Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/09/2023

Sotto attacco la missione dei medici cubani nel mondo

È incredibile la falsificazione che il mondo “occidentale” e con esso la sua espressione economica, il liberismo, fa dell’arrivo dei medici cubani negli ospedali italiani ed in altri paesi del mondo.

È notizia di oggi che la corte penale internazionale dell’Aja abbia aperto una indagine sull’impegno solidaristico dei medici cubani nel mondo (oltretutto stimatissimi), trasformando un’opera di aiuto civile e sociale, addirittura in un #crimine internazionale compreso tra i reati che riguardano la tratta degli esseri umani.

In poche parole per la corte penale i medici cubani sarebbero costretti a prestare il loro servizio in cambio di ‘remunerazione bassa’, se rapportata ai tabellari minimi vigenti nei rispettivi ordinamenti del lavoro dei paesi di assegnazione.

È sorprendente la doppia retorica inquisitoria fatta da L’Aja.

La prima, infatti, sanziona un impegno solidale ed anche volontaristico di uno stato socialista come Cuba, che ha avuto la capacità di formare e istruire migliaia di medici, a differenza di molti stati capitalistici che hanno privatizzato il diritto all’assistenza sanitaria e l’accesso alle cure mediche, di fatto mercificandolo e subordinandolo al profitto.

E poi la domanda sorge spontanea. Anche le ONG, che basano la loro missione sull’opera umanitaria di volontari, che fanno... tratta di volontari?

La seconda. Ma come? La precarietà, la flessibilità del lavoro, il salario minimo, non sono forse retorica dell’economia capitalistica che nel tempo ha distrutto la cultura del lavoro e del salario garantito sostituendola con la precarizzazione, non solo degli stipendi, ma degli orari di lavoro e anche dei tempi di vita?

Per fare un esempio i lavoratori dei TIS, impegnati negli enti pubblici, percepiscono al mese un sussidio tra 600 e 700 euro (prima era di 500), senza un’ora di contribuzione a fini previdenziali e la possibilità di godere della indennità di malattia.

Per non parlare di tutte le forme contrattuali flessibili che nel settore privato penalizzano lavoratrici e lavoratori, determinano gabbie salariali di fatto che lasciano gli stipendi bassissimi senza oltretutto agganciarli all’aumento del costo della vita.

Insomma la Corte Penale internazionale de L’Aja si preoccupa dello stipendio dei medici cubani di 1.200 euro impegnati a salvare (e menomale) quel che resta della sanità pubblica calabrese dopo anni di ruberie, che di certo sono rimaste impunite nel silenzio colpevole di tutte le istituzioni statali e internazionali.

Ma per un medico cubano uno stipendio di 1.200 euro, nel proprio Paese, vale molto di più che uno di 3000 in Europa ed in Italia.

È un fatto intuitivo. Per tutti tranne che per la corte penale internazionale. Curiosità...

L’Aja è la stessa corte che ha emesso un mandato di cattura contro Putin, e non perché avrebbe aggredito un paese sovrano, ma udite udite... perché avrebbe deportato i bambini ucraini in Russia.

Ma le onlus americane che li hanno portati per un periodo in Italia ed in altri paesi, li hanno invece salvati dalle bombe? (Stessa giustificazione data dalle autorità russe...)

Come si può notare dipende molto dai punti di vista.

Un fatto è certo. Se il Presidente Roberto Occhiuto non fosse ricorso a Cuba e Cuba non avesse risposto PRESENTE alla chiamata solidale, i nostri ospedali sarebbero già collassati prima del tempo.

Come del resto è già implosa la giurisdizione della Corte Penale internazionale de L’Aja che, pensate un po’, nasce da un trattato internazionale mai ratificato – ascoltate e tremate! – non solo dai russi, ma anche dagli illuminati e intraprendenti e onniscienti Stati Uniti di America.

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27/01/2023

Per l’assassinio di Andrea Rocchelli appello al Tribunale dell’Aja

La madre di Andrea Rocchelli, il reporter italiano indipendente ucciso nel 2014 in Donbass dalle truppe banderiste di Kiev, ha annunciato di aver fatto appello al Tribunale dell’Aja.

La famiglia di Andrea Rocchelli ha infatti deciso di non rassegnarsi alla sentenza della Corte di Cassazione che aveva assolto in via definitiva il comandante neonazista dell’esercito ucraino Vitaly Markiv, cancellando così la precedente condanna di quest’ultimo a 24 anni con l’accusa di aver diretto l’attacco che causò la morte del reporter italiano e far tacere una voce scomoda che documentava i crimini dell’esercito di Kiev e delle milizie ucraine contro la popolazione russofona del Donbass.

La madre di Andrea Rocchelli, Elisa Signori, attraverso un intervento sul sito di Articolo 21 spiega il punto sulla situazione e le iniziative che intende intraprendere: “Sono passati 8 anni e 7 mesi da quell’attacco e il delitto è tuttora impunito. Nel frattempo la magistratura italiana ha esaminato la vicenda in un processo in tre gradi, svoltosi tra il 2018 e il 2021, a carico del miliziano Vitali Markiv, accusato di concorso in omicidio, e contro lo Stato ucraino come responsabile civile dell’attacco.

Dopo una condanna a 24 anni comminata in primo grado, la Corte d’appello ha concluso con un’assoluzione per un vizio di forma nella raccolta delle testimonianze e la Cassazione ha confermato tale conclusione. Ma le motivazioni delle sentenze di I e II grado di giudizio sono state concordi nell’indicare nell’esercito ucraino e nella GN i responsabili del deliberato attacco con armi pesanti contro i giornalisti, civili inermi”
.

L’atteggiamento delle istituzioni ucraine su questa vicenda non è mai cambiato.

“Hanno respinto ogni addebito nella vicenda: dapprima – ricostruisce Elisa Signori – eludendo e boicottando ogni richiesta di indagine, poi, a processo avviato, denigrando la magistratura italiana come asservita al governo russo, costruendo ad arte una narrazione autoassolutoria e in ogni modo cercando di influenzare il processo nel suo corso.

Infine, a processo concluso, glorificando con grande impegno mediatico l’operato dell’esercito e della Guardia Nazionale, eroi e benemeriti della difesa della patria dai suoi nemici interni ed esterni”
.

“L’escalation militare avvenuta nel 2022 ha però suscitato un interesse nuovo. Il 2 marzo 2022 – prosegue la madre di Rocchelli – è stata creata un’apposita commissione, presieduta dal procuratore Karim Ahmad Khan, che esaminerà e indagherà sui crimini di guerra commessi in Ucraina da chiunque a partire dal novembre 2013 sino ad oggi.

Ciò costituisce una svolta e in tale prospettiva riteniamo, noi, la famiglia di Andrea Rocchelli, che la sua uccisione, quella cioè di un civile inerme, annientato mentre compiva il proprio lavoro di fotogiornalista, sia di pertinenza di tale commissione e meritevole di un’indagine volta a ristabilire verità e giustizia”
.

La madre di Rocchelli annuncia quindi di aver “sottoposto il caso all’attenzione del tribunale dell’Aja convinti – scrive – che si tratti di un atto dovuto, giusto e necessario, perché il tempo passato e l’attuale tragedia dell’Ucraina non sbiadiscono la brutalità di un attacco di forze armate regolari contro un bersaglio civile, non ne mutano il senso di un attacco alla libertà dell’informazione, né attenuano le responsabilità di chi l’ha ordinato, eseguito, avallato”.

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03/07/2020

Italia condannata, giustizia per i pescatori indiani uccisi dai “due marò”

“L’Italia ha violato la libertà di navigazione e dovrà pertanto compensare l’India per la perdita di vite umane, i danni fisici, il danno materiale all’imbarcazione e il danno morale sofferto dal comandante e altri membri dell’equipaggio del peschereccio indiano Saint Anthony“. Corte de L’Aia.

Tutti i mass media ed il palazzo esultano perché il tribunale internazionale ha riconosciuta la nostra sovranità nel giudicare i marò che uccisero due pescatori indiani.

Dimenticano che l’Italia, nella stessa sentenza, è stata giudicata COLPEVOLE di questi omicidi e condannata a risarcire tutte le vittime di questa azione delittuosa.

La giustizia italiana ora dovrà stabilire se i due marò hanno violato le consegne e quindi sono responsabili, oppure se obbedivano ad ordini ed è lo stato italiano il colpevole.

Non vedo cosa ci sia da esultare, c’è da vergognarsi e da ricordare Valentine Jelastine e Ajeesh Pink, i pescatori uccisi in violazione della legge internazionale. A tutte le vittime di questa colpevole azione dell’Italia va la nostra solidarietà e per loro vogliamo giustizia.

P.S. I politici di palazzo che esultano per “l’immunità” dei due marò, dovrebbero pensare un momento ai 20 italiani uccisi nel 1998 sulla funivia del Cermis, in trentino, per colpa della manovra folle ed illegale di un aereo militare USA.

I piloti furono considerati immuni dalla giustizia italiana, giudicati negli Stati Uniti e lì assolti.

STATE DALLA PARTE DELLE VITTIME.

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29/06/2020

Il “presidente” del Kosovo accusato di crimini di guerra. Uno spettro per le cancellerie occidentali


Il presidente del Kosovo Hashim Thaci è stato accusato di crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte speciale dell’Aja (la Kosovo Special Chambers).

Thaci, con altri nove comandanti dell’Uck, tra cui Kadri Veseli, ex speaker del Parlamento e leader del partito democratico (Pdk), sono accusati di oltre 100 omicidi, soprattutto di cittadini serbi e rom. L’inchiesta su questi crimini era cominciata sei anni fa.

Le accuse della Corte formulate in aprile e non ancora formalizzate, sono state rese pubbliche nei giorni scorsi dallo Special Prosecutor’s Office (Spo).

Tra le vittime ci sarebbero serbi e rom, ma anche oppositori politici albanesi. I dirigenti del Kosovo e dell’Uck sono inoltre accusati di torture, persecuzioni e sparizioni forzate.

Un giudice del tribunale incaricato di indagare sui crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) durante la guerra avvenuta tra il gennaio 1998 e il dicembre 1999 (con i bombardamenti e le menzogne della Nato come fattore decisivo dei suoi esiti) dovrà decidere entro i prossimi sei mesi se confermare le accuse, procedendo con un rinvio a giudizio e l’apertura di un processo.

