Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/12/2025

Piazza Fontana, sono stati loro...

Milano, venerdì 12 dicembre 1969. A metà pomeriggio la Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, brulica ancora di correntisti. Chi vende bestiame, chi sementi, chi aziende intere. Il salone è un alveare. Le voci rimbalzano tra le colonne. Il fruscio delle carte si mescola ai passi. Poi: tutto si spezza.

Alle 16:37, ventitré minuti prima della chiusura, sotto un tavolone ottagonale al piano terra esplode una bomba. Dieci chili di tritolo. Dieci chili che spazzano via corpi e le illusioni di un Paese che ancora crede nella propria innocenza.

L’edificio vomita vetro e sangue. L’aria si riempie di schegge. I corpi volano in alto, sbattuti come manichini. Urla. Sangue. Panico. Nessuno capisce subito, ma tutti sanno: è una strage.

Il bilancio: diciassette morti e ottantotto feriti. La strategia della tensione ha bisogno di corpi da contare.

Ma Milano non basta. La regia è troppo ambiziosa per un solo atto. Roma trema alla stessa ora. Tre bombe. Tre colpi nel cuore della capitale.

La prima alle 16:45: Banca Nazionale del Lavoro, sotterraneo tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti. Una strage mancata.

Alle 17:16, Altare della Patria, seconda terrazza, lato Fori Imperiali. Otto minuti dopo, di nuovo lì: lato scalinata dell’Ara Coeli. Come a dire: la vostra patria è una menzogna.

Anche a Milano, alla Banca Commerciale di piazza della Scala, c’è una bomba che aspetta il suo turno. Ma il caso la disinnesca: il timer si inceppa.

Alle 21:30 gli artificieri della polizia fanno brillare l’ordigno nel cortile interno. Distruggono le prove insieme alla bomba. Qualcuno ha fretta di cancellare le tracce, nascondere le firme, proteggere i veri colpevoli.

Quel 12 dicembre le bombe seguono una direttrice precisa: Milano-Roma. Denaro-Potere. È un messaggio in codice per chi sa leggere nel sangue.

Lo scopo: spingere il governo Rumor a consegnare le chiavi a chi promette ordine. Non vogliono il caos. Vogliono l’opposto: l’ordine della paura. La vera posta in gioco: fermare un Paese in movimento. Spegnere l’autunno caldo del lavoro organizzato. Arginare l’onda del ’68.

Un anno dopo, ancora complotti: è il turno del golpe Borghese, il colpo di Stato abortito all’ultimo minuto. Stessa logica: usare la paura per cambiare tutto, affinché nulla cambi.

E la regia? Cercare nelle stanze dei bottoni, dove si mescolano sette occulte, servizi marci, fascisti redivivi, fanatici d’America, signori dell’economia, generali coperti di stelle. Sono stati loro. E hanno continuato a esserlo.

*****

Le mele marce dell’informazione

1

I fatti sono noti. Il 12 dicembre 1969 a Milano esplode una bomba che devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura. 17 i morti. Una strage passata alla Storia come “la madre di tutte le stragi”. È l’inizio della “Strategia della tensione”.

Una guerra non ortodossa lunga un decennio, accompagnata da un’altra guerra, per certi versi, ancora più subdola: quella condotta dal “Sistema dell’Informazione ufficiale”. Missione: manipolare un’opinione pubblica disorientata e impaurita. Del resto una guerra senza propaganda non si è mai vista.

La paternità della strage è immediatamente attribuita agli anarchici. Facile. Sono loro i bombaroli per eccellenza. È particolarmente viva nel Paese la ferita provocata dall’esplosione di due ordigni il 25 aprile 1969, sempre a Milano. Nel giorno dell’anniversario della Liberazione, nel capoluogo lombardo, esplodono infatti due bombe: una alla Fiera Campionaria e l’altra all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nella stazione di Porta Garibaldi, ferendo una ventina di persone.

Il quotidiano “Il Giorno”, titola subito: «Sono bombe anarchiche». Il “Corriere della Sera” opera con la stessa logica che proporrà solo qualche mese più tardi, all’indomani della strage di Piazza Fontana, suggerendo immediatamente ai suoi lettori i colpevoli. Alludendo addirittura alle bombe del 1928, che «anche allora fu un gesto criminale di un gruppo anarchico».

Allora sul selciato di piazzale Giulio Cesare, all’ingresso della Fiera di Milano, per una granata restarono a terra venti morti e più di quaranta feriti. Tutta gente che era venuta ad assistere alla visita di re Vittorio Emanuele III.

Tornando alle bombe del 25 aprile, si attestano subito sulla linea colpevolista oltre al “Corriere”, anche “Il Tempo” e “La Nazione”. Un millimetro più cauta “La Stampa” di Torino.

Seguono le bombe sui treni di agosto. L’8 ed il 9 agosto 1969 esplodono otto bombe posizionate su diversi treni delle Ferrovie dello Stato, presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Alviano, Pescara, Pescina e Mira, mentre altre due bombe vengono ritrovate, inesplose, nelle stazioni di Milano Centrale e Venezia Santa Lucia.

