisociale, di cui la “vicenda Alfredo Cospito” e la sua determinazione a lottare contro il famigerato “41 bis” e il cosiddetto “Ergastolo Ostativo” sono l’aspetto più eclatante.
Ancora una volta siamo in presenza di un atto repressivo contro gli anarchici che è segnato – in ogni sua caratteristica formale ed informale – da una “logica dell’Emergenza” che moltiplica a dismisura il “rischio percepito” di fatti trascurabili, ma che sta dettando tempi e forme della repressione in ogni ambito della società.
Facciamo appello affinché si produca il massimo di attenzione possibile sulla persecuzione giudiziaria e penale in atto contro Marco Marino.
Sollecitiamo attivisti, compagni ed operatori del diritto ad un a presa di posizione pubblica di critica verso gli oggettivi elementi di “sproporzione giudiziaria e materiale” che sono stati impiegati dalla Procura della Repubblica partenopea.
Rompere il silenzio e cancellare il cono d’ombra che magistratura, polizia ed apparati dello Stato vorrebbero sancire, attraverso casi come questo, è un dovere per quanti non sono disposti a rassegnarsi ad un pericoloso “stato di eccezione permanente” e a un desolante presente panottico.
Alcuni link che rimandano alla notizia dell’arresto di Marco Marino:
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01/03/2023
L’occhio dei servizi sull’Italia e i movimenti sociali
È stata presentata, come ogni anno, la Relazione al Parlamento dei servizi di sicurezza.
La relazione annuale viene elaborata sia dai servizi segreti interni (Aisi) che da quelli esteri (Aise). Nel primo caso le elaborazioni dei servizi di sicurezza si fondano sui rapporti di polizia e carabinieri.
Ogni anno a febbraio viene resa pubblica la versione consegnata al Parlamento e in essa è riscontrabile come i servizi guardano al paese, alle minacce che incombono sulla sua sicurezza, ma anche ai soggetti politici e sociali che si muovono mettendo in discussione il sistema dominante.
Inevitabilmente un ampio spazio viene dedicato al conflitto russo-ucraino, analizzato sotto molti aspetti, e in un capitolo apposito si individuano le cosiddette “minacce ibride” da parte di Russia e Cina, soprattutto sul piano dell’informazione e dell’informatica.
C’è una intera parte dedicata alla situazione della sicurezza su vari teatri internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente, al Maghreb e più in generale all'Africa, ossia le aree di diretto interesse strategico dell’Italia.
Ma i capitoli che meritano un maggiore interesse sono quelli contro le cosiddette “minacce interne”.
Agli anarchici ovviamente, e come ormai ogni anno, vengono dedicate diverse pagine. “Sul fronte eversivo interno, le evidenze acquisite nel 2022, puntualmente condivise con le Forze di polizia, hanno nuovamente qualificato la minaccia anarcoinsurrezionalista come la più concreta e vitale, caratterizzata da componenti militanti determinate a promuovere, attraverso una propaganda di taglio fortemente istigatorio, progettualità di lotta incentrate sulla tipica “azione diretta distruttiva”.
Vale la pena ricordare che, da questo “mondo” considerato pericolosissimo, secondo la stessa relazione, è arrivata come massima espressione terroristica... un pacco inesploso inviato a Leonardo.
Relativamente a quelli che i servizi di sicurezza definiscono i “circuiti marxisti leninisti” vengono segnalate la partecipazione “alla mobilitazione anarchica a sostegno di Alfredo Cospito, con iniziative dirette a richiamare l’attenzione pure sui “prigionieri politici” delle BR-PCC, anch’essi sottoposti al c.d. “carcere duro”.
Altro tema evidenziato nelle relazione dei servizi è quello della mobilitazione contro la guerra. “Il conflitto russo-ucraino ha ravvivato pulsioni antimilitariste, caratterizzate, per tali settori, da marcate posizioni “internazionaliste” e anti-atlantiste e da una visione che denuncia la “tendenza alla guerra” come prosecuzione del “dominio capitalista”.
Nel medesimo ambito tematico, il tradizionale attivismo in solidarietà ai popoli “vittime dell’imperialismo” ha seguitato a evidenziare un significativo impegno nel sostegno alla “resistenza” palestinese e curda, anche in collaborazione con omologhe reti internazionali”.
Una sottolineatura viene fatta anche alle iniziative congiunte tra operai e studenti sul versante del mondo del lavoro dove, secondo gli apparati statali “le tipiche interpretazioni in chiave di “contrapposizione di classe” delle dinamiche socio-economiche si sono nuovamente tradotte in tentativi d’inserimento, ricercando peraltro il supporto di altre compagini dell’antagonismo di sinistra e di collettivi studenteschi, in delicate vertenze occupazionali, al fine di favorire, sebbene con aspettative di lungo periodo, la trasposizione su un piano di militanza politico-ideologica delle specifiche rivendicazioni dei lavoratori”.
L’analisi dei servizi di sicurezza si allarga poi a quella definita come l’area antagonista dove, secondo la relazione, “Le molteplici ed eterogenee realtà del movimento antagonista hanno concentrato la propria attenzione sulla sensibile congiuntura socio-economica scaturente dagli effetti della guerra in Ucraina, tratteggiata, dalla propaganda d’area, innanzitutto come uno scontro tra due “blocchi imperialisti”.
Curioso poi che i servizi di sicurezza ritengano che il tema della guerra sia “strumentalizzato”. Curioso perché la guerra è contraddizione prioritaria da cui ne derivano, a cascata, molte altre. Nella relazione si ritiene che “Nella lettura antisistema, il tema della guerra è stato strumentalmente intrecciato ad altre, tradizionali campagne antagoniste, in una prospettiva strategica d’“intersezionalità delle lotte”.
I servizi di sicurezza acquisiscono dunque dal linguaggio dei movimenti il concetto di intersezionalità, ma lo declinano soprattutto come preoccupazione per una possibile ricomposizione dei vari fronti e dei settori del conflitto politico e sociale.
“Le acquisizioni informative hanno rilevato la diffusione di narrativa tesa a coniugare antimilitarismo, problematiche lavorative, carovita, sostegno ai migranti, questione ambientale e dossier energetico, con l’intento – apparso nei fatti, tuttavia, velleitario – di creare cartelli mobilitativi il più possibile unitari e coesi in grado di attribuire maggior peso e visibilità alle proteste.
Si sono evidenziati tentativi di avviare processi di convergenza anche tra diverse lotte territoriali, come, ad esempio, le mobilitazioni locali che si oppongono, in varie aree del Paese, alle linee ferroviarie ad alta velocità, rivisitate in chiave antimilitarista in relazione al presunto uso di tali infrastrutture per finalità di logistica militare”.
Interessante quest’ultimo dossier per l’attenzione dei servizi di sicurezza verso i movimenti. Solo recentemente si è infatti aperta una analisi nel movimento No Tav sul nesso tra questa grande opera e le esigenze della mobilità militare in Europa da parte della Nato.
Altrettanto emblematica è l’attenzione verso – e contro – i movimenti degli studenti che, come visto prima, risultano “attenzionati” anche per i percorsi di convergenza con gli operai e le mobilitazioni sui temi ecologici.
Nella relazione viene infatti rilevato che: “Segnali di un significativo attivismo antagonista sono, poi, emersi tra le file dei collettivi studenteschi, mobilitatisi in opposizione al paradigma formativo di “alternanza scuola-lavoro”, e sul fronte dell’ecologismo militante, che, anche nel 2022, ha dimostrato una discreta capacità mobilitativa, sostenuta da appelli ad attivarsi contro i presunti legami tra “crisi ecologica, emergenza migratoria e guerra”, considerate tutte dirette conseguenze del “sistema capitalista globale”.
Infine, ma non certo per importanza, i servizi di sicurezza anche nella relazione di quest’anno appaiono preoccupati delle lotte ambientaliste.
Preoccupazioni per i giovani ecologisti di “Ultima generazione” ma anche per le mobilitazioni territoriali come quella contro il rigassificatore a Piombino.
Nella relazione dei servizi viene infatti segnalato che: “In linea con tali richiami, si è assistito a un incremento delle contestazioni ambientaliste, che, oltre a cortei e presidi, hanno fatto registrare, sulla falsariga di quanto già visto all’estero a opera di agguerriti circuiti ecologisti internazionali, iniziative ad alto impatto mediatico, tra cui azioni d’imbrattamento di opere d’arte, di sedi istituzionali e di aziende del comparto energetico, nonché, in alcuni casi, foriere di turbative all’ordine pubblico, come blocchi alla viabilità extraurbana.
Si è, infine, rilanciato il dibattito sulle scelte governative di allocazione dei fondi del PNRR e sulle politiche di transizione ecologica, nel cui ambito sono emerse evidenze circa l’intenzione d’intensificare l’impegno antagonista nelle campagne di protesta contro la realizzazione, in alcune zone del territorio nazionale, di sistemi di stoccaggio di gas naturale e di rigassificatori”.
In conclusione, non avendo davanti “grandi minacce” da affrontare, i servizi “promuovono” a nemici terribili i normali movimenti di protesta che ogni politica neoliberista produce come conseguenza di scelte politiche ed economiche esplicitamente antipopolari.
Fonte
La relazione annuale viene elaborata sia dai servizi segreti interni (Aisi) che da quelli esteri (Aise). Nel primo caso le elaborazioni dei servizi di sicurezza si fondano sui rapporti di polizia e carabinieri.
Ogni anno a febbraio viene resa pubblica la versione consegnata al Parlamento e in essa è riscontrabile come i servizi guardano al paese, alle minacce che incombono sulla sua sicurezza, ma anche ai soggetti politici e sociali che si muovono mettendo in discussione il sistema dominante.
Inevitabilmente un ampio spazio viene dedicato al conflitto russo-ucraino, analizzato sotto molti aspetti, e in un capitolo apposito si individuano le cosiddette “minacce ibride” da parte di Russia e Cina, soprattutto sul piano dell’informazione e dell’informatica.
C’è una intera parte dedicata alla situazione della sicurezza su vari teatri internazionali, con particolare attenzione al Medio Oriente, al Maghreb e più in generale all'Africa, ossia le aree di diretto interesse strategico dell’Italia.
Ma i capitoli che meritano un maggiore interesse sono quelli contro le cosiddette “minacce interne”.