Secondo l’Ufficio del Procuratore, Thaci e Veseli avrebbero ostacolato il lavoro di indagine della Corte Speciale. “Con queste azioni – si legge nel comunicato reso noto dalla Corte – Thaci e Veseli hanno messo i loro interessi personali davanti alle vittime dei loro crimini, dello stato di diritto e di tutto il popolo del Kosovo”.

Non è la prima volta che il presidente del Kosovo viene accusato di crimini di guerra e altri reati. Sospettato di aver gestito un traffico d’armi, droga e perfino di organi umani attraverso l’Europa dell’Est, Thaci finì nel mirino del Consiglio d’Europa nel 2010 e prima ancora in quello dell’ex procuratrice capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ), Carla Dal Ponte. Ma all’epoca le accuse contro di lui non ebbero alcun seguito giudiziario. Al contrario dell’accanimento della stessa Corte contro i dirigenti serbi, tra cui Slobodan Milosevic, condannato e “morto” nel carcere dell’Aja nel 2006.

La notizia dell’incriminazione di Thaci ha provocato un terremoto politico nei Balcani ma non solo. Thaci, infatti era atteso a Washington dal presidente Donald Trump per un delicato incontro con il presidente della Serbia Vucic, nell’ambito del negoziato di pace che l’amministrazione Usa avrebbe voluto come fiore all’occhiello.

Thaci, già in viaggio per la capitale degli Stati Uniti, è dovuto rientrare precipitosamente a Pristina e finora non ha commentato le accuse.

Il Kosovo si è dichiarato indipendente ed è stato riconosciuto come tale nel 2008 da molti Stati (tra cui l’Italia), ma paesi come Spagna, Serbia e Russia non lo hanno riconosciuto. Per molti osservatori il Kosovo è di fatto un narco-stato piazzato in Europa. Per altri è solo il territorio che si estende intorno alla base militare statunitense di Camp Bondsteel sorta subito dopo l’aggressione Nato alla Serbia nel 1999, per altri ancora è una sorta di califfato islamico nei Balcani visto che nei suoi aeroporti transitano molti dei mercenari e dei miliziani dell’Isis diretti o rientranti da Siria e Iraq.

Il Kosovo è sicuramente il risultato della deliberata aggressione della Nato alla ex Jugoslavia e della disgregazione di quel paese. Di recente un film su questa vicenda era diventato oggetto di polemica internazionale. Uno scheletro in più negli armadi delle cancellerie europee, incluse quelle dell’Italia.

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27/04/2019

Molti anniversari e troppo sangue

di Luca Baiada

Cent’anni dalla fondazione dei Fasci di combattimento: Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919. Il fascismo, un tipico prodotto di successo del Made in Italy; forse la parola italiana più nota all’estero, insieme a mafia e pizza. Ipocrisia e sangue. Va al potere con le stragi di democratici e sindacalisti, con gli incendi, coi saccheggi; ma le condanne a morte che pronuncia col Tribunale speciale, quelle eseguite, sono poche decine. Lupara bianca e lupara nera. Al fascismo bastano sette anni dal suo primo governo per sforbiciare un pezzo della capitale e consegnarlo al papato, e pochi anni in più per legare le sorti del paese alla Germania con risultati disastrosi. Paradosso tutto nostro, quel suicidio differito del Risorgimento passa per patriottico.

Tre quarti di secolo dall’attacco partigiano in via Rasella (non per caso, la Resistenza scelse il 23 marzo) e dalle Fosse Ardeatine, il giorno dopo. L’attacco lo fecero i Gap, Gruppi di azione patriottica; patria non sapeva di populismo e non metteva in imbarazzo. Pochi giorni prima, il 10 marzo e sempre a Roma, per l’anniversario della morte di Mazzini i gappisti avevano disperso a revolverate i fascisti, che in via Tomacelli sfilavano contro il re e per la repubblica, ma quella finta di Mussolini. Brutto colpo, per i repubblichini, che sul «Messaggero» commentarono: «Purtroppo i soliti elementi perturbatori attentano alla serena compostezza del corteo». I comunisti sparano sui fascisti per impedire che si fingano mazziniani. Da approfondire, il senso di quell’accademia a mano armata.

La memoria è rimasta prigioniera del paradigma vittimario delle Ardeatine, crimine sepolto nel monumentalismo; l’azione ben riuscita di via Rasella non ha avuto la considerazione che merita, anzi è stata accusata di tutto: i partigiani che volevano l’eccidio, che dovevano consegnarsi ai tedeschi, che ignorarono moniti e comunicati. Qualche anno fa è stato pubblicato e demistificato il volantino fascista che fabbricò menzogne poco dopo il massacro (una manovra disinformativa persino più zelante di quelle tedesche); ma le smentite razionali non bastano, l’accusa contro la Resistenza risponde a un bisogno emozionale. Ha combattuto, ha spezzato l’inerzia, e nella città santa: è colpevole.

Mezzo secolo dalla strage di piazza Fontana, a Milano. Nel 1969 corre lo sviluppo economico, sono in piena maturazione l’industrializzazione e l’urbanizzazione, si è affacciata la rivoluzione sessuale, si progettano il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori. Si reclamano riforme dei codici, della scuola, dell’università. Una parte del paese vuole entrare nella modernità, un’altra frena: vi entrerà zoppicando.

Piazza Fontana è una strage indiscriminata, la prima di tipo bellico dopo la guerra; le altre, da Portella della Ginestra a Reggio Emilia, hanno un margine di selezione delle vittime. Nel 1969 si colpisce a caso: il bersaglio grosso non è in quei morti, è il popolo. Insieme c’è la violenza poliziesca, la macchinazione che mira all’anello debole della contestazione: gli anarchici, estranei al circuito politico del blocco al governo e di quello all’opposizione, riottosi alla retorica del costituzionalismo ingessato, dissonanti dal reducismo ciellenista. Però la morte di Giuseppe Pinelli, un po’ simmetrica e un po’ decentrata rispetto alla bomba, colpisce mirando ed è un monito per tutti, fitta di segni che parlano di allineamento, di ubbidienza non solo governativa. L’uomo che quel giorno va tranquillo coi poliziotti in questura, fiducioso in un chiarimento, ne uscirà cadavere dopo un interrogatorio che viola ogni norma procedurale.

In carcere, additato come il mostro, finirà un altro anarchico innocente, Pietro Valpreda; ci vorranno anni e una modifica legislativa per tirarlo fuori. Ci si renderà conto, finalmente, che le leggi sono ancora quelle fasciste e che un detenuto può sparire senza garanzie. E insieme c’è la giustizia, così inadeguata che alla verità processuale su quel 1969 mancano ancora pagine importanti. La spiegazione corrente su Pinelli sarà un ossimoro osceno, il malore attivo, in cui – come nei Promessi sposi, con le febbri pestilenziali – l’indicibile si sposta sull’aggettivo. Qualcosa si muove, qualcuno fa, insomma c’è un che di attivo, in quella morte. Ma il sostantivo è incolpevole e sa di vecchio, di malfermo: il malore, meno grave della malattia, più svenevole di un dolorino. Pinelli era quarantenne. Da rivedere, sulla giustizia, il film Processo politico di Francesco Leonetti.

Un quarto di secolo dalla rifrequentazione di un tremendo archivio segreto. Fra il 1943 e il 1945 gli occupanti tedeschi e i collaborazionisti fascisti uccidono italiani in una quantità mai davvero calcolata: probabilmente almeno trentamila. Nel 1945 si decide di concentrare indagini e prove a Roma, negli uffici della giustizia militare, per far meglio chiarezza. Negli anni immediatamente successivi i fascicoli sono usati per celebrare pochissimi processi, poi sono lasciati alla polvere, nel silenzio di tutte le strutture partitiche, politiche, sindacali, combattentistiche. Molti sanno, tutti tacciono, qualcuno manovra. È uno scandalo senza paragoni nell’Italia postunitaria, forse nella storia europea: un paese occulta le prove di due anni di massacro dei suoi cittadini, di ogni età e condizione, compresi i bambini, i militari fedeli al governo legittimo, i partigiani, il clero, gli ebrei.

Un giornalista battagliero, Franco Giustolisi, chiamerà questa cosa orribile Armadio della vergogna, un’espressione fulminante. Dopo che l’Armadio è stato riaperto si muovono commissioni d’inchiesta, si scrivono relazioni, eppure restano oscure sia le implicazioni di un’inerzia così lunga, sia le modalità dell’improvvisa rifrequentazione dell’archivio. Avviene, appunto, nel 1994: cioè dopo il Trattato di Maastricht e dopo la trattativa Stato-mafia con la notte in odor di golpe denunciata da Ciampi, e dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. Soprattutto, a breve distanza dalla caduta del Muro di Berlino e dalla riunificazione tedesca, e subito dopo l’arrivo di Berlusconi al governo. In quell’anno i Modena City Ramblers cantano Quarant’anni: «Ho visto bombe di Stato scoppiare nelle piazze e anarchici distratti cadere giù dalle finestre. Ho venduto il mio didietro ad un amico americano. Ho massacrato Borsellino e tutti gli altri. Ho protetto trafficanti e figli di puttana. Ma ho un armadio pieno d’oro, di tangenti e di mazzette, di armi e munizioni, di scheletri e di schifezze».

La rifrequentazione non ha neppure una data sicura. Di altri misteri italiani si conosce almeno il giorno; nel 1994 l’Armadio ricompare senza un verbale, senza una fotografia. Negli anni che seguono si celebrano una ventina di dibattimenti, l’ultimo termina nel 2015; va in prigione solo un sottufficiale. La Germania non paga nessun risarcimento; anzi, alla Corte internazionale dell’Aia fa condannare l’Italia per lesa maestà, perché uno studio legale ha ipotecato una villa tedesca a Como. Attenzione. La posta in gioco non è solo di crediti italiani e di una villa: con quella sentenza la Corte, cioè la voce giudiziaria dell’Onu, dice che gli Stati non possono mai essere condannati a pagare, neppure per crimini di guerra o contro l’umanità. Vale per il passato e per il futuro, per Sant’Anna di Stazzema e per la Siria. È il 2012: la crisi economica dilaga, terrorismo e destabilizzazioni fanno il doppio gioco sul sangue di interi paesi, e Wikileaks, col Cablegate e coi documenti sull’Afghanistan e l’Iraq, ha svelato intrighi e massacri. Ecco che sul tavolo anatomico dei giuristi, all’Aia, le stragi di italiani dal 1943 al 1945 sono dissezionate e manipolate per fabbricare un salvacondotto legale a quelle future, ovunque. Gli apprendisti stregoni cuciono i lutti della Seconda guerra mondiale col fil di ferro del formalismo; ne esce un mostro alla Frankenstein, servizievole alla ragion di Stato. Sangue assolve sangue.