Nel racconto della carta stampata si trasmette l’idea che l’Anarchia è disordine, sangue, morte. Si prepara il terreno. Si costruisce una sorta di pregiudizio di colpevolezza.

Sul quotidiano di Via Solferino, Mario Cervi, il gemello di Indro Montanelli, tratteggia l’immagine di un Paese in attesa di «misure insieme repressive e preventive che oggi non sono più dilazionabili e rinunciabili».

Il collega Alberto Grisolia, sembrerebbe legato ai servizi segreti, nelle pagine interne della cronaca di Milano si prodiga nell’indicare la suggestione di un altro precedente storico, a suo avviso, di marca anarchica: «Un tragico precedente: lo scoppio del Diana. La bomba esplose la sera del 23 marzo 1921. Autori furono tre anarchici».

La suggestione rimbalza anche nelle altre testate di Destra come “Il Giornale d’Italia”, “La Notte”, “Il Resto del Carlino”. Anche “L’Osservatore Romano” soffia sul fuoco degli anarchici e più in generale sulla stagione della Contestazione. Scrive: «Un’ondata di anarchia si abbatte sul paese».

L’attentato alla Fiera di Milano di aprile, le bombe sui treni di agosto, la morte dell’agente Annarumma il 19 novembre, durante una mobilitazione di piazza, rappresentano una catena di atti terroristici che culminerebbero con la strage di Piazza Fontana. Di questa ricostruzione se ne fa interprete, nel discorso di fine anno, anche il capo dello Stato, Giuseppe Saragat. C’è bisogno di ordine, di ripristino dell’ordine pubblico. Bingo.

Per i quotidiani della sinistra storica “L’Unità”, “L’Avanti” e “Paese Sera” la matrice è invece inconfondibile: di marca fascista. Mentre i giornali della sinistra rivoluzionaria, sono ancora più espliciti: la Strage, non è solo fascista è di Stato.

È “La Stampa” a riportare le parole del commissario di Polizia, Luigi Calabresi, che a sole poche ore dall’attentato dichiara di guardare all’«estremismo di sinistra», perché «non sono certo quelli di destra che fanno queste azioni. Sono i dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti (Potere operaio, Lotta continua)».

Due giorni dopo «una spinta e l’anarchico Pinelli vola giù» da una finestra della Questura di Milano.

2

La strage di Piazza Fontana ha segnato inequivocabilmente una spaccatura nella storia della Repubblica. Un evento che darà il via alla strategia della tensione. Formula, coniata da una giornalista inglese, che ebbe come obiettivo, usando le parole di Aldo Moro, «di rimettere l’Italia nei binari della “normalità” dopo le vicende del ’68 e del cosiddetto autunno caldo».

La strage nella Banca Nazionale dell’Agricoltura ha rappresentato però, anche, il punto di non ritorno del giornalismo italiano. Infatti, come abbiamo abbozzato nella prima parte, la stampa italiana in larghissima parte ha deliberatamente sposato, sin dal primo minuto, le versioni ufficiali delle indagini che indicavano i colpevoli nella pista anarchica.

Scorrendo quindi le pagine della stampa nazionale nei primi giorni seguiti alla strage, il “Corriere della Sera”, è sempre il primo a pubblicare notizie sulle indagini, soprattutto grazie alla penna del cronista Giorgio Zicari, collaboratore del SID.

Sarà Giulio Andreotti in un’intervista rilasciata a “Il Mondo” del giugno 1974 a confermare le accuse che si stavano muovendo nei confronti di Zicari e Giannettini come informatori del SID, “Servizio informazioni difesa” (sciolto nel 1977 e al suo posto furono create due strutture: una civile e una militare SISDE e SISMI).

Altro snodo strategico dei servizi segreti saranno le agenzie di stampa, che inonderanno di redazionali, articoli in apparenza asettici e senza firma, i quotidiani locali.

La svolta narrativa è del 16 dicembre. Il mostro da sbattere in prima pagina ha un’identità: Pietro Valpreda. È davvero una pubblica gogna quella che il giornalismo italiano costruisce ai danni di un uomo le cui vicende più intime sono presentate come sintomi di un sordo rancore verso la società.

A dare agli italiani la notizia dell’arresto è la diretta Rai del telegiornale della sera, prima tramite le parole ripetute di Rodolfo Brancoli – “un appartenente al gruppo anarchico 22 marzo è stato riconosciuto da un testimone” – poi, con assoluta e perentoria certezza, dal giovane inviato Bruno Vespa che in collegamento dalla questura di Roma dichiara: «Pietro Valpreda è un colpevole, uno dei responsabili».

