La Croazia continuerà ad aiutare l’Ucraina nell’acquisto di armi e armamenti prodotti negli Stati Uniti.
La notizia è giunta alla stampa dopo una conversazione telefonica tenuta tra il primo ministro croato Andrej Plenković e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Zagabria ha riferito di voler continuare a sostenere Kiev nell’acquisizione di armi statunitensi, avvalendosi anche dell’attivazione del meccanismo europeo di finanziamento dedicato al riarmo europeo Safe (Security Action for Europe), che permette a determinati requisiti fiscali di operare in deficit rispetto al bilancio nazionale, andando anche oltre il rapporto del 3% rispetto al Pil stabilito dal Patto di stabilità.
“Abbiamo parlato di un nuovo strumento per l’acquisto di armi americane, che già funziona efficacemente”, ha scritto Zelensky sui social. Con Plenković, “abbiamo discusso anche del meccanismo Safe e delle opportunità che questo strumento offre per rafforzare le capacità difensive, compresa l’Ucraina. La Croazia destinerà la sua quota per sostenere i nostri combattenti”.
La chiamata è avvenuta in occasione del 30° anniversario della pulizia etnica compiuta dalle forze armate croate nella Krajina, zona a maggioranza serba della Croazia, dal 4 al 7 agosto del 1995. L’Operazione Oluja (Tempesta) causò l’assassinio di circa 1.000-2.000 civili serbi, a seconda delle fonti, e l’espulsione forzata di altre 200.000 persone.
Con poca sorpresa, il capo della junta golpista di Kiev ha fatto gli auguri al primo ministro Plenković per la «giornata della vittoria e dei difensori croati». La Serbia infatti mantiene un solido rapporto politico e diplomatico con la Federazione russa, nonostante l’isolamento all’interno dei Balcani ne stia indebolendo il legame commerciale, anche nel settore della Difesa.
Ma è tutta la penisola balcanica ad essere attraversata da continue frizioni, sovente alimentate ad arte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, per una regione che dallo smembramento della Jugoslavia e dall’intervento occidentale non ha più “trovato pace” – come accaduto per Iraq, Libia, Afghanistan e oggi la Siria.
Come riporta il Coordinamento nazionale per la Jugoslavia, giovedì nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu si sono tenute consultazioni a porte chiuse sulla situazione in Bosnia ed Erzegovina in relazione alla sentenza del Tribunale di Sarajevo che aveva destituito il presidente della Repubblica Srpska Milorad Dodik, sentenza poi revocata a inizio luglio dalla Procura generale della Bosnia.
In sede di discussione, il vice rappresentante permanente della Russia presso l’Onu Dmitrij Poljanskij ha sottolineato ancora una volta che la causa della crisi sono le decisioni dell’Alto rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, autorità istituita in seno agli accordi di Dayton del 1995, il democristiano tedesco Christian Schmidt.
“Non è riconosciuto dalla Repubblica Serba e non è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. È un problema con una certa storia. Avevamo avvertito che alcune sue azioni potevano potenzialmente portare a gravi problemi. Ed è proprio quello che sta accadendo”, ha dichiarato Poljanskij, rappresentando bene come ancora nei Balcani si soffia sullo scontro a tutti i livelli tra gli imperialismi occidentali riuniti nella Nato e il resto della “giungla”, nella famigerata definizione di Joseph Borrell.
Per festeggiare l’anniversario della pulizia etnica di Krajina, il Relatore ufficiale del Parlamento europeo per le questioni relative alla Serbia, il croato Tonino Picula, ha pubblicato su X una suo foto mentre imbraccia un fucile automatico su uno sfondo a tema bellico.
In questo quadro, fa “sorridere” la visita della premier Meloni a Belgrado al presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vučić con l’obiettivo di spingere la Serbia nel percorso di adesione all’UE e di cambiare postura rispetto al conflitto in Ucraina.
Saremmo curiosi di sapere se Vučić abbia chiesto lumi alla premier sulla visita di Mattarella all’omologo croato lo scorso 5 luglio, mentre mezzo milione di croati si radunavano a Zagabria per il concerto dell’ex militare Marko Thompson in mezzo a simboli ustascia, fascisti e nazisti, nel silenzio complice delle democratiche istituzioni italiane ed europee...
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/08/2025
10/08/2025
La pulizia etnica dei serbi di Croazia sostenuta dagli Stati Uniti
Il 4 agosto ricorre il 30° anniversario dell’Operazione Tempesta. Poco conosciuta al di fuori dell’ex Jugoslavia, la campagna militare ha scatenato un cataclisma genocida che ha espulso violentemente l’intera popolazione serba della Croazia. Definita “la Pulizia Etnica più efficiente che abbiamo visto nei Balcani” dal politico svedese Carl Bildt, le forze croate devastarono le aree protette dalle Nazioni Unite dell’autoproclamata Repubblica Serba di Krajina, saccheggiando, incendiando, stuprando e uccidendo in tutta la provincia.
Fino a 350.000 abitanti fuggirono, molti a piedi, per non fare mai più ritorno. Nel frattempo, migliaia di persone furono giustiziate sommariamente.
Mentre queste scene orribili si svolgevano, le forze di pace delle Nazioni Unite incaricate di proteggere la Krajina osservavano senza intervenire. Nel frattempo, i funzionari statunitensi negavano strenuamente che gli orribili massacri e gli sfollamenti di massa costituissero una pulizia etnica, per non parlare di crimini di guerra.
I governi degli Stati membri della NATO erano molto più interessati alla “sofisticazione” delle tattiche militari di Zagabria. Un colonnello britannico a capo di una missione di osservatori delle Nazioni Unite nella zona dichiarò con entusiasmo: “Chiunque abbia scritto quel piano d’attacco avrebbe potuto frequentare qualsiasi istituto di istruzione NATO in Nord America o in Europa occidentale e ottenere un ottimo voto”.
Documenti ampiamente trascurati e analizzati aiutano a spiegare perché le forze croate siano state valutate così positivamente: l’Operazione Tempesta era a tutti gli effetti un attacco NATO, condotto da soldati armati e addestrati dagli Stati Uniti e coordinato direttamente con altre potenze occidentali.
Nonostante appoggiasse pubblicamente una pace negoziata, Washington incoraggiò privatamente Zagabria a usare la massima belligeranza, anche se i suoi alleati croati ultranazionalisti complottavano per colpire con tale ferocia che l’intera popolazione serba del paese sarebbe “a tutti gli effetti scomparsa”.
Nel mezzo dei colloqui per un accordo politico a Ginevra, alti funzionari croati discussero privatamente i metodi per giustificare la loro imminente guerra lampo, inclusi attacchi sotto falsa bandiera. Certi del continuo sostegno dei loro protettori occidentali in mezzo allo spargimento di sangue, i leader croati si vantarono di dover semplicemente informare in anticipo i loro sostenitori della NATO dei loro piani.
Una volta che la situazione si fu calmata e la popolazione serba della Croazia fu completamente ripulita, i funzionari croati si incontrarono in segreto con i funzionari statunitensi per celebrare il loro “trionfo”.
Richard Holbrooke, un diplomatico statunitense veterano che all’epoca ricopriva la carica di Assistente Segretario di Stato nell’amministrazione di Bill Clinton, disse al Presidente della Croazia che, mentre gli Stati Uniti “dicevano pubblicamente di essere preoccupati” per la situazione, “in privato, sapevano cosa volevamo”. Come scrisse uno degli assistenti di Holbrooke in una nota che il diplomatico in seguito riprodusse, le forze croate erano state “assunte” come “cani da guardia” di Washington per distruggere la Jugoslavia.
Dopo aver espulso la popolazione serba del Paese appena indipendente, si poteva contare sul Regime Croato appena formato per esercitare il dominio statunitense non solo sui Balcani, ma anche sull’Europa più in generale. Le tensioni etniche fomentate dalla NATO nella Regione sono ancora latenti e sono state sfruttate per giustificare un’Occupazione Perpetua.
L’ex Jugoslavia rimane orribilmente segnata dall’Operazione Tempesta. Dal punto di vista della NATO, tuttavia, la campagna militare ha fornito un modello per i successivi conflitti per procura e attacchi militari. Washington ha ricreato la strategia di utilizzare come arma i combattenti stranieri estremisti come truppe d’assalto in una serie di teatri, dalla Siria all’Ucraina.
I fascisti sostenuti dall'Occidente perseguono una Croazia etnicamente pura
Per tutti gli anni ’80, le potenze occidentali, in particolare Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, hanno segretamente sponsorizzato la crescita del nazionalismo in Jugoslavia, sperando di favorire la disgregazione della federazione multietnica. Il loro rappresentante scelto in Croazia, Franjo Tudjman, era un fanatico etno-nazionalista, un convinto negazionista dell’Olocausto, un fondamentalista cattolico ed ex membro di gruppi estremisti secessionisti.
Queste fazioni si lanciarono in una furia terroristica nei primi anni ’70, dirottando e facendo esplodere aerei di linea, attaccando sedi diplomatiche jugoslave all’estero e, nel 1971, assassinando Vladimir Rolovic, ambasciatore di Belgrado in Svezia.
A seguito di un’ondata di violenza separatista croata in Jugoslavia, Tudjman fu incarcerato nel marzo 1972 insieme al suo stretto collaboratore Stepjan Mesic a causa delle loro idee ultranazionaliste. Quando Zagabria tenne le sue prime elezioni multipartitiche dalla Seconda Guerra Mondiale, 18 anni dopo, l’Unione Democratica Croata (UDC) dei due ottenne la maggioranza dei voti e la maggioranza dei seggi parlamentari. In questo processo, Tudjman divenne Presidente e Mesic Primo Ministro. Con l’ascesa del nazionalismo croato, i serbi vennero espulsi in massa dagli enti statali.
Durante la campagna elettorale, Tudjman venerò con entusiasmo lo “Stato Indipendente di Croazia”, un’entità fantoccio creata dai Nazisti e gestita selvaggiamente da collaborazionisti locali dall’aprile 1941 al maggio 1945, descrivendo la costruzione fascista come “un’espressione delle aspirazioni storiche del popolo croato”. Altrove, osservò apertamente: “Grazie a Dio, mia moglie non è né serba né ebrea”.
Queste dichiarazioni riflettevano una strategia mostruosa che Tudjman aveva delineato nel febbraio 1990 in un incontro pubblico a Cleveland, Ohio, per quando l’UDC prese il potere: “Il nostro obiettivo fondamentale è separare la Croazia dalla Jugoslavia”, spiegò Tudjman. “Se saliamo al potere, allora nelle prime 48 ore, mentre c’è ancora euforia, è indispensabile regolare i conti con tutti coloro che sono contro la Croazia”.
“Le liste di queste persone sono già state stilate”, continuò. “I serbi in Croazia dovrebbero essere dichiarati cittadini croati e chiamati croati ortodossi. Il nome ‘serbo ortodosso’ sarà proibito. La Chiesa ortodossa serba sarà abolita, sarà dichiarata croata per coloro che non si trasferiscono in Serbia”.
Molti dei seguaci di Tudjman adulavano gli Ustascia, fascisti irriducibili che governarono lo “Stato Indipendente di Croazia” durante la Seconda Guerra Mondiale. I loro crimini andavano dall’esecuzione di centinaia di donne e anziani con metodi che includevano la decapitazione e l’annegamento.
Nel frattempo, gli Ustascia gestivano una rete di Campi di Sterminio in tutta la Jugoslavia occupata dall’Asse, con unità dedicate ai bambini. La loro spietata barbarie nei confronti di ebrei, rom e serbi ripugnava persino i loro protettori Nazisti. Centinaia di migliaia di persone furono assassinate dagli Ustascia, il cui corpo ufficiali includeva il fratello e il padre del Ministro della Difesa di Tudjman, Gojko Šušak.
Questi eventi orribili rimasero impressi nella memoria dei residenti dello storico territorio serbo della Krajina, assegnato amministrativamente alla Repubblica socialista jugoslava di Croazia dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’UDC ricevette finanziamenti dagli esuli Ustascia nei paesi occidentali e, subito dopo il suo insediamento, ribattezzò l’iconica Piazza delle Vittime del Fascismo di Zagabria in Piazza dei Nobili Croati, mentre le unità paramilitari croate sbandieravano con orgoglio i canti e i simboli Ustascia.
Mentre il governo guidato da Tudjman alimentava apertamente le fiamme dell’odio etnico, i serbi del Paese nascente iniziarono a prepararsi alla guerra civile.
Dopo lo scoppio dei combattimenti interetnici in Croazia nel marzo 1991, unità dell’Esercito Popolare Jugoslavo furono schierate a guardia della Krajina, dove i residenti dichiararono la creazione di una Repubblica Serba autonoma fino alla mediazione di un accordo internazionale di mantenimento della pace. L’allora Presidente jugoslavo Borislav Jović testimoniò prima di morire che l’obiettivo era “proteggere i territori serbi, fino a quando non fosse stata trovata una soluzione politica”.
I croati complottano per far "scomparire" i serbi
Nell’agosto del 1995, quella “soluzione politica” sembrava sul punto di concretizzarsi. Un Gruppo di contatto ONU dedicato stava conducendo negoziati di pace a Ginevra tra le autorità della Krajina e Zagabria. Una proposta volta a porre fine al conflitto croato, nota come Zagabria 4 o Z-4, fu elaborata da Unione Europea, Russia e Stati Uniti. L’ambasciatore di Washington a Zagabria, Peter Galbraith, svolse un ruolo chiave nei negoziati con i rappresentanti serbi della Krajina.
Accettata il 3 agosto 1995, la Z-4 prevedeva che le aree a maggioranza serba in Croazia rimanessero parte del Paese, seppur con un certo grado di autonomia. Lo stesso giorno, Galbraith confermò alla TV locale che era stata concordata la “reintegrazione delle aree controllate dai serbi in Croazia”.
Nel frattempo, i mediatori statunitensi a Ginevra dichiararono che, a causa delle importanti concessioni serbe, non c’era “nessun motivo per cui la Croazia dovesse entrare in guerra”. Finalmente, il terreno era pronto per una pace negoziata.
I funzionari serbi e della Krajina, ottimisti, annunciarono di aver ricevuto rassicurazioni da Washington che sarebbe intervenuta per impedire un’azione militare croata contro la Krajina se avessero rispettato i termini dello Z-4. Eppure, prima della fine della giornata, i funzionari croati respinsero lo Z-4, abbandonando i negoziati. L’Operazione Tempesta iniziò la mattina successiva.
Ora, i documenti esaminati rivelano che Tudjman non ha mai avuto alcuna intenzione di garantire la pace alla conferenza.
Al contrario, i documenti mostrano che la partecipazione della Croazia a Ginevra era uno stratagemma volto a creare l’illusione che Zagabria stesse cercando un accordo diplomatico, mentre elaborava segretamente piani per “sconfiggere completamente il nemico”. Il piano fu rivelato nei verbali di un incontro del 31 luglio 1995 tra Tudjman e i suoi alti ufficiali militari presso il palazzo presidenziale sulle Isole Brioni. Durante la conversazione, Tudjman informò i presenti: “Dobbiamo infliggere colpi tali che i serbi, a tutti gli effetti, spariranno”.
“Vado a Ginevra per nascondere questo e non per parlare. Voglio nascondere ciò che stiamo preparando per il giorno dopo. E possiamo confutare qualsiasi argomentazione al mondo sul perché non abbiamo voluto parlare”.
Tali dichiarazioni, che costituiscono una prova chiara e inequivocabile di intenti genocidi, non si limitavano al Presidente. L’inevitabilità della pulizia etnica fu ammessa da Ante Gotovina, un Generale di alto rango che tornò in Jugoslavia per guidare l’Operazione Tempesta dopo la sua fuga nei primi anni ’70. Un attacco deciso e prolungato alla Krajina avrebbe significato che in seguito “non ci sarebbero stati così tanti civili, solo quelli che devono rimanere, che non hanno possibilità di andarsene”, disse Gotovina.
L’ex comandante della Legione Straniera francese, che un tempo era stato impiegato come guardia del corpo dell’estrema destra francese Jean-Marie Le Pen e aveva lavorato come crumiro per reprimere i lavoratori del sindacato CGT, sarebbe stato in seguito assolto per il suo ruolo di primo piano nell’Operazione Tempesta da un tribunale internazionale dominato dall’Occidente.
Per i serbi che erano intrappolati in un’enclave etnica ostile, Tudjman suggerì una campagna di propaganda di massa che li prendesse di mira con volantini che proclamassero “la vittoria dell’esercito croato sostenuta dalla comunità internazionale” e invitassero i serbi a non fuggire, in un apparente tentativo di dare una parvenza di inclusività alla loro proposta di sfollare forzatamente la popolazione civile. “Questo significa dare loro una via d’uscita, fingendo di garantire i diritti civili. Usare radio e televisione, ma anche volantini”.
I generali discussero di altri tentativi di propaganda per giustificare l’imminente attacco, compresi i falsi allarmi. Dato che “ogni operazione militare deve avere la sua giustificazione politica”, Tudjman affermò che i serbi “avrebbero dovuto fornirci un pretesto e provocarci” prima dell’inizio dell’attacco.
Un funzionario propose: “Li accusiamo di aver lanciato un attacco di sabotaggio contro di noi, ecco perché siamo stati costretti a intervenire”. Un altro generale suggerì di effettuare “un’esplosione come se avessero colpito con la loro aviazione”.
Bill Clinton diede "tutta l'autorizzazione" per l'omicidio di massa
Alla fine del 1990, i servizi segreti jugoslavi filmarono segretamente il Ministro della Difesa croato Martin Spegelj mentre complottava segretamente per epurare la popolazione serba della Repubblica.
In una registrazione, disse a un collega che chiunque si opponesse all’indipendenza di Zagabria avrebbe dovuto essere assassinato “sul posto, per strada, nel complesso, in caserma, ovunque” con “una pistolettata nello stomaco”. Previde “una guerra civile in cui non ci sarebbe stata pietà per nessuno, donne o bambini”, e le “case famiglia” serbe sarebbero state colpite usando “semplici granate”.
Spegelj continuò a sostenere apertamente il “massacro” per “risolvere” la questione di Knin, capoluogo della Krajina, facendo “scomparire” la città. Si vantò: “Abbiamo il riconoscimento internazionale per questo”. Gli Stati Uniti ci avevano già “offerto tutta l’assistenza possibile”, comprese “migliaia di veicoli da combattimento” e “l’armamento completo” di 100.000 soldati croati “gratuitamente”.
Il risultato finale desiderato? “I serbi in Croazia non ci saranno mai più”, concluse Spegelj, “creeremo uno Stato a tutti i costi, se necessario, a costo di spargere sangue”.
Il sostegno occidentale agli orrori pianificati e perpetrati durante l’Operazione Tempesta fu ampiamente espresso anche durante l’incontro del 31 luglio 1995. Lì, Tudjman disse ai suoi generali, “abbiamo un amico, la Germania, che ci sostiene costantemente”. I croati dovevano solo “informarli in anticipo” dei loro obiettivi. “Anche nella NATO c’è comprensione per le nostre opinioni”, spiegò, aggiungendo: “Godiamo della simpatia degli Stati Uniti”.
Nel 2006, il quotidiano tedesco Der Spiegel confermò che i massacri portavano l’impronta di Washington, citando fonti militari croate che affermavano di aver goduto di “un sostegno diretto, seppur segreto, sia del Pentagono che della CIA nella pianificazione e nell’esecuzione dell’offensiva ‘Tempesta’”.
“In preparazione all’offensiva, i soldati croati furono addestrati a Fort Irwin in California e il Pentagono collaborò alla pianificazione dell’Operazione”, riportò il quotidiano. Il supporto degli Stati Uniti andò ben oltre quanto pubblicamente riconosciuto, ovvero che le forze croate si limitarono a sottoporsi a esercitazioni di addestramento condotte dall’appaltatore militare privato statunitense MPRI, rivelò Spiegel.
“Immediatamente prima dell’offensiva, l’allora vicedirettore della CIA George Tenet incontrò Gotovina e il figlio di Tudjman, allora direttore dei servizi segreti croati, per consultazioni dell’ultimo minuto. Durante l’Operazione, gli aerei statunitensi distrussero i centri di comunicazione e antiaerei serbi e il Pentagono trasmise le informazioni raccolte via satellite alle forze croate”.
In una riunione di gabinetto del 7 agosto 1995, Tudjman si vantò di come Washington “dovesse essere soddisfatta” del modo in cui l’esercito croato aveva eseguito l’Operazione Tempesta. Il suo Premier, Ivo Sanader, discusse poi del coordinamento dell’Operazione con i funzionari statunitensi, che “lavoravano in nome” del vicepresidente Al Gore. Ha assicurato ai presenti che “tutte le autorizzazioni sono state approvate direttamente” dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e che la Croazia poteva quindi “aspettarsi un sostegno continuo” da Washington durante i massacri.
Un diplomatico statunitense esulta per un "trionfo" genocida
Il 18 agosto, un vertice di alto livello con l’alto diplomatico statunitense Richard Holbrooke si è tenuto nel palazzo presidenziale di Zagabria. Membro fisso dell’istituto di politica estera di Washington, ossessionato dall’interventismo, Holbrooke aveva messo gli occhi su nomine prestigiose sotto Bill Clinton e oltre, forse sotto una futura amministrazione di Hillary Clinton. Il successo dello smantellamento della Jugoslavia avrebbe alimentato le sue ambizioni.
In una trascrizione, Holbrooke ha descritto Tudjman con adulazione come il “padre della Croazia moderna”, il suo “liberatore” e “creatore”. Notando con approvazione che l’uomo forte aveva “riconquistato il 98% del territorio”, senza menzionare che era stato epurato dai serbi, il diplomatico americano si descrisse come “amico” del neo-indipendente Stato, la cui condotta violenta definiva legittima.