Settant’anni dalla fondazione della Nato. Voluta contro un blocco politico-economico che non esiste più da un trentennio, è sopravvissuta al suo nemico e continua a condizionare il presente. I responsabili di crimini nazifascisti commessi in guerra sono stati protetti e adoperati; la strategia della tensione è stata l’area in cui la Nato ha incontrato il nazifascismo bellico e la protezione postbellica della sua impunità, cioè l’ombra silenziosa dell’Armadio della vergogna.

Lo stragismo nazista e fascista, sempre antipopolare, sempre collaborazionista, ha disseminato di ingiustizia e reticenza un secolo segnandone le tappe. Durante la guerra è stato usato per fabbricare il complesso di colpa per la Resistenza, la squalifica profonda degli italiani, e per gettare le basi di un senso di inferiorità contrario al Risorgimento, al socialismo e alla democrazia; da rileggere, le pagine di Giuseppe Dossetti su Marzabotto come delitto castale. Dopo la guerra ha stravolto l’ingresso del paese nella modernità, costruendo col metodo terroristico la minaccia del colpo di Stato, lo scacco alle conquiste sindacali e democratiche, la difesa a oltranza dei privilegi di classe. Dopo la dissoluzione del blocco socialista e la riunificazione della Germania, i contraccolpi di quel sangue e quei silenzi hanno continuato a pesare. I segreti della strategia della tensione e l’impunità delle stragi nazifasciste in tempo di guerra hanno ricevuto una protezione solida, dentro l’abitudine del potere all’utilizzo indiscriminato della criminalità organizzata e del fascismo; abiti intercambiabili, in Italia, e sempre con l’ornato di una cultura prostituita alla distrazione. Da rivedere l’intervista al regista (Orson Welles), in La ricotta di Pasolini: «Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa». La ricotta comincia col Vangelo di Marco: «Non esiste niente di nascosto che non si debba manifestare; e niente accade occultamente, ma perché si manifesti».

Ancora da sondare, i rapporti fra le coperture dell’Armadio della vergogna e il reimpiego del fascismo negli anni della conflittualità armata, come le relazioni fra crimine, fascismo e affarismo – riciclaggio, privatizzazione di beni pubblici, traffico di droga e armi – nella prima metà degli anni Novanta, in concomitanza coi delitti più vistosi (Falcone, Borsellino). Tutti da affrontare, i legami con altri delitti che hanno segnato la situazione europea poco prima della liquidazione del socialismo o nell’immediatezza (omicidi Olof Palme, Alfred Herrhausen, Detlev Rohwedder).

Le stragi fasciste dal 1919 preparano la dittatura, che prepara i massacri sociali, coloniali, bellici. Le stragi belliche, massacri dentro l’immane massacro, sorreggono l’occupazione militare, la schiavizzazione, la deportazione, il saccheggio, la repressione materiale e morale. Le stragi della strategia postbellica orientano il cambiamento dell’Italia in conformità alla spartizione del mondo in blocchi. Le stragi del 1992-1993 chiudono quella stagione, mettendo a tacere chi sa troppo e aprendo la strada a un nuovo quadro di potere, che serve alla penetrazione economica nei paesi ex socialisti e alla distruzione dell’originale socialdemocrazia italiana, coi suoi specifici miti e pilastri (democristianesimo, eurocomunismo, partecipazioni statali, banche pubbliche). Questo lunghissimo sacrificio umano ha per costante l’eliminazione mirata di notabili (uomini d’ordine antifascisti, politici onesti, sindacalisti impegnati, intellettuali coraggiosi, magistrati scomodi) e il massacro casuale, indiscriminato, contro il popolo, che la strategia del sangue riduce a massa informe di carne.

Davvero, tanti anniversari. Eppure, a leggerli insieme si capisce meglio. Un uomo diritto che visse per amore, patria e poesia, e morì d’esilio in povertà: «Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia, “Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende”». Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 17 marzo.

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05/10/2018

Iran - Per l'Aja le sanzioni USA sono illegali

di Chiara Cruciati – il Manifesto

Uno a zero per l’Iran. Ieri la Corte internazionale di giustizia ha ordinato agli Stati Uniti l’annullamento delle sanzioni introdotte negli ultimi mesi contro la Repubblica islamica, in particolare quelle relative all’aviazione civile e all’importazione di cibo e medicinali. Una vittoria politica: l’Aja non ha potere coercitivo e non può costringere l’amministrazione Trump a togliere le restrizioni punitive introdotte a partire dall’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare siglato con Teheran nel 2015.

Ma, dal punto di vista simbolico e di legittimazione politica della Repubblica islamica, il governo Rouhani ne esce vincente: per la più alta istituzione giuridica mondiale, le sanzioni Usa sono illegali. Era stato l’Iran a presentarsi all’Aja ad agosto: la denuncia si basava sulla violazione del Trattato di amicizia tra i due paesi, firmato nel 1955 dal presidente statunitense Einsenhower e dal premier iraniano Hossein Ala. Sebbene in mezzo ci siano stati la rivoluzione khomeinista, la crisi degli ostaggi e 39 anni di congelamento dei rapporti diplomatici, il Trattato è considerato valido.

Alla base della decisione della Corte sta il pericolo di una crisi umanitaria dovuta proprio alle sanzioni, che impediscono di fatto a Teheran – a tre anni dall’accordo che avrebbe dovuto rilanciarla nel mercato internazionale – di intrattenere normali rapporti economici e commerciali con il mondo.

Con gli asset all’estero mai scongelati e l’impossibilità di entrare nel sistema bancario internazionale, l’Iran sta assistendo alla fuga, una dopo l’altra, delle grandi compagnie internazionali che dopo il 2015 avevano siglato contratti nel paese mediorientale. Per gli avvocati di Teheran l’effetto è lo strangolamento dell’economia interna che danneggia in primis i cittadini.
 
L’Aja gli ha dato ragione: «La Corte – ha detto il presidente del tribunale – ritiene che gli Usa debbano, in linea con gli obblighi previsti dal trattato del 1955, rimuovere qualsiasi impedimento derivante dalle misure annunciate l’8 maggio 2018».

In particolare le sanzioni non possono bloccare «l’esportazione nel territorio iraniano di beni necessari per esigenze umanitarie come medicinali, attrezzature mediche, generi alimentari e prodotti agricoli, nonché beni e servizi necessari per la sicurezza dell’aviazione civile». «Gli Usa – conclude – devono assicurare che licenze e autorizzazioni siano garantite e che i pagamenti e altri trasferimenti di fondi non siano soggetti ad alcuna restrizione».

E mentre Teheran festeggia e Washington mette in dubbio la giurisdizione dell’Aja, gli altri firmatari rimasti fedeli all’accordo (Russia, Cina e Unione Europea) restano in attesa del 4 novembre quando nuove sanzioni Usa dovrebbero entrare in vigore.

E se Bruxelles resiste proponendo un nuovo sistema fiscale per aggirare le restrizioni, in Europa appare una crepa: ieri la Francia ha accusato l’Iran di aver organizzato un attentato a Parigi lo scorso giugno contro un sit-in degli oppositori del Mek (gruppo che promuove il rovesciamento violento del governo iraniano e che fino al 2009 è stato considerato di matrice terroristica da Ue e Usa), sventato dai servizi segreti.

Per questo l’Eliseo ha ordinato due giorni fa un congelamento di sei mesi degli asset di alcuni cittadini iraniani, tra cui persone vicine ai servizi segreti della Repubblica islamica.

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10/05/2017

Libia - Migranti schiavi, inchiesta dell'Aia

Le disumane condizioni in cui migliaia di migranti africani vengono detenuti in Libia, denunciate da tempo dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim), arrivano sul tavolo della Corte Penale Internazionale (Icc). Il tribunale ha annunciato di voler aprire un’inchiesta sui crimini commessi contro migranti e rifugiati nel paese nordafricano con cui l’Italia ha stretto un memorandum (celebrato da tutta l’Unione Europea) per evitare che prendano il mare e cerchino rifugio in territorio europeo.

Secondo i dati dell’Oim, al momento almeno 20mila migranti sono detenuti da bande criminali e milizie armate nelle decine di centri irregolari messi in piedi in Libia, sia nel profondo sud desertico sia lungo la costa: picchiati, abusati regolarmente, costretti a lavoro forzato e prostituzione. Schiavi moderni, prigionieri fino a quando le famiglie non pagano i riscatti o lo stesso migrante riesce a “ripagarsi” la libertà.

Persone vendute – aveva spiegato il capo della missione Oim in Libia Othman Belbeisi – tra i 200 e i 500 dollari in veri e propri mercati di schiavi e detenute per 2-3 mesi, durante i quali subiscono abusi e violenze di ogni tipo. Una rete ormai radicata che mette insieme tratta di esseri umani da Nigeria, Senegal e Gambia, centri di detenzione ufficiosi e moderna schiavitù. E tutto avviene ormai alla luce del sole: ad aprile l’Oim parlava di una normalizzazione tale che le vendite di persone avvengono in pubblico.

All’organizzazione lo raccontano gli stessi migranti. Come un 34enne senegalese: con i compagni di viaggio è stato portato con un autobus in una parcheggio a Sabha dove locali acquistavano i migranti subsahariani. Una volta comprati, vengono condotti in prigioni ufficiose dove vengono costretti a lavorare senza paga o a prostituirsi o a chiamare ripetutamente i familiari per chiedere il riscatto.

Due giorni fa Fatou Bensouda, procuratore dell’Icc ha comunicato al Consiglio di Sicurezza Onu di aver raccolto e analizzato numerose informazioni “relative ai gravi e diffusi crimini commessi contro i migranti che tentano di transitare attraverso la Libia”. “Approfitto di questa occasione – ha aggiunto – per dichiarare che il mio ufficio sta attentamente esaminando la fattibilità di aprire un’inchiesta sui crimini contro i migranti in Libia”.

Un calvario che l’Italia e l’Europa non vedono, impegnate ad attaccare le ong che operano nel Mediterraneo per evitare stragi quotidiane. A monte sta il centrale interesse politico ad impedire l’arrivo di rifugiati e migranti con ogni mezzo possibile, che sempre più spesso passa per pagamenti a regimi autoritari perché si tengano le persone in fuga da fame e guerra. Da Erdogan ad al-Sisi, la rete che la Ue sta imbastendo è fatta di accordi finanziari e militari volti a bloccare i migranti negli Stati di passaggio.