Il giorno successivo, il 17 dicembre, sulle prime pagine è un diluvio di titoli malvagi. Uno degli articoli che più ferocemente traccia l’identikit di Valpreda è a firma di Vittorio Notarnicola (La furia della bestia umana, “Corriere d’Informazione”, 17 dicembre 1969)
«La bestia umana è stata presa [...]. Il massacratore si chiama Pietro Valpreda, ha trentasette anni, mai combinato niente nella vita; rottura con la famiglia; soltanto una vecchia zia, che stira camicie e spazzola cappotti, gli dà una mano; viene dal giro forsennato del be-bop, del rock, un giro dove gli uomini sono quello che sono e le ragazze pure. S’è dimenato sulle piste delle balere fuori porta e sotto le strade del centro, faceva il boy, uno di quei tipi con le sopracciglia limate e ritoccate a matita grassa che fanno ala, in pantaloni attillatissimi, alla soubrette […]. Un passo dietro l’altro, Pietro Valpreda si avvia a diventare la bestia […] Così nasce un Pietro Valpreda. Da questo entroterra arriva al massacro».
Dal momento dell’arresto, Valpreda è oggetto di una campagna di criminalizzazione senza precedenti, nonostante abbia un alibi di ferro. La prozia Rachele ha testimoniato che il pomeriggio del 12 dicembre il nipote era a casa sua con l’influenza, e per questo è stata incriminata per falsa testimonianza nonostante il suo avvocato difensore Guido Calvi abbia fatto mettere a verbale al PM Vittorio Occorsio come il tassista Rolandi avesse dichiarato che, prima del confronto, gli era stata mostrata dai Carabinieri di Milano una fotografia del ballerino anarchico, dicendogli che era la persona che avrebbe dovuto riconoscere, un fatto che invalidava alla radice il riconoscimento.

Di fronte a questa ondata di fango il 23 dicembre si costituisce a Milano il “Comitato per la libertà di stampa e per la lotta contro la repressione”, cui aderiscono circa 150 giornalisti di differenti testate impegnati a denunciare le trame reazionarie del potere esecutivo e giudiziario. Aprendo la via alla controinformazione sollecitata dalla “discussa” morte dell’anarchico Pino Pinelli e dal “provvidenziale” arresto di Pietro Valpreda.

Nonostante l’emergere di lì a breve della pista neofascista alternativa a quella anarchica per la strage, Valpreda rimane in carcere fino al 1972. Sarà assolto in via definitiva soltanto nel 1987.

Il giornalismo di Stato è il peggiore dei giornalismi.

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20/12/2021

Piazza Fontana: la montatura contro Pinelli

Nel giugno del 1996, casualmente, fu rinvenuto in un deposito del ministero dell’Interno sulla Circonvallazione Appia a Roma, una parte rilevante, disordinatamente ammassata, di ciò che era stato l’archivio dell’Ufficio affari riservati, il servizio segreto civile attivo fino al 1974, ben 600 faldoni per un totale di un milione e duecentomila pagine, incluso l’archivio personale di Silvano Russomanno, ai vertici della struttura (il numero due) dai primi anni Sessanta fino ai Settanta.

In queste carte, non sempre lette con l’attenzione che meriterebbero, si trovano anche le prove inconfutabili dei ripetuti tentativi dell’Ufficio affari riservati di “incastrare” l’anarchico Giuseppe Pinelli come responsabile, insieme a Pietro Valpreda, della strage del 12 dicembre 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tentativi durati a lungo anche dopo la sua tragica fine.

Russomanno, non è superfluo ricordarlo, aderente alla Rsi ma anche combattente volontario in un battaglione nazista, in una sua relazione del 28 gennaio 1970, era arrivato non solo ad addebitare agli anarchici una serie di attentati avvenuti a Milano e in altre città a partire dal 1968 (tra questi anche i dieci sui treni tra l’8 e il 9 agosto 1969), che in realtà, come si accertò giudiziariamente erano stati compiuti dalla cellula padovana di Ordine nuovo guidata da Franco Freda e Giovanni Ventura (condannati per questo a 15 anni di carcere), ma che «l’esplosivo» era stato «richiesto da Pinelli» e che era stato «portato a Milano» da «un anarchico spagnolo residente a Bruxelles».

Che si trattasse anche dell’esplosivo «poi usato negli attentati del 12 dicembre 1969», era stato esplicitato in più appunti successivi redatti il 20 febbraio e il 23 febbraio 1970 dal maresciallo Ermanno Alduzzi, capo della squadra di Milano dell’Ufficio affari riservati, che gestiva insieme a Russomanno le confidenze di Enrico Rovelli, nome in codice «Anna Bolena», un infiltrato nel Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa pagato (anche «150.000 – 200.000 lire», cifre all’epoca tutt’altro che trascurabili) dall’Ufficio affari riservati fin dal 1964, successivamente utilizzato come «fonte stabile», a partire dal 1969, anche dal commissario Luigi Calabresi dell’Ufficio politico della Questura di Milano.

«La pista Pinelli» nacque così, testimoniò in seguito il maresciallo Giuseppe Mango, a lungo in servizio presso la segreteria del direttore dell’Ufficio affari riservati, Federico Umberto D’Amato.

Lo confermò lo stesso Alduzzi molti anni dopo, nel maggio 1997, davanti al pm Grazia Pradella, quando sostenne che Rovelli gli aveva fatto il nome di «Pietro Valpreda» per «i fatti del 12 dicembre», ma anche di «Pinelli» come di colui che era a conoscenza dei retroscena.