Agli anarchici ovviamente, e come ormai ogni anno, vengono dedicate diverse pagine. “Sul fronte eversivo interno, le evidenze acquisite nel 2022, puntualmente condivise con le Forze di polizia, hanno nuovamente qualificato la minaccia anarcoinsurrezionalista come la più concreta e vitale, caratterizzata da componenti militanti determinate a promuovere, attraverso una propaganda di taglio fortemente istigatorio, progettualità di lotta incentrate sulla tipica “azione diretta distruttiva”.
Vale la pena ricordare che, da questo “mondo” considerato pericolosissimo, secondo la stessa relazione, è arrivata come massima espressione terroristica... un pacco inesploso inviato a Leonardo.
Relativamente a quelli che i servizi di sicurezza definiscono i “circuiti marxisti leninisti” vengono segnalate la partecipazione “alla mobilitazione anarchica a sostegno di Alfredo Cospito, con iniziative dirette a richiamare l’attenzione pure sui “prigionieri politici” delle BR-PCC, anch’essi sottoposti al c.d. “carcere duro”.
Altro tema evidenziato nelle relazione dei servizi è quello della mobilitazione contro la guerra. “Il conflitto russo-ucraino ha ravvivato pulsioni antimilitariste, caratterizzate, per tali settori, da marcate posizioni “internazionaliste” e anti-atlantiste e da una visione che denuncia la “tendenza alla guerra” come prosecuzione del “dominio capitalista”.
Nel medesimo ambito tematico, il tradizionale attivismo in solidarietà ai popoli “vittime dell’imperialismo” ha seguitato a evidenziare un significativo impegno nel sostegno alla “resistenza” palestinese e curda, anche in collaborazione con omologhe reti internazionali”.
Una sottolineatura viene fatta anche alle iniziative congiunte tra operai e studenti sul versante del mondo del lavoro dove, secondo gli apparati statali “le tipiche interpretazioni in chiave di “contrapposizione di classe” delle dinamiche socio-economiche si sono nuovamente tradotte in tentativi d’inserimento, ricercando peraltro il supporto di altre compagini dell’antagonismo di sinistra e di collettivi studenteschi, in delicate vertenze occupazionali, al fine di favorire, sebbene con aspettative di lungo periodo, la trasposizione su un piano di militanza politico-ideologica delle specifiche rivendicazioni dei lavoratori”.
L’analisi dei servizi di sicurezza si allarga poi a quella definita come l’area antagonista dove, secondo la relazione, “Le molteplici ed eterogenee realtà del movimento antagonista hanno concentrato la propria attenzione sulla sensibile congiuntura socio-economica scaturente dagli effetti della guerra in Ucraina, tratteggiata, dalla propaganda d’area, innanzitutto come uno scontro tra due “blocchi imperialisti”.
Curioso poi che i servizi di sicurezza ritengano che il tema della guerra sia “strumentalizzato”. Curioso perché la guerra è contraddizione prioritaria da cui ne derivano, a cascata, molte altre. Nella relazione si ritiene che “Nella lettura antisistema, il tema della guerra è stato strumentalmente intrecciato ad altre, tradizionali campagne antagoniste, in una prospettiva strategica d’“intersezionalità delle lotte”.
I servizi di sicurezza acquisiscono dunque dal linguaggio dei movimenti il concetto di intersezionalità, ma lo declinano soprattutto come preoccupazione per una possibile ricomposizione dei vari fronti e dei settori del conflitto politico e sociale.
“Le acquisizioni informative hanno rilevato la diffusione di narrativa tesa a coniugare antimilitarismo, problematiche lavorative, carovita, sostegno ai migranti, questione ambientale e dossier energetico, con l’intento – apparso nei fatti, tuttavia, velleitario – di creare cartelli mobilitativi il più possibile unitari e coesi in grado di attribuire maggior peso e visibilità alle proteste.
Si sono evidenziati tentativi di avviare processi di convergenza anche tra diverse lotte territoriali, come, ad esempio, le mobilitazioni locali che si oppongono, in varie aree del Paese, alle linee ferroviarie ad alta velocità, rivisitate in chiave antimilitarista in relazione al presunto uso di tali infrastrutture per finalità di logistica militare”.
Interessante quest’ultimo dossier per l’attenzione dei servizi di sicurezza verso i movimenti. Solo recentemente si è infatti aperta una analisi nel movimento No Tav sul nesso tra questa grande opera e le esigenze della mobilità militare in Europa da parte della Nato.
Altrettanto emblematica è l’attenzione verso – e contro – i movimenti degli studenti che, come visto prima, risultano “attenzionati” anche per i percorsi di convergenza con gli operai e le mobilitazioni sui temi ecologici.
Nella relazione viene infatti rilevato che: “Segnali di un significativo attivismo antagonista sono, poi, emersi tra le file dei collettivi studenteschi, mobilitatisi in opposizione al paradigma formativo di “alternanza scuola-lavoro”, e sul fronte dell’ecologismo militante, che, anche nel 2022, ha dimostrato una discreta capacità mobilitativa, sostenuta da appelli ad attivarsi contro i presunti legami tra “crisi ecologica, emergenza migratoria e guerra”, considerate tutte dirette conseguenze del “sistema capitalista globale”.
Infine, ma non certo per importanza, i servizi di sicurezza anche nella relazione di quest’anno appaiono preoccupati delle lotte ambientaliste.
Preoccupazioni per i giovani ecologisti di “Ultima generazione” ma anche per le mobilitazioni territoriali come quella contro il rigassificatore a Piombino.
Nella relazione dei servizi viene infatti segnalato che: “In linea con tali richiami, si è assistito a un incremento delle contestazioni ambientaliste, che, oltre a cortei e presidi, hanno fatto registrare, sulla falsariga di quanto già visto all’estero a opera di agguerriti circuiti ecologisti internazionali, iniziative ad alto impatto mediatico, tra cui azioni d’imbrattamento di opere d’arte, di sedi istituzionali e di aziende del comparto energetico, nonché, in alcuni casi, foriere di turbative all’ordine pubblico, come blocchi alla viabilità extraurbana.
Si è, infine, rilanciato il dibattito sulle scelte governative di allocazione dei fondi del PNRR e sulle politiche di transizione ecologica, nel cui ambito sono emerse evidenze circa l’intenzione d’intensificare l’impegno antagonista nelle campagne di protesta contro la realizzazione, in alcune zone del territorio nazionale, di sistemi di stoccaggio di gas naturale e di rigassificatori”.
In conclusione, non avendo davanti “grandi minacce” da affrontare, i servizi “promuovono” a nemici terribili i normali movimenti di protesta che ogni politica neoliberista produce come conseguenza di scelte politiche ed economiche esplicitamente antipopolari.
Fonte
11/02/2023
La testa dell’anarchico
La vicenda della testa dell’anarchico Giovanni Passanante, è stata riportata all’attenzione pubblica dallo spettacolo teatrale di Ulderico Pesce. Nel 2011 divenne anche un film diretto da Sergio Colabona. In tempi in cui le autorità e i mass media rilanciano come ossessi la minaccia anarchica, è una storia che merita di essere conosciuta.
Nel 1878 l’anarchico Giovanni Passannante fu autore di un fallito attentato alla vita di re Umberto I, il primo nella storia della dinastia Savoia. Condannato a morte, la pena gli fu commutata in ergastolo. La pena di morte fu sospesa dal Re, non per clemenza ma per una vendetta ancora più atroce. La sua prigionia fu spietata e lo condusse alla follia. Dal carcere venne allora trasferito nel manicomio di Montelupo Fiorentino fino alla morte sopraggiunta nel 1910.
Portato nel carcere fortezza di Portoferraio, Giovanni Passannante venne rinchiuso in una cella piccolissima, umida, buia, senza servizi igienici e sotto il livello del mare. Il pavimento, in terra battuta, permetteva l’infiltrazione dell’acqua marina, provocando nell’ambiente condizioni di insalubrità.
Passanante era inoltre legato ad una corta catena pesante 18 chilogrammi, che gli consentiva di fare solo due o tre passi, e in completo isolamento, non poté ricevere visite e lettere. Nonostante il Corriere dell’Elba avesse annunciato che in quella gabbia angusta “sarà tenuto per qualche tempo, dipoi sarà posto insieme agli altri a subire la vera pena della galera” in realtà Passannante visse in quelle condizioni per 10 anni.
Con il passare del tempo tale detenzione influì sulla sua salute, sia mentale sia fisica. Si ammalò di scorbuto, fu colpito dalla tenia, perse i peli del corpo, la pelle si scolorì, le palpebre si rovesciarono sugli occhi, le guance si vuotarono e si gonfiarono e, secondo alcune testimonianze, arrivò a cibarsi dei propri escrementi. I barcaioli che passavano nelle vicinanze della torre udivano spesso le urla di strazio del detenuto. Dopo due anni, i carcerieri lo fecero salire in una cella al di sopra del livello del mare, ma le condizioni di vita rimasero immutate.
Anche allora un deputato, Agostino Bertani, incontrò l’anarchico già dopo il suo arresto nel 1879, e dopo un lungo diverbio con il ministero, ottenne il permesso di recarsi nel carcere di Portoferraio per visitarlo una seconda volta, accompagnato dalla giornalista Anna Maria Mozzoni. Nel 1885 il deputato e la giornalista giunsero alla fortezza-carcere. Al deputato Bertani fu imposto di vedere Passannante solo attraverso la serratura e nel massimo silenzio, poiché il detenuto non doveva accorgersi della presenza di altre persone. Il politico rimase scioccato per la condizione in cui versava e dichiarò che “Questo non è un castigo, è una vendetta peggiore del patibolo; il re non sa nulla, non è possibile che lo sappia, egli non tollererebbe un fatto che getta su lui un’ombra odiosa; è una vigliaccheria da cortigiani”. L’on. Bertani e Anna Maria Mozzoni denunciarono il trattamento inflitto a Passannante, suscitando un enorme scandalo politico e mediatico.
L’anarchico Passannante alla fine venne spostato nel manicomio di Montelupo Fiorentino, essendo divenuto completamente folle, fino alla sua morte avvenuta nel 1910, dopo 32 anni passati tra carcere e manicomio.