La Libia, con il memorandum firmato con l’Italia, è uno di questi. Eppure si tratta di un non-Stato, di uno Stato fallito dopo l’attacco della Nato del 2011 che – nonostante annunci di accordi e negoziati – è tuttora preda di autorità militari e politiche diverse, di un sistema politico a più teste, dai parlamenti rivali alle città-Stato.

In un simile contesto i migranti sono merce di scambio e di entrate economiche. L’ultimo rapporto Unicef, pubblicato alla fine di febbraio, dà i numeri: dei 23.846 bambini arrivati in Italia nel 2016, tre quarti ha subito violenze in Libia e la metà abusi sessuali ripetuti; 23mila minori e 28mila donne sono tuttora detenute nel paese nordafricano. Difficile identificare i centri di detenzione, spesso ex caserme militari o magazzini. L’Onu ne conta al momento 34, di cui 24 governativi. Ma sarebbero molti di più: si tratta di prigioni ufficiose, invisibili, gestite da milizie armate, gruppi islamisti o gang criminali.

Con accordi come il memorandum di intesa tra Roma e Tripoli, quell’incubo potrebbe ripetersi: se i migranti saranno rispediti indietro, potrebbero finirci di nuovo.

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15/08/2016

Verità e giustizia per Slobodan Milosevic

Apparentemente sembra una di quelle classiche notizie di mezza estate che servono per riempire lo spazio dei giornali e dei notiziari. Invece la notizia – che “stranamente” solo ora trova un po’ di spazio sui media – è un fatto di rilevante importanza.

L’ex Presidente della Serbia, Slobodan Milosevic, è stato scagionato dalla Corte Penale Internazionale per i cosiddetti crimini di guerra per le varie fasi delle guerre balcaniche degli anni ’90. Una decisione che ribalta completamente un allucinante castello accusatorio che per alcuni anni ha tenuto banco nel dibattito politico internazionale.

Eppure Slobodan Milosevic è stato lasciato morire in carcere – nel marzo del 2006 – dopo cinque anni di detenzione, senza poter usufruire di nessun beneficio, in una asettica cella del “democratico” tribunale dell’Aja in Olanda alla stregua di un volgare ed efferato criminale. Una sorte che – a dimostrazione che la storia la scrivono i vincitori – non fu replicata ed uguale per i presidenti di Croazia e Bosnia i quali – almeno formalmente – venivano ritenuti corresponsabili delle presunte malefatte di Milosevic mentre, in realtà, erano le teste d’ariete dell’aggressione della Federazione Jugoslava.

Questa “riabilitazione postuma” di Milosevic pur all’interno di un dispositivo giuridico e di una evidente falsificazione storica dei fatti che condanna, a pene pesantissime e discutibilissime, altri protagonisti della complessa vicenda Jugoslavia è una ulteriore prova – un altro tassello – che svela, inequivocabilmente, come la distruzione di quel paese fu pianificata scientificamente dalle potenze occidentali e dal Vaticano fino ai suoi esiti finali che prevedevano, fin dall’inizio, l’eliminazione del Presidente Milosevic descritto – dalla comunicazione deviante del capitale a scala globale – come l’incarnazione personificata del male assoluto. Non è un caso – poi – che altri oppositori al generale rullo compressore imperialista acceleratosi dopo il 1989 – da Saddam Hussein a Gheddafi – hanno conosciuto la morte fisica, senza neanche lo straccio di un processo, anche sulla scorta della sostanziale impunità che gli aggressori occidentali hanno usufruito prima, durante e dopo le ripetute aggressioni consumate contro i popoli della Jugoslavia.

Ora, dopo anni, questa notizia non suscita più l’indignazione e lo sdegno di cui necessiterebbe una sentenza di tale portata storica. Gli ultimi 20 anni sono stati un periodo di grande sconvolgimento internazionale dove l’accentuarsi della competizione globale tra potenze e il suo combinato disposto con la vigenza di una crisi strutturale del capitale ha provocato e continua a suscitare guerre d’aggressione, distruzione di entità statuali, movimenti migratori e inenarrabili sofferenze.

Un arco storico in cui è cresciuto l’interventismo bellico imperialista spesso camuffato o dalle insegne dell’ONU o da motivazioni “umanitarie”. Una nuova fase di militarismo imperialista che si alimenta di una propaganda distorta che tende alla persuasione delle coscienze, all’intruppamento reazionario dei settori sociali verso il proprio capitalismo di riferimento ed alla passivizzazione/narcotizzazione delle masse. Da comunisti abbiamo difeso, più volte, la Jugoslavia mentre veniva attaccata militarmente dagli USA e da altri paesi europei. Mai dimenticheremo l’infamia di Massimo D’Alema alla guida di quel governo che mandò i Tornado italiani sui cieli di Belgrado e della Jugoslavia a fare stragi di civili. Nel contempo abbiamo criticato Milosevic per la sua difesa incoerente dell’unità e della fratellanza dei popoli Jugoslavi attestata attorno alla “centralità dei serbi” e non invece – come il Presidente Tito magistralmente era stato capace di fare – a scala “pan/Jugoslava” in un possibile e corretto equilibrio politico e sociale tra le varie “repubbliche” che componevano quella Federazione nata da una vera guerra di popolo contro l’occupazione nazista e fascista.

Una incoerenza, quella di Milosevic e del Partito Socialista Serbo, nutrita, tra l’altro, da primi cedimenti sul versante economico verso il liberismo capitalista e le ricette del Fondo Monetario Internazionale foriera di disastri. Una autentica deriva che aprì la strada all’opera di manomissione economica, diplomatica e militare dell’Occidente che – subito dopo la morte di Tito e i fatti del 1989/1991 – conobbe un nuovo slancio antisociale in Jugoslavia come altrove.

La notizia – venuta alla luce in questi giorni anche se la sentenza risale al 24 marzo scorso – ci ha offerto la possibilità di ricordare il vero e proprio omicidio di Slobodan Milosevic e di richiamare, ancora una volta, l’attenzione e la critica attiva verso la cosiddetta neutralità del diritto internazionale e delle sue “istituzioni democratiche” tra cui il famigerato Tribunale Internazionale dell’Aja. Una attenzione ed una critica da rendere – anche alla luce dell’inasprirsi delle contraddizioni sul piano generale e dei venti di guerra che spirano minacciosi – prassi agente per attrezzare, anche sul terreno dei contenuti politici, il lavoro di ricostruzione e di riqualificazione del movimento No War.

Michele Franco, Rete dei Comunisti

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10/04/2016

Tribunale de L’Aja: nessun massacro di civili nel Donbass

August Bebel, capo della socialdemocrazia tedesca non ancora trasformatasi in quel “cadavere imputridito” (Lenin) che nel 1914 avrebbe votato i crediti di guerra, diceva che i giudici sono la casta più reazionaria della società. Senza riferimento a un loro specifico settore, è difficile non concordare con quel giudizio, quando si giustappone qualche ultima deliberazione dei giudici de L’Aja.

Nessuna causa verrà avviata per il massacro di civili nel Donbass, perché “i delitti denunciati non rientrano nella giurisdizione del tribunale”, dato che “La Corte può esercitare giurisdizione sui crimini internazionali, se la sua competenza è riconosciuta (1) dallo Stato nel cui territorio è stato commesso il reato, (2) dallo Stato di cui è cittadino l’accusato, o (3) il caso è delegato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU”. Nel caso sollevato dall’avvocato russo Igor Trunov, dicono i giudici de L’Aja, nessuna di queste condizioni è data. Trunov si riferiva a casi specifici, ponendo l’accento soprattutto su “l’uso di armi di distruzione di massa, con la morte in massa di civili. Bombardamento di edifici pubblici, abitazioni e infrastrutture. Una scuola è stata colpita, provocando quindici vittime; ucciso anche un collaboratore della Croce Rossa Internazionale, lo svizzero Laurent Etienne Du Pasquier “. Ma, secondo i giudici de L’Aja, avrebbero dovuto essere la junta golpista di Kiev a intentare causa contro le proprie truppe e i propri battaglioni neonazisti inviati a terrorizzare il Donbass!

Di contro, lo scorso 24 marzo, il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, nel 17° anniversario dell’inizio dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, che causarono 2000 vittime civili, tra cui più di 400 bambini, aveva condannato il primo presidente della Repubblica serba di Bosnia, Radovan Karadžič, a 40 anni di reclusione, con l’accusa di genocidio. “Un atto di ipocrisia sfacciata”, hanno detto i comunisti russi, “un’altra pagina vergognosa nella storia della giustizia internazionale”, scritta dal Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, creato su pressione USA, quale “degna conclusione dell’aggressione alla Jugoslavia nel 1999 e organo apertamente antiserbo, per coprire gli innumerevoli crimini dei terroristi albanesi, bosniaci e croati”.

Come in sede nazionale si amministra la “giustizia” della classe al potere, così, a livello internazionale, o “l’inquisizione Nato denominata Tribunale de L’Aja” ratifica i delitti della Nato stessa, oppure assolve in altra sede il genocidio nel Donbass. Si sanciscono gli interessi geopolitici di chi si regge o sui manganelli o sui bombardamenti; il risultato è in ogni caso la convalida della reazione.

E’ così che il PC russo, dopo il “no” all’associazione dell’Ucraina alla UE, ha invitato gli olandesi a dare una spallata anche al Tribunale internazionale de L’Aja.

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28/03/2016

Mosca sulla condanna di Karadžič: “nessun pilota Nato sul banco degli accusati”

Il cosiddetto Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato ieri il primo presidente della Repubblica serba di Bosnia, il 71enne Radovan Karadžič, a 40 anni di reclusione. Indicativo dell’intero corso della vicenda e del significato generale del Tribunale stesso è il momento della sentenza, nel giorno del 17° anniversario dell’inizio dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, che causarono 2000 vittime civili, tra cui più di 400 bambini. Il processo era iniziato nel 2009, un anno dopo l’arresto di Karadžič a Belgrado e la sua reclusione nel carcere olandese di Scheveningen.