Pinelli venne ancora tirato in ballo il 21 novembre 1970 in un appunto sempre dell’Ufficio affari riservati, in cui si riferiva di incontri a casa sua «a fine luglio 1969» prima «degli attentati sui treni», alludendo senza alcun riscontro a sue responsabilità.

D’altro canto si dette nell’occasione come assodato il fatto che «Valpreda o qualcuno dei suoi avesse collocato un ordigno «che non esplose» al «palazzo di Giustizia di Milano» nel luglio 1969. Attentato materialmente compiuto il 24 di quel mese, come si appurò in seguito, da Giovanni Ventura di Ordine nuovo.

Come noto, nella notte fra il 15 ed il 16 dicembre Giuseppe Pinelli precipitò dal quarto piano della questura dopo lunghi ed estenuanti interrogatori condotti fin dalla sera del 12 dicembre. Se non fosse finito in quel modo sarebbe stato il secondo “mostro”, accanto a Pietro Valpreda, accusato della strage di piazza Fontana.

Fonte

11/12/2020

Il “mostro” Pietro Valpreda, o l’infamia del potere in Italia


Domani, sabato 12 dicembre, saranno passati 51 anni dalla strage di piazza Fontana, 17 morti e 88 feriti.

La storia è finita soltanto nel 2005, quando la Corte di Cassazione stabilì che la strage fu opera di un «gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari.

In pratica, la matrice neofascista è dimostrata, mentre nulla si sa degli esecutori materiali.

In un primo momento – un primo momento che è durato anni – la colpa fu data agli anarchici: il ferroviere Giuseppe Pinelli morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969 precipitando dalla questura di Milano, il cui capo dell'”ufficio politico” era il commissario Luigi Calabresi.

Una sentenza del 1975 ha stabilito che si trattò di «malore attivo» (un’invenzione medico-legale opera del poi celebrato magistrato di “Mani pulite”, Gerardo D’Ambrosio, ndr); ovvero, dopo 48 ore di interrogatorio, Pinelli si sarebbe sentito male davanti a una finestra e sarebbe volato giù. Dalle stanze dell'”ufficio politico”.

Diverse inchieste indipendenti e la testimonianza permanente di “Lele” Valitutti – unico civile presente in questura, mai interrogato da nessuno per questi fatti – dimostrano che probabilmente le cose sono andate in maniera diversa.

Pietro Valpreda, arrestato nei giorni successivi alla strage, fu trattato come un mostro da tutti i giornali dell’impero. L’Unità scrisse di lui che era «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro, forse manovrato da qualcuno a proprio piacimento».

Non troppo diverso il parere del quotidiano dei fascisti, Il Secolo d’Italia, secondo cui Valpreda era «una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista».

Bruno Vespa, al Tg1, lo presentò come «il vero e sicuro colpevole» della strage, Mario Cervi precisò che «il crimine ha una fisionomia precisa: il criminale ha un volto la sua salute è insidiata da un’infermità grave, il morbo di Burger. La menomazione che lo impedisce, lui ballerino, nelle gambe, potrebbe avere contribuito a scatenare una forsennata e irrazionale avversione per l’umanità intera».

Alle elezioni politiche del 1972 il manifesto presentò Valpreda come capolista alla Camera nella circoscrizione di Roma. «Il mostro» ottenne 11.605 preferenze, ma, pur con circa 32.000 voti, la lista non raggiunse il quorum.

Nel 1985 Pietro Valpreda è stato assolto.

È morto nel 2002, prima dell’ultima sentenza sulla bomba di piazza Fontana.

Le sue ceneri sono al cimitero monumentale di Milano.

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15/12/2019

12 dicembre 1969: gli ultimi 200 metri della bomba


Si è soliti dire che persista più di un “mistero” riguardo alla strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Nulla di più falso. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda.

Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Nelle attività di indagine sono state acclarate le ragioni che ispirarono la strage in funzione di un salto di qualità nel percorso della “strategia della tensione” e messo a fuoco il complesso dei mandanti, tra vertici militari e ambienti Nato, complici ampi settori delle classi dirigenti e imprenditoriali, tentati da avventure eversive. Sono anche stati individuati gli esecutori materiali, ovvero gli uomini di Ordine nuovo, con il riconoscimento delle responsabilità personali di Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio.

Sulla base delle carte che si sono accumulate, interrogatori, confessioni, incrocio di indizi, sarebbe addirittura possibile ricostruire il percorso compiuto dalla bomba collocata all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura. Ne riassumiamo i passaggi fondamentali, omettendo doverosamente alcuni nomi che pur sono emersi. Sono mancati, infatti, quei riscontri inoppugnabili che altrimenti avrebbero determinato dei rinvii a giudizio. Personaggi comunque ad oggi non tutti più processabili, dato il venir meno delle loro esistenze negli anni precedenti le indagini.