“Avete una giustificazione per la vostra azione militare nella Slavonia orientale”, informò Holbrooke a Tudjman, “e io l’ho sempre difesa a Washington”. Quando alcuni negli Stati Uniti suggerirono di tenere a freno Zagabria, Holbrooke sostenne che i croati avrebbero dovuto “continuare” comunque, dichiarò.
Riguardo all’Operazione Tempesta, Holbrooke ammise: “Abbiamo detto pubblicamente, come sapete, che eravamo preoccupati, ma in privato sapevano cosa volevamo”. Definiva la terrificante guerra lampo un “trionfo” dal “punto di vista politico e militare”, che lasciava i rifugiati come “l’unico problema” dal punto di vista di Zagabria.
Di fatto, dirigendo il Presidente croato, Holbrooke consigliò a Tudjman di “fare un discorso in cui affermava che la guerra era finita e che i serbi dovevano tornare”. Pur prevedendo che “la maggioranza non sarebbe tornata”, Holbrooke a quanto pare riteneva importante almeno lasciare aperta l’offerta al pubblico.
Le autorità croate affrontarono questo “problema” approvando leggi discriminatorie che rendevano praticamente impossibile il ritorno dei serbi sfollati, confiscandone al contempo i beni. Pur possedendo prove schiaccianti di gravi Crimini di Guerra, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, finanziato dalla NATO, non incriminò nessuno dei responsabili dell’Operazione Tempesta fino al 2008.
Molti funzionari colpevoli, tra cui Tudjman, morirono nel frattempo. Tre comandanti militari sopravvissuti furono infine processati nel 2011. Uno fu assolto e due condannati, sebbene la sentenza fosse stata ribaltata in appello nel 2012.
Quella sentenza giunse a diverse altre conclusioni straordinarie. Sebbene Zagabria accettasse “misure discriminatorie e restrittive” per impedire il ritorno dei serbi sfollati, ciò non significava che la loro partenza fosse forzata. Sebbene i civili fossero stati assassinati in gran numero, compresi anziani e infermi che non potevano fuggire, l’Operazione Tempesta in qualche modo non aveva deliberatamente preso di mira i non combattenti. E nonostante l’esplicito desiderio di Spegelj e Tudjman di far “scomparire” i serbi, né i funzionari governativi né quelli militari hanno avuto l’intenzione specifica di espellere l’intera minoranza serba dalla Croazia.
L’anniversario dell’Operazione Tempesta è ora celebrato come “Giorno della Vittoria” in Croazia. Il successo dell’attacco è oggi venerato negli ambienti militari occidentali e l’Operazione potrebbe aver influenzato operazioni simili in altri teatri di conflitto per procura. Nel settembre 2022, il Kyiv Post ha elogiato l’inaspettatamente vittoriosa controffensiva ucraina a Kharkov definendola “Operazione Tempesta 2.0”, suggerendo che fosse un presagio dell’imminente “capitolazione” della Russia.
Quasi tre anni dopo, le forze di Kiev stanno collassando in tutto il Donbass. A differenza della Croazia, l’ultima ondata di ultranazionalisti americani sembra improbabile che prevalga.
Fonte
Fino a 350.000 abitanti fuggirono, molti a piedi, per non fare mai più ritorno. Nel frattempo, migliaia di persone furono giustiziate sommariamente.
Mentre queste scene orribili si svolgevano, le forze di pace delle Nazioni Unite incaricate di proteggere la Krajina osservavano senza intervenire. Nel frattempo, i funzionari statunitensi negavano strenuamente che gli orribili massacri e gli sfollamenti di massa costituissero una pulizia etnica, per non parlare di crimini di guerra.
I governi degli Stati membri della NATO erano molto più interessati alla “sofisticazione” delle tattiche militari di Zagabria. Un colonnello britannico a capo di una missione di osservatori delle Nazioni Unite nella zona dichiarò con entusiasmo: “Chiunque abbia scritto quel piano d’attacco avrebbe potuto frequentare qualsiasi istituto di istruzione NATO in Nord America o in Europa occidentale e ottenere un ottimo voto”.
Documenti ampiamente trascurati e analizzati aiutano a spiegare perché le forze croate siano state valutate così positivamente: l’Operazione Tempesta era a tutti gli effetti un attacco NATO, condotto da soldati armati e addestrati dagli Stati Uniti e coordinato direttamente con altre potenze occidentali.
Nonostante appoggiasse pubblicamente una pace negoziata, Washington incoraggiò privatamente Zagabria a usare la massima belligeranza, anche se i suoi alleati croati ultranazionalisti complottavano per colpire con tale ferocia che l’intera popolazione serba del paese sarebbe “a tutti gli effetti scomparsa”.
Nel mezzo dei colloqui per un accordo politico a Ginevra, alti funzionari croati discussero privatamente i metodi per giustificare la loro imminente guerra lampo, inclusi attacchi sotto falsa bandiera. Certi del continuo sostegno dei loro protettori occidentali in mezzo allo spargimento di sangue, i leader croati si vantarono di dover semplicemente informare in anticipo i loro sostenitori della NATO dei loro piani.
Una volta che la situazione si fu calmata e la popolazione serba della Croazia fu completamente ripulita, i funzionari croati si incontrarono in segreto con i funzionari statunitensi per celebrare il loro “trionfo”.
Richard Holbrooke, un diplomatico statunitense veterano che all’epoca ricopriva la carica di Assistente Segretario di Stato nell’amministrazione di Bill Clinton, disse al Presidente della Croazia che, mentre gli Stati Uniti “dicevano pubblicamente di essere preoccupati” per la situazione, “in privato, sapevano cosa volevamo”. Come scrisse uno degli assistenti di Holbrooke in una nota che il diplomatico in seguito riprodusse, le forze croate erano state “assunte” come “cani da guardia” di Washington per distruggere la Jugoslavia.
Dopo aver espulso la popolazione serba del Paese appena indipendente, si poteva contare sul Regime Croato appena formato per esercitare il dominio statunitense non solo sui Balcani, ma anche sull’Europa più in generale. Le tensioni etniche fomentate dalla NATO nella Regione sono ancora latenti e sono state sfruttate per giustificare un’Occupazione Perpetua.
L’ex Jugoslavia rimane orribilmente segnata dall’Operazione Tempesta. Dal punto di vista della NATO, tuttavia, la campagna militare ha fornito un modello per i successivi conflitti per procura e attacchi militari. Washington ha ricreato la strategia di utilizzare come arma i combattenti stranieri estremisti come truppe d’assalto in una serie di teatri, dalla Siria all’Ucraina.
I fascisti sostenuti dall'Occidente perseguono una Croazia etnicamente pura
Per tutti gli anni ’80, le potenze occidentali, in particolare Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, hanno segretamente sponsorizzato la crescita del nazionalismo in Jugoslavia, sperando di favorire la disgregazione della federazione multietnica. Il loro rappresentante scelto in Croazia, Franjo Tudjman, era un fanatico etno-nazionalista, un convinto negazionista dell’Olocausto, un fondamentalista cattolico ed ex membro di gruppi estremisti secessionisti.
Queste fazioni si lanciarono in una furia terroristica nei primi anni ’70, dirottando e facendo esplodere aerei di linea, attaccando sedi diplomatiche jugoslave all’estero e, nel 1971, assassinando Vladimir Rolovic, ambasciatore di Belgrado in Svezia.
A seguito di un’ondata di violenza separatista croata in Jugoslavia, Tudjman fu incarcerato nel marzo 1972 insieme al suo stretto collaboratore Stepjan Mesic a causa delle loro idee ultranazionaliste. Quando Zagabria tenne le sue prime elezioni multipartitiche dalla Seconda Guerra Mondiale, 18 anni dopo, l’Unione Democratica Croata (UDC) dei due ottenne la maggioranza dei voti e la maggioranza dei seggi parlamentari. In questo processo, Tudjman divenne Presidente e Mesic Primo Ministro. Con l’ascesa del nazionalismo croato, i serbi vennero espulsi in massa dagli enti statali.
Durante la campagna elettorale, Tudjman venerò con entusiasmo lo “Stato Indipendente di Croazia”, un’entità fantoccio creata dai Nazisti e gestita selvaggiamente da collaborazionisti locali dall’aprile 1941 al maggio 1945, descrivendo la costruzione fascista come “un’espressione delle aspirazioni storiche del popolo croato”. Altrove, osservò apertamente: “Grazie a Dio, mia moglie non è né serba né ebrea”.
Queste dichiarazioni riflettevano una strategia mostruosa che Tudjman aveva delineato nel febbraio 1990 in un incontro pubblico a Cleveland, Ohio, per quando l’UDC prese il potere: “Il nostro obiettivo fondamentale è separare la Croazia dalla Jugoslavia”, spiegò Tudjman. “Se saliamo al potere, allora nelle prime 48 ore, mentre c’è ancora euforia, è indispensabile regolare i conti con tutti coloro che sono contro la Croazia”.
“Le liste di queste persone sono già state stilate”, continuò. “I serbi in Croazia dovrebbero essere dichiarati cittadini croati e chiamati croati ortodossi. Il nome ‘serbo ortodosso’ sarà proibito. La Chiesa ortodossa serba sarà abolita, sarà dichiarata croata per coloro che non si trasferiscono in Serbia”.
Molti dei seguaci di Tudjman adulavano gli Ustascia, fascisti irriducibili che governarono lo “Stato Indipendente di Croazia” durante la Seconda Guerra Mondiale. I loro crimini andavano dall’esecuzione di centinaia di donne e anziani con metodi che includevano la decapitazione e l’annegamento.
Nel frattempo, gli Ustascia gestivano una rete di Campi di Sterminio in tutta la Jugoslavia occupata dall’Asse, con unità dedicate ai bambini. La loro spietata barbarie nei confronti di ebrei, rom e serbi ripugnava persino i loro protettori Nazisti. Centinaia di migliaia di persone furono assassinate dagli Ustascia, il cui corpo ufficiali includeva il fratello e il padre del Ministro della Difesa di Tudjman, Gojko Šušak.
Questi eventi orribili rimasero impressi nella memoria dei residenti dello storico territorio serbo della Krajina, assegnato amministrativamente alla Repubblica socialista jugoslava di Croazia dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’UDC ricevette finanziamenti dagli esuli Ustascia nei paesi occidentali e, subito dopo il suo insediamento, ribattezzò l’iconica Piazza delle Vittime del Fascismo di Zagabria in Piazza dei Nobili Croati, mentre le unità paramilitari croate sbandieravano con orgoglio i canti e i simboli Ustascia.
Mentre il governo guidato da Tudjman alimentava apertamente le fiamme dell’odio etnico, i serbi del Paese nascente iniziarono a prepararsi alla guerra civile.
Dopo lo scoppio dei combattimenti interetnici in Croazia nel marzo 1991, unità dell’Esercito Popolare Jugoslavo furono schierate a guardia della Krajina, dove i residenti dichiararono la creazione di una Repubblica Serba autonoma fino alla mediazione di un accordo internazionale di mantenimento della pace. L’allora Presidente jugoslavo Borislav Jović testimoniò prima di morire che l’obiettivo era “proteggere i territori serbi, fino a quando non fosse stata trovata una soluzione politica”.
I croati complottano per far "scomparire" i serbi
Nell’agosto del 1995, quella “soluzione politica” sembrava sul punto di concretizzarsi. Un Gruppo di contatto ONU dedicato stava conducendo negoziati di pace a Ginevra tra le autorità della Krajina e Zagabria. Una proposta volta a porre fine al conflitto croato, nota come Zagabria 4 o Z-4, fu elaborata da Unione Europea, Russia e Stati Uniti. L’ambasciatore di Washington a Zagabria, Peter Galbraith, svolse un ruolo chiave nei negoziati con i rappresentanti serbi della Krajina.
Accettata il 3 agosto 1995, la Z-4 prevedeva che le aree a maggioranza serba in Croazia rimanessero parte del Paese, seppur con un certo grado di autonomia. Lo stesso giorno, Galbraith confermò alla TV locale che era stata concordata la “reintegrazione delle aree controllate dai serbi in Croazia”.
Nel frattempo, i mediatori statunitensi a Ginevra dichiararono che, a causa delle importanti concessioni serbe, non c’era “nessun motivo per cui la Croazia dovesse entrare in guerra”. Finalmente, il terreno era pronto per una pace negoziata.
I funzionari serbi e della Krajina, ottimisti, annunciarono di aver ricevuto rassicurazioni da Washington che sarebbe intervenuta per impedire un’azione militare croata contro la Krajina se avessero rispettato i termini dello Z-4. Eppure, prima della fine della giornata, i funzionari croati respinsero lo Z-4, abbandonando i negoziati. L’Operazione Tempesta iniziò la mattina successiva.
Ora, i documenti esaminati rivelano che Tudjman non ha mai avuto alcuna intenzione di garantire la pace alla conferenza.
Al contrario, i documenti mostrano che la partecipazione della Croazia a Ginevra era uno stratagemma volto a creare l’illusione che Zagabria stesse cercando un accordo diplomatico, mentre elaborava segretamente piani per “sconfiggere completamente il nemico”. Il piano fu rivelato nei verbali di un incontro del 31 luglio 1995 tra Tudjman e i suoi alti ufficiali militari presso il palazzo presidenziale sulle Isole Brioni. Durante la conversazione, Tudjman informò i presenti: “Dobbiamo infliggere colpi tali che i serbi, a tutti gli effetti, spariranno”.
“Vado a Ginevra per nascondere questo e non per parlare. Voglio nascondere ciò che stiamo preparando per il giorno dopo. E possiamo confutare qualsiasi argomentazione al mondo sul perché non abbiamo voluto parlare”.
Tali dichiarazioni, che costituiscono una prova chiara e inequivocabile di intenti genocidi, non si limitavano al Presidente. L’inevitabilità della pulizia etnica fu ammessa da Ante Gotovina, un Generale di alto rango che tornò in Jugoslavia per guidare l’Operazione Tempesta dopo la sua fuga nei primi anni ’70. Un attacco deciso e prolungato alla Krajina avrebbe significato che in seguito “non ci sarebbero stati così tanti civili, solo quelli che devono rimanere, che non hanno possibilità di andarsene”, disse Gotovina.
L’ex comandante della Legione Straniera francese, che un tempo era stato impiegato come guardia del corpo dell’estrema destra francese Jean-Marie Le Pen e aveva lavorato come crumiro per reprimere i lavoratori del sindacato CGT, sarebbe stato in seguito assolto per il suo ruolo di primo piano nell’Operazione Tempesta da un tribunale internazionale dominato dall’Occidente.
Per i serbi che erano intrappolati in un’enclave etnica ostile, Tudjman suggerì una campagna di propaganda di massa che li prendesse di mira con volantini che proclamassero “la vittoria dell’esercito croato sostenuta dalla comunità internazionale” e invitassero i serbi a non fuggire, in un apparente tentativo di dare una parvenza di inclusività alla loro proposta di sfollare forzatamente la popolazione civile. “Questo significa dare loro una via d’uscita, fingendo di garantire i diritti civili. Usare radio e televisione, ma anche volantini”.
I generali discussero di altri tentativi di propaganda per giustificare l’imminente attacco, compresi i falsi allarmi. Dato che “ogni operazione militare deve avere la sua giustificazione politica”, Tudjman affermò che i serbi “avrebbero dovuto fornirci un pretesto e provocarci” prima dell’inizio dell’attacco.
Un funzionario propose: “Li accusiamo di aver lanciato un attacco di sabotaggio contro di noi, ecco perché siamo stati costretti a intervenire”. Un altro generale suggerì di effettuare “un’esplosione come se avessero colpito con la loro aviazione”.
Bill Clinton diede "tutta l'autorizzazione" per l'omicidio di massa
Alla fine del 1990, i servizi segreti jugoslavi filmarono segretamente il Ministro della Difesa croato Martin Spegelj mentre complottava segretamente per epurare la popolazione serba della Repubblica.
In una registrazione, disse a un collega che chiunque si opponesse all’indipendenza di Zagabria avrebbe dovuto essere assassinato “sul posto, per strada, nel complesso, in caserma, ovunque” con “una pistolettata nello stomaco”. Previde “una guerra civile in cui non ci sarebbe stata pietà per nessuno, donne o bambini”, e le “case famiglia” serbe sarebbero state colpite usando “semplici granate”.
Spegelj continuò a sostenere apertamente il “massacro” per “risolvere” la questione di Knin, capoluogo della Krajina, facendo “scomparire” la città. Si vantò: “Abbiamo il riconoscimento internazionale per questo”. Gli Stati Uniti ci avevano già “offerto tutta l’assistenza possibile”, comprese “migliaia di veicoli da combattimento” e “l’armamento completo” di 100.000 soldati croati “gratuitamente”.
Il risultato finale desiderato? “I serbi in Croazia non ci saranno mai più”, concluse Spegelj, “creeremo uno Stato a tutti i costi, se necessario, a costo di spargere sangue”.
Il sostegno occidentale agli orrori pianificati e perpetrati durante l’Operazione Tempesta fu ampiamente espresso anche durante l’incontro del 31 luglio 1995. Lì, Tudjman disse ai suoi generali, “abbiamo un amico, la Germania, che ci sostiene costantemente”. I croati dovevano solo “informarli in anticipo” dei loro obiettivi. “Anche nella NATO c’è comprensione per le nostre opinioni”, spiegò, aggiungendo: “Godiamo della simpatia degli Stati Uniti”.
Nel 2006, il quotidiano tedesco Der Spiegel confermò che i massacri portavano l’impronta di Washington, citando fonti militari croate che affermavano di aver goduto di “un sostegno diretto, seppur segreto, sia del Pentagono che della CIA nella pianificazione e nell’esecuzione dell’offensiva ‘Tempesta’”.
“In preparazione all’offensiva, i soldati croati furono addestrati a Fort Irwin in California e il Pentagono collaborò alla pianificazione dell’Operazione”, riportò il quotidiano. Il supporto degli Stati Uniti andò ben oltre quanto pubblicamente riconosciuto, ovvero che le forze croate si limitarono a sottoporsi a esercitazioni di addestramento condotte dall’appaltatore militare privato statunitense MPRI, rivelò Spiegel.
“Immediatamente prima dell’offensiva, l’allora vicedirettore della CIA George Tenet incontrò Gotovina e il figlio di Tudjman, allora direttore dei servizi segreti croati, per consultazioni dell’ultimo minuto. Durante l’Operazione, gli aerei statunitensi distrussero i centri di comunicazione e antiaerei serbi e il Pentagono trasmise le informazioni raccolte via satellite alle forze croate”.
In una riunione di gabinetto del 7 agosto 1995, Tudjman si vantò di come Washington “dovesse essere soddisfatta” del modo in cui l’esercito croato aveva eseguito l’Operazione Tempesta. Il suo Premier, Ivo Sanader, discusse poi del coordinamento dell’Operazione con i funzionari statunitensi, che “lavoravano in nome” del vicepresidente Al Gore. Ha assicurato ai presenti che “tutte le autorizzazioni sono state approvate direttamente” dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e che la Croazia poteva quindi “aspettarsi un sostegno continuo” da Washington durante i massacri.
Un diplomatico statunitense esulta per un "trionfo" genocida
Il 18 agosto, un vertice di alto livello con l’alto diplomatico statunitense Richard Holbrooke si è tenuto nel palazzo presidenziale di Zagabria. Membro fisso dell’istituto di politica estera di Washington, ossessionato dall’interventismo, Holbrooke aveva messo gli occhi su nomine prestigiose sotto Bill Clinton e oltre, forse sotto una futura amministrazione di Hillary Clinton. Il successo dello smantellamento della Jugoslavia avrebbe alimentato le sue ambizioni.
In una trascrizione, Holbrooke ha descritto Tudjman con adulazione come il “padre della Croazia moderna”, il suo “liberatore” e “creatore”. Notando con approvazione che l’uomo forte aveva “riconquistato il 98% del territorio”, senza menzionare che era stato epurato dai serbi, il diplomatico americano si descrisse come “amico” del neo-indipendente Stato, la cui condotta violenta definiva legittima.
“Avete una giustificazione per la vostra azione militare nella Slavonia orientale”, informò Holbrooke a Tudjman, “e io l’ho sempre difesa a Washington”. Quando alcuni negli Stati Uniti suggerirono di tenere a freno Zagabria, Holbrooke sostenne che i croati avrebbero dovuto “continuare” comunque, dichiarò.
Riguardo all’Operazione Tempesta, Holbrooke ammise: “Abbiamo detto pubblicamente, come sapete, che eravamo preoccupati, ma in privato sapevano cosa volevamo”. Definiva la terrificante guerra lampo un “trionfo” dal “punto di vista politico e militare”, che lasciava i rifugiati come “l’unico problema” dal punto di vista di Zagabria.
Di fatto, dirigendo il Presidente croato, Holbrooke consigliò a Tudjman di “fare un discorso in cui affermava che la guerra era finita e che i serbi dovevano tornare”. Pur prevedendo che “la maggioranza non sarebbe tornata”, Holbrooke a quanto pare riteneva importante almeno lasciare aperta l’offerta al pubblico.
Le autorità croate affrontarono questo “problema” approvando leggi discriminatorie che rendevano praticamente impossibile il ritorno dei serbi sfollati, confiscandone al contempo i beni. Pur possedendo prove schiaccianti di gravi Crimini di Guerra, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, finanziato dalla NATO, non incriminò nessuno dei responsabili dell’Operazione Tempesta fino al 2008.
Molti funzionari colpevoli, tra cui Tudjman, morirono nel frattempo. Tre comandanti militari sopravvissuti furono infine processati nel 2011. Uno fu assolto e due condannati, sebbene la sentenza fosse stata ribaltata in appello nel 2012.