Dopo la morte il cadavere di Passannante, obbedendo alle teorie dell’antropologia criminale dell’epoca, che sostenevano la persistenza di cause fisiche alla “devianza”, venne sottoposto ad autopsia e decapitato. Del suo corpo non si ebbero più notizie, ma il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati prima nel manicomio di Montelupo Fiorentino, poi vennero portati alla Scuola Superiore di Polizia associata al carcere giudiziario Regina Coeli di Roma.
Nel 1936 i suoi resti, assieme ai suoi appunti, vennero trasferiti presso il Museo Criminologico dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma in via Giulia, dove il cervello, immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato.
Il cervello e il cranio di Passannante vi rimasero esposti sino al 2007 quando, grazie alla denuncia e allo spettacolo dell’attore Ulderico Pesce furono tumulati nel paese d’origine, Salvia. Lo stesso paese che dopo l’attentato di Passannante al Re, per penitenza dovette cambiare nome assumendo quello di “Savoia”. Oltre a cambiare il nome del suo paese di origine, anche l’intera famiglia dell’attentatore fu dichiarata folle e suo fratello Giuseppe, ritenuto affetto da alienazione mentale, venne internato nel manicomio criminale di Aversa.
Il fallito attentato contro il Re da parte di Giovanni Passanante, venne realizzato ventidue anni dopo da un altro anarchico, Gaetano Bresci, che a Monza uccise a colpi di pistola Re Umberto I il 19 luglio del 1900.
Fonte
Nel 1878 l’anarchico Giovanni Passannante fu autore di un fallito attentato alla vita di re Umberto I, il primo nella storia della dinastia Savoia. Condannato a morte, la pena gli fu commutata in ergastolo. La pena di morte fu sospesa dal Re, non per clemenza ma per una vendetta ancora più atroce. La sua prigionia fu spietata e lo condusse alla follia. Dal carcere venne allora trasferito nel manicomio di Montelupo Fiorentino fino alla morte sopraggiunta nel 1910.
Portato nel carcere fortezza di Portoferraio, Giovanni Passannante venne rinchiuso in una cella piccolissima, umida, buia, senza servizi igienici e sotto il livello del mare. Il pavimento, in terra battuta, permetteva l’infiltrazione dell’acqua marina, provocando nell’ambiente condizioni di insalubrità.
Passanante era inoltre legato ad una corta catena pesante 18 chilogrammi, che gli consentiva di fare solo due o tre passi, e in completo isolamento, non poté ricevere visite e lettere. Nonostante il Corriere dell’Elba avesse annunciato che in quella gabbia angusta “sarà tenuto per qualche tempo, dipoi sarà posto insieme agli altri a subire la vera pena della galera” in realtà Passannante visse in quelle condizioni per 10 anni.
Con il passare del tempo tale detenzione influì sulla sua salute, sia mentale sia fisica. Si ammalò di scorbuto, fu colpito dalla tenia, perse i peli del corpo, la pelle si scolorì, le palpebre si rovesciarono sugli occhi, le guance si vuotarono e si gonfiarono e, secondo alcune testimonianze, arrivò a cibarsi dei propri escrementi. I barcaioli che passavano nelle vicinanze della torre udivano spesso le urla di strazio del detenuto. Dopo due anni, i carcerieri lo fecero salire in una cella al di sopra del livello del mare, ma le condizioni di vita rimasero immutate.
Anche allora un deputato, Agostino Bertani, incontrò l’anarchico già dopo il suo arresto nel 1879, e dopo un lungo diverbio con il ministero, ottenne il permesso di recarsi nel carcere di Portoferraio per visitarlo una seconda volta, accompagnato dalla giornalista Anna Maria Mozzoni. Nel 1885 il deputato e la giornalista giunsero alla fortezza-carcere. Al deputato Bertani fu imposto di vedere Passannante solo attraverso la serratura e nel massimo silenzio, poiché il detenuto non doveva accorgersi della presenza di altre persone. Il politico rimase scioccato per la condizione in cui versava e dichiarò che “Questo non è un castigo, è una vendetta peggiore del patibolo; il re non sa nulla, non è possibile che lo sappia, egli non tollererebbe un fatto che getta su lui un’ombra odiosa; è una vigliaccheria da cortigiani”. L’on. Bertani e Anna Maria Mozzoni denunciarono il trattamento inflitto a Passannante, suscitando un enorme scandalo politico e mediatico.
L’anarchico Passannante alla fine venne spostato nel manicomio di Montelupo Fiorentino, essendo divenuto completamente folle, fino alla sua morte avvenuta nel 1910, dopo 32 anni passati tra carcere e manicomio.
Dopo la morte il cadavere di Passannante, obbedendo alle teorie dell’antropologia criminale dell’epoca, che sostenevano la persistenza di cause fisiche alla “devianza”, venne sottoposto ad autopsia e decapitato. Del suo corpo non si ebbero più notizie, ma il cervello e il cranio di Passannante, immersi in una soluzione di cloruro e zinco, furono preservati prima nel manicomio di Montelupo Fiorentino, poi vennero portati alla Scuola Superiore di Polizia associata al carcere giudiziario Regina Coeli di Roma.
Nel 1936 i suoi resti, assieme ai suoi appunti, vennero trasferiti presso il Museo Criminologico dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia di Roma in via Giulia, dove il cervello, immerso in formalina, venne conservato in una teca di vetro sigillato.
Il cervello e il cranio di Passannante vi rimasero esposti sino al 2007 quando, grazie alla denuncia e allo spettacolo dell’attore Ulderico Pesce furono tumulati nel paese d’origine, Salvia. Lo stesso paese che dopo l’attentato di Passannante al Re, per penitenza dovette cambiare nome assumendo quello di “Savoia”. Oltre a cambiare il nome del suo paese di origine, anche l’intera famiglia dell’attentatore fu dichiarata folle e suo fratello Giuseppe, ritenuto affetto da alienazione mentale, venne internato nel manicomio criminale di Aversa.
Il fallito attentato contro il Re da parte di Giovanni Passanante, venne realizzato ventidue anni dopo da un altro anarchico, Gaetano Bresci, che a Monza uccise a colpi di pistola Re Umberto I il 19 luglio del 1900.
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20/09/2019
Arresti nella notte, vendetta sugli anarchici
La vendetta viene consumata con calma, ai piani semialti del potere...
La Digos di Torino stamattina ha arrestato nelle loro case un numero imprecisato di compagni anarchici ritenuti responsabili degli scontri del 9 febbraio scorso, in città, in occasione dello sgombero dell’Asilo occupato. Hanno partecipato anche le questure di Milano, Ravenna, Sassari, Trento e Cuneo, a seconda delle città di residenza degli arrestati.
Per capire meglio la “serietà” delle motivazioni, basta guardare ai reati contestati: lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale a danneggiamento e imbrattamento. Le “lesioni” dovrebbero essere quelle riportate dagli agenti in servizio, e anche i sassi sanno che i medici militari sono piuttosto generosi nel concedere giorni di “malattia”.
Solo che poi quei venti-trenta giorni di ferie aggiuntive diventano un’aggravante per chi si ritrova sotto indagine. Se c’è stata una “lesione” da trenta giorni di prognosi, in pratica, è come se si fosse sfiorato il tentato omicidio...
Il resto – “resistenza” e “imbrattamento” – fanno quasi ridere, visto che la prima è “autocertificata” di default dai rapporti di polizia e la seconda, al massimo, potrebbe comportare una multa. Lieve, peraltro.
E invece il tutto viene condito come “maxi blitz”, “grande operazione sotto la guida della Direzione centrale della Polizia di prevenzione”, con relativi titoloni sui giornaloni... Tanto “sono anarchici”, si può fare loro di tutto, nessuno se ne preoccuperà troppo.
Altri 11 arresti erano stati effettuati il giorno degli scontri, per cui la resistenza offerta allora si trova a pagare un prezzo mostruoso e senza altra motivazione che “terrorizzare” le resistenze future.
Fonte
La Digos di Torino stamattina ha arrestato nelle loro case un numero imprecisato di compagni anarchici ritenuti responsabili degli scontri del 9 febbraio scorso, in città, in occasione dello sgombero dell’Asilo occupato. Hanno partecipato anche le questure di Milano, Ravenna, Sassari, Trento e Cuneo, a seconda delle città di residenza degli arrestati.
Per capire meglio la “serietà” delle motivazioni, basta guardare ai reati contestati: lesioni aggravate, resistenza a pubblico ufficiale a danneggiamento e imbrattamento. Le “lesioni” dovrebbero essere quelle riportate dagli agenti in servizio, e anche i sassi sanno che i medici militari sono piuttosto generosi nel concedere giorni di “malattia”.
Solo che poi quei venti-trenta giorni di ferie aggiuntive diventano un’aggravante per chi si ritrova sotto indagine. Se c’è stata una “lesione” da trenta giorni di prognosi, in pratica, è come se si fosse sfiorato il tentato omicidio...
Il resto – “resistenza” e “imbrattamento” – fanno quasi ridere, visto che la prima è “autocertificata” di default dai rapporti di polizia e la seconda, al massimo, potrebbe comportare una multa. Lieve, peraltro.
E invece il tutto viene condito come “maxi blitz”, “grande operazione sotto la guida della Direzione centrale della Polizia di prevenzione”, con relativi titoloni sui giornaloni... Tanto “sono anarchici”, si può fare loro di tutto, nessuno se ne preoccuperà troppo.
Altri 11 arresti erano stati effettuati il giorno degli scontri, per cui la resistenza offerta allora si trova a pagare un prezzo mostruoso e senza altra motivazione che “terrorizzare” le resistenze future.
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05/09/2019
La bolscevizzazione e la fine della rivoluzione russa
di Sandro Moiso
Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 166, 16,00 euro
I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica.
In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le angolazioni possibili offrendo così una ricca panoramica del punto di vista anarchico sui vari aspetti della Rivoluzione dal 1917 agli anni immediatamente successivi.
I testi costituiscono gli atti elaborati in occasione di un seminario promosso dalla Biblioteca Panizzi e dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, tenutosi l’1 e il 2 dicembre del 2017 presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e ci è sembrata particolarmente efficace la sintesi degli stessi elaborata dal curatore nella sua Introduzione, di cui riportiamo qui di seguito alcune parti.
1) G. Berti, C. De Maria, L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Biblion Milano 2016
Fonte
Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922), Mimesis edizioni, Milano-Udine 2019, pp. 166, 16,00 euro I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica.