Dalla Germania in Italia

Sulla provenienza dell’esplosivo siamo in possesso di due versioni diverse. La prima è stata fornita dal generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’Ufficio D del Sid, che in più occasioni (sia nel 2001 a Milano nel corso del dibattimento di primo grado nell’ultimo processo e sia in una lunga intervista nel 2010) ha sostenuto che fosse «esplosivo di tipo militare» e provenisse da una base Nato della Germania, poi transitato con un tir dal Brennero per essere alla fine consegnato a una «cellula» di neofascisti del Veneto. Questa versione è stata in parte ribadita dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani che nelle sue memorie scrisse testualmente «un americano [...] portò dell’esplosivo dalla Germania in Italia».

La seconda versione la fornì Carlo Digilio, l’armiere di Ordine nuovo, che parlò di un esplosivo prodotto in Jugoslavia, il Vitezit 30. Come noto un foglio di istruzioni per l’utilizzo di questo esplosivo fu rinvenuto nell’abitazione di Giovanni Ventura.

Da Mestre a Milano


L’esplosivo che sarà alla fine rinchiuso in una cassetta metallica Juwel (poco meno di tre chili), trasportato da due esponenti di Ordine nuovo nel bagagliaio di una vecchia 1100, venne periziato qualche giorno prima del 12 dicembre in un luogo tranquillo ai bordi di un canale a Mestre dall’esperto in armi della stessa organizzazione, Carlo Digilio. Il timore era che potesse deflagrare lungo il tragitto verso Milano.

L’esperto li rassicurò a patto che venisse utilizzata un’altra vettura, con sospensioni adeguate. I due gli fecero presente che già si era pensato a una Mercedes di proprietà di un camerata di Padova. Una figura nota nell’ambiente, protagonista di azioni squadriste, con anche un ruolo pubblico nella federazione del maggior partito cittadino di estrema destra. La notte prima del viaggio, destinazione Milano, la Mercedes, di color verde bottiglia, venne posteggiata sotto la casa di un ancor più noto dirigente ordinovista.

L’esplosivo doveva essere consegnato in un luogo sicuro, un ufficio in corso Vittorio Emanuele II con un’insegna posta all’esterno che all’imbrunire si accendeva di un color rosso. Qui la bomba, meglio le bombe (una era destinata alla Banca Commerciale Italiana di piazza Della Scala), vennero assemblate. I temporizzatori che dovevano innescarle, acquistati da una ditta di Bologna, davano un margine di un’ora. Gli uffici in questione offrivano un riparo sicuro, bisognava percorrere solo qualche centinaio di metri per raggiungere i posti prescelti per gli attentati. Nel caso di qualche intoppo o contrattempo si poteva tornare velocemente sui propri passi e disinnescare gli ordigni. Un’operazione di questo genere non poteva essere certo affidata all’improvvisazione. Non si poteva neanche lontanamente pensare alla toilette di un bar o l’interno di una vettura posteggiata. Troppo rischioso.

Da corso Vittorio Emanuele II alla Banca dell’Agricoltura

La bomba per la Banca Nazionale dell’Agricoltura venne portata a mano. Chi la trasportava non era solo. Uno di loro se ne sarebbe in seguito anche vantato in una festicciola tra camerati e con l’armiere del gruppo.

Provenienti da corso Vittorio Emanuele II, attraversata la Galleria del Corso, in piazza Beccaria, al posteggio dei Taxi, uno degli attentatori metterà in opera una delle più grossolane operazioni di depistaggio per incastrare gli anarchici. Rassomigliante a Pietro Valpreda farà di tutto per farsi riconoscere dal taxista Cornelio Rolandi. Si farà portare per 252 metri fino in via Santa Tecla, distante 117 metri a piedi dalla banca, per poi tornare al taxi, percorrendo in totale 234 metri a piedi, per non farne 135, ovvero la distanza da piazza Beccaria all’ingresso della Banca nazionale dell’agricoltura. Si farà infine scaricare in via Albricci, dopo soli 600 metri, a soli 465 metri dalla banca.

Forse sappiamo tutto, anche cosa accadde negli ultimi duecento metri o poco più. Sarebbe possibile anche fare i nomi, ma siamo costretti a far finta di non saperli e a raccontare le mosse e gli atti di costoro come in un film o in un romanzo.

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Questo articolo di Saverio Ferrari è uscito ieri su un inserto («Senza giustizia: piazza Fontana 1969-2019») del quotidiano «il manifesto» con interessanti articoli di Davide Conti e Mario Di Vito più la riproposizione di un editoriale, datato 1992, di Luigi Pintor. Nella scheda bibliografica, senza firma e piuttosto svogliata, dell’inserto si legge fra l’altro: «Quanto a “La strage di Stato. Controinchiesta” uscito nel 1979 per Samonà e Savelli con la cura di Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini e Edgardo Pellegrini, è stato ristampato nel 2006 da Odradek». Quasi tutto sbagliato: “La strage di Stato” uscì nel giugno 1970, da qui il suo valore storico. Non c’erano firme: i nomi dei tre compagni furono aggiunti dopo la loro morte nelle edizioni successive (tantissime e con utili aggiornamenti) per decisione del collettivo di compagne e compagni che condusse le indagini dal basso e decise di pubblicarle in quel libro.



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12/12/2019

Presidente Mattarella oggi a Milano si scusi a nome dello Stato colpevole


I cinquant’anni dalla strage di stato di Piazza Fontana non hanno ancora portato verità e giustizia da parte dello Stato.