Quella sentenza giunse a diverse altre conclusioni straordinarie. Sebbene Zagabria accettasse “misure discriminatorie e restrittive” per impedire il ritorno dei serbi sfollati, ciò non significava che la loro partenza fosse forzata. Sebbene i civili fossero stati assassinati in gran numero, compresi anziani e infermi che non potevano fuggire, l’Operazione Tempesta in qualche modo non aveva deliberatamente preso di mira i non combattenti. E nonostante l’esplicito desiderio di Spegelj e Tudjman di far “scomparire” i serbi, né i funzionari governativi né quelli militari hanno avuto l’intenzione specifica di espellere l’intera minoranza serba dalla Croazia.
L’anniversario dell’Operazione Tempesta è ora celebrato come “Giorno della Vittoria” in Croazia. Il successo dell’attacco è oggi venerato negli ambienti militari occidentali e l’Operazione potrebbe aver influenzato operazioni simili in altri teatri di conflitto per procura. Nel settembre 2022, il Kyiv Post ha elogiato l’inaspettatamente vittoriosa controffensiva ucraina a Kharkov definendola “Operazione Tempesta 2.0”, suggerendo che fosse un presagio dell’imminente “capitolazione” della Russia.
Quasi tre anni dopo, le forze di Kiev stanno collassando in tutto il Donbass. A differenza della Croazia, l’ultima ondata di ultranazionalisti americani sembra improbabile che prevalga.
Fonte
18/07/2025
L’Occidente soffia ancora sulla destabilizzazione dei Balcani
Dalla frantumazione della Jugoslavia, i Balcani non hanno mai smesso di rappresentare il simbolo di quel dividi et impera di romana memoria che ha guidato gli imperialismi occidentali all’imposizione dei propri interessi in giro per il mondo.
Ancora oggi, la situazione nella penisola è incandescente, con continue tensioni dove la longa manus dell’Occidente prova a giocare le sue carte contro l’affermarsi del multipolarismo.
La nuova “Triplice Alleanza”
Alla fine di marzo, Croazia e Kosovo hanno firmato a Tirana insieme all’ospitante Albania accordi sulla cooperazione militare che prevedono la lotta congiunta contro le minacce esterne.
Il documento principale si compone di quattro punti e prevede cooperazione tra le parti nell’addestramento e nello svolgimento di esercitazioni congiunte del personale militare. A ciò si aggiungono lo scambio di informazioni di intelligence e soprattutto il “coordinamento delle politiche e delle posizioni dei partecipanti con le strutture multilaterali euroatlantiche nel campo della sicurezza e della difesa”.
In questa nuova “Triplice alleanza” balcanica, Croazia e Albania sono membri Nato dal 2009, mentre il Kosovo per voce della sua presidenza Vjosa Osmani continua a premere per l’entrata del Paese nell’Alleanza atlantica.
A cavallo tra luglio e agosto sono previste esercitazioni militari della Triplice nell’Albania settentrionale e nell’ex Krajina serba in Croazia, aree confinanti con il Kosovo e la Serbia, come a voler infuocare la già instabile situazione che attraversa quest’ultima.
Il ruolo della Turchia e della Nato
Alcuni media russi sottolineano il ruolo della Turchia in questa vicenda. All’inizio di gennaio, il Kosovo ha siglato un accordo con la società turca “Mechanical and Chemical Industry Corporation” per la creazione entro ottobre 2025 di impianti industriali nel Paese per la produzione di munizioni e droni.
A questo va aggiunto che la modernizzazione delle cosiddette “forze di sicurezza” kosovare sotto l’egida della Nato ha beneficiato di investimenti esteri per circa 240 milioni di euro provenienti da aziende specializzate di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Turchia e Stati Uniti.
Non meno attivo è il corridoio creato alla fine degli anni ‘90 per la consegna a Pristina di carichi tecnico-militari attraverso i porti dell’Albania settentrionale. La Nato inoltre monitora lo spazio aereo con droni statunitensi come il MQ-9A Reaper e Challenger 650 Artemis, un veloce jet privato di lusso, modificato per agire come aereo-spia e intercettare le comunicazioni altrui.
Una simile militarizzazione dei Balcani ricorda da vicino la vigilia dei bombardamenti Nato del 1999, con D’Alema attore protagonista per l’allora governo italiano di centro-sinistra.
Serbia e Macedonia, due focolai su cui soffia l’Occidente
Se a Belgrado e in altre città serbe continuano le proteste in primis studentesche contro il Presidente Vučić, la vicina Macedonia del Nord sembra essere oggetto di attenzioni da parte delle forze filo occidentali.
Lo scorso marzo, attivisti serbi antigovernativi sono stati arrestati nella capitale Skopje con l’accusa di voler organizzare disordini nel Paese e alimentare così i venti di destabilizzazione dell’area, dove l’adesione macedone ai desiderata occidentali non appare garantita.
La Macedonia del Nord è entrata nella Nato nel 2020 con un processo di adesione lampo formalizzato dall’Unione socialdemocratica di Macedonia (Usm). Salita al potere nel 2019, l’Usm ha cambiato nome al Paese e ha pacificato il rapporto con la Grecia con l’accordo di Prespa.
Nel 2024 tuttavia il Partito democratico per l’unità nazionale macedone è tornato al governo, riprendendo la retorica contro la minoranza albanese e, di converso, alimentando le richieste di chi vorrebbe la creazione di un “Kosovo di Macedonia” per gli albanesi su circa un terzo del territorio macedone.
Un nuovo Maidan all’orizzonte?
La controffensiva occidentale all’avanzata dei Brics+ e delle altre alleanze a trazione multipolare ha nei Balcani un punto della più generale strategia di recupero di consenso, o per meglio dire sottomissione, di vaste aree del Sud Globale.
Le batoste franco-europee in Africa fanno da contraltare ai bombardamenti americano-sionisti in Medio Oriente. Col parziale disinvestimento Usa in Ucraina, la posizione della Serbia nei Balcani si fa più difficile, accerchiata com’è da spinte pro-Ue e Nato con cui il Paese non può che fare i conti, date le difficoltà di mantenere rapporti commerciali con la Federazione russa, fornitura di armi comprese.
L’inadeguatezza italiana e il silenzio dell’Ue
Non sorprende invece la totale nullità delle istituzioni italiane in qualsiasi dossier di rilievo per il Paese, come quello dei vicini Balcani. Anzi, il Presidente Mattarella non ha trovato di meglio da fare che visitare l’omologo croato nel giorno in cui circa 500 mila persone hanno assistito a Zagabria al concerto di Marko Thomposn, ex militare oggi “cantore” dei peggiori rigurgiti nazifascisti nella patria degli Ustascia.
“Il più grande raduno fascista dai tempi Seconda guerra mondiale”, l’hanno definita i media serbi, che hanno accusato l’Ue di silenzio complice verso l’evento. Non c’è di che star sereni...
Fonte
Ancora oggi, la situazione nella penisola è incandescente, con continue tensioni dove la longa manus dell’Occidente prova a giocare le sue carte contro l’affermarsi del multipolarismo.
La nuova “Triplice Alleanza”
Alla fine di marzo, Croazia e Kosovo hanno firmato a Tirana insieme all’ospitante Albania accordi sulla cooperazione militare che prevedono la lotta congiunta contro le minacce esterne.
Il documento principale si compone di quattro punti e prevede cooperazione tra le parti nell’addestramento e nello svolgimento di esercitazioni congiunte del personale militare. A ciò si aggiungono lo scambio di informazioni di intelligence e soprattutto il “coordinamento delle politiche e delle posizioni dei partecipanti con le strutture multilaterali euroatlantiche nel campo della sicurezza e della difesa”.
In questa nuova “Triplice alleanza” balcanica, Croazia e Albania sono membri Nato dal 2009, mentre il Kosovo per voce della sua presidenza Vjosa Osmani continua a premere per l’entrata del Paese nell’Alleanza atlantica.
A cavallo tra luglio e agosto sono previste esercitazioni militari della Triplice nell’Albania settentrionale e nell’ex Krajina serba in Croazia, aree confinanti con il Kosovo e la Serbia, come a voler infuocare la già instabile situazione che attraversa quest’ultima.
Il ruolo della Turchia e della Nato
Alcuni media russi sottolineano il ruolo della Turchia in questa vicenda. All’inizio di gennaio, il Kosovo ha siglato un accordo con la società turca “Mechanical and Chemical Industry Corporation” per la creazione entro ottobre 2025 di impianti industriali nel Paese per la produzione di munizioni e droni.
A questo va aggiunto che la modernizzazione delle cosiddette “forze di sicurezza” kosovare sotto l’egida della Nato ha beneficiato di investimenti esteri per circa 240 milioni di euro provenienti da aziende specializzate di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Turchia e Stati Uniti.
Non meno attivo è il corridoio creato alla fine degli anni ‘90 per la consegna a Pristina di carichi tecnico-militari attraverso i porti dell’Albania settentrionale. La Nato inoltre monitora lo spazio aereo con droni statunitensi come il MQ-9A Reaper e Challenger 650 Artemis, un veloce jet privato di lusso, modificato per agire come aereo-spia e intercettare le comunicazioni altrui.
Una simile militarizzazione dei Balcani ricorda da vicino la vigilia dei bombardamenti Nato del 1999, con D’Alema attore protagonista per l’allora governo italiano di centro-sinistra.
Serbia e Macedonia, due focolai su cui soffia l’Occidente
Se a Belgrado e in altre città serbe continuano le proteste in primis studentesche contro il Presidente Vučić, la vicina Macedonia del Nord sembra essere oggetto di attenzioni da parte delle forze filo occidentali.
Lo scorso marzo, attivisti serbi antigovernativi sono stati arrestati nella capitale Skopje con l’accusa di voler organizzare disordini nel Paese e alimentare così i venti di destabilizzazione dell’area, dove l’adesione macedone ai desiderata occidentali non appare garantita.
La Macedonia del Nord è entrata nella Nato nel 2020 con un processo di adesione lampo formalizzato dall’Unione socialdemocratica di Macedonia (Usm). Salita al potere nel 2019, l’Usm ha cambiato nome al Paese e ha pacificato il rapporto con la Grecia con l’accordo di Prespa.
Nel 2024 tuttavia il Partito democratico per l’unità nazionale macedone è tornato al governo, riprendendo la retorica contro la minoranza albanese e, di converso, alimentando le richieste di chi vorrebbe la creazione di un “Kosovo di Macedonia” per gli albanesi su circa un terzo del territorio macedone.
Un nuovo Maidan all’orizzonte?
La controffensiva occidentale all’avanzata dei Brics+ e delle altre alleanze a trazione multipolare ha nei Balcani un punto della più generale strategia di recupero di consenso, o per meglio dire sottomissione, di vaste aree del Sud Globale.
Le batoste franco-europee in Africa fanno da contraltare ai bombardamenti americano-sionisti in Medio Oriente. Col parziale disinvestimento Usa in Ucraina, la posizione della Serbia nei Balcani si fa più difficile, accerchiata com’è da spinte pro-Ue e Nato con cui il Paese non può che fare i conti, date le difficoltà di mantenere rapporti commerciali con la Federazione russa, fornitura di armi comprese.
L’inadeguatezza italiana e il silenzio dell’Ue
Non sorprende invece la totale nullità delle istituzioni italiane in qualsiasi dossier di rilievo per il Paese, come quello dei vicini Balcani. Anzi, il Presidente Mattarella non ha trovato di meglio da fare che visitare l’omologo croato nel giorno in cui circa 500 mila persone hanno assistito a Zagabria al concerto di Marko Thomposn, ex militare oggi “cantore” dei peggiori rigurgiti nazifascisti nella patria degli Ustascia.
“Il più grande raduno fascista dai tempi Seconda guerra mondiale”, l’hanno definita i media serbi, che hanno accusato l’Ue di silenzio complice verso l’evento. Non c’è di che star sereni...
Fonte
30/11/2023
Ustascia croati e Ordine Nuovo
Ordine Nuovo, l’organizzazione nazi-fascista fondata da Pino Rauti, disponeva delle armi e degli esplosivi di Gladio. Non solo, è anche emersa l’esistenza di una struttura Stay Behind jugoslava di fatto costituita dagli ustascia croati collegati a Ordine Nuovo tramite la cellula veronese.
È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.
L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.
«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.
Armi esclusivamente americane
Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.
E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.
La caserma di Parona Valpolicella
Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.
Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».
A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.
A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.
Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».
Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.
Con gli Ustascia
Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.
Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.
Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.
Fonte
È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.
L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.
«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.
Armi esclusivamente americane
Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.
E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.
La caserma di Parona Valpolicella
Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.
Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».
A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.
A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.
Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».
Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.
Con gli Ustascia
Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.
Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.
Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.
Fonte
30/01/2023
Croazia - Il fascino discreto dell’Euro cede il passo alla rabbia
È passato quasi un mese da quando, il 1 gennaio scorso, la Croazia è entrata a far parte dell’Eurozona con l’adozione dell’euro come moneta. L’ingresso della Croazia nell’euro è stato accolto con gioia dai vertici della Bce e dell’Ue, ma nel Paese si è verificato un forte rialzo dei prezzi, specie di generi alimentari e dei servizi che sta facendo imbufalire la popolazione.
La Von der Leyen aveva ovviamente affermato che: “L’euro porterà grandi benefici economici e sociali alle persone e alle imprese della Croazia. Abbasserà le barriere per le aziende, ridurrà i costi per gli importatori e gli esportatori, portando a una scelta più ampia e a prezzi migliori per i consumatori. Insieme all’adesione a Schengen, l’adozione dell’euro darà un ulteriore impulso al settore turistico cruciale della Croazia”.
Ma i cittadini croati non sembrano essere così entusiasti come la Von der Leyen, anzi smentendo concretamente la sua retorica, denunciano che la maggior parte dei rincari dei prezzi riguarda arrotondamenti che in molti casi – come avvenuto in Italia nel 2002 – superano di molto la conversione della moneta, con rincari dal 5 fino al 20 per cento rispetto ai prezzi precedenti l’introduzione della moneta unica europea.
I cittadini croati, hanno denunciato fra l’altro rincari per pane e burro anche del 30%. Il primo ministro Andrej Plenković ha accusato “una parte dei commercianti e imprenditori di approfittare della transizione dalle kune croate all’euro con questo comportamento irresponsabile” ed ha annunciato possibili interventi se la situazione non si normalizzerà.
Gli ispettori statali hanno ispezionato negozi e mercati in tutto il Paese alla ricerca di abusi, ma sono state inflitte solo 240 multe.
Il governo aveva incontrato le associazioni di categoria dei commercianti, i cui leader erano stati convocati dal ministro dell’Economia Filipovic il 3 gennaio per poi tenere le bocche cucite con i cronisti una volta terminato il vertice.
Secondo il giornale croato Vlada i rappresentanti dei commercianti non hanno parlato con la stampa dopo l’incontro, ma avevano affermato prima dell’incontro che gli aumenti dei prezzi non erano dovuti all’arrotondamento dei prezzi ma ad altri fattori, tra cui la crisi del Covid-19 e la guerra in Ucraina.
Gli aumenti dei prezzi, oltre a causare un danno economico ai cittadini croati, gettano ombre sul passaggio dalla valuta nazionale alla moneta unica che il governo vorrebbe far passare alla storia come un successo.
“Tutto è andato nel migliore dei modi e senza problemi, dalla fornitura di banconote e monete alle operazioni di pagamento e al funzionamento degli sportelli automatici”, ha affermato Plenkovic. Il passaggio all’euro, a detta del premier, rappresenta “un enorme passo avanti verso la piena integrazione nell’Unione europea”.
Ma i proclami europeisti di Zagabria, dopo gli effetti sugli aumenti delle tariffe, stanno venendo usati come argomento forte dalla forze più ostili a Bruxelles.
Ad esempio la Croazia, dal 2023 non sarà sicuramente più una meta low cost per le vacanze dei turisti europei, e il turismo è una delle principali fonti di introiti economici per il paese.
La crisi energetica e la guerra in Ucraina avevano già fatto alzare l’inflazione in tutto il mondo ed anche in Croazia, con un tasso del 13,9% annuale.
La Petrol, una società slovena che controlla un quarto dei distributori di carburante croati, ha protestato contro il ‘price cap’ imposto dalle autorità lo scorso febbraio, chiudendo tutti i punti vendita per un’ora lo scorso 28 dicembre e ha lamentato una perdita di 34,6 milioni di euro, solo sul mercato croato, nei primi tre mesi del 2022.
La Petrol ha accusato i governi di Lubiana e Zagabria di non aver pagato le compensazioni previste e di essere pronta a far causa “a meno che il governo non smetta di intervenire sui prezzi”.
La HEP, l’azienda elettrica nazionale croata, sta erogando da mesi energia a costi calmierati nelle principali catene di distribuzione.
Ma già tutte e tre le principali società di telecomunicazioni hanno annunciato che aumenteranno i prezzi a febbraio e i media locali hanno riferito che anche le banche intendono aumentare i tassi di interesse per i nuovi mutui.
Venendo come turisti li avevamo pure avvisati i croati, adesso benvenuti nel meraviglioso mondo dell’Eurozona!!!
Fonte
La Von der Leyen aveva ovviamente affermato che: “L’euro porterà grandi benefici economici e sociali alle persone e alle imprese della Croazia. Abbasserà le barriere per le aziende, ridurrà i costi per gli importatori e gli esportatori, portando a una scelta più ampia e a prezzi migliori per i consumatori. Insieme all’adesione a Schengen, l’adozione dell’euro darà un ulteriore impulso al settore turistico cruciale della Croazia”.
Ma i cittadini croati non sembrano essere così entusiasti come la Von der Leyen, anzi smentendo concretamente la sua retorica, denunciano che la maggior parte dei rincari dei prezzi riguarda arrotondamenti che in molti casi – come avvenuto in Italia nel 2002 – superano di molto la conversione della moneta, con rincari dal 5 fino al 20 per cento rispetto ai prezzi precedenti l’introduzione della moneta unica europea.
I cittadini croati, hanno denunciato fra l’altro rincari per pane e burro anche del 30%. Il primo ministro Andrej Plenković ha accusato “una parte dei commercianti e imprenditori di approfittare della transizione dalle kune croate all’euro con questo comportamento irresponsabile” ed ha annunciato possibili interventi se la situazione non si normalizzerà.
Gli ispettori statali hanno ispezionato negozi e mercati in tutto il Paese alla ricerca di abusi, ma sono state inflitte solo 240 multe.
Il governo aveva incontrato le associazioni di categoria dei commercianti, i cui leader erano stati convocati dal ministro dell’Economia Filipovic il 3 gennaio per poi tenere le bocche cucite con i cronisti una volta terminato il vertice.
Secondo il giornale croato Vlada i rappresentanti dei commercianti non hanno parlato con la stampa dopo l’incontro, ma avevano affermato prima dell’incontro che gli aumenti dei prezzi non erano dovuti all’arrotondamento dei prezzi ma ad altri fattori, tra cui la crisi del Covid-19 e la guerra in Ucraina.
Gli aumenti dei prezzi, oltre a causare un danno economico ai cittadini croati, gettano ombre sul passaggio dalla valuta nazionale alla moneta unica che il governo vorrebbe far passare alla storia come un successo.
“Tutto è andato nel migliore dei modi e senza problemi, dalla fornitura di banconote e monete alle operazioni di pagamento e al funzionamento degli sportelli automatici”, ha affermato Plenkovic. Il passaggio all’euro, a detta del premier, rappresenta “un enorme passo avanti verso la piena integrazione nell’Unione europea”.
Ma i proclami europeisti di Zagabria, dopo gli effetti sugli aumenti delle tariffe, stanno venendo usati come argomento forte dalla forze più ostili a Bruxelles.
Ad esempio la Croazia, dal 2023 non sarà sicuramente più una meta low cost per le vacanze dei turisti europei, e il turismo è una delle principali fonti di introiti economici per il paese.
La crisi energetica e la guerra in Ucraina avevano già fatto alzare l’inflazione in tutto il mondo ed anche in Croazia, con un tasso del 13,9% annuale.
La Petrol, una società slovena che controlla un quarto dei distributori di carburante croati, ha protestato contro il ‘price cap’ imposto dalle autorità lo scorso febbraio, chiudendo tutti i punti vendita per un’ora lo scorso 28 dicembre e ha lamentato una perdita di 34,6 milioni di euro, solo sul mercato croato, nei primi tre mesi del 2022.
La Petrol ha accusato i governi di Lubiana e Zagabria di non aver pagato le compensazioni previste e di essere pronta a far causa “a meno che il governo non smetta di intervenire sui prezzi”.
La HEP, l’azienda elettrica nazionale croata, sta erogando da mesi energia a costi calmierati nelle principali catene di distribuzione.
Ma già tutte e tre le principali società di telecomunicazioni hanno annunciato che aumenteranno i prezzi a febbraio e i media locali hanno riferito che anche le banche intendono aumentare i tassi di interesse per i nuovi mutui.
Venendo come turisti li avevamo pure avvisati i croati, adesso benvenuti nel meraviglioso mondo dell’Eurozona!!!
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06/01/2023
Croazia - La magia dell’introduzione dell’euro: impennano i prezzi
A quattro giorni dall’adozione dell’euro da parte della Croazia, gli improvvisi aumenti dei prezzi stanno suscitando l’ira di molti cittadini.
Mercoledì il governo ha dichiarato che non tollererà aumenti ingiusti dei prezzi e sta pensando a sanzioni per coloro che riterrà abbiano abusato del passaggio all’euro, violando la legge.
Dal primo gennaio, infatti, la Croazia è entrata ufficialmente nella zona euro, ventesimo Stato ad adottare ufficialmente la “moneta unica”, oltre che nell’area Schengen. Gli abitanti del paese possono perciò cambiare la kuna croata con la valuta europea.
Ma i commercianti al dettaglio sono accusati di aver “arrotondato” i prezzi con il passaggio alla nuova moneta, spingendo il governo a minacciare di fare i nomi dei rivenditori che abusano del cambio.