In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le angolazioni possibili offrendo così una ricca panoramica del punto di vista anarchico sui vari aspetti della Rivoluzione dal 1917 agli anni immediatamente successivi.
I testi costituiscono gli atti elaborati in occasione di un seminario promosso dalla Biblioteca Panizzi e dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, tenutosi l’1 e il 2 dicembre del 2017 presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e ci è sembrata particolarmente efficace la sintesi degli stessi elaborata dal curatore nella sua Introduzione, di cui riportiamo qui di seguito alcune parti.
Essenziale nell’intendimento di questo lavoro è la distinzione tra rivoluzione russa e rivoluzione bolscevica. Purtroppo è ancora assai diffusa l’opinione che la rivoluzione russa coincida con quella bolscevica, o d’ottobre. Tale identificazione porta con sé il giudizio secondo cui Lenin sarebbe stato il protagonista massimo di tutto il processo rivoluzionario culminato con l’insurrezione dell’autunno del 1917 e con l’instaurazione del governo sovietico.Note:
La rivoluzione russa è in realtà qualcosa di ben più lungo e complesso: iniziata nel 1905 con la “domenica di sangue” divampa fino al 1907, per placarsi fino al febbraio 1917, quando scoppia di nuovo, tuonando fino alla metà del 1921. Il periodo preso in esame da questo testo è quello che va dall’inizio del 1917 al 1921-1922, con alcuni accenni ed excursus ad anni precedenti e successivi. All’interno di tale periodo si succedono più fasi: la rivoluzione, insieme sociale e politica, liberale e plebea, del 1905-1907, quella di fatto spontanea del febbraio 1917, cui segue lo sviluppo del movimento rivoluzionario sotto il governo provvisorio, l’insurrezione di ottobre – che segna il trionfo della politica quale atto di volontà di una minoranza che riesce a mutare il corso della storia –, la guerra civile del 1918-1920, i tentativi di dare vita a una terza rivoluzione, sociale e sovietista, schiacciati nel sangue dal Partito bolscevico fattosi Stato.
[…] Un contributo, quello del testo che avete tra le mani, che intende concorrere ad arricchire la riflessione storiografica sull’anarchismo, settore che negli ultimi decenni ha avuto uno sviluppo quantitativo e qualitativo di cui è stato tratto un provvisorio bilancio1.
Esso si affianca alle varie pubblicazioni speciali, ai convegni e alle iniziative che si sono tenute in occasione del centenario. I più acuti tra i fautori dell’ottobre russo si interrogano oggi per capire se – cito dal discorso commemorativo di Mario Tronti in Senato del 26 ottobre 2017 – “il vero punto di catastrofe dell’intero progetto” sia che i soviet si siano “fatti partito”. Riflessione tardiva, certo, ma che potrebbe essere importante [...]
Necessario, quindi, nel centenario mettere in evidenza la visione anarchica e la sua critica anticipatrice alle caratteristiche autoritarie della rivoluzione bolscevica e dei suoi esiti, in quanto caso concreto di una rivoluzione che si fa Stato. Tale critica si delinea già nel 1918-1919 e diventa patrimonio comune del movimento nel 1921, dopo la repressione violenta del movimento machnovista e della comune di Kronštadt. Alla morte di Lenin, nel 1924, Errico Malatesta scrive su “Pensiero e Volontà”: “egli, sia pure con le migliori intenzioni, fu un tiranno, fu lo strangolatore della Rivoluzione russa – e noi che non potemmo amarlo vivo, non possiamo piangerlo morto. Lenin è morto. Viva la libertà!”
A cento anni di distanza la visione libertaria degli eventi russi emerge nella sua ricchezza e perspicacia. Essa intende far sopravvivere la rivoluzione al bolscevismo, o meglio far vivere la rivoluzione facendo a meno dei due pilastri su cui poggia il bolscevismo: il partito e la polizia segreta. Nel fare ciò gli anarchici provano anche a mettere in moto processi, seppur frammentari di autogoverno popolare, appoggiando i soviet più radicali, come quello di Kronštadt, o l’autogestione delle campagne come nelle zone influenzate dal machnovismo.
Falliscono, schiacciati dal bolscevismo, dalle forze reazionarie e da un’insufficiente capacità di azione autonoma da parte delle masse, lasciando anch’essi insoluta la problematicità del rapporto tra la rivoluzione e la necessità della sua difesa militare, ovvero tra rivoluzione e guerra civile. Un rivolgimento radicale reca con sé un grado inevitabile di lotta militare, col suo portato di abbrutimento: bisognerebbe quindi rinunciare e accontentarsi di un gradualismo riformista incapace di intaccare alla radice i rapporti sociali? Immagino di no. Tuttavia queste e altre questioni scaturite dalla rivoluzione russa nel loro inestricabile intreccio tra tensione all’emancipazione e dolorosa perdita di libertà paiono ancora oggi irrisolvibili.
1) G. Berti, C. De Maria, L’anarchismo italiano. Storia e storiografia, Biblion Milano 2016
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24/08/2019
Sacco e Vanzetti. Quando “prima gli italiani” erano gli altri...
C’era un tempo, neanche troppo lontano, in cui l’odioso, vile, nauseabondo slogan “Prima gli Italiani”, di fascioleghista matrice, poteva voler dire altro. Una traslazione di senso, che a Salvini, ai suoi sodali fascisti – da Casapound a Forza Nuova, alla Meloni – fino a tutti i nazionalisti, anche di sinistra, vibranti patrio orgoglio italico, non sarebbe piaciuta.
Il tempo, quello degli inizi del ‘900 – epoca di migrazioni di massa dal Belpaese, ad opera delle classi subalterne, verso i paesi del Nord Europa, l’Australia, gli Usa e alcune zone dell’America Latina – in cui Prima gli Italiani erano gli Altri.
Quel tempo in cui, prima gli Italiani significava che c’era qualcun altro a fare il “Padrone a casa propria”. E negli Stati Uniti, in particolar modo, prima gli Italiani poteva voler dire qualcosa di molto poco gradevole, e non certo lusinghiero per il nostro popolo e i nostri emigranti.
Prima gli Italiani, ad essere fermati. Prima gli Italiani, ad essere accusati. Prima gli Italiani, ad essere inquisiti. Prima gli Italiani, ad andare in galera. Prima gli Italiani, ad essere condannati. Prima gli Italiani, a friggere sulla sedia elettrica.
D’altra parte si sa, il razzismo è ottuso come una livella. Uguale per tutti. Perché si è sempre diversi da qualcuno. Meridionali di qualcun altro. Stranieri in terra straniera. O anche nella propria terra.
Se poi sei pure Anarchico o Comunista, in un paese a capitalismo avanzato e profondamente classista, va da sé. La sentenza di morte – fisica o civile – è scritta nelle stelle.
E così, il 23 Agosto 1927 – nel penitenziario di Charlestown, in quella cosiddetta Terra dell’abbondanza e della democrazia che va sotto il nome di Stati Uniti d’America – Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti (uno operaio, l’altro pescivendolo) italiani immigrati negli Usa, anarchici, la cui unica colpa era, appunto, esclusivamente quella di essere immigrati, italiani e anarchici, venivano giustiziati sulla sedia elettrica, per una rapina e un omicidio che non avevano mai commesso.
Il verdetto di condanna, emesso ancor prima del processo, da polizia, procuratori distrettuali, giudice, giuria e stampa governativa, fu determinato ovviamente dai pregiudizi e dalla ferma volontà di perseguire quella politica del terrore, intrapresa dall’allora ministro della giustizia Palmer, e culminata nella vicenda delle espulsioni.
Insomma, si era di fronte ad un Salvini americano degli anni ’20. In Stati Uniti che assomigliavano, non solo molto a quelli attuali, ma anche all’Italia dei nostri giorni. Ribollente di odio razziale e traboccante supposta superiorità di classe.
Il giudice Webster Thayer, che presiedeva la Corte del Massachusetts che condannò Sacco e Vanzetti, non si fece scrupoli, ad esempio, a definirli – con buona pace dell’imparzialità della Giustizia e della terzietà della Legge – «due bastardi italiani anarchici».
E già! Perché scioperare, fare politica, contestare il governo, manifestare per i propri diritti e contro la guerra imperialista, all’epoca, negli Usa, era complicato. Se eri comunista (o, invariabilmente, anarchico), impossibile. Se poi eri pure immigrato, la mannaia della repressione si abbatteva rapida e cruenta sul corpo dei malcapitati compagni, illusi di aver raggiunto la patria della Libertà. Insomma, uguale uguale, potremmo dire, all’Italia del 2019!
Mi sia concesso, a questo punto, aprire una parentesi.Come non ricordare, a tal proposito, l’altro italiano anarchico, Andrea Salsedo, che il 3 maggio del 1920, fu trovato sfracellato al suolo alla base del grattacielo di New York nel quale, al quattordicesimo piano, aveva sede il Boi (Bureau of Investigation)? Uffici dove Salsedo era tenuto illegalmente prigioniero, ormai da lungo tempo.
E come non rammentare che quel caso, oltretutto, fece scuola qui in Italia. Trovando zelanti allievi, cinquant’anni dopo, nei funzionari di polizia Luigi Calabresi (Commissario), Antonino Allegra (Responsabile dell’Ufficio Politico) e Marcello Guida (Questore) della Questura di Milano. Dai cui uffici – e precisamente dalla stanza del Commissario Luigi Calabresi – analogamente volò l’anarchico Pino Pinelli, trattenuto in semplice stato di fermo e interrogato formalmente per la strage di Piazza Fontana, avvenuta qualche giorno prima, il 12 dicembre 1969.
Morte da Anarchici. Morte da Comunisti. Morte da immigrati. Per mano della Polizia, della Magistratura, dello Stato.
Chiusa la parentesi, dunque, ritorniamo a Sacco e Vanzetti. A prima gli Italiani. E alla iniquità di una sentenza/omicidio dettata da agghiaccianti ragioni politiche, ideologiche, nazionaliste, le cui radici affondano nel molle ventre della xenofobia e del razzismo; e le cui ragioni vennero giustificate nel nome della sicurezza americana e del pericolo comunista.
D’altronde, il pregiudizio sociale e politico di cui Nick e Bart furono vittime ebbe a denunciarlo, con una requisitoria di fuoco, imbastita con parole che ancora oggi, fanno tremare le vene, pulsare le tempie, agitare il cuore ed evocare la vendetta, proprio Bartolomeo Vanzetti: «Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già».