Noi tanti che lottavamo, in quei giorni gridammo subito la verità: quelle bombe, come altre prima e dopo, le avevano messe i fascisti, manovali assassini di settori dello Stato che volevano un golpe in Italia.

Erano gli anni del protagonismo operaio e studentesco, l’Italia stava crescendo velocemente grazie alla mobilitazione continua di un popolo sempre più vasto e consapevole. Ingiustizie e pregiudizi storici venivano travolti, eguaglianza sociale e libertà marciavano assieme.

Ma c’era una Italia padronale, ricca, privilegiata, anticomunista fino alle viscere, che non era disposta a tollerare questo cambiamento. Essa era ben rappresentata negli apparati dello Stato, ancora eredi di quelli del ventennio fascista, e godeva di coperture e sostegni internazionali negli USA e nella NATO, che avevano da poco promosso il golpe dei colonnelli in Grecia.

Questa Italia reazionaria si era autonominata maggioranza silenziosa, quella che diceva basta con scioperi, cortei, assemblee, che voleva legge, ordine e rispetto dell’autorità, la sua.

Quest’Italia ingiusta e violenta sapeva però di non poter vincere nella competizione e nel conflitto democratico e quindi decise subito di assumere criminali fascisti, in primo luogo di Ordine Nuovo, per spargere sangue che chiamasse un potere dittatoriale.

Per raggiungere questo scopo però i fascisti dovevano mascherarsi da anarchici, le bombe dovevano sembrare di sinistra, si doveva indirizzare il dolore e l’indignazione per i morti contro gli operai, i sindacati, gli studenti, i comunisti.

Per raggiungere questo scopo era indispensabile che lo stato costruisse menzogne. E questo fu fatto: l’anarchico Valpreda, innocente, fu accusato della strage con prove contraffatte. Pinelli fu assassinato nella questura di Milano mentre era detenuto illegalmente. Lo Stato si mise in moto per costruire l’ingiustizia e cancellare la verità.

Furono le lotte, l’impegno civile, i duri prezzi pagati dalla mobilitazione democratica e popolare, che fecero fallire il disegno reazionario violento che durò un decennio, passando per Piazza della Loggia a Brescia fino alla strage della stazione di Bologna, nel 1980.

Lo Stato, i suoi “settori deviati” poi si disse, fu prima mandante nelle stragi, poi fu autore del depistaggio dai colpevoli, infine fu responsabile dell’insabbiamento della verità che è durato cinquant’anni. Giudici che cercarono la verità, ultimo Guido Salvini, trovarono un muro di gomma di bugie e spesso subirono personalmente le rappresaglie per il loro impegno.

Oggi quello che subito abbiamo saputo il 12 dicembre è diventata la verità diffusa: le bombe le hanno messe i fascisti con la copertura dello Stato. Ma questa verità non è quella ufficiale dello Stato, che ancora non ha riconosciuto le sue infami colpe. Giuseppe Pinelli non ha ancora avuto la giustizia che ha ottenuto Stefano Cucchi.

Oggi il presidente Mattarella sarà a Milano per ricordare la strage.

Presidente non faccia discorsi ipocriti, non parli genericamente di odio e violenza, dica la verità su autori, complici, mandanti. E chieda scusa a nome dello Stato. Perché, come affermammo allora contro il potere e la repressione e come è dovere ricordare oggi: LA STRAGE È DI STATO.

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27/04/2019

Molti anniversari e troppo sangue

di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.

La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.

Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.

In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.

Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».

La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».

Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).

Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

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12/12/2016

12 dicembre una data indelebile nella storia del paese


Il 12 dicembre nella nostra redazione non sarà mai una data come le altre sul calendario. La Strage di Stato in piazza Fontana nel dicembre del 1969 ha segnato uno spartiacque nella storia del nostro paese. Con quella strage venne avviata la guerra di bassa intensità contro il movimento operaio e la sinistra in Italia, una guerra che ha fatto decine di morti, centinaia di feriti e qualche migliaio di prigionieri politici. La classe dominante, quella dell'epoca e quella ancora più fetida emersa dalla Seconda Repubblica, hanno provato con ogni mezzo a manipolare, rimuovere o impedire un vero dibattito storico e politico su quegli anni. Nella migliore delle ipotesi si lasciano sopravvivere tesi come quelle – depistante – di un "doppio Stato", versione consolatoria per molti e per separare responsabilità che non sono affatto separabili.

La redazione di Contropiano nel 2009 diede alle stampe un quaderno – purtroppo andato esaurito nonostante la ristampa – in cui ha cercato di ricostruire il contesto, le cause, le conseguenze, i responsabili di quella guerra di bassa intensità. Ma sulla Strage di Piazza Fontana l'opera che continua ad avere un suo valore destinato a durare è il libro "La Strage di Stato", un lavoro di controinchiesta e controinformazione collettivo che rimarrà di importanza straordinaria. Pubblichiamo qui di seguito la nota editoriale di Odradek, la casa editrice militante che ancora oggi ristampa il libro La strage di Stato, opera collettiva di soli 15 compagni. Un vero intellettuale collettivo, quello di cui c'è urgente bisogno nell'epoca dei guru e di "eroi civili" solitari e solipsisti.