Il Ministro dell’Economia e dello Sviluppo Sostenibile Davor Filipovic ha dichiarato che il governo “sta discutendo intensamente le liste nere dei rivenditori”.
Nel frattempo, l’agenzia di stampa croata Hina riferisce che le associazioni dei consumatori stanno accusando molti piccoli commercianti di manipolazione dei prezzi alla ricerca di facili profitti.
“Prenderemo certamente in considerazione l’opzione che il Ministero dell’Economia crei una ‘lista della vergogna’ e renda pubblici i nomi di coloro che lavorano a danno dei nostri cittadini, alimentando così l’inflazione”, ha dichiarato Filipovic.
“Stiamo inviando un messaggio a tutti, ai commercianti e agli altri soggetti della catena di approvvigionamento, che devono mettere sotto controllo il loro appetito”, ha concluso il ministro.
Secondo BalkanInsight, “la transizione tecnica alla moneta unica europea, che ha sostituito la precedente valuta nazionale, la kuna, è proceduta senza difficoltà. Tuttavia, i consumatori lamentano che i nuovi prezzi in euro sono più alti rispetto a quelli di qualche giorno fa, quando la kuna era ancora in uso”.
Gli aumenti riguardano soprattutto per il caffè e i prodotti da forno, probabilmente a causa di un arrotondamento generoso dei prezzi per eccesso al momento della conversione. Ad esempio, un caffè al bar che costava 8 kune la settimana scorsa dovrebbe costare ora 1,09 euro, ma spesso è stato arrotondato a 1,20 o addirittura a 1,5 euro.
Dunja Maletic, consulente legale dell’associazione per la tutela dei consumatori, ha dichiarato che “sebbene i consumatori abbiano notato che i prezzi sono aumentati, non è sempre facile dimostrarne il motivo, perché ogni aumento deve essere monitorato caso per caso”.
Ha aggiunto che è difficile valutare, ad esempio, se un parrucchiere aumenta il prezzo a causa dell’aumento dei costi dell’acqua, dei materiali e dell’elettricità o a causa dell’introduzione dell’euro.
I media riportano che il prezzo del pane è già aumentato in termini reali del 30% lo scorso anno. Anche i prezzi di petrolio, gas e grano hanno subito un’impennata, mettendo in difficoltà molti cittadini con un tenore di vita già basso.
A pochi giorni dalla sua introduzione, così come avvenne all’inizio del millennio anche per il nostro paese, l’euro sta riuscendo nella “magia” (facilmente prevedibile) di peggiore le condizioni di vita della fascia di popolazione meno abbiente.
Fonte
Mercoledì il governo ha dichiarato che non tollererà aumenti ingiusti dei prezzi e sta pensando a sanzioni per coloro che riterrà abbiano abusato del passaggio all’euro, violando la legge.
Dal primo gennaio, infatti, la Croazia è entrata ufficialmente nella zona euro, ventesimo Stato ad adottare ufficialmente la “moneta unica”, oltre che nell’area Schengen. Gli abitanti del paese possono perciò cambiare la kuna croata con la valuta europea.
Ma i commercianti al dettaglio sono accusati di aver “arrotondato” i prezzi con il passaggio alla nuova moneta, spingendo il governo a minacciare di fare i nomi dei rivenditori che abusano del cambio.
Il Ministro dell’Economia e dello Sviluppo Sostenibile Davor Filipovic ha dichiarato che il governo “sta discutendo intensamente le liste nere dei rivenditori”.
Nel frattempo, l’agenzia di stampa croata Hina riferisce che le associazioni dei consumatori stanno accusando molti piccoli commercianti di manipolazione dei prezzi alla ricerca di facili profitti.
“Prenderemo certamente in considerazione l’opzione che il Ministero dell’Economia crei una ‘lista della vergogna’ e renda pubblici i nomi di coloro che lavorano a danno dei nostri cittadini, alimentando così l’inflazione”, ha dichiarato Filipovic.
“Stiamo inviando un messaggio a tutti, ai commercianti e agli altri soggetti della catena di approvvigionamento, che devono mettere sotto controllo il loro appetito”, ha concluso il ministro.
Secondo BalkanInsight, “la transizione tecnica alla moneta unica europea, che ha sostituito la precedente valuta nazionale, la kuna, è proceduta senza difficoltà. Tuttavia, i consumatori lamentano che i nuovi prezzi in euro sono più alti rispetto a quelli di qualche giorno fa, quando la kuna era ancora in uso”.
Gli aumenti riguardano soprattutto per il caffè e i prodotti da forno, probabilmente a causa di un arrotondamento generoso dei prezzi per eccesso al momento della conversione. Ad esempio, un caffè al bar che costava 8 kune la settimana scorsa dovrebbe costare ora 1,09 euro, ma spesso è stato arrotondato a 1,20 o addirittura a 1,5 euro.
Dunja Maletic, consulente legale dell’associazione per la tutela dei consumatori, ha dichiarato che “sebbene i consumatori abbiano notato che i prezzi sono aumentati, non è sempre facile dimostrarne il motivo, perché ogni aumento deve essere monitorato caso per caso”.
Ha aggiunto che è difficile valutare, ad esempio, se un parrucchiere aumenta il prezzo a causa dell’aumento dei costi dell’acqua, dei materiali e dell’elettricità o a causa dell’introduzione dell’euro.
I media riportano che il prezzo del pane è già aumentato in termini reali del 30% lo scorso anno. Anche i prezzi di petrolio, gas e grano hanno subito un’impennata, mettendo in difficoltà molti cittadini con un tenore di vita già basso.
A pochi giorni dalla sua introduzione, così come avvenne all’inizio del millennio anche per il nostro paese, l’euro sta riuscendo nella “magia” (facilmente prevedibile) di peggiore le condizioni di vita della fascia di popolazione meno abbiente.
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15/11/2021
Media e Unione Europea: la doppia morale sui migranti
I migranti bloccati al confine tra Bielorussia e Polonia di colpo assumono grandissima rilevanza umanitaria e mediatica, mentre la “Rotta Balcanica” lungo la quale i migranti umiliati lungo i confini con l’Unione Europea vengono bastonati e respinti tutti i santi giorni, non trova nessuno spazio nei TG e nelle principali testate giornalistiche.
Come mai? Semplice: questioni di geopolitica.
E allora, perché non usare le scene che vengono dal confine tra Bielorussia e Polonia per ripetere ossessivamente quanto sono cattivi Putin e Lukashenko?
I due, certo, non sono per niente stinchi di santo, ma l’Unione Europea già li sanziona abbondantemente per altre ragioni, mentre ricopre di miliardi (sei, per la precisione) il “campione dei diritti umani” Erdogan, la civilissima guardia costiera libica (la stessa che intercetta i migranti nel Mediterraneo centrale e li riporta nei lager dove subiscono pestaggi, torture, estorsioni e stupri), nonché l’Egitto del notissimo filantropo al-Sisi.
Improvvisamente i polacchi che respingono i migranti sparando sventagliate di mitra a pochi metri dai migranti ammassati lungo i confini segnati da spesse barriere di filo spinato, da “terribili fasciosovranisti”, magicamente, si trasformano in difensori del suolo sacro della democratica Europa.
E che dire delle violenze della polizia croata sulla rotta balcanica che non risparmiano nessuno, neppure i bambini ed i minori che vengono sistematicamente denudati, picchiati e privati anche degli affetti personali, oltre che delle poche banconote che portano con sé?
Ah già, dimenticavo: la Croazia dal 1° luglio 2013 è il 28º membro dell’Unione Europea con 12 seggi in Parlamento e 7 voti nel Consiglio dell’Unione.
La Croazia, insomma, è “cosa nostra”.
Fonte
Come mai? Semplice: questioni di geopolitica.
E allora, perché non usare le scene che vengono dal confine tra Bielorussia e Polonia per ripetere ossessivamente quanto sono cattivi Putin e Lukashenko?
I due, certo, non sono per niente stinchi di santo, ma l’Unione Europea già li sanziona abbondantemente per altre ragioni, mentre ricopre di miliardi (sei, per la precisione) il “campione dei diritti umani” Erdogan, la civilissima guardia costiera libica (la stessa che intercetta i migranti nel Mediterraneo centrale e li riporta nei lager dove subiscono pestaggi, torture, estorsioni e stupri), nonché l’Egitto del notissimo filantropo al-Sisi.
Improvvisamente i polacchi che respingono i migranti sparando sventagliate di mitra a pochi metri dai migranti ammassati lungo i confini segnati da spesse barriere di filo spinato, da “terribili fasciosovranisti”, magicamente, si trasformano in difensori del suolo sacro della democratica Europa.
E che dire delle violenze della polizia croata sulla rotta balcanica che non risparmiano nessuno, neppure i bambini ed i minori che vengono sistematicamente denudati, picchiati e privati anche degli affetti personali, oltre che delle poche banconote che portano con sé?
Ah già, dimenticavo: la Croazia dal 1° luglio 2013 è il 28º membro dell’Unione Europea con 12 seggi in Parlamento e 7 voti nel Consiglio dell’Unione.
La Croazia, insomma, è “cosa nostra”.
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31/01/2019
Le Foibe come arma di distrazione di massa
Dal finire degli anni ’80 si andò definendo un nuovo assetto europeo: la Germania (riunita) diventava il nuovo leader che trascinava gli altri paesi in un percorso – politico ed economico – da cui lei avrebbe tratto il massimo giovamento. In questa nuova Europa sono ben definiti i ruoli: chi comanda e chi obbedisce, chi può prendere le decisioni strategiche e chi si può al più limitare al tentativo d’influenzarle. Un quadro in cui il ruolo dell’Italia è evidente, ma ancora più evidente il fatto che optando per porsi in subalternità si finisce per accettare le decisioni delle forze egemoni nella UE, anche quando queste vanno contro i propri interessi.
La Germania lanciò un progetto di ampio respiro che oggi si manifesta nella sua concretezza e che prevedeva la costruzione dell’egemonia – politica ed economica – in Europa. Forse fare dei paragoni con i vari Reich è per certi versi azzardato, ma per altri non tanto. Infatti il progetto prevedeva la propria riaffermazione su territori in cui più volte ha insistito la presenza tedesca (fino alla Prima Guerra Mondiale con l’alleanza tra Germania e Impero Austro-Ungarico e successivamente con il Terzo Reich). Anche in quest’ottica va inquadrata l’espansione ad Est avviata con il crollo dei paesi socialisti: nella ricomposizione della sfera d’influenza tedesca.
Sotto la spinta delle forze Euro-Atlantiche caddero tutti i paesi del Patto di Varsavia, che repentinamente passarono ad un sistema di libero mercato compatibile con il nuovo corso europeo. Tuttavia la Jugoslavia socialista (Stato multietnico per antonomasia) non mostrava particolari segni di cedimento. Questa infatti, non gravitando nell’orbita sovietica, non aveva eccessivamente accusato il colpo di quegli eventi. Pertanto, era evidente che per “normalizzare” la Jugoslavia si sarebbe dovuto ricorrere a differenti metodi, optando per alimentare le tensioni etniche e disarticolarla in piccoli stati. Su questa operazione convergevano gli interessi di diversi poteri forti: gli USA impegnati nella crociata contro il socialismo, la NATO in corsa verso Est, la Germania smaniosa di espandersi fino ai vecchi confini dei Reich, il Vaticano di Woytila che voleva costruire una nuova e cattolicissima Croazia.
Le forze Euro-Atantiche incendiarono i Balcani dando il via ad una terribile guerra civile, in Croazia sostennero gruppi che si ponevano in continuità con il passato fascista, compresi i ferocissimi Ustascia. Con il beneplacito delle forze Euro-Atlantiche la Croazia si macchiò di orribili crimini e fece una terribile pulizia etnica. Nel 1991 i cittadini di etnia croata nel Paese erano il 78% della popolazione complessiva, dieci anni dopo erano diventati il 90%. Con l’indipendenza, la Croazia era diventata di fatto uno Stato fascistoide, semi confessionale ed etnicamente quasi omogeneo. Ma soprattutto la Croazia diventava uno Stato davvero identitario, nell’accezione peggiore del termine.
Uno Stato in cui qualsiasi “diverso” è un nemico: altre etnie, chi abbia un pensiero politico non allineato a quello dominante, altre religioni, ecc. In Croazia i “diversi” soffrono uno stato di soggezione e marginalizzazione – si sentono sotto costante minaccia – per molti le strade percorribili sono sostanzialmente due: l’emigrazione o l’assimilazione (cioè la rinuncia della propria cultura per assumere quella dominante). Infatti, dopo l’indipendenza, la popolazione complessiva della Croazia è in costante riduzione mentre aumenta la percentuale di croati a discapito delle altre etnie.
Un fenomeno riguardante pure la comunità italiana che dai primi anni ’90 ha subito una grave e costante riduzione. Questa comunità non fu vittima di pulizia etnica durante la guerra, sia perché l’Italia non lo avrebbe potuto permettere, sia perché è inverosimile pensare che l’aiuto offerto dall’Italia alla Croazia non avesse una contropartita nella protezione della minoranza italiana. Comunque le statistiche confermano che ancora oggi la comunità italiana in Croazia si riduce sempre di più e anche in questo caso per emigrazione o assimilazione. Molti degli italiani in Croazia si sentono stranieri e marginalizzati, incompatibili con uno Stato identitario, per ciò spesso preferiscono o andare a vivere in Italia o rinunciare alla propria identità per sposare quella croata.
Questo scenario è estremamente triste e abbastanza noto, il frutto avvelenato delle manovre geopolitiche e imperialistiche delle forze Euro-Atlantiche a cui l’Italia non si è opposta. Ovviamente esistono delle organizzazioni che curano gli interessi degli italiani in Croazia, ma qui non si vuole entrare nel merito di questi gruppi e tanto meno degli orientamenti politici loro e dei loro componenti. Qui si vuole riflettere su un aspetto che non è stato adeguatamente indagato, cioè la contraddizione che in quel frangente esplode in seno alle forze politiche europeiste italiane: hanno appoggiato un progetto geopolitico che ha leso la comunità italiana in Croazia. Nella Croazia indipendente che l’Italia ha contribuito a costruire non c’è spazio per i “diversi”, quindi neanche per gli italiani, è una comunità destinata a scomparire anche per colpa dell’Italia.
Come detto, all’inizio degli anni ’90 il mondo fu sconvolto da enormi cambiamenti, la NATO andava a ridefinire le proprie funzioni e in Europa si accelerò il processo d’integrazione ad egemonia tedesca. In questo quadro si colloca la destabilizzazione della Jugoslavia. La ricostruzione di quegli anni necessita anche di uno sguardo alle vicende italiane. L’Italia si presentava fiaccata al tavolo delle trattative europee in quanto subì una durissima speculazione finanziaria ad opera, tra gli altri, di quel George Soros che si stava impegnando nella distruzione della Jugoslavia. La cosiddetta “Prima Repubblica” era tramontata e sulla scena politica si presentarono nuovi protagonisti. Altre forze politiche si riciclarono tramite metamorfosi: il PCI diventava PDS e il MSI diventava AN. Questi ultimi partiti fecero delle svolte con cui si candidavano a divenire forze di Governo sposando ciecamente la causa europeista.
In definitiva il processo d’integrazione europea proseguiva a tappe forzate e tutta la classe di governo italiana ne era espressione. Il destino della comunità italiana in Croazia era un problema che praticamente nessuna forza politica aveva intenzione d’affrontare. Tuttavia i dati demografici erano inoppugnabili, la comunità italiana si stava riducendo e il clima nel Paese era ostile a tutte le minoranze. Per questo nel 1996 si cercò di correre ai ripari firmando un trattato bilaterale con cui si sancì che “la Repubblica di Croazia prenderà le misure necessarie per la protezione della minoranza italiana”: le persecuzioni contro gli italiani non ci furono, ma la comunità era comunque destinata a sparire; con il nuovo corso croato era inevitabile. Per le forze di Governo italiane era una contraddizione insanabile, uno scandalo che avrebbe potuto avere conseguenze politiche inimmaginabili.
In questo contesto in Italia repentinamente irruppe con vigore la questione delle Foibe: un coro trasversale di politicanti, giornalisti e “storici” di dubbia serietà iniziarono a raccontare che gli italiani in Croazia erano stati sterminati da Tito. Ovviamente anche la Slovenia venne trascinata nella vicenda, ma con minor enfasi.
Nel dibattito politico italiano la questione delle Foibe è stata assolutamente marginale per circa mezzo secolo (fino agli anni ’90), salvo poi farla diventare di forza un tema politico centrale. Per giustificare questo cambio di registro venne inventata di sana pianta una fantomatica “congiura del silenzio” basata su argomentazioni grottesche. Infatti fino agli anni ’90 la questione delle Foibe era stata nota e dibattuta, ma per quello che realmente era, verosimilmente dandogli anche una corretta quantificazione.
Successivamente c’è stato un vero e proprio impazzimento collettivo, con una sorta di macabra gara a chi raccontava la versione più tetra: senza alcun riscontro, e in spregio di ogni seria ricerca storica, venivano proposte cifre in libertà. Particolarmente interessante è stata la risposta scatenata dall’apertura del dibattito sulla bontà della “ricostruzione storica”: reazioni feroci e isteriche. Un qualcosa di smisurato e oltremodo scomposto per quelli che erano ormai – dopo tanti anni – i termini della vicenda. La questione delle Foibe, infatti, era improvvisamente diventato il più caldo tra tutti gli aspetti della Seconda Guerra Mondiale.
Dato che tutto ciò non era imputabile a novità di rilievo – non c’era stata alcuna scoperta di nuove fonti – sorse da subito il dubbio che dietro la questione delle Foibe ci potesse essere dell’altro, un qualcosa che tuttavia non si manifestava palesemente e che non si riusciva a cogliere. Ma soprattutto, risultava difficile credere che quel qualcosa di cui si sospettava l’esistenza potesse davvero essere relativo a dei fatti avvenuti negli anni ’40. Serpeggiò insomma subito il dubbio che si potesse trattare di qualcosa di più recente. A tal riguardo sono state formulate diverse ipotesi, in vario modo collegate all’evoluzione degli assetti politici interni e internazionali di quegli anni o a varie forme di opportunismo e trasformismo. Sicuramente si tratta di letture che trovano numerosi riscontri, tuttavia non riescono ad essere esaustive.
Collegando i vari eventi viene quindi da chiedersi se, dopo gli anni ’90, la questione delle Foibe possa essere stata usata in Italia come “arma di distrazione di massa”, cioè per nascondere all’opinione pubblica un tema ben più attuale qual è la salvaguardia della comunità italiana in Croazia. Si è fatto passare il messaggio che le Foibe siano state il genocidio degli italiani nei Balcani. Si vuole far credere che gli italiani in quelle terre furono o massacrati da Tito o costretti alla fuga (con l’Esodo Giuliano Dalmata). Cioè, viene diffusa una narrazione da cui è completamente rimosso il fatto che, dopo quegli eventi, ci fosse ancora una consistente comunità italiana nei Balcani.
La rimozione potrebbe non essere casuale, ma collegata al fatto che negli anni ’90, in Italia, si era deciso di svincolarsi dalla comunità italiana in Croazia (e di voltarle le spalle, concedendo qualche mancia come “buonuscita”). Una volta cambiati i termini della questione, l’Italia non era tenuta ad intervenire, perché per l’opinione pubblica il problema non esisteva più.
Spostando artificiosamente agli anni ’40 l’estinzione della comunità italiana in Croazia, automaticamente veniva assolto chi dagli anni ’90 in poi è stato complice nel segnarne il destino: il tradimento è arrivato proprio da chi si presentava come suo paladino.
Ovviamente si tratta di vicende estremamente complesse, che è difficile poter trattare con esaustività in spazi brevi e su cui pochi sono disponibili al confronto. Abbiamo tutti il dovere morale d’indagare sul nostro passato (anche sul più recente), per rendere giustizia alla verità, alla memoria storica e alle vittime.
Certamente non si possono escludere altre concause, ma l’ipotesi di lettura della questione delle Foibe qui esposta è particolarmente innovativa e spinosa, si inserisce nel più ampio dibattito sul delicato tema del Confine Orientale. L’importanza della vicenda non è solo nell’interesse storico o politico, si tratta di un qualcosa di concreto e impellente.
Il destino della comunità italiana in Croazia è un tema estremamente serio, che non può essere risolto con qualche regalia, va affrontato politicamente. Ma è altrettanto importante fare piena luce su tutte le vicende del Confine Orientale, anche qualora – sia dal passato remoto che da quello più prossimo – emergano verità scomode. Ora la priorità è capire se la questione delle Foibe venga strumentalmente utilizzata per coprire delle scelte scellerate: il sacrificio della comunità italiana in Croazia sull’altare dell’integrazione europea.
Fonte
23/11/2016
Kiev: la popolazione del Donbass “geneticamente impura”
Se è lecito spendere una parola a suffragio dell'Ucraina del post-majdan, allora non si può fare a meno di ammettere che le cronache “intellettuali” golpiste non danno il tempo di annoiarsi. Dopo le esternazioni “spirituali del patriarca scissionista Filaret, secondo il quale la guerra nel sudest dell’Ucraina è la punizione divina scagliata contro i senzadio del Donbass; dopo la “scomunica” minacciata dal metropolita della diocesi Lutskaja e Volynskaja Mikhail Zinkevič, contro quei fedeli ucraini che osino pregare non “nella vostra lingua ucraina”, ma invece “nella lingua dell’occupante”; dopo le “rivelazioni” sulle scoperte geografiche, giuridiche, pittoriche dovute alla ingegnosità ucraina; ecco che ora il genio golpista si arricchisce di un'altra rivelazione, questa volta nel campo della genetica. Il (con rispetto parlando) “Ministro” della cultura di Kiev, l'attore tetral-cinematografico Evgenij Niščuk delizia il sapere universale sulla “inferiorità genetica” o “non completa purezza genetica” degli abitanti del Donbass. La “mancanza” sarebbe dovuta al fatto che parte della popolazione è “importata” e, come conseguenza, la cultura ucraina progredisce lentamente. “Se parliamo della genetica di zone quali Zaporože o il Donbass” ha detto il (vedi sopra) “Ministro”, “là non vi è genetica, sono zone di importazione. La stessa città di Čerkassy è per metà di importazione. Perché? Perché si aveva paura dello spirito di Ševčenko. Era il metodo sovietico” ha sentenziato il (di nuovo) “Ministro”, rispondendo a una domanda sulle ragioni della lenta diffusione della cultura ucraina nel Donbass. Il mondo ha appreso la nuova “scoperta” dalle onde del programma “Libertà di parola” (nel caso specifico, è il caso di dire: purtroppo!) del canale ICTV.