Sto soffrendo perché sono un anarchico. Sto soffrendo perché sono un italiano. Una colpa ancestrale. Una stimmate indelebile. E un dio/giudice kafkiano a sovrintendere!
Del resto ancora Vanzetti, aveva avuto modo di descrivere, sempre nel corso del processo, le sensazioni, non certo positive, che lo assalirono non appena fu sbarcato sul suolo americano: «Al centro immigrazione (sorta di Cie ante litteram, ndr) ebbi la prima sorpresa. Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America».
Il trattamento animalesco, inumano, distaccato e al contempo violento – che molto ricorda le evacuazioni naziste dei ghetti ebraici a partire dal 1939, e le conseguenti catalogazioni sembra essere, pertanto, una peculiarità dei centri di prima accoglienza e dei paesi ospitanti, omologata a tutti gli immigrati – ovviamente poveri – e a tutti i periodi caratterizzati da forti flussi migratori.
Una violenza e una disumanità alimentate dalla paura, inoculate ad arte dalle forze reazionarie in tessuti sociali attraversati da forti crisi economiche (Germania post grande depressione del ’29; Italia e altri paesi europei oggi, dopo la crisi sistemica del 2008); o da plasmare secondo i rigorosi dettami del liberismo teorizzato da von Hayek, come gli Usa degli anni ’10/ 20 del novecento.
Basta leggere, per comprendere quanto stiamo dicendo, la oramai famigerata Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione al Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, datata all’Ottobre del 1912: «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. Si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».
Un testo di un’attualità sconcertante. Un testo che potrebbe aver scritto Salvini, qualunque sindaco leghista italiano o qualunque altro politicante razzista e xenofobo europeo. Da Orban a Farage, dalla Le Pen al presidente polacco Duda.
Un testo che ci dice, con la nettezza tipica della testardaggine dei fatti incontestabili, che c’era un tempo in cui Prima gli italiani erano gli Altri.
Per questo furono uccisi Sacco e Vanzetti. Perché italiani. Perché immigrati. Perché anarchici.
Oggi, sulle nostre coste, nei nostri mari, alle nostre frontiere, nelle nostre città, muoiono, vengono uccisi, picchiati, arrestati, migliaia di esseri umani. Solo perché arabi, africani, rom, sinti, ucraini, albanesi. E potrei continuare.
Del resto, si è sempre stranieri in terra straniera. O meridionali nella propria terra!
Here’s to you, Nicola and Bart/Rest forever here in our hearts/The last and final moment is yours/That agony is your triumph!
Fonte
02/03/2019
L’occhio “malevolo” dei servizi segreti su antifascismo militante e mobilitazioni ambientali
L’Italia è un paese ormai pacificato e privo di conflitti “sovversivi”? Scorrendo la relazione annuale che i servizi segreti consegnano al Parlamento sembrerebbe di sì. Diversamente dagli anni scorsi, dove i conflitti sociali legati all’impoverimento generale, alla crisi e alle conseguenze delle misure antipopolari facevano drizzare le antenne e le azioni degli apparati repressivi (e l’alto numero di denunce, arresti, misure di sorveglianza speciale contro gli attivisti e i militanti lo certificava), l’analisi dei servizi di sicurezza presentata quest’anno pare preoccuparsi solo di quello che si è visto, in particolare le iniziative antifasciste e le mobilitazioni ambientali sui territori.
L’immagine di un paese socialmente pacificato indurrebbe a ritenere che per gli apparati repressivi non ci sia più lavoro da fare. Il modello di repressione preventiva dell’epoca Minniti sembra aver funzionato e il modello repressivo contundente dell’epoca Salvini (galera per chi occupa edifici o fa blocchi stradali) vorrebbe aver chiuso il cerchio. In realtà l’aria che si respira tra le righe di una relazione dei servizi di sicurezza, che pare preoccupata solo degli scontri con i fascisti o delle mobilitazioni popolari/ambientali, emette un odore di “accanimento terapeutico” contro i punti di resistenza e attività dell’antagonismo politico e di classe nel nostro paese.
Se è vero che gran parte della relazione è dedicata più alle minacce esterne che a quelle sul fronte interno, è bene che nessuno sottovaluti questa apparente ammortizzazione della visione degli apparati repressivi. Hanno ripulito il campo del conflitto di classe, ma vogliono impedire con qualsiasi mezzo che qualcuno torni a ingaggiare la partita della rottura e del cambiamento del quadro esistente. In questo senso comincia a delinearsi uno scenario repressivo in cui non sarà più “la commissione di reato” ad essere sanzionata, ma il soggetto politico in quanto tale (militanti, attivisti etc), per il fatto stesso di esistere e ritenere il conflitto sociale il motore del cambiamento necessario, soprattutto di fronte ad una crisi economica che presenta solo indicatori di pesante peggioramento.
Infine occorre tenere sempre a mente che una “pacificazione” penale del fronte interno è stata sempre funzionale alla riapertura di proiezioni militari offensive sul fronte esterno.
Del resto il cinismo istituzionale e “sociale” che abbiamo visto sugli orrori nei lager in Libia, nel Mar Mediterraneo e nelle nostre strade, sta già abituando la società a convivere con tutto questo. Meglio, quindi, impedire che qualche soggetto politico e sociale rompa questo incantesimo.
Qui di seguito una decostruzione dei capitoli della Relazione annuale dei servizi segreti, in fondo il testo integrale della Relazione (124 pagine) che resta sempre una lettura interessante.
Lo spettro dei marxisti-leninisti
La relazione dei servizi di sicurezza, da tempo inquadra come capitolo specifico quelli che definisce i “circuiti marxisti-leninisti”, definito ancora con quel trattino in mezzo che, come noto, ha provocato interminabili discussioni nel movimento comunista internazionale se dovesse essere mantenuto o sostituito da una “e”.
“I ristretti circuiti dell’estremismo marxista-leninista hanno continuato ad evidenziarsi per l’impegno propagandistico-divulgativo della stagione brigatista, inteso ad accreditarne l’attualità e a promuovere l’indottrinamento di “nuove leve”. Questo, come di consueto, facendo perno soprattutto su una lettura in chiave rivoluzionaria dei più recenti sviluppi della congiuntura interna e internazionale. In tale quadro, sono rimasti centrali la lotta alla “repressione”, l’“antifascismo”, l’“antimperialismo” e l’esteso panorama delle istanze sociali, a partire dall’emergenza abitativa e dalle vertenze occupazionali.
Il tema forte è sempre quello della solidarietà ai “prigionieri politici”, anche stranieri, che ha animato iniziative contro il “carcere duro”, quali i presidi del 4 maggio e del 28 settembre presso il Tribunale dell’Aquila in occasione di scadenze processuali a carico di Nadia Desdemona Lioce, ristretta nel capoluogo abruzzese e leader delle “Nuove Brigate Rosse” responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi”.
Dopo questo preambolo volto a segnalare una certa continuità sui temi tradizionali (spesso “gonfiati” per scopi abbastanza evidenti), l’attenzione dei servizi di sicurezza allarga il monitoraggio giungendo a conclusioni che mostrano una preoccupazione piuttosto originale. Scrivono infatti che:
“Nella prospettiva della “lotta di classe” hanno continuato a trovare spazio i richiami, a fini di proselitismo, ad un “nuovo proletariato urbano” composto da lavoratori immigrati, precari, disoccupati e “senza casa” – e fin qui potremmo dire che siamo nella norma della visione questurina. Sorprende, invece, quando nella relazione si indica che tra i soggetti eversivi “si inscrivono nel filone internazionalista ed “antimperialista” le manifestazioni in appoggio alla resistenza palestinese ed in chiave “anti-israeliana”, come la protesta in occasione del Giro d’Italia, che per l’edizione 2018 ha preso il via da Gerusalemme Ovest”.
Avevamo fino ad oggi ritenuto che manifestazioni e contestazioni all’occupazione coloniale israeliana della Palestina fossero una “preoccupazione” relativa solo per il Mossad, scopriamo invece che lo sono anche per i servizi segreti italiani.
Il movimento antagonista
C’è poi il capitolo specifico su quello viene definito come il movimento antagonista. Un universo politico a geometria variabile per il numero di collettivi e reti in cui si aggrega, disgrega e ricompone e che rappresenta un po’ il rompicapo nel monitoraggio dei servizi di sicurezza.
Di tutto quello che si muove sul piano dei conflitti sociali – purtroppo non particolarmente vivace nell’ultimo anno – gli apparati repressivi sembrano preoccupati soprattutto dalle lotte ambientaliste e dalle vertenze a difesa del territorio, quest’anno senza però l’ossessiva – e sgradita – attenzione particolare al movimento No Tav.
Nella relazione si scrive che: “L’eterogenea galassia dell’antagonismo si è distinta soprattutto per il tentativo di superare una persistente tendenza alla “parcellizzazione delle lotte”, così da dare maggiore compattezza al fronte della contestazione. Ancorché declinato su specifiche realtà del territorio nazionale, il dinamismo antagonista sul versante delle proteste ambientaliste ha ricercato convergenze e sinergie, con l’obiettivo di strumentalizzare in chiave oltranzista l’attività dei cd. “Fronti del No”, che si oppongono alla realizzazione di infrastrutture di vario genere (grandi opere, installazioni energetiche e militari, ripetitori, inceneritori etc.)”.
Tra le preoccupazioni “sovversive” che spiccano nella relazione di quest’anno c’è quella dell’antifascismo militante al quale viene riservata anche una scheda particolare (vedi più avanti). E’ scritto: “Gli attivisti hanno provato a serrare i ranghi concentrando la protesta antisistema sull’“antifascismo” e sull’“antirazzismo”, come testimoniato dalla manifestazione nazionale di Macerata del 10 febbraio, organizzata all’indomani del raid omicida a sfondo razzista compiuto nella città marchigiana da un simpatizzante di estrema destra ed indicata, nella propaganda d’area, come punto di partenza per favorire il rilancio di un percorso di mobilitazione il più possibile comune e condiviso”.