*****

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d’Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.

Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d’ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso ’68-’69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell’inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.

Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?
Con l’inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.

Ma andiamo con ordine.

Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l’Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle allenze o anche solo nell’immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C’è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del ’47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel ’69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell’immaginario popolare.

Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l’Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.

Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'”inchiesta” poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate “a colpo sicuro” sugli anarchici.

L’altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all’interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il ’68-’69 – sotto l’infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell’intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l’ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all’interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).

Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all’impunità dei funzionari dello Stato, all’ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l’archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D’Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.

La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l’attenzione alla verità per come è.
Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c’è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un’eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l’apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell’apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell’azione generale dell’apparato.

Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel ’69, ma con in più una fetta consistente dell’ex Pci) e un ministro dell’interno ex “comunista” non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l’inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull’irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.

Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i ’70 e gli ’80.

Dopo trent’anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un’espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l’approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?

Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L’evoluzione degli avvenimenti a partire dal ’69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni ’70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.

Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l’oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un’interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l’agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l’antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

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12/12/2015

Piazza Fontana. La strage è di Stato

46 anni. Quasi mezzo secolo. Per la generazione che in tutto il pianeta si era appena affacciata al mondo chiedendo e pretendendo, anche in modo "poco educato", un deciso passo avanti verso un sistema più giusto, umano, egualitario, fu tutto un navigare pericoloso tra stragi, attentati, colpi di stato, carcere, repressione.

Qui in Italia, in particolare, la strage di Piazza Fontana fu un autentico big bang. Con conseguenze ampiamente impreviste dagli assassini al governo, che prima avallarono e poi cercarono disperatamente di coprire gli esecutori materiali della strage di Piazza Fontana. Conseguenze inattese perché, come tutti gli atti di terrorismo o repressione governativi, l'intento è quello di spaventare, convincere a rinunciare, ad arrendersi, a tornare a casa. Questo non avvenne, nonostante il potere avesse preventivamente preparato la "pista anarchica" da gettare in pasto a un'opinione pubblica disorientata a bella posta. Con la complicità quasi totale – nei primi giorni, almeno – della stampa nazionale.

Partì una contro inchiesta ormai famosa, che produsse in pochissimo tempo il libro che ancora oggi viene ristampato, letto, condiviso da chiunque intuisca che il potere mente. Sempre.

Pubblichiamo qui la nota editoriale di Odradek, casa editrice militante che ancora oggi ristampa il libro La strage di Stato, opera collettiva di soli 15 compagni. Un miracolo d'altri tempi.

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La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d'Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.

Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d'ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso '68-'69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell'inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.

Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?

Con l'inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.

Ma andiamo con ordine.

Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l'Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle alleanze o anche solo nell'immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C'è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del '47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel '69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell'immaginario popolare.

Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l'Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda” –.

Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'"inchiesta" poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si era indirizzata "a colpo sicuro" sugli anarchici.

L'altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all'interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il '68-'69 – sotto l'infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell'intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l'ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all'interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).

Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all'impunità dei funzionari dello Stato, all'ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l'archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D'Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico –, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.

La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l'attenzione alla verità per come è.

Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c'è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un'eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l'apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell'apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell'azione generale dell'apparato.

Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel '69, ma con in più una fetta consistente dell'ex Pci) e un ministro dell'interno ex "comunista" non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l'inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull'irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.

Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i '70 e gli '80.

Dopo trent'anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un'espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l'approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?

Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L'evoluzione degli avvenimenti a partire dal '69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni '70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.

Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l'oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l'agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l'antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

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A proposito di dietrologie e misteri, a proposito del doppio Stato

Abbiamo ripubblicato questo libro senza pensarci troppo su. Ci sembrava, da una parte, un atto dovuto, e dall’altra un’operazione nemmeno troppo politica. Di memoria, più che altro.

Sbagliavamo. Perché in questo paese, in cui il passato non passa mai, ogni operazione di memoria è un’indagine sul presente.

Lo Stato è sempre lo stesso che negli anni venti metteva le bombe all’hotel Diana di Milano per far ricadere la colpa sugli anarchici; sempre la stessa mancanza di fantasia, tra l’altro.

Ma lo Stato non è soltanto gli apparati che lo compongono, è anche il consenso che riesce a costruire, o, in ultima istanza, la capacità di decostruire le opposizioni, la capacità di dividere, di mistificare, di disinformare.

Leggetevi l’articolo di Sandro Portelli sul “manifesto” che riguarda la proibizione di esporre striscioni razzisti e fascisti; è stata interpretata da un commissario di p.s. di Cagliari che ha fatto sequestrare uno striscione dei tifosi perugini che riportava semplicemente il nome del loro gruppo “Armata rossa”.

E non mi pare che qualcuno abbia protestato nei confronti di un simile sopruso; men che mai i giornali. Anzi, i giornalisti, sono i primi a reinterpretare benevolmente le interpretazioni unilaterali che lo Stato, dal primo magistrato all’ultimo agente, fa nelle sentenze o nell’elevare contravvenzioni.