Forse anche per questo, a Kiev si studia così attentamente il metodo croato di pulizia etnica nella ex Republika Srpska Krajina, con le relative fasi dell'operazione “Tempesta”, con cui 150.000 soldati croati ebbero la meglio su 27.000 miliziani serbi e deportarono poi più di 250.000 civili serbi, distruggendo oltre 20.000 loro abitazioni.
Il paragone tra le mosse dei golpisti ucraini nei confronti del Donbass è fatto da Evgenij Krutikov, che su Vzgljad scrive di come l'ex consigliere presidenziale e attuale procuratore generale ucraino, l'elettrotecnico Jurij Lutsenko, inviti a studiare l'esperienza della “pacifica reintegrazione dei territori occupati” della Krajna e, allo scopo, abbia addirittura dato vita a una commissione mista croato-ucraina. Tutto, pur di non attuare nemmeno uno dei punti degli accordi di Minsk sulla soluzione pacifica della questione del Donbass; d'altronde, il comandante delle truppe di Zagabria che vent'anni fa guidò l'operazione “Tempesta” era un ucraino, il generale Zvonimir Červenko.
Già nel 2014 Lutsenko aveva suggerito, sull'esperienza croata, di utilizzare gli intervalli di cessate il fuoco per raccogliere le forze, grazie anche agli ingenti aiuti tedeschi e statunitensi, prima di sferrare un attacco su larga scala. Al netto di quanto ascritto a Milosevic, secondo cui egli avrebbe “scambiato” la Krajna con la fine delle sanzioni alla Serbia, sta di fatto che, in ogni caso, Zagabria, all'epoca, non aveva nemmeno bisogno di ricorrere agli schemi del “Ministro” ucraino Zinkevič e di dimostrare che i serbi erano persone di rango inferiore: l'appoggio occidentale era comunque assicurato.
Ma, in attesa di tale “pulizia” etnica golpista, qualcuno, al di là dei confini ucraini, sta iniziando artigianalmente a fare la sua parte. Nelle città polacche di confine, in cui vive anche una parte di ucraini, questi ultimi vengono sempre più spesso fatti oggetto di aggressioni. L'ultimo episodio è del 19 novembre scorso, a Rudnik nad Sanem, nel voivodato della Precarpazia, circa 180 km a nordovest dell'ucraina L'vov. Anche se i media polacchi e gli stessi ucraini aggrediti intendono smentire ogni ragione etnica, tali incidenti si stanno ripetendo con progressione preoccupante. Una settimana prima, una rissa gigantesca tra ucraini e polacchi era scoppiata a Częstochowa, nel voivodato della Slesia.
D'altronde, qualche comune discendenza “veteronazista”, al di qua e al di là della Vistola, non può non riflettersi negli odierni “complimenti” polacco-ucraini; c'est la vie.
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Forse anche per questo, a Kiev si studia così attentamente il metodo croato di pulizia etnica nella ex Republika Srpska Krajina, con le relative fasi dell'operazione “Tempesta”, con cui 150.000 soldati croati ebbero la meglio su 27.000 miliziani serbi e deportarono poi più di 250.000 civili serbi, distruggendo oltre 20.000 loro abitazioni.
Il paragone tra le mosse dei golpisti ucraini nei confronti del Donbass è fatto da Evgenij Krutikov, che su Vzgljad scrive di come l'ex consigliere presidenziale e attuale procuratore generale ucraino, l'elettrotecnico Jurij Lutsenko, inviti a studiare l'esperienza della “pacifica reintegrazione dei territori occupati” della Krajna e, allo scopo, abbia addirittura dato vita a una commissione mista croato-ucraina. Tutto, pur di non attuare nemmeno uno dei punti degli accordi di Minsk sulla soluzione pacifica della questione del Donbass; d'altronde, il comandante delle truppe di Zagabria che vent'anni fa guidò l'operazione “Tempesta” era un ucraino, il generale Zvonimir Červenko.
Già nel 2014 Lutsenko aveva suggerito, sull'esperienza croata, di utilizzare gli intervalli di cessate il fuoco per raccogliere le forze, grazie anche agli ingenti aiuti tedeschi e statunitensi, prima di sferrare un attacco su larga scala. Al netto di quanto ascritto a Milosevic, secondo cui egli avrebbe “scambiato” la Krajna con la fine delle sanzioni alla Serbia, sta di fatto che, in ogni caso, Zagabria, all'epoca, non aveva nemmeno bisogno di ricorrere agli schemi del “Ministro” ucraino Zinkevič e di dimostrare che i serbi erano persone di rango inferiore: l'appoggio occidentale era comunque assicurato.
Ma, in attesa di tale “pulizia” etnica golpista, qualcuno, al di là dei confini ucraini, sta iniziando artigianalmente a fare la sua parte. Nelle città polacche di confine, in cui vive anche una parte di ucraini, questi ultimi vengono sempre più spesso fatti oggetto di aggressioni. L'ultimo episodio è del 19 novembre scorso, a Rudnik nad Sanem, nel voivodato della Precarpazia, circa 180 km a nordovest dell'ucraina L'vov. Anche se i media polacchi e gli stessi ucraini aggrediti intendono smentire ogni ragione etnica, tali incidenti si stanno ripetendo con progressione preoccupante. Una settimana prima, una rissa gigantesca tra ucraini e polacchi era scoppiata a Częstochowa, nel voivodato della Slesia.
D'altronde, qualche comune discendenza “veteronazista”, al di qua e al di là della Vistola, non può non riflettersi negli odierni “complimenti” polacco-ucraini; c'est la vie.
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12/09/2016
La Croazia di nuovo a destra, spettro ingovernabilità
I risultati definitivi delle elezioni politiche anticipate tenutesi ieri in Croazia confermano una chiara vittoria dell'eurodeputato di destra nonché diplomatico di carriera Andrej Plenkovic il cui partito, l’Hdz, ha ottenuto una maggioranza relativa nel parlamento di Zagabria.
Secondo i dati relativi allo spoglio di tutti i seggi, diffusi stamattina dalla Commissione elettorale centrale (Dip), l'Unione democratica croata (Hdz) guidata da Plenkovic ha ottenuto 61 deputati, dei 151 che compongono il Sabor, il parlamento monocamerale di Zagabria. Invece i socialdemocratici dell'ex primo ministro Zoran Milanovic (che ha guidato il paese dal 2011 al 2015), insieme ad altri tre partner minori della coalizione di centrosinistra, ottengono complessivamente 54 seggi. I liberali populisti di ‘Most’ (Il ponte) avrebbero preso 13 seggi e probabilmente saranno loro a determinare chi governerà. Anche se il nuovo movimento politico si dichiara teoricamente disponibile a formare coalizioni sia con il centrodestra che con il centrosinistra, i liberisti di Most sono da sempre più vicini ai nazionalisti di destra dell’Hdz e di tendenza nazionalista e conservatrice nonostante il tentativo di accreditarsi come forza ‘nuova’ ed estranea al tradizionale sistema politico del paese.
Ma anche una coalizione Hdz-Most più qualche indipendente sarebbe lontana dalla maggioranza assoluta e un eventuale governo di minoranza avrebbe vita breve, ricacciando la Croazia nell’incubo dell’ingovernabilità anche se alla destra andasse il sostegno dei rappresentanti della minoranza serba, che ha tre seggi garantiti in parlamento, mentre stavolta la destra estrema non è riuscita a superare la soglia di sbarramento e ad entrare al Sabor.
A meno di una coalizione tra i due maggiori partiti, sul modello tedesco, che però rappresenterebbe una novità assoluta nel paese balcanico. Ma la ‘grande coalizione’ potrebbe essere l’unica soluzione per dare in tempi brevi un governo a Zagabria che possa, dopo l’impasse seguita alle precedenti elezioni, imporre nel paese i diktat dell’Unione Europea, a partire da un pacchetto lacrime e sangue di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Le elezioni anticipate hanno fatto registrare ieri una scarsa affluenza alle urne, tra le più basse nella storia della Croazia: al voto è andato solo il 52% dei 3,8 milioni di aventi diritto.
La campagna elettorale è stata caratterizzata da una parziale inversione dei ruoli rispetto alla tradizione politica croata post-indipendenza. Mentre Plenkovic ha abbassato i toni tentando di distinguersi dal tipico discorso aggressivo e ultranazionalista del partito all’interno del quale esistono frange apertamente neofasciste e nostalgiche, il socialdemocratico Milanovic ha tentato di rincorrere gli umori sciovinisti di parte della popolazione scagliandosi contro la Serbia proprio in un momento in cui i rapporti tra i due paesi sono tornati ad essere infuocati. Venerdì scorso una ventina di persone incappucciate ha aggredito violentemente sei giovani pallanuotisti serbi del Partizan Belgrado causando loro diverse ferite e fratture. Mentre Belgrado protestava con veemenza, nella capitale serba il commissario europeo per l'allargamento della Ue, l'austriaco Johannes Hahn, si è schierato con il premier liberale ed europeista Aleksandar Vucic elogiando il comportamento responsabile della Serbia a fronte "delle ripetute dichiarazioni provocatorie provenienti da Zagabria". Da tempo la Croazia è accusata da Belgrado di boicottare i negoziati per l’adesione della Serbia all’Unione Europea e l’aggressione di stampo neofascista a danno dei sei giovani atleti del Partizan ha rinfocolato le polemiche proprio alla vigilia del voto.
Come se non bastasse, pochi giorni fa un agente della Vsoa, l’intelligence militare di Zagabria, è stato arrestato dagli agenti dei servizi serbi e condannato a dieci anni di reclusione (poi ridotti a tre, probabilmente in seguito alla sua disponibilità a collaborare): l’accusa è di aver passato per anni, anche all’Nsa statunitense, numerosi segreti vitali per la sicurezza nazionale di Belgrado.
Questo mentre la presidente croata Kolinda Grabar-Kitarovic, esponente di destra e per anni dirigente della Nato, dichiara che “l’antifascismo è un nostro valore costitutivo” ma poi esprime ammirazione per un cantante nazirock croato che nei suoi pezzi loda “gli eroi e i martiri patrioti Ustascia”, cioè la milizia fascista agli ordini del dittatore Ante Pavelic, che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborò attivamente con la Germania nazista e l’Italia mussoliniana nella persecuzione delle opposizioni e nello sterminio dei serbi, degli ebrei e delle altre minoranze. Senza contare che recentemente il governo croato ha organizzato negli edifici istituzionali dell’Unione Europea a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, capo della chiesa cattolica croata sempre durante il secondo conflitto mondiale e promotore della attiva collaborazione del clero nei pogrom contro gli antifascisti, i serbi, i rom e gli ebrei che causarono diverse centinaia di migliaia di morti.
Dopo decenni di sostegno indiscriminato della cosiddetta comunità internazionale nei confronti della Croazia e di persecuzione sistematica della Serbia, sembra proprio che da qualche tempo sia Zagabria a preoccupare l’Unione Europea e la stampa internazionale.
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Secondo i dati relativi allo spoglio di tutti i seggi, diffusi stamattina dalla Commissione elettorale centrale (Dip), l'Unione democratica croata (Hdz) guidata da Plenkovic ha ottenuto 61 deputati, dei 151 che compongono il Sabor, il parlamento monocamerale di Zagabria. Invece i socialdemocratici dell'ex primo ministro Zoran Milanovic (che ha guidato il paese dal 2011 al 2015), insieme ad altri tre partner minori della coalizione di centrosinistra, ottengono complessivamente 54 seggi. I liberali populisti di ‘Most’ (Il ponte) avrebbero preso 13 seggi e probabilmente saranno loro a determinare chi governerà. Anche se il nuovo movimento politico si dichiara teoricamente disponibile a formare coalizioni sia con il centrodestra che con il centrosinistra, i liberisti di Most sono da sempre più vicini ai nazionalisti di destra dell’Hdz e di tendenza nazionalista e conservatrice nonostante il tentativo di accreditarsi come forza ‘nuova’ ed estranea al tradizionale sistema politico del paese.
Ma anche una coalizione Hdz-Most più qualche indipendente sarebbe lontana dalla maggioranza assoluta e un eventuale governo di minoranza avrebbe vita breve, ricacciando la Croazia nell’incubo dell’ingovernabilità anche se alla destra andasse il sostegno dei rappresentanti della minoranza serba, che ha tre seggi garantiti in parlamento, mentre stavolta la destra estrema non è riuscita a superare la soglia di sbarramento e ad entrare al Sabor.
A meno di una coalizione tra i due maggiori partiti, sul modello tedesco, che però rappresenterebbe una novità assoluta nel paese balcanico. Ma la ‘grande coalizione’ potrebbe essere l’unica soluzione per dare in tempi brevi un governo a Zagabria che possa, dopo l’impasse seguita alle precedenti elezioni, imporre nel paese i diktat dell’Unione Europea, a partire da un pacchetto lacrime e sangue di privatizzazioni e liberalizzazioni.
Le elezioni anticipate hanno fatto registrare ieri una scarsa affluenza alle urne, tra le più basse nella storia della Croazia: al voto è andato solo il 52% dei 3,8 milioni di aventi diritto.
La campagna elettorale è stata caratterizzata da una parziale inversione dei ruoli rispetto alla tradizione politica croata post-indipendenza. Mentre Plenkovic ha abbassato i toni tentando di distinguersi dal tipico discorso aggressivo e ultranazionalista del partito all’interno del quale esistono frange apertamente neofasciste e nostalgiche, il socialdemocratico Milanovic ha tentato di rincorrere gli umori sciovinisti di parte della popolazione scagliandosi contro la Serbia proprio in un momento in cui i rapporti tra i due paesi sono tornati ad essere infuocati. Venerdì scorso una ventina di persone incappucciate ha aggredito violentemente sei giovani pallanuotisti serbi del Partizan Belgrado causando loro diverse ferite e fratture. Mentre Belgrado protestava con veemenza, nella capitale serba il commissario europeo per l'allargamento della Ue, l'austriaco Johannes Hahn, si è schierato con il premier liberale ed europeista Aleksandar Vucic elogiando il comportamento responsabile della Serbia a fronte "delle ripetute dichiarazioni provocatorie provenienti da Zagabria". Da tempo la Croazia è accusata da Belgrado di boicottare i negoziati per l’adesione della Serbia all’Unione Europea e l’aggressione di stampo neofascista a danno dei sei giovani atleti del Partizan ha rinfocolato le polemiche proprio alla vigilia del voto.
Come se non bastasse, pochi giorni fa un agente della Vsoa, l’intelligence militare di Zagabria, è stato arrestato dagli agenti dei servizi serbi e condannato a dieci anni di reclusione (poi ridotti a tre, probabilmente in seguito alla sua disponibilità a collaborare): l’accusa è di aver passato per anni, anche all’Nsa statunitense, numerosi segreti vitali per la sicurezza nazionale di Belgrado.
Questo mentre la presidente croata Kolinda Grabar-Kitarovic, esponente di destra e per anni dirigente della Nato, dichiara che “l’antifascismo è un nostro valore costitutivo” ma poi esprime ammirazione per un cantante nazirock croato che nei suoi pezzi loda “gli eroi e i martiri patrioti Ustascia”, cioè la milizia fascista agli ordini del dittatore Ante Pavelic, che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborò attivamente con la Germania nazista e l’Italia mussoliniana nella persecuzione delle opposizioni e nello sterminio dei serbi, degli ebrei e delle altre minoranze. Senza contare che recentemente il governo croato ha organizzato negli edifici istituzionali dell’Unione Europea a Bruxelles una mostra celebrativa del cardinale Stepinac, capo della chiesa cattolica croata sempre durante il secondo conflitto mondiale e promotore della attiva collaborazione del clero nei pogrom contro gli antifascisti, i serbi, i rom e gli ebrei che causarono diverse centinaia di migliaia di morti.
Dopo decenni di sostegno indiscriminato della cosiddetta comunità internazionale nei confronti della Croazia e di persecuzione sistematica della Serbia, sembra proprio che da qualche tempo sia Zagabria a preoccupare l’Unione Europea e la stampa internazionale.
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11/04/2016
La Francia rinuncia a cercare petrolio e gas nel Mediterraneo
La sfortuna si accanisce sui bugiardi, specie su quelli Total. Neanche il tempo di attraversare una mezza crisi di governo – c’è da sostituire Federica Guidi, ma tutti i nomi emersi per quel posto presentano difetti enormi – ed ecco arrivare un’altra notizia sgradita. Per di più a una sola settimana dal referendum sulle trivellazioni in Adriatico.
Il ministro francese dell’Ambiente e dell’Energia, Ségolène Royal – ex moglie di Francois Hollande ed ex candidata socialista all’Eliseo – ha deciso di applicare una moratoria «immediata» sui permessi di ricerca di idrocarburi nel Mar Mediterraneo. Di fatto, le compagnie francesi – toh, proprio la Total... – non potranno più chiedere di cercare petrolio e gas nelle acque controllate da Parigi.
Ma visto che il Mediterraneo è un mare chiuso, e che la Francia non è l’unico paese costiero di questo mare, Royal chiederà «l’estensione di questa moratoria all’insieme del Mediterraneo nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo». Insomma, si tratta di una scelta strategica, con Parigi che si impegna a sensibilizzare tutti i paesi dell’area per unificare le politiche in materia. Non avrebbe senso, infatti, che la Francia fermasse le ricerche per salvaguardare l’ambiente in un mare chiuso, mentre altri paesi potrebbero continuare a cercare, trivellare ed estrarre.
Non è finita. La scalogna del governo Renzi è contagiosa. Le troupe della Rai, in questi giorni, sono state spedite sulla riviera romagnola a caccia di persone disposte a mangiarsi le cozze coltivate in prossimità delle piattaforme petrolifere (i ricercatori dell’Ispra vi hanno trovato quantitativi di metalli pesanti moto superiori alla norma) per dimostrare che “non ci sono pericoli”. In più, per intervistare qualcuno disposto a recitare la seguente panzana: “se noi chiudiamo queste piattaforme, saranno quelli dall’altra parte, i croati, a trivellare al posto nostro”.
Panzana clamorosa, perché la Croazia aveva addirittura anticipato la Francia nel gennaio scorso, quando il premier ancora non insediato, Tim Oreskovic aveva annunciato «una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi», gas e petrolio, nell’Adriatico.
Si sa che le bugie hanno le gambe corte. Ma quelle di Renzi non hanno neanche il tempo di mettere piede a terra...
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Il ministro francese dell’Ambiente e dell’Energia, Ségolène Royal – ex moglie di Francois Hollande ed ex candidata socialista all’Eliseo – ha deciso di applicare una moratoria «immediata» sui permessi di ricerca di idrocarburi nel Mar Mediterraneo. Di fatto, le compagnie francesi – toh, proprio la Total... – non potranno più chiedere di cercare petrolio e gas nelle acque controllate da Parigi.
Ma visto che il Mediterraneo è un mare chiuso, e che la Francia non è l’unico paese costiero di questo mare, Royal chiederà «l’estensione di questa moratoria all’insieme del Mediterraneo nel quadro della convenzione di Barcellona sulla protezione dell’ambiente marino e del litorale mediterraneo». Insomma, si tratta di una scelta strategica, con Parigi che si impegna a sensibilizzare tutti i paesi dell’area per unificare le politiche in materia. Non avrebbe senso, infatti, che la Francia fermasse le ricerche per salvaguardare l’ambiente in un mare chiuso, mentre altri paesi potrebbero continuare a cercare, trivellare ed estrarre.
Non è finita. La scalogna del governo Renzi è contagiosa. Le troupe della Rai, in questi giorni, sono state spedite sulla riviera romagnola a caccia di persone disposte a mangiarsi le cozze coltivate in prossimità delle piattaforme petrolifere (i ricercatori dell’Ispra vi hanno trovato quantitativi di metalli pesanti moto superiori alla norma) per dimostrare che “non ci sono pericoli”. In più, per intervistare qualcuno disposto a recitare la seguente panzana: “se noi chiudiamo queste piattaforme, saranno quelli dall’altra parte, i croati, a trivellare al posto nostro”.
Panzana clamorosa, perché la Croazia aveva addirittura anticipato la Francia nel gennaio scorso, quando il premier ancora non insediato, Tim Oreskovic aveva annunciato «una moratoria al progetto di esplorazione ed estrazione degli idrocarburi», gas e petrolio, nell’Adriatico.
Si sa che le bugie hanno le gambe corte. Ma quelle di Renzi non hanno neanche il tempo di mettere piede a terra...
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04/02/2015
Il Tribunale dell’Aia: “Croazia e Serbia non sono colpevoli di genocidio”
E’ stato emesso oggi un verdetto – vincolante e inappellabile – che giunge a 16 anni dall’apertura dell’inchiesta del Tribunale Internazionale, un’inchiesta falsata dall’aperto sostegno occidentale alla Croazia e poi da convenienze politiche ed economiche che hanno distorto responsabilità e ricostruzioni storiche. Ma comunque un verdetto apparentemente equidistante, anche in nome della necessità di Ue e Stati Uniti di normalizzare le relazioni politiche, economiche e diplomatiche con una Serbia che non si è ancora risollevata da anni di embargo e guerra.