Come “una beffa gesuitica”, scrive oggi Komsomolskaja Pravda “è risuonata nell’aula del tribunale la dichiarazione del giudice secondo cui potrà esser presentato ricorso contro il verdetto. I serbi condannati dal Tribunale conoscono bene il valore del ricorso. Il generale Stanislav Galič, condannato a 20 anni, dopo il tentativo di appello è stato condannato al carcere a vita. Il colonnello Veselin Šlivančin, in appello, invece degli originali 5 anni, ne ha avuti 17. Il croato Dražen Erdemovič, che aveva ammesso di aver  personalmente fucilato più di 120 persone, aveva avuto appena 5 anni”. L’orientamento antiserbo del Tribunale, scrive ancora KP, è da tempo conosciuto da tutti gli esperti imparziali: 92 accusati su 142 sono serbi; di essi, solo due sono stati prosciolti, a differenza dei musulmani bosniaci (3 su 9) e degli albanesi (5 su 9), e 32 croati.

Accanto alle reazioni internazionali, in particolare della dirigenza serba, che chiama “tutti i serbi di Bosnia e Erzegovina a lottare per la propria repubblica e il proprio popolo, messi in forse dal verdetto”, a Mosca si parla di “piena illegalità”. Già nel tardo pomeriggio di ieri, la Tass riportava le parole del vice presidente della Commissione esteri della Duma, Leonid Kalašnikov, secondo cui “siamo in presenza di una condanna assolutamente infondata. Mentre il Tribunale già da tempo aveva cessato di essere in vita, hanno continuato per oltre sette anni a tenere Karadžič sotto custodia. Siamo in presenza di un approccio assolutamente unilaterale degli occidentali: i kosovari, di cui non avevano più bisogno, sono stati rilasciati da tempo, mentre ai serbi, di fatto, è stata negata una giustizia equa. Ecco, questo è un genocidio”.

A proposito di genocidio, tra le accuse principali mosse infatti a Karadžič, c’è quella per i fatti di Srebrenitsa, l’enclave musulmana in cui, secondo il Tribunale, nel 1995 i serbi di Bosnia avrebbero fucilato diverse migliaia di uomini musulmani. Esperti internazionali hanno da tempo dimostrato come, in base alle riesumazioni, i cadaveri presentassero per lo più ferite inferte in combattimento. Da allora, si è chiesto ripetutamente di indagare in modo approfondito sui massacri di civili serbi che, proprio nella regione di Srebrenitsa, erano stati perpetrati dalle milizie bosniache a partire dal 1992, allorché l’enclave era stata da esse occupata e utilizzata come testa di ponte (protetta dalle forze ONU, che avrebbero dovuto disarmare i musulmani) per i loro attacchi contro il territorio controllato dai serbi, con migliaia di civili uccisi e centinaia di villaggi serbi bruciati. Su Karadžič ricade anche l’accusa per le esplosioni al mercato di Sarajevo, di cui da tempo è noto che furono organizzati dai leader islamisti di Bosnia per giustificare l’appoggio clintoniano.

“Un tribunale filo-americano”, ha detto il vice speaker della Duma e vice presidente del PC russo, Ivan Melnikov. Riguardo alla consegna del leader serbo-bosniaco, da parte dell’allora dirigenza di Belgrado, Melnikov ha aggiunto che “a suo tempo il PC russo criticò la consegna di Karadžič a tale tribunale e oggi, allo stesso modo, critichiamo il verdetto; la ragione è la stessa: non è un tribunale, ma una farsa legale politicamente orientata pro-americana”. Il vice presidente della Commissione esteri del Consiglio federale (senato), Andrej Klimov, ha dichiarato alla Tass che la responsabilità per delitti contro l’umanità in Jugoslavia deve ricadere non solo sui serbi, ma anche sui rappresentanti delle altre etnie, così come sui piloti della Nato. Si sarebbero dovuti chiamare a rispondere anche quei piloti Nato che effettuarono i bombardamenti sulla Jugoslavia, uccidendo in massa la popolazione civile. Ma per qualche ragione non ho visto quei piloti sul banco degli imputati, sebbene la NATO non fosse stata invitata colà da nessuno e non ci fossero decisioni del Consiglio di Sicurezza ONU. Anche quelli erano crimini contro l’umanità, ma qualcuno ha visto in tribunale quei criminali?”, ha detto Klimov. La Tass ricordava anche come il Ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, già nel 2012 avesse accusato il Tribunale di pregiudizi politici e doppio standard nell’approccio ai casi in cui sono imputati i serbi bosniaci e i musulmani.

Nei giorni scorsi, Sovetskaja Rossija, dando notizia dei meeting anti-Nato svoltisi in varie città della Jugoslavia per l’anniversario dei bombardamenti Nato, scriveva che, purtroppo, i leader di Belgrado sembrano essersi dimenticati delle vittime di quegli attacchi e oggi, “su ordine di Bruxelles e per le promesse illusorie di entrare nella UE, abbandonano al loro destino i serbi del Kosovo, diminuiscono le pensioni, e le spese sociali, privatizzano ciò che rimane dell’industria serba, tradiscono la memoria delle vittime innocenti”. “Quanto accade a L’Aja con Radovan Karadžič”, ha dichiarato a SR il presidente della Repubblica serba in Bosnia-Erzegovina, Milorad Dodik “non ha niente a che fare con la ricerca della verità, ma è solo vendetta”. Le testimonianze udite a L’Aja, conclude SR, hanno distrutto ogni tassello delle “accuse contro Karadžič e Mladič per il genocidio dei musulmani di Bosnia e sfatano i miti con cui è stata impressa nell’opinione pubblica mondiale la cosiddetta satanizzazione dei serbi”.

Darja Aslamova, una delle più attenti corrispondenti di Komsomolskaja Pravda, ricordando alcuni suoi incontri a Pale con Radovan Karadžič, durante la guerra nei Balcani, sottolinea come “la guerra civile in Bosnia sia iniziata con il massacro a una cerimonia di nozze serba a Sarajevo. I musulmani bosniaci avevano l’appoggio dell’Occidente e del mondo musulmano; i serbi di nessuno. Anche la Russia, nonostante le alte dichiarazioni, rifiutò ogni aiuto in armi, mentre i musulmani bosniaci, in tre anni di guerra, ricevettero due miliardi di $ per acquistare armi. Nel paese giunsero Osama bin Laden e 4.500 combattenti di Al Qaeda. Ci sono le foto di come si tagliassero le teste dei serbi. Tutti gli assassini sono noti e, in giro per il mondo, reclutano oggi nuovi terroristi. Nessuno di loro è mai stato arrestato”. Aslamova racconta di come Karadžič le avesse detto, a proposito dell’isolamento in cui l’Occidente aveva costretto i serbi, che questo avrebbe aiutato “la loro maturazione. L’isolamento forzato di un popolo, come quello delle singole persone, lo distrugge, se è spiritualmente vuoto, o lo eleva, se lo merita. I serbi ora sono soli, ma questo darà loro maturità spirituale e saggezza. Dio sa che abbiamo ragione. Certe volte mi sembra che stesse parlando di noi, russi”, conclude Aslamova.

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01/04/2015

La Palestina aderisce al tribunale dell'Aja

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosiddetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

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04/02/2015

Il Tribunale dell’Aia: “Croazia e Serbia non sono colpevoli di genocidio”

E’ stato emesso oggi un verdetto – vincolante e inappellabile – che giunge a 16 anni dall’apertura dell’inchiesta del Tribunale Internazionale, un’inchiesta falsata dall’aperto sostegno occidentale alla Croazia e poi da convenienze politiche ed economiche che hanno distorto responsabilità e ricostruzioni storiche. Ma comunque un verdetto apparentemente equidistante, anche in nome della necessità di Ue e Stati Uniti di normalizzare le relazioni politiche, economiche e diplomatiche con una Serbia che non si è ancora risollevata da anni di embargo e guerra.

Né la Serbia né la Croazia sono colpevoli di genocidio nei confronti di altre popolazioni dei Balcani nonostante i crimini di guerra commessi dal 1991-1995. A stabilirlo è stato il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia con sede all'Aja.
I giudici hanno respinto in particolare le accuse avanzate da Zagabria contro la Serbia per i combattimenti e l’assedio di Vukovar e di altre città nella guerra del 1991 seguita alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Federazione Jugoslava da parte della Croazia, allora sostenuta da Germania e Vaticano. «La Croazia non è riuscita a provare le sue accuse secondo le quali è stato commesso un genocidio» ha affermato il presidente della Corte dell’Onu, lo slovacco Peter Tomka, al termine dell'udienza pubblica. Le prove fornite dal governo croato – ha aggiunto il giudice – non sono state sufficienti a dimostrare che le azioni commesse dalle forze armate serbe avessero «lo scopo specifico necessario perché si possa parlare di genocidio».
Secondo Tomka sono molti ed anche efferati i crimini commessi dalle forze militari e paramilitari di entrambi i Paesi, ma l’intenzione delle parti in conflitto non era quella di commettere genocidio, cioè di «distruggere una popolazione in tutto o in parte».

Secondo la Convenzione Onu si prefigura infatti un genocidio quando le azioni militari hanno l'obiettivo di distruggere in tutto o in parte un gruppo sulla base di ragioni etniche, razziali o religiose. La città croata di Vukovar venne parzialmente distrutta a causa dell'occupazione serba durata tre mesi nel 1991: decine di migliaia di croati vennero sfollati e circa 260 di loro vennero arrestati e uccisi.

Dal canto loro, le autorità di Belgrado denunciarono la Croazia per aver espulso circa 200mila serbi dal territorio croato e di averne uccisi a migliaia nel corso della cosiddetta Operazione Tempesta che di fatto “liberò” le regioni nordorientali della Croazia dalla presenza serba, in particolare la Krajina.
La sentenza di oggi rappresenta una batosta soprattutto per le rivendicazioni di Zagabria, che ha sempre teso a dare al conflitto balcanico una versione unilaterale, descrivendosi come paese aggredito e immune da responsabilità. Se la Croazia non ha potuto dimostrare i presunti propositi di genocidio della Serbia nel conflitto durato dal 1991 al 1995, la sentenza ha confermato che la Croazia ha compiuto crimini di massa contro i serbi. Non a caso il presidente serbo Tomislav Nikolic ha commentato che "Anche da parte delle più alte istituzioni giudiziarie dell'Onu è stato confermato che le forze croate commisero crimini di massa contro i serbi di Croazia".
Assai meno positivo invece il commento del premier croato Zoran Milanovic: "La Croazia non può essere soddisfatta del verdetto di oggi, del fatto che non è stato provato il genocidio ma d'altro canto i giudici hanno chiaramente stabilito che eccidi e distruzioni sono stati commessi, che c'è stata la pulizia etnica".