Anche l’organizzazione degli immigrati su vari terreni di lotta inerenti i propri bisogni materiali sembra provocare particolare attenzione da parte dei servizi di sicurezza. “In tale quadro, ha assunto specifico rilievo strategico, nelle progettualità antagoniste, il coinvolgimento nelle mobilitazioni della popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento “capace di produrre conflitto” – è scritto nella relazione annuale – “Una linea, questa, evidenziatasi anche a livello locale, ove i vari “movimenti per l’abitare” hanno mostrato interesse verso la “propensione ribellistica” delle fasce più disagiate e precarie, pure attraverso appelli ad una ripresa delle occupazioni abusive, intese quale “pratica militante di riappropriazione del reddito”. L’impegno antagonista sulla tematica migratoria ha continuato a qualificarsi come un ambito sensibile per l’ordine pubblico in ragione del concorrente attivismo di componenti della destra radicale, con il rischio di un’intensificazione di episodi di conflittualità fra opposti estremismi”.
La mobilitazione “antifascista”
L’affrontamento sui territori dei tentativi dei fascisti di strumentalizzare l’emergenza migranti ha visto materializzarsi una pratica antifascista militante che è ora entrata nel mirino degli apparati di sicurezza, che a questo tipo di mobilitazione dedicano un’apposita scheda nella relazione. Colpisce l’attenzione e la finta preoccupazione dei servizi segreti sul fatto che l’antifascismo abbia fatto un piccolo “salto di qualità”, passando da un antifascismo sostanzialmente costituzionale e culturale al piano militante. Una sottolineatura che pare funzionale a preparare una legittimazione alla repressione della mobilitazione antifascista di fronte – invece – al pieno sdoganamento dei fascisti che mostrano ormai apertamente le evidenti coperture fornite dagli apparati repressivi e istituzionali: “Nell’ambito della mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice, l’”antifa” definisce la posizione più avanzata e intransigente dell’antagonismo di sinistra nel contrasto alla destra, consistente in un impegno militante che privilegia la “dimensione combattiva” rispetto al confronto politico-culturale. Nel 2018, la propaganda e le pratiche della mobilitazione “antifa” hanno evidenziato una rinnovata radicalizzazione in reazione ad una percepita crescita di visibilità e protagonismo dell’estrema destra su questioni riguardanti la sicurezza, l’immigrazione e il disagio sociale. In questo quadro sembrano inserirsi taluni episodi di aggressione contro attivisti della destra radicale, danneggiamenti a sedi aggregative nonché la divulgazione sul web di documenti e “dossier” dai toni istigatori. L’accentuata propensione allo scontro rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”.
Gli internazionalisti in Rojava e Donbass
Colpiscono infine due schede dedicata a chi è andato in questi anni a dare sostegno internazionalista in Rojava e Donbass. E’ la prima volta che si dedica a questo una attenzione così esplicita. Nel primo caso, il Rojava, la relazione scrive che: “Spunti di attivazione sono stati colti anche negli ambienti dell’estremismo marxista, tradizionalmente sensibili alla causa curda, che, in collaborazione con omologhi circuiti esteri, sono stati impegnati a sostenere le formazioni combattenti attraverso specifiche campagne finalizzate alla spedizione di materiale medico”.
Nel secondo caso, il Donbass, i servizi segreti scrivono che: “L’operazione “Ottantotto” del luglio 2018 coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova, che ha coinvolto diversi soggetti accusati di “associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al reclutamento di mercenari e al combattimento in un conflitto in un territorio controllato da uno Stato estero”, ha riportato all’attenzione generale il tema della presenza nel teatro di crisi ucraino di cittadini italiani o di stranieri residenti in Italia”.
Ma sul Donbass, diversamente che in Rojava, per i servizi di sicurezza il monitoraggio verso il sostegno internazionalista si complica per la diversificazione dei soggetti attivizzatisi (militanti della sinistra ma anche gruppi di destra) e della diversità di collocazione “sul fronte”. Nella relazione è scritto infatti che: “Sin dal principio, infatti, la crisi ucraina ha suscitato l’interesse dell’estrema destra, scatenando però un vivace dibattito interno che ha determinato il formarsi di due fronti: l’uno, favorevole alle istanze nazionaliste di Kiev; l’altro, solidale con gli indipendentisti delle regioni orientali dell’Ucraina, sostenuti da Mosca. Tale contrapposizione si è tradotta nella rilevata presenza in entrambi gli schieramenti di militanti dell’ultra-destra italiana, spinti da motivazioni tanto ideologiche quanto economiche. Più nel dettaglio, mirati approfondimenti informativi hanno rilevato che: a favore dei lealisti ucraini si è mobilitata una parte della destra radicale nazionale, in considerazione del ruolo di rilievo ricoperto dai movimenti ultranazionalisti nel corso delle note proteste di piazza del novembre 2013 (cd. Euromaidan); a sostegno dei separatisti si è invece schierata una componente di estrema destra più numerosa, d’impronta più propriamente identitaria, che sostiene le posizioni russe in chiave anti-USA e anti-UE”.
A complicare il lavoro dei servizi di sicurezza italiani emerge poi un altro dato che gli ha scombinato lo schema: “Accanto ai filo-russi, peraltro, si è registrata anche una non irrilevante presenza di militanti dell’antagonismo di sinistra che, dal canto loro, interpretano la resistenza contro il Governo di Kiev in chiave antifascista e antimperialista. Nella maggior parte dei casi, i soggetti spinti da motivazioni politico-ideologiche si sono recati nel Donbass per iniziative propagandistiche, allo scopo dichiarato di documentare quella “esperienza di lotta” e portare sostegno alla popolazione locale, mentre solo una parte, più consistente per gli elementi di destra, risulta coinvolta nei combattimenti. Accanto ai soggetti caratterizzati politicamente, figurano poi quei profili “ibridi” che vantano anche esperienze nel circuito dei contractors. Come per analoghe mobilitazioni, anche in questo caso il web si è rivelato uno strumento di comunicazione e propaganda in grado di favorire contatti e adesioni. Sebbene il fenomeno risulti numericamente contenuto e, per evidenti ragioni, non paragonabile a quello dei foreign fighters jihadisti, esso presenta comunque potenziali criticità, correlate soprattutto all’esperienza e alle competenze di natura militare che, al rientro in territorio nazionale, potrebbero essere riversate negli ambienti di riferimento”. Dunque le carovane di solidarietà con le Repubbliche del Donbass non sono state gradite né sono passate inosservate.
“L’allarme sugli anarchici”, come sempre, da sempre
Nella relazione, ovviamente e come è ormai consuetudine, ci sono diverse pagine dedicate agli anarchici, in particolare “sull’anarco-insurrezionalismo, confermatosi come l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, specie quella riconducibile alla Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti, il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: “lotta alla repressione”, non solo nella consueta accezione di “solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri”, ma sempre più anche in chiave “antifascista” e “antirazzista”; campagna contro le grandi opere (Trans Adriatic Pipeline-TAP in primis); antimilitarismo; opposizione al “dominio tecno-scientifico”. Sembra quasi la descrizione di una imbarcata di “Unabomber” da film statunitense. Ma i recenti arresti di Torino e lo sgombero del centro sociale Asilo occupato, confermano come, per gli apparati repressivi, gli anarchici-insurrezionalisti siano oggetto di una attenzione particolare, da giocarsi poi su mass media compiacenti per seminare allarme sociale. Insomma siamo ancora nella visione da “deep state” nel paese della Strage di Piazza Fontana, di Valpreda e degli anarchici usati come depistaggio e capri espiatori rispetto alla strage di Stato.
Il capitoletto sui fascisti
I fascisti sono un problema per la sicurezza? No, lo sono solo se cercano di federarsi, dismettono la “casacca dei bravi ragazzi” e fingono di contestare Nato, Usa, Ue.
Negli anni scorsi, l’attenzione degli apparati repressivi colpiva per la scarsissima attenzione/documentazione sui gruppi neofascisti (nonostante emergessero spesso i loro legami con la malavita e il traffico di droga, ndr). Una disattenzione qualitativa e quantitativa leggibile anche nella descrizione di “bravi ragazzi impegnati nel sociale” emersa nelle relazioni dei servizi di sicurezza e nei rapporti di polizia negli scorsi anni. Quest’anno c’è un po’ di attenzione in più, ma soprattutto sulla dimensione internazionale, specie sulla frazione disallineata rispetto al dogma atlantista ed europeista dentro cui si colloca l’Italia.
“Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra che, caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni “egemoniche” e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla “base”, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere. Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che, al di là del richiamato omicidio di Macerata, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo. Le varie campagne propagandistiche hanno tradito l’intento di coniugare l’esigenza di proiettare un’immagine “moderata” con la determinazione a preservare, per ragioni di proselitismo, i rapporti con quel variegato sottobosco comprendente anche segmenti politicizzati delle tifoserie calcistiche, nonché sigle di matrice neonazista, antisemita e skinhead. In quest’ultimo ambito, si è registrato un rimarchevole fermento organizzativo e programmatico da parte di componenti hammerskin attestate nel Nord Italia, interessate ad espandere il proprio raggio d’azione a livello nazionale attraverso un ambizioso “progetto federativo” rivolto a gruppi minori. Strumenti privilegiati di proselitismo sono la promozione di concerti d’area e di manifestazioni di carattere sia politico-culturale sia commemorativo-nostalgico, nonché di iniziative a sfondo sociale. La determinazione di tali ambienti ad acquisire peso ne ha influenzato i rapporti con altre compagini nazionali, in alcuni casi portando alla ricerca di sinergie, in altri accentuando la concorrenzialità. In Alto Adige i tradizionali contatti tra gruppi skinhead germanofoni e circuiti neo-nazisti tedeschi si sono ulteriormente rafforzati, facendo registrare la presenza di militanti altoatesini ad iniziative di protesta d’impronta xenofoba svoltesi in Germania”.
Fin qui l’attenzione è alla geometria variabile nelle aggregazioni dei gruppi neofascisti, soprattutto nell’Italia del Nord. Qualche preoccupazione in più emerge invece quando si guarda alle relazioni e alla visione internazionale dei gruppi neofascisti: “Si è confermata, più in generale, la spiccata proiezione internazionale delle principali formazioni d’area, con assidui e stretti rapporti con i maggiori gruppi stranieri dell’ultradestra, funzionali all’affermazione di un “fronte identitario paneuropeo”, a difesa delle radici etnico-culturali dell’Europa, di orientamento filorusso e pro-Assad e in contrapposizione alla UE, agli USA e alla NATO. Un contesto, questo, che ha confermato l’interesse dell’area nei confronti della crisi ucraina, anche in termini di sostegno attivo ai due schieramenti contrapposti”.