Né la Serbia né la Croazia sono colpevoli di genocidio nei confronti di altre popolazioni dei Balcani nonostante i crimini di guerra commessi dal 1991-1995. A stabilirlo è stato il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia con sede all'Aja.
I giudici hanno respinto in particolare le accuse avanzate da Zagabria contro la Serbia per i combattimenti e l’assedio di Vukovar e di altre città nella guerra del 1991 seguita alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Federazione Jugoslava da parte della Croazia, allora sostenuta da Germania e Vaticano. «La Croazia non è riuscita a provare le sue accuse secondo le quali è stato commesso un genocidio» ha affermato il presidente della Corte dell’Onu, lo slovacco Peter Tomka, al termine dell'udienza pubblica. Le prove fornite dal governo croato – ha aggiunto il giudice – non sono state sufficienti a dimostrare che le azioni commesse dalle forze armate serbe avessero «lo scopo specifico necessario perché si possa parlare di genocidio».
Secondo Tomka sono molti ed anche efferati i crimini commessi dalle forze militari e paramilitari di entrambi i Paesi, ma l’intenzione delle parti in conflitto non era quella di commettere genocidio, cioè di «distruggere una popolazione in tutto o in parte».
Secondo la Convenzione Onu si prefigura infatti un genocidio quando le azioni militari hanno l'obiettivo di distruggere in tutto o in parte un gruppo sulla base di ragioni etniche, razziali o religiose. La città croata di Vukovar venne parzialmente distrutta a causa dell'occupazione serba durata tre mesi nel 1991: decine di migliaia di croati vennero sfollati e circa 260 di loro vennero arrestati e uccisi.
Dal canto loro, le autorità di Belgrado denunciarono la Croazia per aver espulso circa 200mila serbi dal territorio croato e di averne uccisi a migliaia nel corso della cosiddetta Operazione Tempesta che di fatto “liberò” le regioni nordorientali della Croazia dalla presenza serba, in particolare la Krajina.
La sentenza di oggi rappresenta una batosta soprattutto per le rivendicazioni di Zagabria, che ha sempre teso a dare al conflitto balcanico una versione unilaterale, descrivendosi come paese aggredito e immune da responsabilità. Se la Croazia non ha potuto dimostrare i presunti propositi di genocidio della Serbia nel conflitto durato dal 1991 al 1995, la sentenza ha confermato che la Croazia ha compiuto crimini di massa contro i serbi. Non a caso il presidente serbo Tomislav Nikolic ha commentato che "Anche da parte delle più alte istituzioni giudiziarie dell'Onu è stato confermato che le forze croate commisero crimini di massa contro i serbi di Croazia".
Assai meno positivo invece il commento del premier croato Zoran Milanovic: "La Croazia non può essere soddisfatta del verdetto di oggi, del fatto che non è stato provato il genocidio ma d'altro canto i giudici hanno chiaramente stabilito che eccidi e distruzioni sono stati commessi, che c'è stata la pulizia etnica".
Finora l'unica condanna per genocidio – non contro la Serbia ma contro alcune milizie paramilitari di Belgrado – pronunciata per quanto riguarda le guerre dei Balcani resta quella sul “massacro di Srebrenica” del '95, in Bosnia. Fu emessa nel 2004, ma non dalla Corte di Giustizia delle Nazioni Unite, bensì da un Tribunale Penale Internazionale dell’Onu costituito ad hoc.
Quasi in contemporanea con la lettura della sentenza all'Aia, il governo croato ha deciso di garantire l'impunità ad un criminale di guerra.
Drago Hedl*
La sentenza della Corte costituzionale croata ha permesso a Branimir Glavaš di uscire dal carcere bosniaco dove scontava una pena per crimini di guerra. Martedì scorso il Tribunale di Zagabria ha tolto il mandato di cattura che gli impediva di fare ritorno in Croazia. E, alla fine, ieri è rientrato ad Osijek, accolto da più di duemila persone. Ecco questa storia particolarmente grave.
Branimir Glavaš, ex generale dell’esercito e un tempo uno dei più potenti politici della Croazia, condannato nel 2008 a dieci anni di reclusione per gravi crimini di guerra commessi a Osijek, è tornato in libertà a seguito di una decisione della Corte costituzionale croata.
Fino a tre giorni fa la sua libertà era limitata al solo territorio della Bosnia Erzegovina, paese dove stava scontando la pena. Martedì scorso, tuttavia, il Tribunale di Zagabria ha revocato il mandato di cattura nei suoi confronti, dando seguito alla decisione della Corte Costituzionale, e Branimir Glavaš potrà dunque rientrare in Croazia. E infatti ieri l’ex generale, puntuale è arrivato a Osijek ricevuto da una folla di veterani. La Corte suprema della Croazia, obbligata ora dalla decisione della Corte costituzionale a riaprire il caso, potrebbe confermare la precedente condanna, ma anche ridurla o aumentarla. Potrebbe inoltre ordinare al Tribunale della contea di Zagabria di avviare un nuovo processo, oppure annullare la sua sentenza e in questo modo assolvere Glavaš da tutte le accuse. La Corte costituzionale – dopo più di quattro anni trascorsi senza alcuna azione sul caso Glavaš – ha infatti ora stabilito che nel procedimento a suo carico ci sarebbero stati difetti procedurali che avrebbero violato i diritti dell’imputato.
Euforia, vendetta e paura
Alcuni giuristi da noi contattati ritengono che la Corte suprema probabilmente deciderà di confermare la pena precedente (che nel frattempo era stata ridotta a otto anni di reclusione) o, nello scenario migliore per Glavaš, ridurre ulteriormente la pena al numero di anni già scontati in carcere: cinque.
La liberazione di Glavaš, e la possibilità che in un nuovo processo possa essere assolto da ogni accusa, ha suscitato reazioni opposte in Croazia, e soprattutto a Osijek.
Tra i suoi sostenitori (amici di guerra e membri del suo partito) si è diffusa una vera e propria euforia, ma anche un desiderio di vendetta. Sulla sua pagina Facebook, Glavaš ha pubblicato una fotografia di cinque persone impiccate, accompagnata dal testo dell’ottavo comandamento – «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo» – aggiungendo che la punizione di Dio è arrivata per coloro che hanno violato i suoi comandamenti. In seguito si è scusato per tale comportamento ma il messaggio – molto chiaro – è ormai stato mandato.
Le famiglie delle vittime sono invece rimaste sconvolte dal fatto che Glavaš sia in libertà e che, in un nuovo processo, il sistema giudiziario croato potrebbe assolverlo da tutte le accuse. Ritengono che la giustizia in quel caso non sarebbe soddisfatta poiché, in caso di assoluzione, nessuno risulterà colpevole per i gravi crimini di guerra innegabilmente commessi.
I fatti
Nel 2008, insieme ad altri cinque membri dell’Esercito croato, Glavaš è stato accusato di crimini commessi nel 1991 contro civili, per la maggior parte appartenenti alla minoranza serba. Durante il processo, due di questi crimini sono emersi per la loro particolare crudeltà, i media li hanno definiti come il caso «Garage» e il caso «Nastro adesivo». Nel primo caso, i civili serbi venivano condotti nei garage situato a poca distanza dall’ufficio militare di Glavaš e in seguito interrogati, torturati, bastonati, alcuni anche costretti a bere l’acido solforico delle batterie delle auto. Il caso «Nastro adesivo» era invece relativo all’assassinio di civili serbi, portati nella cantina di una casa nel centro di Osijek dove, dopo essere interrogati e fisicamente torturati, venivano legati col nastro adesivo e in seguito portati sulle sponde della Drava per essere uccisi con un colpo alla nuca.
Il processo a Branimir Glavaš, e l’inchiesta che l’ha preceduto, si è svolto tra molte difficoltà. Glavaš e i suoi sostenitori, nonché gli avvocati che l’hanno rappresentato in tribunale, sostenevano che si trattava di un processo politico montato dietro il quale stava l’allora premier Ivo Sanader e il vertice del suo Hdz. Fino al 2005, Glavaš è stato uno dei più potenti politici in Croazia: generale dell’Esercito (il grado gli è stato cancellato dopo la condanna per crimini di guerra), più volte eletto al parlamento e inoltre prefetto di una circoscrizione. Tuttavia, la sua vera forza risiedeva nel fatto che era stato uno dei fondatori dell’Hdz di Franjo Tudjman, il partito che vinse le prime elezioni pluripartitiche nel 1990. In più, Glavaš è riuscito a costruire il mito di se stesso come comandante della difesa di Osijek al quale, più di tutti, si dovrebbe il fatto che la città non ha sperimentato il destino di Vukovar.
Tuttavia nel 2005 Glavaš è entrato in conflitto con Ivo Sanader e, insieme ai suoi collaboratori più vicini, è stato espulso dall’Hdz. Subito dopo ha fondato un proprio partito ottenendo i voti sufficienti per entrare in parlamento. Non molto tempo dopo, è stata avviata l’inchiesta sui crimini di guerra commessi a Osijek.
Nel maggio 2008, dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere, Glavaš era fuggito in Bosnia Erzegovina dove viveva tranquillamente in una casa di famiglia fino al 2010 quando, in base ad un accordo vigente tra Croazia e Bosnia, venne incarcerato e iniziò a scontare la pena comminata nel carcere di Zenica. A breve riuscì poi ad essere trasferito nel carcere di Mostar, dove ottenne un trattamento meno duro e nel quale rimase fino al 20 gennaio scorso, quando la Corte costituzionale croata gli ha di fatto restituito la libertà.
Verso l’assoluzione totale?
Nel frattempo, la Corte suprema gli aveva ridotto la pena da dieci a otto anni. Mentre si aspettava la decisione della Corte costituzionale, la Croazia è stata scossa dallo scandalo riguardante un presunto tentativo dei sostenitori di Glavaš di corrompere alcuni giudici. Tre persone tra i suoi sostenitori sono state condannate, ma l’indagine non ha mai rivelato chi erano i giudici coinvolti.
La stessa Corte suprema adesso dovrebbe avviare la revisione del caso. Date tutte le peripezie legate all’inchiesta e al processo a Branimir Glavaš, nonché quanto accaduto dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, tutte le opzioni restano aperte, inclusa la possibilità che Glavaš venga assolto da ogni accusa.
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Né la Serbia né la Croazia sono colpevoli di genocidio nei confronti di altre popolazioni dei Balcani nonostante i crimini di guerra commessi dal 1991-1995. A stabilirlo è stato il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia con sede all'Aja.
I giudici hanno respinto in particolare le accuse avanzate da Zagabria contro la Serbia per i combattimenti e l’assedio di Vukovar e di altre città nella guerra del 1991 seguita alla dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Federazione Jugoslava da parte della Croazia, allora sostenuta da Germania e Vaticano. «La Croazia non è riuscita a provare le sue accuse secondo le quali è stato commesso un genocidio» ha affermato il presidente della Corte dell’Onu, lo slovacco Peter Tomka, al termine dell'udienza pubblica. Le prove fornite dal governo croato – ha aggiunto il giudice – non sono state sufficienti a dimostrare che le azioni commesse dalle forze armate serbe avessero «lo scopo specifico necessario perché si possa parlare di genocidio».
Secondo Tomka sono molti ed anche efferati i crimini commessi dalle forze militari e paramilitari di entrambi i Paesi, ma l’intenzione delle parti in conflitto non era quella di commettere genocidio, cioè di «distruggere una popolazione in tutto o in parte».
Secondo la Convenzione Onu si prefigura infatti un genocidio quando le azioni militari hanno l'obiettivo di distruggere in tutto o in parte un gruppo sulla base di ragioni etniche, razziali o religiose. La città croata di Vukovar venne parzialmente distrutta a causa dell'occupazione serba durata tre mesi nel 1991: decine di migliaia di croati vennero sfollati e circa 260 di loro vennero arrestati e uccisi.
Dal canto loro, le autorità di Belgrado denunciarono la Croazia per aver espulso circa 200mila serbi dal territorio croato e di averne uccisi a migliaia nel corso della cosiddetta Operazione Tempesta che di fatto “liberò” le regioni nordorientali della Croazia dalla presenza serba, in particolare la Krajina.
La sentenza di oggi rappresenta una batosta soprattutto per le rivendicazioni di Zagabria, che ha sempre teso a dare al conflitto balcanico una versione unilaterale, descrivendosi come paese aggredito e immune da responsabilità. Se la Croazia non ha potuto dimostrare i presunti propositi di genocidio della Serbia nel conflitto durato dal 1991 al 1995, la sentenza ha confermato che la Croazia ha compiuto crimini di massa contro i serbi. Non a caso il presidente serbo Tomislav Nikolic ha commentato che "Anche da parte delle più alte istituzioni giudiziarie dell'Onu è stato confermato che le forze croate commisero crimini di massa contro i serbi di Croazia".
Assai meno positivo invece il commento del premier croato Zoran Milanovic: "La Croazia non può essere soddisfatta del verdetto di oggi, del fatto che non è stato provato il genocidio ma d'altro canto i giudici hanno chiaramente stabilito che eccidi e distruzioni sono stati commessi, che c'è stata la pulizia etnica".
Finora l'unica condanna per genocidio – non contro la Serbia ma contro alcune milizie paramilitari di Belgrado – pronunciata per quanto riguarda le guerre dei Balcani resta quella sul “massacro di Srebrenica” del '95, in Bosnia. Fu emessa nel 2004, ma non dalla Corte di Giustizia delle Nazioni Unite, bensì da un Tribunale Penale Internazionale dell’Onu costituito ad hoc.
Quasi in contemporanea con la lettura della sentenza all'Aia, il governo croato ha deciso di garantire l'impunità ad un criminale di guerra.
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La Croazia libera il boia Glavaš
Drago Hedl*
La sentenza della Corte costituzionale croata ha permesso a Branimir Glavaš di uscire dal carcere bosniaco dove scontava una pena per crimini di guerra. Martedì scorso il Tribunale di Zagabria ha tolto il mandato di cattura che gli impediva di fare ritorno in Croazia. E, alla fine, ieri è rientrato ad Osijek, accolto da più di duemila persone. Ecco questa storia particolarmente grave.
Branimir Glavaš, ex generale dell’esercito e un tempo uno dei più potenti politici della Croazia, condannato nel 2008 a dieci anni di reclusione per gravi crimini di guerra commessi a Osijek, è tornato in libertà a seguito di una decisione della Corte costituzionale croata.
Fino a tre giorni fa la sua libertà era limitata al solo territorio della Bosnia Erzegovina, paese dove stava scontando la pena. Martedì scorso, tuttavia, il Tribunale di Zagabria ha revocato il mandato di cattura nei suoi confronti, dando seguito alla decisione della Corte Costituzionale, e Branimir Glavaš potrà dunque rientrare in Croazia. E infatti ieri l’ex generale, puntuale è arrivato a Osijek ricevuto da una folla di veterani. La Corte suprema della Croazia, obbligata ora dalla decisione della Corte costituzionale a riaprire il caso, potrebbe confermare la precedente condanna, ma anche ridurla o aumentarla. Potrebbe inoltre ordinare al Tribunale della contea di Zagabria di avviare un nuovo processo, oppure annullare la sua sentenza e in questo modo assolvere Glavaš da tutte le accuse. La Corte costituzionale – dopo più di quattro anni trascorsi senza alcuna azione sul caso Glavaš – ha infatti ora stabilito che nel procedimento a suo carico ci sarebbero stati difetti procedurali che avrebbero violato i diritti dell’imputato.
Euforia, vendetta e paura
Alcuni giuristi da noi contattati ritengono che la Corte suprema probabilmente deciderà di confermare la pena precedente (che nel frattempo era stata ridotta a otto anni di reclusione) o, nello scenario migliore per Glavaš, ridurre ulteriormente la pena al numero di anni già scontati in carcere: cinque.
La liberazione di Glavaš, e la possibilità che in un nuovo processo possa essere assolto da ogni accusa, ha suscitato reazioni opposte in Croazia, e soprattutto a Osijek.
Tra i suoi sostenitori (amici di guerra e membri del suo partito) si è diffusa una vera e propria euforia, ma anche un desiderio di vendetta. Sulla sua pagina Facebook, Glavaš ha pubblicato una fotografia di cinque persone impiccate, accompagnata dal testo dell’ottavo comandamento – «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo» – aggiungendo che la punizione di Dio è arrivata per coloro che hanno violato i suoi comandamenti. In seguito si è scusato per tale comportamento ma il messaggio – molto chiaro – è ormai stato mandato.
Le famiglie delle vittime sono invece rimaste sconvolte dal fatto che Glavaš sia in libertà e che, in un nuovo processo, il sistema giudiziario croato potrebbe assolverlo da tutte le accuse. Ritengono che la giustizia in quel caso non sarebbe soddisfatta poiché, in caso di assoluzione, nessuno risulterà colpevole per i gravi crimini di guerra innegabilmente commessi.
I fatti
Nel 2008, insieme ad altri cinque membri dell’Esercito croato, Glavaš è stato accusato di crimini commessi nel 1991 contro civili, per la maggior parte appartenenti alla minoranza serba. Durante il processo, due di questi crimini sono emersi per la loro particolare crudeltà, i media li hanno definiti come il caso «Garage» e il caso «Nastro adesivo». Nel primo caso, i civili serbi venivano condotti nei garage situato a poca distanza dall’ufficio militare di Glavaš e in seguito interrogati, torturati, bastonati, alcuni anche costretti a bere l’acido solforico delle batterie delle auto. Il caso «Nastro adesivo» era invece relativo all’assassinio di civili serbi, portati nella cantina di una casa nel centro di Osijek dove, dopo essere interrogati e fisicamente torturati, venivano legati col nastro adesivo e in seguito portati sulle sponde della Drava per essere uccisi con un colpo alla nuca.
Il processo a Branimir Glavaš, e l’inchiesta che l’ha preceduto, si è svolto tra molte difficoltà. Glavaš e i suoi sostenitori, nonché gli avvocati che l’hanno rappresentato in tribunale, sostenevano che si trattava di un processo politico montato dietro il quale stava l’allora premier Ivo Sanader e il vertice del suo Hdz. Fino al 2005, Glavaš è stato uno dei più potenti politici in Croazia: generale dell’Esercito (il grado gli è stato cancellato dopo la condanna per crimini di guerra), più volte eletto al parlamento e inoltre prefetto di una circoscrizione. Tuttavia, la sua vera forza risiedeva nel fatto che era stato uno dei fondatori dell’Hdz di Franjo Tudjman, il partito che vinse le prime elezioni pluripartitiche nel 1990. In più, Glavaš è riuscito a costruire il mito di se stesso come comandante della difesa di Osijek al quale, più di tutti, si dovrebbe il fatto che la città non ha sperimentato il destino di Vukovar.
Tuttavia nel 2005 Glavaš è entrato in conflitto con Ivo Sanader e, insieme ai suoi collaboratori più vicini, è stato espulso dall’Hdz. Subito dopo ha fondato un proprio partito ottenendo i voti sufficienti per entrare in parlamento. Non molto tempo dopo, è stata avviata l’inchiesta sui crimini di guerra commessi a Osijek.
Nel maggio 2008, dopo essere stato condannato a 10 anni di carcere, Glavaš era fuggito in Bosnia Erzegovina dove viveva tranquillamente in una casa di famiglia fino al 2010 quando, in base ad un accordo vigente tra Croazia e Bosnia, venne incarcerato e iniziò a scontare la pena comminata nel carcere di Zenica. A breve riuscì poi ad essere trasferito nel carcere di Mostar, dove ottenne un trattamento meno duro e nel quale rimase fino al 20 gennaio scorso, quando la Corte costituzionale croata gli ha di fatto restituito la libertà.
Verso l’assoluzione totale?
Nel frattempo, la Corte suprema gli aveva ridotto la pena da dieci a otto anni. Mentre si aspettava la decisione della Corte costituzionale, la Croazia è stata scossa dallo scandalo riguardante un presunto tentativo dei sostenitori di Glavaš di corrompere alcuni giudici. Tre persone tra i suoi sostenitori sono state condannate, ma l’indagine non ha mai rivelato chi erano i giudici coinvolti.
La stessa Corte suprema adesso dovrebbe avviare la revisione del caso. Date tutte le peripezie legate all’inchiesta e al processo a Branimir Glavaš, nonché quanto accaduto dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, tutte le opzioni restano aperte, inclusa la possibilità che Glavaš venga assolto da ogni accusa.
Fonte
22/08/2014
Quelle armi che l'Italia fornisce ai curdi (iraqeni) e ai miliziani libici
Merita un approfondimento la questione dell'origine delle armi che l'Italia generosamente passerà ai curdi di Barzani e Talabani (cioè ai curdi di destra).
Si tratta di una piccola parte del carico della nave Jadran Express che, destinato alle milizie croate, fu sequestrato nel 1994 nel Canale di Otranto:
http://archivio.panorama.it/Codice-Jadran
Furono rari all'epoca tali sequestri; molte di più furono le navi che passando per i nostri mari raggiunsero i destinatari – sempre solo croati, nostri grandi alleati cattolici. "Secondo la Dia sarebbero state almeno 22 le navi cariche di armi che, tra il 1992 e il 1994, attraversarono le acque italiane, prima di approdare in Croazia".
http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2011/06/04/news/armi-destinate-alla-guerra-nei-balcani-1.3456459
Le armi sequestrate alla Jadran Express furono stipate alla Maddalena, dove comunque - si badi bene - tuttora "non sono nella disponibilità dell’Italia, ma della NATO".