Finora l'unica condanna per genocidio – non contro la Serbia ma contro alcune milizie paramilitari di Belgrado – pronunciata per quanto riguarda le guerre dei Balcani resta quella sul “massacro di Srebrenica” del '95, in Bosnia. Fu emessa nel 2004, ma non dalla Corte di Giustizia delle Nazioni Unite, bensì da un Tribunale Penale Internazionale dell’Onu costituito ad hoc.
Quasi in contemporanea con la lettura della sentenza all'Aia, il governo croato ha deciso di garantire l'impunità ad un criminale di guerra.

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La Croazia libera il boia Glavaš

Drago Hedl*

La sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale croata ha per­messo a Bra­ni­mir Gla­vaš di uscire dal car­cere bosniaco dove scon­tava una pena per cri­mini di guerra. Mar­tedì scorso il Tri­bu­nale di Zaga­bria ha tolto il man­dato di cat­tura che gli impe­diva di fare ritorno in Croa­zia. E, alla fine, ieri è rien­trato ad Osi­jek, accolto da più di due­mila per­sone. Ecco que­sta sto­ria par­ti­co­lar­mente grave.

Bra­ni­mir Gla­vaš, ex gene­rale dell’esercito e un tempo uno dei più potenti poli­tici della Croa­zia, con­dan­nato nel 2008 a dieci anni di reclu­sione per gravi cri­mini di guerra com­messi a Osi­jek, è tor­nato in libertà a seguito di una deci­sione della Corte costi­tu­zio­nale croata.

Fino a tre giorni fa la sua libertà era limi­tata al solo ter­ri­to­rio della Bosnia Erze­go­vina, paese dove stava scon­tando la pena. Mar­tedì scorso, tut­ta­via, il Tri­bu­nale di Zaga­bria ha revo­cato il man­dato di cat­tura nei suoi con­fronti, dando seguito alla deci­sione della Corte Costi­tu­zio­nale, e Bra­ni­mir Gla­vaš potrà dun­que rien­trare in Croa­zia. E infatti ieri l’ex gene­rale, pun­tuale è arri­vato a Osi­jek rice­vuto da una folla di vete­rani. La Corte suprema della Croa­zia, obbli­gata ora dalla deci­sione della Corte costi­tu­zio­nale a ria­prire il caso, potrebbe con­fer­mare la pre­ce­dente con­danna, ma anche ridurla o aumen­tarla. Potrebbe inol­tre ordi­nare al Tri­bu­nale della con­tea di Zaga­bria di avviare un nuovo pro­cesso, oppure annul­lare la sua sen­tenza e in que­sto modo assol­vere Gla­vaš da tutte le accuse. La Corte costi­tu­zio­nale – dopo più di quat­tro anni tra­scorsi senza alcuna azione sul caso Gla­vaš – ha infatti ora sta­bi­lito che nel pro­ce­di­mento a suo carico ci sareb­bero stati difetti pro­ce­du­rali che avreb­bero vio­lato i diritti dell’imputato.

Eufo­ria, ven­detta e paura

Alcuni giu­ri­sti da noi con­tat­tati riten­gono che la Corte suprema pro­ba­bil­mente deci­derà di con­fer­mare la pena pre­ce­dente (che nel frat­tempo era stata ridotta a otto anni di reclu­sione) o, nello sce­na­rio migliore per Gla­vaš, ridurre ulte­rior­mente la pena al numero di anni già scon­tati in car­cere: cinque.

La libe­ra­zione di Gla­vaš, e la pos­si­bi­lità che in un nuovo pro­cesso possa essere assolto da ogni accusa, ha susci­tato rea­zioni oppo­ste in Croa­zia, e soprat­tutto a Osi­jek.
Tra i suoi soste­ni­tori (amici di guerra e mem­bri del suo par­tito) si è dif­fusa una vera e pro­pria eufo­ria, ma anche un desi­de­rio di ven­detta. Sulla sua pagina Face­book, Gla­vaš ha pub­bli­cato una foto­gra­fia di cin­que per­sone impic­cate, accom­pa­gnata dal testo dell’ottavo coman­da­mento – «Non pro­nun­ciare falsa testi­mo­nianza con­tro il tuo pros­simo» – aggiun­gendo che la puni­zione di Dio è arri­vata per coloro che hanno vio­lato i suoi coman­da­menti. In seguito si è scu­sato per tale com­por­ta­mento ma il mes­sag­gio – molto chiaro – è ormai stato mandato.

Le fami­glie delle vit­time sono invece rima­ste scon­volte dal fatto che Gla­vaš sia in libertà e che, in un nuovo pro­cesso, il sistema giu­di­zia­rio croato potrebbe assol­verlo da tutte le accuse. Riten­gono che la giu­sti­zia in quel caso non sarebbe sod­di­sfatta poi­ché, in caso di asso­lu­zione, nes­suno risul­terà col­pe­vole per i gravi cri­mini di guerra inne­ga­bil­mente commessi.

I fatti

Nel 2008, insieme ad altri cin­que mem­bri dell’Esercito croato, Gla­vaš è stato accu­sato di cri­mini com­messi nel 1991 con­tro civili, per la mag­gior parte appar­te­nenti alla mino­ranza serba. Durante il pro­cesso, due di que­sti cri­mini sono emersi per la loro par­ti­co­lare cru­deltà, i media li hanno defi­niti come il caso «Garage» e il caso «Nastro ade­sivo». Nel primo caso, i civili serbi veni­vano con­dotti nei garage situato a poca distanza dall’ufficio mili­tare di Gla­vaš e in seguito inter­ro­gati, tor­tu­rati, basto­nati, alcuni anche costretti a bere l’acido sol­fo­rico delle bat­te­rie delle auto. Il caso «Nastro ade­sivo» era invece rela­tivo all’assassinio di civili serbi, por­tati nella can­tina di una casa nel cen­tro di Osi­jek dove, dopo essere inter­ro­gati e fisi­ca­mente tor­tu­rati, veni­vano legati col nastro ade­sivo e in seguito por­tati sulle sponde della Drava per essere uccisi con un colpo alla nuca.

Il pro­cesso a Bra­ni­mir Gla­vaš, e l’inchiesta che l’ha pre­ce­duto, si è svolto tra molte dif­fi­coltà. Gla­vaš e i suoi soste­ni­tori, non­ché gli avvo­cati che l’hanno rap­pre­sen­tato in tri­bu­nale, soste­ne­vano che si trat­tava di un pro­cesso poli­tico mon­tato die­tro il quale stava l’allora pre­mier Ivo Sana­der e il ver­tice del suo Hdz. Fino al 2005, Gla­vaš è stato uno dei più potenti poli­tici in Croa­zia: gene­rale dell’Esercito (il grado gli è stato can­cel­lato dopo la con­danna per cri­mini di guerra), più volte eletto al par­la­mento e inol­tre pre­fetto di una cir­co­scri­zione. Tut­ta­via, la sua vera forza risie­deva nel fatto che era stato uno dei fon­da­tori dell’Hdz di Fra­njo Tud­j­man, il par­tito che vinse le prime ele­zioni plu­ri­par­ti­ti­che nel 1990. In più, Gla­vaš è riu­scito a costruire il mito di se stesso come coman­dante della difesa di Osi­jek al quale, più di tutti, si dovrebbe il fatto che la città non ha spe­ri­men­tato il destino di Vukovar.

Tut­ta­via nel 2005 Gla­vaš è entrato in con­flitto con Ivo Sana­der e, insieme ai suoi col­la­bo­ra­tori più vicini, è stato espulso dall’Hdz. Subito dopo ha fon­dato un pro­prio par­tito otte­nendo i voti suf­fi­cienti per entrare in par­la­mento. Non molto tempo dopo, è stata avviata l’inchiesta sui cri­mini di guerra com­messi a Osijek.

Nel mag­gio 2008, dopo essere stato con­dan­nato a 10 anni di car­cere, Gla­vaš era fug­gito in Bosnia Erze­go­vina dove viveva tran­quil­la­mente in una casa di fami­glia fino al 2010 quando, in base ad un accordo vigente tra Croa­zia e Bosnia, venne incar­ce­rato e ini­ziò a scon­tare la pena com­mi­nata nel car­cere di Zenica. A breve riu­scì poi ad essere tra­sfe­rito nel car­cere di Mostar, dove ottenne un trat­ta­mento meno duro e nel quale rimase fino al 20 gen­naio scorso, quando la Corte costi­tu­zio­nale croata gli ha di fatto resti­tuito la libertà.

Verso l’assoluzione totale?

Nel frat­tempo, la Corte suprema gli aveva ridotto la pena da dieci a otto anni. Men­tre si aspet­tava la deci­sione della Corte costi­tu­zio­nale, la Croa­zia è stata scossa dallo scan­dalo riguar­dante un pre­sunto ten­ta­tivo dei soste­ni­tori di Gla­vaš di cor­rom­pere alcuni giu­dici. Tre per­sone tra i suoi soste­ni­tori sono state con­dan­nate, ma l’indagine non ha mai rive­lato chi erano i giu­dici coinvolti.

La stessa Corte suprema adesso dovrebbe avviare la revi­sione del caso. Date tutte le peri­pe­zie legate all’inchiesta e al pro­cesso a Bra­ni­mir Gla­vaš, non­ché quanto acca­duto dopo la pro­nun­cia della sen­tenza di primo grado, tutte le opzioni restano aperte, inclusa la pos­si­bi­lità che Gla­vaš venga assolto da ogni accusa.

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04/01/2015

Israele sull’orlo di una crisi di nervi

Imme­diata la rea­zione del governo israe­liano alla richie­sta uffi­ciale dell’Anp di ade­rire al Trat­tato di Roma che dà accesso alla Corte penale inter­na­zio­nale, e quindi alla possibilità di chiedere un’indagine sui cri­mini di guerra israe­liani con­tro la popolazione di Gaza, ad esempio.

Ieri il capo del governo occupante, Neta­nyahu, ha ordi­nato di con­ge­lare il tra­sfe­ri­mento all’Autorità nazio­nale pale­sti­nese di circa 127 milioni di euro di dazi doga­nali raccolti per conto delle autorità palestinesi. In base ad accordi bilaterali, Israele raccoglie di norma dazi doganali per conto dell'Anp e ne versa l'importo complessivo a Ramallah una volta al mese. La decisione del congelamento dei fondi è stata presa venerdì in un vertice fra il premier Benyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Moshe Yaalon e il ministro per le Questioni strategiche Yuval Steinitz.