Insomma antifascismo militante e mobilitazioni popolari/ambientali sembrano essere le aree più attenzionate dai servizi di sicurezza. Ma, come detto sopra, guai ad abbassare la guardia sul fronte della risposta repressiva ai conflitti sociali, soprattutto se l’evidente avvitarsi della crisi economica accentuerà una crisi sociale nei settori popolari. A quel punto per gli apparati repressivi, tutto quello che si metterà di traverso avrà un suo potenziale sovversivo da colpire, anche quando si muove sul terreno della lotta “legale”. Non sarà la commissione del reato l’oggetto delle misure repressive, ma il soggetto “sovversivo” in quanto tale.
Il testo integrale della Relazione annuale: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/Relazione-2018.pdf
Fonte
L’immagine di un paese socialmente pacificato indurrebbe a ritenere che per gli apparati repressivi non ci sia più lavoro da fare. Il modello di repressione preventiva dell’epoca Minniti sembra aver funzionato e il modello repressivo contundente dell’epoca Salvini (galera per chi occupa edifici o fa blocchi stradali) vorrebbe aver chiuso il cerchio. In realtà l’aria che si respira tra le righe di una relazione dei servizi di sicurezza, che pare preoccupata solo degli scontri con i fascisti o delle mobilitazioni popolari/ambientali, emette un odore di “accanimento terapeutico” contro i punti di resistenza e attività dell’antagonismo politico e di classe nel nostro paese.
Se è vero che gran parte della relazione è dedicata più alle minacce esterne che a quelle sul fronte interno, è bene che nessuno sottovaluti questa apparente ammortizzazione della visione degli apparati repressivi. Hanno ripulito il campo del conflitto di classe, ma vogliono impedire con qualsiasi mezzo che qualcuno torni a ingaggiare la partita della rottura e del cambiamento del quadro esistente. In questo senso comincia a delinearsi uno scenario repressivo in cui non sarà più “la commissione di reato” ad essere sanzionata, ma il soggetto politico in quanto tale (militanti, attivisti etc), per il fatto stesso di esistere e ritenere il conflitto sociale il motore del cambiamento necessario, soprattutto di fronte ad una crisi economica che presenta solo indicatori di pesante peggioramento.
Infine occorre tenere sempre a mente che una “pacificazione” penale del fronte interno è stata sempre funzionale alla riapertura di proiezioni militari offensive sul fronte esterno.
Del resto il cinismo istituzionale e “sociale” che abbiamo visto sugli orrori nei lager in Libia, nel Mar Mediterraneo e nelle nostre strade, sta già abituando la società a convivere con tutto questo. Meglio, quindi, impedire che qualche soggetto politico e sociale rompa questo incantesimo.
Qui di seguito una decostruzione dei capitoli della Relazione annuale dei servizi segreti, in fondo il testo integrale della Relazione (124 pagine) che resta sempre una lettura interessante.
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Lo spettro dei marxisti-leninisti
La relazione dei servizi di sicurezza, da tempo inquadra come capitolo specifico quelli che definisce i “circuiti marxisti-leninisti”, definito ancora con quel trattino in mezzo che, come noto, ha provocato interminabili discussioni nel movimento comunista internazionale se dovesse essere mantenuto o sostituito da una “e”.
“I ristretti circuiti dell’estremismo marxista-leninista hanno continuato ad evidenziarsi per l’impegno propagandistico-divulgativo della stagione brigatista, inteso ad accreditarne l’attualità e a promuovere l’indottrinamento di “nuove leve”. Questo, come di consueto, facendo perno soprattutto su una lettura in chiave rivoluzionaria dei più recenti sviluppi della congiuntura interna e internazionale. In tale quadro, sono rimasti centrali la lotta alla “repressione”, l’“antifascismo”, l’“antimperialismo” e l’esteso panorama delle istanze sociali, a partire dall’emergenza abitativa e dalle vertenze occupazionali.
Il tema forte è sempre quello della solidarietà ai “prigionieri politici”, anche stranieri, che ha animato iniziative contro il “carcere duro”, quali i presidi del 4 maggio e del 28 settembre presso il Tribunale dell’Aquila in occasione di scadenze processuali a carico di Nadia Desdemona Lioce, ristretta nel capoluogo abruzzese e leader delle “Nuove Brigate Rosse” responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi”.
Dopo questo preambolo volto a segnalare una certa continuità sui temi tradizionali (spesso “gonfiati” per scopi abbastanza evidenti), l’attenzione dei servizi di sicurezza allarga il monitoraggio giungendo a conclusioni che mostrano una preoccupazione piuttosto originale. Scrivono infatti che:
“Nella prospettiva della “lotta di classe” hanno continuato a trovare spazio i richiami, a fini di proselitismo, ad un “nuovo proletariato urbano” composto da lavoratori immigrati, precari, disoccupati e “senza casa” – e fin qui potremmo dire che siamo nella norma della visione questurina. Sorprende, invece, quando nella relazione si indica che tra i soggetti eversivi “si inscrivono nel filone internazionalista ed “antimperialista” le manifestazioni in appoggio alla resistenza palestinese ed in chiave “anti-israeliana”, come la protesta in occasione del Giro d’Italia, che per l’edizione 2018 ha preso il via da Gerusalemme Ovest”.
Avevamo fino ad oggi ritenuto che manifestazioni e contestazioni all’occupazione coloniale israeliana della Palestina fossero una “preoccupazione” relativa solo per il Mossad, scopriamo invece che lo sono anche per i servizi segreti italiani.
Il movimento antagonista
C’è poi il capitolo specifico su quello viene definito come il movimento antagonista. Un universo politico a geometria variabile per il numero di collettivi e reti in cui si aggrega, disgrega e ricompone e che rappresenta un po’ il rompicapo nel monitoraggio dei servizi di sicurezza.
Di tutto quello che si muove sul piano dei conflitti sociali – purtroppo non particolarmente vivace nell’ultimo anno – gli apparati repressivi sembrano preoccupati soprattutto dalle lotte ambientaliste e dalle vertenze a difesa del territorio, quest’anno senza però l’ossessiva – e sgradita – attenzione particolare al movimento No Tav.
Nella relazione si scrive che: “L’eterogenea galassia dell’antagonismo si è distinta soprattutto per il tentativo di superare una persistente tendenza alla “parcellizzazione delle lotte”, così da dare maggiore compattezza al fronte della contestazione. Ancorché declinato su specifiche realtà del territorio nazionale, il dinamismo antagonista sul versante delle proteste ambientaliste ha ricercato convergenze e sinergie, con l’obiettivo di strumentalizzare in chiave oltranzista l’attività dei cd. “Fronti del No”, che si oppongono alla realizzazione di infrastrutture di vario genere (grandi opere, installazioni energetiche e militari, ripetitori, inceneritori etc.)”.
Tra le preoccupazioni “sovversive” che spiccano nella relazione di quest’anno c’è quella dell’antifascismo militante al quale viene riservata anche una scheda particolare (vedi più avanti). E’ scritto: “Gli attivisti hanno provato a serrare i ranghi concentrando la protesta antisistema sull’“antifascismo” e sull’“antirazzismo”, come testimoniato dalla manifestazione nazionale di Macerata del 10 febbraio, organizzata all’indomani del raid omicida a sfondo razzista compiuto nella città marchigiana da un simpatizzante di estrema destra ed indicata, nella propaganda d’area, come punto di partenza per favorire il rilancio di un percorso di mobilitazione il più possibile comune e condiviso”.
Anche l’organizzazione degli immigrati su vari terreni di lotta inerenti i propri bisogni materiali sembra provocare particolare attenzione da parte dei servizi di sicurezza. “In tale quadro, ha assunto specifico rilievo strategico, nelle progettualità antagoniste, il coinvolgimento nelle mobilitazioni della popolazione straniera, ritenuta, in particolare dai segmenti più oltranzisti, un bacino di reclutamento “capace di produrre conflitto” – è scritto nella relazione annuale – “Una linea, questa, evidenziatasi anche a livello locale, ove i vari “movimenti per l’abitare” hanno mostrato interesse verso la “propensione ribellistica” delle fasce più disagiate e precarie, pure attraverso appelli ad una ripresa delle occupazioni abusive, intese quale “pratica militante di riappropriazione del reddito”. L’impegno antagonista sulla tematica migratoria ha continuato a qualificarsi come un ambito sensibile per l’ordine pubblico in ragione del concorrente attivismo di componenti della destra radicale, con il rischio di un’intensificazione di episodi di conflittualità fra opposti estremismi”.
La mobilitazione “antifascista”
L’affrontamento sui territori dei tentativi dei fascisti di strumentalizzare l’emergenza migranti ha visto materializzarsi una pratica antifascista militante che è ora entrata nel mirino degli apparati di sicurezza, che a questo tipo di mobilitazione dedicano un’apposita scheda nella relazione. Colpisce l’attenzione e la finta preoccupazione dei servizi segreti sul fatto che l’antifascismo abbia fatto un piccolo “salto di qualità”, passando da un antifascismo sostanzialmente costituzionale e culturale al piano militante. Una sottolineatura che pare funzionale a preparare una legittimazione alla repressione della mobilitazione antifascista di fronte – invece – al pieno sdoganamento dei fascisti che mostrano ormai apertamente le evidenti coperture fornite dagli apparati repressivi e istituzionali: “Nell’ambito della mai sopita ostilità tra estremismi di opposta matrice, l’”antifa” definisce la posizione più avanzata e intransigente dell’antagonismo di sinistra nel contrasto alla destra, consistente in un impegno militante che privilegia la “dimensione combattiva” rispetto al confronto politico-culturale. Nel 2018, la propaganda e le pratiche della mobilitazione “antifa” hanno evidenziato una rinnovata radicalizzazione in reazione ad una percepita crescita di visibilità e protagonismo dell’estrema destra su questioni riguardanti la sicurezza, l’immigrazione e il disagio sociale. In questo quadro sembrano inserirsi taluni episodi di aggressione contro attivisti della destra radicale, danneggiamenti a sedi aggregative nonché la divulgazione sul web di documenti e “dossier” dai toni istigatori. L’accentuata propensione allo scontro rischia di aggravare la conflittualità tra i due fronti, con una possibile intensificazione di provocazioni, aggressioni e reazioni in grado di generare criticità sul piano dell’ordine pubblico”.