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/08/19/razzi-anti-carro-granate-e-mitragliatrici-dallex-jugoslavia-al-fronte-iracheno1106.html
Ovviamente esse non sono rimaste tutte lì in questi anni ad arrugginire: ad esempio, già il 18 maggio 2011 un grande quantitativo è stato trasportato su quattro container imbarcati segretamente sulla nave passeggeri (SIC) Seremar da Olbia a Civitavecchia, dopodiché se ne sono... perse le tracce:
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_stampa.php?intId=2942
In realtà la destinazione di quelle armi è un segreto di Pulcinella, poiché tutti sappiamo che anch'esse sono generosamente andate ad insanguinare il Medio Oriente, e precisamente nelle mani dei vezzeggiatissimi "ribelli di Bengasi":
http://www.globalist.ch/4DCGI/Detail_News_Display?ID=1016&typeb=0&session=QKYVKUVKQM
i quali dopo avere ucciso Gheddafi tramite linciaggio tuttora usano le stesse armi per alimentare la carneficina in corso in Libia e produrre naufraghi a Lampedusa.
Fonte
Si tratta di una piccola parte del carico della nave Jadran Express che, destinato alle milizie croate, fu sequestrato nel 1994 nel Canale di Otranto:
http://archivio.panorama.it/Codice-Jadran
Furono rari all'epoca tali sequestri; molte di più furono le navi che passando per i nostri mari raggiunsero i destinatari – sempre solo croati, nostri grandi alleati cattolici. "Secondo la Dia sarebbero state almeno 22 le navi cariche di armi che, tra il 1992 e il 1994, attraversarono le acque italiane, prima di approdare in Croazia".
http://lanuovasardegna.gelocal.it/regione/2011/06/04/news/armi-destinate-alla-guerra-nei-balcani-1.3456459
Le armi sequestrate alla Jadran Express furono stipate alla Maddalena, dove comunque - si badi bene - tuttora "non sono nella disponibilità dell’Italia, ma della NATO".
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/08/19/razzi-anti-carro-granate-e-mitragliatrici-dallex-jugoslavia-al-fronte-iracheno1106.html
Ovviamente esse non sono rimaste tutte lì in questi anni ad arrugginire: ad esempio, già il 18 maggio 2011 un grande quantitativo è stato trasportato su quattro container imbarcati segretamente sulla nave passeggeri (SIC) Seremar da Olbia a Civitavecchia, dopodiché se ne sono... perse le tracce:
http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_stampa.php?intId=2942
In realtà la destinazione di quelle armi è un segreto di Pulcinella, poiché tutti sappiamo che anch'esse sono generosamente andate ad insanguinare il Medio Oriente, e precisamente nelle mani dei vezzeggiatissimi "ribelli di Bengasi":
http://www.globalist.ch/4DCGI/Detail_News_Display?ID=1016&typeb=0&session=QKYVKUVKQM
i quali dopo avere ucciso Gheddafi tramite linciaggio tuttora usano le stesse armi per alimentare la carneficina in corso in Libia e produrre naufraghi a Lampedusa.
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17/07/2014
Croazia: nazionalisti e destra contro le minoranze linguistiche
Il Parlamento croato ha passato la palla alla Corte Costituzionale che si dovrà ora esprimere sull'ammissibilità di un referendum sulla restrizione all'uso pubblico dell'alfabeto cirillico a Vukovar, città dove durante la guerra fratricida dei primi anni '90 centinaia di migliaia di appartenenti alla comunità serba furono uccisi ed espulsi dalle loro case e dai loro territori e costretti a rifugiarsi in Serbia e Bosnia, dove per lo più sono rimasti ancora oggi data l'impossibilità di tornare alle proprie terre d'origine.
A novembre un'associazione di gruppi nazionalisti croati, composti in maggioranza da veterani di guerra, ha raccolto 526 mila firme per indire un referendum che mira portare ad almeno il 50% (contro il 33% previsto dalla legge attualmente in vigore) la soglia della popolazione minoritaria che vive in un comune affinché abbia il diritto al bilinguismo e quindi all'utilizzo della propria lingua a livello ufficiale e scolastico.
Il censimento del 2011 ha mostrato che a Vukovar, nonostante la pulizia etnica che caratterizzò gli ultimi mesi della guerra degli anni '90, ora il 34% della popolazione è composta da serbi (rispetto al 4% dei 4,3 milioni di abitanti del paese), cifra che ha fatto recentemente scattare la clausola sul diritto all'uso del cirillico nella comunicazione pubblica, ma anche una serie di proteste organizzate dalle organizzazioni nazionaliste e di estrema destra che chiedono che la città debba essere esonerata da questa legge. Secondo i promotori del referendum il cirillico serbo rappresenta simbolicamente '''coloro che hanno aggredito e distrutto la città nel 1991, uccidendo migliaia di persone''.
Secondo la maggioranza parlamentare, composta da partiti di centro-sinistra, il quesito referendario proposto è però in aperta violazione della Costituzione della Croazia, del Trattato di adesione all'Ue e altri trattati internazionali che regolano i diritti delle minoranze etniche. Inoltre, se la legge sulla tutela delle minoranze fosse veramente emendata nel senso richiesto dai promotori del referendum, intaccherebbe i diritti di tutte le minoranze - compresa quella italiana - su tutto il territorio del Paese, e non solo quella serba a Vukovar.
Il governo si è espresso quindi contro il referendum, definendolo incivile e in violazione degli obblighi internazionali della Croazia, ma ha deciso di scaricare la patata bollente sulla Corte Costituzionale.
Fonte
Fanno sempre più specie le derive beceramente a destra che stanno vivendo le popolazioni europee.
A novembre un'associazione di gruppi nazionalisti croati, composti in maggioranza da veterani di guerra, ha raccolto 526 mila firme per indire un referendum che mira portare ad almeno il 50% (contro il 33% previsto dalla legge attualmente in vigore) la soglia della popolazione minoritaria che vive in un comune affinché abbia il diritto al bilinguismo e quindi all'utilizzo della propria lingua a livello ufficiale e scolastico.
Il censimento del 2011 ha mostrato che a Vukovar, nonostante la pulizia etnica che caratterizzò gli ultimi mesi della guerra degli anni '90, ora il 34% della popolazione è composta da serbi (rispetto al 4% dei 4,3 milioni di abitanti del paese), cifra che ha fatto recentemente scattare la clausola sul diritto all'uso del cirillico nella comunicazione pubblica, ma anche una serie di proteste organizzate dalle organizzazioni nazionaliste e di estrema destra che chiedono che la città debba essere esonerata da questa legge. Secondo i promotori del referendum il cirillico serbo rappresenta simbolicamente '''coloro che hanno aggredito e distrutto la città nel 1991, uccidendo migliaia di persone''.
Secondo la maggioranza parlamentare, composta da partiti di centro-sinistra, il quesito referendario proposto è però in aperta violazione della Costituzione della Croazia, del Trattato di adesione all'Ue e altri trattati internazionali che regolano i diritti delle minoranze etniche. Inoltre, se la legge sulla tutela delle minoranze fosse veramente emendata nel senso richiesto dai promotori del referendum, intaccherebbe i diritti di tutte le minoranze - compresa quella italiana - su tutto il territorio del Paese, e non solo quella serba a Vukovar.
Il governo si è espresso quindi contro il referendum, definendolo incivile e in violazione degli obblighi internazionali della Croazia, ma ha deciso di scaricare la patata bollente sulla Corte Costituzionale.
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Fanno sempre più specie le derive beceramente a destra che stanno vivendo le popolazioni europee.
07/05/2014
Fascisti italiani in Ucraina? Una storia lunga
Ci sono dei mercenari fascisti che combattono in Ucraina insieme ai loro camerati di Pravi Sektor? In rete circola la foto e la notizia della presenza in Ucraina di tale Francesco Saverio Fontana, alias Francois Xavier Fontaine, alias Stan. Secondo alcune fonti, Fontana sarebbe un sodale di vecchie conoscenze del neofascismo italiano come Gabriele Adinolfi (tra di fondatori di Terza Posizione e oggi intellettuale di riferimento per Casa Pound), la foto lo mostra con la maglietta dell'omonimo gruppo anche se smentisce di esserne un militante. Ma è proprio un certo “Stan Ruinas” intervenendo sul forum fascista di Viva Mafarka il 3 maggio scorso, che dà la sua versione in primapersona di quanto accaduto ad Odessa: “Non sono un militante di Casa Pound che per altro stimo. Non mi vanto dei morti bruciati vivi. Ci hanno sparato e fatto 3 morti. La gente si è arrabbiata ed è successo per stanarli. Come PS e Self Defence ne abbiamo preso prigionieri 8 un po ammaccati ma nessuno li tocca più. Non è nello stile della Casa e della gente”.
La presenza di fascisti italiani in Ucraina è accertata, ma da quanto si deduce dai forum e dai siti neofascisti lo è anche in Russia; è in corso su questo un asprissimo dibattito tra le varie “anime nere”. Un dibattito che il “teorico” Adinolfi liquida così: “per tutti coloro che su Pravy Sektor e sui nazionalisti ucraìni sono perplessi o tendenzialmente ostili, esistono due possibilità nel muovere la loro critica: comportarsi o come i pussisti o come Evola. Nulla di più facile: seguite la vostra natura, perché non è solo questione di cultura ma soprattutto di razza dello spirito. E quella è quella che è: non si riesce a simularla né a dissimularla, emerge nella sue essenza”. Adinolfi contrappone gli atteggiamenti dei fascisti che erano stati interventisti nella prima guerra mondiale contro Austria e Germania (quindi Mussolini, Corridoni, D'Annunzio, Marinetti) con quello di Evola che invece sosteneva che bisognava schierarsi con gli Imperi Centrali. Tra i due Adinolfi mostra di preferire il secondo.
Ma la vicenda della presenza dei fascisti nel conflitto in Ucraina ci rimanda a vicende analoghe già segnalate in occasione dell'arruolamento di fascisti italiani tra i miliziani croati, durante la guerra civile che ha insanguinato la Jugoslavia negli anni Novanta. Una esperienza bellica che è stata decisiva per la costituzione di una rete di “uomini neri” addestrati militarmente. Il vero crocevia di questa rete sembra essere stata infatti la Croazia e la comune esperienza accumulata nella guerra civile secessionista. In quel conflitto, fascisti italiani, slavi, francesi, tedeschi etc si ritrovarono insieme nelle milizie paramilitari fasciste del Partito del Diritto Croato (HOS). Anche sulla guerra civile in Jugoslavia il mosaico neofascista italiano ha conosciuto - come oggi sull'Ucraina - le sue divisioni. In gran parte filo-croati (i croati sono cattolici, molti sono anticomunisti e gli ustascia furono alleati del nazifascismo), solo alcuni settori della destra si schierarono con la Serbia (ortodossa e filorussa), in modo particolare sulla questione del Kosovo dove gli albanesi erano musulmani e agiva l'innaturale alleanza tra jihadisti e Stati Uniti che aveva mosso i suoi passi in Bosnia negli scontri precedenti.
La Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle stragi, a cavallo tra il 2000 e il 2001, chiese al Ministero degli Interni e al ROS dei Carabinieri l’acquisizione dei “Dossier balcanici” contenenti una ventina di nomi di neofascisti che avevano combattuto in Croazia e Bosnia durante la guerra civile che dilaniò la Jugoslavia negli anni ’90. (1)
In quelle settimane si stava indagando sull’attentato dinamitardo contro Il Manifesto che portò al ferimento e all’arresto dell’attentatore – il noto neofascista Andrea Insabato. Quest’ultimo, nel 1991 aveva promosso l’arruolamento in Italia di mercenari disposti ad andare a combattere per “la sorella Croazia che ora ha un nemico più grande. Si deve difendere dai serbi e dai comunisti”. Per la polizia c’erano almeno una trentina di neofascisti esperti di esplosivi e una ventina di loro aveva combattuto in Jugoslavia. (2)
Il sito antifascista francese “Reflex” riferisce che neofascisti francesi, italiani e tedeschi, furono integrati in Croazia e Bosnia nella “Legione Nera”, derivazione balcanica messa in piedi dall’organizzazione fascista francese Nuova Resistenza nell’estate del 1991, ossia nello stesso periodo dell’arruolamento avviato da Andrea Insabato e dal suo gruppo “Rinascita Nazionale”. Ma se il progetto di Insabato si arenò – il suo progetto era una sorta di linkage con la destra croata che prevedeva l’aiuto militare italiano in cambio delle zone croate rivendicate dall’Italia – i fascisti italiani rimasero lo stesso a combattere nelle milizie paramilitari in Croazia e Bosnia contro serbi e musulmani (3).
In quel contesto si ritrovarono insieme un vasto raggruppamento di “uomini neri” non solo dell’Europa occidentale ma anche ungheresi, rumeni, ultracattolici irlandesi, personaggi del tutto simili a quelli che abbiamo trovati coinvolti nelle vicende più recenti.
Un ruolo centrale nel finanziamento dei gruppi fascisti nei Balcani, chiama in causa quella che possiamo definire la “Holding nera” cioè il complesso impero finanziario messo in piedi in Gran Bretagna dai fuoriusciti neofascisti che gravitavano intorno a Terza Posizione e che oggi animano la più forte tra le organizzazioni neofasciste italiane: Forza Nuova.
Le più note società che fanno capo ai neofascisti italiani in Gran Bretagna sono le agenzie turistiche Easy London e i circa 1.300 negozi della catena Meeting Point. “Altre importantissime fonti di finanziamento del movimento sono due organizzazioni ultra cattoliche, che fin dagli inizi della latitanza hanno offerto a Fiore e Morsello protezione, ma soprattutto danaro, sono la St.George Educational Trust e la St.Michael Arcangel Trust, vale a dire enti per la promozione degli insegnamenti della chiesa cattolica. Della prima – afferma l’autore del libro “Trame Nere” Giuseppe Scaliati – secondo il quale “Fiore è amministratore ed è direttamente collegata alla St.George League, un piccolo e ricchissimo gruppo nazista in contatto con personaggi e fondi delle ex SS; la seconda, al pari della prima in quanto a ricchezza, prende il nome dall’Arcangelo Michele, santo patrono dei miliziani della Guardia di ferro del leader fascista rumeno Corneliu Codreanu”. E’ inquietante il nome scelto. Come noto Forza Nuova è stata fondata il 29 settembre del 1997, il giorno di San Michele. Dietro un rassicurante e molto cristiano nome come quello dell’Arcangelo Michele agiva proprio la Legione dell’Arcangelo Michele nella Romania fascista degli anni trenta e quaranta.
Ma non è tutto, un‘altra inchiesta giornalistica ha portato alla luce l’esistenza del “Gruppo dei Quaranta”. Il gruppo che utilizza anche i fondi della “Third Position International” e che doveva acquisire un intero paese in Spagna per farne una sorta di zona liberata nera. “Le tracce del gruppo” scrive Guido Olimpio, l’esperto di intelligence del Corriere della Sera “sono state individuate nella ex Jugoslavia, in Italia e ovviamente in Gran Bretagna. Usando come copertura ditte e società, i neonazisti hanno arruolato lo scorso anno volontari da inquadrare nelle unità paramilitari della milizia croata HOS. Aiuti alla fazione sono stati inviati da Third Position International che ha patrocinato raccolte di denaro “in favore dei bambini croati”. Ed ancora “E’ probabile che attraverso il centro di reclutamento i neofascisti siano riusciti a raccogliere miliziani dell’ultradestra europea disposti a dar manforte ai camerati croati”. Sempre secondo Olimpio, il terminale italiano del “Gruppo dei Quaranta” è una rete che raccoglie i resti di varie formazioni (neofasciste, NdR) come i NAR, Ordine Nuovo e Terza Posizione (5).
C'è ancora tanta brutta gente in giro, anche in Ucraina. Antifascisti sempre!!
Fonti:
(1) Gianni Cipriani, Il Nuovo 23 dicembre 2000/ Indymedia Lombardia
(2) Atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle Stragi, seduta di martedi 9 gennaio 2001
(3) Sia il sito antifascista “Searchlight” sia The Guardian pubblicarono ampi servizi su questo
(4) Giuseppe Scaliati, “Trame Nere”, edizioni Frilli 2005
(5) Guido Olimpio, in Corriere della Sera del 24 novembre 1997
Fonte
10/09/2013
Medak Pocket, Croazia 1993, un massacro impunito
1993-2013: A vent'anni dal massacro della "Sacca di Medak", Croazia
Settembre 1993 : esattamente venti anni fa, l’esercito secessionista croato, con più di 2.500 soldati, appoggiati da carri armati, lanciarazzi e artiglieria, “sfonda” le linee di resistenza a Medak, delle milizie volontarie di autodifesa della Repubblica Serba di Krajina e occupa la cittadina ed i villaggi a sud e a sud-est dalla città di Gospic e l’intera zona. In quell’area erano stanziate per l’ONU, come forze di interposizione tra le parti in conflitto, i soldati canadesi. Alla richiesta di questi ultimi di essere presenti all’occupazione della città e dei villaggi, per proteggere i civili, ci fu il rifiuto dei secessionisti croati e solo dopo violenti scontri durati 16 ore tra canadesi e croati, con 27 miliziani croati uccisi, questi accettarono le ispezioni e i terribili sospetti delle forze canadesi di pace trovarono riscontro (in questo caso va dato atto di una reale volontà di essere forza di pace neutrale, tant'è che il governo canadese ha decorato i propri soldati che parteciparono a quegli avvenimenti con coraggio e lealtà, fedeli ai propri compiti). In meno di 20 ore senza controllo di nessuno nella cittadina, i miliziani croati avevano già commesso innumerevoli crimini: massacri, incendi, violenze efferate contro vecchi, bambini, donne serbe e rom, mutilando e violentando ferocemente. Il numero complessivo degli assassinii perpetrati in quei nove giorni, non è mai stato accertato con precisione, ufficialmente sono 88, di cui 18 donne, sei poliziotti ed il resto tutti civili, ventisei di essi erano anziani. Ma si parla di oltre cento, considerando dispersi e scomparsi. Alcuni giorni dopo il massacro, le forze croate hanno consegnato ai serbi 52 corpi; membri delle forze di protezione dell’ONU (UNPROFOR) operanti nella zona, hanno consegnato altri 18 corpi trovati nei campi intorno a Medak, i quali erano mutilati e bruciati; altri 11 corpi furono trovati nascosti nella fossa delle fogne; negli anni, periodicamente furono ritrovati altri singoli corpi sparsi nella zona.
Le milizie secessioniste croate hanno dapprima saccheggiato e poi raso al suolo tutti e tre i villaggi intorno a Medak: Dioselo, Citluk e Pocitelj e dozzine di frazioni vicine, sono finite nella strategia di “terra bruciata” degli Ustascia croati.
Il portavoce UNPORFOR Shannon Boyd ha pubblicato un rapporto nella capitale croata, Zagabria, il 18 settembre 1993, nel quale dice: “…le truppe dell’UNPROFOR hanno trovato 11 piccoli villaggi nella valle di Medak, completamente distrutti (…). E’ stato verificato che la distruzione è sta ben organizzata, sistematica e totale. Le case sono state ridotte in macerie dalle detonazioni e gli animali morti hanno reso invivibile l’area..”.
Il massacro è durato dal 9 al 17 settembre 1993, il comandante in Croazia delle forze ONU, il Generale francese Jean Cot, ha detto che i battaglioni francese e canadese “ …non potevano prevedere il massacro dei serbi, inclusi giovani e bambini, da parte dei croati...”, testimoniando che le truppe croate non avevano lasciato "…nemmeno un gatto vivo…” a Medak.
Nel rapporto dell’UNPORFOR pubblicato il 19 settembre 1993, il Generale Cot ha affermato: “…Non ho trovato segno di uomini o animali vivi nei diversi villaggi attraverso i quali siamo passati oggi. La distruzione è totale, deliberata e sistematica…”.
Il peacekeeper canadese, Tony Spiess, è stato uno dei tanti soldati canadesi che hanno sofferto di incubi, dopo essere stato testimone della ferocia delle milizie croate. “…La milizia croata cercava di impedire che le truppe canadesi potessero divulgare le notizie, circa le operazioni di pulizia etnica dei villaggi serbi che praticavano, dice Spiess, confermando i racconti ricostruiti nel libro del 2004, scritto da Carol Off e intitolato “I fantasmi di Medak Pocket: la storia della guerra segreta canadese…”.
Testimoni diretti della strage sono stati i soldati dei tre plotoni del Princess Patricia's Canadian Light Infantry, forze canadesi di pace, comandate dal tenente colonnello J. Kevin.: “… quando gli spari, i bombardamenti e il caos furono finalmente cessati a Medak, con nessuna vittima tra le file canadesi, una delle cose che Spiess ricorda di più era la puzza di morte proveniente dappertutto, uomini e cavalli.
“Quella puzza non se ne andrà mai”, ha detto.
Mentre Spiess ed un suo compagno canadese camminavano tra le macerie del villaggio serbo distrutto, i croati tentarono di fermarli, per non far loro vedere i corpi bruciati che erano ovunque.
"…Prima delle ore 10 del mattino, un ombrello denso di fumo copriva tutte le quattro cittadine della sacca di Medak, i croati hanno cercato di uccidere o distruggere tutto ciò che vi era nella loro scia…"
Spiess in modo angosciante ricorda "… i corpi di due giovani ragazze serbe legate a due seggiole a dondolo, con le braccia legate dietro alla schiena. Stavano ancora fumando…è stata una totale devastazione”.
“…le ragazze erano state stuprate, poi uccise a colpi di pistola e bruciate”.
Il tenente colonnello J. Kevin dichiarò alla Reuters: "…alti ufficiali delle Nazioni Unite hanno valutato che ai soldati croati era stato ordinato dal comando più alto di distruggere quei villaggi. Questo poteva essere stato ordinato solo da generali di alto grado…".