Dura la reazione di Saeb Ere­kat, il capo nego­zia­tore pale­sti­nese: «sono soldi pale­sti­nesi e quindi la deci­sione è con­tra­ria alla legge inter­na­zio­nale. È un cri­mine di guerra che va ad aggiun­gersi ai cri­mini com­messi da Israele con­tro il popolo palestinese».

Se Israele non annullerà il congelamento di dazi doganali destinati all'Anp, ha detto ancora Erekat, potrebbe essere annunciato nel prossimo futuro lo scioglimento dell'Autorità nazionale palestinese. Erekat ha quindi difeso la recente iniziativa diplomatica palestinese al Consiglio di sicurezza dell'Onu e la firma di 20 Convenzioni internazionali (fra cui lo Statuto di Roma) in quanto, ha precisato, "siamo determinati a difendere i nostri diritti, ma in maniera non violenta nel contesto della visione dei Due Stati per i due popoli".

Non è la prima volta che Israele congela il trasferimento mensile delle tasse ai palestinesi: una simile sanzione era stata imposta nell'aprile 2014 dopo che il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva presentato domanda di adesione ad una serie di trattati e convenzioni internazionali.

La decisione dell'Anp di sottoscrivere il Trattato di Roma sembra aver letteralmente portato Tel Aviv sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi.

A detta dell’estremista Avigdor Lieberman, ministro degli esteri di Israele, la mossa del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, che lo scorso 31 dicembre ha firmato la richiesto di adesione alla Corte dell’Aia, "sancisce la fine degli accordi di Oslo" stipulati nel 1993. Lieberman ha anche duramente attaccato i parlamenti dei paesi dell’Unione Europea che negli ultimi mesi hanno approvato il riconoscimento della Palestina come ‘stato indipendente’ e ha affermato che "hanno così scritto un nuovo capitolo nei Protocolli dei Savi di Sion". Deputati importanti nel Parlamento europeo e nei parlamenti di Svezia ed Irlanda, ha aggiunto, "hanno mentito spudoratamente", e come la Cecoslovacchia nel 1938, anche Israele "è ora abbandonato al suo destino" dall'Europa.

Parole forti, fuori misura, che dimostrano il nervosismo della classe dirigente israeliana che si sente, a ragione, sempre più isolata da parte dei tradizionali sostenitori internazionali oggi più interessati ad un ruolo diretto in un Medio Oriente normalizzato che a continuare a concedere a Israele carta bianca. Significativo l’episodio in cui, nei giorni scorsi, un gruppo di coloni ha preso a sassate i rappresentanti diplomatici statunitensi arrivati in un campo dove gli estremisti sionisti avevano sradicato circa 5000 alberi di olivo da poco piantate dai contadini palestinesi.

Ora, secondo indiscrezioni, il governo israeliano starebbe studiando la possibilità di sottoporre alcuni leader palestinesi a procedimenti giudiziari per crimini di guerra da presentare ai tribunali degli Stati Uniti e di altri paesi, in segno di rappresaglia nei confronti della scelta palestinese di chiedere l’adesione al Tribunale Penale Internazionale. Israele presenterebbe le denunce contro i dirigenti palestinesi servendosi di organizzazioni non governative e di organizzazioni legali filoisraeliane.

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10/09/2013

Medak Pocket, Croazia 1993, un massacro impunito

1993-2013: A vent'anni dal massacro della "Sacca di Medak", Croazia

Settembre 1993 : esattamente venti anni fa, l’esercito secessionista croato, con più di 2.500 soldati, appoggiati da carri armati, lanciarazzi e artiglieria, “sfonda” le linee di resistenza a Medak, delle milizie volontarie di autodifesa della Repubblica Serba di Krajina e occupa la cittadina ed i villaggi a sud e a sud-est dalla città di Gospic e l’intera zona. In quell’area erano stanziate per l’ONU, come forze di interposizione tra le parti in conflitto, i soldati canadesi. Alla richiesta di questi ultimi di essere presenti all’occupazione della città e dei villaggi, per proteggere i civili, ci fu il rifiuto dei secessionisti croati e solo dopo violenti scontri durati 16 ore tra canadesi e croati, con 27 miliziani croati uccisi, questi accettarono le ispezioni e i terribili sospetti delle forze canadesi di pace trovarono riscontro (in questo caso va dato atto di una reale volontà di essere forza di pace neutrale, tant'è che il governo canadese ha decorato i propri soldati che parteciparono a quegli avvenimenti con coraggio e lealtà, fedeli ai propri compiti). In meno di 20 ore senza controllo di nessuno nella cittadina, i miliziani croati avevano già commesso innumerevoli crimini: massacri, incendi, violenze efferate contro vecchi, bambini, donne serbe e rom, mutilando e violentando ferocemente. Il numero complessivo degli assassinii perpetrati in quei nove giorni, non è mai stato accertato con precisione, ufficialmente sono 88, di cui 18 donne, sei poliziotti ed il resto tutti civili, ventisei di essi erano anziani. Ma si parla di oltre cento, considerando dispersi e scomparsi. Alcuni giorni dopo il massacro, le forze croate hanno consegnato ai serbi 52 corpi; membri delle forze di protezione dell’ONU (UNPROFOR) operanti nella zona, hanno consegnato altri 18 corpi trovati nei campi intorno a Medak, i quali erano mutilati e bruciati; altri 11 corpi furono trovati nascosti nella fossa delle fogne; negli anni, periodicamente furono ritrovati altri singoli corpi  sparsi nella zona.

Le milizie secessioniste croate  hanno dapprima saccheggiato e poi raso al suolo tutti e tre i villaggi intorno a Medak: Dioselo, Citluk e Pocitelj e dozzine di frazioni vicine, sono finite  nella strategia di “terra bruciata” degli Ustascia croati.

Il portavoce UNPORFOR Shannon Boyd ha pubblicato un rapporto nella capitale croata, Zagabria, il 18 settembre 1993, nel quale dice: “…le truppe dell’UNPROFOR hanno trovato 11 piccoli villaggi nella valle di Medak, completamente distrutti (…). E’ stato verificato che la distruzione è sta ben organizzata, sistematica e totale. Le case sono state ridotte in macerie dalle detonazioni e gli animali morti hanno reso invivibile l’area..”.

Il massacro è durato dal 9 al 17 settembre 1993, il comandante in Croazia delle forze ONU, il Generale francese Jean Cot, ha detto che i battaglioni francese e canadese “ …non potevano prevedere il massacro dei serbi, inclusi giovani e bambini, da parte dei croati...”, testimoniando che le truppe croate non avevano lasciato "…nemmeno un gatto vivo…” a Medak.

Nel rapporto dell’UNPORFOR pubblicato il 19 settembre 1993, il Generale Cot ha affermato: “…Non ho trovato segno di uomini o animali vivi nei diversi villaggi attraverso i quali siamo passati oggi. La distruzione è totale, deliberata e sistematica…”.

Il peacekeeper canadese, Tony Spiess, è stato uno dei tanti soldati canadesi che hanno sofferto di incubi, dopo essere stato testimone della ferocia delle milizie croate. “…La milizia croata cercava di impedire che le truppe canadesi potessero divulgare le notizie, circa le operazioni di pulizia etnica dei villaggi serbi che praticavano, dice Spiess, confermando i racconti ricostruiti nel libro del 2004, scritto da Carol Off e intitolato “I fantasmi di Medak Pocket: la storia della guerra segreta canadese…”.

Testimoni diretti della strage sono stati i soldati dei tre plotoni del Princess Patricia's Canadian Light Infantry, forze canadesi di pace, comandate dal tenente colonnello J. Kevin.: “… quando gli spari, i bombardamenti e il caos furono finalmente cessati a Medak, con nessuna vittima tra le file canadesi, una delle cose che Spiess ricorda di più era la puzza di morte proveniente dappertutto, uomini e cavalli.

“Quella puzza non se ne andrà mai”, ha detto.

Mentre Spiess ed un suo compagno canadese camminavano tra le macerie del villaggio serbo distrutto, i croati tentarono di fermarli, per non far loro vedere i corpi bruciati che erano ovunque.

"…Prima delle ore 10 del mattino, un ombrello denso di fumo copriva tutte le quattro cittadine della sacca di Medak, i croati hanno cercato di uccidere o distruggere tutto ciò che vi era nella loro scia…"

Spiess in modo angosciante ricorda "… i corpi di due giovani ragazze serbe legate a due seggiole a dondolo, con le braccia legate dietro alla schiena. Stavano ancora fumando…è stata una totale devastazione”.

“…le ragazze erano state stuprate, poi uccise a colpi di pistola e bruciate”.

Il tenente colonnello J. Kevin dichiarò alla Reuters: "…alti ufficiali delle Nazioni Unite hanno valutato che ai soldati croati era stato ordinato dal comando più alto di distruggere quei villaggi. Questo poteva essere stato ordinato solo da generali di alto grado…".

"…Ademi dovrebbe essere chiamato a rendere conto", dice Kevin. "…Nessun soldato, degno di essere così chiamato,  dovrebbe essere in grado di cavarsela con quello che è stato compiuto..."

"…Avremmo potuto vedere cosa stava succedendo dalle nostre postazioni sicure…", dice Kevin. " Ma i miei soldati sapevano che il loro ruolo era quello di proteggere i deboli e gli innocenti, e sono stati assolutamente ligi a questo loro dovere…".

Un altro testimone, l'ufficiale Green: "…Ogni edificio sul loro percorso era stato demolito e molti erano ancora fumanti. Cadaveri giacevano sul ciglio della strada, alcuni gravemente mutilati e altri bruciati e irriconoscibili… Sapevamo che sarebbe stato brutto…", disse Green, "…ma le cose che abbiamo trovato e visto sono state peggio di qualsiasi cosa che ci aspettavamo..."

I canadesi hanno documentato tutto ciò che hanno visto. I rapporti di Kevin contribuirono a sollecitare il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia ad emettere un atto d'accusa, nel 2001, contro Ademi per crimini contro l'umanità. Reso pubblico, il Rapporto è una lista brutale di omicidi e torture. Tra le vittime: Sara Krickovic, donna, 71 anni, gola tagliata; Pera Krajnovic, donna, 86, bruciata a morte; Andja Jovic, donna, 74 anni, picchiata e poi uccisa con proiettili. In tutto, le forze canadesi trovarono 16 cadaveri mutilati - alcuni con gli occhi cavati.