Gli internazionalisti in Rojava e Donbass
Colpiscono infine due schede dedicata a chi è andato in questi anni a dare sostegno internazionalista in Rojava e Donbass. E’ la prima volta che si dedica a questo una attenzione così esplicita. Nel primo caso, il Rojava, la relazione scrive che: “Spunti di attivazione sono stati colti anche negli ambienti dell’estremismo marxista, tradizionalmente sensibili alla causa curda, che, in collaborazione con omologhi circuiti esteri, sono stati impegnati a sostenere le formazioni combattenti attraverso specifiche campagne finalizzate alla spedizione di materiale medico”.
Nel secondo caso, il Donbass, i servizi segreti scrivono che: “L’operazione “Ottantotto” del luglio 2018 coordinata dalla Procura della Repubblica di Genova, che ha coinvolto diversi soggetti accusati di “associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al reclutamento di mercenari e al combattimento in un conflitto in un territorio controllato da uno Stato estero”, ha riportato all’attenzione generale il tema della presenza nel teatro di crisi ucraino di cittadini italiani o di stranieri residenti in Italia”.
Ma sul Donbass, diversamente che in Rojava, per i servizi di sicurezza il monitoraggio verso il sostegno internazionalista si complica per la diversificazione dei soggetti attivizzatisi (militanti della sinistra ma anche gruppi di destra) e della diversità di collocazione “sul fronte”. Nella relazione è scritto infatti che: “Sin dal principio, infatti, la crisi ucraina ha suscitato l’interesse dell’estrema destra, scatenando però un vivace dibattito interno che ha determinato il formarsi di due fronti: l’uno, favorevole alle istanze nazionaliste di Kiev; l’altro, solidale con gli indipendentisti delle regioni orientali dell’Ucraina, sostenuti da Mosca. Tale contrapposizione si è tradotta nella rilevata presenza in entrambi gli schieramenti di militanti dell’ultra-destra italiana, spinti da motivazioni tanto ideologiche quanto economiche. Più nel dettaglio, mirati approfondimenti informativi hanno rilevato che: a favore dei lealisti ucraini si è mobilitata una parte della destra radicale nazionale, in considerazione del ruolo di rilievo ricoperto dai movimenti ultranazionalisti nel corso delle note proteste di piazza del novembre 2013 (cd. Euromaidan); a sostegno dei separatisti si è invece schierata una componente di estrema destra più numerosa, d’impronta più propriamente identitaria, che sostiene le posizioni russe in chiave anti-USA e anti-UE”.
A complicare il lavoro dei servizi di sicurezza italiani emerge poi un altro dato che gli ha scombinato lo schema: “Accanto ai filo-russi, peraltro, si è registrata anche una non irrilevante presenza di militanti dell’antagonismo di sinistra che, dal canto loro, interpretano la resistenza contro il Governo di Kiev in chiave antifascista e antimperialista. Nella maggior parte dei casi, i soggetti spinti da motivazioni politico-ideologiche si sono recati nel Donbass per iniziative propagandistiche, allo scopo dichiarato di documentare quella “esperienza di lotta” e portare sostegno alla popolazione locale, mentre solo una parte, più consistente per gli elementi di destra, risulta coinvolta nei combattimenti. Accanto ai soggetti caratterizzati politicamente, figurano poi quei profili “ibridi” che vantano anche esperienze nel circuito dei contractors. Come per analoghe mobilitazioni, anche in questo caso il web si è rivelato uno strumento di comunicazione e propaganda in grado di favorire contatti e adesioni. Sebbene il fenomeno risulti numericamente contenuto e, per evidenti ragioni, non paragonabile a quello dei foreign fighters jihadisti, esso presenta comunque potenziali criticità, correlate soprattutto all’esperienza e alle competenze di natura militare che, al rientro in territorio nazionale, potrebbero essere riversate negli ambienti di riferimento”. Dunque le carovane di solidarietà con le Repubbliche del Donbass non sono state gradite né sono passate inosservate.
“L’allarme sugli anarchici”, come sempre, da sempre
Nella relazione, ovviamente e come è ormai consuetudine, ci sono diverse pagine dedicate agli anarchici, in particolare “sull’anarco-insurrezionalismo, confermatosi come l’espressione più insidiosa, capace di tradurre in chiave offensiva gli appelli istigatori della propaganda d’area, specie quella riconducibile alla Federazione Anarchica Informale/Fronte Rivoluzionario Internazionale (FAI/FRI). Nonostante l’incisiva azione di contrasto degli ultimi anni e le divergenze tra le varie componenti, il movimento si è reso protagonista di numerose sortite, rivendicate e non, che hanno preso di mira obiettivi riferibili ai tradizionali fronti di attivazione libertaria: “lotta alla repressione”, non solo nella consueta accezione di “solidarietà rivoluzionaria ai compagni prigionieri”, ma sempre più anche in chiave “antifascista” e “antirazzista”; campagna contro le grandi opere (Trans Adriatic Pipeline-TAP in primis); antimilitarismo; opposizione al “dominio tecno-scientifico”. Sembra quasi la descrizione di una imbarcata di “Unabomber” da film statunitense. Ma i recenti arresti di Torino e lo sgombero del centro sociale Asilo occupato, confermano come, per gli apparati repressivi, gli anarchici-insurrezionalisti siano oggetto di una attenzione particolare, da giocarsi poi su mass media compiacenti per seminare allarme sociale. Insomma siamo ancora nella visione da “deep state” nel paese della Strage di Piazza Fontana, di Valpreda e degli anarchici usati come depistaggio e capri espiatori rispetto alla strage di Stato.
Il capitoletto sui fascisti
I fascisti sono un problema per la sicurezza? No, lo sono solo se cercano di federarsi, dismettono la “casacca dei bravi ragazzi” e fingono di contestare Nato, Usa, Ue.
Negli anni scorsi, l’attenzione degli apparati repressivi colpiva per la scarsissima attenzione/documentazione sui gruppi neofascisti (nonostante emergessero spesso i loro legami con la malavita e il traffico di droga, ndr). Una disattenzione qualitativa e quantitativa leggibile anche nella descrizione di “bravi ragazzi impegnati nel sociale” emersa nelle relazioni dei servizi di sicurezza e nei rapporti di polizia negli scorsi anni. Quest’anno c’è un po’ di attenzione in più, ma soprattutto sulla dimensione internazionale, specie sulla frazione disallineata rispetto al dogma atlantista ed europeista dentro cui si colloca l’Italia.
“Costante attenzione informativa è stata riservata al panorama dell’ultradestra che, caratterizzatosi per una pronunciata vitalità, ha riproposto, specie con riguardo alle formazioni più strutturate, alcune consolidate linee di tendenza: competizioni “egemoniche” e fluidità di rapporti, interesse ad accreditarsi sulla scena politica mantenendo uno stretto ancoraggio alla “base”, propensione ad intensificare le relazioni con omologhe formazioni estere. Le strategie d’inserimento nel tessuto sociale hanno fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta, soprattutto in talune periferie urbane, centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, nell’ambito di una più ampia mobilitazione su tematiche sociali di forte presa (sicurezza, lavoro, casa, pressione fiscale). Tale attivismo, di impronta marcatamente razzista e xenofoba, si è accompagnato ad una narrazione dagli accenti di forte intolleranza nei confronti degli stranieri che, al di là del richiamato omicidio di Macerata, potrebbe aver concorso ad ispirare taluni episodi di stampo squadrista, oltre che gesti di natura emulativa, e potrebbe conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo. Le varie campagne propagandistiche hanno tradito l’intento di coniugare l’esigenza di proiettare un’immagine “moderata” con la determinazione a preservare, per ragioni di proselitismo, i rapporti con quel variegato sottobosco comprendente anche segmenti politicizzati delle tifoserie calcistiche, nonché sigle di matrice neonazista, antisemita e skinhead. In quest’ultimo ambito, si è registrato un rimarchevole fermento organizzativo e programmatico da parte di componenti hammerskin attestate nel Nord Italia, interessate ad espandere il proprio raggio d’azione a livello nazionale attraverso un ambizioso “progetto federativo” rivolto a gruppi minori. Strumenti privilegiati di proselitismo sono la promozione di concerti d’area e di manifestazioni di carattere sia politico-culturale sia commemorativo-nostalgico, nonché di iniziative a sfondo sociale. La determinazione di tali ambienti ad acquisire peso ne ha influenzato i rapporti con altre compagini nazionali, in alcuni casi portando alla ricerca di sinergie, in altri accentuando la concorrenzialità. In Alto Adige i tradizionali contatti tra gruppi skinhead germanofoni e circuiti neo-nazisti tedeschi si sono ulteriormente rafforzati, facendo registrare la presenza di militanti altoatesini ad iniziative di protesta d’impronta xenofoba svoltesi in Germania”.
Fin qui l’attenzione è alla geometria variabile nelle aggregazioni dei gruppi neofascisti, soprattutto nell’Italia del Nord. Qualche preoccupazione in più emerge invece quando si guarda alle relazioni e alla visione internazionale dei gruppi neofascisti: “Si è confermata, più in generale, la spiccata proiezione internazionale delle principali formazioni d’area, con assidui e stretti rapporti con i maggiori gruppi stranieri dell’ultradestra, funzionali all’affermazione di un “fronte identitario paneuropeo”, a difesa delle radici etnico-culturali dell’Europa, di orientamento filorusso e pro-Assad e in contrapposizione alla UE, agli USA e alla NATO. Un contesto, questo, che ha confermato l’interesse dell’area nei confronti della crisi ucraina, anche in termini di sostegno attivo ai due schieramenti contrapposti”.
Insomma antifascismo militante e mobilitazioni popolari/ambientali sembrano essere le aree più attenzionate dai servizi di sicurezza. Ma, come detto sopra, guai ad abbassare la guardia sul fronte della risposta repressiva ai conflitti sociali, soprattutto se l’evidente avvitarsi della crisi economica accentuerà una crisi sociale nei settori popolari. A quel punto per gli apparati repressivi, tutto quello che si metterà di traverso avrà un suo potenziale sovversivo da colpire, anche quando si muove sul terreno della lotta “legale”. Non sarà la commissione del reato l’oggetto delle misure repressive, ma il soggetto “sovversivo” in quanto tale.
Il testo integrale della Relazione annuale: http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/Relazione-2018.pdf
Fonte
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