"…Ademi dovrebbe essere chiamato a rendere conto", dice Kevin. "…Nessun soldato, degno di essere così chiamato, dovrebbe essere in grado di cavarsela con quello che è stato compiuto..."
"…Avremmo potuto vedere cosa stava succedendo dalle nostre postazioni sicure…", dice Kevin. " Ma i miei soldati sapevano che il loro ruolo era quello di proteggere i deboli e gli innocenti, e sono stati assolutamente ligi a questo loro dovere…".
Un altro testimone, l'ufficiale Green: "…Ogni edificio sul loro percorso era stato demolito e molti erano ancora fumanti. Cadaveri giacevano sul ciglio della strada, alcuni gravemente mutilati e altri bruciati e irriconoscibili… Sapevamo che sarebbe stato brutto…", disse Green, "…ma le cose che abbiamo trovato e visto sono state peggio di qualsiasi cosa che ci aspettavamo..."
I canadesi hanno documentato tutto ciò che hanno visto. I rapporti di Kevin contribuirono a sollecitare il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia ad emettere un atto d'accusa, nel 2001, contro Ademi per crimini contro l'umanità. Reso pubblico, il Rapporto è una lista brutale di omicidi e torture. Tra le vittime: Sara Krickovic, donna, 71 anni, gola tagliata; Pera Krajnovic, donna, 86, bruciata a morte; Andja Jovic, donna, 74 anni, picchiata e poi uccisa con proiettili. In tutto, le forze canadesi trovarono 16 cadaveri mutilati - alcuni con gli occhi cavati.
Il Dott. Z. Karan specialista di medicina legale che ha esaminato i corpi mutilati scrisse nei referti: "…gli ematomi di sangue e le contusioni sono stati causati da colpi di uno strumento meccanico sordo… Le vittime venivano poi spinte nel fuoco, mentre ancora in vita. Molti avevano ferite da taglio ... Non è necessario commentare come i prigionieri sono stati trattati… "
L’unica sopravvissuta, Ivanka Rajcevic, ha raccontato così gli eventi vissuti: “… io e mio figlio stavamo dormendo in casa. È stato intorno alle 6 della mattina quando una granata ha colpito una delle case che è andata immediatamente in fiamme. Ho chiamato mio figlio. Lui mi ha detto: mamma, non lasceremo la casa per causa dei bombardamenti… Poi ho sentito un Ustascia muoversi intorno alla casa. Si è avvicinato alla finestra e mi ha vista. Ha acceso una granata a mano e l’ha gettata in casa. Quando è esplosa è rimasto a guardare se mi aveva uccisa. Ero rimasta solo ferita, ma ho finto di essere morta. Allora è andato dietro alla casa e ha cominciato a sparare con un fucile automatico (…). Gli altri sono arrivati successivamente davanti alla casa su mezzi di trasporto e un carro armato. Non sono rimasti a lungo, ma quattro Ustascia sono rimasti davanti alla porta. Non parlavano la nostra lingua, credo parlassero tedesco (…probabilmente parlavano olandese, lingua simile al tedesco, infatti è stato successivamente accertato che 13 fascisti olandesi presero parte al massacro…). Quando altri due Ustascia si sono uniti a loro hanno chiesto all’interprete di tradurre. L’interprete ha detto:
"Questo è un villaggio serbo, tagliate tutte le gole, anche ai gatti! Uccidete tutto, niente deve rimanere dietro di noi, neppure i bambini…”.
Un certo numero di loro indossava maschere nere, una trentina di loro o forse di più. Quando si sono sparsi in tutto il villaggio ed hanno cominciato ad incendiare tutte le case, sono andata nell’altra camera per vedere se mio figlio fosse tornato indietro. Non c'era. Allora sono uscita dalla casa così che non mi potessero bruciare viva. A gattoni sano passata attraverso le staccionate di siepi per scappare.
Dietro ad una fitta siepe mi sono bendata la ferita e sono rimasta la' tutta la notte e tutto il giorno successivo….”
Dopo vent'anni la Giustizia dell'occidente è stata fatta: un solo colpevole condannato ad una pena di 6 anni di prigione.
A quel tempo la corte della Nato all'Aja, aveva annunciato i capi d’imputazione contro tre generali delle milizie secessioniste croate per il massacro di Medak Pocket: il kosovaro albanese Rahim Ademi e i croati Janko Bobetko e Mirko Norak, tutti accusati di crimini contro l’umanità e di violazione delle leggi e dei trattati di guerra.
Agim Ceku, un altro criminale di guerra kosovaro albanese, che comandava le truppe croate che massacrarono i serbi di Medak, non è mai stato accusato per aver commesso crimini di guerra. Al contrario gli fu persino data negli anni scorsi la presidenza del governo di transizione in Kosovo, sotto l’Amministrazione della Missione delle Nazioni Unite (UNMIK); in quanto è stato tra i più noti comandanti della guerriglia terrorista dell'UCK, nella provincia serba del Kosovo Metohija.
Secondo le testimonianze e le prove documentate presso l'UNPROFOR, le milizie e spesso anche i civili croati “...hanno sistematicamente saccheggiato” la popolazione serba e i piccoli villaggi durante e dopo l’assalto delle forze militari, “… appropriandosi di beni personali, elettrodomestici, mobili, dalle case che stavano per essere distrutte; rubando animali ed attrezzature dalle fattorie, smantellando case e fabbricati e trasportando via tutto con camion; hanno sistematicamente distrutto 164 case e approssimativamente 148 altri fabbricati (e tutto ciò che contenevano) con l’utilizzo di fuoco ed esplosivo…"..
La stessa ex Procuratrice Capo dell'Aja, Carla Del Ponte, ha dichiarato che, durante una settimana di orgia di sangue, le truppe croate hanno mutilato e ucciso contadini serbi “…sparando, accoltellando, tagliando dita, colpendo brutalmente col calcio del fucile, bruciando con sigarette, saltando sui corpi, legando i corpi a una macchina e trainandoli lungo la strada, effettuando mutilazioni e altre forme di torture…".
Per illustrare le crudeltà senza paragoni delle milizie croate, le accuse evidenziano il caso di due donne: Boja Pjevac, che, dopo essere stata stuprata, è stata mutilata e poi il suo corpo è stato sezionato e Boja Vujanvic che, dopo essere stata stuprata, è stata bruciata viva e mentre agonizzava, intorno a lei i suoi carnefici ridevano e ballavano.
Anche quattro membri della 9° Brigata detta i "Lupi", ed un ex membro dei Servizi Segreti Militari croati sono ancora indagati a Zagabria, per crimini di guerra contro civili e prigionieri di guerra per gli eccidi di Medak: J. Krmpotic, uno dei comandanti della Brigata, I. Jurkovic, M. Petti e V. Solaja membri della stessa e K. Tomljenovic ex agente del SIS croato.
Krmpotic e Solaja erano stati testimoni di difesa nel processo del cosiddetto "gruppo Gospic", comandato dai generali Mirko Norac e Tihomir Oreskovic, che erano accusati di crimini di guerra nell'area di Gospic già per il 1991 e 1992.
Ma, alla fine, non è stato istituito alcun processo all'Aja contro i generali croati che hanno guidato l’eccidio contro i serbi di Medak Pocket.
Nel settembre del 2005 il Tribunale Penale dell'Aja ha trasferito il caso del massacro di Medak presso le autorità giudiziarie croate, che, prontamente hanno assolto Rahim Ademi e riconosciuto colpevole Mirko Norak con una vergognosa condanna a 6 anni di prigione, chiudendo così il fascicolo del massacro di Medak Pocket.
Un uomo condannato a sei anni di prigione per la distruzione di tre villaggi e 11 piccoli paesi rasi al suolo, 88 vite portate via nella maniera più feroce e per una sistematica persecuzione e liquidazione della popolazione serba ed anche rom nella regione.
Quando e quanto si sono alzate forti le voci e l'indignazione dei pacifinti, dei "dirittumanisti", degli info/disinformatori di casa nostra per questo scandalo?!?
In compenso uno dei massimi esponenti militari delle forze secessioniste croate, il kosovaro albanese Agim Ceku, ricercato e condannato come criminale di guerra in Serbia, poi diventato uno dei comandanti del terrorismo secessionista albanese in Kosovo, è stato ricevuto negli USA nel 2006 con i massimi onori.
Fonte
Settembre 1993 : esattamente venti anni fa, l’esercito secessionista croato, con più di 2.500 soldati, appoggiati da carri armati, lanciarazzi e artiglieria, “sfonda” le linee di resistenza a Medak, delle milizie volontarie di autodifesa della Repubblica Serba di Krajina e occupa la cittadina ed i villaggi a sud e a sud-est dalla città di Gospic e l’intera zona. In quell’area erano stanziate per l’ONU, come forze di interposizione tra le parti in conflitto, i soldati canadesi. Alla richiesta di questi ultimi di essere presenti all’occupazione della città e dei villaggi, per proteggere i civili, ci fu il rifiuto dei secessionisti croati e solo dopo violenti scontri durati 16 ore tra canadesi e croati, con 27 miliziani croati uccisi, questi accettarono le ispezioni e i terribili sospetti delle forze canadesi di pace trovarono riscontro (in questo caso va dato atto di una reale volontà di essere forza di pace neutrale, tant'è che il governo canadese ha decorato i propri soldati che parteciparono a quegli avvenimenti con coraggio e lealtà, fedeli ai propri compiti). In meno di 20 ore senza controllo di nessuno nella cittadina, i miliziani croati avevano già commesso innumerevoli crimini: massacri, incendi, violenze efferate contro vecchi, bambini, donne serbe e rom, mutilando e violentando ferocemente. Il numero complessivo degli assassinii perpetrati in quei nove giorni, non è mai stato accertato con precisione, ufficialmente sono 88, di cui 18 donne, sei poliziotti ed il resto tutti civili, ventisei di essi erano anziani. Ma si parla di oltre cento, considerando dispersi e scomparsi. Alcuni giorni dopo il massacro, le forze croate hanno consegnato ai serbi 52 corpi; membri delle forze di protezione dell’ONU (UNPROFOR) operanti nella zona, hanno consegnato altri 18 corpi trovati nei campi intorno a Medak, i quali erano mutilati e bruciati; altri 11 corpi furono trovati nascosti nella fossa delle fogne; negli anni, periodicamente furono ritrovati altri singoli corpi sparsi nella zona.
Le milizie secessioniste croate hanno dapprima saccheggiato e poi raso al suolo tutti e tre i villaggi intorno a Medak: Dioselo, Citluk e Pocitelj e dozzine di frazioni vicine, sono finite nella strategia di “terra bruciata” degli Ustascia croati.
Il portavoce UNPORFOR Shannon Boyd ha pubblicato un rapporto nella capitale croata, Zagabria, il 18 settembre 1993, nel quale dice: “…le truppe dell’UNPROFOR hanno trovato 11 piccoli villaggi nella valle di Medak, completamente distrutti (…). E’ stato verificato che la distruzione è sta ben organizzata, sistematica e totale. Le case sono state ridotte in macerie dalle detonazioni e gli animali morti hanno reso invivibile l’area..”.
Il massacro è durato dal 9 al 17 settembre 1993, il comandante in Croazia delle forze ONU, il Generale francese Jean Cot, ha detto che i battaglioni francese e canadese “ …non potevano prevedere il massacro dei serbi, inclusi giovani e bambini, da parte dei croati...”, testimoniando che le truppe croate non avevano lasciato "…nemmeno un gatto vivo…” a Medak.
Nel rapporto dell’UNPORFOR pubblicato il 19 settembre 1993, il Generale Cot ha affermato: “…Non ho trovato segno di uomini o animali vivi nei diversi villaggi attraverso i quali siamo passati oggi. La distruzione è totale, deliberata e sistematica…”.
Il peacekeeper canadese, Tony Spiess, è stato uno dei tanti soldati canadesi che hanno sofferto di incubi, dopo essere stato testimone della ferocia delle milizie croate. “…La milizia croata cercava di impedire che le truppe canadesi potessero divulgare le notizie, circa le operazioni di pulizia etnica dei villaggi serbi che praticavano, dice Spiess, confermando i racconti ricostruiti nel libro del 2004, scritto da Carol Off e intitolato “I fantasmi di Medak Pocket: la storia della guerra segreta canadese…”.
Testimoni diretti della strage sono stati i soldati dei tre plotoni del Princess Patricia's Canadian Light Infantry, forze canadesi di pace, comandate dal tenente colonnello J. Kevin.: “… quando gli spari, i bombardamenti e il caos furono finalmente cessati a Medak, con nessuna vittima tra le file canadesi, una delle cose che Spiess ricorda di più era la puzza di morte proveniente dappertutto, uomini e cavalli.
“Quella puzza non se ne andrà mai”, ha detto.
Mentre Spiess ed un suo compagno canadese camminavano tra le macerie del villaggio serbo distrutto, i croati tentarono di fermarli, per non far loro vedere i corpi bruciati che erano ovunque.
"…Prima delle ore 10 del mattino, un ombrello denso di fumo copriva tutte le quattro cittadine della sacca di Medak, i croati hanno cercato di uccidere o distruggere tutto ciò che vi era nella loro scia…"
Spiess in modo angosciante ricorda "… i corpi di due giovani ragazze serbe legate a due seggiole a dondolo, con le braccia legate dietro alla schiena. Stavano ancora fumando…è stata una totale devastazione”.
“…le ragazze erano state stuprate, poi uccise a colpi di pistola e bruciate”.
Il tenente colonnello J. Kevin dichiarò alla Reuters: "…alti ufficiali delle Nazioni Unite hanno valutato che ai soldati croati era stato ordinato dal comando più alto di distruggere quei villaggi. Questo poteva essere stato ordinato solo da generali di alto grado…".
"…Ademi dovrebbe essere chiamato a rendere conto", dice Kevin. "…Nessun soldato, degno di essere così chiamato, dovrebbe essere in grado di cavarsela con quello che è stato compiuto..."
"…Avremmo potuto vedere cosa stava succedendo dalle nostre postazioni sicure…", dice Kevin. " Ma i miei soldati sapevano che il loro ruolo era quello di proteggere i deboli e gli innocenti, e sono stati assolutamente ligi a questo loro dovere…".
Un altro testimone, l'ufficiale Green: "…Ogni edificio sul loro percorso era stato demolito e molti erano ancora fumanti. Cadaveri giacevano sul ciglio della strada, alcuni gravemente mutilati e altri bruciati e irriconoscibili… Sapevamo che sarebbe stato brutto…", disse Green, "…ma le cose che abbiamo trovato e visto sono state peggio di qualsiasi cosa che ci aspettavamo..."
I canadesi hanno documentato tutto ciò che hanno visto. I rapporti di Kevin contribuirono a sollecitare il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia ad emettere un atto d'accusa, nel 2001, contro Ademi per crimini contro l'umanità. Reso pubblico, il Rapporto è una lista brutale di omicidi e torture. Tra le vittime: Sara Krickovic, donna, 71 anni, gola tagliata; Pera Krajnovic, donna, 86, bruciata a morte; Andja Jovic, donna, 74 anni, picchiata e poi uccisa con proiettili. In tutto, le forze canadesi trovarono 16 cadaveri mutilati - alcuni con gli occhi cavati.
Il Dott. Z. Karan specialista di medicina legale che ha esaminato i corpi mutilati scrisse nei referti: "…gli ematomi di sangue e le contusioni sono stati causati da colpi di uno strumento meccanico sordo… Le vittime venivano poi spinte nel fuoco, mentre ancora in vita. Molti avevano ferite da taglio ... Non è necessario commentare come i prigionieri sono stati trattati… "
L’unica sopravvissuta, Ivanka Rajcevic, ha raccontato così gli eventi vissuti: “… io e mio figlio stavamo dormendo in casa. È stato intorno alle 6 della mattina quando una granata ha colpito una delle case che è andata immediatamente in fiamme. Ho chiamato mio figlio. Lui mi ha detto: mamma, non lasceremo la casa per causa dei bombardamenti… Poi ho sentito un Ustascia muoversi intorno alla casa. Si è avvicinato alla finestra e mi ha vista. Ha acceso una granata a mano e l’ha gettata in casa. Quando è esplosa è rimasto a guardare se mi aveva uccisa. Ero rimasta solo ferita, ma ho finto di essere morta. Allora è andato dietro alla casa e ha cominciato a sparare con un fucile automatico (…). Gli altri sono arrivati successivamente davanti alla casa su mezzi di trasporto e un carro armato. Non sono rimasti a lungo, ma quattro Ustascia sono rimasti davanti alla porta. Non parlavano la nostra lingua, credo parlassero tedesco (…probabilmente parlavano olandese, lingua simile al tedesco, infatti è stato successivamente accertato che 13 fascisti olandesi presero parte al massacro…). Quando altri due Ustascia si sono uniti a loro hanno chiesto all’interprete di tradurre. L’interprete ha detto:
"Questo è un villaggio serbo, tagliate tutte le gole, anche ai gatti! Uccidete tutto, niente deve rimanere dietro di noi, neppure i bambini…”.
Un certo numero di loro indossava maschere nere, una trentina di loro o forse di più. Quando si sono sparsi in tutto il villaggio ed hanno cominciato ad incendiare tutte le case, sono andata nell’altra camera per vedere se mio figlio fosse tornato indietro. Non c'era. Allora sono uscita dalla casa così che non mi potessero bruciare viva. A gattoni sano passata attraverso le staccionate di siepi per scappare.
Dietro ad una fitta siepe mi sono bendata la ferita e sono rimasta la' tutta la notte e tutto il giorno successivo….”
Dopo vent'anni la Giustizia dell'occidente è stata fatta: un solo colpevole condannato ad una pena di 6 anni di prigione.
A quel tempo la corte della Nato all'Aja, aveva annunciato i capi d’imputazione contro tre generali delle milizie secessioniste croate per il massacro di Medak Pocket: il kosovaro albanese Rahim Ademi e i croati Janko Bobetko e Mirko Norak, tutti accusati di crimini contro l’umanità e di violazione delle leggi e dei trattati di guerra.
Agim Ceku, un altro criminale di guerra kosovaro albanese, che comandava le truppe croate che massacrarono i serbi di Medak, non è mai stato accusato per aver commesso crimini di guerra. Al contrario gli fu persino data negli anni scorsi la presidenza del governo di transizione in Kosovo, sotto l’Amministrazione della Missione delle Nazioni Unite (UNMIK); in quanto è stato tra i più noti comandanti della guerriglia terrorista dell'UCK, nella provincia serba del Kosovo Metohija.
Secondo le testimonianze e le prove documentate presso l'UNPROFOR, le milizie e spesso anche i civili croati “...hanno sistematicamente saccheggiato” la popolazione serba e i piccoli villaggi durante e dopo l’assalto delle forze militari, “… appropriandosi di beni personali, elettrodomestici, mobili, dalle case che stavano per essere distrutte; rubando animali ed attrezzature dalle fattorie, smantellando case e fabbricati e trasportando via tutto con camion; hanno sistematicamente distrutto 164 case e approssimativamente 148 altri fabbricati (e tutto ciò che contenevano) con l’utilizzo di fuoco ed esplosivo…"..
La stessa ex Procuratrice Capo dell'Aja, Carla Del Ponte, ha dichiarato che, durante una settimana di orgia di sangue, le truppe croate hanno mutilato e ucciso contadini serbi “…sparando, accoltellando, tagliando dita, colpendo brutalmente col calcio del fucile, bruciando con sigarette, saltando sui corpi, legando i corpi a una macchina e trainandoli lungo la strada, effettuando mutilazioni e altre forme di torture…".
Per illustrare le crudeltà senza paragoni delle milizie croate, le accuse evidenziano il caso di due donne: Boja Pjevac, che, dopo essere stata stuprata, è stata mutilata e poi il suo corpo è stato sezionato e Boja Vujanvic che, dopo essere stata stuprata, è stata bruciata viva e mentre agonizzava, intorno a lei i suoi carnefici ridevano e ballavano.
Anche quattro membri della 9° Brigata detta i "Lupi", ed un ex membro dei Servizi Segreti Militari croati sono ancora indagati a Zagabria, per crimini di guerra contro civili e prigionieri di guerra per gli eccidi di Medak: J. Krmpotic, uno dei comandanti della Brigata, I. Jurkovic, M. Petti e V. Solaja membri della stessa e K. Tomljenovic ex agente del SIS croato.
Krmpotic e Solaja erano stati testimoni di difesa nel processo del cosiddetto "gruppo Gospic", comandato dai generali Mirko Norac e Tihomir Oreskovic, che erano accusati di crimini di guerra nell'area di Gospic già per il 1991 e 1992.
Ma, alla fine, non è stato istituito alcun processo all'Aja contro i generali croati che hanno guidato l’eccidio contro i serbi di Medak Pocket.
Nel settembre del 2005 il Tribunale Penale dell'Aja ha trasferito il caso del massacro di Medak presso le autorità giudiziarie croate, che, prontamente hanno assolto Rahim Ademi e riconosciuto colpevole Mirko Norak con una vergognosa condanna a 6 anni di prigione, chiudendo così il fascicolo del massacro di Medak Pocket.
Un uomo condannato a sei anni di prigione per la distruzione di tre villaggi e 11 piccoli paesi rasi al suolo, 88 vite portate via nella maniera più feroce e per una sistematica persecuzione e liquidazione della popolazione serba ed anche rom nella regione.
Quando e quanto si sono alzate forti le voci e l'indignazione dei pacifinti, dei "dirittumanisti", degli info/disinformatori di casa nostra per questo scandalo?!?
In compenso uno dei massimi esponenti militari delle forze secessioniste croate, il kosovaro albanese Agim Ceku, ricercato e condannato come criminale di guerra in Serbia, poi diventato uno dei comandanti del terrorismo secessionista albanese in Kosovo, è stato ricevuto negli USA nel 2006 con i massimi onori.
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