Il Dott. Z. Karan specialista di medicina legale che ha esaminato i corpi mutilati scrisse nei referti: "…gli ematomi di sangue e le contusioni sono stati causati da colpi di uno strumento meccanico sordo… Le vittime venivano poi spinte nel fuoco, mentre ancora in vita. Molti avevano ferite da taglio ... Non è necessario commentare come i prigionieri sono stati trattati… "

L’unica sopravvissuta, Ivanka Rajcevic, ha raccontato così gli eventi vissuti: “… io e mio figlio stavamo dormendo in casa. È stato intorno alle 6 della mattina quando una granata ha colpito una delle case che è andata immediatamente in fiamme. Ho chiamato mio figlio. Lui mi ha detto: mamma, non lasceremo la casa per causa dei bombardamenti… Poi ho sentito un Ustascia muoversi intorno alla casa. Si è avvicinato alla finestra e mi ha vista. Ha acceso una granata a mano e l’ha gettata in casa. Quando è esplosa è rimasto a guardare se mi aveva uccisa. Ero rimasta solo ferita, ma ho finto di essere morta. Allora è andato dietro alla casa e ha cominciato a sparare con un fucile automatico (…). Gli altri sono arrivati successivamente davanti alla casa su mezzi di trasporto e un carro armato. Non sono rimasti a lungo, ma quattro Ustascia sono rimasti davanti alla porta. Non parlavano la nostra lingua, credo parlassero tedesco (…probabilmente parlavano olandese, lingua simile al tedesco, infatti è stato successivamente accertato che 13 fascisti olandesi presero parte al massacro…). Quando altri due Ustascia si sono uniti a loro hanno chiesto all’interprete di tradurre. L’interprete ha detto:

"Questo è un villaggio serbo, tagliate tutte le gole, anche ai gatti! Uccidete tutto, niente deve rimanere dietro di noi, neppure i bambini…”.

Un certo numero di loro indossava maschere nere, una trentina di loro o forse di più. Quando si sono sparsi in tutto il villaggio ed hanno cominciato ad incendiare  tutte le case, sono andata nell’altra camera per vedere se mio figlio fosse tornato indietro. Non c'era. Allora sono uscita dalla casa così che non mi potessero bruciare viva. A gattoni sano passata attraverso le staccionate di siepi per scappare.

Dietro ad una fitta siepe mi sono bendata la ferita e sono rimasta la' tutta la notte e tutto il giorno successivo….”                                    

Dopo vent'anni la Giustizia dell'occidente è stata fatta: un solo colpevole condannato ad una pena di 6 anni di prigione.

A quel tempo la corte della Nato all'Aja, aveva annunciato i capi d’imputazione contro tre generali delle milizie secessioniste croate per il massacro di Medak Pocket: il kosovaro albanese Rahim Ademi e i croati Janko Bobetko e Mirko Norak, tutti  accusati di crimini contro l’umanità e di violazione delle leggi e dei trattati di guerra.

Agim Ceku, un altro criminale di guerra kosovaro albanese, che comandava le truppe croate che massacrarono i serbi di Medak, non è mai stato accusato per aver commesso crimini di guerra. Al contrario gli fu persino data negli anni scorsi la presidenza del governo di transizione in Kosovo, sotto l’Amministrazione della Missione delle Nazioni Unite (UNMIK); in quanto è stato tra i più noti comandanti della guerriglia terrorista dell'UCK, nella provincia serba del Kosovo Metohija.

Secondo le testimonianze e le prove documentate presso l'UNPROFOR, le milizie e spesso anche i civili croati “...hanno sistematicamente saccheggiato” la popolazione serba e i piccoli villaggi durante e dopo l’assalto delle forze militari, “… appropriandosi di beni personali, elettrodomestici, mobili, dalle case che stavano per essere distrutte; rubando animali ed attrezzature dalle fattorie, smantellando case e fabbricati e trasportando via tutto con camion; hanno sistematicamente distrutto 164 case e approssimativamente 148 altri fabbricati (e tutto ciò che contenevano) con l’utilizzo di fuoco ed esplosivo…"..

La stessa ex Procuratrice Capo dell'Aja, Carla Del Ponte, ha dichiarato che, durante una settimana di orgia di sangue, le truppe croate hanno mutilato e ucciso contadini serbi “…sparando, accoltellando, tagliando dita, colpendo brutalmente col calcio del fucile, bruciando con sigarette, saltando sui corpi, legando i corpi a una macchina e trainandoli lungo la strada, effettuando mutilazioni e altre forme di torture…".

Per illustrare le crudeltà senza paragoni delle milizie croate, le accuse evidenziano il caso di due donne: Boja Pjevac, che, dopo essere stata stuprata, è stata mutilata e poi il suo corpo è stato sezionato e Boja Vujanvic che, dopo essere stata stuprata, è stata bruciata viva e mentre agonizzava, intorno a lei i suoi carnefici ridevano e ballavano.

Anche quattro membri della 9° Brigata detta i "Lupi", ed un ex membro dei Servizi Segreti Militari croati sono ancora indagati a Zagabria, per crimini di guerra contro civili e prigionieri di guerra per gli eccidi di Medak: J. Krmpotic, uno dei comandanti della Brigata, I. Jurkovic, M. Petti e V. Solaja membri della stessa e K. Tomljenovic ex agente del SIS croato.

Krmpotic e Solaja erano stati testimoni di difesa nel processo del cosiddetto "gruppo Gospic", comandato dai generali Mirko Norac e Tihomir Oreskovic, che erano accusati di crimini di guerra nell'area di Gospic già  per il 1991 e 1992.

Ma, alla fine, non è stato istituito alcun  processo all'Aja contro i generali croati che hanno guidato l’eccidio contro i serbi di Medak Pocket.

Nel settembre del 2005 il Tribunale Penale dell'Aja ha trasferito il caso del massacro di Medak presso le autorità giudiziarie croate, che, prontamente hanno assolto Rahim Ademi e riconosciuto colpevole Mirko Norak con una vergognosa condanna a 6 anni di prigione, chiudendo così il fascicolo del massacro di Medak Pocket.

Un uomo condannato a sei anni di prigione per la distruzione di tre villaggi e 11 piccoli paesi rasi al suolo, 88 vite portate via nella maniera più feroce e per una sistematica persecuzione e liquidazione della popolazione serba ed anche rom nella regione.

Quando e quanto si sono alzate forti le voci e l'indignazione dei pacifinti, dei "dirittumanisti", degli info/disinformatori di casa nostra per questo scandalo?!?

In compenso uno dei massimi esponenti militari delle forze secessioniste croate, il kosovaro albanese Agim Ceku, ricercato e condannato come criminale di guerra in Serbia, poi diventato uno dei comandanti del terrorismo secessionista albanese in Kosovo, è stato ricevuto negli USA nel 2006 con i massimi onori.

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27/06/2013

Ombre pesanti sul Tribunale dell'Aja

A seguito dell'assoluzione di due testimoni, Stanisic e Simatovic, che avevano reso in passato i loro servigi al Tribunale ad hoc sull'ex Jugoslavia testimoniando contro Milosevic, si apre la polemica sugli agenti segreti al servizio della Nato che ricevono trattamenti di favore da parte del Tribunale dell'Aja.

Un giudice danese, Fredrik Harhoff, ha accusato il presidente del Tribunale dell'Aja, lo statunitense Meron, di avere "effettuato pressioni sui suoi colleghi". Harhoff sospetta che gli ordini a Meron siano arrivati dall'establishment militare americano e israeliano.

Attraverso una lettera confidenziale inviata a una cinquantina di colleghi, pubblicata a stralci dal quotidiano danese BT, il giudice – anche lui danese in servizio al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia – Frederik Harhoff ha duramente criticato la Corte dell’Aja in relazione a recenti controverse sentenze d’assoluzione, in primis quelle del generale croato Ante Gotovina e del serbo Momcilo Perisic, dovute alle pressioni di Usa e Israele, in vista di futuri processi in cui sono coinvolti esponenti dei due Paesi.
Il giornale danese BT riporta passaggi in cui il giudice sostiene che ‘‘alcuni verdetti’’ del Tpi hanno provocato in lui ‘‘profondi dilemmi morali e professionali, mai sperimentati prima’’.


‘‘Il peggiore’’ scrive nella lettera Haroff  ‘‘riguarda il sospetto che alcuni miei colleghi siano stati esposti a pressioni politiche perché indirizzassero verso l’assoluzione alcuni processi-chiave come quello di appello contro Gotovina e quello contro il generale serbo Perisic’’.

Pressioni, scrive Harhoff, operate dall’ “establishment militare di alcune potenze straniere, Usa e Israele in testa’’. Nella missiva, riporta il tabloid danese, Harhoff specifica inoltre che ‘‘l’opinione pubblica non saprà mai dei sospetti circolanti al Tpi sulle presunte sollecitazioni per la liberazione dei due ex alti ufficiali esercitate da parte del giudice americano Theodor Meron, presidente del Tpi. Meron che, nel caso di Gotovina, avrebbe saputo ‘‘persuadere all’ultimo minuto l’anziano giudice turco (Mehmet Guney, nda) a cambiare opinione’’ sulla colpevolezza di Gotovina, sovvertendo così la sentenza.
Sentenze, quelle di assoluzione nei confronti di Gotovina e Perisic, che avrebbero così creato un precedente importante nel caso di futuri processi internazionali contro alti leader militari ‘‘americani (e israeliani) che potranno “tirare un sospiro di sollievo’’. Harhoff, infine, ha criticato anche le ‘‘presunte pressioni di Meron sul giudice Alphons Orie in relazione alla recente sentenza di assoluzione’’ che ha rimesso in libertà due alti papaveri dei servizi di sicurezza serbi, Jovica Stanisic e Franko Simatovic, sospettati di aver coordinato e coadiuvato l’azione dei paramilitari di Belgrado in Croazia e in Bosnia. Per Harhoff, il mutamento di rotta del Tpi sarebbe avvenuto nel 2012 ‘‘stravolgendo la consuetudine di considerare i comandanti militari in servizio al tempo della guerra nell’ex Jugoslavia responsabili dei crimini di guerra compiuti dai loro sottoposti’’.
L'istituzione e la gestione del Tribunale Penale Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia all'Aja conferma così tutti i suoi vizi di origine che lo hanno reso scarsamente credibile in questi anni. Un tribunale che ha agito in modo unilaterale assecondando in tutto e per tutto la volontà degli Usa e delle potenze Nato che smembrarono e bombardarono la Jugoslavia tra il 1993 e il 1999.


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