Prendi un principio, un assioma, un’equazione e troverai il bravo giornalista [Da.Lu., per esempio] che dirà, ma basta, ancora? Distinguiamo...

Tu scrivi, stringendoti nelle spalle, quasi scusandoti dell’ovvietà: “La strage è di Stato” e trovi subito un giornalista che scrive, a proposito della prefazione che come editori abbiamo premesso al libro:

“Riproducendo lo schema amico-nemico, utilizzando analisi semplificate sui fatti di quegli anni, ma anche su quelli successivi, dividendo il mondo tra buoni e cattivi, rischia di indirizzare un’opera teoricamente indirizzata a tutti (la verità non appartiene a nessuno) in quella destinata soltanto a chi la pensa allo stesso modo”.

Che dovevamo scrivere? che la “strage è un po’ di Stato e un po’ no”? Dovevamo riconoscere, alla maniera di Violante, le ragioni dei fascisti? Ahinoi, questo libro è a prova di revisionismo. Non lo si può edulcorare, né manipolare. Tanto è vero che è no copyright e sta integralmente su Internet. Non ci è venuto in mente, e nemmeno ce ne scusiamo. Che “la verità appartiene a tutti”, inoltre, non è affatto pacifico. La verità è un processo innanzitutto, e poi un costrutto, un’affermazione che vuole corrispondere all’oggetto, opera del lavoro (manuale e intellettuale); non un fiume o una pietra. La verità, vogliamo dire, va trovata e riesumata. Come la libertà, insomma. C’è chi la verità non vuole neppure vederla, e chi fa di tutto per nasconderla.

Questo libro dimostra che la verità non appartiene a tutti, ma solo a coloro che se la vanno a prendere, contro tutto e nonostante tutti.

Non per polemizzare con questo giornalista. Ma ci critica perché scriviamo che dopo trent’anni, senza nessuna condanna, “lo Stato si autoassolve”.

Altra affermazione che tutto ci sembrava meno che una forzatura: l’unico a farsi tre anni di galera è stato Valpreda, poi prosciolto.

A noi che scriviamo che “lo Stato si autoassolve” Da.Lu. risponde:

«Non è proprio così, per chiunque abbia letto l’ordinanza del giudice Guido Salvini. Fra l’altro, per avere ostinatamente cercato la verità (e non avere assolto lo Stato) il magistrato e il suo investigatore principale (un carabiniere, un giovane capitano) hanno entrambi pagato uno scotto (procedimenti disciplinari e penali)».

Appunto. E noi abbiamo detto proprio questa cosa.

Anzi, forzando un po’ il nostro più intimo pensiero, avevamo concesso:

«Esistono anche nell’apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionari onesti. (!!!) Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come questi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell’azione generale dell’apparato».

E allora, di che stiamo parlando? Se qualcuno ha fermato Salvini, insomma, ciò dimostra proprio una “volontà di autoassoluzione” da parte dello Stato.

Semmai abbiamo scritto una cosa ben più pesante, sulla quale il giornalista ha sorvolato. Abbiamo attaccato le posizioni dietrologiche, quelle dei costruttori di MISTERI, e che sui misteri vivono di rendita. Misteri dopo trent’anni, ma andiamo!

Abbiamo scritto che non esiste “doppio Stato” – uno visibile, buono, e uno occulto, cattivo – ; abbiamo scritto che lo Stato è uno, quello dei suoi apparati, delle sue istituzioni; “Commissione parlamentare sulle stragi compresa”, avremmo dovuto aggiungere. Nello spirito di questo aureo libretto.

E concludiamo proprio con riferimento alla Commissione Stragi, quella presieduta dal senatore Pellegrino. Se la Commissione-stragi, col suo codazzo di consulenti e portaborse, avesse prodotto in otto anni la decima parte di quanto Di Giovanni, Ligini, Pellegrini & Co. hanno prodotto in sei mesi, noi non staremmo qui a ripubblicare questo libro. Non si deve dire? Qualcuno si offende?
Fino a prova contraria, la strage è di Stato.

Da. Lu. (Daria Lucca?) ha tutto il diritto di non trovarsi d’accordo e di criticarci, per esempio quando dice che una prefazione di 4 pagine non è molto approfondita. Forse. Giudichino i lettori.

D’altra parte, volevamo scrivere una prefazione di servizio, anodina, non molto caratterizzata, anche per via del fatto che doveva trovare d’accordo realtà editoriali diverse tra loro. E anche perché non ci sembrava giusto che, delegati ad approntare la pubblicazione da “Un gruppo dei compagni/compagne che indagarono e scrissero 30 anni fa per smascherare la “Strage di Stato””, gli editori debordassero dai loro compiti e “mettessero il cappello”, con sproloqui chilometrici, su “un libro del movimento per il movimento”.

Una rosa è una rosa, una rosa, una rosa...

La strage è di Stato, di Stato, di Stato...

Tanto dovevamo a chi ci ha delegato e ci ha dato fiducia. Fiducia che peraltro ci è stata completamente riconfermata.

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